Pierfrancesco Pacoda – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Bassona Beach, la storia https://www.carmillaonline.com/2021/07/21/bassona-beach-la-storia/ Wed, 21 Jul 2021 20:30:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67291 Bassona Beach, la riviera tribale degli anni Ottanta, Clown Bianco, Ravenna 2021, pagg 104, € 15

(La Bassona è un tratto di riviera ravennate, compresa tra Lido di Dante e la foce del fiume Bevano. Per alcuni mesi all’anno è interdetta agli umani, in quanto zona protetta dove nidificano alcuni uccelli migratori. E’ forse l’ultimo territorio selvaggio della riviera adriatica del centro nord. Ma tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta è stata uno dei crocevia mondiali del turismo giovanile fricchettone, come Goa in India, Phuket [...]]]> Bassona Beach, la riviera tribale degli anni Ottanta, Clown Bianco, Ravenna 2021, pagg 104, € 15

(La Bassona è un tratto di riviera ravennate, compresa tra Lido di Dante e la foce del fiume Bevano. Per alcuni mesi all’anno è interdetta agli umani, in quanto zona protetta dove nidificano alcuni uccelli migratori. E’ forse l’ultimo territorio selvaggio della riviera adriatica del centro nord. Ma tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta è stata uno dei crocevia mondiali del turismo giovanile fricchettone, come Goa in India, Phuket in Tailandia, Ibiza, Amsterdam, Copenaghen. Per 4-5 mesi all’anno il litorale era occupato da un grande villaggio composto di tende e capanne costruite dai tronchi portati dalle alte maree. Una spiaggia libera, nudista, abitata dalle tribù dei nomadi metropolitani provenienti da vari paesi europei, punto di sosta per giovanissimi punk e new wave diretti alle discoteche-fuori-di-testa di Rimini e Riccione. Questa variegata, rumorosa comunità confinava con una villettopoli abusiva, abitata da ravennati “per bene”, che piantavano cartelli indicatori lungo il percorso per raggiungere “Zingaropoli” e “Merdonia”. Ma quando un “tarzan” o una ragazza in topless veniva per chiedere un pacco di pasta, “Quanti sorrisi da orecchio a orecchio ho visto”. Il libro in uscita è un reportage narrativo di Mauro Baldrati di quei luoghi e di quei personaggi, un racconto di storie e storiacce, un viaggio forse nostalgico, forse iperrealista, in un tempo perduto e probabilmente dimenticato. E’ corredato di testi e foto di Filippo e Paolo Scòzzari, Nevio Galeati, Piefrancesco Pacoda. Il libro sarà presentato martedì 27 luglio al parco della Montagnola di Bologna, spazio Frida nel parco, alle ore 19.30, e giovedì 29 alle ore 21 a Marina di Ravenna al bar Timone, via Molo Dalmazia 63. Di seguito pubblichiamo un estratto, un articolo di Paolo Scòzzari che fu pubblicato su Frigidaire nel 1981. MB)

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Chi riesce a sopravvivere al traffico bestiale che intasa il tratto di nazionale che da Ravenna porta a Rimini, saluta come una benedizione l’oasi senza macchine né camion costituita dalla via delle Sacche, una stradicciola ciottolosa e polverosissima che al 150° chilometro si diparte dalla statale Adriatica e si dirige verso il mare. Bisogna stare molto attenti, perché il cartello indicatore è praticamente invisibile; conviene invece cercare con gli occhi una frecciona gialla indicante Foce Bevano, il canalone che costeggia questa specie di tratturo che, prima di morire sulla spiaggia, s’inoltre per un sei-sette chilometri nella riarsissima campagna ravennate. Sul terrapieno dell’argine destro di tanto in tanto spuntano i capanni da pesca con le loro inutili reti a bilancia, tipici di questa parte della Romagna. Il sollievo è comunque breve, poiché prima o poi fatalmente s’arriva dietro a qualche altra auto e allora, invece di respirare la nafta dei camion che tutti contenti ci eravamo lasciati alle spalle, s’inizia a respirare la finissima polvere di questa pista da safari. Aver chiuso precipitosamente i finestrini non è servito, e in breve si comincia a pensare che se non si creperà dal caldo ci si spegnerà per silicosi.

