nativi nord-americani – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 02 Jul 2026 16:30:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La leggenda di Calza di Cuoio https://www.carmillaonline.com/2023/07/02/la-leggenda-di-calza-di-cuoio/ Sun, 02 Jul 2023 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78051 di Giorgio Bona

“Calza di cuoio” fu la sede di un’associazione di promozione sociale che comprendeva una parte museale dedicata ai nativi americani nel Borgo Campidoglio a Torino. Anima e cuore di questo spazio era Luca Gaidano che fin dalla giovanissima età si appassionò alla storia dei nativi americani.

Il nome Calza di Cuoio è tratto dal ciclo di romanzi di James Fenimore Cooper I racconti di Calza di Cuoio (Leatherstocking Tales, 1823-1841) dove il protagonista è Nathaniel Bumppo, un esploratore le cui avventure sono legate all’epoca del colonialismo europeo in terra americana, [...]]]> di Giorgio Bona

“Calza di cuoio” fu la sede di un’associazione di promozione sociale che comprendeva una parte museale dedicata ai nativi americani nel Borgo Campidoglio a Torino. Anima e cuore di questo spazio era Luca Gaidano che fin dalla giovanissima età si appassionò alla storia dei nativi americani.

Il nome Calza di Cuoio è tratto dal ciclo di romanzi di James Fenimore Cooper I racconti di Calza di Cuoio (Leatherstocking Tales, 1823-1841) dove il protagonista è Nathaniel Bumppo, un esploratore le cui avventure sono legate all’epoca del colonialismo europeo in terra americana, precisamente nel New England, durante il conflitto tra inglesi e francesi e le guerre indiane.

Il più conosciuto di questi romanzi è sicuramente L’ultimo dei Mohicani (The Last of the Mohicans) pubblicato nel 1826 che fu il secondo della serie, il più celebre e il più letto tra quelli dell’autore.

Da questo romanzo anche il cinema trasse i suoi vantaggi e si ebbero diverse trasposizioni. La prima rimonta al 1911, un cortometraggio con regia di Theodore Marston, ma quelle oggi meglio ricordate furono le successive: quella del 1920 diretta da Clarence Brown e Maurice Tourneur e quella del 1936 diretta da George B. Seitz, co-sceneggiata da John L. Balderston (noto per i trattamenti sui mostri Universal) e interpretata da Randolph Scott, Binnie Barnes e Henry Wilcoxon. La versione del 1936, The last of the Mohicans, apparirà nel nostro paese con il titolo Il re dei pellirosse.

La più nota degli anni recenti è quella del 1992 diretto da Michael Mann con Daniel Day-Lewis nella parte di Bumppo che nel film ha in dotazione tutti i nomi indiani, da Occhio di Falco a Longue Carabine, nel ruolo del giovane figlio adottivo di Chingachgook Ultimo dei Mohicani, altro personaggio che sarà presente in tutti i cinque racconti di Calza di Cuoio. Sul tema esistono poi film per la tv, serie e miniserie televisive, cartoni animati. Non mancano versioni a fumetti, come quella celebre del francese Georges Ramaïoli, che produsse tutta la saga dei cinque romanzi in una produzione limitata di 150 copie.

I racconti di Calza di Cuoio non seguirono un ordine cronologico perché l’autore non si poneva il problema di scrivere una serie ma, dopo il successo del secondo volume, L’ultimo dei Mohicani, continuò con entusiasmo a scrivere altre storie con i protagonisti Nathaniel Bumppo e Chingachgook. Quest’ultimo diventò un vecchio pellerossa ubriacone conosciuto dai bianchi come John l’indiano.

I cinque racconti furono ambientati in un arco temporale di circa sessant’anni (1740-1804) con la vita del protagonista dal periodo giovanile alla vecchiaia. Nathaniel Bumppo figura come un bianco cresciuto tra gli indiani Delaware, e soprannominato Leatherstocking, The Pathfinder dai coloni e Deerslayer, Longue Carabine e Hawkeye dai nativi americani.

La letteratura americana ritenne che Cooper per la creazione di questo personaggio si sia ispirato a un pioniere del Kentucky, Daniel Boone (1734-1820), e anche a Robert Rogers (1731-1795), uomo di frontiera che servì l’esercito inglese durante la guerra Franco Indiana e comandò un corpo famoso di rangers e come il suo protagonista combatté la guerra dei sette anni e conobbe due famosi capo indiani della tribù dei Mohicani. Un film con il riferimento a Robert Rogers fu il celebre Passaggio a Nord-Ovest (Northwest Passage) del 1940 diretto da King Vidor, con Spencer Tracy nella parte del Maggiore Rogers.

