modello di sviluppo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La Finlandia, il paese più felice del mondo https://www.carmillaonline.com/2023/04/18/la-finlandia-il-paese-piu-felice-del-mondo/ Mon, 17 Apr 2023 22:01:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76797 di Carlo Modesti Pauer

La felicità è citata nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776: “Riteniamo che queste Verità siano evidenti, che tutti gli Uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati dal Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà, la Ricerca della Felicità”[1]. Cosa sia la felicità, è oggetto di discussione da migliaia di anni e nell’ambito della nostra cultura da cui scaturisce il diritto ad essa, stabilito nel documento USA, [...]]]> di Carlo Modesti Pauer

La felicità è citata nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776: “Riteniamo che queste Verità siano evidenti, che tutti gli Uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati dal Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà, la Ricerca della Felicità”[1]. Cosa sia la felicità, è oggetto di discussione da migliaia di anni e nell’ambito della nostra cultura da cui scaturisce il diritto ad essa, stabilito nel documento USA, certamente si può farlo risalire al pensiero greco-latino. Se ne sono occupati diversi filosofi e tra loro sono più spesso ricordati Platone, Epicuro, Seneca; ai quali si aggiungeranno secoli dopo i colleghi “moderni”, come Hobbes, Voltaire, Beccaria e Verri.

Il legislatore delle colonie britanniche, affermando la fine della dipendenza dalla madrepatria oltre oceano, fissava il diritto alla felicità certamente in buona fede, seguendo un pensiero “illuminato” e legandolo indissolubilmente all’altro (complicato) termine: libertà. E non solo.

Nella Dichiarazione, sorvolando sulla venatura teologica, si dice anche “gli Uomini sono stati creati uguali”, introducendo un altro concetto fondamentale: l’uguaglianza alla nascita. E i problemi aumentano. Infatti, quando si legge “Uomini” s’intende proprio l’uomo in qualità di soggetto maschile poiché, all’epoca, la donna non godeva certo degli stessi diritti, a cominciare per esempio dal voto che le sarà concesso “solo” 144 anni dopo, nel 1920. Anche “uguaglianza” ab origine era un’affermazione tendenziosa: il figlio di un boscaiolo del Rhode Island non nasceva certo “uguale” al figlio di un banchiere di Boston.

Quanto alla “libertà”, è fin troppo noto che mentre i Padri fondatori vergavano il documento del 4 luglio, oltre 60mila schiavi neri popolavano i primi 13 Stati. Dunque, un “negro” non era uguale a un bianco, e men che meno lo erano i nativi americani, gli “indiani”, considerati né più né meno che animali selvaggi. La libertà aveva perciò un significato delimitato: era una cosa degli uomini bianchi, cristiani. Il tratto razziale fu evidente e contribuì largamente al boom economico della neonata nazione, proprio attraverso la possibilità di disporre, letteralmente, della vita di altri esseri umani ma “inferiori”, quali erano i “negri” e i “pellerossa”. I primi, commerciati in catene e poi mandati a lavorare gratis, a frustate; i secondi, vittime della feroce rapina delle loro terre ancestrali, da ammazzare e infine, concentrare i superstiti in piccole aree riservate previa deportazione[2].

I fatti costitutivi della realtà politica, contemporanea alla Dichiarazione del 1776, mostrano inequivocabilmente che donne, neri e nativi, a diverse condizioni, non erano partecipi del diritto alla felicità, dispensato dal e all’uomo bianco cristiano. Ammettendo pure, le buone intenzioni filosofiche degli estensori e mancando una definizione precisa nel testo (perché impossibile), la felicità appare perciò un’aspirazione, un diritto a cui tendere nel divenire futuro che si schiude con l’Indipendenza, appena conquistata. In questo senso, la felicità non è presente e quando sembra manifestarsi essa pare tanto sfuggente quanto effimera, episodica e di breve durata. Soprattutto, è un concetto “contenitore” e “plastico”, un termine che si può riempire e modellare variandone il significato nel tempo, dunque, anche la comprensione nella comunità dei parlanti lo stesso idioma.

Ben più complicata è la faccenda quando si presenti la necessità della “traduzione”.

Se ad esempio compariamo il significato di felicità fra inglese (USA) e cinese (Cina), postulata la precisa traduzione nelle due rispettive lingue, scopriamo che gli statunitensi tendono ad associare l’eccitazione e il successo alla felicità, mentre i cinesi prediligono collegarla alla pace e la calma. E ancora: un gruppo di ricerca misto, ha studiato i disegni nei libri per bambini che rappresentano la “felicità”, verificando che nell’editoria pedagogica taiwanese e hongkonghese questa è raffigurata con un sorriso mite, mentre nell’equivalente nordamericano il soggetto felice appare generalmente con un ampio sorriso. Non sorprende se si considera che il concetto di felicità in USA è comunemente inteso come “raggiungimento dei propri obiettivi” (individualismo) e dunque le emozioni che ne derivano sono eccitazione e orgoglio; mentre nell’estremo oriente, la concezione della felicità è incentrata sulla “fortuna” (cooperazione), perciò i sentimenti sono più simili alla gratitudine e alla soddisfazione.

Più complesso è il caso dell’Africa, dove diversi studi etnolinguistici hanno evidenziato che le parole con cui si esprimono i sentimenti sono fortemente connesse al corpo. Ad esempio, una ricerca sui i parlanti Fante e Dagbani (lingue del Ghana) ha evidenziato come i termini per definire felicità, ovvero rispettivamente “occhio d’accordo” (anika) e “cuore bianco” (suhipelli), suggeriscono quanto l’emozione (essere felice) si muova dall’interno verso l’esterno; quindi, essa dipende dal soggetto, letteralmente dall’“essere vivente” (scevro da qualunque sottinteso heideggeriano).

