narcisismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 04 Aug 2026 20:00:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il reale delle/nelle immagini. Dall’autoritratto al selfie. Narcisismo ed instabilità identitaria https://www.carmillaonline.com/2024/10/14/il-reale-delle-nelle-immagini-dallautoritratto-al-selfie-narcisismo-ed-instabilita-identitaria/ Mon, 14 Oct 2024 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84623 di Gioacchino Toni

Matt Colquhoun, Narciso. Storia del selfie da Caravaggio a Kim Kardashian, traduzione di Paolo Berti, Nero, Roma, 2024, pp. 260, € 22,00

Scrive Matt Colquhoun nel suo volume Narciso (Nero 2024) che nel considerare, seppur in maniera per molti versi giustificata, «il selfie un male tipico del tardo capitalismo» in molti casi non ci si accorge che quelli che si giudicano «sintomi di patologie postmoderne sono spesso tratti caratteristici dell’autoritratto fin dal Rinascimento» (p. 209), dunque degli albori di quel capitalismo giunto, da qualche tempo ormai, alla sua fase tarda. La lunga storia dell’io e delle sue autorappresentazioni [...]]]> di Gioacchino Toni

Matt Colquhoun, Narciso. Storia del selfie da Caravaggio a Kim Kardashian, traduzione di Paolo Berti, Nero, Roma, 2024, pp. 260, € 22,00

Scrive Matt Colquhoun nel suo volume Narciso (Nero 2024) che nel considerare, seppur in maniera per molti versi giustificata, «il selfie un male tipico del tardo capitalismo» in molti casi non ci si accorge che quelli che si giudicano «sintomi di patologie postmoderne sono spesso tratti caratteristici dell’autoritratto fin dal Rinascimento» (p. 209), dunque degli albori di quel capitalismo giunto, da qualche tempo ormai, alla sua fase tarda. La lunga storia dell’io e delle sue autorappresentazioni non è riducibile ad un monolite inscalfibile ed immutabile né a livello diacronico né sincronico. Guardare agli esempi del passato in cui «molti artisti e fotografi hanno affrontato – addirittura contestato attivamente e attaccato – la tensione narcisistica tra l’individuo ed il sociale» (p. 209), può essere utile per aggiornare le critiche al presente.

Tendenzialmente considerato come patologia distintiva dei nostri giorni enfatizzata dal presenzialismo online, il narcisismo potrebbe invece essere visto come risposta ad un bisogno di trasformazione dell’io. Questo, in estrema sintesi, è quanto propone Matt Colquhoun ripercorrendo la storia dell’autoritratto a partire da pittori come Dürer e Caravaggio, passando per fotografi come Lee Friedlander e Hervé Guibert, fino a giungere al ricorso al selfie da parte di celebrità contemporanee.

Per quanto si ritrovino forme figurative di autorappresentazione in tempi antichissimi, l’io raffigurato negli autoritratti contemporanei ha una derivazione decisamente più recente, legata ad un particolare modo di intendere l’individuo. Colquhoun inizia il suo percorso a partire dall’analisi di alcuni autoritratti di Dürer realizzati nel Cinquecento interpretando come aspirazionale piuttosto che autocelebrativa la scelta del tedesco di effigiarsi richiamando palesemente l’iconografia del Cristo dell’epoca, per poi soffermarsi sull’arte italiana alle prese con la costruzione e l’autorappresentazione di un io di stampo borghese, per certi versi ancora dominante oggi.

In particolare lo studioso sottolinea come mentre negli autoritratti analizzati dell’artista di Norimberga è possibile cogliere «un potenziale in fioritura», in quelli di carattere allegorico del Caravaggio sono piuttosto individuabili «le opportunità negate della sua stessa classe sociale» (p. 55). Insomma, alla possibile ed auspicata ascesa sociale suggerita dalla pittura del primo sembra rispondere la volontà di denuncia sociale individuabile in quella del secondo. A proposito delle pagine dedicate all’artista lombardo, occorre dire che, per quanto i confini che delimitano le periodizzazioni artistiche siano labili, opinabili e mutevoli nel tempo e nelle diverse culture, desta un certo stupore la collocazione del Caravaggio all’interno del fenomeno rinascimentale italiano operata da Colquhoun.

Tornando a Dürer, lo studioso sottolinea come il tedesco, fatto proprio il nuovo mondo dell’individualismo nascente, ossessionato dalla propria immagine, nella fase finale della carriera abbia fatto ricorso alla stampa per riprodurre le opere in più esemplari, dunque per diffonderle su “larga” scala. Se con gli autoritratti giovanili il pittore si allinea alla nuova concezione dell’io che sta prendendo piede in Europa, con le opere a stampa sembra allontanarsene, come attesta una produzione artistica sempre più cupa, malinconica e pessimista.

