Padule di Fucecchio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Padurap paduloop https://www.carmillaonline.com/2024/08/23/padurap-paduloop/ Thu, 22 Aug 2024 22:05:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83519 di Luca Baiada

Liduino lo incontrai nel 2013 in un circolo di paese. Eravamo a un passo dalla palude. Sto parlando della palude interna più grande d’Italia. È in Valdinievole, dove abitava Tofanelli. È il Padule di Fucecchio, perché in Toscana la lingua non l’hanno imparata, l’hanno fatta, sicché la palude è il padule, come la luce si spenge e gli scritti si interpetrano, che poi le persone ammodo la chiamano metatesi. Però metatesi è una parola che uno di quei padulini, uno come il Betti, per dire, non l’avrebbe usata, lui con quella voce e le mani di scaglie di [...]]]> di Luca Baiada

Liduino lo incontrai nel 2013 in un circolo di paese. Eravamo a un passo dalla palude. Sto parlando della palude interna più grande d’Italia. È in Valdinievole, dove abitava Tofanelli. È il Padule di Fucecchio, perché in Toscana la lingua non l’hanno imparata, l’hanno fatta, sicché la palude è il padule, come la luce si spenge e gli scritti si interpetrano, che poi le persone ammodo la chiamano metatesi. Però metatesi è una parola che uno di quei padulini, uno come il Betti, per dire, non l’avrebbe usata, lui con quella voce e le mani di scaglie di tartaruga.

In quel tempo volevo farmi dire dal Faina una ballata, una ballata popolare vecchia, ma vecchia è dire poco; antica, via. Una ballata sull’eccidio del Padule di Fucecchio, fatto dai tedeschi e dai fascisti il 23 agosto 1944, pochi giorni prima che la Valdinievole fosse liberata.

Questa ballata che volevo dal Faina non ha un titolo, anzi ce l’ha nel senso che gliel’hanno messo, ma dopo: Popolo se m’ascolti, che sono le prime parole. L’autore l’ho cercato, voglio dire ho provato a individuarlo, dev’essere morto da un pezzo. Certe volte sono arrivato a un passo da lui, ma poi, sarà che non volesse farsi trovare, non mi è riuscito. Era un barrocciaio, cioè un carrettiere. Un po’, l’autore doveva essere anche il popolo che ascoltava, il popolo che sentiva le varie versioni e interveniva per correggere, cambiare. Ma questo barrocciaio, niente. Però c’era lui, ancora vivo, lui che la ballata la sapeva perché l’aveva sentita dal barrocciaio, subito dopo la guerra, e l’aveva mandata a memoria. Lui l’aveva salvata.

Sì, ma avete capito lui chi? Il Faina oppure Liduino, o magari il Tofanelli. O invece il Betti? Io impiegai un po’, a capire, perché se non sei proprio di quelle parti, duri fatica. Liduino e Tofanelli e Faina e Betti erano la stessa persona, ma chiamata così a seconda. Dagli amici, dall’anagrafe, dalla fama. Perché Liduino Tofanelli era un Faina, cioè un discendente di una famiglia dove fanno Tofanelli di cognome ma sono soprannominati tutti insieme Faini, e uno per uno Faina, da non si sa quanto tempo, e chissà perché, e se lo domandi in giro sorridono e si guardano come a dire: questo è cittadino.

Ma Liduino aveva anche un soprannome suo: Betti, come un famoso cacciatore, che a parlarne si farebbe notte, perché cacciava tanto tempo fa e conobbe anche gente venuta da fuori. Gente ricca che per un po’ si mischiava ai poveri, si immergeva in qualcosa di speciale, fra vita brada e scherzi grassocci, come quella scritta con cui Renato Fucini, nel Padule, immortalò un altro cacciatore, Pinciano, uno famoso come Betti o come Bandino, sul muro della sua casa: «Questa è la reggia di Pinciano il grande, / che senza la beccaccia fa i crostini / grattandosi la merda alle mutande».

Dicevo della ballata. Quella ballata il Faina me la dovette ripetere e ripetere, perché mi colpì talmente che tornai bambino. Diventai come quando vuoi sentire una cosa cento volte anche se sai già come va a finire. Poi, per una diecina d’anni, ogni 23 agosto ho scritto qualcosa per quei poveri morti, quei 174 assassinati, e ho messo sempre come titolo un verso della ballata misteriosa, e senza il permesso del barrocciaio. Ma non si è fatto vivo neanche così.

Io non so portare il barroccio. Io ho portato il barchino, l’altro mezzo di spostamento nel Padule, che bisogna pingere con la forcola nel fondo, e vai dal cannellaio al chiaro, e torni, e così si entra in un mondo incantato. Ma ecco, sto divagando perché non mi riesce di venire al dunque.

Per farla breve. Adesso volevo comporla io, una ballata, ma come quella del barrocciaio non la sapevo fare. Io l’ho fatta così, perché ogni cosa ha il suo tempo e adesso va il rap e poi c’è il loop, e questa è la ballata Padurap paduloop, che si può dire a cantilena, a rap, su una base ritmata, magari giocando con le mani su un vinile che gira. Oppure cliccando un file audio, per esempio questo:

Rap-loop

Ci vorrebbe anche della gente che fa hip-hop. Gente di oggi, magari gente di città che non ha mai visto neanche le galline, o le vede solo a pezzi, in scatola, quando le porta cotte, chilometri e chilometri in bicicletta, a casa di chi non le sa cucinare. Perché tanto, in Toscana, di finti contadini e finte damigelle e finti cavalieri, ne abbiamo pieni i quadretti pubblicitari e anche i coglioni.

 

Non basta ricordare, non basta ricordare,

se la parola inciampa, bisogna camminare.

 

La sai la storia atroce, ascolta questa voce,

sono nomi lontani, sono caduti umani.

Conosci questi nomi, conosci questi luoghi:

Sant’Anna di Stazzema, Cavriglia, Marzabotto.

Ma un’altra storia antica, questa storia nemica,

non l’hai sentita mai, non sai che cosa sia.

E se l’ascolterai, non dimenticherai,

dirai «questo mi tocca», dirai «è storia mia».

È una palude grande, fra le montagne e l’Arno,

gente di ceppo forte, di dignità operosa.

È una terra di mezzo, c’è nato Leonardo,

e puoi trovarci il popolo, la vita laboriosa.

Ti dicono Cerreto, Fucecchio, Monsummano,

e poi Larciano e Ponte, parole che non sai,

ma tu dì «caro sangue», ma tu dì «cuore umano».

È un’ala, la memoria, e adesso volerai.

 

Popolo se m’ascolti ti spiego la tragedia,

del 23 d’agosto l’orribile commedia.

 

È il 23 d’agosto, è nel quarantaquattro,

e l’Italia è divisa, e l’Arno fa il confine;

una strage terribile, centosettantaquattro,

pane zuppo di lacrime, dolore senza fine.

Sconfitti, quei tedeschi, grande è la loro rabbia,

uccidono, violentano, rubano gli animali,

e questa terra freme, e questa terra è in gabbia,

ma i partigiani lottano, nei boschi e fra i canali.

Dall’alba al pomeriggio, sono ore di massacro,

insiste la mitraglia, brulicano soldati.

Muoiono donne, bimbi, tra spari e fumo acre,

pastori, contadini e poveri sfollati.

 

Non basta ricordare, non basta ricordare,

se la parola inciampa, bisogna camminare.

 

Sulle aie, nelle case, arrivano col fuoco,

hanno mitragliatrici e portano l’elmetto.

Sono curiosi, i bimbi: credono che sia un gioco,

pensano a foto in gruppo, fatte col cavalletto.

«Ho tanta tete, tete!», fa Graziella ferita,

e muore in braccio a un’altra che è grande poco più.

E i fichi dell’estate, che sono pane e vita,

dal pancino di Pietro escono rossi giù.

E duro è questo canto, e puro è il loro pianto,

braccianti con le spose, lattanti nel grembiule.

La vecchia e la più piccola cadono quasi accanto,

piccine tutte e due, pulcine del Padule.

Carmela è cieca e sorda, chiama i parenti invano:

non sa che li hanno uccisi, tutta la sua famiglia.

Nella sua tasca un milite mette una bomba a mano:

Carmela ha novant’anni, non resta che poltiglia.

 

Popolo se m’ascolti ti spiego la tragedia,

del 23 d’agosto l’orribile commedia.

 

Remo è preso con gli altri, con Maggino il pastore,

li portano sull’argine, per i tedeschi è un gioco:

spinti nel fosso asciutto, gridano di terrore,

adesso sono in trappola, e quelli fanno fuoco.

Ha un capanno sicuro, il dolce Ferdinando,

ma ha promesso alla Ida che sola non starà.

La va a trovare trepido, s’affretta camminando,

e Ida aspetta, aspetta. Lui non arriverà.

