Napoli – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 26 Jul 2026 20:00:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Carosello napoletano https://www.carmillaonline.com/2026/06/16/carosello-napoletano/ Tue, 16 Jun 2026 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95252 di Giovanni Iozzoli

Michele Franco, Carosello napoletano. Interventi sulla città, autoproduzione, Napoli, Aprile 2026, pp. 495, scaricabile gratuitamente qui.

Michele Franco è una di quelle figure che, attraversando nei decenni la scena politica di alcuni territori – nel nostro caso l’area metropolitana di Napoli -, esercitano un ruolo e una funzione non solo militante ma anche intellettuale, contribuendo alla lettura delle trasformazioni dei territori stessi. In un’epoca di apologia acritica del giovanilismo, c’è ancora un disperato bisogno di intelligenze che incarnino, anche biograficamente, la continuità della presenza e dell’analisi, soprattutto dentro le convulsioni di una metropoli come Napoli. Figure [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Michele Franco, Carosello napoletano. Interventi sulla città, autoproduzione, Napoli, Aprile 2026, pp. 495, scaricabile gratuitamente qui.

Michele Franco è una di quelle figure che, attraversando nei decenni la scena politica di alcuni territori – nel nostro caso l’area metropolitana di Napoli -, esercitano un ruolo e una funzione non solo militante ma anche intellettuale, contribuendo alla lettura delle trasformazioni dei territori stessi. In un’epoca di apologia acritica del giovanilismo, c’è ancora un disperato bisogno di intelligenze che incarnino, anche biograficamente, la continuità della presenza e dell’analisi, soprattutto dentro le convulsioni di una metropoli come Napoli. Figure preziose in cui “rosso ed esperto” si fondono e l’inchiesta sociale diventa presupposto e risultante dei processi di organizzazione.

Questa ponderosa raccolta di scritti – che attraversa quasi un cinquantennio di militanza ed elaborazione – è stata pubblicata, in ere geopolitiche differenti, dentro bollettini, documenti, giornali, blog, riviste cartacee e digitali. Aver messo in fila cronologicamente e reso disponibile questa mole di documentazione, consente di uscire dalla logica polverosa degli “archivi di movimento” e considerare piuttosto questi materiali come una cartografia della metropoli, dei suoi conflitti, delle sue metamorfosi sociali e produttive. Uno strumento attuale di lavoro politico, dunque.

Michele, nella ricca introduzione, ricostruisce per somme linee il suo percorso politico e intellettuale: l’esplosione del ’77, l’approdo all’autonomia operaia (sponda Rosso-Veneto) e la straordinaria deflagrazione del post-terremoto, che produsse nella metropoli partenopea livelli di conflitto formidabili. Tale specialissima condizione, nella ricostruzione della storia sociale napoletana, rende inadeguato lo schema narrativo che racconta il decennio ’80 solo in termini di “riflusso”:

Occorre ricordare che nei primi anni ’80, nell’area napoletana, i fattori di cosiddetto riflusso culturale e politico – che cominciavano ad affermarsi in forme rovinose e destrutturanti nel resto del paese – furono attutiti e percepiti con meno nettezza da una condizione sociale di diffusa mobilitazione che ancora permaneva. Infatti, nell’area partenopea, vivemmo una sorta di dilatazione temporale del ciclo di lotte degli anni 70, la quale derivava dalle lotte post-terremoto che, fin dai primi giorni dopo il sisma, attraversarono, con forme di esemplificazione radicali, la metropoli almeno fino alla metà degli anni 80. (pag. 4)

Le giovani generazioni che si affacciavano alla politica nel decennio ’80 a Napoli, potevano contare su un quadro di mobilitazione sociale ancora vivo e attivo – il fronte casa/lavoro ma anche la deindustrializzazione che ridimensionava il peso sociale delle partecipazioni statali, in primis l’Italsider e l’Alfa e degradava territori e aspettative. Il fattore centrale di ogni lettura restava l’evento terremoto, che assunse la funzione di formidabile acceleratore della modernizzazione degli assetti in tutta la Campania; l’area metropolitana fu letteralmente ridisegnata, così come l’intero arco delle figure sociali e produttive. Chiaro che questo “frullatore” della storia richiedeva uno sforzo di analisi ed elaborazione continuo e sollecito. All’indomani del sisma, nei primi mesi dell’81, scrive l’autore su una pubblicazione dell’autonomia napoletana:

Certamente non tutti i piani di ristrutturazione e di riconversione nascono a ridosso del terremoto del 23 novembre, ma esiste un ventaglio di progetti che faranno registrare delle accelerazioni e delle forzature dalla situazione venutasi a creare dopo il sisma. Non è un caso che un esercito di progettisti, di enti di ricerca, di centri studi, di istituti universitari, si sono lanciati in un “orgia” di proposte e di consigli al potere ufficiale, una testimonianza quindi dell’interesse del capitale affinché la cosiddetta “ricostruzione” marci in una direzione che consenta che il ciclo di accumulazione capitalistica non si fermi ma che si aprano nuove forme di valorizzazione per il capitale. (pag. 12)

E ancora:

Il terremoto è l’occasione storica per il capitale di portare a compimento i suoi progetti nella metropoli partenopea, città “particolare” per il suo ruolo strategico rispetto alla politica d’intervento più generale del capitale nel meridione, sia per la qualità e quantità dei comportamenti conflittuali operai e proletari. (…) L’intervento statale si cimenta ai massimi livelli per recuperare un controllo sociale dimostratosi inadeguato e per un recupero del deficit statale. In questo senso è possibile affermare che ai caratteri tradizionali della spesa pubblica – ristrutturazione dell’intervento, tagli antiproletari – si aggiunge quello di essere il principale strumento per la riconversione territoriale. (pag. 41)

E proprio il dibattito di movimento della Napoli post 1980 – scrittura militante di un’epoca in cui l’analisi della fase è una cosa maledettamente seria – è forse quello che più attira lo sguardo del lettore contemporaneo. Alcuni elementi sembrano profetici, altri decisamente meno, ma le tendenze di fondo sono individuate adeguatamente, sia pur con gli ampi margini di approssimazione che la storia impone alle previsioni umane. Michele in quegli anni è uno dei giovani quadri di movimento che studia le onde del conflitto dall’osservatorio privilegiato dell’internità. Sia pur nel “canone” stilistico dei documenti politici dell’epoca, tutti i nodi vengono squadernati con lucidità: la catastrofe naturale assimilata alla guerra; la deindustrializzazione come riorientamento di grandi flussi di investimento pubblico/privato; la ininterrotta pressione sulla spesa pubblica che da arma proletaria diventerà nel corso del decennio sbilancio cronico e crisi fiscale.

E ancora la dialettica tra iniziativa di movimento e iniziativa armata, nel territorio in cui il Partito Guerriglia pone per tre anni una pesante ipoteca sulla dinamica sociale – e anche qui lo sforzo di assunzione di un punto di vista autonomo in grado di sottrarsi alla pretesa egemonia senzaniana, senza mai scivolare sul terreno della desolidarizzazione o della dissociazione. Una ricchezza di temi e suggestioni che definiscono una narrazione “in diretta” del conflitto e degli attori sociali in campo.

… al di là di come il “caso Cirillo” si risolverà, vogliamo affermare alcune cose da comunisti a comunisti, alle BR.
Bagnoli, Secondigliano, il centro storico, non sono campi di battaglia in cui la rivoluzione si può fare con la divisa del “nuovo partigiano”; queste zone e tante altre di Napoli e del sud, sono i lager diffusi e i laboratori sociali dove il comando del capitale, in tutta la sua violenza, esercita il suo controllo ed estorce il suo profitto. (…)  La trasformazione dei processi proletari di autovalorizzazione in autodeterminazione si dà esclusivamente sul terreno del contropotere, in una accurata dialettica tra iniziativa di massa e azione politica destabilizzante. (pag. 48)

Al netto degli equilibrismi semantici e gergali dell’epoca – che riflettevano la necessità di collocarsi nello spazio stretto della critica marxista, non delle scomuniche – la posizione di movimento era chiara: l’azione brigatista rischiava di spostare il conflitto sociale sul piano della militarizzazione e, proprio dove sembrava porsi come vincente (vedi l’esito “vertenziale” del sequestro Cirillo) lasciava sul terreno macerie pesantissime che avrebbero ostacolato la lotta di classe nella sua fase di sviluppo ulteriore.

Particolarmente centrale in quegli anni, è il rovello epistemologico e politico sul “soggetto”, che in quel drammatico crinale rappresentava forse il nodo più problematico e dibattuto. Napoli fu, tra l’altro, il laboratorio in cui nacquero i Nap, cioè l’espressione più matura di un protagonismo diverso del sottoproletariato, che assumeva valenza rivoluzionaria superando lo stigma storico del movimento operaio ufficiale contro i lumpen. Michele, dirigente per lunghi anni del movimento dei disoccupati organizzati, misurerà sul campo difficoltà e potenzialità delle nuove letture della composizione di classe.

In quegli anni – a Napoli e nel Sud – come compagni autonomi, non ci accontentavamo esclusivamente delle suggestioni e delle oggettive novità analitiche a proposito di fabbrica diffusa o del poliedrico dibattito circa i nuovi soggetti sociali, che costituivano i classici capisaldi teorici del filone politico dell’Autonomia dopo la crisi dello stato piano. Nei territori meridionali cominciavamo a leggere il testo di Alessandro Serafini/Luciano Ferrari Bravo “Stato e sottosviluppo”, il libro di James O’Connor su La crisi fiscale dello Stato ed avevamo conosciuto la vera e propria epopea del Vogliamo tutto di Nanni Balestrini in cui è narrata la vicenda dell’immigrato meridionale incarnato dal buon Alfonso Natella di Salerno, che diventa l’avanguardia di lotta nella cattedrale dell’operaio massa, la Fiat Mirafiori di Torino. (pag. 2)

Michele Franco, come decine di altri quadri politici e sociali, pagherà il suo prezzo alla pratica della “pesca a strascico” che i magistrati mettono in atto in quegli anni per isolare le formazioni combattenti. Colpire le avanguardie sociali e la militanza diffusa, significava mettere in ginocchio i fattori di organizzazione e di direzione politica dei movimenti.

Attraverso le oltre 500 pagine di interventi e riflessioni, si snoda il rosario doloroso delle eterne crisi napoletane che però – anche quando esalano il tanfo della putrescenza – manifestano sempre guizzi di vitalità e rilancio in avanti delle contraddizioni.
Leggiamo qualche titolo: “Dalle mobilitazioni contro l’uso antisociale dell’emergenza rifiuti alle campagne antiautoritarie”; “Mobilitazione popolare e protagonismo delle periferie”; “I primi 100 giorni di Luigi Bonaparte De Magistris”; “Rita De Crescenzo o della ragionevole ideologia”. Munnezza, bassolinismo, produzione di soggettività e discorso pubblico, periferie in fiamme, degrado e riscatto: gli ultimi 25 anni, soprattutto napoletani (ma non solo) squadernati davanti al lettore alla ricerca di un filo rosso che tenga il caleidoscopio partenopeo dentro una dimensione coerente. L’intellettuale – collettivo o individuale – resta quasi abbacinato dalle infinite vie di fuga che frammentano all’infinito i fenomeni sociali a Sud. Si parte dal terremoto – crepuscolo e spartiacque di un’epoca – e si arriva ad un presente inafferrabile, che non si riesce a collocare come “inizio” o come “fine” di qualcosa.

Dal 23 novembre 1980 la città non ha più smesso di mutare pelle e il nuovo impattante terremoto è stata la sua progressiva collocazione dentro i grandi flussi turistici mediterranei. La turistificazione dell’economia napoletana sta ricreando i medesimi effetti della catastrofe naturale: migliaia di persone vengono espulse dal centro storico, masse di f-l si spostano da un serbatoio all’altro del precariato metropolitano, una quantità enorme di attività economiche deperiscono e altre nascono, mentre nuovi ceti e centri di potere si spartiscono finanziamenti privati e fondi pubblici.  L’ultimo ventennio, insomma, è quello in cui il degrado antropologico e il boom turistico intrecciano le rispettive linee di crescita. L’autore conclude, nella post-fazione, con una nota ascrivibile all’ottimismo della volontà:

l’auspicio – dunque – è che riprenda un affatto collettivo orientato ad una pratica di inchiesta permanente – una grande con/ricerca corale – per aggiornare ed adeguare costantemente la lettura e l’interpretazione del complicato sommovimento strutturale, culturale e sociale su cui si fondano le forme di vita e di riproduzione della metropoli partenopea. (pag. 495).

Studiare e organizzarsi, insomma, come sempre la storia del movimento operaio ha imposto ai suoi figli migliori.

]]>
Guardare la città da dentro: sull’ultimo documentario di Roberto C. https://www.carmillaonline.com/2026/06/02/guardare-la-citta-da-dentro-sullultimo-documentario-di-roberto-c/ Tue, 02 Jun 2026 20:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95088 di Andrea Bottalico

Padrone e sotto (2025), documentario di Roberto C. prodotto da Parallelo 41 e coprodotto da Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Film Commission Regione Campania e Regione Campania da un’idea di Quintessenza, durata 86 minuti.

Il documentario di Roberto C. parla chiaro già a partire dal titolo. “Padrone e sotto”, evocazione immediata di una gerarchia sociale rigida, asimmetrica e storicamente determinata ma mai del tutto impermeabile, mostra le storie degli invisibili in una Napoli sfiancata dalle contraddizioni del turismo di massa, da un classismo strutturale e da un’economia del risentimento che corrode i [...]]]> di Andrea Bottalico

Padrone e sotto (2025), documentario di Roberto C. prodotto da Parallelo 41 e coprodotto da Luce Cinecittà, in collaborazione con Rai Cinema e con il contributo di Film Commission Regione Campania e Regione Campania da un’idea di Quintessenza, durata 86 minuti.

Il documentario di Roberto C. parla chiaro già a partire dal titolo. “Padrone e sotto”, evocazione immediata di una gerarchia sociale rigida, asimmetrica e storicamente determinata ma mai del tutto impermeabile, mostra le storie degli invisibili in una Napoli sfiancata dalle contraddizioni del turismo di massa, da un classismo strutturale e da un’economia del risentimento che corrode i legami sociali.

Il titolo si fa chiave di lettura di una città dell’Europa mediterranea spaccata a metà. In esso convergono vicende individuali e collettive che riguardano Napoli e i suoi subalterni, ma che finiscono per riflettersi in un altrove universale, sia pure in forme diverse: un Sud sempre più globale, che non descrive più soltanto uno spazio geografico contrapposto a un Nord opulento, ma una vera e propria categoria, una prospettiva e una questione ancora irrisolta.

Il film rispecchia una quotidianità segnata da disoccupazione endemica, lavoro nero e violenza di Stato. È un’opera importante, innanzitutto perché oggi è raro incontrare sguardi così ravvicinati, capaci di immergersi con una simile, genuina umanità in determinati contesti e di essere accolti con complicità pur avendo una telecamera in mano. Questa accoglienza rivela l’enorme lavoro preliminare dell’autore: quell’indispensabile, lento e difficile percorso quotidiano fatto di ascolto, rispetto, prossimità e reciproca fiducia che precede le riprese e consente di restituire scene di così intima verità. È una precondizione etica che permette di affilare lo sguardo e restituire la realtà per quella che è, senza lo schermo del paternalismo, offrendo una lezione involontaria a chiunque si misuri con la responsabilità del racconto del reale.

Del resto, l’empatia del regista ci è già nota. Se nel precedente Lievito l’attenzione si concentrava su alcune esperienze d’intervento educativo a Napoli, mostrando il percorso accidentato e sotterraneo dell’apprendimento e della trasmissione del sapere, in quest’ultima opera s’intravede in controluce lo sforzo dell’azione individuale e collettiva che tenta di farsi strada nel presente. È come se il regista scegliesse di guardare a valle del fenomeno, non a monte.

Osserviamo così da vicino la vita di Pio nel tritacarne alienante del precariato turistico, giovane migrante interno costretto a partire per un altro lavoro sottopagato al Nord. È uno dei tanti ragazzi alla ricerca di qualcosa, come evocato dalle scene in cui si aggira in un giardino con un metal detector, scavando la terra in cerca di metalli preziosi. L’elemento distintivo che solleva la sua storia è l’insubordinazione: Pio subisce la propria precarietà esistenziale e materiale, ma non passivamente, non si lascia addomesticare. Può soccombere sotto il peso dello sfruttamento sistematico, certo, ma il suo istinto non può accettare le logiche di quello sfruttamento. Un punto di rottura interiore che ne ribadisce la rilevanza politica.

La storia di Pio s’intreccia a quella di Ugo Russo, adolescente ucciso da un carabiniere fuori servizio durante un tentativo di rapina. L’obiettivo della telecamera si concentra sui familiari del giovane e sulle iniziative del comitato che da anni rivendica verità e giustizia. Qui le immagini si fanno ancora più prossime, accostandosi ai volti stanchi ma determinati di chi lotta e si mobilita. L’azione collettiva si mescola organicamente alle pratiche religiose, come mostrano le scene che commemorano Ugo su un carro durante la processione della Madonna dell’Arco; è così, infatti, attraverso una complessa grammatica di simboli condivisi e ancestrali, che i subalterni elaborano in prima istanza il lutto e il conflitto, esorcizzando un destino di marginalità che solo in apparenza risulta ineluttabile. In questo senso, colpiscono le immagini e le parole del padre di Ugo al microfono durante un presidio. Dimostrano come il comitato “Verità e Giustizia” non insegua semplicemente un obiettivo concreto, ma abbia saputo creare nel tempo uno spazio d’azione per una famiglia privata di un figlio. Articolando un discorso pubblico alternativo, il comitato ha creato le condizioni e costruito un luogo in cui un padre può prendere la parola con dignità: una vera e propria arma da contrapporre al silenzio, alla mistificazione mediatica, alle calunnie e alle colpevoli approssimazioni della stampa.

La terza storia ci ricorda che la vergogna non è un lavoro. È la vicenda collettiva del movimento dei disoccupati organizzati “7 Novembre”, di cui osserviamo i repertori di azione in presa diretta. Sono scene che mostrano la vera posta in gioco di un movimento che eredita e attualizza le pratiche di lotta provenienti dal passato (come vediamo in alcune immagini di repertorio); persone che assumono sfumature eversive agli occhi dello Stato, subendo sulla propria pelle denunce, repressione, condanne e una costante stigmatizzazione sociale. L’autore compie la scelta rigorosa di non estetizzare la lotta, lasciando invece parlare le voci dei protagonisti che si organizzano giorno dopo giorno. Emerge così quanto la forza di queste mobilitazioni non risieda soltanto nella possibilità materiale di vincere una vertenza storica, ma nella capacità di connettere piani diversi della realtà, inserendo la rivendicazione di un lavoro dignitoso dentro un conflitto più ampio, capace di generare un alfabeto politico inedito. Un patrimonio comune da mettere a disposizione di chi oggi è disoccupato, domani lavorerà e dopodomani continuerà a lottare sul proprio posto di lavoro.

Mentre scorrono i titoli di coda, viene da chiedersi cosa accomuna queste tre storie. E la risposta risiede nel loro valore politico. Attraverso di esse vediamo chiaramente il meccanismo che riproduce quei rapporti di sottomissione indispensabili alla sopravvivenza del sistema stesso. Ci rendiamo conto di come il potere sia alla continua ricerca di soluzioni tecniche o di ordine pubblico alle tensioni sociali, nel tentativo sistematico di disinnescare i percorsi collettivi di emancipazione attraverso i processi di isolamento e individualizzazione.

