Pablo Iglesias – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Democrazia popolare e autodeterminazione nella Catalogna del XXI secolo https://www.carmillaonline.com/2019/12/31/democrazia-popolare-e-autodeterminazione-nella-catalogna-del-xxi-secolo/ Tue, 31 Dec 2019 22:30:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57033 di Giovanni Castagno

Nonostante gli iniziali proclami di Pedro Sanchez e Pablo Iglesias, in Spagna i tentativi di formare un governo hanno incontrato molte difficoltà e a più di un mese di distanza dalle elezioni la situazione continua a essere enormemente ingarbugliata. Come mai? Partiamo da alcuni dati, tanto per rinfrescarci la memoria e avere maggiormente presente quali sono le forze in campo: in Euskadi i partiti di destra restano quasi a bocca asciutta ed eleggono solo un rappresentante (del PP) e solo dopo un complesso riconteggio delle schede. L’inossidabile Partito Nazionalista [...]]]> di Giovanni Castagno

Nonostante gli iniziali proclami di Pedro Sanchez e Pablo Iglesias, in Spagna i tentativi di formare un governo hanno incontrato molte difficoltà e a più di un mese di distanza dalle elezioni la situazione continua a essere enormemente ingarbugliata. Come mai?
Partiamo da alcuni dati, tanto per rinfrescarci la memoria e avere maggiormente presente quali sono le forze in campo: in Euskadi i partiti di destra restano quasi a bocca asciutta ed eleggono solo un rappresentante (del PP) e solo dopo un complesso riconteggio delle schede. L’inossidabile Partito Nazionalista Basco è al suo posto, ma a pochi voti dal Partito Socialista c’è Eh-Bildu che in parlamento porta ben cinque rappresentanti (se si somma quello eletto in Navarra ai quattro eletti nelle province basche). In Catalogna, l’indipendentismo anticapitalista della Cup che per la prima volta partecipa a una tornata elettorale dalla quale, per una vocazione municipalista, aveva sempre deciso di tenersi lontana, riesce a eleggere addirittura due deputati. La Sinistra Repubblicana Catalana di Junqueras, anche se con una leggera flessione in termini di voti, consolida la sua posizione e si conferma primo partito, continuando a staccare l’indipendentismo moderato cattolico di Junts per il si. In Galizia le cose non sono andate male per il Blocco Nazionalista Gallego, che elegge un deputato (dopo tre legislature in cui non c’era riuscito) e ritorna a raccogliere più di centomila voti, anche se il risultato molto positivo di Vox getta tinte chiaro scure su quel territorio la cui composizione sociale e politica merita alcuni distinguo rispetto alle altre due nazioni storiche dello Stato spagnolo.

In sintesi, la questione territoriale, al netto delle considerazioni che ognuno può fare sul senso, il portato, le prospettive che rappresenta, ha condizionato la campagna elettorale, come la precedente e determinato il definitivo tramonto del bipolarismo alla spagnola, restituendo a chi lo osserva uno scenario composito, plurale, diverso, non interpretabile se si utilizzano le categorie della scienza politica utilizzate fino a questo momento, destra e sinistra, ma anche quelle di élites e popolo. Sanchez sembra averlo capito anche se fare i conti con le istanze delle organizzazioni indipendentiste non si sta rivelando per nulla semplice in un quadro sociale e politico, ma anche economico, molto diverso da quello che aveva caratterizzato il rapporto tra governo centrale e partiti nazionalisti durante gli ultimi trent’anni.

Sanchez e Iglesias potranno stringere tutti i patti che vorranno, ma entrambi sanno perfettamente che da soli sommano numeri enormemente inferiori a quelli che servono per governare e che il piccolo contributo del Más País di Errejón e Carmena non basterà per governare.
Che passo daranno, entrambi, per affrontare l’evidente e progressivo tramontare del regime politico della transición e quale soluzione elaboreranno per superarlo con un nuovo patto sul quale edificare la Spagna del futuro?
Il punto 9 dell’accordo tra PSOE e UP sembra almeno a un primo sguardo insufficiente.
Lo stanno a dimostrare le mobilitazioni che continuano a riempire le piazze di Barcellona e di tutta la Catalogna.

