militanza – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 22 Oct 2026 05:37:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Vocazione rivoluzionaria. ‘O Zulù https://www.carmillaonline.com/2025/04/11/vocazione-rivoluzionaria-o-zulu/ Fri, 11 Apr 2025 20:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87850 di Giovanni Iozzoli

Luca Persico, Vocazione rivoluzionaria. ’O Zulù. L’autobiografia mai autorizzata di Luca Persico, Il Castello Editore, Milano 2025, pp. 270, € 19,00

Diffidare della memorialistica di movimento – in particolare di quello scivolosissimo genere che è l’autobiografia – è sempre cosa buona e giusta. La maggior parte di tali lavori è appesantita da retoriche, reticenze, autoesaltazioni o pentimenti, tali da renderne discutibili gli esiti letterari. Per fortuna ogni tanto qualche eccezione c’è. E una di tali eccezioni ci sembra Vocazione rivoluzionaria di Luca Persico, in arte Zulù, storico front-man dei 99 Posse. Cos’è che rende questa autobiografia godibile e [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Luca Persico, Vocazione rivoluzionaria. ’O Zulù. L’autobiografia mai autorizzata di Luca Persico, Il Castello Editore, Milano 2025, pp. 270, € 19,00

Diffidare della memorialistica di movimento – in particolare di quello scivolosissimo genere che è l’autobiografia – è sempre cosa buona e giusta. La maggior parte di tali lavori è appesantita da retoriche, reticenze, autoesaltazioni o pentimenti, tali da renderne discutibili gli esiti letterari. Per fortuna ogni tanto qualche eccezione c’è. E una di tali eccezioni ci sembra Vocazione rivoluzionaria di Luca Persico, in arte Zulù, storico front-man dei 99 Posse. Cos’è che rende questa autobiografia godibile e coerente? La radicale sincerità, la “resa incondizionata” davanti al lettore con il quale l’autore sceglie di giocare, per così dire, a carte scoperte.

“Ha scritto la storia di getto, a suo modo, senza abbellimenti né storpiature, senza inutili accanimenti né assoluzioni postume. Senza scorciatoie. Una necessaria eruzione di parole calda come la lava di quel Vesuvio che, da sempre, è straordinario maestro di precarietà per tutti i napoletani.” – scrive nell’introduzione Federico Traversa.

Luca Persico è stato molte cose nella sua vita, oltre che musicista. La sua traiettoria biografica ce lo ricorda: innanzitutto un militante tout court (passato giovanissimo dall’esperienza di Dp ai collettivi autonomi napoletani); una figura iconica, per un certo periodo, della scena musicale italiana; e un artista vero, nella capacità di creare, distruggere e ricreare di volta in volta il senso del proprio stare sul palco. A questo ci aggiungiamo una instancabile attitudine a viaggiare, conoscere, sradicarsi e ri-radicarsi in mondi diversi, sempre al ritmo della propria musica, senza sconti e compromessi.

Ricordo le notti passate a cercare la rima giusta davanti al camino e ricordo una riunione in cui rifiutammo l’offerta di un noto produttore napoletano: mezzo miliardo di lire per l’esclusiva del tour senza però date “politiche” e biglietto a prezzo imposto. Dicemmo no, senza esitazioni, all’unanimità, e poi piangemmo tutti insieme. (p.113)

È la storia di un gruppetto di ragazzi – e collaboratori di varia umanità – che si ritroveranno in pochi mesi a passare dalla più sbracata dimensione amatoriale, ad un successo travolgente e ad una celebrità mai inseguita, piovuta quasi per caso sulle loro esistenze. Nel 1992, l’anno di uscita del loro primo disco, misero insieme la bellezza di 120 concerti. Nel 1993 quasi 200! E tutto questo in una frenesia di eventi politici, culturali e sociali, incontrando migliaia di persone, intessendo amicizie e inimicizie perenni, vivendo in città e mondi differenti.

Questa ricchezza di vita viene squadernata pagina dopo pagina, senza verbosità ed eccessive concessioni all’ego. Il fatto che questa non sia una storia “dei maledetti 70” rende meno drammatica – ma non meno intensa – la vicenda umana e politica che racconta, permettendo un surplus di autoironia e malinconica svagatezza. Luca è un bambino degli anni ’70; respira fin dalla più tenera età le benefiche tensioni del decennio, ma si ritrova a vivere da giovane adulto nel pantano del riflusso, per il quale avverte una naturale estraneità. Questa tensione irrisolta tra passato, presente e futuro, ha fatto di lui lo spirito inquieto – e artisticamente fecondo – che il pubblico italiano ha apprezzato lungo l’arco di trent’anni.

Come musicista – e anima politica dei 99 Posse – Zulù non si è fatto mancare niente: Disco d’Oro col suo gruppo nel ’96, autore di colonne sonore e di una infinità di concerti organizzati in ogni luogo e in ogni modo, nello spazio di tre continenti. È stato tra i primi ad impattare con successo di pubblico la scena Rap e Hip Hop italiana, reinterpretandola però con leggerezza, spirito di dissacrazione e un surplus di polemica politico-ideologica. In questo raccoglieva la lezione di coloro che – vedi gli Onda Rossa Posse – erano arrivati poco prima di lui su quel fronte musicale ma coltivavano il genere con un senso di più rispettosa ortodossia. Per Luca e i 99, invece, il Rap era solo uno dei molti modi di comunicare amore e rabbia – e lo strumento si poteva maneggiare o modificare alla bisogna. Tutto molto napoletano.

Le foto con Arafat alla Moqada e l’evocazione del sub-comandante Marcos che dorme nella tenda a fianco alla sua nella Selva Lacadona, sono la riprova che non di un testimone effimero o occasionale si sta parlando. È la storia di una generazione arrivata alla politica per un’attitudine controcorrente e caparbia. Una stagione lunga che comincia negli anni ’80, con la rivendicazione orgogliosa di una identità sconfitta; e passa attraverso la Pantera, il ciclo dei centri sociali, le prime forme di autorganizzazione operaia, per approdare a Genova ed inaugurare – con un’altra sconfitta! – un nuovo indecifrabile secolo. E le canzoni dei 99 Posse hanno costituito a buon diritto la colonna sonora di questa corsa a perdifiato attraverso gli anni della globalizzazione e della “incredibile opposizione” che andava montando in Italia e nel mondo.

Sempre consapevole del suo background, Luca rivendica di essere stato prima di tutto un militante politico che a un certo punto della sua giovane storia, incontra la musica e decide di cavalcarla, accorgendosi che i linguaggi e gli strumenti della sua generazione politica non funzionano, essendo quasi tutti mutuati dall’eredità ingombrante del decennio precedente. È l’attivismo politico che evolve e dilaga nel discorso poetico e musicale: tutto parte da lì e lì deve tornare, nella storia tormentata dei 99. Questa testarda centralità della militanza, è l’elemento che tiene insieme i frammenti di una vita eccedente e incasinata: Luca è stato “militante” quando scriveva volantini per gli studenti, quando correva travisato in mezzo ai lacrimogeni, quando conobbe la prima volta il carcere, quando cominciò quasi per gioco a scrivere canzoni. E lo è stato, in qualche modo contorto e obliquo, anche nei periodi di “dissoluzione esistenziale”, quando le droghe prima e la depressione poi, parevano averlo strappato alla sua originale irriducibile “vocazione rivoluzionaria”. La militanza è il prisma che tiene insieme tutte queste vite e dà dignità ad ognuna di esse. Così come questo libro, che in poco meno di 300 pagine, riesce a contenere le diverse anime di questo strano artista napoletano, verace e camaleontico allo stesso tempo. O’ Zulù, trent’anni dopo il suo timido esordio in un capannone occupato della periferia orientale di Napoli (Officina Rettifica Motori, civico 99) ha ancora molto da dire, di sé e del mondo.

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Rita Majerotti: maestra, femminista, militante comunista https://www.carmillaonline.com/2024/07/31/rita-majerotti-maestra-femminista-militante-comunista/ Wed, 31 Jul 2024 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83648 di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Rita Majerotti. La lunga militanza: dagli esordi all’immediato secondo dopoguerra, Pagine Marxiste, Serie viola Donne proletarie n° 1, Milano 2024, pp. 302, 15 euro.

Credo che si “nasca” socialisti, come si nasce poeti. (Rita Majerotti)

Con il primo fascicolo della «serie viola», dedicata alle biografie e alle storie di donne proletarie, prosegue l’impegno del collettivo politico-editoriale di Pagine Marxiste teso a riportare alla luce le vicende e le vita di tanti militanti comunisti che le sconfitte della Storia e le opportunistiche rimozioni da parte della Sinistra, anche non istituzionale, hanno contribuito a cancellare dalla memoria [...]]]> di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Rita Majerotti. La lunga militanza: dagli esordi all’immediato secondo dopoguerra, Pagine Marxiste, Serie viola Donne proletarie n° 1, Milano 2024, pp. 302, 15 euro.

Credo che si “nasca” socialisti, come si nasce poeti.
(Rita Majerotti)

Con il primo fascicolo della «serie viola», dedicata alle biografie e alle storie di donne proletarie, prosegue l’impegno del collettivo politico-editoriale di Pagine Marxiste teso a riportare alla luce le vicende e le vita di tanti militanti comunisti che le sconfitte della Storia e le opportunistiche rimozioni da parte della Sinistra, anche non istituzionale, hanno contribuito a cancellare dalla memoria di classe.

Il presente volume, ancora una volta è stato curato da Mirella Mingardo, studiosa e militante che in passato ha già pubblicato uno studio su Togliatti guardasigilli (Colibrì 1998), con lo scomparso Arturo Peregalli, mentre sempre per i tipi di Pagine Marxiste ha pubblicato I comunisti italiani e la guerra civile spagnola. La stampa clandestina 1936-1939 (nel 2016) e Cronache rivoluzionarie a Milano 192-1923. Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista (2022).

La figura posta al centro dell’attenzione , in questo caso, è quella di Rita Majerotti, maestra ed esponente socialista e poi comunista di Castelfranco Veneto, la cui vita ha attraversato i primi sessant’anni del Novecento, sempre schierandosi spontaneamente dalla parte delle donne e della rivolta proletaria, dall’iniziale collaborazione con la stampa socialista alla fondazione del Partito comunista d’Italia fino agli anni oscuri del Fascismo e della controrivoluzione staliniana e alla ripresa politica post-bellica nell’illusione delle promesse togliattiane della democrazia partecipativa e del partito di massa.

