Partito Comunista Internazionale – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Controcultura, musica ribelle e critica rivoluzionaria https://www.carmillaonline.com/2025/01/08/cultura-ribelle-e-politica-rivoluzionaria/ Wed, 08 Jan 2025 21:00:09 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85879 di Sandro Moiso

Mario Maffi, La cultura underground, Giuseppe Laterza & Figli. Roma-Bari 1972, pp. 472

Questo libro è nato come libro di intervento politico. Non vuole cioè cadere in quell’obbiettività tanto cara al sistema che tutto uguaglia, tutto smorza e tutto svuota, concludendo con il solito gloria che tutti i salmi chiude. Il periodo della «cultura underground» e della sua trasformazione politica è un periodo di estrema importanza nella storia americana, e quindi mondiale: conoscerlo e comprenderlo significa entrare in prima persona nei nodi dei problemi; ed entrarvi in prima persona significa mettere se stessi a disposizione della soluzione. Nessun [...]]]> di Sandro Moiso

Mario Maffi, La cultura underground, Giuseppe Laterza & Figli. Roma-Bari 1972, pp. 472

Questo libro è nato come libro di intervento politico. Non vuole cioè cadere in quell’obbiettività tanto cara al sistema che tutto uguaglia, tutto smorza e tutto svuota, concludendo con il solito gloria che tutti i salmi chiude. Il periodo della «cultura underground» e della sua trasformazione politica è un periodo di estrema importanza nella storia americana, e quindi mondiale: conoscerlo e comprenderlo significa entrare in prima persona nei nodi dei problemi; ed entrarvi in prima persona significa mettere se stessi a disposizione della soluzione. Nessun distacco, ma piena partecipazione critica e polemica: questo si richiede sia a chi studi questo argomento sia a chi lo divulghi sia, infine, a chi ne sia convolto in un modo o nell’altro. ( Mario Maffi, La cultura underground – 1972)

Nel 1972 uscì in Italia un libro di Mario Maffi che, insieme alla Guida alla musica Pop di Rolf-Ulrich Kaiser pubblicato appena un anno prima negli Oscar Mondadori, avrebbe soddisfatto la fame di informazione e di interpretazione “politica” di chi, come il sottoscritto, aveva colto nelle trasformazioni in atto nella musica “giovanile” proveniente da oltre Oceano, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, importanti elementi e sintomi del cambiamento in corso, non soltanto, anche se e forse soprattutto, dal punto di vista generazionale.

Però, mentre il libro di Kaiser, uscito in Germania nel 1969, si occupava quasi esclusivamente di musica rock e pop, quello di Maffi, La cultura underground, affrontava con un respiro assai più ampio e una capacità interpretativa ben definita politicamente tutti gli aspetti di una controcultura ribelle e antagonista, underground come si diceva allora, che dai movimenti sociali di rivolta e protesta americani aveva preso spunto.

Certo, sia il libro di Kaiser che quello di Maffi, in Italia erano stati preceduti nell’intento dall’uscita della rivista Re Nudo, la prima e la più longeva espressione, di natura libertaria e situazionista, della controcultura dagli anni successivi al Sessantotto. Fondata a Milano nel novembre 1970 da un gruppo di intellettuali, artisti e militanti, tra i quali Andrea Valcarenghi, Gianni De Martino, Dario Fo, Marco Fumagalli, Gianfranco Manfredi, Claudio Rocchi, Gianni Emilio Simonetti, Michele Straniero, Massimo Villa, e il cui numero zero fu pubblicato nel novembre del 1970 come supplemento al numero 19 di «Lotta Continua»

Quasi subito quella prima “redazione” del giornale si sarebbe divisa sul tema dei finanziamenti e della pubblicità. Così nel giugno di quell’anno parte del gruppo redazionale, capeggiato dai membri dell’”ala situazionista” mise in atto una sorta di scissione, che rimase, però, una provocazione temporanea, considerato che subito dopo «Re Nudo» tornò a essere guidato da Valcarenghi.

Nel numero di gennaio del 1972 la rivista lanciò la proposta di dare vita a un nuovo movimento ispirato ai “White Panthers” statunitensi di John Sinclair: un tentativo di unire i tradizionali temi contro-culturali all’impegno “classista” nei confronti di temi come l’aborto, il divorzio, le condizioni nelle carceri, il disagio delle periferie urbane. Ma questa iniziativa portò ancora una volta ad una scissione da parte di alcuni redattori romani, indirizzati a una visione più hippie della rivista, che avrebbe comunque proseguito la sua attività fino al 1980.

Dopo aver fatto, doverosamente, omaggio a quel primo tentativo in Italia di coniugare, piuttosto disordinatamente, cultura giovanile e politica “antagonista”, occorre tornare a rivolgere lo sguardo al testo di Maffi, che si distinse subito per chiarezza d’intenti e unitarietà di interpretazione di fenomeni apparentemente distanti e ben distinti tra di loro.

La prima edizione, replicata nel 1973, si divideva in due sezioni, che sarebbero state mantenute sia nella successiva edizione in due volumi sempre per la casa editrice Laterza nel 1980 che nella riedizione del 2009 per la casa editrice Odoya. La prima, intitolata Dalla cultura underground al Movement, costituiva quella eminentemente politico-culturale, mentre la seconda, La produzione artistica underground, era principalmente suddivisa tra nuovo cinema, musica rock e teatro. Con un suddivisione che, fin dalle prime pagine della Premessa, privilegiava nettamente l’interpretazione politica e classista di quelle nuove manifestazioni musicali, letterarie, cinematografiche e teatrali provenienti dagli States più che quella meramente estetica. Così scriveva infatti l’autore nelle prime pagine della prima edizione:

La pubblicazione di questo libro coincide con un momento tutto particolare del dissenso interno americano, momento che da più parti viene definito di riflusso. In linea di massima, si tratta di una diagnosi corretta, pur nella limitatezza delle etichette. Effettivamente, il Movement è in una fase di stasi, di riconsiderazione, anche di disorientamento; ma sarebbe profondamente ingenuo pensare che questa fase altro non sia che il lento e graduale ritorno all’ovile del giovane ribelle. La gratuità di un’analisi simile discende proprio da un fraintendimento di ciò che è stato il dissenso americano in tutte le sue forme, e soprattutto dall’ignoranza storica che impedisce di comprendere la natura, gli sviluppi, il significato e le prospettive potenziali di simili «movimenti».
In questa fase di riflusso, il Movement sta scontando in realtà le proprie debolezze teoriche, i propri errori ideologici, le proprie posizioni confuse: alla grande esplosione incontrollata, istintiva, anarcoide, strategicamente non chiara, segue necessariamente il periodo del disorientamento, dell’analisi, dell’auto-critica, se si vuole; il momento della ricerca d’una chiarezza ideologica, di una intransigenza politica (dapprima rifuggite e osteggiate, ora ritenute sempre più indispensabili), attraverso la riconsiderazione di tutte le azioni e di tutti gli errori.
[…] Il periodo di stasi del Movement è quindi non rinuncia e ritorno all’accettazione dei valori della società capitalistica, ma studio, verifica, sfrondamento di tutte quelle posizioni quasi idealistiche, quasi romantiche, volontaristiche, che hanno costituito il nucleo – e la debolezza – della protesta giovanile. Può darsi che ciò non sia ancora qualcosa di completamente consapevole, di razionalmente compreso, ma la tendenza generale – che dovrà anche superare lo sconforto, la delusione e il pessimismo subentrati – è questa: lo dimostra proprio il graduale affermarsi di nuovi gruppi su basi più chiaramente marxiste, legati in origine all’operaio nero, ma con il programma dichiarato di raggiungere quello bianco per una lotta comune sul luogo di lavoro1.

Se è vero che il ricco testo di Mario Maffi costituiva, e ancora costituisce, un autentico viaggio attraverso le esperienze della beat generation, i problemi dell’individuo e della droga, la politica e la guerra nel Vietnam, i gruppi pacifisti, gay e femministi, le organizzazioni delle minoranze etniche e del dissenso più radicale espresso dal Black Panther Party e dai Weather Underground, le sperimentazioni del cinema e del teatro, la produzione musicale da Bill Haley ed Elvis Presley ai Fugs e Frank Zappa, è anche vero che queste note di metodo iniziali sono ancora fondamentali per orientarsi nella valutazione dei movimenti sociali, non solo americani, sviluppatisi nel corso degli ultimi decenni.

Non tutti occidentali, non tutti caratterizzati da grandi innovazioni artistiche, culturali e musicali (anche se il rap dei ghetti delle metropoli europee costituisce una nuova forma di comunicazione che deve essere analizzata e compresa2 ), ma tutti espressione di contraddizioni che, comunque, devono essere seriamente prese in considerazione. Evitando, però, di confondere l’azione e la reazione spontanee con una tattica o, addirittura, una strategia da applicare fiduciosamente, anche in contesti molto diversi da quelli di origine.

Il libro di Maffi, alla sua uscita, rappresentava proprio la volontà di interpretare un movimento di ampia portata senza per forza accettarne tutti i comportamenti o le idee espresse dal suo interno. Un metodo che prendeva le distanze sia dalla acritica accettazione dei fenomeni legati agli hippies e al pacifismo di stampo peace and love and drugs, come avveniva per esempio nel caso di Re Nudo o almeno di una sua ampia componente, ma anche dalla condanna espressa nei confronti di quei fenomeni espressi dal Movement portata avanti, anche in questo caso acriticamente, dalla tradizione del partito togliattiano, dai marxisti-leninisti e anche da una parte, probabilmente maggioritaria della Sinistra Comunista cui faceva riferimento lo stesso autore, prendendo però, in maniera più che evidente, le distanze dall’ultimo articolo scritto da Amadeo Bordiga (18891970) su «il programma comunista» nel 1968, dove tutti i movimenti giovanili e studenteschi venivano implacabilmente liquidati, non riconoscendo in essi le differenze da quelli che avevano invece caratterizzato i movimenti nazionalisti e guerrafondai che avevano caratterizzato gli anni precedenti il Primo conflitto imperialista mondiale3.

La stesura di quel testo, per lo stesso autore, all’epoca non ancora trentenne, costituì probabilmente una sorta di rivolta generazionale, in famiglia per così dire, vista la sua vicinanza alle posizioni espresse dal Partito Comunista Internazionale, di cui «il programma comunista» era l’organo di stampa. E forse è dovuta anche a questo aspetto la passione che anima le pagine di un libro che, in una prosa polemica e incisiva, passa in rassegna gli aspetti sociali e culturali di un’intera epoca, sondandone le origini e le profonde motivazioni individuali e collettive.

Così, anche se oggi quell’originaria freschezza che accompagnò il secondo e ultimo Rinascimento americano è andata perduta4, il libro di Mario Maffi ha ancora molto da insegnare e ricordare non soltanto alle generazioni più giovani, ma anche a chi non è mai uscito dalle maglie di una interpretazione rigida di un marxismo trasformato in dogma oppure che, ancor più comunemente, non ha saputo far altro che abbandonare, con la scusa della delusione e della raggiunta “maturità”, la strada maestra della rivoluzione.

«Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.» (K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca – 1845/1846)


  1. M. Maffi, La cultura underground, Giuseppe Laterza &Figli. Roma-Bari 1972, pp. V- VII.  

  2. Come ha provato a fare Louisa Yousfi con Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023.  

  3. Si veda: A. Bordiga, Nota elementare sugli studenti e il marxismo, «il programma comunista», n. 8, 1-15 maggio 1968.  

  4. Il “primo” Rinascimento americano è ricollegabile all’espressione coniata dal critico letterario Francis Otto Matthiessen nel 1941, che faceva riferimento al movimento del trascendentalismo e al più generale movimento letterario e culturale fiorito negli Stati Uniti intorno a esso tra la vigilia della seconda rivoluzione industriale e la Guerra di Secessione, i cui principali rappresentanti erano stati Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, e Henry David Thoreau.  