La straduncola comincia a restringersi: a destra l’argine, a sinistra le prime macchine, sempre più fitte via via che ci si avvicina alla pineta e al mare.
Alé, conviene scendere adesso, più avanti ci sarà pure da litigare; alberi non ne esistono, perciò, qui o là, il sole farà comunque la nostra auto un forno crematorio.
Si marcia a piedi per un altro chilometro abbondante, e le carcasse tremolanti e imbiancate, abbandonate ora ai due lati del sentiero, fortificano l’impressione di partecipare alla ritirata di El-Alamein.
FE FO RA MO BO le targhe.

Finalmente ecco la pineta, polverosa, profumata, assordante di cicale grosse come passeri. E, sotto i pini, l’incredibile villaggio, la nostra vera meta: siamo qui per visitare l’orrore che, anno dopo anno, ha sfigurato le ultime propaggini meridionali della Pineta Garibaldi, che molto più a nord è già stata assassinata mummificata impietrita dalle raffinerie della Sarom Ravenna.

Siamo subito catturati dal clima surreale del posto: baracche dappertutto, ogni baracca il suo cortilino, fumi e profumi di salsicce, braciole, pesce fritto. Gli abitanti delle casupole, stravaccati in canottiera su sedie a sdraio e materassi, guardano con una punta di fastidio e rassegnazione la folla dei non residenti che molto dopo di loro ha scoperto e invaso quest’angolo di riviera. Più avanti, un’orrida costruzione, lo spaccio di alimentari e tabacchi. Non manca la “trattoria”, con la sua brava produzione di piadina; proprio prima della spiaggia un grande bar in muratura, nemmeno brutto dopo l’orgia di lamiera ondulata dietro di noi. Entriamo, e dopo aver bevuto e bevutissimo, ci facciamo raccontare dai ragazzi del locale la storia di questa bidonville abusiva.

Tutto è cominciato prima della guerra. Allora le prime baracche le avevano costruite in faccia al mare, fra la pineta e le dune che delimitano la spiaggia: poi la Capitaneria del porto di Ravenna intervenne, e fece sloggiare quei primi abusivi dal litorale. Le capanne vennero ricostruite più indietro, sotto i pini. In quegli anni, e anche dopo, in Italia si tirava la cinghia, e la sorveglianza dei terreni demaniali passava in second’ordine rispetto a ben altri problemi. Si tollerò quindi che qualche famigliola di povera gente si costruisse, usando materiali di tutti i generi, una specie di casetta in cui andare a passare il fine settimana. E così, creato il precedente, a poco a poco ne vennero su a decine. I “ricchi” poterono farsele in muratura, e gli altri, specialmente quelli arrivati alla fine degli anni ’60, investirono in orrendi prefabbricati pretenziosi. Chi aveva la baracca in legno spese qualcosa in reti metalliche, per recintare un altro po’ di spazio attorno alla propria pace. Si scavarono pozzi artesiani. Nel delirio di imitazione di ciò che commette la borghesia in vacanza, si giunse a dare il nome alla propria bicocca: “Villa delle rose”, “Villino Deborah”, “Villa Gianni”, e ad affiggere dappertutto cartelli, tanto arroganti quanto arbitrari, intimanti “divieto di sosta”, “parcheggio proibito”, “passo carraio”.

La spiaggia, la Bassona Beach propriamente detta, ha pure lei una storia, molto più recente, che ci viene raccontata volentieri.

Proprio perché pareva che a nessuno importasse di quello che avveniva qui, questo lungo tratto di litorale selvatico iniziò verso il ’77 ad essere il punto di riferimento estivo per coloro che durante quel magico inverno avevano incendiato le città dell’Emilia. I due, che allora gestivano il bar sulla spiaggia e che poi, fatti un po’ di soldi, se ne andarono in Messico, alzarono la bandiera anarchica, e nelle città esaurite dal casino cominciò a circolare la voce che era stata scovata una spiaggia dove si poteva fare quello che si voleva. Iniziò così la tranquilla convivenza tra i mangiatori di salsicce della pineta e i nudisti pelosi e un po’ sconvolti della spiaggia. Le due tribù erano in un certo senso accomunate dal fatto di essere entrambe in qualche maniera fuorilegge: due tipi diversi di trasgressione s’incontravano in quell’unico luogo di villeggiatura.

