Narodnaja volja – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E’ la lotta che crea l’organizzazione. Il giornale “La classe”, alle origini dell’altro movimento operaio / 2 https://www.carmillaonline.com/2023/07/28/e-la-lotta-che-crea-lorganizzazione-il-giornale-la-classe-alle-origini-dellaltro-movimento-operaio-2/ Fri, 28 Jul 2023 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77101 di Emilio Quadrelli

L’illegalità operaia

Nel 1974, per i tipi della Bompiani, usciva “Kamo. L’uomo di Lenin” (Milano 1974), un testo che aveva visto la luce due anni prima a opera di Jacques Baynac e che la prestigiosa casa editrice parigina Fayard aveva pubblicato con entusiasmo. In Italia il libro ha conosciuto una certa notorietà a fronte di una diffusione che ha finito con l’assumere tratti al limite della clandestinità e non ha mai avuto, neppure in maniera indiretta, una qualche legittimazione dal ceto politico di sinistra allora egemone. Sia l’intellettualità di sinistra che l’insieme dei ceti politici, e questo vale [...]]]> di Emilio Quadrelli

L’illegalità operaia

Nel 1974, per i tipi della Bompiani, usciva “Kamo. L’uomo di Lenin” (Milano 1974), un testo che aveva visto la luce due anni prima a opera di Jacques Baynac e che la prestigiosa casa editrice parigina Fayard aveva pubblicato con entusiasmo. In Italia il libro ha conosciuto una certa notorietà a fronte di una diffusione che ha finito con l’assumere tratti al limite della clandestinità e non ha mai avuto, neppure in maniera indiretta, una qualche legittimazione dal ceto politico di sinistra allora egemone. Sia l’intellettualità di sinistra che l’insieme dei ceti politici, e questo vale sia per coloro i quali appartenevano agli istituti tradizionali del movimento operaio, sia per quel nuovo ceto politico formatosi dentro la galassia della nuova sinistra post ’68, operaisti compresi, cercarono di archiviare in fretta e furia quel testo che, raccontando semplicemente la biografia di un bolscevico di prim’ordine, faceva crollare tutta una narrazione tossica su Lenin e i bolscevichi fattasi nel tempo tanto egemone quanto assoluta.

Con ogni probabilità se Kamo non fosse stato l’”uomo di Lenin”, il libro avrebbe conosciuto destini diversi. Se, per ipotesi, Kamo fosse stato un bandito tout court, oppure un anarchico o un socialista rivoluzionario avrebbe potuto essere incorniciato e magari vezzeggiato come una delle tante figure romantiche che attraversano i periodi rivoluzionari, ma che hanno avuto ben poca incidenza sulla rivoluzione. Poco più di una nuance irregolare nell’ordinato corso degli eventi che, nelle narrazioni che si sono imposte, appare come il frutto di un centro organizzativo degno della Spectre tanto che, in tale ottica, persino un testo in presa diretta come I dieci giorni che sconvolsero il mondo1 finisce con l’apparire leggermente apocrifo.

In quell’incredibile reportage, infatti, Reed mostra come al di là dell’audacia, dell’audacia e ancora dell’audacia, la pianificazione dell’insurrezione non andava molto oltre e come piegare a favore dell’insurrezione gran parte degli eventi furono iniziative non pianificate di gruppi di operai e soldati i quali, se sapevano cosa fare, lo sapevano politicamente e non perché vi fosse un preciso piano di guerra accuratamente studiato a tavolino. In tutto ciò, però, non vi era improvvisazione poiché, almeno una parte di questi, aveva maturato una non secondaria familiarità con le questioni militari grazie al mai venuto meno apparato militare dei bolscevichi oltre che dei socialisti rivoluzionari e degli anarchici con i quali, al di là delle non secondarie differenze politiche e teoriche, i bolscevichi, su diversi piani operativi, cooperarono senza impacci di sorta.

In anni e anni di lotta e combattimento il partito dell’insurrezione aveva costruito quadri militari in grado di gestire lo scontro armato con una certa professionalità e lo aveva fatto, specialmente dal 1905 in poi, senza settarismi di sorta verso l’ala rivoluzionaria e militare dei socialisti rivoluzionari e gran parte del movimento anarchico. Una storia che tutte le chiese comuniste sorte sul corpo di Lenin, hanno velocemente prima posto tra parentesi e poi cancellato dalla storia. Ma torniamo a Kamo.

A lui e alle sue gesta incoscienti si sarebbe potuto guardare con indulgenza e persino simpatia perché queste non avrebbero scalfito di una virgola l’immagine perbenista e bigotta che il movimento comunista ha voluto dare di Lenin e dei bolscevichi. Se Kamo fosse stato l’altro avrebbe potuto essere incorniciato come frutto esotico e come tale essere facilmente archiviato, ma Kamo era un bolscevico a tutti gli effetti, nasce bolscevico e non ha mai avuto momenti di tentennamento e, per di più, il suo agire è sempre in piena sintonia con Lenin.