Lo hanno chiamato Tsunami democratic, e considerata la quantità di appuntamenti che chi ne tiene le redini è riuscito a organizzare, lavorando nell’ombra, gabbando i tentativi della polizia di paralizzarne l’espressione, nome non poteva essere mai più appropriato. Basta iscriversi a un canale Telegram e quotidianamente si ricevono centinaia di comunicazioni. Appuntamenti ai quali partecipa un numero molto variabile di persone, da poche centinaia, a molte migliaia. Piccoli flash mob di quartiere o grandi manifestazioni come quella svoltasi nella piazza Urquinaona il 19 ottobre, il giorno dello sciopero generale contro le sentenze del Tribunale supremo contro i leader indipendentisti, quando i mossos hanno disperso i manifestanti distribuendo botte da orbi ed ammesso di aver usato pallottole di gomma. La Avenida Meridiana è ormai impercorribile, il Comitato di Difesa della Repubblica del quartiere di Sant Andreu la occupa sempre alla stesa ora, da oltre due mesi. Dopo aver paralizzato l’aeroporto di Madrid, quello di Barcellona, nei pressi di Junquera è stata chiusa la frontiera con la Francia e per evitare che il traffico si spostasse più a Ovest la stessa sorte è toccata all’autostrada numero 8, che collega la Francia ai Paesi Baschi. È stata bloccata la centralissima stazione di Sants, dove solo l’intervento dei Mossos ha permesso di ripristinare il servizio. Le accampate nelle principali piazze di Barcellona, come quella antistante l’università, sono state sgomberate solo recentemente dopo settimane di occupazione. Il “clásico”, Barça-Madrid, assediato da migliaia di manifestanti che hanno raccolto l’ennesima proposta di Tsunami Democratic e invaso il Camp Nou di decine di migliaia di cartelli chiedendo una soluzione politica al conflitto (la scritta “Span sit and talk” era ovunque dentro e fuori lo stadio). Anche il tradizionale concerto di Santo Stefano al Palazzo della Musica è stato, lo scorso 26 dicembre, interrotto dai manifestanti che scandivano slogan sui detenuti politici, sulla libertà d’espressione, sull’autodeterminazione, rinvigoriti dalla sentenza della Corte di giustizia europea che ha ammonito la Spagna per non aver lasciato libero Junqueras di occupare regolarmente il proprio posto come europarlamentare.
Non ci voleva proprio avrà pensato Pedro Sanchez. Ora anche le istituzioni europee, complici bisogna dirlo, fino a questo momento, hanno dovuto sollevare dei dubbi sull’azione dello Stato spagnolo nei confronti dei leader indipendentisti.

La sentenza, in realtà, a parte i diretti interessati, è stata accolta abbastanza tiepidamente, la società catalana si è ormai abituata ad agire in totale autonomia. Europa o non Europa, in Catalogna assistiamo ogni giorno a forme di partecipazione sempre più ampie, come se la determinazione della società civile catalana aumentasse invece di vedersi fiaccata, provata dall’impegno e lo sforzo profuso. E nonostante i più di seicento feriti, i duecento fermi, le decine di arresti (due proprio in occasione delle cariche contro i manifestanti fuori dal Camp Nou, il giorno della partita), sono rarissimi i casi, e immediatamente stigmatizzati, di reazione violenta alla repressione. La maggior parte del movimento indipendentista continua a utilizzare la disobbedienza civile come strategia di lotta, convinto come lo era il giorno del Referendum del 1 ottobre che proprio quella strada sarebbe stata la più proficua, l’unica capace di tenere uniti settori diversi, generazioni diverse, sensibilità diverse all’interno di un orizzonte di lotta comune.

