narrativa russa – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 27 Feb 2026 21:00:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Terrestri e Viandanti https://www.carmillaonline.com/2025/08/22/terrestri-e-viandanti/ Fri, 22 Aug 2025 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89949 di Sara Passannanti

Arkadij e Boris Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio, con una postfazione di Boris Strugackij, trad. Claudia Scandura, pp. 256, € 18,50, Carbonio, Milano 2024.

“Noi non avevamo scritto un giallo. Noi avevamo scritto una storia tragica sul fatto che, persino nel mondo più buono e giusto possibile, l’apparizione della polizia segreta porta inevitabilmente sofferenza e morte a persone che non sono colpevoli di nulla, per quanto nobili siano gli scopi di questa polizia segreta e per quanto onesti, corretti e per bene siano i collaboratori di cui si è dotata.” Corre l’anno 2179. Maksim Kammerer, agente al servizio [...]]]> di Sara Passannanti

Arkadij e Boris Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio, con una postfazione di Boris Strugackij, trad. Claudia Scandura, pp. 256, € 18,50, Carbonio, Milano 2024.

“Noi non avevamo scritto un giallo. Noi avevamo scritto una storia tragica sul fatto che, persino nel mondo più buono e giusto possibile, l’apparizione della polizia segreta porta inevitabilmente sofferenza e morte a persone che non sono colpevoli di nulla, per quanto nobili siano gli scopi di questa polizia segreta e per quanto onesti, corretti e per bene siano i collaboratori di cui si è dotata.”
Corre l’anno 2179. Maksim Kammerer, agente al servizio della Commissione di Controllo (COMCON), riceve l’incarico di trovare Lev Abalkin, esiliato dalla Terra che è tornato sul pianeta senza registrare il proprio ingresso. Tutto quello che Kammerer sa di Abalkin è che è un progressore, ovvero un esperto facilitatore nelle relazioni interplanetarie.
Inizia così a prender forma una detective story nella quale la caccia all’uomo si trasforma pagina dopo pagina in ricerca della verità e in cui più volte Maksim Kammerer (e noi con lui) si trova a chiedersi quale sia la parte del giusto, in un conflitto che travalica quello individuale tra fuggitivo e inseguitore.
Più di altri romanzi dei fratelli Strugackij, Lo scarabeo nel formicaio appare dialogico già nella sua costruzione: un dialogo in cui le domande hanno più rilevanza delle risposte e in cui le stesse risposte non hanno mai la forma di affermazioni, piuttosto di ipotesi; ma comunque un dialogo che rende vive le motivazioni dell’una e dell’altra parte. Gli autori mescolano le carte: una detective story scritta come una relazione investigativa dal taglio scientifico, schematico, in cui le ipotesi vengono scandagliate e tutti i passaggi di azione vengono precisati in modo analitico (con indicazione metodica di date, orari, durate e localizzazione: la frase di apertura del romanzo è proprio “Alle tredici e diciassette Sua Eccellenza mi convocò”); dall’altro lato, un romanzo nel romanzo che consta di un dossier scientifico vero e proprio, detto semplicemente “Rapporto di Lev Abalkin sull’operazione Mondo Morto”, la cui forma invece è libera e concepita per consentire agli psicologi di desumere dal testo le sensazioni soggettive e personali del suo autore.
Anche all’interno di ciascuno dei due blocchi narrativi c’è poi un continuo gioco di doppi.
Oltre alla contrapposizione Kammerer/Abalkin, il conflitto che innesca tutta la vicenda è quello tra i due monoliti Rudolf Sikorski e Isaak Bromberg. Entrambi sono a conoscenza del mistero che aleggia intorno ad Abalkin ma, mentre Bromberg, anziano storico ottimista, reputa Lev innocuo come uno scarabeo in un formicaio, Sikorski, a capo del COMCON, deve farsi carico della sicurezza mondiale e pertanto assume una postura sospettosa e valuta Lev come una possibile minaccia per la Terra.
Nel dossier, l’elemento del doppio è incarnato nella coppia formata da Lev Abalkin e Ščekn, un ranger appartenente alla specie dei testoni, alieni con l’aspetto di uomini-cane. Uno dei temi più affascinanti nel testo è la descrizione del rapporto tra le due diverse specie, umana e testona. Si tratta di una relazione complessa, perché presenta contemporaneamente elementi di trasparenza e di opacità: trasparenza nel momento in cui i testoni sono perfettamente integrati in un ambiente e perciò le loro azioni appaiono “naturali”; opacità perché tale disinvoltura è legata a un istinto che segue regole aliene diverse da quelle alle quali è sottomessa la razionalità umana e ha delle motivazioni che sono e restano incomprensibili. Lungo tutto il suo rapporto, Lev Abalkin si interroga sulle azioni del suo amico Ščekn, cerca di interpretarne i movimenti, senza mai raggiungere ipotesi soddisfacenti. E noi che leggiamo abbiamo l’impressione di un profondo non detto e non dicibile che separa i due, un buco nella comprensione reciproca talmente profondo che ci porta a chiederci se e in che misura sia possibile un’amicizia non solo tra due specie diverse (certo, questo ci interroga a maggior ragione), ma tra due qualsiasi individui diversi, perché le intenzioni e i pensieri profondi dell’altro rimangono per noi sempre e solo sul piano delle ipotesi e della fiducia.
E questo risulta ancora più interessante se messo nella prospettiva di una scrittura a quattro mani, in cui non è scontato che i due autori insieme vogliano e non vogliano le stesse cose.
La diversità di Abalkin e Ščekn viene resa non solo attraverso il loro dialogo – o l’assenza di esso nelle riflessioni di Lev – ma anche attraverso la differenza di percezioni tra i due, così dove Lev vede “una casa come un’altra”, “Ščekn la guarda fisso, la punta con un’attenzione vigile” attribuendole un pericolo definito “un odio fortissimo”. O ancora, in un altro passaggio, Lev dice nella lingua dei testoni di non vedere alcuna fossa e Ščekn replica “Non puoi vedere. Non sei capace.”
È curioso che nella postfazione al romanzo questo, che in fase di progetto non aveva ancora un titolo, venga chiamato provvisoriamente “Bestie”, che è la parola che usiamo in due casi: quando dobbiamo indicare un animale non umano che non sappiamo identificare e quando vogliamo connotare negativamente l’animale. Entrambe le sfumature di significato sono presenti nel modo in cui i terrestri si riferiscono ai Viandanti.
In effetti, la comprensione dell’altro, dei suoi bisogni e delle sue intenzioni, non è solo il nocciolo del romanzo nel romanzo, ma si erge a tema portante di tutto il testo e ne influenza la struttura. È il motivo per cui Lev Abalkin scappa e viene inseguito e, prima ancora, per cui parte dell’umanità, nonostante sia un’utopia in cui tutti gli abitanti della Terra convivono nell’interesse del bene collettivo, è così spaventata dai sarcofagi-incubatrici che i Viandanti hanno abbandonato sul pianeta. Il problema dell’inconosciuto si propaga e si somma a un’ulteriore questione che i due autori hanno particolarmente a cuore, ovvero il ruolo della polizia segreta, per quanto utopica sia la società in cui essa opera e per quanto nobili siano le intenzioni dell’istituzione.
La sintesi tra queste due tensioni ci conduce alla domanda che costituisce il nodo cruciale del romanzo, nodo che non ha soluzione: in che misura è possibile superare la paura dell’ignoto e assicurare la sicurezza e il bene dell’intera civiltà terrestre senza sacrificare la libertà e i diritti dell’individuo?
Questa domanda, come l’indagine di Maksim Kammerer, rimane un mistero aperto, che ammette nessuna o più risposte possibili. Ed è sul dubbio che sia o meno possibile trovare una risposta al dilemma che Lo scarabeo nel formicaio instaura con noi che lo leggiamo un dialogo profondo e durevole.

