Peter Frankopan – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 10 Aug 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 al-Hind: storie di una globalizzazione dimenticata https://www.carmillaonline.com/2025/11/05/al-hind/ Wed, 05 Nov 2025 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91189 di Sandro Moiso

William Dalrymple, La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp.555, euro 35,00

Con il termina al-Hind i primi scrittori arabi indicarono tutto ciò che si trovava a est del fiume Indo e compresero chiaramente l’unità di una vasta superficie terracquea, estesa dall’Hindu Kush al Pacifico, riconoscendo in essa una regione dalle caratteristiche omogenee. Quella che oggi dovremmo riconoscere, anche qui in Occidente come indosfera, ma che ancora tarda ad essere riconosciuta come tale.

In un momento di declino della centralità economica, politica e culturale dei paesi [...]]]> di Sandro Moiso

William Dalrymple, La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp.555, euro 35,00

Con il termina al-Hind i primi scrittori arabi indicarono tutto ciò che si trovava a est del fiume Indo e compresero chiaramente l’unità di una vasta superficie terracquea, estesa dall’Hindu Kush al Pacifico, riconoscendo in essa una regione dalle caratteristiche omogenee. Quella che oggi dovremmo riconoscere, anche qui in Occidente come indosfera, ma che ancora tarda ad essere riconosciuta come tale.

In un momento di declino della centralità economica, politica e culturale dei paesi europei e degli Stati Uniti stessi, spesso si immagina un nuovo ordine multipolare in cui, troppo spesso, sembrano ergersi soltanto, o quasi, altre due aree di significativa influenza, Cina e, per quanto bistrattata, Russia. Tralasciando, e sarebbe qui inutile spiegare ancora una volta le radici coloniali e “razziali” di tale dimenticanza, di comprendere tra queste almeno anche l’India.

Quel sub-continente che ancora oggi, pur comprendendo una porzione significativa della popolazione mondiale e delle attività collegate agli aspetti più avanzati della modernità digitale, spesso è visto soltanto come una vasta area di arretratezza sociale ed economica su cui lo sguardo mediatico e dell’immaginario collettivo sembra posarsi ancora come ai tempi dell’impero coloniale britannico e dei suoi cantori alla Rudyard Kipling oppure, per rimanere più vicini a noi, con gli occhi del Capitano Salgari. Eppure, eppure…

Almeno la letteratura ha iniziato a cogliere gli elementi di novità, spesso di carattere tecnologico, presenti alle spalle degli aspetti più retrogradi del nazionalismo hindu, rappresentato dall’attuale capo del governo, Narendra Damodardas Modi, dalla ancora diffusa violenza sulle donne o del cinema di Bollywood. E lo ha fatto, guarda caso, ancora una volta con generi d’evasione come ai tempi di Salgari, in particolare nell’ambito della fantascienza e della fantapolitica.

Per questo motivo, e per non rubare troppo spazio al proseguimento della recensione del testo di Darlymple, vale la pena di ricordare qui soltanto alcuni testi, più o meno recenti. Il primo è I giorni di Cyberabad di Ian McDonald1, in cui lo scrittore scoto-irlandese immagina e descrive l’India del 2047. Una nuova superpotenza abitata da un miliardo e mezzo di persone nell’era dell’IA, fratturata in una dozzina di stati in cui, accanto allo sviluppo delle attività legate alla programmazione e alla economia della comunicazione digitale, nascono dee-bambine e si celebrano matrimoni tra uomini e IA.

Uno un po’ meno recente è La vacca sacra (Sacred Cow, 1993), un racconto breve contenuto in un’antologia dell’autore cyberpunk americano Bruce Sterling2, in cui lo scrittore immagina, con ironia e senso dell’anticipazione, una compagnia cinematografica indiana intenta a realizzare un film nella ex—potenza coloniale inglese, dove i costi di lavorazione, a causa della decadenza economica e della crisi sociale e politica, sono molto inferiori a quelli dell’India ormai sviluppata e più ricca.

Ma è certamente 2034 di Elliot Ackerman e James Stavridis3 a costituire il motivo di maggiore interesse, anche alla luce dei conflitti che si delineano, con sempre minore possibilità di essere arrestati diplomaticamente, all’orizzonte e sul breve periodo. Stavridis è un ammiraglio con una prestigiosa carriera militare, politica e giornalistica, mentre Ackermann, prima di sfornare best seller, ha prestato servizio nei Marines e nelle Forze Speciali. Insieme immaginano, nell’anno che da il titolo al romanzo, una devastante guerra nucleare tra Stati Uniti e Cina in cui, però, a svolgere un decisivo ruolo dirimente sarà proprio l’India che, anzi, sarà l’unica nazione a uscire rafforzata e vincente dal conflitto tra le altre due superpotenze. Ruolo svolto sia attraverso il soft power che per l’arsenale nucleare rimasto intatto e minaccioso, fatti entrambi valere sulle rovine economiche e politiche di ciò che resta, dopo pochi giorni di guerra, dei due “imperi” nemici.