Oggi, in questo inizio d’estate, il posto è frequentato da migliaia di persone. Sono arrivati i venditori di collanine e orecchini, di chilum e stoffe indiane. C’è chi vende bibite sulla spiaggia. Molti sono i tatuati. Abbiamo visto anche gay felici, e padri di famiglia sotto le tende, perplessi. Al bar, nella folla ancora pallida spiccano eleganti somali ed eritrei, attentissimi nell’evitarsi a vicenda: l’Ogaden “scotta” più del sole.

Una lunga serie di coincidenze ha fatto sì che la fauna giovanile metropolitana, a noi tutti così cara, trasferisse di pacca su questa spiaggia i ricordi e i comportamenti di tutti i viaggi in Oriente di questi ultimi quindici anni. Le baracche tra i pini non ricordano forse le casette portoghesi affondate nella giungla a Goa? E il bar sulla spiaggia (dove, se si sventola una copia di Frigidaire, si ha diritto a sconti su bibite e spaghetti) non ricorda forse uno dei molti chai shop in cui, al tramonto, ci si ingorilliva a colpi di chilum gridando Bom Shankar? E le ragazze sempre nude? E gli Arancioni? E la assoluta mancanza di poliziotti?

Dal momento che quest’angolo di riviera è praticamente ignorato dalle autorità, e almeno fino ad oggi anche dalla speculazione edilizia, ci si aspetterebbe che il tutto, spiaggia dune e pineta, fosse invaso da rifiuti e merda. E invece no. L’autentico affetto che la fauna, stanziale e di passo, nutre per questi luoghi, ha fatto sì che nascesse un comitato di difesa dell’ambiente. In giro non si vede una bottiglia, una lattina, una cartaccia; bacchetti, rovi, alberi morti e zanzare serali d’una ferocia amazzonica, questo sì, ma epatiti e dermatiti fungine sono accidenti sconosciuti.

L’unico momento in cui le autorità intervengono è quando, di notte, chi si è accampato sulla spiaggia accende dei “Fuochi”: se sono troppo vicini alla pineta arriva la Forestale e li fa spegnere. Il comportamento è encomiabile, anche se questo sfoggio di zelo ha vagamente odore di presa per il culo: ogni fine settimana, attorno a ciascuno dei manieri di questa favela romagnola sotto i pini spuntano come funghi decine di fornellini Primus e fornelloni a bombola, tutti così pratici e così pericolosi.

Lo zelo ecologico della Forestale, anche se ampiamente in ritardo, non è per questo meno ferreo, e ce ne accorgiamo. Una fila di pali in cemento, intervallati da una trentina di metri, delimita la spiaggia, proprietà del comune di Ravenna, dalle dune che vanno a perdersi nella pineta, questa e quelle di proprietà del demanio. Niente filo spinato, né reti, né altro: solo pali. Chi viene beccato a parcheggiare la propria tenda anche solo a cavalcioni della linea ideale che passa per ‘sti pali, è invitato a smontare tutto e a trasferirsi in territorio comunale, cioè mezzo metro più avanti. E’ appunto di un episodio del genere che siamo vittime; la guardia, un tracagnotto laringectomizzato, è apparso all’improvviso dalle dune erbose, aiutato nella sua invisibilità dall’uniforme verde e dalla bassa statura, e forte del binocolone che gli penzola sul ventre e della scritta “Servizio Forestale” attorno al braccio, con rutti e sibili ci ordina di alzare i tacchi. Cerchiamo di fotografarlo, ma come vede la nostra Contax s’infuria e si dilegua. E’ peraltro la stessa reazione che hanno avuto tutte le ragazze che abbiamo avvicinato “per servizio”. Ci chiediamo qual è il nesso, ma fa caldo ed è inutile indagare sui misteri di Bassona Beach.

Il centro mondano e sociale della spiaggia è comunque il bar: zeppo a qualsiasi ora, sotto la sua vasta veranda spesso vengono organizzate feste serali molto, molto allegre, con musica e bevande e tutto. Come incontriamo i vecchi amici bolognesi, subito grandi risate e grandi proposte a Frigidaire di sponsorizzare e bagordi notturni, che purtroppo siamo costretti a declinare: quando questi saranno qui a divertirsi, noi saremo a Roma a litigare col grafico per non farci massacrare il pezzo.

Si mormora che sia già pronto il progetto di un camping, e che, per regolarizzare i peones delle baracche multicolori, stia per partire la costruzione di bungalow in serie, in cui gli irregolari, sborsando qualche milione, dovranno trasferirsi. Tutto così rientrerà nella norma: via il villaggio abusivo col fascino dell’assurdo, basta con la spiaggia Troppo Libera, via gli strani e i nudisti. Bassona Beach potrà prendere il suo posto a fianco delle altre schifose spiagge-pollaio della riviera adriatica.

