Patti Lateranensi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Don Camillo, Peppone e il silenzio degli innocenti https://www.carmillaonline.com/2021/11/10/don-camillo-peppone-e-il-silenzio-degli-innocenti/ Wed, 10 Nov 2021 21:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69158 di Sandro Moiso

No, non si tratta del titolo di un inedito di Giovanni Guareschi e nemmeno di quello di un nuovo sceneggiato televisivo con Terence Hill. Entrambi non sarebbero all’altezza dell’orrore di cui si è tornato a parlare in questi giorni: quello degli abusi perpetrati da decenni, e in tutto il mondo, dai rappresentanti della Chiesa, di ogni ordine e grado, in tonaca oppure laici, nei confronti di minori di ogni sesso ed età.

I numeri parlano chiaro, anche se sono ancora, in generale, sicuramente inferiori a quelli reali. Numeri che, [...]]]> di Sandro Moiso

No, non si tratta del titolo di un inedito di Giovanni Guareschi e nemmeno di quello di un nuovo sceneggiato televisivo con Terence Hill. Entrambi non sarebbero all’altezza dell’orrore di cui si è tornato a parlare in questi giorni: quello degli abusi perpetrati da decenni, e in tutto il mondo, dai rappresentanti della Chiesa, di ogni ordine e grado, in tonaca oppure laici, nei confronti di minori di ogni sesso ed età.

I numeri parlano chiaro, anche se sono ancora, in generale, sicuramente inferiori a quelli reali. Numeri che, nonostante tutto, sono utilizzati anche per “limitare” le responsabilità specifiche di Santa Madre Chiesa. Come succede in Francia in cui si fa ben attenzione a distinguere le responsabilità tra i 330.000 casi che potrebbero dover essere risarciti, con il susseguente e gravissimo danno economico per la chiesa francese. 216.000 episodi di pedocriminalità sarebbero infatti attribuibili direttamente a rappresentanti del clero, mentre altri 114.000 a non meglio identificati “laici” (Diaconi? Semplici “fedeli”? Altri figuri? Boy Scouts?).

Ma se il caso francese scuote le casse più che le coscienze della Chiesa, è da anni ormai che si parla dei crimini perpetrati nei confronti dei minori dal Canada agli Stati Uniti, dall’Australia al Messico, dalla Germania alla Polonia e all’Irlanda. Anche se è chiaro che i numeri sono ancora circoscritti alle inchieste che hanno effettivamente rilevato le responsabilità penali di vescovi, cardinali, preti e altri chierici di ogni ordine e grado1.

Senza contare, come dimostra l’autentica strage di bambini nativi messa in opera nel corso di alcuni secoli in Canada dai rappresentanti dei gesuiti e di altri ordini della Chiesa, che sarebbe ancora più difficile contabilizzare con esattezza le vittime “sacrificali” imposte dall’azione di cristianizzazione dei “selvaggi”, che come ben si sa doveva dominare sui corpi oltre che sulle menti. Opera che la Chiesa ha saputo condurre ormai da almeno quindici secoli, prima sul territorio europeo, come si è già scritto più volte proprio qui su Carmilla, e poi nel resto del mondo.

Spesso il linguaggio ecclesiastico si è ammantato di termini come fede, appartenenza, gerarchia, comunione, spirito santo: ma quante volte queste parole saranno state usate per piegare, convincere, sedurre e costringere, per scopi che definire ignobili sarebbe ancora troppo poco ?
E quante volte l’inossidabile rete delle parrocchie, vero punto di forza del clero cattolico e dell’autorità papale fin dal Medio Evo, è stata testimone e luogo di tali violenze sugli unici e veri “agnelli di Dio”?

Soprattutto qui in Italia, dove sembrano essere assenti dati reali su un fenomeno così diffuso nel resto del mondo da essere ormai inseparabile dagli atti e dalla vita “sociale” della Chiesa cattolica, “santa”, apostolica e romana.
Eppure, eppure…

Nell’italietta sempre democristiana e sempre fascista, almeno fino a quando i rappresentanti politici, di destra o sinistra fa lo stesso, continueranno a rinnovare il Concordato, soltanto lievemente modificato rispetto a quello firmato con i Patti Lateranensi dl 1929, si fa finta di nulla, come al solito.
Le “cose brutte” accadono sempre altrove, perché, in fin dei conti, noi italiani, siamo “brava gente”. E quindi anche i nostri preti. Quindi gli oratori sono luoghi di socializzazione e il catechismo per i bimbi serve ad inserirli nella “comunità”, non importa se di uno dei più mostruosi apparati repressivi che la storia abbia mai visto in atto.

