Niccolò Ammaniti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 02 Mar 2026 22:55:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Un sentiero per la salvezza https://www.carmillaonline.com/2024/01/29/un-sentiero-per-la-salvezza/ Mon, 29 Jan 2024 21:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80953 di Paolo Lago

Gabriele Belletti, Tok, Zest Edizioni sostenibili, 2023, pp. 159, euro 14,00.

Il poemetto Tok di Gabriele Belletti (che si presenta, grazie alla traduzione inglese di Pasquale Verdicchio, in una versione bilingue) è il primo volume che esce per “Zest edizioni sostenibili”, un marchio guidato da Antonia Santopietro la quale da diversi anni porta avanti, col sito “Zest Letteratura sostenibile”, da lei curato, un progetto di studio e di analisi delle tematiche ambientali ed ecologiche applicate alla letteratura. Tok è infatti un’opera in cui tali tematiche rivestono un’importanza fondamentale, fin dal titolo. Come leggiamo in una nota dell’autore, la [...]]]> di Paolo Lago

Gabriele Belletti, Tok, Zest Edizioni sostenibili, 2023, pp. 159, euro 14,00.

Il poemetto Tok di Gabriele Belletti (che si presenta, grazie alla traduzione inglese di Pasquale Verdicchio, in una versione bilingue) è il primo volume che esce per “Zest edizioni sostenibili”, un marchio guidato da Antonia Santopietro la quale da diversi anni porta avanti, col sito “Zest Letteratura sostenibile”, da lei curato, un progetto di studio e di analisi delle tematiche ambientali ed ecologiche applicate alla letteratura. Tok è infatti un’opera in cui tali tematiche rivestono un’importanza fondamentale, fin dal titolo. Come leggiamo in una nota dell’autore, la parola “tok”, per i Kaluli, indigeni della Papua Nuova Guinea, significa “sentiero”, “accesso” fino ad assumere il senso più esteso di “mappa”. Un sentiero che può rappresentare una via di salvezza per la società contemporanea, rappresa nelle dinamiche di una quotidianità basata su ripetitivi rituali imposti dal capitale e in cui gli individui trascorrono la propria esistenza in “altissimi palazzi” non conoscendo nulla della dimensione del “fuori”. Una società in cui “le proiezioni delle cose / sono diventate le cose” e in cui “si vive / di pulsanti / e contatori”. Dentro “l’appartamento parco” è rinchiuso anche il bambino che “non sa ancora” che in una dimensione lontana “già lo attende / una foresta”. Il poemetto racconta infatti il viaggio di uscita di un bambino dalla “Città-mondo”, un ambiente fatto di cemento, verso l’universo della foresta, in cui la natura pare magicamente essere sopravvissuta agli scempi della società capitalistica che, come un abulico zombie, non fa altro che devastare qualsiasi elemento naturale – alberi, piante, prati e animali – che ostacola la sua meccanica e cinica crescita.

I primi momenti del poemetto mettono in scena un universo fatto di palazzoni, cemento, apparenze, un vero e proprio “carcere della terrestrità” – per utilizzare il titolo di una bella raccolta di poesie di Francesca Fiorentin del 2021, alcune delle quali rappresentano questo stesso mondo alienato1 – dal quale si deve ‘evadere’ per ritrovare finalmente la dimensione del “fuori”. Non è un caso che Gabriele Belletti scelga un bambino come alfiere di questa possibile liberazione: chi, infatti, meglio di lui, può muovere verso una nuova e libera rinascita? D’altra parte, si può ricordare anche come la figura del bambino rappresenti, in diversa narrativa ecodistopica italiana contemporanea, l’incarnazione di una possibilità di salvezza e rinascita. Si può pensare, allora, a Bambini bonsai (2010) di Paolo Zanotti, in cui in una Genova del futuro, connotata dal cambiamento climatico e da una cementificazione senza precedenti, sono proprio i bambini, nel momento in cui gli adulti si rinchiudono in casa impauriti dalla “stagione delle piogge”, ad uscire per esplorare il mondo cercando una via di fuga dalla devastazione. Ricordiamo anche Anna (2015) di Niccolò Ammaniti, in cui a muovere verso il “fuori”, sfidando le distruzioni provocate da un’epidemia che uccide solo gli adulti, sono Anna e il suo fratellino Astor o il più recente racconto dal titolo La fiaba di Miriam, inserito nella raccolta Quando qui sarà tornato il mare (2020) del collettivo Moira Dal Sito, in cui la piccola Miriam riesce ad incontrare un lembo di territorio sopravvissuto a un disastro ambientale ed esistenziale.

Anche in Tok è presente una diffusa deriva esistenziale e la figura del bambino può quindi incarnare un frammento di resistenza che potrebbe estendersi ed allargarsi. Non per la sua ‘innocenza’ – credo – ma, anzi, per la sua maggiore consapevolezza e sensibilità. Donna Haraway, nel saggio Chtulucene. Sopravvivere su un mondo infetto, affida proprio a una generazione di “bambine del Compost”, le “Camille”, la possibilità di una rinascita anche esistenziale e culturale. Secondo la studiosa, è necessario generare continue connessioni e “parentele” per poter continuare a sopravvivere su un pianeta infestato dalla spinta distruttiva del “Capitalocene”2. Anche nella raccolta di Belletti è possibile incontrare un’aspirazione a una nuova “interconnessione” tra esseri viventi. Come scrive Pasquale Verdicchio nell’introduzione (un’altra introduzione al testo è firmata da Serenella Iovino), “Tok suggerisce che la guarigione può dipendere dalla ricerca o dall’elaborazione di un «linguaggio» comune, un percorso comune che poggia sulla conoscenza dell’interconnessione di tutti gli esseri, il riconoscimento di ciò che Thich Nhat Hanh ha chiamato «interbeing» («inter-essere»)”. Il bambino inizia quindi la sua erranza verso il “verde partigiano”, verso la possibilità di una “rivoluzione”, per poter raggiungere una nuova forma di connessione con gli altri esseri viventi, animali e vegetali. Raggiunge il bosco e “un maestoso vegetale / in mezzo al bosco / è il punto cardinale. / La sua chioma è madre / di un’ombra espansa / – una timida corona. Un’isola piena / di aria antica”. Il grande albero è significativamente definito “isola piena di aria antica” come se si trattasse, proprio come un’isola, di uno spazio nettamente separato da tutto ciò che lo circonda. In esso c’è un’“aria antica”, un’atmosfera che rimanda ad un mondo precedente alle devastazioni contemporanee. Dall’albero si leva il canto di un uccello e, sembra, proprio grazie ad esso si crea una nuova interconnessione fra le creature (“Trasporta una canzone / – fa quello che si deve – unisce le creature / le fa ascoltare insieme”): alberi grandi come isole, sulla cui canopia si poteva incontrare un affascinante mondo sconosciuto, ce li aveva raccontati anche Richard Powers nel suo romanzo Il sussurro del mondo (The Overstory, 2019). Alberi che erano capaci di entrare in connessione fra di loro e parlarsi, in una eterna e continua lotta di resistenza. Da una parte c’è la spazialità della foresta, fatta di alberi in connessione e sinergia fra di loro, dall’altra, invece, lo spazio cementificato della città, in cui si elevano i palazzi che rappresentano il trionfo dell’individualità e dell’individualismo, ‘carceri’ nelle quali si trascorre la vita in preda alla solitudine e all’alienazione.