Nel corso del loro avvicendarsi, le manifestazioni culturali europee non di rado, di fronte a un momento di stallo o di insoddisfazione nei confronti della produzione più recente, hanno guardato ad un passato più lontano e lo hanno fatto, più che in funzione nostalgica, per trarvi ispirazioni utili al nuovo. Le culture rinascimentali e neoclassiche, fra tutte, sono forse quelle che più palesemente hanno attinto da un passato lontano, l’antichità, per superare rispettivamente gli immaginari medievali e barocchi. Colquhoun guarda invece al ritorno del Gotico, inteso nelle sue caratteristiche trans-storiche, come ad una forma di reazione o, forse, più precisamente, di resistenza, all’individualismo diffusosi con l’avvento della modernità post-medievale. Scrive Colquhoun che converrebbe guardare alla persistenza del Gotico non tanto come «espressione di un desiderio di tornare alla barbarie dei secoli bui precedenti il Rinascimento, quanto di una spinta verso una società post-individualista – e forse anche post-capitalista» (pp. 100-101). È questa la contraddizione che segna il narcisismo contemporaneo:

se da un lato siamo incoraggiati a valorizzare la nostra unicità, dall’altro le nostre soggettività sono frammentate dai meccanismi di controllo del mercato e, più in generale, dalle istituzioni disciplinari della nostra società.
Siamo tutti Narciso e siamo tutti mostri, intrappolati nei vari modi di vedere ed essere visti. Se abbiamo l’impressione di essere tra l’incudine e il martello, non è un caso; è l’essenza stessa della nostra trappola. Ma questa stabilità è tuttavia volatile, e forse più ne siamo consapevoli, più ci rendiamo conto che qualcosa deve necessariamente cambiare (p. 101).

La seconda parte del volume è dedicata alla «ricerca del post-individuo» che oggi, secondo Colquhoun, è ravvisabile nella fotografia. Piuttosto che guardare al narcisismo dell’autoritratto fotografico per il suo alimentare l’autoreferenzialità che intrappola il soggetto, l’invito dell’autore è quello di focalizzarsi su come esso permetta un’inedita trasformazione attiva dell’io. La fotografia è un medium che più di altri riesce a mettere in luce la mutevolezza del concetto di io propria della modernità. Certo, la fotografia ha svolto e svolge un ruolo di controllo sul soggetto e lo fa schedando, bloccando le identità uniformando o differenziando, ma, sottolinea Colquhoun, «resta uno strumento fondamentale per cambiare il modo in cui osserviamo il mondo che ci circonda»; pertanto l’invito dell’autore è quello di interpretare il selfie «non tanto come segno di una staticità ma come l’indicatore di un processo di trasformazione sempre più indefinito e radicale» (p. 206).

Certo, per certi versi il selfie contemporaneo non produce qualcosa di realmente nuovo, inoltre, il più delle volte, presenta un «io unitario ripetuto» ma, sostiene Colquhoun, il fatto che ci si interroghi insistentemente «sull’impatto del selfie sulla nostra vita dimostra una crescete diffidenza verso l’individualismo capitalista» (p. 210). Quello che però sfugge, ribadisce l’autore, è «il modo in cui il selfie ha esteso il nostro potere personale sulla sfera del sociale, in forme nuove e provocatorie» (p. 211).

Nello scorrere una app di incontri emerge in tutta evidenza come gli individui tendano ad assomigliarsi, nel senso che si inquadrano, si atteggiano e si ritoccano allo stesso modo al fine di attrarre interesse assecondando le «rigide regole di scambio simbolico dell’app» Se tutto questo ci dice poco circa le persone, molto ci suggerisce a proposito «dell’omogenizzazione (della rappresentazione) dell’io da parte del capitalismo in generale». Si tratta in sostanza di un adeguamento agli standard che riteniamo condivisi dagli altri utenti dando così luogo a un circolo vizioso che tende a perpetuare il modello.

Una situazione per certi versi grottesca che però, essendo rappresentata dal volto umano piuttosto che da strutture di scambio più identificabili, ci induce a criticare le persone anziché il sistema che normalizza tali metodi di rappresentazione. Il panico morale sul narcisismo è un esempio lampante di questo punto cieco: condanniamo i partecipanti, ignorando la natura totalizzante di un gioco fondamentalmente truccato, dal quale possiamo liberarci soltanto trasformandoci. Dovremo prendere maggiore coscienza di come il desiderio sia totalmente assoggettato ai regimi capitalistici dello sguardo. […] La vera sfida delle nostre vite online – e la verità non riconosciuta dei social media – è riscoprire il sociale nel momento in cui ci è dato vedere tutto ciò che il controllo ha celato (p. 212).

Che fare, dunque? Quali linee di fuga prendere? Colquhoun ricorda come una parte importante della filosofia francese della seconda metà del Novecento – gli stessi Barthes, Deleuze, Guattari e Foucault – sia permeata da una sorta di profondo sospetto nei confronti della vista e del suo ruolo dominante lungo l’intera storia moderna, forse proprio a partire da quella prospettiva scientifica di matrice rinascimentale con cui questa storia si apre. Al fine di contrastare il privilegio di un ordine visivo o di un regime scopico, piuttosto che proporre un’opzione antivisiva, Martin Jay (Downcast Eyes, 1993) pensa ad una opposizione basata sulla oculo-eccentricità, opzione oggi permessa dall’incredibile moltiplicazione degli occhi fotografici che devono però trovare la forza di proporre un narcisismo capace di evitare la gabbia della perpetuazione sviluppando, piuttosto, direttrici di (auto)trasformazione.

Per quanto in alcuni passaggi le riflessioni proposte da Colquhoun possano destare qualche perplessità, il merito indiscusso di un volume come questo è quello di prospettare uno sguardo diverso sul selfie e sul concetto stesso di narcisismo dei nostri giorni, evitando lo stucchevole moralismo (spesso ipocrita) egemonico.


