nemico interno – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 06 Jul 2026 20:00:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La guerra e il lato oscuro dell’Occidente/2: il nemico interno https://www.carmillaonline.com/2022/06/16/la-guerra-e-il-lato-oscuro-delloccidente-2-il-nemico-interno/ Wed, 15 Jun 2022 22:01:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72300 di Fabio Ciabatti

Ogni guerra si combatte anche sul fronte interno. Occorre mettere a tacere il nemico che può indebolire la compattezza delle nostre fila. In effetti anche la Russia di Putin aveva le sue “quinte colonne” in Occidente, l’arcipelago di formazioni reazionarie sovraniste. Un universo che potremmo utilmente definire post-fascista (includendo anche formazioni come la Lega che storicamente non provengono dal mondo fascista). Il presidente russo aveva creduto di poter utilizzare queste formazioni per indebolire e disarticolare il fronte opposto, pensando che si trattasse di possibili nemici interni dell’occidente liberale e democratico. [...]]]> di Fabio Ciabatti

Ogni guerra si combatte anche sul fronte interno. Occorre mettere a tacere il nemico che può indebolire la compattezza delle nostre fila. In effetti anche la Russia di Putin aveva le sue “quinte colonne” in Occidente, l’arcipelago di formazioni reazionarie sovraniste. Un universo che potremmo utilmente definire post-fascista (includendo anche formazioni come la Lega che storicamente non provengono dal mondo fascista). Il presidente russo aveva creduto di poter utilizzare queste formazioni per indebolire e disarticolare il fronte opposto, pensando che si trattasse di possibili nemici interni dell’occidente liberale e democratico. Molti estimatori occidentali di Putin, però, nel momento dello scontro militare si sono affrettati a prendere le distanze dal loro vecchio idolo o hanno mantenuto un profilo basso, tale da non disturbare troppo le manovre belliche dei loro rispettivi Paesi, anche se, aggravandosi le conseguenze socioeconomiche della guerra, le voci critiche nei confronti dell’atlantismo prenderanno fiato, comprese quelle filoputiniane. Voltafaccia e opportunismi non devono sorprendere perché i presunti nemici interni dell’Occidente, che si rispecchiavano nella cosiddetta democratura putiniana, hanno in realtà un legame profondo anche se occulto con il mondo liberale e democratico. Per capire questo punto facciamo un rapido riferimento alla guerra fredda.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la minaccia rappresentata dall’alterità esterna, l’Unione Sovietica, convergeva oggettivamente con quella proveniente dall’interno, la classe operaia, anche se soggettivamente i loro obiettivi potevano essere ben differenti. Almeno a livello dell’immaginario, il comunismo rappresentava effettivamente, come si direbbe oggi, un altro mondo possibile, a dispetto della natura autoritaria del socialismo reale. Nemico esterno e nemico interno costituivano un pericolo reale per l’Occidente capitalistico che non poteva combattere sul fronte esterno senza proporre una tregua su quello interno (e viceversa). Una tregua, non una pace, che comportava la possibilità di significative concessioni, compatibili con l’ordine capitalistico, tali da raffreddare lo scontro di classe. Non sempre il gioco è riuscito. Il conflitto sul fronte interno si è talvolta spinto oltre i confini ritenuti compatibili con il sistema capitalistico e anche al di là dei limiti posti dall’ordine di Yalta e dai suoi custodi: l’insorgenza operaia degli anni ’60 e ’70 in Italia, per esempio, si scontrò non solo contro la feroce repressione statale e “parastatale”, ma anche con il Partito Comunista Italiano.
Sta di fatto che la pressione proveniente dal nemico interno e da quello esterno ha costretto il mondo occidentale ad una parziale ridefinizione. Sul piano politico, il pensiero liberal-democratico nasce dal confronto/scontro con il comunismo. Liberalismo e democrazia nascono esplicitamente come due termini oppositivi, diventano un connubio inscindibile durante la guerra fredda, tornano implicitamente a separarsi durante l’epoca neoliberale. Sul piano economico, il pensiero liberale nasce all’insegna del laissez faire demonizzando l’intervento statale, ma finisce per accettarlo come strumento subordinato all’accumulazione capitalistica perché considerato capace di salvare il mercato stesso dai suoi fallimenti e dai suoi eccessi.  Dopo il crollo del muro di Berlino l’ideologia neoliberale pretende nuovamente di sciogliere le “magnifiche sorti e progressive” del libero mercato dai “lacci e lacciuoli” dell’intervento statale. In altri termini il confronto con l’Unione Sovietica, in un contesto di accumulazione capitalistica sostenuta, ha portato dei benefici alle classi popolari dei paesi capitalisticamente più sviluppati che, attraverso un aspro conflitto, sono riuscite ad ampliare i diritti democratici e sociali. Per civettare con un linguaggio dialettico, la presenza di un’antitesi reale richiedeva la parziale assimilazione delle sue istanze nella riproposizione modificata della tesi. Scomparsa l’antitesi, con la dissoluzione dell’URSS e l’indebolimento della classe operaia, abbiamo assistito alla pretesa fine della storia. Non c’era più necessità di cambiamento qualitativo. Si poteva dare un solo tipo di movimento: la riproduzione allargata del medesimo. O almeno così ce l’hanno raccontata.

Oggi la minaccia esterna, la Russia, non solo appare più debole rispetto a quella rappresentata dallo stato sovietico, ma rimanda anche a un nemico interno fantoccio, quel populismo nel cui versante di destra, come si diceva, si trovavano i principali estimatori di Putin. Autoritarismo, gerarchia, ordine, xenofobia, identitarismo, nazionalismo, sessismo, plebiscitarismo, tradizionalismo di stampo religioso, potere carismatico sono senz’altro elementi che il postfascismo populista eredita dai suoi progenitori novecenteschi e condivide con il revanchismo russo. Da un punto di vista politico, però, il postfascismo non contesta la democrazia parlamentare, anche perché, nella sua forma tendenzialmente dominante, la post-democrazia, assume tratti sempre più autoritari, tali da non essere troppo sgraditi neanche all’amico russo. Anche il modello antropologico neoliberale, quello che mette il libero individuo al centro soltanto per imporgli di organizzare la vita come un’attività imprenditoriale, non è messo seriamente in discussione. Difficilmente il postfascismo, al pari del putinismo, può proporre una critica frontale all’ideologia del mercato di stampo neoliberista, anche se si oppone alla globalizzazione, alle politiche neoliberiste dell’Unione Europea, all’euro. Ciò, infatti, non avviene in nome di una richiesta di maggior intervento pubblico nell’economia, ma al massimo di un ritorno ai mercati e alle monete nazionali, confidando nel fatto che questo ritorno, insieme al blocco dei flussi migratori, consenta una maggiore protezione sociale e una maggiore distribuzione della ricchezza a favore degli autoctoni.1

Tutto ciò non presagisce alcun ritorno di forme comunitarie, per quanto reazionarie. A ben vedere quando si parla di cultura autoctona messa in pericolo dall’invasione degli immigrati quello che si ha in mente sono modelli di consumo, al massimo rituali di consumo, cioè riti collettivi contraddistinti da una “relazione senza desiderio” tra i suoi partecipanti perché il desiderio è rivolto completamente verso lo sfavillante mondo delle merci. Anche quando si evocano le radici cristiane, il primo rituale collettivo che viene in mente è probabilmente lo shopping natalizio, non la messa di mezzanotte. Più Babbo Natale che Gesù bambino, insomma. La “fantasia di separazione” nei confronti dell’alterità rappresentata dagli immigrati è l’altra faccia dall’isolamento già esistente nei confronti di coloro che sono percepiti come i propri simili, i propri connazionali.2
Ciò non toglie che proprio la mancanza di un senso comune d’identità, di un sentimento condiviso di appartenenza possa rappresentare il brodo di cultura per l’emersione di pulsioni compensatorie di stampo autoritario e xenofobo.
Si tratta però, di attitudine sostanzialmente reattiva, non diversamente da quella che ha ispirato il conservatorismo russo dell’epoca putiniana, priva di quell’impeto modernista e a suo modo utopico proprio dei fascismi storici.  Il “pessimismo nostalgico” ha sostituito quel misto di slancio vitalistico e pulsioni di morte che implicava anche il sacrificio estremo dell’individuo nel nome della patria perché l’unica libertà concepibile era la libertà dello stato e dell’individuo nello stato. Oggi è la libertà di consumo ad essere riconosciuta l’unica cosa seria, imprescindibile, anche dai nostalgici dei bei tempi andati. Oggi al massimo possiamo fare il tifo, a distanza, per gli ucraini che si sacrificano per la loro indipendenza. Abbiamo esternalizzato anche “la bella morte”.

Insomma, i movimenti populisti e postfascisti contemporanei non costituiscono una reale minaccia per il mondo occidentale, almeno non nel senso che ne mettano a rischio i fondamenti ultimi. Essi rappresentano piuttosto l’altra faccia di questo mondo. Sono quelli che dicono e fanno ciò che l’élite liberale non può esprimere esplicitamente, almeno al momento. Salvo poi recuperare in modo politically correct le stesse oscure pulsioni: non siamo razzisti ma … non possiamo accoglierli tutti e perciò, nostro malgrado, adottiamo politiche razziste con un tocco di umanitarismo. Aiutiamoli a casa loro con un po’ di cooperazione internazionale non governativa, ma intanto blocchiamoli alle frontiere.
Con il suo solito gusto per il colpo ad effetto, Zizek in uno scritto di qualche anno fa paragonava l’atteggiamento dei nostri governanti di fronte alla “minaccia immigrazione” all’“antisemitismo ragionevole” che Robert Brasillachs nel 1935 riteneva necessario per arginare le azioni sempre imprevedibili dell’antisemitismo istintivo.

Dopo aver virtuosamente respinto il razzismo populista come “irragionevole” e inaccettabile, considerati i nostri standard democratici, essi assumono delle misure protettive razziste “ragionevolmente … Come dei Brasillachs di nostri giorni alcuni di loro, persino i socialdemocratici, ci dicono “… Non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo organizzare nessun pogrom. Ma pensiamo anche che il modo migliore per impedire le azioni sempre imprevedibili di violente proteste contro gli immigrati è organizzare una protezione contro gli immigrati”.3

Con la guerra in Ucraina abbiamo aggiunto una nuova figura alla galleria della barbarie dal volto umano, quella del nazismo ragionevole. Il nazismo che dobbiamo aiutare in Ucraina per proteggerci dal nazismo folle e imprevedibile di Putin. Sia ben chiaro, la denazificazione dell’Ucraina come obiettivo proclamato dal presidente russo assomiglia ad una battuta di pessimo gusto, considerati il suo profilo ideologico e i suoi legami con la peggiore feccia di estrema destra in giro per il mondo. Ciò detto, la questione dei nazisti dell’Ucraina va presa seriamente. Tra le varie baggianate della propaganda di guerra occidentale c’è la barzelletta che la Russia non poteva tollerare l’esempio di un paese democratico che si stava sviluppando ai suoi confini.
In realtà la differenza tra il capitalismo oligarchico-burocratico russo e quello ucraino prima della seconda Maidan consisteva solo nel fatto che nel primo c’era un maggior grado di centralizzazione economico e politica mentre nel secondo c’era un vero e proprio campo di battaglia tra gruppi di oligarchi che si battevano per il potere. Dopo il 2014, in Ucraina ha preso definitivamente il sopravvento la cordata filoccidentale. Ciò, però, non ha significato l’approfondimento di una reale dinamica democratica, ma il venir meno di un confine politico e ideologico istituzionalizzato tra l’ala liberale della società civile e l’estrema destra, come ha sostenuto il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko. La piattaforma politica delle formazioni di ispirazione nazista è stata integrata nel programma di governo. Rivendicazioni che prima di Maidan erano considerate estremamente radicali sono entrate nel dibattito pubblico come perfettamente accettabili, a dispetto dei risultati elettorali risibili delle formazioni di estrema destra. Allo stesso tempo un’ampia gamma di posizioni politiche sostenute da molti ucraini,  etichettate come “narrazioni filo-russe”, è stata sottratta la possibilità di essere pubblicamente rappresentata attraverso aggressive campagne di opinione, violenze vere e proprie, messa fuori legge di partiti e media di opposizione.4 Quella che in Occidente è una segreta convergenza tra estrema destra e liberali, in Ucraina è diventata manifesta solidarietà, con tanto di benedizione da parte delle democrazie atlantiste.

In conclusione, di questa seconda parte, torniamo in Italia per notare che oggi assistiamo a una divaricazione, mai stata così forte, tra sistema politico mediatico, completamente schierato su posizioni filo-atlantiste e belliciste, e opinione pubblica orientata largamente su posizioni quantomeno scettiche riguardo al nostro coinvolgimento nella guerra. L’assenza di un’alterità reale, esterna e interna, che poteva apparire una situazione ideale per la nostra classe dominante, ha in realtà portato alla sclerotizzazione di un sistema che ha prodotto una situazione davvero paradossale. Oggi, infatti, abbiamo un sistema che esercita un’egemonia pervasiva sull’immaginario collettivo ma al tempo stesso risulta incapace di metterla a profitto per creare un consenso diffuso in un tornante storico decisivo. Il paradosso si potrebbe spiegare con il carattere essenzialmente negativo di questa egemonia. “There is no alternative” è la sua cifra dominante. Non ci sono possibilità diverse da un mondo in cui la società cessa di essere qualcosa di reale perché esistono sono gli individui (e le loro famiglie) in competizione fra di loro. Ci dovremmo dunque sorprendere se, quando si presenta la necessità, si fa sempre più fatica a orientare questi stessi individui verso un progetto collettivo, fosse anche quello di affrontare un presunto nemico?
Per molto tempo l’Occidente si è illuso che non sarebbe più esistito un nemico alla sua altezza. Il terrorismo internazionale è apparso come un fantasma evocato a bella posta che andava soltanto esorcizzato. Per affrontare un nemico che rappresenta una minaccia reale, invece, bisogna per prima cosa capirlo e questo significa distruggere i cliché che lo riguardano senza cancellarne l’alterità. Un sistema che è in grado di fare ciò ha al suo interno risorse materiali e ideali che gli consentono di modificarsi e di evolversi nel corso del conflitto. Nulla di tutto questo sembra prospettarsi all’orizzonte. Se l’opposizione che oggi si manifesta solo nei sondaggi di opinione divenisse movimento reale potrebbero venire alla luce i demoni più oscuri di un sistema. In questo caso è così peregrino ipotizzare che la nostra classe dominante finirebbe per prendere sempre di più a modello la tanto esecrata Russia di Putin?

(2 – continua – la precedente puntata qui)

 


  1. Su questi temi cfr. Enzo Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte, 2017, pp. 141, € 13,00 e la nostra recensione qui

  2. Per i concetti di relazione senza desiderio e fantasia di separazione cfr. Achille Mbembe, Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia, Laterza, Bari 2019. 