Proprio mentre da anni si parla di una crisi della partecipazione politica, un po’ in tutte le democrazie occidentali, di un progressivo allontanamento delle nuove generazioni ripiegate su se stesse, molto più interessate a progetti di affermazione personale che collettiva, in Catalogna ci troviamo di fronte a un fenomeno opposto, nel quale proprio i giovani hanno assunto un ruolo di enorme protagonismo, sia all’interno dei tradizionali contesti dove essi si sono sempre espressi, a scuola, all’università, sia nelle forme diffuse che non rimandano direttamente a una appartenenza politica specifica ma che li vedono impegnati da prospettive diverse e attivi nel dare il loro contributo al percorso intrapreso dalle organizzazioni indipendentiste. I militanti dell’organizzazione indipendentista Arran lo chiamano capitalismofobia, un malessere ormai dilagante dovuto al rapido deteriorarsi delle condizioni economiche dei più giovani.
Senza voler risalire indietro la corrente della storia e menzionare le esperienze che proprio in Catalogna aprirono la strada a forme di profonda contestazione, di radicale contrapposizione tra la società civile, i partiti, le organizzazione sindacali e studentesche e quelle forme di governo che non le tenessero sufficientemente in conto, ci troviamo ormai da alcuni anni di fronte a forme di resistenza molto più radicate e determinate che altrove in Europa e lo scenario, quotidianamente, ci permette di apprezzare iniziative massive che altrove sarebbero impensabili.

Non sono certo la Semana Tragica del 1909, o gli scioperi come quello alla Canadiense del ’19, l’eredità di personaggi come Salvador Seguí, Francesc Masia o Lluís Companys, il boicottaggio alle Olimpiadi di Berlino del ’36, la resistenza al franchismo, a determinare il livello della partecipazione al quale assistiamo, ma probabilmente senza questa profonda e radicata cultura cooperativistica, mutuale, solidale, in buona parte libertaria, che ha attraversato la storia della Catalogna e da un passato molto lontano continua a caratterizzarla, non avremmo assistito alla reazione popolare, alla determinata convinzione di una parte molto ampia della popolazione catalana che con lo Stato spagnolo non ci sia più nulla da fare, che esso non sia riformabile e che abbandonarlo significherebbe sferrare un colpo durissimo non solo alla Spagna ma a quello che le democrazie liberali sono diventate in questa fase storica, smascherandone la dimensione reazionaria e autoritaria.

Oggetto di equivoci, di malintesi, di interpretazioni poco disposte a riconsiderare assunti di partenza dati per buoni una volta per tutte, il variegato e diverso movimento indipendentista catalano costituisce una delle esperienze più radicate di contestazione del rapporto tra stato e società civile in un’ottica progressista che ci sia in questo momento in Europa.
Analizzarne i contenuti e mostrarne limiti e le virtù al di fuori da facili riduzionismi e semplificazioni, verificandone nella concretezza dell’azione politica la capacità di dare risposte a chi vuole trasformare il presente e costruire un futuro di emancipazione dovrebbe essere almeno da parte di chi sente di collocare il proprio orizzonte esistenziale in una prospettiva critica, l’atteggiamento prevalente. Perché quello che avviene in Spagna non venga ridotto a una vicenda di politica interna e si colga invece il rapporto che ha questioni molto urgenti del nostro presente.

Nel frattempo che questa sensibilità, interesse, curiosità, maturi, vale la pena interrogarsi sugli scenari ai quali potremmo assistere da qui ai prossimi mesi. Dovesse lo Stato spagnolo proseguire nel suo ottuso e controproducente atteggiamento repressivo, dovesse continuare a ignorare le istanze che la società catalana continua a proporsi di raggiungere, la strada della disobbedienza sarà ancora quella prevalente? Dovessero proseguire i processi, gli arresti, i pestaggi da parte della polizia, dovessero essere lacrimogeni e pallottole di gomma la moneta con la quale la Spagna si presenta per negoziare una soluzione politica al cospetto della società catalana siamo così sicuri che altre forme di conflitto, altre strade non cominceranno a farsi largo soprattutto tra i più giovani, e che un senso di esasperazione e frustrazione non determinino una svolta verso un confronto i cui binari possano essere diversi? Il conto alla rovescia sembra essere iniziato. Tic tac. Tic tac.