Gente portata via, vecchi portati via,

li strappano dai letti, li strappano dai petti.

Antonio vede il sangue, ripete «mamma bua»,

gli spaccano la testa, solo silenzio resta.

Il marito di Angiola si chiama come lei.

Angiola vuole Angiolo, corre verso il canneto.

Corre anche il figlio Dario, non si vedranno mai:

si sente ta-ta-ta, restano in tre sul prato.

 

Non basta ricordare, non basta ricordare,

se la parola inciampa, bisogna camminare.

 

Vede i tedeschi, Lia, esce dal casolare.

Lando è fuori nascosto, e lei è la sua sposa:

vuole dirgli il pericolo, fa finta di falciare,

e muore al posto suo, cerbiatta generosa.

Sono forti, le donne, come mamma Maria:

la figlia Italia sanguina, la palude è assediata,

Maria la mette in barca e rema e rema via;

ma i tedeschi le fermano, e Italia è dissanguata.

Perciò, se trovi un fascio, e dice «Cristo» e «fede»,

tu mettilo alla prova, se quello fa il patriota:

digli che Italia è morta, ma c’è Maria che vede;

è una Passione povera, e lui è un povero idiota.

Marisa solo tredici, e ventun anni Anita:

e se davvero hai un cuore, aprilo con coraggio.

Una ha le cosce in pezzi, l’altra è stata svestita,

sono morte, e ora sai, qual’è l’ultimo oltraggio.

 

Popolo se m’ascolti ti spiego la tragedia,

del 23 d’agosto l’orribile commedia.

 

Dopo, vedovi e vedove, e orfani disperati,

notti di pietra, incubi, e giorni di sudore.

Fanno due ombre in terra, tutti i sopravvissuti,

lacrimano anche dentro, affamati d’amore.

Il tempo non ha tempo, il sangue è un lago nero:

i figli sono padri, le bimbe sono spose.

Nel fondo del dolore lo specchio è più sincero,

ci guardi la tua faccia, e parlano le cose.

L’innocenza è una trappola. Dici «sono innocente»,

ma la storia cammina. Tu non hai fatto il male,

però se contro il male tu non hai fatto niente,

il male è dietro l’angolo e ti verrà a cercare.

 

Non basta ricordare, non basta ricordare,

se la parola inciampa, bisogna camminare.

 

La vita da scampati è vita di assediati,

tremano ai temporali, o al volo di un moscone;

hanno la mano stanca, hanno la testa bianca,

sono cuccioli antichi, col cuore di leone.

Quando la loro voce sarà nella tua bocca

tu parlerai per loro, dirai senza paura.

Ricorda questa storia, è storia che ti tocca,

quello che fai è te, nessuno te lo ruba.

Quando racconterai, se ti daranno ascolto,

chiederanno il perché, diranno «non c’è scelta».

Tu racconta, ripeti: è un mostro senza volto

la colpa immaginaria che uccide un’altra volta.

Diranno «colpa loro, colpa dei partigiani»,

tu non gli dare ascolto, tu spezza le catene.

Ripeti con i piedi, ripeti con le mani,

ripeti con la voce se hai sangue nelle vene.

 

Popolo se m’ascolti ti spiego la tragedia,

del 23 d’agosto l’orribile commedia.

 

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L’orribile commedia https://www.carmillaonline.com/2023/08/23/lorribile-commedia/ Tue, 22 Aug 2023 22:05:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78451 di Luca Baiada

 

La più piccola aveva quattro mesi, la più vecchia novantadue anni. Assassinate dai tedeschi nel Padule di Fucecchio il 23 agosto 1944. Gli inglesi nel 1945 scrissero che i morti erano 184. Certi resoconti dell’epoca dicono duecento, persino ottocento. Mi sono chiesto il numero esatto, so che ormai è stato stabilito: sono 174. Adesso mi domando cosa sia, l’esattezza del numero. Quando ci chiediamo il numero preciso, su quella soglia ci siamo noi. Trappola morale, terribile e indispensabile, quella differenza dice anche il nostro posto fra i vivi e [...]]]> di Luca Baiada

 

La più piccola aveva quattro mesi, la più vecchia novantadue anni. Assassinate dai tedeschi nel Padule di Fucecchio il 23 agosto 1944. Gli inglesi nel 1945 scrissero che i morti erano 184. Certi resoconti dell’epoca dicono duecento, persino ottocento. Mi sono chiesto il numero esatto, so che ormai è stato stabilito: sono 174. Adesso mi domando cosa sia, l’esattezza del numero. Quando ci chiediamo il numero preciso, su quella soglia ci siamo noi. Trappola morale, terribile e indispensabile, quella differenza dice anche il nostro posto fra i vivi e i morti, e insieme la scelta fra acquietarci di fronte all’assassinio oppure chiedere giustizia, smascherare ogni travestimento, ogni surrogato. Nello scarto di una strage, nella coscienza dello scarto, si affaccia la strage della coscienza. Ogni zona grigia chiede: e tu, da che parte stai?

Dopo il vertice italo-tedesco di Trieste, nel 2008, con gli accordi sulle riparazioni memoriali la Germania ha speso pochi milioni di euro per iniziative di cultura. Tanti libri e libriccini e convegni e parole. Tanto mai più. Così erano i patti, in quell’incontro pittoresco. Berlusconi era soddisfatto per il siluramento della breve legislatura 2006-2008 e per il ritorno al governo (bella forza: prima, alla fine della legislatura 2001-2006, aveva avvelenato la legge elettorale col «porcellum»). Questioni importanti come la crisi Alitalia avevano preso la piega desiderata. Il potere era saldo eppure prometteva sviluppi: non c’era un successore ma nuove leve scalpitavano. Nel governo c’era una vivace ministra della gioventù, una che «fa ggiovane»: si chiamava Giorgia.

Nell’incontro internazionale fatto a Trieste, anche alla Risiera di San Sabba, il padrone delle televisioni fece uno dei suoi scherzi: il cucù alla Merkel. Che ridere. A Berlusconi l’appoggio tedesco faceva comodo, e poi contava su una presidenza del consiglio senza fine; tre anni dopo l’avrebbe lasciata senza tornarci. Stupirsi? Se un uomo ha un medico che propone la sua immortalità, può anche far lazzi alla signora che guarderà con sorrisino di Mutti le sue dimissioni. Il frutto delle intese di quel periodo fu: niente alle famiglie delle vittime di strage e deportazione, spiccioli per gli storici e le amministrazioni locali. Hanno chiamato tutto questo riparazione, memoria attiva, lenimento, simbolo pesante. Sulla strage di Fucecchio la manovra è stata alacre.

A Cintolese, comune di Monsummano Terme, è stato finanziato un monumento, direttamente nel cimitero, di fronte al cancello principale. I parenti, per visitare le tombe, devono vedere un’opera pagata dai tedeschi (per questo, qualcuno entra da un altro varco). Da tempo il manufatto è malmesso. Poco lontano c’è una tomba speciale, e ancora adesso c’è chi va a calpestarla calcando il piede con piacere: là giace – come si dice qui, Iddio l’accresca pena – il fascista che collaborò coi soldati. A pochi passi, il fascista e i ruderi pagati dalla Germania. Finalmente riuniti.

Anche a Massarella, frazione di Fucecchio, Berlino ha finanziato un monumento: è stato spianato un declivo, con le misure di un parcheggio, e c’è una staccionata a picco sul Padule. Sulle lastre conficcate in terra, oltre al cortese ricordo del contributo della Germania, ci sono i nomi delle vittime cadute nei paraggi. C’è anche un Cerrini. Vediamo meglio.

I Cerrini erano una famiglia di Venturina, in Maremma. Il padre Eder, comunista, il primogenito Enos, il figlio minore Eros. Nella strage cadde Enos, e infatti nel centro di Venturina c’è una strada col suo nome. Invece Eros sopravvisse al conflitto mondiale. Sul monumento è stato scritto Eros, non Enos, come se i tedeschi fossero tornati a finire il lavoro. Eppure sulla chiesa di Massarella, a pochi passi, c’è una lapidina di quelle da tre soldi, ma italiani, voluta dal Comitato di liberazione nazionale poco tempo dopo la guerra, e il nome del caduto è giusto: Enos Cerrini. Sul monumento grosso, pagato dalla Germania, il nome è stato scritto sbagliato. Successivamente qualcosa o qualcuno deve aver suggerito di correggere: adesso, anche sul monumento moderno si legge Enos Cerrini. Già, ma si vede anche la correzione. Scoperto lo sbaglio, non era il caso di sostituire la lastra? Invece, via il nome Eros con un taglio, e arriva un tassello col nome nuovo. Una toppa con saldatura.