La vita di Kamo è costellata di rapine, estorsioni, furti, evasioni (compiute o procurate), contrabbando per arrivare, in alcuni frangenti, all’attività di gigolò. Queste attività, completamente sponsorizzate da Lenin, fecero parte della sua biografia rivoluzionaria ma, aspetto forse ancora più censurabile e riprovevole per coloro che avevano fatto del perbenismo borghese la propria linea di condotta, Kamo è responsabile di una innumerevole serie di omicidi politici. Di quanti poliziotti, uomini del regime e spie passarono a miglior vita per opera di Kamo si è persino perso il conto. Una serie di crimini anche questi, però, consumati con il pieno consenso di Lenin.

Tutto ciò poneva più di un problema agli intellettuali e ai ceti politici che, di Lenin, si disputavano le spoglie. Come possono militanti e intellettuali che si presentano con un moralismo a mezzo tra i Mormoni e i Testimoni di Geova ipotizzare, anche solo alla lontana, di avere qualche cosa a che spartire con Kamo? Come possono militanti e intellettuali, il cui bigottismo ha poco o nulla da invidiare all’aria di sacrestia, trovarsi minimamente a proprio agio con un personaggio simile e la sua storia? Impossibile il solo coltivarne l’idea. Ma, ancor più, come possono militanti e intellettuali del tutto asserviti al legalitarismo e il cui orizzonte, andando al sodo, è il raggiungimento di una qualche ben retribuita postazione politica, amministrativa o accademica, coltivare una qualche similitudine con chi cammina costantemente all’ombra del patibolo? La risposta è pura retorica.

Non per caso Kamo sfondò tra gli uomini infami2 ovvero dentro quelle generazioni operaie, studentesche e proletarie che, a partire dalla fine degli anni sessanta e per tutti i settanta, osarono portare l’assalto al cielo. Solo tra le schiere dell’altro movimento operaio, che poi forse tanto altro non era, Kamo andò a ruba. Questa generazione in Kamo trovava due cose: da un lato un modello da ritradurre nel presente; dall’altro quella condizione anonima propria di quelle generazioni così come lo era stata per Kamo.

Kamo è un uomo senza fama assai prossimo alla moltitudine dei sanculotti e, al pari di questi, degno di citazione storica solo in quanto massa. Impossibile trovare in Kamo quella dimensione individuale la quale, a conti fatti può appartenere ai politici, agli intellettuali, ma mai agli operai i quali, quando occupano la scena storica lo fanno in quanto massa, mai come individui. Lo aveva colto bene Rosa Luxemburg3 quando coniò, a proposito del protagonismo delle masse, quell’io collettivo della classe operaia che al lessico borghese dava più di qualche problema anche sul piano grammaticale.

Certo, la storia è storia di lotte di classe e la storia fatta dalle masse non è mai una storia nobile. L’Angelo della storia si staglia costantemente nell’agire delle masse ed è un angelo che coniuga speranza, vendetta e ben poca pietà, su ciò sembrano concordare tutti ma poi, quando i tumulti si placano le masse devono tornare nell’ombra e gli unici a avere diritto di cittadinanza sulla scena storica, sono sempre e comunque i grandi individui. Poco importa se, come realisticamente aveva detto Napoleone, le rivoluzioni sono sempre il frutto di una ideologia che trova delle baionette, queste baionette devono sempre essere riposte nell’ombra e del protagonismo delle masse non deve rimanere traccia o meglio, queste tracce, possono essere solo la narrazione di qualcuno legittimato a rivestire i panni dell’individualità.

Sono i tanti Juan di Giù la testa a fare la storia e le rivoluzioni, sono i poco dotti appartenenti al Mucchio selvaggio, due film che non per caso hanno fatto da sfondo alla storia degli uomini infami, i quali, di sovente, sono determinanti nel corso degli eventi rivoluzionari, ma i cui destini rimangono, quasi sempre, confinati nel mondo delle cose e difficilmente ottengono lo sdoganamento per quello delle parole. A ben vedere la battaglia per il linguaggio rappresenta pur sempre la battaglia finale della lotta di classe. Al raggiungimento di questa meta il bolscevismo aveva contribuito non poco, la poca recezione che di ciò si ebbe in occidente contribuì a rendere in gran parte vano questo sforzo. Di tutto questo le vicende di Kamo ne sono tanto un’ottima esemplificazione quanto una sintesi eccellente.

Kamo, infatti, non sortì grandi successi neppure tra l’intellettualità rivoluzionaria poiché, in lui, vedevano l’erompere di quelle masse che, a un certo punto, avrebbero iniziato a fare da sé, senza lezione. Insomma Kamo doveva rimanere nell’ombra e la sua storia relegata nel folclore che, in qualche modo, ogni movimento rivoluzionario si porta appresso. Come si è detto, invece, Kamo suscitò entusiasmi entro quella massa operaia e proletaria propria dell’autonomia con la a minuscola che, per quanto poco colta o forse proprio per questo, era giunta alle stesse conclusioni di von Clausewitz ovvero che la guerra è la continuazione della politica sotto altra forma e che, per altro verso e sulla base della semplice esperienza, sapeva che le pratiche illegali erano tutte interne alla condizione operaia e proletaria ancora prima che essere patrimonio del movimento comunista.