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Podemos, il capitalismo e la fine del mondo https://www.carmillaonline.com/2015/07/25/podemos-il-capitalismo-e-la-fine-del-mondo/ Sat, 25 Jul 2015 20:30:10 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24058 di Fabio Ciabatti

podemos“Non capite che il problema siete voi? Che in politica non conta avere ragione, ma avere successo?” Questa frase non è stata pronunciata da Frank Underwood in una puntata della fortunata serie televisiva House of Cards, ma da Pablo Iglesias, leader di Podemos, la formazione politica spagnola erede del movimento degli Indignados. La citazione è presa da un discorso – pronunciato in un’assemblea a Valladolid (vedi qui la sintesi) – in cui si fa uno sconcertante elogio di un realismo politico a dir poco spregiudicato.

A scanso di equivoci [...]]]> di Fabio Ciabatti

podemos“Non capite che il problema siete voi? Che in politica non conta avere ragione, ma avere successo?” Questa frase non è stata pronunciata da Frank Underwood in una puntata della fortunata serie televisiva House of Cards, ma da Pablo Iglesias, leader di Podemos, la formazione politica spagnola erede del movimento degli Indignados. La citazione è presa da un discorso – pronunciato in un’assemblea a Valladolid (vedi qui la sintesi) – in cui si fa uno sconcertante elogio di un realismo politico a dir poco spregiudicato.

A scanso di equivoci il ritorno di un orientamento realistico, dopo anni in cui la sinistra non istituzionale si è limitata a un approccio meramente etico o a un velleitarismo estremistico, può essere un fattore positivo. Soprattutto perché significa tornare a confrontarsi con il tema del potere e della sua conquista da parte di un partito che rappresenta una delle novità di maggior rilievo nel panorama politico europeo e che ha comprensibilmente suscitato molte speranze e simpatie. Ma il potere rimane una brutta bestia: troppo spesso chi crede di averlo conquistato ne rimane invece soggiogato. Per questo occorre chiedersi se l’estremo pragmatismo professato da Iglesias sia coerente con il radicalismo esibito dal suo partito.
Torniamo dunque al discorso che abbiamo citato in apertura e che continueremo ad analizzare in questo articolo. Con chi se la sta prendendo Iglesias? Lasciamogli ancora la parola: “Potete avere le migliori analisi, comprendere le chiavi di lettura dello sviluppo economico a partire dal sedicesimo secolo, capire che il materialismo storico è la via da seguire per capire i processi sociali. Ma a che cosa serve se poi ve ne andate in giro a urlare in faccia alla gente ‘siete proletari e nemmeno ve ne rendete conto’? Il nemico non farebbe altro che ridervi in faccia … Perché le persone, i lavoratori, continuano a preferire il nemico a voi”.
Tutto il discorso è impregnato da un tono di feroce sarcasmo in inquietante continuità con il clima culturale che ha pervaso gli ultimi trent’anni di neoliberismo teso a dileggiare e a distruggere sin nelle fondamenta ogni approccio classista alla politica e all’interpretazione delle dinamiche sociali. Certo, il bersaglio esplicito di Iglesias è il settarismo di ultrasinistra, ma, date certe caratteristiche di Podemos, sorge il legittimo dubbio che si tratti di un bersaglio di comodo per raggiungere trasversalmente un altro obiettivo: ridicolizzare chi fa un cattivo uso di un armamentario teorico-politico per delegittimare tout court l’armamentario stesso. Non sorprenderebbe visto quanto dice Iglesias a proposito delle prossime elezioni spagnole, cioè che “la battaglia si giocherà intorno alla questione centrale: continuità o cambiamento” (Pablo Iglesias, “Podemos,’la nostra strategia’”, Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2015, p. 7).
Consideriamo una delle caratteristiche più controverse dal partito di Iglesias: l’affermazione del superamento della dicotomia destra-sinistra (sostituita da quella basso-alto che comunque fa leva su molti dei temi classici della stessa sinistra). Da una parte abbiamo a che fare con la condivisibile volontà di prendere le distanze dalla discreditata sinistra spagnola, soprattutto con riferimento al Partito socialista. Dall’altra, a mio avviso, quest’approccio può portare all’affermazione di una logica politicistica, legata a una mera contingenza che rifiuta di essere appesantita da zavorre identitarie o teoriche. Se l’unica cosa che conta è il successo, le occasioni che si presentano giorno dopo giorno vanno prese al volo, costi quel che costi. “Il nostro principale obiettivo… sono le elezioni generali di quest’autunno. Dunque, ogni decisione, ogni situazione deve essere analizzata alla luce di questo appuntamento elettorale” (ivi).