Il viaggio del bambino è scandito da un incedere ritmico e sonoro che Belletti rende con sicura maestria ricalcando la sintassi lenta e spezzata tipica delle canzoni popolari: “Il ritmo è già nel cuore / – distillato – / pulsa e ripete / il suo semplice dettato. – Torna al luogo / dove il colore è colore / dove il pavimento è prato”. Le pause, le anafore, lo stile cantilenante conferiscono al testo un andamento da racconto popolare che ci può far venire in mente i versi di Peter Handke dal titolo Elogio dell’infanzia (connotati dall’intercalare “quando il bambino era bambino”) che Wim Wenders ha inserito nel suo film Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin, 1987). Il movimento di erranza del bambino protagonista di Tok si srotola in un universo devastato, in cui la distopia sembra appartenere già al presente: “Fuori / il bambino sùbito si perde / – tra scheletri di paesaggi scomparsi, / mutili fossili / di fuggiti passi. / Vaga / tra cumuli di polveri / di scordate epoche”. Al pari dei “bambini bonsai” di Zanotti, di Anna di Ammaniti, del ragazzino che insieme al padre percorre le strade post-apocalittiche degli Stati Uniti in La strada (The Road, 2006) di Cormac McCarthy, si trova inserito in un universo di devastazione. Lo scenario eco-distopico e post-apocalittico descritto da Belletti è però già qui, è la nostra contemporaneità devastata dal tecnocapitalismo avanzato. Forse non ce ne siamo nemmeno accorti, ma la distopia la stiamo già vivendo. La dimensione post-apocalittica che avvolge il poemetto è stata rilevata anche da Serenella Iovino nella sua introduzione: la studiosa scrive infatti che “un diluvio c’è già stato. Un diluvio di cemento e dimenticanza, di lontananza e solitudine” forse riferendosi al “diluvio” (cioè, fuor di metafora, una pandemia globale) che ha devastato la società del futuro raccontata da Margaret Atwood in L’anno del diluvio (The Year of the Flood, 2009). Gli spazi verdi ormai ricoperti di cemento, dove si vive lontani e in solitudine, è già una dimensione post-apocalittica che tutti abbiamo sotto gli occhi nella nostra contemporaneità.

Nella seconda parte della raccolta, intitolata Cantica dei cerchi, sono gli stessi alberi a prendere la parola. Uno di essi dice che “dell’antico prato / avevano fatto un parcheggio. / Mi avevano graziato / per essere albero / prediletto / di un poeta morto ammazzato”. Insieme ad altri alberi superstiti – afferma – “scambiavamo / il nostro ricordo paesaggio / rinnegavamo i fabbricati che con desideri altissimi / imprigionavano / tutti”. Chissà se in quel “poeta morto ammazzato” vi è un riferimento all’assassinio di Pasolini; certo è che la chiusa del poemetto, come vedremo, è affidata a dei versi in friulano del poeta, scrittore e regista ucciso all’Idroscalo di Ostia nel 1975. E poi quando l’autore descrive il prato trasformato in parcheggio ci viene in mente quello che Pasolini scrive ne Il pianto della scavatrice (Le ceneri di Gramsci, 1957): “[…] Piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa / cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore”3. D’altra parte, l’andamento sintattico della versificazione, in cui alcune volte risuona un rintocco grazie alla presenza della rima, può ricordare, per certi aspetti, lo stile pasoliniano presente nelle Ceneri (si legga, ad esempio, da Tok: “Lontano, si elevava / la Città-Mondo / e il deserto / si faceva / latifondo”). Quell’apocalisse descritta da Belletti pare essere cominciata, almeno in Italia, già negli anni Cinquanta, quando si distruggevano prati e boschi per erigere palazzi di cemento tutti uguali, allineati come impietriti zombie silenziosi. Il bosco nel quale si perde il sentiero percorso si contrappone, come già notato, alla cieca edilizia avanzante creatrice di quella “Città-Mondo” che è “sbiadita prigione”. L’incedere del bambino è accompagnato dall’accendersi di tante lucciole (della cui “scomparsa”, metaforicamente, aveva scritto sempre Pasolini) che si muovono incessantemente – quasi come in un film di Miyazaki – foriere di una nuova incantata e magica dimensione. Una dimensione che appartiene fortemente alla terra – come suggeriscono, a guisa di suggello, due versi di Pasolini in friulano appartenenti a La meglio gioventù (1954) che, come già notato, chiudono il poemetto – e che sta a noi riuscire a riscoprire. Contro future e peggiori distopie e apocalissi, contro lo zombie dominio capitalista che sta distruggendo il mondo e la natura.


  1. Cfr. F. Fiorentin, Carcere della terrestrità, Macabor, Francavilla Marittima, 2021. 

  2. Cfr. D. Haraway, Chtulucene. Sopravvivere su un mondo infetto, trad. it. di C. Durastanti e C. Ciccioni, nero, Roma, 2020, pp. 143 e seguenti. 