Migliaia di giovani militanti, proprio nel momento in cui Kamo ritrovava una qualche notorietà stavano per seguirne le orme. In lui trovarono sia un modello che una conferma: l’illegalità era il qui e ora della lotta politica e non qualcosa di continuamente posticipato a un non meglio precisato momento pre-insurrezionale o, per altro verso, al mitologema di un’epoca, la Resistenza, tanto eroico quanto definitivamente archiviato. Kamo era il presente, Kamo era il loro noi.

Per un breve lasso di tempo il brigante del Caucaso e la sua storia tornarono prepotentemente in auge e la polvere accatastatasi sul suo faldone storico venne rimossa. Un nuovo raggio di sole penetrò nell’asfittico mondo comunista. Contro il plumbeo grigiore dei vari funzionari di partito, anche se solo per breve tempo, irrompono nuovamente i colori forti della rivoluzione. Alla tristezza della vita di partito si contrappone la gioia della battaglia di strada. Kamo è l’uomo delle barricate, Kamo è l’uomo degli espropri, Kamo è l’uomo della clandestinità ma che, paradossalmente, vive una vita densa di relazioni sociali. Kamo è l’avventura della rivoluzione. Una generazione, che della rivoluzione e dell’avventura ha fatto la sua ragione di vita, non poteva fare altro che riconoscersi in lui ma, ben presto, una cortina di ferro calò su di lui. Come tutto ciò che è scomodo venne semplicemente rimosso.

Certo la rimozione di Kamo viene da lontano. Si deve a Stalin, suo padre spirituale e formatore politico, il silenzio che è calato su di lui. Probabilmente, nel momento in cui l’Unione Sovietica si accingeva a essere riconosciuta come una delle potenze internazionali, sembrava il caso di concedere qualcosa al bon ton della politica internazionale ponendo in archivio l’imbarazzante passato del suo capo politico e del suo ministro degli esteri Livtinov il quale, infatti, non ha una biografia molto dissimile da quella di Kamo. Per questioni di immagine, quindi, Kamo finì con l’essere riposto nell’ombra. Ma questa rimozione che potremmo definire tattica finì ben presto con il farsi strategica nel senso che, insieme a Kamo, a essere rimossa è tanto la storia del bolscevismo, quanto la teoria politica di Lenin. Questo pare essere il nocciolo della questione.

Il bandito del Caucaso non è la nuance naif del bolscevismo e il suo rapporto con Lenin non è il pedaggio pagato da questi alla memoria del fratello, bensì l’essenza stessa del bolscevismo. Parlare di Kamo, pertanto, significa parlare della teoria politica leniniana e del partito dell’insurrezione, vuol dire liberare la storia del bolscevismo dal perbenismo in cui è stata costretta ma è anche, e soprattutto, fare i conti con il pop ulismo e la sua messa al bando dalla narrazione comunista. E con ciò torniamo al senso di questa apparente digressione perché non poche sono le cose, o le affinità elettive, che legano Kamo con i soggetti operai artefici de “La classe”. Anche in questo caso siamo obbligati a una sostanziosa digressione storica la quale, almeno per chi scrive, ha non poca attinenza con la materia in oggetto.

Per chiunque conosca minimamente la storia della Russia prerivoluzionaria è difficile, leggendo la biografia di Kamo, non andare con la mente al populismo o, per lo meno, volgere lo sguardo verso la Narodnaja volja4. Per molti versi il populismo è stato oggetto di una rimozione politica e storiografica da parte del movimento comunista non poi così dissimile da quella conosciuta da Kamo. Una rimozione che ha avuto più padri: certamente Stalin, come ha ben ricostruito Vittorio Strada5, ma anche tutte le varie anime che, pur da posizioni differenti, si sono contese il titolo di marxisti ortodossi. Tutti, in qualche modo, si sono sentiti in dovere di tracciare una linea di demarcazione quanto mai rigida e solida tra il populismo e Lenin.

In realtà furono proprio i marxisti ortodossi dell’epoca, i marxisti legali, i menscevichi in Russia e la quasi totalità della socialdemocrazia europea, a coltivare non pochi dubbi sulla contraddittoria presa di distanza di Lenin dal populismo. Di ciò, tutto il dibattito sorto a ridosso del Che fare?, ne è una esemplificazione quanto mai esaustiva6. Dubbi che avevano più che una ragione a essere espressi. Con buona certezza, il giudizio di Lenin nei confronti dell’orizzonte teorico e analitico del populismo non lascia dubbi: il populismo è il tentativo di rendere eterno il mondo di ieri, cioè di non cogliere le trasformazioni economiche e sociali capitalistiche che hanno investito anche l’impero zarista. Aspetti che, per molti versi, la stessa Narodnaja volja aveva iniziato a cogliere nel momento in cui, in rottura con la Zemlja I Volja7, spostò la sua attenzione dalla campagna alla città, dai contadini agli operai e assunse la dimensione della rivoluzione politica come asse centrale del suo agire.
Le vestali delle varie ortodossie comuniste riverseranno una parte di queste accuse, pari, pari, nei confronti dell’autonomia e blanquismo e terrorismo populista, in particolare, saranno quelle maggiormente gettonate. Lo farà il PCI, ma anche tutte le sette marxiste – leniniste insieme ai loro acerrimi nemici bordighiani e trotskyisti formando, di fronte al movimento dell’autonomia operaia, una sorta di Santa Alleanza simile a quella messa in campo, da altri conservatori, per scongiurare lo spettro della Grande rivoluzione.