Allora, cosa significa oggi divulgare la notizia che “la Finlandia è il paese più felice del mondo”? Un’affermazione battuta da tutte le agenzie e rilanciata sui giornali, alla televisione e ovunque in rete, capace di scatenare interesse e discussioni a Helsinki come nei Paesi che le sono dietro, specie quelli dalla ventesima posizione in giù. Per esempio, l’Italia, già in basso rispetto all’immaginario (stereotipato) di “paese gioioso” e scesa dalla trentunesima posizione alla trentatreesima.

Prima di tutto si deve indicare la fonte della “classifica”: il World happiness report 2023, una pubblicazione annuale che analizza il livello di felicità individuale nel mondo; essa è prodotta dalle ricerche del Sustainable development network, un’organizzazione senza scopo di lucro lanciata dalle Nazioni Unite nel 2012 per promuovere l’attuazione degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” a livello nazionale e internazionale. Detto ciò, alla luce dell’indefinibilità del concetto di felicità, è ovvio domandarsi: perché allora si vuole misurarla e come è stato aggirato l’ostacolo dell’impossibilità?

Tautologicamente, si potrebbe rispondere che l’ONU desidera promuovere l’attuazione degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, lasciando cadere il quesito: quale sviluppo? Troppo comodo. Benché “sostenibile”, la matrice ideologica sottaciuta, meglio dire astutamente data come “non ci sono alternative” (TINA), è chiaramente quella dello “sviluppo” secondo l’economia occidentale, il modello industriale dominante governato dal modo di produzione capitalista con le proprie leggi e politiche. E infatti, per superare la difficoltà di definire la felicità, sono adoperati gli “attrezzi” metodologici delle scienze sociali, i quali identificano come necessari e sufficienti, sei “fattori chiave” attraverso cui si dice sia possibile misurare la felicità. Eccoli: supporto sociale; reddito; salute; libertà; generosità; assenza di corruzione.

Il “reddito” è il fattore sintomatico, la cartina di tornasole della matrice ideologica sopra indicata, la cui natura è evidentemente etnocentrica, poiché la misurazione in dollari presume il riferimento all’uso di una moneta “globale” (un tempo si sarebbe detto “imperiale”), affatto neutrale in termini di contenuti culturali e implicazioni commerciali. Un esempio: il reddito medio d’un allevatore finlandese è 54mila $, quello di un pastore eritreo di 600 $, quasi cento volte meno. La felicità del pastore eritreo sarebbe dunque prossima allo zero. Infatti, se si rovescia il parametro come controprova, un finlandese con un reddito di 600 $ l’anno risulta messo assai peggio di un clochard che rovista nella spazzatura della stazione di Helsinki. Ne consegue che il reddito medio del pastore eritreo, dovrebbe puntare a raggiungere quello dell’allevatore “più felice del mondo” (in quanto finlandese) ma questo è intrinsecamente “etnocida”, infatti, presume la distruzione (definitiva) della cultura eritrea. Ovvero, l’idea di felicità in eritrea deve conformarsi alla concezione generale della felicità finlandese, cioè a dire, alla felicità secondo “la società dei consumi” che vige nell’economia del dollaro. Quale arroganza! Perché mai un africano delle sponde del Mar Rosso, per essere felice dovrebbe vivere come uno scandinavo del Mar Baltico? Lasciamo aperte le risposte e procediamo.

Non solo è altamente problematico il parametro “reddito”, anche la “libertà” è un nodo gordiano, a cominciare dalla più semplice delle dicotomie: individuale o collettiva?

Lasciando da parte questi problemi, il metodo del sondaggio Gallup con cui si rilevano i dati per elaborare la classifica WHR 2023, si basa sull’individuazione, cioè sull’estrapolazione della percezione individuale dell’essere felici e mostra – ancora una volta – un cluster profondamente etnocentrico, una sorta di bias cognitivo-collettivo degli analisti che induce a escludere come in moltissime culture, un singolo individuo sia incapace di dirsi “felice” al di fuori della comunità d’appartenenza, sentendosi cioè sempre parte di un gruppo umano, di un organismo più grande fondato sulla cooperazione e non già sulla competizione, com’è strutturale negli USA e nei Paesi nell’orbita della sfera cd. Atlantista, imposta dopo il secondo conflitto mondiale nel quadro della Guerra fredda, cui si aggiungono Canada e Oceania.

A questo punto, diventa istruttivo l’esame delle 14 nazioni in classifica subito dietro alla “vincente” Finlandia. Sulle oltre 150 nazioni sottoposte a sondaggio, nell’ordine – dal secondo posto in poi – esse sono: Danimarca, Islanda, Israele, Olanda, Svezia, Norvegia, Svizzera, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Austria, Australia, Canada, Irlanda…e USA. Insieme alle questioni fin qui tratteggiate, si può notare un aspetto demografico dal sapore socioeconomico: quattordici su quindici (cioè esclusi gli USA) sono Paesi con un numero di abitanti compreso tra 375mila (Islanda) e 38 milioni (Canada) ma a superare i 20 milioni oltre al Canada c’è solo un altro gigante territoriale, l’Australia (26ml); esclusi questi ultimi due, la media tra i rimanenti è 6 milioni di ab. Questo dato demografico è indicatore di molteplici effetti, spesso “benefici”, sulle vite della popolazione, tuttavia, qui occorre solo segnalare la significativa relazione tra un numero basso di ab. e un alto reddito in $, dacché i primi 14 sono anche tra i cd. paesi più ricchi del mondo secondo il discusso standard del “PIL pro capite”. Con 332 milioni di ab. gli USA si trovano al quindicesimo posto dietro questa schiera di piccoli popoli “felici”. Viste le proporzioni si direbbe un successo, eppure, è forte il sospetto che siano un intruso. Quei parametri sembrano calibrati su misura da chi ha iscritto la parola “magica” nella propria costituzione.