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Alcune brevi note su Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij https://www.carmillaonline.com/2019/08/01/alcune-brevi-note-su-notti-bianche-di-fedor-dostoevskij/ Thu, 01 Aug 2019 21:30:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=53842 di Mauro Baldrati

Scriveva Alberto Moravia nell’introduzione a un altro romanzo breve di Dostoevskij (L’eterno marito): “Il romanzo dell’Ottocento era pudico nelle cose del sesso fino al silenzio più totale e impudico fino all’inverecondia sulle cose del sentimento; il romanzo del Novecento è invece molto sobrio per non dire taciturno sui sentimenti e invece molto esplicito sul sesso”.

Fino all’inverecondia: questa definizione sembra scritta apposta per Notti Bianche. Infatti il sentimento costituisce il nucleo centrale di quest’opera giovanile (Dostoevskij aveva 27 anni), viaggia sulle righe con una intensità selvaggia tale da “bucare” la [...]]]> di Mauro Baldrati

Scriveva Alberto Moravia nell’introduzione a un altro romanzo breve di Dostoevskij (L’eterno marito): “Il romanzo dell’Ottocento era pudico nelle cose del sesso fino al silenzio più totale e impudico fino all’inverecondia sulle cose del sentimento; il romanzo del Novecento è invece molto sobrio per non dire taciturno sui sentimenti e invece molto esplicito sul sesso”.

Fino all’inverecondia: questa definizione sembra scritta apposta per Notti Bianche. Infatti il sentimento costituisce il nucleo centrale di quest’opera giovanile (Dostoevskij aveva 27 anni), viaggia sulle righe con una intensità selvaggia tale da “bucare” la pagina stessa. Forse è proprio per il fatto di essere stato scritto in giovane età, quando ancora l’autore “credeva”, si infiammava su temi letterari e sociali, che la famosa potenza narrativa dostoevskiana raggiunge queste vette. In alcuni punti sembra addirittura un poema romantico, con cieli fiammeggianti e oceani in tempesta. L’autore stesso sembra rendersene conto, quando fa dire al suo narratore che è “patetico”, o addirittura “ridicolo”. Si susseguono i racconti, le invocazioni, le invettive, si versano fiumi di lacrime, in uno scambio passionale tra il vagabondo notturno e la ragazza Nasten’ka; si passa dalla disperazione alla gioia più travolgente, risucchiati da una sorta di tornado sentimentale bipolare; ci si contraddice, ci si illude, nel turbine della passione, delle speranze e delle delusioni.