Il reale delle/nelle immagini – serie completa

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Il bisogno di introversione nella contemporaneità https://www.carmillaonline.com/2023/08/12/il-bisogno-di-introversione-nella-contemporaneita/ Sat, 12 Aug 2023 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77582 di Gioacchino Toni

Il volume di Paulo Barone, Il bisogno di introversione. La vocazione segreta del mondo contemporaneo (Raffaello Cortina Editore 2023), prende il via proponendo una curiosa, quanto efficace, analogia tra lo sguardo con cui Yuri Gagarin guardava per la prima volta il mondo da lontano, estraniandosi da esso, e lo sguardo di chi, durante la pandemia, guardava dalla propria abitazione, attraverso gli schermi, il mondo “messo a distanza” con le sue inconsuete e inattese strade deserte, con gli animali selvatici in città e con il cielo insolitamente terso grazie al rallentamento produttivo e alla riduzione del traffico automobilistico.

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di Gioacchino Toni

Il volume di Paulo Barone, Il bisogno di introversione. La vocazione segreta del mondo contemporaneo (Raffaello Cortina Editore 2023), prende il via proponendo una curiosa, quanto efficace, analogia tra lo sguardo con cui Yuri Gagarin guardava per la prima volta il mondo da lontano, estraniandosi da esso, e lo sguardo di chi, durante la pandemia, guardava dalla propria abitazione, attraverso gli schermi, il mondo “messo a distanza” con le sue inconsuete e inattese strade deserte, con gli animali selvatici in città e con il cielo insolitamente terso grazie al rallentamento produttivo e alla riduzione del traffico automobilistico.

Si tratta di un’immagine «che si è potuta formare soltanto perché al di là o al riparo dal nostro sguardo, un’immagine di cui siamo venuti a conoscenza solo nel chiuso delle nostre abitazioni, davanti allo schermo di un dispositivo, dinnanzi a uno scenario complessivo che nessuno ha davvero potuto osservare di persona, in presa diretta. Un’immagine nata nella remota lontananza, intravista come dall’oblò di una nave spaziale» (p. 13).

Non tanto l’immagine del mondo di sempre, intessuto di idee che lo riflettono nelle forme discrete della realtà abituale, colta ora semplicemente da una prospettiva insolita, durante una circostanza fuori dal comune. E nemmeno l’immagine del mondo di prima, che crede di assistere alla rinascita di una natura ancora intatta […]. Quanto piuttosto un’immagine che mostra il mondo di oggi sospeso al filo di un’antitesi estrema, secca, bruciante, secondo la quale le cose che lo abitano possono rendersi per un istante visibili, solo se la nostra presenza, nello stesso istante, si ritira nell’ombra e abbandona la scena. Poiché se noi respiriamo al ritmo del nostro modo di vivere usuale le cose smettono di farlo, per udire il loro respiro dobbiamo trattenere il nostro (pp. 13-14).

Un’immagine che ha saputo mettere a nudo la frenesia e la tendenza autodistruttiva del nostro modello di sviluppo la cui valenza critica negativa, sostiene Broni,

non ne esaurisce tuttavia il senso. Resta che essa si dispiega per intero proprio in virtù della sospensione di ogni attività, del rientro nel chiuso delle case, del ritiro verso l’interno degli occhi della mente. È qui, in questo punto ritratto al margine del quadro, con l’umanità messa momentaneamente in disparte, che risiede il centro dell’immagine. È qui che si concentra la sua forza d’attrazione, capace di raccogliere attorno a sé questa o quella scena, questa o quella figura del mondo. È qui, in questa disposizione d’animo, in questa postura mentale, che si genera la quiete profonda che pure pervade l’immagine (p. 15)

Difficile dire esattamente di che disposizione d’animo si tratti, ma è, secondo lo studioso, in tale postura

che si può sperare di osservare in un modo nuovo le cose di sempre, che si può saggiare la consistenza attuale del mondo, quello che è diventato […] Intesa in questo duplice modo – cupo e spettrale e, al contempo, in quiete e contemplativo – l’immagine, pur essendo sorta a seguito e durante la pandemia, non ne è il mero riflesso, la semplice copia. Essa possiede la forza magnetica di raccogliere attorno a sé, mantenendoli nell’orbita della propria figura, anche altri avvenimenti che caratterizzano oggi il mondo contemporaneo (p. 16).

Dinnanzi a una realtà esteriore contemporanea frenetica quanto evanescente, strutturata sugli imperativi della prestazione e della competitività, in cui l’improduttività è stigmatizzata come devianza, non è così infrequente che

l’interesse vitale delle persone arretr[i], talvolta costretto dalla necessità – come nel caso degli adolescenti che in numero crescente vivono reclusi –, e si rivolg[a] verso il recinto delle abitazioni private, verso la sfera degli affetti familiari d’origine, verso l’intimo della propria vita mentale, alla ricerca – per quanto spinosi, angusti e malsani questi luoghi possano essere in concreto – di un rifugio sicuro, di una via di fuga, di un più attendibile luogo di interrogazione sul senso delle cose e su quello di se stessi (p. 18).