  3. Slavoj Zizek, Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, Ponte alle Grazie, Milano 2010, p. 65. 

  4. Volodymyr Ishchenko, “Towards the abyss”, in New Left Review, n. 133/134, January/April 2022. 

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Le trame e l’ordito della repubblica https://www.carmillaonline.com/2021/11/17/la-trama-e-lordito-della-repubblica/ Wed, 17 Nov 2021 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69084 di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

Come afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e [...]]]> di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

Come afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e ricostruzione storica, è anche vero che il ruolo politico ed economico giocato dalla prima all’interno della storia italiana del ‘900 è indiscutibilmente assai più rilevante. Soprattutto, a detta dello stesso Giannulli, per la forte influenza costantemente esercitata «sulle scelte politiche di governo e non solo in materia di politica economica e sindacale, ma anche in politica estera e più in generale sull’indirizzo politico complessivo del governo – soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta».

La ricerca di Catania, pur ripercorrendo a grandi linee la storia dell’associazione degli industriali dalle sue origini fino al Fascismo e alla Repubblica, si sofferma, in particolare, proprio sul ruolo svolto dalla stessa nella fase in cui era al massimo del suo potere. Potere di cui si servì innanzitutto per ostacolare in ogni modo l’ascesa economica, politica e sociale della grande massa dei lavoratori.
E per fare ciò, sia come singoli gruppi imprenditoriali sia come associazione, minacciò più volte, oppure rasentò, lo sbocco del colpo di Stato, finanziando o incoraggiando, indirettamente o direttamente, la destra eversiva di stampo dichiaratamente fascista.

E’ questo un tema importante, non tanto per tornare ancora una volta sulle trame mai chiarite e sulle vittime fin troppo chiare della stagione della “strategia della tensione”, ma piuttosto per far luce, sulla menzogna che sembra costituire l’unica formula identitaria su cui basare la richiesta di una collaborazione tra le classi, rivolta in particolare al coinvolgimento dei lavoratori e dei ceti sociali meno abbienti nell’interesse nazionale, nei momenti di crisi sociale, politica, economica o pandemica che sia: quella della grande unità democratica e antifascista.

Menzogna talmente evidente e di maglia ormai talmente larga che oggi, in occasione di fatti come quello dell’assalto alla sede romana della CGIL, può essere sbandierata tanto dai partiti della sinistra istituzionale e dai sindacati confederali quanto dalla destra parlamentare, anche la più estrema, cui è richiesto ipocritamente di prendere le distanze dalla sua unica fonte di ispirazione, il fascismo1.

Se è vero che, a livello ideologico oppure mitopoietico, l’antifascismo è stato uno dei maggiori collanti istituzionali della Prima Repubblica, è anche vero che mentre i discorsi istituzionali devono per forza esplicitarsi pubblicamente attraverso formule discorsive e retoriche, cariche di significati simbolici, buone per tutti gli usi, l’ordito reale del tessuto dello Stato repubblicano è più sottile e nascosto. Non per complottismo innato, ma per le intrinseche funzioni che lo Stato deve svolgere in quanto rappresentante degli interessi del capitale e dei suoi funzionari.

Non è dunque un caso che, a fronte del ruolo giocato da Confindustria nel definire gli assetti politico-economici della Repubblica succeduta al regime fascista, si abbiano solo indizi, riflessi, echi della reale attività svolta dalla maggiore associazione imprenditoriale italiana, «quasi si trattasse di un attore secondario dello scontro»2.

I documenti che riguardano questo ruolo risultano infatti rari o carenti e la stessa associazione «non è stata molto generosa nel concedere agli storici l’accesso alla propria documentazione d’archivio e, peraltro, anche i grandi gruppi industriali non hanno largheggiato in questo senso. Il mondo imprenditoriale ha preferito agire verso le istituzioni in modo assai discreto, nell’ombra di incontri riservati, di finanziamenti occulti, di diplomazie felpate e tutto questo ha prodotto una certa ritrosia ad aprire il libro dei ricordi»3.

D’altra parte, questa scarsità di documentazione sull’operato “reale” di Confindustria costituisce soltanto uno dei tanti aspetti dell’occultamento e della rimozione di gran parte della storia repubblicana, verrebbe da dire, “profonda”. Al cui centro appunto rimane il tema della continuità con il fascismo o, perlomeno, con l’autoritarismo di cui fu portatore nel segno della modernità capitalistica.

Anche se numerosi sono ormai i saggi sulla continuità di funzionari di ruolo significativo tra il regime e la repubblica4, altrettanto non si può dire a proposito della più generale continuità insita in tutte, o quasi, le istituzioni dello Stato e le sue funzioni5, nonostante lo sviluppo, nell’ambito della ricerca, della cosiddetta storiografia della continuità, cui si richiama lo stesso Catania, ispirata dalle ricerche di Claudio Pavone e S,J. Woolf6.

Il lavoro di Elio Catania, pur inserendosi in tale contesto di ricerca, è il frutto, a detta dello stesso autore: «di oltre dieci anni di ricerche e studio sul tema della strategia della tensione e di quel fenomeno particolare che abbiamo definito pacto del olvido7 nella storia dell’Italia repubblicana».

Il punto di vista intorno a cui si è articolata la ricerca segue due piani:

quello dell’azione pubblica di Confindustria, le pressioni, i legami politici, il lobbysmo e la difesa dei propri interessi, di cui molti autori hanno già ricostruito con cure le vicende particolari; quello della “guerra coperta”, non dichiarata e inconfessabile, che vide l’intero schieramento industriale impegnato per almeno il primo trentennio di vita repubblicana contro il “nemico interno” e i progetti politici che dal loro punto di vista minacciavano gli interessi della produzione […]; in secondo luogo, si è deciso di seguire come un “filo rosso” la formazione del blocco civico-militare che , dopo aver vissuto il momento embrionale negli anni Cinquanta e il preambolo nei Sessanta a cavallo tra dimensione nazionale e internazionale della Guerra fredda, manifesta appieno i suoi propositi nel “quinquennio nero” 1969-74. La strategia della tensione, assunto il suo carattere pienamente di Stato, rimane per noi uno dei principali nodi irrisolti della storia recente nazionale e Confindustria – che usufruì delle modalità della transizione senza rottura del dopoguerra – fu parte integrante di quel blocco civico-militare che, pure nelle sue diverse correnti e ramificazioni, accettò l’alleanza con l’estrema destra e legittimò tutto quanto fosse necessario fare per realizzare il principio destabilizzare per stabilizzare8.

Certo, secondo l’autore, l’azione di Confindustria non può essere considerata omogenea e uniforme, lineare e priva di contrasti al suo interno, poiché:

il punto di vista interno fu sempre diversificato e ciò comportò scontri anche aspri tra le sue correnti – che però si seppero ricompattare al momento opportuno, di fronte alla percepita “minaccia marxista” o in occasione di cicli particolarmente duri e intensi di conflitto sociale. In tal senso, Confindustria, assieme alla coalizione sociale politica di riferimento, riuscì a determinare alcuni caratteri peculiari della modernizzazione in Italia, tra cui il mantenimento per lungo tempo nella condizione di subalternità dei ceti non proprietari, lavoratori, a medio e basso reddito, esclusi dai circuiti di riproduzione sociale e nell’accesso alle risorse9.

L’ordalia capitalistica nei confronti del lavoro vivo ebbe così modo di manifestare la sua potenza non solo attraverso il normale uso degli apparati dello Stato, già preposti al mantenimento all’ordine di classe precostituito, ma anche per il tramite di strumenti eccezionali maneggiati dal terrorismo di stampo fascista e dai servizi… tutt’altro che “deviati”, come invece vorrebbe la vulgata democratica.
A dimostrazione che qualsiasi discorso sulla violenza dovrebbe sempre e immancabilmente distinguere l’uso di classe che di questa può essere fatto dai differenti contendenti. Rifiutando di accogliere in unico abbraccio “nazionalista” tutte le vittime della stessa, come se si trattasse di semplici nomi e date da porre su una linea infinita di “pietre d’inciampo”.

Tale discorso è talmente vero che l’autore apre il suo lavoro iniziando proprio dagli effetti della pandemia da Covid-19 e dalle misure di salvaguardia della produzione e dell’economia, più che della salute, prese. all’inizio del 2020, in quell’area lombarda che proprio negli anni Settanta aveva visto la strategia fascista, appoggiata dal grande capitale, effettuare i due attentati che di fatto delimitarono con chiarezza d’intenti il quinquennio 1969-74: Piazza Fontana e Piazza della Loggia.

Nel citare alcuni drammatici dati riportati da Francesca Nava nel suo bel libro sull’inizio della pandemia a partire dalla Val Seriana10, Catania sottolinea come si sia ormai diffuso a livello di discorso pubblico l’uso sulla storia dell’industria e della finanza italiana «che vuole il capitale privato al centro del progresso e dell’avanzamento storico della società». Mentre, in realtà:

Ci sembra di poter dire che il maggiore attivismo politico della Confindustria e degli operatori privati, che un costo così elevato ha causato in questi nostri tempi recenti di pandemia, non sia fenomeno del solo presente ma abbia radici profonde; soprattutto, che la valutazione positiva di cui è oggetto derivi anche da una rimozione: quella del ruolo svolto, nel determinare indirizzi e forme del modello di sviluppo nazionale, in particolare dalla Confederazione generali dell’industria italiana – CGII, dalla sua fondazione fino alla seconda metà degli anni Settanta, quando i mutati equilibri politici nazionali e internazionali conclusero con un compromesso de facto i lunghi cicli di conflitto sociale al centro dei processi di modernizzazione del Paese. Sebbene infatti il profilo dell’attuale Confederazione industriale sia profondamente diverso da quello della Confindustria storica – basti considerare la fuoriuscita della FIAT nel 2012 e la scomparsa dei principali gruppi che la costituivano -, è possibile rintracciarne la continuità grazie all’indagine storiografica11.

Perciò, nonostante la celebrazione ufficiale del 25 aprile veda sempre tra i protagonisti e i commentatori principali i rappresentanti della stessa e il suo organo di informazione più autorevole, “Il Sole 24 Ore”, i fatti storici dimostrano che il vero nerbo della reazione italiana a qualsiasi tipo di cambiamento sociale, politico ed economico si sia sempre celata proprio nell’anima “dura” dell’associazione degli imprenditori industriali.

Come dimostrano anche i tanti documenti raccolti nell’archivio digitalizzato della Procura di Brescia in occasione del processo per la strage di Piazza della Loggia, che, in particolare, include gran parte del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana. Al cui interno sono custodite anche le perizie realizzate in oltre vent’anni di lavoro dallo storico Aldo Giannulli, di cui l’autore è stato ausiliario, nominato perito dal PM Francesco Piantoni, in occasione della prima fase dell’ultima istruttoria bresciana.

Mentre è spesso fin troppo facile sentir parlare di mandanti anonimi, servizi deviati e fascisti latitanti o morti da anni, è sempre difficile veder venire a galla le responsabilità di un’associazione che è ritenuta, a destra come a sinistra, un’istituzione intoccabile e che, al massimo, viene nominata meno positivamente soltanto in occasione del rinnovo dei contratti di categoria. Elio Catania invece, con coraggio e autorevolezza, sbatte in faccia a tutti una realtà e una storia spesso negate e rimosse, prendendo di punta la grande menzogna su cui si basa anche l’altra: quella della repubblica nata anti-fascista e democratica.

Forse, una ricerca storica come la sua andrebbe accompagnata da un’altra, ancora tutta da svolgere nell’ambito della storiografia della continuità: quella riguardante la mancata approvazione dell’articolo della Carta Costituzionale, che alcuni padri fondatori della Repubblica avrebbero voluto come 3°, destinato a giustificare la reazione del popolo al mancato rispetto del patto costituzionale e di governo. Allora impedito dalla tacita intesa tra DC degasperiana e PCI togliattiano12.

Da quella rimozione del diritto alla resistenza contro un governo autoritario derivano ancora infatti sia la rimozione storica, mediatica e politica di ogni nefandezza attribuibile al grande capitale e, dall’altra, la sin troppo facile criminalizzazione di chiunque, e in qualunque modo, si opponga all’attuale regime. Sia che si tratti dei definire “terroristi” i militanti No Tav valsusini, come ha fatto recentemente l’attuale direttore di “Repubblica” Maurizio Molinari, che di stabilire lockdown a pioggia senza mai chiudere davvero i luoghi di lavoro, come è avvenuto nella recente pandemia, oppure ancora di scaricare sui singoli individui le responsabilità del diffondersi di una sindemia che affonda le sue radici nello stesso modo di produzione che si vuole difendere ad ogni costo.

Così da dimostrare che, in un paese in cui lo stragismo di Stato ha costituito per anni la cifra politica dell’azione antiproletaria, la continuità con l’autoritarismo fascista non è mai stata spezzata, mentre è stata al contrario rafforzata da tutti i provvedimenti che continuano a negare la legittimità della lotta di classe e della difesa dal basso degli interessi collettivi.

(Il testo di Elio Catania sarà presentato a Milano, in occasione di BookCity, venerdì 19 novembre alle ore 17,30. Interverranno l’autore, Aldo Giannulli e Elia Rosati)


  1. Soltanto per fare un esempio, tra i tanti possibili, si veda qui  

  2. A. Giannulli, Prefazione a E. Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, p.12  

  3. Ivi 

  4. Si veda, a solo titolo d’esempio: Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla repubblica italiana, Einaudi editore, Torino 2017 e 2018  

  5. Si consideri, ad esempio, la mai del tutto avvenuta scomparsa del codice penale Rocco (1930) che resta invece ancora una delle fonti del diritto penale vigente  

  6. C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995 e J. S. Woolf, Risorgimento e fascismo: il senso della continuità nella storiografia italiana, in “Belfagor”, vol. 20, n. 1 (31 gennaio 1965), pp. 71-91  

  7. Il Pacto del Olvido (patto dell’oblio in spagnolo) è la decisione politica dei partiti di sinistra e di destra della Spagna di evitare di affrontare direttamente l’eredità del franchismo dopo la morte di Francisco Franco nel 1975  

  8. E. Catania, Introduzione in E.Catania, op.cit., pp. 18-19  

  9. Ibidem, p. 20  

  10. Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, recensito qui su Carmilla  

  11. E. Catania, op. cit., p.16  

  12. In particolare, fu il partigiano Giuseppe Dossetti, non ancora sacerdote, padre Costituente e componente della Commissione dei 75, a lottare perché fosse uno degli
    articoli della nostra Costituzione. Doveva essere l’art. 3 e così: La resistenza, individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino.
    Si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
    In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, tuttavia non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente  

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Economia di guerra / 3 – Fase due: incubo sulla città contaminata https://www.carmillaonline.com/2020/04/29/economia-di-guerra-3-fase-due-incubo-sulla-citta-contaminata/ Wed, 29 Apr 2020 21:01:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59702 di Jack Orlando

Una nuova conferenza del presidente del consiglio, l’appello alla nazione affinché porti pazienza, affinché non gli venga in mente di arrabbiarsi con qualcuno perché, in fondo, la responsabilità è dei cittadini. Retorica sanitaria figlia della miglior tradizione neoliberale in cui a pagare il conto della baracca è la plebe. È così che si inaugura la famosa Fase 2, quella della “convivenza” col virus, o meglio, dell’abitudine alle limitazioni e della stabilizzazione dell’emergenza che diventa nuova forma di economia e di governo. Come era prevedibile, questo nuovo capitolo della gestione [...]]]> di Jack Orlando

Una nuova conferenza del presidente del consiglio, l’appello alla nazione affinché porti pazienza, affinché non gli venga in mente di arrabbiarsi con qualcuno perché, in fondo, la responsabilità è dei cittadini. Retorica sanitaria figlia della miglior tradizione neoliberale in cui a pagare il conto della baracca è la plebe. È così che si inaugura la famosa Fase 2, quella della “convivenza” col virus, o meglio, dell’abitudine alle limitazioni e della stabilizzazione dell’emergenza che diventa nuova forma di economia e di governo.
Come era prevedibile, questo nuovo capitolo della gestione della pandemia ha generato un nuovo decreto presidenziale, pasticciato e, a molti tratti, incomprensibile. Che però conferma almeno una cosa: l’effettiva data di nascita della classe dirigente italiana.

