Olivier Tesquet – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 04 Aug 2026 20:00:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Si alza il vento / 4 – Zone di morte https://www.carmillaonline.com/2026/08/04/si-alza-il-vento-4-zone-di-morte/ Tue, 04 Aug 2026 20:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95923 di Maddalena Gretel Cammelli e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Recandomi in libreria o aprendo un giornale, trovo sconcertante che il termine fascismo ormai sia frequente più di qualsiasi altro per descrivere politici o partiti, al governo o in campagna elettorale. Dal 2016, con la Brexit e Trump I, e ancor più dal 2022 con Meloni e, poco dopo, con Trump II, è un continuo ritornare della discussione su se questo sia o meno fascismo, e se lo sia perché rivendica un’eredità simbolico-tematica, o per via dei vari decreti sicurezza, delle politiche migratorie, della repressione del dissenso, e altro.

[...]]]>
di Maddalena Gretel Cammelli e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)

Recandomi in libreria o aprendo un giornale, trovo sconcertante che il termine fascismo ormai sia frequente più di qualsiasi altro per descrivere politici o partiti, al governo o in campagna elettorale. Dal 2016, con la Brexit e Trump I, e ancor più dal 2022 con Meloni e, poco dopo, con Trump II, è un continuo ritornare della discussione su se questo sia o meno fascismo, e se lo sia perché rivendica un’eredità simbolico-tematica, o per via dei vari decreti sicurezza, delle politiche migratorie, della repressione del dissenso, e altro.

Non si contano più i contributi a tema “fascismo” usciti negli ultimi anni. I titoli sono troppi per riportarli tutti e la loro numerosità è direttamente proporzionale allo spettacolo di cui partecipano. Falasca Zamponi ha da tempo mostrato come, nel Fascismo storico, lo spettacolo di sé fosse parte integrante della macchina al cuore della fabbrica del potere di regime. Questo in una fase in cui, Benjamin docet, l’estetica era venuta ad occupare una parte sempre più consistente della politica o, per dirla con Hannah Arendt, dello “spazio fra” le persone. La possibilità di vedersi e rivedersi della folla ha facilitato il Fascismo storico nella sua ascesa e consolidamento, partecipando alla costruzione di una mitologia del sé che ancora oggi fa eco.

Entrando in libreria di questi tempi, e osservando i titoli, si rimane colpiti da quanto questa spettacolarizzazione ancora domini l’immaginario (e quindi le politiche editoriali). Se tutto è fascismo, allora ciò che non lo è come si chiama? Se tutto è fascismo, allora cosa distingue Meloni da Draghi? In termini di repressione del dissenso e leggi liberticide, infatti, giova ricordare che quest’ultimo ha ben poco da invidiare a Meloni, avendo direttamente tolto il diritto di manifestare, il diritto al lavoro, il diritto alla mobilità, solo per citare alcune espressioni del governo tecno-autoritario da lui presieduto e che nessuno (o pochi) hanno definito fascista.

Con ciò non intendo sminuire l’importanza delle permutazioni, delle forme pratiche e dei significati che assume oggi la presenza di forme fasciste in Europa (qui). Mi interessa piuttosto mettere in dubbio l’opportunità di usare il termine fascismo per definire i soli partiti di governi della destra o dell’estrema destra, come se nella politica parlamentare della sinistra ci fosse ancora un qualche antidoto. Su questo, Nancy Fraser ha fornito uno strumento analitico prezioso, quale la sua definizione di progressismo neoliberale, per descrivere proprio quelle componenti della sinistra che negli ultimi vent’anni hanno partecipato alla diffusione di infrastrutture che hanno consolidato frontiere, precariato, e così accentuato povertà e razzismo.

Al di là delle campagne elettorali e di chi siede al governo, dopo avere letto Il Mondo come progetto Manhattan di Royer è più facile cogliere la profondità del perché di fascismo sentiamo ancora parlare oggi, a oltre un secolo dal suo nascere. A monte dei suoi legami con questo o quel partito politico, la reale ascendenza di quel pensiero risiede nell’avere dato i lidi alla desiderabilità della morte, quella prodotta in modo sistematico dall’apparato tecnico-scientifico-industriale nel suo dispiegamento capitalistico sul mondo, sugli ecosistemi, sulle nostre vite e sulle vite degli altri.

Il fascismo è il figlio purosangue di un sistema che costruisce e dissemina distruzione e morte, eliminando il lutto e la socialità stessa legata alla morte. Fascismo diventa, dunque, l’aspirazione alla desiderabilità della morte nella violenza, con la pratica delle grandi commemorazioni funebri e con la nobilitazione del sacrificio individuale per l’astratta comunità, che rende la morte nella violenza non solo pensabile, ma desiderabile. Fascismo diventa così non un’idea fra altre, ma la idea che meglio condensa le necessità e le aspirazioni necropolitiche prodotte dal sistema stesso. Non è solo questione di reazioni alla lotta di classe e di difesa borghese, ma di come il capitalismo produce i propri stessi frutti di morte, rendendoli desiderabili.