Tali “ripiegamenti” sono spesso messi in relazione ai modi di vivere della società contemporanea, sempre più focalizzata sul presente e votata alla competitività e al consumismo più sfrenati, con la sua propensione a ricorrere alla chimica per alleviare il malessere diffuso che produce. Si tende spesso a guardare a tale “ripiegamento” come a una tendenza al mero isolamento, al ritiro dalla vita sociale, come a un atto di “narcisismo”, con il conseguente giudizio di condanna, ma, sostiene Baroni, più che di un giudizio, potrebbe trattarsi di un pregiudizio culturale che concepisce l’esistenza esclusivamente in termini di relazione con l’esterno e concede alla sua interruzione giusto il tempo per ripristinarla.

Da parte sua Barone prova a guardare al fenomeno del “ripiegamento” da una prospettiva diversa: in un momento in cui il modello di vita egemone sembra non risucire più a soddisfare i bisogni degli esseri umani, il “rientro in se stessi” potrebbe in parte derivare da un più profondo bisogno di introversione utile a guardare in modo nuovo le cose e se stessi.

Al di là degli auspici dell’autore, è difficile dire quanto una società come quella contemporanea, incline com’è non solo alla mercificazione e alla vertinizzazione degli stessi esseri umani, ma anche a quote crescenti di delega alle “macchine pensanti” extraumane, produca/permetta un “salutare” bisogno di introversione che non si risolva in mera chiusura impotente nei confronti di un mondo che, nel momento in cui viene percepito nella sua follia distruttrice, deve pur indurre a un desiderio di cambiamento, non fosse altro che per spirito di sopravvivenza.

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La sparizione dell’altro nel trionfo dell’individualismo https://www.carmillaonline.com/2023/07/30/la-sparizione-dellaltro-nel-trionfo-dellindividualismo/ Sun, 30 Jul 2023 20:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77872 di Gioacchino Toni

«Non mi sarei mai immaginato che l’individualismo, il crollo di valori comuni di riferimento, facesse sparire così drammaticamente l’altro, anzi lo rendesse oggetto della propria necessità di sopravvivere psichicamente, fino al punto di non riuscire a identificarsi con le ragioni evolutive attuali e future di un figlio, di una figlia, di un allievo, di una studentessa» (Matteo Lancini)

A partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, la famiglia di stampo autoritario in cui i genitori imponevano l’omologazione culturale e comportamentale dei figli, ha via via lasciato il posto a un modello di famiglia incline a motivare [...]]]> di Gioacchino Toni

«Non mi sarei mai immaginato che l’individualismo, il crollo di valori comuni di riferimento, facesse sparire così drammaticamente l’altro, anzi lo rendesse oggetto della propria necessità di sopravvivere psichicamente, fino al punto di non riuscire a identificarsi con le ragioni evolutive attuali e future di un figlio, di una figlia, di un allievo, di una studentessa» (Matteo Lancini)

A partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, la famiglia di stampo autoritario in cui i genitori imponevano l’omologazione culturale e comportamentale dei figli, ha via via lasciato il posto a un modello di famiglia incline a motivare le regole piuttosto che limitarsi a imporle. Anziché plasmare i figli secondo rigidi dettami, il nuovo modello genitoriale ha inteso far comprendere ai figli come le decisioni che li riguardano siano prese in funzione dell’accrescimento delle loro potenzialità individuali. Affiancato da un modello consumistico che non ha risparmiato nemmeno l’infanzia, tale modello famigliare/sociale ha comportato una crescente iperstimolazione dei bambini imponendo loro, di fatto,   un’anticipazione dell’età adulta.

Caricati di aspettative e ideali sulla loro vita presente e futura, con l’arrivo dell’adolescenza non è infrequente che i figli si trovino di fronte a un inatteso ridimensionamento delle aspettative con tutte le conseguenze psichiche del caso. A un’infanzia adultizzata tende a seguire un’adolescenza infantilizzata e il senso di fallimento, di inadeguatezza provato dagli adolescenti viene spesso amplificato dalle accuse di superficialità e di irresponsabilità che il mondo adulto muove loro dopo averli caricati di eccessive aspettative dimenticando il fatto che questi adolescenti sono cresciuti adattandosi alle richieste e ai modelli educativi di stampo narcisistico propri della società contemporanea.

Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta (Raffaello Cortina Editore, 2023), ritiene che il sistema famigliare sopra delineato sia a sua volta stato superato da un nuovo modello in cui la propensione ad adultizzare l’infanzia, a precocizzare le esperienze che i figli farebbero con maggior naturalezza più tardi, a caricarli di aspettative ideali di successo e popolarità viene ulteriormente amplificata inducendo a «un’esasperazione del Sé, della difficoltà ad avvicinarsi e a incontrare gli altri – legata forse a una perdita di grandi valori, a un’incertezza, a una realtà sempre più individualista, sempre più priva di punti di riferimento – che ha fatto sì che si cresca all’interno di un contesto affettivo familiare certamente attento, che fornisce le risorse necessarie alla realizzazione personale dei figli, ma che fatica enormemente a identificarsi con loro e a riconoscere il fatto che esistano bisogni specifici del soggetto che si ha di fronte» (pp. 31-32).

Il recente lockdown legato allo stato di pandemia, con tutto ciò che ha comportato in termini relazionali e di costruzione identitaria, sebbene non possa essere considerato causa dei mutamenti avvenuti nelle famiglie, nella scuola e  più in generale nella società, di certo ha spinto sull’acceleratore delle trasformazioni in atto.