Classe dirigente, politica ed economica, che nei decenni intercorsi dalla nascita della Repubblica ha cercato di darsi sempre nobili origini, sia che si trattasse di farle coincidere con il Risorgimento, con la Resistenza oppure con con il dibattito costituzionale intercorso nel biennio 1946-47. Mentre in realtà di tutt’altro si tratta, perché le mosse di questa classe dirigente concordano esattamente con quelle messe in atto l’8 settembre 1943. Una classe dirigente divisa allora e divisa oggi che concorda su un solo punto: colpire e schiacciare i lavoratori, i proletari e i cittadini. Destinati ad essere sempre, oggi come allora, abbandonati davanti al pericolo, da governanti in fuga e vili, capaci soltanto di cercare rifugio dietro alleati più potenti (ieri gli anglo americani o i nazisti tedeschi, oggi l’Unione Europea, i regimi autoritari caratterizzati dal nazionalismo oppure gli Stati Uniti di Trump), in grado di giustificare e appoggiare la repressione di ogni iniziativa di classe.

Nel caos di ordinanze, divieti, concessioni e regolamenti vari è chiara solo una cosa, che d’altronde era chiara anche prima: la priorità resta sempre il profitto e quindi l’unico motivo valido per uscire di casa è lavorare. Come se il Covid, al tavolo tra governo e parti sociali, avesse dichiarato di astenersi dal contagiare i lavoratori durante l’orario di attività1.

Per il resto, il distanziamento sociale permane pressoché invariato per tempi medio-lunghi. Oltre alle scontate ripercussioni sulla vita sociale e relazionale di tutta la popolazione e dei suoi “congiunti”, questa situazione apre scenari di profonda trasformazione delle nostre città e delle forme di vita e accumulazione che le attraversano.

Emerge adesso, come una delle contraddizioni centrali, la questione dello spazio pubblico e della sua agibilità: l’attraversamento delle città e l’accesso alle sue infrastrutture viene ora ridotto all’osso, come fossero un corridoio di connessione tra la casa e i luoghi di lavoro e approvvigionamento. Uno spazio svuotato quindi di ogni connotazione sociale e che, pertanto, mette in crisi tutte quelle articolazioni del mercato che ne permeano lo svolgimento quotidiano.
Per essere più chiari: quanti esercizi commerciali tra bar, ristoranti, pub, botteghe e piccoli negozi che vivono proprio di quel flusso, e che costituiscono una fetta enorme dell’occupazione italiana, possono vivere o anche solo sopravvivere di asporto e giravolte tra un’ordinanza e l’altra (con le loro immancabili multe, ammende e chiusure)? Quante di loro, già nell’immediato, dovranno liberarsi dei loro dipendenti per ridurre i costi di gestione?

Ecco servito un primo terremoto sociale: presumibilmente una fetta molto importante della sempreverde classe media italiana è ora sull’orlo di un precipizio chiamato proletarizzazione. Negozi chiusi con gestori e dipendenti costretti a trovarsi un nuovo sgobbo in un mercato del lavoro asfittico e reso ancora più stretto da una compressione dei consumi provocata dall’abbassamento dell’occupazione e delle retribuzioni. O, ancora, negozi indipendenti che per sopravvivere entrano nella filiera di quelle catene di franchising che possono ora fare la parte degli squali in un mare di pesciolini smarriti. In un caso o nell’altro, a lavoro perso o lavoro sotto nuovo padrone, un grosso pezzo di Italia domani si riscoprirà proletaria, forza lavoro che vende tempo e fatica al migliore offerente. Le serrande chiuse non si conteranno, quelle che porteranno nuove insegne, identiche tra loro, saranno sempre più comuni.

Probabilmente è finito il sogno dell’autoimprenditorialità per quella massa di persone che avevano deciso di vivere dei frutti del piccolo commercio. Rimane, ben più misera, la realtà dell’autosfruttamento implicito nello strato basso del popolo delle partite Iva, come manodopera senza sindacato e senza tutela pronta per un mercato del lavoro più feroce di prima.
Tra loro si troveranno anche le migliaia di nuove leve di corrieri, riders, facchini e fattorini, nuovi operai massa delle piattaforme di e-commerce e delivery, che correranno per le strade delle città a rifornire i consumatori di quei beni che non saranno più sugli scaffali del negozio, ma a portata di click e stretti nei loro imballaggi. Una figura finora relegata al rango di “lavoretto” da studente, che diventa ora una prospettiva di occupazione stabile.
Di una stabilità fatta di cottimo, rischi non assicurati, corsa alle briciole e arroganza padronale, di invisibilità nei tavoli di trattativa dei sindacati, una forma di sfruttamento d’avanguardia che si riverserà presto nello spazio di quei “garantiti” che credono ancora in una qualche forma di equità e tutela sociale.

Come il lavoro, lo spazio pubblico delle città è privato ulteriormente della sua linfa vitale e reso ancor di più terreno di caccia per i grandi capitali. Nulla di sconvolgente in realtà. La crisi non inventa quasi nulla, i processi erano in nuce o già in moto, più semplicemente si è schiacciato forte sul pedale dell’acceleratore.
Stanno prendendo forma nuove fratture, nuove condizioni di vita, nuove forme di sfruttamento e nuovi soggetti prodotti dal movimento del capitale che si rinnova e prende le forme del suo attuale contenitore pandemico.
Nuove forme di lotta e nuovi nemici ci sentiamo di aggiungere.

Ci si pongono davanti lavoratori insindacalizzabili che hanno come controparte diretta piattaforme informatiche che se ne fottono di qualsiasi mediazione, lavoratori che dagli uffici sono stati relegati in casa, atomizzati e ultraprecarizzati e con il costo di manutenzione del proprio lavoro sulle spalle, una classe media sventrata e al collasso, un corpo sanitario che dopo essere stato incensato vedrà una scure di tagli alla spesa abbattersi sulle loro condizioni lavorative, una torma difficilmente quantificabile di disoccupati e sottoccupati con un accesso scarso o nullo alle risorse e al lavoro.
Quali forme di lotta e parole d’ordine emergeranno in seno a questi soggetti è ancora tutto da scoprire, quel che è certo è che si rende necessaria una nuova composizione di classe in grado di muovere un conflitto a 360 gradi a quest’ennesima ristrutturazione emergenziale del capitale e che un terreno di lotta comune si darà già nell’attraversamento dello spazio pubblico e dell’accesso alle risorse che esso conserva. L’eterno conflitto tra capitale e lavoro che i padroni hanno buttato fuori dalla porta, bisogna ricacciarglielo dentro dalla finestra.

È necessario cioè dare battaglia nei nodi dell’accumulazione frammentati nelle città e nei loro bordi: nei luoghi di lavoro dove ancora si concentrano i corpi e le merci, fabbriche uffici o magazzini che siano, è da trovare il primo terreno di lotta e organizzazione; fuori, agli angoli delle strade dove sostano i rider o nelle case dove si lavora al pc, è necessario riorganizzarsi e trovare altrettante forme di blocco del flusso di merce.
Ma soprattutto, un piano di ricomposizione che si dà oggi per queste figure e che incide proprio sull’accumulo di capitale, è quello del reddito indiretto, della distribuzione della ricchezza; nessuna campagna su fantasmatici redditi universali, ma battaglia per l’appropriazione dei beni: dal cibo alla casa, dai vestiti alla salute, dal consumo di socialità all’istruzione, se tutto è stato messo a valore e ci viene imposto di pagarlo, tocca riprenderlo con la forza. Questa decennale opera di messa a valore della vita ha trasformato la città in merce, allora è venuto il momento di espropriarla. Questo significa riprendersi lo spazio pubblico: agirlo per impossessarsi della ricchezza prodotta, torcerlo da luogo di mercato a base d’organizzazione politica. Costruire sulle necessità di vita la linea di rottura.

L’autorganizzazione per fare fronte ai bisogni reali deve quindi uscire definitivamente, una volta per tutte, dall’alveo della solidarietà umana e iniziare a darsi una sua forma politica e antagonista, e per farlo non può prescindere dalla verità del vecchio slogan “riprendersi la merce”: solo mettendoci in condizione di prendere i beni lì dove sono, di imporre le priorità della vita su quelle del profitto, possiamo costruire una forza reale che non è solo mutualità, ma guerra di classe e crescita delle opportunità, nonché una prospettiva e un’attitudine adatta a tutti quei soggetti che fino a ieri la spesa potevano farla e che oggi non si vogliono certo rassegnare al pacco alimentare.
E se le manifestazioni e gli assembramenti sono vietati per limitare il contagio, se gli scioperi ledono l’irrinunciabile interesse nazionale, praticare rotture del dispositivo e recuperare una tendenza all’azione autonoma e anche illegale diventa più un’ovvia necessità che una enunciazione. E qui la radicalità trova il suo terreno di coltura e la creatività popolare il suo campo di sperimentazione.
È necessario allora sgomberare il campo dalle ambiguità in via preliminare e sganciarsi fin d’ora dalla retorica dell’unità nazionale che tutela solo i grandi affari: non possiamo negare la realtà della pandemia in virtù dei diritti individuali, ma di certo dobbiamo rompere con l’immobilità imposta da divieti la cui indecifrabilità fa il paio con l’abuso di potere.

L’aumento vertiginoso dei casi di arbitrio poliziesco e di violenze gratuite delle forze dell’ordine sarà certo figlio diretto di un caos giuridico, ma configura la nuova forma di rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini. In barba tanto ai garantisti democratici quanto ai fan della divisa, quello che la popolazione civile sperimenta oggi, è il volto della democrazia riservato finora agli antagonisti, agli ultras, ai migranti e ai marginali. Il nemico interno non è più un’esigua minoranza. Il nemico si annida in chiunque si muova in strada (o anche tra le mura domestiche, perché no?), in chiunque incappi negli spazi in cui l’arbitrio dello Stato può agire il suo pugno di ferro. Questa è la nuova configurazione dell’ordine pubblico democratico. È anche qui che la radicalità deve e può crescere. Poche lagne, non si pianga sulle botte della polizia, si riconosca una volta per tutte allo Stato il diritto a esercitare la violenza (che poi, tanto, non chiede mica il vostro permesso) per riconoscere finalmente il nostro diritto all’autodifesa e all’autonomia d’azione.

È finalmente arrivato il momento di finirla con i politicismi, con le figure sociali astratte, con le battaglie di principio; il nemico sta superando l’impasse ed è già passato all’offensiva e sotto attacco ci siamo tutti. Non c’è più spazio per moltitudini cognitarie, fratellanze e favolosità varie; è di fame e freddo, di sangue e merda che si parla adesso. E chi pensa ancora di poter stare a fare le sue disamine di lana caprina, mentre c’è la tempesta fuori dalla sua porta, o è un ottuso o è in malafede, in ogni caso non è qualcuno a cui prestare l’orecchio.

La normalità di ieri è bella che morta e un abisso si apre davanti a noi, è ora che lo si capisca bene, e non si creda nemmeno di essere arrivati alla fine della Storia, alla resa dei conti. Niente è finito e niente finirà mai da solo: una nuova normalità, peggiore di quella di ieri, può mettersi comoda tra i nostri giorni e assuefarci di nuovo al suo triste spettacolo. L’unica possibilità che abbiamo adesso è tuffarci dentro l’abisso e liberare un maelstrom che inghiotta questo presente, con le sue normalità ed emergenze, una volta per tutte.


  1. Come ha affermato Paolo Giordano nell’editoriale del Corriere della sera del 27 aprile, La fase 2 e noi:

    “Alla vigilia dell’8 aprile, quando è stato revocato il lockdown di Wuhan – un lockdown molto più rigido del nostro –, la Cina intera dichiarava 62 nuovi casi, la maggior parte dei quali importati. Il giorno precedente 32. Ieri, in Piemonte […] i nuovi infetti confermati erano 394. Nella Lombardia limitrofa 920.
    Però apriamo. O meglio, iniziamo ad aprire, perché lo fanno anche gli altri, perché si avvicina l’estate e sotto sotto speriamo che il caldo ci dia una mano; perché ci auguriamo di aver imparato una serie di norme e di mantenerle a lungo, perché il virus forse, chissà, si dice, è diventato meno aggressivo. In realtà, abbiamo chiuso in ritardo per salvaguardare il comparto produttivo e apriamo adesso, raffazzonati, per salvaguardare il comparto produttivo.

     

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Il nemico interno https://www.carmillaonline.com/2017/03/29/il-nemico-interno/ Wed, 29 Mar 2017 21:59:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37339 di Alexik

Minniti“Ritenuta la  straordinaria  necessità  ed  urgenza  di  introdurre strumenti  volti  a  rafforzare  la  sicurezza  delle  città  e   la vivibilità  dei  territori  e  di  promuovere  interventi  volti  al mantenimento del decoro urbano” …

È particolarmente istruttivo soffermarsi sul testo del Decreto Minniti in materia di ‘Sicurezza delle città mentre scorrono in sottofondo le immagini degli espianti degli uliveti di Melendugno, per l’avvio dei cantieri del “Trans Adriatic Pipeline”.

E’ illuminante come alcune centinaia di dipendenti del Ministero dell’Interno si siano fatti interpreti, con la semplicità e [...]]]> di Alexik

Minniti“Ritenuta la  straordinaria  necessità  ed  urgenza  di  introdurre strumenti  volti  a  rafforzare  la  sicurezza  delle  città  e   la vivibilità  dei  territori  e  di  promuovere  interventi  volti  al mantenimento del decoro urbano” …

È particolarmente istruttivo soffermarsi sul testo del Decreto Minniti in materia di ‘Sicurezza delle città mentre scorrono in sottofondo le immagini degli espianti degli uliveti di Melendugno, per l’avvio dei cantieri del “Trans Adriatic Pipeline”.

E’ illuminante come alcune centinaia di dipendenti del Ministero dell’Interno si siano fatti interpreti, con la semplicità e l’immediatezza propria della comunicazione non verbale dei manganelli, del contenuto profondo dei concetti enunciati dal Decreto, quali “sicurezza”, “vivibilità  dei  territori”, “decoro”, “benessere delle comunità territoriali”, e della loro articolazione pratica nell’ambito delle politiche di governo.

Melendugno3

Melendugno (LE), 28 marzo 2017.

