on the road – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 29 Jan 2026 21:00:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Esperienze estetiche fondamentali / 6: Sam Spade, detective be bop, e il Dottor Sax, che sussurra nelle tenebre https://www.carmillaonline.com/2023/06/21/esperienze-estetiche-fondamentali-6-sam-spade-detective-be-bop-e-il-dottor-sax-che-sussurra-nelle-tenebre/ Wed, 21 Jun 2023 20:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77516 di Diego Gabutti

On the Road, fine anni quaranta. Sal Paradise, il protagonista del romanzo, vale a dire Jack Kerouac in persona, mette per la prima volta piede a San Francisco. Dean Moriarty, al secolo Neal Cassidy, guida spericolatamente l’automobile giù dalle colline. «Wow! Ce l’abbiamo fatta!» esulta, sovreccitato. «Giusto in tempo per non restare a secco di benzina!» Quindi «imbocca l’Oakland Bay Bridge», scrive Kerouac, «ed entra strombazzando in città. I palazzi di uffici del centro scintillano di luci. Non viene da pensare a Sam Spade?»

Quando lessi per la prima volta “Sulla strada”, intorno alla metà dei sessanta, [...]]]> di Diego Gabutti

On the Road, fine anni quaranta. Sal Paradise, il protagonista del romanzo, vale a dire Jack Kerouac in persona, mette per la prima volta piede a San Francisco. Dean Moriarty, al secolo Neal Cassidy, guida spericolatamente l’automobile giù dalle colline. «Wow! Ce l’abbiamo fatta!» esulta, sovreccitato. «Giusto in tempo per non restare a secco di benzina!» Quindi «imbocca l’Oakland Bay Bridge», scrive Kerouac, «ed entra strombazzando in città. I palazzi di uffici del centro scintillano di luci. Non viene da pensare a Sam Spade?»

Quando lessi per la prima volta “Sulla strada”, intorno alla metà dei sessanta, un Baedeker per gli adolescenti che anelavano alle emozioni forti dell’autostop, non so quante volte avevo già letto “Il falcone maltese” di Dashiell Hammett. Ex mozzorecchi dell’Agenzia Pinkerton, caporione in segreto (secondo la leggenda) della cellula hollywoodiana del Partito comunista americano, sempre attaccato alla bottiglia come Nora e Nick Charles nell’”Uomo ombra”, “The Thin Man”, il suo romanzo del 1933 dal quale fu tratto un fortunato serial cinematografico, Hammett non ho più smesso mai di rileggerlo (non spesso quanto Dickens e Rex Stout, ma sempre molto spesso). “On the Road”, invece, l’ho riletto soltanto una volta o due (in compenso ho letto molte volte, di Kerouac, “Il dottor Sax”, il suo libro più bello… ci torniamo tra un momento).

Oggi ci sono almeno altre tre o quattro edizioni del Falcone, ma ai tempi c’era solo l’edizione Longanesi, del 1953, che conoscevo quasi a memoria, come le poesie del Vate («Taci. Su le soglie del bosco») o di Carducci («La nebbia agl’irti colli») imparate in prima media. Quanto all’edizione del 1936, apparsa nella collana Il romanzo per tutti, che ho ricordato in chiusura del capitolo precedente, all’epoca non ne sapevo nulla. Ne avrebbe trovata una copia, molto prima di me, Paolo Pianarosa, al quale più d’una volta la chiesi in prestito, sempre senza successo (da uomo di mondo, egli sapeva bene che «tra i modi consueti d’acquisizione di libri il più adeguato è la richiesta di prestito con successiva non restituzione», come scrisse da qualche parte Walter Benjamin). Non so, per finire, se Sal Paradise avesse letto il Falcone. Immagino di sì. Ma certamente aveva visto il film.

Tutti abbiamo visto il film.
The Maltese Falcon è patrimonio universale (come le mischie di Titti e Silvestro, come il Trattato sulla tolleranza di Voltaire, come Pinocchio e Like A Rolling Stone). Quindi era al film, verosimilmente, che pensava Paradise entrando a San Francisco con Dean Moriarty.

Kerouac all’epoca aveva per mèntore William Burroughs, gran consumatore di romanzi polizieschi, oltre che di sostanze stupefacenti (degli uni e delle altre più ce n’era e meglio era). Nel 1945, avrebbero scritto insieme, nella lingua gelida e impassibile dei pulp, un romanzo intitolato And the Hippos Were Boiled in Their Tanks (E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, Adelphi 2014). Questo, per capirci, l’incipit: «Il sabato i bar chiudono alle tre di notte così sono arrivato a casa verso le quattro meno un quarto dopo aver fatto colazione al Riker’s all’angolo tra Christopher Street e Seventh Avenue. Ho gettato il Mirror e il News sul divano, mi sono tolto la giacca di tela crespa e l’ho gettata sui giornali. Volevo andarmene dritto a letto. In quel momento hanno suonato al citofono». Volontario omaggio ai personaggi e alle atmosfere dei pulp, The Hippos eccetera era la storia (vera) dell’omicidio, avvenuto un anno prima, nel 1944, di David Kammerer, un omosex amico di Burroughs e suo ex compagno d’università ad Harvard da parte di Lucien Carr, un giovanissimo poeta amico di Kerouac. Per giudizio unanime di tutti i futuri campioni della Beat Generation, Carr era tra loro il più dotato di talento letterario, nonché il meno indulgente con i molestatori.