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Ciao Turi, testimone gentile di un’epoca ostile https://www.carmillaonline.com/2022/12/01/ciao-turi-testimone-di-unepoca/ Thu, 01 Dec 2022 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74936 di Sandro Moiso

Non so in che modo e quando dovrò dare l’addio al mondo. E’ certo che sarà annullata per sempre la mia esistenza e insieme il mio bisogno di sapere che le ha dato un senso; e di tentare di operare per un futuro sociale comunista […] Sul nostro pianeta, un piccolo punto dell’universo, una volta apparsa spontaneamente dalla materia inorganica quella organica – che chiamiamo vita – la morte non la decide nessun esser sovraumano. La morte stessa invece è programmata, nel corso dell’evoluzione, dallo stesso formarsi e [...]]]> di Sandro Moiso

Non so in che modo e quando dovrò dare l’addio al mondo. E’ certo che sarà annullata per sempre la mia esistenza e insieme il mio bisogno di sapere che le ha dato un senso; e di tentare di operare per un futuro sociale comunista […] Sul nostro pianeta, un piccolo punto dell’universo, una volta apparsa spontaneamente dalla materia inorganica quella organica – che chiamiamo vita – la morte non la decide nessun esser sovraumano. La morte stessa invece è programmata, nel corso dell’evoluzione, dallo stesso formarsi e delimitarsi della specie che, nel perseguire il tentativo ostinato di eternarsi, sacrifica senza riguardo alcuno, i suoi stessi individui. (Salvatore Libertino Padellaro, 7 settembre 2017)

Nella notte tra il 22 e il 23 novembre è scomparso, a Roma, a causa di un problema cardiaco che lo accompagnava da tempo, Salvatore Libertino Padellaro, meglio conosciuto come Turi. Compagno e bordighista storico, difensore di una gran parte del pensiero dello stesso Bordiga ma, spesso, in lotta con le frange più settarie della stessa corrente, per anni si era dedicato al tentativo di ricostruire, se non il Partito, almeno l’idea di Partito. Indicando nel percorso seguito da Marx ed Engels, dalla Lega dei Comunisti al Manifesto fino all’esperienza della Prima Internazionale, una possibile via da seguire in tempi difficili di controrivoluzione e sconfitta del movimento operaio e di classe.

Nato a Piazza Armerina nel 1930, ancor giovane aveva iniziato a collaborare con i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) formatisi, sulle tesi esposte da Pier Carlo Masini e Arrigo Cervetto, sostanzialmente nell’ambito del documento politico della Conferenza nazionale convocata dal Gruppo d’iniziativa per un movimento «orientato e federato» svoltosi a Pontedecimo, in provincia di Genova, dal 24 al 25 febbraio 1951.

Tra gli osservatori che partecipano alla Conferenza di Genova-Pontedecimo vanno segnalati Bruno Maffi, rappresentante del Partito comunista internazionalista; Livio Maitan e Sergio Guerrieri dei Gruppi comunisti rivoluzionari IV Internazionale. La presenza di queste organizzazioni a una riunione di anarchici rappresenta una novità. […] I bordighisti all’epoca rappresentano una delle «dissidenze» storiche del comunismo italiano, nel loro costituirsi in formazione politica distinta durante gli anni del Secondo conflitto mondiale, avevano sempre cercato di rivendicare la continuità con l’esperienza del Partito comunista d’Italia fondato a Livorno nel 1921. Questo richiamo alle radici non era casuale, e non riguardava solo anagraficamente la storia di alcuni dei principali militanti e teorici – tra cui lo stesso Amadeo Bordiga, primo segretario e fondatore del PCd’I –, ma soprattutto era di natura politico ideologica. La scelta nella propria denominazione dell’aggettivo «internazionalista», testimoniava la rivendicazione della vera essenza del comunismo rivoluzionario in contrapposizione al modello staliniano e togliattiano del partito, che faceva del nazionalismo la propria bandiera. La loro presenza alla Conferenza nazionale del gruppo de «L’Impulso» era dettata soprattutto dai buoni rapporti personali che negli anni Masini aveva mantenuto con quest’area politica e dalla quale traeva alcune riflessioni teoriche, specialmente quelle riguardanti l’analisi di Bordiga sullo Stato e la scelta internazionalista che l’intellettuale toscano stesso aveva condiviso durante l’ultima guerra”1.

La preoccupazione maggiore di Masini non fu però soltanto quella di costruire un’organizzazione che in una situazione controrivoluzionaria non avesse altro scopo che quello di illustrare, documentare e descrivere la crisi, non solo economica ma soprattutto politica del movimento proletario, dare la rappresentazione geometrica e puntuale di questa crisi fondando in tal modo le premesse della riscossa proletaria. Ma anche quella di chiarire che nel momento in cui il lavoro politico fosse venuto

a combaciare con la realtà rivoluzionaria, in questa si dissolve e scompare come movimento. Guai se l’organizzazione politica sopravvivesse di un attimo! Guai se anche i gruppi anarchici di fabbrica non si bruciassero ipso facto nel nuovo spazio umano delle assemblee. Avremmo allora una mostruosa dittatura, chiusa e tirannica quanto altre mai. L’alba della rivoluzione deve coincidere col tramonto dei suoi annunziatori2.

Quell’avventura politica sarebbe durata fino al 19573, in uno dei periodi più burrascosi e difficili per il movimento operaio non soltanto italiano; segnato dalla fine apparente dello stalinismo, dalla rivolta operaia “rimossa” di Berlino Est del 1953 e dalla repressione sovietica dell’insurrezione dei consigli ungheresi del 1956. E fu intorno a quello stesso anno che Turi aderì a «il Programma Comunista» e al Partito Comunista Internazionale, la frazione bordighista formatasi dopo la scissione tra la corrente di Amadeo Bordiga e quella di Onorato Damen all’interno del Partito Comunista Internazionalista nel 1952.

Nel 1961 Turi, con la famiglia, si trasferì in Algeria dove avrebbe seguito per conto del partito le vicende rivoluzionarie (e pure quelle controrivoluzionarie) di quel paese e i parte dell’Africa fino al 1969, anno in cui fu costretto a tornare in Italia a seguito dei drammatici avvenimenti che lì avevano avuto luogo4. Di quell’esperienza Turi, in una lettera dell’autunno del 2015, avrebbe scritto, a proposito dell’affermazione, contenuta in un testo critico dell’esperienza politica di Amadeo Bordiga5 sul «mancato tentativo di Programma Comunista di svolgere un ruolo significativo nella lotta anticolonialista e indipendentista dei popoli africani e asiatici»:

