neopaganesimo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 28 Jan 2026 21:18:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le tristi storie delle morti dei re (I) https://www.carmillaonline.com/2024/08/26/le-tristi-storie-delle-morti-dei-re-i/ Mon, 26 Aug 2024 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84025 di Franco Pezzini

La foresta che uccide

Siamo nella New Forest, e con una certa difficoltà sui percorsi tra gli alberi stiamo cercando la Rufus Stone, il monumento memoriale della strana morte di Guglielmo II Rufus (c. 1057-1100), re d’Inghilterra dal 1087 a quel fatale evento. Inevitabile richiamare il Grande Bardo: laddove un monarca un po’ successivo, Riccardo II, deposto da Enrico Bolingbroke futuro Enrico IV (1399) consegna una delle più alte lamentazioni dell’opera di Shakespeare, che ogni potente – non solo monarchi, ma presidenti del consiglio, onorevoli, capitani d’industria… – dotato di un minimo di intelligenza dovrebbe per parte propria meditare. [...]]]> di Franco Pezzini

La foresta che uccide

Siamo nella New Forest, e con una certa difficoltà sui percorsi tra gli alberi stiamo cercando la Rufus Stone, il monumento memoriale della strana morte di Guglielmo II Rufus (c. 1057-1100), re d’Inghilterra dal 1087 a quel fatale evento. Inevitabile richiamare il Grande Bardo: laddove un monarca un po’ successivo, Riccardo II, deposto da Enrico Bolingbroke futuro Enrico IV (1399) consegna una delle più alte lamentazioni dell’opera di Shakespeare, che ogni potente – non solo monarchi, ma presidenti del consiglio, onorevoli, capitani d’industria… – dotato di un minimo di intelligenza dovrebbe per parte propria meditare. Così The Tragedy of King Richard the Second, circa 1595:

 

Per amor di Dio, sediamoci sulla nuda terra

a recitar le tristi storie delle morti dei re.

Come alcuni vennero deposti, altri ammazzati in guerra,

altri ossessionati dai fantasmi di quelli che avevano deposto,

alcuni avvelenati dalle mogli, altri assassinati nel sonno:

tutti morti ammazzati. Perché dentro la vuota corona

che cinge le tempie mortali di un re,

tiene corte la morte: e là si insedia, beffarda,

schernendone il potere, ghignando alla sua pompa,

concedendogli un breve respiro, una piccola parte –

sovraneggiare, incuter timore, fulminar con lo sguardo –

riempiendolo di sé e di vuote illusioni,

come se questa carne che cinge di mura lo spirito

fosse bronzo indistruttibile. E dopo averlo così lusingato,

viene alla fine e con uno spillo da nulla

perfora le mura del palazzo, e addio re!

Copritevi le teste, non canzonate un impasto di carne e di sangue

con riverenze solenni, gettate via rispetto,

tradizione, formalità e il dovere dell’etichetta,

poiché mi avere frainteso per tutto questo tempo.

Io vivo di pane proprio come voi, provo desideri,

assaporo il dolore, ho bisogno di amici. Così asservito,

come potete venirmi a dire che sono un re?

 

Mentre l’Inghilterra sobbolle di contraddizioni (cfr. qui), gli aggregatori nostrani di notizie web ci informano delle ultime tensioni dietro le quinte di Buckingham Palace (dispettucci e immaturità che in età plantageneta o Tudor si sarebbero risolti in modo un tantino più radicale con veleno, ceppo o magari botte di malvasia) e re Carlo può fare i comprensibili scongiuri di fronte all’affrettarsi dei protocolli sul decesso del sovrano, non è male riflettere sul rapporto tra il potere e la morte. Gestito in Inghilterra con una dose robusta di teatro macabro: e qualche caso eccellente merita memoria.

Arriviamo infine al sito cercato. Siamo (se ha senso l’indicazione geografica di un luogo perso tra gli alberi) a Lower Canterton nei pressi di Brockenhurst nella New Forest, Hampshire, a poca distanza dal cimiterino di Minstead dove riposa Sir Arthur Conan Doyle. La Nova Foresta era stata istituita da Guglielmo il Conquistatore, 1079, per le partite di caccia reali, facendo

 

abbattere trentasei chiese parrocchiali, con tutte le case ad esse annesse, e i poveri abitanti rimasero senza casa o dimora. Ma questo atto malvagio non rimase a lungo impunito, perché i suoi figli ne patirono le conseguenze: Riccardo fu colpito da un’aria pestilenziale; Rufus trafitto da una freccia; e Enrico suo nipote, da Roberto suo figlio maggiore, mentre inseguiva la sua selvaggina, restò appeso tra i rami e così morì.