Kammerer, invaghito di lui, lo tampinava da tempo. Quella notte era salito su per la scala antincendio e, mentre Carr dormiva in compagnia della sua ragazza, gli era entrato in casa dalla finestra nel tentativo di sedurlo. Esasperato, forse anche un po’ strafatto, Carr aveva afferrato un serramanico e, dopo mesi di persecuzione, gli aveva saldato il conto, quindi era corso da Kerouac, sconvolto. Che fare, adesso? Costituirsi? Fuggire? Era un bel problema, che avrebbe dato da pensare anche a un postino di James Cain, o a un cliente di Michael Shayne, il detective di Brett Halliday, per non parlare d’un assassino pallido dostoevskiano. Era l’alba. Kerouac e Carr cominciarono a vagare per New York cercando una soluzione, consultando gli amici, Burroughs, Ginsberg, pensando che Carr, ecco, avrebbe potuto filarsela in treno, via Grand Central, ma no, il treno no, lo avrebbero beccato alla prima stazione… uhm, e allora perché non procurarsi un imbarco su qualche mercantile diretto a Rio, a Manila, oppure in Alaska, e se anche questa via di fuga era impraticabile, magari poteva perdersi per un po’ tra i barboni e i «vinos» del Lower East Side. Dopo ventiquattr’ore d’incubo Carr s’arrese e bussò al più vicino distretto di polizia.

And the Hippos Were Boiled in Their Tanks raccontava questa storia ed era un pulp triste e magnifico. Sarebbe piaciuto a Cornell Woolrich, noto altrimenti come William Irish, che in quegli anni (anche lui a New York, dove viveva da eremita) scriveva storie di panico e orrore metropolitano che avrebbero ispirato grandi film a grandi registi: Hitchcock, Truffaut, Siodmak, (La finestra sul cortile, La donna fantasma, La mia droga si chiama Julie, La sposa in nero). Vittima di un’aggressione sessuale, giovane e di buona famiglia, Carr fu condannato a una pena lieve. Uscito di galera dopo qualche mese, cambiò vita: basta con la poesia, con le droghe, e niente più bohème. Come Arthur Rimbaud, che dopo la Comune s’era lasciato dietro le spalle la sua stagione all’inferno, anche Lucien Carr passò ad altro, senza rimpianti. Si parla di lui, mascherandone l’identità con uno pseudonimo, nelle classiche opere beatnik degli anni successivi: in Urlo di Ginsberg, e in tutto Kerouac. Restò in contatto con i vecchi amici, che incontrava ogni tanto per una birra e quattro chiacchiere, ma a Burroughs e Kerouac, per quanto insistessero, negò sempre il permesso di pubblicare And the Hippos eccetera. Diventato un giornalista di rango, adesso sedeva ai piani alti dell’Agenzia Reuters, aveva famiglia, e non voleva che le vecchie storie tornassero a galla. Fu suo figlio, Caleb Carr, autore di polizieschi ambientati nella New York d’inizio secolo, il più famoso L’alienista, a concedere infine il permesso di pubblicare il romanzo nel 2009, quando sia gli autori del libro sia il loro personaggio principale erano ormai tutti scomparsi da un pezzo.

David Kammerer era andato incontro al grande sonno (per citare Raymond Chandler) il 13 agosto del 1944. The Maltese Falcon era un film di tre anni prima. Kammerer morì nell’ultimo anno di guerra; il film fu girato poco prima di Pearl Harbor, quando lo Zio Sam s’apprestava a prendere le armi. Non c’era che violenza nel mondo.
Di questo erano e sono metafora i pulp.
Bogart, in ogni modo. E poi John Huston, Mary Astor, Peter Lorre, Sidney Greenstreet, Ward Bond. Kerouac, come tutti, fu incantato dal film. E da Sam Spade, il poliziotto di Frisco.

Protagonista, nel 1941, del Mistero del falco di John Huston, che esordiva alla regia, Humphrey Bogart è stato il più iconico, ma non il primo, degli attori che in quegli anni interpretarono la parte di Spade in un adattamento cinematografico del Falcone. Nel 1931 un falso messicano (Ricardo Cortez, al secolo Jacob Krantz, viennese doc) era stato Spade in The Maltese Falcon, un film di Roy Del Ruth, oggi reperibile (in buone condizioni) sul web. C’era stato un altro Spade nel 1936: Warren William, che in un film del 1940 avrebbe braccato Lon Chaney jr nella parte di Larry Talbot, l’uomo-lupo, diede la caccia anche al falcone d’oro massiccio dei Cavalieri di Rodi in Satan Met a Lady di William Dieterle (dove, wonderly, la Dark lady è nientemeno che Bette Davis). Trovate anche questo su Internet. Ma Bogart era di un’altra classe.

Oscurò in via definitiva ogni Sam Spade passato e futuro quando stirò le labbra nel suo leggendario sorriso da caimano; quando disarmò Peter Lorre e lo stese con un pugno; e quando infine consegnò agli sbirri Mary Astor, la più perfetta delle femmes fatales, spaurita e spietata insieme, dicendole «forse io ti amo, forse tu mi ami», però ti mando lo stesso in galera perché è il mio mestiere… e perché hai ucciso il mio socio, che non mi piaceva, ma un uomo non può permettere che l’assassino del proprio socio la faccia franca; e se t’impiccheranno, okay, vuol dire che ti ricorderò per sempre, amore mio.
Fu a Bogey, al suo Borsalino calato sulla fronte, alla sua giacca doppio petto e ai suoi calzoni troppo larghi e svolazzanti sulle caviglie; fu a lui e agli occhi da cerbiatta ferita di Mary Astor; fu agli sguardi sfuggenti di Peter Lorre mentre tutti puntano contro tutti la pistola (e forse anche al Dottor Sax) che Kerouac pensò quando vide le «luci scintillanti» di Frisco oltre «l’Oakland Bay Bridge».