  3. P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. 1, a cura di W. Siti, Mondadori, Milano, 2003, p. 848. 

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Divine Divane Visioni (Novissime) – 84 https://www.carmillaonline.com/2022/06/30/le-novissime-divine-divane-visioni-film-e-serie-recenti-viste-da-dziga-cacace/ Thu, 30 Jun 2022 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72420 di Dziga Cacace 

Zitto!  La smetta con quel mandolino altrimenti ci cacciano, sssh! (Filini a Fantozzi)

1936 – Una famiglia vincente – King Richard di Reinaldo Marcus Green, USA 2021 Filmone agiografico che racconta la storia del papà delle ubertenniste sorelle Williams, della sua caparbietà e infine del suo successo. Tutto sommato ben costruito e ritmato, è per forza di cose prevedibile, un po’ perché la realtà la conosciamo tutti, un po’ perché gli snodi sono quelli classici di ogni narrazione di questo tipo con i temi di caparbietà e successo che [...]]]> di Dziga Cacace 

Zitto!  La smetta con quel mandolino altrimenti ci cacciano, sssh! (Filini a Fantozzi)

1936 – Una famiglia vincente – King Richard di Reinaldo Marcus Green, USA 2021
Filmone agiografico che racconta la storia del papà delle ubertenniste sorelle Williams, della sua caparbietà e infine del suo successo. Tutto sommato ben costruito e ritmato, è per forza di cose prevedibile, un po’ perché la realtà la conosciamo tutti, un po’ perché gli snodi sono quelli classici di ogni narrazione di questo tipo con i temi di caparbietà e successo che tanto piacciono agli americani: la determinazione e il rigare dritto portano indubitabilmente all’affermazione del talento. Venus e Serena Williams sono state produttrici esecutive e sebbene non si tratti di un documentario la sensazione talvolta è quella. Alla fin fine non mi pare un gran film ma il pubblico, più della critica, ha apprezzato (io ovviamente mi metto nella categoria dei guitti). Salto in avanti di due settimane dalla mia visione in sala e Will Smith vince il premio Oscar come migliore attore per questa sua prestazione edificante, condendola con un ceffone – un dritto in top spin, per rimanere in ambito tennistico – al comico Chris Rock in risposta primordiale a una battuta infelice su sua moglie Jada Pinkett. Che dire? Ma niente, dài. (Cinema Orizzonte, Milano, 12/3/22)

1938 – I fichissimi di Carlo Vanzina, Italia 1981
Mi tolgo uno sfizio. Ci son critici che non han mai visto un film di Murnau e c’è il Cacace che mai ha visto I fichissimi, lo ammetto dolorosamente. E com’è? Una bella cacatina che però ha un sapore casereccio, di tempi semplici e si fa vedere con sapore archeologico. La storia è poco più di un canovaccio basato su Romeo e Giulietta, con la rivalità metropolitana tra milanesi e immigrati e di mezzo una ragazza, Giulietta, appunto, che s’innamora di Romeo, Jerry Calà, ed è sorella di Felice, Diego Abatantuono. Definire la comicità di grana grossa è quasi riduttivo: Calà si affida a iperboli linguistiche che forse per l’epoca erano innovative ma che non stupiscono mai granché. Abatantuono invece dà il meglio con la sua parlata da terrunciello che qualche risata la strappa, un delirio linguistico dove si mescolano alto e basso, citazioni colte e strafalcioni inimmaginabili che avrebbero trovato la consacrazione definitiva col successivo (quello sì un masterpiece) Eccezzziunale… veramente. Milano era un’altra città e questo è forse uno dei motivi più interessanti del film, come la rappresentazione di un’Italia scalcagnata prima della sbornia degli anni Ottanta, ancora povera, divisa esplicitamente in classi. Non che oggi ci sia una stratificazione diversa, ma è dissimulata da tutti mentre allora era esplicita e condivisa, dal basso quasi con orgoglio. Nella vicenda ci sono naturalmente i froci (il fratello di Abatantuono, definito “ibrido”), l’avvocato paralitico e strabico e le donne sono intese come prede (“gallinelle”) ma processare tempi e linguaggi diversi mi sembra un esercizio un po’ carognesco e molto ipocrita. E vabbeh. In un finale caotico si riesce a far decidere a Calà di disonorare Giulietta pur di poterla sposare: d’accordo che siamo nella farsaccia, ma nel 1981 si faceva ancora ricorso a questi escamotage pensando che fossero credibili? Mah! I fichissimi fa quasi tenerezza, con protagonisti che non sono comunque ricchi, belli o eroici ma che lottano contro una società di gente attempata, rivendicando il loro diritto alla felicità. Detta così sembra che si stia parlando di un’opera con un senso altissimo, ma poi l’impressione è che il film sia stato scritto e girato in due settimane e che certo cinema d’epoca anticipasse quella che poi sarebbe diventata la tivù (solo 2 anni dopo, il Drive In). Una comicità veloce e ricca di tormentoni, in qualche maniera antagonista di quella dei padri, più pomposa e, seppure tecnicamente inappuntabile, antica. Spulciando su Internet scopro che il film costò una miseria per arrivare poi a incassare una decina di miliardi di lire, preceduto nella classifica dei film della stagione da titoli come Innamorato pazzo, Il marchese del Grillo, Il tempo delle mele, Culo e camicia, I predatori dell’Arca perduta, Nessuno è perfetto, Eccezzziunale… veramente, Excalibur, Fracchia la belva umana. (Dvd, 16/3/22)

1939 – Succession Season 2 & 3 di Jesse Armstrong, USA 2019
A solo poco più di un mese dalla visione della prima stagione ci metto un po’ a ingranare perché c’è un intrico di nomi e mosse finanziarie e politiche che, in inglese stretto e stante il mio ottundimento, rende tutto difficoltoso. Ma Succession decolla ancora, talvolta sfiora il ridicolo quando scade nel grottesco, eppure regge e inanella scene eccezionali. Come quella del primogenito dei Roy, Connor, il megalomane che vuole diventare presidente degli Stati Uniti, che al funerale di uno zio molestatore legge un’eulologia imbarazzante scritta dalla fidanzata aspirante commediografa (ed ex escort). Poi c’è il più piccolo degli eredi, Roman, impotente, onanista e bipolare che rivela insospettabili capacità professionali dopo diversi disastri. E c’è anche la sorella Shiv, strategista politica rosa da gelosie e ambizioni, accompagnata al marito imbecille Tom, dall’eloquio ricercatissimo e succube di un rapporto insensato col cugino idiota Greg. Uno spasso dove emergono la figura gigantesca del capofamiglia Roy e del tormentatissimo figliol prodigo Kendall, schiavo di polveri e sensi di colpa. Insomma un bazar familiare impressionate e gustosissimo che prospera grazie ad attori eccezionali con in bocca dialoghi superbi, curati al dettaglio infinitesimale, tra interiezioni umorali e battute laceranti. Nell’ultima serie il gioco di alleanze e ricatti assume proporzioni inimmaginabili e si consuma l’ennesimo impensabile tradimento. Ma c’è ancora una quarta serie in arrivo e chissà chi la spunterà. (Sky, marzo 2022)

