Patrizia Magli – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 27 Jun 2026 20:08:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Futuro prossimo o remoto: mala tempora currunt https://www.carmillaonline.com/2016/12/19/futuro-prossimo-remoto-mala-tempora-currunt/ Mon, 19 Dec 2016 22:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35013 di Armando Lancellotti

cover-bordoni-immaginare-futuroCarlo Bordoni, a cura di, Immaginare il futuro. La società di domani vista dagli intellettuali di oggi, Mimesis, Milano-Udine, 2016, pp. 180, € 16,00

Nella collana Eterotopie, l’editore Mimesis pubblica questo volume in cui il curatore, Carlo Bordoni, raccoglie ed assembla le risposte date da ventiquattro intellettuali (filosofi, sociologi, storici, archeologi, scienziati, psicologi, giuristi, letterati, antropologi, politologi) alla domanda: Come immagini la società di domani?

Nell’Introduzione è lo stesso Carlo Bordoni, sociologo e giornalista, ad argomentare le ragioni della formulazione del quesito, che muovono dalle crescenti e sempre più diffusamente [...]]]> di Armando Lancellotti

cover-bordoni-immaginare-futuroCarlo Bordoni, a cura di, Immaginare il futuro. La società di domani vista dagli intellettuali di oggi, Mimesis, Milano-Udine, 2016, pp. 180, € 16,00

Nella collana Eterotopie, l’editore Mimesis pubblica questo volume in cui il curatore, Carlo Bordoni, raccoglie ed assembla le risposte date da ventiquattro intellettuali (filosofi, sociologi, storici, archeologi, scienziati, psicologi, giuristi, letterati, antropologi, politologi) alla domanda: Come immagini la società di domani?

Nell’Introduzione è lo stesso Carlo Bordoni, sociologo e giornalista, ad argomentare le ragioni della formulazione del quesito, che muovono dalle crescenti e sempre più diffusamente percepite difficoltà e paure odierne di pensare, immaginare, progettare il tempo futuro. La società nel suo insieme ed ogni singolo individuo per la propria parte vivono a capo chino, con lo sguardo rivolto ad un angusto presente, come timorosi di guardare davanti a sé o impossibilitati a farlo per la miopia di un occhio per cui la linea dell’orizzonte è così lontana da risultare sfocata ed indefinita.

È alla cultura allora che si richiede di diradare le nebbie, di tracciare e definire i contorni delle cose, immaginando la società del futuro, prossimo o remoto ed è uno sforzo predittivo ed immaginativo non facile a compiersi nell’epoca di quella post-modernità che sembra aver mortificato ed inibito le moderne speranze/velleità di leggere e comprendere in continuità il passato ed il presente e di indirizzare/immaginare il futuro; non facile – scrive Bordoni – per «lo spirito odierno, permeato d’incertezze, che spinge ad aggrapparsi al presente e a farne una nicchia di sopravvivenza, di cui si conoscono almeno i contorni e le criticità» (p. 9). Il presente critico e problematico impaurisce e preoccupa, ma il futuro – osserva l’autore – indefinibile, inafferrabile, insomma ignoto, sembra atterrirci e immobilizzarci con il raggelante sentimento dell’angoscia oppure ci sprofonda nella più rassicurante, ma sterile, nostalgia del passato.

Dalle opinioni raccolte in questo volume risulta evidente come non solo nella percezione comune, ma anche sul piano dell’immaginario colto oggi prevalgano le letture in negativo del futuro che ci attende, visioni talvolta catastrofiche, che «richiamano gli echi delle apocalissi medievali che predicavano la fine del mondo se gli uomini non si fossero pentiti dei loro peccati e non avessero seguito gli insegnamenti della religione» (p. 15). Ma al posto del pentimento del peccatore, oggi si richiederebbe il «ravvedimento dei sistemi politici e dei governi che non si preoccupano dell’esaurimento delle risorse e del degrado del pianeta. […] La differenza è però evidente: allora la minaccia della fine del mondo era strumentale, serviva a controllare il comportamento delle moltitudini in assenza di un forte potere sovrano, lo Stato-nazione. Adesso la minaccia è concreta, fondata e quantificabile. Più che una maledizione, è una denuncia pubblica al fine di risvegliare le coscienze e spingere a prendere provvedimenti prima che sia troppo tardi» (p.15).