Se la migliore funzione di polizia si realizza quando i poveri sanno stare al loro posto senza bisogno di manganellarli, la più giusta delle lotte è quella che problematizza e spezza la presunta ineluttabilità della tragedia, la cui lezione principale consiste nel perenne conflitto tra verità e potere.

In questo senso, Padrone e sotto si impone come un documentario d’osservazione puro, privo di retorica, capace di seguire la traiettoria di tre storie esemplari. Vi troviamo l’esito di un percorso tragico, i cui rivoli conflittuali suggeriscono però, sottovoce, una verità ostinata: tra chi sta sopra e chi sta sotto non è mai detta l’ultima parola. A ben vedere, quest’opera rappresenta un unicum per l’empatia con cui riesce a raccontare quel mondo – che, in definitiva, è il nostro. Nel panorama desolante del racconto reale di una città sempre più inghiottita da se stessa, c’è ancora chi riesce a guardarla dentro.

]]>
Bordiga, Marx e l’enigma risolto della storia https://www.carmillaonline.com/2026/02/11/amadeo-bordiga-e-lenigma-risolto-della-storia/ Wed, 11 Feb 2026 21:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92938 di Sandro Moiso

Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 260, 35 euro

«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!» (L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)

E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti ad una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Luigi Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, con un saggio di Alessandro Mantovani, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 260, 35 euro

«E’ questo il frutto più comune dell’eresia: ispirare la sedizione e la rivolta!»
(L. Laguille, Histoire de la province d’Alsace)

E’ stato e rimane un ben strano destino quello di Amadeo Bordiga, della sua opera, delle sue riflessioni e delle sue intuizioni. Rimosso a lungo dagli avversari, primo tra tutti Palmiro Togiatti che volle ridurlo a figura di “vecchio dinosauro” per sminuirlo davanti ad una compagine di vecchi militanti comunisti che ancora dopo la caduta del fascismo e il suo arrivo a Salerno, vedevano nel primo segretario del Pcd’I un valido e indispensabile leader, ma in qualche modo ancor maggiormente danneggiato da molti dei suoi epigoni che si sono spesso divisi tra marmorei difensori di un pensiero ritenuto immutabile e valido per tutte le stagioni e negatori assoluti della validità del suo metodo e delle sue teorie, ritenendole ormai inadeguate per la comprensione del divenire storico e superate nei confronti dell’azione di classe.

Due posizioni queste ultime derivanti entrambe da una concezione specularmente rovesciata dello stesso insieme di scritti e testi estratti dalle riunioni di Partito che mai furono intesi come definitivi dall’autore, ma soltanto come semilavorati di un immane work in progress cui la vittoria della controrivoluzione, non solo di stampo capitalista e fascista ma anche, e forse soprattutto, staliniana, aveva imposto prima di tutto la necessità di restaurare i principi fondamentali destinati a guidare o almeno ispirare le Rivoluzioni a venire.

A più di cinquantacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 25 luglio 1970, il malinteso, se così lo si vuol chiamare, rimane immutato e per questo motivo il lavoro della Fondazione Amadeo Bordiga riveste una notevole importanza per il lavoro certosino svolto nel mettere a disposizione di un pubblico più vasto, e magari nuovo e più giovane, i lavoro prodotti dal comunista napoletano sia nel corso della sua militanza giovanile nel Partito socialista italiano e negli anni in cui fu tra i fondatori e poi segretario del Partito Comunista d’Italia sia, successivamente al secondo conflitto mondiale, come militante del Partito Comunista Internazionalista – «Battaglia Comunista» e dal 1953 del Partito Comunista Internazionale – «Programma Comunista».

In particolare, almeno a giudizio di chi qui scrive, si rivela importantissima la scelta di ripubblicare in volume le riflessioni di Bordiga sui Manoscritti economico—filosofici del 1844 di Karl Marx, esposte nel corso di alcune riunioni generali del Partito Comunista Internazionale tenutesi tra l’aprile del 1958 e il novembre del 1960 e che precedentemente erano state raccolte, insieme ad altri testi, nel volume dal titolo Testi sul comunismo per le Edizioni Vecchia Talpa (Napoli 1972, pp. 111-183.), introdotto da un saggio di Jacques Camatte: Bordiga e la passione del comunismo.

Il Commento ai manoscritti economico-filosofici del 1844 di Karl Marx, così come viene riportato nella presente edizione da pagina 115 a pagina 227, è costituito da due parti, come riporta il curatore. La prima è apparsa su «il programma comunista», tra il mese di settembre e quello di ottobre del 1959, come resoconto della terza seduta della riunione interfederale di La Spezia del PC Int. del 25 e 26 aprile 1959, dal titolo La struttura economica e sociale della Russia e la tappa del trasformismo involutivo del XXI congresso. La seconda è la parte finale della terza seduta: Tavole immutabili della teoria comunista del partito, della riunione di Milano, Soluzioni classiche della dottrina storica marxista per le vicende della miserabile attualità borghese, tenutasi il 17 e 18 ottobre 1959 e poi comparsa sul medesimo giornale nel n°5 del marzo 1960.

Prima di continuare, però, occorre qui ricordare la figura dell’autore della dettagliata analisi della lettura bordighiana dei Manoscritti del 1844 di Marx, al quale Alessandro Mantovani dedica un saggio analitico sull’importante ruolo svolto dallo stesso nella cura e nella sistemazione degli scritti di Bordiga compresi tra il 1911 e il 1926 posto alla fine del volume1, in cui si delineano anche le vicende della riscoperta storiografica e politica della figura del vecchio comunista, come si è già detto in apertura, troppo a lungo rimosso dalla memoria del movimento operaio italiano.

Luigi Gerosa, nato nel 1947 e recentemente scomparso, era – come Mantovani afferma – «un nome che pochissimi, o nessuno conosceva prima che egli iniziasse a pubblicare, un trentennio fa, l’edizione critica, in nove volumi, degli Scritti 1911-1926 di Amadeo Bordiga, il cui primo tomo apparve nel 1996 mentre l’ultimo è stato dato alle stampe nel 20212 ». Animato da una passione, nata ancora sui banchi dell’Università Statale di Milano, che lo spinse a dedicare gran parte della sua esistenza «allo studio di uno dei più grandi fra i marxisti del XX secolo (del secondo dopoguerra forse il più grande ma sicuramente il più misconosciuto): quell’ingegnere edile napoletano al quale, più che a qualsiasi altro, e assai più che a Gramsci, dobbiamo la nascita del comunismo italiano e la fondazione, nel 1921 a Livorno, del Partito Comunista d’Italia (PCd’I)»3.

«Per contribuire alla sua conoscenza, – continua poi ancora Mantovani – per renderla più accessibile, Gerosa ha compiuto una ricerca immensa per dimensioni e ancor più per qualità, un lavoro per portare a compimento il quale egli – studioso schivo, riservato, misterioso e quasi solitario – ha impiegato le sue energie migliori e le sue finissime competenze di ricercatore senza inseguire, quale gratificazione, nient’altro che il felice compimento dell’opera stessa»4.

Prima dell’opera in nove volumi della quale si è parlato fin qui, lo studioso di origini liguri aveva dato alle stampe una ricerca in cui si esaminava il contributo dato da Bordiga, nel periodo del Secondo dopoguerra e fino alla morte (1944-1970) in seno al Collegio degli Ingegneri e degli Architetti di Napoli, alla definizione dell’immagine di tale città da posizioni molto critiche nei confronti del Piano di Ricostruzione dei quartieri adiacenti il porto. Una battaglia che, come affermava lo stesso Gerosa, costituiva:

una radicale denuncia del disastro urbanistico di Napoli, condotta con grande coraggio civile e competenza tecnica, per molti aspetti premonitrice e ben più tempestiva di altre che hanno avuto grande risonanza. [Tuttavia] per quanto svolta in maniera del tutto indipendente e difforme dal lavoro politico di partito, l’attività in campo urbanistico di Bordiga non si lascia confinare in una dimensione meramente “professionale” perché la critica all’urbanistica moderna e l’osservazione della sua dinamica reale hanno avuto un ruolo rilevante, tutt’altro che marginale, nel dispiegamento del programma volto a riaffermare la validità permanente del metodo e della dottrina marxista5

Queste poche righe, apparentemente avulse dal contesto riguardante la lettura bordighiana dei Manoscritti “giovanili” di Marx, servono invece a ricordare, fin da subito, che nessuno studio o lavoro del marxista napoletano fu mai fine a se stesso e tanto meno di carattere accademico, ma sempre inserito in un lavoro costantemente perseguito in difesa dei principi necessari alla conduzione di una rivoluzione destinata a rovesciare e negare le basi, materiali e “immateriali”, del modo di produzione capitalistico.

In questo sta uno dei principali elementi di modernità del comunista partenopeo di origini piemontesi: l’aver rifiutato qualsiasi attenzione al lavoro di carattere accademico o “soltanto” professionale, per rivolgere invece ogni energia fisica e intellettuale al lavoro militante da rivoluzionario autentico, anche se questo ultimo non avrebbe garantito di per sé, come ebbe più volte a dire, ai suoi seguaci un posto di rilievo e in prima fila allo spettacolo della Rivoluzione. D’altra parte, come affermava Michele Fatica nella presentazione del testo di Gerosa citato poc’anzi:

Se si chiedesse quale sia l’aspetto più suggestivo del pensiero bordighiano in questo arco di tempo compreso tra il 1944 e il 1969, si potrebbe rispondere che è dato dalla distinzione tra “partito storico” e “partito formale”. L’attesa di una società di giusti e di eguali, che ha accompagnato l’uomo dagli albori della civiltà – intesa quest’ultima come nascita della città, della proprietà privata e della società divisa in classi – attesa che per molti secoli è stata intesa come ritorno alla felicità edenica si situa nel solco del “partito storico”; mentre nelle diverse epoche si è formata una forza organizzata per realizzare questa attesa: questa forza egli chiama “partito formale”6.

E’ all’interno di questa visione della Storia e del ruolo del Partito che occorre situare dunque l’attenzione rivolta da Bordiga agli scritti giovanili di Marx, scritti che all’epoca in Italia erano stati presentati soltanto nell’edizione curata da Norberto Bobbio nel 1949 per la casa editrice Einaudi nella collana «Biblioteca di cultura filosofica» poi successivamente riproposta nella collana Nue (1968 e successive) e poi ancora nella Pbe (2006), anche se alcuni passi degli stessi erano apparsi in appendice in un corso all’Università di Pisa tenuto da Delio Cantimori nel 1947, mentre Galvano Della Volpe, sempre nel 1947, ne aveva tradotto un altro frammento dedicato alla Critica della dialettica e della filosofia hegeliana in generale.

L’attenzione di Bordiga non è di carattere filosofico e tanto meno filologico, non gli interessa ricostruire i precedenti di quegli scritti di Marx risalenti ai tempi del soggiorno parigino nell’estate del 1844. Manoscritti mai pubblicati in vita dal filosofo tedesco e editi per la prima volta da ricercatori sovietici nel 1932, anche se nel 1927 e successivamente nel 1929 il terzo quaderno degli stessi, quello che tratta della divisione del lavoro e del comunismo, era già stato pubblicato da David Borisovič Rjazanov, primo direttore dell’Istituto Marx-Engels di Mosca dal 1920 al 1931, che aveva rinvenuto i manoscritti nell’archivio della Socialdemocrazia tedesca nel 1923.

In quegli scritti Bordiga ravvisava l’origine di quell’invarianza del marxismo ovvero della teoria rivoluzionaria, o della controrivoluzione come preferiva definirla, che, nelle parole di Gerosa: «non è garantita dalla corretta ripetizione della dottrina, che rischia di diventare culto religioso, ma dalla possibilità di rielaborarla con un continuo lavoro teorico e pratico alla luce di nuovi materiali, confermandola in un sistema teorico di ordine superiore» 7. Per questo motivo è dunque impossibile non notare che l’”invarianza” della dottrina marxista, così come la intende Bordiga, è di carattere dinamico.

In quest’ottica non vi è alcuna difficoltà ad ammettere che nel Nachlass (eredità) di Marx siano presenti elementi caduchi – come intendere altrimenti la dichiarazione degli stessi Marx ed Engels nella prefazione all’edizione tedesca del Manifesto del 1872 che i principi generali enunciati rimanevano validi mentre il programma era invecchiato in alcuni punti?
[…] In senso stretto, epistemologico, l’invarianza può essere affermata a priori solo per i postulati fondamentali della dottrina, immutabili e inderogabili, non evidentemente per tutte le teorie del marxismo, che pur essendo parti integranti della dottrina, non escludono sviluppi, aggiornamenti, compatibilità con altre dottrine ed anche smentite, senza che per questo crolli l’intero sistema (qualunque sistema scientifico contiene errori o contraddizioni periferiche). Riferita alle teorie l’invarianza non può avere che carattere regolativo, in attesa di una verifica, che evidentemente è qualcosa di diverso da una scolastica ripetizione8.

E’ per tale concezione dell’invarianza che Bordiga si avvicina, più di qualsiasi altro esponente del marxismo successivo alla Rivoluzione di Ottobre, all’eresia leniniana ovvero alla rottura con i presupposti teorici dell’ortodossia elaborata dalla Seconda Internazionale, complici anche certe forzature di Engels e interpretazioni di Kautsky, che non fu soltanto di ordine pratico, con la nascita dei partiti comunisti, ma anche e forse soprattutto teorica per tutto quanto riguardava la concezione del divenire della Storia, della lotta di classe e dei compiti “immediati”, non rinviabili a un prossimo o più lontano futuro, del “partito formale”9.

Nel caso dei Manoscritti, però, Bordiga, in piena polemica con lo stalinismo all’epoca imperante e con una sinistra nazionale e internazionale che vedeva ancora troppo spesso nell’URSS la patria proletaria del socialismo, se non addirittura del comunismo, cerca e trova le formule marxiane più adatte a negare l’ortodossia filo-sovietica e, con orrido aggettivo, marxista-leninista che non prevedeva per la patria del bolscevismo un’abolizione del salario, dello scambio mercantile, del calcolo del valore e del prodotto interno lordo. Quindi che non aveva ancora sostanzialmente messo al primo posto l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la conseguente alienazione politica e soggettiva che ne derivava. Cosa che, dal punto di vista di Bordiga, non veniva affatto modificata dal fatto che il soggetto che esercitava lo sfruttamento intensivo del lavoro fosse il Partito, i suoi funzionari o lo Stato.

Per questo motivo Bordiga, che non fidandosi delle traduzioni esistenti del testo di Marx si sarebbe affidato all’aiuto di Roger Dangeville (1925-2006), un militante francese di origini alsaziane che parlava correttamente anche il tedesco e che nel 1959 aveva tradotto parzialmente i Grundrisse, per affrontarne la lettura in lingua originale, utilizzò principalmente le riflessioni/indicazioni contenute nel Primo e nel Terzo quaderno dei manoscritti ovvero le parti inerenti i temi del rapporto tra Lavoro estraniato e proprietà privata (I) e quello del rapporto tra Proprietà privata e comunismo (III) che sarà quello analizzato più a fondo, saltando invece quasi a piè pari il contenuto del II, intitolato Il rapporto della proprietà privata.

Come sempre cercava nelle pagine di Marx, e degli altri autori di riferimento come la Luxemburg e Lenin, strumenti da lavoro: martelli, tenaglie, chiodi utili per demolire l’inganno borghese, anche quando questo si traveste da falso socialismo, per inchiodarlo alle sue menzogne e falsificazioni e per trarre, d’altro lato, indicazioni su ciò che il comunismo non potrà essere. Da lì, e soltanto da lì, deve scaturire il discorso sull’”invarianza” ovvero di ciò che non può essere rimosso dalla teoria, pena il tradire le aspettative e i compiti dei rivoluzionari.

In tal senso il marxismo diventa la teoria della controrivoluzione ovvero destinata a negare tutto ciò che è caratteristico di un modo di produzione, e riproduzione, non ancora sconfitto e superato dall’azione rivoluzionaria che, invece è ancora tutta da sviluppare insieme alla sua teoria e prassi. Per questo motivo si può tranquillamente affermare che il pensiero, verrebbe da dire ogni pensiero, di Bordiga è rivolto, esattamente come per l’”eretico” Lenin e il Marx non imbalsamato dall’accademia oppure dall’opportunismo della Seconda Internazionale e di quella stalinizzata, alla fondazione di una scienza della rivoluzione che tenga conto sia delle lezioni della Storia (partito storico) che delle necessità e contraddizioni del presente (partito formale).

Una scienza che si avvale della negazione necessaria e soggettiva del proletariato costituitosi in classe più che dell’osservazione oggettiva del modo di produzione ancora in auge. La prima costituisce, in ogni epoca, la trama dei principi e delle scelte dei rivoluzionari, mentre la seconda rischia sempre di trasformarsi in un economicismo destinato soltanto a conservare il presente senza mai condurre alla rottura sperata dai comunisti. Scambiando la scienza della rivoluzione con la scienza economica, di cui Marx aveva studiato e individuato le le leggi nei classici solo per meglio affrontare il nemico.

Uno studio, quello di Marx, che se, da un lato, lo condusse alla pubblicazione in vita del Primo volume del Capitale, dall’altro lo portò ad incartarsi letteralmente in un’infinità di riflessioni, analisi e contraddizioni che soltanto l’eccessivo scientismo positivista dell’amico Engels permise di trasformare in un Secondo e poi ancora Terzo volume. Ricordando, a solo titolo di esempio, che nella versione edita per la «Bibliothèque de la Pléiade», edita dalla francese Gallimard, degli scritti economici di Marx, Maximilien Rubel, con l’aiuto della vecchia militante bordighista di Marsiglia Suzanne Voûte, avrebbe usato scritti diversi lasciati a parte da Engels per la ricostruzione dei due tomi. Anche se l’attuale edizione critica della MEGA (Marx-Engels-Gesamtausgabe, ovvero Edizione Completa delle opere di Marx ed Engels), in 100 volumi, dovrebbe forse finalmente comprendere tutti gli scritti, appunti e annotazioni di Marx in proposito.

A questa osservazione va poi ancora aggiunto, prima di tornare al tema centrale di questa recensione, che negli ultimi anni l’attenzione di Marx fu ad esempio molto più attratta dagli studi antropologici e dal suo personale rapporto con i populisti e terroristi russi10, che non dalla corretta risoluzione del problema, solo per citarne uno, della trasformazione del valore in prezzi.

Riprendendo il discorso sul testo di Gerosa e sugli scritti dedicati da Bordiga ai Manoscritti occorre ancora sottolineare, prima di chiudere, che le riflessioni del secondo nacquero prima come relazione di Partito, come si è già precedentemente affermato, che come testi a sé stanti. Relazioni per riunioni in cui l’oggetto del contendere era ancora, oltre alla contestazione dei risultati della miserabile attualità borghese, soprattutto la negazione del fatto che nell’URSS fosse presente qualsiasi caratteristica politica, sociale ed economica rinviabile a qualche forma di socialismo o di comunismo. Come avrebbe scritto con rara capacità di sintesi Liliana Grilli, studiosa e militante scomparsa troppo presto nel 2007:

Con un’analisi del tutto “controcorrente”, Bordiga ha demistificato il carattere socialista dell’URSS nel periodo di massimo vigore di tale mito, i primi anni ’50, ma lo ha fatto richiamandosi alla teoria dello stesso Marx, tanto da vedere in tale esperienza storica sia la più grande sconfitta politica del movimento proletario internazionale, ma anche la più grande conferma teorica del marxismo rivoluzionario.
Dall’analisi che Bordiga fa della società sovietica, sia dal punto di vista “statico” della forma di produzione, che da quello “dinamico” delle leggi di funzionamento economico, la struttura economico-sociale dell’URSS si configura come capitalismo mercantile ad industria statizzata. Tale definizione assume in Bordiga la portata di una vera e propria riconsiderazione globale della stessa concezione del capitalismo quale modo storico di produzione ed è insieme anche riproposizione al proletariato occidentale degli obiettivi storici del comunismo rivoluzionario. Caratterizzato il capitalismo come sistema di appropriazione “sociale” del prodotto (anche se ancora “di classe”) ai fini non del consumo personale dei capitalisti ma dell’accumulazione del capitale, la portata alternativa del socialismo rispetto al capitalismo non si pone al livello delle forme di proprietà (statali invece che private) né al livello delle forme di gestione (di partecipazione democratica anziché di direzione accentrata). Essa sta nel mutamento delle forme di produzione, nella scomparsa dell’impresa quale forma tipica del capitalismo in quanto produzione di valore.
Si è voluto vedere in Bordiga l’ultimo esponente […] di un marxismo ormai superato dai tempi, inadeguato a interpretarli, cioè il sopravvissuto “resto fossile” di un mondo del tempo passato. In realtà Bordiga (come ci si rivela soprattutto la sua riflessione nel secondo dopoguerra) è stato il teorico comunista rivoluzionario a noi più contemporaneo, anzi troppo in anticipo sui tempi, guardando al suo presente con gli occhi del futuro11.