Visioni, tutte, di un futuro in cui l’India sembrerebbe o potrebbe riprendere un ruolo politico, economico e culturale già avuto per almeno un millennio nella storia del globo o anche soltanto di quella parte che si è qui precedentemente definita come “indosfera”, le cui radici vengono ampiamente analizzate e descritte nel magnifico testo di William Darlymple edito da Adelphi.

Durante gran parte del Basso Medioevo e dell’Età moderna, l’India fu profondamente influenzata da elementi culturali provenienti dall’esterno dei suoi confini. In seguito all’istituzione di una serie di sultanati islamici tra il XII e il XIII secolo, il persiano divenne la lingua ufficiale del governo
in gran parte del Subcontinente e i modelli culturali persiani – nell’arte, nell’abbigliamento, nel galateo – si affermarono persino nelle corti indù dell’India meridionale. Successivamente, nel XIX secolo, con l’ascesa della Compagnia delle Indie Orientali e dell’Impero britannico, l’inglese sostituì progressivamente il persiano e l’India entrò a far parte dell’anglosfera. Per progredire socialmente divenne indispensabile padroneggiare l’inglese e gli indiani che aspiravano a farsi strada dovettero rinunciare, o relegare in secondo piano, aspetti rilevanti della propria cultura, trasformandosi in « Sahib bruni » anglofoni […] Eppure, nel millennio e mezzo precedente, dal 250 a.C. al 1200 d.C. circa, l’India era stata una fiera esportatrice della propria variegata civiltà, fino a creare intorno a sé un impero delle idee – una vera e propria «indosfera» – dove la sua influenza culturale risultava predominante. Durante questo periodo, il resto dell’Asia fu il destinatario consenziente e persino entusiasta di un colossale trasferimento di soft power indiano, in ambiti come la religione, l’arte, la musica, la danza, la tessitura, la tecnologia, l’astronomia, la matematica, la medicina, la mitologia, la lingua e la letteratura.
[…] Dall’India non giungevano soltanto figure pionieristiche di mercanti, astronomi e astrologi, scienziati e matematici, medici e scultori, ma anche santi, monaci e missionari appartenenti a diversi filoni di pensiero religioso: l’induismo (o sanatana dharma, come alcuni preferiscono chiamarlo), nelle sue declinazioni vedica, shivaita e vishnuita, e il buddhismo delle tradizioni theravada, mahayana e tantrica. […] Al giorno d’oggi, più di metà della popolazione mondiale vive in aree in cui le idee religiose e culturali indiane sono, o sono state, preponderanti, e dove un tempo le divinità indiane dominavano l’immaginazione e le aspirazioni di uomini e donne. Al tempo stesso, l’influenza intellettuale dell’India si è estesa verso occidente, consegnandoci non solo nozioni matematiche cruciali, come lo zero, ma anche la forma stessa dei numeri che tuttora utilizziamo – probabilmente la cosa più simile a una lingua universale che l’umanità abbia mai posseduto. Le conoscenze, i saperi e le intuizioni religiose dell’India antica sono una parte fondante del nostro mondo. […] In ambito scientifico, astronomico e matematico, l’India è stata maestra del mondo arabo e, per suo tramite, dell’Europa mediterranea4.

William Benedict Hamilton-Dalrymple (classe 1965) è uno storico, giornalista, scrittore di viaggi, autore scozzese che vive tra Londra e Delhi ormai da molti anni. Per i suoi saggi sull’India e l’Oriente è stato insignito di numerosi premi letterari ed è membro della Royal Society of Literature e della Royal Asiatic Society. Tra le sue principali opere, pubblicate in Italia da Adelphi, vanno annoverate: Il ritorno di un re. La prima, catastrofica intromissione dell’Occidente in Afghanistan (2015); Nove vite (2020); Anarchia (2022) e, con Anita Anand, Koh-i-Nur. Sulle tracce della pietra ‘maledetta’: il Koh-i-Nur, «La montagna di luce» ( 2020). Mentre per Rizzoli editore ha in precedenza pubblicato: Dalla montagna sacra (1998), Il Milione (1999), In India (2000), Delhi (2001), Nella terra dei Moghul bianchi (2002) e L’assedio di Delhi. 1857 Lo scontro finale fra l’ultima dinastia Moghul e l’impero britannico (2007).

Pur non essendo certo ispirata dai post colonial studies, all’interno della sua opera, oltre a ricostruire anche da storico dell’arte quale è lo splendore della civiltà indiana passata, non manca mai l’occasione di sottolineare le violenta trasformazione e lo sfruttamento imposto dall’impero britannico e dalla Compagnia delle Indie sulla società, la cultura, l’economia e le tradizioni politiche e religiose del sub-continente indiano. Un’attenzione che, un po’ come quella di Rudyard Kipling, decisamente più ispirata però da una percezione di stampo ancora coloniale, deriva dal suo incontro con l’India a partire dalla gioventù.