1940 – One Day One Day di Olmo Parenti & co., Italia 2021
Olmo Parenti e i suoi soci (Marco Zannoni, Matteo Keffer e Giacomo Ostini) non hanno neanche trent’anni e arrivano da studi diversi; hanno l’energia dell’età e le idee chiare su cosa raccontare e seguono uno dei principi cardine di Werner Herzog: prendi e vai, un film non è questione di tecnica o di attrezzature, ma di idee e volontà. E così, vivendo per un anno fianco a fianco dei braccianti extracomunitari di Borgo Mezzanone vicino a Foggia ci viene raccontata l’esistenza coraggiosa di chi ci porta in tavola la frutta e la verdura lavorando a salari da schiavitù. Una vita lontana dalla famiglia, col conforto delle telefonate a casa, della musica, della cura personale, ma dimenticati dallo Stato, senza documenti e diritti, abbandonati in una shanty town che fa notizia solo se scoppia un incendio o ci scappa il morto. Detta così – da me, male – potrebbe essere il consueto atto d’accusa, un film frignone e in qualche maniera deresponsabilizzante. Ma invece si vola alto perché il ritratto intimo dei protagonisti e la cinematografia, che sa essere lirica senza indugiare in un’estetica del disagio, rendono One Day One Day un documentario unico, entusiasmante, senza alcuna menata ideologica o dito puntato, senza strillate o piagnistei: vedi la vita di questa gente così com’è e ti rendi conto anche di tanta ipocrisia cinematografica che trasforma le disgrazie altrui in una sorta di giustificazione propria, come se potesse bastare la denuncia bella infiocchettata. Olmo & company – dopo essersi prodotti il film con pochissimi soldi e tanto lavoro – hanno cercato invano una distribuzione ma in questo paese a nessuno piace non lasciare il proprio timbro e con poco da guadagnarci: un film così è la dimostrazione plastica di come ci sia un blocco culturale e produttivo nei confronti di giovani pieni di energia che vogliono uscire dai percorsi soliti, dalle terrazze degli aperitivi, dalle cordate amicali che escludono tutti gli altri. E ci sono riusciti: visto che non si trovavano sbocchi hanno portato il film nelle scuole conoscendo un successo immediato (e non è un film facile all’inizio, per quanto alla fine immensamente soddisfacente) tanto che poi un distributore coraggioso s’è trovato e presto – si spera – One Day One Day lo vedrete su qualche piattaforma. Ma questi ragazzi hanno fatto tutto senza rivendicazioni, rimpianti o accuse: hanno semplicemente usato i social come sa fare chi ha la loro età e annunciato che il documentario era vietato ai maggiori di 18 anni, visto che i “grandi” non gli permettevano di avere una vita distributiva propria regolare. E io sono felice e son sicuro che arriveranno altri film perché qui, in One Day One Day, c’è la vita, magari misera ma dignitosa, e di opere così ne abbiamo tutti un gran bisogno. (Marzo 2022)
P.s.: Not everything is Black, primo documentario di Parenti, è su Amazon Prime: date un senso a quell’abbonamento e vedete come dalle semplici idee possano scaturire grandi film.

1941 – La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, Norvegia 2021
A me per godere di un film certe volte basta un sorriso, un tocco delicato, una canzone che irrompe dalla colonna sonora. Questo film ha tante qualità, forse anche dei difetti, ma mi ha talmente conquistato il ritratto di Julie che non starò a sindacare. Julie (Renata Reinsve) è una magnifica ragazza irrisolta che – divisa tra due uomini – prova a capire cosa le riserverà la vita. Quale lavoro? Quale ruolo? Madre, compagna, amica? Una boccata d’aria per uscire dagli schemi americani o italiani: bello, coi tempi giusti, vitale, con idee di montaggio ed evasione fantastica inaspettate. E poi una buona fattura generale, con attori azzeccati e partecipi. Candidato agli Oscar stranieri 2022 (premio poi vinto da Drive My Car), mi è piaciuto, mi ha intenerito. (Sky, 2/4/22)

1942 – Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, Usa 2022
Dopo la pandemia e il blackout seguente non era ancora capitata l’occasione. Colgo la palla al balzo e costringo la famiglia tutta a un film assieme, finalmente in sala, senza considerare che le figlie sono cresciute, hanno sviluppato un gusto loro e andare al cinema col papà è un supplizio e non più il piacere d’una volta. Infatti si annoiano, abituati ad altri tempi e ritmi. Io invece il film l’ho trovato bello, affettuoso e positivo ma ammetto che avrei apprezzato ancora di più se Anderson avesse lavorato di forbici e sintesi, perché anche a me, alla fin fine, l’accumulo ha un po’ stancato. Ma detto questo ci sta pure che questo ritratto dell’adolescenza (o perlomeno della gioventù) sia così: una vita esagerata, senza rete, senza particolare razionalità ma anzi con un po’ di stupidera collettiva, però con entusiasmo, generosità e ingenuità e soprattutto senza paura, con nulla che possa fermare la corsa dei protagonisti, una corsa che alla fine, finalmente, li porterà a collidere. Negli USA di inizio anni Settanta, tra nuove mode e crisi del petrolio, il liceale Gary si innamora della venticinquenne Alana, senza preoccuparsi della differenza d’età. Gli attori sono bravi e con facce interessanti e tutta la ricostruzione d’epoca, la musica e la fotografia sono eccellenti e alcune scene rimangono impresse, magari quelle minimali dove c’è un’intuizione che – sbam! – ti restituisce quelle emozioni perse crescendo. Come quando Gary e Alana si sfiorano le dita distesi su un materasso ad acqua, galleggiando in una sorta di liquido amniotico. Nel film c’è un mondo di giovani, praticamente una banda, che è in perenne movimento, lavorativo, affettivo, economico, senza freni e senza paure. Ogni occasione va presa, divincolandosi e oltrepassando le convenzioni della generazione dei vecchi, con ritmi antichi, grotteschi o semplicemente passati. C’è qualcosa che ricorda il free cinema o Hal Ashby, quella magnifica onestà dell’essere ragazzi e di vivere in libertà e di questi tempi non è assolutamente poco. Sofia ed Elena sono uscite dal cinema abbastanza incazzate perché si fermano su particolari inessenziali ma mancano la big picture. Vabbeh, cresceranno. (Cinema Ducale, Milano, 3/4/22)

1945 – Anna di Niccolò Ammaniti, Italia 2021
Dopo un’epidemia globale che ha colpito solo gli adulti è rimasto un mondo di bambini abbandonati a loro stessi: Ammaniti coglie nel segno di nuovo, dopo Il miracolo, e costruisce un universo folle credibile, crudele, spietato, disturbante, coloratissimo e spesso poetico, convincente fin dai titoli di testa. E tutto in anticipo sulla pandemia reale scoppiata mentre si girava la serie. Riaffiorano certi temi e manie dello scrittore: gli animali, i rapporti di forza, il cibo confezionato, ma ha tutto un lirismo coerente e un impatto visivo clamoroso. Location siciliana inedita, lontana dal cartolinismo televisivo delle fiction italiane abituali, e cast azzeccato con bambini e adolescenti diretti benissimo. Che bello. (Sky, aprile 2022)