Colpisce, in questo fronte unico dell’ortodossia, il medesimo ostracismo nei confronti del populismo e il sostanziale convergere di giudizi nei suoi confronti, giudizi che, basta leggerli, sono del tutto estranei al pensiero politico di Lenin il quale, soprattutto nei confronti della Narodnaja Volja, aveva espresso valutazioni tutt’altro che negative e, semmai, è stata la Zemlja I Volja a essere oggetto delle sue maggiori critiche. Per molti versi, infatti, della prima Lenin e la frazione bolscevica si considerarono i naturali eredi, mentre, la seconda, è sicuramente riconducibile a Pleckanov e alla frazione menscevica.

Far cadere nell’oblio il populismo di Lenin è stato un passaggio pressoché obbligato per tutti i marxisti europei dagli indirizzi più disparati poiché, il non farlo, avrebbe comportato il dover fare i conti con tutta la loro ossatura teorica la quale non era mai riuscita a fare proprio il concetto di inimicizia assoluta, concetto che, invece, è stato il cardine di tutta la teoria politica leniniana ed è un cardine che non poco deve alla tradizione populista così come, il rivoluzionario di professione, che tanto scandalo finì con il produrre in occidente, è tutto tranne che una invenzione di Lenin il quale non fece altro che portare all’interno del movimento operaio russo quanto messo a punto dal populismo e in particolare dalla Narodnaja Volja.

Certo in ciò è difficile non scorgere dei tratti propri del giacobinismo, del resto Lenin rivendicò sempre la obiettiva continuità tra l’ala estrema della Grande rivoluzione e il movimento comunista, ma è proprio questo a renderlo incompatibile e incomprensibile all’insieme del marxismo europeo. Lenin non rigetta il populismo, o almeno alcuni suoi aspetti, ma li modella dentro ciò che sarà il bolscevismo e questo per gli europei è qualcosa di incomprensibile, così come del giacobinismo Lenin riprende interamente l’esercizio del terrore e la costruzione della milizia proletaria e popolare e il decisivo tratto del disprezzo per il parlamentarismo il quale, nel contempo, era diventato il punto cardine dell’intero movimento operaio europeo.

Dalla Narodnaja Volja riprende e recupera in pieno il primato della politica e del politico, ovvero della totale compenetrazione di politico e militare, tanto che non è difficile osservare come, per molti versi, la polemica che sta alla base del Che fare? non sia poi così distante da quella che aveva fatto da sfondo alla rottura tra Narodnaja Volja e Zemlja I Volja. Ma non sono solo questi i legami tra Lenin e la Narodnaja Volja, difficile non vedere come da questa egli erediti non solo la centralità della città e degli operai, in contrapposizione alla campagna e ai contadini, cosa che lo accomunava a tutte le tendenze socialiste, ma di questi faccia interamente sua la necessità della centralizzazione, della cospirazione, della specializzazione dei militanti e di quanto risulti impensabile condurre una battaglia contro il mostro statuale senza la formazione di quadri politici complessivi, totalmente dediti alla rivoluzione, un tratto che è proprio del populismo russo terrorista. Questi erano temi che la Narodnaja Volja aveva posto nel suo orizzonte. Lenin li fece interamente propri, li rielaborò e li sviluppò all’interno di ciò che prese il nome di bolscevismo. Lo stesso terrorismo da Lenin non fu mai abiurato, ma ricondotto dentro l’azione di partito.

Per farla breve, quindi, mentre la Narodnaja Volja finì con il subordinare il politico al militare, inteso come pratica terroristica, Lenin giunse alla concettualizzazione del politico come un ambito in cui politico e militare sono del tutto complementari8. Di ciò si avrà la migliore esemplificazione nel 1905 quando, di fronte agli eventi insurrezionali e al coevo dualismo di potere in atto, Lenin sostenne che occorreva usare anche le sale da tè per fare agitazione e propaganda ma allo stesso tempo fabbricare il maggior numero possibile di bombe a mano e asserì inoltre che occorreva dare vita alle più ampie formazioni di massa strutturate in nuclei di combattimento, il cui onere doveva essere quello di difendere gli organismi legali, continuamente sotto attacco, disarticolare gli apparati statuali, assaltare le prigioni, espropriare gli arsenali della polizia e dell’esercito, adoperarsi per l’armamento di massa, addestrarsi e addestrare all’uso delle armi, incalzare il nemico da ogni dove.