Nelle pagine del testo di Gerosa e, soprattutto, in quelle di Bordiga relative ai Manoscritti, il lettore, anche il meno attento, troverà tutti i principi e i fondamenti di tale interpretazione critica, radicale e rivoluzionaria di Marx e del suo pensiero. Infatti, come sottolinea ancora Gerosa, nel Marx dei Manoscritti, il comunismo:

è presentato come un ritorno completo, cosciente, dell’uomo non ad un ipotetico stato naturale, primitivo ma alla sua essenza sociale, alle sue potenzialità atrofizzate dalla estraniazione, arricchite tuttavia dall’esperienza di tutto lo sviluppo storico precedente: sotto questo aspetto il comunismo è quindi il prodotto reale dell’intero movimento della storia, e al tempo stesso la piena consapevolezza e conoscenza del proprio divenire.
[…] Marx definisce questo comunismo in termini filosofici, come compiuta identità di naturalismo e umanesimo, quindi come soluzione definitiva delle tradizionali antitesi che hanno afflitto il pensiero umano: uomo-natura, esistenza-essenza, soggetto-oggetto, libertà-necessità, individuo-genere, ecc. ecc., stringendola in una celebre definizione che Bordiga, entusiasta della sua audacia, cita due volte: E’ l’enigma risolto della storia e sa di essere tale soluzione.
[…]E’ questa dimensione sociale totale a caratterizzare il comunismo nella descrizione che ne fa Marx nei Manoscritti […] Per Marx l’individuo è esso stesso un essere sociale: anche quando svolge un’attività che non comporta relazioni immediate con altri individui, agisce socialmente, perché sono un prodotto sociale i mezzi e i materiali di cui si serve (a partire dal linguaggio), e sociale è la sua stessa esistenza. Egli agisce per la società e con la coscienza di sé come essere sociale.
Il comunismo non prevede la sua liquidazione, anzi semmai la sua riabilitazione e il suo sviluppo rispetto all’appiattimento a cui è sottoposto nel capitalismo12.


  1. A. Mantovani, Luigi Gerosa e l’edizione critica degli «Scritti 1911-1926» di Amadeo Bordiga in L. Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, pp. 229-251.  

  2. I primi due volumi uscirono per i tipi della Graphos di Genova.  

  3. Ivi.  

  4. Ibidem, pp. 233-234. 

  5. L. Gerosa, L’ingegnere “fuori uso”. Vent’anni di battaglie urbanistiche di Amadeo Bordiga. Napoli 1946- 1966, con una presentazione di M. Fatica, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia (LT) 2006.  

  6. M. Fatica, Presentazione in L. Gerosa, L’ingegnere “fuori uso”, op. cit., p. X.  

  7. L. Gerosa, Economia politica e filosofia nei manoscritti parigini del 1844 in L. Gerosa, Bordiga legge Marx. I manoscritti economico-filosofici del 1844, Fondazione Amadeo Bordiga, Formia-Milano 2025, p. 14.  

  8. L. Gerosa, op. cit., pp. 14-15.  

  9. Sull’”eresia” di Lenin si consultino i seguenti testi dello scomparso Emilio Quadrelli: L’altro bolscevismo. Lenin l’uomo di Kamo, DeriveApprodi, Bologna 2024 e Győrgy Lukács, un’eresia ortodossa, saggio introduttivo a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 5-79.  

  10. Si vedano in proposito: K.Marx, Quaderni antropologici. Appunti da L.H. Morgan e H.S. Maine, a cura di Politta Foraboschi, Edizioni Unicopli, Milano 2009 e E. Cinnella, L’altro Marx. Una biografia, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari 2014.  

  11. L. Grilli, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, Milano 1982. I testi principali di Bordiga sulla società e sull’economia sovietica sono raccolti in Struttura economica e sociale della Russia d’oggi. Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia. La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea, edizioni il programma comunista, Milano 1976 oggi disponibile nelle edizioni Lotta Comunista, 2009.  

  12. L. Gerosa, Bordiga legge Marx, op.cit., pp. 62-63.  

]]>
E’ uno sporco lavoro /4: Il primo vertice antiterrorismo internazionale – Roma 1898 https://www.carmillaonline.com/2025/11/19/e-uno-sporco-lavoro-4-il-primo-vertice-antiterrorismo-della-storia-e-la-continuita-repressiva-dello-stato-italiano-e-dei-suoi-molteplici-governi/ Wed, 19 Nov 2025 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91213 di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora per poco considerato lo sviluppo quasi autonomo dei social e dell’AI.

A confermarcelo, con dovizia di documenti e dettagli, è il corposo volume edito da Malamente e curato da Giulio Saletti, giornalista, cronista, ghostwriter e portavoce di cariche istituzionali. Un testo in cui, per la prima volta in Italia, vengono riportati integralmente i documenti prodotti a seguito della «Conferenza internazionale per la difesa sociale contro gli anarchici», tenutasi a Roma dal 24 novembre al 21 dicembre 1898 a seguito dell’assassinio dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, avvenuto il 10 settembre di quello stesso anno a Ginevra.

Probabilmente, però, a preoccupare il governo italiano, promotore della conferenza, più che l’attentato alla principessa di Baviera “Sissi”, in seguito santificata e glorificata in una serie infinita di biografie romanzate, film e serie televisive, erano stati i moti e le insorgenze che da Bari a Foggia, dalla Puglia, dove sarebbe stato inviato il generale Pelloux che dopo la caduta del governo Rudinì nel giugno del 1898 fu incaricato dal re Umberto I di formare un gabinetto in cui assunse anche il dicastero dell’interno facendosi promotore della conferenza anti-anarchica, alla Sicilia e a Napoli, in occasione del 1° maggio 1898 avevano visto passare la popolazione meridionale dalla sollevazione alla rivolta. E poiché dappertutto le classi dominanti mostrarono di voler curare la fame con le fucilate, a partire dal 2 maggio la rivolta si era estesa alla Romagna, alle Marche, all’Emilia, alla Toscana e alle regioni industriali del nord1.

Proprio a Milano, dal 6 al 9 maggio, si ebbe la sollevazione più sanguinosa, durante la quale la classe operaia milanese fu presa a cannonate dal generale Bava Beccaris, dando vita ad un periodo di repressione che permise al governo di mettere fuori legge il Partito Socialista, costituitosi a Genova nel 1892, ma che allo stesso tempo diede inizio ad un nuovo periodo di attentati di cui la vittima più illustre sarebbe stato proprio il re d’Italia Umberto I, caduto sotto i colpi di pistola di Gaetano Bresci a Monza, il 20 luglio del 1900.

E’ in questo contesto, quindi, che va collocata una conferenza che avrebbe costituito il primo esempio di vertice antiterrorismo a livello europeo e che, anche se destinata a dare scarsi risultati immediati, avrebbe contribuito, come afferma il curatore, alla «conversione marcatamente politica dell’ordine pubblico in ordine “governativo o di maggioranza”, che è passaggio non trascurabile nel processo generale di State building e di organizzazione degli spazi di rappresentanza e partecipazione alla vita pubblica»2.

Un evento spesso trascurato dalla storiografia italiana, anche da quella che si è occupata del movimento operaio e delle sue lotte, ma che obbliga a riflettere su una serie di nodi ancora tutti da sciogliere nell’ambito della storiografia dei movimenti di classe e delle contromisure messe in atto nei loro confronti dallo Stato e dai suoi rappresentanti istituzionali e militari.

Uno dei motivi di tale trascuratezza, se non addirittura di disinteresse, nei confronti di un evento destinato a rifondare l’immaginario politico del ‘900, non solo italiano, va rintracciato, secondo Saletti, in una certa abitudine ad una «velata resistenza culturale a riconoscere ruolo e specificità dell’anarchismo nella genesi e nello sviluppo dei movimenti di massa e dell’antagonismo di classe tardo-ottocentesco»3, che ha fatto sì che gli studi sull’anarchismo scontino ancora una certa marginalità all’interno dello studio dei movimenti socialisti ed operai europei, nonostante la ripresa dell’interesse nei suoi confronti sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni.

Una rimozione e sottovalutazione che se giustificata dal punto di vista “borghese” e istituzionale, non può esserlo altrettanto quando ad occuparsi della storia delle esperienze di lotta, insorgenza e organizzazione proletaria siano studiosi di formazione socialista o marxista. Eppure, eppure… proprio quest’ultima osservazione ci permette di sviluppare alcune considerazioni che, pur travalicando i limiti specifici dello studio di Saletti e dei documenti annessi, possono essere d’aiuto per una nuova storiografia dei movimenti di classe in tutte le loro manifestazioni.

Manifestazioni spesso disordinate, disorganizzate, violente, improvvisate ma sempre originate da un radicale rifiuto delle condizioni di esistenza proposte dal modo di produzione capitalistico, dalle sue leggi di mercato e dai suoi istituti proprietari e finanziari, contro cui le moltitudini dei diseredati sembrano battersi fin dall’avvento della società mercantile a cavallo tra XIII e XIV secolo, se non già da prima per il tramite delle prime eresie medievali.

Il termine eresia deve, però, essere inteso al di là dello specifico contesto religioso per trascendere, come suggeriva lo scomparso Emilio Quadrelli, l’intero pensiero politico, anche nelle sue manifestazioni classiste e antagoniste4. Considerato che, affinché possa esistere un’eresia, deve per forza sussistere anche un’ortodossia che possa essere trascesa e criticata.

In questo caso la netta separazione tra storia dell’anarchismo e del movimento operaio socialista risponde ad una necessità tutta di ordine ideologico, messa in campo sia da una che dall’altra parte fin dai tempi di Marx e Bakunin, che vede però, proprio nella componente marxista e socialista, una consistente resistenza ad accettare il movimento anarchico come parte integrante del movimento storico per il ribaltamento dell’ordine sociale dettato dagli interessi d’impresa e del capitale.

Per questo motivo si rende sempre più necessario, almeno dal punto di vista storiografico, il superamento di un’impasse che da troppo tempo limita e divide in comparti stagni la comprensione di movimenti che hanno comportamenti e radici materiali comuni. E che nella spontaneità delle insorgenze e nella loro rapida caducità hanno un comune denominatore.

Spontaneità o spontaneismo di cui l’interpretazione anarchica delle contraddizioni sociali e della loro risoluzione radicale sembra fare il vettore principale di, quasi, ogni iniziativa politica e organizzativa. Caducità che spinge, dal lato del marxismo o del socialismo ortodosso, alla ricerca di formule organizzative (partito, cellule, centralizzazione direttiva) capaci di impedire lo sfaldamento delle esperienze, sia dopo la loro riuscita che a seguito di una sconfitta.

Due interpretazioni dello scontro e delle sue forme che spesso non possono fare altro che ostacolarsi l’una con l’altra. Soprattutto da parte di quelle interpretazioni marxiste più rigide che pur di salvaguardare organizzazione e prospettive politiche definite in linea teorica “una volta per tutte”, rinunciano a partecipare allo scontro e alle sue manifestazioni concrete, adducendo problemi di “arretratezza” sociale oppure di inadeguatezza politica, giungendo troppo spesso a tacciarle di avventurismo se non addirittura accusarle di esser null’altro che il prodotto di agenti provocatori.

Una storia rintracciabile, almeno qui in Italia, nell’atteggiamento di Turati nei confronti della Settimana rossa del 1914, quando sull’alba del primo conflitto imperialista le manifestazioni antimilitariste furono violentemente represse a partire da Ancona oppure nelle riserve che lo stesso Partito socialista ebbe nei confronti ancora dell’insurrezione torinese del 1917 o nell’abbandono a se stessi dei manifestanti proprio in occasione delle giornate del maggio 1898 a Milano5.

Anche il Partito comunista italiano, il PCI, prima adeguandosi al volere del Comintern e del Cominform e in seguito memore dall’atteggiamento staliniano nei confronti di ogni opposizione alle direttive di partito, non esitò mai, fino alla fine dei suoi giorni, nel condannare qualsiasi iniziativa spontanea della classe nei confronti del comando capitalista. Fascisti, provocatori e traditori, a seconda dei periodi, furono sempre definiti i giovani, gli operai, le donne che dal secondo dopoguerra in poi, passando per piazza Statuto a Torino nel luglio del 1962 fino alle lotte autonome degli anni Settanta insorsero spontaneamente e, spesso, violentemente contro la dittatura del lavoro salariato.

Questo, però, non poteva far altro che avvantaggiare il nemico di classe nella sua azione sia divisa che repressiva nei confronti della classe operaia o degli strati sociali marginali della società, nei confronti dei quali la definizione spesso utilizzata di lumpenproletariato, più che attenersi a quella marxiana di proletariato marginale oppure momentaneamente escluso dal lavoro, si trasformò in autentico stigma, tradotto come sottoproletariato ovvero la classe più degradata, non solo dal punto di vista economico ma anche, e forse soprattutto, morale, priva di alcuna forma di coscienza di classe, o almeno di ciò che il partito ritiene tale, e non organizzata nei sindacati ufficiali.

Una classe, secondo questa diminutiva e offensiva interpretazione del termine, i cui componenti oltre ad essere accusati di trarre il loro reddito da occupazioni vicine all’illegalità (furto, prostituzione, imbrogli di vario genere), proprio per la loro miseria culturale e politica potrebbero facilmente essere preda delle idee più retrograde e reazionarie.

Però, pur essendo vero che porzioni immiserite della società e della classe lavoratrice esclusa dal lavoro possono esser facilmente preda delle rivendicazioni reazionarie e fasciste, è altresì vero che anche porzioni significative di classe operaia, quella un tempo definibile come aristocrazia operaia e oggi inquadrata nel cosiddetto ceto medio produttivo, hanno spesso aderito e ancora aderiscono a tali rivendicazioni di stampo razzista, nazionalista e sessista. Come l’elettorato di Trump può ben dimostrare oggi.

Tutti fattori che nella criminalizzazione di ogni dissenso, non allineato con il discorso ordinativo di carattere socialista e socialdemocratico un tempo e liberal-democratico oggi, trovano lo strumento ideologico più adatto sia per il controllo sociale da parte dello Stato che di quello politico e sindacale da parte di tutti quei partiti, istituzionali e non, che della conservazione o della riforma dell’esistente in nome del progresso hanno fatto il loro, anche se spesso non dichiarato, fine ultimo.

Ma per tornare ai tempi di cui tratta la ricerca di Saletti, occorre ricordare come, almeno per l’Italia, fu lo stesso Engels, in qualità di segretario per l’Italia dell’Alleanza internazionale dei lavoratori, a tracciare una linea distintiva tra socialisti e rivoluzionari autentici, ovvero coloro che aderivano alle idee e ai programmi del socialismo cosiddetto poi autoritario e coloro che, aderendo ancora all’Internazionale bakuninista o antiautoritaria, tradivano la causa del proletariato e della sua emancipazione. Un giudizio spesso greve che allontanò dal socialismo marxiano Carlo Cafiero, che pur era stato il primo a divulgare in Italia un compendio del Capitale di Karl Marx da lui stesso tradotto, per trasformarlo sostanzialmente in uno dei primi e più importanti esponenti dall’anarchismo italiano.

Un giudizio negativo espresso da Engels, soprattutto sul socialismo meridionale6 che sembrava dimenticare che non solo a Napoli, il 31 gennaio 1869, era stata fondata da una società operaia partenopea, la Società operaia di Napoli come fu in seguito designata, la prima sezione italiana dell’Internazionale «che aderì pienamente agli statuti dell’Associazione e si costituì in Comitato centrale per tutta l’Italia»7, ma anche che proprio nella parte meridionale del Regno d’Italia per dieci anni si era svolta quella che in tempi recenti lo storico Gianni Oliva ha definito la Prima guerra civile italiana, ovvero quella che per decenni, se non per più di secolo, è stata troppo spesso, superficialmente oppure opportunisticamente, accomunata al brigantaggio8.

E qui, per ricollegare il tutto al tema del testo edito da Malamente, va ricordato che la resistenza contadina e sociale del Sud, pur con tutte le sue inevitabili contraddizioni, aveva anche rappresentato la prima guerra civile “europea” dopo la fine della Restaurazione, prima ancora della Comune di Parigi che si sarebbe rivoltata contro lo stato francese e Napoleone III soltanto nel 1871. Una guerra civile, quella nel Sud dell’Italia, che aveva anche richiesto da parte dello stato unitario l’emanazione di una prima legge speciale, la legge Pica del 1863, che di fatto per la prima volta definiva una legislazione eccezionale destinata a contenere, reprimere e punire pesantemente i disordino sociali e i loro protagonisti.

Una legge, che nell’iniziale fase di stesura, nell’ambito dei provvedimenti eccezionali da prendere prevedeva la deportazione dei condannati per i fatti di resistenza che avevano iniziato manifestarsi fin dal 1861, e di cui la rivolta di Bronte dell’agosto 1860 in Sicilia, aveva già rappresentato un significativo esempio.

Sin dall’inizio della campagna di Vittorio Emanuele II nel Sud, il governo di Torino ha trasferito i soldati borbonici prigionieri di guerra nelle isole del Tirreno o in zone remote dell’Italia settentrionale, e a mano a mano ha affiancato loro gli «sbandati» e i «camorristi». Nel 1861 il governo Ricasoli ha cominciato a pensare ad un progetto organico di deportazione di «briganti e manutengoli» in luoghi lontani dall’Italia, sull’esempio di quanto ha sempre fatto la Francia nella Guyana e in Madagascar; il successivo governo Rattazzi ha proseguito su quella strada, facendo sondaggi con i diplomatici portoghesi sulla possibilità di impiantare stabilimenti penali in Mozambico o nelle colonie portoghesi del Pacifico (Timor, Macao, Goa) e ha cercato di definire forme di compartecipazione italiana alla sovranità su territori non ancora completamente assoggettati da Lisbona; appena insediato, il governo Minghetti ha apprestato una fregata della Regia marina destinata a partire per i mari dell’Australia e studiare la praticabilità degli stabilimenti di deportazione, ma ha dovuto fermarsi per l’intervento di Napoleone III e dell’Inghilterra, preoccupati che l’istituzione di colonie penali fosse la copertura di un’ambizione espansionistica dell’Italia 9.