Alle origini del moderno poliziesco d’azione, c’è una rivista leggendaria, Black Mask, nata nel 1920 da un’idea del giornalista e critico di fede repubblicana Henry Louis Mencken, che ne fu il primo direttore. Come tutte le idee rivoluzionarie, era un’idea semplice: smetterla con i poliziotti solutori di rebus, con l’arsenico nel tè, con Miss Marple e Baker Street, per raccontare storie finalmente realistiche di veri poliziotti, d’autentici criminali e di veri, orribili delitti. Su Black Mask si fecero le ossa autori hard-boiled, duri e smagati come Raymond Chandler, George Harmon Coxe, Erle Stanley Gardner, Lester Dent, John D. MacDonald e naturalmente Dashiell Hammett, il più bravo di tutti.

Hammett, oltre a Sam Spade, aveva messo al mondo anche i coniugi Charles, già citati, e un altro detective privato: il Continental Op. Dieci chili di troppo, di mezza età, l’Op era un professionista, un cacciatore d’uomini di provata esperienza, e non era facile, per loffi e mafiosi, scrollarselo di dosso. Protagonista di Red Harvest (da noi Piombo e sangue) e di molti racconti, non aveva nome. Era noto soltanto come l’Operator della Continental Detective Agency’s, travestimento pulp dell’Agenzia Pinkerton, la polizia che aveva dato lavoro a Hammett prima che la tubercolosi e l’alcolismo lo togliessero dalle strade. All’epoca, quando l’FBI di Edgar J. Hoover non aveva ancora spiccato il volo, la Pinkerton (un’agenzia privata) era la sola polizia federale presente sul territorio degli Stati Uniti. Erano stati i «Pinkertons» a braccare il Mucchio Selvaggio di Butch Cassidy, a stanare Jesse e Frank James, a combattere i «rossi» e gli anarchici, a liquidare i «Molly Maguire», una banda armata clandestina di minatori irlandesi in guerra con i proprietari delle miniere della Pennsylvania. Quando Hammett raccontava storie di criminali e poliziotti, sapeva di chi e di cosa stava parlando: i suoi killer, le sue prostitute e pupe dei gangster, i suoi rapinatori e bidonisti, i suoi «mammasanta» e i suoi «soffia» erano autentici, ruspanti. Parlavano la lingua dei teppisti, niente smoking da teppista fotogenico, scrupoli zero, l’occhio sempre sul dollaro o sullo sgarbo da ripagare con gl’interessi, nelle tasche rasoi e pistole. È questo realismo da classi pericolose, lo slang incredibilmente sobrio ed efficace della voce narrante, a spiegare il successo delle storie di Hammett e l’eccezionale freschezza che ancora conservano, quasi un secolo dopo essere state scritte.

Protagonista della Trilogia Nova di Bill Burroughs è l’Ispettore J. Lee della Polizia Nova, che nei tre romanzi del serial – Il pasto nudo, La morbida macchina, Nova Express – è sulle tracce della Banda Nova, composta da criminali che hanno nomi da fumetto: Willy il Disco, Izzy la Spinta, Hamburger Mary, Johnny Yen, Tony il Busone, Mister Bradley/Mister Martin, il Dr Benway. Adesso confrontate questa lista con quella dei ricercati della Continental Detective Agency in un racconto del Continental Op: «C’erano il Gambetta, evaso da Leavenworth appena due mesi prima; Holmes il Sarto; Snohomish Whitey, ritenuto morto da eroe in Francia nel 1919; L.A. Slim, di Denver, senza calze e mutande, come al solito, con un biglietto da mille dollari cucito in ognuna delle due imbottiture delle spalle della giacca; Girrucci il Ragno, con un corsetto d’acciaio sotto la camicia e una cicatrice giù per tutta la guancia, ricordo d’anni prima del fratello; Pete in-Gamba, un tempo membro del congresso; Vojan il Nero, che una volta a Chicago aveva vinto ai dadi 175.000 dollari: portava tatuata in tre punti la parola Abracadabra; McCoy Pocheparole; Tom Brooks, cognato di Pocheparole, che inventò l’imbroglio alla Richmond e si comprò tre alberghi con i guadagni della truffa; Cudahy il Rosso, che rapinò il treno della Union Pacific nel 1924; Paddy il Messicano; Toro Mc Gonickle, ancora pallido per i quindici anni a Joliet; Denny Burke; Toby La Spugna, compagno di fuga del Toro, che si vantava di aver borseggiato il presidente Wilson in un vaudeville a Washington». Hammett e Burroughs: lo stesso cast. Nelle pagine di Hammett, poi nelle riscritture cut-up di Burroughs della tradizione dei pulp, il moderno poliziesco d’azione smette d’essere un genere letterario e cinematografico e diventa condizione antropologica.