Ma, sebbene gli studi su di lei non manchino, il suo nome resta ancora poco noto. Così la ricerca, che segue l’intera sua vita, dalla giovinezza all’età matura, e sul percorso politico – che poggia su indagini precedenti – è stata condotta con l’intento di dare voce a una donna che ha dedicato tutta la sua vita all’insegnamento e alla militanza nel PSI e nel PCd’I. Una militanza che aveva come obiettivo il raggiungimento di una svolta rivoluzionaria, che restituisse finalmente vita e dignità alla grande maggioranza, sfruttata e oppressa, delle donne e degli uomini.

Soprattutto alle donne proletarie, doppiamente sfruttate e oppresse, fuori e dentro casa, che la Majerotti, che aveva personalmente conosciuto, soprattutto durante il disgraziato primo matrimonio, sia lo sfruttamento lavorativo che la violenza, talvolta esplicita e talvolta implicita, connessa ai “doveri coniugali” oltre che la perdita, in tenerissima età, dei primi due figli sui quattro avuti da quel rapporto, richiamava al dovere di avvicinarsi alla politica; un dovere imposto proprio dall’amore, per garantire un diverso futuro alle successive generazioni.

La sua azione politica acquistò un peso rilevante sin dagli anni del primo conflitto mondiale e si svolse dapprima nella Frazione Intransigente del PSI, aderendo all’ala più a sinistra della corrente, e poi nella Frazione comunista Astensionista, collaborando in questo modo alla nascita del PcdI e stringendo rapporti con i suoi maggiori esponenti.

Azione e impegno che si svolsero lungo tre direttrici ben precise: quello del lavoro sindacale e ideale sul tema dell’istruzione popolare e del lavoro delle maestre (e dei maestri); quello della liberazione della donna e della sua sessualità e, last but not least, quello dell’organizzazione politica destinata a trasformarsi in azione rivoluzionaria per la liberazione della classe proletaria dai vincoli imposti dalle leggi dello sfruttamento capitalistico e borghese.

Le sue parole costituirono sempre un fiume incessante, mentre il suo messaggio rimase uguale nel tempo, espressione di una dedizione totale, nonostante l’emarginazione imposta dalla Direzione Centrista del partito – che colpì tutta la Sinistra – e le molteplici traversie che fu costretta a vivere, e a superare. Compresa la perdita del secondo compagno, Filippo D’Agostino fondatore del Partito comunista a Bari, con cui aveva condiviso idee e azione politica oltre che la vita famigliare, ucciso nel corso del 1944 con altri ventun compagni nel campo di concentramento e sterminio nazista in cui era stato trasferito dopo l’arresto avvenuto in Italia.

Ma era stato proprio durante il duro lavoro svolto come maestra, ai tempi della legge Casati, quando l’istruzione popolare costituiva più un obbligo formale che reale per lo Stato, sottoposta com’era al controllo delle amministrazioni locali e, soprattutto, della chiesa e dei suoi rappresentanti in loco, i parroci, che la giovane Rita aveva quasi immediatamente dovuto fare i conti con l’ipocrisia borghese e la mentalità conservatrice e anti-proletaria all’epoca dominante nelle città come nelle campagne.

Era nata a nel 1876 da una famiglia benestante in cui il padre, Eugenio Majerotti, anticlericale e garibaldino, era il direttore delle scuole urbane, mentre la madre, Elvira de Mori, fervente cattolica, vantava origini aristocratiche. Influenzata per lo più dalle idee del padre, dopo aver terminato gli studi magistrali, iniziò a insegnare nelle scuole elementari della campagna trevigiana, dove l posto non le venne rinnovato a causa delle sue idee laiche e per il suo metodo razionale.

Storia che si sarebbe ripetuta ancora altre volte, in un contesto in cui le giovani maestre erano spesso additate come persone dalla dubbia moralità, a causa della giovane età e indipendenza, proprio da quegli amministratori che riducevano drammaticamente e drasticamente i loro compensi, costringendole spesso a vivere in autentici tuguri e in condizioni di povertà, e dai parroci che ne combattevano lo spirito laico e razionale ogni qualvolta si presentasse nel corso dello svolgimento del loro lavoro. Entrambi, parroci e amministratori, alleati nel limitare i danni che una maggiore istruzione delle classi popolari avrebbe potuto arrecare all’ordine clericale e borghese all’epoca dominante.

Condizioni che, come spiega nelle sue pagine Mirella Mingardo, condussero alcune giovani maestre a togliersi la vita, sia per l’iniqua e ingiusta condanna morale ricevuta che per le condizioni di esistenza e lavoro quotidiano, con classi che giunsero all’epoca a sfiorare o superare i settanta allievi. E sarebbe stato proprio sulle pagine dei giornali locali socialisti o di quelli legati ai problemi della scuola che la Majerotti avrebbe avuto il proprio battesimo di scrittura critica dell’esistente su periodici socialisti come «La Fiamma», «Su compagne!», «La Nuova terra» e altri ancora.

Per la Majerotti «l’adesione “inconsapevole” al socialismo risaliva alle lotte contro un costume oppressivo e bigotto che le aveva procurato tanta sofferenza […] Nel Veneto chiuso e conservatore, in cui forte era l’influenza clericale, Rita, maestra rurale, precaria, sola, costretta ad alloggi meiserrimi, riteneva che l’insegnamento nelle scuole primarie fosse un’arma potente contro la “superstizione religiosa”, “la morale militarista della violenza” e il “diritto del più forte”»1.

Ma era costretta anche a rilevare come, nonostante il coraggio di poche che non temevano di manifestare la propria indipendenza di idee, la maggior parte delle insegnanti si facesse portavoce di valori tradizionali e cattolici. Cosicché non fossero infrequenti il rifiuto da parte delle famiglie di mandare i figli e, soprattutto, le figlie a scuola ed episodi di cacciata della maestra “indipendente” come simbolo del male. Motivo per cui, sulle pagine di «Il Maestro Mantovano», nel 1909, poteva scrivere: «A questo modo la scuola non è che polvere negli occhi, non è che un trucco vero.»

Sempre attenta alla condizione femminile, nel saggio su Sessualità e desiderio amoroso nell’uomo e nella donna, rilevava poi ancora come la formazione scolastica fosse il terreno indispensabile per la liberazione delle donne he avevano bisogno di “educazione e libertà” e di “indipendenza economica”, affinché le questioni morali non subissero un freno a causa di quelle economiche.

Dal 1 settembre 1913 al 6 giugno 1915 pubblicò a puntate su «La Difesa delle lavoratrici» un romanzo autobiografico con il titolo Pagine di vita (in seguito raccolto nel Romanzo di una Maestra), interrompendone la pubblicazione quando, col primo conflitto mondiale alle porte, la linea del giornale subì un cambiamento, su posizioni sempre più interventiste.

Mentre per la Majerotti la guerra avrebbe costituito sempre una questione politica dirimente, soprattutto dal punto di vista delle donne. L’eterno problema contro il quale il popolo femminile era chiamato a battersi, come scriveva nelle pagine del Romanzo di una Maestra, per affermare:

che la guerra è cosa infame e turpe, che il rispetto della vita umana è sacro, che ammazzare è sempre delitto atroce, che giacché tutti inneggiano alla pace, sia davvero la pace, non una grottesca turlupinatura e le armi sian fuse per lavoro industriale e produttivo e il denaro speso pel benessere dei nullatenenti e che ci lascino i nostri fratelli, i nostri sposi, i nostri figli adorati; siamo noi che dobbiamo rifiutarci (italiane, tedesche, inglesi, francesi, spagnole, russe o giapponesi) di darli in pasto alla barbarie di tempi passati2.

Ecco allora che il tema del “libero amore” e dell’indipendenza non soltanto economica delle donne si ricollegava direttamente ad un programma socialista degno di questo nome, mentre all’epoca era ancora visto negativamente dai partiti “di sinistra” anche se rivendicato da militanti rivoluzionarie come Inessa Armand e Aleksandra Kollontaj, nei cui scritti quella formulazione avrebbe trovato una formulazione più compiuta e articolata.

Rita giunse a conoscenza dell’opera della Kollontaj solo successivamente alla stesura sul saggio sulla sessualità e agli Appunti sull’amore e sulla libertà sessuale, in cui avrebbe affermato che i legami matrimoniali sarebbero stati “tanto più indissolubili” quanto più facile e “permesso” fosse stato poterli scioglierli. E aggiunto con linguaggio efficace e diretto: «Non più vittime ignorate d’amore, non più vergini cuori che languono […] non più venali contratti, matrimoni imposti, legami d’inferno che spingono alla pazzia e al delitto – per esclamare poi ancora – Maledizione all’ipocrisia vile che impone codesta società. Io l’accuso mezzana di tutte le bassezze, di tutte le turpitudini»3.

Dunque, più che di influenza diretta della rivoluzionaria russa su quella italiana, è possibile cogliere negli scritti della seconda comuni riferimenti ideali e politici, un’analoga aspirazione a coniugare libertà individuale e relazioni amorose. Per questi motivi avrebbe contribuito in seguito alla costituzione dei gruppi femminili comunisti, diventando, insieme al marito, una delle protagoniste dell’organizzazione del nuovo partito in Puglia. Cosa che, nel giugno 1921, la portò a far parte della delegazione italiana del PCd’I che partecipò al III Congresso dell’Internazionale Comunista.

Al suo rientro in Italia, a seguito di continui pedinamenti, aggressioni, arresti, decise con il marito di lasciare l’Italia e dal 1925 fu attiva nell’organizzazione dei fuorusciti italiani prima in Belgio e poi in Francia. Dopo il 1945 Rita Maierotti riprese brevemente l’attività politica nel Partito Comunista Italiano e partecipò alla fondazione dell’UDI, Unione Donne Italiane, prima di abbandonare definitivamente il sistema e il mondo contro cui aveva tanto lottato nel 1960.

Naturalmente la ricerca della Mingardo aggiunge ancora molti altri momenti, fatti e documenti nel descrivere una vita tutta dedita alla militanza, prima socialista e poi comunista, e alla causa femminista, ma qui importa in chiusura sottolineare come la causa della liberazione della donna sia indissolubilmente legata a quella della liberazione dal giogo capitalista e dalla sua morale, anche quando travestita di liberalismo e femminismo borghese.