Basta, al solerte popolo italiano, avere un “papa buono”, come Giovanni XXIII, per dimenticare che quel Vaticano di cui fu sommo rappresentante era stato precedentemente retto da un Papa che aveva dato più di un aiutino ai gerarchi fascisti e nazisti in fuga oppure a mantenere la continuità, “senza rotture” come voleva anche Confindustria, tra regime e repubblica.

Che laica non è mai stata, se si considerano le continue interferenze della santa sede non solo in materia politica ed elettorale fin dal 1948, ma anche nelle scelte di semplice civiltà liberale (matrimonio, divorzio, diritti civili, aborto, quest’ultimo ancora definito omicidio da un altro e contemporaneo “papa buono” e “progressista”) che hanno contraddistinto altri paesi, non soltanto di segno protestante, e facendo sì che oggi, nella nazione che ha dato i natali a Mussolini e a una valanga di altri impostori di sinistra, si ritenga di sinistra ciò che appartiene semplicemente e naturalmente al liberalismo.

Un paese culturalmente arretrato, dove si urla ogni quarto d’ora al “lupo fascista”, ma che dell’autoritarismo religioso e patriarcale non sa fare a meno. In cui sia Matteo Salvini che il leader No Green Pass Stefano Puzzer possono impugnare il rosario come simbolo identitario, oppure Chiesa e Partito Comunista hanno potuto tranquillamente farsi piedino sotto il tavolo di ogni trattativa, come alcune positive valutazioni del Concordato, in occasione del Convegno “Problemi e prospettive dei Patti Lateranensi a 25 anni dalla revisione”, organizzato dalla Fondazione della Camera dei Deputati, dell’allora presidente Napolitano (sì, proprio lui, l’uomo del PCI che brindò alla repressione, ad opera dei carri armati sovietici, della rivolta operaia ungherese del 1956) sembrano ancora confermare:

“Solo pochi giorni or sono sono stati ricordati gli ottant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi, che hanno posto fine ad un’epoca segnata da profonde lacerazioni fra lo Stato italiano e la Chiesa; oggi ricorrono i venticinque anni trascorsi dalla conclusione dell’Accordo di modificazione del Concordato, che ha consentito di consolidare le relazioni e di arricchirle di sempre nuovi contenuti anche a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione. E’ pertanto quanto mai opportuna l’occasione di riflessione offerta dall’importante convegno di studi promosso dalla Fondazione Camera dei Deputati. Dall’insieme degli accordi del 1929 e del 1984 e dei principi enunciati nella Carta Costituzionale, che all’articolo 7 sancisce il principio secondo il quale “Chiesa e Stato sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani”, si è andata sviluppando una collaborazione feconda fra lo Stato e la Santa Sede. Tale rapporto, ispirato al rispetto reciproco, si traduce in un’operosa convergenza di sforzi volti al bene comune, nel pieno riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Sono certo che il fruttuoso dialogo esistente tra le istituzioni italiane e la Chiesa, ribadito in occasione della visita ufficiale di Sua Santità Benedetto XVI al Quirinale il 4 ottobre scorso, potrà ulteriormente intensificarsi consentendo alla comunità nazionale di affrontare le sfide del XXI secolo forte della condivisione dei principi e dei valori che sono alla base della nostra identità culturale e spirituale” (qui).

Don Camillo e Peppone, nonostante le critiche da “sinistra” all’opera di Guareschi, confermano la loro attualità rimanendo sulla breccia, in un profluvio di ignoranza e arretratezza culturale che, qui al centro dell’impero ecclesiastico delle gerarchie nere e bianche e delle “eminenze grigie”, non ha nulla da invidiare ad altre esperienze sociali e religiose che ogni giorno ci vengono indicate come nemiche e arretrate. Madrase (madāris), scuole coraniche, studenti coranici (talebani), in cui, ad esempio, viene individuato ipocritamente l’inizio e la continuazione di una condizione femminile subordinata, repressa e brutalizzata (non soltanto nel corpo).

Dimenticando la “lunga” caccia alle streghe, i tribunali dell’Inquisizione che le interrogavano e torturavano e, in tempi a noi più vicini, le donne (per loro fortuna e merito, a giudizio di chi scrive) scomunicate per il giro tondo in Duomo a Milano nel 19762, oltre tutte le altre amenità costruite intorno alla figura sacrificale della donna madre, sposa e, possibilmente, “madonna” oppure colpevolizzata, torturata, repressa e uccisa, in un paese, sempre il nostro, in cui, dopo l’abrogazione del reato di adulterio nel 1968, dopo l’introduzione del divorzio nel 1970 (legge 898), dopo la riforma del diritto di famiglia nel 1975 (legge 151), dopo l’introduzione dell’aborto nel 1978 (legge 194), le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate soltanto il 5 agosto 1981 (legge 442).