Si tratta come si vede del delineamento di uno scenario gigantesco… Vi si dice addirittura: “all’organizzazione fu richiesto, subito dopo la vittoria del nazionalismo algerino, un impegno concreto da esponenti del Terzo Mondo, come per esempio, dal poeta angolano Viriato da Cruz”. Chiariamo: adoperare le parole “mancato tentativo”, “ruolo significativo”, “Organizzazione” (riferita a Programma) significa ingigantire oltre i limiti ciò che esisteva in parte minima in Europa e anzi assai minima in Algeria. Sembra di leggere i fasulli e magniloquenti proclami che di tanto in tanto «Rivoluzione Comunista» rivolge a inesistenti gioventù proletarie rivoluzionarie. Chi ha militato in Programma Comunista (io aderii ai primi di febbraio 1957) deve sapere che la scissione operatasi nel Partito Comunista Internazionalista nel 1952, ridusse a pochi elementi le forze che si raggrupparono attorno a Bordiga (la maggior parte seguì le prospettive illusorie del gruppo di Damen che, nonostante le chiacchiere attivistiche, col tempo si arenò[…]). Con l’andare degli anni si realizzò un modesto miglioramento quantitativo, ma prima e dopo la morte di Amadeo, altre scissioni si sono verificate, come purtroppo i compagni tutti hanno dovuto constatare.
Vengo al gruppetto di Algeri. Questo era formato da due algerini che avevo conosciuto a Parigi, nel periodo del mio “peccato di gioventù”, quando cioè mi attivizzavo con Cervetto e Pier Carlo Masini – io avevo lasciato il PCI nel settembre del 1953. Negli anni ’50 e fino al Rapporto Krusciov, la preparazione dei giovani comunisti si faceva col solo libro edito dalla Commissione centrale del Partito comunista sovietico; di Trotzky si apprendeva che era stato un traditore e di Bordiga si aveva notizia estremamente vaga e rarefatta; in piazza s’incontravano gli anarchici molto attivi; devo agli anarchici il mio passaggio al comunismo della Sinistra Comunista perché da loro trovai «Il Programma Comunista». In seguito, grazie alla diffusione della rivista francese «Programme Communiste» si ebbe l’adesione di tre piedi neri portoghesi6 che insegnavano ad Algeri. (Tra parentesi voglio dire quanto segue: mentre Cervetto era creduto dai suoi seguaci come un rigoroso scienziato rivoluzionario leninista7, a me appariva sempre più evidente che era un attivista confusionario volontarista che, partendo dalla mitica riunione anarchica di Genova Pontedecimo del 1951, mescolava marxismo, leninismo, secondo la sua interpretazione, internazionalismo e partigianesimo; Masini invece conosceva bene Marx e aveva letto e leggeva Bordiga; era un brillante anarchico e affermava, in una interessante conversazione, che Amadeo aveva chiarito, allora, quello che si riteneva fosse l’enigma russo: la questione dell’economia, delle classi sociali, e a chi appartenesse realmente il potere di Stato. Aveva in mente un riesame della lotta tra marxisti e bakuninisti in seno alla Prima Internazionale, in vista di una parallela riunificazione ideale storica di due grandi rivoluzionari antiborghesi. Lui però restava anarchico per sentimento e ideale. Così pensava l’ultima volta che l’incontrai casualmente, tanto tempo fa).
Algeri, prima del colpo di stato di Boumedienne, era diventata la base di vari raggruppamenti africani genericamente rivoluzionari. Nel diffondere la nostra rivista venimmo in contatto con Viriato da Cruz, noto poeta angolano, e i suoi compagni: una decina in tutto. La rivista francese della Sinistra Comunista li orientò verso le nostre posizioni e loro si dettero da fare per farla circolare. Erano contro il movimento armato di Holden Roberto, foraggiato dagli americani, sia contro l’MPLA controllato dai russi. Insomma, erano dei simpatizzanti, non nostri militanti. Ovviamente avevo informato il Centro di Milano nella persona di Bruno Maffi. Dopo circa una decina di mesi di contatti e di chiarificazioni, Viriato mi chiese se, a Parigi, potevamo dare un sostegno concreto a due loro organizzati. Io non promisi nulla, però dissi che ne avrei discusso con i compagni parigini e italiani in occasione della riunione di Marsiglia che si tenne nel luglio del 1964. A Marsiglia, la sera dopo cena e ovviamente dopo la riunione di partito, presenti: Bruno, Giuliano, Elio, Calogero, Oscar (Camatte) (questi due ancora viventi), Roger (Dangeville), Daniel e ancora non mi ricordo chi, ne parlammo. La conclusione fu negativa: non per insipienza, né tanto meno perché non si voleva dare un aiuto agli angolani, ma perché non si poteva. A Parigi c’erano 4 o 5 militanti, tutti in condizioni di difficoltà per un motivo o un altro (ma ad Algeri gli angolani furono, nei limiti del possibile, aiutati; si riuscì, per esempio, anche a dar loro un appartamento per riunirsi. Fatto questo assai difficile: avere un alloggio allora era pressoché impossibile giacché le popolazioni dell’interno si erano riversate, occupando gli immobili vuoti, nella capitale dove c’era da mangiare anche gratuitamente: donazioni francesi, italiane, americane, russe, cinesi, cubane) […] Si trattava quindi di una richiesta di un semplice concreto appoggio da parte degli angolani e non di una sbandierata richiesta ufficiale politica, non voluta o non saputa sfruttare politicamente da “Programma Comunista”.
[…] Tornato ad Algeri riferii di come stavano le cose. Gli angolani, per un certo tempo, continuarono a diffondere la nostra rivista; ma un raggruppamento politico fuori dal suo paese ha bisogno di cibo, di rifugio, di soldi e di armi. Noi non potevamo far fronte a simili esigenze ed emergenze ed essi evidentemente si resero conto della inconsistenza delle nostre forze. Così una sera ad una mangiata collettiva di cous cous e ad una discussione accalorata, presenti due cinesi, Viriato, molto imbarazzato, fece un attacco pubblico a me e alle nostre posizioni politiche considerate ora pseudo-rivoluzionarie. Capita la situazione della presenza cinese, io replicai con non molta calma; sua moglie si mise a piangere. Si sciolse confusamente la serata. Qualche mese dopo appresi che Viriato era andato a Pechino dove visse ancora per alcuni anni.
Approfitto per dire ancora alcune cose. I vari gruppi trotzkisti appoggiarono concretamente la lotta di liberazione algerina. Con l’indipendenza fu pubblicato un loro giornale: “SOUS LE DRAPEAU DU SOCIALISME”. Il milione di francesi “pieds noirs”, proprietari dell’industria, della terra, dell’agricoltura, del commercio e dei servizi, in pochi giorni, abbandonarono tutte le loro proprietà e attività private e pubbliche; allora essi, con altri piccoli raggruppamenti di sinistra francesi ed europei, organizzarono le piccole e anche alcune medie realtà economiche abbandonate, dando luogo alla formazione di comitati di gestione. L’industria però si fermò per tutto l’anno 1962 e più oltre. Solo la scuola rimase attiva in mano al nuovo Stato con, per i primi tre anni, ancora le regole e i programmi francesi; ma vi erano moltissimi scolari (merito del governo benbellista) e pochissimi insegnanti. Questi vennero poi dalla sinistra francese, dai cubani, da argentini, dai russi (per le materie tecniche e scientifiche) e da alcuni individui simpatizzanti (me compreso che inoltrai al Ministero dell’Educazione una domanda d’insegnamento per il francese e l’italiano che fu subito accolta: dovetti però infine insegnare un po’ di tutto, motivo per cui non ho studiato mai tanto in vita mia come nel periodo che sono rimasto in Algeria). Dopo il colpo di Stato di Boumedienne che rovesciò il governo “socialista” di Ben Bella, la lodevole opera organizzativa trotzkista cominciò ad essere criticata e malvista dai nuovi padroni: i trotzkisti dovettero man mano mollare i comitati stessi che avevano organizzato e ritornare nei loro paesi da cui erano venuti e alcuni finirono in galera. Ci fu ad esempio, un comitato di gestione di una zona agricola vicino ad Algeri, Birtouta, che fu sciolto dalla polizia governativa. Mi pare fosse tra la metà di maggio e giugno del 1966. C’era stata un’abbondante raccolta di produzione orto-frutticola; i membri del comitato si riunirono e decisero di distribuirla gratuitamente alla popolazione, lasciandone giudiziosamente una parte per la riserva. Uno del comitato avvisò il dirigente dell’Agricoltura della capitale, il quale inviò subito dei poliziotti che fermarono la distribuzione dei prodotti. Il motivo: la distribuzione è una provocazione: ma che siamo pazzi? Mandiamo in malora il mercato?! Due argentini del comitato furono arrestati e “trattati per le feste” in prigione. Il nostro piccolo gruppetto continuò cautamente la diffusione della rivista e quando scoppiò la “Guerra dei Sei giorni” tra l’Egitto e Israele si dette da fare per diffondere un volantino ciclostilato che è pubblicato, mi pare, nel numero 14 di Programma Comunista del 1967 […] La fine del gruppo: io lasciai l’Algeria verso la fine del 1969, dei “piedi neri” portoghesi, due ritornarono nell’Angola indipendente, Socrates e Ferreira; il terzo, Adelino Torres si trasferì in Francia (era sposato con un insegnante francese). Nel 1972 venne a trovarmi a Borbiago-Venezia. Poi si ritrasferì a Lisbona, dove divenne professore di economia all’Università. Cambiò le sue vedute sulla interpretazione marxista dei fatti economici e sociali. Degli altri due algerini: Bacha e Derbal non seppi più nulla. C’era un altro compagno che raramente incontravo quando era ad Algeri: Ameziane. Mi pare che adesso sia in Francia quindi ancora vivente. Imperdonabili dimenticanze: militò con noi nell’ultimo anno che rimasi ad Algeri: Alain, giovane insegnante francese, che rientrò nel 1971 a Lione; ricordo poi Carrasco, un compagno anarchico spagnolo: fu nostro simpatizzante fino a quando rimase in Algeria; in seguito si arruolò nella guerriglia in Angola; molte e accanite furono le discussioni sulla guerra civile spagnola del 1936-1939 e sul ruolo confuso avuto dagli anarchici in questa8.

Risulta evidente, da questa lunga citazione, che con Turi se n’è andato un pezzo di Storia “altra” del movimento operaio e comunista; un compagno che, pur con la modestia che lo contraddistingueva, rivendicò sempre il ruolo rivoluzionario di Bordiga e di Trotzky:

Bordiga è stato il restauratore della Teoria di Marx, ed è stato pure il conservatore attivo della “linea del futuro” del proletariato internazionale, finché la malattia e poi la morte non gli tolsero la vita. Egli e Trotzky sono i due grandi compagni che hanno difeso l’opera mirabile di Lenin che non è stata solo russa ma internazionale. Trotzky combattè generosamente (finché non fu assassinato da sicari stalinisti), ma non rendendosi conto che la sconfitta subita dal proletariato occidentale ad opera della borghesia, aveva liquidata ogni prospettiva rivoluzionaria prossima. Ci ha lasciato scritti indimenticabili, come “Gli insegnamenti di Ottobre”, ma dubbi ed errori (per il periodo storico staliniano ormai borghesemente concluso) sul carattere del regime sociale, politico ed economico russo. […] Bordiga – durante l’epoca mussoliniana – pur immerso in una situazione politica e sociale soffocante, con una mente però sempre analiticamente attiva, riemergendo politicamente ha prodotto e ci ha lasciato armi teoriche per la ripresa delle lotte di classe future9.

Ma che non ebbe mai paura di rompere i tabù delle sette “bordighiane” e di mettere apertamente in discussione numerose ipotesi e apporti teorici dello stesso Bordiga. Ad esempio quando diede vita, nel 1975 dopo aver abbandonato Programma Comunista, alle Edizioni Sociali che misero fine alla religione dell’”anonimato” e ripubblicarono, accompagnati da nome e cognome dell’autore, in forma di libro alcuni testi importanti di Bordiga: Dialogato con Stalin e Dialogato coi morti, oltre che un testo di Ottorino Perrone, La Tattica del Comintern.

Oppure quando rimise in discussione le tesi esposte nel 1961 da Bordiga sulla “conquista dello spazio”, affermando, al contrario di quanto sostenuto in quelle, che la critica della “decadenza storica di una classe” «non comporta necessariamente una regressione del pensiero scientifico. Questo, al contrario, può essere suscettibile di un’ulteriore evoluzione». L’errore, per Turi, era duplice: considerare che il lancio dei satelliti artificiali «non avesse alcun autentico valore scientifico» e «negare assolutamente che l’uomo possa un giorno viaggiare nello spazio…». Questa duplice negazione, secondo Turi, portava «ad una posizione anti-evoluzionista».

Pur facendo ciò Turi non dimenticò, mai di condannare gli storici che hanno rimosso, banalizzato o travisato pesantemente il ruolo avuto da Bordiga e dalla Sinistra Comunista nel movimento comunista internazionale.

“Politico”, strano e limitante aggettivo riferito al militante comunista Amadeo Bordiga da quando, dalla giovinezza fino a che lo sostennero le forze prima della morte, fece suo il marxismo rivoluzionario. Si capisce però, fin dalle prime righe dell’introduzione, qual è il significato che gli autori della pubblicazione sopra citata danno all’attributo “politico”: cioè la pretesa incapacità del comunista napoletano di attuare in pratica una politica rivoluzionaria “in un milieu che avrebbe potuto dare, a nostro avviso, a condizione di una effettiva ripresa e di un rinnovamento del marxismo” (quindi per loro anche il marxismo va rinnovato… non riaffermato) “[…] Ciò non solo con la costituzione del Partito Comunista d’Italia, ma anche dopo la degenerazione della Terza Internazionale e nel corso della lotta contro lo stalinismo, così come nel secondo dopoguerra. Questa possibilità è effettivamente esistita fino a che la chiusura dogmatica di Bordiga e del bordighismo in una riduzione della lotta politica a propaganda non ha preso le sembianze di una «perseverazione diabolica» nella seconda metà degli anni Sessanta” (pag. 9). Abbiamo qui, di conseguenza, un capovolgimento storico della funzione dell’individuo uomo politico: da positivo influenzatore e direttore possibile di grandi eventi storico-sociali a potente negativo disfacitore degli eventi stessi. Meraviglia! Viene inaugurato un nuovo materialismo storico e una nuova funzione storica negativa della personalità…! E così si ripete nelle ultime pagine: “Si può dire quindi che, dopo la messa a punto del 1964-65, tutto continuasse, come prima e più di prima, nell’ambito di Programma Comunista, con la conferma e la elevazione a sistema politico chiuso, che abbiamo chiamata «perseverazione diabolica», dell’intransigentismo di tipo propagandistico. E’ evidente che non è possibile stabilire i momenti precisi di questa involuzione, ma la responsabilità di Bordiga in essa è sicura” (pag. 678). Come dire: non le classi che lottano – vincenti o perdenti – ma gli individui e alcuni loro accoliti sono i fattori di storia in senso evolutivo o involutivo. La tesi imbecille sostenuta dall’inizio alla fine del libro è evidente: è stata teorizzata non un’autentica e valida iniziativa politica comunista di classe, ma attuato un esteriore e sterile “intransigentismo di tipo propagandistico” (ma che c’entra una tale affermazione con quanto dice prima “sistema politico chiuso”?).Insomma abbiamo a che fare con altri nuovi storici “bordighiani” (eh già il primo si vanta di aver conosciuto Bordiga e ha pure militato un tempo in Programma Comunista…).
I precedenti, quelli del periodo post XX Congresso del PCUS, i più benevoli, scrivendo su Bordiga e i “bordighisti” si limitavano a sistemarli nella “torre d’avorio” e nel discutibile “settarismo”; questi ultimi invece ne fanno dei perseveranti diabolici intransigenti sterili propagandisti e basta. In questo tipo di storia buffonesca e contraddittoria è una inutile fatica critica contrapporsi: abbiamo di fronte un muro di gomma. Come oggi nella politica ufficiale della sbandierata democrazia, la sinistra non è distinguibile dalla destra, giacché i componenti cambiano rapidamente di obiettivi e di posto, così tra “bordighismo” benevolo e quello critico paragonato è bene star lontani se si vuol essere in regola con il solo valido comunismo, cioè quello di Marx, di Lenin e di Bordiga10.