 

Così il seicentesco Richard Blome. In realtà ad ammazzare (tra il 1069 e il 1075) il secondogenito del Conquistatore, Riccardo di Normandia, più o meno quindicenne, durante una partita di caccia, non fu “un’aria pestilenziale” ma la sfortunata collisione del collo del ragazzo con un ramo sporgente. Quanto a Enrico – più spesso citato come Riccardo –, figlio del primogenito Roberto, pare curiosa la circostanza che muoia tra 1099 e 1100 nella stessa foresta dove pochi mesi dopo finirà accoppato Guglielmo Rufus, alla cui corte vive.

Il Conquistatore – noto anche come il Bastardo perché nato da un’unione more danico illegittima per la Chiesa, fondatore della dinastia normanna in Inghilterra e antenato di tutti i re successivi, abile condottiero e capace amministratore (istituisce tra l’altro il Domesday Book per il censimento delle proprietà fondiarie, 1086) fino a essere riconosciuto come uno degli uomini più ricchi della storia, nonché mattatore del celeberrimo Arazzo di Bayeux, era morto di peritonite nel il 9 settembre del 1087, vicino a Rouen, dopo una brutta caduta da cavallo che l’aveva visto infortunarsi con il pomolo della sella. Per il ritardo nelle esequie, il cadavere gonfio di gas di putrefazione e di pus della peritonite, premuto nella bara, letteralmente era esploso. E anche in seguito per le vicende della storia i suoi resti avranno poca fortuna, al punto che ne rimarrà solo un femore. Per il fortunato nipote del bisnonno Fulberto, a suo tempo preparatore di salme oltre che conciatore, il disgustoso episodio sembra paradossale. Ma sic transit eccetera.

Gli succede il figlio Guglielmo II Rufus, cioè “il Rosso” (forse per i connotati fisici). Rispetto al grande padre omonimo, resta una figura minore, forse schiacciata dal paragone: un uomo (parrebbe) di puri istinti, che sa gestire la vita pratica – militare, amministrativa – molto meglio di quella interiore. Scarsa devozione e una notevole disinvoltura sul piano morale gli resteranno appiccicati come un’etichetta, in particolare in campo sessuale: può interessarci poco la sua plausibile bisessualità, ma di fatto non si sposa e si dà allegramente da fare con donne anche maritate. Certo la dolce vita della corte, con le sue mode, i lussi e Sardanapalo imperante, non è fatta per piacere ai rigoristi di Chiesa: ma lui ci metterà del suo.

Consideriamo che il Rosso i rivali li ha tra i familiari, i propri fratelli e i parenti del padre; e la morte – meno di due anni dopo la sua ascesa al trono – del fedele e diplomatico consigliere del Conquistatore, l’arcivescovo italo-normanno Lanfranco di Canterbury, finirà a condurre a una serie di conflitti, passi falsi e contraccolpi nei rapporti della monarchia britannica con la Chiesa, ben oltre i limiti del regno del Nostro. Eventi futuri come l’assassinio di Thomas Becket e lo scisma anglicano trovano qui ideali prodromi (miticamente evocati nei cattivi rapporti tra Artù e i monaci in racconti dalla storicità discutibile).

Tra beghe diplomatiche col papato, successi militari (Scozia, Galles, Francia…), controllo di ribellioni dell’aristocrazia normanna, Guglielmo ha quarantatré o quarantaquattro anni quando il 2 agosto 1100 va a cacciare nella New Forest. E lì, in circostanze non chiare, una freccia lo raggiunge al polmone. Probabilmente non fa in tempo a ricordare i due familiari già morti sul posto, ma il contesto rimane poco chiaro. La Anglo-Saxon Chronicle riporta solo che Guglielmo è stato “colpito da una freccia da uno dei suoi uomini”. Di lì la corsa a identificare il possibile Lee Harvey Oswald della situazione: e salterà fuori il nome di un certo nobile Walter Tirel o Tyrrel (forse signore di Poix, forse fuggito per timore delle conseguenze del suo colpo accidentale, forse tanto abile da far escludere l’accidentalità del colpo), anche se i dettagli progressivamente affluiti resteranno incontrollabili – compresi i giuramenti di Tirel, ormai in salvo da qualunque conseguenza, di non essersi neppure trovato lì. Se ancora adesso emergono dubbi sulla morte di Lady Diana, è difficile pensare di risolvere con qualche certezza questo cold case del 1100.