Il mio primo contatto con Delhi avvenne quando avevo diciotto anni: vi giunsi nella nebbiosa notte invernale del 26 gennaio 1984. […] Non sapevo assolutamente nulla dell’India.
Avevo trascorso l’infanzia nella Scozia rurale, sulle sponde del Firth of Forth, e tra i miei compagni di scuola ero probabilmente quello che aveva viaggiato di meno. I miei genitori erano convinti di vivere nel luogo più bello che si potesse immaginare, e di rado ci portavano in vacanza, a parte un’annuale gita primaverile in un angolo delle Highlands scozzesi, anche più fredde e umide di casa nostra. Forse per questa ragione Delhi ebbe su di me un effetto maggiore e più sconvolgente di quanto avrebbe avuto su adolescenti più cosmopoliti.
[…] Ormai da oltre vent’anni divido il mio tempo fra Londra e Delhi, e la capitale indiana resta la mia città preferita. E’ soprattutto il rapporto della città con il suo passato che continua ad affascinarmi: tra le più grandi città del mondo, solo Roma, Istanbul e Il Cairo possono pretendere di rivaleggiare con Delhi per l’ampiezza e il numero dei resti storici5.

Un interesse che è tutt’altro che organizzato intorno all’esotismo o alla nostalgia di un passato che non c’è più, ma tutto rivolto a collegare la storia di un paese immenso, che già attrasse l’attenzione e le velleità espansionistiche di Alessandro Magno, con le sue proiezioni sul presente, soprattutto sulla cultura occidentale e asiatica. Senza, naturalmente, passare attraverso le curiosità di stampo new age o hippy che troppo spesso hanno suscitato la vacua attenzione del pubblico occidentale.

Così come l’autore fa nell’ultimo testo pubblicato da Adelphi, ma uscito in lingua originale nel 2024, in cui le dieci storie che compongono gli altrettanti capitoli seguono le rotte marittime che per secolo permisero la diffusione della cultura e della scienza indiana, insieme alle ricchezze del sub-continente, di diffondersi nel resto del mondo attraverso la Via dell’Oro che dà il titolo all’opera.

Grazie ai venti del monsone asiatico, l’India si trova al centro di una vasta rete di rotte marittime e commerciali navigabili. Ogni estate, il riscaldamento dell’altopiano tibetano genera un’area di bassa pressione che attira i venti freschi e umidi dal Golfo del Bengala. Ogni inverno, al contrario, venti freddi e secchi spirano dalle nevi dell’Himalaya verso i caldi mari circostanti. La penisola indiana è situata nel mezzo di questo vortice di venti che soffiano in una direzione per sei mesi all’anno e si invertono nei sei mesi successivi. La regolarità e la prevedibilità di questo fenomeno naturale danno origine ai monsoni, che per millenni hanno permesso ai marinai indiani di spiegare le vele e lanciarsi negli oceani circostanti, per poi rientrare in sicurezza quando i venti si invertivano.
Gli antichi mercanti indiani sfruttavano le vie marittime dell’Asia monsonica per viaggiare in due direzioni. Molti si dirigevano a ovest, approfittando dei venti invernali, fino alle coste orientali dell’Africa e ai prosperi regni dell’Etiopia. Qui si trovavano dinanzi a una scelta: seguire il ramo settentrionale, che attraverso il Golfo Persico conduceva in Iran e in Mesopotamia, oppure il ramo meridionale, che attraverso il Golfo di Aden li portava nel Mar Rosso e in Egitto. I mercanti diretti a ovest arrivavano con gli alisei all’inizio dell’estate e tornavano in India con il monsone estivo in agosto. Con i venti a favore, la navigazione dalla bocca del Mar Rosso al Gujarat richiedeva appena quaranta giorni. Tuttavia, perdere i venti poteva prolungare il viaggio di andata e ritorno fino a un anno, costringendo i mercanti a una lunga vacanza forzata in riva al Nilo. Il percorso terrestre equivalente, attraverso l’Afghanistan con carovane di cammelli, richiedeva almeno il triplo del tempo.
Per circa tre secoli, a partire dalla battaglia di Azio del 31 a.C. e dalla successiva integrazione dell’Egitto nel sistema imperiale romano, le principali arterie commerciali tra Oriente e Occidente non furono le rotte terrestri, spesso sbarrate dal conflitto tra Roma e i Parti, bensì la Via dell’Oro dei mari aperti, che solcava le turbolente acque del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano (W. Dalrymple, op. cit., pp. 17-18. )).

Una storia, quella ricostruita da Dalrymple che, per motivi diversi e con modalità narrative differenti, si affianca a quella della Via della Seta, tra Cina e Occidente, che è stata ricostruita da Peter Frankopan, docente di Storia bizantina all’Università di Oxford, senior research fellow al Worcester College e direttore dell’Oxford Centre for Byzantine Research, in tempi quasi altrettanto recenti (2015)6. Due ricostruzioni utilissime per comprendere come la pretesa centralità politica ed economica, oltre che culturale, dell’Occidente non rappresenti altro che una momentanea illusione di stampo coloniale una volta messa a confronto con i tempi lunghi e lunghissimi della storia planetaria.

