partigiani – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 04 Oct 2026 20:00:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Una storia partigiana https://www.carmillaonline.com/2023/08/01/una-storia-partigiana/ Tue, 01 Aug 2023 20:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78073 di Marc Tibaldi

Claudio Bolognini, Stella Rossa. Una storia partigiana, Red Star Press, 2023, pagine 218, 16 euro

«La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento» scrive René Char in Fogli d’Ipnos, taccuino di appunti, riflessioni e poesie del periodo partigiano, uno dei suoi capolavori. Il testamento che ci hanno lasciato i partigiani non sta tanto – come vorrebbe certa retorica – nella Costituzione della Repubblica o nell’indignazione verso la non applicazione del suo spirito antifascista, ma nel vivificare i loro ideali e rivendicarli ogni giorno.

Ha fatto bene quindi [...]]]> di Marc Tibaldi

Claudio Bolognini, Stella Rossa. Una storia partigiana, Red Star Press, 2023, pagine 218, 16 euro

«La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento» scrive René Char in Fogli d’Ipnos, taccuino di appunti, riflessioni e poesie del periodo partigiano, uno dei suoi capolavori. Il testamento che ci hanno lasciato i partigiani non sta tanto – come vorrebbe certa retorica – nella Costituzione della Repubblica o nell’indignazione verso la non applicazione del suo spirito antifascista, ma nel vivificare i loro ideali e rivendicarli ogni giorno.

Ha fatto bene quindi Claudio Bolognini a risvegliare la memoria con “Stella Rossa. Una storia partigiana”, un romanzo emozionante. Un romanzo storico che ci racconta la vita della Brigata Stella Rossa e la strage di Marzabotto o – più correttamente – di Monte Sole, compiuta dai nazifascisti. 770 morti, tra cui 217 bambini, 132 anziani e 392 donne. Ma è anche un romanzo di formazione, infatti la storia della Brigata si intreccia con quella di Paolo, un ragazzo che fugge dal carcere di Bologna, quando i partigiani liberano i compagni prigionieri. Paolo si unisce alla Brigata, sulle montagne alle spalle di Bologna, dove conosce gli ideali antifascisti e dove si innamora di Elena.

Bolognini basa la ricostruzione storica della Stella Rossa su una solida documentazione (si veda la nutrita bibliografia storica in appendice al volume) e lascia spazio all’immaginazione per la storia d’amore e di formazione di Paolo. Ricostruzione però verosimile quella di Bolognini se si considera la sua pignola cognizione del territorio, della cultura materiale del popolo e della sua lingua, il dialetto emiliano-bolognese, tutti aspetti che emergono nella lettura del libro. Si potrebbe dire che Stella Rossa è anche un romanzo epico, dove la figura dell’eroe individuale, il comandante Lupo, è inestricabile da quella dell’eroe collettivo, il popolo.

Quella di Bolognini è una scrittura apparentemente semplice, che sa invece imbastire una trama di punti di vista diversi, come nei suoi romanzi precedenti – I ragazzi della barriera (qui) e I giorni della rivolta (qui) – il racconto, la struttura dei capitoli e i dialoghi sembrano adatti a trasformarsi nella sceneggiatura di un film. Ci si potrebbe chiedere se sia necessario scrivere nuovi romanzi sulla resistenza, considerate tutte le opere scritte in presa diretta o negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale (Calvino, Viganò, Fenoglio, Cassola, Vittorini …). Sì, è necessario perché oggi vediamo il passato con altri occhi, un’altra sensibilità.

Come ha fatto qualche anno fa anche Andrea Olivieri, in Una cosa oscura, senza pregio (qui), dove la storia del nonno partigiano si intreccia a quella di Louis Adamic, anche Bolognini ha un’arma in più nel magazzino della memoria, quella degli affetti: sua zia Loredana è stata una dei sopravvissuti alla strage e suo nonno Nello è stato partigiano della Stella Rossa. Rielabora così passato e presente, raccontando la storia indirettamente riflette sull’oggi, sugli ideali dei suoi antenati e sui suoi, sui nostri, perché è purtroppo sotto gli occhi di tutti – in Italia e nel mondo – la restaurazione reazionaria.

E se metodi e strategie del neofascismo sono diversi da quelli di un secolo fa – più subdoli – la necessità di ricercare nuove armi culturali di difesa e attacco è vitale, come non smetteva di ricordarci Valerio Evangelisti, che sosteneva una letteratura in contrapposizione alla colonizzazione dell’immaginario – e quindi anche della memoria – da parte dei media e della società dello spettacolo, ossia del nuovo capitalismo.
«Facciamo le nostre strade come il fuoco le faville. Senza mappa catastale», scriveva Char in Ritorno a Supramonte, per dare importanza all’avventura, alla scoperta, all’immaginazione. Senza mappa catastale, sì, ma con la memoria viva, come in Stella Rossa. Un romanzo come atto di resistenza.

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Di ritorno alla guerra civile italiana https://www.carmillaonline.com/2021/08/02/di-ritorno-alla-guerra-civile-italiana/ Sun, 01 Aug 2021 22:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67419 di Jack Orlando

Matteo Minelli; Partigiani contro. La resistenza oltre la narrazione istituzionale; CR Edizioni; 2021; 15€; 184 pp.

Negli ultimi anni, quello svolto dal collettivo Cannibali e Re/Cronache Ribelli è un lavoro prezioso: un’opera di divulgazione storica al grande pubblico che ha saputo coniugare ricerca storiografica, uso del social media ed autorganizzazione in un’esperienza piccola ma dal grande valore. Nata come pagina facebook che riscopre e racconta vicende e personaggi, spesso rimossi, della “storia dal basso”, in poco tempo è riuscita ad evolversi in un progetto editoriale autogestito ed autofinanziato, ben [...]]]> di Jack Orlando

Matteo Minelli; Partigiani contro. La resistenza oltre la narrazione istituzionale; CR Edizioni; 2021; 15€; 184 pp.

Negli ultimi anni, quello svolto dal collettivo Cannibali e Re/Cronache Ribelli è un lavoro prezioso: un’opera di divulgazione storica al grande pubblico che ha saputo coniugare ricerca storiografica, uso del social media ed autorganizzazione in un’esperienza piccola ma dal grande valore. Nata come pagina facebook che riscopre e racconta vicende e personaggi, spesso rimossi, della “storia dal basso”, in poco tempo è riuscita ad evolversi in un progetto editoriale autogestito ed autofinanziato, ben più che “storytelling”.

Quella di raccontare una storia di parte, di ricostruire una radice comune tanto storica che culturale di un universo di lotte e resistenze è un compito importante quanto fondamentale, tanto più in una fase come quella attuale di sbandamento e confusione generale; un’opera prettamente divulgativa ma con non secondarie ricadute politiche.

La centralità del politico nella narrazione storica emerge in maniera netta e chiara nell’ultimo volume del collettivo: una rassegna di cinquanta storie esemplari di partigiani e partigiane, spesso stranieri ed internazionalisti, altre volte teppisti autodisciplinati, altre ancora militanti di lungo corso o perfetti idealtipi di cittadino piccolo borghese convertiti alla lotta partigiana.