Il tempo, la storia, il loro senso costituiscono una materia complessa ed opaca che spesso la filosofia si è sforzata di mettere a tema e per questo iniziamo la presentazione di alcuni dei tanti contributi raccolti da Carlo Bordoni proprio da un filosofo, Remo Bodei, che muove da un assunto fondamentale: l’idea di una storia orientata da una logica intrinseca che la guida appare ormai tramontata definitivamente; abbiamo dovuto rinunciare ad essa e scivolare dal piano di una Storia a quello di molteplici particolari storie che faticano a rientrare in un quadro comune di destini interconnessi. La prospettiva escatologica o comunque variamente finalistica del tempo storico che aveva spronato e sostenuto la progettualità umana nel corso dei secoli ha lasciato il posto ad una storia “invertebrata”, di cui si dimentica la provenienza e si ignora la destinazione.

Tre – ritiene Bodei – sono le conseguenze immediate di questa situazione i cui effetti a lungo termine ancora non sono del tutto evidenti. In primo luogo, la difficoltà odierna di rapportarsi al futuro secondo una modalità proiettiva, che sia in grado di collocarvi traguardi da raggiungere. Ne consegue che la prospettiva della nostra attesa viene a tal punto ridotta da risultare tutta schiacciata sul presente, ma un presente immediato e puntuale, o poco più, che fatica a costruire relazioni con un tempo che lo trascenda. Viene meno la possibilità di pensare ad un riscatto prossimo di qualsivoglia specie – il progresso, la libertà, la società senza classi – e questo alimenta l’indifferenza, la rassegnazione o induce all’angoscia. Ma produce anche qualcosa di peggiore: l’assolutizzazione del presente, un presente senza futuro che induce all’opportunismo predatorio, proprio di uomini e società, sistemi economici e politici che non sono più in grado di «preoccuparsi di quel che avverrà nell’avvenire non immediato» (p. 33).

In secondo luogo, lo sbriciolamento di aspirazioni e progetti collettivi, pubblici ed universalistici, che dal secolo dei Lumi in poi avevano tracciato l’orizzonte di senso dell’uomo in Occidente, ha dato spazio ad aspettative sempre più private e quindi particolaristiche ed atomizzate, ad una privatizzazione del futuro che si trasforma nella «fabbricazione di utopie su misura, fatte in casa» (p. 33). In terzo luogo, sia il pensiero politico sia la sua prassi non sono più in grado di proporsi come strumenti di ideazione e realizzazione di traguardi venturi, prossimi o remoti e finiscono per essere imprigionati nel ristretto spazio amministrativo del presente contingente.

Conclude pertanto Bodei che il «presente è sguarnito in quanto il peso del passato, che fungeva da zavorra stabilizzatrice nelle società tradizionali, è diventato leggero, mentre lo slancio verso il futuro, che aveva animato e orientato le società moderne a partire dal Settecento, è diventato debole. […] Ora, il cospicuo abbassamento dell’orizzonte temporale rappresenta l’elemento più macroscopico ed insieme tra i meno indagati degli atteggiamenti socialmente diffusi. Uno dei risultati è che lo sguardo in avanti verso il futuro — che aveva preso il sopravvento su quello verso l’alto — tende di nuovo a restringersi, permettendo a quest’ultimo di risollevarsi parzialmente» (p. 33).

L’arroccamento nella cittadella fortificata del presente per fuggire da un futuro che ci terrorizza è – secondo Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma – il nostro odierno atteggiamento verso il tempo e l’esistenza. Seguendo concetti e stilemi di pensiero heideggeriani, Di Cesare fissa il mal-essere attuale «nella chiusura dell’avvenire» (p. 61), in quanto “l’aspettare” (erwarten) ha sostanzialmente sostituito “l’attendere” (warten) come modalità di rapportarsi al futuro. “L’aspettativa” riguarda qualcosa di conosciuto, programmato, immaginato che, pertanto, induce l’uomo al calcolo, alla previsione, alla proiezione statistica, nell’estremo tentativo di estendere il controllo anche sul tempo, sul futuro per renderlo anticipatamente familiare, per disinnescarne la carica di potenziale inquietudine. «Il dominio del futuro è l’aspirazione ultima, il contrassegno e il sigillo della nostra epoca. Quanto più il futuro ci terrorizza, tanto più vogliamo dominarlo. In una vertigine senza fine, dove si moltiplicano analisi, misurazioni, sondaggi, previsioni» (p. 62).