Cooper creò con questo ciclo il modello dell’eroe nordamericano, ovvero colui che evadeva dalle restrizioni imposte dalla civiltà per vivere un rapporto con Madre Natura. Questo modello troverà affinità in una ricerca di autenticità nei nativi americani, suoi fratelli e anche pericolosi nemici. Di qui romanzi che segnarono lo spartiacque tra un mondo in espansione e la fine del popolo rosso, destinato a scomparire: l’opera di Fenimore Cooper darà idealmente avvio a questo percorso, in cui l’autore manterrà una posizione ambigua.

Quel che sembra di cogliere, se pur marginalmente nelle pagine di questi racconti, è che l’avanzata della civiltà e l’espansione legata alle conquiste delle nuove terre non appaia come un fenomeno del tutto positivo: indicativo il comportamento del protagonista Nathaniel Bumppo, che si sposta ogni volta che la civiltà avanza.

In The Prairie, il terzo della serie (1827) ma che può essere considerato quello che chiude il ciclo di Calza di Cuoio (è ambientato nel 1804) troviamo il protagonista ormai ottantenne che vive nella prateria in compagnia soltanto del suo cane e osserva con preoccupazione il crescente flusso di pionieri a seguito dell’acquisto della Louisiana da parte degli Stati Uniti. La fine del grande esploratore si conclude come avrebbe desiderato o come avrebbe voluto che desiderasse il suo autore. Bumppo si stabilirà presso il villaggio degli indiani Pawnee, il cui stile di vita sarà più consono a quello da lui condotto fino a quel momento, e quando si troverà in punto di morte comunicherà a un amico le sue ultime volontà, perché in quell’amico aveva rivisto i suoi grandi ideali che la civiltà e il progresso avevano cancellato.

Luca Gaidano per tutta la vita ha seguito con passione la storia, i costumi e le tradizioni dei nativi americani e nel suo laboratorio di Via Fano teneva in mostra in una sorta di museo permanente moltissimi e introvabili cimeli. La passione per i nativi lo ha portato più volte in America dove aveva pensato di stabilirsi, poi la nascita e la crescita del  museo che oltre ai cimeli dà spazio a volumi veramente rari. Tanto che, si può dire, i racconti di Calza di cuoio continuano.

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Sacheen Littlefeather (Piccola Piuma) https://www.carmillaonline.com/2022/09/24/sacheen-littlefeather-piccola-piuma/ Sat, 24 Sep 2022 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74215 di Giorgio Bona

Come esaminato in un pezzo precedente, la filmografia western americana resta in genere lontana dalla verità. Non tutta, ci sono alcune eccezioni: rari, anzi rarissimi interventi intesi a difendere i nativi americani vittime di uno dei più grandi stermini della storia.

Emblematico un fatto la cui eco ha avuto parecchia circolazione in questo periodo ma che risale a cinquant’anni fa, precisamente il 23 marzo 1973, in occasione della 45esima edizione degli Academy Awards, durante la premiazione degli Oscar.

Il divo americano Marlon Brando negò la [...]]]> di Giorgio Bona

Come esaminato in un pezzo precedente, la filmografia western americana resta in genere lontana dalla verità. Non tutta, ci sono alcune eccezioni: rari, anzi rarissimi interventi intesi a difendere i nativi americani vittime di uno dei più grandi stermini della storia.

Emblematico un fatto la cui eco ha avuto parecchia circolazione in questo periodo ma che risale a cinquant’anni fa, precisamente il 23 marzo 1973, in occasione della 45esima edizione degli Academy Awards, durante la premiazione degli Oscar.

Il divo americano Marlon Brando negò la sua presenza durante la cerimonia, che lo consacrava miglior attore protagonista per l’interpretazione di Vito Corleone nel film Il Padrino. All’ultimo momento decise di mandare alla consegna, davanti a milioni di telespettatori, Sacheen Littlefeather ovvero Piccola Piuma, pseudonimo di Marie Louise Cruz, attrice, una nativa americana di origine (per parte di padre) Apache e Yaqui.