Cosa di cui questi ultimi due governi si intendevano assai, considerate sia la deportazione in Algeria dei rivoltosi del 1848 francese, proprio da parte di Napoleone III, che quella dei sottoproletari, ribelli irlandesi e donne di “malaffare” portate avanti dal Regno Unito verso l’Australia a partire dal progetto di colonizzazione inglese di quel continente iniziato nel 178710. Elemento che obbliga ancora una volta a riflettere come nei progetti legislativi e repressivi dei governi statali moderni repressione del dissenso, rimozione degli indesiderati e colonialismo siano portati costantemente avanti in parallelo. Fino agli attuali centri di detenzione per immigrati in Albania previsti dall’attuale governo Meloni che oltre ad allontanare gli stranieri indesiderati dal territorio nazionale rilancia virtualmente anche il progetto, in auge fin dalla Prima guerra mondiale e mai abbandonato del tutto, di controllare l’altra sponda del mare Adriatico proprio là dove questo si restringe maggiormente. Senza dimenticare come la legislazione anti-mafia sia sempre stata utilizzata anche al di fuori dei suoi presunti confini per colpire la dissidenza politica, con l’uso dell’articolo 41bis oppure, come si è tentato recentemente a Torino, di dichiarare comportamento mafioso il saluto portato da un corteo di militanti Pro-Pal ad una compagna detenuta agli arresti domiciliari (qui).

Queste le radici su cui poggiava i piedi la convocazione del primo congresso internazionale contro il terrorismo “anarchico” in uno Stato che della repressione popolare e della dissidenza armata aveva già fatto lunga esperienza, sia politico-legale che penale e militare, e a cui la ricca e dettagliata documentazione compresa nel saggio di Giuio Saletti porta un più che significativo contributo per la comprensione non soltanto della repressione della dissidenza anarchica e classista in tutte le sue forme politiche e organizzative, ma anche dei successivi passi intrapresi in direzione della repressione delle lotte sociali durante tutta la storia dello stato italiano fin dalla sua fondazione, passando per le leggi speciali del Fascismo e quelle antiterrorismo della prima repubblica insieme all’uso del 41bis, fino all’attualità politico-governativa odierna. Che con la Legge 9/6/2025 n.80, meglio nota come Decreto sicurezza, non ha fatto altro che continuare una tradizione repressiva che ha preceduto ed è continuata ben oltre il Fascismo storico.

Una continuità della percezione del pericolo, per l’ordine borghese, rappresentato dall’anarchismo e dalla lotta di classe che farà sì che intorno allo stesso o a ciò che si intende per esso, fin dal congresso del dicembre 1898, si vada:

concentrando, ritagliando e raffinando una ‘giurisdizione penale del nemico’ attraverso l’invenzione del delitto sociale (in realtà coincidente con il “delitto anarchico”) quale stabile e organico stato di eccezione che ingloba e va oltre il ‘duplice livello di legalità’– norme del fatto e della colpevolezza/norme del sospetto e della pericolosità – alla base degli ordinamenti penali sul finire del diciannovesimo secolo.
In questo quadro la conferenza di palazzo Corsini, generando una koinè giuridica continentale attraverso la certificazione dell’impoliticità del delitto anarchico, è appunto il tentativo, in una prospettiva nitida (seppure ancora ideale) di ‘universalismo penale’, di imporre su scala europea strumenti normativi e repressivi omogenei e comuni e istituzionalizzare una prima forma di cooperazione tra le polizie contro una minaccia percepita e pervicacemente agitata dalla borghesia d’ordine come il tangibile “danger international permanent” di quegli anni.
[Cosicché] Nel corso della seconda seduta plenaria all’unanimità passa la proposizione di principio, suggerita dall’ambasciatore russo, che «l’anarchisme n’a rien de commun avec la politique» e che pertanto non sarebbe stato trattato, in sede di conferenza, come una dottrina politica. Una decisione in qualche modo scontata, e tuttavia giuridicamente incisiva perché imprime esiti obbligati alla discussione decretando da subito che quello anarchico è delitto impolitico, assimilabile al reato comune e in quanto tale sottratto al favor rei (specie per ciò che riguarda il divieto di estradizione) riconosciuto dagli ordinamenti liberali ai reati politici. E dunque, quando a metà dicembre in seno alla sottocommissione si affronterà l’argomento, sarà agevole stabilire che l’atto anarchico sarebbe stato passibile d’estradizione se giudicato reato nel paese richiedente e in quello richiesto; che estradabili sarebbero stati anche i reati ‘satellite’ (quali la preparazione dell’atto anarchico e la fabbricazione di esplosivi, l’associazione organizzata, l’istigazione e l’apologia dell’atto anarchico); e che l’atto anarchico, per l’appunto, non sarebbe stato considerato delitto politico ai fini dell’estradizione11.

La conferenza di Roma sembra così porre le basi, almeno dal punto di vista teorico, di tutta la giurisdizione penale d’eccezione a livello internazionale fino ai nostri giorni e se precedentemente si è parlato della netta separazione avvenuta tra socialismo e anarchismo occorre qui ricordare che era di pochi anni prima la pubblicazione da parte del socialista positivista Cesare Lombroso del testo Gli anarchici (1894), in cui dall’iniziale collegamento tra dati antropometrici e pulsione alla violenza dei criminali comuni lo studioso aveva tratto indicazioni per studiare gli stessi effetti sui comportamenti dei militanti anarchici12. Contribuendo, anche solo indirettamente, a far sì che:

Il terreno sul quale la conferenza raggiunge intese significative è comunque quello delle misure amministrative e dell’attività di polizia, sul piano ad esempio del metodo antropometrico di identificazione dei criminali, al punto che si ritiene – non senza fondamento – che l’International Criminal Police Organization (ossia l’Interpol) «in several ways can be considered a descendant or at least a step-child of the Rome Conference». Su iniziativa tedesca, i delegati approveranno all’unanimità la proposta di istituire in ogni paese una ‘agenzia centrale’ alla quale affidare il compito di controllare in segreto gli anarchici agevolando lo scambio diretto di segnalazioni e informazioni13.

E anche se il testo finale della conferenza fu approvato ad referendum escludendo così impegni vincolanti per gli stati che vi avevano preso parte lasciando alla valutazione discrezionale di ciascun governo se e a quali proposte dare attuazione, la cosa non avrebbe impedito all’ammiraglio Canevaro di affermare, nel congedare i delegati: «Che anche se tutti gli scopi che alcuni di noi si erano prefissi non sono stati pienamente raggiunti, possiamo tuttavia ritenere che i nostri coscienziosi sforzi per il raggiungimento di un più adeguato ordinamento giuridico sono lontani dall’esser rimasti sterili»14,


  1. Per il clima politico generale in cui si svolse la conferenza si veda: U. Levra, Il colpo di stato della borghesia. La crisi politica di fine secolo in Italia 1896/1900, Feltrinelli, Milano 1977.  

  2. G. Saletti, Gli anarchici, la conferenza di Roma e il delitto sociale, introduzione a I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, p. 17.  

  3. Ivi, p. 17.  

  4. Si veda in proposito: E. Quadrelli, György Lukács, un’eresia ortodossa introduzione a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025.  

  5. Come possiamo ricostruire a partire da una testimonianza inaspettata, quella di Camillo Olivetti, futuro fondatore dell’omonima industria eporediese, in una lettera alla moglie Luisa Revel di qualche anno successiva ai fatti: «Nel maggio ’98 andai a Milano con la ferma intenzione di prendere parte ad una rivoluzione. Stando a Ivrea avevo preveduto, molto meglio che gli uomini che eran sul sito, che qualche cosa doveva succedere. Io credevo che Turati, Rondoni e tanti altri, che per così dire eran a capo del partito, avrebbero saputo condurre le masse e instaurare un nuovo regime. […] A Milano non accadde nulla di quanto io prevedevo, almeno per parte dei capi che non capirono nulla e non seppero né frenare né comandare il movimento. Il risultato furono 500 ammazzati e migliaia di anni di galera distribuiti. Quella volta io la scampai bella! Visto che a Milano non vi era nulla da fare, me ne andai a Torino, ed ero tanto esaltato in quei giorni che se avessi potuto trovare un duecento uomini ben armati avrei cercato di suscitare una rivoluzione […] Dopo questa disillusione a poco a poco mi ritirai dalla vita politica» (C. Olivetti, Lettere Americane, Fondazione Adriano Olivetti, 1999).  

  6. Si veda in proposito: P. C. Masini, Eresie dell’Ottocento. Alle sorgenti laiche , umaniste e libertarie della democrazia italiana, Editoriale Nuova, Milano 1978.  

  7. G. de Martino, V. Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori editore, Napoli 2004, p.131.  

  8. G. Oliva, La prima guerra civile. Rivolte e repressioni nel Mezzogiorno dopo l’Unità, Mondadori Libri S.p.a., Milano 20255.  

  9. G. Oliva, La prima guerra civile, Mondadori, Milano 2025, pp. 33-34.  

  10. Si veda in proposito: R. Hughes, La riva fatale. L’epopea della fondazione dell’Australia, Adelphi Edizioni, Milano 1990.  

  11. G. Saletti, op.cit., pp.18-24.  

  12. Si veda in proposito: M. Bucciantini, Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani, Giulio Einaudi Editore, Torino 2020.  

  13. G. Saletti, op. cit., p.25.  

  14. Cit. in G. Saletti, op. cit., p. 27 – traduzione a cura del recensore.  

]]>
Diritto all’abitare, diritto alla città https://www.carmillaonline.com/2025/08/21/diritto-allabitare-diritto-alla-citta/ Thu, 21 Aug 2025 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89896 di Giovanni Iozzoli

Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025, pp. 109, € 12,00

Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste.

Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Barbara Russo, Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli, Monitor, Napoli 2025, pp. 109, € 12,00

Il tema dell’abitare ha assunto una centralità paragonabile al tema lavoro, nella definizione delle gerarchie sociali e dei destini individuali, dentro le metropoli tardocapitaliste.

Questa è una novità della fase storica che stiamo vivendo. Fino a vent’anni fa il reddito/lavoro costituiva la premessa per l’accesso al bene casa. Sulla base del reddito si articolavano le diverse modalità di fruizione del diritto all’abitare – affitto, acquisto diretto, mutuo. Il lavoro era la precondizione dell’accesso alla merce casa. Oggi, le due categorie – casa e lavoro – si sono in qualche modo sganciate dal reciproco rapporto di dipendenza. Si può avere un lavoro e non avere diritto all’abitare, anche dentro condizioni contrattuali dignitose. Si può lavorare 50 ore a settimana e finire col dormire in una macchina.

La specialissima merce casa si è come autonomizzata dall’ordinario meccanismo di formazione del prezzo delle merci. E’ diventato un terreno nuovo di gerarchizzazione dei rapporti sociali, la linea di confine tra il “dentro” e il “fuori”, tra l’appartenenza alla polis e la collocazione nei suoi bordi sfrangiati. La casa è un prisma attraverso cui si possono leggere in controluce diverse tendenze generali in atto: la crisi dei ceti medi, la ripolarizzazione feroce della distribuzione del reddito, lo spazio urbano come luogo privilegiato di incontro tra capitale finanziario e produttivo, l’espansione della bolla immobiliare come indicatore ultimo della decadenza economica di un “capitalismo nazionale”.

Infatti l’impazzimento del valore e dei prezzi del mercato immobiliare è in stretta connessione con la crisi generale del sistema capitalistico, con le sue difficoltà di autovalorizzazione che costringono ad individuare le superfici edificabili, come unica controtendenza alla caduta dei profitti nei settori di impiego tradizionale. Quando una metropoli si deindustrializza, sposta tutte le sue energie e risorse su quel terreno – dietro le ambigue formule del ridisegno urbanistico, della riqualificazione, del contrasto al degrado, del restyling etc – e la città, le sue mura, le sue strade, le sue piazze, le sue abitazioni, diventano snodo centrale del ciclo di valorizzazione.

Il possesso/eredità di un immobile (familiare) è oggi la modalità  prevalente e quasi esclusiva per accedere al mutuo/acquisto, mentre l’affitto è sopposto ad un vertiginoso processo di rendita speculativa pressoché inarrestabile – tendenza che rende la società italiana sempre più simile a quella degli Stati Uniti. Lavoro/reddito/casa rappresentano un intreccio tematico in radicale ridislocazione; e per raccontare la moderna condizione proletaria nella metropoli, sarà necessaria una nuova qualità dell’indagine sociologica e dell’inchiesta sul campo.

E’ lo sforzo che affronta Barbara Russo nel suo libro Le case dei sogni, un testo che si inserisce nel filone di indagine che il ricercatore collettivo Monitor  continua a produrre, partendo dalla metropoli napoletana ma relazionandosi agli analoghi fenomeni più generali della società italiana.

A Napoli, il nodo del diritto all’abitare si intreccia strettamente con i processi di turistificazione e gentrificazione (alla napoletana) di quello che è il centro storico più vasto e popolato d’Europa. E tali processi a loro volta ridisegnano il mercato del lavoro e riconfigurano la cartografia dei poteri sul territorio – tra governi locali, imprenditoria privata tradizionale e nuova imprenditoria del terzo settore. Un approccio analitico che inquadra Napoli, quindi, non come eterna capitale dell’arretratezza, bensì laboratorio avanzato di tendenze della ristrutturazione capitalistica – nonché di forme originali di resistenza sociale.

Barbara Russo sceglie l’approccio etnografico, ormai indispensabile per indagare le fenomenologie sociali complesse, intervistando diverse tipologie di figure che si ritrovano nel vortice dei cambiamenti. Si va dai privati cittadini lanciati nella speculazione del b&b fai da te, agli operatori più strutturati che hanno scelto la via del property manager – l’intermediazione professionale che si va regolarizzando sul piano normativo e fiscale, creando anche nuovi elementi di stratificazione sociale. Fino ad arrivare ai “danni collaterali” prodotti da ogni espansione di mercato: le persone vittime dell’espulsione dal centro di Napoli, cacciate da case destinate ad essere fagocitate dentro al ciclo della speculazione turistica.

Molti degli intervistati raccontano di essere rimasti nelle loro case quando i proprietari hanno alzato i canoni di locazione all’improvviso, di aver accettato di pagare fitti più alti pur di continuare a vivere in quelle case, di aver assecondato le sempre nuove richieste dei proprietari nonostante l’assenza di manutenzione e contratti registrati per metà o del tutto in nero. Quando sono arrivati gli sfratti, alcuni di loro hanno provato a resistere, non solo perché non avevano altri posti dove andare, ma anche per salvaguardare il legame affettivo con le loro case e non perdere i rapporti con il vicinato, che in molti casi fornivano loro anche una possibilità di accedere al lavoro e al welfare. Chi alla fine ha dovuto lasciare la casa, ha preferito accettare canoni di locazione più alti a fronte di condizioni abitative peggiori, oppure si è fatto ospitare da amici e parenti, rinunciando ad avere una casa propria pur di rimanere in questi quartieri, vicino alle proprie comunità, ai luoghi di lavoro, alle scuole dei figli e agli spazi dove si svolge la propria vita quotidiana. (pag. 11)

La maggior parte dei soggetti più deboli, non possono che cedere alla speculazione e alla forza di impatto dell’industria turistica. Racconta una famiglia intervistata:

Da otto anni viviamo in questa casa, qui abbiamo le nostre abitudini, la scuola, il parco, la chiesa; si tratta di perdere tutto (…). Il proprietario ci ha detto che ce ne dobbiamo andare perché vendono tutto, anche gli altri due appartamenti che hanno nel palazzo. Gli avevo chiesto di mantenere l’affitto ma mi ha risposto che tutti gli appartamenti diventeranno b&b e che quindi non è possibile restare. Saranno venute a vedere la casa più di cinquanta persone: parlano di come aggiustarla, di cosa cambiare per farne un b&b… (pag. 60)

Quindi il passaggio storico, epocale, che ha investito Napoli, nel racconto di Barbara Russo, è facilmente leggibile.
Attori sociali vecchi e nuovi individuano nel centro storico della città un terreno di valorizzazione che può essere venduto all’industria dell'”esperienza turistica”, che dall’inizio del secolo in corso ha cominciato a inserire Napoli nella sua mappa di itinerari pregiati. La composizione sociale popolare e sottoproletaria di quei quartieri rappresenta un ostacolo a tale valorizzazione, ma anche una risorsa in quanto serbatoio di mano d’opera inutilizzata. Comincia il processo di espulsione delle classi povere che liberano metri quadri per l’uso turistico e allo stesso tempo la messa in valore della forza lavoro che in quei territori vive. Nasce la retorica del turismo come Grande Occasione di emancipazione. Si uso lo stigma che ricade da sempre sui quartieri popolari – parassitismo e malavita – per legittimare il ridisegno urbanistico e sociale dei territori. Nel racconto che ne fanno i residenti, alcuni rioni, come la Sanità, aderiscono perfettamente a questo schema – senza dimenticare che le vite delle persone non sono né schemi né statistiche.

Una delle maggiori contraddizioni che saltano all’occhio quando si osserva ciò che sta accadendo alla Sanità riguarda lo squilibrio tra il potere d’acquisto dei turisti e quello dei residenti. Dai beni di prima necessità, fino alle attività commerciali e di ristorazione, i prezzi sono aumentati ma la povertà del quartiere è rimasta invariata. Applicato al campo degli affitti, questo scarto rivela un nuovo cortocircuito prodotto dall’economia turistica, capace di tagliare in due la città: un mercato immobiliare dai valori sempre più alti che non coincide con i redditi e le possibilità economiche degli abitanti, apre la strada a nuovi attori (pag. 67)

E quindi, sovente, lo sfrattato, diventa anche carne da macello dell’industria turistica.

Nel caso di Cinzia, come in quelli di Dinesh, Pramila e altri intervistati che hanno perso la casa, proprio chi è impiegato come mano d’opera precaria, flessibile e sottopagata nel comparto alberghiero o extra-alberghiero, è poi coinvolto nelle sue “esternalità negative”, in primis gli sfratti e la perdita della casa. (pag. 81)

La retorica delle Grande Occasione, l’eterno mito del Risanamento napoletano, il turismo come moderna panacea alla crisi delle metropoli e il nodo casa come nuovo ordinatore sociale, sono fenomeni ricorrenti che investono tante città ma che a Napoli si presentano nelle forme più trasparenti e leggibili. Le analisi elaborate in questo libro, prodotte “dall’interno” dello tsunami sociale che sta ridisegnando le metropoli, rappresentano il racconto vivo, in presa diretta, di un grande cambiamento che arricchirà pochi e peggiorerà le condizioni di tanti. Senza il protagonismo dei soggetti che vivono la città, senza il rispetto dei loro bisogni e della loro storia, nessuna emancipazione è possibile: soprattutto se fondata sulla speculazione immobiliare.

]]>
Napoli che balla, Napoli che lotta: suoni, identità e resistenze postcoloniali https://www.carmillaonline.com/2025/08/19/napoli-che-balla-napoli-che-lotta-suoni-identita-e-resistenze-postcoloniali/ Tue, 19 Aug 2025 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89887 di Francesco Festa

Gennaro Ascione, Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale, Tamu Edizioni, Napoli 2025, pp. 283, € 18,00

O ciuccio è ferito… ma nun è muorto! Io vi avevo già avvertito: Napoli nun adda cagnà! E perciò chi fa ‘o Festivàl more acciso…

Nel 1982 esce No grazie, il caffè mi rende nervoso, una commedia dai tratti thriller diretta da Lodovico Gasparini e interpretata da Lello Arena e Massimo Troisi. Fra battute, situazioni deliranti, la “parlesia” – la lingua segreta dei musicisti napoletani – proprio Lello Arena veste i panni di un misterioso maniaco che vorrebbe custodire la bellezza [...]]]> di Francesco Festa

Gennaro Ascione, Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale, Tamu Edizioni, Napoli 2025, pp. 283, € 18,00

O ciuccio è ferito… ma nun è muorto! Io vi avevo già avvertito: Napoli nun adda cagnà! E perciò chi fa ‘o Festivàl more acciso…

Nel 1982 esce No grazie, il caffè mi rende nervoso, una commedia dai tratti thriller diretta da Lodovico Gasparini e interpretata da Lello Arena e Massimo Troisi. Fra battute, situazioni deliranti, la “parlesia” – la lingua segreta dei musicisti napoletani – proprio Lello Arena veste i panni di un misterioso maniaco che vorrebbe custodire la bellezza di Napoli cristallizzata nella sua immagine oleografica e stereotipata, minacciando di morte ogni velleità di cambiamento e modernità. In particolare la minaccia è una kermesse musicale denominata “Primo Festival Nuova Napoli”, cui avrebbe preso parte anche James Senese se non fosse stato ammazzato.