  1. M. Mingardo, Rita Majerotti. La lunga militanza: dagli esordi all’immediato secondo dopoguerra, pagine Marxiste, Serie viola Donne proletarie n° 1, Milano 2024, p. 27.  ↩

  2. R. Majerotti, Il romanzo di una maestra, p. 190 ora in M. Mingardo, op. cit., p. 30  ↩

  3. M. Mingardo, op. cit., pp. 34-35.  ↩

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Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta https://www.carmillaonline.com/2021/12/23/fotografia-e-femminismo-nellitalia-degli-anni-settanta/ Thu, 23 Dec 2021 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69726 di Gioacchino Toni

Nel corso degli anni Settanta, analogamente a quanto accade in altri paesi, anche in Italia molte donne, più o meno legate ai movimenti femministi, si incontrano con la pratica fotografica secondo molteplici direzioni che spaziano dall’ambito documentaristico a quello artistico, secondo modalità che, anche quando non direttamente militanti, con una consapevolezza del tutto nuova del proprio operare e del proprio ruolo, concorrono a sviluppare tanto una riflessione identitaria, quanto una testimonianza circa la condizione femminile nella società italiana del periodo.

Nel corso del 2020 il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo ha organizzato il convegno di studi [...]]]> di Gioacchino Toni

Nel corso degli anni Settanta, analogamente a quanto accade in altri paesi, anche in Italia molte donne, più o meno legate ai movimenti femministi, si incontrano con la pratica fotografica secondo molteplici direzioni che spaziano dall’ambito documentaristico a quello artistico, secondo modalità che, anche quando non direttamente militanti, con una consapevolezza del tutto nuova del proprio operare e del proprio ruolo, concorrono a sviluppare tanto una riflessione identitaria, quanto una testimonianza circa la condizione femminile nella società italiana del periodo.

Nel corso del 2020 il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo ha organizzato il convegno di studi intitolato “Rispecchiamento, indagine critica, testimonianza. Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni ’70”, curato da Cristina Casero, docente di storia della fotografia e di arte contemporanea. L’iniziativa milanese ha inteso riflettere sull’importanza che la pratica fotografia “in mano alle donne” ha assunto nel panorama italiano degli anni Settanta. Il Convegno, moderato da Cristina Casero e Giovanna Calvenzi, attraverso i contributi di studiose da tempo impegnate nell’indagare il rapporto tra fotografia e femminismo (Linda Bertelli, Lara Conte, Elena Di Raddo, Laura Iamurri, Lucia Miodini, Federica Muzzarelli e Raffaella Perna) ha approfondito le ricerche di alcune fotografe italiane impegnate nell’elaborazione di una riflessione del tutto nuova sulla donna.

È dai contributi esposti durante il Convegno che deriva il volume di Cristina Casero (a cura di), Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta. Rispecchiamento, indagine critica e testimonianza. Rispecchiamento, indagine critica e testimonianza (postmedia books, 2021) in cui sono raccolti saggi delle studiose che hanno preso parte all’iniziativa milanese, oltre che contributi e testimonianze di Paola Agosti, Isabella Balena, Marina Ballo Charmet, Liliana Barchiesi, Giovanna Calvenzi, Marcella Campagnano, Paola Di Bello, Bruna Ginammi, Gabriella Guerci, Silvia Lelli, Marzia Malli, Paola Mattioli, Donata Pizzi, Agnese Purgatorio e Livia Sismondi.

Riflettendo sulla sua esperienza personale di donna alle prese con la fotografia tra anni Sessanta e Settanta afferma Giovanna Calvenzi:

molte di noi si sono trovate con una macchina fotografica in mano. Eravamo tante. Venivamo da storie ed esperienze diverse eppure le intenzioni, i progetti, i sogni e l’impegno erano comuni. Alcune di noi erano legate ai gruppi extraparlamentari, altre al femminismo. In breve siamo diventate una gruppo forte e solidale. Frequentarci significava discutere di fotografia e di femminismo, fare progetti insieme. Io fotografavo in modo molto mediocre, non volevo diventare una fotografa ma amavo lavorare con le mie amiche (p. 137).

Le parole di Calvenzi evidenziano come la pratica fotografica delle donne nel corso di una delle più radicali stagioni di lotte sia stata anche una pratica collettiva, di una comunità solidale, oltre che un momento di riflessione ed analisi individuale.

Cristina Casero, curatrice del volume, oltre a ricordare come la fotografia sia stata uno degli strumenti privilegiati di proposta di un’immagine “altra” della realtà rispetto a quella “ufficiale”, maschile, evidenzia come donne artiste e fotografia si siano trovate ad essere accomunuate da un’analoga dimensione “alternativa”: le prime nei confronti del potere culturale degli uomini che tendenzialmente tendeva ad escluderle, e l’altra nei confronti della pratica pittorica a cui spettava una sorta di ruolo privilegiato, se non egemone, in ambito artistico. Da un certo punto di vista si è trattato di un incontro tra “visioni alternative” al potere. Mettere in relazione la tecnica, storicamente dato culturale maschile, con l’occhio della donna ha significato innanzitutto mettere in discussione quella rappresentazione del mondo maschile imposta come assoluta.

Le modalità con cui nel corso degli anni Settanta in Italia le donne hanno fatto ricorso alla pratica fotografica sono indubbiamente varie: in alcuni casi si è trattato di coniugare la pratica femminista, anche di autoanalisi, con quella artistica (es. Paola Mattioli e Verita Monselles), in altri è piuttosto stato indagato il ruolo della donna nella società contemporanea (es. Paola Agosti, Lisetta Cerati, Giovanna Nuvoletti, il Collettivo Donne Fotoreporter ecc.), oppure vi sono autrici che in maniera meno diretta hanno comunque contributo a scalfire il “dominio visivo maschile” proponendo una “visione di parte”, femminile, sul reale (es. Letizia Battaglia, Silvia Lelli, Maria Mulas, Marialba Russo ecc.). Scrive Cristina Casero:

Sono, dunque, numerosi gli aspetti che rendono quasi fisiologico il connubio tra alcune delle istanze femministe e la fotografia. Essenziale è pure il fatto che essa permette di lavorare sull’immagine e quindi sull’immaginario collettivo, che veicolando una figura femminile costruita su cliché rinforza stereotipi sul corpo delle donne, il luogo dell’identità e della differenza. Attraverso la prassi fotografica è possibile dare visibilità a una nuova immagine della donna, nata dallo sguardo del “soggetto imprevisto”, come dice Lonzi, da un occhio che si muove al di fuori degli schemi per proporre, attraverso il racconto del reale, un nuovo racconto di sé, del proprio corpo, nel quale sia finalmente possibile riconoscersi (p. 31).

Nel suo intervento Federica Muzzarelli si sofferma sull’incontro tra esigenze femministe e fotografia sottolineando come «ciò che fa di una fotografia un’immagine femminista è il suo opporsi alla visione monolitica dominante e monodirezionale sui ruoli di genere, dell’identità di genere e dei desideri di genere, se insomma una fotografia femminista si oppone a una visione sessista dei rapporti e del mondo, allora l’estetica femminista di una fotografia è sempre al contempo una dichiarazione politica in sé» (p. 44).

Raffaella Perna ricostruisce il contesto in cui, nel 1976, escono due libri importanti nella storia del neofemminismo italiano: Donne Immagini di Marcella Campagnano, edito dalla casa editrice milanese Moizzi, e Riprendiamoci la vita. Immagini del movimento delle donne di Paola Agosti, Silvia Bordini, Rosalba Spagnoletti, Annalisa Usai, dato alle stampe dall’editore romano Savelli. Entrambi i volumi sono caratterizzati dalla volontà di dare espressione a quei valori emersi nell’ambito dei gruppi femministi italiani ripensando «i canoni della rappresentazione fotografica del corpo della donna», riflettendo «sullo sguardo che le donne rivolgono su se stesse e sul mondo» (p. 63). Al di là delle analogie, Perna mette in evidenza le profonde differenze che caratterizzano le due pubblicazioni, che non mancano di ribadire le differenze tra il movimento romano e quello milanese, a partire dal diverso modo di concepire il medium fotografico e una differente concezione del libro fotografico.

Lucia Miodini approfondisce la produzione di Carla Cerati nelle sue modalità di raccontare le donne tra reportage e sperimentazioni narrative.

Per Carla Cerati la fotografia ha rappresentato un mezzo di riappropriazione di sé, le ha offerto la possibilità di tenere insieme le dimensioni complementari del corpo e della mente, ma soprattutto è stata la sua stanza tutta per sé. Allo stesso tempo la macchina fotografica è stata un diaframma tra sé e gli altri, un oggetto mimetico, quasi invisibile, che è diventato anche strumento di conoscenza e mediazione. […] Narrando la città, i personaggi che la abitano o la attraversano, Cerati racconta se stessa (p. 77)

Laura Iamurri analizza la pubblicazione alfabeta, scritta e illustrata nel 1975 da Cloti Ricciardi durante il suo periodo di militanza nel Movimento Femminista Romano in cui approda dopo aver preso parte all’esperienza di Rivolta Femminile. Scrive Ricciardi a proposito della pubblicazione «il libricino alfabeta fu per me un’esperienza molto interessante e anticipatoria sotto molti aspetti, c’erano fotografie, ritratti, parole, la modificazione del quotidiano. Per noi la riflessione su quello che vivevamo era costante, l’autocoscienza ci portava ad essere analitiche, il rapporto tra le parole e le immagini era fondamentale, una riflessione quotidiana» (p. 94). Sebbene a metà anni Settanta la fotografia non rappresenti un ambito privilegiato nella produzione di Ricciardi, è comunque presente intrecciandosi con con elementi verbali e grafici.

Lara Conte prende in esame una serie di proposte fotografiche legate alla città di Genova e alle questioni di genere realizzate da Lisetta Carmi nel corso degli anni Settanta preoccupandosi di tracciare «una possibile genealogia nelle vicende non lineari del rapporto tra arte, fotografia e femminismo in Italia negli Settanta, in cui militanza e politicità definiscono sovente una dimensione che parte dal sé, nella profonda relazione tra privato e pubblico, al di là di una effettiva adesione da parte delle artiste a gruppi e movimenti femministi» (p. 108).

Il termine “femminista”, scrive Conte, applicato all’opera di Carmi assume la dimensione di uno “sguardo altro” attraverso cui osservare il mondo.