Colpito, il re era caduto da cavallo e la freccia era penetrata più a fondo, uccidendolo. Il corpo, rinvenuto nella foresta, verrà portato a Winchester da popolani del luogo: suscitando qualche sospetto, il fratello minore di Guglielmo, Enrico, che aveva preso parte alla caccia, si affretta a Winchester per mettere al sicuro il tesoro reale – con qualche malumore del tesoriere – e poi a Londra, per farsi frettolosamente incoronare come Enrico I. Regnerà fino al 1135, e verrà detto “leone della giustizia” per le sue riforme in materia.

Che si veda l’episodio (come in alcune cronache) quale atto di giustizia divina contro il pessimo Rufus, o come un incidente fortunato – la caccia era pericolosa – che mette d’accordo tanti, o ancora come una procedura accelerata per risolvere in modo “pulito” un problema dinastico (ma vi si oppone che per Enrico sarebbe stato meglio aspettare un momento successivo, cioè che si fosse consumato il regolamento di conti tra Guglielmo e l’altro fratello Roberto) l’evento non sconvolge l’Inghilterra, e il dubbio resta.

Tra le varie ipotesi, la più intrigante resta comunque quella offerta da Margaret Murray ne Il dio delle streghe (1933), con un occhio agli studi di James Frazer:

 

Se […] si ammette che la religione professata da Rufus non era quella cristiana ma quella pagana, il suo comportamento diventa coerente e la sua vita e la sua morte sono consone alla sua religione.

 

Per cui la sua stirpe avrebbe considerato il re come dio “o come diavolo, se si usa la terminologia cristiana”, in riferimento alla nascita in Normandia di Roberto il Diavolo, nonno di Rufus. L’esclamazione asseverativa da Guglielmo II preferita, “Per vultum de Luca” non avrebbe richiamato la devozione alla venerata icona del Volto Santo di Lucca, ma un richiamo al norreno Loki, divinità/trickster poi demonizzata. I suoi amici più stretti sarebbero stati pagani, o contrassegnati da una patina solo leggera di cristianesimo. I suoi valori erano le virtù pagane, e la sua ferocia anche. La sua diffusa accettazione da parte della popolazione, si spiegherebbe con la sua adesione alla Vecchia Religione, ricollegabile all’ironia con cui trattava il cristianesimo e a una fiducia in se stesso da dio incarnato. Quanto alla morte, “egli sapeva che per lui era giunto il momento supremo”: la sera prima parlò a lungo coi ciambellani, e quel giorno sbrigò gli affari come per lasciarli a posto, mangiando poi e bevendo più del solito. Avrebbe poi consegnato due frecce nuove a Walter Tirel spiegando che era giusto venissero assegnate a chi sapeva “come assestare con esse colpi mortali”, e liquidato con una risata – e un dono – un monaco che aveva avuto in sogno un brutto presagio per quella caccia. Lo scambio finale con Tirel (“Walter, fa’ giustizia secondo quanto hai sentito”, “La farò, mio signore”) avrebbe siglato il tutto. La freccia di Tirel l’avrebbe poi raggiunto al cuore, e il re – spezzata la canna della freccia – si sarebbe gettato a terra per farla entrare a fondo. Secondo un’altra versione, avrebbe addirittura minacciato “in nome del diavolo” Tirel che esitava. Lo stesso tema su cui Guglielmo di Malmesbury insiste, lo sgocciolamento a terra del sangue del re durante tutto il percorso di trasporto del corpo, per quanto irrealistico, concorderebbe con “la credenza secondo cui il sangue della Vittima Divina deve versarsi sulla terra per renderla fertile”. Lamentazioni e riti funebri sarebbero stati particolarmente solenni, ma il lutto addolorato per lui della gente di campagna si ascriverebbe al loro mantenuto paganesimo. In compenso la notizia si sarebbe diffusa un po’ troppo velocemente, persino in Italia, come se fosse stata attesa o segnalata tempestivamente anche a grande distanza. La morte il 2 agosto a ridosso della festa del raccolto, Lammas, il giorno prima, permetterebbe di far considerare Rufus come Vittima Sacra della Vecchia Religione.