Motivo per cui, avvicinandosi il momento della necessaria chiusura di questa recensione, vale almeno la pena di ricordare la storia narrata, a partire dallo sperduto sito archeologico di Mes Aynak, tra le cui grotte si era nascosto in tempi più recenti Osama Bin Laden, nel terzo capitolo di La Via dell’Oro, intitolato Il grande re, re dei re, figlio di dio, di un antico impero formatosi tra le montagne dell’attuale Afghanistan, ad opera di un popolo nomade di pastori, quello dei Kushana, che costituì una fondamentale occasione per la diffusione del buddhismo dall’India verso la Cina e uno snodo importante per i rapporti dell’Asia centrale con l’impero romano.

I Kushana in origine erano un popolo di pastori nomadi indoeuropei che si spostavano tra le oasi desertiche dell’Asia centro-orientale. Gli antichi imperi cinesi li conoscevano inizialmente come Yuezhi. I loro autoritratti su monete e sculture li raffigurano come uomini di corporatura robusta, all’apparenza di ceppo iranico. […] Intorno al 160 a.C. gli Yuezhi/Kushana migrarono verso sud, forse a causa dell’espansione dell’Impero cinese Han, e si stabilirono nell’odierno Afghanistan. Qui finirono col sopraffare gli ultimi greci di Battriana, i discendenti dei macedoni che erano rimasti bloccati nella regione dopo la prematura morte di Alessandro Magno e la disgregazione del suo impero.
[…] Col passare del tempo, i Kushana si lasciarono definitivamente alle spalle le loro radici tribali scitiche e nomadiche e adottarono diversi aspetti dell’ellenismo stanziale dei loro predecessori greci di Battriana, le cui monete iniziarono presto a imitare. Al tempo stesso, i Kushana si ispirarono anche alle tradizioni dei Parti, che allora dominavano le pianure della Persia orientale. In tal modo, finirono con l’abbracciare un pantheon insolitamente ampio, come testimoniano le loro monete che raffigurano più di trenta divinità provenienti dalle diverse tradizioni religiose presenti nei loro domini. E a misura che i Kushana si espandevano verso sud, il loro culto pubblico si orientava sempre più verso le divinità, le religioni e le filosofie dell’India.
Paradossalmente, l’ascesa del buddhismo indiano in Asia Centrale sembra essere iniziata proprio nel momento in cui gli eserciti kushana marciavano verso sud in direzione dell’India. Le conquiste dei Kushana, infatti, anziché isolare il Subcontinente, aprirono i passi un tempo invalicabili dell’Hindu Kush, permettendo ai monaci buddhisti di attraversarli nella direzione opposta e, col tempo, di costruire cappelle, stupa e monasteri, convertendo gradualmente le popolazioni locali alla propria fede. Alla fine, sarà proprio il patrocinio kushana del buddhismo a consentirgli di diffondersi in tutta l’Asia Centrale e fino in Cina.
[…] Fu solo con la conquista dei passi dell’Hindu Kush da parte dei Kushana tra il I e il II secolo d.C. e la conseguente intensificazione degli scambi commerciali attraverso le montagne, tra il Tagikistan e il porto fluviale di Barbarikon, presso l’odierna Karachi, che i mercanti buddhisti indiani iniziarono a stabilirsi nella regione in numero significativo7.

Proprio il prospero porto di Barbarikon, situato alla foce dell’Indo, avrebbe poi costituito un momento centrale degli scambi tra l’Asia Centrale e l’impero di Roma, bypassando il regno dei Parti che costituì sempre un severo ostacolo militare sia per l’espansione romana che dei regni e imperi dell’Asia centrale. Così, dopo l’incontro tra ambasciatori “indiani” e l’imperatore Traiano, ancora ricordato sulla Colonna Traiana dove gli emissari asiatici sono rappresentati mentre indossano turbanti e pantaloni, e dopo la promessa dei Romani di pagare i prodotti dei Kushana in oro, gli scambi tra l’Egitto romano e il regno afghano si svilupparono in maniera decisamente significativa.

Dai porti kushana come Barbarikon cominciò a transitare una gran quantità di beni di lusso occidentali, tra cui oro e vino romani, provenienti da Alessandria e dai porti del Mar Rosso; da lì risalivano l’Indo e raggiungevano le capitali settentrionali dei Kushana, come Taxila, Pushkalavati presso Peshawar, e Bagram, nelle pianure a nord di Kabul. A Pushkalavati è stata rinvenuta un’intera cantina vinicola colma di anfore romane, curiosamente situata accanto a un santuario buddhista8.

Dando via ad una sorta di globalizzazione dei commerci e delle conoscenze ben più antica di quella promossa con tanta enfasi negli ultimi decenni a partire dall’Occidente. Con buona pace dei suoi estimatori e dei suoi mentori politici e mediatici che ne sottolineano da sempre la “novità”.


  1. Ed. originale: I. McDonald, Cyberabad Days (2009) ora tradotto in italiano nella collana «Urania Jumbo» n° 28, Mondadori Libri S.p.a., Milano febbraio 2022.  

  2. B. Sterling, Un futuro all’antica, collana «Solaria» n° 9, Fanucci Editore, Roma, settembre 2000 (titolo originale: A Good Old-fashioned Future, 1999).  

  3. Edito in Italia nel 2021 da SEM Editore.  

  4. W. Dalrymple, L’indosfera, in La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 14-17.  

  5. W, Dalrymple, Introduzione a Delhi 1857. Lo scontro finale fra l’ultima dinastia Moghul e l’impero britannico, RCS Libri S.p.a., Milano 2007, pp. 16-18.  