Al di là di questa graduatoria, nel mondo gli USA scalano ben altre classifiche e detengono tristi primati. Quando si guarda alla “felicità”, alcuni diventano molto interessanti. Ecco, dunque, una sintetica ma significativa ricognizione: gli Stati Uniti hanno il più alto numero di detenuti del globo, oltre 2 milioni (davanti a Cina, Brasile, India e Russia) e il più alto tasso di incarcerazione, oltre 600 persone per 100mila ab. (davanti a Ruanda, Turkmenistan, El Salvador e Cuba); detengono il più alto numero di armi pro-capite al mondo, 120 ogni 100 ab. e il primo dei paesi “felici” a grande distanza è il selvaggio Canada con 34\100, segue la Finlandia con 32\100 (un mini-Canada europeo dal punto di vista naturalistico); vantano 7 omicidi volontari ogni 100mila ab. e sono in classifica tra Tanzania e Afghanistan, tra i quindici, il numero più basso lo registra la svizzera con 0,5\100, mentre la Finlandia è a 1,6\100; il 70% dei Mass Shootings[3] nel mondo avvengono negli USA; fra i quindici, sono primi nell’uso di psicofarmaci con l’impressionante 25% della popolazione, il tasso più basso lo segna l’Olanda con 4%; sul piano economico, nel gruppo dei quindici sono il paese con l’indice di disuguaglianza (GINI) più alto (0,38) dove la migliore è la Norvegia con 0,26; nei limiti della misurabilità del razzismo, in una lista di 78 paesi che valuta l’indice di uguaglianza, gli USA si classificano al 65° posto (tra Cina e Iran), prima è l’Olanda e 5^ la Finlandia; l’aspettativa di vita in USA è di 74,5 anni (tra Albania ed Estonia), in cima tra i paesi “felici” c’è la Norvegia con 81,6 (la Finlandia segna 79,4); al netto della spaventosa situazione della Sanità, gli USA sono al vertice del drammatico tasso di mortalità alla nascita con 18 bambini ogni 100mila ab. a fronte di 4\100mila della Svizzera.

Più complesso è il caso del suicidio. Le implicazioni culturali, in specie la religione, rendono difficile l’interpretazione dei grandi numeri, anche in considerazione della decisiva variabilità della componente soggettiva, resa ancor più sfumata dalle differenze in ordine al dato anagrafico (tendenzialmente più spesso si tolgono la vita gli anziani) e a quello di genere (mediamente si suicidano molto più gli uomini che le donne). Non è questa la sede per analizzare un fenomeno tanto multiforme. Si può solo accennare come nella cattolica e familistica Italia, si registrano 6,7 suicidi per 100mila ab. (dei quali 10,1 tra gli uomini e 3,5 fra le donne), non troppo diversamente dalla Grecia di tradizione ortodossa e anch’essa caratterizzata da forti legami famigliari[4] (5,1 ogni 100mila, di cui 8 uomini e 2 donne) e ovviamente, per analoghe ragioni, Israele (5,3\100 con 8,4 uomini e 2,3 donne). Di contro, culture lontane dal mondo mediterraneo e dalla tradizione giudaico-cristiana, mostrano dati assai diversi, come la Corea del Sud e il Giappone. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il tasso di suicidi in Corea del Sud è il quarto più alto al mondo (28,7\100mila, di cui 40 uomini e 17 donne). Un fattore del suo alto numero di suicidi è dato dalla frequenza tra gli anziani, poiché se tradizionalmente, ci si aspettava che i figli si prendessero cura dei loro vecchi genitori, questo sistema è in gran parte scomparso sul finire del 900. Molti anziani scelgono perciò di suicidarsi, per non sentirsi un peso finanziario per le loro famiglie (costrette a pagare la casa di riposo o un\a badante). Un altro motivo per comprendere l’alto tasso di suicidio – superiore alla media – è il fenomeno tra gli studenti, causato dal forte (insopportabile) livello di pressione per avere successo negli studi, sicché, quando non raggiungono i loro obiettivi, possono pensare di aver disonorato le loro famiglie, scegliendo la (auto)punizione estrema. Incentivi, sono anche l’uso di alcol, la privazione del sonno, lo stress e le scarse relazioni sociali, situazioni che possono esporre gli studenti a un rischio crescente di suicidio. Nel caso del Giappone (16 ogni 100mila, di cui 22 uomini e 9,2 donne), il suicidio è la principale causa di morte nei maschi di età compresa tra 20 e 44 anni e nelle femmine di età compresa tra 15 e 34 anni. Anche in questo caso, la pressione culturale sui giovani (nello studio e il successo nel lavoro) genera livelli altissimi di stress. Gli uomini giapponesi hanno il doppio delle probabilità di suicidarsi, in particolare dopo un divorzio. Particolarmente preoccupante è pure il suicidio tra gli uomini che hanno recentemente perso il lavoro e non sono più in grado di provvedere alle proprie famiglie. Secondo la visione tradizionale, l’aspettativa è che le persone siano sposate con una sola persona e mantengano un solo lavoro per tutta la vita, perciò lo smentire tale attesa può far sembrare un fallimento il divorzio o la perdita del lavoro.

In questo quadro, il “paese più felice del mondo” offre un dato sicuramente contradditorio, in Finlandia si uccidono 16,5 persone ogni 100mila ab., di cui 23\100 sono uomini e 7,5\100 donne. Numeri sorprendentemente simili a quelli del Sol Levante. Ovviamente, un tale discordante aspetto, è da tempo oggetto di una vastissima letteratura scientifica difficile da riassumere, tuttavia, per una breve sintesi è possibile esporre alcuni aspetti essenziali. Sebbene i tassi annuali di suicidio siano diminuiti negli ultimi anni, restano superiori alla media dell’UE e in particolare, il suicidio in Finlandia rappresenta un terzo dei decessi nelle persone di età compresa tra 15 e 24 anni. Questi preoccupanti dati sono in genere ricondotti a recenti ricerche dove si scopre un Paese con il più alto tasso di malattie mentali d’Europa, fra le quali depressione e alcolismo risultano i problemi psichici più comuni. Sono stati chiamati in causa i motivi più diversi, ma oltre a uno “stress performativo” da impatto neoliberista che accentua il drammatico cortocircuito con le avite tradizioni di vita “in armonia con l’ambiente”, è verosimile sottolineare la presenza di un tabù culturale (insieme a quelli sulla Guerra civile, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda). Infatti, a fronte di un’assistenza psichiatrica prontamente disponibile, il problema non può essere collegato alla mancanza di risorse, quanto piuttosto alla persistenza di una tabuizzazione della sofferenza psichica e della depressione che, secondo alcuni psichiatri, in Finlandia sono considerati una debolezza e un’umiliazione. Sugli stessi livelli sono anche i suicidi USA, con 16 casi ogni 100mila ab. (di cui 25\100 uomini e 7\100 donne). Sembra così aleggiare, l’inquietante spettro di una “felicità obbligatoria”.