Più volte Lisetta Carmi ha ribadito che la fotografia “è un modo diverso per capire il mondo ed entrare nel mistero dell’umano”. La fotografia è per lei la definizione di una nuova prospettiva che fa emergere il marginale, il minoritario, il rimosso. Grazie ai suoi reportage Lisetta Carmi dà voce a quello che Rosi Braidotti ha definito “soggetto nomade”. Un soggetto che mette in crisi i rapporti di forza e di oppressione del sistema capitalistico e della cultura patriarcale, deegemonizzando le narrazioni, alla conquista di una libertà e di un’individualità non sottomessa alle rigide codificazioni dei generi (p. 108).

Focalizzandosi sulla produzione di Ketty La Rocca, Elena di Raddo si sofferma invece sul tema della “Grande Madre” ripreso da numerose artiste nel corso degli anni Settanata; «l’archetipo che definisce con varie sfumature, nelle diverse epoche e civiltà, il principio generativo della donna, il suo rapporto privilegiato con la natura, espressione quindi non tanto della singolarità, ma di un principio femminile che accomuna tutti i generi, al di là della semplice distinzione maschile femminile» (p. 121).

Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta rappresenta davvero un’importante ricostruzione di come lo sguardo e la sensibilità delle donne abbiano fatto uso della fotografia in un periodo in cui, non accontentandosi della dimensione critica o del politicamente corretto, si volevano davvero cambiare le cose. La pratica fotografia “in mano alle donne” nel corso dei Settanta è certamente un altro sguardo sul mondo, ma è anche un’altra proposta di mondo.

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Macchinette per pensare l’oltre https://www.carmillaonline.com/2020/07/07/macchinette-per-pensare-loltre/ Tue, 07 Jul 2020 21:55:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61150 di Veronica Marchio

Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, a cura di Francesco Bedani e Francesca Ioannilli, pag. 142  € 7,65, Ed. DeriveApprodi, Collana Input, 2020

Il libro Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, appena uscito per la collana Input di DeriveApprodi, sistematizza, come scrivono i due curatori Francesco Bedani e Francesca Ioannilli gli interventi al corso di formazione politica tenutosi a Bologna presso la Mediateca Gateway, raccogliendo i contributi, oltre che dei due curatori, di Federico Chicchi, Maurizio Pentenero, Salvatore [...]]]> di Veronica Marchio

Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, a cura di Francesco Bedani e Francesca Ioannilli, pag. 142  € 7,65, Ed. DeriveApprodi, Collana Input, 2020

Il libro Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati, appena uscito per la collana Input di DeriveApprodi, sistematizza, come scrivono i due curatori Francesco Bedani e Francesca Ioannilli gli interventi al corso di formazione politica tenutosi a Bologna presso la Mediateca Gateway, raccogliendo i contributi, oltre che dei due curatori, di Federico Chicchi, Maurizio Pentenero, Salvatore Cominu, Anna Curcio, Guido Borio e Raffaele Sciortino.

L’obiettivo del lavoro, che si mostra immediatamente come un elaborato collettivo, uno strumento parziale, volutamente incompleto, è quello di fare emergere la ricchezza della produzione teorica di un militante politico, Romano Alquati, sconosciuto ai più oggi e sminuito da tanti ieri, nonostante la sua capacità teorica e politica di aggredire l’ignoto a partire dalla realtà contingente, verso un possibile tutto da costruire. Se nel già noto infatti c’è la tranquillità della riproduzione, nell’ignoto c’è il rischio della rottura. E il rischio non tutti decidono di correrlo.

Il testo si concentra sulla sua produzione teorica dagli anni Ottanta in avanti, provando a identificare quei nodi teorici e politicamente rilevanti che segnavano l’inizio di alcune tendenze della ristrutturazione capitalistica, oggi in potente dispiegamento, e al contempo costringevano a immaginare e tracciare le possibili linee della tendenza contro soggettiva antagonista. Tornerò più avanti su questi punti.

In tutti gli interventi che compongono il testo emerge un tratto fondamentale, un’esigenza particolare che si pone come necessità rispetto alla studio dei testi alquatiani – molti dei quali inediti. Cosa significa infatti, concretamente, non fare del suo pensiero un feticcio? Mi pare che l’elemento peculiare di un simile atteggiamento sarebbe quello, tipicamente intellettuale, di settorializzazione di un campo teorico. Lo specialismo, la specializzazione, è un mezzo tipicamente capitalistico di neutralizzazione – nel senso che produce neutralità – della conoscenza e della formazione; una pratica che incatena il pensiero per renderlo innocuo. Di Romano Alquati allora, sottolineano i curatori, bisogna provare a utilizzare il metodo dello sguardo complesso sulla realtà: per cogliere il senso della realtà che osserviamo e vogliamo capire e trasformarlo in senso della possibilità – come sottolinea Borio. Una lettura della complessità a partire dal punto di vista della parzialità.

Insomma, rifiuto dello specialismo dovrebbe significare saper utilizzare ciò che può essere utile per la costruzione di ipotesi di rottura rivoluzionaria nel presente, avendo però la capacità di mettere in discussione e buttare via ciò che non serve più.
Ciò sopratutto perché, come emerge in vario modo e con diverse sfumature dagli interventi, Alquati non era meramente uno studioso, né un pensatore, né un intellettuale o solamente un sociologo critico: era un militante politico, la cui soggettività si forma per rotture e salti e la cui produzione teorico-politica è attraversata da un senso politico intrinseco, che si concretizza nella pervicace ricerca di una possibile tendenza di uscita dalla civiltà capitalistica, rappresentata dal fatto che la «capacità umana vivente» – concetto complesso e articolato approfondito da tutti gli autori – è irriducibile alla logica del capitale.

Prima di venire agli argomenti sostanziali e pregnanti per l’attualità che maggiormente emergono dal libro, vorrei tracciare alcune linee conduttrici che attraversano i contributi e che, a mio avviso, sono esemplificative del pensiero e stile militante di Alquati, elementi che potrebbero servirci a pensare e ad agire l’oggi dove la teoria politica rivoluzionaria non è al passo con la realtà – avendone perso il senso –, e non è quindi in grado di collocarsi, brancolando nel deserto del già noto.

La prima linea è quella che fa emergere il modo di stare dentro e contro la composizione politica del suo tempo, cosa che Alquati ha messo in pratica per tutto il suo percorso militante. Dal volume questo aspetto emerge in modo straordinario e variegato. Quell’essere «cane in chiesa» assume una connotazione tutt’altro che negativa. Il pensiero di Alquati dava fastidio perché non compiaceva gli amici con atteggiamenti trionfalistici o celebrativi, il suo essere «spavaldo» indicava la capacità di relazionarsi e comparare, ma anche di criticare in modo serrato gli altri, ricercando limiti e insufficienze, non la mera esaltazione delle esperienze specifiche. Un militante che rifiutava le semplificazioni e le scorciatoie strumentali, ma osava scommettere con occhi fini e pervicace sapienza. Mi ha colpito particolarmente la definizione che viene data del suo carattere da Borio, quello di «intransigenza sostanziale rispetto a un individualismo finalizzato al compromesso e allo scambio vantaggioso per il posizionamento personale».

Una seconda linea, anch’essa presente in tutti i contributi, consiste nella decisiva dinamicità e circolarità del modo di ragionamento complesso di Alquati. La sua capacità di modellizzare la realtà che aveva di fronte, senza costruire una gabbia chiusa – quella sì reclusione nel già noto e non bisognosa di essere modificata. È l’intelligenza politica di distruggere ogni staticità deterministica, portando il pensiero sempre al limite della sua processualità e trasformatività. Come scrive Ioannilli, un atteggiamento capace di «afferrare quello che c’è, per costruire quello che manca». Il suo «Modellone» della civiltà capitalistica allora non rappresenta una chiusura teorica, ma l’indicazione di linee di fuga, la sistematizzazione della realtà per immaginare un contro-percorso, una necessità imposta dall’accentuata complessità, ma anche il punto medio di una costruzione attenta e permeabile alle insorgenze.

La terza linea, forse la più importante, è quella di rintracciare in Alquati la continua propensione alla ricerca di forze soggettive – o meglio contro-soggettive – che potessero mettere in discussione il livello alto del dominio capitalistico, come sottolinea Pentenero. La ricerca di un’intenzionalità autonoma e contro, che non ha nulla di oggettivo né lineare, ma è calata dentro l’ambivalenza dell’articolazione stessa dell’agente umano, capitalisticamente formato come attore, dotato di risorse calde proprie in quanto persona, e sempre potenzialmente orientato a dei fini contro quelli ufficiali. Detta con Cominu, la ricerca quindi di forze soggettive che ampliano le condizioni dell’ambivalenza per trasformarla in possibilità.

L’ultima linea trasversale agli interventi ed esplicativa del senso politico forte che sta dietro il pensiero di Alquati, è la sua attenzione al nodo della formazione militante. Come ribadiscono sia Borio che Bedani, il suo obiettivo era quello di costruire delle macchine teoriche aperte e ipotetiche. Delle macchinette utili a costruire delle capacità collettive di ragionamento per pensare oltre; la formazione infatti deve «cambiare qualcosa di rilevante nella soggettività della gente, oltre che nella sua competenza e cultura».

Passando agli elementi sostanziali tuttora rimasti irrisolti, rispetto ai quali Alquati ha avuto il merito di operare dei salti teorici, come sottolinea Sciortino, mi pare che essi siano almeno tre, e non sono mai da considerarsi come aspetti o del capitale o del «contro-percorso». Si tratta di ragionamenti che sono ben collocati dentro il presupposto che, come scrive Curcio, il grado di intensità e presenza di politicità intrinseca e ambivalenza – quindi di possibilità antagonista –, dipende da rapporti di forza storicamente determinati. Questi tre aspetti sono a mio avviso i seguenti: la crisi della salarietà nei suoi aspetti tradizionali, accompagnata dal processo di iperindustrializzazione dell’ambito della riproduzione; la centralità del concetto di soggettività; la questione di cosa possa essere un militante politico oggi.