La congiuntura storica che stiamo attraversando ha esposto tutti alle contraddizioni e alle criticità insite nel sistema mondiale di accumulazione. La morte è il principale elemento prodotto dal sistema attraverso il sacrificio di lavoratori, la messa al lavoro del tempo di vita, lo sfruttamento delle risorse energetiche del globo terrestre e la sistematica distruzione dell’ambiente naturale. Al tempo stesso, al centro delle preoccupazioni dei miliardiari libertarian della Silicon Valley c’è proprio la paura della morte biologica, la fuga dalla sua realtà. Che si tratti di Peter Thiel, di Elon Musk o degli altri loro sodali, non è scarno il numero di multi-milionari che stanno lavorando alacremente alla Quarta Rivoluzione Industriale anche con l’obiettivo di sconfiggere la morte – la loro, quantomeno, mentre quella degli altri continua a essere profittevolmente prodotta dalla necropolitica.

Dietro queste visioni apocalittiche, o tecno-fasciste, troviamo il riprodursi di gerarchie razziali dalle giustificazioni pseudo-biologiche, la volontà di fondare comunità chiuse e pure. Si cercano e si trovano luoghi in cui sottrarsi alla presa degli Stati, per edificare nuovi ordini sociali grazie a giurisdizioni speciali. Una genealogia dagli anni ’90 di questa forma esasperata di neoliberalismo è magistralmente documentata nel testo dello storico Quinn Slobodian, Il Capitalismo della Frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia (Einaudi 2023). Peter Thiel e i suoi amici libertarian della Silicon Valley sono qui inseriti in un contesto che dà il senso del loro percorso. Lo Stato qui non è qualcosa di cui impossessarsi, ma qualcosa da cui, negli ultimi quarant’anni, molti hanno cercato di sottrarsi, cercando luoghi in cui rendere possibile una secessione. Obiettivo: meno tasse, meno regole, meno obblighi. In due parole: svincolare il capitalismo dall’ancora democratica. Cominciando dalle Docklands di Londra, passando per Dubai, il Liechtenstein, le varie Zone Economiche Speciali in Asia – prima fra tutte Hong Kong, poi la città-Stato Singapore – e poi da quell’esempio le varie in Cina, per giungere infine nel regno virtuale del Metaverso. Il mondo che fotografa Slobodian è una gigantesca forma di emmental dove, negli ultimi vent’anni, le zone sottratte al controllo dello Stato si sono moltiplicate: «nel 1986 c’erano solo 176 zone a livello globale. Nel 2018 erano diventate 5400» (p. 113).

La zona svolge varie funzioni: si tratta di luoghi in cui non esistono diritti umani e non esistono costituzioni che regolamentano diritti e doveri dei cittadini. Le zone divengono la sperimentazione in cui mettere alla prova il fatto che «la libertà politica poteva in realtà erodere la libertà economica» (p. 12). Qui l’unica regola è il libero mercato, con l’idea che una minore democrazia può facilitare l’accumulo di ricchezze.

Il secessionismo e non il globalismo era il mantra dei libertarians di cui scrive Slobodian. Più Stati e zone ci sono, più c’è frammentazione, meno è possibile controllare tutto e, dunque, più è facile rendere alcune zone libere dalle imposizioni fiscali e statali, libere di sperimentare sistemi di regolamentazione con il solo fine dell’arricchimento. Dubai Inc. è forse uno degli esempi più noti, in cui non esistono cittadini e i lavoratori vengono prelevati al mattino e poi sono riportati e «rinchiusi in accampamenti nel deserto recintati col filo spinato per ridurre al minimo i rischi di fuga e il costo del mantenimento» (p. 204). Le zone che racconta Slobodian mostrano che la finanza non è un’entità astratta e fuori controllo, che è scoppiata poiché impossibile da governare. Al contrario, attraverso le zone, si sono creati business improvement districts (distretti di rivitalizzazione urbana) o paradisi fiscali, «si sono assegnati volontariamente a costruttori con agevolazioni fiscali interi quartieri e aree: la gentrificazione non è ciò che avviene quando il mercato viene lasciato libero. Avviene quando lo Stato lo prende per mano e lo guida» (p. 68).

Si tratta di territori strappati agli abitanti locali, che gli Stati hanno venduto a privati e che sono stati poi gestiti come aziende startup, da modello californiano, charter city: «città in connessione» (p. 218), luoghi in cui progettare una via d’uscita per i ricchi dalle morse dello Stato sociale. E, al tempo stesso, luoghi virtuali in cui fare prosperare nuova ricchezza ed espropriazione, come la Rete. Non si tratta di prendere il potere per sovvertire lo Stato, ma di svuotarne poco alla volta di senso le strutture, creando alternative. I libertarian californiani stanno facendo questo: mentre costruiscono infrastrutture da proporre ai governi, ricevendo fondi e sovvenzioni milionarie, «il loro scopo non era quello di usare una palla da demolizione contro lo Stato, ma di dirottarlo, smontarlo e ricostruirlo sotto il loro possesso privato» (p. 237). Il testo di Slobodian mostra chiaramente come queste zone siano state strumenti dello Stato, non una liberazione da esso, aiutandoci così a rimettere al centro i processi e i responsabili.