“L’attesa” invece riguarda qualcosa di inaspettato, di non calcolabile, contempla l’alterità, l’eterogeneità dell’imprevedibile; l’attesa è apertura dell’avvenire. Abbandonarsi all’attesa vuol dire aprirsi all’avvenire. «Nell’attesa di ciò che viene, e avviene […] l’apertura non è preclusa e il futuro si rivela perciò a-venire, tempo che porta con sé la possibilità dell’impossibile. Nell’avvenire aperto dell’attesa si mantiene l’eterogeneità dell’evento che interrompe il presente, lo oltrepassa, eccedendo ogni estremo, superando ogni éschaton» (p. 62).
Pare essere proprio l’attuale incapacità di attendere il tempo a-venire che ci induce a rifugiarci nella cittadella fortificata del presente assediata dai fantasmi di un futuro che, disorientati ed impauriti, aspettiamo.

Zygmunt Bauman ritiene che se prevedere il futuro è operazione di per sé difficile, a maggior ragione lo è oggi, in un’epoca in cui si moltiplicano gli «eventi che testimoniano l’assenza di una logica di sviluppo nella condizione umana e quindi anche di conseguenza nelle imprese umane» (p. 25). Le società contemporanee si trovano nella condizione di non essere più in grado di concepire le forme del proprio futuro e i modelli del proprio sviluppo, in particolare a causa del fatto che è venuta meno la fiducia riposta nelle principali «agenzie di azione collettiva – i partiti politici, i parlamenti, il governo – di riorganizzare/riformare e mantenere le loro promesse» (p. 26).
A monte di questa inettitudine di istituzioni ed organi socio-politici, il sociologo polacco colloca la separazione attualmente prodottasi tra potere e politica, «tra il potere (la possibilità di fare cose) e la politica (la capacità di decidere quali cose devono essere fatte)» (p. 26); una divergenza che a sua volta è conseguenza della globalizzazione in atto, che ha investito il potere, ormai globalizzato, ma non la politica. «La maggior parte dei poteri epocali», scrive Bauman, «che determinano la condizione e la capacità umana di agire in modo efficace sono già sul globale, sfidando il principio della sovranità territoriale degli organismi politici – mentre gli attuali organismi politici, le cui competenze sono racchiuse entro i confini di uno stato territoriale, rimangono confinati a livello locale come un centinaio di anni fa. I poteri globalizzati si trovano oltre la portata delle attuali istituzioni politiche. Ci sono poteri esenti dal controllo politico, a fronte di una politica spogliata di gran parte del suo antico potere» (p. 26-27).

In assenza di strumenti socio-politici adeguati a poteri globalizzati, l’attuale condizione degli uomini, considerati individualmente o collettivamente, è del tutto simile – sostiene Bauman con una immagine oltremodo efficace – a quella del plancton: siamo come organismi acquatici, sospesi in balia delle correnti, per i quali non è ragionevolmente possibile prevedere alcuna direzione di spostamento.

Sul piano dell’analisi economica dell’odierno capitalismo globalizzato si sviluppa il ragionamento di un altro sociologo, Wolfgang Streeck, docente dell’Università di Colonia, che vede le società occidentali avviate a proseguire nei prossimi decenni un trend complessivo di declino sociale che già da anni si manifesta nelle forme della disuguaglianza crescente, della stagnazione economica, dell’aumento dell’insicurezza e della frammentazione politica. Si tratta di un piano inclinato lungo il quale la società contemporanea sta precipitando con accelerazione crescente e senza che si intravedano possibilità concrete di frenare tale corsa rovinosa. Questo processo ha «a che fare con la rapida espansione dell’economia capitalista su scala globale. Vale a dire una scala che le regole della politica democratica e le altre forze contrarie al capitalismo non possono assolutamente arginare, benché in passato fossero riuscite nell’insieme a contenerle e a incorporarle» (p. 143).