  6. Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, Milano 2017.  

  7. W. Dalrymple, op. cit., pp. 102-106.  

  8. Ibidem, p. 109.  

]]>
Oltre i limiti dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2017/09/28/oltre-limiti-delloccidente/ Wed, 27 Sep 2017 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40663 di Sandro Moiso

Peter Frankopan, LE VIE DELLA SETA. Una nuova storia del mondo, Mondadori 2017, pp.725, € 35,00

Per decenni, se non addirittura secoli, le ricostruzioni della storia del mondo trasmesse dalla scuola e dalla ricerca storica occidentale hanno fatto perno sul Mediterraneo e sull’Europa come centro di irradiazione della civiltà e del progresso umano. Facendo grazia giusto al Vicino Oriente e alla Mezzaluna fertile nel ricordare il loro contributo allo sviluppo dell’agricoltura e delle prime società statuali.

In realtà questa ricostruzione, sostanzialmente giudaico-cristiana e greco-romana nelle sue origini, è stata vieppiù rafforzata dalla conquiste imperiali messe in atto [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Frankopan, LE VIE DELLA SETA. Una nuova storia del mondo, Mondadori 2017, pp.725, € 35,00

Per decenni, se non addirittura secoli, le ricostruzioni della storia del mondo trasmesse dalla scuola e dalla ricerca storica occidentale hanno fatto perno sul Mediterraneo e sull’Europa come centro di irradiazione della civiltà e del progresso umano. Facendo grazia giusto al Vicino Oriente e alla Mezzaluna fertile nel ricordare il loro contributo allo sviluppo dell’agricoltura e delle prime società statuali.

In realtà questa ricostruzione, sostanzialmente giudaico-cristiana e greco-romana nelle sue origini, è stata vieppiù rafforzata dalla conquiste imperiali messe in atto dalle potenze coloniali attraverso le quali si sono imposti, in patria e all’estero, non solo i principi economici del nascente e del successivo tardo-capitalismo, ma una visione del mondo e dei destini dell’uomo che ha fatto dell’Occidente il centro di irradiazione di civiltà, saggezza, giustizia, libertà e sviluppo economico.

Una visione deformata della storia degli ultimi cinque millenni che è servita sostanzialmente a giustificare il predominio prima europeo e poi statunitense sul mondo intero, di cui il white man burden ha costituito uno dei tanti corollari razzisti ed ipocriti; dimostrando così come le odierne “narrazioni tossiche” abbiano radici piuttosto lontane.

Da qualche tempo, però, l’ascesa di nuove potenze mondiali come la Cina e l’India (solo per citare le due più importanti) ha costretto anche la storiografia occidentale, ed in particolare anglo-sassone, a fare i conti con le nuove realtà emergenti e con le fasulle verità propinate nei corsi scolastici ed universitari per così tanto tempo.

Di questa nuova attenzione per una diversa storia del mondo è testimone il testo di Peter Frankopan, docente di Storia bizantina all’Università di Oxford, senior research fellow al Worcester College e direttore dell’Oxford Centre for Byzantine Research, uscito in lingua originale nel 2015 e pubblicato recentemente in Italia da Mondadori. Attenzione che testimonia in maniera evidente come la storia, e soprattutto la sua interpretazione, sia tutt’altro che immutabile e sia invece piuttosto influenzata dal variare delle condizioni socio-economiche e cultural-politiche che sono alla base della sua produzione.

Come afferma l’autore, citando un testo dell’antropologo Eric Wolf sui popoli senza storia: “La storia della civiltà comunemente e pigramente accettata è una storia in cui «l’antica Grecia generò Roma, Roma generò l’Europa cristiana, l’Europa cristiana generò il Rinascimento, il Rinascimento l’Illuminismo. L’Illuminismo la democrazia politica e la rivoluzione industriale. L’industria, unita alla democrazia, a sua volta ha prodotto gli Stati Uniti, dando corpo ai diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.» Mi resi conto immediatamente che questa era proprio la versione che mi era stata raccontata: il mantra del trionfo politico, culturale e morale dell’Occidente. Ma questo resoconto era fallace; c’erano altri modi di guardare alla storia, modi che non implicavano di guardare al passato dal punto di vista dei vincitori della storia recente.”1

Il Mar Mediterraneo, con il suo significato di centro della Terra, e successivamente gli Oceani avevano finito col divenire il centro non solo dei traffici economici, ma anche dell’interpretazione della storia del mondo, fornendo così alle potenze talassocratiche 2 (Atene, Roma, Spagna, Olanda , Gran Bretagna e Stati Uniti) una giustificazione e un ruolo determinante nello sviluppo non delle, ma della civiltà.

In realtà il cuore del mondo, il Mediterraneo vero, era stato costituito per secoli dalle società e dalle civiltà che si erano sviluppate all’interno dell’enorme massa continentale costituita dal Vicino e Medio Oriente, dalla Russia, dall’altipiano iranico e dai territori desertici e/o montuosi che si estendevano dal Caucaso fino alla Cina e all’India, passando per l’Afghanistan e l’Himalaya.
Un’area emersa enorme che ancora oggi comprende quasi i due terzi della popolazione mondiale.