Le cariche sui sindaci, inoltre, raffigurano plasticamente cosa si intenda per ‘collaborazione interistituzionale per la promozione della sicurezza’, qualora i primi cittadini non vogliano ridurre il proprio ruolo a meri persecutori di mendicanti e poveracci in genere, ma pretendano (temerari!) di rappresentare i bisogni e i desideri della gente che li  ha eletti.
Può sorgere il dubbio, invero, che il senso di tali concetti sia stato frainteso, ma io credo che invece i tutori dell’ordine ne abbiano dato una rappresentazione corretta, almeno nell’accezione più cara all’attuale ministro degli Interni (ed anche a tanti suoi predecessori), alla compagine politica che lo esprime ed agli interessi economici che essa rappresenta.

Comunque, il trattamento riservato ai manifestanti di Melendugno da parte della polizia in assetto antisommossa e la messa in stato d’assedio del paesino del leccese non è di per se una novità. Qualcuno ci è già passato prima che toccasse ai salentini.

La sperimentazione valsusina

A 1.200 km a nord ovest,  la Val di Susa ha rappresentato, negli anni, un campo di sperimentazione delle strategie di contenimento delle lotte popolari. Un test per l’uso di strumenti repressivi di eccezione, un tempo rivolti contro i militanti di organizzazioni politiche ribelli, e poi estesi nella loro applicazione ad un’intera popolazione civile all’interno di una determinata area.

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Chiomonte (TO), cantiere TAV, giugno 2015.

Strumenti che vanno dalla costante militarizzazione del territorio, all’uso di una particolare violenza contro i dimostranti, ad un eccezionale accanimento giudiziario.
Alla fine del 2015 si contavano circa 1000 imputati e 200 condanne nei procedimenti aperti contro il movimento valsusino, procedimenti che godono di una corsia preferenziale rispetto a quelli istruiti per reati ben più gravi.
Presso la Procura di Torino può infatti accadere che un processo per lo stupro di una bambina si concluda, dopo 20 anni, con la prescrizione, mentre per reati anche bagatellari commessi da militanti No Tav si proceda d’urgenza.
Sono di uso comune nei processi contro i No Tav “la dilatazione del concorso di persone nel reato, l’uso massiccio (e talora indiscriminato) delle misure cautelari, un insieme di forzature (grandi e piccole) in indagini e processi, il ricorso a fattispecie di reato (a dir poco) sovradimensionate con evocazione finanche della finalità di terrorismo, la particolare cura nella gestione dei processi sulla stampa (oltre che negli uffici giudiziari)”1.

violenze Val di Susa2

Manifestante ferita a Coldimosso (TO), durante una manifestazione contro il Tav, 17 febbraio 2010.

La sproporzione fra i criteri di giudizio utilizzati emerge nella sua plateale nudità quando la stessa Procura sostiene l’accusa di terrorismo per i manifestanti inquisiti per il danneggiamento di un compressore, mentre archivia sistematicamente le denunce per le gravi lesioni, anche permanenti e fortemente invalidanti, subite dai militanti No Tav nel corso di cariche e fermi2, stabilendo una singolare gerarchia di importanza fra ‘l’incolumità’ delle cose e quella delle persone.
Tutto questo, negli anni, è stato preceduto e accompagnato da un’intensa opera di denigrazione e criminalizzazione mediatica del movimento, finalizzata alla preparazione del terreno e della base di consenso necessaria all’esplicarsi dell’azione repressiva3.

In Val di Susa, in sintesi, si è andato sperimentando quanto il trattamento di una popolazione dissidente potesse avvicinarsi a quello riservato ad una popolazione ‘nemica’.

Non si tratta di un’esagerazione: nel 2011 l’ultimo colpo di coda del morente governo Berlusconi, fu quello di definire – sul modello delle disposizioni già in atto per le discariche napoletane – il cantiere della Lyon Turin Ferroviaire come ‘Area di interesse strategico nazionale’, cioè area ‘ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato’.
L’applicazione cioè,  di un diritto penale di eccezione a base territoriale, “un modello normativo eccezionale a cominciare dal requisito che legittima tutto il sistema in deroga: la proclamazione dello stato di emergenza, adottata con decreto del Consiglio dei Ministri, al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare”.4
Una logica militare a tutti gli effetti scelta, non come si vuol in genere far credere, dai temibili black bloc ma dallo Stato, per contenere l’indisponibilità di intere popolazioni a subire politiche di devastazione ambientale.

Nel 2014, con l’art. 37 del Decreto ’Sblocca Italia’ , il modello viene esteso dal Governo Renzi anche ai cantieri di costruzione del “Trans Adriatic Pipeline”, a cui si attribuisce carattere di priorità nazionale e di interesse strategico … nel senso ovviamente dell’interesse strategico della Snam, della British Petroleum, della azera Socar, della belga Fluxys, della spagnola Enagas, della svizzera Axpo, soci del consorzio T.A.P. (!!!)

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Melendugno (LE), in difesa degli ulivi, 28 marzo 2017.

Dunque, l’apparato normativo atto a reprimere i difensori degli ulivi salentini è già stato ampiamente predisposto, e questo ben prima dell’arrivo al dicastero degli Interni di Domenico ‘Marco’ Minniti.
Ma se l’obiettivo è la costruzione e persecuzione del ‘nemico interno’ e la gestione del dissenso con logiche di guerra, il neoministro  presenta ottime referenze.

L’uomo giusto al posto giusto.

Figlio di un pilota dell’aeronautica militare e uomo di provata fede atlantica, Marco Minniti, dal governo D’Alema in poi,  ha collezionato una lunga serie di incarichi governativi con deleghe ai servizi segreti, alla cooperazione con la Nato, al coordinamento di operazioni durante la guerra dei Balcani, alla promozione dell’industria bellica. Tutte attività a stretto contatto e in perfetta sinergia con ministri della difesa, capi delle forze armate, centri di intelligence, manager delle holding belliche5.
Di lui WikiLeaks ricorda come sia riuscito a rassicurare l’ambasciata USA sulla riconferma dell’acquisto da parte dell’Italia dei caccia F-35 (un pacco e un salasso)
, dopo l’elezione di Prodi nel 2006.
Ammiragli, generali, ex capi di Stato Maggiore, funzionari dei servizi e della NATO, ex prefetti, ex magistrati, ex comandanti delle teste di cuoio, consiglieri militari, analisti della CIA, hanno fatto parte delle sue frequentazioni nell’ambito della Fondazione ICSA, il centro studi sui temi d’intelligence e dell’analisi militare da lui fondato nel 2009 assieme a Francesco Cossiga.

Rignano

Roma, sede della Regione Puglia, 9 marzo 2017.

E chissà se non sia stato proprio Cossiga il suo mentore in tema di ordine pubblico, a cui ispirare i suoi primi atti da neoministro. Atti come lo sgombero del Grande Ghetto di Rignano (FG), conclusosi con due lavoratori maliani  – Mamadu Konate e Nouhou Dumbia – bruciati vivi.
Questa la ricostruzione dei fatti da parte di Campagne in lotta, ‘sin dalle prime ore, gli abitanti del Ghetto hanno raccontato la responsabilità delle forze dell’ordine in quell’incendio, considerando le fiamme che hanno distrutto le baracche come una strategia di sgombero.
 Quella accidentale, è la versione su cui invece concordano la stampa e le istituzioni coinvolte’.

Davanti a tanto orrore, passa anche in secondo piano la gestione delirante dell’ordine pubblico di sabato scorso, in occasione del corteo Eurostop, preceduto da fogli di via, da una intensa campagna di terrore sul presunto arrivo del terribile blocco nero, e dall’enunciazione (molto cossighiana) dell’intenzione di infiltrare agenti in borghese fra i dimostranti.
La prima manifestazione nazionale di movimento dell’era Minniti ha dovuto rinunciare a 120 compagne/i (tre pullman) sequestrati per tutto il giorno in un centro di identificazione – alla faccia del diritto costituzionale di manifestare – e sopportare l’accerchiamento di una parte del corteo, prima spezzato dalla polizia in due tronconi, e poi assediato senza via d’uscita nel tentativo di provocarne la reazione.

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Chiomonte (TO), giugno 2015.

A tali ‘innovazioni’ nella gestione della piazza, se ne aggiungono altre, proprio oggi, in diretta dal presidio di Melendugno: “Praticamente stiamo cercando di fronteggiare un esercito. Sul posto c’è: polizia, carabinieri, finanza, addirittura i contractor, quelli che pagano per combattere in Iraq, e persino la marina militare“.
Come già succede da tempo nel cantiere TAV di Chiomonte, in tutti le ‘aree di interesse strategico nazionale, ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato’ 
 i militari vengono impiegati in funzione di ordine pubblico … ma i paramilitari fino ad ora non li avevamo ancora visti !

Torniamo al Ministro. Il contenuto dei suoi raccapriccianti decreti in materia di Immigrazione e di Sicurezza urbana è stato in parte già analizzato da Antigone sulle pagine di Carmilla, sottolineando l’impatto nefasto che tali provvedimenti avranno sulle esistenze di chi vive faticosamente già ai margini.
Ma i decreti Minniti non colpiscono il povero solamente nell’esercizio del suo diritto al movimento, alla fruizione degli spazi della città e, in definitiva, nella sua capacità di sopravvivenza individuale (esercizio dell’accattonaggio, di piccoli commerci), ma anche nella sua possibilità di reazione ed organizzazione collettiva.

Bologna, sfratto, 7 marzo 2017.

Bologna, picchetto antisfratto, 7 marzo 2017.

Per esempio un capitolo intero del Decreto sulla sicurezza delle città viene destinato all’ampliamento delle prerogative del prefetto di disporre il concorso della forza pubblica nello sgombero di occupazioni ‘arbitrarie’ di immobili.
Chi occupa una casa, chi si organizza per resistere ad uno sfratto dovrà subire d’ora in poi un maggior livello di violenza, e questo non riguarda solo i classici ceti ‘marginali’, ma ampie fasce di ex ceto medio proletarizzato dalla crisi che non riesce più a sostenere mutui o affitti.
Ovviamente, le disposizioni sugli sgomberi valgono anche per gli spazi occupati non abitativi.

Ulteriori disposizioni possono colpire direttamente chi lotta attuando, per esempio blocchi ferroviari o picchetti, in quanto  ‘chiunque  ponga  in  essere condotte che limitano la  libera  accessibilità  e  fruizione  delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto  pubblico  locale,  urbano  ed extraurbano, e delle relative pertinenze’ può essere soggetto a sanzione pecuniaria e ordine di allontanamento, fino al divieto di accesso per sei mesi dal luogo della lotta.
Ma più in generale, i patti sottoscritti da prefetto e sindaco possono rivolgersi contro fenomeni generici di ‘turbativa del libero utilizzo degli spazi pubblici‘, e in questa definizione può ricadere qualsiasi tipo di protesta.
Dulcis in fundo, un emendamento della Carfagna ha introdotto nel decreto la possibilità dell’arresto in flagranza in differita (entro 48 ore) per reati avvenuti in occasione di manifestazioni pubbliche ripresi da telecamere e in immagini fotografiche, estendendo ai presidi e cortei quanto già previsto per gli stadi.

Che si tratti dunque di gestione militare della piazza, o della creazione di una sorta di ‘diritto amministrativo del nemico’ (il potere di ordinanza dei sindaci contro determinati soggetti sociali) da affiancare a quello penale, l’obiettivo è sempre quello di colpire le figure conflittuali o potenzialmente tali in vista di un aggravamento della crisi.
Prevedono, evidentemente, che essa si evolverà in maniera particolarmente grave, se affinano strumenti così sproporzionati rispetto alla reale entità del conflitto e della capacità di organizzazione di chi si oppone.
Prevedono, evidentemente, che l’estendersi dell’esercito industriale di riserva non si incontrerà mai più con nessuna rivoluzione industriale in grado di assorbirlo, e si attrezzano per rispedirlo altrove.
Prevedono, evidentemente, che il capitale in crisi di valorizzazione, spingerà gradualmente l’espropriazione oltre i limiti posti dal minimo vitale di masse sempre più consistenti di persone (nel suo piccolo, l’esempio salentino significa questo: famiglie di olivicoltori rovinate, nuova carne da emigrazione), e si attrezzano per neutralizzarne la reazione.
Loro si attrezzano. E noi ?


  1. Livio Pepino, La Val Susa e il diritto penale del nemico, in ‘Quaderni del Controsservatorio Valsusa n. 1’, Intra Moenia Edizioni, 2014.  

  2. Sull’argomento si consiglia la visione del documentario ‘Archiviato. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa’. Qui il trailer. 

  3. Per i dettagli: Xenia Chiaramonte, Alessandro Senaldi, Criminalizzare i movimenti. I No Tav fra etichettamento e resistenza, in ‘Studi sulla questione criminale, X, n. 1, 2015, pp. 105-144.  

  4. Carlo Ruga Riva, Diritto penale, regioni e territorio. Tecniche funzioni e limiti, Giuffrè, 2012, p. 187. 

  5. Per il curriculum dettagliato: Antonio Mazzeo, Marco Minniti. Quest’uomo è una sicurezza, 20 gennaio 2017. 

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La strategia della tensione e i mezzi di informazione. “Guerra psicologica” e controinformazione https://www.carmillaonline.com/2016/08/24/la-strategia-della-tensione-mezzi-informazione-guerra-psicologica-controinformazione/ Wed, 24 Aug 2016 21:30:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32570 di Alberto Molinari

eco_del_boato_coverMirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 445, € 28,00.

Sei stragi che provocarono 50 morti e 346 feriti (dalle bombe di Piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, a quelle sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974), diverse minacce o tentativi di colpo di Stato, uno stillicidio di attentati e atti di violenza segnarono quella trama eversiva definita per la prima volta dal quotidiano inglese “The Observer”, all’indomani di Piazza Fontana, come “strategia della tensione”: è [...]]]> di Alberto Molinari

eco_del_boato_coverMirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 445, € 28,00.

Sei stragi che provocarono 50 morti e 346 feriti (dalle bombe di Piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, a quelle sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974), diverse minacce o tentativi di colpo di Stato, uno stillicidio di attentati e atti di violenza segnarono quella trama eversiva definita per la prima volta dal quotidiano inglese “The Observer”, all’indomani di Piazza Fontana, come “strategia della tensione”: è questo l’oggetto della ricerca di Mirco Dondi, docente di Storia contemporanea e direttore del Master di comunicazione storica all’Università di Bologna. L’”eco del boato”, richiamato nel titolo, è «tutto ciò che lascia l’esplosione dopo il suo scoppio». «Un rilevante atto terroristico – scrive Dondi – proietta il suo peso sui principali eventi dell’agenda politica, caricandoli dei significati generati dall’atto criminale. L’attentato produce un effetto domino sulla scena pubblica che ne esce completamente reinterpretata» (p. 3). L’”eco del boato” è quindi il cuore della strategia della tensione che l’autore ricostruisce nei suoi risvolti teorici, nelle sue pratiche e nei suoi obiettivi lungo il decennio 1965-1974. Attraverso il ricorso ad un’ampia bibliografia e l’intreccio di numerose fonti – atti delle commissioni di inchiesta, documenti giudiziari, rapporti di polizia, stampa nazionale e internazionale, memorialistica e saggistica coeva – la ricerca analizza il comportamento dei diversi attori coinvolti nell’elaborazione e nella realizzazione delle strategia della tensione, dai soggetti politici e istituzionali, agli apparati militari e alle organizzazioni neofasciste. Attori che si mossero con disegni a volte diversi, ma con una comune volontà di condizionare o modificare radicalmente lo scenario politico, minando in senso antidemocratico l’assetto politico repubblicano.