La chiave di lettura di questo breve excursus sul primato finlandese in “felicità”, si trova nel Sustainable development network, dove balza allo sguardo l’ossimoro dello “sviluppo sostenibile”. Già nel 1973, in un articolo dal titolo Sviluppo e progresso, che non fu pubblicato dal «Corriere della Sera» per cui era editorialista, Pier Paolo Pasolini si chiedeva se le due parole fossero sinonimi e affermava che no, non lo erano: “Il progresso è […] una nozione ideale (sociale e politica), […] lo “sviluppo” è un fatto pragmatico ed economico”. Per lo scrittore, poeta e regista, lo sviluppo, è nient’altro che la crescita economica secondo la visione dell’industrialismo, del consumismo, del modello economico angloamericano, imposto attraverso il potere politico e la propaganda alle masse come origine del benessere e fonte della felicità. Pasolini, prendeva le mosse dal celebre rapporto I limiti dello sviluppo, pubblicato l’anno prima dal Club di Roma[5] in un libro divenuto best seller e tradotto in più di 30 lingue, che scatenò un acceso dibattito sul futuro dell’umanità.

Mezzo secolo dopo, i sostenitori dello “sviluppo” hanno prodotto l’ossimoro affiancando al loro totem il suadente termine “sostenibile”, sicché, ancora una volta come gattopardi[6], si fa credere che dalla crescita economica (infinita) dipenda il benessere dei popoli e la felicità. Ecco dunque, seppur dilaniati da enormi contraddizioni ben lungi dal garantire felicità, che attraverso il modello statistico generato dalla macchina ideologica statunitense, con la società come arena di competizione tra individui rivolti all’imperativo del guadagno in un mercato finanziario senza limiti spaziali e temporali, gli USA agguantano la quindicesima posizione dietro a un drappello di micro-nazioni, per lo più scandinave, e ai satelliti anglofoni dell’ex impero britannico, giganti geografici ma nani demografici. Il World happiness report 2023, è allora un documento neocoloniale, un prodotto dalla cultura tecno-scientifica angloamericana, innestata sul pensiero filosofico europeo emerso tra XVII e XVIII secolo e confluito sotto l’etichetta di “illuminismo”, uno strumento spettacolare per colonizzare l’immaginario globale.

Sorge il sospetto che con ben altro sguardo antropologico, probabilmente il popolo più felice del mondo potrebbe essere in realtà un gruppo di Masai dell’Africa orientale, dove gli etnografi registrano un indice di soddisfazione della vita (felicità) simile a quello dei 400 americani più ricchi nella lista di Forbes…

 

[1] “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.”.

[2] Perfino John Ford, un maestro del cinema USA e cantore dell’epopea western in chiave mitologica, tutt’altro che democratico e progressista, nel 1964 a fine carriera dopo 140 film gira un – seppur flebile – atto riparatore nei confronti dei nativi, è Cheyenne Autumn (Il grande sentiero).

[3] Il MS (sparatorie di massa) generalmente è un crimine in cui un aggressore uccide o ferisce più persone contemporaneamente utilizzando armi da fuoco. Inoltre, alcune definizioni includono un minimo di quattro vittime di una sparatoria in un breve periodo di tempo, escluso il tiratore. Le definizioni di “sparatorie di massa”, infine, escludono casi di violenza di gruppo, rapine a mano armata e familicidi. Gli USA, a causa del triste primato (solo dal 2009 al 2023 si contano 306 MS con 1710 morti e 1086 feriti) vantano anche un orribile “sottogenere” noto come “school shooting”, esaminato dal celebre documentario Bowling a Columbine (M. Moore, 2003). I numeri sugli assalti armati a una scuola o università, durante i quali sono vittime bambini, ragazzi e giovani (oltre ai docenti e al personale amministrativo o di servizio) sono agghiaccianti: 296 episodi nel XX sec. e 591 dal 2000 a oggi (aprile 2023).

[4] Come spunto di riferimento culturale, si può pensare a una celebre e spassosa commedia cinematografica di grande successo: My Big Fat Greek Wedding (J. Zwick, 2002).

[5] Associazione civile senza scopo di lucro, fondata (1968) e presieduta (fino alla morte, 1984) dal dirigente industriale Aurelio Peccei e poi dallo scienziato scozzese A. King, con sede a Parigi, successivamente trasferita ad Amburgo e, dal 2008, a Winterthur, con un ufficio satellite a Bruxelles; la denominazione deriva dal luogo in cui si è tenuta la sua prima riunione. Ha lo scopo di analizzare in un contesto globale i principali problemi dell’umanità, cercando soluzioni idonee.