Di tutti gli strafalcioni sparsi per l’Italia, nella beffa riparazionista uscita dal vertice del cucù, basterebbe assaggiare questo. A Massarella, da una parte c’è la memoria pagata a miccino, ma a testa alta, col nome giusto; dall’altra c’è la memoria rassegnata. Per scrivere subito il nome giusto bastava guardare la facciata della chiesa, ma bisognava avere passione e curiosaggine, non quattrini tedeschi facili e notabilati italiani pronti a raccattarli. La farina del Diavolo va tutta in crusca, la memoria spesata dalla ragion di Stato offende le vittime. E può nascondere: ventotto lastre dell’opera, a Massarella, portano ciascuna una parola («memoria, sangue, acqua…»), ma nessuna ricorda i fascisti e il collaborazionismo.

A Ponte Buggianese, località Capannone, c’è un edificio che con la strage c’entra come gli Stati italiani preunitari con la Seconda guerra mondiale. Era una dogana, poi magazzino, sugli antichi confini fra possedimenti lucchesi e fiorentini. È stato restaurato col contributo di Berlino. Un lavoro riuscito benissimo, assicurano quelli che riescono a vederlo dentro. Si era detto di farci incontri, raduni di auto d’epoca, cultura e passatempi. Dovrebbero esserci anche alloggi per le visite, e i cartelli nelle vicinanze promettono: «Ospitale Dogana del Capannone». È quasi sempre chiuso. Però c’è un minimo centro di documentazione, raramente visibile. La Dogana è stata usata con impegno per eventi; primeggia la presentazione, sei anni fa, dell’Atlante delle stragi, prodotto di punta fra quelli finanziati dalla Germania, e di un volume di cui è coautore Paolo Pezzino, che dello stesso Atlante è il direttore scientifico. Forse si tratta di imprevisti effetti promozionali.

Ancora a Ponte Buggianese, invece, c’è la tabaccaia: è uno di quegli essiccatoi, alti e inconfondibili nelle campagne toscane, manufatti di archeologia industriale che parlano del lavoro e del sudore. Pochi la notano, ma laggiù, davvero, ci fu la strage: contadini e sfollati, anche da lontano. La più piccola, Giancarla Ferlini, tredici anni. Insieme ai fratelli Malfatti, Evandro e Inghilesco. Insieme a Nicole Sandra Settepassi, diciassettenne. Non si può nominare Nicole senza dire dell’ombra, del diversamente morto che la seguì: suo padre Aldo, che perduta quell’unica figlia si suicidò nel 1951.

Un barrocciaio della Valdinievole, poco dopo la guerra, aveva composto una ballata e la ripeteva a memoria: «Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto / l’orribile commedia…». Davvero orribile commedia, il modo in cui sono state trattate le vittime delle stragi nazifasciste, fra esercizio brutale del potere, diversivi chiacchierini e furbizie di legulei.

Sulle stragi, di processi penali se ne videro pochi nella seconda metà degli anni Quaranta, e a già negli anni Cinquanta, a parte Reder e Kappler, i tedeschi erano stati liberati e i fascisti italiani amnistiati. Dopo la rifrequentazione dell’Armadio della vergogna, l’archivio custodito negli uffici centrali della giustizia militare, in questo secolo ci sono stati una ventina di dibattimenti. In quel periodo, in Italia, sono andati in detenzione – ma non in carcere o non a lungo – tre militari. Sui risarcimenti, poi, la Germania punta i piedi da sempre. Dopo la riunificazione non ha più scuse legali, eppure si aggrappa a ogni pretesto e trova ampi appoggi italiani. Ha già fatto una causa contro l’Italia, proprio nel 2008, dopo il vertice di Trieste, davanti alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia. L’anno scorso ne ha iniziata un’altra, davanti alla stessa Corte, seguita, a distanza di ore, da una normativa italiana (nel decreto-legge 36) per venirle subito incontro.

A volte il passato non passa, non vuole passare. Vergangenheit, die nicht vergehen will, scriveva Ernst Nolte, quello della grande contesa storica, l’Historikerstreit, cominciata su «Frankfurter Allgemeine» nel 1986. Nolte fu accusato di revisionismo, ma il suo lavoro era persino più insidioso di quello revisionista, perché nel diluvio verbale furbo e minuzioso che proponeva, e che avrebbe affascinato una parte della cultura europea un po’ come le asserzioni oracolari di Carl Schmitt, era sottintesa una pacificazione morale, finale e digestiva. Ma la giustizia? Il modello, avviato sulle pagine del famoso giornale, parrebbe aver avuto un’eco suggestiva, e in varie direzioni. Il figlio di Ernst Nolte, Georg, è un giurista, adesso fa parte proprio della Corte dell’Aia e si attende di conoscere un suo contributo al processo: si tratta di stabilire le conseguenze dei crimini che Nolte padre chiudeva in abili cornici verbali, per i suoi giochi di illusione ottica. Se per Ernst Nolte lo sterminio degli ebrei era colpa dei sovietici, dove si andrà a cercare, fuori della Germania, la responsabilità giuridica delle stragi di italiani?

In nome della ragion di Stato il tira e molla di vertenze, leggi e posizionamenti – in Italia, all’Aia, a Strasburgo – ha calpestato le vittime con nuovi oltraggi. Ultimo, appunto, il decreto-legge del 2022, con uno stanziamento modesto (a carico dell’Italia), che per funzionare vuole un decreto interministeriale, arrivato di recente. La Corte costituzionale, qualche settimana fa, ha escluso che queste norme vadano contro la Costituzione: grazie a un cosiddetto «bilanciamento» ha fatto prevalere le cancellerie sulle persone. I risarcimenti possono aspettare, forse ci saranno solo per alcuni e in misura incerta. Il rischio è che siano fatti con le monete di mastro Adamo, «ch’avevan tre carati di mondiglia».

E pensare che sono passati quasi ottant’anni. Anni di lutto, di attesa e di dubbi. «La speranza: l’ultima tortura, di quante ho mai sofferte, la più atroce», così mormora il protagonista del Prigioniero. È un’opera che Luigi Dallapiccola, ispirandosi a un racconto di Villiers de l’Isle-Adam, La torture par l’espérance, iniziò a scrivere durante la Seconda guerra mondiale. Tempo di chiarezza, anche sugli inganni falsamente soccorrevoli. E non solo durante la guerra, ci fu chiarezza. Per esempio, negli anni successivi una commissione di giuristi e intellettuali italiani investigò su uno dei massacri più noti, quello di Boves, e consegnò i risultati all’autorità giudiziaria tedesca. Quella archiviò. Allora la commissione – era il 18 febbraio 1969 – presentò una ricusazione ad ignominia:

«Tutti i magistrati tedeschi che si sono pronunziati hanno rifiutato di accertare la verità e protetto i criminali nazisti. La magistratura tedesca deve essere ricusata perché indegna di fiducia. La storia, che ha già giudicato Peiper e tutti gli altri criminali nazisti, giudicherà anche la decisione del Tribunale di Stoccarda. In Italia sarà pubblicata la documentazione del processo».

Ma va detto chiaro: credere che tutti i giudizi della storia siano definitivi è sbagliato; i documenti vivono grazie ai lettori, agli interpreti e ai critici; comunque, la memoria non basta. Avere propositi alti è bene, ed è bene sapere che si scontrano con una bassa realtà. Anche la lapide del Cln per i caduti, a Massarella, fu dettata «con la certezza di giustizia».

Sembrano lontani, il mondo e la storia, dalla palude interna più grande d’Italia? Eppure sono vicinissimi: lo spazio si contrae, se opache manovre servono a fare monumentini. Anche il tempo si schiaccia e si allinea, se una dogana preunitaria diventa un centro di piccolo spettacolo, mentre in un ufficio giudiziario internazionale, in Olanda, i giuristi hanno sul tavolo le conseguenze di crimini atroci, gli stessi che il revisionismo e il riparazionismo hanno limato, arrotondato, aggiustato in una mota di chiacchiere.

 

 

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A raccontarla mi proverò https://www.carmillaonline.com/2022/09/02/a-raccontarla-mi-provero/ Fri, 02 Sep 2022 20:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73633 di Luca Baiada

Questo 78° anniversario della strage del Padule di Fucecchio, come delle altre grandi stragi dell’estate 1944 nell’Italia occupata, cade in un contesto speciale: di nuovo la guerra in Europa, di nuovo crimini di guerra e ancora controversie internazionali sui crimini della guerra mondiale. Come se non si volesse imparare nulla. Il moscone ripete la sua danza macabra contro il vetro. La storia maestra di vita parla una lingua morta.

Nei racconti di circostanza tutto torna, in realtà ogni cosa è fuori posto. I 174 morti di quel 23 [...]]]> di Luca Baiada

Questo 78° anniversario della strage del Padule di Fucecchio, come delle altre grandi stragi dell’estate 1944 nell’Italia occupata, cade in un contesto speciale: di nuovo la guerra in Europa, di nuovo crimini di guerra e ancora controversie internazionali sui crimini della guerra mondiale. Come se non si volesse imparare nulla. Il moscone ripete la sua danza macabra contro il vetro. La storia maestra di vita parla una lingua morta.