Rifacendosi al pensiero di Karl Polanyi, Wolfgang Streeck ritiene che la globalizzazione abbia ormai impresso una forma “mercantile” all’intero mondo e abbia prodotto un’accelerazione mai vista prima alla mercificazione del lavoro, del denaro e della natura, che possono «essere trattate come merci pure e semplici solo a rischio di una catastrofe sociale. Si stanno cominciando a vederne i risultati: mercati del lavoro deregolamentati con successo e declino a livello globale delle condizioni di lavoro, a fronte di un rapido avanzamento del degrado ambientale e di sempre più gravi crisi finanziarie. Al centro del marciume sociale che vedo avanzare trovo l’economia capitalista liberata di ogni controllo, avendo sciolto il suo matrimonio forzato con la democrazia, che era stato consumato dopo la seconda guerra mondiale» (p. 144).

Pertanto, continua Streek, il neoliberismo mondializzato, liberatosi da ogni vincolo o condizionamento politico, ha fatto sì che oggi l’economia capitalista non sia più capace di sostenere la società capitalista e abbia prodotto disordine, ingovernabilità e ingiustizia dilaganti.
«L’ascesa inarrestabile della disuguaglianza nei paesi che una volta avevano fatto dell’uguaglianza uno dei loro obiettivi etici e politici più importanti, è solo un altro aspetto della crescente ingovernabilità del capitalismo globale» (p. 144), che conduce Streek a conclusioni desolanti riguardo l’immediato futuro che ci attende. «L’ordine sociale del momento è rappresentato da lavoratori precari trasformati in consumatori fiduciosi (Colin Crouch) per effetto di continue pressioni sociali generate dalla grande industria della pubblicità e dello spettacolo, alleata a uno sproporzionato settore finanziario. […] Gli immigrati, che in numero sempre maggiore forniscono alla classe media servizi privati a prezzi accessibili – in forza della sottomissione a un modello orientato al mercato e sempre meno in grado di rinunciarvi – saranno esclusi formalmente o di fatto dai diritti civili. Le classi medie, incantate da un individualismo meritocratico, essendo abituate dalla privatizzazione a difendersi e a pagare per sé, perderanno interesse per la politica. Ciò corrisponderà alla crescita del dominio tecnocratico sulla spesa pubblica da parte delle banche centrali e delle organizzazioni internazionali, imponendo ai governi l’austerità e il consolidamento per fare spazio al consumo privato e dare nuova fiducia ai mercati finanziari. La partecipazione politica diminuirà ancora di più tra il sottoproletariato, che non ha più nulla da aspettarsi dalla politica pubblica» (p. 145-146).

Questi qui considerati sono solo alcuni degli interventi che compongono l’interessante lavoro curato da Carlo Bordoni che fornisce un contributo apprezzabile allo sforzo odierno di pensare ed immaginare il futuro, in un contesto di incertezza e disorientamento crescenti ad ogni livello della vita sociale, ma anche con la consapevolezza che – come dice J.M.Keynes, da Bodei citato nel suo breve saggio – l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre.

____________________
Il libro raccoglie saggi di: Marc Augé, Zygmunt Bauman, Remo Bodei, Edoardo Boncinelli, Valerio Castronovo, Vanni Codeluppi, Domenico De Masi, Donatella Di Cesare, Àgnes Heller, Giuseppe O. Longo, Michel Meffesoli, Patrizia Magli, Paolo Maria Mariano, Michel Meyer, Edgar Morin, Elga Nowotny, Alberto Oliverio, Telmo Pievani, Stefano Rodotà, Alessandro Scarsella, Denise Schmandt-Besserat, Wolfgamg Streeck, Keith Tester, Silvia Vegetti Finzi.

]]>
Ritratto ed autoritratto in letteratura https://www.carmillaonline.com/2016/07/14/30118/ Thu, 14 Jul 2016 21:30:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30118 di Gioacchino Toni

Selvazzano - magritte senza voltoPatrizia Magli, Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016, 270 pagine, € 16,00

«Questo libro si propone di capire non solo il modo in cui un volto narrato, grazie all’efficacia descrittiva che lo rende vivo e reale, sia parte integrante della strategia narrativa di un testo, ma parallelamente cerca di raccontare anche un’altra storia. Tenta di scoprire come un determinato uso del linguaggio verbale sia capace di trasformare, con i suoi scarsi mezzi, il “dire” in un “vedere”; come riesca a convertire il suo lettore in un testimone [...]]]> di Gioacchino Toni