In tutto questo il volantino agitatorio, il giornale propagandistico, il pamphlet teorico sono del tutto complementari alle squadre proletarie che allargano, difendono, impongono il potere operaio e i suoi decreti. Qui Lenin riprende per intero il terrorismo populista, in funzione del dualismo di potere in atto. Legalità e illegalità, politica e guerra, lavoro teorico e combattimento sono sempre un et et. Non si dà l’uno senza l’altro. Con la sola attività legale si scivola nel democraticismo opportunista, con la sola pratica illegale si approda inevitabilmente a un militarismo fine a sé stesso. È un passaggio che sicuramente si lascia alle spalle i limiti della Narodnaja Volja ma non ne è certamente un ripudio. Un passaggio filosofico e non semplicemente politico poiché, proprio in ciò, vi è la precisa concettualizzazione del nemico e della inimicizia assoluta, un passaggio che apre sulla guerra civile internazionale e la borghesia ciò lo comprenderà appieno o, almeno, sicuramente meglio dei marxisti occidentali i quali, proprio su ciò, si rifiutarono di seguirlo.

Un rifiuto e una non comprensione di Lenin che finì con l’accomunare riformisti e rivoluzionari. La stessa Rosa Luxemburg, sulla genuinità rivoluzionaria della quale non vi sono certo ombre di sorta, non riuscì infatti a seguire Lenin sino in fondo e finì con pagare con la vita la non comprensione della lezione leniniana. Prigioniera, suo malgrado, del mefitico legalitarismo socialdemocratico non comprese, a differenza di Lenin, il senso della inimicizia assoluta che la guerra di classe comporta e, nel momento in cui la forma – guerra prese il sopravvento sulla forma – politica, si ritrovò, insieme a tutta l’ala rivoluzionaria del movimento tedesco, del tutto spiazzata e impotente di fronte alle armate della controrivoluzione ma non solo. Proprio il richiamo a costei ci consente di focalizzare al meglio il portato della teoria leniniana e come la pratica dell’altro movimento operaio si mostrò in grado di farla rivivere, sicuramente sotto altra forma, dentro le lotte operaie degli anni sessanta.

La Luxemburg pagò con la vita la non comprensione della socialdemocrazia come forza politica nemica cosa che, invece, Lenin non solo comprese teoricamente ma tradusse immediatamente in pratica politica e organizzativa. A caratterizzare il bolscevismo, per prima cosa, è stata soprattutto la capacità di ascrivere, senza mezze misure, il riformismo, l’opportunismo e il democraticismo nell’ambito dell’inimicizia. Ciò che Lenin e i bolscevichi, praticamente da soli, comprendono è la relazione di guerra che fa da sfondo alle divergenze teoriche tra le anime del movimento socialdemocratico. I riformisti non sono socialisti più morbidi e mansueti, non sono tali perché i loro animi sono poco inclini all’uso delle armi, il modo deciso e risoluto con il quale combatteranno al fianco dei bianchi contro la rivoluzione, del resto, lo dimostrerà ampiamente, ma sono forze borghesi infiltrate nel campo operaio. Sono, a tutti gli effetti, hostis non inimicus poiché incarnano interessi e prospettive di classe ben precise e codificate9. Tra riformisti e rivoluzionari non vi è alcun possibile et et, ma solo un immodificabile e mortale aut aut. Questa consapevolezza teorica armò il partito di Lenin consentendogli di vincere mentre fu questa assenza di chiarezza teorica a risultare fatale per intere schiere di rivoluzionari dell’Europa occidentale.

(2continua)


  1. J., Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Rizzoli, Milano 2017.  

  2. Cfr. M., Foucault, La vita degli uomini infami, Il Mulino, Bologna 2009.  

  3. R., Luxemburg, Sciopero generale, partito e sindacato, Samonà e Savelli, Roma 1970.  

  4. Cfr. F., Venturi, Il populismo russo, 2 voll. Einaudi, Torino 1952.  

  5. V., Strada, Introduzione, in V. I. Lenin, Che fare?, Einaudi, Torino 1970.  

  6. Al proposito si veda l’edizione integrale di V. I., Lenin, Che fare? Einaudi , Torino 1970  

  7. Al proposito si veda, in particolare, V. A., Tvardovskaja, Il populismo russo, Editori Riuniti, Roma 1970.  

  8. Su questo aspetto si veda, in particolare, C., Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005.  

  9. C., Schmitt, Teoria del partigiano, cit.  

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Marx contro il “marxismo” https://www.carmillaonline.com/2014/09/03/marx-contro-marxismo/ Tue, 02 Sep 2014 22:05:54 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16749 di Sandro Moiso marx

Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014, pp.182, € 15,00

Già negli ultimi anni della sua vita Karl Marx dovette prendere le distanze da ciò che già allora si definiva come “marxismo”. Lo testimonia proprio il suo amico e sodale Friedrich Engels in una lettera a Eduard Bernstein del 2-3 novembre 1882, in cui afferma: “Ora, ciò che in Francia va sotto il nome di “marxismo” è in effetti un prodotto del tutto particolare, tanto che una volta Marx ha detto a Lafargue: “ce qu’il y a de certain c’est que moi, je [...]]]> di Sandro Moiso marx

Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014, pp.182, € 15,00

Già negli ultimi anni della sua vita Karl Marx dovette prendere le distanze da ciò che già allora si definiva come “marxismo”. Lo testimonia proprio il suo amico e sodale Friedrich Engels in una lettera a Eduard Bernstein del 2-3 novembre 1882, in cui afferma: “Ora, ciò che in Francia va sotto il nome di “marxismo” è in effetti un prodotto del tutto particolare, tanto che una volta Marx ha detto a Lafargue: “ce qu’il y a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste”.