Non soltanto io, che lo lessi nel 1968, appena tradotto da Magda de Cristofaro per Mondadori, 525º volume della collana «Medusa», ma anche lui, Kerouac, pensava che Il Dottor Sax fosse il suo romanzo migliore.
Non c’erano dentro soltanto gli amici di penna, di nuovo Ginsberg e Gregory Corso, ancora Lucien Carr, come in tutti gli altri suoi libri, oggi molto invecchiati e, francamente, leggibili solo a fatica. Non c’era dentro soltanto Burroughs, qui nella parte del «vecchio Bull Balloon», campione di poker e di biliardo, «Ridolini Bull Ballon», che ricorda il comico W.C. Fields e sputa sentenze taglienti come lamette da barba. Nel Doctor Sax c’era dentro Jack Kerouac bambino, cattolico, la sua origine franco-canadese. C’era dentro Lowell, Massachusetts, dove nel 1922 l’autore del Dottor Sax era stato battezzato e registrato all’anagrafe come «Jean-Louis Lebris de Kérouac», nome romanzesco, da moschettiere del re. C’erano dentro i fumetti che aveva letto da bambino, Mandrake, Flash Gordon, Arcibaldo e Petronilla, The Phantom, e i serial radiofonici che aveva ascoltato. Quelli di Doc Savage, scienziato senza pari e mister muscolo, la risposta metropolitana a Tarzan delle Scimmie, e quelli di The Shadow, l’Ombra, uno spietato vigilante al quale prestava voce e «risata cavernosa» (ma più precisamente terribilista) Orson Welles. «Sbalordiva», scrive Lebri de Kérouac, «che l’Ombra viaggiasse tanto, aveva una vita così facile facendo fuori gangsters sulla banchina del quartiere cinese di New York con la sua azzurra 45 (luccichio) — (forme abbattute di gangsters cinesi dalle giacchette attillate) (scroscianti guerre Tong del Gong) (l’Ombra scompare nella casa di Fu Manchú e esce sul retro di quella di Boston Blackie, colpendo con la sua 45 i curiosi sul molo, falciandoli, mentre arriva Braccio-di-ferro in una lancia a motore per portarli da Humphrey Bogart) uauh!» Ci sono anche, inventariati tra le letture predilette del sabato sera, «i giornali illustrati», vulgo pulp, «del Detective fantasma, col suo travestimento nella notte piovosa». All’Ombra, a Doc Savage e al Detective Fantasma, che imperversavano nelle serate radiofoniche, si aggiungevano i personaggi noti soltanto a Lowell, e a Lowell conosciuti soltanto da lui, Kerouac: il Serpente del Male o Gran Serpente del Mondo «la cui dimora sta nella giungla dell’Amazzonia e negli abissi dell’Ecuador» (o forse a Butte, nel Montana) e il Conte Condu, «alto, magro, col naso aquilino, ammantato, guanti bianchi, occhi biechi, sarcastico», giunto a Lowell da Bucarest, «un conte vampiro in mantello da sera». Su tutti spicca naturalmente il Dottor Sax, che Kerouac vede «la prima volta» nella sua «prima infanzia cattolica di Centralville: morti, funerali, la macabra atmosfera, la tenebrosa figura nell’angolo quando guardi la bara del morto nel doloroso salotto della casa aperta con un’orribile ghirlanda purpurea sulla porta».

Doctor Sax era una storia (per chiamarla così, una storia come tutte le storie di Kerouac, impossibili da afferrare per il capo o per la coda) con dialoghi, tuffi al cuore, descrizioni febbrili. Protagonisti del libro i bambini, come nei classici di Mark Twain, Tom Sawyer, Becky Thatcher, Huck Finn, ma più esattamente come in quelli di Stephen King, il massimo specialista dell’horror con protagonisti bambini, salvo che all’epoca di Doctor Sax Stephen King aveva appena imparato a scrivere. C’era anche un po’ del Buio oltre la siepe, il solo (ma grande) romanzo di Harper Lee, sempre che sia stato scritto proprio da lei e non dai suoi editor, uno dei quali era Truman Capote, che figura nel libro (e nel film) come il bambino strano. Ma anche qui: Il buio oltre la siepe (in originale To Kill a Mockingbird, dove con «mockingbird» s’intende il tordo beffeggiatore) esce nel 1960, un anno dopo Sax. Tirandola un po’ ma non troppo per i capelli, dirò qui che Kerouac, nella sconfinatezza delle sue pagine, repertorio generale della letteratura americana alta e pop, tutto anticipa e tutto ricapitola. Un giorno, dimenticato On the Road insieme alle sciocchezze zen, quando finalmente «Dio dirà: sono vissuto», forse capiremo di che rarissima specie fosse la sua grandezza.

Ma non si resta bambini per sempre. Viene il giorno in cui la magia svanisce e la paura non è più spassosa, come all’inizio, quando si leggevano in beata innocenza i pulp o si ascoltavano i radiodrammi dell’Ombra, e allora «ecco sorgere la testa grande come una montagna del serpente che filtrava lenta dalla terra come un verme gigantesco che esce da una mela, ma con una verde gran lingua saettante che sputa fiamme grandi come le fiamme delle raffinerie. A perdita d’occhio vedevo esserini minuscoli volare nell’aria e pipistrelli e aquile plananti e rumore e confusione, tempeste di rumore, cose che cadevano, e polvere, polvere. Il conte Condu stava nella sua cassa, inchiodato per l’Eternità alle braci del Pozzo dove insieme a diecimila gnomi era precipitato gemendo a testa bassa insieme a Baroque, Espiritu, la contessa, Boaz Junior, Flapsnaw, Blook il Mostro, innumerevoli anonimi altri. Polvere dei tumulti, un mondo tenebroso…». D’un tratto tutto svapora. «Gridai al dottor Sax: “È questo il Castello del Mondo?”» Ma d’improvviso non c’era più traccia «del marciapiede di Moody Street, Pawtucketville, Lowell, Massachusetts, dove nel mio sogno stavo seduto con carta e matita in mano» lasciando «vagare libera la mente».