Quando si parla di resistenza e partigiani, si sa, si opera su di un terreno di continua battaglia, attaccato da destra nell’opera di condanna delle forze di liberazione e di riabilitazione dei lasciti del ventennio mussoliniano; da sinistra nell’agitare il partigianato come una bandiera sbiadita, depotenziata fino all’inutilità, per rivendicare una immacolata superiorità morale che basti a coprire la desolante assenza di programma reale.

Dalle interrogazioni parlamentari per abolire il venticinque aprile, a quelle per renderlo inno nazionale, da “bella ciao” cantata dai commissari europei a “partigiani e repubblichini ragazzi che credevano in quel che facevano”.

Se si esclude l’accanimento, anche giuridico, sulla stagione rivoluzionaria degli anni ‘70 non esiste altro passaggio storico della storia nazionale italiana, cui sia toccato in sorte questo triste destino di mistificazione e contesa becera.

Ora, in una fase in cui il reflusso dell’ondata di populismo nazionalista, che solo tre anni fa sembrava il cavallo vincente destinato a gestire le leve del potere, ha lasciato spazio ad una stabilizzazione compatta del blocco liberale, la figura del partigiano torna ad essere mobilitata come custode e garante simbolico della democrazia liberale e, fondamentalmente, apolitica, ovvero priva di soggetto attivo e divisioni sociali.

È tornata in primo piano l’immagine del partigiano lindo e pinto, vestito di bianco e senza mitraglia che sconfigge le forze del male per costruire il regno della democrazia. È quel partigiano pacifista che ieri ha convinto l’invasore teutonico a lasciare in pace il popolo italiano, che oggi invita alla prudenza, alla responsabilità e all’amor di patria.

E invece i partigiani erano gente dura, perché duri erano i tempi, che a militi tedeschi e gerarchi fascisti gli tirava le bombe a mano nei bar e li ammazzava nelle imboscate di montagna e negli agguati cittadini. Gente molto spesso abituata al lavoro di fatica dei campi e delle officine che nelle camice nere, prima di vederci un’abiezione morale della storia, ci vedeva le mani avide del podestà e dell’agrario, della miseria imposta dall’economia di guerra, degli amici sindacalisti ammazzati come cani e dei figli e parenti mandati al macello in terra russa o africana.

Nella resistenza al nazifascismo son confluite etica politica, volontà di riscatto, fuga, senso di insopportabilità, desiderio di vendetta. Sono tante, sfaccettate e contraddittorie le istanze messe in gioco, così come le soggettività che le hanno portate avanti; e se l’egemonia, oggi messa in ombra, è dei combattenti comunisti, non di meno sono operativi socialisti, democratici, monarchici, cattolici.

È questo caleidoscopio di inimicizia politica, con le sue volontà divergenti, a fare della resistenza un caso magistrale di guerra civile, una fratturazione potente dell’ordinamento sociale cui corrisponde una lotta tra i diversi corpi sociali per decidere chi e in quale misura debba ridisegnare la cornice istituzionale della vita collettiva. Qui si inseriscono le storie delle donne che disertano il ruolo di custodi del focolare per vestire i panni di combattenti, qui si creano le repubbliche partigiane come organismi di potere popolare nelle montagne,qui si sviluppa “l’amor per patria nostra” tanto differente da quello della propaganda di regime; qui gli amici si ritrovano compagni di banda, al confine tra banditi ed esercito rivoluzionario.

Riprendendo, come fa Partigiani contro, la lezione di Claudio Pavone, che definiva guerra civile la resistenza, riconoscendo al suo interno le tre differenti linee, a volte intrecciate altre contrapposte, di guerra di liberazione, guerra di classe e guerra patriottica, si può inquadrare correttamente il fenomeno, non solo per restituirlo alla sua complessità storica, ma per riconoscerne la concreta valenza politica.

Valenza che sta, per chi si identifichi come nemico di questo mondo di meschinità capitalista, in una parentesi che molti dei soggetti subalterni hanno inteso come possibilità di un rovesciamento della società in senso socialista, comunista o egualitario che dir si voglia.

Una delle porte aperte del ventesimo secolo, il secolo delle guerre civili e della contesa tra classi antagoniste, sulla frattura storica, sulla possibilità fallita, mancata o tradita, dell’instaurazione di un potere dei lavoratori contro la miseria e la barbarie imposte dal padronato.

Una delle parentesi, quindi aperta e poi chiusa, scivolata via nel solco di un secolo conclusosi con il trionfo della restaurazione neoliberista.

Ed ecco il significato della battaglia della memoria: sottrarre una tradizione di lotta all’egemonia del discorso liberale; perché il partigianato è stato anzitutto rottura violenta con l’esistente e non superiorità morale e bacchettona; partigiano è colui che ha rischiato la propria e altrui vita per uscire da un mondo di barbarie, non un santo laico che a tavolino ha deciso di donare ai posteri una costituzione democratica e intoccabile.

Riprendere allora la questione partigiana come precedente storico politico, depurandolo dall’aura mistica di santità e mistificazione che lo circonda, serve a togliere legittimità a questa democrazia che si vuole “la più bella del mondo”, e a riprendere ancora le fila di una necessità storica interrotta ma ancora necessaria.

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I morti siete voi https://www.carmillaonline.com/2019/07/02/i-morti-siete-voi/ Mon, 01 Jul 2019 22:01:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53498 di Luca Cangianti

[Da oggi è in libreria il nuovo romanzo di Luca Cangianti, I morti siete voi (Diarkos, 2019, pp. 238, € 16,00). In questa opera storico-fantastica troverete: le avventure di Bandiera Rossa, la formazione partigiana più numerosa della Capitale, un’armata Brancaleone di ladruncoli, borgatari, ragazzine ribelli e osti autodidatti che praticavano un comunismo libertario ed estremista suscitando l’opposizione del Partito comunista italiano; il fantomatico Raggio della morte inventato da Guglielmo Marconi; i quartieri popolari della Garbatella, di Tor Pignattara e le loro cavità sotterranee; assalti, espropri, azioni [...]]]> di Luca Cangianti

[Da oggi è in libreria il nuovo romanzo di Luca Cangianti, I morti siete voi (Diarkos, 2019, pp. 238, € 16,00). In questa opera storico-fantastica troverete: le avventure di Bandiera Rossa, la formazione partigiana più numerosa della Capitale, un’armata Brancaleone di ladruncoli, borgatari, ragazzine ribelli e osti autodidatti che praticavano un comunismo libertario ed estremista suscitando l’opposizione del Partito comunista italiano; il fantomatico Raggio della morte inventato da Guglielmo Marconi; i quartieri popolari della Garbatella, di Tor Pignattara e le loro cavità sotterranee; assalti, espropri, azioni di guerriglia queer e poi loro… “i morti”; infine il giardino incantato di Villa Mirafiori, il sogno di un altro mondo possibile e il G8 di Genova 2001. Per iniziare eccovi il primo capitolo.]