Ma Napoli è cambiata, ça va sans dire. Senza capo né coda, verrebbe da aggiungere. Ostaggio del turismo a tutti i costi, alla turistificazione è subentrata la gentrificazione, rendendo lo spazio urbano un mondo irriconoscibile, una città che a tratti sembra uscita da un romanzo di Ballard sommersa da un’accozzaglia di ristoranti e take away. Parafrasando Pino Daniele, “Napule è na’ teglia sporca” oltre che “na’ carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a’ ciorta”. La sorte è appesa al filo della parodia di sé stessa, della sua storia e del parco giochi a cielo aperto per turisti. Il che è oggi economia e identità sociale della Napoli contemporanea. Vien da chiedersi, ma doveva per forza andare così?

Il libro di Gennaro Ascione, Napoli balla. Dancefloor e sottoculture nella città postcoloniale, sgombera il campo da questa distopia in cui è precipitata la città, illuminando il campo alla visione di un’altra Napoli. Il libro dona luce a realtà ormai sconosciute, fra mondi sotterranei e segreti, che comunque ostinano a vivere.
Il cuore pulsante del libro è la Napoli delle viscere, quella che si nasconde “sotto le botole nel tufo o dietro ai palazzi”, fra vicoli e strade oggi completamente stravolti, dove hanno convissuto scenografie di film, case discografiche, canzoni, musicisti, band e dancefloor. Il libro è un viaggio nella Napoli della cultura musicale, fra Otto e Novecento e fino ai giorni nostri: quella realtà culturale che, forse, non c’è più, ma è più viva che mai nel fermento, nelle resistenze e nelle lotte sociali e culturali.

Premessa di metodo: la cultura non è un campo neutro. Anzi è un terreno di conflitto dove confliggono poteri, identità e rapporti sociali. Il debito di Ascione è verso Stuart Hall, Iain Chambers e verso i Cultural studies, secondo i quali gli aspetti culturali della città lungi dall’essere un insieme fisso di valori, rappresentano invece un processo in continuo movimento, in cui i significati vengono costruiti e contesi all’interno dei rapporti sociali.
In tal modo Napoli balla assume la dimensione di un viaggio stratificato in cui la città, la musica e i corpi si fondono in un racconto che vibra. Vibra di suoni, di memoria e di politica. Ascione guida il lettore in un percorso che sfida i confini del genere saggistico e abbraccia la narrazione ibrida, capace di connettere pratiche urbane, genealogie musicali, conflitti di classe e trasformazioni identitarie. Il testo si configura come una mappa, anche se in realtà è uno spazio aperto al movimento, all’improvvisazione, alla collisione.

Ascione rifiuta l’estetica folcloristica e nostalgica, per restituire una città che “nun adda cagna”, eppure si reinventa costantemente attraverso il metissage ritmico, delle parole e dei suoni, così com’è complessa, stratificata e mai definita la sua storia secolare. Così Napoli ritrova la sua natura situazionista, dove il détournement non è solo un paradigma, ma una pratica quotidiana incarnata nella trilogia: deviazione, eccedenza e creazione.

L’esperienza della lettura potrebbe sembrare multisensoriale. Napoli balla è infatti un libro da ascoltare e da vedere, con passaggi che citano passi di film ed evocano sequenze cinematografiche, ma anche atmosfere psichedeliche, visioni sciamaniche, beat sincopati.
Si tratta di una narrazione dove il ritmo e il lessico imitano la struttura del sound: ripetizioni, campionamenti, break narrativi, alternanze di registri e toni. Il che rende il testo simile a un DJ set con continui riferimenti interdisciplinari, caratteristica dei Cultural studies, in cui la cultura popolare diventa chiave di lettura dei mutamenti sociali.

Curioso è un riferimento a Gramsci e ad alcune sue osservazioni sulla musica jazz, che ritorna spesso nel primo capitolo. Chissà se quelle suggestioni furono anticipazioni lucide – o paranoiche – sul futuro impiego del jazz nella propaganda americana. Resta il fatto che sono curiosamente illuminanti. In una lettera del 1928 a sua cognata Tania, fra coordinate eurocentriche e talvolta razziste, Gramsci esprime il timore che i subalterni, attratti da modelli culturali borghesi come il jazz, si allontanino dalla necessaria coscienza di classe. Tuttavia, questa diffidenza non gli impedisce di cogliere, con sguardo acuto, la forza antropologica del jazz come intreccio indissolubile tra musica e danza. Il ritmo sincopato, la ripetizione dei movimenti, la facilità con cui quel linguaggio penetra nel vissuto psichico collettivo, diventano per Gramsci segnali di una pratica sociale potente, capace di dar forma a uno spazio di esperienza — il dancefloor — che, nell’epoca della decolonizzazione, assume valenza politica.

Uno dei concetti più potenti del libro è la definizione del dancefloor come “spazio sociale della decolonizzazione”. Una tesi ardita, ma affascinante: la pista da ballo diventa il luogo in cui le soggettività subalterne, ibride, meticce, trovano espressione. In una città che è essa stessa postcoloniale – al margine del discorso nazionale, travolta dalle narrazioni mainstream, sospesa tra centro e periferia – la musica diventa prassi politica, archivio emotivo e gesto performativo.

Fra i tratti più riusciti di Napoli balla è la capacità di costruire una genealogia musicale della città e in realtà di tutto il paese. La musica pop ante litteram è nata grazie ai napoletani di stanza in città o in giro per l’Europa. I “posteggiatori” – i suonatori ambulanti di fine Ottocento – accompagnati dalla chitarra cantavano tra i tavoli di osterie e ristoranti, raccogliendo offerte come facevano un tempo menestrelli e saltimbanchi medievali. In questo girovagare nasce la “parlesia”, una lingua che serviva per comunicare fra posteggiatori. E nello stesso mondo nasce il successo di ‘O sole mio. Con una tournée in Russia nel 1897. Il successo si inserisce nel crescente interesse per la canzone napoletana, diffusa anche grazie ai flussi migratori dopo l’Unità d’Italia. È in questi mondi sovrapposti che Napoli assume una dimensione “post‑italiana”, cioè, uno spazio in cui si frantumano le retoriche identitarie omogenee, e dove si materializzano nuove soggettività culturali.

La cifra della dimensione post-identitaria è riscontrabile nel dopoguerra, quando i soldati afroamericani di stanza in città ascoltano il jazz, il blues, il R&B. Alla devastazione dei bombardamenti e alla fame della guerra, la musica dei militari statunitensi – veicolata attraverso radio militari, vinili “victory disc” e jam session improvvisate – entra nella vita quotidiana, innestandosi nei circuiti culturali e trasformando la stessa idea di musica.

A differenza degli Stati Uniti, dove il jazz nero è confinato nei ghetti, a Napoli viene accolto nei locali clandestini, nelle taverne, nelle radio. Ascione racconta di come, negli anni Quaranta e Cinquanta, si assiste ad una contaminazione imprevista: il lirismo melodico napoletano si mescola con i suoni sincopati afroamericani, generando ibridazioni sonore che preparano il terreno per il funk dei Napoli Centrale, per il Neapolitan power di Pino Daniele, ma anche per l’estetica urban contemporanea di Liberato.

Questa ibridazione non è soltanto musicale: è politica e simbolica. I corpi dei soldati neri – discriminati in patria, accolti come “liberatori” nella città partenopea – diventano veicoli viventi di un’altra idea di modernità. Una modernità nera, diasporica, Black Atlantic – come scritto da Paul Gilroy. Nota Ascione che è attraverso quei suoni che la città inizia a pensarsi come parte del mondo postcoloniale, come crocevia di memorie e resistenze, come luogo di rifondazione culturale. Si tratta, in fondo, di un processo che rilegge la sua stessa storia in chiave “transatlantica”, e che riconfigura la musica come pratica di sopravvivenza e di desiderio collettivo.

Interessante è la relazione fra lotta di classe e parole. Qualcosa di inimmaginabile nei testi delle canzoni coeve. Nelle pagine di Napoli balla si legge lo stridore in queste relazioni, mai pacificate, fra storie, memorie e narrazioni che si sovrappongono. Dai giorni gloriosi e misconosciuti della casa discografica BBB, alle lotte sociali degli anni Sessanta e Settanta ove le fratture si scavano fra lavoratori salariati, operai e disoccupati, chi scolarizzato e chi no, chi emigrante e chi no, in uno spazio urbano in corso di de-industrializzazione distribuito fra industrie, fabbrichette ed ’“economica del vicolo”. James Senese sublima in musica tale frattura nel brano Chi fa l’arte e chi s’accatta

Fino a quando esisterà
chi fa l’arte e chi s’accatta
chi fa il braccio e chi la mente
chi tene troppo e chi nun tene niente?
Fino a quando esisterà
chi fotte e chi è fottuto
chi nun vò e chi nunn’è voluto?
Fino a quando, ’ncopp’a terra ne resta uno ca se lamenta
ne resta uno ca se lamenta!
Fino a quando tutti quanti nun ci facimme ’o culo tante pe’ ll’ammore e l’eguaglianza nuje nun simme ancora niente.
Chisto munno nun vale niente chisto munno nun vale niente! (p. 63)

In questo paesaggio sonoro si iscrive una delle esperienze più radicali della Napoli musicale: il Neapolitan Power. Più che un movimento musicale, una vera insurrezione sonora e culturale. Emerso alla fine degli anni Settanta, il Neapolitan Power ha cercato di scardinare l’immagine stereotipata di Napoli, imposta dai circuiti mediatici e dal turismo culturale, costruendo una lingua musicale nuova, fatta di jazz, funk, dialetto, e tensione sociale.

Gli artisti come James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, ma anche Pino Daniele, si pongono come guastatori del discorso nazionale: reinventano la napoletanità contaminandola con l’Africa, con il Mediterraneo, con l’Atlantico. La musica non è più solo espressione culturale, ma diventa lotta di classe suonata: una “traduzione in versi della rabbia e della bellezza” (p. 57). E dietro ogni riff, ogni break di batteria, ogni urlo rauco del sax di Senese, c’è una città che lotta per restare viva nella sua complessità.

Il libro dedica pagine importanti ai luoghi della marginalità culturale, la “Napoli segreta”, ovvero quei territori urbani dove si sperimentano nuove forme di socialità e di produzione simbolica. È in queste “infraculture” – come le definisce Ascione – che si consuma la rottura con la Napoli turistica: luoghi dove la cultura non è spettacolo da esibire ma materia da vivere. E la cultura underground è anti-museale per costituzione, è archivio del presente: dove si contaminano pratiche postcoloniali, memorie subalterne e resistenze quotidiane. Questa città non si può vedere da fuori, bisogna entrarci, mescolarsi, lasciarsi trasformare.

Napoli segreta altro non è che la sembianza contingente e transitoria che l’anima sfuggente della città ha assunto in forma di musica funk, disco, boogie, afrobeat, wave e balearica, cantata in napoletano, tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80 del ’900. Prima che i campionatori colonizzassero l’immaginario acustico globale. (p. 116)

Altro aspetto metodologico adoperato da Ascione è l’intervista o la voce diretta dei protagonisti – a tratti richiama la tradizione operaista dell’“inchiesta a caldo” – cioè osservare i soggetti nel loro contesto, raccogliere le loro parole senza filtri, lasciarli parlare proprio nel vivo dell’attività. Così vengono fuori “autobiografie in movimento” che compongono una narrazione collettiva.

In HyperNapoli. Movimenti, suoni e visioni, vi sono le voci di alcuni protagonisti contemporanei, con focus su artisti come Liberato, Nu Genea, Enzo Dong, Night Skinny, Nicola Siciliano, collettivi come Napoli Segreta, Chico Trujillo e progetti estetico-sonori e post-identitari – menzione speciale per “Fabrizio Sorrentino aka il papa, Officina99”. Sono proprio i “corpi che danzano nella notte” – i raver, i DJ, gli occupanti dei centri sociali, i sound designer, gli studenti fuori sede, i punk invecchiati e i clubber della Napoli nord – a raccontare una verità che sfugge ai sociologi da scrivania.

In un mondo segnato da confini e muri, Napoli balla ci parla di una città porosa, ibrida, post-coloniale. E quest’opera riesce a essere al tempo stesso saggio, memoir, ma anche manifesto politico. Sfugge a qualsiasi classificazione. Proprio com’è Napoli. E d’altronde l’identità si costruisce solo nel movimento e nella lotta.

]]>
Vocazione rivoluzionaria. ‘O Zulù https://www.carmillaonline.com/2025/04/11/vocazione-rivoluzionaria-o-zulu/ Fri, 11 Apr 2025 20:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87850 di Giovanni Iozzoli

Luca Persico, Vocazione rivoluzionaria. ’O Zulù. L’autobiografia mai autorizzata di Luca Persico, Il Castello Editore, Milano 2025, pp. 270, € 19,00

Diffidare della memorialistica di movimento – in particolare di quello scivolosissimo genere che è l’autobiografia – è sempre cosa buona e giusta. La maggior parte di tali lavori è appesantita da retoriche, reticenze, autoesaltazioni o pentimenti, tali da renderne discutibili gli esiti letterari. Per fortuna ogni tanto qualche eccezione c’è. E una di tali eccezioni ci sembra Vocazione rivoluzionaria di Luca Persico, in arte Zulù, storico front-man dei 99 Posse. Cos’è che rende questa autobiografia godibile e [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Luca Persico, Vocazione rivoluzionaria. ’O Zulù. L’autobiografia mai autorizzata di Luca Persico, Il Castello Editore, Milano 2025, pp. 270, € 19,00

Diffidare della memorialistica di movimento – in particolare di quello scivolosissimo genere che è l’autobiografia – è sempre cosa buona e giusta. La maggior parte di tali lavori è appesantita da retoriche, reticenze, autoesaltazioni o pentimenti, tali da renderne discutibili gli esiti letterari. Per fortuna ogni tanto qualche eccezione c’è. E una di tali eccezioni ci sembra Vocazione rivoluzionaria di Luca Persico, in arte Zulù, storico front-man dei 99 Posse. Cos’è che rende questa autobiografia godibile e coerente? La radicale sincerità, la “resa incondizionata” davanti al lettore con il quale l’autore sceglie di giocare, per così dire, a carte scoperte.

“Ha scritto la storia di getto, a suo modo, senza abbellimenti né storpiature, senza inutili accanimenti né assoluzioni postume. Senza scorciatoie. Una necessaria eruzione di parole calda come la lava di quel Vesuvio che, da sempre, è straordinario maestro di precarietà per tutti i napoletani.” – scrive nell’introduzione Federico Traversa.

Luca Persico è stato molte cose nella sua vita, oltre che musicista. La sua traiettoria biografica ce lo ricorda: innanzitutto un militante tout court (passato giovanissimo dall’esperienza di Dp ai collettivi autonomi napoletani); una figura iconica, per un certo periodo, della scena musicale italiana; e un artista vero, nella capacità di creare, distruggere e ricreare di volta in volta il senso del proprio stare sul palco. A questo ci aggiungiamo una instancabile attitudine a viaggiare, conoscere, sradicarsi e ri-radicarsi in mondi diversi, sempre al ritmo della propria musica, senza sconti e compromessi.

Ricordo le notti passate a cercare la rima giusta davanti al camino e ricordo una riunione in cui rifiutammo l’offerta di un noto produttore napoletano: mezzo miliardo di lire per l’esclusiva del tour senza però date “politiche” e biglietto a prezzo imposto. Dicemmo no, senza esitazioni, all’unanimità, e poi piangemmo tutti insieme. (p.113)

È la storia di un gruppetto di ragazzi – e collaboratori di varia umanità – che si ritroveranno in pochi mesi a passare dalla più sbracata dimensione amatoriale, ad un successo travolgente e ad una celebrità mai inseguita, piovuta quasi per caso sulle loro esistenze. Nel 1992, l’anno di uscita del loro primo disco, misero insieme la bellezza di 120 concerti. Nel 1993 quasi 200! E tutto questo in una frenesia di eventi politici, culturali e sociali, incontrando migliaia di persone, intessendo amicizie e inimicizie perenni, vivendo in città e mondi differenti.

Questa ricchezza di vita viene squadernata pagina dopo pagina, senza verbosità ed eccessive concessioni all’ego. Il fatto che questa non sia una storia “dei maledetti 70” rende meno drammatica – ma non meno intensa – la vicenda umana e politica che racconta, permettendo un surplus di autoironia e malinconica svagatezza. Luca è un bambino degli anni ’70; respira fin dalla più tenera età le benefiche tensioni del decennio, ma si ritrova a vivere da giovane adulto nel pantano del riflusso, per il quale avverte una naturale estraneità. Questa tensione irrisolta tra passato, presente e futuro, ha fatto di lui lo spirito inquieto – e artisticamente fecondo – che il pubblico italiano ha apprezzato lungo l’arco di trent’anni.

Come musicista – e anima politica dei 99 Posse – Zulù non si è fatto mancare niente: Disco d’Oro col suo gruppo nel ’96, autore di colonne sonore e di una infinità di concerti organizzati in ogni luogo e in ogni modo, nello spazio di tre continenti. È stato tra i primi ad impattare con successo di pubblico la scena Rap e Hip Hop italiana, reinterpretandola però con leggerezza, spirito di dissacrazione e un surplus di polemica politico-ideologica. In questo raccoglieva la lezione di coloro che – vedi gli Onda Rossa Posse – erano arrivati poco prima di lui su quel fronte musicale ma coltivavano il genere con un senso di più rispettosa ortodossia. Per Luca e i 99, invece, il Rap era solo uno dei molti modi di comunicare amore e rabbia – e lo strumento si poteva maneggiare o modificare alla bisogna. Tutto molto napoletano.

Le foto con Arafat alla Moqada e l’evocazione del sub-comandante Marcos che dorme nella tenda a fianco alla sua nella Selva Lacadona, sono la riprova che non di un testimone effimero o occasionale si sta parlando. È la storia di una generazione arrivata alla politica per un’attitudine controcorrente e caparbia. Una stagione lunga che comincia negli anni ’80, con la rivendicazione orgogliosa di una identità sconfitta; e passa attraverso la Pantera, il ciclo dei centri sociali, le prime forme di autorganizzazione operaia, per approdare a Genova ed inaugurare – con un’altra sconfitta! – un nuovo indecifrabile secolo. E le canzoni dei 99 Posse hanno costituito a buon diritto la colonna sonora di questa corsa a perdifiato attraverso gli anni della globalizzazione e della “incredibile opposizione” che andava montando in Italia e nel mondo.