Per quanto riguarda il primo aspetto, sono soprattutto Chicchi e Curcio a concentrarsi sul processo di radicalizzazione dell’estrazione capitalistica di valore che Alquati descrive a partire dagli anni Ottanta. A ciò segue la domanda che Chicchi si pone in merito a quali potrebbero essere oggi le nuove forme di salarietà e operaietà, laddove il processo di estrazione e valorizzazione investe la vita, e la «capacità umana vivente attiva» in generale. Un’impresizzazione del mondo della riproduzione sociale, per riprendere Curcio, dove però esso non assume solo un carattere produttivo, ma diventa riproduzione di capacità umana, mezzo di accumulazione e valorizzazione diretto, senza mediazioni.
Nell’ambito dei processi di ristrutturazione, avverte Alquati, le trasformazioni sistemiche non sono neutre, perché non indicano né liberazione già avvenuta, né cattura inesorabile da parte del capitale.

Il dibattito allora si concentra sulla necessità di riqualificare, se non mettere in discussione, i concetti marxiani di forza lavoro e sussunzione reale. Scrive Curcio che si passa dal fuori della forza lavoro al dentro della capacità lavorativa, che Alquati definisce come «forze attive», intese in quanto combinazione tra le capacità attive umane calde e le capacità fredde macchiniche. Il processo di sussunzione reale si estende si enormemente, ma emerge una incompletezza della sussunzione effettiva (data l’incapacità per il capitale di sussumere fino in fondo quelle risorse calde, che gli residueranno sempre).

Il secondo nodo è quello della soggettività. Come già accennavo in precedenza, Alquati si pone il problema delle forze contro-soggettive possibili per la fuoriuscita dalla civiltà capitalistica. Nel libro questo aspetto viene bene messo in evidenza; ritengo a maggior ragione che questo concetto, quello di soggettività, in quanto baricentrale all’interno del pensiero alquatiano, necessiti di essere trattato sempre meno come un concetto e sempre più come un punto di vista. Borio lo descrive bene nel suo contributo, quella della soggettività è una questione sostanziale, un «cruccio» che Alquati non smetterà mai di portarsi dietro; essa non è un modo di essere generico o oggettivamente dato, ma intenzionale. La soggettività è diversa dal soggetto, la prima è propria di tutti gli agenti umani viventi, mentre il soggetto, con propri fini, è potenziale. Entrambi sono campi di battaglia tanto per il capitale tanto per «noi». La soggettività va riferita non al soggetto – che per Alquati è già contro se c’è – ma alla persona, in quanto soggetto intermedio e portatore di ambivalenza. È la contro-soggettività che va ricondotta al soggetto, strappando al capitale l’iniziativa dei percorsi di risoggettivazione individuale e collettiva.

Concludo con l’ultimo nodo, forse per noi il più importante – noi che da Alquati vorremmo imparare un modo di stare al mondo che non si stanchi mai di dare fastidio a chi pensa di avere tante certezze – su cosa significa essere un militante politico. Come scrive Bedani, ispirando il titolo di questa recensione, il militante è colui che pensa per pensare oltre. Alquati considerava la militanza come posizionamento, radicamento, internità, conricerca, studio, atteggiamento.
Il militante è colui che riesce a collocarsi e muoversi su più piani utilizzando saperi, scienze, conoscenze ecc. La conricerca è esattamente la capacità di fare interagire forze soggettive con soggettività differenti. È la messa in discussione, scrive Chicchi, di un rapporto neutro del sapere con le lotte, per produrre autonomia che sta nell’imprevisto.

Per chiudere, credo che questo piccolo libro possa essere pensato come una macchinetta per pensare l’oltre, una macchinetta incompleta, tutta da mettere a verifica nella realtà, perché il senso della possibilità bisogna averlo prima di tutto nella testa.

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Cosa resterà https://www.carmillaonline.com/2019/04/02/cosa-restera/ Mon, 01 Apr 2019 22:01:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51839 di Giovanni Iozzoli

Nel 2017 abbiamo celebrato l’anniversario del movimento del ’77. L’anno dopo è toccato è toccato al ’68. Nel 2019? L’autunno caldo, forse? Sia pur in forme sempre più blande, gli anniversari scandiscono anche una memoria generazionale, al di là della grande Storia, una memoria di persone concrete, in carne e ossa, che ridefiniscono dinamicamente il rapporto con il loro passato. Uomini e donne, ogni anno più vecchi, che discutono di sé, della loro storia, del senso del loro stare al mondo.

Il susseguirsi (più o meno ritualistico) delle celebrazioni mi [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Nel 2017 abbiamo celebrato l’anniversario del movimento del ’77. L’anno dopo è toccato è toccato al ’68. Nel 2019? L’autunno caldo, forse? Sia pur in forme sempre più blande, gli anniversari scandiscono anche una memoria generazionale, al di là della grande Storia, una memoria di persone concrete, in carne e ossa, che ridefiniscono dinamicamente il rapporto con il loro passato. Uomini e donne, ogni anno più vecchi, che discutono di sé, della loro storia, del senso del loro stare al mondo.

Il susseguirsi (più o meno ritualistico) delle celebrazioni mi porta a ripensare alla mia generazione – gli attuali cinquantenni – e al suo destino di apparente mediocrità. Una generazione che non pare aver depositato un vero lascito, una generazione senza slanci epici, senza una sua mitologia da tramandare – se non qualche autoironia sulla propria balbuzie tecnologica, tipica delle “generazioni di mezzo”. Quindi: non avremo anniversari, in futuro, da proporre alla memoria collettiva; niente seminari o monografie in cui sarà esaltato il nostro ruolo di “testimoni”; non riascolteremo nostalgicamente canzoni che celebrano eventi in cui siamo stati protagonisti. Siamo cresciuti con vecchi film in bianco e nero e ci siamo ritrovati all’improvviso nel più fasullo e colorato degli universi virtuali: e tutto nello spazio di un mattino, quasi senza accorgercene.

Vecchia storia, questa della “transizione”: tutte le generazioni sono sempre in transizione, ma la mia, chissà perché, mi dà l’idea di averla subita unilateralmente, più di altre. Una generazione mai davvero protagonista, come se fosse cresciuta in un vuoto artificioso, in un deserto della storia, nel quale non ha ricevuto linfa, impulsi vitali, un ambiente sterile in cui non ha interagito e a cui non ha saputo reagire.

Eppure, se si getta anche solo un’occhiata distratta ai libri di storia, ne sono successe di cose, nei decenni che separano quelli come me dalla loro infanzia civile: la totale riscrittura della carta geopolitica dell’Europa; una feroce continuità bellica ai quattro angoli del pianeta; postcolonialismi e neocolonialismi variamente intrecciati che ingoiano intere nazioni e digeriscono utopie; e le tv commerciali che formattano la psiche collettiva degli italiani ben oltre ogni pessimistica aspettativa pasoliniana; una lenta, strisciante, persistente controrivoluzione sociale che consolida i primati di amoralità, familismo, clientela. Altro che deserto.

Sotto i nostri occhi le civiltà crollavano.

I ragazzini degli anni ’80 guardavano il mondo con sguardo cinico e al contempo stupito – il disincanto verso le narrazioni sistemiche, ormai fuori moda, conviveva con l’incedere maestoso e catastrofico degli eventi. Si è scritto molto del rinculo privatistico di quegli anni, il solipsismo, la perdita di intelligenza e moventi collettivi: eppure nessuna generazione precedente aveva visto scorrere davanti ai suoi occhi il fiume tremendo della Storia con tanto fragore, dopo i due conflitti mondiali. Cosa vedevamo, in diretta, sui nostri vecchi televisori? La resa progressiva dell’URSS che dal 1986, accordo dopo accordo, retrocedeva il suo campo d’influenza fino all’autoannientamento. Tienanmen che si riempiva di migliaia di giovani anime in pena, incuranti del motto di Deng: arricchitevi! E nei brulli altopiani afghani si consolidava e avanzava la “rivincita di Dio” – che la modernità pareva aver a suo tempo espunto dalla storia – e l’islamismo politico metteva alle corde l’Armata Rossa (mentre gli amici della sinistra palestinese ci raccontavano allibiti delle madrasse che aprivano in Palestina, con i soldi del Golfo e la benedizione dello Shin Bet israeliano). Tutto era maledettamente complicato, tutto era caoticamente in movimento. Tutto era incubazione dei processi oggi in corso.
Nel novembre 1989 a Berlino il maldestro annuncio di un ministro, anonimo fantaccino della storia, provocava il primo assalto di massa di cittadini orientali al Muro, che fortunatamente non trovava resistenza: da lì a poche ore crollerà tutto il cupo e maestoso edificio che eravamo abituati a chiamare DDR. Gorbačëv era il più rassegnato di tutti e fingeva di voler “transitare” pure lui, mentre era in ostaggio delle leve potenti che ogni controrivoluzione capitalistica scatena, quando le forze produttive si liberano dei vecchi rapporti sociali decrepiti. Potenze anonime e incontrollabili, proprio come quelle che in Cina, nel decennio successivo, avrebbero prodotto il più prodigioso processo di modernizzazione della storia dell’umanità.

Guardavamo quello smottamento devastante, noi ragazzini degli anni ’80, e non capivamo che quelle macerie, quelle onde telluriche potentissime, parlavano anche a noi, alle nostre velleità, al nostro futuro indecifrabile. Cossiga, vecchio rottame catto-massone, disperato alfiere della realpolitik atlantica, stava intuendo il sovvertimento generale e si divertiva a recitare il ruolo del profeta pazzo: il crollo del socialismo sarebbe stato anche il crollo della Prima Repubblica, del suo ruolo di paese frontiera e cerniera, della sua centralità strategica, dei suoi mercati protetti, della sua lira svalutabile alla bisogna. La fine della guerra fredda ci spingeva in periferia – e non ne saremmo più usciti.

Alla fine degli anni ’80, nonostante i colossali mutamenti del teatro geopolitico, la nostra Italietta continuava a sembrarci immota provincia sub-imperiale, mentre la propaganda craxiana – l’Italia che va! – la raccontava addirittura dinamicamente in movimento (provare a diventare “moderni”, la tragica coazione italiota…).

Dopo la doppia sconfitta del movimento operaio, tra la marcia dei quarantamila e il referendum sulla scala mobile, il quadro sociale pareva stabilizzato in modo irreversibile. E milioni di italiani si percepivano effettivamente nel loro momento migliore: impiego pubblico, rendita da Bot, lavoro nero a go go, rientro degli emigranti, grandi cataclismi che muovevano altrettanto formidabili masse di indebitamento – Keynes e Antonio Gava uniti nella lotta.