Pablo Igesias, leader di Podemos

Pablo Iglesias, leader di Podemos

Purtroppo l’elogio del successo ci porta a dimenticare che ci può essere qualcosa di peggiore della sconfitta. Come scrive Alain Badiou “La lotta ci espone alla forma semplice del fallimento (l’assalto che non ha successo), mentre la vittoria ci espone alla sua più terribile forma: ci rendiamo conto che abbiamo vinto invano, che la nostra vittoria apre la strada alla ripetizione e alla restaurazione… Per una politica di emancipazione, il nemico che deve essere temuto maggiormente non è la repressione per mano dell’ordine stabilito. Esso è l’interiorizzazione del nichilismo e la crudeltà illimitata che può venire con la sua vuotezza” (Alain Badiou, L’hypothèse communiste, Lignes, 2009).
Esistono molteplici e illustri esempi nella storia del movimento operaio di volontaria condivisione della sconfitta: da Marx che, dopo aver frenato, appoggia pubblicamente la Comune di Parigi nonostante la consapevolezza della sua ineluttabile disfatta, al ben più tragico destino di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht che decidono di condividere la sorte segnata della rivolta spartachista.
Il punto è che si può decidere di condividere la sconfitta, anche fino alle più estreme conseguenze, qualora ci si senta parte di un corpo collettivo, di una comunità di destino, accettandone tutte le implicazioni. Il sentimento dell’appartenenza di classe può essere definito proprio in questi termini, anche se sarebbe inutile nascondersi che questo sentire negli ultimi trent’anni si è ridotto ai minimi termini nel mondo occidentale. Ma non perché siano venute meno le limitazioni che derivano dall’appartenere alle classi. Tutt’altro: la mobilità sociale in questi anni è diminuita fortemente. Quella che è venuta meno è la fiducia nella possibilità di modificare collettivamente il proprio destino. Tale speranza non può prescindere dalla capacità di metabolizzare collettivamente le sconfitte e di viverle come fallimenti momentanei, parziali, che possono dare il la a nuove battaglie per conseguire in prospettiva la vittoria. La sconfitta può essere infatti un momento rivelatore: al di là degli errori soggettivi, essa, come ci ricorda Slavoj Žižek, ci mette di fronte al sistema come totalità e ai limiti concreti che esso ci impone, agli oggettivi rapporti di forza.