Sempre consapevole del suo background, Luca rivendica di essere stato prima di tutto un militante politico che a un certo punto della sua giovane storia, incontra la musica e decide di cavalcarla, accorgendosi che i linguaggi e gli strumenti della sua generazione politica non funzionano, essendo quasi tutti mutuati dall’eredità ingombrante del decennio precedente. È l’attivismo politico che evolve e dilaga nel discorso poetico e musicale: tutto parte da lì e lì deve tornare, nella storia tormentata dei 99. Questa testarda centralità della militanza, è l’elemento che tiene insieme i frammenti di una vita eccedente e incasinata: Luca è stato “militante” quando scriveva volantini per gli studenti, quando correva travisato in mezzo ai lacrimogeni, quando conobbe la prima volta il carcere, quando cominciò quasi per gioco a scrivere canzoni. E lo è stato, in qualche modo contorto e obliquo, anche nei periodi di “dissoluzione esistenziale”, quando le droghe prima e la depressione poi, parevano averlo strappato alla sua originale irriducibile “vocazione rivoluzionaria”. La militanza è il prisma che tiene insieme tutte queste vite e dà dignità ad ognuna di esse. Così come questo libro, che in poco meno di 300 pagine, riesce a contenere le diverse anime di questo strano artista napoletano, verace e camaleontico allo stesso tempo. O’ Zulù, trent’anni dopo il suo timido esordio in un capannone occupato della periferia orientale di Napoli (Officina Rettifica Motori, civico 99) ha ancora molto da dire, di sé e del mondo.

]]>
Sport e dintorni – El Diez dal destino epico e buffo di cui noi miserabili non riusciamo a fare a meno https://www.carmillaonline.com/2024/03/28/sport-e-dintorni-el-diez-dal-destino-epico-e-buffo-di-cui-noi-miserabili-non-riusciamo-a-fare-a-meno/ Thu, 28 Mar 2024 21:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81724 di Gioacchino Toni

Alfonso Amendola, Jvan Sica (a cura di), Studiare Maradona. Storie, tracce, emozioni, Rogas, Roma 2024, pp. 150, € 15,70 ed. cartacea, € 9,99 ed. ebook

Diego Armando Maradona appartiene a quella ristretta cerchia di personaggi del mondo dello sport a cui il titolo di campione va decisamente stretto, non esaurendo quanto è stato in grado di rappresentare nell’immaginario di tanti esseri umani che hanno instaurato con la sua figura un rapporto che è andato ben oltre il riconoscimento della sua grandezza sportiva. Se Muhammad Ali, Tommie Smith e John Carlos sono divenuti simboli del riscatto afroamericano e con [...]]]> di Gioacchino Toni

Alfonso Amendola, Jvan Sica (a cura di), Studiare Maradona. Storie, tracce, emozioni, Rogas, Roma 2024, pp. 150, € 15,70 ed. cartacea, € 9,99 ed. ebook

Diego Armando Maradona appartiene a quella ristretta cerchia di personaggi del mondo dello sport a cui il titolo di campione va decisamente stretto, non esaurendo quanto è stato in grado di rappresentare nell’immaginario di tanti esseri umani che hanno instaurato con la sua figura un rapporto che è andato ben oltre il riconoscimento della sua grandezza sportiva. Se Muhammad Ali, Tommie Smith e John Carlos sono divenuti simboli del riscatto afroamericano e con esso di una più estesa comunità di “dannati della terra” sfruttata e marginalizzata, ciò lo si deve anche al particolare periodo storico in cui si sono cimentati nelle loro imprese, coincidente con quella “stagione dei movimenti”, compresa tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in cui, a livello internazionale, davvero “tutto” è stato messo in discussione. Sebbene Maradona abbia fatto capolino quando ormai quella stagione poteva dirsi esaurita, anche nel suo caso la rilevanza assunta è andata al di là delle prestazioni sportive, pur essendo state queste ultime – così come per gli altri atleti citati – indispensabile premessa al rapporto che si è instaurato tra il campione e la “sua gente”. Certo, rispetto ad Ali, Smith e Carlos, Maradona è sicuramente un personaggio meno lineare, più complesso e contraddittorio, così come meno facilmente definibile è la relazione che si è costruita tra lui e i suoi tifosi.

Prima uscita del Centro studi “10”, il volume curato da Alfonso Amendola e Jvan Sica non poteva che essere dedicato a El Diez per eccellenza: Diego Armando Maradona, personaggio che, al di là delle prodezze in campo, come scrivono i curatori nella Prefazione, ha «invaso, toccato o sfiorato tanti campi dello scibile, influenzando non solo le sorti delle sue squadre, ma anche microeconomie, visioni cinematografiche, storiche, filosofiche, giuridiche, sociologiche, parabole artistiche e tanto altro».

A ridosso della scomparsa di Maradona, su “Carmilla online”, Giovanni Iozzoli, come tanti altri, a partire dall’emotività diffusa, per certi versi difficilmente spiegabile, che si è sprigionata da quel lutto, si è domandato cosa e quanto avessimo «investito nel mito Maradona – prima come genio calcistico, poi come iperbole umano-letteraria, infine come sublime simbolo populista» per determinare emozioni solitamente riservate alla scomparsa di qualcuno a cui si è strettamente legati. Per certi versi sono interrogativi che attraversano lo stesso volume curato da Amendola e Sica da poco dato alle stampe da Rogas edizioni.

Per quanto sia stato un personaggio di rilevanza mondiale, il fenomeno Maradona non può essere disgiunto dalla sua terra natale, l’Argentina, e dalla sua città di adozione, Napoli. Ecco allora che Domenico Maddaloni ricostruisce la Napoli di Maradona, tratteggiando cosa fosse all’epoca la città partenopea che, sin dalla sua presentazione al San Paolo, è sembrata quasi percepire che quel Diez non sarebbe stato “soltanto” un grande campione.

La Napoli del decennio maradoniano ha vissuto un periodo del tutto particolare segnato da una vitalità che ha toccato gli ambiti sportivi, non solo calcistici, culturali, musicali e cinematografici, un fermento da cui sono emerse personalità capaci di conquistare rilevanza ben oltre il contesto campano, come Pino Daniele e Massimo Troisi, in un clima segnato dal desiderio diffuso di rivalsa nei confronti del Nord e della Capitale. Una Napoli che si è sentita, e per certi versi ha saputo porsi, al centro del Paese cullandosi nell’illusione – difficile dire quanto inconsapevole – che quanto stava vivendo sarebbe durato e avrebbe portato benefici all’intera comunità. «Ma dietro questa effervescente vitalità», scrive Maddaloni, «si muovevano forze che avrebbero finito per trascinare Napoli e gran parte del Mezzogiorno sul sentiero della stagnazione, del declino, di una collocazione sempre più marginale nella divisione internazionale del lavoro e nella scena economica e politica italiana». Una città, insomma, che ha vissuto un’illusione, per quanto intesa, destinata a “breve scadenza”.

Gli anni Ottanta per Napoli sono anche il decennio in cui si andava esaurendo «la stagione dell’intervento straordinario che, pur tra squilibri e contraddizioni, e con l’aiuto considerevole (almeno fino al principio degli anni Settanta) delle migrazioni di massa dalle aree interne, si era tradotta in un incremento sostanziale degli standard di vita nel Meridione». Pur vantando la piazza napoletana un ruolo tutt’altro che marginale nell’industria e nella finanza pubbliche, la spinta propulsiva degli investimenti pubblici, con tutte le loro contraddizioni, si stava ormai esaurendo lasciando il posto a una stagnazione economica strisciante e ad un mesto ritiro della locale borghesia dalle attività produttive. «In un clima simile, i due grandi interventi pubblici nel Sud degli anni Ottanta, la ricostruzione post-terremoto e gli investimenti per il Mondiali di calcio che l’Italia avrebbe poi ospitato nel 1990, non vengono più iscritti in una strategia generale di sviluppo dei territori, ma vengono piuttosto usati come ulteriore fattore di spinta in direzione della ricerca della rendita».

Se è pur vero che nessuno potrà togliere alla piazza partenopea le gioie calcistiche regalate dal Napoli di Maradona e con esse la sensazione, per quanto di breve durata, di contare finalmente qualcosa oltre i confini meridionali, sottotraccia al diffuso entusiasmo del periodo covavano già quelle trasformazioni economiche, politiche e sociali che avrebbero, da lì a poco, condotto al declino e all’emarginazione che poi si sarebbero palesati in maniera evidente in apertura degli anni Novanta.

Jvan Sica ricostruisce puntualmente il Maradona visto, pensato e scritto da Gianni Brera, che non ha esitato ad apostrofarlo ricorrendo, contemporaneamente, agli estremi “divino” e “scugnizzo”, «perché della stessa alterità rispetto al mondo sono fatti», a segnalare la sua unicità prodigiosa e inarrivabile, dai limiti «al momento ignoti», Uno «sgorbio divino, magico, perverso», «un goffo orsacchiotto miracolato dal buon Dio, però non abbastanza da assurgere a macchina», uno che «finché gli gira, comanda lui. E gli altri, zitti».

Brera non mancherà, tuttavia, di riferirsi a Maradona chiamandolo «Sua Rotondità», di segnalare come «Tener palla masturbando calcio non significa dominare», dunque, in un crescendo di critica venata di malinconia, giungerà ad apostrofarlo come «Vecchio istrione criollo», «logo discolino», «capriccioso despota argentino», autore di «primedonnacciate» «la cui sazietà agonistica è divenuta ormai un fatto patetico». Per poi concludere scrivendo amaramente: «Diego Armando era Baudelaire, poeta sublime; io componevo e balbettavo versi appena corretti. Fuor di metafora, avevo delirato calcio e all’improvviso mi era apparso il messia, quello vero. Ho visto scaturire prodezze inaudite dai suoi piedoni di belva andina; il suo tronco atticciato ha espresso obliosi prodigi di grazia e di fantasia per i quali andavo in estatica meraviglia». «Grazie, Diego Armando Maradona. Altro non voglio dire, solo grazie per i prodigi di stile e di invenzione che ci hai prodigati nei tuoi brevi anni. Anche Napoli, che ha cuore, ti saprà perdonare, e naturalmente rimpiangerti. Adios».

La riflessione di Mauro Cozzolino, nel testo steso insieme e Paolino Cantalupo, prende il via dalla constatazione di come Maradona sia stato al contempo calciatore geniale dotato di immenso talento ed essere umano fragile e debole, «espressione di un empowerment individuale e sociale che ha oltrepassato tutto e tutti, unendo diversi popoli, specialmente quelli del sud», incarnando però «drammaticamente la debolezza in tutte le sue intime forme». Ad affascinare e catturare l’interesse di tanti (studiosi e non) è il suo essere stato, assieme, “Eroe” ed “Antieroe”, la sua tendenza a declinare le “diverse qualità” di cui era in possesso «in relazione al contesto, all’obiettivo e all’interlocutore».

Nel caso di Maradona la “dinamica degli opposti” propria della natura umana non si è risolta né nella scelta di una delle due nature, né nella paralisi della scelta. Egli, suggerisce Cozzolino, ha provato «a sfidare pericolosamente quelle forze profonde che, come Eros e Thanatos, si contrappongono tra loro. Il tentativo del protagonista e coraggioso e per certi versi ingenuo che si fa insieme, eroe e antieroe, provando a domare la complessità insita nella dinamica tra bene e male, individuo e società, giustizia e ingiustizia sociale, ed altre innumerevoli componenti del nostro universo esistenziale».

In vita Maradona si è trovato a confrontarsi con la povertà, la sofferenza e lo stress determinato dal trovarsi investito dall’idealizzazione e dall’idolatria delle folle ma anche con l’odio di tanti mossi da invidie e dal non sopportare il farsi spazio di un popolano incapace di deferenza, colpevole di oscurare i più nobili lignaggi sportivi e sociali. A ciò si è aggiunga la violenta pressione esercitata da una società vorace «che sa perfettamente costruire e distruggere, in relazione al solo ed esclusivo bisogno dell’hic et nunc» in anticipo, per certi versi, alla deriva contemporanea che attraversa i social network.

Se nella mitologia l’eroe carica su di sé la responsabilità della battaglia e se si considera il calcio un linguaggio archetipico, allora, sostiene Cantalupo, è possibile vedere in Maradona l’incarnazione dell’eroe della contemporaneità. «Ma ogni eroe ha un destino tragico. L’eroe della mitologia si dona e poi cade rovinosamente. Nel senso rovesciato, l’ambivalenza del mito mostra l’ambiguità fondamentale dell’archetipo. […] Gli eroi della mitologia dopo l’impresa mostrano la loro umana debolezza, la contraddizione della loro miseria emotiva».

Maradona è stato un eroe venuto dal fango delle favelas portandosi dietro lo stigma del sottoproletario ribelle, incapace di “stare al suo posto”. Se questo è ciò che tanti, più o meno consapevolmente, non gli hanno mai perdonato, è però stato anche il motivo per cui si è creato un legame indelebile con Napoli, «la città col più esteso sottoproletariato marginale d’Europa. È questo che trasfigurava i suoi gesti atletici in arte romantica. Romantica rivolta proletaria, sfrontato insulto contro i potenti del mondo e i potentati del calcio».

Virgilio D’Antonio apre le sue riflessioni domandandosi se all’uomo «che, in campo, giocava, beffava anche le regole della natura» si possa «chiedere di rispettare leggi “artificiali”, cioè create dal legislatore di turno, contingenti, imperfette, spesso contraddittorie, destinate al continuo mutamento». A tal proposito Saverio Sicilia passa in rassegna le vicende giudiziarie argentine e italiane che hanno attraversato la vita privata e affettiva di Maradona intrecciandole con il suo incarnare, più meno volontariamente, i desideri e la voglia di riscatto di folle di tifosi e al tempo stesso con il business che la sua immagine era capace di attivare. «È proprio questo il tratto saliente della figura di Maradona capace non soltanto di generare opportunità di business, ma anche di trascinare con se ideologie e aspirazioni della gente comune».

Indubbiamente «la tensione costante al superamento del limite che è forza e fonte di ammirazione – venerazione, nel caso specifico di Maradona – nello sport può diventare maledizione quando trasposta oltre i confini del rettangolo di gioco», ma, scrive Virgilio D’Antonio, «possiamo forse pretendere qualcosa di diverso da un calciatore che amiamo, ammiriamo profondamente per un gol segnato contro ogni regola del gioco del calcio, con un pugno verso il cielo? Ecco: il rapporto tra Maradona e le regole, così come quello tra noi spettatori, Maradona e le regole è tutto in quel pugno alto contro il cielo che fa finire la palla in rete».

Tratteggiato il clima culturale della città e ricordato come l’anno di approdo di Maradona a Napoli, il 1984, sia lo stesso della morte di Eduardo De Filippo e dell’uscita dell’album Musicante di Pino Daniele, Elio Goka argomenta come l’epopea di Maradona a Napoli possa essere pensata come «un romanzo di formazione tradotto in una specie di enigma dell’apparizione. Da ostetrico a saluto estremo. La sua parabola tragica è iniziata da una riformulazione della fanciullezza a un addio in forma di fuga. Per nulla annunciato. Senza sospetti. Dopo una domenica di campionato. La sua fine a Napoli è coincisa più con uno svanimento che con una scomparsa. Nemmeno il dolore per la sua morte ha saputo soppiantare il lutto anticipato che in una notte di fine inverno sottrasse la ragione della felicità a milioni di persone».

La felicità portata alla città, resta forse questa la chiave principale del passaggio dell’indimenticabile Diez a Napoli, sottolinea Goka. «Di Maradona, più d’ogni altra cosa, resti l’incanto d’aver riunito in pochi anni il desiderio collettivo e le felicità individuali attraverso un disvelamento istantaneo, fugace, ma drammaticamente visibile e ammaliante dell’ebbrezza nella sua forma più tangibile e traumatica. Questa è una formula che supera l’epica, la gloria, la caduta e l’acclamazione».

Napoli, scrive Massimiliano Amato, è stata attraversata da tante rivolte, mai tramutatesi in rivoluzioni, accomunate, in fin dei conti, dal non essere state «una forzatura, un colpo di mano arbitrario o, ancora peggio, strumentale» e dall’avere «puntualmente abbandonato durante il loro compiersi la dimensione dialettica della storicità per entrare nello spazio più ampio e indefinito del simbolico». In tutti i modi, sostiene lo studioso, si è trattato di rivolte capaci, nella loro specificità, di trasmettere al mondo esterno «riflessi profondi nel tempo storico in cui si sono sviluppate», anche quando a muoversi è stata una piccola minoranza della popolazione.

Nell’ultima rivolta, come per effetto di un moto spiraliforme la faglia si è allargata e approfondita repentinamente per cerchi concentrici. Arrivando a inghiottire tutto, vale a dire la Napoli “alta” e la Napoli “bassa”, riunite in un progetto comune: sovvertire le gerarchie del pallone e affermare il regno della Grande Bellezza. L’incontro tra il Dio del calcio e una città che nel calcio cerca da sempre la catarsi rigeneratrice che la aiuti a rinascere ogni volta dalle proprie miserie e debolezze non poteva non accendere la miccia di una rivolta epocale. Per sette anni Napoli è stata laboratorio di uno stravolgimento senza precedenti di codici consolidati da decenni di strapotere delle squadre del triangolo industriale del Nord.

Ciò è stato, a tutti gli effetti, un atto di ribellione. Se del Maradona legato a Fidel, a Chavez e, più in generale, ai movimenti ribelli latinoamericani, così come della sua battaglia contro la Fifa, è stato scritto parecchio, poco, troppo poco, sostiene Amato, è stato indagato l’impatto che ha avuto sugli equilibri consolidati del calcio italiano e l’inedita capacità, «in un contesto in cui il calcio rappresenta il principale, se non unico, fattore di identificazione collettiva», di unire in maniera identitaria l’intera città.

Enrico Ariemma ricorre ai classici per rileggere la parabola pubblica e privata del personaggio Maradona. Potrebbe trattarsi dell’ultimo «barthesiano mito d’oggi, soggetto e oggetto insieme di una narrazione che è popolare e agglutina su di sé pance e passioni di milioni di uomini comuni, ma è anche colta ed esoterica perché attraversa diagonalmente discipline di studio e di ricerca. Un dio sporco. Il più umano degli dei. Un dio sporco e umano che ci assomiglia». Oppure, continua Ariemma, potrebbe trattarsi più semplicemente di un eroe capace di rompe le regole, lottare contro il potere o, ancora, di un «genio anarchico, ribelle, passionale, nato umile ma capace di emergere e di far fronte alle difficoltà grazie alla sua abilita, generoso con gli amici, astuto sul campo ma capace di farsi ingannare più volte nella vita».

Angelo Cirasa scrive di come Maradona avesse «una sua fede nel giusto, nel bello, nella provocazione», disponesse «di una lama logica, critica», di come sapesse usarla, e di come tutto ciò sia percepibile nella bellezza dei suoi gesti in campo, una «bellezza che è incanto artistico, religioso, politico».

Giuseppe Foscari ragiona, invece, maniera semiseria attorno al “talento dei mancini” nello specifico calcistico, caratteristica che, al pari della bassa statura, dunque del baricentro basso, negli estrosi come il nostro Diez, contribuisce a mandare in tilt gli avversari. «La “mano di Dio” era un diverso, un estroso, un creativo, un genio, un talento, a immagine e somiglianza del Padreterno? E se Dio fosse mancino? Altro che neuroscienze e fisica, e Lui che, per chi ci crede, si sarebbe scelto l’alter-ego nel calcio. Per la vita avrebbe scelto altri modelli, ma, si sa, la perfezione è un requisito che spetta solo a Lui».

Mariella Palmieri guarda alla figura di Diego Armando Maradona come a una “contraddizione popolare”. A fare di lui un’icona popolare potrebbe essere stato il suo incarnare in maniera marcata e sotto i riflettori le mille contraddizioni vissute dalla gente comune. «Questo aspetto comune dell’esistenza rende la contraddizione una condizione popolare». La palese imperfezione sul lato umano è per certi versi ciò che permette a chi è lontanissimo dalla sua grandezza calcistica di immedesimarsi in lui, rintracciandovi almeno una delle proprie imperfezioni, e al contempo di condividere con il campione le prodezze sportive.