Nei racconti di circostanza tutto torna, in realtà ogni cosa è fuori posto. I 174 morti di quel 23 agosto di sangue, vittime di una strage fra le più insensate dell’occupazione tedesca, non hanno avuto giustizia. Anche per loro – tante persone a lungo dimenticate, la più piccola di quattro mesi – adesso si versano fiumi di discorsi, si fanno spettacoli, si ripetono parole d’ordine trite. Si è persino celebrato un processo nuovo: a sua volta, ormai, è già vecchio di dieci anni; e come gli altri, ha fabbricato carte.

Dei condannati subito dopo la guerra, già negli anni Cinquanta non ce n’era più uno in carcere; i due condannati in questo secolo, invece, il carcere non l’hanno visto neanche per un giorno; sì e no l’hanno sentito nominare restando comodamente a casa loro, in Germania. Nella società dello spettacolo la caccia ai nazisti è un birdwatching.

E il risarcimento ai familiari delle vittime? Solo in questo secolo se n’è appena parlato, nel senso che una prima sentenza aveva condannato lo Stato tedesco, ma il provvedimento è stato cancellato quasi subito, appena la Germania ha fatto la voce grossa alla corte dell’Aia, per un’ipoteca su una sua villa sontuosa, a Como. È rimasto l’obbligo di risarcimento a carico dei due militari tedeschi condannati, ed è una gran bella consolazione: vai a provare a eseguire in Germania una sentenza italiana, se hai tempo e denaro da sprecare. Un senso desolante di mani vuote e di aria piena, una piega di beffa e d’operetta, qualcosa di assurdo fa sì che si possa guardare a queste cose con la rabbia della solita storia e con la tentazione della solita cronaca. In fondo, se adesso continuano le stragi, se ora tocca all’Est europeo uccidere e morire, con che coraggio si parla di 174 vittime oscure, ficcate nel mare di sangue di una guerra mondiale con decine di milioni di morti?

E invece è proprio il contrario. Si serba l’umanità se si riconosce il seme della storia in ogni storia, se di fronte a tutto questo non ci si rassegna alla forza ipnotica del racconto senza conseguenze, dei verborini, del mai più. Proprio lui, il mai più, sogghigna malizioso nella manica di ogni oratore da palco, che sia un sindaco o un presidente o un assessore o un rappresentante di qualcosa, perché se il sangue di 78 anni fa non conta, anzi, se 78 anni non sono bastati a fare giustizia, a che serve chiederla per chi muore in Ucraina? La mancata giustizia diventa l’accompagnamento naturale della legge del più forte, si trasforma in un pegno carnivoro che spinge solo alla vendetta immediata, alla legge della foresta. Un invito all’assassinio. E poi vai a parlare di giustizia internazionale, di rule of law, di valori europei.

Sorda a tutto questo, una classe dirigente che si cambia d’abito senza scrupoli, un ceto impermeabile che non fa lo schizzinoso tra feluche, toghe e grisaglie, proprio quest’anno ha servito l’ultima pietanza al banchetto. Qualcuno, come nel 2008, adesso aveva provato a realizzare i crediti da stragi e deportazioni, iscrivendo altre ipoteche su beni statali tedeschi. Ancora lesa maestà! La Germania ha fatto di nuovo causa alla corte internazionale di giustizia, proprio come nel 2008, e la legge italiana è corsa in aiuto del più forte, proprio come allora.

Con un provvedimento inserito in uno dei decreti legge sul Pnrr – nel nome della resilienza, che con la Resistenza va d’accordo come il diavolo con l’acqua santa – l’iniziativa legale contro la Germania è stata fermata. I debiti di Stato non sono come le rate di mutuo di un lavoratore malpagato. Contemporaneamente è stato istituito un «fondo-ristoro», per dar qualcosa ai familiari di queste vittime. Un fondo fatto con limitati stanziamenti italiani, non certo con denaro tedesco, perché a pagare, molto o poco o pochissimo, Berlino non ci pensa proprio. A questo fondo si può attingere solo a condizione di aver fatto una causa civile o di cominciarla entro pochi mesi, perché mica bastano 78 anni di dolore. Persone che soffrono da generazioni devono andare da un avvocato, raccontare tutto daccapo, esporsi al rischio di non essere credute; così, perché non si sa mai.

Sulle vittime grava il sospetto che si serba per gli invalidi, per gli infortunati sul lavoro, per chi chiede il reddito di cittadinanza: ma questo qui, fa mica il furbo? Quanto prenderanno, poi, è oscuro, perché i decreti attuativi non si vedono e non si sa quante saranno le domande. Sicuramente l’importo sarà molto inferiore a quello dovuto: potrebbe bastare per pagare un fascio di bollette pazze, di quelle che terrorizzano i pensionati. In compenso, il fondo-ristoro già produce i suoi effetti maligni, dividendo le famiglie colpite, creando aspettative ambigue e problemi di coscienza. Se fai causa accetti un brutto scherzo, perché forse avrai qualcosa dal contribuente italiano, cioè da te stesso e dai tuoi, e niente dagli assassini. Se non fai causa ti sembra di perdere un’opportunità; e poi magari i soldi, pochi e maledetti, servono a tuo figlio, a tuo nipote, che non trova lavoro. Questa è la bontà del paese dei mille populismi, dove tutti mettono Italia nei simboli di partito, dove tutti sono sovranisti, padroncini di qualcosa e amiconi immaginari di comunità col cuore in mano.

Non era forse più solidale quel barrocciaio padulino, in Valdinievole, con la sua ballata mandata a memoria, quando diceva «a raccontarla mi proverò / non so se in fondo ci arriverò»? Cantava di una strage, del popolo e dei partigiani, e chi ha sentito almeno una volta quella melopea toccante, quei versi che sembrano venire da un tempo fuori della storia, ha intravisto un passato denso di significato. Vero o falso? Effetti distorti del lutto, sindrome del mondo perduto? In fondo, qui sta il punto. La questione della memoria, ingannevole o semplicemente malposta, nasconde la percezione di sé e la progettazione del futuro. Non è un caso, che la memoria come oggetto politico si sia affermata dopo il crollo del blocco socialista, quando la fine della contrapposizione fra i due modelli economici sembrava togliere ogni scusa alle retoriche belliciste e all’impunità dei crimini commessi nel conflitto mondiale. Ma quell’ornato linguistico era ingannevole, erano altri fiori di carta, il Ventesimo secolo si chiudeva su un equivoco e lasciava le premesse per altri raggiri, altri modi di cambiare discorso.

La mancata giustizia sulle stragi, accompagnata da una scorpacciata di narrazione spettacolare e retorica esortativa, adesso porge il suo canovaccio di impunità: per le vittime ci sono tante parole, mostre ufficiali, percorsi tematici, sentieri attrezzati, siti dedicati, applausi da dare e da prendere, gemellaggi, monumenti e molte altre cose indispensabili. La promessa per quel che accade nell’Est europeo, per quel che può accadere ovunque, è un disegno tratteggiato, che è facile riempire unendo i puntini: le vittime non hanno diritti, su ogni violenza galleggia, sguazza, si mette comoda una fungaia notabilare pronta ad ammorbidire le cose con parole caute, al limite a girare intorno al dolore coi ristori, le riparazioni, i lenimenti. La fantasia verbale non ha limiti, ma tutto deve restare come prima, perché il potere abbia sempre sotto mano sicari che restino impuniti.

A questo crocevia, su questo confine lasciamo che si affacci il nostro barrocciaio, con la sua ballata senza risposta.

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Questi vigliacchi non so’ a scorda’ https://www.carmillaonline.com/2021/08/22/questi-vigliacchi-non-so-a-scorda/ Sun, 22 Aug 2021 21:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67588 di Luca Baiada

23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, la palude interna più grande d’Italia. I tedeschi, guidati da fascisti italiani, commettono uno dei massacri più gravi e meno noti: 174 persone, la più piccola di quattro mesi. Malgrado i processi (tre dopo la guerra e uno in questo secolo), in concreto nessuno sarà punito e i parenti delle vittime non saranno risarciti. Resteranno a loro carico anche le spese per gli avvocati di parte civile, raccolte alla meglio in collette tra le famiglie. La strage, allora, le fece precipitare dalla [...]]]> di Luca Baiada

23 agosto 1944, nel Padule di Fucecchio, la palude interna più grande d’Italia. I tedeschi, guidati da fascisti italiani, commettono uno dei massacri più gravi e meno noti: 174 persone, la più piccola di quattro mesi. Malgrado i processi (tre dopo la guerra e uno in questo secolo), in concreto nessuno sarà punito e i parenti delle vittime non saranno risarciti. Resteranno a loro carico anche le spese per gli avvocati di parte civile, raccolte alla meglio in collette tra le famiglie. La strage, allora, le fece precipitare dalla condizione di modesti contadini a quella di lavoratori ancora più sfruttati, scaraventati in difficoltà ignote al loro mondo arcaico, lacerati da traumi che nel linguaggio dei loro giorni fuori del tempo non avevano neanche un nome.