Anche se, in ultima istanza, sarà proprio Engels a codificare il “marxismo” nello sforzo di salvaguardare il lascito teorico del comunista di Treviri dopo la sua scomparsa, ancora nel 1890, in una lettera a J.Bloch si vedrà costretto a chiarire che: “secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo piú facile che risolvere una semplice equazione di primo grado”.

E, proprio per combattere il facile meccanicismo interpretativo con cui si identificavano i presunti “marxisti“, sempre nel 1890, in una lettera a Conrad Schmidt si vedeva costretto a ribadire che “la concezione materialistica della storia oggi per un sacco di gente serve come pretesto per non studiare la storia” e che per quanto riguardava il socialismo e la costruzione della società futura “Ragionevolmente invece si può solo 1) cercare di scoprire il modo di distribuzione con cui cominciare e 2) tentare di scoprire la tendenza generale in cui si muoverà il successivo sviluppo”.

Infatti nello scontro tra le varie correnti del movimento operaio di tendenza socialista, che si avrà a partire dalla Seconda Internazionale in avanti, la “corretta” interpretazione della concezione marxiana della storia e della successione dei modi di produzione in essa esposta finirà col costituire spesso un fattore importante al fine di determinare le tattiche e la strategia da applicare alla direzione della lotta di classe.

Inutile dire che, in tale diatriba, spesso le rigide e, talvolta, fin troppo ottimistiche letture date da Marx ed Engels, prima, nel “Manifesto del Partito Comunista” con l’esaltazione del ruolo della borghesia nello sviluppo sociale e, poi, dal solo Marx nei “Grundrisse” con la definizione di un modello di sviluppo delle forme di produzione derivato da quello svoltosi nell’area europea e mediterranea, hanno favorito le interpretazioni riformistiche e moderate del processo di superamento della forma capitalistica.

Proprio l’ossessione per lo sviluppo delle forze produttive, derivato sia dalla lettura rigida del Manifesto che del corpus teorico ed economico marxiano, fu prima alla base dello scontro tra la nascente socialdemocrazia russa e il populismo anti-zarista e anti-capitalista della seconda metà del XIX secolo; poi di quello all’interno della stessa socialdemocrazia russa (tra Plechanov e Lenin per sintetizzare) e, infine, delle tragiche scelte economiche e politiche operate dallo stalinismo con tutte le conseguenze, che ben si dovrebbero conoscere, sia per l’Unione Sovietica che per il movimento proletario internazionale.

Il testo di Ettore Cinnella tratta dettagliatamente dei rapporti tra Marx e gli esponenti del populismo russo, con dovizia di particolari, dovuta all’accesso diretto alle fonti, ai carteggi ed anche ad una conoscenza pluridecennale della storia e della lingua russa che hanno permesso all’autore di accedere a testi ed archivi altrimenti difficilmente consultabili. E, nel fare ciò, finisce anche con il delineare il percorso, sempre irrequieto e allo stesso tempo assetato di precisione, che avrebbe portato il comunista tedesco ad allontanarsi, ancora in vita, da quasi tutti i suoi epigoni.

E’ un Marx scomodo quello che Cinnella, per lungo tempo docente di Storia dell’Europa Orientale e Storia Contemporanea presso l’Università di Pisa, ci presenta. Un “altro” Marx, appunto, scomodo per i rigidi seguaci del suo pensiero, ma sicuramente anche per tutti coloro che negli ultimi anni hanno voluto darne una lettura liberale, desunta proprio dalle pagine riguardanti lo sviluppo della borghesia e del capitalismo contenute nel Manifesto e in altri scritti minori come il “Discorso sul libero scambio”.

Scomodo perché l’autore tedesco, dopo un periodo piuttosto lungo di rigidissima e ben motivata ostilità nei confronti dello zarismo che lo conduceva a sottostimare sia gli esuli russi che la situazione sociale venutasi a creare in Russia, finì proprio col rivedere alcune della sue più famose proposizioni alla luce di una più approfondita conoscenza delle comunità contadine russe e della formazione economico-sociale definibile come comune rurale russa (obščina).

A spingerlo su questa strada furono, secondo quanto esposta dal Cinnella, due giovani populisti russi con cui Marx ebbe modo di entrare in contatto e che, in qualche modo, gli fecero superare quell’ostilità, talvolta acritica e idiosincratica, che egli aveva accumulato soprattutto nel conflitto con Bakunin e gli esponenti del panslavismo “democratico”. I due giovani rivoluzionari erano German Aleksandrovič Lopatin (conosciuto a Londra nel 1870) e Nikolaj Francevič Daniel’son, che fin dal 1867 si era occupato della traduzione del primo volume del Capitale in lingua russa.