«La rivendicazione alla contraddizione diviene pubblica. Pubblicamente, quindi non solo più nella sfera privata, si può rivendicare il diritto all’errore, alla sbavatura, a un percorso di vita caotico, non lineare». Maradona non si presenta come modello perfetto; fortissimo in campo è debolissimo fuori da esso. «E come un ossimoro, questa imperfezione diventa modello. Ovvero, più esattamente, diventa qualche cosa che innesca un processo di identificazione differente. Non ci si identifica più con un modello perfetto, bensì si guarda alle imperfezioni, oserei dire ai margini. Non è la figura nel suo intero che è al centro di questo processo, ma i margini che sono oltrepassati dalla contraddizione». È come se, con le sue debolezze, Maradona mostrasse che «l’imperfezione è connaturata ad ogni persona», consentendo ad ognuno di trovare in lui la propria imperfezione, il proprio motivo di identificazione.

Pensare Diego Armando Maradona come una contraddizione irrisolta, che cioè non trova sintesi, è il punto di vista che permette di uscire dal un certo moralismo che ha spesso contraddistinto alcuni giudizi su lui. Il moralismo, che è conseguenza dell’ordine morale prodotto dalle classi dominanti (e che quindi non ha nulla a che vedere con la morale), prevede e detta le linee di condotta per le persone. Produce ed organizza le norme, crea i valori e li gerarchizza. È un sistema compiuto, finito, senza discrepanze, dove l’incongruenza, quindi la contraddizione, non è contemplata. È in questo sistema che la contraddizione vivente Maradona non ha possibilità di esistere, perché potrebbe mettere in pericolo lo status quo.

In fin dei conti identificarsi con lui può significare rifiutare il moralismo dei detentori il potere.

Alfonso Amendola e Annachiara Guerra tratteggiano una cartografia dell’immaginario maradoniano che attraversa la letteratura, il cinema, l’arte, la musica, il teatro e il videogame.

In ambito letterario tra gli autori a cui guarda Amendola figurano: Eduardo Galeano, che identifica Maradona nel più umano degli dei, vittima della stessa fama che lo ha sottratto alla miseria, una divinità sporca che dunque consente l’identificazione; Osvaldo Soriano, con il suo raccontare delle prodezze calcistiche del diciottenne militante nell’Argentinos Juniors destinato ai grandi club europei; Luis Sepulveda, che parla di “epica del calcio” riferendosi a ciò che si è costruito attorno alla figura di Maradona; Gianfranco Pecchinenda, che dal personaggio ricava un labirintico gioco di specchi in forma di romanzo ove si intrecciano il vero e l’immaginifico letterario, la realtà e la menzogna.

In ambito artistico lo studioso passa in rassegna: il celebre murales nei quartieri spagnoli, realizzato tre decenni fa da Mario Filardi, divenuto luogo di pellegrinaggio in cui si sono accumulati cimeli e ricordi lasciati dai visitatori; il murales nel quartiere San Giovanni a Teduccio, realizzato nel 2017 da Jorit Agoch; gli interventi di street-art realizzati da Tvboy a Barcellona e a Napoli; l’acrilico su carta Dance with me realizzato nel 2019 dalla street-artist Roxy In the Box; il Sandokan (Maradona) di Flavio Favelli; la mostra del 2016 La Mano de Dios dell’artista libanese Rayyane Tabet, curata da Leonardo Bigazzi al Museo Marino Marini.

Per quanto riguarda l’universo cinematografico vengono trattati: Amando a Maradona (2005) di Javier Vazquez; Maradona – La mano de Dios (2007) di Marco Risi; Maradona di Kusturica (2008) di Emir Kusturica; Maradonapoli (2017), tratto da un soggetto e una sceneggiatura di Antonio Di Bonito, Cecilia Gragnani, Jvan Sica e Roberto Volpe; Diego Maradona (2019) di Asif Kapadia.

Nel richiamare gli omaggi musicali al campione più celebri, Annachiara Guerra ricorda: La mano de Dios interpretato da Rodrigo Bueno e scritto da Alejandro Romero; Tango della buena suerte di Pino Daniele; Santa Maradona dei Mano Negra; La Vida Tombola di Manu Chao; Diego Armando Maradona di Francesco Baccini; Doma il mare, il mare doma degli Stadio; Maradò dei Los Piojos; Dale Diez di Julio Lacarra; La favola più bella, una canzone-ringraziamento della squadra nei confronti dei tifosi partenopei in occasione dello scudetto 1986/87. Infine, nel passare in rassegna i videogiochi che, in qualche modo, si sono intrecciati con Maradona, Guerra guarda a: Peter Shilton’s Handball Maradona (1986); Seibu Cup Soccer (1992); Pro Moves Soccer (1993); Football Manager 2020; Fifa 18 e Fifa 22, in cui però la presenza dell’icona di Maradona aprirà contenziosi legali.

Giunti a fine volume, che si chiude con una nota dell’editore che, da romano e tifoso della Roma, si sente in dovere di rendere a suo modo omaggio a Maradona, tornano in mente le domande che si/ci poneva Iozzoli su “Carmilla online” in occasione della scomparsa di Maradona a proposito del “mistero”, che probabilmente non potrà mai essere decifrato compiutamente, del particolare legame instauratosi tra l’icona Maradona e le “masse popolari” in tutte le loro declinazioni.

Era Diego, che dietro il suo aspetto caricaturale, eccessivo, celava un qualche magnetismo segreto e inafferrabile, come i grandi clown o i grandi dittatori? O eravamo noi (masse popolari […]) che avevamo traslato su di lui, inconsapevole mentecatto, una carico di aspettative e narrativa devastante? E non è stata forse tutta questa “letteratura” (popolare) ad uccidere l’uomo? Gesù non sfuggì al suo destino, a Gerusalemme ci andò con le sue gambe; e pure Ernesto Che Guevara in Bolivia ed altri ce ne sarebbero, da aggiungere alla lista: tutti costoro si avviarono sul Golgota spontaneamente, perché su di loro si era addensato il peso insostenibile di un Eggregore gigantesco, mostruoso, il condensato di milioni di anime perse, stanche, miserabili e indomite che ti esigono morto e glorificato, per scaldare un po’ le loro vite esangui? Si è sacrificato, Diego (supplizio autoinflitto a coca, cibo e alcol – e poteva andargli peggio), perché non poteva sottrarsi al suo ruolo? Lo abbiamo spinto noi, sul crinale infuocato della leggenda?
Maradona è stato così amato perché ha caricato su di sé tutti i peccati del mondo, in un’espiazione godereccia e torbida, esplodendo dall’interno come una stella marcia e luminosissima. Anzi, si è caricato sulle spalle il vero peccato, il Peccato Originale: la mediocrità dei mediocri, delle vite irredimibili, prive di salvezza, incapaci di tirare avanti senza i deliri di un qualche eroe, o sedicente messia. Destino epico e buffo – com’era nel suo stile arruffato, disordinato, folle, con così poco tango nelle vene.

Forse, al di là del legittimo desiderio di “comprendere razionalmente” il “mistero Maradona”, occorre non accontentarsi, si badi bene, ma saper godere di quel che resta indelebile del Diez di noi tutti, riassumibile attraverso un semplice passo della filastrocca che Leonardo Acone gli ha dedicato in apertura di libro:

Quaggiù in ogni slargo, cortile o campetto
Se vedi una finta o un esterno perfetto
Riappare il sorriso del Diez malandrino
Ritorna del calcio l’incanto bambino


Serie completa – Sport e dintorni

]]>
A proposito del fascismo di ieri, di oggi e di altro ancora https://www.carmillaonline.com/2024/03/13/a-proposito-di-fascismo-di-ieri-e-di-oggi-e-di-altro-ancora/ Wed, 13 Mar 2024 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81425 di Sandro Moiso

Enrica Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 1190, 45 euro

Scrive l’autrice del testo pubblicato da UTET/DeAgostini nell’Introduzione: «Prima di scrivere un libro che riguarda un periodo così controverso, il cui ricordo è ancora vivo nella mente di alcuni, è necessario fare qualche premessa». E, in effetti, varie premesse andrebbero fatte anche prima di recensirlo, a partire dal fatto che il periodo del ventennio fascista non è soltanto un «ricordo ancora vivo nella mente di alcuni», ma un ben preciso periodo di tempo e pratica politica, statale e non, sul quale abbondano sia la [...]]]> di Sandro Moiso

Enrica Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 1190, 45 euro

Scrive l’autrice del testo pubblicato da UTET/DeAgostini nell’Introduzione: «Prima di scrivere un libro che riguarda un periodo così controverso, il cui ricordo è ancora vivo nella mente di alcuni, è necessario fare qualche premessa». E, in effetti, varie premesse andrebbero fatte anche prima di recensirlo, a partire dal fatto che il periodo del ventennio fascista non è soltanto un «ricordo ancora vivo nella mente di alcuni», ma un ben preciso periodo di tempo e pratica politica, statale e non, sul quale abbondano sia la ricerca storica che la memorialistica. Quest’ultima, più della prima, spesso di parte e attenta, come sostiene sempre nell’Introduzione Enrica Garzilli, a salvaguardare l’integrità morale e politica dei testimoni più che la realtà dei fatti narrati. Sottolineando che si preferisce qui usare il termine “realtà” piuttosto che “verità”, nel tentativo di limitare almeno in parte l’alto tasso di discutibile interpretazione soggettiva cui spesso si accompagna la seconda.

Per comprendere appieno le ragioni di questo pistolotto iniziale e di questa recensione, occorrerebbe sfogliare con attenzione i Paralipomeni della batracomiomachia di Giacomo Leopardi e, in tale testo ottocentesco, trovare la giusta epigrafe per commentare qualsiasi discorso che si occupi delle imprese degli attuali “fascisti” e “antifascisti” istituzionali che ammorbano con le loro velleità politiche e culturali l’aere mediatico, rendendolo, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, sempre più simile a un pantano. Allo stesso tempo immobile e mobile come le sabbie destinate a trascinare nella melma, fino a seppellirlo, qualsiasi ragionamento o tentativo di inquadramento dei problemi connessi ai primi due senza per forza cadere nella banalità e nell’irrazionalità delle ideologie immutabili e pregresse.

Pretesa veramente assurda, quest’ultima, all’interno di una società (“dello spettacolo”, sia sempre benedetta l’intuizione di Guy Debord) in cui il palco di Sanremo vale quanto il parlamento e un’affermazione fatta da uno dei presentatori o dei cantanti in gara quanto un decreto legge o una ponderata riflessione filosofico-politica. Avvicinando molto la situazione italiana attuale a quella già derisa dal poeta di Recanati, nei versi composti tra il 1831 e il 1837, anno della sua morte.

Anni in cui il poeta e filosofo italiano avrebbe portato alle estreme e più mature conclusioni la sua lunga e materialistica riflessione sulla condizione umana e le illusioni, spesso men che infantili, religiose e “ideali” che ne giustificavano ogni suo aspetto più meschino, prolungandone non solo le sofferenze, ma anche la condizione di sottomissione della società italiana dell’epoca sia alle risibili monarchie nazionali, senza mai discuterne l’intrinseca religiosità e inettitudine, che a quelle, ben più potenti, austro- borboniche che si erano spartite l’Italia da secoli.

La battaglia dei topi e delle rane, appoggiate queste ultime dai ben più temibili e “corazzati” granchi, si ispirava a un poema greco in 303 versi attribuito, senza prove concrete, a Omero e la cui altrettanto controversa datazione copre un periodo compreso tra il V e il I secolo a. C. Il poemetto classico serviva però a Leopardi per mettere alla berlina sia i presunti progressisti della causa nazionale, in Italia come in Francia, che i loro fieri e ultra-conservatori avversari insieme alle potenze straniere di cui difendevano gli interessi.

Topi, rane e granchi presi tutti insieme non fanno certo una gran figura, ma ad uscire con le ossa rotte sono proprio i primi, ovvero i progressisti, che sventolando propositi liberali e organizzando inconcludenti cospirazioni non fanno altro che rendere i loro avversari ancora più forti e “cattivi” e pagando per questo prezzi esagerati, in termini di vite e carcerazioni, considerati i risultati (non) raggiunti.

Urlano sempre al lupo oppure alla vittoria certa i topi, per poi, però, fuggire a gambe levate di fronte all’avversario o tremare di paura al solo pensiero di ciò che questo potrebbe fare una volta assiso al trono. Sono gli anni compresi tra il 1820 e il 1830, grosso modo, quelli di cui parla il grande e sarcastico materialista ottocentesco, eppure non si può fare a meno di pensare all’autentica “beata ignoranza” che anima e dà fiato ai dibattiti attuali sul pericolo fascista rappresentato dalle attuali forze di governo e alle richieste dell’antifascismo istituzionale per fargli fronte.

In realtà, però, dietro alle richieste fatte a nostalgici del fascismo di antica data di fare professione di antifascismo oppure, da parte avversa, quella di fare pubblica ammenda sulle foibe o di schierarsi, senza se e senza ma, con il sionismo di Netanyahu in nome del rigetto dell’antisemitismo o, ancora, con Zelensky e l’Ucraina contro il putinismo che i due avversari si rimpallano senza alcuna vergogna o senso del limite e del ridicolo, sta il fatto che i due contendenti costituiscono le due facce di una stessa medaglia di governo e/o politica in cui forze prive di identità alcuna, dopo un adeguamento pluridecennale al comando del capitale finanziario e alle necessità del capitale sovranazionale di salvaguardare i propri profitti e interessi, cercano di spartirsi poltrone e potere fingendo e rivendicando meriti e radici politiche e ideologiche di cui non costituiscono più nemmeno un lontano fantasma. Come dire che, da queste parti e lungo le sponde della sempiterna italietta non si aggirano più né il fantasma del comunismo né, tanto meno, quello del fascismo. Perlomeno, attualmente, nelle forme in cui si erano storicamente prospettati.

Aleggia invece, ovunque e su tutte le forze in campo, l’olezzo di un liberalismo, fasullo anch’esso in un paese in cui il peso della Chiesa non è mai diminuito in maniera significativa, che, identificatosi totalmente con i valori dell’Occidente e della Nato, non fa altro che spingere l’intera nazione nel baratro di un conflitto armato di cui gli stessi governanti e i loro avversari non intendono i fini e le ragioni, ma a cui si adeguano per mancanza di idee e prospettive. Una guerra ideologica dei topi e delle rane, per tacer dei granchi, dunque. E tutto questo costituisce il motivo per cui varrebbe la pena di leggere, o almeno sfogliare, l’opera di Enrica Garzilli pubblicata sul finire del 2023 .

Enrica Garzilli è specialista di indologia e studi asiatici, collaboratrice di ricerca e docente di sanscrito, buddhismo, induismo e diritto indiano all’Università di Delhi e a Harvard (1992-2016) oltre che di Religioni e culture dell’Asia e Storia del Pakistan e dell’Afghanistan alle Università di Perugia e Torino. Ha fondato ed è stata direttore della Harvard Oriental Series – OM. Collabora con numerose riviste e quotidiani nazionali e con la Rai in ambito politico, storico e geopolitico. Nel 1997 ha fondato l’Asiatica Association, un’organizzazione no profit che diffonde la conoscenza e lo studio delle culture asiatiche. Ha fondato e diretto le riviste accademiche online IJTS (Tantrism) e JSAWS (Gender Studies) (1995-2019).

Mussolini e Oriente segue con attenzione un tema che, come afferma l’autrice, è stato tutto sommato poco sviluppato nell’ambito della ricerca storiografica italiana, una volta escluso uno studio di Renzo De Felice pubblicato nel 19881 cui l’autrice paga tributo non soltanto nel titolo. Tema costituito dal tentativo mussoliniano di ampliare la presenza e l’influenza italiana in quelle che, allora, erano ritenute aree di pertinenza o appartenenza dell’impero britannico.

Se tale tentativo, senza mai nascondere le pose teatrali e gigionesche del Duce e confermandone le velleità imperiali richiamantisi a un sempre (ancor oggi) troppo poco sbiadito mito di Roma, finì da un lato nel ridicolo e dall’altro nella tragedia del secondo conflitto mondiale a fianco dell’alleato hitleriano, allo stesso tempo segnava una grande distanza di intenti, rispetto al presunto “fascismo” odierno. Soprattutto nel volersi confrontare con le potenze coloniali e imperiali che all’epoca ancora potevano spartirsi il mondo (Francia e soprattutto Regno Unito), senza accettarne supinamente (come invece accade oggi per la politica estera italiana, qualsiasi sia il colore del governo in carica dalle guerre balcaniche in poi, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti) le mire espansive e gli obiettivi politico-militari. Considerato che l’ultimo atto di autonomia, in contrasto con la politica americana nel Mediterraneo, in decenni recenti, è stato forse quello dell’incidente di Sigonella, nell’ottobre del 1985, che costituì un caso diplomatica tra Italia e Stati Uniti, ai tempi del primo governo Craxi con Giulio Andreotti agli Affari Esteri.

Su questo aspetto della politica estera italiana torneremo ancora più avanti, mentre ora, per ragioni di brevità si riassumeranno, molto sinteticamente, le vicende storiche, politiche e, talvolta, degne di una commedia che l’autrice descrive e inquadra grazie ad un’enorme mole di materiali storiografici e d’archivio, dando vita a una ricostruzione basata su documenti originali come, ad esempio, gli appunti inediti di Tagore, Mussolini e Andreotti.

Nel 1924 Mussolini accettò la proposta del «camerata samurai» Harukichi Shimoi di fare da testimonial per una bevanda analcolica giapponese. Due anni dopo la fotografia del Duce planava dai cieli nipponici su una folla entusiasta, che riconosceva nel Fascismo gli stessi valori fondanti del Bushido: “coraggio, lealtà, senso del dovere e dell’onore e la visione eroica dell’agire in nome di un ideale fino al sacrificio estremo”.

Se il legame tra l’Italia e l’Impero di Hirohito dopo il 1936 è noto, poco si sa in merito ad altre potenze dell’Asia che nutrivano verso il Duce una fascinazione altrettanto forte come l’India di Gandhi che, sebbene non approvasse «il pugno di ferro» con cui Mussolini governava, ne elogiava l’impegno in campo sociale, specialmente quello a favore delle classi rurali e delle categorie deboli come orfani, vedove, ragazze madri, riconoscendogli servizio e amore verso il popolo. Mussolini – che segretamente definiva l’India «il forziere del mondo» e mirava a controllarla – rappresentava per Gandhi, anche un importante alleato in funzione antibritannica.

Ancora meno noto è il legame con l’Afghanistan, punto nevralgico dell’Asia centrale, scacchiere su cui si erano scontrate nel “Grande Gioco” le maggiori potenze del tempo, Gran Bretagna e Russia, e di cui, nel 1921, l’Italia fu il primo Paese al mondo a riconoscere l’indipendenza, stipulando accordi di collaborazione. Le mire internazionali di Mussolini erano affiancate da una vivace propaganda culturale. Fondamentale, in tale senso, è da considerare l’operato di personaggi come l’esploratore Giuseppe Tucci, portavoce del Fascismo in India e in Nepal, Gian Galeazzo Ciano, console d’Italia in Cina, Pietro Quaroni, ambasciatore a Kabul e abile tessitore di alleanze con i ribelli waziri.