Proiettato sempre verso il futuro del divenire della specie, irremovibile difensore della teoria marxista e allo stesso tempo attento alle dinamiche scientifiche del mondo in cui è vissuto, di Turi può essere soltanto detto che, come nelle parole di una compagna che ha comunicato all’autore del presente testo la sua scomparsa, «tutti noi lo abbiamo apprezzato e abbiamo goduto della sua brillante intelligenza, della sua ampia cultura, della sua vivacità e, insieme alle discussioni accanite, dei suoi modi garbati».

Un’ultima cosa: chi scrive, in occasione di una visita a Roma nel corso degli anni Novanta mentre Turi era ricoverato in ospedale per un intervento chirurgico, ebbe occasione di ridere a lungo con lui dopo avergli cantato Noi siamo figli delle stelle, di Alan Sorrenti, in riferimento alla sua passione per la scienza e lo spazio. Ora non resta che sperare che da qualche parte, nello spazio profondo e, magari, in compagnia della sempre tanto ammirata Margherita Hack, egli possa ricevere quest’ultimo ricordo e messaggio di affetto. Con serenità e allegria, come era solito discutere con chi qui scrive.


  1. Franco Bertolucci (a cura di), GRUPPI ANARCHICI D’AZIONE PROLETARIA. LE IDEE, I MILITANTI, L’ORGANIZZAZIONE. Vol.1 Dal Fronte Popolare alla “Legge Truffa”. La crisi politica e organizzativa dell’anarchismo, Quaderni della Rivista Storica dell’Anarchismo n° 7/2017, BFS Edizioni – PANTAREI, pp. 153-154  

  2. Ivi, p.97  

  3. Si veda qui  

  4. Dopo la raggiunta indipendenza dell’Algeria, nel 1962, il paese fu scosso da un primo colpo di Stato militare nel 1965, che, sotto la guida di Houari Boumédiène, estromise dal governo Ahmed Ben Bella che lo stesso Boumédiène, in qualità, prima, di capo di Stato Maggiore delle forze militari del Fronte di Liberazione Nazionale di Algeria (FLN) e di Ministro della Difesa, poi, aveva portato al potere. Nel 1967 un secondo tentativo di colpo di Stato militare aveva cercato di rovesciare il regime di Boumédiène, senza però riuscirci e a seguito di ciò si era avviata la repressione degli elementi di sinistra presenti ancora nell’esercito e nella società algerina.  

  5. Basile-Leni, AMADEO BORDIGA POLITICO, Edizioni Colibrì 2014, nota 1190, p. 661  

  6. Spiegazione: eravamo ad Algeri, capitale una volta dei pieds noirs colonialisti… Scherzando si era diffuso, in un certo ambiente, l’uso di chiamare piedi neri i portoghesi bianchi istruiti nati in Angola, ma che avevano aderito alla guerra di liberazione. Io scrivendo mi sono lasciato prendere la mano…scusate. (Nota di Turi)  

  7. Cervetto stesso, nei suoi Quaderni, si autostimava così: “Cerco di essere uno scienziato della rivoluzione e so che la scienza è ricerca incessante, errore che ricerca la verità, verità che ricerca l’errore” in Guido La Barbera: Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, Edizioni: Lotta Comunista, 2012. (Nota di Turi)  

  8. Lettera di Turi ai compagni a commento del libro Amadeo Bordiga politico, 21 settembre 2015  

  9. ivi  

  10. ivi  

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Amadeo Bordiga e la passione del comunismo https://www.carmillaonline.com/2021/04/07/amadeo-bordiga-e-la-passione-del-comunismo/ Wed, 07 Apr 2021 21:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65638 di Sandro Moiso

Pietro Basso, Amadeo Bordiga, una presentazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2021, pp. 158, 18 euro

Al contrario di quanto buona parte della cosiddetta Sinistra Comunista ha sperato per molto tempo, la catastrofe del socialismo reale e il declino e successiva scomparsa, inevitabili poiché collegati alla prima, dei partiti ex-stalinizzati del ‘900 non ha affatto contribuito a sollevare il velo di menzogne e distorsioni storico-politiche che ha ricoperto l’esperienza comunista, nei decenni intercorsi tra il 1926 e il 1989, grazie alla narrazione dei partiti e delle istituzioni che pensavano di essersi liberati di ogni serio avversario a “sinistra”.

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di Sandro Moiso

Pietro Basso, Amadeo Bordiga, una presentazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2021, pp. 158, 18 euro

Al contrario di quanto buona parte della cosiddetta Sinistra Comunista ha sperato per molto tempo, la catastrofe del socialismo reale e il declino e successiva scomparsa, inevitabili poiché collegati alla prima, dei partiti ex-stalinizzati del ‘900 non ha affatto contribuito a sollevare il velo di menzogne e distorsioni storico-politiche che ha ricoperto l’esperienza comunista, nei decenni intercorsi tra il 1926 e il 1989, grazie alla narrazione dei partiti e delle istituzioni che pensavano di essersi liberati di ogni serio avversario a “sinistra”.

Per questo motivo la figura di Amadeo Bordiga ha pagato due volte la sua irriducibile opposizione sia al capitalismo trionfante successivo alla seconda guerra imperialista e mondiale che al “marxismo” deviato e corrotto, spacciato come teoria della classe operaia, prodotto dagli stalinisti e dai loro successivi epigoni. Una figura, quella del primo segretario del Partito Comunista d’Italia fondato a Livorno nel 1921, rimossa per lunghi anni dalla storia dello stesso partito e mal riproposta, allo stesso tempo, dai suoi seguaci della seconda metà del ‘900 che alternativamente si sono dedicati alla riproposizione acritica, se non mitica, delle sue scelte e idee politiche oppure, in tempi più recenti, ad un autentico tiro al piccione nei suoi confronti, in una sorta di rivolta contro un padre con cui, troppo spesso, non si son fatti davvero i conti storicizzandone ruolo e personalità.

Motivo per cui giunge gradita, per chiunque non voglia vivere soltanto di miti e foscoliane illusioni oppure di menzogne, la presentazione di Bordiga proposta da Pietro Basso per le Edizioni Punto Rosso. Certo le 150 pagine e i dieci succinti capitoli in cui l’autore riassume gli aspetti principali dell’azione e della riflessione politica del comunista italiano costituiscono uno spazio ristretto per racchiudere un’esperienza che ha spaziato dal Partito Socialista, incrostato di opportunismo e massoneria, della Seconda Internazionale, alla Rivoluzione russa e alla nascita della Terza Internazionale e dei partiti comunisti, fino alla degenerazione staliniana di tutto ciò e alla necessità di riflettere su un modo diverso di intendere l’organizzazione e la teoria comunista, ma si può comunque dire che è un buon inizio.

Basta infatti dare una rapida scorsa alle pagine dedicate alla bibliografia su Amadeo Bordiga, poste alla fine del volume, per comprendere quanto siano state poche le opere a lui dedicate, soprattutto se si pensa al gran numero di quelle dedicate a Gramsci o, ancor peggio, a Togliatti e ai dirigenti del partito stalinizzato. Ma si sa, la pubblicità è l’anima del commercio e anche la corporazione degli storici, a parte alcune rarissime occasioni, si è adeguata, sia per intrinseca convinzione ideologica che per opportunistica necessità di vendita del proprio prodotto, favorendo una leggenda gramsciana che è servita, in realtà, troppo spesso a giustificare la storia di un partito che, dopo aver espulso a sua insaputa Bordiga nel 1929, ha congelato la memoria del comunista sardo relegandola ad un’esperienza carceraria sulla quale, in realtà, ci sarebbe ancora molto da dire e scrivere1.

Pietro Basso ha pubblicato saggi e libri sul tempo di lavoro, la disoccupazione, le migrazioni internazionali, il razzismo dottrinale e di stato, l’islamofobia, le lotte del proletariato, tradotti in molte lingue. Nel 2020 ha curato per l’editore Brill la prima antologia di scritti di Bordiga in lingua inglese, The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amadeo Bordiga (1912-1965), e scritto la voce Bordiga nel Routledge Handbook of Marxism and Post-marxism (2021). Collabora inoltre alla rivista «Il cuneo rosso» e al blog «Il pungolo rosso».

Proprio dall’introduzione al testo contenente la traduzione in inglese degli scritti del comunista napoletano è tratto il testo appena pubblicato in Italia, che si caratterizza per l’obiettività con cui è presentata l’opera (teorico-politica) dello stesso.
Come afferma lo stesso Basso nell’introduzione:

Questo scritto è una presentazione molto sintetica di Amadeo Bordiga. Del militante, organizzatore e propagandista politico di primissimo rango, quale fu nella prima fase della sua battaglia comunista (1912-1926); e del “restauratore” di alcuni aspetti della teoria marxista in contrapposizione al capitalismo e allo stalinismo trionfanti, quale fu in una seconda fase del suo impegno (1945-1966). Si tratta di due periodi storici pressoché agli antipodi. In quanto il primo vide esplodere, per entro la “grande guerra”, il più ardito assalto al cielo mai compiuto dal proletariato, mentre il secondo ha celebrato il pieno rilancio del capitalismo, dopo un trentennio di catastrofi, attraverso l’inaudita espansione mondiale dei rapporti sociali mercantili e monetari e dei connaturati valori culturali.
[…] Come si vedrà questa non è un’apologia bordighista di Bordiga. Perché il bilancio di questa grande esperienza è, necessariamente, in chiaroscuro2.

Il tentativo di Basso è quello di sottolineare come Bordiga abbia sempre operato in quanto militante più che come intellettuale, stravolgendo già in questo modo quella concezione tipicamente borghese dell’”intellettuale impegnato” oppure quella gramsciana dell’intellettuale “organico”.
Circolo Carlo Marx di Napoli, Federazione giovanile socialista, frazione intransigente rivoluzionaria, frazione comunista astensionista, Pcd’I-sezione italiana della Terza Internazionale, Partito comunista internazionalista e, infine, Partito comunista internazionale-Programma Comunista, sono stati i momenti che hanno segnato il suo percorso politico, organizzativo e teorico.

Bordiga, militante delle rivoluzioni a venire verrebbe da dire, non ha mai rinunciato all’integrità politica in nome del successo o dell’affermazione personale, anche se questo ha portato con sé due aspetti antitetici di cui Basso sa tenere conto.
L’ostinata difesa della radicalità della Rivoluzione e dell’azione e della teoria che devono per forza di cose accompagnarla gli ha permesso, anche nei periodi di quasi totale isolamento, di rinnovare, ancor più che restaurare soltanto come vorrebbero gli epigoni, il pensiero del movimento di classe rivoluzionario, trasmettendo ai posteri alcuni insegnamenti che nel ritorno della Grande Crisi, economica e pandemica e certamente portatrice di enormi disastri e guerre, odierna potrebbero rivelarsi estremamente utili se non addirittura dirimenti per i movimenti attuali di contestazione e negazione dell’ordinamento socio-politico attuale.
Cosa che ha fatto sì che la sua damnatio memoriae non cessasse mai di operare.