Selvazzano - magritte senza voltoPatrizia Magli, Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016, 270 pagine, € 16,00

«Questo libro si propone di capire non solo il modo in cui un volto narrato, grazie all’efficacia descrittiva che lo rende vivo e reale, sia parte integrante della strategia narrativa di un testo, ma parallelamente cerca di raccontare anche un’altra storia. Tenta di scoprire come un determinato uso del linguaggio verbale sia capace di trasformare, con i suoi scarsi mezzi, il “dire” in un “vedere”; come riesca a convertire il suo lettore in un testimone oculare; e come, trasformando un mondo di carta in un evento sensibile, riesca a convertire i limiti delle parole in elementi della sua forza evocativa» (p. 14). A tal fine l’autrice, Patrizia Magli, docente di Semiotica all’Università di Bologna ed all’Università IUAV di Venezia, passa in rassegna una lunga serie di testi letterari.

Nella prima parte del saggio, la studiosa indaga come la conoscenza fisiognomica si sia inscritta in una tradizione d’immagini e di figure retoriche ruotanti attorno alla rappresentazione. Vengono analizzati gli accorgimenti a cui è ricorsa la letteratura al fine di rappresentare verbalmente ciò che appare come irrappresentabile. Nella seconda parte del volume l’autrice riflette sul ritratto e sull’autoritratto nella letteratura, soprattutto contemporanea, alla ricerca dei meccanismi attraverso i quali la scrittura, piuttosto che descrivere il voto, miri ad evocarlo attraverso «un uso particolare del linguaggio che proprio del linguaggio sembra cancellare la mediazione per toccare direttamente i sensi, i nervi, le emozioni» (p. 16). L’autrice mostra come la resa verbale del volto dipenda da precise scelte strategiche adottate dallo scrittore e non sembri condizionata dai limiti della parola. Anzi, le limitazioni del linguaggio vengono sfruttate: «E’ la scrittura che, con la sua capacità di organizzare e proprietà astratte con le caratteristiche figurative delle parole, sollecita inaspettate impressioni sensibili, attualizza una certa atmosfera percettiva, suscita l’incantamento dei nostri sensi» (p. 17).

Il viso di un essere umano, nel suo essere diverso da qualsiasi altro viso, manifesta la singolarità dell’individuo, la sua identità visiva che lo rende diverso ed unico rispetto a tutti gli altri esseri umani ma, nel suo essere supporto d’identità, il viso è instabile, soggetto a continue trasformazioni ed a causa dell’evanescenza con cui si presenta tende a sottrarsi al linguaggio. Paradossalmente più la realtà che si intende rappresentare attraverso le parole è concreta, più il linguaggio sembra trovarsi in difficoltà; le parole sembrano più a loro agio nel descrivere concetti astratti, stati emotivi e mondi interiori, che non a rappresentare mondi concreti e corporei. Nel testo letterario l’evocazione di un volto si costruisce all’interno della costruzione complessiva della narrazione, è un elemento mobile che si trasforma continuamente nel divenire dei rapporti con altri personaggi durante la narrazione.

il-volto-raccontato-L’autrice sottolinea come il linguaggio verbale sembri essere inadeguato ad affrontare la ricchezza della realtà percettiva ed i tratti somatici utili ad identificare un individuo. La relazione tra vedere e dire si presenta complessa, tanto che Michel Foucault (Le parole e le cose) rivela il décalage tra il dicibile ed il visibile. Non è un caso se molti scrittori hanno accuratamente evitato di addentrarsi in descrizioni fisiche dei personaggi. Alla difficoltà di catturare la singolarità attraverso le parole, che invece tendono al generale, si aggiunge l’ulteriore complicazione, nel caso si voglia descrivere un volto, derivata dalla simultaneità di più segni concomitanti. Mentre nel mondo reale la percezione del volto è continua e simultanea, nella descrizione letteraria non può che essere discontinua, frammentaria e lineare. La descrizione letteraria, dopo aver prelevato, attraverso un processo di selezione, materiale iconico, è costretta a “linearizzare” i tratti scelti.