La sua apparizione sul palco del Dorothy Chandler Pavilion, sotto lo sguardo allibito di tante celebrità di allora, suscitò scalpore.

Ferma, decisa, la giovane si presentò affermando con orgoglio di presiedere il National Native American Affirmative Image Committee.

Prima di acquisire notorietà sulla scia di quella serata, aveva unito lo studio e piccole prove come attrice e modella (anche per Playboy, 1972, “Ero giovane e stupida” liquiderà poi l’episodio) alla militanza per i diritti dei nativi americani. In seguito si occuperà di campagne per la lotta all’AIDS, malattia che nel 1990 causa la morte di suo fratello.

Quando alla premiazione Sacheen dichiarò di rappresentare Marlon Brando ci fu qualche timido applauso qua e là, ma in generale si trovò subissata dai fischi. La maggioranza della platea, sconcertata, la minacciò, insultandola.

Con un abito di camoscio, mocassini e lunghi capelli neri raccolti in due codini, da vera squaw apache, presentandosi, si rivolse al pubblico così:

 

Rappresento Marlon Brando questa sera, e lui mi ha chiesto di comunicarvi in un lunghissimo discorso – che non posso condividere con voi al momento, per motivi di tempo, ma che sarò lieta di condividere con la stampa in seguito –, che con rammarico non può accettare questo premio così generoso. E le ragioni di ciò sono il trattamento riservato ai nativi americani oggi dall’industria cinematografica – scusatemi… [fischi e applausi] e in televisione nelle repliche dei film, e anche con i recenti incontri a Wounded Knee.

 

La tragedia evocata da Piccola Piuma aveva visto l’eccidio di quasi trecento nativi americani di origine Sioux Lakota, massacrati dall’esercito americano (dicembre 1890) presso la cittadina di Wounded Knee in South Dakota: venti dei soldati responsabili furono premiati con medaglia d’onore, e ancora recentemente (2019) una rappresentanza di nativi lakota ha chiesto la revoca di queste “medaglie del disonore”. Proprio su questo argomento Dee Brown (1908-2002) scrisse un libro che fece epoca, Bury My Heart at Wounded Knee, 1970 (Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, Mondadori, 1972).

Un testo talmente straziante che chi scrive fece fatica a leggerlo. Qui in poche righe la storia di quel massacro nelle parole di Alce Nero:

 

Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone e zig zag, come li vidi con i miei occhi da giovane. E posso dire che con loro morì, sulla neve insanguinata, sepolto sotto la tormenta, il sogno di un popolo. Era un grande sogno.

 

Ma di tutto ciò Piccola Piuma non fece in tempo a parlare. E un episodio durato appena sessanta secondi segnò uno dei momenti più significativi e odiosi degli ultimi cinquant’anni nella storia della lotta contro le minoranze.

Sessanta secondi per adattare una lettera di quindici pagine, con passi come questo:

 

Per duecento anni abbiamo detto agli indiani che si battevano per la loro terra, le loro famiglie e il loro diritto di essere liberi “deponete le armi e potremo vivere insieme”. Lo hanno fatto e li abbiamo sterminati. Abbiamo mentito, li abbiamo privati delle loro terre, trasformandoli in mendicanti in una terra che loro hanno amato e che ha dato a loro la vita.

 

John Wayne, sterminatore di pellerossa nella storia del cinema western di Hollywood, venne addirittura trattenuto da sei uomini che gli evitarono di salire sul palco per cacciare l’attivista indiana.

Sacheen rappresentò per il mondo lo specchio di quella società, in minoranza naturalmente, che lotta per il giusto e che viene emarginata in favore dei burattinai del potere: il tutto con l’effetto di una gogna popolare satura di odio e di intolleranza, in un mondo che non si schiera dalla parte di chi abbia ragione, bensì di chi è più forte.

L’effetto risonanza fu altissimo. Un esempio banale per me allora studente di scuola superiore in una città come Casale Monferrato: la nascita di un circolo alternativo che prese il nome di Wounded Knee, proprio l’anno dopo questo fatto, e frequentatissimo in quegli anni da colori che oggi potremmo definire gli antagonisti.

Questo minuto davanti alle telecamere costò alla giovane nativo americana, solo ventisettenne, la fine della carriera cinematografica e l’ira e l’accanimento dei vertici dell’Academy. Quegli stessi che dopo 49 anni l’Academy mostrano ora di cospargersi il capo di cenere recitando il mea culpa. Arrivano le scuse via lettera, ufficiali, scritte per l’evento di quella serata.