La prima parte del volume è dedicata alle origini e ai presupposti teorici della strategia della tensione, maturati nel clima della guerra fredda quando l’Italia divenne di fatto un paese a sovranità limitata, condizionato dalla strategia anticomunista promossa dagli Stati Uniti tramite la Cia e strutture occulte come la rete militare Stay behind. Nella parte più corposa del testo (cinque capitoli) Dondi analizza la strategia della tensione in atto, tra il 1969 e il 1974, ricondotta in un quadro di insieme grazie ad un solido filo narrativo che riordina una materia estremamente complessa, individuandone le linee di fondo, l’evoluzione, le diverse articolazioni, contraddizioni e sfumature, poste in relazione ai mutamenti delle dinamiche politiche e del contesto sociale. Nella densa trattazione di Dondi, tra i numerosi temi e spunti interpretativi che meriterebbero di essere segnalati, ci soffermiamo sull’analisi del ruolo dell’informazione, un aspetto centrale e innovativo della ricerca, rivolto soprattutto all’ambito della carta stampata (sono oltre cento le testate, nazionali e internazionali, citate dall’autore).

I mezzi di informazione svolsero un ruolo rilevante nella guerra psicologica, fondamentale strumento, insieme alla guerra non ortodossa, della strategia della tensione. Messe a punto negli anni Cinquanta dal Pentagono, le caratteristiche della guerra non ortodossa (definita anche guerra rivoluzionaria) e della guerra psicologica furono al centro del convegno organizzato a Roma nel maggio 1965 dall’istituto Pollio – considerato l’«atto fondativo della strategia della tensione» (p. 49) – al quale parteciparono numerosi protagonisti della stagione eversiva: estremisti neri come Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, militari come il generale Giuseppe Aloia e il colonnello Amos Spiazzi, uomini dei servizi come Guido Giannettini.
La guerra non ortodossa prevedeva la pianificazione di strutture paramilitari e la realizzazione di azioni “coperte” «decise da una selezionata cerchia di èlites militari e politiche, al di fuori delle procedure istituzionali e all’oscuro del parlamento» (p. 7). Pensata inizialmente in funzione difensiva rispetto a un ipotetico attacco dell’Urss, negli anni Sessanta la guerra non ortodossa venne concepita come uno strumento rivolto anzitutto contro il “nemico interno” (le sinistre, in primo luogo il Pci). Il suo scopo era destabilizzare il quadro politico attraverso azioni terroristiche attribuite, secondo il meccanismo della provocazione, al “nemico”, per poi stabilizzare, modificando gli equilibri politici in senso conservatore o autoritario, se necessario anche attraverso azioni golpiste.

Nella strategia della tensione, la guerra non ortodossa rappresentava il momento dell’azione, quella psicologica il resoconto dell’azione inteso come una forma di condizionamento e di persuasione attuata attraverso la strumentalizzazione della paura e del senso di insicurezza generati dall’atto terroristico. Un compito decisivo spettava ai mezzi di informazione che dovevano diffondere l’allarme per il disordine, imporre una versione “ufficiale” degli eventi funzionale alle demonizzazione del “nemico” additato come responsabile del caos, spingere l’opinione pubblica verso una richiesta di ordine.
All’interno della guerra psicologica, nota Dondi, la narrazione pubblica dell’evento assume un ruolo fondamentale: «la notizia sovrasta l’attentato perché l’andamento del “conflitto” dipende dal significato che si attribuisce all’atto violento: l’informazione è responsabile dell’esito finale. […] La guerra psicologica giunge al suo esito quando la prefabbricata costruzione degli eventi permea il senso comune. Se le versioni di un evento entrano in forte conflitto tra loro, sia per le dinamiche della ricostruzione sia per il peso bilanciato delle testate che le sostengono, l’obiettivo rischia di non essere raggiunto» (p. 63). Risultava perciò indispensabile pianificare il flusso delle informazioni, a partire dalle agenzie di stampa – spesso legate agli ambienti di estrema destra e ai servizi segreti nazionali e statunitensi – in grado di realizzare la prima «trasformazione del fatto accaduto in notizia» (p. 76) attraverso la selezione e la manipolazione delle informazioni da veicolare alle testate giornalistiche.

Secondo le indicazioni scaturite dal convegno romano, i mezzi di informazione avrebbero dovuto «additare il nemico all’opinione pubblica, denunciandone la permanente minaccia» e costruendone «una visione ossessiva e unidimensionale»; in linea con l’impostazione teorica della guerra psicologica, dalla trasformazione dell’avversario politico in nemico assoluto discendeva «la sua criminalizzazione e l’invenzione di un suo progetto cospirativo» (p.70).
Analizzando la composizione dei convegnisti presenti al Pollio appare con evidenza la connessione tra ispiratori delle trame eversive e sistema informativo. Oltre a giornalisti di esplicita tendenza neofascista (come Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”), al convegno parteciparono i direttori di sei quotidiani (“Il Messaggero”, “Il Tempo”, “La Nazione”, “Roma”, “Il Giornale d’Italia”, “Il Corriere lombardo”) rilevanti per la loro complessiva diffusione, per la dipendenza da poteri economici “forti”, per i rapporti che legavano alcuni organi di stampa ai servizi segreti. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, saranno queste ed altre testate, che Dondi definisce edotte, al corrente delle strategie, oltre a quelle consenzienti (come il “Corriere della Sera”) – portate ad accettare acriticamente la versione ufficiale degli eventi, per conformismo o convenienza – a convogliare la guerra psicologica diffondendo le notizie pianificate dalle autorità politiche e militari.

2. Il-Corriere-della-Sera_13-dicembe1969La stagione stragista matura in contrapposizione ai movimenti sorti nel biennio 1968/’69, culminato nelle lotte dell’”autunno caldo”. Subito dopo la strage di Piazza Fontana la stampa amplifica il messaggio del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che suggerisce un nesso tra manifestazioni di piazza, disordine e terrorismo per indirizzare l’opinione pubblica su una linea di ritorno all’ordine. Il Quirinale individua i precedenti della strage negli attentati di aprile a Milano, nelle bombe sui treni di agosto, nella morte dell’agente Annarumma, una «tragica catena», secondo le parole di Saragat, che funge da «elemento di raccordo dotato di funzione persuasiva» (p. 162). Diversi quotidiani riprendono l’intervento presidenziale descrivendo un paese in preda al caos, invocando provvedimenti di emergenza e rafforzando la linea narrativa del Quirinale attraverso allusioni alla pista anarchica che si tenta di avvalorare con un posticcio riferimento storico, l’attentato al teatro Diana di Milano del 23 marzo 1921, che aveva provocato 21 morti (si trattava di un gruppo di anarchici individualisti – estranei all’Unione anarchica italiana – che miravano a colpire il questore). La “tragica catena” «si arricchisce così di un nuovo contundente anello che si pone come presupposto di colpevolezza e serve a conferire credibilità alla pista anarchica prima ancora che siano gli inquirenti a rivelarla» (p. 163).
Oltre alle categorie interpretative, all’indomani della strage la stampa fa leva sull’emozione suscitata dall’evento. Titoli cubitali, immagini raccapriccianti, aggettivi ricorrenti (bestiale, orrendo, mostruoso, già presenti nel messaggio di Saragat) «rinfocolano una fenomenologia delle passioni utile a scuotere il panorama politico» (p. 172). Come nota Dondi, la strage è indiscutibilmente orrenda, ma il comune ricorso a quegli aggettivi, in luogo di altre possibili varianti, rimanda all’interpretazione dell’evento veicolata dal discorso presidenziale.

3. FOTO VALPREDANei giorni successivi l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli offrono altri due anelli alla “tragica catena”: alla matrice politica a cui si allude dal 13 dicembre, si aggiungono un “colpevole” e un “suicida”, secondo la versione della questura che presenta la morte dell’anarchico come un’”autoaccusa”.
La morte di Pinelli viene comunicata il 16 dicembre dalla Tv di Stato, senza avanzare alcun dubbio sulla tesi della questura. In serata arriva in diretta, nel momento di massimo ascolto, l’annuncio dell’arresto di Valpreda, attraverso il servizio dell’inviato Bruno Vespa che apre la strada alla «lapidazione» dell’anarchico sulla stampa (p. 189). Dondi analizza in modo puntuale la costruzione del “mostro” anarchico, a partire dal ricorso alle immagini. L’istantanea più utilizzata dai giornali ritrae Valpreda mentre protesta davanti al palazzo di Giustizia di Roma. Valpreda appare «seduto con un giubbotto sportivo, un po’ spettinato, indossa pantaloni bianchi, ha un medaglione in petto in stile beat con la “a” di anarchia mentre saluta con il pugno chiuso: un uomo agli antipodi del comune borghese». Poiché è additato come certamente “colpevole”, «in quell’immagine così efficace e sovrabbondante di simboli c’è la firma inequivocabile. Il ritratto di militanza cambia significato diventando contesto di crimine. Da qui si va per estensione: […] l’estremismo o l’essere fuori dagli schemi diviene marchio di delinquenza. Valpreda con il pugno chiuso è la più potente schedatura mediatica mai realizzata» (p. 192). La strumentalizzazione di Valpreda avviene anche attraverso altre immagini, come quella pubblicata su “Il Tempo”: alla fotografia scattata in ospedale del bambino Enrico Pizzamiglio, che a causa della strage ha perso una gamba, è affiancata, in taglio fototessera, l’immagine di Valpreda: «L’effetto è notevole. L’anarchico è raffigurato con un viso torvo, i capelli sempre scompigliati, la poca luce tra il collo e il mento – oltre al fondo scuro – ne accentuano la ruvidezza, mettendo in risalto la barba appena incolta. A fianco il volto candido, innocente e sofferente del piccolo Enrico» (p. 194).

4. valpredapress2Per distruggere la dignità di Valpreda la stampa scava nella sua vita privata, enfatizza, come marchio di derisione, la sua breve esperienza come “ballerino” (“il ballerino dinamitardo”, titola “Il Giornale d’Italia”) e insiste sulla precarietà dei suoi impieghi per farlo apparire come un velleitario, un fallito. Viene evidenziato anche il suo soprannome (“Cobra”) per delineare «un ritratto da fumetto di avventura», come nella prosa del “Tempo”: «cobra per la sua capacità mimetica, per l’abilità con cui camuffava il suo credo estremista» (p. 199).

A ridosso della strage di Milano poche testate (come “Il Giorno”, “La Stampa”, “Il Mondo”) mantengono un margine di autonomia, cercando di offrire una propria interpretazione dei fatti, e solo la stampa di opposizione (“l’Unità”, “Lotta Continua”, “il Manifesto”, “L’Espresso” e altri giornali legati alla sinistra) contrasta, per ragioni diverse, le versioni ufficiali. In breve tempo però l’attentato del 12 dicembre, l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli producono mutamenti anche nel mondo dell’informazione.
Dondi dedica diverse pagine all’analisi della controinformazione, primo ed efficace tentativo di contrastare la guerra psicologica (per una storia dettagliata della controinformazione negli anni Settanta, si veda A. Giannuli, Bombe ad inchiostro, Milano, Rizzoli, 2008). A Milano e a Roma nascono i comitati dei giornalisti democratici, che si propongono di ripensare e rinnovare la professione, restituendole autonomia e valore civile. Gli eventi milanesi sono l’occasione per una «ridefinizione del concetto di informazione» (p. 220) che cambia radicalmente il modo di concepire il giornalismo. I comitati, che contano su numerose adesioni tra i giornalisti professionisti, in gran parte collocati a sinistra, e su un proprio organo di riferimento (“Bcd”, Bollettino di controinformazione democratica), avviano un importante lavoro di inchiesta, di ricerca della verità sullo stragismo e di denuncia dei meccanismi di manipolazione della notizia, con l’intento di rovesciare il senso comune presente nell’opinione pubblica.

5C strage di stato cInsieme alla controinformazione democratica, nasce la controinformazione militante promossa da giornalisti professionisti e esponenti delle formazioni di estrema sinistra che, richiamandosi ai principi del ’68, svolgono un lavoro di raccolta di informazioni dal basso, utilizzano fonti alternative e contano sulla raccolta di notizie che proviene da un ampio bacino di militanti. In questo contesto prende forma il collettivo che produrrà il volume La strage di Stato, il libro simbolo della controinformazione, uscito il 13 giugno 1970. Il gruppo che realizza il lavoro, incrociandosi con l’inchiesta sulla morta di Pinelli condotta da “Lotta continua”, svolge un capillare lavoro di raccolta e di elaborazione di notizie che provengono da semplici militanti, sindacalisti, docenti universitari, avvocati e magistrati democratici, si avvalgono di informazioni raccolte nelle carceri, di indiscrezioni provenienti da diversi ambienti ai quali i militanti riescono ad avere accesso. Informazioni sulle relazioni tra l’Ufficio affari riservati (Uaarr), il servizio segreto civile, e il gruppo neofascista Avanguardia nazionale giungono dal Sid, il servizio segreto militare. Si tratta però di un’operazione di depistaggio – nell’ambito della rivalità tra servizi, resa più acuta dalla strage di Milano – realizzata per coprire Ordine nuovo, la formazione neofascista legata al Sid da cui provengono gli autori della strage di Milano, e scaricare le responsabilità sull’Uaarr, che intrattiene rapporti privilegiati con Avanguardia nazionale.
Anche se la pista Uaar-An seguita dalla redazione di La strage di Stato impedisce al gruppo di individuare i reali esecutori della strage, il lavoro di inchiesta raggiunge importanti risultati nella decostruzione della pista anarchica e della versione ufficiale sulla morte di Pinelli. Come sottolinea Dondi, grazie al successo politico ed editoriale del libro la controinformazione militante, insieme a quella democratica, inizia a produrre nell’opinione pubblica un mutamento rispetto all’interpretazione dominante. Le tesi della controinformazione vengono riprese e approfondite da altre testate della sinistra tradizionale e di opinione e stimolano la diffusione di libri-inchiesta, film, documentari, spettacoli teatrali, canzoni che contribuiscono ad incrinare ulteriormente la versione dei fatti veicolata attraverso la guerra psicologica.