Molti personaggi della letteratura vengono introdotti attraverso una loro descrizione fisiognomica, in diversi casi la fisionomia del personaggio si presenta come vero e proprio “ritratto” che funziona da premessa alla narrazione. Le descrizioni fisiognomiche lavorano come anticipazioni, creano aspettative, predispongono il lettore nei confronti del personaggio. Il ritratto sembra produrre un discorso “secondo” rispetto a quello degli eventi narrati.

Nella narrazione l’identità del personaggio deve essere garantita da una marca di permanenza che si mantiene nonostante i cambiamenti a cui è sottoposto e questa identità, soprattutto nei testi visivi, è affidata al volto. Tale persistenza ha una funzione anaforica (mantenere traccia del passato) e cataforica (stabilire attese), dunque, oltre ad assicurare riconoscibilità e continuità, costruisce prevedibilità. Il ritratto, oltre a garantire la permanenza del personaggio, è supporto delle sue modificazioni.

Eventuali ritratti che ricorrono a dissonanze descrittive generano una descrizione contraddittoria che, in linea con la tradizione fisiognomica, secondo cui un personaggio positivo deve per forza essere chiaro, fisso e costante, non può che mettere in allarme il lettore circa la moralità dell’individuo descritto. La corrispondenza tra fisico e morale, ricorda l’autrice, è particolarmente evidente nella letteratura francese a partire dal tardo Settecento e tutto ciò è in buona parte dovuto alla fortuna della pubblicazione in Francia di Lavater (Frammenti di fisiognomica). La corrispondenza fisico/morale attraversa la grande letteratura francese ottocentesca. In Balzac, ad esempio, l’aspetto fisico, ed in particolare il volto, dei suoi personaggi riflette il loro destino.

«Un tipo fisiognomico incarna un progetto e, nello stesso tempo, è un principio di fissazione semantica che, all’interno della narrazione, ha una funzione analoga al nome proprio. A sua volta, il nome proprio rappresenta, per il personaggio che lo porta, il suo volto. Nella costruzione di un’identità visiva, nome e volto stanno in relazione di ridondanza» (p. 51). All’identità del personaggio concorrono, inoltre, il modo di vestire e di parlare, l’ambiente, l’abitazione e tanti altri elementi ma è il volto che marca l’unicità del personaggio ed è ciò che lo annuncia e lo riassume, il ricordo di quel che è stato nel passato ed un’anticipazione di ciò che il testo sarà chiamato a confermare. In definitiva, «il ritratto in letteratura è il luogo in cui convergono e si sovradeterminano vari livelli del testo» (p. 62) e non può essere inteso come semplice elenco di caratteristiche fisiche del personaggio, né una mera descrizione votata a produrre un verosimile narrativo. Nel saggio si evidenzia anche come l’intreccio tra letteratura, fisiognomica e frenologia perduri ben oltre l’Ottocento; è esemplare in tal senso il lavoro di Cesare Lombroso che ricorre frequentemente ad esempi tratti dai romanzi realisti al fine di avvalorare le sue teorie antropologiche.

Il ritratto è una forma di rappresentazione costruita attraverso un processo di astrazione, derivato da scelte ed esclusioni, che dipende da una pluralità di fattori, tra essi il contesto culturale. Con il termine ritratto si indica tanto la rappresentazione pittorica di un individuo, quanto la sua descrizione verbale ma se nel dipinto prevale il mostrare, nella descrizione verbale prevale l’evocare. Sia in pittura che in letteratura il ritratto può essere eseguito mirando alla ricostruzione dei minimi dettagli che individualizzano quel volto, oppure, anziché ambire alla ricerca della differenza che rende unica una fisionomia, si subordina il singolare al generale. Tale duplice orientamento, viene argomentato nel saggio, è già inscritto nell’etimologia del termine derivato dalle principali lingue moderne dal latino ma seguendo due direttrici opposte. Alcune lingue (italiano e spagnolo) derivano il termine ritratto dal verbo re-traho, mentre altre lingue (inglese, francese, tedesco e russo) si rifanno al verbo pro-traho. In tale duplice derivazione si possono individuare le estremità di un’opposizione semantica: nel primo caso (re-traho) si ha l’idea ripetitiva dell’oggetto ritratto (ritrarre come copia), nel secondo caso (pro-traho) si ha, invece, l’idea “segnica” del ritratto, inteso come “stare al posto di”. Da una parte abbiamo un’idea d’imitazione, finalizzata alla fedeltà mimetica, dall’altra una convenzione riferita ad un processo d’idealizzazione di ciò che viene ritratto. Si tratta di tue tendenze che, sebbene opposte, non di rado convivono pur con la prevalenza di una sull’altra.