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Acqua Santa

L’esplosione provocò una ventata d’aria infuocata. Il tenente fu sbalzato in avanti e cadde a terra sbattendo il volto su una pietra. Sotto lo zigomo sinistro una ferita cominciò a sanguinare. Mentre strisciava verso un magazzino a pochi metri di distanza, avvertì una pioggia di detriti. Si rifugiò sotto una sezione di un grande tubo di acciaio. Gli sembrava massiccio e capace di proteggerlo nel caso l’intera costruzione fosse venuta giù. Un bagliore colorò di giallo il ponte levatoio, il muro alla Carnot, gli alloggi, gli automezzi, i pini e le colline intorno alla Caserma dell’Acqua Santa. Il tenente ansimava, tossiva, aveva la sensazione che tutti gli organi dentro il torace e il ventre stessero bruciando. La bocca era impastata di terra, sputò più volte ed ebbe anche un conato di vomito. Avvertì un rumore provenire dal sottosuolo: sembrava generato da una turbina impazzita che aumentava progressivamente i giri. Una seconda esplosione fece tremare la terra. Seguì il silenzio.

Nella semioscurità del suo rifugio cominciò a tastarsi il corpo per capire se avesse altre ferite oltre a quella del volto che aveva tamponato con un fazzoletto. Le gambe stavano bene, il torace e l’addome anche, la scapola destra invece era intorpidita e se provava a muovere il braccio provava dolore. Portò la mano sinistra dietro la spalla: la divisa era lacerata. Si guardò la mano sporca di sangue ed ebbe nuovamente un senso di vertigine. Dall’esterno del magazzino giungevano i lamenti e le urla dei feriti, ma anche suoni striduli che non riusciva a identificare. Aspettò ancora alcuni minuti e uscì dal rifugio di metallo. Arrivò agli stipiti del magazzino e fu accecato dal sole di luglio.

A una decina di metri giaceva immobile un aviere nella sua divisa grigio-azzurra. Accucciati sul suo corpo tre commilitoni emettevano versi indecifrabili, come degli schiocchi palatali ripetuti a breve distanza. L’uomo si spostò alla destra del deposito per vedere cosa stessero facendo. Uno dei tre si voltò di scatto emettendo un ringhio ferino. Stringeva nella mano un pezzo di carne, aveva la bocca imbrattata di sangue e la pelle ricoperta di squame. I suoi occhi erano due buchi neri che sprofondavano in un abisso insondabile. Il tenente si diede alla fuga, barcollando e inciampando. Altre creature simili inseguivano i militari della caserma, li atterravano e ne dilaniavano le carni a morsi. Da dietro un muretto un soldato con un fucile 91 sparava su uno di quei mostri che avanzava con la divisa della milizia fascista. I proiettili entravano nel torace senza arrestarlo. A tre metri di distanza la creatura spiccò un salto e fu addosso al militare che emise un grido soffocato. Il tenente notò molte altre camicie nere che fuggivano disordinatamente. Raggiunse il viale alberato che portava all’uscita della caserma. Uno degli edifici principali era distrutto, il portale d’entrata non era presidiato. Il sole era alto e il clima afoso. Imboccò via Appia Pignatelli in direzione di Roma. Una colonna di fumo nero saliva dalla città, un’altra meno densa dall’aeroporto di Ciampino.

Aveva perso molto sangue, ma il suo volto legnoso era composto e non lasciava trasparire il dolore che pur doveva provare. Quando udì il rumore di un veicolo si mise in mezzo alla strada e si accasciò a terra. All’uomo che gli apparve sfocato davanti agli occhi, prima di svenire disse: «Tenente Ferrari Vittorio, 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, 3° battaglione, 9a compagnia».

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L’estetica western di Bandiera rossa. Intervista a David Broder https://www.carmillaonline.com/2015/12/05/lestetica-western-di-bandiera-rossa-intervista-a-david-broder/ Sat, 05 Dec 2015 22:00:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26857 di Luca Cangianti

1944 partigiani a torpignattaraIl soffitto del Cinema Garbatella si apre lentamente. Il fumo dalle sigarette sale verso il cielo buio del 6 dicembre 1943. Di tratto lo sguardo del pubblico vociante si rivolge verso l’alto. Decine di manifestini firmati dal Movimento Comunista d’Italia (Mcdi) atterrano sulla platea. Un gruppo di fascisti presenti in sala si precipita fuori per arrestare gli autori dell’azione. Ma i partigiani che dal tetto dell’edifico neoclassico avevano lanciato i volantini sono già lontani, tra i lotti della borgata romana. E se la ridono.

Quell’edificio costruito nel [...]]]> di Luca Cangianti

1944 partigiani a torpignattaraIl soffitto del Cinema Garbatella si apre lentamente. Il fumo dalle sigarette sale verso il cielo buio del 6 dicembre 1943. Di tratto lo sguardo del pubblico vociante si rivolge verso l’alto. Decine di manifestini firmati dal Movimento Comunista d’Italia (Mcdi) atterrano sulla platea. Un gruppo di fascisti presenti in sala si precipita fuori per arrestare gli autori dell’azione. Ma i partigiani che dal tetto dell’edifico neoclassico avevano lanciato i volantini sono già lontani, tra i lotti della borgata romana. E se la ridono.

Quell’edificio costruito nel 1927 oggi si chiama Teatro Palladium e appartiene all’Università Roma Tre. Proprio lì davanti, nel quartiere della Garbatella, ho appuntamento con David Broder, un giovane storico inglese della London School of Economics che conduce una ricerca sul Movimento, al tempo meglio conosciuto con il nome del suo giornale, Bandiera rossa. “Azioni del genere – mi dice subito – si erano già svolte in città e quel giorno del dicembre 1943 lo stesso gesto fu ripetuto in contemporanea in circa 120 cinema e teatri romani, coinvolgendo un migliaio di partigiani armati. Nella Capitale, in quel periodo, i combattenti del Mcdi erano circa 2.000 a fronte dei 1.800 del Pci. Bandiera rossa era il giornale antifascista più diffuso e un terzo di tutti i morti della Resistenza romana appartengono al Mcdi, comprese 52 vittime delle Fosse Ardeatine. Eppure il Movimento non è mai citato nelle commemorazioni. Siamo di fronte a una rimozione enorme, perché enorme fu l’importanza di questa organizzazione. L’azione del 6 dicembre 1943, che ebbe al tempo un impatto comunicativo fortissimo, è un indice molto chiaro del radicamento sociale e della forza del Mcdi.”

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Il Teatro Palladium oggi (ex Cinema Garbatella)

Cosa c’era scritto nei volantini lanciati dal tetto del Cinema Garbatella?
Si riportava la notizia di un’azione ancora più sensazionale svoltasi cinque giorni prima. Vincenzo Guarniera, nome di battaglia Tommaso Moro, a capo di un gruppo di partigiani del Mcdi blocca un gruppo di poliziotti fascisti diretti a Forte Bravetta per eseguire delle fucilazioni, e li obbliga a consegnare le uniformi. Tommaso Moro e i suoi compagni, travestiti da militi fascisti, riescono a entrare nel forte, si dispongono davanti ai condannati a morte, ma al momento di sparare fanno fuoco sui nazifascisti e portano in salvo i partigiani prigionieri.