Ma che già millenni or sono aveva costituito il terreno sul quale si erano formate le prime civiltà urbane, i primi traffici internazionali con i conseguenti scambi non solo di merci e prodotti ma anche culturali e si erano incrociate le filosofie e le interpretazioni cosmologiche destinate a dar vita alle grandi religioni. Non solo monoteistiche.
Fu su questo ponte tra l’Est e l’Ovest che circa 5000 anni fa vennero fondate grandi metropoli, fu qui che le città di Harappa e Moenjo-daro, nella valle dell’Indo, fiorirono come meraviglie del mondo antico, con popolazioni che ammontavano a decine di migliaia di abitanti e strade che si connettevano in un sofisticato sistema fognario che non sarebbe stato uguagliato in Europa per migliaia di anni.3

E mentre oggi uno dei motivi che spingono a riflettere su quale sia stato per millenni il vero centro del mondo può essere una conseguenza della crescita economica cinese che rappresenta attualmente il 17% dell’economia mondiale, va ricordato che anche questa “recente scoperta” è semplicemente il frutto di una rimozione secolare del fatto che almeno fino agli albori del XVIII secolo proprio la Cina avesse costituito l’economia più importante del pianeta, rappresentando da sola, nel XV e XVI secolo, tra il 25 e il 30% dell’intera economia mondiale. Come è sintetizzato nella tabella pubblicata qui di seguito.

E’ chiaro che quell’economia, insieme a tutte le altre che la circondavano e ad essa erano correlate, aveva costituito il fondamento di traffici e aperture di via di terra che sarebbero poi andate sotto il nome di Via o vie della Seta,4 che per secoli avrebbero costituito il maggior canale di collegamento tra Est e Ovest.

La storia di queste vie è tracciata da Frankopan attraverso venticinque intensi e densissimi capitoli, ognuno caratterizzato da un tema centrale indicato nel titolo: La Via delle Fedi, La Via della Rivoluzione, La Via dell’Argento, La Via dell’Oro nero, La Via del Grano, La Via della Guerra e così via, soltanto per citarne alcuni. Sottolineando come “per secoli, prima dell’era moderna, i centri intellettuali di eccellenza a livello mondiale, le Oxford e le Cambridge, le Harvard e le Yale, non si trovavano in Europa o in Occidente, ma a Baghdad e Balkh, a Bukhara e a Samarcanda. C’era una buona ragione perché le culture, le città e i popoli che vivevano lungo le Vie della Seta si sviluppassero e progredissero commerciando e scambiandosi le idee, imparavano e prendevano a prestito gli uni dagli altri, stimolando ulteriori avanzamenti […] Il progresso era essenziale, come sapeva anche troppo bene, più di 2000 anni fa, uno dei sovrani del Regno di Zhao, nella Cina nord-orientale, a un’estremità dell’Asia. «Avere talento nel seguire le strade di ieri» affermava re Wu-ling nel 307 a.C. «non è sufficiente a migliorare il mondo di oggi.»5

Osservando meglio i territori di cui si occupa il libro ci si accorgerà come essi appartengano in gran parte a quello che è stato definito Heartland,6 un concetto geopolitico di grande importanza e che ha visto come corollario quello di un Rimland, costituito dalla fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia, divisa in 3 zone: zona della costa europea; zona del Medio Oriente; zona asiatica.

Affinché una delle tre zone periferiche, quella rappresentata dall’Europa Occidentale, assumesse la rilevanza storica che le è stata successivamente attribuita occorse che , verso la fine del XV secolo, nell’arco di sei anni fossero gettate, a partire dal 1490 e grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo e Vasco da Gama, le basi di una radicale rottura del ritmo dei ben consolidati sistemi di scambio precedenti. “D’improvviso, da regione isolata e stagnante, l’Europa occidentale si trasformò nel fulcro di un sistema di comunicazione, trasporto e commercio in costante sviluppo, diventando il nuovo punto mediano tra Oriente e Occidente. L’ascesa dell’Europa scatenò un aspro scontro per il potere e il per il controllo del passato. Mentre i rivali si fronteggiavano, la storia fu riplasmata per dare risalto agli eventi, ai temi e alle idee che potevano essere utilizzati ei conflitti ideologici che divampavano di pari passo con la lotta per accaparrarsi le risorse e conquistare il dominio delle rotte marittime. […] La storia veniva distorta e manipolata per creare una martellante narrazione in cui l’ascesa dell’Occidente risultasse non soltanto naturale e inevitabile, ma la continuazione di ciò che era accaduto in precedenza.7