Le tesi di Murray sul dio delle streghe, dopo un trentennio di successo, e un’influenza innegabile sul pubblico popolare – fino a offrire basi “scientifiche” a un intero movimento, la nuova stregoneria Wicca – dagli anni Sessanta hanno trovato smentite sempre più convinte. Oggi in genere vengono screditate per l’impossibilità di dimostrare ciò che resta un’ipotesi suggestiva, intrigante ma difficile da sostenere nelle impalcature generali, di un’ipotetica Internazionale pagana. Alcune intuizioni sono state però recuperate da Carlo Ginzburg e altri studiosi, e in fondo pensare a sopravvivenze locali del paganesimo – per esempio nell’Inghilterra di Guglielmo II, in grazia di un lascito norreno – potrebbe non essere così incredibile. Resta il problema di testimonianze confuse, portatrici di indizi e non vere prove. Sembra anzi suggestivo avvicinare a Margaret Murray (1863-1963) il profilo e le intuizioni di un’altra fortunatissima autrice britannica, Agatha Christie (1890-1976), in apparenza diversissima e un po’ minore di età, pure vicina nell’interesse per l’archeologia e in particolare l’egittologia. Se Christie, nei suoi testi narrativi, mostra d’inseguire l’intreccio di mitologia e fantastico con una comprensione mitico-simbolica assai più profonda di quanto non sia usuale trovare in un poliziesco, gli indizi evidenziati da Murray per ascrivere al presunto culto del Dio cornuto personaggi come appunto Rufus, e poi Thomas Becket, Giovanna d’Arco, Robin Hood e Gilles de Rais uniscono all’improbabilità storica più volte denunciata dai critici una febbricitante vivacità romanzesca. Nel caso Christie abbiamo una narratrice che nella sua narrativa d’intrattenimento svela un’acuta percezione di una serie di meccanismi storico-antropologici (si pensi solo a The Mysterious Mr. Quin, 1930, alla ricchezza mitica stratificata in Dieci piccoli indiani o ai suoi pregevoli racconti occultistici), al contrario nel caso Murray abbiamo una studiosa che “fa” senza volerlo narrativa fantastica: e opere come Il dio delle streghe, pubblicato per un pubblico popolarissimo, possono leggersi anche come un romanzo appassionante e ricchissimo di trovate.

Lo stesso sito dell’incidente è comunque discusso: quello attualmente mostrato, a parte la difficoltà di definire con un nome un punto preciso della foresta, è fissato in via di tradizione. Presso il villaggio di Minstead, l’iscrizione oggi sulla pietra memoriale (o meglio sul suo sostituto in ghisa) riporta:

 

Qui sorgeva la quercia, sulla quale una freccia scoccata da Sir Walter Tyrell verso un cervo, rimbalzò e colpì Re Guglielmo il Secondo, detto Rufus, sul petto, per la quale morì all’istante, il secondo giorno di agosto, anno 1100.

 

Affinché il luogo in cui un evento così memorabile non potesse essere dimenticato; la pietra racchiusa fu eretta da Lord John Delaware che aveva visto l’albero crescere in questo luogo.

—–

Visto che questa pietra era stata molto mutilata e le iscrizioni su ciascuno dei suoi tre lati erano deturpate, questo monumento più durevole, con le iscrizioni originali, fu eretto nell’anno 1841 dal responsabile Wm [William] Sturges Bourne.

 

Re Guglielmo il Secondo, detto Rufus, rimasto ucciso come già riferito, venne posto su un carretto, appartenente ad un certo Purkis, e trasportato da qui a Winchester, e sepolto nella Chiesa Cattedrale di quella città.

 

Un trasporto del corpo sul carretto di Purkis, un povero carbonaio: meditatelo, signori del potere.