1946 – Jimmy Savile: A British Horror Story di Rowan Deacon, Gran Bretagna 2022
Jimmy Savile, personaggio onnipresente per oltre 40 anni sulla televisione britannica, era una star incontrastata e grottesca dedita alla beneficenza e anche a diversi vizi innominabili. Molti sospettavano, molti sapevano, moltissimi vivevano in trance seguendo le gesta di questo pagliaccio orrendo, pedofilo e stupratore e impunito fino alla morte. Confezione documentaria ricchissima e impeccabile, costruzione intrigante, forse finale un po’ troppo veloce, come se si avesse ancora pudore a far vedere l’inganno in cui è cascata una nazione intera che fa ancora fatica a riconoscere l’errore. Comunque bello e terrificante, montato bene e narrato con onestà, sbattendoci in faccia l’equivoco televisivo tra persona e personaggio. (Netflix, aprile 2022)

1397 – Ozark Season 4, part 2 di Bill Dubuque e Mark Williams, USA 2022
Poco da aggiungere rispetto a quanto scritto in precedenza (qui). Ozark è (stata) una serie con tutti i difetti e pregi (effimeri) della nuova serialità. L’ho subita e ora, all’ultima stagione, la vivo con sentimenti altalenanti. Se penso a Breaking Bad, là c’era una coralità coerente, un universo risolto, dove tutto quello che veniva toccato narrativamente aveva un suo senso nell’affresco generale. Sapevamo perché era lì, da dove arrivava, come sarebbe finita (c’era una finalità). Qui in Ozark invece sembra tutto casuale e in molti casi lo è: entrano ed escono personaggi secondo convenienza effettistica. Tutte le attività della famiglia Byrde (economiche, politiche, diplomatiche, affettive etc.) durano lo spazio di una breve costruzione fino al colpo di scena e al prossimo giro, dimenticando conseguenze e destini. Ogni serie insomma pare ripartire da capo, senza uno svolgimento complessivo coerente. Poi ovviamente lo svolgimento è divertente (diverte proprio, nel senso che ti fa spostare lo sguardo, ti inganna facendoti distrarre), gli attori sono molto bravi, la fotografia è interessante (luci fredde fino all’acidità, senza colori caldi). Ma io rimpiango – per dire – tutto l’affresco delle prime due stagioni del mondo southern, pian piano perso per quanto il sud sia ancora il luogo dove tutto si svolge. Quei riti, quella signorilità antica mescolata a una certa rozzezza, la fede, il white thrash, l’etica redneck… tutto smarrito nella virata verso Narcos. Tant’è la serie ha tenuto comunque bene ma, ripeto, l’impressione è che si sia alzata l’asticella sempre, sfiorando il ridicolo e giocando apertamente con l’implausibile, purché lo spettacolo reggesse. Così si fanno gli ascolti, certo, ma non la storia, eh no. Il rush finale è abbastanza emblematico e tutto sommato ben concertato seppure nella consueta economia che quando conviene fa saltare passaggi e sviluppi, rendendo all’improvviso semplice e immediato quello che pareva insormontabile (del resto basta dire: “risolto!” e nella finzione è… risolto!). Rimane aperta una possibilità di riapertura delle vicende future dei Byrde e in qualche maniera si chiude esplicitando quello che era intuibile sottotraccia fin dall’inizio ma si faceva fatica a dire: tutti i personaggi con una coscienza e una dirittura morale vengono fatti secchi e trionfano il male, il familismo amorale e le connivenze. Un sussulto finale che che non illumina retrospettivamente quanto visto finora ma dà un minimo di nobiltà a una serie che del cinismo era interprete in tutti i sensi. (Netflix, maggio 2022)

1398 – Tromperie – Inganno di Arnaud Desplechin, Francia 2021
Il film ce lo hanno caldamente consigliato i miei genitori e io mi fido di una presentazione di MyMovies che parla di “film che dovremmo pregare di vedere. Luminoso e galvanizzante”. E non mi sfiora l’idea di dare un’occhiatina, chessò, a Rotten Tomatoes dove un 40% di consenso avrebbe dovuto farmi venire qualche dubbio (non che il sito sia le Tavole della Legge, però un’ideuzza te la fai). Vedendo il film ho poi pensato a quando si diceva “tua suora” o “tua Prinz verde”, passandosi la sfiga. Chi vede ‘sto film si fa passare la scalogna consigliandolo a qualcuno, se no non si spiega, perché Tromperie è una fetecchia delle peggiori, le fetecchie presuntuose, supponenti, compiaciute, che puntano altissimo e crollano miseramente. E che ovviamente convogliano l’apprezzamento di tutto il carrozzone critico che – non bastassero i cineasti cani – sfoga la propria frustrazione sugli spettatori mettendoli in soggezione e mandandoli poi a vedere film come questi, supposte pellicole d’autore, in realtà solo dolorosissime supposte. Tromperie o Inganno tiene fede al suo titolo e trascina lo spettatore in un tour de force dialogico sfiancante e poco riuscito, senza fascino, senza particolari intuizioni. Inganna perché è come una raffica di sberle e tu rimani frastornato. La base drammaturgica è fornita da Philip Roth, dal suo romanzo Deception (che mi mancava e che da adesso mi mancherà per sempre), di cui l’autore è anche protagonista. Si racconta del suo rapporto con una amante inglese, relazione alla base a sua volta per il romanzo nel romanzo (o nel film), in una masturbazione intellettualoide esasperante, di quelle che ti esulcerano e ti spossano. Io ho capito che avevamo preso il pacco dopo neanche 30 secondi. E pacco di quelli super. Per cominciare Roth ha la faccia di Denis Podalydès, già protagonista del funesto Imprevisti digitali. Veste i panni di Roth (vero o finto non mi importa, diciamo i panni di uno scrittore intelligente e affascinante) ed è credibile nella parte quanto un Lino Banfi. Inoltre ha le mani più brutte del creato, con le dita tozze e le unghie da bambino, e visto in questi due ultimi film francesi per me adesso ha il rating più scarso di sempre. La donna inglese con cui si trastulla con arzigogoli mentali è Léa Seydoux, pure lei credibile come inglese quanto una ugandese a interpretare una lappone. E non aiutano a dar retta al rapporto tra i due i dialoghi spezzettati, con ciance che si vogliono filosofiche e cazzeggi con pretese di poesia e profondità, sicuramente sensati su carta ma qui disidratati e coreografati in una messa in scena che vorrebbe essere ardita ma risulta solo vuota, neanche fotografata particolarmente bene, e piagata o da montaggi in asse che fanno moderno o, quando si vuole andare sul classico, da campi e controcampi con spesso palesi deficit di continuità. Ora: il regista, con una decina di film all’attivo, sarà mica un cretino, no? Boh: io volevo scappare e in quasi 50 anni di cinema m’è successo forse due tre volte. Perché era evidente subito che non si sarebbe andato a parare da nessuna parte (e sì che la confusione tra autore e protagonista era un bel tema – e lo si affronta veramente negli ultimi 10 minuti – così come il tema dell’ebraismo, sfiorato neanche male, ma solo sfiorato. Come in generale tutto il dualismo pubblico/privato, reale/romanzesco). Per il resto si cincischia, invece, si fa della poesia da strapazzo, si giochicchia con i temi cari a Roth (ma Roth lo può fare, non tu che adatti Roth!) e il risultato è una ciofeca sciagurata anche perché pretenziosa oltre ogni dire, col regista che ti dà di gomito facendo dire alla Seydoux che anni prima aveva i capelli blu. Capito? Ti faccio l’occhiolino, ti compiaccio dicendoti che era lei ne La vie d’Adele. Unico sussulto quando sullo schermo irrompe Rebecca Marder che è Valentina Cervi 20 anni fa, incredibile, veramente identica. Però, ecco: è il sussulto che può avere un rimbambito come me ed evidentemente mio padre che sarà stato conquistato anche dalla generosa e inutile capezzolata della Seydoux a inizio film. Quanto sarà costato un film così? Qualche milioncino di sicuro e io mi chiedo: ma chi sgancia i soldi – produttori, consorzi, commissioni etc. – quando vede poi questa roba, rimane allo stesso posto? Non viene giubilato con peci e piume e magari anche nerbate con bambù fresco? Io mi chiedo come si faccia, veramente. Son troppo vecchio per tollerare ancora il cinema cagone da festival, compiaciuto e compiacente con i criticonzi che poi scrivono recensioni imbellettate. E mio padre me la pagherà cara. (Cinema Ariosto, Milano, 8/5/22)