Non eravamo né in crescita né propriamente fermi: diciamo una corsa sul posto.

E noi, ragazzotti degli anni ’80, più o meno figli di niente, con che animo nuotavamo in quello che ci pareva uno stagno soffocante, di cui ignoravamo la ribollente profondità? Non tutti si adattavano allo spirito dei tempi. Qualcuno più testardo si era messo in testa – addirittura – di raccogliere le bandiere cadute nel fango. Eravamo stati o no il paese più conflittuale d’Europa, un laboratorio rivoluzionario, con l’antagonismo più duraturo e il Partito comunista più forte dell’Occidente? La rivoluzione era stata o no una cosa seria – di sangue, piombo e riforme strappate con i denti? E allora perché non ricominciare? Perché non riprendere il filo spezzato dalla generazione precedente?

Quelli che coltivavano queste ambizioni si guardavano intorno perplessi. L’assalto al cielo aveva lasciato prevalentemente (ma non solo) macerie fumanti. Centinaia di uomini e donne in gabbia, erano testimoni viventi della sconfitta, della sanzione, una specie di monumento perenne all’impossibilità del cambiamento. Un monito, appunto, per le generazioni successive.

Ci guardavamo intorno a caccia di tracce fresche, indizi, reperti: da dove ricominciare? Dove sono i nostri fratelli maggiori? – ci chiedevamo – perché ci hanno lasciati soli? Dove sono gli arsenali, i giornali, le sedi, le radio – dov’era finita quell’onda di vita che pure era esistita, aveva lasciato tracce archeologiche visibili: c’erano rimasti in giro solo menestrelli queruli e strapentiti, gli unici autorizzati a parlare a reti unificate. E storie precocemente ingiallite, vendute a pacchi nelle bancarelle di libri usati (di cui eravamo, tra l’altro, accaniti consumatori).

Non era solo la repressione giudiziaria, la sconfitta operaia o la narrazione di regime: una potente comunità umana si era sgretolata, era implosa su se stessa, vittima delle sue contraddizioni – prima che degli attacchi del nemico – e noi ragazzi degli anni ’80 raccoglievamo lungo il nostro cammino rare pepite e i molti ciottoli anneriti di una stagione esaurita.

Non ho una memoria ingenerosa: me li ricordo bene i quarantenni di allora, carichi di processi e sconfitte che avrebbero stroncato un mulo, disponibili, sempre in prima fila, a organizzare la grande campagna antinucleare o il sostegno alla prima Intifada. Ma tutti loro sapevano di essere fisiologicamente il residuo ultraminoritario di una storia che era stata di massa. A guardarsi intorno c’erano ancora tutti: maoisti, anarchici, trotskisti e brigatisti; ma erano come statuine di un presepio, conservate con cura, anche belline, disposte in buon ordine, ma con legami ormai sempre più affievoliti con la società che pretendevano di rappresentare – soprattutto con i ragazzi e le ragazze italiane, gioventù inafferrabile. Non avremmo potuto contare su un ordinato passaggio di staffetta, le condizioni non lo consentivano.

I ricordi di quegli anni, a Napoli, in una città ancora endemicamente conflittuale, sono impastati di volontarismo, generosità e persistenti stati confusionali. Ricordo come negli ambienti “di movimento” non discutemmo praticamente mai dell’evento epocale del crollo del Muro, come se, assurdamente, non ci riguardasse affatto: che c’entriamo noi con quei rozzi regimi di fine secolo?

Noi siamo altro! – la benemerita futura umanità…

L’angelo della storia ci stava pisciando in testa e noi, sotto, facevamo finta di niente.

Guardavamo il passato con la nostalgia degli “sfiorati” – sentivamo l’odore della polvere da sparo senza mai aver sparato un colpo, più o meno metaforicamente. La testa volta all’indietro, verso le mitopoiesi di un passato che non ci apparteneva. E contemporaneamente lo sguardo costretto a guardare il presente indecifrabile, con durezza, con scaltrezza. Una specie di gianismo militante.
Se all’inizio degli anni ’80 qualcuno di noi poteva consolarsi, pensando che la storia fosse eterna ripetizione, che avremmo solo dovuto pazientare, perché il pendolo sarebbe tornato bene o male a girare dalla nostra parte, al giro di boa di quel decennio era ormai chiaro che un capitolo era chiuso per sempre, che dovevamo scriverne un altro usando inchiostro nuovo, e che ci mancavano le parole per riempire quelle pagine fresche.

E qui inizia la storia senza gloria di una generazione pragmatica e dimessa. Dedita all’invenzione estemporanea, alla politica del giorno per giorno, della navigazione a vista in mezzo a scogli acuminati e dentro nebbie persistenti. Una generazione senza medaglie, armata della buona volontà dei mediocri che devono tirare fuori soluzioni efficaci e alla svelta: è così che nacque, ad esempio, la stagione dei centri sociali (che all’inizio furono soprattutto sedi politiche e l’esaurimento graduale di quella funzione, negli anni, li logorò…). Scoperte inaspettate, pratiche improvvisate, sperimentazioni per ricostruire presidi e legittimazione nei territori; campagne solennemente annunciate, magari precocemente abortite per mancanza di mezzi e militanza; manifestazioni nazionali organizzate a colpi di gettoni telefonici nei bar di periferia; e poi la lenta faticosissima ripresa dei rapporti con il mondo operaio – un calvario di equivoci tutt’ora in corso.

Vite da mediani di spinta – le nostre –, vite di tenuta, di raccordo. Fatica e repressione (e un po’ di autoironia che ci portava finalmente anche a smitizzare i nostri fratelli maggiori – che, con tutto il bene possibile, a conoscerli meglio, si capivano tante cose…).

Pochi grandi scenari di massa – tra la Pantera e Genova 2001, eventi entrambi incompiuti e deludenti come ogni appuntamento mancato. Poche anche le teste d’uovo: a differenza delle generazioni precedenti, dal nostro seno non sono sortiti raffinati intellettuali e schiere di giornalisti mainstream (semmai precariato di massa delle tastiere e delle intelligenze diffuse). E pochi anche i politicanti di mestiere – in genere figure marginali anche dentro i movimenti, sempre a caccia di consulenze e improbabili mense pubbliche, nel sottobosco delle amministrazioni “progressiste”.

A differenza di chi ci aveva preceduto, a noi non era toccato misurarci con le lacerazioni strazianti delle sconfitte epocali. Ma avevamo vissuto e occupato con dignità e misura tutto lo spazio umanamente e socialmente possibile – le piazze reali e quelle virtuali dell’immaginario, sempre più ostili e contorte.

E questa cifra di “normalità” si riscontra nelle biografie dei tanti militanti o ex tali che oggi si possono ancora incontrare, qua e là, a fare il loro dovere, senza fanfare e grancasse. Una generazione con molti falliti e pochi venduti – grana grossa di gente sobria e seria, fanti e formiche. Perché non servono le primedonne davanti alle discariche napoletane o nella Val di Susa militarizzata, o a presidiare i cancelli delle grandi fabbriche o degli anonimi micromagazzini della logistica – i luoghi vecchi e nuovi in cui il potere si nutre dello stesso sangue, della stessa sottomissione dei “diversamente ultimi”.

Quei ragazzi degli anni ’80, spesso, li puoi trovare ancora lì, nei fronti sparsi del conflitto, nelle linee di frattura, nelle faglie sociali, a tagliare e ricucire, con gli occhiali sul naso, come vecchi sarti di paese.

Abbiamo fatto quanto potevamo, con i mezzi disponibili, nel tempo che ci è toccato vivere.

Abbiamo fatto quanto potevamo.

Eppure, adesso, mentre le ombre della sera (vabbè, del tardo pomeriggio), si allungano lente sulle nostre vite, sulle nostre speranze, sulle nostre bandiere – e i conti, maledetti, non tornano mai – ci sorprendiamo a chiederci: cosa resterà?

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Amedeo Bertolo. Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos https://www.carmillaonline.com/2018/10/07/amedeo-bertolo-pensiero-e-azione-lanarchismo-come-logos-praxis-ethos-e-pathos/ Sat, 06 Oct 2018 22:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49004 [Ringraziando l’editore per la gentile concessione, di seguito pubblichiamo Disincanto e passione di Rossella Di Leo, Introduzione al libro Amedeo Bertolo, Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos, Quaderni del Centro Studi Libertari, elèuthera, Milano, 2018, pp. 176, € 17,00 – All’interno del volume sono presenti contributi di Nico Berti, Francesco Codello, Eduardo Colombo, Rossella Di Leo, Elis Fraccaro e Mimmo Pucciarelli. Amedeo Bertolo (Milano, 1941-2016) per mestiere ha insegnato Economia alla Facoltà di Agraria dell’Università di Milano. Ma è l’azione sociale libertaria ad aver dato senso e direzione alle [...]]]> [Ringraziando l’editore per la gentile concessione, di seguito pubblichiamo Disincanto e passione di Rossella Di Leo, Introduzione al libro Amedeo Bertolo, Pensiero e azione. L’anarchismo come logos, praxis, ethos e pathos, Quaderni del Centro Studi Libertari, elèuthera, Milano, 2018, pp. 176, € 17,00 – All’interno del volume sono presenti contributi di Nico Berti, Francesco Codello, Eduardo Colombo, Rossella Di Leo, Elis Fraccaro e Mimmo Pucciarelli.
Amedeo Bertolo (Milano, 1941-2016) per mestiere ha insegnato Economia alla Facoltà di Agraria dell’Università di Milano. Ma è l’azione sociale libertaria ad aver dato senso e direzione alle sue scelte esistenziali, insieme a una intensa attività editoriale che nel 1986 lo porta a fondare la casa editrice elèuthera, che da quel momento diventerà il suo impegno principale – ght]


Disincanto e passione

di Rossella Di Leo

Quando mi sono trasferita a Milano alla fine del 1970, avevo con me una lettera di presentazione del gruppo anarchico catanese di cui facevo parte (studentesco e sessantottino) per il ben più celebre e strutturato gruppo Bandiera Nera di Milano, quello al centro della controinformazione su Pinelli, Valpreda e le “bombe dei padroni”. E quella lettera che attestava il mio curriculum militante, ancorché breve, era indirizzata proprio al “compagno Amedeo Bertolo”. L’ho incontrato per la prima volta al circolo Ponte della Ghisolfa, quello storico di piazzale Lugano 31, in un gelido pomeriggio del febbraio 1971. Ero andata a ritirare le copie fresche di stampa del primo numero di una nuova testata: “A rivista anarchica”. Quel pomeriggio la sede brulicava di gente. Si respirava una grande eccitazione nell’aria, ed era proprio questa l’air du temps di un’epoca non priva di pecche e con qualche esito infausto, ma “gloriosa” se paragonata ai nostri giorni. Ci siamo dunque conosciuti mentre ritiravo il pacco di “A” che avrei venduto con successo il giorno dopo all’università. Amedeo aveva 29 anni, io 19. Lui era già assistente alla Facoltà di Agraria, io frequentavo il primo anno di Scienze Politiche. Davanti a quel pacco di riviste legato con lo spago abbiamo cominciato a parlare, a progettare, a sperimentare, a discutere (anche animatamente, soprattutto io, poco avvezza allo stile mitteleuropeo) e non abbiamo più smesso per quarantasei anni. Abbiamo condiviso l’impegno militante quotidiano, le riunioni infinite, le sedi piene di fumo (cui contribuiva anche la sua inseparabile pipa) e i silenzi complici fatti di lettura, scrittura, riflessione, musica. Abbiamo condiviso l’attacchinaggio di manifesti (un ricordo che trasuda colla ancora oggi) e le discussioni teoriche sull’universo mondo fatte con tanti altri e spesso in tante lingue diverse. E abbiamo riso, molto, sempre, di tutto e tutti a cominciare da noi stessi.