Secondo Lancini, anziché avvicinarsi ai bisogni e alle fragilità del proprio figlio, i genitori pretendono di spiegargli come è fatto e come si sente. Insomma, l’adulto sembra guardare al figlio cercando conferme circa il proprio buon operato come genitore: guarda al figlio guardando, in realtà, a sé stesso, «come se non esistessero l’altro, le sue fragilità e il suo dolore, imponendo anzi un continuo iperadattamento» (p. 32). «Ecco il nuovo mito, che non si limita a chiedere a bambini e adolescenti di nascere e crescere secondo aspettative ideali e competitive, ma che iperidealizza ed estremizza il Sé, fino a chiedere alle nuove generazioni di crescere secondo il mandato paradossale: “Sii te stesso a modo mio!”» (p. 37).

Tutto ciò avviene in un contesto in cui internet, vetrina scintillante da cui sono banditi insuccessi e sofferenze, votata com’è a celebrare la prestazione e il successo, ha assunto un ruolo di primo piano nella costruzione dell’identità dell’adolescente. Una verina in cui i modelli suggeriti sono anni luce lontani dagli adulti di riferimento, genitori o educatori che siano, e dal confronto tra la realtà quotidiana e il mondo patinato online non può che derivare frustrazione. «Con l’ingresso nell’adolescenza, segnata oggi dalla delusione più che dal conflitto», sostiene Lancini, «l’ideale dell’Io svela il suo carattere intransigente, mettendo gli adolescenti di fronte al mancato raggiungimento delle aspettative, troppo elevate per essere realizzabili, con cui sono stati cresciuti» (p. 34).

«Al bambino e all’adolescente viene spiegato cosa lui stesso prova, cosa pensa, com’è fatto, quali motivazioni ci sono alla base di ogni suo comportamento. Il tutto è mascherato da intento educativo e proposto sotto forma di regole, di parole dette a fin di bene e tese a una crescita ben regolata, quando in realtà, a ben guardare, corrobora la richiesta incessante di iperadattamenti in base all’umore, al modo di comportarsi e alle esigenze di genitori, di insegnanti, di allenatori, di una società densa di contraddizioni» (p. 38) che «alimenta il valore del soggetto a discapito della curiosità e della capacità di comprendere chi si ha di fronte, una società dell’immagine che dà valore alla presenza estetica più che al contatto fisico e all’interesse per l’altro per quello che è, per come è fatto lui e per quelli che sono i suoi bisogni profondi» (p. 21).

Oggi si vogliono bambini ben educati, espressivi, che vanno bene a scuola, e allo stesso tempo solidali, non competitivi, in una richiesta che va al di là dell’ideale e si articola in una dimensione in cui è il bambino a dover soddisfare completamente le esigenze dell’adulto che si trova davanti e di cui, in maniera anche inconsapevole, coglie tutta la fragilità. È come se i bambini percepissero dentro di loro il potere di determinare la felicità, o quantomeno la serenità, dei genitori, la quale può manifestarsi solo se il bambino è perfettamente aderente non tanto agli ideali e alle aspettative adulte, come poteva accadere fino a qualche anno fa, ma alla richiesta assurda di crescere secondo l’ideologia del ruolo materno, paterno, docente e educativo, e sentirsi al contempo se stesso. Il bambino postnarcisistico non diventa più adolescente inseguendo l’ideale, ma essendo indotto a confermare che è esattamente così che è, che è proprio così che si sente e si comporta ed è così che vuole essere, sentirsi e comportarsi, per propria decisione e volontà. In altre parole, “Sono io che non vado bene se non sento quello che devo sentire” e non “Sono io che vado bene per quello che sento e sono” (pp. 40-41).

Da un certo punto di vista sembra di essere tornati alla vecchia famiglia/società autoritaria finalizzata all’omologazione culturale, valoriale e comportamentale dei più giovani in cui il dissenso non è ammesso. Un autoritarismo, per certi versi più subdolo, attuato con altri mezzi.

In un’epoca contrassegnata dal «vuoto identitario dell’adolescente o del giovane adulto cresciuto all’insegna del “Sii te stesso a modo mio”» (p. 50), per quanto superficiali e semplicistiche possono essere agli occhi degli adulti, quando le giovani generazioni sbottano che è stato loro lasciato un mondo alla deriva senza futuro, manifestando un minimo di conflittualità verso ciò che le circonda, anziché di delusione allo specchio, andrebbero prese sul serio. Il vecchio adagio “Don’t trust anyone over the age of 30” potrebbe persino dover essere rivisto abbassandone l’età.

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Il reale delle/nelle immagini. L’immagine condivisa https://www.carmillaonline.com/2017/07/14/reale-dellenelle-immagini-limmagine-condivisa/ Thu, 13 Jul 2017 22:02:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38911 di Gioacchino Toni

André Gunthert, L’immagine condivisa. La fotografia digitale, Contrasto edizioni, Roma, 2016, 176 pp. € 21,90

Attorno alla metà degli anni Novanta, negli ambienti intellettuali e tra i professionisti della fotografia, è dilagato un vero e proprio panico in concomitanza con quella che è stata percepita come una vera e propria invasione barbarica: l’arrivo della fotografia digitale. Se una rivoluzione c’è stata, questa non si è data, come erroneamente in tanti credevano, nella fotografia in sé, quanto piuttosto nelle possibilità di una sua facile ed immediata condivisione su larga scala.