1400 – La svolta di Riccardo Antonaroli, Italia 2002
Veloce, pulito, ben fotografato, ben recitato, con diverse ideuzze e una trama ben gestita. Un piccolo film con pochi difetti (il sonoro, forse… tra romanesco rubato e raccolta bassissima dopo un po’ abbiamo messo i sottotitoli) che ci ha fatto subito simpatia. Ludovico è un ragazzo irrisolto, solitario, inconcludente. Nella sua routine irrompe il criminale Jack, pieno di forza di vivere e in fuga: l’incontro porterà conseguenze imprevedibili (belle queste note di trama da quotidiano pigro). Thriller meticciato con la commedia all’italiana, ha un finale non consolatorio e tanti rimandi al cinema nostrano che fu (anche la commedia sexy!) ma in modo funzionale e ammiccante, senza compiacimenti e citazionismo autoreferenziale. Carino e riuscito. (Netflix, 21/5/22)

(Continua – 84)

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Oppure binge reading qui, su Carmilla.

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Cari registi, cari scrittori https://www.carmillaonline.com/2015/01/21/cari-registi-cari-scrittori/ Tue, 20 Jan 2015 23:03:09 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20178 Una lettera agli autori della lettera contro il divieto di rappresentare l’uso delle sigarette nei film italiani.

di Mauro Baldrati

Tennessee-Williams-by-Irving-PennCari registi, cari scrittori,

sulla vostra lettera liberale, che io preferirei definire libertaria, la ministra Lorenzin ha detto che non intende vietare la rappresentazione del tabagismo nei film. E’ normale, i politici di professione sono altamente specializzati nel manifestare un’intenzione negandola. Quindi facciamo finta che sia vero. Poniamo che veramente il governo intenda promulgare una normativa che vieti le riprese di attori che fumano in scena.

A questo provvedimento vi opponete fieramente, [...]]]> Una lettera agli autori della lettera contro il divieto di rappresentare l’uso delle sigarette nei film italiani.

di Mauro Baldrati

Tennessee-Williams-by-Irving-PennCari registi, cari scrittori,

sulla vostra lettera liberale, che io preferirei definire libertaria, la ministra Lorenzin ha detto che non intende vietare la rappresentazione del tabagismo nei film. E’ normale, i politici di professione sono altamente specializzati nel manifestare un’intenzione negandola. Quindi facciamo finta che sia vero. Poniamo che veramente il governo intenda promulgare una normativa che vieti le riprese di attori che fumano in scena.

A questo provvedimento vi opponete fieramente, in nome della libertà creativa e del rifiuto dell’intervento di uno stato etico/confessionale nei comportamenti privati degli esseri umani. Scrivete: “Al cinema e alla parola scritta, si dovrebbe chiedere ed esigere soprattutto di raccontare la gioia, il dolore, la grandezza, la pochezza ed il mistero di cui siamo fatti.” E’ un’affermazione condivisibile. Apprezzo, e ho apprezzato molto il vostro lavoro, scrivendo delle vostre opere su questo sito, qui, qui, qui, qui. Per me rappresentate una interessante ricerca italiana per un nuovo brand cinematografico che non teme il mainstream, ma lo usa, contribuendo a creare quella che Gramsci chiamava “una nuova letteratura popolare”, una sovranità culturale che finalmente possa liberarci dalla dura colonizzazione americana, dall’invasione di prodotti americani per gli americani e per i sudditi del resto del mondo. Poi però arriva il punto critico, il cuore nero, se così possiamo definirlo, della vostra missiva: “E se per fare questo al nostro meglio sentiremo la necessità di inondare lo schermo di nuvole di fumo, come di altre cose in fondo molto più disdicevoli, continueremo a farlo, perché questo è il nostro lavoro.”

Ecco, non posso credere che siate ancora legati a filo triplo a questi miti, a queste estetica stantìa: l’eroe che fuma una sigaretta dopo l’altra, avvolto da una nuvola azzurrognola resa ancora più fascinosa da giochi di luce raffinati, l’eroe trasgressivo. Il tempo passa, sovrano, e si porta dietro una serie di sovrastrutture che diventano obsolete, se riproposte sine-die. Da qualche parte nella Crocifissione in Rosa Henry Miller descrive un ambulatorio di aborti, nella città tentacolare. E’ una discesa agli inferi, nella pazzia e nel massacro. Oggi è una scena semplicemente grottesca, dopo le battaglie e l’approvazione della legge 194. Ma è una sovrastruttura del suo tempo, e lui è un uomo del suo tempo. Però la grandezza della sua arte, e il suo messaggio di libertà restano intatti, e lo saranno anche fra cento anni. Così il mito di Hemingway cacciatore di leoni e di elefanti. Improponibile e ridicolo. Gli elefanti vivono in pochi esemplari nelle riserve, e così i leoni. Ma Hemingway resta un grande scrittore, anche quando abbatte un leone a fucilate in uno dei 49 racconti.