Kerouac venne a presentare il libro in Italia, ospite della casa editrice, in cambio d’un pidocchioso cachet di mille dollari. Sembrava che anche lui fosse svanito, «risucchiato giù nel grande fiume» mentre cercava di «prendere al laccio qualcosa che galleggiava trasportato dalla piena». Era uno straccio. Si presentò in televisione ubriaco fradicio, smarrito. S’addormentava quando lo intervistavano. Una volta, svegliandosi, dichiarò d’essere più grande di Dante. 1968. A Napoli, per aver ricordato con ammirazione un amico della vecchia ghenga beatnik reduce del Vietnam, fu cacciato dall’università dagli studenti marxleninisti: «Fascista! Fascista!» Diventato adulto, aveva detto d’aver visto ancora «diverse volte il dottor Sax, soprattutto al crepuscolo, d’autunno, quando i ragazzini saltano su e giù strepitando. Adesso si occupa solo di cose allegre». Quarantasettenne, Kerouac andò incontro al grande sonno un anno più tardi, nel 1969. A San Francisco, vent’anni prima, le «luci scintillanti» di Frisco certamente illuminarono, insieme al Borsalino di Spade, anche la figura d’ombra guizzante di Sax. Che fosse Frisco il Castello del Mondo?

Presto San Francisco, la città che faceva pensare a Sam Spade e agli omicidi espressionisti nel violento black and white dei vecchi film, avrebbe abbracciato l’intenso technicolor della Summer of Love: murales, marijuana, hippie in giro a piedi nudi per Haight-Ashbury, artisti di strada, San Francisco (Be Sure to Wear Flowers In Your Hair) e altre song sdolcinate, la critica a bischero sciolto della civiltà industriale di Herbert Marcuse, che insegnava a San Diego, lì a due passi, e che in piena singolarità controculturale, nel 1964, pubblicò L’uomo a una dimensione, il suo libro più celebre, e il più dimenticato. Frisco, tramontata l’età del classico cinema noir, diventò la città della libreria City Lighs di Lawrence Ferlinghetti, nonché delle edizioni omonime, dove apparvero le più classiche opere della beat generation: Ginsberg, Gregory Corso, lo stesso Ferlinghetti, Charles Bukowski. E anche qui, fateci caso, sono le «luci scintillanti» di Frisco che la libreria di Colombus Avenue celebra con le sue insegne. Sono le stesse luci che pochi anni più tardi, passata in fretta (e furia) la festa del flower power, avrebbero illuminato il set dell’Uomo venuto dall’impossibile (il film di Nicholas Meyer in cui H.G. Wells viaggia nel tempo per dare la caccia a Jack lo Squartatore fuggito nella Frisco psichedelica) e quello di Killer Élite, uno dei cult di Sam Peckinpah, nonché le prime immagini à sensation del Black Panther Party, nato anch’esso in città: fucili a pompa, baschi, giubbotti di pelle, sguardi cattivi. Cacciato dalla porta, il pulp era rientrato dalla finestra, with flowers in her hair. Era stato l’arrivo in città, molti anni prima, di Sal Paradise e Dean Moriarty, sparati e festanti giù dalle colline, a gemellare noir e beat, swing e be-pop, pulp polizieschi e controcultura, Hippos e hippies, Polizia Nova e Continental Detective Agency.

Non sono mai stato a San Francisco, ma ho una tracolla che mio nipote, sapendo che mi sarebbe piaciuta, ha comprato ad Alcatraz, isolotto a nord della baia di Frisco, un tempo carcere federale, oggi tetra meta turistica, praticamente il memento mori (direbbe Marcuse) della società amministrata. Sul davanti della borsa ci sono scritte le regole della prigione da cui Clint Eastwood fugge nel film di Don Siegel (e dalla quale se la fila anche Sean Connery in un altro film, meno memorabile, The Rock, mentre l’impresa non riesce, e anzi neppure la tenta, però addomestica in compenso un passerotto, a Burt Lancaster nell’Uomo di Alcatraz). Stampigliato sulla borsa, il regolamento di Alcatraz (che in spagnolo sta per «pellicano») dice così: «Hai diritto a cibo, vestiti, riparo e cure mediche. Qualsiasi altra cosa è un privilegio».

Come chi non si decide mai a tagliarsi i baffi, benché lo rendano ridicolo, io porto tracolle da più di cinquant’anni. Ci sono tracolle, in giro per casa, che risalgono alle guerre risorgimentali, o almeno alla guerra del Vietnam. Un tempo ci tenevo libri, giornali e sigarette. Ma libri e giornali, da una decina d’anni, li leggo in versione digitale: sull’iPad quando sono a casa, sull’iPhone quando sono in giro. Inoltre, fiato premendomi, non fumo più da un pezzo. Quindi delle borse, sempre vuote, flosce come l’autostima d’un politico, potrei fare tranquillamente a meno, vista anche l’età (non sono soltanto i baffi a rendere ridicoli). Ma come rinunciare alla borsa di Alcatraz? È il riassunto generale d’un secolo di film noir, di canzonette, di pulp intramontabili, di zen della motocicletta, di Gran Serpenti del Mondo, di risate terribiliste, di vigilantes mascherati.

Come le mutande di Eta Beta, e come la Divina Commedia secondo Leo Longanesi, una tracolla può inoltre contenere «tutto». Chiudi gli occhi e peschi a caso nel mucchio: Nikolaj Nikolaevič Suchanov. (Qual è il contrario di tombola? Stombola?)