Sembra quasi un film d’azione hollywoodiano!
In effetti molte operazioni di Bandiera rossa sono concepite con modalità simboliche e comunicative di grande efficacia. A passarle in rassegna rimango spesso colpito dalla loro estetica romantica venata di spirito spavaldo e burlone. C’è un episodio, ad esempio, in cui Elio Paccara e un altro militante del Mcdi, sempre travestiti da fascisti, vedono un camion tedesco parcheggiato e decidono di rubarlo. Avendo però difficoltà a metterlo in moto, ingiungono a un gruppo di “veri” fascisti di aiutarli a spingere il veicolo – cosa che questi fanno senza alcun sospetto. Un’altra volta, dopo aver fatto deragliare un’autocisterna piena di carburante, vengono chiamati i pompieri. Ma questi altri non sono che altri militanti di Bandiera rossa che invece di estinguere il fuoco continuano a alimentarlo. Un’azione di grande portata scenografica dev’essere stata anche quella del 20 aprile 1944: in quell’occasione si dice che cinquanta partigiani del Mcdi abbiano rubato, fuori Roma, una mandria di cento mucche e le abbiano portate a Centocelle per sfamare la popolazione della borgata. Sembra proprio una scena da film western e infatti quest’azione fu chiamata “La grande cavalcata”. Infine, ancora una storia indicativa dello stile di quest’organizzazione partigiana: gli Alleati, dopo essere arrivati a Roma all’inizio del giugno 1944, proibiscono de facto il giornale del Mcdi, ordinano la consegna delle armi e bloccano l’arruolamento per l’Armata rossa, la nuova formazione con la quale il Movimento si proponeva di continuare la lotta antifascista al Nord. Ebbene, qual è la reazione di Bandiera rossa? Organizza una competizione pugilistica tra soldati alleati e partigiani comunisti: un tipico strumento di confronto macho, volto a creare affratellamento e solidarietà internazionalista. Ovviamente i soldati alleati che parteciparono furono tutti puniti dai loro superiori. Ora, è sicuramente possibile che alcuni elementi siano stati sovradimensionati nel racconto a posteriori, tuttavia siamo di fronte a comportamenti e caratteristiche molto peculiari.

Ascoltando i tuoi racconti, m’immagino questi partigiani come dei tipici “coatti” romani, anche se il termine “coatto” è spesso usato con una connotazione negativa che non si addice a questa circostanza…
Il profilo sociologico dei militanti di Bandiera rossa era sicuramente di estrazione proletaria, con tutto quello che questa parola può significare nel contesto della periferia romana degli anni quaranta. Il gruppo dirigente era formato prevalentemente da falegnami, elettricisti, fiorai, orologiai, sarti e tranvieri trenta-quarantenni, che in molti casi avevano alle spalle importanti esperienze pregresse di militanza rivoluzionaria.
Di contro il Pci a Roma era stato ricostruito da Giorgio Amendola alla fine degli anni trenta, prescindendo dalla vecchia rete di militanti e basandosi su giovani di estrazione borghese che facevano entrismo nelle organizzazioni fasciste. Gappisti famosi come Rosario Bentivegna e Carla Capponi nel 1943 avevano rispettivamente 21 e 25 anni, appartenevano alla borghesia colta urbana, vivevano in centro città e non avevano avuto nessuna esperienza politica precedente al regime fascista. La stalinizzazione dei partiti comunisti avvenuta negli anni trenta, la loro riduzione a strumenti della ragion di stato sovietica, la nuova politica di collaborazione di classe inaugurata da Palmiro Togliatti, non avrebbero consentito l’utilizzo della vecchia base comunista, impregnata dallo spirito rivoluzionario e intransigente degli anni venti.

1944 06 roma partigiani bandiera rossa

Partigiani del Mcdi (Roma, giugno 1944)

Come racconti in un tuo intervento, in un rapporto dell’Allied Control Commission si afferma che il Mcdi “durante il periodo clandestino ha reclutato molti militanti tra le classi criminali di Roma… La maggior parte dei membri del gruppo vengono dai quartieri più poveri di Roma, ad esempio Primavalle, Tor Marancia e Quarticciolo. Hanno utilizzato un’organizzazione politica come una maschera per la loro attività criminale”. Come si spiegano asserzioni di questo tipo?
Bandiera rossa eseguiva espropri e altre azioni alla Robin Hood per sfamare la popolazione delle borgate e creare consenso. Mediante la partecipazione a una formazione armata era più semplice procurarsi cibo nelle terribili condizioni di vita dell’occupazione. Era una reazione istintiva per parte del proletariato e del sottoproletariato romano. Il fatto che Bandiera rossa organizzasse politicamente queste attività di sostentamento le forniva un forte appoggio popolare ma, dall’altra, spingeva gli Alleati a catalogarla quale pura e semplice organizzazione criminale. Del resto, come insegna anche la storia del Gobbo del Quarticciolo, laddove alcuni vedono una semplice violazione della legalità può esserci anche l’espressione dei bisogni antagonisti delle classi più oppresse e marginalizzate. Questo tipo di “banditismo sociale”, del quale ha parlato Eric Hobsbawm, può anche includere fenomeni di opportunismo e di “resa di conti”, tuttavia non si devono mai oscurare i versanti politici di tali comportamenti.

I partigiani di Bandiera rossa erano comunisti, ma dissidenti rispetto alla linea politica del Pci. Su quali punti in particolare?
Bandiera rossa nasce dalla confluenza di comunisti rimasti isolati dal centro parigino del partito ufficiale, gruppi anarchici ed ex Arditi del popolo. Il principale punto di attrito con il Pci riguarda la collaborazione con le forze borghesi e monarchiche all’interno del Comitato di liberazione nazionale. Il Pci era a favore, il Mcdi contrario. Bandiera rossa vedeva la Resistenza come primo passo verso la rivoluzione, l’introduzione di un sistema consiliare e il cambio di modo di produzione. Il Pci, invece, concepiva la Resistenza come mera lotta di liberazione nazionale volta alla cacciata dell’invasore e alla restaurazione della democrazia parlamentare. Sulle pagine del giornale del Movimento, inoltre, ricorrono i temi della democrazia proletaria, del diritto alla revoca dei rappresentanti, la critica della tecnocrazia burocratica e del “sostituzionismo” dei partiti operai rispetto ai propri referenti sociali. Si trattava di argomenti inaccettabili per un Pci ormai interamente stalinizzato.

Sono temi che ricordano la critica trotskista e del comunismo di sinistra.
In parte sì, ma nonostante il Pci tendesse a far passare il Mcdi per trotskista, le cose stanno in maniera diversa. La posizione di Bandiera rossa sull’Urss era decisamente confusa e improntata per lo più al “giustificazionismo”. Si sosteneva cioè che il sistema realizzato in Urss fosse un’esperienza particolare sorta in condizioni non generazzabili. Esso non costituiva insomma un modello da imitare negli altri paesi. Per il resto, anche se oggi può sembrare assurdo, Bandiera rossa si schierava a fianco di Stalin, contro Togliatti.