Così io non ci credo. Non credo che voi intendiate negare che una parte di pubblico si identifica coi suoi eroi, li ammira, li ama, li ascolta, li imita, li trasfigura, li paragona coi fantasmi che si porta dentro, li usa per mantenere vivi i personaggi che una vita intera ha creato nella loro immaginazione, e la cui genesi fantasmagorica risale all’infanzia. E non credo che siate indifferenti alle ferite che il fumo del tabacco industriale provoca negli organismi ancora in formazione degli adolescenti che stanno iniziando il “vizio”. E in nome di cosa? Non siete di “quella” generazione, coi suoi miti e le sue pazzie: quella nouvelle vague francese anarco-comunista, che si pippava una gauloise senza filtro dopo l’altra, e se tossiva era “tossire è bello”. Il tempo cosa passa a fare? E le riflessioni, e le idee nuove, e la liberazione da tutte le schiavitù?

No. Io credo qualcos’altro. Credo che la vostra lettera sia reticente. Che contenga un falso movimento. A mio avviso la realtà vera, nascosta tra le righe, potrebbe essere la seguente (il condizionale è d’obbligo): l’affermazione – o la rappresentazione – di un evento, serve per scaricare l’ansia (o la tensione) – spesso antica, irrisolta – che questo evento crea, o evoca. Forse tra di voi ci sono dei fumatori che usano i personaggi per entrare a gamba tesa nella loro tensione privata. Negli eroi del secolo scorso, nei cavalieri fumatori di un’epica con le ragnatele, nei parrucconi di una trasgressione subalterna ai padroni del cancro, voi rappresentate una parte di voi stessi, cercate il vostro piacere, e persino la vostra assoluzione.

Infine, diciamola tutta. Chiamiamo in causa anche la tecnica: nella concatenazione delle storie c’è bisogno di pause, di soste, e l’atto di accendersi la sigaretta è un espediente narrativo utile, perché permette allo spettatore di fare uno stacco, di raccogliere le idee. Ed anche è una macchina seriale di distruzione di emozioni, che serve per restituire quel senso di straniamento che spesso è alla base di tanta ricerca artistica moderna. Per esempio, l’uso del tabagismo di Sorrentino è simile a quello dell’alcol in Carver: ossessivo, come se stordisse i personaggi, come se li smembrasse.

balthus-paris-1948-irving-pennE allora avanzo la seguente proposta, che non vuole affatto essere provocatoria: perché ai vostri personaggi-alter ego non fate fumare le canne? Otterreste almeno due risultati importanti: 1) la soddisfazione del bisogno di rappresentare l’urgenza e la rabbia, generando quella scarica di energia non più disallineata che alcuni di voi cercano nelle opere; 2) un’evoluzione della mitopoiesi, allineandola al vostro/nostro tempo, liberando voi e noi da quelle parrucche incipriate che resistono a dispetto delle battaglie e delle conquiste mentali. Negli anni ’60, quando sulle tematiche di liberazione si sapeva non tutto, ma molto, le droghe venivano raggruppate in due meta categorie: le stupefacenti e le psicotrope. Le prime erano reazionarie, violente, perché obbligavano l’utilizzatore a una dipendenza da padroni più o meno occulti. Comprendevano gli oppiacei, l’alcol, gli psicofarmaci, le anfetamine e le sigarette. Le seconde, se utilizzate responsabilmente (e questa è un’elaborazione del nostro tempo) erano invece liberatorie, perché stimolavano la creatività e la socialità. Di queste, la cannabis era la regina. Fumare le canne, come gesto, non è certo un obiettivo di vita, ma in quanto rito anche sociale può superare la ripetizione edipica dell’eterno poppare, e quindi favorire l’uscita dal sistema autoritario di “un edipo troppo grande”, come lo definiva Deleuze. Pippare le sigarette è il contrario, è un rifiuto dell’azione, è un rifugio nell’isolamento della dipendenza.

Inoltre a livello scenico potreste usufruire di un espediente tecnico ancora più raffinato dell’accensione della sigaretta, una pausa più complessa, più articolata, e non vi priverebbe di quelle nuvole di fumo fascinose che vi stanno così a cuore.

Quindi, per concludere: d’accordo sulla non opportunità di divieti, perché difficilmente si ottiene la liberazione col proibizionismo e con la censura, ma voi avete il dovere di uscire dai vostri fantasmi privati e di essere generosi, e di accettare il fatto che gli eroi di oggi possono essere tali anche senza succhiare dal capezzolo fasullo di un seno ormai spettrale.

[Foto di Irving Penn. In apertura: Tennessee Williams; all’interno: Balthus]

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La dis-integrazione di Lotta https://www.carmillaonline.com/2013/06/26/la-dis-integrazione-di-lotta/ Wed, 26 Jun 2013 21:23:28 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7044 di Girolamo de Michele

velocitadilottaAndrea Scarabelli, La velocità di Lotta, Agenzia X, Milano 2013, pp. 192, € 12.00

C’è Diego, creativo pubblicitario in un’agenzia di primo, anzi “primissimo piano” – “Siamo le matite colorate del capitale. Produciamo idee” –, sottoposto ai ritmi di lavoro dettati dai committenti e dalla direzione dell’agenzia, “normopagato” eppure pettinato a denti sempre più stretti dalla spada di Damocle della precarietà, della riduzione di personale prossima ventura, è la crisi bellezza, e dunque accelerare i ritmi, intensificare la produzione, ridurre i tempi:

“Siamo creativi. Siamo frenetici. Palpebre che sbattono di continuo, dita che martellano i tasti, una [...]]]> di Girolamo de Michele

velocitadilottaAndrea Scarabelli, La velocità di Lotta, Agenzia X, Milano 2013, pp. 192, € 12.00

C’è Diego, creativo pubblicitario in un’agenzia di primo, anzi “primissimo piano” – “Siamo le matite colorate del capitale. Produciamo idee” –, sottoposto ai ritmi di lavoro dettati dai committenti e dalla direzione dell’agenzia, “normopagato” eppure pettinato a denti sempre più stretti dalla spada di Damocle della precarietà, della riduzione di personale prossima ventura, è la crisi bellezza, e dunque accelerare i ritmi, intensificare la produzione, ridurre i tempi:

“Siamo creativi. Siamo frenetici. Palpebre che sbattono di continuo, dita che martellano i tasti, una grandinata di click del mouse. Sedie spostate, fruscio di fogli, parole e risate. Interni che trillano e cellulari vibranti, distributori automatici di caffè e cibo posticcio. Il rumore del cucchiaino che cade dalla pancia della macchina nel bicchiere di plastica. Gustati la tua bevanda al sapore di latte. Il crepitio della schiacciatina che atterra. I pugni sulla macchina quando la brioche s’incastra e non vuole farsi mangiare. Ogni suono intessuto nella filodiffusione.
Tutto questo è falso”.