Se il timore era quello di giungere ad un’era [...]]]> di Gioacchino Toni

André Gunthert, L’immagine condivisa. La fotografia digitale, Contrasto edizioni, Roma, 2016, 176 pp. € 21,90

Attorno alla metà degli anni Novanta, negli ambienti intellettuali e tra i professionisti della fotografia, è dilagato un vero e proprio panico in concomitanza con quella che è stata percepita come una vera e propria invasione barbarica: l’arrivo della fotografia digitale. Se una rivoluzione c’è stata, questa non si è data, come erroneamente in tanti credevano, nella fotografia in sé, quanto piuttosto nelle possibilità di una sua facile ed immediata condivisione su larga scala.

Se il timore era quello di giungere ad un’era “postfotografica” dominata da immagini prive di referente credibile, di assenza di legame col mondo fisico, ebbene tutto ciò non è avvenuto. Come sostiene Michele Smargiassi nella Prefazione del libro di André Gunthert, L’immagine condivisa, «la perfida realtà si è incaricata di guastare la tragedia» (p. 8); il regime di veridicità fotografica non ha che fare col fatto che una fotografia sia analogica o digitale ed il caso delle immagini di Abu Ghraib ne offre una concreta dimostrazione.

Probabilmente, sostiene ancora Smargiassi, troppo a lungo gli studiosi hanno insistito nell’affrontare la fotografia per il suo aspetto estetico e/o etico, trascurando il fatto che essa è un insieme di pratiche sociali, un «oggetto comunitario attivo» che si trasforma insieme ai suoi contesti. Soltanto allontanandosi dalle teorie ontologiche e riduzionistiche che la intendono come mero canone artistico-autoriale, è possibile affrontare la fotografia nelle sue pluralità perché ciò che conta davvero, continua lo studioso nella Prefazione, è come essa incide concretamente sulle nostre esistenze.

Secondo Gunthert la vera rivoluzione della fotografia digitale è data dalla sua fluidità, dunque dalla conversione dell’informazione visiva in dati facilmente archiviabili, manipolabili e condivisibili. Molti professionisti della fotografia e studiosi hanno faticato a cogliere le novità introdotte dal digitale focalizzando i loro timori sulla perdita del contatto col reale. Per certi versi, sostiene Gunthert, il fatto che il digitale compaia in un momento di crisi, ha fatto sì che in molti hanno guardato alla svolta tecnologica come ad una causa del degrado perdendo di vista il fatto che non è certo la tecnologia digitale ad aver scatenato il degrado. Se il progresso ha cessato di incarnare, postitivisticamente, sempre e per forza la misura della civiltà, facilmente ogni innovazione tende ad essere letta aprioristicamente come strumento di dominio, perdendo di vista il fatto che l’innovazione può anche derivare da una spinta dal basso o può essere piegata, sempre dal basso, a nuove funzioni. Che poi il sistema tenda a ricondurre l’innovazione a proprio favore, mettendola a profitto, è un altro – e parziale – discorso.

Il digitale non ha trasformato tutti in fotografi ma ha diffuso il ricorso alla registrazione visiva facendola interagire con i nuovi strumenti di comunicazione comportando un livello di partecipazione ed accessibilità alle immagini senza precedenti e che ciò abbia finito per eliminare alcune figure professionali e col generare profitto dal desiderio di partecipazione e condivisione degli esseri umani è un dato di fatto che non può sminuire la spinta e l’uso dal basso.

Secondo la tesi dell’indicalità fotografica, ogni fotografia analogica deriverebbe da un’impronta fisica della luce su una superficie sensibile ma, sostiene Gunthert, il diffondersi del digitale ha dimostrato come la “verità dell’immagine” non dipenda dalla sua ontogenesi; non è stata messa in discussione la veridicità delle immagini delle torture di Abu Ghraib nonostante queste siano digitali. Nessuno ha negato la possibilità di annoverare tali immagini nell’ambito della registrazione del reale. Ovviamente, come qualsiasi altro documento, una fotografia non è una prova sufficiente e la sua veridicità deriva dalla sua coerenza globale. Non è, pertanto, la tipologia di registrazione a rendere credibili le fotografie delle torture americane ma, piuttosto, il fatto che queste siano inserite all’interno di un processo d’inchiesta e che la loro pubblicazione derivi dalla medesima logica utilizzata per le immagini analogiche.

I sorrisi dei carnefici in mostra davanti ai torturati non sono molto diversi da quelli che si ritrovano sulle cartoline postali statunitensi dei primi del Novecento che avevano come soggetto scene di linciaggio. Ciò che muta nel passaggio dall’analogico al digitale è la scomparsa del valore dello scatto; il momento privilegiato immortalato dall’analogico perde la sua aurea. Le fotografie di Abu Ghraib non sono state fruite dagli osservatori in maniera insensibile, come prevedevano tanti detrattori della “deriva digitale”, od almeno di certo non in maniera più insensibile di coloro che osservavano le cartoline dei linciaggi di inizio Novecento.