Per i narratori di stato il dato storico effettivo è irrilevante […] la sola aspirazione razionale che può nutrire la classe lavoratrice è quella di moderare un po’ gli effetti più estremi del meccanismo capitalistico. Altro non può. E se osa andare oltre? […] il contraccolpo sarà durissimo. Non solo per gli audaci. Lo sarà per tutti i proletari e perfino per l’intera società. Perché – parla Mauro3 per i suoi simili – «la fascinazione febbrile di un pensiero continuamente teso a ricostruire il mondo» non può che metter capo a «modellistica politica» tanto grandiosa quanto «ingenua, che proietterà nel futuro la tentazione tragica della comunità perfetta». Niente fascinazioni. Niente pensieri grandiosi. Niente modelli utopistici. Niente sogni di comunità perfette – salvo quelli da incubo, dell’industria 4.0 e del transumanesimo robotico […] Al lavoro, disciplinati! E vi passeranno i grilli per la testa. « La sinistra, o è riformista o perde». Solo questo è possibile4.

Ma le questioni poste da Bordiga non sono di dettaglio e non si possono facilmente rimuovere così come alcuni avrebbero voluto: «la sua battaglia contro le illusioni seminate dal riformismo, il suo anti-militarismo rigorosamente disfattista verso la “patria” borghese, la sua denuncia del cretinismo parlamentare» insieme alla sua capacità di «estrarre e mettere in luce la dimensione anti-produttivistica ed ecologica del marxismo […] che ne esalta l’antagonismo col capitalismo stramaturo che, nella sua folle ricerca di nuove fonti di produzione del plusvalore, si caratterizza più che mai per una feroce fame di catastrofe e di rovina»5.

Certo, a fronte di questa riscoperta del radicalismo ed attualità della proposta bordighiana rimangono le ombre. Ombre legate ad una concezione tattica semplificata fino all’osso e ad una concezione organizzativa di tipo partitico che spesso, e soprattutto nell’interpretazione ed applicazione di troppi epigoni, porta a rigide derive settaristiche. Costringendo il discorso in un alveo talvolta ermetico ed autoreferenziale (soprattutto nelle infinite polemiche e diatribe che hanno caratterizzato le separazioni, divisioni e scontri tra le differenti correnti “bordighiste”, già ben prima della sua morte avvenuta nel 1970).

Uomo d’altri tempi, per formazione, cultura ed esperienza Bordiga non comprese assolutamente la novità costituita dai movimenti del ’68, cui dedicò l’ultimo suo scritto pubblicato in vita sul «Programma Comunista». D’altra parte non avendo compreso la grande trasformazione sociale avvenuta con l’avvento della riforma della scuola media unica, Bordiga poteva rammentare soltanto le mobilitazioni a favore del primo conflitto mondiale portato avanti, all’epoca, da uno studentame che costituiva una sorta di jeunesse dorée borghese, mentre i figli dei proletari dovevano accontentarsi di seguire le orme dei padri (e delle madri) in fabbrica.

Certe estremizzazioni poi del suo pensiero, dopo il secondo conflitto mondiale, furono anche il prodotto di due altri fattori. In primo luogo una salutare reazione all’impostazione marxista-leninista che da lì a poco si sarebbe trasferita anche in tanti gruppi della cosiddetta “nuova sinistra”. E che si sarebbe trasferito ben presto (probabilmente con Bordiga ancora vivente) anche nella Sinistra Comunista sotto forma di culto del capo. Un culto della personalità cui il vecchio e irriducibile comunista si era da sempre opposto, fin dalla morte di Lenin e dall’avvento dello stalinismo, e che avrebbe osteggiato in ogni modo fino a quella rivendicazione di un totale anonimato autoriale, che invece avrebbe permesso, in seguito, ai vari manipoli di seguaci di fregiarsi degli stessi meriti, spesso senza avere davvero fatte proprie le sue posizioni.

L’altro fattore è da attribuire alla solitudine in cui Bordiga operò per lunghi periodi della sua vita e anche alla sfiducia che lo stesso nutrì nella formazione di uno strumento “partito” di cui non vedeva ancora le necessarie condizioni di sviluppo. Trascinatovi quasi per i capelli, finì col definire rigide norme destinate ad una sorta di “autodifesa” da quella sovracrescita di militanti poco preparati e dalle poche e confuse idee che aveva finito col caratterizzare i “partiti di massa” di origine stalinista, fascista o democratica.

Era ben chiaro a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 nella testa del nostro (e un po’ tutta la sua opera di quegli anni lo dimostra) il disastro storico, politico, ideologico ed umano rappresentato dallo stalinismo come vero distruttore del movimento di classe internazionale. Oggi affermare ciò può essere scontato, ma credo che fosse cosa ben diversa vivere sulla propria pelle, in diretta per così dire, e nella propria testa il fallimento rappresentato dallo stalinismo per il movimento di classe e per gli uomini che avevano legato il proprio destino a quello della rivoluzione bolscevica e ai suoi strascichi nei primi trent’anni del secolo. Sicuramente, al confronto, fascismo e nazismo avevano costituito un problema minore, una conseguenza di quel fallimento, non certo una causa.

Per tutti questi motivi Bordiga, con il suo modo di pensare, operare e interpretare il marxismo, proprio come suggerisce Pietro Basso, va inquadrato sul piano storico e, quindi, anche umano ovvero soggettivo. Bordiga uomo storico intanto e non vate, gigante, maestro di misteri o condottiero rivoluzionario. E’ accademico ricordare tutto ciò ? No, soprattutto se questo ci può aiutare a capire alcuni “svarioni” ed alcune salutari anticipazioni egualmente espresse dal suo pensiero.

A settanta e più anni, nelle riunioni sulla conoscenza e la filosofia6, riprese la polemica anti-culturalista che lo aveva già caratterizzato in gioventù e lo fece con foga e passione, perché sapeva bene che proprio i deliri della “cultura proletaria” erano stati una delle armi retoriche dello stalinismo in patria e fuori.
Così pure la freddezza della ragione così vicina al calcolo politico (padre di ogni opportunismo) e l’esaltazione positivistica e trionfalistica della scienza (madre di ogni tradimento della teoria rivoluzionaria) lo spinsero ad allontanarsi da due capisaldi del pensiero borghese otto e novecentesco che si erano inseriti come un tarlo nella teoria comunista fino a stravolgerla, in nome, appunto, di nuove fasulle conquiste (la polemica sulla corsa allo spazio era prima di tutto, ancora una volta, una polemica antistalinista) sia nel campo della conoscenza e del rapporto uomo-natura che in quello dei rapporti di classe.

Bordiga restituiva l’intuizione, la religione e l’arte alle categorie della conoscenza; recuperando così anche la possessione7 ovvero la manifestazione negli uomini, sia presi individualmente che collettivamente, di forze e potenze che li trascinano, li dominano e li soggiogano ancor prima che essi possano pienamente comprenderle.

Ad esempio il comunismo, che a sua volta è figlio di necessità storiche, di potenze materiali che agiscono sulla società e sui singoli provocando di volta in volta una metamorfosi del sociale e delle forme della conoscenza (oltre che delle forme di lotta e di organizzazione). Solo dopo un impatto violento sugli uomini e sulle classi queste forze possono essere “formalizzate”, ridotte a teoria. Motivo per cui anche in Marx si parla del demone del comunismo ed è interessante constatare come per gli antichi greci (ovvero prima dell’età classica e della sistemazione dei canoni), in Omero per esempio, la parola daímones servisse indifferentemente a parlare degli dei come dei demoni.

L’intuizione, così vicina all’istinto, deve spesso guidare il rivoluzionario anticipandone le sistemazioni teoriche che seguiranno: l’esempio degli scritti giovanili di Marx (di cui non a caso Bordiga si stava occupando al tempo delle riunioni in questione) che anticipano gli scritti della maturità potrebbero costituire un esempio di ciò. Ma anche la spontanea sollevazione o ribellione delle classi formate o in formazione (ancora non a caso vengono recuperati i luddisti nel corso delle stesse riunioni) anticipa la teoria e le teorie che spiegano e accompagnano la lotta di classe.

L’arte segue un po’ lo stesso percorso poiché l’artista esprime più di quello che lui stesso vorrebbe, sia perché il suo prodotto non è mai individuale e soggettivo, sia perché spesso tende ad anticipare ciò che già è nell’aria (in questo caso anticipare sta anche per annunciare e si può annunciare solo ciò che già è deciso ovvero che già esiste anche se la moltitudine sembra ancora non esserne a conoscenza). D’altra parte il termine avanguardia, tra ‘800 e ‘900 non si è prestato forse all’uso sia politico che artistico? Nell’accezione bordighiana dell’arte (colta sempre nel momento in cui accompagna le grandi trasformazioni della società) quest’ultima non è forse sempre precorritrice di ciò che sta per avvenire?

Infine la religione: prima forma di conoscenza “teorica” del mondo e al contempo anticipatrice delle leggi destinate a governare le prime società di classe. Manifestazione dell’umano che si dà un proprio divenire, collegandolo a cicli più grandi della stessa forma sociale che l’ha prodotta. Manifestazione essa stessa di quelle potenze, di quelle forze che l’uomo subisce e allo stesso tempo cerca di spiegare e dominare. Perché insistere, come fa Bordiga, su questo aspetto della conoscenza umana, se non per rivoltarla contro gli stessi “atei” borghesi che hanno fatto del capitale, dello sviluppo e del progresso tecnico la propria nuova e disumana religione?

La domande da porsi quindi riguardano non tanto dove, quando, come e perché comincia la deriva bordighista, ma piuttosto, come il provocatorio e nuovo discorso bordighiano abbia fallito nell’incontrare quei movimenti che da lì a pochi anni, Bordiga ancora vivente, avrebbero cominciato a porsi problemi analoghi e come, allo stesso tempo, quelle affermazioni si siano trasformate nella caricatura di sé stesse nella spesso inconcludente e settaria pratica bordighista.

Ma, come al solito nel testo bordighiano, ci sono “intuizioni” che travalicano la miseria del momento (riunioni in cui bisognava chiedere insistentemente ai compagni presenti di non allontanarsi in massa e ridurre i macigni in salsicce) e degli epigoni.
Intanto la modestia dell’uomo: ne sono prova non solo gli scherzosi richiami ai disattenti, ma, soprattutto, il diniego di fronte a quei lavori “futuri” che si ritenevano importantissimi (sulla scienza e la conoscenza, sulla società futura, etc.), ma che allo stesso tempo si ritenevano al di sopra delle proprie forze intellettuali sia individuali che collettive. Per Bordiga nulla poteva esser dato per scontato a livello di conoscenza: tutto era, almeno fino all’affermarsi di una società comunista, in divenire. E spesso non vi erano nemmeno giganti sulle cui spalle poter salire. Tutto rimaneva nella dimensione degli uomini, per grandi che questi potessero essere, poiché gli “dei” si manifestano soltanto come forze dominanti e gli eroi esistono per quanto durano i cicli rivoluzionari. La polemica sul battilocchi ne è l’esempio più concreto e saldo.

Nel vecchio Bordiga, comunque, trionfava sempre la preoccupazione anti-staliniana e così sarebbe stato destinato a fermarsi sull’orlo di una nuova fase della lotta di classe, incapace di mettere pienamente a fuoco quegli elementi di novità compresi nel ruolo dei popoli non occidentali nella ripresa della stessa e allo stesso tempo quelli non “operaistici” già presenti nel corpo principale dei testi della Sinistra. Così, mentre all’inizio del secolo un certo spontaneismo aveva permesso al gruppo dei giovani socialisti, e poi del Soviet, di emanciparsi dai dettami della socialdemocrazia legata alla Seconda Internazionale, sul finire degli anni sessanta Bordiga preferisce chiudersi all’interno di una ferrea (e dannosa quando non ridicola) disciplina di partito che finirà con lo scimmiottare il bolscevismo più deleterio di marca stalinista. Quasi come se a forza di fissare o di lottare con il mostro avesse finito con l’assorbirne le caratteristiche peggiori.