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Cinquant’anni fa, Jack Kerouac https://www.carmillaonline.com/2019/10/31/cinquantanni-fa-jack-kerouac/ Thu, 31 Oct 2019 22:06:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55736 [Il 2019 è il cinquantesimo anniversario della morte di Jack Kerouac, avvenuta il 21 ottobre 1969. E’ uno scrittore ancora attuale? Resta qualcosa dello straordinario flusso artistico-letterario che ha finito per essere uno stile di vita, un tipo di contestazione soprattutto esistenziale? I “beat”, ha detto Allen Ginsberg, in realtà non esistevano. Erano un gruppo di amici che volevano scrivere e pubblicare le loro cose. E soprattutto volevano vivere, essere liberi nell’America puritana e rigida del dopoguerra. Tutto è venuto dopo. Quel viaggio senza fine (e senza scopo, come [...]]]> [Il 2019 è il cinquantesimo anniversario della morte di Jack Kerouac, avvenuta il 21 ottobre 1969. E’ uno scrittore ancora attuale? Resta qualcosa dello straordinario flusso artistico-letterario che ha finito per essere uno stile di vita, un tipo di contestazione soprattutto esistenziale? I “beat”, ha detto Allen Ginsberg, in realtà non esistevano. Erano un gruppo di amici che volevano scrivere e pubblicare le loro cose. E soprattutto volevano vivere, essere liberi nell’America puritana e rigida del dopoguerra. Tutto è venuto dopo. Quel viaggio senza fine (e senza scopo, come ha detto Bob Dylan, un beat pentito), quella ricerca dell’innocenza perduta è esplosa come una coscienza collettiva, una reazione ipervistalistica e disperata alla solitudine pubblica che abbracciava i giovani di tutto il mondo occidentale come una creatura mortifera. E lo stile di Kerouac, che, non dimentichiamolo, era un letterato finissimo, ha “spaccato” gli stili di intere generazioni di scrittori. Basta leggere alcuni libri di Tondelli.

Sull’attualità, e l’inattualità, di Jack Kerouac pubblichiamo la testimonianza di una delle ultime scrittrici beat italiane, Dianella Bardelli. MB]

Attualità e inattualità di Jack Keoruac
di Dianella Bardelli

Ci sono scrittori che sono attuali, anzi necessari proprio perché inattuali rispetto al nostro presente. Sono come un faro che indica la strada in periodi di confusione come quello che stiamo vivendo. I sentimenti, le emozioni, i valori che trasmettono (senza volerlo, spontaneamente) derivano dalle storie che raccontano e dal tipo di relazioni tra i personaggi. Nel caso di Kerouac, ciò che è ancora necessario è la spericolatezza della sua scrittura. I rischi che continuamente si prende a partire da On the road, per inventare una nuova lingua letteraria che gli permetta di esprimere il suo mondo interiore, il senso dell’amicizia, la curiosità, ma anche un mare di disperazione.

On the road non è il romanzo del “come eravamo”, ma del come potremmo essere. Non è attuale, a mio parere, ciò che semplicemente parla dell’oggi, bensì ciò che ci riporta alla parte più profonda di noi stessi e che abbiamo perso di vista. Per me un romanzo, una poesia, un film sono attuali se chiedendomi “mi riguardano?” la risposta è sììì!

Sono passati più di 60 anni dalla prima pubblicazione di On the road. Era il 5 Settembre del 1957, ma per me è come se fosse ieri. Kerouac non è il frutto del passato, del suo passato storico, ma la materia viva di una mente che ha attraversato indenne i decenni, e ne attraverserà ancora molti altri. Perché? Perché il suo è il racconto epico dei tempi moderni e per quanto mi riguarda punto di riferimento di quel “rimaniamo umani” di cui abbiamo così bisogno oggi. Nel saggio Jack Kerouac e la composizione di Sulla Strada che appare come introduzione in Jack Kerouac/On the road – il rotolo del 1951, Howard Cunnell dice una cosa importantissima: “Assai più che una guida per hipsters Sulla strada è una ricerca spirituale… gli interrogativi che si pone sono gli stessi che ci tengono svegli la notte e scandiscono i nostri giorni. Che cos’è la vita? Cosa significa essere vivi mentre la morte è ai nostri calcagni? Potrà la gioia togliere di mezzo le tenebre?” In On the road questa ricerca punta all’unica – forse – modalità in cui si cerca se stessi: viaggiando. E con chi? Soli, o con un amico.

Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” la versione del 1951. Quando iniziò a pensare al romanzo decise che quella storia aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker lo era per la musica, e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock per la pittura.

Nell’America degli anni Cinquanta, ciò che stava accadendo tra i giovani artisti era che la coscienza diventava la protagonista dell’arte. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si rappresentava direttamente la condizione della mente, la vita interiore. Dall’esterno del sé si raccontava l’interiorità, senza mediazioni, senza censure. Kerouac voleva raccontare l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra. Per fare questo, lavorando duro, inventò la prosa spontanea, che teorizzò nei saggi contenuti in Scrivere Bop, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa spontanea è il racconto della vita in diretta. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono. Fu una grande scoperta. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene separati.

Dopo aver scritto La città e la metropoli (il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli bastava più. Ha dovuto creare un romanzo di 1000 pagine per rendersene conto. Qualcosa macinava, e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte. C’era un sotto testo che stava sbocciando, che avrebbe dato luogo alla tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.

Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni. Prima di tutto dal Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s: Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava e pensava: posso scrivere come loro? Posso trasferire sulla pagina quell’energia, quella fatica, quella bellezza? Presto divenne per Jack un’ossessione. E poi c’era la lettera di 40 pagine che il suo amico Neal Cassady gli aveva scritto. Quel testo di migliaia di parole era un grande, unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver. Ed è allo stile e al contenuto di quella lettera che si ispirano le storie raccontate in On the road. Senza quella lettera e senza i viaggi per l’America fatti a fianco di quel grande affabulatore che era Neal, Kerouac non sarebbe diventato lo scrittore che conosciamo. Il cowboy furiosamente entusiasta delle strade d’America divenne non solo un amico ma soprattutto un mito idealizzato, musa ispiratrice di una parte consistente della sua produzione letteraria.