Un discorso durato un minuto e che rimane in memoria per quasi cinquant’anni. Come pisciare nell’oceano, e l’ecologia mondiale ti accusa di aver inquinato l’acqua. Le scuse non cancellano i crimini, i misfatti, i soprusi. Questa è la demo(nio)crazia.

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I pezzenti di Capitan Jack https://www.carmillaonline.com/2022/08/07/i-pezzenti-di-capitan-jack/ Sun, 07 Aug 2022 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73372 di Giorgio Bona

La filmografia western americana è ben avara nel racconto dei fatti soprattutto quando si hanno a che fare i conti con la propria storia.

Ben poco, tolto rare eccezioni, ha raccontato nel modo giusto un’epoca che ha segnato uno dei più grandi crimini: lo sterminio dei nativi americani.

Si dice che la storia la scrivano i vincitori, poi capita che qualche volta ci sia qualcuno che nel pollaio provi ad alzare la testa e diventa una mosca bianca prendendo le difese dei vinti.

Mi venne in mente guardando un film [...]]]> di Giorgio Bona

La filmografia western americana è ben avara nel racconto dei fatti soprattutto quando si hanno a che fare i conti con la propria storia.

Ben poco, tolto rare eccezioni, ha raccontato nel modo giusto un’epoca che ha segnato uno dei più grandi crimini: lo sterminio dei nativi americani.

Si dice che la storia la scrivano i vincitori, poi capita che qualche volta ci sia qualcuno che nel pollaio provi ad alzare la testa e diventa una mosca bianca prendendo le difese dei vinti.

Mi venne in mente guardando un film abbastanza scontato su una delle reti che ormai hanno preso pieno possesso dell’etere (non ricordo se Iris o Rai Movie, comunque poco importa).

Il film in questione, un vero film commerciale e falsificatore, dove gli eroi sono da una parte sola e non sono certamente gli sconfitti è Rullo di tamburi (Drum Beat) di Delmer Daves del 1954 prodotto dalla Jaguar Productions.

Un film schierato da una parte, anche se cerca di essere impregnato di uno spirito pacifista; e il personaggio meglio riuscito, il cattivo per intenderci, è Kintpuash detto anche Capitan Jack capo della tribù dei Modoc, interpretato da Charles Bronson, una delle figure indiane più controverse della storiografia di quel periodo di conquista.

Alan Ladd nella parte del buono era l’attore che rappresentava il portavoce impegnato a ristabilire la pace su quel tratto del territorio.

Nel film la scena principale va di gran lunga contro la realtà e contro la storia: al tavolo di una complessa trattativa viene organizzato un incontro tra i Modoc e i membri del congresso scortati da alte autorità militari e governative. E qui il grande tradimento con un agguato organizzato dai Modoc che lasciano la controparte morta sul campo.

La realtà, inutile dire, fu completamente diversa e trae spunto da altre vicende che il film non rileva, lasciando al pubblico l’immagine del selvaggio crudele e spietato.

Tutto ebbe inizio diversamente, nel 1853, quando un gruppo di minatori, per vendicare un eccidio che si scoprì in seguito non essere opera dei Modoc, attaccò la loro piccola comunità provocando un massacro dove donne e bambini vennero uccisi senza alcun motivo.

Una strage che non ebbe la stessa risonanza di quello dei volontari di John Milton Chivington, il fanatico religioso che con la sua milizia del Colorado attaccò un campo Cheyenne a Sand Creek che aveva firmato e stava rispettando il trattato di pace e compì uno dei crimini più brutali e violenti di quel periodo.

Nonostante si cercasse di far calare il silenzio su questo crimine, la reazione della piccola tribù si fece presto sentire e non poteva passare inosservata.

I Modoc si rifecero attaccando una carovana dove persero la vita trentaquattro coloni, e soltanto tre superstiti riuscirono a raggiungere il villaggio di Yreka e raccontare l’accaduto.

E qui si mente alla storia e la menzogna incalza ribaltando la realtà.

Correva il maggio del 1856, erano trascorsi tre anni dai fatti precedenti e l’esercito non era ancora riuscito a domare la piccola tribù: allora adottò un infido stratagemma.