Finiva così col perdere quell’attenzione per la metamorfosi necessaria del mondo e delle forme di lotta e di organizzazione (quindi delle tattiche e delle parole d’ordine) che avevano caratterizzato la parte più viva del suo discorso.
Per i fessi e i settari rimasero gli invarianti, il dogmatismo, la ferrea “rosa delle eventualità tattiche”, i sacri testi, ma non il metodo, quello stesso che aveva permesso a Marx di riconoscere la grandezza della Comune nonostante la direzione anarchica e populista della stessa, a Lenin di superare con un gigantesco colpo d’ala i pantani della Seconda Internazionale e a Bordiga di riconoscere il carattere capitalistico della Russia Sovietica e il carattere rivoluzionario delle lotte dei popoli colorati e ancora l’importanza della religione, dell’intuizione e dell’arte ovvero della passione nei processi cognitivi umani.

Sono personalmente convinto che da quel metodo i rivoluzionari debbano continuamente ripartire, in una sorta di fatica di Sisifo cui soltanto la fine dell’odiato sistema di classe potrà metter fine. Ogni scorciatoia, ogni certezza definitiva, ogni imbecille speranza nella forza del dogma o di un partito che per ora non c’è, ci è definitivamente preclusa, mentre la lettura proposta da Basso può costituire un primo e significativo passo in direzione di questa riscoperta della parte più vivace e attuale del pensiero del vecchio comunista; tralasciando quelle incongrue polemiche in cui i suoi seguaci od ex continuano a razzolare nel tentativo di spiegarne, sminuirne o ingigantirne le responsabilità, vere o presunte, nei confronti delle sconfitte subite dalla rivoluzione8. Incapaci anche di comprendere la sostanza delle sue Lezioni delle controrivoluzioni e, forse, ancor meno quanto affermò Rosa Luxemburg, all’indomani della sconfitta dell’insurrezione spartachista di Berlino, nel gennaio del 1919: «poggiamo i piedi proprio su quelle sconfitte, a nessuna delle quali possiamo rinunciare, ognuna delle quali è una parte della nostra forza e consapevolezza»9.


  1. Sull’argomento si vedano, almeno: Chiara Daniele (a cura di), Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, Giulio Einaudi Editore, Torino 1999 e qui  

  2. P. Basso, Lezioni per l’oggi in Amadeo Bordiga, una presentazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2021, p. 7  

  3. Il riferimento è a Ezio Mauro e alla sua ricostruzione della nascita del Pcd’I, La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo, Feltrinelli, Milano 2021 – N.d. R.  

  4. P. Basso, op. cit., pp. 5-6  

  5. ibidem, pp. 9-10  

  6. Si veda in proposito: Critica della filosofia. Cinque testi inediti di Amadeo Bordiga, «N+1», n° 15-16, giugno-settembre 2004  

  7. «Quando si parla di possessione, il primo passo falso è quello di credere che si tratti di un fenomeno estremo, esotico e comunque torbido.[…] Per i Greci, la possessione fu innanzitutto una forma primaria della conoscenza, nata molto prima dei filosofi che la nominano.[…] Tutta la psicologia omerica, degli uomini e degli dei – questa mirabile costruzione che solo l’ingenuità dei moderni ha potuto giudicare rudimentale -, è attraversata da un capo all’altro dalla possessione, se possessione è in primo luogo il riconoscimento che la nostra vita mentale è abitata da potenze che la sovrastano e sfuggono a ogni controllo, ma possono avere nomi, forme e profili. Con queste potenze abbiamo a che fare in ogni istante, sono esse che ci trasformano e in cui noi ci trasformiamo.[…] E ogni metamorfosi era [è] un’acquisizione di conoscenza. Certo, non già di una conoscenza che rimane disponibile come un algoritmo.» in Roberto Calasso, La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi, 2005, pp.26 –28  

  8. Un po’ come se oggi si continuasse a discutere del fatto che nel 1917, poco prima dell’esplodere della rivoluzione russa, Lenin, all’epoca in esilio, si soffermasse di più sul Partito socialdemocratico svedese e le sue vicende piuttosto che su quanto stava per avvenire in Russia. Si veda la lettera di Lenin ad Alessandra Kollontaj del 5 marzo 1917 cit. in Michael Voslensky, Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica, Longanesi & C., Milano 1980, p. 94  

  9. Rosa Luxemburg, L’ordine regna a Berlino, in R. Luxemburg, Scritti scelti, Einaudi , Torino 1975, p.680  

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Una cronaca di lotta proletaria dall’isola del ferro https://www.carmillaonline.com/2020/09/02/una-cronaca-proletaria-dellisola-del-ferro/ Wed, 02 Sep 2020 21:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62521 di Sandro Moiso

Alessandro Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio. I comunisti internazionalisti e la lotta del proletariato elbano contro lo smantellamento degli altiforni (1944-1951), Quaderni di Pagine Marxiste, Milano 2020, pp. 96, 8 euro

Non molti di coloro che oggi visitano l’isola d’Elba per una vacanza più o meno lunga possono sapere o anche soltanto lontanamente immaginare le lotte, nei settori minerario e siderurgico, e la composizione sociale proletaria che ne hanno caratterizzato la storia fin dall’Ottocento. Tutti intenti a rimirare le sue spiagge oppure le ville napoleoniche, i turisti, anche quelli virtualmente di sinistra, ignorano una storia caratterizzata, [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio. I comunisti internazionalisti e la lotta del proletariato elbano contro lo smantellamento degli altiforni (1944-1951), Quaderni di Pagine Marxiste, Milano 2020, pp. 96, 8 euro

Non molti di coloro che oggi visitano l’isola d’Elba per una vacanza più o meno lunga possono sapere o anche soltanto lontanamente immaginare le lotte, nei settori minerario e siderurgico, e la composizione sociale proletaria che ne hanno caratterizzato la storia fin dall’Ottocento.
Tutti intenti a rimirare le sue spiagge oppure le ville napoleoniche, i turisti, anche quelli virtualmente di sinistra, ignorano una storia caratterizzata, dall’unità d’Italia in avanti fino agli anni Ottanta del XX secolo, prima, dallo sfruttamento della forza lavoro coatta dei detenuti nelle saline (nella rada di Portoferraio) e nelle miniere di ferro a cielo aperto (tra Rio Elba e Rio Marina) e, successivamente, di una forza lavoro “libera” seppur coatta, proveniente in gran parte sia dal Nord che dal Sud dell’Italia, nelle miniere di ferro della zona di Capoliveri e del suo monte Calamita e negli stabilimenti siderurgici dell’ILVA di Portoferraio.

Certo molti conoscono la storia “antica” dello sfruttamento del ferro elbano sia da parte degli Etruschi che dei Romani, ma nessuno (o quasi) ricorda un’epoca in cui la presenza anarchica e comunista segnò le politiche e le iniziative dal basso di una popolazione che per secoli ben poco ebbe a che fare con il mare e con il turismo. Turismo, prima di élite (negli anni Sessanta e Settanta) e poi di massa (a partire dagli anni Ottanta), che con il suo illusorio benessere ha stravolto non solo il paesaggio ma anche il tessuto sociale (e politico) della terza (per grandezza) delle isole mediterranee italiane.

Ricordare qui gli episodi che caratterizzarono le lotte a cavallo tra XIX e XX secolo, in particolare il lungo sciopero del 1911, oppure figure come quella di Pietro Gori e, successivamente, dei numerosi antifascisti elbani, sarebbe troppo lungo.
Per questo motivo la seconda edizione del testo di Pellagatta, riveduta e ampliata in maniera significativa rispetto a quella del novembre 2005, è già di per sé utile al fine di rammentare al lettore quelle vicende passate e i personaggi che ad esse contribuirono.

Ma il testo, che si dilunga particolarmente sul periodo 1945-1951, ha il suo punto di forza (e forse di attualità) proprio nel raccontare le lotte condotte nel secondo dopoguerra dal proletariato elbano per impedire la chiusura degli altiforni di Portoferraio che avevano costituito, dalla loro apertura fino alle distruzioni del secondo conflitto mondiale, una linea di produzione importante della società ILVA, che prendeva il nome (lo ricordino ancor oggi gli operai impegnati nelle lotte odierne negli stabilimenti della stessa società di Taranto e di Genova) proprio da quello più antico dell’isola più grande dell’arcipelago toscano.

“Dopo la fine del primo conflitto mondiale il mancato adeguamento degli impianti rilevati dalla società ILVA, le mutazioni della domanda interna, la crescente concorrenza di altri stabilimenti e gli scontri al vertice della borghesia industriale portarono a un declino lento ma costante degli altiforni di Portoferraio. I pesanti bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale contribuirono a rendere inutilizzabile il complesso industriale.
Nel 1945 l’attività industriale a Portoferraio è praticamente ferma. Se inizialmente ciò è dovuto principalmente agli effetti dei danneggiamenti bellici, questi poco a poco finiscono per rappresentare di fatto un alibi teso a rafforzare una serie dis celte politiche miranti allo smantellamento degli impianti siderurgici.”1

E’ proprio dalla volontà di smantellare definitivamente gli impianti che prende avvio un ciclo di lotte che, seppur sconfitte, ebbero almeno il merito di segnalare non solo la protervia imprenditoriale, sorda a qualsiasi domanda proveniente da maestranze già duramente provate dalla guerra e dalle politiche fasciste, ma anche la fine di qualsiasi possibilità di fare affidamento su una risoluzione governativa e parlamentare della crisi. Non solo, ma anche quello di far venire pienamente alla luce la politica sostanzialmente collaborazionista del PCI togliattiano e dei sindacati.

A svolgere la funzione della voce fuori dal coro fu appunto la rappresentanza significativa di militanti del Partito comunista internazionale, di tendenza bordighista, che tenne alto il vessillo dell’iniziativa proletaria e rivoluzionaria nei confronti dei padroni, dello Stato e dei suoi finti avversari democratici di sinistra. Ed è questa la parte del libo che oggi, come non mai, può far riflettere sulle voci disperse di una tradizione rivoluzionaria che sia il PCI di Togliatti che la successiva sinistra extraparlamentare degli anni Settanta contribuirono a rimuovere dall’orizzonte del discorso politico e dell’iniziativa operaia in Italia.

Ma un altro discorso che è sotteso a quello principale è quello di un conflitto imperialista che, pur nelle ridotte dimensioni dell’isola, fu vissuto in tutte le sue sfaccettatura più infernali per la popolazione civile. Dall’affondamento di un traghetto di collegamento con l’isola ad opera di un sommergibile britannico, ai bombardamenti, prima anglo-americani e poi tedeschi dopo l’8 settembre, su Portoferraio e i suoi stabilimenti che causarono non solo la distruzione degli altiforni ma anche di una parte significativa del porto e del centro storico della ‘capitale’ elbana, con centinaia di morti tra i civili. Non ultimi, infine i morti, le violenze e gli stupri, che i si verificarono sull’isola dopo lo sbarco delle truppe ‘liberatrici’ francesi.

Fu in questo contesto di sofferenze che si sollevò la voce e la protesta dei lavoratori elbani e delle loro famiglie. Inascoltate e sconfitte, grazie anche ad un apparato politico e sindacale che già da tempo aveva scelto la via dell’unità e dell’interesse nazionale rispetto a quello proletario che avrebbe invece dovuto difendere. Unica voce diversa, appunto, quella di quei militanti che non avevano tradito la tradizione rivoluzionaria di Livorno nel 1921 e che ancora nei primi giorni dopo l’8 settembre avevano caratterizzato la stampa distribuita lungo il litorale tirrenico toscano, caratterizzata dagli evviva per il Pcd’I e Bordiga (volantini e fogli oggi conservati presso la Biblioteca Franco Serantini di Pisa), provenienti dalla base di un Partito che ancora doveva digerire la svolta di Salerno.