Un paese dove lo “scandalo” del femminicidio è sempre poco collegato alla concezione della sacralità del matrimonio e del ruolo sottomesso della donna, “sposa” o “fidanzata” che sia.
Una mentalità arcaica in cui il ruolo della Chiesa nella sua diffusione, nonostante i piagnistei papali alla finestra affacciantesi su Piazza San Pietro, non ha eguali e in cui l’istruzione impartita ai minori nei catechistici corsi, così simili all’indottrinamento mussoliniano (Chi è Dio? Chi è il Duce?), ha ancora una funzione socio-culturale importantissima e altrettanto negativa. Motivo per cui se, come affermava Marx, “la religione è l’oppio dei popoli”, lo stivale al centro del Mediterraneo è la patria dei bigotti oppiomani.

Forse proprio per tutti questi motivi, in Italia, non esiste ancora un’associazione per la denuncia dei crimini della Chiesa contro i minori che abbia la forza di quello francese, La Parole liberée, nata a Lione nel 2015 per opera delle vittime delle violenze perpetrate in ambiente ecclesiastico e neppure una commissione indipendente come quella denominata Sauvé che ha indagato per tre anni sullo stesso tema, portando, il 5 ottobre di quest’anno, alla presentazione di un rapporto che, di fatto, ha già messo in ginocchio la chiesa non solo francese, aprendo prospettive disastrose per la stessa in tutto il mondo.

La fede in unico Dio, non solo costituisce una menzogna e una violenza fatta alla Natura e alla specie umana, ma è anche la fonte di odi e violenze giustificate soltanto dall’idea del popolo eletto e della crociata per imporre un’unica verità3. Forse sarebbe ora di superare il provincialismo, i timori, il perbenismo marcio di cui è permeato questo avanzo di paese, prima che sia dato libero sfogo all’ira, come nella Barcellona del luglio 19094 o nella Spagna del guerra civile (per non parlare delle rivolte medievali e moderne contro la corruzione della Chiesa e del papato).


  1. Si veda: Domenico Agasso, Lo tsunami della vergogna sull’Europa pioggia di denunce per 60 anni di abusi, «La Stampa», 9 novembre 2021  

  2. Si veda qui un interessante articolo dell’epoca  

  3. Come ha dimostrato Jan Assmann in due splendide ricerche storico- antropologiche: Non avrai altro dio (il Mulino, Bologna 2007) e La distinzione mosaica (Adelphi, Milano 2011)  

  4. Si veda: Escuela Moderna / Ateneo Libertario (a cura di), Chiese in fiamme, Milieu edizioni 2019, recensito su Carmilla il 1° luglio 2020  

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Tre secoli di guerra civile https://www.carmillaonline.com/2019/03/07/tre-secoli-di-guerra-civile/ Wed, 06 Mar 2019 23:01:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51175 di Sandro Moiso

Pierre Miquel, Le guerre di religione, Res Gestae, Milano, 2019, pp. 636, € 24,00.

L’autore di questo libro uscito in Francia nel 1980, al tempo docente presso la Sorbona, e per la prima volta in Italia nel 1981, certamente non si sarebbe trovato d’accordo con il titolo di questa recensione. Avrebbe, cioè, tenuto fermo il punto sullo scontro di carattere religioso avvenuto in Francia tra il 1523 e il 1771, il periodo di cui appunto l’ampia ricerca si occupa. Eppure, eppure…

Oggi, ancor più di ieri, è evidente agli occhi di chi scrive che spesso è più il [...]]]> di Sandro Moiso

Pierre Miquel, Le guerre di religione, Res Gestae, Milano, 2019, pp. 636, € 24,00.

L’autore di questo libro uscito in Francia nel 1980, al tempo docente presso la Sorbona, e per la prima volta in Italia nel 1981, certamente non si sarebbe trovato d’accordo con il titolo di questa recensione. Avrebbe, cioè, tenuto fermo il punto sullo scontro di carattere religioso avvenuto in Francia tra il 1523 e il 1771, il periodo di cui appunto l’ampia ricerca si occupa. Eppure, eppure…

Oggi, ancor più di ieri, è evidente agli occhi di chi scrive che spesso è più il presente o ancor meglio il futuro a determinare le coordinate della ricerca storica, più che il passato in sé. Si potrebbe forse addirittura affermare che il passato in sé non esiste, essendo rideterminato da ogni stagione di nuove riletture dello stesso, messe in opera sulla base delle esperienze e delle esigenze del presente oppure sulle ipotesi derivate da nuove prospettive future.
In questo senso, sia come ricercatori che come antagonisti del presente, occupandoci di Storia e di studi sociali, così come di qualsiasi altra scienza, possiamo essere tanto agenti del quanto agiti dal futuro.