Un altro terrore circolato attorno all’arrivo del digitale riguarda la perdita del monopolio dei giornalisti sull’informazione. Vi sono state grandi discussioni circa la pubblicazione da parte dei media ufficiali di fotografie scattate da “non professionisti” come testimonianze di tragici fatti accaduti (attentati, incidenti…). Sarebbe sbagliato, secondo lo studioso, pensare che i cittadini nello scattare una fotografia intendano rivaleggiare con i professionisti; per molti la fotografia rappresenta un modo di porsi nei confronti dell’evento, inoltre la decisione di pubblicare o meno le immagini sui media ufficiali appartiene sempre e comunque a questi ultimi. Semplicemente la temuta invasione degli amatori nei media non si è data e quando le immagini amatoriali arrivano sui canali ufficiali è perché sono questi ultimi ad aver “saccheggiato” archivi di immagini postate dai non professionisti. Sono le circostanze a trasformare o meno le immagini amatoriali in un supporto d’informazione ed in casi eccezionali, soprattutto quando i grandi network tendono a proporre letture ed immagini omologate, non è difficile che i contenitori di immagini amatoriali si trasformino in fonti di informazione alternativa volta a soddisfare l’interesse di chi non si accontenta delle versioni e delle coperture ufficiali.

La digitalizzazione del processo fotografico, secondo Gunthert, ha determinato quattro conseguenze principali: la modificazione dell’archiviazione; una maggiore possibilità di modificare a posteriori le fotografie; la facilitazione della telecomunicazione istantanea e la possibilità di integrarla in contenuti diffusi dalla rete.
Buona parte degli spazi su cui viaggiano le fotografie amatoriali si fondano sull’autoproduzione, sulla diffusione/consultazione diretta da parte degli utenti. Ciò che è avvenuto è il passaggio da una distribuzione controllata ad un’autogestione dell’abbondanza e ciò modifica, inevitabilmente, il rapporto dell’individuo con l’immagine. Oggi, il vero valore dell’immagine sembrerebbe risiedere nella sua condivisibilità.

L’utopia del contributo amatoriale, derivante dall’idea di un lavoro creativo emancipatore, è stata in buona parte contraddetta dalla realtà. Secondo lo studioso si è palesato nel tempo come la cultura della condivisione non privilegi tanto i contenuti, quanto piuttosto la loro appropriabilità e, per certi versi, la cultura della condivisione può anche essere vista come una sorta di rivincita delle masse.

«Come le istituzioni politiche ed economiche, le cui sorti sono legate, il giornalismo tradizionale si rivolge ormai a un ristretto numero di lettori: coloro che si sentono parte integrante del mondo descritto dai grandi media e votano saggiamente seguendone le raccomandazioni» (p. 129). Secondo lo studioso, che una parte considerevole della società tenda ad abbandonare le fonti autorevoli in favore di un’informazione desunta dai social network e, non di rado, di carattere ironico-satirico, non dipende soltanto dalle trasformazioni tecnologiche. L’allontanamento dei giovani e degli strati popolari sarebbe legato alla trasformazione politico-economica degli anni Settanta, che ha determinato l’abbandono di quelle forme di protezione proprie delle società evolute. «Dietro la rivendicazione ostentata del “vivere comune”, l’aumento delle diseguaglianze tocca oggi il mondo dell’informazione e favorisce un universo sempre più segmentato e individualizzato e una ricezione ironica delle ingiunzioni provenienti dalle élite» ed il successo di queste formule parodiche starebbe a testimoniare uno «sguardo sempre più distante, come se l’unica percezione pertinente dell’informazione possa essere solo quella ironica» (p. 130).

Nel panorama dei social network i principali fornitori di materiale sono gli utenti stessi e ciò avrebbe determinato il mescolarsi, in forma di conversazione, di contenuti personali e risorse mediatiche. Alla consultazione dei media si sarebbe sostituita la raccomandazione amichevole al fine di avere informazioni di attualità. Fonti private e fonti mediatiche vengono ad avere la medesima visibilità.

Se la legittimità delle fonti d’informazione deriva dal loro rispondere alle esigenze degli individui e tra queste vi è il bisogno di confronto e di partecipazione, i media tradizionali risultano incapaci di rispondere a tali esigenze e non basta di certo aggiungere la possibilità di un commento alla fine di un articolo steso con la vecchia logica per cambiare le cose. Resta in questo caso in piedi la logica che presuppone una fonte autorevole ed un ricevente a cui viene giusto data la possibilità di scrivere due righe a commento. I social network risultano invece in grado di integrare informazione e conversazione e, forse, una parte del loro successo è dovuta alla capacità di dare risposta alla voglia di protagonismo e partecipazione. Gunthert introduce il concetto di “fotografia conversazionale” per riferirsi ad un uso della fotografia (non importa se scattata appositamente) decisamente maggioritario oggi. Certo, affinché tali modalità di condivisione potessero darsi era necessario che la fotografia divenisse digitale.

Un grande limite della conversazione sui social network è determinato dall’elevato numero di partecipanti, che, non di rado, provoca l’ingestibilità del confronto vero e proprio e la conversazione si risolve sovente in un’enunciazione puramente dichiarativa: è il trionfo degli slogan e delle affermazioni roboanti, le uniche in grado di ottenere un minimo di visibilità. «Se il giornalismo delle notizie è stato lo strumento di un capitalismo regolato, la sregolatezza mediatica è lo specchio dell’esplosione di un modello di società. Le modalità del giornalismo di domani accompagneranno l’emergere di nuovi equilibri, molti dei quali restano ancora da scoprire» (p. 134).