Con alle spalle anni di ricerca, Enrica Garzilli ricostruisce così un grande affresco sulle operazioni di Mussolini nelle terre di quell’Oriente «fratello non di sangue», consegnandoci un’opera che inquadra gli anni del Ventennio secondo parametri scarsamente considerati prima. Una ricerca storiografica in cui il razzismo fascista si accompagna all’attenzione per le culture locali, soprattutto quando queste potevano essere fatte derivare dall’arianesimo e altre manfrine ottocentesche2 oppure ad un superiore spiritualismo che sempre aveva costituito un forte richiamo, come lo rimane ancora tutt’ora, per la Destra ispirantesi sia a Julius Evola che al tradizionalismo più arcaico. E di cui, tanto per attualizzare e chiarire il senso di quanto appena affermato, le controverse interpretazioni dell’opera di Tolkien e di Lovecraft costituiscono ancora la manifestazione epifenomenica nella critica letteraria.

In tale contesto di attenzione parziale alle culture e religioni ”altre” e, in particolare, ad una certa mistica visionaria di origine tibetana si manifesta una certa continuità ideologico-spirituale tra certi protagonisti delle battaglie delle “armate bianche” contro la vittoria dei soviet e delle armate rosse nella “Madre Russia”3 e lo “spiritualismo” di certa destra italiana fino a Gianfranco de Turris.

Personaggio centrale, per le vicende narrata dalla Garzilli e per la diffusione di una certa immagine dell’Italia fascista in Asia, è sicuramente quella di Giuseppe Vincenzo Tucci (1894 –1984) al quale l’autrice ha dedicato in passato una voluminosa e dettagliata opera di carattere biografico tutt’altro che priva di interesse4, soprattutto per chi voglia approfondire la storia dell’archeologia italiana in Asia e delle mire politiche che spesso hanno accompagnato le missioni archeologiche occidentale, ma anche russe, nei continenti extra-europei.

Lo studioso italiano più attivo nella propaganda e più coinvolto nelle attività del regime, quello che portò i nazionalisti bengalesi in Italia – con l’eccezione di Tagore5 invitato da Formichi – , fu Tucci, che della politica culturale fascista non fu solo un esecutore ma anche un instancabile ideatore. Da anni era determinato a dare corpo a un progetto: creare un’istituzione per diffondere lo studio della cultura asiatica in Italia, ovviamente diretta da lui, e promuovere gli scambi con l’Asia. […]
Tucci riconosceva a se stesso […], quando propose la creazione dell’IsMEO6, un duplice compito: «come orientalista e come diffonditore della cultura italiana». Con il sostegno di Gentile e in linea con la visione della poltica estera di Mussolini e la sua malcelata rivalità cion la Germania e la Francia scriveva che il suo scopo era quello «di creare in Italia una scuola orientalistica che potrebbe battere quelle straniere». Il 9 marzo 1931, infatti, inviò da Roma una relazione a Sua Eccellenza il Capo del Governo in cui si proponeva la creazione di un istituto con questi scopi, simile «all’Istituto Buddhista di Leningrado, alla Società degli amici dell’Oriente di Parigi o alla Società indiana di Berlino»7.

Orientalista, esploratore, storico delle religioni e buddhologo italiano, Giuseppe Tucci è stato autore di numerose pubblicazioni, articoli scientifici, libri ed opere divulgative. Ha condotto diverse spedizioni archeologiche in Tibet (sette tra la fine degli anni Venti e il 1939), India, Afghanistan ed Iran. Durante la vita, è stato unanimemente considerato il più grande tibetologo del mondo.

Aveva aderito al fascismo senza grande interesse politico ma, un po’ pirandellianamente, nella speranza che il regime finanziasse i suoi studi, le sue ricerche e spedizioni, in una visione della vita di carattere dannunziano in cui, come lui stesso affermava, «l’uomo è nato con un duro destino dal quale può trovar scampo soltanto l’asceta o il poeta». A differenza di Pirandello, le cui opere furono ritenute sempre troppo provocatorie per il regime, Mussolini decise di finanziarlo a fini politici, per diffondere l’immagine dell’Italia in Asia e prendere contatti con l’India in vista di un possibile disgregamento dell’Impero Britannico.

Tralasciando ora le esperienze di ricerca, la carriera, le convinzioni e le conoscenze, tra le quali occorre segnalare ancora quella di Mircea Eliade8, dell’alfiere dell’archeologia italiana in Asia centrale, occorre qui, con un salto temporale di due decenni, ricordare, che, nel dopoguerra il “santo patrono” della riapertura dell’IsMeo nel 1947, sotto la guida di Tucci, fu un ancor ventottenne Giulio Andreotti, allora già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Così, come afferma ancora l’autrice:

Vennero allestite mostre d’arte orientale a dir poco fastose che non avevano precedenti per la rilevanza dei pezzi esposti e per l’afflusso di pubblico: da campo di studi ristretto e sofisticato, riservato ai pochissimi che se lo potevano permettere, l’Oriente stava diventando un fenomeno di massa. E se l’attività dell’istituto dopo Mussolini si svincolò dall’azione politica e divenne più chiaramente culturale, ciononostante non smise mai di svolgere un lavoro di intelligence e di essere strumento di soft power9.

Il recensore deve qui scusarsi per aver saltato la narrazione delle imprese dell’imperialismo “straccione” italiano in Asia ed essere volato alle conclusioni che seguono, che si riallacciano, però, con quanto affermato all’inizio.
L’interesse di tutto il testo, che a volte simpatizza un po’ troppo per le imprese e gli ardori mussoliniani e in altre soffre di una certa pedanteria accademica, è proprio racchiuso nel tracciare la via che dalle politiche del Fascismo originario ha portato fino alle scelte dei governi italiani successive alla fine del Ventennio. Una continuità che se è spesso stata segnalata a livello di leggi, pratiche poliziesche e cariche amministrative, politiche e istituzionali, non è mai stata colta nella continuità di una certa politica estera nei confronti del Medio Oriente e dell’area mediterranea.

Non a caso la figura di Giulio Andreotti, dopo esser stata segnalata a proposito di Sigonella, è tornata nelle righe finali di questa fn troppo stringata recensione di un testo che meriterebbe ancora altre attenzioni e considerazioni. Questo per dire che se c’è stata continuità tra fascismo e governo italiano questa è stata anche in ambiti e pratiche di politica estera che tutti i governi italiani della cosiddetta Seconda Repubblica non hanno più perseguito, sia a Destra che a Sinistra. Dalla partecipazione alle guerre balcaniche, con i bombardamenti sulla Serbia, fino alla Prima guerra del Golfo e alle scelte odierne sia a riguardo dell’Europa Orientale che del Medio Oriente.

Da allora, non a caso l’IsMEO viene unito ad altro istituto nel 1995 e poi chiuso insieme a quello nel 2012 (come già è stato segnalato nella nota 6), tutti i governi hanno abbandonato le politiche, sicuramente neo-coloniali e subdolamente imperialistiche, che il regime aveva contribuito a definire, sulla base, però, di un più generale rinnovamento del capitalismo italiano, come sempre a spese della classe operaia, di cui, tanto per chiarire, l’azione di Enrico Mattei in Africa settentrionale fu ancora una conseguenza, ben lontana da quella prospettata sulla carta dall’attuale governo Meloni. Ampiamente in ritardo sull’azione russa e cinese nell’Africa Subsahariana, fino al farlocco voto parlamentare su Gaza o all’inutile e probabilmente controproducente missione Aspides nel Mar Rosso oppure alla comparsata della premier a Kiev in occasione della presidenza italiana del G7.

Razzismo e manganellate sono tranquillamente convissuti in Italia ben prima dell’avvento del governo di “destra”, e non soltanto per merito della Lega che, al massimo, per anni ha raccolto gli umori di una classe media e di una classe operaia indebolite e impoverite e, allo stesso tempo, ancora incapaci di rivoltarsi verso la mano che le tiene tuttora al guinzaglio. Mentre anche le manganellate a studenti ed operai sono state equamente distribuite, e talvolta in maniera molto più violenta delle attuali, dai governi di centro-sinistra. Dall’azione del governo Leone II nel 1968 contro i moti studenteschi a quello Rumor I successivo con gli scontri di Corso Traiano a Torino e, non potendo ricordare qui tutti gli eventi repressivi di cui furono protagonisti i governi di centro-sinistra, fino alle “quattro giornate di Napoli” del 2001 quando i maganellatori del governo di “sinistra” Amato II, il 17 marzo, servirono ai manifestanti del Global Forum l’antipasto di quello che sarebbe stato il G8 di Genova.

Non occorre procedere oltre, poiché sarebbe soltanto ridondante. Ma, per tirare le conclusioni, è necessario sottolineare come un paese privo di una classe dirigente degna di questo nome, in cui la presunta borghesia nazionale ha finanziarizzato l’economia senza dar vita ad un’autonoma strategia d’impresa economica o politica e che ha colto nella globalizzazione soltanto il momento in cui poter abbassare i salari e svendere le imprese al miglior offerente, oggi finge una battaglia politica inesistente al suo interno soltanto per poter continuare a svolgere il ruolo di lacchè nei confronti di altre economie più potenti.

Tutto questo non vuole costituire, però, il solito piagnisteo sulla patria tradito oggi diffuso dai nazionalisti di sinistra o da un’estrema destra ridotta al lumicino che contesta le privatizzazioni. Piuttosto un invito a guardare negli occhi il nemico di sempre, il capitale nazionale e internazionale, spogliandolo di ogni orpello ideologico per sfidarlo là dove è più debole e risibile.

Il libro di Enrica Garzilli, pur nelle sue imperfezioni, oltre che a una rilettura non convenzionale di quelli che furono gli interessi geo-politici italiani in Asia, può fornire, indirettamente, strumenti per contestare e abbattere un gigante dai piedi di argilla, sia quando questo si appoggia sul piede destro oppure su quello di sinistra. Rivelando, allo stesso tempo e ancora una volta indirettamente, come la fascinazione per le dottrine filosofico-religiose asiatiche, basate sostanzialmente sulla liberazione, spiritualità e affermazione del soggetto e dell’individuo, appartengano pienamente all’immaginario di destra. Così come Tucci, Eliade ed altri, con la loro opera, hanno sempre finito col dimostrare.


  1. R. De Felice, Il Fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988.  

  2. In proposito si veda: M. Bernal, Atena nera. Le radici afro-asiatiche della civiltà classica, Il Saggiatore, Milano 2011 e G. Semerano, La favola dell’indoeuropeo, Bruno Mondadori Editore, Milano 2005.  

  3. Si vedano in proposito: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012 e F. Ossendowski, Bestie, uomini e dei (prima edizione italiana 1925), Fratelli Melita Editori, Genova 1987. Si noti bene che nel titolo del secondo testo qui citato le “bestie” sono i comunisti, gli “uomini” i combattenti delle armate bianche e gli “dei” sostanzialmente coloro che stanno ai vertici del monachesimo tibetano, in particolare il Dalai Lama con i suoi insegnamenti “segreti”.  

  4. E. Garzilli, L’esploratore del Duce. Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti, vol. I pp. LII + 685 – vol. II pp. XIV + 725, Asiatica Association, Milano 2012.  

  5. Rabindranath Tagore, nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (1861 – 1941) è stato un poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo bengalese, premio Nobel per la letteratura nel 1913. Sostenitore dell’indipendenza dell’India almeno fin dal 1919, ha visto i testi di alcune sue poesie inseriti, prima, nell’inno nazionale dell’India nel 1950 e, successivamente, in quello del Bangladesh a partire dalla sua secessione dal Pakistan nel 1972. Dopo le aspre critiche rivolte al regime fascista, Tagore aveva perso il sostegno dato dal governo italiano all’Università Visva Bharati in cui insegnava. – NdR.  

  6. Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, nato nel 1933 e fusosi nel 1995 con l’Istituto italo-africano di Roma, dando vita all’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO) posto in liquidazione coata amministrativa ne 2012. A dirigere l’IsMeo erano stati chiamati Giovanni Gentile (1933-1944), Giuseppe Tucci (1947-1978), Sabatino Moscati (1978-1979) e Gherardo Gnoli (1979-1995) – NdR.  

  7. E. Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 542-543.  

  8. Mircea Eliade (Bucarest 1907 – Chicago 1986) è stato uno storico delle religioni, antropologo, scrittore, filosofo, mitografo e saggista romeno.
    Nel 1927 si impegnò attivamente nella “Nuova Generazione Romena” e i suoi articoli di questo periodo contribuirono a formare l’assetto teorico della Guardia di ferro di Corneliu Zelea Codreanu, movimento ultranazionalista di ispirazione fascista e antisemita. Dopo la laurea in filosofia (1928) vinse una borsa di studio per studiare a Calcutta, tra il 1928 e il 1931, la filosofia indiana con Surendranath Dasgupta, in casa del quale incontrò Giuseppe Tucci.
    L’esperienza e gli studi di questo periodo e lo stretto contatto con le religioni dell’India influenzarono profondamente il suo pensiero. La sua tesi di dottorato, discussa a Bucarest nel 1933, fu pubblicata a Parigi nel 1936 con il titolo Yoga, essai sur les origines de la mystique indienne (che sarebbe poi diventato, dopo successive rielaborazioni, il saggio Lo yoga, immortalità e libertà). NdR.  

  9. E. Garzilli, Mussolini e Oriente, op. cit., pp. 873-874.  

]]>
Il quartiere labirinto https://www.carmillaonline.com/2024/01/25/il-quartiere-labirinto/ Thu, 25 Jan 2024 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80721 di Giovanni Iozzoli

Enzo Stasino, Il quartiere labirinto, Edizioni Artestampa, Modena 2023, pp.184, € 18,00

“Sono nato nell’area di Sant’Antonio ai Monti e con la mia famiglia ho vissuto in un basso adderet’o chiano: il piano era una piccola stradina pianeggiante alla fine delle scalinate dei Monti, da cui si sbucava su Corso Vittorio Emanuele (…). È un reticolo di viuzze, salite, discese, scalinate – come anche le citate Cupa Vecchia, Catenacci e quelle dei Caciottoli, verso le grotte/rifugio – che danno vita in questa sezione ad un vero e proprio labirinto. Per questa ragione ho voluto chiamare “operazione labirinto” il [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Enzo Stasino, Il quartiere labirinto, Edizioni Artestampa, Modena 2023, pp.184, € 18,00

“Sono nato nell’area di Sant’Antonio ai Monti e con la mia famiglia ho vissuto in un basso adderet’o chiano: il piano era una piccola stradina pianeggiante alla fine delle scalinate dei Monti, da cui si sbucava su Corso Vittorio Emanuele (…). È un reticolo di viuzze, salite, discese, scalinate – come anche le citate Cupa Vecchia, Catenacci e quelle dei Caciottoli, verso le grotte/rifugio – che danno vita in questa sezione ad un vero e proprio labirinto. Per questa ragione ho voluto chiamare “operazione labirinto” il momento della ribellione e “quartiere labirinto” la mia zona.” (p. 101)

Attraverso una appassionata cartografia umana e urbana, Enzo Stasino ricama una memoria di amore per il suo quartiere, il suo mondo, la sua comunità e soprattutto per l’orgoglio di appartenere alla città che per prima riuscì ad espellere fisicamente l’occupante tedesco e riscattare se stessa dall’onta nazi-fascista. L’amore per Napoli e per le Quattro Giornate si intrecciano, nelle parole dell’autore, e diventano un amore unico – una Medaglia d’oro ideale all’umanità dolente dei vicoli che da Montesanto si arrampicano tortuosi verso la parte nobile della città, che si aggiunge a quella al valor militare che i napoletani conquistarono sul campo, armi in pugno.

Cosa furono le giornate che tra il 27 e il 30 settembre incendiarono di mille fuochi ribelli la città? Esiste un’ampia pubblicistica su quei giorni – per non parlare del memorabile film di Nanni Loy – e studi accademici, celebrazioni, retoriche inevitabilmente ingrigite o piegate alla normalizzazione dei tempi presenti. L’autore ha il merito di raccontare quei momenti epici attraverso le peripezie – buffe o eroiche – della “piccola gente” del suo rione, che realmente prese parte agli eventi e contribuì grandemente alla vittoria.

Il racconto di quelle vite – trasposte in forma romanzesca – riprende fatti e personaggi reali che l’autore, negli anni della sua gioventù, aveva conosciuto o di cui aveva incrociato le traiettorie biografiche. Un popolo oltraggiato dalla miseria, dalla dittatura feroce, dai bombardamenti impietosi, eppure capace di moti di solidarietà oggi impensabili: e di una tempra ribelle che gioverebbe molto alla Napoli contemporanea.

Alcuni profili umani, talune storie, possono dare l’idea di indulgere nello stereotipo della letteratura del vicolo. Ma l’arte di arrangiarsi – che traspare spesso nel racconto – non è altro che la materia grezza che può evolvere verso il ribellismo e l’insurrezione: ed è stato così in ogni angolo del mondo da Algeri all’Avana. La povera gente costruisce le sue epiche e i suoi movimenti con la materia prima che ha a disposizione: e i napoletani nell’autunno del ’43, lo fecero egregiamente.

La storia comincia negli anni ’80, quando l’autore, giovanotto, cerca di convincere suo nonno a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile. Il vecchio è restio, scettico:

In quel 1943 sporco di sangue, mio nonno era stato un partigiano. Non apparteneva a nessun battaglione o gruppo. “Partigiani” nacque al Nord, per dire che si stava da una parte, quella contro la dittatura. Ai napoletani delle Quattro Giornate fu associato dopo, e se lo tennero. Perché lo furono prima che si sapesse come chiamarli, partigiani del popolo. Sapevo che avrei dovuto mettere in atto una smielata opera di persuasione perché acconsentisse ad accompagnarmi: Armando Tortora non aveva mai voluto partecipare ad alcuna commemorazione. Come mai? Perché, diceva, quella libertà per cui lui e i suoi amici avevano combattuto, lui non la vedeva, o almeno non del tutto realizzata. Non credeva al liberatore, all’alleato: cambiandole nome in democrazia aveva esportato una nuova oppressione. Diversa da quella fascista e nazista, certo: nessun coprifuoco, nessuna fucilazione pretestuosa, nessun confino. Però avevano portato l’inizio dell’influenza sulle scelte della nazione, con la presunzione che la gestione americana del potere fosse la migliore per qualsiasi luogo, da quel momento in poi in debito perenne con i grandi Stati Uniti, i liberatori, i giusti. Così giusti che in nome della pace sganciarono le bombe atomiche, le armi più micidiali mai concepite, su Hiroshima e Nagasaki e quel gesto, nonno Armando, non se lo faceva andare giù. (p.15)

Il mistero doloroso della città resta la sua ineluttabile tendenza alla “caduta”: un movimento verso il basso che per i figli di Partenope assume contorni quasi metafisici. Napoli rappresenta la prima ribellione antifascista armata, ma è anche la città che per prima, negli anni ’50, si consegna alla peggiore reazione, sedotta dal laurismo monarchico. Il vecchio nonno aveva ragione sullo scetticismo: il popolo napoletano quasi mai riesce ad essere all’altezza della sua storia.

La rievocazione di quelle giornate cruciali del ’43, realizza la trasmissione della memoria tra le generazioni – che a Napoli assume sempre una forma prevalentemente orale – e la sfilata di vite, morti e luoghi della ribellione, riempie le pagine del racconto. Si sente il sapore dello struggimento tipico di chi ha lasciato Napoli e piange il ricordo di una città che ormai non c’è più. L’autore – chef e attore (tanto per ribadire la disinvolta poliedricità dei napoletani, che non è solo luogo comune) – , vive a Parma da tempo; e per lui raccontare la Napoli del ’43 attraverso i ricordi di un vecchio nonno, significa probabilmente anche riportare in vita la Napoli degli anni ’60/’70, in cui è cresciuto, che è oggettivamente altrettanto lontana. Nel carrozzone turistico odierno fatto di gentrificazione e periferie disperate, le storie romanzate di Donna Amalia, Zniello e degli innumerevoli Esposito, sembrano distanti anni luce.

]]>