Fu organizzato un tavolo di pace con un imponente banchetto. I bianchi provvidero a condire i manicaretti offerti agli indiani con una spolveratina di stricnina.

Il veleno non sembrò produrre alcun effetto sugli ospiti che continuarono a rimpinzarsi.

A questo punto gli americani, che si stavano spazientendo, cominciarono ad aprire il fuoco e a sparare. Trentasei Modoc caddero morti e tra questi il capo Combutwaush. Gli altri riuscirono a fuggire.

A parte questo fatto fondamentale, che rovescia la realtà presentandoci l’indiano cattivo, tutto si giustificò con la considerazione che in fondo i Modoc erano considerati dei pezzenti, addirittura maltrattati da tribù vicine.

Eppure quel gruppo di straccioni, con una tenace resistenza, diede vita ad una schermaglia sanguinosa denominata “la guerra dei Modoc”, una delle guerre più costose per gli Stati Uniti, tenuto conto del numero esiguo dei nemici e che si protrasse per diversi anni.

La storia racconta che nel 1972 Capitan Jack e un numero di settanta guerrieri con le loro famiglie uscirono dalla riserva e tornarono nei territori che avevano un tempo abitato, dove si era già insediata una comunità di coloni.

Il film narra di Modoc assetati di sangue che perpetrano uno sterminio di intere famiglie.

Nella realtà, nonostante le proteste dei coloni, il governo americano concesse alla piccola tribù l’assegnazione delle terre che erano già in loro possesso e soltanto un anno dopo il sovrintendente degli Affari Indiani diede ordine di ripiegare nella riserva di loro competenza.

Si cercò di stabilire l’accordo con l’esercito americano che aveva circondato il campo indiano, mentre il sottocapo Scarface Charley estrasse la pistola scaricandola sulla truppa.

Era troppo evidente dagli antichi rancori che non ci si poteva fidare della parola pronunciata troppe volte: pace.

E qui si riprende con il film, senza far riferimento precedenti, che ricostruisce la trattativa che il governo americano vuole mettere in campo per concludere una tregua e convincere la piccola tribù a rientrare nella riserva.

Fu il generale Eduard Richard Sprigg Camby a condurre la trattativa stessa: e Capitan Jack, ricordandosi di quanto era successo poco tempo prima all’incontro con le autorità si presentò prevenuto e sparò in mezzo agli occhi del generale con una colt dell’esercito. La stessa fine fecero gli altri delegati.

La notizia di quel massacro, al contrario di quello avvenuto in precedenza, fu una cassa di risonanza per tutto il paese dove i mezzi di informazione orchestrarono una campagna perché si prendessero provvedimenti durissimi con il consenso della popolazione.

Inutile raccontare l’epilogo di questa storia anche se i modoc diedero ancora parecchio filo da torcere all’esercito americano.

Le parole di Capitan Jack a un processo farsa che fece da vetrina al perbenismo dell’epoca risuonarono chiare: “abbiamo forse noi indiani gli stessi diritti di voi bianchi? Io dico di no. Voi potete tranquillamente sparare contro gli indiani sia in guerra che in pace e continuare a vivere tranquilli. Potete dirmi quando un bianco è stato punito per aver ucciso un Modoc? Io sono giunto alla fine e vi accuso di assassinio non una, ma tantissime volte”.

Capitan Jack fu condannato a una fine atroce e fu impiccato la mattina del 4 ottobre 1873 dopo aver scritto una delle più belle pagine della resistenza del popolo rosso.

La vendetta dei bianchi, però, non era ancora placata.

Il suo corpo venne imbalsamato e spedito in diverse città degli Stati Uniti dove chiunque poteva vederlo pagando la modica cifra di dieci centesimi.

Un orrore.

Una ferita ancora aperta.