La convinzione che le classi non esistano più ci separa dunque dal senso di condivisione di un destino. Ciò può condurre all’assolutizzazione della logica meramente politica e al mero elogio del successo. Non a caso Iglesias non fa mistero di ispirarsi a un pensatore come Ernesto Laclau, per il quale la razionalità politica sembra agire in una sorta di caos primordiale in quanto presuppone un sociale antagonistico caratterizzato da un’insopprimibile eterogeneità. In qualche modo per Laclau vale quanto sosteneva Margaret Thatcher: “la società non esiste”. Soltanto che mentre per la Lady di ferro esistevano solo gli individui e le famiglie, Laclau concepisce una molteplicità di gruppi che si costituiscono, si alleano e si contrappongono secondo logiche meramente politiche. Presupposta una pluralità di gruppi sociali con richieste tra di loro in conflitto, la costituzione di un popolo, l’atto politico in senso proprio secondo Laclau, avviene attraverso la costruzione di una catena di equivalenze tra le diverse domande insoddisfatte che, di fronte a un potere istituzionale ostile, costituisce una frontiera antagonistica dicotomica. L’elemento decisivo per l’unificazione delle domande è comunque l’emergenza di un significante vuoto, termine lacaniano con cui Laclau intende una domanda particolare che in maniera contingente assume il valore dell’universalità: possiamo parlare di un’idea forza sufficientemente ambigua da poter essere interpretata in modo compatibile con le differenti domande, ma capace di suscitare un investimento affettivo sufficientemente forte da supportare un’articolazione egemonica. La politica di classe di ascendenza marxiana altro non sarebbe quindi che una delle possibili costellazioni egemoniche affermatesi nell’ottocento e nel novecento. Di conseguenza non è in alcun modo necessario cercare di riprodurla o attualizzarla alle presenti condizioni storiche.
In sostanza per Laclau la società non può essere oggetto di totalizzazione (in questo senso anche per lui la società non esiste). Potremo dire anche che non è possibile rappresentare la società nel suo complesso come un sistema organico con le sue leggi di sviluppo, tali da definire a priori, per quanto astrattamente, interessi comuni di classe e potenziali alleanze. Laclau infatti sostiene che, in senso proprio, non si può parlare di capitalismo quale realtà oggettiva: di fatto “il ‘capitalismo’ è una costruzione del movimento anticapitalistico” (Ernesto Laclau, La ragione populistica, Laterza, p. 226).
Ha un che di paradossale affidarsi a un pensiero che nega l’oggettività del capitalismo quando questa s’impone trionfalmente, con poche eccezioni, come minimo da trent’anni; quando decenni di vittoriosa lotta di classe dall’alto della borghesia hanno peggiorato nettamente le condizioni di vita delle classi lavoratrici senza riuscire ancora a soddisfare la necessità di sfruttamento del lavoro da parte del capitale – perché questa è oggettivamente senza fine. Lo scoppio di una crisi capitalistica devastante nonostante il trionfo della borghesia ci ricorda ancora una volta che il sistema si scontra con le sue contraddizioni oggettive o, per dirla con Marx, che il limite del capitale è il capitale stesso.
Assumere fino in fondo questi dati significa comprendere che ogni ricerca del compromesso con il capitale si muove su un terreno quanto mai fragile e che, oggi più che mai, occorre prendere di petto la logica del sistema nel suo complesso. Un obiettivo da fare tremare i polsi, di fronte al quale spesso ci si rifugia in una sorta di rimozione che impedisce di vedere e tematizzare la realtà per quello che è. Ma ogni rimozione ha il suo prezzo: ciò cui si nega l’esistenza continua a sussistere indisturbato e viene assunto implicitamente come dato di fatto non trascendibile. A tal proposito Žižek afferma: “La politica post-moderna ha sicuramente il grande merito di ‘ripoliticizzare’ una serie di domini prima considerati ‘apolitici’ o ‘privati’; ma resta nondimeno il fatto che ciò, in realtà, non ripoliticizza il capitalismo, in quanto il concetto e la forma del ‘politico’, entro cui tali politiche operano, sono fondate sulla ‘depoliticizzazione’ dell’economia” (in Judith Buthler-Ernesto Laclau -Slavoy Žižek, Dialoghi sulla sinistra, Laterza, p. 99).