Nelle successive fasi della stagione stragistica muta progressivamente il ruolo dei mezzi di informazione. Dopo la strage di Peteano, eseguita dagli ordinovisti contro i carabinieri il 31 maggio 1972, «i quotidiani conservatori cercano la strumentalizzazione politica del caso, ma in forma minore rispetto al 1969. Manca il peso del “Corriere della Sera” che dal marzo 1972, con la direzione di Piero Ottone, comincia a percorrere una linea più autonoma dal governo» (p. 293).
Lo sviluppo impressionante delle azioni violente ad opera dello squadrismo neofascista, la diffusione delle tesi della controinformazione che alimentano la mobilitazione antifascista, l’avvio dell’inchiesta della magistratura milanese che orienta le indagini su Piazza Fontana verso il neofascismo contribuiscono a far crescere anche nella stampa di opinione l’allarme nei confronti delle minacce eversive che provengono da destra. «Dalla metà del 1972 all’estate del 1974 – scrive Dondi – la minaccia nera viene progressivamente percepita, nella sua reale pericolosità, da larga parte dell’opinione pubblica. Da questo momento in poi le azioni di marca terroristica dell’estrema destra divengono aperte, chiaramente attribuibili, e processi di mascheramento e di inversione di responsabilità sempre meno credibili» (p. 303).
Nell’aprile 1973 fallisce l’attentato al treno Torino–Roma (viene arrestato il neofascista Nico Azzi, rimasto ferito nel tentativo di far esplodere la bomba che doveva essere attribuita all’estrema sinistra). Il mese successivo l’attentato alla questura di Milano non suscita l’ampio schieramento di stampa confluito sulla linea desiderata dagli strateghi della tensione dopo Piazza Fontana. Nonostante il tentativo di alcuni giornali, come “Il Resto del Carlino”, “Il Tempo e “Il Secolo d’Italia”, di sostenere la tesi dell’anarchismo di Bertoli, l’autore della strage, la fede anarchica dell’attentatore appare subito dubbia: «Gli eventi stragisti e il loro lungo strascico hanno cambiato in maniera sensibile la stampa d’opinione» (p. 320).

6A STRAGE brescia xL’attentato alla questura è l’ultima strage costruita secondo il copione di Piazza Fontana (regia istituzionale, esecutori “neri”, responsabilità da rovesciare sull’estrema sinistra). Cessate le «stragi di provocazione», finalizzate allo scambio di attribuzione dei responsabili, il 1974 si caratterizza per le «stragi di intimidazione dove l’esecuzione nera, anche se non apertamente rivendicata, appare incontrovertibile». L’obiettivo finale rimane il medesimo (modificare i tratti istituzionali del sistema), ma si è passati «da un tentativo di spostare il consenso attraverso la manipolazione degli eventi e la riproduzione del suo effetto distorto sui mezzi di informazione a un attacco frontale, con l’esibizione della propria forza d’urto. E’ saltato il passaggio intermedio nel quale i media dovevano convincere i cittadini sulla necessità di un intervento militare di fronte alla minaccia rossa. Da questo punto di vista la strage della questura ha dimostrato, soprattutto all’ambiente nero, l’inefficacia del travestimento» (p. 335).
In questo quadro si inscrivono le stragi del 1974 (piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio; treno Italicus, 4 agosto). In entrambi i casi la straordinaria risposta antifascista, unita alla denuncia della matrice fascista degli attentati da parte dei principali mezzi di informazione, indicano che il clima è profondamente mutato: «La reazione politica e mediatica di condanna a piazza della Loggia dà l’impressione di assistere a un’inversione del codice ideologico da sempre prevalente nella storia dell’Italia repubblicana. Dopo la strage di Brescia, per la prima volta, l’antifascismo appare prioritario rispetto all’anticomunismo» (p. 361). Il meccanismo della strategia della tensione, così come era stato pensato a partire da metà anni Sessanta e messo in atto tra il 1969 e il 1974, è inceppato e lo stragismo nero «in declino per l’affievolirsi del sostegno internazionale, ma soprattutto – come […] Aldo Moro nota durante la sua prigionia – per la “vigilanza delle masse popolari”, il cui riorientamento rende infruttuosi e nocivi i nuovi atti della strategia della tensione» (p. 411).

Le stragi di Brescia e dell’Italicus segnano la chiusura della strategia della tensione, ma la conclusione è solo «apparente» e non mette al riparo la democrazia da nuove minacce eversive: «Il mancato smembramento degli apparati golpisti condizionerà, seppure in altro modo rispetto al quinquennio 1969-74, anche gli anni successivi» (p. 415). I principali responsabili della stagione stragista resteranno impuniti o sconteranno pene irrisorie. «La verità storica» – sostiene a ragione Dondi – «colma solo parzialmente le falle dell’omertà politica e dell’evasione giudiziaria, lasciando dietro di sé una memoria inquieta» (p. 404).

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Il reale delle/nelle immagini. Potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica https://www.carmillaonline.com/2015/11/12/il-reale-dellenelle-immagini-potere-ideologia-violenza-dellimmagine-fotografica/ Thu, 12 Nov 2015 22:45:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26497 di Gioacchino Toni

etica_fotografiaRaffaella Perna, Ilaria Schiaffini, Etica e fotografia. Potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica, Derive Approdi, Roma, 2015, 154 pagine, € 16.00

«L’intrattabile realtà della fotografia si sposa oggi con una fruizione sempre più frettolosa, o “distratta”, per usare le parole di Benjamin: l’utente tende a privilegiare la condivisione dell’immagine rispetto alla sua visione, il commento rispetto alla sua comprensione, e a sostituire l’esperienza diretta con la sua simulazione» (I. Schiaffini, p. 12)

Il saggio raccoglie una serie di contributi volti ad indagare ciò che è ben sintetizzato dal sottotitolo del [...]]]> di Gioacchino Toni

etica_fotografiaRaffaella Perna, Ilaria Schiaffini, Etica e fotografia. Potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica, Derive Approdi, Roma, 2015, 154 pagine, € 16.00

«L’intrattabile realtà della fotografia si sposa oggi con una fruizione sempre più frettolosa, o “distratta”, per usare le parole di Benjamin: l’utente tende a privilegiare la condivisione dell’immagine rispetto alla sua visione, il commento rispetto alla sua comprensione, e a sostituire l’esperienza diretta con la sua simulazione» (I. Schiaffini, p. 12)

Il saggio raccoglie una serie di contributi volti ad indagare ciò che è ben sintetizzato dal sottotitolo del saggio stesso: Potere, ideologia, violenza dell’immagine fotografica. In estrema sintesi, ad essere affrontati nei diversi interventi sono: il ruolo delle immagini traumatiche in un contesto ove pare sempre più importante condividerle e commentarle piuttosto che osservarle e comprenderle; la funzione del fotografo come testimone e produttore di informazioni; il rapporto tra fotografia ed etnografia nel suo tentativo di trasformarsi da strumento di dominio a mezzo di socializzazione; il carattere documentale della fotografia dei campi di prigionia e dei profughi; il ruolo dell’immaginario bellico e della costruzione dell’identità di genere prima e dopo l’avvento della fotografia; la questione della censura del corpo delle donne ed il ruolo assunto a tal proposito dall’immagine fotografica; il rapporto tra fotografia e Movimento del ’77; il dominio ad opera di uno stile unico ed omologante della cultura visuale della contemporaneità; l’epica contemporanea in alcuni esempi di sinergie tra letteratura e fotografia.

Immagini di stragi, di massacri e di torture compaiano con sempre maggior frequenza sui diversi mezzi di comunicazione ponendo, ancora una volta, d’attualità la questione relativa all’eventualità o meno di mostrare tali immagini e l’obbligo di interrogarsi circa il senso ed il fine che tali visioni vengono ad avere in un contesto, come quello attuale, votato alla mercificazione più spietata. Di fronte a tale tipo di immagini, sostiene Ilaria Schiaffini, tornano a confrontarsi coloro che ritengono la loro diffusione una sorta di obbligo al fine di suscitare una reazione morale e quanti, invece, vedono nella proliferazione forsennata di tali immagini il rischio dell’anestetizzazione.
Susan Sontag, nel celebre saggio pubblicato nel 1973, On Photography (Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, 1978), sosteneva che la fotografia traumatica finiva col provocare un effetto di paralisi nell’osservatore a causa del senso di impotenza da cui veniva investito. A proposito di effetto anestetizzante, John Berger, nel suo “Photographs of Agony” in About Looking del 1980, (“Fotografie d’agonia” in Sul guardare, 2009) segnala come nella foto traumatica le distanze di ordine temporale, culturale e geografico che intercorrono tra l’evento riprodotto e l’osservatore possano provocare, dopo lo shock iniziale, un senso di inadeguatezza morale superato tramite rimozione od attraverso un distaccato gesto di beneficenza. Tale distanza tra immagine traumatica ed osservatore decontestualizza l’evento facendogli perdere valenza politica.
La diffusone delle immagini traumatiche è utile al fine di denunciare le atrocità e rendere una qualche forma di giustizia alle vittime o, viceversa, rappresenta un superamento della soglia di rispetto dell’altrui dolore? Inoltre, tale esposizione, quanto ha a che fare con un insensibile, macabro e profittevole voyeurismo? Si pensi a quante trasmissioni televisive hanno costruito la loro fortuna in termini di audience e relativi introiti pubblicitari sulle immagini drammatiche. Ci si potrebbe spingere addirittura a chiedersi se qualche traccia di inconsapevole voyeurismo è presente anche in chi, in tutta onestà, decide di mostrare tali immagini col nobile fine di denuncia.
Oltre all’aspetto voyeuristico, l’autrice sottolinea come l’attualità sia contraddistinta anche da un’evidente esibizione narcisistica, in entrambi i casi ciò è consentito anche dai particolari e diffusi dispositivi tecnologici e comunicazionali contemporanei. Voyeurismo ed esibizionismo finiscono col «modificare non solo le modalità di ricezione e apprensione delle informazioni, ma anche le relazioni sociali e affettive, con un impatto dirompente nelle nuove generazioni» (p. 12).
L’antica questione dell’autenticità dell’immagine fotografica pare essere tornata d’attualità, se mai ha conosciuto un periodo d’oblio, e non solo a causa dell’estrema malleabilità dell’immagine digitale perché, secondo Ilaria Schiaffini, se «ci spostiamo dalla teoria del dispositivo fotografico alla pratica dei suoi usi sociali, possiamo concludere che il paradigma realistico documentario della fotografia sopravvive col digitale, e che all’idea di autenticità si è sostituita quella, diversa ma affine, di credibilità. (…) Quali che siano le potenzialità di simulazione della realtà nell’era digitale, inalterato sembra rimanere il valore probatorio della fotografia, l’attestazione di realtà che essa è in grado di introdurre nell’osservatore fin dalle origini» (p. 7).
Per quanto riguarda gli usi attuali della fotografia, secondo Ilaria Schiaffini, a determinare conseguenze etiche e politiche rilevanti non è tanto la tecnologia di produzione, più o meno manipolabile, quanto la pratica della condivisione che sui social media è istantanea e non mediata da un’agenzia di stampa o da un editore. Oggi tutti gli individui possono divenire fotogiornalisti occasionali visto che attraverso un semplice smartphone possono riprendere un evento e diffonderlo istantaneamente ad un numero potenzialmente infinito di destinatari. Tutto ciò può essere letto tanto come forma di democratizzazione dell’informazione quanto come forma di controllo sociale. Inoltre, sostiene Schiaffini, la libertà individuale di realizzare e distribuire fotografie, produce una democrazia illusoria se ciò non si traduce in responsabilità individuabili.
In un panorama come quello attuale, in cui, sostiene la studiosa, «l’utente tende a privilegiare la condivisione dell’immagine rispetto alla sua visione, il commento rispetto alla sua comprensione, e a sostituire l’esperienza diretta con la sua simulazione» (p. 12), occorre affrontare una riflessione sull’immagine fotografica che coinvolga più ambiti disciplinari, nella consapevolezza di come l’indagine sulla fotografia debba oggi più che mai tenere in considerazione i suoi usi nell’ambito di un web evoluto in direzione di un alto livello di interazione tra gli utenti e di condivisione di materiali. Da tale premesse nasce il volume Etica e Fotografia nell’ambito di un convegno tenutosi presso l’Università di Roma La Sapienza allo scopo di intrecciare riflessioni sull’immagine fotografica derivanti da diversi ambiti disciplinari e sensibilità.

riis_008Antonella Frongia affrontando il ruolo del fotografo nel suo essere testimone e produttore di informazioni, si sofferma sulla valutazione etica dell’esibizione di immagini di violenza ad un pubblico che non ha assistito direttamente a tali eventi. Di fronte a situazioni particolarmente cruente è opportuno o meno fotografare? Tali immagini si devono diffondere pubblicamente o è meglio censurarle al grande pubblico? Altra riflessione sviluppata dalla studiosa riguarda «il tema della violenza in rapporto all’ontologia del mezzo fotografico» (p. 15), questione cara a diversi teorici che in passato hanno ragionato circa la violenza intrinseca al medium fotografico, come Metz, Baudrillard, Barthes ed, in particolare, Susan Sontag. Se buona parte delle letture critiche pongono l’accento sul fatto che guardare significa imporre il proprio sguardo sull’Altro, è però possibile opporre ad una visione così drastica una lettura della fotografica volta a mettere in luce il suo essere un processo più che un atto.
L’intervento di Antonella Frongia si sofferma in particolare sull’operato di Jacob Riis, fotografo che a fine Ottocento ha documentato i bassifondi newyorchesi attraverso scatti notturni ottenuti grazie ai lampi di polvere di magnesio. Si è più volte insistito sulla violenza di tali bagliori che, in ossequio alle teorie del determinismo sociale a cui si rifaceva Riis, avrebbero dovuto, secondo una logica di denuncia sociale, esporre i “fatti”, relativi alle miserie del lumpenproletariat urbano, a cui rispondere poi con un’azione sociale volta a migliorare le cose. La fotografia di Riis può essere letta come mezzo di svelamento dello stato di miseria a cui è costretta una parte di popolazione newyorchese, ma anche come atto violento ed aggressivo, volto a ledere la privacy dei cittadini meno abbienti per finalità commerciali. Sebbene la critica nei confronti dell’uso della luce violenta del flash ha una sua ragion d’essere, secondo la studiosa, a ciò si dovrebbe affiancare l’idea che probabilmente lo stesso Riis cercava nelle sue fotografie un minimo di interazione con gli individui ripresi; se alcuni personaggi si mostrano accecati dai lampi del falsh, dunque in balia del gesto autoritario dello scatto del fotografo, altri sembrano interagire nei confronti di tali bagliori palesando sguardi di resistenza conflittuale. Ciò non toglie che anche in tali foto non viene meno il rapporto gerarchico autoritario che vede il fotografo compiere un atto di violenza nei confronti di chi viene dapprima sottoposto ad un lampo abbagliante e poi ritratto senza alcun consenso, ma resta il fatto che forse è possibile scorgere nell’autore l’idea di come anche in questo tipo di fotografia dei “fatti” vi sia una componente di interazione in cui i soggetti ripresi hanno un, seppur piccolo, momento attivo.