[6] Deriva dal romanzo Il Gattopardo (G.T. di Lampedusa, 1958) dove Tancredi, il nipote del protagonista, nobile borbonico all’avvento dell’Unità d’Italia sotto i Savoia, dichiara: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

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Fuori dal tunnel: cattivi e primitivi https://www.carmillaonline.com/2016/11/09/dal-tunnel-cattivi-primitivi/ Wed, 09 Nov 2016 22:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34410 di Sandro Moiso

venaus-aggressivi Marco Aime, Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella val di Susa, Meltemi editore 2016, pp.300, € 22,00

Alessandro Senaldi, Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione, Ombre Corte 2016, pp.214, € 18,00

Come scriveva Jean Baudrillard nel 2002, (Jean Baudrillard, La violenza del globale in Power Inferno, Raffaello Cortina Editore 2003, pag. 63) a dare scacco al sistema nel mondo attuale potranno essere soltanto specifiche particolarità che non costituiscono obbligatoriamente un’alternativa, ma che appartengono sicuramente ad un altro ordine. Si trattava, [...]]]> di Sandro Moiso

venaus-aggressivi Marco Aime, Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella val di Susa, Meltemi editore 2016, pp.300, € 22,00

Alessandro Senaldi, Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione, Ombre Corte 2016, pp.214, € 18,00

Come scriveva Jean Baudrillard nel 2002, (Jean Baudrillard, La violenza del globale in Power Inferno, Raffaello Cortina Editore 2003, pag. 63) a dare scacco al sistema nel mondo attuale potranno essere soltanto specifiche particolarità che non costituiscono obbligatoriamente un’alternativa, ma che appartengono sicuramente ad un altro ordine. Si trattava, per il filosofo, sociologo e semiologo francese “di uno scontro quasi antropologico tra una cultura universale indifferenziata e tutto ciò che, in qualsiasi campo, conserva qualche tratto di un’alterità irriducibile”.

Anche se queste parole erano state scritte a seguito di una riflessione sull’allarme suscitato dall’attacco alle Twin Towers nel settembre del 2001, col passare del tempo è diventato sempre più evidente che le interpretazioni dei conflitti sociali e di classe date nel corso del ‘900 non sono più in grado di per sé di spiegare le dinamiche sottostanti ai movimenti reali che si oppongono all’attuale modo di produzione e di dominio e, ancor meno, di determinarne tattiche e strategie.

E’ un intero sistema di categorie e di ideologie che è in qualche modo fallito.
Le promesse implicite nel modello di sviluppo proposto dal capitalismo, in tutte le sue varianti occidentali e asiatiche oppure liberali o stataliste, hanno dimostrato la labilità e la fallacia dei loro presupposti, finendo però col riversare il proprio fallimento anche su tutte quelle ideologie che pur facendo del capitalismo l’obiettivo delle proprie critiche hanno comunque finito con il non abbandonarne i presupposti paradigmatici e continuato a condividerne nell’immaginario lo stesso territorio politico. Inclusa gran parte del marxismo, sia eretico che ortodosso.

Lo sviluppo, l’ampliamento della produzione industriale, il benessere legato al consumo di massa, sia di servizi che di beni materiali o immateriali, non solo non sono stati alla reale portata di tutti, ma anche là dove, pur in forme diverse, più ci si è avvicinati a tale obiettivo (Europa, USA, Giappone), tali valori paradigmatici e condivisi hanno mostrato la loro fragilità temporale, la loro vacuità e la loro sostanziale dannosità, ideologica e ambientale, trasformando un sorriso di rassegnata soddisfazione nel sogghigno squarciato del Joker.

In altre parole: i presupposti dell’espansione capitalistica e delle sue meraviglie sono venuti a mancare o, per lo meno, hanno mostrato non solo come queste fossero destinate ad una cerchia sempre più ristretta di investitori/sfruttatori, ma anche come tale gioco al rialzo (più investimenti, più produzione, più ricchezza per tutti, più investimenti, etc.) non fosse altro che un mantra ipnotico e devastante per la maggioranza della specie umana, sia in termini di realizzazione individuale che sociale.

Insomma se la visione socialista del mondo, sia nella sua variante socialdemocratica e riformista che in quella rivoluzionaria, è in qualche modo superata, lo è non perché è fallito il socialismo reale o perché una miriade di partiti e formazioni di sinistra ed ultra-sinistra è stata progressivamente sconfitta e/o riassorbita dall’avversario, ma piuttosto per il fatto che il loro presupposto storico-politico non si discostava troppo da quell’idea di progresso, di organizzazione politica partitica e di sviluppo che condivideva con il nemico a partire fin dall’Illuminsimo e dalle due grandi rivoluzioni del XVIII: quella francese e quella industriale. Progresso e sviluppo senza fine e al di là di ogni confine.

Che con la globalizzazione economico-finanziaria sembravano aver raggiunto il loro apice, ma che, con le attuali vittorie, per non dire trionfi, dei cosiddetti populismi dalla Brexit a Trump,1 vedono invece detonare tutte le loro contraddizioni in maniera asimmetrica e nel cuore del sistema. Movimenti sismici che sembrano trasmettere onde telluriche sempre più vicine e apparentemente imprevedibili, destinate a frantumare le certezze sia dei sostenitori dell’espansione basata sulla speculazione finanziaria e bancaria (da Renzi alla Clinton2) che di un antagonismo sociale talvolta ancora radicato in un immaginario politico che, come nel caso di “Born In The USA” di Springsteen per la corsa alla presidenza degli Stati Uniti appena conclusasi, giova ormai di più alla causa della conservazione che a quella del superamento dell’attuale modo di produzione.

Per tutti questi motivi l’alterità irriducibile di un movimento come quello No Tav sviluppatosi nella e a partire dalla val di Susa, ormai da più di 25 anni, non può essere facilmente irreggimentata nelle interpretazioni classiche della sociologia e delle ideologie politiche. Infatti, anche se la componente anti-capitalista e ambientalista è sicuramente forte, è altrettanto vero che molti altri aspetti (locali, individuali, storici, geografici e culturali solo per ricordarne alcuni) concorrono a determinarne le caratteristiche e la combattività.

Non a caso due delle più recenti ed interessanti opere uscite nel corso degli ultimi mesi sono state pubblicate una, quella di Meltemi, nella collana Biblioteca/Antropologia e l’altra, quella di Ombre Corte, nella nuova collana Etnografie. Scelte non tanto determinate dagli editori quanto dalle metodologie utilizzate e rivendicate dai due autori per analizzare la forza e la capacità di resistenza, sviluppo ed offensiva dimostrate dal tale movimento nel corso degli anni.