Ma non erano arrivate notizie sui processi di Mosca? Non vedevano, questi partigiani, che tutto ciò che criticavano nel Pci ufficiale aveva avuto origine con il processo di stalinizzazione dell’Urss?
Dobbiamo ricordarci che durante il Ventennio le notizie arrivavano solo attraverso la stampa fascista che descriveva l’Urss come l’esatto opposto del fascismo. Di conseguenza nel momento in cui i disastri della guerra spingevano la popolazione a odiare il regime, automaticamente si sviluppava un processo d’idealizzazione nei confronti di Stalin che andava ben oltre chi si definiva comunista. Inoltre a Roma non erano presenti veri e propri gruppi trotskisti e anarchici indipendenti che potessero far udire un’altra campana. Nessuno aveva avuto la possibilità di leggere gli scritti più recenti di Trotsky e Bucharin, di conseguenza si poteva anche pensare che effettivamente la versione staliniana sui processi di Mosca fosse veritiera. Magari proprio perché opposta a quella fascista.
Il mito di Stalin si è diffuso anche in assenza del Pci e Bandiera rossa ne è stata anch’essa paradossalmente vittima, immaginandosi uno Stalin fantastico da opporre allo stalinismo reale del Pci. Si è trattato quasi di un’inversione tra soggetto e predicato quale quella esposta da Ludwig Feuerbach nel descrivere l’alienazione religiosa.

baro_01_piccolaL’esperienza di Bandiera rossa morì con la fine della Resistenza, oppure è possibile rintracciarne lo spirito anche in seguito?
Dopo lo scioglimento del Mcdi nel 1949 e la confluenza individuale della maggior parte dei suoi militanti nei partiti della sinistra ufficiale non è rintracciabile un filo di continuità teorico-politica. E ciò è sorprendente, specialmente perché alcuni ex membri del Mcdi entrarono in contatto con la sinistra extraparlamentare degli anni settanta: penso per esempio a Felice Chilanti che aderì ad Avanguardia operaia, a Orfeo Mucci e a Franco Bartolini che collaborarono con l’Autonomia operaia. Tuttavia, sul versante sociologico delle modalità di conflitto, negli anni settanta tornarono a diffondersi forme di lotta (sabotaggi, espropri, esercizio del contropotere territoriale) che furono tipiche di Bandiera rossa e, prima del Ventennio, degli Arditi del popolo.
Infine, anche se non esplicitamente teorizzata, possiamo notare negli scritti di Bandiera rossa una sorta di critica operaista ante litteram. Il Pci immaginava la classe operaia come forza di ricostruzione nazionale. Nei primi anni dopo la liberazione, infatti, sedendo al governo, arrivò perfino a contrastare gli scioperi. Il Mcdi invece rifiutava la nuova disciplina economica comandata dal Pci, a favore di una vera e propria liberazione dal lavoro. Insomma, se non ci fu una continuità esplicita tra Bandiera rossa e nuovi movimenti del dopoguerra, è tuttavia riscontrabile un filo rosso fatto di comportamenti sociali antagonisti.

Cosa ti prefiggi di aggiungere agli studi storici già svolti?
Sto cercando di enfatizzare l’aspetto culturale dell’esperienza di Bandiera rossa, rimanendo fedele al vocabolario politico del tempo. Sono molto interessato agli aspetti underground, all’immaginario, alle rappresentazioni simboliche e psicosociali. Se non affrontiamo questi versanti non riusciremo mai a spiegarci il culto di Stalin da parte di un movimento che espresse istanze diametralmente opposte allo stalinismo. Poi, anche da un punto di vista archivistico, ci sono molte fonti da esplorare: nel saggio più conosciuto sul Mcdi, Bandiera rossa nella Resistenza romana, Silverio Corvisieri non sembra aver controllato gli archivi del Pci (che spiavano il Movimento anche con infiltrati), del Psiup, dell’Allied Control Commission e della polizia fascista. Mi sembra inoltre che siano state trascurate le testimonianze di militanti meno conosciuti e i documenti originali di Scintilla (uno dei gruppi che fondarono il Mcdi).

All’inizio della nostra conversazione hai parlato di “rimozione enorme” in riferimento alla storia di Bandiera rossa. Quali sono le cause di questo fenomeno?
La memoria della Resistenza è stata colonizzata dai partiti del Comitato di liberazione nazionale. Per la sinistra istituzionale il mito della Resistenza è servito a immaginare la possibilità di un ritorno alle origini della repubblica nata da una lotta nazionale unitaria, giusta e vittoriosa. È un modo per riconoscere simbolicamente la lotta che fu senza assumerne le conseguenze. Ma i “borgatari” di Bandiera rossa non appartengono a questa narrazione. Furono contro l’unità nazionale, accolsero tra le loro fila, in nome dell’internazionalismo, giovani disertori tedeschi, rifiutando perfino i riferimenti risorgimentali e garibaldini in voga nel Pci: Giovanni Pepe si faceva chiamare Danton, Francesco Cretara si firmava Rosso dei Ciompi, Vincenzo Guarniera, come abbiamo visto, era Tommaso Moro, e per un certo periodo i partiti di sinistra esterni al Cln (Mcdi, comunisti libertari, i socialisti dissidenti di Carlo Andreoni e il Movimento cristiano-sociale di Gerardo Bruni), costituirono un organismo denominato Comitato di salute pubblica. Bandiera rossa concepì la Resistenza come una prima tappa del processo rivoluzionario, non entrò a far parte del gioco democratico-parlamentare e i suoi militanti non si trasformarono in professionisti della politica. Le teorie del Mcdi furono a volte confuse e contraddittorie, ma la sua pratica sociale fu improntata sempre a una limpida autonomia di classe. I partigiani di Bandiera rossa combattevano per il comunismo. Non c’è posto per loro tra le fanfare e i discorsi ampollosi delle celebrazioni ufficiali.

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Sherwood a Roma Sud. Il Gobbo, tra Resistenza e banditismo https://www.carmillaonline.com/2015/03/18/sherwood-a-roma-sud-il-gobbo-tra-resistenza-e-banditismo/ Wed, 18 Mar 2015 22:00:32 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21443 di Luca Cangianti

Il_gobboMassimo Recchioni-Giovanni Parrella, Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza, Milieu, 2015, pp. 208, € 14,90.

“Il fronte comincia dagli archi di Porta Furba”, scrisse un soldato tedesco durante l’occupazione nazista di Roma. Nella Capitale gli invasori non furono cacciati con un’insurrezione come a Napoli, ma la Resistenza fu ugualmente agguerrita, specialmente nei quartieri meridionali: il sabotaggio di tralicci telefonici, il lancio di chiodi a quattro punte per fermare gli automezzi nazifascisti, le incursioni nei forti militari per reperire viveri e armi, gli assalti ai forni e alle colonne militari occupanti erano azioni all’ordine del giorno. Porta [...]]]> di Luca Cangianti

Il_gobboMassimo Recchioni-Giovanni Parrella, Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza, Milieu, 2015, pp. 208, € 14,90.

“Il fronte comincia dagli archi di Porta Furba”, scrisse un soldato tedesco durante l’occupazione nazista di Roma. Nella Capitale gli invasori non furono cacciati con un’insurrezione come a Napoli, ma la Resistenza fu ugualmente agguerrita, specialmente nei quartieri meridionali: il sabotaggio di tralicci telefonici, il lancio di chiodi a quattro punte per fermare gli automezzi nazifascisti, le incursioni nei forti militari per reperire viveri e armi, gli assalti ai forni e alle colonne militari occupanti erano azioni all’ordine del giorno.
Porta Furba è un arco antico all’incrocio tra via Tuscolana e l’acquedotto Felice. Venendo dal centro, alla sua sinistra si trova il Quadraro. È questo il quartiere che a causa della forte presenza partigiana fu definito “nido di vespe” dal console tedesco a Roma durante l’occupazione. Nello spazio urbano tra le vie consolari della Casilina e della Prenestina, ci sono poi il Pigneto, Torpignattara, Centocelle e il Quarticciolo. Queste zone erano delle borgate popolate principalmente da immigrati meridionali e dagli sfollati della politica urbanistica fascista; erano la cintura operaia di una città in larga parte impiegatizia e ministeriale. In base a una legge fascista abolita solo nel 1961, gli immigrati a Roma non avevano diritto all’iscrizione all’anagrafe, alle liste di collocamento ed elettorali, all’assistenza sanitaria e previdenziale. Le loro condizioni non erano insomma diverse da quelle di molti stranieri in Italia ai nostri giorni.