Possiamo dire che gli argomenti del racconto sono tre: la solitudine, la fantasticheria e l’amore.

Il narratore è un uomo che vive completamente solo a Pietroburgo. La sua solitudine è assoluta, totalizzante. Non ha rapporti con nessun essere vivente. La sua vita è fatta di osservazione e di voli di fantasia. A volte durante il suo peregrinare per la città ha delle visioni, delle percezioni. Sembra che certe case gli parlino. Sembra che città sia un organismo vivente. La sua sfrenata fantasia lo porta a costruire un mondo immaginario, in cui si immerge fino a perdere ogni contatto con la realtà. Ma non si dilunga con queste fantasticherie. Non le descrive, non le analizza, e quindi non rende il testo una pedante indagine onirica. Gli sta a cuore soprattutto il procedimento, il divenire, ovvero la sostituzione della realtà con un’altra immaginaria e idealizzata. Una fantasia negativa quindi, che lo porta a separarsi sempre più dal mondo. Ma non ne va fiero. Non è contento né soddisfatto, benché talvolta venga travolto da un senso di gioia assoluta. Si rende conto dello spreco della sua esistenza e del suo tempo: “Che cosa ho fatto dei miei anni? Dove ho sepolto il mio tempo migliore? Ho vissuto o no?” (pag. 75 edizione Einaudi ET classici 2014). Probabilmente il giovane Dostoevskij ha attinto dal giovanissimo, dall’adolescente solitario che è stato, quando la mente ipercinetica viaggia sulle fantasie che sembrano voler divorare il tempo e lo spazio.

Poi, durante il suo girovagare notturno, incontra una ragazza. E’ sola, come lui, in piedi sul ponte sulla Neva, e sta piangendo. A un tratto viene inseguita da uno strano, minaccioso uomo in frac, che il narratore mette in fuga brandendo un bastone. Nasce un’amicizia particolare, fatta di storie personali, di racconti, di confessioni, speranze e delusioni. E’ lei la vera narratrice. E’ lei che ha una storia forte, una storia avvincente. Una storia reale.

Nasten’ka vive con la nonna in una piccola casa. E’ una vita ai minimi termini, fatta di cose minuscole. La nonna è cieca, spaventata, e proibisce alla nipote di uscire, addirittura di leggere, perché potrebbe incappare in avventure disdicevoli. Per tenerla sotto controllo cuce addirittura il suo vestito con quello della ragazza, come due gemelle siamesi. Poiché la casa ha un mezzanino libero, e la nonna è povera, arriva un inquilino. E’ un uomo serio, riservato, gentile, persino servizievole: le porta a teatro, a vedere Il barbiere di Siviglia, che nella Russia dell’epoca era di gran moda. Subito in lei scatta l’amore. “Lo amo, Dio quanto lo amo!” grida tra le lacrime durante le quattro notti che compongono il romanzo. L’amore nasce così, di colpo, generato da un nulla, perché in una vita fatta di niente basta un piccolo particolare per scatenare una tempesta.

Le storie si susseguono, si alternano. Anche il narratore ha vissuto un amore infelice. I due si confidano segreti, si ringraziano a vicenda per il dono reciproco.

Ma l’amore, si sa, è contraddittorio. E’ sfuggente. E’ reticente. A un certo punto l’inquilino se ne va, lascia Pietroburgo. Lei gli scrive, ansiosamente. Lui non risponde. Lei gli dà un appuntamento. Non viene. Lei si dispera. Si illude. Forse non ha letto la lettera. Il narratore cerca di consolarla, la rassicura, mentre con la stessa passione si è già innamorato di lei.

Le notti si susseguono, in un turbine caotico di invocazioni e delusioni, per l’avvento del carne e del sangue nelle loro vite minuscole che si avvitano in uno spazio ristretto e senza luce.

E alla fine le cose cambiano. Per Nasten’ka almeno. L’inquilino ritorna, l’abbraccia, le giura eterno amore. Si sposeranno, finalmente. E lei è felice. Il narratore, innamorato “ma anche” amico, rimane, pare, con un palmo di naso (non accusatemi di spoiler, non esiste per un autore come D.). E non sappiamo – ma lo sospettiamo? – se tornerà alla sua solitudine e alle sue fantasticherie. Forse no. Forse quello che Nasten’ka gli ha regalato è più forte di qualunque involuzione: “Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! E’ forse poco, sia pure per tutta la vita di un uomo?”

Notti bianche è un testo sovralimentato, di una intensità fuori dal comune, stupendamente in controtendenza rispetto all’omologazione contemporanea, all’impoverimento della lingua, al cinismo dei sentimenti di una civiltà al tramonto. E’ una formidabile palestra mentale e letteraria, necessaria per tutti i lettori, indispensabile per chi vuole scrivere.

Dunque, scrittori e aspiranti tali, con solo leggete, ma studiate Dostoevskij!

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