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“Ci sono ancora persone sobrie nella Riserva” https://www.carmillaonline.com/2018/05/15/ci-sono-ancora-persone-sobrie-nella-riserva/ Tue, 15 May 2018 21:12:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45498 di Giacomo Marchetti

Il silenzio, dicono, è la voce della complicità Ma il silenzio è impossibile. Il silenzio urla. Il silenzio è un messaggio, così come fare nulla è un’azione (Leonard Peltier)

Land è un film sulla condizione dei nativi nord-americani oggi, girato dal quarantenne regista anglo-iraniano: Bebak Jalali. Originario di un paese al confine tra l’Iran e il Turkmenistan, dedica a questa terra periferica e di confine, uno dei suoi primi lungometraggi, “Frontier Blues”, del 2009. E la vita “di confine” e “ai margini” è al centro anche di questa narrazione filmica. La pellicola è una co-produzione, anche italiana, [...]]]> di Giacomo Marchetti


Il silenzio, dicono, è la voce della complicità
Ma il silenzio è impossibile.
Il silenzio urla.
Il silenzio è un messaggio,
così come fare nulla è un’azione

(Leonard Peltier)

Land è un film sulla condizione dei nativi nord-americani oggi, girato dal quarantenne regista anglo-iraniano: Bebak Jalali.
Originario di un paese al confine tra l’Iran e il Turkmenistan, dedica a questa terra periferica e di confine, uno dei suoi primi lungometraggi, “Frontier Blues”, del 2009.
E la vita “di confine” e “ai margini” è al centro anche di questa narrazione filmica.
La pellicola è una co-produzione, anche italiana, che nasce da un progetto del Torino Film Lab, selezionata per la sezione Panorama della Berlinale di quest’anno, svoltasi alcuni mesi fa.
“La terra” nella finzione filmica è una riserva indiana chiamata “Prairie Wolf”, ma nella realtà del set è un territorio di confine tra USA e Messico: Tijuana, a qualche km da quel muro che divide “artificialmente” gli States dal Messico
Un confine che è stato al centro della propaganda politica elettorale presidenziale di Orange Man, attuale inquilino della Casa Bianca.
Una cesura che non ha nulla di naturale, quella tra USA e Messico, ma è il prodotto storico di un esproprio compiuto dagli Stati Uniti a metà dell’Ottocento in una delle prime guerre di conquista che ne caratterizzeranno la storia, così come nulla di “naturale” ha l’attuale situazione dei nativi americani in cui l’inizio del loro Olocausto coincide con l’approdo di padri pellegrini sul Mayflower nelle coste orientali del continente Nord-Americano a Cape Cod l’11 novembre del 1620.

Buona parte del territorio del sud degli Stati Uniti è infatti il risultato di una “guerra di rapina”, recentemente rievocata da un bel romanzo di Pino Cacucci: Quelli del san Patrizio in cui si narra le vicende dei disertori, per la maggior parte di origine irlandese, che passarono dalla parte dei messicani, formando un battaglione d’artiglieria nominato appunto San Patrizio al comando di John Riley, uno dei primi fulgidi esempi di “traditori di razza” della storia popolare nord-americana.

La linea di confine, “il dentro” e il “fuori”, la costruzione dell’identità, sono al centro della riflessione filmica, così come anche il tema del “traditore” – in questo caso traditrice – di razza, un ruolo – quest’ultimo – riservato nella pellicola ad una teenager bianca scevra dei pregiudizi della propria famiglia sui nativi americani, curiosa di conoscere la Storia, anzi le storie, di un popolo che vive ridotto alla condizione di reietto.
I nativi sono ancora odiati dai parenti della giovane che non provano alcun rispetto per “gli indiani” ma di cui hanno ancora timore.
I nativi costituiscono ancora una delle maggiori fonti di ricchezza attraverso la vendita di alcolici, business che oltre a lucrare sull’esistenza dei “pellerossa” contribuisce alla loro “anestetizzazione” sociale, rendendoli dipendenti dall’alcol (e quindi da chi lo vende) e incapaci di difendersi dai propri carnefici.
L’alcol ha svolto, e svolge, per i nativi americani la stessa funzione della diffusione massiccia di droghe nei ghetti delle città metropolitane nei confronti degli afro-americani: “la guerra chimica” denunciata ai suoi tempi della Pantere Nere.

Per citare la strofa di un verso di una famosa poetessa chicano-americana Gloria Anzaldua: to survive the Borderlands / you must live sin fronteras / to be a crossroads…
Il regista sembra ispirarsi proprio a questa strofa e stimolato da un servizio, apparso sul Guardian, si reca – per produrre il film – due volte in Nord America, visita una trentina di riserve e compie la selezione degli attori attraverso un casting aperto tra i nativi americani, persone che hanno quindi vissuto sulla propria pelle quella condizione che vuole far emergere, rendendo il film una sorta di docu-fiction in stile iper-realista.