Varese, 21 novembre 1962: il processo per il rapimento del viceconsole spagnolo, iniziato il 13 novembre, si chiude positivamente per gli imputati, che sono condannati al minimo della pena. Questo scatto, ripreso da “L’Agitazione del Sud”, attesta l’esito favorevole per i giovani antifascisti, che vengono subito rilasciati (recte Gianfranco Pedron e non Giancarlo). “Dopo la condanna a morte di questo compagno spagnolo e la mancata reazione degli altri giovani antifascisti cui ci eravamo rivolti, venne deciso alquanto precipitosamente, anche perché i tempi non consentivano di tergiversare, di prendere in ostaggio il console spagnolo di Milano. Organizzammo questa azione in modo abbastanza dilettantesco, e tuttavia funzionò ugualmente.”

Il percorso biografico che segue, e che completa la riflessione prevalentemente teorica raccolta nell’antologia Anarchici e orgogliosi di esserlo (elèuthera 2017), dà conto dei sei decenni di una vita militante che inizia in un mondo pienamente novecentesco – il lascito della Resistenza ancora fortemente sentito, la centralità di un’analisi ancora classista… – e che poi si modifica radicalmente nel solco delle tante rotture immaginarie prodotte dal ’68 libertario (purtroppo oscurato da quei cascami vetero-politici che hanno troppo a lungo occupato la ribalta). E lo sforzo si è concentrato appunto lì, nel consapevole tentativo di non congelare i modi e i tempi della militanza con i quali si è cresciuti, ma di cercare sempre le forme storiche in grado di dare efficacia all’azione in un qui e ora che muta costantemente.

Non vi è dubbio che parlare oggi di “vita militante” può avere un sapore retrò. Nei nostri tempi postmoderni, si preferisce piuttosto ricorrere al temine “attivismo”, peraltro mutuato dall’inglese. Ma questo cambio terminologico segnala anche un cambio di paradigma che non è irrilevante: se la militanza rimanda a una scelta forte che può di fatto plasmare un’intera esistenza individuale, l’attivismo esprime invece una concezione dell’impegno sociale e politico più aleatoria, più legata alle situazioni, ai contesti, alle circostanze. È una parte importante del proprio modo di vivere, ma non è il paradigma esistenziale dal quale tutto il resto discende. Chi, come Amedeo, ha vissuto a cavallo di queste due interpretazioni si è costantemente ingegnato a trovare un equilibrio tra una visione che può diventare totalizzante e un approccio pragmatico che può sfumare nell’episodico, nel semplice “stile di vita”.

D’altronde, l’intera sua vita è stata una continua ricerca di equilibri mutevoli tra metodi e approcci differenti, figli a volte della tradizione storica, a volte di un immaginario sovversivo post-classico tutto da inventare. Equilibri incerti (o squilibri consapevoli, se si preferisce) che non possono essere risolti in una sintesi più o meno rigida, ma che vanno lasciati a quel gioco dinamico che rende vitale e antidogmatico l’anarchismo. Come testimonia appunto l’intervista biografica che segue, curata da Mimmo Pucciarelli e apparsa in francese nel 2006, ma mai pubblicata in italiano per volontà di Amedeo. Il quale era fortemente restio a farsi intervistare, e per vari motivi: in parte per ritrosia congenita, in parte perché convinto che il vero racconto di una vita militante come la sua dovesse emergere da quanto aveva fatto e non da narrazioni postume, inevitabilmente soggettive, e in parte perché – come insegnavano i vecchi anarchici, che di lotta clandestina se ne intendevano – ogni storia di vita militante è inevitabilmente fatta di omissis, dato che certe cose semplicemente non si raccontano.

Venezia, settembre 1984, Incontro internazionale anarchico, sessione Stato e anarchia del convegno “Tendenze autoritarie e tensioni libertarie nelle società contemporanee”: (da sinistra a destra) Nico Berti, Amedeo Bertolo, Colin Ward, Murray Bookchin, Rudolf De Jong, Rúben Prieto (in piedi).

In mancanza di una versione italiana scritta, questa edizione è dunque partita dalle registrazioni originali – tutte avvenute tra il 2003 e il 2005 – e non dalla pur accurata traduzione francese di Isabelle Felici, rispetto alla quale presenta delle piccole differenze: in genere commenti espunti in quella edizione o annotazioni e precisazioni successive.

Proprio per essere stati registrati in quegli anni, questi ricordi hanno ovvi limiti temporali che lasciano inevitabilmente fuori dal racconto tutti coloro – e non sono pochi – che hanno condiviso con Amedeo il decennio successivo. A completamento dell’intervista biografica sono stati inoltre aggiunti alcuni scritti che con registri diversi toccano il tema dell’identità anarchica: per rintracciarne la genealogia nel passaggio generazionale (con le note biografiche sui due “padri putativi”: Pio Turroni per l’educazione sentimentale e Louis Mercier Vega per l’educazione intellettuale), e per cercare di identificare il nucleo costante di un’identità programmaticamente mutevole in un abbozzo di dibattito (con Eduardo Colombo e Nico Berti) rimasto inconcluso e fin qui inedito.

Lago di Como, novembre 1988, Amedeo Bertolo con Murray Bookchin, teorico dell’ecologia sociale, durante un giro di conferenze organizzato dal Centro Studi Libertari / Archivio Giuseppe Pinelli.

Se Amedeo avesse potuto editare questa versione della sua intervista biografica – sempre presumendo che fosse d’accordo a pubblicarla – avrebbe probabilmente limato e precisato. Avrebbe magari citato in modo più esplicito di quanto non faccia nella ricostruzione che segue alcuni “compagni di strada” con i quali ha condiviso un lungo tratto del suo percorso esistenziale, come la feconda collaborazione editoriale con Ferro Piludu, Lucilla Salimei e il Gruppo Artigiano Ricerche Visive di Roma; o la forte consonanza intellettuale con persone che appaiono meno influenti di quanto non siano effettivamente state (a cominciare da Tomás Ibáñez); o ancora l’affinità elettiva, fatta anche di rapporti amicali, con singoli o persino con collettivi (a cominciare da Fabio Iacopucci, da Mário Rui Pinto o dall’Ateneo degli Imperfetti di Marghera). Ma Amedeo questa revisione non l’ha potuta fare.

Dunque ce ne assumiamo la responsabilità e lasciamo che il racconto ci restituisca, per quanto è possibile, quell’originale amalgama di lucidità eretica e di viscerale passione anarchica che è stato il suo tratto peculiare. Un amalgama apparentemente contraddittorio che invece rimanda con forza a quelli che sono i tratti costitutivi e inscindibili dell’identità anarchica, fatta di ethos (i valori), logos (il discorso razionale), pathos (le emozioni) e praxis (l’azione). Se manca qualcuno di questi elementi, l’identità è monca. Ma il giusto equilibrio tra di loro non è una formula e ognuno lo deve trovare vivendo e agendo.

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Rojava, il fiore del deserto. Intervista a Davide Grasso, combattente YPG in Siria https://www.carmillaonline.com/2017/09/05/rojava-fiore-nel-deserto-intervista-davide-grasso-combattente-ypg-guerra-siria-rivoluzione/ Mon, 04 Sep 2017 22:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40269 di Fabrizio Lorusso

Davide Grasso, militante e blogger trentasettenne, è un combattente italiano che nel 2016 s’è unito alle file delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) nel nord della Siria per lottare contro lo Stato Islamico (ISIS) e difendere la rivoluzione del confederalismo democratico che i curdi stanno portando avanti nei tre cantoni (Kobane, Jazira e Afrin) che controllano al confine con la Turchia. Abdullah Öcalan, leader turco del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in carcere dal 1999, formulò nel 2005 questo modello politico che si basa su autonomia, rispetto [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Davide Grasso, militante e blogger trentasettenne, è un combattente italiano che nel 2016 s’è unito alle file delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) nel nord della Siria per lottare contro lo Stato Islamico (ISIS) e difendere la rivoluzione del confederalismo democratico che i curdi stanno portando avanti nei tre cantoni (Kobane, Jazira e Afrin) che controllano al confine con la Turchia. Abdullah Öcalan, leader turco del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK) in carcere dal 1999, formulò nel 2005 questo modello politico che si basa su autonomia, rispetto interculturale, laicismo e diritto all’autodifesa delle comunità e che, spiega nel suo libro “Confederalismo Democratico” (link), è “aperto verso altri gruppi e fazioni politiche” oltre che “flessibile, multiculturale, antimonopolistico e basato sul consenso”. “Durante la sua lunga incarcerazione sull’isola di İmralı, Öcalan ha approfondito lo studio del pensiero libertario, ecologista e municipalista, confrontandosi in particolare con le teorie dell’anarchico americano Murray Bookchin (1921 – 2006). Ne è derivata una “svolta” teorica del movimento, che oggi non aspira più a costruire uno stato-nazione curdo ma ad allargare zone di autonomia e autogoverno. Il nome dato a quest’impostazione è “confederalismo democratico”. I primi, importanti esperimenti in questo senso non stanno avendo luogo nel Kurdistan “turco” ma nel Kurdistan “siriano”, nel Rojava (che in curdo significa semplicemente Ovest)” (fonte: storify.com Wu Ming Foundation). Dopo la liberazione di Kobane dall’ISIS nel 2015, nel contesto della devastante guerra siriana, l’esperimento rivoluzionario curdo nel nord della Siria è un “fiore del deserto” che ha creato un immaginario potente e ha spinto tanti stranieri a sostenerlo anche con le armi. Di ritorno alla sua natale Torino Davide Grasso traccia un bilancio della sua esperienza personale e della situazione politico-sociale nello scacchiere siriano (Syria Live Map link) [F. L.].