C’è Marianna, lavoratrice dell’informazione in una piccola emittente televisiva “indipendente” – “YourTv, la televisione fatta dagli utenti. Dai giovani. Senza finzioni” –, una progressiva serie di piccoli compromessi, di bugie raccontate a se stessa prima che agli altri, prima che a Diego, la cui relazione viene bruciata sulla strada di una carriera sempre un passo avanti rispetto all’oggi, stritolata negli ingranaggi di ritmi infernali che mordono la sua vita, i suoi rapporti familiari e personali:

«Marianna riceveva ottimi feedback, firmava clausole d’esclusiva. Alcune tra le colleghe restavano a casa, non più rinnovate. Marianna stava male. Stavano tutte male. Si sfogava con me e se ne pentiva, perché coglievo l’occasione per sottolineare quanto i suoi capi fossero degli infami. Lei li difendeva senza averne alcuna voglia. Ci siamo lasciati poco dopo».

E c’è Carlotta, Lotta, una drop-out schizzata dalla tranquilla vita borghese di una famiglia doppio impiego in banca alla distruzione delle fondamenta di una vita “tranquilla” – un trasferimento, un licenziamento, la banca che sminuzza la sua famiglia e la sputa via, i bocconi rivomitati che si allontanano lasciandola nel mezzo, un’adolescenza che in tre anni brucia più esperienze di quante se ne potrebbero leggere in un rassicurante romanzo da premio letterario, tra l’amica Francesca che la introduce alle ordinarie deviazioni giovanili e Ivan, il pusher col motorino tenuto su con giri e giri di nastro da pacchi, l’apparente incarnazione del sogno romanticheggiante dell’angelo della trasgressione.

Come in un Teorema pasoliniano, Lotta s’incastra nella vita di Diego e nelle ambizioni giornalistiche, nel sogno da scoop di Marianna, con la sua storia di una ragazzina la cui vita è stata distrutta dalla Banca, in una Milano che potrebbe essere stata attraversata dal dopobomba. In tre costituiranno una piccola posse precaria, come in Piccoli affari sporchi, con un obiettivo minimale: vendicare quell’ingiustizia che è la vita di Lotta unendo quello che sanno fare – internet, facebook, twitter, l’evento Giorno di Lotta, l’hashtag #Lotta che è subito tra i più usati.

Cosa ci racconta questo esordio romanzesco di Andrea Scarabelli? Scritto ai margini – o forse, meglio: sui limiti – della condizione precaria contemporanea, in primo luogo questo La velocità di Lotta ci mostra la precarizzazione emotiva, sentimentale, esistenziale che quella gigantesca agenzia di produzione di precarietà che è il capitale finanziario del terzo millennio inocula nella nuda vita sussunta all’interno dei ritmi e dei tempi di produzione.

Un creativo, una giornalista, una studentessa: tre precari cognitivi, dunque. La composizione di uno spezzone della classe lavoratrice. Che espongono le stimmate di uno sfruttamento ancora più duro di quello “fordista”, dal quale la rivoluzione cognitiva avrebbe dovuto rappresentare l’affrancamento. I cognitari, i nerds non hanno costituito alcuna classe sociale egemone, né preso la testa di alcuna rivoluzione: si sono dimostrati, al contrario, i più docili esecutori del comando finanziario, i costruttori della rete di controllo e sfruttamento digitale.

È questo l’ambiente in cui si muovono Diego, Mariangela e Lotta.

È in narrazioni come questi che si tocca davvero con mano cos’è il biopotere, cosa sono gli apparati di sfruttamento e controllo contemporanei. Ma anche, l’irriducibilità della nuda vita al controllo, l’insopprimibilità della ribellione sotto le ceneri della finanziarizzazione.

Ma la ribellione inscenata è ribellione tutto sommato individuale, gesto forse estetico, che non intacca le strutture portanti del capitale, non altera né intacca le sue morfologie. Nondimeno, se qualcuno tradirà e qualcun altro si pentirà, altri ancora continueranno a confliggere, prenderanno le distanze dal ritorno all’ordine, cercheranno un proprio equilibrio di dis-integrazione. È questo il limite, il lato interno del margine che non viene oltrepassato: conosciamo i meccanismi di sfruttamento, deduciamo le modalità del comando dalle forme di resistenza che ad esso si oppongono; siamo in grado di descrivere gli stili e gli abiti della nuova borghesia finanziaria e digitale (Scarabelli ce ne mostra gli effetti, lasciandoci intuire lo sfondo). Ma sappiamo ancora troppo poco su come si organizza una rivolta, su come la frammentazione dei soggetti si può rovesciare in organizzazione: avessero Lotta e Diego bruciato la città e rovesciato il comando assaltando il palazzo dell’inverno del nostro scontento, dovremmo parlare – qui si, davvero – di gesto estetizzante, dannunziano, del narratore, che risolve nel romanzesco il rompicapo politico. Non è questo il compito del narratore, oggi: il suo compito è di seguire, intuire, anticipare, narrare le linee di resistenza, di dedurre dalle loro forme le strutture del comando. Di mostrare che la dis-integrazione è possibile.

La quarta di copertina propone il paragone con il primo Palahniuk e la Zazie nel metrò di Queneau. Io azzarderei, come lezione di uno stile di vita, l’Irvine Welsh delle coree edimburghesi e la ripresa di un discorso sulla ribellione emotiva e sul dis-adattamento che fu annunciata da Ti prendo e ti porto via, e poi poco a poco tradita dal suo autore. Scarabelli sembra avere l’ambizione di posizionarsi a questa altezza programmatica: collocarsi sulla linea d’ombra della ribellione esistenziale, delle sue derive, dei suoi incroci e incontri. Attrezzarsi per seguire la crescita delle piccole posse, intuendone le linee di fuga, ma anche i possibili buchi neri. Col complicarsi e moltiplicarsi degli incontri e delle rivolte dovrà forse complicare e moltiplicare i propri linguaggi: scommettiamo sulla sua capacità di farlo. Per il momento, benvenuto sulla scena narrativa italiana: un romanzo così, era atteso.

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