Attraverso questi due Marx arriverà a conoscere l’opera di Nikolaj Černyševskij, proprio mentre Lopatin inizierà il suo calvario detentivo nelle prigioni zariste per essere stato arrestato durante uno primo tentativo di organizzarne l’evasione dalla prigionia siberiana. Tutto ciò si sarebbe poi riflesso nell’opera e nel pensiero del Moro di Treviri, sia per quanto riguardava la valutazione delle possibili condizioni per una rivoluzione in Russia che per il coraggio dimostrato dagli esponenti del populismo e del terrorismo russo.

Proprio attraverso questi contatti e letture egli inizierà a rivedere le sue posizioni sul necessario superamento delle strutture arcaiche del comunitarismo primitivo e a cogliere in alcune sue forme, per esempio proprio nella comune contadina russa, elementi di socializzazione che avrebbero potuto non solo essere mantenuti dopo la rivoluzione ma, anche, costituire, là dove già esistevano un modello di organizzazione sociale o, almeno, di ridistribuzione e condivisione della terra e dei suoi frutti.

Già altri autori, spesso legati alla Sinistra Comunista, avevano in passato riletto le posizioni di Marx sulla comune contadina russa cogliendone il significato esplosivo soprattutto in chiave anti-stalinista e anti-bolscevica1 , ma Cinnella approfondisce il discorso proprio nel seguire in maniera quasi filologica il percorso di conoscenze e letture che avrebbero portato l’autore del Capitale da una iniziale curiosità legata agli studi sulle diverse forme di proprietà e rendita delle terre (destinati ai successivi volumi della sua opera economica principale) ad una vera e propria riscoperta della comune arcaica e del comunismo primitivo.

Negli ultimi anni di vita Marx si dedicherà sempre più ad approfondimenti di carattere antropologico, ispirategli dalla lettura delle opere del Morgan e del Maine,2 che lo porteranno vieppiù a ridiscutere le sue precedenti posizioni. Allontanandolo anche, parzialmente, dal più rigido schematismo “progressista” di Engels.3 Entrambi, infatti, avrebbero atteso proprio da una rivoluzione in Russia il segnale per un rivolgimento del sistema politico europeo non più salvaguardato dal gendarme zarista ed entrambi avrebbero plaudito all’assassinio dello zar Alessandro II nel marzo del 1881. Ma fu soprattutto Marx ad abbandonare ogni cautela tattica quando, nell’autunno del 1880, “si convinse, dopo averne letto il programma, che Narodnaja volja (Volontà del popolo) era un partito socialista” (pag.129).

Mentre nell’aprile del 1881, in una lettera alla figlia Jenny, si sarebbe ancora così espresso:”Hai seguito il dibattito giudiziario di San Pietroburgo contro gli attentatori? Sono bravissimi, sans pose mélodramatique, semplici, fattivi , eroici. Gridare e agire sono cose inconciliabili e antitetiche. Il comitato esecutivo di Pietroburgo, che agisce così energicamente, emana manifesti di raffinata moderazione” (pag.130). Vale la pena di sottolineare ciò perché appare evidente, scorrendo le pagine del libro di Cinnella, che il cambiamento di prospettiva nello sguardo di Marx, e di Engels, sulla Russia non avvenne soltanto sulla base di considerazioni teoriche, ma anche, e forse soprattutto, sulla base delle azioni e della propaganda fattiva che il movimento populista stava portando avanti in quel paese.

Ma è soltanto con la celebre lettera a Vera Ivanovna Zasulič che quanto fin qui detto trova conferma, mentre la storia delle vicissitudini della stessa missiva giustifica il titolo scelto per questa recensione. Infatti, dopo molti anni spesi nella propaganda armata contro lo zarismo a fianco degli anarchici e del populismo, la militante russa aveva cominciato ad interrogarsi insieme ad altri compagni di lotta (tra cui Plechanov) sull’opportunità di proseguire la propaganda tra i contadini e sul futuro dell’obščina (la comune contadina russa).

Così, il 16 febbraio 1881, aveva scritto a Marx: “Lei sa meglio di chiunque altro quanto tale questione sia urgente in Russia […] Delle due l’una: o questa comune rurale, affrancata dalle smodate esazioni del fisco, dai tributi ai signori e dagli arbitri dell’amministrazione è capace di svilupparsi in senso socialista, vale a dire di organizzare gradualmente la produzione e la distribuzione dei prodotti su basi collettivistiche.
In tal caso, il socialismo rivoluzionario deve dedicare tutte le proprie forze all’affrancamento della comune e al suo sviluppo. Se, al contrario, la comune è destinata a perire, al socialista in quanto tale non resta che abbandonarsi a calcoli più o meno malcerti per appurare tra quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà dalle sue mani in quelle della borghesia, tra quante centinaia d’anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell’Europa occidentale. I socialisti, allora, dovranno condurre la propaganda unicamente tra i lavoratori urbani, i quali saranno in continuazione dispersi tra le masse dei contadini, ormai gettati dalla dissoluzione della comune sul lastrico delle grandi città in cerca di salario
” (pag.139).

Vera Zasulič aderiva a Spartizione nera, una formazione politica che si era allontanata dal populismo per dare vita a quella corrente di discepoli di Marx che ritenevano ineluttabile l’avvento dl capitalismo prima di qualsiasi altra trasformazione sociale, in Russia e/o altrove, ed era di vitale importanza per lei, Plechanov ed altri della stessa corrente sapere cosa pensasse esattamente in proposito l’autore del Capitale.