La vecchia Sinistra Comunista parlerebbe ancora oggi delle “lezioni delle controrivoluzioni” da cui apprendere gli insegnamenti per le lotte attuali e future. Basti appunto pensare alle lotte odierne all’ILVA di Taranto e alle speranza riposte in un suo salvataggio, riconversione o adeguamento alle norme sull’inquinamento industriale. Autentiche fanfaluche con cui i governi, i partiti politici e i sindacati asserviti continuano a riempire le orecchie e le teste degli operai coinvolti.

Ma infine anche un grido d’allarme per chi nella chiusura degli stabilimenti inquinanti crede di vedere la via principale per la risoluzione del problema ambientale.
L’isola d’Elba è lì a dimostrarlo, ancora oggi, con lo stravolgimento edilizio del suo panorama, con l’inquinamento del suo mare a causa di scarichi fognari insufficienti e sversamenti di navi e petroliere, con la velenosità dei fumi provenienti dalla vicina Piombino (dove gli stabilimenti e gli altiforni furono spostati per poi essere rivenduti in anni recenti a società di ogni nazionalità, risma e tipo di disonestà imprenditoriale) e molti altri problemi che ancora tradiscono, se analizzata da vicino e con più attenzione, la sua immagine da isola dei sogni.

Il testo di Pellagatta, ben documentato e attento, ci è d’aiuto ancora una volta sulla strada del disvelamento di un passato che, purtroppo, ancora non passa. L’eterno presente di un modo di produzione che è già morto ma che ancora cerca di riproporsi come unica soluzione possibile dei mali da esso stesso creati.


  1. A. Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio, pp. 31-32  

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Il comunismo dimenticato https://www.carmillaonline.com/2014/12/11/comunismo-dimenticato/ Thu, 11 Dec 2014 21:11:40 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19349 di Sandro Moiso

Saggioro, In attesa della grande crisiSandro Saggioro, In attesa della grande crisi. Storia del partito Comunista Internazionale «il programma comunista» (dal 1952 al 1982), Edizioni Colibrì 2014, pp. 528, euro 24,00

Da anni Sandro Saggioro si occupa, un tempo con Arturo Peregalli e poi, dopo la scomparsa di quest’ultimo, da solo, della ricostruzione minuziosa ed attenta della storia della Sinistra Comunista italiana più vicina a Amadeo Bordiga nel periodo compreso tra la catastrofica affermazione, per il movimento operaio, dello stalinismo e del marxismo-leninismo come caricatura e perversione dell’originale discorso marxiano e la morte del comunista napoletano nel 1970. di Sandro Moiso

Saggioro, In attesa della grande crisiSandro Saggioro, In attesa della grande crisi. Storia del partito Comunista Internazionale «il programma comunista» (dal 1952 al 1982), Edizioni Colibrì 2014, pp. 528, euro 24,00

Da anni Sandro Saggioro si occupa, un tempo con Arturo Peregalli e poi, dopo la scomparsa di quest’ultimo, da solo, della ricostruzione minuziosa ed attenta della storia della Sinistra Comunista italiana più vicina a Amadeo Bordiga nel periodo compreso tra la catastrofica affermazione, per il movimento operaio, dello stalinismo e del marxismo-leninismo come caricatura e perversione dell’originale discorso marxiano e la morte del comunista napoletano nel 1970.1

L’attuale volume, che di fatto conclude la storia del periodo preso in esame, si spinge fino al 1982, anno in cui l’organizzazione politica, originatasi dalla separazione avvenuta all’interno del Partito Comunista Internazionalista «Battaglia comunista» tra Onorato Damen e lo stesso Bordiga nel 1951, esploderà definitivamente lasciando sul campo soltanto i cocci di un’esperienza sicuramente minoritaria ma, allo stesso tempo, significativa ed autorevole nel lavoro di ricostruzione del collegamento tra iniziativa autonoma di classe e teoria marxista.

Oggi rimangono formalmente in vita tre organizzazioni che rivendicano la stessa sigla di Partito Comunista Internazionale, ma a più di trent’anni dall’éclatement poco o nulla rimane della straordinaria capacità di analisi e previsione che accompagnò il raggruppamento di militanti strettisi intorno a Bordiga negli anni compresi tra la fine del secondo conflitto imperialista e gli anni settanta. L’opera di Saggioro, però, non intende essere agiografica né, tanto meno, soccorrere con la mitologia ciò che di quell’esperienza resta di caduco e fallimentare.

Con una ricerca dettagliata ed obiettiva, avvalendosi non solo di testi e giornali ma anche, e soprattutto, di una minuziosa indagine epistolare e un vasto lavoro di ricerca basato su testimonianze dirette di coloro che vissero quell’esperienza, l’autore delinea il percorso che condusse, a partire dal 1952, un ristretto gruppo di qualche decina di militanti a diffondere non solo in molti paesi europei, ma anche al di fuori del continente, un’interpretazione del marxismo non inficiata dalla parabola del marxismo-leninismo di marca stalinista.

La certezza che l’URSS non fosse il paese del socialismo realizzato, nemmeno in forma deviata e burocratica, era patrimonio di ben pochi, anzi pochissimi, tra coloro che, alla fine del secondo conflitto mondiale e per tutto il periodo successivo, si dichiaravano ancora marxisti e rivoluzionari. Uno dei migliori seguaci di Bordiga ed interprete di quell’esperienza, da cui si era però allontanato nel 1966, Jacques Camatte, ebbe a scrivere: “tutta l’attività doveva essere orientata verso la riappropriazione della teoria che bisognava restaurare e, in pari tempo, ritrovare l’energia rivoluzionaria delle fasi anteriori nelle generazioni che ci avevano preceduto […] Non si deve dimenticare che la seconda guerra mondiale aveva eliminato i rivoluzionari e gli scritti, i testi rivoluzionari, e che la guerra fredda congelava ogni pensiero, ogni azione entro stereotipi e strutturava una confusione generalizzata riattivando il mito dell’URSS socialista per il solo fatto che era anti-statunitense”.2

In questo senso l’opera di “restaurazione teorica” vide Bordiga impegnato in prima persona in un’analisi delle strutture economiche, sociali e politiche dell’Unione Sovietica che avrebbe avuto definitiva sistemazione in “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, frutto di un rapporto esteso svolto oralmente nelle riunioni del Partito Comunista Internazionale dell’aprile e agosto 1955 a Napoli e a Genova e poi apparso sul periodico quindicinale «il programma comunista» dal n° 10 dello stesso anno fino al n°12 del 1957.3

Tale testo non fu il solo dedicato all’argomento, ma fu preceduto e seguito da altri, tra i quali vale la pena di ricordare il “Dialogato con Stalin” e “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”.
Va sempre ricordato che Bordiga fu anche l’unico marxista occidentale ad affrontare direttamente Stalin durante il VI esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista nel 1926, chiedendogli conto del trattamento riservato a Trotzkij e agli altri membri dell’opposizione.4

Ma gli elementi di restaurazione teorica riguardavano anche le questioni nazionali e coloniali, all’epoca tutt’altro che chiuse, e soprattutto l’analisi dei rapporti di proprietà e produzione del sistema capitalistico e dell’inevitabile crisi economica e sociale che ne sarebbe ancora derivata.
Analisi e conclusioni che, al di là dell’uso che avrebbero saputo farne o meno vari epigoni e scopiazzatori, indicano, ad una non superficiale e prevenuta lettura, come ebbe a dire Liliana Grilli,5 che se “Si è voluto vedere in Bordiga l’ultimo esponente del «vetero-marxismo», intendendo con ciò un marxismo ormai superato dai tempi, inadeguato ad interpretarli, cioè il sopravvissuto «resto fossile» di un mondo del tempo passato. In realtà Bordiga (come ci rivela soprattutto nella sua riflessione del secondo dopoguerra) è stato il teorico comunista rivoluzionario a noi più contemporaneo, anzi troppo in anticipo sui tempi, guardando al suo presente con gli occhi del futuro”.6

In effetti la produzione teorica bordighiana nel periodo compreso tra il 1952 e i primi anni sessanta è enorme. E si esprime non soltanto nelle vaste ricerche presentate nelle riunioni di partito e successivamente pubblicate sull’organo ufficiale «il programma comunista», ma anche in una miriade di articoli scritti di pugno dal comunista napoletano o da lui direttamente ispirati, legati alla realtà immediata del movimento di classe o del suo diretto avversario e delle sue malefatte troppo spesso spacciate per “innovazioni”.

Da qui il ciclo di articoli sulle devastazioni ambientali prodotte dal capitalismo oppure sulle lotte operaie destinate a manifestare l’autonomia di classe contro il capitale, l’opportunismo e i traditori di ogni origine e provenienza. Le alluvioni del Polesine, le rivolte di Berlino Est, di Budapest e di piazza Statuto hanno nel Partito Comunista Internazionale di Bordiga un interprete attento, sempre schierato dalla parte della “zagaglia barbara” come anche nel caso dei conflitti anti-coloniali che si vanno risvegliando dall’Algeria al Congo. Senza contare infine che, proprio nei primi anni cinquanta, il comunista napoletano fu il primo a denunciare l’errata concezione di uno “sviluppo” basato sull’iper-produttivismo e sui consumi inutili e tutte le distorsioni sociali ed ambientali che ne derivavano.

Il risveglio delle lotte degli anni sessanta è pienamente previsto, con largo anticipo, così come la crisi che comincerà a manifestarsi a partire dalla metà degli anni settanta. Eppure, eppure…
Qualcosa viene a mancare. I muscoli politici a lungo riscaldati in vista dell’incontro tra il partito e la classe rivoluzionaria, al momento dello scoppio delle lotte, sembrano non rispondere. Soprattutto adeguatamente. Così la parabola della principale organizzazione della Sinistra Comunista italiana ed internazionale sembra seguire, pur con le dovute differenze, quella degli anarchici tra l fine del secondo conflitto mondiale e la ripresa delle lotte alla fine degli anni sessanta. Un pugno di militanti forgiati nelle lotte degli anni venti e trenta che sembrano, talvolta, spaesati se non addirittura esclusi dalla nuova composizione di classe e dai suoi comportamenti.

Probabilmente il momento di inversione ha inizio proprio con il malore che colpisce Bordiga nel 1966, che lo relega all’esilio prima nella casa di Napoli e, successivamente, in quella di Formia. Esilio fisico per le difficoltà che l’ingegnere comunista avrà nello spostarsi e che, nell’arco di breve tempo, si trasformerà anche in esilio politico dalla stessa organizzazione che aveva contribuito a formare e sviluppare. Esilio che si manifesterà in tutta la sua tragica solitudine quando, a pochi mesi dalla morte, Bordiga deciderà a rilasciare a Sergio Zavoli l’unica intervista per la televisione di tutta la sua vita.

Scambiata all’epoca, anche da militanti che gli erano stati vicini, per un atto dovuto alla senescenza del vecchio comunista, manifestava invece, e lo fa ancora a distanza di decenni, la volontà di rivendicare non un ruolo, ma un metodo. Che poi, in seguito, più nessuno seppe coerentemente applicare.
Le ultime risposte date all’intervistatore suonano come il testamento non solo di un grande comunista, ma, forse, dell’ultimo comunista, anti-stalinista e radicalmente anti-capitalista del ‘900.