Malgrado la vastità del crimine, il suo tratto particolarmente vigliacco (gli assassini girano intorno alla palude uccidendo nella zona di gronda, abitata da agricoltori e sfollati, ed evitando i partigiani), e il fatto che furono colpiti vari Comuni, ancora adesso pochi associano il nome di Fucecchio a questo fatto. Parlando di Fucecchio è più comodo pensare a Indro Montanelli, giornalista abile a sopravvivere in tutti i regimi, che nel ’47 seguì uno dei processi per il «Corriere d’informazione» e scrisse cose vaghe, per poi trascurare una vicenda che invece era rimasta impressa nelle carni di un’intera comunità.

Diceva bene Walter Benjamin, neanche i morti stanno al sicuro. La memoria è un arnese politico così ambiguo che è difficile ricordarsi quando sia arrivata, anche se è certo che non è sempre stata fra i numi tutelari, come oggi. Quei morti di Fucecchio, quasi tutti poveri (però c’erano la figlia di un gioielliere fiorentino di Ponte Vecchio, un paio di aristocratici e qualche possidente), negli ultimi anni sono diventati ombre cinesi manovrabili, protagonisti non interpellati di iniziative culturali, per lo più di dubbio gusto; sono finanziate con poca spesa dalla Germania, che si guarda bene dal risarcire i sopravvissuti e i familiari. Costa molto meno restaurare monumenti, fare discorsi, stampare libri come quello distribuito alla commemorazione due anni fa, con l’Ambasciata tedesca già in copertina, tanto per essere chiari.

Eppure ce ne sono ancora, di familiari: vivi e dolenti come allora, più di allora, perché un bambino conta su energie e aspettative che un anziano ha consumato. Un anziano ha visto prosperare gli eredi politici del fascismo, ha notato l’arricchimento dei collaborazionisti di allora, ha ascoltato le retoriche di circostanza di personaggi pubblici in cerca di un po’ di visibilità. Titolo felice, La tregua di Primo Levi; ma per le vittime delle stragi non è mai neanche cominciata, e i racconti dei più vecchi trascorrono ininterrotti dagli stenti della guerra alla strage e al peso di una vita, passando per le prepotenze dei fascisti da subito dopo la Liberazione.

Nel 2019 i familiari hanno creduto al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Proprio alla commemorazione di questa strage aveva ricordato la mancata giustizia da parte della Germania, e poi su un giornale: «L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari». Ancora a fine 2019, su Facebook: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale». Bene per essersi accorto che l’Armadio della vergogna, l’archivio coi fascicoli sulle stragi rifrequentato a partire dagli anni Novanta, esiste; bene per la giustizia ancora possibile, quella economica. E quest’anno anche il nuovo presidente, Eugenio Giani, ha preso posizione.

Sempre nel 2019 un convegno in Senato, Stragi e deportazioni nazifasciste: per la giustizia e contro l’ambiguità, aveva offerto qualcosa di inedito, in Italia: nel Palazzo un incontro per mettere sulla graticola le conseguenze di crimini sprofondati nel Novecento, per giudicare la storia. Le vittime erano venute in torpedone da lontano, col vestito buono, la cravatta che senza non ti fanno entrare. Il viaggio a Roma, tutto per loro. Lì, nella sala Koch che è di tutti, un presidente emerito della Corte costituzionale aveva parlato con una franchezza lontana dal linguaggio curiale dei pochi: «Tutte queste tecnicalità che sono state opposte alle aspettative, alle speranze delle vittime – le formule giuridiche non danno nemmeno il senso di quanto siano gravi queste atrocità – non vorrei dire sviliscono, ma mettono una luce abbastanza fredda su tutte queste cose». Quel giorno, l’ex presidente della Consulta aveva messo il dito nell’occhio all’ipocrisia, alla condiscendenza nei confronti degli interessi di Berlino, indicando un’evoluzione necessaria in Italia e nel mondo: «Di fatto c’è il riconoscimento, nella coscienza della comunità internazionale, del valore dei diritti fondamentali della persona in quanto tale, senza divisa, senza conto in banca. […] I diritti fondamentali sono cresciuti, nella coscienza civile della comunità internazionale complessivamente considerata».

Quel giurista senza peli sulla lingua, Giuseppe Tesauro, da qualche settimana non è più con noi. L’impegno continua anche nel suo nome, la strada che ha indicato è in salita ma percorribile. Passa da dove meno te l’aspetti. Quest’anno un tribunale della Corea del Sud ha condannato il Giappone a risarcire le comfort women, le schiave sessuali dei militari nipponici durante la guerra mondiale. Donne che hanno fatto causa personalmente, anni fa, raccontando storie spaventose; nel frattempo sono morte e i crediti sono passati agli eredi. Certi argomenti del Giappone per non pagare somigliano, pensa un po’, a quelli della Germania; esecrazione, propositi, accademia: «Ribadiamo la nostra ferma determinazione a non ripetere mai più lo stesso errore, scolpendo per sempre questi temi nella nostra memoria mediante lo studio e l’insegnamento della storia», dice Tokyo. Siamo alle solite. Ma la sentenza coreana cita proprio quella della Corte costituzionale italiana del 2014, l’ultima scritta da Tesauro. Possibile che il buon lavoro fatto a Roma lo intendano meglio a Seoul che qui? In Corea si è capito che il diritto può cambiare: «La dottrina dell’immunità statale non è permanente né statica. Si evolve continuamente secondo i cambiamenti dell’ordine internazionale».

Se non si fa giustizia sui crimini nazisti, come si può chiederla per altri delitti di Stato? Non è diatriba sul passato. Riguarda il presente: Andrea Rocchelli, Giulio Regeni, Daphne Caruana Galizia, Jamal Khashoggi. E riguarda il futuro: il mai più che fa scattare gli applausi alle commemorazioni – suono beffardo, mentre si sa che le democrazie sbiadiscono e il potere è sempre più irresponsabile – ha il sottinteso di un salvacondotto a ripetere, magari in dosi limitate, studiate per il delitto esemplare, per la pedagogia del sangue. Rocchelli non documenti, Regeni non studi, Caruana Galizia stia zitta e Khashoggi si faccia i fatti suoi.

Un’altra attesa ha un sapore toscano. A febbraio 2020, a Montecitorio, c’è la cerimonia conclusiva del premio Giustolisi «Giustizia e verità» edizione 2019. Franco Giustolisi era il giornalista che si batteva per far conoscere l’Armadio della vergogna, era una penna battagliera che cercava di spezzare il silenzio. Alla cerimonia di nuovo Enrico Rossi, ancora presidente, annuncia il trasferimento dell’archivio Giustolisi a Firenze a cura della Regione; si tratta di renderlo accessibile, riordinarlo e trasformarlo in un centro studi. Rossi indica la sede, il vecchio ospedale di San Giovanni di Dio. La cosa è importante, e Giustolisi è mancato nel 2014.

Chissà se l’anniversario 2021 della strage del Padule si lascerà dietro qualche altra amarezza. Forse discorsi come la memoria attiva, la memoria proattiva, il lenimento. Magari parole come quelle che Ursula von der Leyen, ex ministra della difesa di Berlino e oggi presidente della Commissione europea, ha detto lo scorso luglio a Fossoli, per l’anniversario di un’altra strage, quella di Cibeno, 67 morti. Niente sulla giustizia ma toni a effetto: gli accadimenti insondabili, il sacrificio, l’abisso del male, linguaggio vertiginoso che non costa nulla. E anche qualcosa di imbarazzante: «Invece di combatterci, come abbiamo fatto per secoli, ora ci sosteniamo a vicenda di fronte alle avversità. Il governo italiano ha dato vita a un solido piano di recupero con investimenti e riforme, e l’Europa lo finanzia con oltre duecento miliardi di euro. I primi fondi, raccolti dall’UE, sono arrivati in Italia all’inizio del mese».