L’unica labile possibilità che questo non avvenga è legata alle sorti politiche di chi, come qualcuno all’interno dell’ARCI di Ravenna, che è poi il vero prooprietario del bar, pensa che comunque sia conveniente avere in zona un ghetto in cui si rinchiudano volontariamente i tanti sgradevoli personaggi di cui l’Italia continua, nonostante tutto, a pullulare.

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La Club Culture tra rischio e desiderio https://www.carmillaonline.com/2015/12/29/la-club-culture-tra-rischio-e-desiderio/ Mon, 28 Dec 2015 23:01:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27566 di Pierfrancesco Pacoda

Pacoda_rischio(Pubblichiamo un estratto di Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture”, un viaggio tra il popolo nomade della notte, tra sballo, affermazione di sé, musica totale, sfida stilistica esaltante e pericolosa. Il testo qui riprodotto è un passo dell’introduzione del curatore, Pierfrancesco Pacoda, giornalista e ricercatore.)

Negli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie [...]]]> di Pierfrancesco Pacoda

Pacoda_rischio(Pubblichiamo un estratto di Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture”, un viaggio tra il popolo nomade della notte, tra sballo, affermazione di sé, musica totale, sfida stilistica esaltante e pericolosa. Il testo qui riprodotto è un passo dell’introduzione del curatore, Pierfrancesco Pacoda, giornalista e ricercatore.)

Negli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie di osservazioni sul campo all’interno del Cocoricò di Riccione.
Lui che ha studiato gli stati modificati di coscienza e lo sciamanesimo tra il Marocco, Haiti e il Brasile sceglie una discoteca della Romagna per continuare i suoi studi sul cosiddetto fenomeno della ‘trance’ metropolitana.
Era quello, va ricordato, il Cocorico che ospitava le performance del nascente teatro della nuova avanguardia italiana (indimenticabili le azioni della neonata Societas Raffaello Sanzio) e le lezioni, prima delle luci delle luci dell’alba del filosofo Manlio Sgalambro nel piccolo privè Morphine, dove spesso il dj, invece della techno, selezionava musica classica.
Erano gli anni dell’elaborazione della club culture, dell’idea, cioè, che la pista da ballo potesse generare inediti flussi culturali, al di là della sua funzione ‘naturale’ di produttrice di piacere, che il club, la ‘discoteca’ potessero tornare a essere riflesso immediato delle grandi modificazioni sociali, accompagnandole, persino.
Che è poi il motivo per il quale nella New York di metà anni ’70 la disco, insieme all’hip hop e al punk (linguaggi sonori non a caso provenienti dallo stesso luogo nella stessa epoca), parlava un forte linguaggio di ‘liberazione’. La gioia insieme alla rivoluzione.

La conquista del diritto alla visibilità e, in fondo (sembra paradossale parlando di club e di stravaganze) e alla ‘normalità’ per una subcultura che subito fece suo, come elemento fondante, come essenza stessa, come anima, il ‘mito’ della ‘diversità’.
Sia essa una diversità etnica, sociale, sessuale.
Le grandi rivendicazioni, l’orgoglio di essere come si vuole essere, contro tutto e contro tutti, sono state il segno distintivo della club culture. Per questo la definizione di cultura, per raccontare questa scena, è più che opportuna.
Bainsrid1Perché ballare sino all’alba era la risposta di strada alla necessità di costruire una identità negata.

Dal ‘leggendario’ Loft di David Mancuso, che con le sue feste in casa mescolava alto e basso, intellettuali e emarginati, al fenomeno dei rave parties, dalla nascita dei superclub che da semplici discoteche si fanno stili di vita ai sound system nomadici che a Capodanno fanno ballare Sarajevo sotto assedio dei cecchini, il club ha sempre cercato di confondere il piacere e il rischio, che sono due caratteristiche delle quali le cosiddette culture giovanili, sin dal loro emergere nel secondo dopoguerra, hanno un infinito bisogno.
E gli eccessi dei jazzisti del bebop, quelli di Elvis e del versante oscuro del rock’n’roll, quelli della psichedelica californiana che, complici gli allucinogeni, credeva davvero che il cielo fosse finalmente caduto sulla terra, sono tasselli di una ‘ribellione senza una causa’ che accompagna la difficoltà di accettare che l’adolescenza sia un rito di passaggio (transe, trance, appunto).
In questo territorio instabile, di difficile lettura si muovono da tempo sociologi, antropologi (pensiamo nuovamente a George Lapassade), medici, ma anche gestori di club, scrittori, dj che cercano di posare il loro sguardo su quello che è diventato il luogo di aggregazione per eccellenza (e quindi di sviluppo) delle culture giovanili.
A loro abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio verso il cuore nascosto, ma incredibilmente pulsante, della pista da ballo (…)