Entrambi i testi si pongono, infatti, in una dimensione altra rispetto alla semplice rievocazione dei fatti e delle lotte oppure della ricostruzione delle vicende politico-economiche che hanno portato alla scelta e all’autentica truffa della realizzazione di una linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci che proprio nella val di Susa doveva transitare.
Non siamo di fronte ad una semplice, per quanto ricca, oral history3 né, tanto meno, ad una appassionante ricostruzione della dialettica conflittuale venuta a realizzarsi tra lotte del Movimento e decisioni mafiose, imprenditoriali e governative.4

Una delle principali caratteristiche di tale movimento è infatti quella che vede, al di là delle simpatie e delle celebrazioni nei suoi confronti manifestatesi sia dentro che fuori i confini nazionali, il forte radicamento sociale e territoriale dei suoi militanti e delle loro ragioni porsi ben al di là dei normali limiti politici, sindacali, generazionali e di classe che hanno spesso determinato le caratteristiche dei movimenti del ’900.

Un movimento che non solo, come tutti i grandi rivolgimenti sociali della storia, ha prodotto una nuova cultura, nuovi valori, una nuova visione dei rapporti umani e politici, una nuova concezione di quelle che dovrebbero essere le scelte ambientali ed economiche, ma anche, e soprattutto, una irriducibile volontà di resistere per costruire una differente comunità umana.
Una comunità che oltre a riprendersi lo spazio intende, come afferma Wu Ming 1 in una delle più felici intuizioni del suo ultimo libro, riprendersi il tempo. Non poi, non dopo la fine della lotta e la vittoria, ma subito. Qui, ora e adesso. Dove spazio e tempo coincidono, come la fisica contemporanea ci ha da tempo avvisati.

fuori-dal-tunnel Come questo sia diventato possibile, nel corso dei venticinque anni di lotta in cui tale movimento si è dispiegato, non può essere soltanto una vecchia lettura politica a spiegarcelo; così l’antropologo Marco Aime, docente di Antropologia culturale presso l’Università di Genova, si sforza di penetrare il segreto di tale efficace resistenza creativa attraverso interviste e testimonianze raccolte sul campo che, più che elencare ancora una volta eventi e ragioni che hanno accompagnato e accompagnano tutt’ora la lotta, sono destinate a rivelarne l’intrinseca esperienza umana e comunitaria. Con i propri riti, le proprie narrazioni e le proprie riflessioni, individuali e collettive.

Scrive Aime: “A differenza dei movimenti di protesta del recente passato, quelli attuali non si costituiscono nella classica forma di partito, né cercano alleanze con i partiti esistenti, ma soprattutto, nella maggior parte dei casi, vengono avversati dai partiti istituzionali, tanto di destra quanto di sinistra. E’ il caso del No-Tav, ma anche di altre realtà antagoniste simili.
Se in passato un movimento di protesta veniva in qualche modo accolto da una parte politica e le sue rivendicazioni trovavano una sponda istituzionale, oggi non è così o almeno non lo è nella stessa misura […] Destra e sinistra, conservatorismo e progressismo, sono divenuti leggere sfumature di un modello pressoché consolidato, fondato sul profitto, che richiede un consenso generale di chi governa e in cui etica, ideali e valori non trovano più spazio. Come non trova più spazio riconosciuto la communitas […] La communitas in quanto anti-struttura ha il fondamentale compito di fungere da contrappeso al modello dominante. Quando tale contrappeso viene a mancare, il rischio è un senso di soffocamento, di oppressione tipico di una realtà mono-dimensionale, che progressivamente si chiude su se stessa […]Il caso della valle di Susa diventa allora paradigmatico di una comunità che propone un’alternativa e che la difende per oltre venticinque anni contro un fronte istituzionale quasi unanime formato da forze politiche tradizionalmente rivali tra di loro, ma accomunate da una identica visione che privilegia lo “sviluppo” e l’economia letti in un’ottica macro rispetto alle esigenze locali. Visto in una cornice più ampia il movimento no-tav esprime un disagio piuttosto diffuso nei confronti di un modello economico sempre più dominato da interessi ristretti, da una sempre minore redistribuzione e da un sempre maggiore attacco all’ambiente. Un disagio che il movimento è riuscito a organizzare in protesta e in proposta.
” (pp. 285-290)

Ecco allora che il titolo del testo, Fuori dal tunnel, ci dice molto, perché qui non si tratta più di analizzare ciò che accade nello scavo e per la realizzazione della “Grande opera di importanza strategica” ma, piuttosto, la proposta di uscita dal tunnel senza sbocco in cui l’attuale modo di produzione si è infilato, abbagliato soltanto dalle logiche del profitto e del dominio incontrastato.
Fuori dal tunnel , però, anche per l’attenzione che la vita comunitaria del Movimento merita, così come la meritano le riflessioni dei suoi militanti.

Io sono passato dal considerare il nemico e il combattere noi contro di loro a combattere me stesso, sono o il nemico, perché con le mie scelte e abitudini ho contribuito a creare il tessuto sociale per questo mostro che è nato e vive di vita propria nella totale indifferenza delle popolazioni, a causa di milioni di persone che hanno comportamenti che favoreggiano questa cosa5

Più volte, nelle conversazioni con attivisti No-Tav delle manifestazioni, mi sono sentito dire rasi del tipo: «In fondo ci si diverte anche». E questa è un’altra cifra caratteristica di questo movimento ed è un ulteriore dato che conferma la dimensione di communitas, perché l’ironia è una delle forme di comunicazione tipiche delle antistrutture. Gli scherzi, le battute, il sarcasmo hanno l’effetto di sovvertire la struttura dominante delle idee. «Il riso e gli scherzi, attaccando la classificazione e la gerarchia, sono ovviamente simboli atti a esprimere la comunità nel senso di rapporti sociali non gerarchizzati e indifferenziati» scrive Mary Douglas.6 Insomma, il burlone alleggerisce per tutti l’oppressività della realtà sociale, facendo piazza pulita del formalismo in generale.” ( pag. 157)

Come anche la lotta condotta da alcuni militanti contro i provvedimenti disciplinari presi nei loro confronti dalla Procura di Torino, e la vicenda di Nicoletta Dosio in particolare, ben testimoniano.
Rimane comunque il problema del tentativo in atto da parte delle istituzioni statali, forse unico nella storia delle lotte degli ultimi decenni in Italia, di criminalizzare un’intera comunità: quella della bassa val di Susa.