 

[1-continua]

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Cattolici antisemiti 2/2 https://www.carmillaonline.com/2018/10/02/cattolici-antisemiti-2-2/ Tue, 02 Oct 2018 21:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48800 di Armando Lancellotti

Marino Ruzzenenti, «Preghiamo anche per i perfidi giudei». L’antisemitismo cattolico e la Shoah, DeriveApprodi, Roma, 2018, pp. 256, € 20.00

[Qua la prima parte della recensione]

Di notevole interesse sono le riflessioni che Marino Ruzzenenti propone a partire dallo studio del caso spagnolo cinquecentesco degli Estatutos de limpieza de sangre e per dimostrare e ribadire come tra antisemitismo cattolico, che si vorrebbe religiosamente fondato e antisemitismo razzista moderno, basato sul concetto pseudoscientifico di razza, non vi siano quelle differenze e distanze che invece gli storici cattolici, anche [...]]]> di Armando Lancellotti

Marino Ruzzenenti, «Preghiamo anche per i perfidi giudei». L’antisemitismo cattolico e la Shoah, DeriveApprodi, Roma, 2018, pp. 256, € 20.00

[Qua la prima parte della recensione]

Di notevole interesse sono le riflessioni che Marino Ruzzenenti propone a partire dallo studio del caso spagnolo cinquecentesco degli Estatutos de limpieza de sangre e per dimostrare e ribadire come tra antisemitismo cattolico, che si vorrebbe religiosamente fondato e antisemitismo razzista moderno, basato sul concetto pseudoscientifico di razza, non vi siano quelle differenze e distanze che invece gli storici cattolici, anche i più avveduti come Giovanni Miccoli, tendono a fissare con estrema fermezza. Quello spagnolo è proprio un esempio, il più chiaro ed importante storicamente, di razzializzazione degli ebrei, in quanto per gli Esatatutos, anche a fronte della conversione e del battesimo, il giudeo, rimaneva giudeo, il converso era comunque marrano.

Gli Esatutos servivano in buona sostanza proprio per escludere dalla vita civile e politica, dall’accesso alle cariche ecclesiastiche, politiche o militari i conversos, i cristianos nuevos, affinché rimanessero relegati nella condizione di casta inferiore rispetto ai critianos vejos, i veri spagnoli. Come a dire che – secondo Ruzzenenti a differenza di quanto sostenuto da Miccoli – in questo caso la condizione di “razza maledetta”, l’ebraicità considerata infamia judìa, non era affatto una condizione storica, storicamente determinata e quindi storicamente superabile con l’ingresso nella nuova fede, ma costituiva un qualcosa di sostanzialmente immodificabile, un dato di natura, una condizione razziale, appunto.

Gli Estatutos vennero introdotti a partire dal 1495, in una Spagna – considera Ruzzenenti – proiettata verso la creazione del suo impero, e che avvertiva fortemente l’esigenza di autodefinire se stessa, di darsi un’identità contrapposta a ciò che era percepito come “altro”, tanto che questo fosse un “diverso interno” (ebrei e mori), quanto che fosse “esterno” (gli indios). Analoga situazione si sarebbe riproposta secoli dopo nella Germania nazista, che, protesa verso la realizzazione del proprio “impero millenario”, avrebbe sentito il bisogno di fissare un’identità tedesca, di definire il germano, l’ariano e quindi anche la conseguente necessità di individuare un polo opposto, negativo, rispetto al quale determinarsi. Ed anche per il caso del fascismo italiano si possono avanzare considerazioni simili, se è vero – come ormai tutta la storiografia al riguardo sostiene – che il razzismo e l’antisemitismo italiani abbiano trovato il luogo della loro incubazione nell’Africa coloniale, dopo la proclamazione dell’impero abissino e con l’introduzione di pesanti provvedimenti razzisti e segregazionisti nei confronti delle popolazioni del Corno d’Africa e quindi in un momento, nella ventennale storia del fascismo, in cui il regime avvertiva l’esigenza di procedere speditamente alla costruzione di un “italiano nuovo”, pronto per affrontare oneri ed onori imperiali e quindi solidamente certo della propria identità e superiorità razziali.

Certo, nel caso dell’antisemitismo nazista e fascista sono chiari gli apporti della scienza che da fine Settecento e per tutto l’Ottocento aveva classificato e misurato crani, tratti somatici o pigmentazioni della pelle, aspetti questi che sarebbe anacronistico cercare nella Spagna del ‘4/500, dove la definizione delle categorie veniva operata sulla base prevalentemente di aspetti religiosi, ma tanto nell’uno quanto nell’altro caso, sul piano giuridico, quando cioè il legislatore dovette fissare criteri precisi di identificazione, si fece ricorso alla genealogia, nella convinzione – anche nella Spagna della prima età moderna – che la presenza in essa di parentele, anche lontane, di natura giudaica inquinasse inesorabilmente il sangue, non più limpido, non più spagnolo. Se ciò che si ritiene di dover difendere da corruzione è il sangue, risulta allora difficile, secondo Ruzzenenti, sostenere che l’antisemitismo cattolico sia stato solo di matrice religiosa, culturale e storica e non razziale. Gli Estatutos, quindi, servirono nella cattolicissima Spagna per creare una “casta”, una “razza” inesorabilmente e costitutivamente inferiore, cosicché i conversos rimanessero in una condizione di «permanente inferiorità civile e sociale» (p. 49), condizione che neppure l’acqua della fonte battesimale poteva modificare completamente.