La fotografia tradizionale si dava in corrispondenza di una gamma di eventi ben codificata all’esterno della quale lo scatto veniva giudicato inopportuno; occorreva essere turisti per potersi permettere scatti altrimenti mal tollerati. Per certi versi, secondo Gunthert, lo smartphone contemporaneo sembra aver trasformato ogni individuo in “un turista del quotidiano”, dunque al cospetto del cellulare-fotografico si è ampliata enormemente la quantità di quotidianità fotografabile (e condivisibile).

La parte conclusiva del volume si sofferma sulla pratica del selfie. Secondo lo studioso occorre immediatamente sgomberare il campo da un fraintendimento: il selfie non è un ritratto nel senso attribuitogli dalla tradizione pittorica prima e fotografica poi. La vocazione documentaristica è parte integrante della storia della registrazione visiva ma questa concerne usi specialistici. Per quanto riguarda la fotografia privata, questa ha solitamente lo scopo di custodire un ricordo e lo smartphone permette di «tradurre una situazione in forma visiva» (p. 147), di proporsi come reinterpretazione sintetica, non di rado ironica, del quotidiano.

André Gunthert, nel comparare la fotografia privata dei primi del Novecento a quella contemporanea, segnala che mentre nel passato i ceti popolari tendevano a copiare le pose e gli atteggiamenti delle celebrità, ora sembra accadere il contrario; le celebrità non disdegnano di riprodurre modelli derivati dal grande pubblico e ciò è particolarmente evidente nel ricorso al selfie. Su tale fenomeno riflette anche Elio Ugenti (Immagini nella rete, 2016), come abbiamo visto [su Carmilla].

Nonostante la pratica del selfie sia in uso sin dal 2000, è soltanto nel 2013 che è divenuta argomento di conversazione da parte dei media e degli studiosi. In rapida successione il selfie viene prima investito dall’accusa di palesare, amplificandolo, il narcisismo di una generazione e di un’epoca e poi viene incolpato di indurre i giovani ad imitare le pratiche autofotografiche delle star. Gunthert si sofferma in particolare sull’interpretazione che imputa alle nuove tecnologie l’impoverimento morale contemporaneo. Secondo lo studioso, tale interpretazione «si basa sul cambiamento di paradigma costituito dalla psicanalizzazione dei fatti sociali» (pp. 164-165). Una spinta in tale direzione è stata data dai saggi di Christopher Lash (The Culture of Narcisism, 1979) e di Jean M. Twenge (Generation Me, 2006 e The Narcisism Epidemic, 2009). In particolare quest’ultima individua la causa di tanto narcisismo nell’educazione all’autostima diffusasi negli anni Ottanta. Se da una parte le spiegazioni semplicistiche della studiosa conquistano facilmente i media, dall’altra la sua lettura viene attaccata ferocemente dagli specialisti. «Per spiegare la cultura contemporanea, la psicoanalisi ha gettato a mare la sociologia – almeno sulle pagine delle riviste, che applicano senza troppo pensarci i riflessi individualistici propri dell’ideologia neoliberale» (p. 166).

Una nuova ondata di attacchi al selfie deriva dalla diffusione in rete, nel 2013, di una serie di immagini in cui diversi adolescenti, incuranti del momento e del contesto, si esibiscono sorridenti in maniera del tutto analoga a quanto emerge dalle celebri fotografie realizzate dai carnefici americani di Abu Ghraib. L’accusa all’autofotografia è quella di incoraggiare comportamenti disdicevoli irrispettosi delle più elementari regole di comportamento da tenere nei luoghi e nei momenti più sacri. «L’autofotografia raggiunge lo smartphone nel simboleggiare al massimo livello l’ideologia della disconnessione dalla realtà, esemplificando l’assurdità di una vita documentata di continuo e la vanità di una comunicazione diventata self-branding» (p. 168). Ovviamente, come sempre accade in questi casi, la polemica ha contribuito ad estendere la pratica ed a questo punto si è assistito allo sfruttamento della moda del selfie da parte della pubblicità e del marketing. Nel 2014 la Samsung ha pianificato il famoso selfie delle celebrità nel corso della cerimonia degli Oscar per lanciare il suo nuovo modello di smartphone e, a proposito di gente priva di scrupoli, nel medesimo anno, durante le esequie di Nelson Mandela, il primo ministro danese Helle Thorming-Schmidt non ha resistito a scattare un selfie insieme a Barack Obama e David Cameron.

Il volume di Gunthert si chiude con l’aneddoto del principe Henry che, durante un viaggio in Australia, rifiuta un selfie ad una ragazza. «No, detesto i selfie. Davvero, lasci perdere. Lo so che lei è giovane, ma i selfie non sono belli. Faccia piuttosto una foto normale» (p. 172). L’invito del rampollo della casa reale è chiaro. «Fare una fotografia normale significa: restare al proprio posto, rispettare le regole non scritte che ergono uno schermo protettore tra il soggetto dell’attenzione e coloro che sono venuti per ammirarlo, talvolta materializzato da transenne o forze dell’ordine. Un mondo ci separa, dice il principe: ci sono quelli che guardano e quelli che sono guardati. La fotografia non è fatta per contraddire questa distinzione, ma per rafforzarla» (pp. 172-173). Insomma, un sussulto di sangue blu poco incline ad accodarsi alle modalità di ricerca di consenso dispiegata dalle nuove leve del potere borghese che invece non lesinano di ricorrere ad ogni mezzo necessario, selfie compreso.


Serie completa: Il reale delle/nelle immagini

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