Combatterci per secoli? Se la presidente si riferisce ai tanti conflitti europei, non si capisce cosa c’entri il debito tedesco verso le vittime di strage in Italia. Se si tratta dei rapporti fra Italia e Germania, sembra di sentire certe dottrine correnti nel Risorgimento. Per esempio Cesare Balbo, nel Sommario della storia d’Italia che piaceva a Giuseppe Giusti e Massimo D’Azeglio, poneva l’inizio delle guerre d’indipendenza nella vittoria di Teodorico su Odoacre. Forzature, ma spiegabili, al tempo in cui si costruiva una base politico-culturale per l’unità italiana. Adesso quella lettura della storia diventa pazzesca: avvicina la Seconda guerra mondiale (con la Resistenza, un fatto che divide nettamente i due paesi) a una serie plurisecolare di guerre qualsiasi, com’è tipico del revisionismo. Un atteggiamento coerente, in fondo: nel suo documento alla vigilia dell’incarico continentale, Un’Unione più ambiziosa: Il mio programma per l’Europa – dove la parola ambizioso insiste come un tic –, von der Leyen aveva prefigurato una visione del mondo rigida ma rassicurante come il salottino di Barbie. Sullo sfondo c’era il sapere formattato offerto dalla risoluzione del Parlamento europeo Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, uno scritto antistorico e insidioso dove facevano capolino la riconciliazione, la memoria, il mai più.

E poi, a Fossoli c’era proprio bisogno di far frusciare del denaro, commemorando una strage? Denaro, sì, ma non per gli aventi diritto, i familiari delle vittime; per l’economia italiana, da sostenere anche per il bene di quella europea, perché questo sta per quello, allo stragismo si rimedia con lo sviluppismo, e che si vuole di più. Denaro che non è tedesco, ma dell’Unione. Neanche David Sassoli, che accompagnava questa signora abile a mostrare una scarsella gonfia e non sua, ha fatto cenno ai risarcimenti; ha preferito un europeismo irenico, un compitino convenzionale. Sono un inizio esemplare del nuovo corso, un assaggio della Repubblica fondata sulla resilienza, von der Leyen e Sassoli alla loro prima visita insieme in Italia, proprio dove si commemora una strage di persone prelevate da un campo di concentramento; e fra loro c’erano antifascisti, partigiani, eroi.

Sentiamo ancora Tesauro nel 2019. Antefatto: a Trieste nel 2008 si svolse un incontro bilaterale Italia-Germania; c’era quella Merkel che adesso conclude un lungo periodo di brillante cancellierato, e c’era quel Berlusconi che ora vivacchia su glorie opache e che già nel 2008, arrivata la crisi, si affannava per restare in sella (dei due, i fatti dissero chi aveva più furbizia). Tesauro riassume: «Erano tutti a Trieste, a parlare di che cosa? Non si sa bene, però una cosa è certa: che hanno parlato anche di soldi, dati dalla Germania anche all’Italia». Il riparazionismo, cioè il finanziamento della memoria senza giustizia, lo smaschera senza riguardi: «Non dovete risarcire i danni alle singole vittime o ai loro eredi. Potete fare tutti i musei che volete, tutte le feste di paese e della memoria che volete, ma non dovete risarcire i danni alle vittime». Per lui è chiaro che questo non deve compromettere i risarcimenti e che qualcuno ha sbagliato: «Il governo italiano accettò in ginocchio e con entusiasmo questa soluzione, ma per le vittime non era una soluzione».

Aveva ragione Theodore Fenstermacher, uno dei pubblici ministeri a Norimberga, quando in una requisitoria sulla strage di Cefalonia, nel 1949 (The Hostages Trial), denunciò l’emotional fatalism. Fenstermacher, sui nazisti: « È questa filosofia del fatalismo emotivo che ha reso così vili e spregevoli le loro offerte di scuse della colpa individuale e collettiva». C’è chi ha espresso il concetto più alla svelta, e in musica. Dopo la guerra, in Valdinievole c’era un omino, faceva il barrocciaio. Non era istruito come Fenstermacher, girava col cavallo per i paesi e cantava una ballata trasmessa a memoria, Popolo se m’ascolti. Raccontava la strage: «Questi vigliacchi non so’ a scorda’…».

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ESCLUSIVO Il figlio etiope di Indro Montanelli ipoteca le redazioni dei giornali. Vuole miliardi per danni e diritti d’autore. https://www.carmillaonline.com/2021/05/30/esclusivo-il-figlio-etiope-di-indro-montanelli-ipoteca-le-redazioni-dei-giornali-vuole-miliardi-per-danni-e-diritti-dautore/ Sun, 30 May 2021 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66402 Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto. Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto.
Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La verità prude, eh? «E lascia pur grattar dov’è la rogna». Certo, ho un dantino rilegato, lo scordò qui babbo e lo tengo sul canterano. Ogni tanto sciacquo i panni in Arno anch’io. Aisha! Aisha, karkadè per due e poi vattene in cucina!

Mi danno del bugiardo? A me che voglio bene a tutti? De Benedetti, per esempio, mi fa venire i lucciconi. Ha trattato così male «Repubblica», «l’Espresso» e «Limes», che ’un gli è rimasto nulla. Un quotidiano organo ufficiale delle persone intelligenti, un settimanale che parlava di scandali quando «Playboy» era indeciso fra le parole e le fotografie, e una rivista col titolo in latinorum. Sicché: ogni giorno in maschera da cittadini, una volta a settimana chiacchieroni e tutto l’anno reazionari. E sull’assortimento, ci fai un fiocco col riprillo.

Il mi’ babbo? ’un lo vedevo mai. Stava fra giornali e salotti ammodo. Ma guardi, se Lei crede di venir qui a fare un pettegolaio, può tornarsene in Italia. I miei diritti hanno le loro ragioni.
Sono l’erede. Sono pronto a qualsiasi esame. Le analisi del DNA le avete inventate voi. Una volta tanto, andranno a pro di un affricano. Che sono l’unico, è più facile crederlo che negarlo: diamine, Lei pensa che quell’omo rinsecchito, vecchio anche da giovane, amabile come un cignale e largo come Stenterello, spezzasse il cuore alle dame? A Fucecchio – un borgo grande come un tucul ma diviso in due clan – gli garbavano le sassaiole fra quelli del monte e quelli del piano: «insuesi» e «ingiuesi». In Affrica venne a sfogarsi e scappò. Da ammogliato, burrasche. E dopo, la compagna che preferiva sui ginocchi era l’Olivetti. Altri figlioli, ’un ce n’è di sicuro. Se qui riesco a fare il vino e l’olio? o perché lo dovrei dire a Lei?

Parliamo del carattere. Non si vedeva? I modi ferrigni di una zitella, gli occhi strabuzzati peggio del duce, sempre a pungere e lisciare, più nascondino d’una serpe. E stia attento, perché qui viene il bello. Il giornalismo di babbo era fatto di divagazioni, di lingua sciolta, era un libro di stroncature e adulazioni, un discorso allusivo. Le sue battute lasciavano il segno, ma solo sui deboli, come coltelli senza manico che feriscono chi li impugna, a meno che abbia le mani guantate di ferro. Halima, non c’è bisogno che pulisci qui, ora! spazza e dai il cencio di là!

Le sue inchieste arrivavano sull’uscio del fastidio. Il trucco era lasciar capire che si sa molto, rivelare qualcosa, come un filo piccino picciò, che il giornalista potrebbe tirare, se gli garbasse, per far venire fuori il gomitolo. Allora si fa carriera: io so, tu sai che potrei dire, ruzzo, mi cheto e te mi paghi. Ci vogliono fiuto, parola abile, contatti, passato disinvolto, memoria da elefante. Ho detto il trucco era, ma alla precisa: il trucco è. Dire e non dire, dare e non dare. Assaggi un cantuccino, prego. No, le briciole le metta qui, poi ci governo le galline.

Certo, i fatti d’Ungheria nel ’56. A maggior ragione, un capolavoro. Budapest era insorta, la stampa borghese voleva una rivolta per il mercato. Babbo fu furbo: avanti la verità, essere il primo, avanguardista del giornalismo della guerra fredda: i ribelli erano comunisti contro il Cremlino, libertari e contrari al blocco sovietico. Spiazzò tutti. In gamba, non c’è che dire. Fece intendere che sapeva e lo riconobbero. Chi sa dire davvero, davvero sa tacere. Fermo, non dia nulla al gatto, ché altrimenti non piglia i topi.

No, guardi: su codesto, gnorri. La storia del telegramma, quella la trova in L’orgia del potere di Mario Guarino. Babbo riuscì davvero, alle Poste centrali, a fermare un telegramma spedito per disguido? Il telegramma che avrebbe svelato alla prima moglie di Berlusconi la relazione con Veronica Lario? Primo, Le ho detto niente pettegolaio. Secondo, che i giornalisti facciano molti mestieri non è un segreto. Vada a chiedere a Eugenio Scalfari i suoi rapporti con Lino Iannuzzi o perché trattò Antonio Ingroia a quella maniera. Oppure vada a scoprire come ha fatto Renato Farina, l’agente Betulla, a continuare a lavorare. Poi riveda i battibecchi tra Gad Lerner e Giuliano Ferrara, quando si danno le dita nell’occhi e le pedate negli stinchi su Berlusconi e Agnelli. A proposito di Ferrara, gli chieda come fece ad avere in anticipo l’articolo di Antonio Tabucchi destinato a «Le Monde». E già che c’è, si rigoda Marco Travaglio su Berlusconi, dopo averne detto peste e corna. Cosa c’è, Nyala? Non hai finito, all’acquaio? Vai e lustra ammodo, lesta!