Antonello Ricci si occupa del rapporto tra fotografia ed etnografia a partire dalla loro nascita e dal loro sviluppo pressoché contemporaneo nel corso della seconda metà dell’Ottocento, in un ambiente permeato dalla cultura positivista. Vista l’importanza che l’antropologia dell’epoca concede allo sguardo ed all’osservazione è inevitabile che la fotografia venga ad avere un ruolo importante nel rilievo antropometrico. Alle misurazioni del corpo si aggiunge il dato fotografico. Non è difficile individuare nella fotografia antropometrica un atto estremamente violento nei confronti della persona costretta ad esibire il proprio corpo nudo in maniera tutt’altro che spontanea, ad assumere una postura innaturale in «una messa in scena del tutto estranea alle prospettive emiche dell’autorappresentazione» (p. 31), incurante del punto di vista di chi viene fotografato a proposito delle modalità rappresentative della persona e del disinteresse per le «ricadute a livello simbolico, religioso, mitico e rituale che la ripresa fotografica e la conseguente esposizione/rappresentazione figurativa porta con sé nell’orizzonte culturale della persona ripresa» (p. 31). Fortunatamente, in età contemporanea, la fotografia etnografica si è indirizzata verso una riduzione della distanza tra studioso-ricercatore e soggetto della ricerca, in ossequio ad una concezione della fotografia come “veicolo di socializzazione” tra fotografo e soggetto fotografato.

andersonville-1864Adolfo Mignemi indaga il carattere documentale delle immagini aerofotografie dei prigionieri e dei profughi dalla Guerra di secessione americana fino alla Seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda la Guerra di secessione americana vengono affrontate in particolare le immagini di Camp Sumter, ad Andersonville, ove l’esercito sudista raccoglie ben 45.000 prigionieri di guerra. Tali fotografie testimoniano le tremende condizioni di vita dei prigionieri, condizioni che causeranno la morte per malattia e stenti di quasi 13.000 reclusi. A proposito della Grande guerra viene posto l’accento sull’uso della fotografia come arma di propaganda da parte dei diversi governi nazionali e di come si sviluppi una vera e propria ossessione per rappresentare la potenza militare del proprio esercito a confronto con la debolezza dell’avversario. Non di rado si tende a voler evidenziare anche la superiorità del proprio soldato dal punto di vista sociologico e razziale, tanto che si può parlare di nascita una “immagine del nemico” connessa alle strategie di propaganda. Altra documentazione importante riguarda il genocidio degli armeni da parte del governo dei Giovani turchi. Particolare attenzione viene poi riservata alla cosiddetta “pacificazione della Cirenaica” portata avanti dal governo italiano attraverso atrocità di ogni tipo, armi chimiche comprese. In tal caso l’album fotografico che correda il volume di Rodolfo Graziani rappresenta una documentazione importante.
Dagli anni Trenta si inizia a disporre di documentazioni visive significative al fine di rivelare l’ideologia sottesa alle immagini ufficiali. Sempre a proposito degli anni Trenta, le aggressioni italiana all’Etiopia e giapponese ai territori cinesi sono documentate da numerose fotografie che mostrano un incredibile campionario di atrocità che spazia dalle rappresaglie sui civili, agli stupri di donne fino all’utilizzo dei prigionieri come sagome per esercitare le reclute al combattimento all’arma bianca. Un passaggio significativo dell’intervento di Mignemi riguarda il fatto che le fotografie di quelle atrocità, così come quelle scattate dai telefoni cellulari nel corso delle guerre recenti, come in Afganistan, non sono state realizzate per denunciare i fatti, ma al fine di diffondere compiaciute immagini-ricordo. Da ciò deriva la necessità di «ricostruire la natura e i caratteri del rapporto tra immagine pubblica e immagine privata intesa come terreno di emulazione lessicale e linguistica e campo di sperimentazione di vere e proprie parafrasi visive». (p. 48).
Interessante anche lo svilupparsi in diversi paesi, tra questi l’Italia, e non solo nei territori coloniali, di una modalità di rappresentare il “nemico interno” come una patologia da estirpare anche attraverso il ricorso a strutture pensate in funzione dello stato di guerra; si tratta di una vera e propria militarizzazione dei rapporti sociali e di una totale sospensione democratica, tanto che in tali strutture viene ritenuta legittima l’arbitraria eliminazione fisica dei prigionieri.
È con la Seconda guerra mondiale, sottolinea lo studioso, che la fotografia si impone decisamente come strumento di costruzione delle immagini dei prigionieri a scopo propagandistico. Ad esempio, dalla diffusione di immagini relative allo sterminio di ebrei nei territori occupati dell’Europa orientale, si comprende come vi fosse una «conoscenza diffusa in Germania di quanto stava accadendo in quei territori e la totale assuefazione a una crescente spirale di violenza il cui principale obiettivo è consolidare il principio che nel conflitto in corso vi sono avversari che per la Germania devono necessariamente essere annientati» (p. 49).
Risulta importante tener presente che il racconto trasmesso dalle immagini suscita nel corso del tempo emozioni anche opposte, pertanto ogni immagine fotografica deve essere assolutamente contestualizzata “all’universo visivo” dell’epoca in cui è stata realizzata.
Esistono anche fotografie scattate clandestinamente dai prigionieri stessi. Celebre il caso delle fotografie scattate da un prigioniero polacco ad Auschwitz-Birkenau che, dopo essere restate a lungo chiuse in un cassetto, nel momento in cui vengono diffuse subiscono pesanti ritocchi volti a drammatizzare ulteriormente il contenuto rendendole così del tutto inattendibili dal punto di vista storico. Tra le altre immagini scattate da prigionieri vengono ricordate quelle dell’ufficiale italiano Lido Saltamartini, prigioniero in India degli inglesi, e le foto realizzate dal tenente Vittorio Vialli durante la sua prigionia in Germania ed in altri territori occupati.
Per quanto riguarda la testimonianza fotografica dei profughi, è a partire dalla Seconda guerra mondiale che si ha diverso materiale a disposizione e, nel saggio vengono ricordate immagini riguardanti profughi italiani in Svizzera sia nell’ambito delle vicende relative la riconquista nazifascista dell’Ossola che dei profughi sfuggiti dalla RSI e concentrati nel campo di Woeschnau.
Se, dopo la fine della guerra, per un periodo compreso tra gli anni Cinquanta fino circa alla fine del secolo, il fotografo tendeva a qualificarsi come testimonianza neutrale, ultimamente le cose sembrano di nuovo cambiate, tanto che «le sue immagini assumono sempre più il connotato di un’arma non facilmente dominabile. È l’eredità di un profondo mutamento degli immaginari visivi individuali e collettivi con lo sfumare della percezione del reale nella produzione di immaginari artificiali dai caratteri molto realistici, proveniente, da un lato dalla consuetudine con le più recenti tecnologie mediatiche tutte individualistiche e individualizzanti; dall’altro con il perdersi delle pratiche di costruzione di immaginari visivi collettivi che deriva, ad esempio, dalla pratica della visione cinematografica pre-televisiva». (pp. 58-59)
L’immagine fotografica contemporanea è sempre più difficilmente identificabile come rappresentazione di una situazione reale o simulata; occorre pertanto imparare a distinguere la manipolazione del contenuto dell’immagine dall’uso manipolatorio delle immagini.

Lucia Miodini affronta la questione dell’immaginario bellico e della costruzione dell’identità di genere. «L’opinione comune condanna l’atto di violenza, ma non considera le premesse culturali che lo rendono possibile. La violenza maschile sulle donne si spiega solo all’interno di uno scenario culturale diffuso e condiviso. Per uscire da queste cornici culturali e ideali, un primo passo è la decolonizzazione dell’immaginario» (p. 64). Nel suo intervento l’autrice intende individuare le connessioni che legano l’immaginario bellico e la violenza maschile sulle donne a partire dai nazionalismi Otto-Novecenteschi. Miodini invita a non pensare alla guerra come evento accidentale ma come “fatto sociale totale” la cui logica è «materializzata nei discorsi e nelle rappresentazioni dell’alterità» (p. 65). Dai dipinti alle immagini delle pubblicità la rappresentazione della donna sembra «legittimare l’esistenza dell’aggressione sessuale come dato irrinunciabilmente estetico» (p. 66). Tra Sette e Novecento ricorrono spesso narrazioni volte ad utilizzare l’immagine della donna come personificazione dell’intera nazione: «la donna violata, metafora della nazione aggredita sessualmente da un tiranno oppure dall’invasore straniero. Immagine paradigmatica, rivelatrice della differenza sessuale che ritorna, seppure con diversa connotazione, in gran parte dell’odierna produzione mediatica» (p. 68). Il tema dello stupro è ossessivamente presente nei discorsi nazional-patriottici ed il corpo della donna diviene metafora della comunità nazionale violentata dall’invasore. Soprattutto nel Novecento «si consolida l’associazione tra razzismo e sessualità e il formarsi dello stereotipo della razza inferiore dedita alla libidine» (p. 68). Lo stupro viene considerato un’offesa contro la morale e la «perdita della virtù corrompe l’anima della donna stuprata e la rende impura, la fragilità femminile accentua la necessità che la donna sia guidata e protetta» (p. 68). «Rapportare l’etnicità al genere ed all’eterosessualità ha di fatto reso possibile una nuova concettualizzazione del nazionalismo. La politicizzazione dello stupro e l’uso nazionalistico della violenza sessuale nei conflitti degli anni Novanta evidenziano una prospettiva qualitativamente diversa: nuova è la costruzione dell’appartenenza etnica attraverso lo stupro, che funziona come arma bellica» (p. 69). Lo stupro pare derivare direttamente dal modo con cui la mascolinità si rapporta col potere, tanto che le vittime della violenza sono coloro che esulano dal modello virile dominante, dunque donne in primo luogo, ma anche uomini appartenenti a categorie discriminate, prigionieri compresi.
Negli ultimi decenni, inoltre, spesso aggressori ed aggredite appartengono al medesima etnia e la difesa della parte aggredita viene presa da una comunità etno-nazionale “superiore”, tanto che, continua la studiosa, l’aggressione alle donne nell’età contemporanea sembra simboleggiare una contrapposizione sovranazionale tra barbarie e civiltà.
Nella guerra si esprimono al massimo livello gli ideali di virilità e cameratismo ed, a ben guardare, suggerisce Miodini, l’immaginario contemporaneo veicolato dai media, in molti casi, non sembra aver davvero messo in crisi tali ideali di mascolinità volta alla sopraffazione. «La violenza è qualcosa cui gli uomini sono stati socializzati, come espressione identitaria e culturale della propria maschilità o virilità, come modo di affermazione sociale» (p. 70).
Dalle fabbriche di immaginario contemporanee scaturiscono anche figure femminili che si fanno portatrici di virtù virili mostrare in atteggiamenti violenti. A tal proposito l’autrice si chiede quanto questi atteggiamenti rispondano a desideri femminili o quanto siano la proiezione dell’immaginario maschile.
Al fine di decostruire l’immaginario bellico, ove si radica la violenza maschile nei confronti delle donne, occorre analizzare i dispositivi della visione e gli sguardi con cui si affrontano le immagini, visto che essi «concorrono alla prefigurazione del potere che le immagini esercitano e al piacere che suscitano» (p. 71). Miodini riflette sulle modalità di visione occidentali a partire dagli albori dell’età moderna, ricordando come esse siano strutturate attorno ad un tipo di rappresentazione prospettica che porta all’interno dell’immagine lo sguardo ed il soggetto guardante, soggetto che non è neutro: l’osservazione occidentale è avvenuta ed avviene attraverso uno sguardo maschile. Allo stesso modo la rappresentazione visiva delle proporzioni ideali del corpo umano ha la forma del nudo maschile, così come nudo e maschile è l’archetipo eroico del guerriero in battaglia. Ancora nella prima metà del Ventesimo secolo, la figura eroica del soldato viene rappresentata nei media e nei monumenti della memoria attraverso nudità ed eroismo.
«Nella cultura occidentale gli uomini si mettono in luce mostrando il proprio valore in battaglia, la morte eroica diviene così il momento di massima visibilità, che conferisce significato a una vita intera. La visibilità fornisce, infatti, alla guerra sia il criterio della sua rappresentazione sia quello della sua motivazione» (p. 73).
All’inizio del Novecento il diffondersi dell’immagine fotografica è parallelo alla massificazione e anonimia del soldato caduto in guerra. A lungo il fotoreporter viene percepito come eroe di guerra, poi, dagli anni Novanta, in piena globalizzazione delle immagini, il mito inizia a decadere: a cambiare drasticamente sono le forme di consumo delle immagini tanto che, sull’onda delle riflessioni di Virilio, si può parlare di «inversione della pulsione scopica del voyeurismo (…) Non si vuole vedere la guerra ma essere visti» (p. 75).
Secondo Miodini la questione principale nell’immaginario bellico contemporaneo è la costruzione dell’identità mediatica. La violenza, ai nostri giorni, non è «la conseguenza di una contrapposizione tra identità diverse, ma è essa stessa uno dei modi in cui si è prodotta l’illusione di identità» (p. 77), ed, aggiunge la studiosa, la fotografia autoprodotta e condivisa in rete è la pratica che simboleggia tale illusione. «I media funzionano come tecnologie di genere, come possibile luogo di strutturazione delle nostre identità femminili e maschili. Il genere è una collezione di rappresentazioni culturali concorrenti e talora contraddittorie e di significati simbolici antagonistici, tutti connessi all’elaborazione sociale della differenza sessuale» (p. 78). Rifacendosi agli studi di Consuelo Corradi (Sociologia della violenza. Modernità, identità, potere. 2009), l’autrice conclude che il «concetto di genere non è sufficiente a comprendere i cambiamenti in corso: la violenza maschile sulle donne si manifesta nel vuoto d’identità. È nel dominio del corpo, nella prossimità della carne, nella fisicità dei sessi che sta una parte importante della violenza maschile contro le donne» (p. 78).