Pertanto, nel caso di un antisemitismo che si vorrebbe presentare come solamente “religioso”, la genealogia e quindi la trasmissione dei caratteri da genitori a figli e discendenti – osserva puntualmente Ruzzenenti – servirono per definire chi fosse cristianos vejos o spagnolo e chi conversos o marrano, così come sarebbe successo negli anni Trenta del ‘900 per i Volljuden, i Mischlingen e gli ariani. E all’estremo opposto, cioè quello di un antisemitismo che si vorrebbe solo “razziale”, vista la difficoltà di utilizzare solo fattori genealogici e (pseudo)scientifici per la distinzione dei gruppi razziali, si fece ricorso, per l’applicazione delle Leggi di Norimberga, anche a criteri culturali e religiosi per individuare entrambi i poli dell’opposizione ariano-ebreo. Nel caso della definizione dell’ariano intervennero elementi come la lingua, la cultura, la religione, le tradizioni e i costumi, ovvero tutti quei fattori che cementavano il legame Blut und Boden tanto caro all’ideologia völkisch e, per classificare e determinare i Mischlingen o meticci, discriminanti erano anche aspetti religiosi come l’iscrizione ai registri della sinagoga o l’appartenenza e la frequentazione della comunità religiosa ebraica. Tutto ciò prova come la teoria di una precisa e netta separazione tra un razzismo solo religioso e uno solo razziale sia insostenibile e come il confine tra i due concetti sia impreciso e poroso e frequenti siano i punti di tangenza e sovrapposizione.

La seconda parte del lavoro di Ruzzenenti si concentra su aspetti e momenti dei rapporti tra antisemitismo e cattolicesimo interessanti e di cruciale importanza tanto quanto quelli sui quali in questa sede si è scelto di concentrare principalmente l’attenzione, ma senz’altro più noti ai lettori (e per questo qui di seguito considerati più superficialmente), poiché concernenti i pontificati di Pio XI e Pio XII, le relazioni tra la Chiesa cattolica e i regimi fascista e nazista ed infine la vexata questio della posizione della Chiesa di fronte alla Shoah. Nel caso italiano, Ruzzenenti parla di una evidente convergenza e di una duratura e proficua collaborazione tra fascismo e Chiesa cattolica, che però «non significò necessariamente perfetta consonanza, perché Chiesa cattolica da un canto e regime fascista dall’altro rappresentavano in modo diverso istituzioni “totalitarie”, con finalità proprie e distinte, in quanto tali tendenti a un primato esclusivo, che mal si conciliava con una pacifica cooperazione». (p. 96)

Ma, si potrebbe aggiungere, troppo importanti erano per entrambe le parti i benefici di quella alleanza, perché il sodalizio tra cattolicesimo italiano e fascismo non riuscisse a superare qualche motivo di screzio. Il caso tedesco fu, senza dubbio, diverso e più complesso per la Chiesa, che non usufruiva in Germania della posizione di monopolio assoluto assicuratale in Italia dai Patti lateranensi, in più era religione minoritaria rispetto al protestantesimo e dovette rapportarsi ad un regime che, a differenza di quello mussoliniano, che si ancorò senza reticenza alcuna alla tradizione religiosa cattolica italiana, aspirò a sostituirsi al cristianesimo, legando il popola a sé attraverso la fede laica del razzismo ariano.

Nella politica della Chiesa di pieno appoggio al fascismo e di collaborazione con il nazismo, l’antisemitismo non poteva che diventare elemento centrale e decisivo. Ruzzenenti studia le posizioni della Chiesa del tempo, come già fatto col pensiero di Toniolo, anche attraverso l’esame delle riflessioni di due figure centrali dell’intellighenzia vaticana: Agostino Gemelli, allievo di Toniolo, tra i fondatori del Ppi e soprattutto dell’Università cattolica e tanto altro ancora e Mario Bendiscioli, intellettuale cattolico, che poi sarà anche partigiano ed antifascista, ma che negli anni Trenta esprimeva le stesse posizioni ideologiche di Gemelli e delle componenti più reazionarie ed antisemite della Chiesa, come la più volte citata Civiltà cattolica.