Siamo in uno dei tanti territori rimasti ai margini dello sviluppo economico americano, dopo esserne stato al centro, qui si tratta di quella frontiera mobile un tempo fondamentale per l’espansionismo statunitense, ma la condizione di esistenza potrebbe essere la stessa, mutando di paesaggio e di composizione “etnica”: la periferia di Detroit, un tempo Motorcity, un villaggio ex-minerario nei Monti Appalachi, un quartiere di New Orleans colpito dall’uragano Katrina, in una tante città della rust belt: umanità di scarto in qualsiasi di questi contesti…

È la storia di una famiglia di nativi americani che vive nella riserva, e che passa gran parte della sua esistenza fuori dal territorio nativo stesso: un fratello, Ray, ex alcolista e diabetico lavora con il figlio in un allevamento di bovini mentre un altro combatte nell’Air Force degli Stati Uniti in missione in Afghanistan, un altro, Wes, passa la sua giornata in uno store fuori dalla riserva a bere birra (l’alcol è vietato nella riserva) con la madre – cattolica praticante ma tutt’altro che remissiva e perno del nucleo familiare – che lo porta in macchina quando inizia la sua giornata e lo va a prendere al calar del sole, mentre un terzo, che sembra godere di una certa agiatezza, si dedica al contrabbando di alcol nella riserva e non vive nella casa familiare.
La narrazione filmica si svolge quasi esclusivamente dentro le mura domestiche della famiglia nella riserva, dentro e nelle vicinanze del negozio che vende prevalentemente alcolici, nell’allevamento di bovini e lungo le strade polverose che collegano questi punti.
La riserva è una specie di non-luogo, solcato raramente da chi non ci vive ed è raro che qualcuno l’attraversi per raggiungere “un’altra meta”: non è mai un approdo, se non per chi ci vive come fosse un quartiere dormitorio in cui l’autorità poliziesca è svolta dalla tribe police, il cui unico compito sembra essere quello di verificare la presenza di alcolici sulle persone che ritornano alla Riserva.

Fuori dall’esercizio commerciale la telecamera si adagia sui nativi che passano il proprio tempo a bere, ridotti ad uno stato larvale, mentre sulle pareti un murale raffigurante il prigioniero nativo americano Leonard Peltier, e alcune scritte murali come “native proud” non potrebbero dare un senso di maggior contrasto tra una storia fatta di resistenza e volontà di riscatto ed un presente di marginalità e rassegnazione, a cui nel corso del film i protagonisti reagiscono trasformando una narrazione distopica nel suo contrario.

Gli eredi dei cowboys, non sembrano essere meno aggressivi dei loro predecessori e la tensione è palpabile in ogni scambio verbale tra i membri della famiglia che gestisce lo store, tranne la già ricordata teenager (l’unica che si interessa del co-protagonista alcolizzato), e la famiglia di nativi americani: la linea di separazione tra le due comunità deve essere netta e invalicabile, l’ostilità reciproca il metro del loro relazionarsi, non ha caso alla ragazza viene impedito di frequentare Wes.
La linea del colore, per citare W.E.Du Bois è ancora una discriminante e demolisce le retoriche obamiane della società statunitense come post-razziale.
In questo tempo, fuori e dentro, la riserva il tempo sembra essersi fermato.
Sanno che con i fumi dell’alcol Wes, perde i suoi filtri, e riporta a galla la storia, anche recente, di sopraffazione che la giovane non deve ascoltare: ma è proprio dalla comprensione di ciò che è attraverso ciò che è stato che la ragazza diviene complice indiretta della reazione dei nativi americani, provando probabilmente quello stesso senso di identificazione che le prime abolizioniste provavano nella condizione degli afro-americani di fronte al potere degli WASP, come ci ricorda Angela Davis in un libro recentemente ri-tradotto e ri-pubblicato: Donne, razza e classe.

L’unica attività di svago sembra essere il combattimento tra galli, che la crudeltà umana piega alla sua etica di scontro mortale cingendo con una lama metallica affilata ricurva una zampa del volatile.
Il combattimento tra questi animali, che è una sequenza centrale di Land, è una metafora di questa lotta mortale tra discendenti dei coloni e quelli dei nativi su una terra arida, sullo sfondo di uno sviluppo che concede solo le briciole in quella terra di nessuno alla componente bianca e che continua quel rapporto di dominio iniziato con la “Conquista del West”.