In Kerouac non c’è trama, cronologia, filo logico. La scrittura ha una funzione completamente diversa, è l’estremo tentativo di “confessare tutto a tutti”. Questa fu la sua grande presunzione.

Il suo nuovo modo di scrivere fu fatto proprio da Allen Ginsberg, che lo trasferì nella poesia. Intorno a lui e a Kerouac si formò una cerchia di amici, come Burroughs e Corso, il cui interesse principale era scrivere, fare bisboccia, viaggiare, frequentare donne e locali. Questo fu la beat generation. Un gruppo di amici che insieme cercarono e trovarono un nuovo modo di esprimersi. E questo è un punto importante, che ne fa un aspetto attualissimo: sperimentare, cercare la scrittura dove apparentemente non è, nelle strade, nelle persone che vediamo per caso, quel “fuori” di noi che finisce per essere “dentro”.

Oggi io leggo romanzi piacevoli, anche belle poesie, ma se voglio davvero tornare alla parte più profonda di me stessa devo rileggere ancora e ancora Sulla strada, Visione di Cody, leggere le astruse poesie di Kerouac, anche quelle brutte, perché sfogliando i suoi Schizzi e i suoi haiku, la perla la trovo sempre. Non so cosa sia rimasto in America di quel movimento letterario definito beat generation. L’ultimo poeta beat che ho avuto l’onore di conoscere è James Koller, morto nel 2014. In Italia con la morte della Pivano dei beat e di quello che hanno rappresentato che io sappia non è rimasto niente.

(Dianella Bardelli scrive romanzi e poesie; ha insegnato lettere e guidato corsi di scrittura creativa. Appassionata di letteratura beat e hippy, soprattutto di Kerouac, Ginsberg e della poetessa americana Lenore Kandel. Ha pubblicato i romanzi Il bardo psichedelico di Neal, ispirato alla figura di Neal Cassidy e Verso Kathmandu alla ricerca della felicità. E’ appena stato pubblicato presso Parallelo 45 Edizioni, il suo romanzo 1968, sulla Bologna di quel periodo.)

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Quegli anni Ottanta al sapor di benzina https://www.carmillaonline.com/2017/11/08/41554/ Tue, 07 Nov 2017 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41554 di Paolo Lago

Nicola Pera, Benzina, MdS Editore, Pisa, 2017, pp. 155, € 12,00

Il recente romanzo dello scrittore livornese Nicola Pera, Benzina, uscito nella collana “Cattive strade” di MdS Editore, è una storia noir e pulp che si srotola in una dimensione on the road. Siamo presumibilmente nell’estate del 1981 e la vicenda è narrata dal protagonista io narrante, del quale non ci viene mai detto il nome. La struttura del viaggio domina la storia: il protagonista e una squinternata dark lady dal soprannome di Louise percorrono su una 128 rossa tutta [...]]]> di Paolo Lago

Nicola Pera, Benzina, MdS Editore, Pisa, 2017, pp. 155, € 12,00

Il recente romanzo dello scrittore livornese Nicola Pera, Benzina, uscito nella collana “Cattive strade” di MdS Editore, è una storia noir e pulp che si srotola in una dimensione on the road. Siamo presumibilmente nell’estate del 1981 e la vicenda è narrata dal protagonista io narrante, del quale non ci viene mai detto il nome. La struttura del viaggio domina la storia: il protagonista e una squinternata dark lady dal soprannome di Louise percorrono su una 128 rossa tutta l’Italia da Nord a Sud, da Trieste alla Puglia. La “benzina” del titolo ci introduce fin da subito in un mondo di strade e di periferie, di stazioni di servizio e distributori, di odori acri e sporcizia, di notti passate a dormire in auto e di vagabondaggi senza fissa dimora. La benzina segna inoltre le tappe del viaggio dei protagonisti, perennemente destinati a rimanerne senza e a cercare in tutti i modi di procurarsela, fino all’apparizione, alla fine della storia, del cartellone pubblicitario, “metti un tigre nel motore”, slogan del carosello e della pubblicità degli anni Sessanta e Settanta per reclamizzare la benzina Esso (satireggiato da Herbert Pagani e Franco Godi nella canzone Metti un tigre nel doppio brodo, inserita in Vip, mio fratello superuomo di Bruno Bozzetto).

Lo sfondo sul quale si svolge la fuga dei due protagonisti tra sparatorie, sesso e violenza, è quello dei primi anni Ottanta, periodo che inaugura il cosiddetto “riflusso”, la progressiva perdita delle ideologie e l’interesse sempre più esacerbato per la ricchezza facile e per l’apparire, l’età dell’esplosione dello spettacolo televisivo e della nascita delle televisioni private, della pubblicità diffusa, di Berlusconi e della “Milano da bere”, dell’eroina che mieterà innumerevoli vittime. Uno scenario che Federico Fellini rivestì di tratti quasi apocalittici ed infernali nel geniale affresco realizzato con Ginger e Fred (1986): la pubblicità e la televisione che si insinuano dovunque, fin negli interstizi della società la quale, se da una parte è attraversata dalla spettacolarizzazione diffusa che la percorre come una scossa elettrica, da un’altra presenta ancora plaghe irrisolte e inquietanti di povertà nelle lande periferiche delle grandi città, abbandonate a se stesse. Nel romanzo di Nicola Pera la violenza che muove quasi ogni singola azione dei due protagonisti avviene sullo scenario di una società quasi dimentica di se stessa, intrappolata nello sviluppo economico e nello spettacolo più ostentato. Durante il viaggio in auto, dalla radio, a più riprese, in mezzo alle canzoni di moda in quel periodo, si insinua la cronaca del tragico avvenimento di Vermicino che tenne con il fiato sospeso l’intero paese: i vani tentativi di salvataggio e poi la morte di Alfredino Rampi, caduto in un pozzo. Siamo perciò nel giugno del 1981 e, per la prima volta, veniva spettacolarizzata e seguita in diretta una tragedia di fronte a un pubblico catturato dalla tragicità della vicenda come da uno spettacolo di varietà. La violenza diffusa nel romanzo, il sangue, le sparatorie, il disinteresse ostentato per la vita umana e la leggerezza nell’uccidere e nel commettere, da ogni parte, atti atroci, non è altro che lo specchio di una società che si sta tuffando inconsapevolmente nella spettacolarità diffusa, nella solitudine e nell’individualismo.