E per colmo di burletta, i giornalisti gridano contro i traffici e i privilegi degli altri. Se ne rammenta, di quel libro? La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ne vendettero e ne vendettero e a me nulla mi dettero. Come se non si conoscessero i nepotismi, le ambizioni, la fregola, le bizze, la prosopopea del giornalismo italiano. Ma lo sa che Paolo Mieli da moccioso promise a sua madre di diventare il direttore del «Corriere della sera»? Volitivo, il bimbo, eh? Poi vai a vedere le famiglie, e ne trovi pochi sopportati dalla moglie. Sì, c’è anche qualche buon marito, fra i giornalisti: qualche marito in tailleur, con la permanente e il rossetto che cola di sudore.

Ma sia chiaro: dei quattrini che Berlusconi diede a babbo quando uscì dal «Giornale», io non ebbi neanche un centesimino. Comunque, a guadagnarci non fu punto il cavaliere. Babbo rifece filotto come in Ungheria, fu il migliore sul campo, con più di ottant’anni sul groppone. Da un giorno all’altro, campione della libertà di stampa, a reti unificate. Lui che tanti anni prima si era ridotto a Telemontecarlo, per smoccolare che in Italia c’era il comunismo. Sì, codesta è panzanella, ne vuole un cucchiaino? Il pane secco lo fo ammollare a buio, quando controllo che tutte abbiano rigovernato ammodo, queste pigrone sciabisolche. Qui ’un si butta via nulla.

Dicevo, non è un caso, se «il Fatto Quotidiano» prese babbo per bandiera. Se lui fosse rimasto con Berlusconi, gli antiberlusconiani non avrebbero avuto la loro immaginetta da capezzale. Corro troppo? No, è l’aria dell’Affrica: è Lei, che ha corti il fiato e la vista: la stampa italiana ha un debito col mio babbo. Per aver seguito l’esempio? Bah, sì e no. Per averlo usato e tradito, direi: lui sapeva scrivere, inventava bene e ti scodellava una prosa scoppiettante che scànsati. E ora? Si vergognano tanto del loro chiacchierume, che danno spazio al sondaggista, all’esperto, al profondo conoscitore, all’analista, al politologo. I giornali son tutti uguali, tutti in favella dormitiva: o battutame trito e rivogato, o litanie struggine da mortorio. Minestre riscaldate e senza sale; brodo di zucca e vin di bozzacchioni. Un po’ per diritti d’autore, un po’ per danni, devono pagare, e io sono l’erede.

Cosa ci farò coi quattrini, lo so io. Qualità, diamine, assortimento, igiene. Clientela pulita, commercio onesto. Di chi… ehm, voglio dire di che cosa, è affar mio. Per le persone di volontà, c’è sempre posto. E riserbo garantito, niente trappoloni per la gente di riguardo; per intenderci, niente trattamento Marrazzo, via: che a incastrare quel citrullo furono più i politici e i giornalisti che le guardie. Insomma, la merce l’ho già, e non tutta usata, anche fresca da rinnovare, bella soda. Bisogna far partire l’organizzazione. E che debbano pagare uno con la pelle scuretta, buon pro, a me mi fa un baffo. Pagheranno uno che si comporta da persona educata. Faizah, portami le pianelle! Pillaccherona, sei sorda?!

Sulla Toscana, non fo il nesci. La toscaneria caricaturale va bene per le cartoline degli alberghi marca agriturismo, tutti uguali e finti come i discorsi di Matteo Renzi. Al fondo c’è un argento vivo battagliero, e non è un caso, se i due campioni della contesa, della linguacciutaggine, del bastiancontrario, vivi anche da morti, sono toscani: babbo e Oriana Fallaci. Anche il sardo Gramsci, dalla galera ammirava Machiavelli per far dispetto al papa. Ha capito? No?! Allora è duro di comprendonio! Mettiamola così: prendi il cinismo di Machiavelli e la schiena comodina di Guicciardini, mettici sopra l’estro di Curzio Malaparte e l’arroganza di Alessandro Pavolini, insudicia ogni cosa con un Risorgimento mancamentato dal fascismo, e avrai una voce toscana di successo. Ma di giochi di parole non mettercene troppi, altrimenti ti ritrovi alla Leopolda, con un bastraone che crede di rottamare tutto e perde il referendum e il governo in un colpo solo. Aisha! Questo karkadè è un troiaio! Fallo rifare da Zeina o da Kadida!

Quanto a Mondadori e gruppo «Repubblica», a maggior ragione. Partiamo dall’inizio della ricolonizzazione, fra l’assassinio di Enrico Mattei e la prima crisi petrolifera. Abbia pazienza, sa, ma io ragiono da qui, dall’Affrica. Dagli anni Sessanta la mafia ricicla denaro nel mattone e nell’industria, intanto la manifattura automobilistica condivide la spartizione del potere e cambia il volto dell’Italia. E il giornalismo? Poche eccezioni messe alla zitta nel sangue, e si adegua. Poi arrivano la droga e il suo riciclaggio nelle televisioni private. Col lodo Mondadori c’è una prima resa dei conti, attraverso la corruzione di magistrati. Il resto segue, ne conviene?

Che adesso si mescano lacrime di coccodrillo perché i padroni dei giornali ingavonano tutto in un mucchio, anche con un colosso multinazionale dell’automobile, Le pare tanto strano? È lo stesso aggeggiare, rimescolando le carte del mazzo. Siamo alle solite. E i giornalisti italiani, dentro i fatti, ci dovrebbero ficcare bene l’occhi; invece ci mettono le mani, il portafogli e le mutande. A quella maniera, faranno sempre un giornalismo smanaccione, arraffino e mutandaio.

Poi, vede, si fa presto. Quando venne in Affrica nel ’35, mi’ padre scrisse che la guerra era una villeggiatura, un premio agli italiani dato da Mussolini il «gran babbo». E ora? I giornali son pieni di figli di papà, il potere parla un linguaggio paternalistico che ohimmei, il giornalismo ha voglia di padre padrone e tratta i lettori come bimbetti. È il granbabbismo del mio babbo che ha fatto scuola. Il colonialismo ha ipotecato la comunicazione, e io non dovrei ipotecare i giornali?

Non mi parli della strage del Padule di Fucecchio, adesso. Sì, sì, quei dugento contadini ammazzati nel ’44. Ma non creda di saper tutto, Lei, perché c’ha fatto un libriccino. Babbo vedeva il mondo da vicino e da lontano. Mi segua. Nel ’37 ci fu la rappresaglia italiana qui, a Debra Libanos. Fu proprio di maggio, come ora, ero piccino e m’andò bene, poteva toccare anche a me. A Graziani gli s’era fatta la bua a una gamba, e ammazzarono migliaia di etiopi, anche i monaci. La più grave strage coloniale di cristiani, in questo continente, la fecero i cristiani di Roma. Allora, quando babbo seguì il processo su Fucecchio, nel ’47 per il «Corriere d’informazione», che poteva dire? che i tedeschi non dovevan fare in Toscana quello che gli italiani avevan fatto qua? E dopo, quando nel ’98 andò a testimoniare al processo di Theo Saevecke, che aveva comandato le SS a Milano mezzo secolo prima?! Ma andiamo!

Il processo Saevecke, sull’eccidio a Milano nel ’44, usciva dall’Armadio della vergogna, l’archivio sulle stragi naziste che a Roma era rimasto nascosto all’opinione pubblica, nei locali della magistratura militare, fino al ’96. Non mi segue? Ah, ma allora Lei non sa un accidente! A Milano i tedeschi avevano catturato e liberato babbo, e anche Ferruccio Parri, e anche Mike Bongiorno. O chi c’era, a Milano? Saevecke! Nel dopoguerra, Parri è l’antifascismo perbene, Mike Bongiorno fa la televisione perbene e babbo il giornalismo perbene. La vedo groggi. Si accorge ora, che il perbenismo italiano postbellico era passato per i comandi delle SS? Il giornalismo non è un mestiere per gente schizzignosa.

Il mio giudizio sul governo di Mario Draghi? È così tecnico che ha bisogno delle consulenze del McKinsey, ma così politico che ’un si deve dire se è destra o sinistra. E poi, giù, ’ndiamo: il giornalismo si divide fra chi a Draghi gli porta l’acqua con l’orecchi e chi lo critica per finta. E anche questo, non dimostra il credito di babbo? Allora, i diritti sono miei. Il governo è quello ideale, in questo momento. Il problema è quanto dura, questo momento, perché nel momento in cui lo dico, il momento potrebbe essere passato. E non scriva che sono polemico, guardi che sono un Montanelli anche se non c’è sul passaporto.