Osserva ancora Aime: ”Ogni conflitto nasce da una relazione ed è qui che nasce il pensiero relativista; dalla possibilità di conoscere ed eventualmente riconoscere la differenza. Laddove questo conflitto viene impedito o negato ci troviamo di fronte all’imposizione di un’unica verità dogmatica, che non prevede alternative, né spazi di traducibilità.
La mancanza di alternative possibili o ipotizzabili è a un tempo causa ed effetto di un’operazione di chiusura. Se ciò che pensiamo è il vero e l’assoluto, allora non esiste possibilità di declinarlo in altri modi, non sono possibili altri mondi, altre realtà. Pensando in questo modo, ci isoliamo da, impedendo l’accesso a chiunque sia portatore di cambiamento. Se poi quel qualcuno è tra noi, va espulso o messo a tacere.
” (pag.287)

cattivi-e-primitivi Proprio di questo aspetto repressivo di espulsione, reclusione e silenziamento del Movimento No Tav e dei suoi militanti si occupa invece il testo di Alessandro Senaldi edito da Ombre Corte. Ricercatore indipendente nel campo della sociologia della devianza e del mutamento sociale, impegnato nello studio criminologico dei movimenti sociali, l’autore, nell’affermare l’importanza scientifica del Movimento No Tav, dichiara che: “Il movimento in questione trova la sua particolarità nella sua storia e nei risultati raggiunti. Nato come movimento territoriale all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, ha saputo cambiare pelle con il mutare del tempo, adattandosi alle diverse fasi che la storia gli imponeva e bloccando, di fatto, la realizzazione dell’opera. Dopo venticinque anni dalla sua «fondazione» il dato che ci viene consegnato è quello di un movimento ancora in salute, che non ha pari nel nostro paese per costanza e quotidianità di iniziativa. Proprio la sua intergenerazionalità lo rende particolarmente interessante, in quanto, col tempo, ha assunto un ruolo totalizzante nel contesto valsusino, implementando una propria pedagogia, dei propri miti, una propria storia, fino ad arrivare a vere e proprie pratiche mortuarie. Un movimento che orienta e accudisce le giovani generazioni, le fa crescere ed infine le conduce fino alla propria uscita dalla scena. Un movimento che si inscrive e sovrappone all’esperienza esistenziale dei singoli, arricchendola e fornendogli una nuova dimensione ontologica.” (pp. 7-8)

Per questi motivi si rivela particolarmente utile l’uso del metodo etnografico, proprio per analizzare sia le strategie e i discorsi messi in atto dalla compagine istituzionale per realizzare l’opera e fronteggiare il movimento che vi si oppone sia quelle messe in atto dalla controparte.
L’etnografia per Senaldi è una necessità: “La scelta del metodo etnografico è stata una scelta «dovuta». Quest’ultimo ha infatti peculiarità proprie, che ben si prestano allo studio dei diversi temi affrontati nella ricerca. Inoltre consente di muoversi con una certa libertà all’interno delle maglie strette del paradigma scientifico, in quanto respinge la formulazione rigida e preconcetta di teorie e fa procedere queste ultime di pari passo con la ricerca; favorisce peraltro l’impiego di un approccio trans-disciplinare che abbatte i confini tra aree di conoscenza.” (pp. 8-9)

Scelta che deriva oltre che dal percorso biografico e dalla militanza pluriennale all’interno del movimento No Tav del ricercatore, anche dal fatto che, come già affermava Danilo Montaldi,7 nel metodo etnografico “è possibile ritrovare espliciti fini «etico-politici». Questo perché «gli angoli visuali incidono in modo detrminante sulla rappresentazione, sulla narrazione e sulla creazione stessa della realtà».8 Questa considerazione è ben riferibile al caso della vicenda Tav, in cui vi sono almeno due divisioni diverse della «realtà dei fatti»: quella narrata dai diversi livelli di potere e quella del movimento che si oppone alla realizzazione dell’opera. La scelta metodologica è quindi determinata dalla necessità di fare emergere il punto di vista del movimento No Tav, le sue pratiche, le sue rappresentazioni e narrazioni; oltre che dall’occasione di «documentare l’esperienza di soggetti sociali trascurati dalla storiografia e dalla ricerca sociale».9 In sostanza «dar voce a chi voce non ha»”. (pag. 9)

Anche nel caso del testo edito da Ombre Corte, il titolo è rivelatore: Cattivi e primitivi. Due termini che riassumono inequivocabilmente l’immagine che i fautori delle Grandi Opere vogliono dare di coloro che a tali opere si oppongono.
Cattivi perché dannosi per gli interessi della Nazione e primitivi perché inadeguati e impreparati per le meraviglie della modernità. Tutto sommato un giudizio che accomuna i valsusini, ma anche tutta la storia dei movimenti di classe e anti-sistemici più radicali, a tutti quei popoli espulsi dalla Storia con la violenza della modernità.

La Storia, lo si sa, la scrivono i “buoni” e i “progressisti”; gli altri resteranno sempre tra i popoli senza storia o tra i vinti perché cattivi o inutili. Ma ciò che ha funzionato per secoli non è detto che debba funzionare obbligatoriamente ancora in futuro. Il mantra del cambiamento istituzionale, dal “Sì” al Referenduma alla TAV, ormai traballa insieme a tutto il sistema che li ha ideati e non ancora prodotti, mentre la partita è ancora tutta da giocare. Però su un campo di gioco e con regole totalmente differenti, come potrebbero dire i killer di Pulp Fiction ideati da Quentin Tarantino.