Marx nella risposta fu perentorio, anche se lo scritto richiese diverse bozze preparatorie, delle quali Cinnella ci offre numerosi ed importanti estratti. “La situazione storica della «comune rurale» russa è senza confronti! […] Se essa ha nella proprietà comune del suolo la base «naturale» del possesso collettivo, il suo ambiente storico – la contemporanea esistenza della produzione capitalistica – le offre belle e pronte le condizioni materiali del lavoro in comune su larga scala. Essa è dunque in grado di assimilare le conquiste positive del sistema capitalistico, senza passare attraverso le sue forche caudine” (pag.146)

Ciò che minaccia la vita della comune russa, non è né una fatalità storica, né una teoria: è l’oppressione da parte dello Stato e lo sfruttamento da parte di intrusi capitalisti, che lo Stato stesso ha reso potenti a spese dei contadini” continua poi ancora lo stesso Marx.

Se la rivoluzione venisse fatta in tempo, se l’intellighenzia russa raccogliesse intorno a sé «tutte le forze vive del paese», la comunità di villaggio non correrebbe più alcun pericolo” (pag.150). Ma dopo che fu ricopiata e spedita ai coniugi Plechanov dalla stessa Zasulič, della lettera non si ebbe più notizia. “I membri della prima organizzazione politica russa, che si richiamava apertamente alla dottrina di Marx, nascosero gelosamente all’opinione pubblica un testo marxiano pervaso, dalla prima all’ultima riga, di idee populiste. Sulla grave decisione dovette influire, in maniera determinante, il parere di Plechanov, il quale già nel 1881 cominciava a nutrire qualche dubbio sulla vitalità della comune rurale” (pag.143) . Fu solo nel 1911 che Rjazanov trovò i quattro abbozzi della lettera tra le carte di Marx.

Ma “lo studio sistematico dei rapporti agrari in Russia, intrapreso agli inizi degli anni ’70, indusse Marx a correggere le sue precedenti affermazioni sulla ferrea necessità dell’avvento capitalistico […] Marx adesso era incline a credere che le conquiste tecnico-materiali del capitalismo non riuscissero a compensare la perdita di valori comunitari racchiusi nelle più antiche forme di vita associata […] Nelle minute della lettera a Vera Zasulič […] si dice che l’attuale crisi del mondo capitalistico dovrà finire «con il ritorno delle società moderne al tipo «arcaico» della proprietà comunitari, ma non viene specificato per quale via” (pp. 160-165).

Per paradosso fu proprio “lo Stato bolscevico – che diceva di ispirarsi alla dottrina di Marx – a progettare e attuare, negli anni ’30 del Novecento, il furioso assalto al mondo contadino. Che provocò un’ecatombe umana di proporzioni gigantesche e distrusse le basi materiali dell’agricoltura sovietica” (pag.164).

Roso dall’atroce sospetto che il capitalismo, là dove era più avanzato, non generasse spontaneamente il suo becchino (così come aveva fino allora creduto), Marx andava in cerca di nuove vie rivoluzionarie […] In autori lontanissimi l’uno dall’altro, come Cernyševskij e Morgan, trovò la conferma teorica della maniera di raccordare il mondo primitivo (che egli andava scoprendo ed esplorando) al futuro comunista dell’umanità (nel quale seguitava a credere)” (pag.170)

Per questo motivo egli tornò sui suoi passi affermando che il processo di sviluppo dalle comunità primitive al capitalismo che aveva delineato riguardava innanzitutto la storia europea e che non poteva costituire un assoluto in ogni area del globo. Anzi, nella stessa lettera alla Zasulič, suggeriva che: “Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro” (pag.162)

Mentre fu possibile, dopo la sua morte, ritrovare tra le sue carte una lettera in cui, rivolgendosi ancora ai populisti russi, Marx affermava che non difendendo l’obščina i rivoluzionari si sarebbero privati della più bella occasione, che la storia avesse mai concesso, di evitare tutte le peripezie del male europeo.

Un libro tutto da leggere e studiare, dunque, quello del Cinnella per chiunque abbia a cuore non soltanto la storia del movimento operaio e del marxismo, ma anche il divenire e le prospettive della specie oltre il modo odioso di produzione oggi ancora in vigore.


  1. Si vedano, ad esempio: Jacques Camatte, Comunità e comunismo in Russia, Jaca Book 1975; Pier Paolo Poggio, L’OBŠČINA. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaca Book 1976 e, ancora, Pier Paolo Poggio, Marx, Engels e la rivoluzione russa, Quaderni di Movimento operaio e socialista n.1, luglio 1974, Centro ligure di Storia sociale  

  2. Gli appunti su tali letture sono stati parzialmente tradotti in Italiano in Karl Marx Quaderni antropologici, Edizioni Unicopli 2009  

  3. Che in alcuni testi riguardanti gli Slavi e il panslavismo aveva sfiorato, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari del 1848, il vero e proprio razzismo. A tal proposito si vedano le critiche mossegli in Roman Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli “senza storia”, Graphos 2005  

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