Bainsrid2Qualche anno fa, dopo la morte di Nusrat Fateh Ali Khan, il più importante esponente della musica kawaali, il sufismo pakistano, la Real World, l’etichetta creata da Peter Gabriel per diffondere le cosiddette ‘musiche del mondo’, pubblica ‘Star Rise’.
Si tratta di un disco che contiene alcune tra le canzoni classiche di Nusrat Fateh Ali Khan (tutti salmi composti molti secoli fa) rilette, remixate dai migliori dj di quella scena inglese che viene definita ‘Azian Underground’, composta da giovanissimi artisti di origine asiatica di seconda generazione.
E’ qui che la cultura incontra la dance music. Tra le canzoni di un album che ha ‘trasmesso’ una parte importante di un patrimonio sonoro ai più giovani, nell’unica maniera possibile per non renderlo oggetto di ricerca accademica. Per le vie patinate dei dj, per i percorsi che portano al cuore della discoteca, uno spazio ch rivela così un aspetto ‘educativo’, persino. Ballare con le note del kawaali, remixate dai dj di drum’n’bass o di house diventa una esperienza di incontro tra padri e figli.
Bainsrid3Esaltando quell’aspetto fortemente ‘sociale’ che il club, dalla disco in poi, ha sempre avuto.
E grazie proprio ai dj’s dell’ Azian Underground’ lo ‘scontro’ tra visioni del mondo così lontane è diventato occasione di dialogo, di integrazione, di superamento delle differenze di etnia. Ballare insieme, saltare, vivere il senso della notte, senza curarsi del colore della pelle, ma godendo della bellezza della voce del grande cantante pachistano. Forse senza mai sapere cosa quei salmi glorificano, ma con il corpo immerso in un grande esperimento sociale che rende persino luccicante un suono mistico, pensato come omaggio alla divinità
E’ esagerato dire che il pensare giovanile e quindi le modificazioni sociali avrebbero preso un’altra strada se non ci fosse stata la club culture?.
Naturalmente è difficile dirlo, ma sicuramente la figura del dj ha influenzato profondamente non solo il fare musica, ma la maniera stessa di immaginare che un impegno sociale diverso è possibile.
Ed è difficile disegnare un itinerario lineare in una avventura che rinuncia, come valore fondante, al tratto nitido preferendo i sentieri tortuosi degli incroci che non ti aspetti.
Come quelli percorsi negli anni 90 dai sound system in movimento delle tribù nomadiche, che, sulla strada come gli hippie, portavano le loro discoteche dove, davvero, non te lo aspetti.
Bainsrid4Come nella Sarajevo della guerra civile sotto assedio, circondata dai cecchini, dove sembrava che ogni speranza fosse stata uccisa e dove, invece, i giovani eroi dance di Desert Storm arrivarono l’1 gennaio, superando tutti i blocchi, per fare del centro della martoriata città della Bosnia, una seducente discoteca, più bella, più eccitante, più sensuale del più famoso club di Ibiza per restituire ai ragazzi che la abitavano la certezza che un altro mondo era (è) possibile. Giovani dj come tanti che non inseguono il sogno di remixare due brani perché vogliono diventare ‘ricchi e famosi’, ma per incidere su quello che avviene. E esserne, per una volta, attori e non spettatori.
Che è poi il motivo per il quale, per parafrase il titolo di un classico dell’hip hop, ‘Tutti vogliono fare i dj’s’
Perché le quattro pareti della propria cameretta non bastano più. Perché si insegue l’aspirazione a far parte di una entità le cui uniche regole sono quelle della comprensione e della conoscenza. Idee che si diffondono veloci e che velocemente vengono a contatto con gli altri.

[Le foto che illustrano l’articolo sono state realizzate nella discoteca bolognese Bains Douches negli anni ’90 da Mauro Baldrati]

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