La ricerca di Senaldi si riferisce, principalmente, ad un periodo di osservazione e partecipazione ad iniziative, eventi, vita quotidiana, lavori e pratiche giornaliere riconducibile all’estate del 2013.
La parte centrale del mio lavoro è rappresentato da interviste non strutturate. Più precisamente ho raccolto delle «interviste in profondità» che cercavano di indagare la ricostruzione che gli attivisti danno dei dispositivi di controllo implementati, le dimensioni motivazionali e i mutamenti biografici e relazionali delle persone che partecipano alla lotta.” (pp. 9-10)

Grazie a tale metodo, ne deriva un coro di voci anonime, ma autentiche che delineano collettivamente le scelte, i discorsi e le strategie del movimento nel suo insieme. Fungendo così da perfetto contraltare al discorso e alle pratiche repressive istituzionali.
Non ci sono categorie di No Tav che non siano soggetti a tali pratiche poliziesche, e non si tratta di un provvedimento riguardante solo gli attivisti più duri. Durante la mia permanenza ho avuto modo di dialogare con alcuni attivisti appartenenti al gruppo «Cattolici della Valle», che, ridendo, mi hanno fatto notare come, essendo quelli che visitano più spesso il cantiere, andando a pregare lì ogni mattina, sono conseguentemente quelli più schedati e fermati dalle FF.OO. Qui […] pur essendo mantenute – soprattutto dal punto di vista pubblico – le pratiche discorsive di discernimento tra «buoni» e «cattivi», si assiste tuttavia a un evidente cortocircuito nel rapporto tra queste ultime e le pratiche del controllo poliziesco. Sarebbe a dirsi che nell’attacco a tutto campo delle tattiche antagoniste in questione, ritroviamo nuovamente la volontà di applicare una reductio ad unum del controllo ed estendere così lo status di non cittadini.” (pag.127)

Si dimostra in tal modo perché, così come gli antropologi che compiono ricerche sul campo in ambienti lontani dalle pratiche del mondo civilizzato oppure da quest’ultimo relegati al di fuori della legalità e del suo riconoscimento giuridico devono fare, oggi chi si occupa di lotte realmente antagoniste è altrettanto costretto a studiare il suo soggetto come “altro” dalla società che lo ha prodotto e che pur combatte, riportando il discorso su quella irriducibile, e andrebbe aggiunto inevitabile, alterità di cui si è parlato all’inizio di questa lunga recensione.

Alterità che, nonostante gli sforzi dello Stato e dei suoi galoppini mediatici ed ideologici, non può e non vuole essere relegata in una sorta di “riserva indiana”, come forse anche qualche benpensante democratico vorrebbe intendere la lotta No Tav nel suo contesto. Anche perché, nonostante gli sforzi imponenti, “Anche sul versante giuridico, come su tutti gli altri livelli, il dispositivo sembra però in affanno. La sensazione è che la compagine istituzionale stia, rispetto ai soli confini geografici della Valle, tentando l’applicazione casuale dei dispositivi di controllo disponibili, attraverso un procedimento che potremmo definire di «trial and error». Un procedimento per il quale – anche a seconda delle fasi evolutive della lotta – gli attori preposti al governo della popolazione e al suo controllo affiancano ai dispositivi volti al disciplinamento (accumulando saper sulla società) quelli miranti alla neutralizzazione e all’espulsione dei non cittadini, insieme a tattiche di polizia e giudiziarie che puntano invece alla deterrenza. Questo affanno, questo tentativo di usare tutti i mezzi possibili dimostra la difficoltà che la compagine istituzionale avverte nel controllare e leggere la conflittualità sociale.” (pag. 160) Che, aggiungerei, non vuole e non sa più leggere finendo col credere soltanto più nel proprio discorso: farsesco e fuorviante allo stesso tempo.

contrees Due ottimi libri, interessanti e documentatissimi, per comprendere e andare oltre le letture ormai “istituzionalizzate” di uno dei movimenti più vivaci ed innovativi della realtà europea contemporanea. Mi permetto però, e soltanto a questo punto, di suggerire che, per capire a fondo le trasformazioni in atto nelle lotte più significative, sarebbe necessario anche la traduzione in lingua italiana dell’inchiesta parallela condotta attraverso cinquanta interviste a militanti NO Tav italiani e ad altri cinquanta militanti francesi della Zad di Notre-Dame-des-Landes, prodotta ed edita dalle compagne e dai compagni del Colletivo Mauvaise Troupe: Contrées. Histoire croisées dela zad et de la lutte No TAV dans la Val Susa, Éditions de l’éclat 2016, pp.412


  1. Si veda in proposito il mio https://www.carmillaonline.com/2016/06/24/outsiders-vs-establishment/  

  2. Sulla scarsa credibilità elettorale e sull’inevitabile sconfitta della candidata democratica si veda ancora il mio https://www.carmillaonline.com/2016/05/02/donne-sui-tre-lati-della-barricata/  

  3. Come quella già efficacemente prodotta a cura del Centro sociale Askatasuna: A sarà düra! Storie di vita e di militanza no tav, DeriveApprodi 2013  

  4. Come nel caso dell’ultimo testo di Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve, Einaudi Stile Libero 2016  

  5. cit . in Aime, pp. 205-206  

  6. M. Douglas, Antropologia e simbolismo, il Mulino, Bologna 1985, pp. 76, 88  

  7. D. Montaldi, Militanti politici di base, Einaudi 1971  

  8. Gianfranco Carofiglio, L’arte del dubbio, Sellerio Editore 2007, pag. 15  

  9. Alessandro Dal Lago e Rocco De Biasi, Un certo sguardo. Introduzione all’etnografia sociale, Laterza 2002, pag.XXXII  

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