Il semplice ricordo o la memoria del passato in sé spesso invece finiscono col coincidere con la nostalgia o la difesa conservatrice delle tradizioni e delle nozioni acquisite, mentre sono soltanto i cambiamenti in atto nel presente a costringere la ricerca storica a sfidare i suoi limiti, spesso semplicemente costituiti da verità ed affermazioni che si ritengono, soprattutto in ambito accademico, valide una volta per tutte. Ma i cambiamenti, presenti e futuri, di carattere sociale, culturale e politico, in ogni epoca, costringono ad una rilettura del passato poiché a nuovi immaginari, sempre derivanti dalla materialità del mondo circostante, servono nuovi elementi di conoscenza e nuove articolazioni interpretative per sviluppare le proprie iniziali intuizioni. Rendendo così possibile, infine, che spesso sia il futuro ad agire sul passato (e sul presente), più di quanto faccia il secondo sul primo.

Ecco allora che bene ha fatto Res Gestae, casa editrice da sempre impegnata nel recupero e nella ristampa di testi di storia da tempo scomparsi dal mercato editoriale italiano, a ripubblicare questo testo, denso di informazioni e allo stesso tempo di lettura piuttosto scorrevole, dedicato ai quasi tre secoli che precedettero sostanzialmente l’affermazione delle idee illuministiche e la rivoluzione francese. L’autore infatti ci teneva a sottolineare proprio questo: quei duecentocinquanta anni di violenze, rivolte, roghi, massacri e scontri militari erano serviti comunque a creare le basi per una nuova libertà di coscienza e della successiva Grande Rivoluzione.

Eventi che di fatto significarono l’uscita da un’epoca in cui il pensiero religioso era ancora onnicomprensivo, utile a spiegare tanto i fatti spirituali e morali ricollegabili all’aldilà quanto le esigenze concrete e politiche espresse dalla vita materiale nel mondo secolare. Già nel Principe, d’altra parte, Niccolò Machiavelli aveva sottolineato l’importanza della religione come strumento politico di governo, rivelando così, già agli inizi del XVI secolo, come la religione assuma particolare importanza nella lotta politica là dove non esistono ancora altri strumenti interpretativi della realtà di carattere politico o sociologico.

Proprio ciò che successe tanto al tempo delle eresie medievali che, forse, una più attenta analisi storica rivelerebbe trattarsi di una diffusa resistenza all’affermazione delle nuove regole di una società mercantile in via di progressivo assestamento, quanto abbiamo ancora visto succedere in età a noi più vicine con movimenti sociali come quello di Davide Lazzaretti, il Cristo dell’Amiata, oppure i primi moti della rivoluzione russa del 1905 con la presenza del pope Gapon oppure, ancora, con gli attuali sussulti del radicalismo islamico in tutte le sue componenti.

Movimenti che si ammantano di religiosità proprio in assenza di una teoria laica e politica che serva a spiegare determinate contraddizioni sociali fornendo agli oppressi e ai rivoltosi una prospettiva di cambiamento e di vittoria oppure, e in questo caso soprattutto per quanto riguarda il radicalismo islamico odierno, a causa del fallimento delle teorie politiche messe in atto per raggiungere determinati risultati. Ad esempio il fallimento del nazionalismo arabo di stampo nasseriano e del socialismo di stampo baatista.

Non c’è dubbio che nei tre secoli di storia francese magistralmente analizzati, sul piano dello scontro religioso, sociale, politico e militare, dal testo di Miquel le contraddizioni fossero tante e distribuite su più livelli. Cattolici contro protestanti; signori locali contro la monarchia in difesa delle loro autonomie; borghesi contro vescovi e signori feudali, talvolta al riparo degli editti del re, ma talvolta contro lo stesso; interessi imperiali contro interessi papali; interessi dei contadini liberi contro gli interessi feudali; servi della gleba contro i signori, ma anche investiti in quanto contadini dalle mire espansive della borghesia cittadina sulle terre comuni; la presenza esigua ma significativa di una prima “classe operaia” istruita, ad esempio quella degli stampatori di Lione, che però riveste ancora le vesti di un apprendistato destinato domani a farsi imprenditore1 che si esprimeva con una rimessa in discussione dei principi della Chiesa di Roma a partire dalle critiche che le erano state mosse da Lutero e da tutti gli altri Riformatori.