Il motore filmico è la notizia dell’uccisione del fratello in missione in Afghanistan, e le vicende si svolgono lungo il tempo d’attesa della possibilità di riavere il corpo del defunto per celebrare il rito funebre.
La “locandina” del film riprende un frame della pellicola nella scena al confine tra il territorio degli Stati Uniti e quello della riserva, con la bara coperta dalla bandiera statunitense e cattura lo sguardo d’odio del padre verso la cassa da morto in cui un vi è il corpo senza vita del figlio.

I parenti di Floyd e gli abitanti della riserva attendono la salma, sostituendo la bandiera a stelle a strisce e il picchetto d’onore dell’aeronautica: uno dei dialoghi più intensi del film è quello della nonna e del padre con l’ufficiale dell’Air force che ha il compito di occuparsi del figlio morto.
Floyd è morto “per il proprio Paese” secondo l’ufficiale, mentre per la sua famiglia quello era solo il suo lavoro, saranno loro a seppellirlo e non i militari nonostante la prassi esiga il contrario.
I nativi americani sono tra coloro che sono destinati essere la “carne da cannone” per le imprese belliche dell’Impero americano, ed il mestiere delle armi è una delle poche possibilità, insieme al crimine, di emancipazione economica per le “minoranze razziali” statunitensi.

La cerimonia funebre è dilatata nel tempo a causa dell’inchiesta che deve rilevare i motivi del decesso, e se il militare si è attenuto al regolamento, il che permetterebbe di godere alla famiglia di una cifra pari a 100.000 di dollari di risarcimento come militare ucciso in combattimento, rispetto ad una decima parte che gli spetterebbe comunque come soldato in missione.
La voce dell’ufficiale sfuma in questa scena che si svolge nell’ufficio della base militare dell’aeronautica, mentre elenca i vari benefits di cui ha diritto comunque la famiglia a causa del decesso (tra cui l’accesso a cure mediche gratuite…).

Nel tempo dell’attesa l’aggressione fisica gratuita da parte dei figli dei gestori dello store nei confronti del fratello etilista è l’altro motore filmico che fa schizzare la tensione tra gli eredi dei cowboys e quello dei guerrieri “indiani”. L’attesa della vendetta e della possibile reazione a questa in un contesto in cui non c’è alcuna autorità legittima che tuteli l’incolumità dei cittadini e ne punisca i trasgressori proiettano la vicenda in un continuum storico in cui la violenza era e rimane il rapporto sociale tra questi raggruppamenti umani che si tratti dello stupro travestito da prostituzione, o del linciaggio vero e proprio come strumento per imporre con il terrore il proprio dominio se minacciato.

Ed è significativo che la violenza che si consuma su Wes da parte dei due giovani avviene a causa della sua insistenza nel volergli ricordare un linciaggio di due “cacciatori indiani” avvenuto in passato recente di cui loro padre dovrebbe serbare ricordo, cioè esserne probabilmente il responsabile e non è difficile supporre si tratti proprio dell’uccisione del padre di Wes, di cui non si parla mai esplicitamente nel film.

L’equilibrio dato dall’impunità della sopraffazione si rompe e se ne stabilisce un altro in cui la possibilità di rispondere agli attacchi perpetrati nei confronti dei nativi americani non solo vendica un torto subito, ma stabilisce un precedente: ci sono ancora persone sobrie nella riserva risponde la madre zittendo la gestrice dell’attività commerciale che gli paventa rappresaglie per la giusta punizione inflitta ai suoi figli per ciò che hanno fatto a Wes.
Ed anche il figlio etilista, può farcela, se aiutato a disintossicarsi…

E in questa riaffermazione di sé e della propria storia di resistenza, che le parole dell’ex leader dell’American Indian Movement, Leonard Peltier, citate all’inizio della recensione ritrovano la loro forza vitale.
Peltier ha scontato ingiustamente 40 anni di carcere e ora settantenne è chiuso dietro le sbarre di una prigione, per avere difeso armi in pugno la propria comunità dagli assalti alla riserva di Pine Ridge, sfuggita alla dinamiche “interne” di perpetuazione della dominazione dello Zio Tom.
La poesia citata si conclude con queste strofe: Voi siete le vostre azioni / voi siete il risultato delle vostre azioni / diventate il vostro messaggio / Voi siete il messaggio.

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