Gemelli, convinto sostenitore del fascismo e tenace antisemita, colse nel Concordato l’occasione per compiere quella restaurazione della società cristiana dentro la modernità, ma contro di essa, che era già stato il progetto politico di Leone XIII, che permaneva anche in Pio XI e che era stato pensato pure da Toniolo. Numerose sono le affermazioni antisemite di Gemelli in interventi e discorsi pubblici, in cui il ricorso alla formula della perfidia giudaica conseguente al deicidio è frequente, al punto che si meritò pure l’apprezzamento – espresso mezzo stampa – di uno dei più fanatici antisemiti del regime: Roberto Farinacci. Bendiscioli tradusse il libro del francese naturalizzato inglese Hilaire Belloc – The Jews – testo di riferimento fondamentale per gli antisemiti del periodo e pubblicato poi da Vita e Pensiero di Gemelli nel 1934. Nel testo l’autore sosteneva la tesi della impossibile assimilazione degli ebrei e della necessità della loro separazione ed espulsione dal corpo della società; in sostanza si trattava di quella “segregazione amichevole” che la Chiesa fece propria e di cui si è già detto.

Sostiene Ruzzenenti che la Chiesa, a metà anni Trenta, con i suoi esponenti, organi ed ambienti antisemiti, per certi versi anticipò, quindi facilitò, lo scatenamento della campagna propagandistica antisemita italiana, che di lì a poco il fascismo avrebbe montato in maniera sempre crescente – anche nel contesto della svolta imperiale, della guerra d‘Etiopia e della politica demografica e razziale innescata da questa – e che poi sarebbe culminata nel famigerato e tragico 1938.

«Per conquistare il dominio del mondo, il giudaismo si serve delle due potenze più efficaci di dominazione del mondo: l’una materiale, l’oro, che è al presente il padrone assoluto del mondo, e l’altra ideale: l’internazionalismo. Quanto all’oro, già lo ha in massima parte in mano. Gli resta ad accaparrarsi del tutto l’internazionalismo. Il giudeo è per essenza internazionalista e cosmopolita. Internazionalista, perché il suo sogno messianico di dominazione mondiale non può conciliarsi con i nazionalismi; cosmopolita, perché, in ragione della sua adattabilità, si stabilisce da per tutto, e da per tutto è a casa sua» (p. 139)

Queste parole, in cui ritroviamo tutti gli stereotipi dell’antisemitismo e che facilmente si penserebbero pronunciate da un Giovanni Preziosi o da un Roberto Farinacci o urlate da un qualsiasi balcone d’Italia da Mussolini, furono invece scritte da un religioso – padre Barbera, direttore della Civiltà cattolica – nell’aprile del 1937 e costituiscono solamente uno dei numerosissimi esempi che Ruzzenenti propone per mostrare quanto la Chiesa fosse impregnata di antisemitismo ed impegnata in una politica antisemita su posizioni di sostanziale allineamento a quelle del regime.

Le divergenze circa la politica antisemita tra Chiesa e fascismo riguardarono principalmente due questioni, una giuridica e una teorica. La seconda era conseguenza del fatto che in «Italia vi erano i “razzisti biologici” alla Telesio Interlandi, poi direttore de La difesa della razza o gli “spiritualisti esoterici” alla Julius Evola, o “i fanatici antisemiti” alla Giovanni Preziosi o alla Roberto Farinacci, che riflettevano posizioni presenti in alcuni esponenti del nazismo». (p. 135) La Chiesa diffidava del razzismo “scientifico” ma soprattutto di quello “neopagano” ed anticristiano nazista e cercò in tutti i modi di far sì che l’antisemitismo italiano e fascista rimanesse fedele alla tradizione dell’antisemitismo cattolico. Insomma, vi era un antisemitismo “buono”, quello pensato e praticato dalla Chiesa, dai suoi più alti vertici e avvallato dal papa e uno “cattivo” perché anticristiano e neopagano. Proprio per evitare frizioni con il Vaticano – secondo Ruzzenenti – gli estensori del Manifesto degli scienziati razzisti del 14 luglio 1938 usarono certe parole e formule. Il punto 7 – È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti – infatti diceva: “La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano – nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono”.