La mia ipoteca su tutte le redazioni, a cancellarla non ci penso né punto e né poco. Io sono l’erede, da quella notte in cui una sciarmutta diede un po’ d’amore a un fascista. Per lui, un momento tenero in una vita di stizza e d’aceto.
Aspetti, le regalo un ovo. Lo prenda. No, giù codeste ditacce! Ecco: questo piccino.

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Per Tomaso Montanari https://www.carmillaonline.com/2020/12/29/per-tomaso-montanari/ Tue, 29 Dec 2020 22:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64101 di Luca Baiada

Dai commenti di Tomaso Montanari sulla gestione di Firenze, a «Report», gli amministratori locali, compreso il sindaco Dario Nardella, si sono sentiti così urtati che gli hanno chiesto per vie legali un risarcimento in denaro. Le posizioni di Tomaso Montanari, professore universitario, storico dell’arte e saggista, toccano i punti nevralgici fra potere e cultura, là dove il fare e il sapere possono molto, nel bene o nel male. Mentre la rappresentanza politica è svilita e la partecipazione democratica è mortificata, il compito dell’intellettuale è prezioso. La rassegnazione, il [...]]]> di Luca Baiada

Dai commenti di Tomaso Montanari sulla gestione di Firenze, a «Report», gli amministratori locali, compreso il sindaco Dario Nardella, si sono sentiti così urtati che gli hanno chiesto per vie legali un risarcimento in denaro.
Le posizioni di Tomaso Montanari, professore universitario, storico dell’arte e saggista, toccano i punti nevralgici fra potere e cultura, là dove il fare e il sapere possono molto, nel bene o nel male. Mentre la rappresentanza politica è svilita e la partecipazione democratica è mortificata, il compito dell’intellettuale è prezioso. La rassegnazione, il fatalismo, il timore, quando non le connivenze e i compromessi, sono bavagli più efficaci della censura. Se non bastano, ecco le carte bollate.

Lo scopo dell’impegno di Montanari, in questa vicenda come in altre, è segnalare scelte sbagliate, scuotere la cittadinanza fiorentina e italiana, impedire che Firenze, le altre città d’arte e in genere le città, della cultura diventino le tombe invece che le culle.
Scempi vistosi, in Italia, intrecciano affarismo, controllo del territorio e cultura reificata, immiserita in cattivo spettacolo, ridotta a trasformare lo spazio urbano in fondale da botteghe. È uno spaccato della modernità e un terreno di scontro. Montanari questa battaglia ha scelto di combatterla; perciò qui, forse, non vale la pena di sminuzzare le sue parole in un singolo episodio, di distinguerle, di ricollocarle nel contesto di un’intervista dove tutto si chiarisce.

Dallo sblocco delle locazioni con la legge sull’equo canone, per poi inventare i patti in deroga, passando per le regole sulla destinazione dei suoli, proseguendo con gli strumenti urbanistici e le loro varianti furbe, e ancora attraversando le norme e gli atti delle amministrazioni sul commercio, sul turismo e sulla ristorazione, sono decenni che la forma urbana, la comunità murata e integrata con la natura, la dimensione spaziale della cittadinanza, tesori della civiltà italiana e umana, sono stravolte e prostituite. Eppure sono antichi, i moniti a far buon uso dell’antico. Giuseppe Parini: «Conviene avvertire doverci noi italiani guardare che, mentre ci stiamo da noi medesimi adulando davanti allo specchio delle nostre antiche glorie, noi non venghiamo a fare come que’ nobili, che neghittosamente dormono sopra gli allori guadagnati da’ loro avi, e tanto più degni sembrano di biasimo e di vituperio, quanto né meno i domestici esempli vagliono ad eccitare scintille di valore nelle loro anime stupide e intormentite»1. Anche la sinistra, snaturando la sua funzione storica, è stata complice, e nascondere questa responsabilità non serve. Proprio nella regione amministrata da sempre dalla sinistra è importante tenere aperti gli occhi, e proprio in Toscana è pericoloso aprire la bocca.

Curiosa, la vicenda della scritta dettata da Luigi Russo nel 1954 per la lapide di San Miniato, dove dieci anni prima, il 22 luglio 1944, c’era stata una strage tedesca. Diceva fra l’altro: «Italiani che leggete, perdonate ma non dimenticate. Lo straniero di ogni parte sia sempre tenuto lontano delle belle contrade rifiutando ogni lusinga o d’aiuto o d’impero. Ricordate che solo nella pace e nel lavoro è l’eterna civiltà». Il prefetto tolse le parole da «lo straniero di ogni parte» a «d’aiuto o d’impero»; la lapide però aveva già le lettere metalliche fissate al marmo, così le parti non approvate furono tolte lasciando i buchi. Passarono gli anni: prima fu aggiunta una nuova lapide per contraddire la precedente e dare la colpa agli Alleati, poi, con la scusa della contraddizione, finirono entrambe in un museo. Bell’esempio di come far sparire la verità: basta appenderci tutt’altro e poi dire che l’attaccapanni sfigura. Se un Montanari denuncia un obbrobrio, basta accusare quel Montanari di un altro obbrobrio; poi si mette tutto l’obbrobriume vero e immaginario nell’indifferenziato, per evitare cattivi odori, fastidiose asimmetrie e posizioni – è una parola che dice voglia di padrone – divisive. Funziona.

Il muro di San Miniato è rimasto vuoto e ignavo. L’ignavia è una colpa, lo insegna un toscano così innamorato e battagliero che morì esule. Nel 2021 cadrà il settimo secolo dalla sua morte, e certamente quelli che hanno in uggia le critiche saranno in prima fila sul palcoscenico. Ma le parole di Luigi Russo, «belle contrade», cancellate subito, additano coi buchi il vuoto di autostima di un bel paese, quello dove a chi comanda piace un popolo fatto di fascisti ringhiosi oppure di imbelli. Adesso, chi difende la bellezza e insieme la democrazia trova avversari pronti a farlo inciampare in qualche parola.

A proposito di parola. Nel 2019 un altro amministratore pubblico dello stesso schieramento che governa Firenze, l’allora presidente della Regione Enrico Rossi, ha ricordato la mancata giustizia sui crimini nazifascisti commessi durante l’occupazione – videro la Toscana fra le regioni più colpite – e ha promesso impegno concreto per ottenere i risarcimenti economici, che sono dovuti dalla Germania ai familiari delle vittime e alla stessa Regione come ente pubblico 2.. I cittadini hanno creduto a una possibilità di giustizia. Ma la parola, Rossi non l’ha mantenuta.

Sono sostanziosi, i risarcimenti che spettano alle famiglie toscane e italiane, per stragi e deportazioni, a carico dello Stato tedesco. Ma gli amministratori fiorentini levano alti lai, trascinano orrende piaghe, sanguinano da ferite immedicabili per le parole di Tomaso Montanari. Dai palazzi del potere i crediti si vedono con un cannocchiale che fa rammentare quel racconto a veglia: «Per chi è codesta minestrona? – È per voi, madre badessa! – Per me codesta minestrina?»3.

I poeti, diceva Jean Cocteau, fanno solo finta di essere morti. Quell’esule, che a Ravenna si riposa chiudendo un occhio solo, potrà commentare questa storia con due o tre parole delle sue, dure come gioielli e scottanti come lava. I suoi versi dovrebbero insegnar bene, che in Toscana non si è usi discorrere di cose pubbliche sciacquandosi la lingua col brodo di coniglio.

Ma forse no, l’esule farà parlare lo straniero, Albert Camus: «La libertà è il diritto di non mentire. Vero sul piano sociale (subalterno e superiore) e su quello morale»; e anche: «La verità è la sola potenza, allegra, inesauribile. Se fossimo capaci di vivere soltanto della e per la verità: un’energia giovane e immortale in noi. L’uomo di verità non invecchia. Ancora uno sforzo e non morirà»4.


  1. Giuseppe Parini, Corso sui princìpi di belle lettere, in Prose, Gius. Laterza & Figli, Bari 1913, p. 262  

  2. Alla commemorazione della strage del Padule di Fucecchio: «L’Armadio della vergogna c’è. Il nostro paese non si è mosso come avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi, non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione». Su Facebook: «Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci incontreremo a breve per una risposta ufficiale»  

  3. Una versione è in Rodolfo Nerucci (a cura di), Racconti popolari pistoiesi in vernacolo pistoiese, Premiata tipografia Niccolai, Pistoia 1901, racconto XLVII, p. 62.  

  4. Albert Camus, Taccuini. Maggio 1935-Febbraio 1942. Febbraio 1942-Marzo 1951. Marzo 1951-Dicembre 1959, Giunti Editore/Bompiani, 2018, pp. 213 e 485  

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