Lo storico canadese ha poi di recente pubblicato Muskismo. Una guida per perplessi (Einaudi 2026, con Ben Tarnoff), in cui il modello Silicon Valley viene messo ancor più sotto la lente per cogliere i meccanismi del suo funzionamento. Qui gli autori propongono di trovare in Elon Musk la figura esemplare di questa fase di accumulazione e ristrutturazione capitalistica: «Musk non è solo un uomo, ma l’avatar di una visione del mondo: il “muskismo”» (p. 5). L’ipotesi che avanzano è che, come il fordismo è stato il sistema operativo del XX secolo, il muskismo sia quello del XXI (p. 6).

Si tratta di un progetto di modernizzazione: «la sua promessa è quella della sovranità tramite la tecnologia» (ivi). La tecno-sovranità proposta dal muskismo punta alla costruzione di una comunità purificata, in cui sia tutelata «l’appartenenza culturale e genetica a un Occidente bianco ed europeo presidiato da una tecnologia superiore» (p. 6). Si delimita un interno e, come spesso in questi casi, si stabilisce chi non potrà accedervi.

Nel ripercorrere le principali tappe di vita di Musk, gli autori mostrano come egli si sia ogni volta arricchito grazie a sovvenzioni e investimenti dello Stato – fino all’ultimo obiettivo, quello di fondersi direttamente con lo Stato. L’interesse dell’opera di Slobodian e Tarnoff è di soffermarsi non tanto sull’uomo, quanto sulle «forze storiche che hanno plasmato le sue azioni» (p. 9).

Viene svelata in questo modo, nel muskismo, un’architettura che non si limita al controllo, ma costruisce pensiero e direzione attraverso tweet e bolle, portando sempre più in là la speculazione sull’immaginario. Marte non è un obiettivo reale ma, attraverso l’ossessione di Marte, Musk si è reso indispensabile alla NASA. Passando per Space X, Tesla, Doge e X, il testo mostra come l’apparato tecnologico sviluppato da Musk e dai suoi amici della Silicon Valley non stia partecipando all’erosione dello Stato ma, al contrario, sia lì per accrescerlo.

In conclusione, lo Slobodian aiuta a cogliere le continuità strutturali che ci hanno accompagnato negli ultimi trent’anni, mostrando come il neoliberalismo di questi libertarians sia venuto a nutrirsi di idee di purezza e gerarchia, sfruttamento e privilegio, e come al tempo stesso abbia goduto di appoggi e sovvenzioni giunti da governi di ogni schieramento. Che Musk o Thiel siano o meno fascisti è qualcosa di relativamente superfluo, e infatti è una questione che rimane al margine di questi testi (mentre invece viene teorizzata esplicitamente da altri autori, come in Apocalypse Nerd: comment le techno-fascists ont pris le pouvoir, ovvero “Apocalisse nerd: come i tecno-fascisti hanno preso il potere” di Nastasia Hadjadjie e Olivier Tesquet). Trovo che invece sia essenziale cogliere il peso che questi attori stanno avendo nell’attuale riconfigurazione di Stati e capitale e, non da ultimo, degli immaginari collettivi. Se c’è infatti qualcosa che caratterizza il Muskismo, è la forza e determinazione con cui riesce a colonizzare l’immaginario del futuro, intrappolando il pensiero e le idee all’interno della propria rete.

Ma davvero il nostro desiderio più grande è andare su Marte? Davvero non ambiamo ad altro che a partecipare a collettivi cyborg che nutrono le AI, o a passare le giornate davanti a videogiochi che simulano guerre e droni? Uno degli elementi più profondi del fascismo era la sua volontà di costruire un uomo nuovo, e agire così nella profondità dei desideri e delle ambizioni delle persone: desiderare la morte, il sacrificio, l’obbedienza e la gerarchia. Un ordine sociale organizzato attorno a una visione definita di natura, bene e male. Oggi, sconfiggere il fascismo che attornia le nostre quotidianità non significa limitarsi a denunciare le continuità simboliche e familistiche di alcuni esponenti di partiti e governi. Abbiamo alle spalle un secolo di esperienza, di lotte e di analisi che hanno mostrato la profonda imbricazione di fascismo e capitalismo, l’impossibilità di liberarsi di uno senza liberarsi dell’altro.

Riconnettiamoci al nostro istinto di vita, all’ambiente che vediamo attorno e di cui siamo espressione, alla bellezza del tatto, dei profumi, degli odori. Il mondo digitale in cui vogliono intrappolarci non può nutrire l’esigenza profonda che abbiamo di bellezza e di poesia, di luce e di carezze. Il tatto e l’odorato sono sensi estromessi dalla bolla dell’AI, che non può sentire, odorare, toccare. Ripartire da lì può forse essere un modo per riconnetterci, tra persone e sensazioni, in modo reale e non virtuale, per immaginare insieme un futuro che parta da noi, libero da gerarchie, dominio, sfruttamento. È una grande opera collettiva, ma toccherà partire dal sé.

]]>