Camminando per le strade secondarie di questi quartieri ancora oggi è possibile immaginare l’atmosfera semirurale che avevano ai tempi della guerriglia partigiana. Del resto questo sforzo d’immaginazione è sostenuto da molti murales ispirati a quegli eventi e dal moltiplicarsi di iniziative quali visite organizzate ai luoghi simbolo della Resistenza e raccolte di testimonianze dei protagonisti di quelle vicende. I promotori (giovani ricercatori, centri sociali, associazioni e comitati di quartiere) sembrano credere fermamente che i processi di soggettivazione politica siano agevolati dalla memoria storica incarnata nei luoghi di vita quotidiana – quasi che sapere di vivere nei quartieri più ribelli della Roma partigiana, possa ancora oggi ispirare un nuovo percorso di liberazione.

306px-Porta_Sistus_V_-_Porta_FurbaIl Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza ha una funzione simile. Attraverso testimonianze dirette e articoli di giornale, ci restituisce infatti un’immagine articolata della Resistenza romana, nella quale erano presenti i gappisti, i comunisti eretici di Bandiera Rossa, le Brigate Matteotti, ma anche molti gruppi non inquadrati animati da un forte astio di classe. La banda del Gobbo, il cui vero nome era Giuseppe Albano, fu una di queste.
A distanza di settanta anni il Gobbo del Quarticciolo è ancora fortemente presente nell’imaginario romano, forse proprio per la duplicità del suo profilo, prima e dopo la Liberazione.
Prima fu un intrepido combattente immigrato dalla Calabria, un Robin Hood proletario che derubava e castigava i nazifascisti per sfamare e proteggere la popolazione della Sherwood romana. Era un bandito sociale perfettamente integrato nella sua comunità di classe: aggressivo e spavaldo come possono essere i borgatari, si spostava invisibile al nemico dentro gli acquedotti e colpiva senza pietà. Un quotidiano antifascista nel 1944 descrive una sua azione così: “Ed ecco da una porta uscire un gobbo armato di moschetto e di un tascapane di bombe. Si piazza in mezzo a un quadrivio e lancia una bomba. Poi tranquillo, tira un primo colpo di moschetto. I tedeschi rispondono. Il Gobbo tira un’altra bomba e un altro colpo. I tedeschi gli sparano con la mitragliatrice. Ma il Gobbo è fatato: nessun colpo lo raggiunge”. Catturato dalle SS, è torturato, ma non parla e scampa alla fucilazione grazie all’arrivo degli Alleati il 4 giugno del 1944.
Dopo la liberazione, Albano si mise a dare la caccia ai torturatori di via Tasso e ad altri criminali fascisti, ma presto notò che i nuovi governanti avevano avviato una vasta operazione di recupero e riciclaggio dei fascisti, mentre la miseria delle borgate rimaneva la stessa di sempre. È così, secondo Parrella e Recchioni, “Albano arrivò alla conclusione che nessuna forza politica era interessata a risolvere i problemi delle borgate, e quindi l’unica cosa che rimaneva da fare era pensare alle piccole conquiste giornaliere personali… cercando di trarre benefici per la gente che lo circondava e soprattutto per sé”. Il Gobbo iniziò a vestirsi con pellicce e cappelli costosissimi; rifluì quindi nella pura criminalità, probabilmente manipolato proprio da chi aveva precedentemente combattuto: le forze reazionarie che temevano la rottura radicale con il passato.

vespe2Le testimonianze si soffermano raramente sulla deformità fisica di Giuseppe Albano, mentre sottolineano spesso la bellezza del suo volto – il volto di un ragazzo che il 16 gennaio 1945, il giorno della sua morte, non aveva ancora compiuto diciannove anni. Sulle circostanze del suo assassinio è stata messa in dubbio la versione ufficiale del conflitto a fuoco con i Carabinieri e sono state avanzate ipotesi alternative in cui il Gobbo sarebbe stato vittima di sicari al soldo di un’organizzazione di pseudo-sinistra (l’Unione Proletaria) – ricettacolo di ex fascisti e di nuove trame eversive (Cfr. S. Corvisieri, Il Re, Togliatti e il Gobbo, Odradek, 1998). Recchioni e Parrella, tuttavia, anche sulla base di nuove testimonianze avanzano un’ulteriore ipotesi.
Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza è un libro che non teme di mostrare fino in fondo la contraddittorietà di una biografia proletaria inserita nel contesto drammatico dell’occupazione nazista di Roma. Gli eventi rivoluzionari, e la Resistenza è sicuramente da inserire tra questi, possono provocare profonde fratture esistenziali. L’arrivo della rivoluzione è capace di dare senso e speranza a chi non ne ha, facendo scorgere la possibilità di un orizzonte di riscatto collettivo. Il precoce interrompersi del processo può di contro favorire il ripiego su strategie individualistiche. Se la speranza nella redistribuzione collettiva della ricchezza viene meno, rimane solo la sconfitta o la continuazione dell’esproprio a fini personali.

I proletari, i borgatari e gli immigrati agli occhi dei benpensanti sembrano sempre “brutti, sporchi e cattivi”. In certi casi possono anche esserlo, ma intanto furono la principale spina nel fianco dell’occupante nazifascista. E se ci sarà una nuova Liberazione, probabilmente sarà ancora grazie a loro.

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Tempo fuori luogo. Una questione di tempi e di classi. https://www.carmillaonline.com/2015/02/14/tempo-fuori-luogo-una-questione-di-tempi-e-di-classi/ Fri, 13 Feb 2015 23:01:22 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20646 di Sandro Moiso

partigiano comunista Fiorenzo Angoscini, Giuseppe Bonfatti. Partigiano Comunista, Edizioni Colibrì 2015, pp. 176, € 12,00

La forma di produzione capitalistica, su cui si fondano i valori dominanti dell’attuale società, dà per scontato uno scorrimento lineare e progressivo del tempo in cui tutti gli avvenimenti e i differenti ambienti sociali sembrano convivere in una sincronia meccanica precisa ed incontrovertibile. Al massimo, chi non si adatta, anche quando si tratta di interi gruppi sociali, è considerato fuori tempo, sorpassato, inadeguato, superato, sconfitto oppure semplicemente residuo di un passato destinato ormai a scomparire.

Il tempo implacabile degli orologi, meccanici, al quarzo [...]]]> di Sandro Moiso

partigiano comunista Fiorenzo Angoscini, Giuseppe Bonfatti. Partigiano Comunista, Edizioni Colibrì 2015, pp. 176, € 12,00

La forma di produzione capitalistica, su cui si fondano i valori dominanti dell’attuale società, dà per scontato uno scorrimento lineare e progressivo del tempo in cui tutti gli avvenimenti e i differenti ambienti sociali sembrano convivere in una sincronia meccanica precisa ed incontrovertibile.
Al massimo, chi non si adatta, anche quando si tratta di interi gruppi sociali, è considerato fuori tempo, sorpassato, inadeguato, superato, sconfitto oppure semplicemente residuo di un passato destinato ormai a scomparire.