Non è un caso che – fa notare Ruzzenenti – l’assenza di intenzioni filosofico-religiose, il carattere italiano dell’antisemitismo e la presa di distanza dall’antisemitismo nazista venissero immediatamente apprezzate dalla Chiesa attraverso la Civiltà cattolica, l’Osservatore romano e L’Avvenire d’Italia. E questo tornava comodo anche al regime che, in un paese in cui gli ebrei erano una esigua e quasi trascurabile minoranza, in cui l’emancipazione ottocentesca era avvenuta con successo e in cui non vi era un sentimento antisemita diffuso, il fascismo «cercò di tracciare un proprio percorso autoctono all’antisemitismo, con un’elaborazione in qualche modo originale, che nel caso italiano non poteva non raccordarsi all’unica tradizione antisemita nazionale, quella cattolica. […] Ciò che importa sottolineare è che la responsabilità di aver adottato una legislazione antisemita è da addossare interamente al fascismo e alla Chiesa cattolica che […] condivise quella scelta». (p. 156)

Per quanto concerne l’altro motivo di frizione, quello giuridico, riguardò la questione dei “matrimoni misti”, che le leggi del 1938 proibivano, con disappunto della Chiesa, intenzionata a tutelare, innanzi tutto, quanto stabilito dai Patti lateranensi, che riconoscevano valore civile al matrimonio religioso, dal pericolo di un’invasione di campo da parte del regime e, in secondo luogo, la possibilità di celebrazione del matrimonio tra un cattolico “ariano” e un ebreo “convertito”, quindi “cattolico” per la Chiesa, ma per il regime di “altra razza”. Come è facile comprendere, si trattava di una inezia, che non metteva minimamente in discussione l’impianto complessivo e lo spirito della legislazione antisemita del 1938, per la quale la Chiesa in più occasioni, attraverso i propri organi ufficiali, espresse chiari apprezzamenti. Ed inoltre, come doverosamente fa notare Ruzzenenti, nulla sarebbe cambiato per la sorte degli ebrei italiani, discriminati e perseguitati, se anche quel punto della legge, disapprovato dalla Chiesa, fosse stato emendato.

Anche in Germania e per le stesse ragioni, la questione dei matrimoni misti dal 1935 aveva dato il via ad una polemica tra Chiesa cattolica e regime nazista, a cui si aggiungeva però un motivo di critica e dissenso di superiore peso specifico. Si trattava di ciò che papa Pio XI espresse nella molto nota Mit brennender Sorge, del marzo 1937, dalla storiografia cattolica, ricorda Ruzzenenti, spesso citata con l’intento di avvalorare la tesi dell’opposizione al nazismo della Chiesa stessa. In realtà ciò che il papa esprimeva con quell’enciclica era la preoccupazione per la diffusione in Germania di un neopaganesimo nazista ed anticristiano dal Vaticano deprecato e di un etnicismo razzista assurto a ruolo di fede religiosa e pertanto inaccettabile per una Chiesa cattolica intenta nella restaurazione dell’ordinamento cristiano della società dentro alla modernità. Per le stesse ragioni, osserva Ruzzenenti, il testo più importante di Alfred Rosenberg, Il mito del XX secolo, in cui il massimo ideologo del nazismo ipotizzava una riforma religiosa che eliminasse il Vecchio Testamento e le radici ebraiche del cristianesimo, fu dalla Chiesa condannato e proibito. Erano il razzismo e l’arianesimo assurti a dogma religioso e le derive neopagane ed anticristiane del nazismo – con il conseguente rischio di una loro diffusione anche oltre la Germania – che preoccupavano il Vaticano, che si guardò bene però dal condannare il nazismo in quanto tale, dal ridiscutere o sospendere il Concordato col regime hitleriano firmato nel 1933, dal denunciare la barbarie delle Leggi di Norimberga.

Marino Ruzzenenti in questo suo denso libro di poco più di duecento pagine fornisce un quadro estremamente dettagliato e complesso della problematica affrontata e suggerisce numerose piste di indagine per ulteriori studi e ricerche e rende evidente come, da parte della Chiesa cattolica, considerata la portata e la lunghissima storia del suo coinvolgimento nella questione dell’antisemitismo, sarebbero opportuni dichiarazioni ed atti ben più autocritici delle omertose parole del documento Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah (1998), stilato dalla Commissione per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo della CEI, durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

[Qua la prima parte della recensione]

 

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