Come si era giunti ad un tale distacco tra Bordiga e la sua organizzazione e tra Bordiga e la realtà che lo circondava? Così come “Le note elementari sugli studenti“, pubblicate su «il programma comunista» proprio nel maggio del 1968 ed ultima sua fatica, dimostrano nonostante lo sforzo di ribattere ancora una volta i chiodi della teoria rivoluzionaria?
Il testo di Saggioro registra tutta la parabola con obiettività e sembra non esprimere giudizi, ma il fatto che la storia del Partito Comunista Internazionale, e dei suoi satelliti, sia sostanzialmente storia di individui, a partire dallo stesso Bordiga, nonostante l’anonimato così spesso rivendicato e sbandierato, dimostra le difficoltà che quella formazione incontrò, se non in pochissime occasioni, nel tentare di capire e dirigere le nuove forme di espressione della lotta di classe.

E, forse, fu proprio l’intento “leninista” che animò quello sforzo a far venire meno il tentativo di ricostituzione del partito di classe. Soprattutto dopo la fase di isolamento e la morte di Amadeo, la convinzione di aver già risolto teoricamente tutti i problemi posti dalle lotte e dalle contraddizioni del sistema spinse la compagine a comportarsi sempre più come partito formale. Con una serie infinita di defezioni, scissioni, espulsioni e formazione di gruppi satelliti che tutto fecero, se non in pochi ed isolati casi, tranne che continuare il lavoro di sistemazione dei principi del marxismo rivoluzionario a contatto della classe, delle sue lotte e dei nuovi soggetti sociali che stavano entrando in gioco.

Bordiga aveva rivendicato da sempre una direzione collegiale del partito, così come era avvenuto nel primo PCd’I, poiché la figura del segretario generale del partito, tanto cara a Stalin e Togliatti era già frutto del processo di stalinizzazione del partito stesso ed era entrata in vigore solo dal 1926. Questa preludeva al culto della personalità cui finirono col cascare, non sempre preordinatamente, tutti i movimenti comunisti dalla Russia all’Italia alla Cina. E col tempo, anche se dispiace dirlo, anche quelli di tendenza trotzkista e bordighista.

L’unico, e comunque grande, comunista la cui modestia lo aveva sempre contraddistinto, così come la serietà e l’impegno indefesso che lo accompagnarono fin dove la forma fisica e la collaborazione di pochi compagni glielo permisero, che aveva davvero rigettato il principio staliniano e togliattiano del centralismo democratico si ritrovò tra le mani un partito in cui i formalismi burocratici ricordavano, in maniera a tratti macchiettistica, proprio i peggiori aspetti della bolscevizzazione contro cui si era tanto battuto fin dagli anni venti. Con una parabola che, nonostante l’éclatement degli anni ottanta, sembra non essersi ancora fermata tra i suoi epigoni e continuatori.

Se qualcosa di positivo rimase e rimane di quell’esperienza e di quella produzione teorica è forse più da attribuire a coloro che se ne staccarono per tempo, come Jacques Camatte o il gruppo, scomparso da decenni, della Sinistra Comunista di Torino, solo per citarne alcuni, piuttosto che ai continuatori ufficiali e ai loro figli.

Ma questo è un giudizio personale del recensore, che non intende in alcun modo inficiare il lavoro di Sandro Saggioro e la difesa di una produzione teorica con cui occorrerà ancora fare inevitabilmente i conti negli anni a venire.
Perché se, come afferma un testo dello stesso gruppetto torinese: “il partito storico può sopravvivere anche in una biblioteca”… ciò può avvenire soltanto a patto che qualcuno torni ad impadronirsi dei suoi materiali vivificandoli, poi, nel fuoco della lotta di classe.

La storia curata da Saggioro presenta, infine, un’appendice documentaria preziosissima di poco meno di duecento pagine in cui tutto il cammino, prima così brevemente sintetizzato, viene colto attraverso corrispondenze, articoli e risoluzioni che contribuiscono a svelare la passione e le intuizioni che agitarono un fuoco le cui braci non si sono ancora spente, se non negli individui, almeno per la storia futura.

*

Corrado Basile – Alessandro Leni, Amadeo Bordiga politico. Dalle lotte proletarie del primo dopoguerra alla fine degli anni sessanta, Edizioni Colibrì 2014, pp. 780, euro 32,00

bordiga_copertinaLa monumentale opera biografica sul comunista napoletano portata a termine dai due autori è, sostanzialmente, la terza in ordine di tempo a prendere in esame la biografia politica del fondatore del PC d’I, dagli anni della sua militanza nel Partito Socialista all’inizio del ‘900 fino alla sua morte.7 Anche se l’opera migliore, per comprendere la modernità del pensiero di Bordiga resta quella pubblicata da Liliana Grilli nel 1982,8 il testo di Basile e Lenti (dovuto in gran parte alla penna del Basile) riveste una certa importanza storiografica per la vastità del materiale bibliografico utilizzato e per l’impostazione, per quanto critica, più vicina alle posizioni della sinistra bordighista rispetto a quelle della De Clementi e di Livorsi, il quale comunque dimostrò sempre e continua a dimostrare tutt’ora un grande rispetto per il dirigente comunista napoletano.

L’opera, anche se dedica poco meno di sessanta pagine al periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e gli ultimi giorni del comunista rivoluzionario, si contraddistingue però per la vasta sezione dedicata alle schede biografiche dei principali protagonisti di quel percorso e per l’attenta ricostruzione dell’humus da cui l’esperienza della sinistra comunista italiana aveva preso avvio fin dagli anni precedenti la fondazione del PCd’I e dello stesso PSI.

Valga per tutte una citazione, tra le tante possibili, tratta da un indirizzo dei socialisti italiani al congresso di Halle della socialdemocrazia tedesca steso da Antonio Labriola e Filippo Turati nel 1890, in cui si affermava: ”mai più i proletari chiederanno ai governi borghesi quell’insidioso diritto al lavoro, che è così facile istrumento del cesarismo” (pag.21). Cosa così evidente, ma allo stesso tempo non facile da far digerire ancor oggi al movimento antagonista a 125 anni di distanza.

Nato nel 1889 da un docente di origine piemontese della scuola superiore agraria di Portici e da una nobildonna della famiglia degli Amadei, Bordiga approdò alle sponde socialiste quando era ancora sui banchi del liceo e durante la frequentazione della Facoltà di Ingegneria di Napoli.

L’antiparlamentarismo che contraddistinse la corrente socialista intransigente di cui Bordiga fece parte, prima, e il PCd’I nato a Livorno poi era già insito nel socialismo italiano e non soltanto nell’anarchismo, come alcuni interpreti pensano ancora. Lo stesso Labriola, di fatto il padre del marxismo e del socialismo scientifico in Italia, aveva infatti già definito tre chiari punti di lavoro: “a) rappresentare nettamente la dottrina socialista, b) subordinare tutto alle assemblee operaie, c) accettare l’antiparlamentarismo come bandiera“.9

Il testo ricostruisce i passaggi fondamentali dell’esperienza socialista e comunista di Bordiga, sottolineandone grandezza, meriti, schematismi e limiti nella battaglia condotta soprattutto contro il fascismo da un lato e contro l’abominio stalinista dall’altro. In cui l’ultimo intervento presso il sesto esecutivo allargato dell’Internazionale comunista brilla ancora come un faro di coraggio, chiarezza e dignità.

Nel fare questo il lavoro di Basile e Leni, indirettamente, chiarisce anche come nelle vicende legate alle ricostruzioni e decostruzioni della storia del PCd’I ad essere rimossa sia stata, per volontà di Togliatti e della storiografia di stampo staliniano, non soltanto la figura di Amadeo Bordiga, ma anche la radicalità già presente, pur con tutte le loro manchevolezze, nelle correnti rivoluzionarie del PSI. Finendo col privilegiare, e soltanto per motivi di opportunismo politico, la figura di Gramsci rispetto a quella di Bordiga. E questo, forse, dimostra come mai per decenni, dopo la caduta del fascismo, la migliore storiografia sul movimento operaio italiano sia stata riscontrabile negli studi e nelle riviste collegate all’ambiente socialista più che a quello sedicente comunista.

Meno interessanti e, a tratti, un po’ affrettati risultano invece essere la ricostruzione e il giudizio sull’ultima parte dell’esperienza politica bordighiana che, tuttavia, durò comunque quasi un quarto di secolo e per la cui comprensione risultano più utili e più equilibrate le opere di Saggioro, di Peregalli e Grilli prima esaminate o citate.

* *

Un’ultima annotazione va fatta in questa sede per sottolineare il coraggio e la coerenza di Renato Varani e delle sue edizioni Colibrì che da anni proseguono in una encomiabile opera di pubblicazione di opere importanti come quelle di Jacques Camatte, Giorgio Cesarano, Arturo Peregalli,10 oltre a quelle appena segnalate di Saggioro e moltissime altre ancora. Poiché abbiamo ancora tutti bisogno di un editore e di una casa editrice come questi, lontani per scelta dalle mode e dalle banalità contingenti.


  1. Di Sandro Saggioro con Arturo Peregalli si possono consultare i seguenti testi:
    Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945), Colibrì, Milano 1998
    Amadeo Bordiga 1889-1970. Bibliografia, Colibrì 1995
    Amadeo Bordiga. Gli anni oscuri 1926 – 1945 (con appendice documentaria), Quaderni Pietro Tresso n°3, gennaio 1997

    Mentre del solo Saggioro sono disponibili:
    Né con Truman né con Stalin. Storia del Partito Comunista Internazionale (1942-1952), Edizioni Colibrì 2010
    Scienza e politica in Amadeo Bordiga, Quaderni Pietro Tresso n°64, marzo 2008 (frutto della relazione presentata al convegno su «Scienza e politica in Amadeo Bordiga» tenutosi nel 2002 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano)

    Va infine ricordato che Sandro Saggioro è anche il curatore del sito Avanti Barbari! dedito alla pubblicazione di materiali, editi ed inediti, riguardanti la storia e la teoria della Sinistra Comunista italiana.  

  2. Jacques Camatte, Verso la comunità umana, Jaka Book, Milano 1978, pp.7-8  

  3. Tale testo è stato ripubblicato senza indicazione dell’autore dalle edizioni il programma comunista nel 1976 e, con indicazione dell’autore ma con un’introduzione a dir poco indecente, dalle edizioni Lotta Comunista nel 2009  

  4. Così come mette bene in risalto anche Edward H. Carr in Storia della Russia sovietica. III Il socialismo in un solo paese 1924-26. Vol. 2° La politica estera, Einaudi 1969  

  5. Docente di storia ed assistente di Giorgio Galli, il primo storico che abbia scritto, alla metà degli anni cinquanta, una storia del PCI lontana dall’impianto togliattiano e staliniano all’epoca dominante  

  6. Liliana Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra , Milano 1982  

  7. Le altre due sono:
    Andreina De Clementi, Amadeo Bordiga, Einaudi 1971 (che prende in esame soltanto il periodo compreso tra la milizia giovanile nel PSI e gli anni della stabilizzazione staliniana e la sconfitta della sinistra bordighista alla fine degli anni venti)

    Franco Livorsi, Amadeo Bordiga. Il pensiero e l’azione politica 1912 – 1970, Editori Riuniti 1976.
    Livorsi fu anche il primo a pubblicare, al di fuori degli ambienti bordighisti, una antologia di scritti che coprivano lo stesso periodo:
    Amadeo Bordiga. Scritti scelti, Feltrinelli 1975  

  8. Liliana Grilli, op.cit.  

  9. Lettera del gennaio 1891  

  10. di cui si coglie qui l’occasione per segnalare:
    Arturo Peregalli – Mirella Mingardo, Togliatti Guardasigilli 1945 – 1946, edito nel 1998  

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