Il tempo implacabile degli orologi, meccanici, al quarzo o atomici, scandisce il tempo del capitale e delle scienze applicate senza alcun riguardo per i tempi della specie e degli individui che la compongono. Che in passato hanno misurato il tempo con le lune, con il sole, con le stagioni, con gli eventi piccoli e grandi che hanno scandito le vite de dei singoli esseri umani, dei clan, delle famiglie, delle tribù e delle classi sociali.

Tempi che non rispondono soltanto agli orologi, alle clessidre o alle meridiane, ma soprattutto alle emozioni, ai ricordi, alla memoria e alle sensazioni provate in determinate occasioni e che, spesso, si prolungano ben oltre l’accadimento in sé. Una percezione soggettiva del tempo che si amplifica in particolare là dove la memoria delle lotte di classe e delle guerre civili, che le hanno spesso accompagnate, non è ancora stata del tutto rimossa e cancellata e che, talvolta, sopravvive più nella testimonianza dei singoli individui che non nelle istituzioni, culturali o politiche, formalmente addette alla ricostruzione degli avvenimenti storici.

L’affermazione della percezione soggettiva del tempo sembra, così, affermarsi maggiormente nella narrazione delle microstorie, spesso affidate all’oralità, più che alla storia documentaria in cui, come negli orrendi percorsi scolastici, la storia viene scandita in ere, età, secoli e decenni; adatti, soprattutto, a definire ciò che è avvenuto e che, nel frattempo, si è allontanato in maniera irreparabile da noi. Qualcosa che, simile ad un vecchio maglione in un cassetto, può essere abbandonato, dopo averne fatto tutti gli usi leciti o illeciti possibili, alla critica definitiva dei tarli.

Ma se un libro, una tesi ufficiale o un’interpretazione superata del passato oggettivo e pertanto “storico” possono essere rimossi in questo modo, altrettanto non può avvenire là dove una ben più sanguinosa memoria continua a sopravvivere nella mente e nei corpi di coloro che hanno provato e, magari, continuano a provare sulla propria pelle la realtà dello sfruttamento, della repressione, della sconfitta e del tradimento delle lotte passate. Sempre soltanto sopita, nonostante gli infiniti sortilegi invocati dagli assistenti stregoni del potere.

Così accade che nelle classi rimanga depositata, anche in singoli individui, una sorta di mentalità o memoria collettiva inconscia. Una sorta di palinsesto, dove anche ciò che è stato socialmente e ufficialmente rimosso, con la soppressione e la repressione, perfino fisica e più violenta, in qualche modo ritorna. Chiamare tutto ciò ricordo è troppo poco e anche memoria non basta a definirlo. E’, piuttosto, una specie di sedimento in parte biologico e in parte culturale o, meglio, politico.

Proprio da uno di questi sedimenti, originatosi nel contesto della guerra civile italiana tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, prende spunto l’interessante libro di Fiorenzo Angoscini, giornalista e militante bresciano. Ed è una vicenda che non ha, pur nella sua linearità e semplicità, nulla da invidiare ai migliori film di Sergio Leone. Una vicenda in cui il passato si ricongiunge al presente in nome di un futuro non ancora realizzato, ma da cui si attende pur sempre un benefico ed egualitario cambiamento.

Giuseppe Bonfatti, ex-partigiano classe 1924, dopo decenni passati a lavorare in Brasile, torna nel 1990 in Italia. Nella mattina di giovedì 8 novembre dello stesso anno, a Viadana in provincia di Mantova, uccide a colpi di gravina1 Giuseppe Oppici, ex-fascista locale. Per Bonfatti è un atto dovuto. Cosa che rivendicherà ancora durante il processo tenutosi presso il Tribunale di Brescia e da cui uscirà con una condanna, in primo grado, a 24 anni di carcere.

La storia, in sé, è piuttosto nota anche in rete. Ciò che fa però l’autore, che all’epoca ebbe modo di conoscere ed intervistare l’ex-partigiano, è allargare lo sguardo a tutti gli avvenimenti grandi e piccoli che stavano alla base di una siffatta e disperata scelta e, soprattutto, riavviare un discorso di classe su una guerra, quella partigiana, che troppo frettolosamente è stata relegata a mera “guerra di liberazione nazionale” o, peggio ancora, a “secondo Risorgimento”, privandola così di quella connotazione classista che era stata alla base della sua diffusione tra vasti settori operai e contadini della Pianura Padana.

Diffusione e condivisione di ideali che, anche se non sempre finì col promuovere significative vittorie sul piano militare, certo indicava una tendenza alla rivolta, se non alla vera e propria rivoluzione sociale, che un ventennio di repressione statale, monarchica e fascista, non era riuscito a cancellare. Anzi, fa bene l’autore a sottolineare, riprendendo le parole di personaggi, tra gli altri, del calibro di Ferruccio Parri e Carlo Galante Garrone oppure di Cesare Bermani, come la guerra civile in Italia non fosse mai cessata a partire dal Biennio Rosso.2 Al massimo era stata continuata per diversi anni sul territorio nazionale da una sola delle parti in causa, quella fascista, mentre l’altra non aveva mai cessato di battersi ovunque avesse avuto modo di farlo. Come l’esperienza della guerra civile spagnola ci ricorda ancora.

Nel fare ciò, l’autore non solo ricostruisce alcuni episodi salienti e/o minori della lotta di classe armata nelle province di Mantova, Cremona, Parma e Reggio Emilia (come ad esempio la tragica vicenda dei fratelli Cervi), ma ristabilisce anche la verità storica e sociale sulle radici di quelle esecuzioni messe in atto nel dopoguerra in quello che il revisionismo storico ha definito “triangolo della morte” o “triangolo rosso”. Revisionismo di Pansa e associati che,3 purtroppo, può affondare ancora una volta le sue “ragioni” proprio nell’azione e nelle parole dei leader del partito che più di ogni altro volle accollarsi il merito della battaglia anti-fascista: il Partito Comunista Italiano.

E’ infatti interessantissima la parte del testo che ricostruisce la delusione dei partigiani di fronte alle scelte operate da Togliatti quando, da ministro guardasigilli del primo governo d’unità nazionale successivo alla fine del conflitto, tese la mano agli ex-fascisti attraverso un’amnistia che di fatto impedì una vera epurazione dello stato italiano e delle sue strutture di sicurezza e di ordine pubblico dagli elementi compromessi col passato regime, mentre con l’altra dava di fatto inizio alla persecuzione dell’ala più intransigente del movimento partigiano.

Il provvedimento fu emanato il 22 giugno 1946, poco più di un anno dopo la fine della guerra e del regime. Pochi mesi dopo, nell’autunno dello stesso anno, Togliatti attaccò frontalmente l’operato di quei partigiani che, non volendo piegarsi alle decisioni e ai compromessi del partito e del suo leader, anche attraverso il rapimento e l’uccisione di ex-funzionari fascisti e dirigenti aziendali compromessi con le deportazioni di operai italiani in Germania, avevano continuato la lotta di classe anti-fascista, prima in un intervento pubblico presso il Teatro Municipale di Reggio Emilia (24 settembre) e poi, il giorno successivo 25 settembre, in una conferenza di organizzazione a porte chiuse presso la federazione comunista di Reggio Emilia.