Questa lettura delle trasformazioni avvenute non solo a livello socio-economico, ma anche a livello di immaginario culturale suggerisce a chi legge anche un’altra osservazione: ossia che mentre sulla terra e sulle vie che occorre seguire per gli spostamenti sulla stessa si sono sempre dovute ricercare strategie destinate a rafforzare i legami tra gruppi, società ed individui affinché possano essere conseguiti risultati positivi e collettivi (l’altra ipotesi sarebbe quella della guerra permanente per modificare gli equilibri, ma questa impedirebbe lo sviluppo degli scambi e il miglioramento dei rapporti tra culture diverse e complementari), sul mare e sugli oceani finirà con l’affermarsi quel principio individualista ed egoistico di cui la guerra di corsa e la pirateria organizzati dagli stati, come già ben sapevano Adam Smith e Daniel De Foe, costituiranno la manifestazione più evidente e, allo stesso tempo insieme al traffico oceanico degli schiavi, la base per la rapina su cui si fonda la prima accumulazione capitalistica.
Proseguendo in tale riflessione si potrebbe, poi, aggiungere che il dominio dell’aria e dei cieli hanno infine portato all’estreme conseguenze tale distacco dai principi umani di condivisione e collaborazione, come i bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili, lontane e invisibili per l’occhio di chi uccide, e l’uso omicida dei droni ben dimostrano ancora e soprattutto oggi.

L’arco di parecchi millenni che il testo di Frankopan ricostruisce giunge fino ai nostri giorni e ai conflitti attuali e non evita di ricordare come la riflessione “storica” che ha dato il via allo studio sull’importanza passata delle vie della seta nasca proprio dalla crisi dell’Occidente e dal suo ruolo di dominio nel mondo. Giungendo a sottolineare come i conflitti attuali, che sconvolgono il pianeta e in particolare molti territori toccati dalle antiche vie, siano dovuti alla necessità di ridefinire chi governerà il futuro e le vie della seta che stanno tornando a tracciarlo.

Al di là infatti dell’autentico ciarpame ideologico che sembra motivare sia le iniziative dello Stato Islamico sia le altrettanto fasulle “guerre per la libertà e la democrazia” promosse dagli Stati Uniti in quell’area a partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, ciò che l’autore sottolinea è che: “Da molti punti di vista, la fine del XX secolo e l’inizio del XXI si sono rivelati disastrosi per gli Stati Uniti e l’Europa, impegnati nella loro fallimentare battaglia per mantenere la loro posizione nei territori di vitale importanza che collegano l’Est con l’Ovest. Ciò che è apparso evidente negli ultimi decenni è la mancanza di prospettiva dell’Occidente rispetto alla storia globale, ovvero rispetto al quadro complessivo, ai temi più vasti e agli schemi più ampi che sono in gioco nella regione. Nelle menti dei pianificatori, dei politici, dei diplomatici e dei generali, i problemi dell’Afghanistan, dell’Iran e dell’Iraq sembrano distinti, separati e soltanto vagamente connessi tra loro.8 Azzardando un paragone, si potrebbe dire che la “cura” occidentale per i problemi della regione riproduce l’approccio medico occidentale per la cura del corpo: curare la malattia oppure la singola parte malata senza preoccuparsi del resto del corpo e delle conseguenze che la cura potrebbe avere sullo stesso o su altre sue parti.

Ma c’è ben di più in gioco, al di là dei maldestri interventi occidentali in Iraq e in Afghanistan, o dei tentativi di esercitare pressioni in Ucraina, in Iran o altrove. Da est a ovest, stanno ancora una volta rinascendo le Vie della Seta […] Sono tutti segnali che indicano che il centro di gravità del mondo si sta spostando, per ritornare nel punto dove è stato per millenni.9
Per potere affermare ciò ci sono ragioni evidenti, al di là dello sviluppo economico cinese: prima di tutto le ricchezze naturali della regione. Per fare un unico e significativo esempio, basti pensare “che le riserve combinate di greggio sotto il mar Caspio ammontano, esse sole, quasi al doppio di quelle di tutti gli Stati Uniti.10

Ma ai giacimenti petroliferi di grandissima rilevanza che si estendono dal Kurdistan al Kazakistan e alla Russia, occorre aggiungere l’enorme bacino carbonifero del Dombass e la presenza diffusa di ingenti quantità di gas naturali, di cui soltanto il Turkmenistan controlla il quarto più grande giacimento del mondo: 20.000 miliardi di metri cubi stimati. Seguono poi i giacimenti auriferi.dell’Uzbekistan e del Kirghizistan, secondi soltanto al bacino del Witwatersrand in Sud Africa. Senza contare e senza stare ad elencare tutte le are ricche di materiali preziosi quali il berillio, il disprosio e tutte le altre “terre rare”, indispensabili per l’industria elettronica moderna, oltre all’uranio e al plutonio.

La terra riveste poi una grande importanza per l’agricoltura, in particolare nella steppa russa caratterizzata da una vasta presenza di chernozem (letteralmente “terra scura”), molto fertile e ricercata, che caratterizza, ad esempio, gran parte del suolo dell’Ucraina.
Le nuove Vie della Seta possono essere costituite anche dagli imponenti gasdotti ed oleodotti per il cui controllo già si combatte più o meno distintamente e che, in alcuni casi, sembrano seguire esattamente i percorsi degli antichi mercanti. Gasdotti ed oleodotti che non convergono più soltanto su un unico centro di sviluppo centrato ad Ovest, ma anche verso la Cina e l’India.