L’elenco potrebbe ancora essere lungo e il gioco combinatorio delle rivalità e delle contraddizioni allungarsi all’infinito, ma ciò che conta a questo punto è sottolineare che, nel corso dei due secoli e mezzo presi in esame, lo scontro e il gioco delle alleanze tra le varie componenti sociali contribuì soprattutto a ridefinire le forme del nascente Stato moderno, con la sua volontà accentratrice che in seguito la Rivoluzione del 1789 avrebbe contribuito a completare soltanto cambiando il segno della classe al comando.

Ecco allora perché è giusto parlare di guerra civile: proprio perché l’obiettivo ultimo di quello scontro che vide al suo centro per lungo tempo quello con gli Ugonotti, ma anche la straordinaria ultima ribellione dei camisards della Linguadoca e le violente dragonnades messe in atto dal potere reale per reprimerla insieme a tutte le altre rivolte precedenti oppure la nascita della bandiera rossa sulle mura della ugonotta e indipendente città marinara di La Rochelle, fu quello di ridefinire i rapporti di forza politici e sociali che avrebbero dovuto sostanziare la nuova forma statale che ne derivò e che, ripeto, si completò soltanto con l’affermazione della borghesia durante la Grande Rivoluzione.

Rivoluzione che, in quanto dialettica e materiale sintesi delle lotte che l’avevano determinata nel corso dei secoli precedenti, rappresentò non tanto la vittoria di uno dei due attori principali (cattolici e protestanti, tanto per semplificare) ma, piuttosto, la negazione di entrambi attraverso la laicità e la centralizzazione politica giunte a piena maturazione con l’affermazione di classe della borghesia (che aveva in precedenza giocato le proprie carte, non sempre in maniera del tutto calcolata, su entrambi i fronti). Determinando così quella separazione tra Stato e Chiesa che, in Europa, soltanto in Italia sarebbero tornati a riunirsi sotto il Fascismo con i Patti Lateranensi del 1929.

Ma questa riflessione può essere oggi indotta, e questo giustifica completamente la riedizione e una rilettura attenta del testo in questione, dall’osservazione che ormai da più di un secolo, almeno centocinquant’anni se partiamo dalla Comune di Parigi, un’altra violenta e tutt’altro che sotterranea guerra civile si è aperta tra sfruttati e sfruttatori, sia della specie umana che dell’ambiente, che si risolverà soltanto con la ridefinizione delle forme sociali di governo e di produzione. Le forme non sono ancora del tutto date, ma ciò potrebbe essere dovuto al corso degli eventi oppure definirsi completamente soltanto al loro termine, ma certo è che dobbiamo, con intelligenza e lucidità di pensiero, renderci conto che la Comune, la rivoluzione russa, due guerre mondiali, le grandi dittature del ‘900, le lotte antimperialiste e operaie, il ’68, gli anni Settanta e le attuali lotte come quelle della Zad, dei NoTav o in difesa dell’ambiente e contro l’estrattivismo diffuso su scala planetaria oppure, ancora, la nascita di nuovi movimenti autonomi come quello dei gilets jaunes fanno tutti parte di una lunga, forse lunghissima, guerra civile destinata a ridefinire i confini del futuro della nostra specie. Uno scontro, quello che viviamo, che soltanto dal futuro, inteso come negazione dei rapporti sociali di produzione presenti e passati, può trarre l’ispirazione e le giuste motivazioni.

Lasciando agli attuali manutentori dell’ordine costituito il ruolo che toccò alle peggiori forze conservatrici, laiche o ecclesiastiche che fossero, dell’epoca studiata da Miquel. Ovvero quello di negare, con ogni mezzo, un futuro diverso e possibile affinché ciò potesse e possa ancora impedire qualsiasi azione di cambiamento del presente attuale e del passato.
Carcere, forca, tortura, costrizione all’abiura e violenza non sono stati strumenti repressivi tipici soltanto del passato, ma sempre più lo sono del presente. In ogni angolo d’Europa e del mondo e anche questo occorre chiamare col nome appropriato: guerra civile, aperta o strisciante che sia.


  1. L’attualità odierna di questo tema si può riscontrare dalla lettura di Silvio Lorusso, Entreprecariat, Krisis Publishing, Brescia 2018 (qui)  

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