«La storia del viso “rappresentato” si configura, dunque, come una dialettica tra il tipo generale e l’individuo singolare, tra il momentaneo e il permanente» (p. 132). Tale polarità, pur essendo più evidente nella pittura, è propria anche della letteratura. Se in molti ritratti presenti nella letteratura sei-settecentesca la descrizione dei personaggi è una sorta di “testo a parte” rispetto al resto della narrazione, nell’Ottocento, sostiene Magli, il ricorso alla descrizione somatica si definisce in stretto rapporto con la trama del racconto: il ritratto acquista senso nel suo essere confrontato ad altri ritratti. Nel romanzo ottocentesco il ritratto è quello spazio testuale ove paradigma e sintagma convergono. Non si tratta mai di un ritratto concluso, ma di un processo che si evolve.

Il saggio si sofferma anche sullo sguardo dell’osservatore che opera la descrizione. Sia che si tratti dello sguardo di un osservatore onnisciente, che di un personaggio dell’enunciato, in qualsiasi rappresentazione è inscritta la posizione di chi vede; il rappresentato reca sempre in sé la traccia dell’osservatore. Se il ritratto pittorico permette una pluralità di percorsi di lettura, il testo letterario è costretto ad imporne uno solo: «La descrizione del volto in letteratura narra l’itinerario di questo sguardo il cui compito è “far vedere”» (p. 140). Lo sguardo narrante è un operatore di strutturazione del volto e, sostiene la studiosa, «Se la descrizione è una convocazione a essere di qualche cosa, lo statuto di esistenza di questo “qualche cosa” assume valori diversi, investimenti passionali differenti secondo le modalità attraverso cui si realizza la visione del volto. Si tratta delle operazioni che documentano non solo che cosa si vede, ma soprattutto come lo si vede e come lo si vuol far verde» (p. 142).

Il ritratto letterario tradizionale descrive un personaggio immobile ed “incorniciato”, pertanto tende a godere di una certa autonomia rispetto a tutto ciò che vi sta attorno. Lo sguardo del descrittore, in questo caso esterno ed onnisciente, obbedisce ad un protocollo di lettura ben codificato sebbene, in taluni casi, tale protocollo descrittivo viene disatteso. Se spesso ad essere dinamico è lo sguardo dell’osservatore che contempla un osservato statico, non mancano casi in cui, invece, ad essere immobile è proprio l’osservatore mentre ad essere in movimento è l’osservato.

Magritte-La-reproduction-interditeParticolarmente interessante è la parte del saggio che affronta l’autoritratto/autobiografia. La studiosa sottolinea come la costruzione della propria immagine, sia verbale che visuale, non obbedisca soltanto a spinte autocelebrative ma, in diversi casi, assuma valore terapeutico. Non sono pochi i casi in cui gli artisti hanno testimoniato cronologicamente il proprio decadimento fisico causato dall’invecchiamento o dalla malattia. Magli ricorda i casi di pittrici come Sofonisba Angiussola (1532-1625) e Rosalba Carriera (1673-1757) che hanno realizzato autoritratti in età non più giovane mostrando dettagliatamente le tracce del passare del tempo; «Queste pittrici, come del resto molte scrittrici autobiografiche, hanno rivendicato la propria identità femminile contro gli stereotipi di una bellezza legata alla giovinezza» (p. 200).