Intervallata da numerosi flashback, da Trieste prende avvio la fuga in auto dei due personaggi, attraverso un nord cupo e nebbioso per ritrovarsi in una assolata Puglia da incubo, quasi un nostrano far west in cui quelli che dovrebbero essere i tutori dell’ordine si presentano invece come maniaci e criminali, come l’agente Carmine, maniaco violentatore che sembra uscito da un film americano in cui lo sceriffo di turno, nella provincia più degradata, spadroneggia compiendo gratuitamente ogni atto di violenza. I personaggi sembrano perciò riflettere i lati peggiori di quella società anni Ottanta, inconsapevoli e pronti a compiere ogni atto violento senza riflettere, come se facessero la cosa più naturale del mondo. E loro due, sbandati ed emarginati, molto probabilmente di quella stessa società sono le principali vittime. Prima di lasciare il nord e le sue nebbie, l’auto avanza immersa nella caligine, alla cieca, come la stessa società sembra gradualmente venire catturata dall’inconsapevolezza e dallo spettacolo diffuso: Quel ricordo mi aveva aiutato a rimanere sveglio perché in realtà ero sfinito e quel mondo ovattato di bianco mi faceva bruciare gli occhi. Li strizzavo continuamente per cercare di vedere qualcosa di più. Avrei voluto riposarmi per qualche ora, ma Louise non diceva una parola, si limitava ogni tanto a fumare una sigaretta guardando fuori e aveva acceso la radio. Sembrava non essere successo nulla di particolare. L’estate avrebbe tardato ad arrivare, soprattutto al nord, stavano cercando dappertutto il mostro di Firenze, c’era stato un regolamento di conti della malavita di Trieste che si era concluso con un efferato delitto, però lontano dalla città dei signori, poi avevano arrestato un onorevole per dei fatti che non capivo e un ragazzino era caduto in un pozzo. E adesso un po’ di musica (p. 30).

Il viaggio narrato in Benzina sembra assumere le modalità tipiche della narrativa neopicaresca (la ripresa moderna e contemporanea del genere picaresco): la casualità che muove gli spostamenti e le azioni dei personaggi, la sordidezza delle avventure, gli incontri più svariati. Come scrive Fabrizio Bartelloni nella sua Nota iniziale, i due protagonisti “sembrano capitati dentro la loro vita per caso, come ospiti inattesi e a tratti sgraditi”. Il caso domina anche lo spostamento dei personaggi, il quale a prima vista potrebbe assumere l’aspetto di una fuga, attuata per scappare da Trieste e far perdere le proprie tracce. Si tratta invece di uno spostamento nomadico che non ha una vera e propria meta, un’erranza casuale all’interno di una geografia sbiadita e spettrale. I personaggi, a bordo della loro 128, si muovono sospinti dal caso, seminando violenza, un po’ come il killer psicopatico di Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men, 2007) dei fratelli Coen: se quest’ultimo, vera e propria macchina di violenza, si muove nelle estreme lande americane al confine col Messico, in una terra di nessuno abbandonata a se stessa, l’io narrante e Louise percorrono pianure nebbiose e assolate di un’Italia spettacolarizzata e invasa dalla pubblicità dilagante. Nonostante la violenze perpetrate, nessuno sembra cercare i protagonisti, la polizia non li insegue e dei loro crimini sembra essere persa ogni traccia. Il loro incedere sembra perciò srotolarsi su una mappa mentale, un viaggio picaresco in una geografia onirica e immaginifica che si dimostra crudamente reale ogni volta che la violenza emerge, lancinante e corporea (fino a insinuarsi efficacemente nella ricezione mentale del lettore), dalle plaghe di un paese sprofondato in un dimentico benessere. L’orrore e la violenza sono infatti cadenzate dalle note e dalle parole delle canzoni più in voga in quei primi anni ottanta, da Donatella di Donatella Rettore a Gioca jouer di Claudio Cecchetto, passando per Maledetta primavera.

Per concludere, è doveroso ricordare che di Benzina esiste anche un booktrailer realizzato da Simone Giusti con Alessandra Bareschino e Luca Micheletti nel ruolo dei protagonisti. Il breve video riesce a catapultarci immediatamente nell’atmosfera pulp del romanzo: vediamo i due personaggi che, in un desolato scenario industriale, salgono sulla 128 per poi partire sgommando verso nuove avventure e nuova violenza. L’io narrante e Louise si mettono in movimento in una erranza dominata dal caso e dalla violenza e così, tali e quali, li ritroviamo nell’efficace e avvincente narrazione allestita da Nicola Pera.

 

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