Proprio attraverso di essi “la Cina si garantisce forniture di gas per i prossimi trent’anni, per un valore di 400 miliardi di dollari per l’intera durata del contratto. Questa somma astronomica, da pagare parzialmente in anticipo, offre a Pechino la sicurezza energetica a cui ambisce, oltre che giustificare il costo del nuovo gasdotto stimato in 22 miliardi di dollari, e garantisce a Mosca libertà di manovra e ulteriore forza nei rapporti con vicini e rivali. Non sorprende, quindi, che la Cina sia stato l’unico stato membro del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite a non ammonire la Russia per le azioni intraprese durante la crisi ucraina del 2014; la fredda realtà del commercio reciprocamente vantaggioso è un argomento molto più convincente della politica del rischio calcolato dell’Occidente.11

E poi, naturalmente, vengono i trasporti. “La rete dei trasporti, proprio come quella dei gasdotti, si è spaventosamente estesa negli ultimi tre decenni. Importanti investimenti nelle ferrovie transcontinentali hanno già aperto linee per il traffico merci lungo gli 11.000 chilometri della ferrovia Yuxinou, che collega la Cina con un grande centro di distribuzione nei pressi di Duisburg, in Germania […] Treni lunghi quasi un chilometro hanno cominciato a trasportare milioni di computer portatili, scarpe, vestiti e altre merci non deperibili in una direzione, ed elettronica, pezzi di ricambio ed apparecchiature mediche nell’altra, in un viaggio che dura sedici giorni, molto più veloce della rotta marittima dai porti cinesi sul Pacifico.12 Per questo motivo, oltre che per un minor costo del lavoro nelle sue province occidentali, la Cina ha iniziato a spostare importanti aziende in prossimità di quella che un tempo costituiva “la Porta di Zungaria, l’antica porta di ingresso all’Ovest del paese, dalla quale passano oggi i treni moderni.13

Fermiamoci un attimo e comprenderemo perché questo testo, così affascinante nella sua descrizione del passato, è così utile per la comprensione del presente. Anche per chi si vuole opporre al modo di produzione attuale e ai suoi principi, poiché il centro del mondo si sta spostando e il parto non sarà facile.
L’heartland sta trionfando sulle passate potenze marittime e lo dimostra anche il fatto che le merci possano oggi spostarsi più velocemente al suolo che non sui mari, così come è stato invece negli ultimi cinque secoli. Forse questo può aiutarci a comprendere anche l’attuale crisi delle grandi compagnie dedite ai trasporti marittimi di cui si è parlato recentemente anche su Carmilla.14

Così come il fatto che dalla Germania la ferrovia, di cui si è parlato sopra, proseguirà per la Francia e Parigi, senza dover superare barriere montagnose, ci spiega l’attuale indifferenza francese nel progetto dell’alta velocità in Val di Susa e del suo mefitico ed inutile tunnel di 57 chilometri. Chiarendo, altresì, perché la Germania, ancora una volta, tornerà obbligatoriamente ad oscillare come centro di interesse tra Occidente ed Oriente, tra Europa e Stati Uniti da una parte ed Eurasia dall’altra. Suggerendoci infine che tutte le interpretazioni puramente ideologiche, sia di destra che di sinistra, entrambe antiquate, sono perfettamente inutili per affrontare la tempesta che sta arrivando.

Come afferma lo stesso Frankopan: “L’era dell’Occidente è a un crocevia, se non al capolinea. […] Il mondo intorno a noi sta cambiando. Stiamo entrando in un’era in cui il dominio politico, militare ed economico dell’Occidente comincia ad essere messo in discussione, provocando un senso di incertezza inquietante15 e “Mentre le forze dell’ordine sono impegnate in un costante gioco del gatto col topo con chi sviluppa nuove tecnologie miranti al controllo del futuro, la battaglia per il passato sta ugualmente assumendo un’importanza decisiva nella nuova epoca in cui stiamo entrando.16 Con buona pace di Trump e dei suoi recenti e minacciosi discorsi alle Nazioni Unite, non certo rivolti soltanto alla Corea del Nord, che rivelano l’apprensione con cui la nazione padrona dei mari guarda allo sviluppo delle nuove vie della seta.


  1. Frankopan, pp.5-6  

  2. dal greco θαλασσα, mare, e κρατος, potere 

  3. pp.7-8  

  4. Come le avrebbe definite verso la fine del XIX secolo un importante geologo tedesco, Ferdinand von Richthofen: Seidenstraße, Vie della Seta.  

  5. pag.10  

  6. L’ideatore del concetto di Heartland fu un generale e geopolitologo britannico, Sir Halford Mackinder, che la sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia. Teoria che egli condensava in una singola frase: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo». Cfr: https://www.carmillaonline.com/2015/09/16/vae-victis-germania-1-sulla-loro-pelle/  

  7. pag.11  

  8. pag.581  

  9. pag.582  

  10. pag.582  

  11. pag.589  

  12. pp.589-590  

  13. pag.590  

  14. cfr. https://www.carmillaonline.com/2017/08/10/uno-tsunami-planetario/  

  15. pp.593-595  

  16. pp.591-592  

]]>