podemos-syriza-venceremosDopo questo lungo giro teorico, torniamo al discorso di Iglesias citato in apertura. “Pensate che avrei qualche problema ideologico nei confronti di uno sciopero selvaggio di 48 o di 72 ore? Neanche per idea! Il problema è che organizzare uno sciopero non ha nulla a che fare con quanto grande sia il desiderio mio e vostro di farlo. Ha a che fare con la forza dei sindacati, e sia io che voi siamo insignificanti in materia… In questo paese ci sono solamente due sindacati che hanno la capacità di organizzare uno sciopero generale: la CCOO e la UGT [sindacati “confederali” spagnoli – ndr]. Mi piacciono? No. Ma così è come stanno le cose, e organizzare uno sciopero generale è molto difficile… La politica non è ciò che io o voi vogliamo che sia. È ciò che è, ed è terribile. Terribile. Ed è per questo motivo che dobbiamo parlare di unità popolare, ed essere umili”.
Il discorso di Iglesias è ancora una volta ambivalente. Da un parte abbiamo, di nuovo, a che fare con un sano realismo; dall’altra, il realismo rischia di trasformarsi in una rinuncia ad aggredire il fondamentale nodo dei rapporti tra capitale e lavoro. Se siamo ininfluenti su questo piano, come dice Iglesias, dislocare la prassi politica interamente sul piano dell'”unità popolare” (il popolo di Laclau) e, in ultima istanza, su quello della contesa elettorale, è la risposta giusta? Non è un caso che Podemos preferisce parlare della Casta piuttosto che del capitalismo. È vero che la versione podemista delle Casta ha una caratterizzazione politico-economica, mentre quella grillina ha una connotazione esclusivamente politica. Ma si tratta di un mero cambio di linguaggio ai fini dell’efficacia comunicativa? Oppure abbiamo a che fare con un sostanziale cambiamento concettuale che porta a rimuovere il problema dei problemi, ovvero il capitalismo?
“Qualcuno una volta ha detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, ci ricorda Fredric Jameson (New Left Review, n. 21, maggio-giugno 2003, p. 76). Lo stesso vale anche per una delle più radicali espressioni della politica contemporanea europea? A tale proposito, al di là di ciò che questo partito dice di sé, può essere utile guardare a quello che effettivamente fa, prendendo in considerazione le forme organizzative scelte, perché queste hanno un forte legame con gli obiettivi concretamente perseguiti. Anche da questo punto di vista Podemos ha una connotazione ambivalente. Da una parte il partito di Iglesias, “accoglie molto dei modelli politici dominanti: marketing, comunicazione, leaderismo, maggiore attenzione ai media che al radicamento territoriale, un uso quasi ‘aziendale’ della Rete che allarga le possibilità di partecipazione (a colpi di click) della base, rendendola però quasi del tutto ininfluente sulle decisioni del vertice” (Loris Caruso, “Più di Podemos vince il modello Barcellona”, il manifesto, 25.5.2015). Si tratta insomma di un modello costruito per vincere le elezioni, ma difficilmente adatto per realizzare, una volta al governo, cambiamenti veramente radicali. D’altra parte, lo stesso Podemos nelle elezioni amministrative che lo hanno visto vittorioso grazie alle coalizioni elettorali con i movimenti sociali, ha adottato una forma organizzativa che non rifiuta del tutto questi meccanismi presi a prestito dai modelli politici dominanti, “ma li integra con ciò che essi escludono: la mobilitazione, il conflitto, il radicalismo, la centralità del sociale, il coinvolgimento attivo e costante della base già militante e di quella potenziale” (ivi).
Personalmente dubito che i due modelli possano essere meramente giustapposti. L’oggettiva difficoltà di riprodurre sul piano nazionale quello che è riuscito a livello locale conferma la problematicità di questo meccanico accostamento. Molta strada si dovrà ancora fare per trovare delle soluzioni soddisfacenti a questo problema. Ma non partiamo da zero. Credo si possa dire che le sperimentazioni più avanzate sul terreno della sinergia tra forze politiche, sindacali e movimenti sociali si trovino nell’America Latina degli ultimi vent’anni. Sarà forse un caso che proprio lì si è cominciato parlare di Socialismo del XXI secolo iniziando a prefigurare, pur tra mille incertezze e difficoltà, la fine del capitalismo, piuttosto che la fine del mondo?

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