Federica Muzzarelli affronta la questione della censura a proposito del corpo delle donne. La dimensione della corporalità è da sempre, da un punto di vista culturale, filosofico e religioso, associata al mondo femminile, tanto che «il corpo delle donne è stato tradizionalmente vissuto come l’interfaccia della loro identità» (p. 81). Relegate ai margini della cultura ufficiale, sostiene la studiosa, le donne hanno costruito a partire da tale isolamento strategie di rivendicazione di «un’autonomia borderline e di un’attiva sperimentazione delle proprie esigenze esistenziali ed estetiche» (p. 81). Viene così rovesciata una condizione di inferiorità in «arma di incredibile vantaggio su chi, gli uomini, erano già allineati al sistema, al sistema appartenevano naturalmente e culturalmente» (pp. 81-82). Nel momento in cui, nell’estetica novecentesca, il gesto ed il corpo conquistano una centralità a lungo negata, «la dimestichezza e la familiarità delle donne con le dinamiche del corpo le predisporrà quasi in posizione di imprevedibile vantaggio» (p. 82). Non è un caso, sostiene la studiosa, se la presenza femminile nell’arte coincide, oltre che con l’emersione del femminismo tra fine Ottocento ed inizio Novecento, con l’affermarsi delle filosofie dell’esperienza mondana e della tecnologia indicale fotografica e cinematografica che ben si presta al recupero del gesto. I temi della corporeità risultano presenti in molta produzione artistica femminile a testimonianza, sostiene Muzzarelli, di un processo di ricomposizione, riappropriazione ed autodeterminazione fisica. Per le donne la fotografia si mostra un’importante alleata «all’emancipazione dello sguardo e dunque del ruolo» (p. 83).
La studiosa si focalizza su alcuni episodi della fotografia contemporanea «in cui è l’immagine, è il corpo stesso delle donne (presentato o rappresentato), a essere mostrato censurato o piuttosto a essere stato messo in discussione» (p. 83). Vengono analizzati i casi relativi alle fotografie scattate dal Sonderkommando nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau relative ad un gruppo di donne denudate e condotte verso le camere a gas, foto successivamente ritoccata e manipolata, o le foto censurate di Ida Irene Dalser, amante e moglie di Mussolini, rinchiusa come pazza, o, ancora, il rifiuto dalla rivista “Interview” di pubblicare le foto scattate da Cindy Sherman negli anni ’80 per una casa di moda in quanto, mettendo in scena se stessa, fuoriesce totalmente dai canoni stereotipati di bellezza richiesti dal mondo della moda e delle copertine patinate.
Il contributo di Federica Muzzarelli si chiude sull’interessante confronto proposto da Nicolas Mirezoeff tra il lavoro fotografico di Nan Goldin, Nan one month after being battered (Autoritratto. Un mese dopo essere stata picchiata. 1984) che mostra ancora i segni della violenza privata, e le fotografie realizzate da Weegee, Ethel, the Queen of the Bowery degli anni ’40, ritraenti una donna che guarda in macchina mostrando il suo occhio nero. A partire da tale confronto, la studiosa invita a cogliere come nel passaggio «dall’essere un oggetto del voyeurismo maschile al divenire testimone autobiografico in prima persona [risieda] la rivoluzione che ha cambiato il ruolo delle donne nel Novecento» (p. 89).

mettiamo tutto a fuocoRaffaella Perna indaga il rapporto tra fotografia e Movimento del ’77 partendo da una pubblicazione del 1978 edita da Savelli: Mettiamo tutto a fuoco! Manuale eversivo di fotografia di Fabio Augugliaro, Daniela Guidi, Andrea Jemolo e Armando Manni. La storica pubblicazione aveva l’obiettivo di collegare gli aspetti pratici del fotografare con una serie di questioni teoriche volte sia a denunciare le modalità informative dei media ufficiali sia a decostruire il linguaggio fotografico e, soprattutto, a riflettere sul rapporto tra fotografia e Movimento del ’77. L’ambizione era quella di individuare una modalità fotografica anticelebrativa in grado di esprimere dall’interno dei movimenti i desideri e le aspirazioni politiche dei partecipanti.
In particolare è grazie al diffondersi del pensiero femminista che saltano le barriere tra pubblico e privato e viene valorizzata la riappropriazione del piacere e del desiderio. Lo scritto di Raffaella Perna si focalizza proprio sugli “aspetti soggettivi del Movimento”, mettendo in luce il diffondersi di una “fotografia della soggettività” riferita non soltanto alla diversificazione delle tematiche affrontate ma anche ad un differente rapporto tra il fotografo e il soggetto ritratto basato su uno sguardo dall’interno del Movimento e sul senso di fratellanza e sorellanza tra fotografo e militanti.
vivere a milano bonasiaAll’interno del clima conflittuale che attraversa il paese negli anni ’70, si diffonde un uso della fotografia volto a testimoniare le lotte ed i drammi del Paese. È all’interno di tale contesto che esce nel 1975 il libro Come eravamo (Savelli edizioni) che documenta, attraverso le foto di Adriano Mordenti e Massimo Vergari, un decennio di lotte studentesche romane, dai primi anni ’60 ai primi anni ’70. Si tratta di una rievocazione “dall’interno”, come suggerisce lo stesso titolo, che si focalizza su alcuni momenti particolari, come gli scontri e gli arresti, offrendo un’immagine eroica degli eventi. Anche il libro fotografico del 1976 Vivere a Milano (CSAPP), che ricostruisce, attraverso gli scatti di Aldo Bonasia, una serie di manifestazioni milanesi, segue la medesima logica della pubblicazione romana ma, puntualizza Perna, nel caso milanese risulta particolarmente interessante l’ultima immagine fotografia che esce totalmente dalla logica delle altre immagini: viene mostrato un ragazzo mentre si buca. La dimensione epica del movimento in lotta lascia il posto al dramma dell’emarginazione dell’individuo. Inoltre, sottolinea la studiosa, cambia anche la relazione tra fotografo e soggetto; nelle restanti immagini il fotografo «pur trovandosi nel mezzo dell’azione, non intrattiene uno scambio diretto con le persone ritratte, mentre in quest’immagine tra il fotografo e il giovane davanti all’obiettivo il rapporto è privo di mediazioni» (p. 100). Tale fotografia sancisce il passaggio «dalla rappresentazione dei drammi collettivi (…) al racconto dei traumi e dei drammi privati» (p. 100).
La pubblicazione di Uliano Lucas, L’istituzione armata (1977, T. Musolini, Torino) si occupa delle forze armate di polizia e di militari di leva offrendone una visione sfaccettata: «Lucas documenta con uno sguardo partecipe e dall’interno la vita quotidiana dei soldati, i momenti di convivialità tra le reclute e il processo di sindacalizzazione della polizia. Il libro assume il carattere di una ricerca sociologica» (p. 101). Anche in Tano D’Amico è centrale l’interesse per la soggettività e ciò e particolarmente evidente in È il 77 (1978, Libri del no, Roma). In tale pubblicazione, sottolinea Raffaella Perna, si possono ritrovare le due anime della fotografia di D’Amico: le immagini di piccole storie ed eventi marginali rispetto agli accadimenti e le fotografie di denuncia. Nel primo caso le fotografie di Tano D’Amico restituiscono la dimensione quotidiana, i desideri e le aspirazioni degli attivisti.
Una parte importante dell’analisi della studiosa riguarda il rapporto tra fotografia ed esperienza femminista a partire dall’analisi del libro fotografico Riprendiamoci la vita. Immagini del movimento delle donne (1976, Savelli) di Paola Agosti, Silvia Bordini, Rosalba Spagnoletti ed Annalisa Usai, illustrato dagli scatti di Agosti. In questo caso le fotografie sono scelte collettivamente e, nella sezione finale del libro, viene dato spazio a fotografie di carattere intimo a testimonianza della volontà di «esprimere anche il lato privato e “interno” dell’azione femminista» (p. 105)
mercoledìImportante risulta l’analisi della produzione di Paola Mattioli a partire dall’incontro col femminismo. In particolare vengono passati in rassegna Cosa pensi del femminismo? (1975) e Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo (1978, ed. G.Mazzotta, Milano), testo nato dall’esperienza collettiva di Adriana Monti, Diana Bond, Bundi Alberti, Mercedes Cuman, Esperanza Núñez, Silvia Truppi, oltre Paola Mattioli. «Il libro raccoglie materiali individuali ed esperienze collettive incentrate sull’immagine femminile e sul rapporto tra donne: il corpo, la soggettività, la sorellanza, le disparità tra i sessi, il desiderio di non conformarsi a modelli estetici e culturali percepiti come estranei e alienati» (p. 106). A proposito di tale pubblicazione e, più in generale, dell’intera opera di Paola Mattioli, la studiosa sottolinea come «la fotografia non è intesa soltanto come ricerca formale, ma anche e soprattutto come un mezzo per esplorare l’identità e, nel contempo, per creare e rafforzare le relazioni umane» (p. 106).

Il saggio di Michele Smargiassi si occupa del ruolo del ritocco fotografico a partire dalla celebre fotografia vincitrice del World Press Photo Award 2012 di Paul Hansen relativa al funerale dei fratellini palestinesi Suhaib e Muhammad [FOTO], in cui l’autore stesso è intervenuto ritoccando a posteriori i colori con la finalità di drammatizzazione degli eventi. Analizzando tale esempio lo studioso si interroga circa la portata della modifica: tale intervento varia soltanto la presentazione o anche il significato? Nel fotogiornalismo più volte si è assistito a discussioni a proposito della manipolazione del contenuto (es. aggiungere o togliere dettagli) ma se e quanto lo stile influenzi il contenuto appare una questione decisamente più controversa. La proposta di Smargiassi è quella di leggere il colore oggi come «la risorsa retorica che con ogni evidenza (…) viene chiamata in causa dai fotografi per conferire ai propri lavori una riconoscibilità o uno stile. Se questo risultato si ottiene essenzialmente in postproduzione, non sono certo i software ad averlo creato. I fotografi dell’era analogica sapevano scegliere quel pellicola usare per ‘tirare su i rossi’ o per ottenere quella certa “dominante fredda”» (p. 116).
Il dibattito circa la liceità o meno del manipolare i colori nel fotogiornalismo, sottolinea lo studioso, non deve dimenticare che esso nasce con «la più stilizzata delle coloriture fotografiche: il bianco e nero» (p. 117), nel suo arcobaleno di sfumature, comunque. Ancora oggi, per certi versi, si tende a leggere il bianco e nero, tanto in fotografia quanto nelle immagini in movimento, come una sorta di marca di autenticità. Occorre tener presente che per molto tempo il bianco e nero ha rappresentato l’unica opzione possibile, una costrizione tecnica che ora non è più tale; essa rappresenta, al limite, soltanto una opzione tra le tante, che il fotografo può scegliere. Dalla costrizione tecnica si è dunque passati ad una libera scelta. Sarebbe comunque troppo sbrigativo parlare genericamente di fotografia a colori visto che oggi ogni epoca ha i suoi colori ed ogni epoca tende a viverli come “naturali”, incapace di «vedere come artificiale e storicizzato il paradigma cromatico dominante» (p. 118). Ad esempio, «per noi, oggi, l’età di Proust ha i colori pastello degli Autochrome, certi servizi sulle star del cinema anni Cinquanta la satura nettezza delle stampe carbro, le vacanze anni Cinquanta ci vengono tramandate dalle dominanti slavate e opaline delle pellicole Ferrania…» (p. 117). E tutto ciò indipendentemente dal fatto che sia o meno dovuto a particolari emulsioni utilizzate all’epoca o del decadimento inflitto loro dal tempo.
Smargiassi ricorda che non vi è realismo fotografico che non abbia preteso di togliere di mezzo lo stile ed, al tempo stesso, non vi è realismo che non abbia finito col produrre un proprio stile. Tornando all’esempio della fotografia dai colori ritoccati del funerale dei fratellini palestinesi realizzata da Paul Hansen, lo studioso invita a non perdere tempo sulla questione se sia o meno lecito ritoccare luce e colori, piuttosto le domande che ci si dovrebbero porre a proposito di una fotografia come questa dovrebbero essere: «cosa sto vedendo davvero? Era un funerale o un corteo politico? Perché non ci sono donne?» (p. 125) ecc. In altre parole ci si dovrebbero porre domande che «portano dentro una situazione concreta e complessa della storia contemporanea e non ad un dipinto (…) Se la scelta di uno stile molto invadente distoglie da queste domande, forse la fotografia ha preso una strada sbagliata» (p. 125).
In conclusione del suo intervento l’autore, riprendendo la distinzione proposta da André Gunther tra ritocco (intervento che si mimetizza nel corpo dell’immagine e si nasconde all’osservatore ma che vuol confermare l’apparente realismo) e filtro (intervento che si mostra palesemente), Smargiassi si chiede se oggi i filtri non finiscano per mimetizzarsi anch’essi nella cultura visuale in cui si immergono. «Benché evidenti sulla superficie dell’immagine, scompaiono nella percezione comune ormai assuefatta a immagini tutte uguali. La scena visuale di oggi è colma di immagini filtrate, saturate e desaturate, chiunque ne consuma e chiunque ne produce, dai ragazzini smartphonizzati ai politici sempre più twittati, ai giornali autorevoli» (p. 126). Quando uno stile diventa così pervasivo, tende ad essere percepito come “naturale”, pertanto occorre davvero prestare attenzione al fotogiornalismo che «combina forti dosi di alterazione nei contenuti e ruffiano adeguamento ai gusti formali di massa» (p. 126). Nella contemporaneità il filtro può davvero trasformarsi in ritocco.

L’intervento di Andrea Cortellessa affronta l’epica contemporanea analizzando la produzione di Giorgio Falco e di Sabrina Ragucci. La disamina parte dalla pubblicazione di Pausa caffè del 2004 di Falco, autore definito da Aldo Nove come un contemporaneo poeta epico del mondo del lavoro precario. Cortellessa sottolinea come, in tale autore, la coralità pare capovolta rispetto al modello epico antico: «in luogo della totalità tradizionale il mondo di Pausa caffè è quello della più disgregata frammentazione sociale, della frammentazione emotiva di ciascuno di noi, della frammentazione del tempo e dello spazio» (p. 128), dunque, sostiene lo studioso, non poteva che ricorrere ad una tecnica narrativa fondata sul frammento. Non si potrebbe pertanto parlare di coro in quanto, continua lo studioso, «ogni singola tessera di quel mosaico [è] rigidamente monologica» (p. 128).
Nella seconda opera di Falco, L’ubicazione del bene, del 2009, i frammenti della rappresentazione modulare si accampano nel loro desolato isolamento senza presentarsi in unità di senso autonome. Tutto ciò viene a collocarsi in una contrada immaginaria, Cortesforza, una sorta di universo chiuso costituito da tanti non-luoghi. Nel descrivere l’universo messo in scena da Falco, Cortellessa ricorre alle parole di Peter Sloterdijk, e lo definisce “dentro il capitale”: «totalmente avvolto da una pellicola di merci e prezzi, incapaci di percepirsi (…) da una qualsiasi prospettiva esterna» (p. 130). Un unico ed eterno presente, senza un fuori e nemmeno un dentro; è la fine del mondo descritta tante volte dalla fantascienza ma qua ambientata nel presente e non in un lontano futuro.
Cortellessa sostiene che la fotografia risulta per certi versi sempre presente nei testi di Falco, anche quando materialmente non è direttamente presente sulle pubblicazioni; «più che della fotografia in quanto testo iconico sarà il caso di parlare, a proposito dei testi di Falco, dell’atto fotografico (…) ossia di quell’insieme di pratiche che ci consentono di parlare della fotografia come processo» (p. 133), nonché, continua lo studioso citando Philippe Dubois (L’Acte photographique, 1983 – L’atto fotografico, 1996), al tempo stesso come di una «vera categoria del pensiero». Dunque, secondo Cortellessa un pensiero fotografico, un’etica della fotografia, è alla base della narrativa di Falco e, continua lo studioso, la scrittura utilizzata ne L’ubicazione del bene può essere confrontata con la produzione dei New Topographics volta ad applicare al man-altered landcape lo stesso rigore che Ansel Adams riservava alla Wilderness. Falco sembrerebbe aver applicato alla sua scrittura la dislocated perspective dei New Topographics.
Già nel caso di L’ubicazione del bene è ravvisabile il contatto tra lo scrittore e la fotografa Sabrina Ragucci (sua l’immagine di copertina), la collaborazione tra i due prosegue, come ad esempio nel racconto Lo sguardo giù dal basso siamo noi (in Racconti, 2010), lungo una serie di produzioni sempre più sinergiche e sempre più strutturate, come nel caso di Condominio Oltremare (2014), ove risulta impossibile separare il testo di Falco dalle immagini di Ragucci. In questo ultimo caso, sostiene Cortellessa, «la scrittura non si presenta (…) quale didascalia dell’immagine, né viceversa l’immagine può essere considerata mera illustrazione del testo» (p. 137).

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