Secondo la studiosa è però soprattutto la relazione tra “io” presente ed “io” passato a mediare il rapporto tra il soggetto e se stesso. «Il volto su cui il tempo […] ha tracciato la storia, diviene allora la metafora del testo che l’io narrante sta scrivendo» (p. 203). Nel saggio viene fatto l’esempio di Marguerite Duras che apre il romanzo L’amante con il proprio autoritratto ed attraverso l’identificazione tra autoritratto e romanzo la scrittrice «afferma una poetica sia esistenziale che letteraria. Si tratta di una forma di assimilazione tra il corpo della scrittrice e la sua scrittura, una mise in abîme di un testo incassato in un altro testo che ricorda quegli autoritrattisti che mettono in bella mostra la tela del quadro che stanno dipingendo. Non più riconosciuta nella sua integrità ma nella devastazione, la bellezza diventa metafora stessa della scrittura. Volto e scrittura si offrono entrambi alla lettura attraverso un’estetica che predilige non più l’ordine e l’armonia, ma si riconosce nella dissonante complessità di un testo che include anche la sua disgregazione» (p. 203).

L’autoritratto letterario, afferma la studiosa, è rappresentazione di un’azione riflessiva: guardarsi allo specchio. L’artista, come lo scrittore, è costretto a rappresentarsi mentre si guarda ingenerando una reciprocità di sguardi. L’autobiografia è rappresentazione “di” sé, di fronte “a” se stessi prima ancora che di fronte agli altri e ciò inizia davanti ad uno specchio. Il guardarsi allo specchio apre, inevitabilmente, a valutazioni di tipo metalinguistico a proposito della natura dell’immagine riflessa e dell’atto stesso di specchiarsi. Umberto Eco (Sugli specchi e altri saggi) suggerisce di concepire lo specchio come “fenomeno-soglia” che ci permette di prendere atto di un mondo “altro” che non è semplicemente un doppio della realtà ma, piuttosto, un “doppio asimmetrico”. Nel saggio sono riportate anche interessanti riflessioni di Jenijoy La Belle (Hereself Beheld. The Literature of Looking Glass) a proposito delle differenze tra la visione maschile e femminile nei confronti dello specchio.

A proposito della “riflessione” dello specchio, il saggio passa in rassegna diverse opere letterarie ove si passa dal senso di estraneità, all’autodefinizione, fino alla perdita di controllo della propria apparenza ed il manifestarsi del sé come alterità radicale. «Tra guardante e guardato non avviene solo un dialogo tra riflessi. E così, se nell’Ottocento, nel ritratto e nell’autoritratto, si cercano ancora modelli d’individuazione e di tipizzazione del viso, nel Novecento spesso capita di assistere alla sua disintegrazione a profitto di superfici che presentano figure non più riconoscibili, ma solo puri formati plastici, grovigli di linee, ammassi di colori, in altre parole, materia pura. […] è un fenomeno che, ancora una volta, accomuna letteratura e arti figurative. E così, se la rappresentazione del viso sembra escludere, nella ritrattistica moderna, ogni progetto imitativo, la stessa cosa avviene anche nella scrittura» (p. 215).

L’autrice porta come esempio l’autoritratto del narratore nella Nausea di Sartre e segnala come la mancanza di una forma definita ed identificabile rimanda al dipinto Olympia (1950) di Jean Dubuffet. Si tratta dunque di una «autorappresentazione che si presenta come immagine stessa dell’informe, venendo a far parte, in questo modo, di quella tendenza artistica che ritroviamo soprattutto nell’arte contemporanea […] È un’immagine che, negando se stessa, finisce con la negazione della persona. E allora accade che l’Io, abbandonato al suo nulla materico, lentamente sprofondi nel proprio torpore fino a dissolversi in un’alterità assoluta, e nondimeno tanto simile a sé» (pp. 217-220).

Se nella narrativa tradizionale, il ritratto sintetizza un’intera vita di un individuo in una immagine statica che blocca la sua fisionomia, testimonianza del tempo passato ed al tempo stesso garanzia del perdurare dell’essere intimo, nella letteratura novecentesca il potere del tempo non solo condiziona l’apparire ma anche l’essere dei personaggi e «La persona morale è ancora più esposta di quella fisica alle sue influenze disgregatrici […] L’identità si configura, in questo modo, come un processo aperto, impossibile da stabilizzare, così com’è impossibile scoprire la verità ultima di un individuo. Ne è un segno anticipatore l’affacciarsi, sulla scena letteraria di fine Ottocento, delle cosiddette “identità multiple”nelle quali l’individuo è diviso, scisso tra più personalità» (p. 223). Sotto l’apparire non abbiamo più un essere stabile; l’apparire crea il proprio essere, ossia un verosimile provvisorio.

]]>