Come afferma Angoscini nelle sue ben documentate pagine, il punto era uno solo: garantire la transizione democratica, interrompere tutte le attività che la ostacolavano, accreditare il Partito Comunista, nazionale e regionale, come partecipe sincero e corretto della cruciale fase storica, emarginando gli indisciplinati (irriducibili e incompatibili). Iniziando a indicarli come provocatori al soldo di chissà chi: “La realtà è che i delitti che oggi macchiano alcune zone emiliane sono senza dubbio dovuti ad elementi squilibrati e sbandati, non legati a nessun partito politico, ma dietro di essi è molto verosimile che si trovi la mano e l’intenzione di chi si serve del delitto politico”.4

L’unico neo del testo, ampiamente compensato dalla mole di dati e dalla ricchissima bibliografia che lo accompagnano, sta forse nella semplicità con cui l’autore, sposando in altra parte del libro, forse un po’ troppo, la tesi dell’effettiva grandezza di Stalin e della sua volontà di realizzare una rivoluzione su scala internazionale, denuncia la doppiezza di Togliatti senza cogliere in essa la malattia d’origine dello stalinismo tutto e delle sue conseguenze sul movimento operaio, dai processi di Mosca fino agli accordi di Yalta. Avvenimenti ed accordi che definivano il perimetro entro cui Togliatti, nemico di ogni autonomia di classe come tutto il PCI dei decenni successivi, si muoveva in maniera pienamente cosciente.

La stessa finzione della doppia anima del Partito, quella istituzionale e quella rivoluzionaria, costituiva infatti la trappola in cui gli irriducibili furono “presi” e disarmati. Soprattutto quando, dopo l’attentato a Togliatti del luglio 1948, la mobilitazione, accompagnata da simboliche azioni armate, di operai e militanti comunisti ebbe come successiva conseguenza soltanto la consegna allo Stato italiano della gran parte delle armi, leggere e pesanti, rimaste nelle mani degli ex-partigiani e gappisti.

Un aspetto qui tralasciato, ma sicuramente interessante come ipotesi di ricerca, sarebbe stato proprio quello di vedere come il mito “Stalin”, destinato in qualche modo a mantenere il controllo della forza lavoro ed impedirne un’eccessiva insubordinazione sia in Russia che nel resto del mondo ad opera dei partiti bolscevizzati, sarebbe stato rovesciato nel suo contrario ed utilizzato dai protagonisti di un’insopprimibile lotta di classe, che, una volta liberata, o per scelta o per necessità, si sarebbe appropriata di tutti gli strumenti disponibili. Anche di quelli apparentemente meno adatti per la sua espressione. E che avrebbero finito, a loro volta, col rivoltarsi contro la stessa, imbrigliandola in azioni destinate a riportarla alla sconfitta.

In fin dei conti, la storia di Giuseppe Bonfanti parte anche da lì. Partigiano, stalinista come rivendicava ancora negli anni novanta, la cui casa di famiglia era stata data alle fiamme e distrutta da una squadraccia repubblichina dopo un fallito attentato ad un gerarca locale; in seguito incarcerato e trasferito in un campo di concentramento da cui riuscì ad evadere per riprendere la lotta e costretto, nel dopoguerra, ad emigrare in Brasile per trovar lavoro; senza aver mai dimenticato che, alla fine, gli “sconfitti” fascisti erano stati quelli che avevano, di fatto, ereditato il ruolo di conduttori dello Stato repubblicano. Mentre i partigiani, gli irriducibili, come lui e moltissimi altri, avevano dovuto ritornare al lavoro salariato e alla dipendenza dal capitale, quando addirittura non avevano dovuto emigrare per sfuggire al carcere ed alla prigione.

Ed è quello il passato che non passa. Che non passerà mai finché vivrà una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’accumulazione di capitale. Finché esisterà una società divisa in classi, in cui la maggioranza delle donne e degli uomini dovrà ancora sottostare alla dittatura dei pochi che detengono i mezzi di produzione, le leve del potere e le armi del terrore statale e della repressione. Anche là dove si finge l’esistenza di una democrazia parlamentare o della libertà d’espressione (purché non sia di insegnamento per la lotta).5

E’ lì che il tempo si è fermato. Altro che trascorso o andato avanti. Finché vivrà un Partito della Nazione (che di quel partito togliattiano è ancora erede, se non nella forma almeno nei compiti), finché vivranno i “finti” compromessi del Nazareno (che prolungano nel tempo la formula dell’unità nazionale nell’interesse del capitale e del comando sulla manodopera), finché continuerà il tentativo di rimuovere ciò che non si può rimuovere ovvero la contraddizione tra capitale e lavoro e tra sfruttati e sfruttatori, il nostro tempo sarà sempre quello di Giuseppe Bonfatti.

Che, come afferma giustamente Fiorenzo Angoscini, non fu il carnefice, ma la vittima:
“Vittima, perché costretto a subire vent’anni di dittatura fascista.
Vittima, perché ha patito lo squadrismo, responsabile dell’incendio e conseguente distruzione della sua casa.
Vittima, perché incarcerato e, poi, rinchiuso in un campo di concentramento.
Vittima, perché nonostante possa essere annoverato tra la schiera dei «vincitori», ha dovuto emigrare in un paese lontano per poter svolgere un’attività lavorativa.
Vittima, perché ha dovuto patire per quarant’anni la condizione di esule.
Vittima, perché nessun giudice o tribunale ha perseguito i suoi aguzzini
” (pag. 18)6

bonfattiCosì, fino a quando non avremo potuto sputare sulle tombe di coloro che hanno già perso una volta e non avremo relegato il capitale all’oblio e al ruolo di semplice ricordo di uno dei peggiori incubi che abbiano travagliato la specie umana, ogni volta che sentiremo nominare Giuseppe Bonfatti, Partigiano Comunista, risponderemo: “Presente!”


  1. la testa del piccone, priva del manico  ↩

  2. Si confronti su tale tema anche Fabio Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo 1918-1921, UTET 2009  ↩

  3. Senza contare l’attuale revanscismo delle foibe che mira a cancellare con un colpo di spugna i crimini dell’occupazione italiana dell’ex-Jugoslavia durante il secondo conflitto mondiale  ↩

  4. Togliatti, cit. dall’Autore, pag 111  ↩

  5. Chiarissimo in proposito Erri De Luca, La parola contraria, Feltrinelli 2015  ↩

  6. Sarebbe qui, forse, possibile ipotizzare, sulla base anche delle considerazioni svolte sulla violenza da Jan Assmann, nel suo saggio Non avrai altro Dio (il Mulino 2007), la permanenza di una logica sacrificale, intesa come ricerca di una comunicazione, nella violenza esercitata da Bonfatti e in genere nelle varie forme proletarie di insorgenza, molto diversa dalla violenza della verità, e quindi negatrice e distruttrice tout court dell’altro e delle sue ragioni, esercitata dallo Stato o dalle istituzioni che contribuiscono a riprodurlo (eserciti, partiti, movimenti religiosi monoteistici). Ma questo discorso porterebbe lontano dal tema principale qui trattato.  ↩

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