F.L. – Qual è la tua storia? Cosa facevi prima di partire per la Siria?

D.G. – Non ho mai avuto un unico lavoro, sono stato prima studente e poi dottorando. Ho lavorato con cooperative di pubblicità e sociali, e anche con collaborazioni part-time con l’università. Prima di partire ero operatore sociale a Torino con i senzatetto e i disabili e da quando son tornato in questi ultimi mesi mi sono occupato fondamentalmente di fare informazione su quello che accade in Medioriente.

– E come militante?

– Sono sempre stato interessato alle questioni sociali e politiche. Per quanto riguarda l’Italia ho partecipato ai movimenti studenteschi come l’Onda Anomala, al movimento No-Tav e per il Medioriente mi son speso all’università spesso in attività per l’approfondimento della questione palestinese, seminari contro la guerra in Iraq e in Afghanistan, quindi ho sempre agito in questo senso.

– Com’è nata l’esperienza in Siria?

– In realtà è nata già nel 2014 quando ho saputo dei fatti di Sinjar [4 agosto 2014, ISIS fa strage o schiavizza migliaia di yezidi, comunità religiosa curdofona in Iraq, link p. 3-4] di cui oggi è l’esatto anniversario, il terzo. Mentre l’informazione ufficiale dava una certa versione, ho scoperto grazie a un sito di cui anch’io ero redattore, Infoaut, e poi anche a Wu Ming, che c’era una versione diversa dei fatti, cioè chi stava cercando di resistere a questi massacri che compiva l’ISIS nel 2014 in Iraq non era la fazione curda dei peshmerga [militari curdi-iracheni filo USA] sostenuta dal governo italiano. Era invece la fazione di sinistra che il governo considerava terrorista. Quindi da lì in poi ho cominciato a seguire molto più da vicino quel che accadeva in Iraq e Siria, ma in generale, come tutti da quando è emerso il fenomeno dell’ISIS, ho ripreso un interesse che anni prima avevo lasciato un po’ cadere sul Medioriente. Poi tutto è andato in crescendo. Ci son stati i massacri compiuti dal governo turco a Cizre [ai danni dei curdi], di cui ho saputo nel settembre del 2015, e quindi, siccome scadeva il mio contratto di lavoro proprio in quei giorni, ho usato la liquidazione per andare in Turchia e visitare Cizre. Lì ho conosciuto diversi ragazzi che combattevano, alcuni dei quali sono morti poco dopo. Quindi quando son rivenuto in Italia, già ero molto incline a tornare, però, visto che quando son tornato ci son stati gli attentati del Bataclan [13 novembre 2015], quelli sono stati decisivi. Mi son reso conto che a quel punto questa organizzazione [ISIS, DAESH o Stato Islamico] stava letteralmente venendo a cercare strada per strada quelli come me, come noi, cioè un certo tipo di giovani europei, con un certo stile di vita, e quindi ho pensato che fosse necessario tornare lì per fare informazione diversa e per combattere, se ne avessi trovato il coraggio, tra le altre cose.

– Come sei arrivato proprio dai curdi della Siria?

– Sono andato in Iraq. Ho organizzato un reportage per cui c’è stato un autofinanziamento con dei concerti in Italia nell’autunno 2015. Nel febbraio 2016 son partito, son stato prima in Palestina, poi in Iraq, passando per la Giordania. In tutti questi paesi ho raccontato quello che ho visto, ho fatto delle interviste e poi l’obiettivo finale era proprio andare nella Siria del nord. Lì però già i peshmerga iracheni non permettevano ai giornalisti, come accade tuttora, di entrare in Siria, ed è una cosa gravissima. Una lesione gravissima del diritto internazionale d’informazione. Quindi son dovuto entrare con un espediente e, una volta arrivato all’interno, ho preso contatto con la società civile, le istituzioni e i media center del Rojava. Così è nato il contatto, non ne avevo prima di arrivare lì.

– Quando sei entrato in Siria e quanto sei rimasto?

– In Siria sono rimasto sette mesi. Da inizio marzo a inizio ottobre 2016.

– Avevi intenzione di combattere sin dall’inizio?

– Ne avevo l’intenzione, ma non ero certo che avrei trovato il coraggio di farlo. Credevo fosse giusto che qualcuno che non si era trovato per caso al Bataclan o negli altri locali colpiti a Parigi, che sono luoghi e quartieri che comunque io conosco, come molti di noi, cioè qualcuno che non s’era trovato lì disarmato, per terra, a venire trucidato da questi individui, sarebbe dovuto andare lì in prima persona e prendere le armi contro questi individui. Soprattutto per non delegare ai nostri governi di farlo e specialmente a quello francese, in questo caso, perché chiunque abbia un po’ di consapevolezza del mondo di oggi sa che i nostri governi sono i primi responsabili di questa situazione e non possono che peggiorarla con le loro politiche e i loro interessi. Quindi avevo già l’intenzione, solo che fino all’ultimo momento sono stato in bilico perché entrare nella guerra civile siriana come combattente, senza un’esperienza militare, cioè essendo sempre stato un civile, è un atto da cui è facilissimo non tornare indietro per cui diciamo che la decisione definitiva è stata maturata quando ero già in Siria.

– Com’è stato quindi questo passo? Con che persone ti sei relazionato?

– Ho conosciuto persone di vario tipo. Abitanti del Rojava, sia curdi che arabi, che vivono le condizioni della guerra e della rivoluzione, ognuno a modo loro. Ho conosciuto dei militanti politici curdi e degli attivisti internazionali, soprattutto europei, che erano lì per conoscere queste rivoluzione o per sostenerla. Questi sono stati determinanti perché mi hanno sicuramente spronato perché vedere l’esempio altrui è sempre importante e poi ho anche conosciuto combattenti internazionali delle YPG (Unità di Protezione del Popolo curde) che erano giovanissimi e non erano assolutamente politicizzati, anzi conducevano una vita completamente apolitica nei loro paesi ed erano andati lì a rischiare la vita perché indignati da quel che accadeva in un Paese lontano dal loro. Quindi di fronte a tutto questo diventa difficile non prendere le armi a tua volta.

– Come ti sei unito alle Unità di Protezione del Popolo curde (YPG)?

– C’è stato un addestramento, una formazione di diverse settimane durante le quali ho ricevuto molte lezioni di lingua curda, di ideologia confederale, cioè della forma di socialismo portata avanti dalle YPG, e anche di storia del Medioriente e del Kurdistan. E poi la formazione tecnica per l’uso delle armi, degli abbozzi di tattica. Bisogna anche tenere conto che la guerra civile in Siria è un evento talmente tragico e caotico per cui comunque queste milizie non hanno la possibilità di sobbarcarsi un genere di formazione come quella degli eserciti regolari.

– Che armi avevate in dotazione?

– I dettagli non si possono dire per ragioni militari, però si può dire che il problema delle milizie curde e delle forze siriane democratiche è che hanno prevalentemente, al 99%, armi leggere e questo non è un mistero. DI fatto la stragrande maggioranza dei combattenti ha a disposizione un kalashnikov e per fortuna non m’è sembrato ci fosse grossa penuria di munizioni perché mi pare che almeno su quello la coalizione, gli Stati Uniti, han dato de contributi e anche la Russia ha dato qualcosa. Sono per le munizioni, ma per le armi si tratta di armi leggere, vecchi, sicuramente superate in un contesto generale. Poi in realtà in Siria non lo sono perché la maggior parte degli scontri a fuoco in una battaglia siriana, a meno che non sia coinvolto l’esercito regolare, è sempre con armi automatiche di quelle di fabbricazione sovietica, quindi mitragliatrici tipo Pkm e Pks, la Dushka o Dshk o il Kalashnikov. Sono queste le armi più usate.

– Hai parlato di “Rivoluzione”. Cosa sta succedendo nel Nord della Siria?

–  Nella Siria settentrionale e in generale in tutto il Paese dal 2011 è in atto una rivoluzione. La rivoluzione siriana s’è sviluppata in due grandi tendenze contrapposte. Una è andata molto male perché ha preso un’evoluzione islamista e una invece è andata molto bene perché ha preso un indirizzo socialista illuministico e femminista. Quest’ultima è la rivoluzione confederale che ha attecchito inizialmente nei territori curdi ma ormai in tutto il Nord della Siria in zone prevalentemente arabe o cristiane. Invece la parte islamista s’è poi spaccata in vari tronconi: l’ISIS lungo l’Eufrate e i gruppi islamisti diversi dall’ISIS ormai nella provincia di Idlib in questo momento. E quindi la rivoluzione siriana s’è evoluta in due diverse rivoluzioni che si combattono tra di loro ed entrambe combattono anche contro il regime di Bashar al-Assad.

– Che missioni e attività hai avuto?

– All’inizio ero sul fronte di Ain Issa che all’epoca era il fronte di Raqqa, mentre oggi questo fronte, per fortuna, è dentro la stessa Raqqa perché è sceso fin dentro la città, però un anno fa si trovava 63 km a nord di Raqqa. E lì c’era la città di Ain Issa dove stava la mia unità e il nostro compito era quello di proteggere il cantone di Kobane dall’ISIS, mentre nello stesso momento c’era l’offensiva a nord di Aleppo da parte delle forze siriane democratiche a ovest dell’Eufrate che stava guadagnando tutte le campagne attorno a una città strategica che si chiama Mambij: era andare a liberarle per tagliare le comunicazioni tra Raqqa e la Turchia. Quella città era l’ultima comunicazione tra Raqqa e la Turchia, quindi tra Raqqa e il mondo esterno. Non ho partecipato all’inizio a quest’offensiva, piuttosto m’occupavo di difendere il cantone mentre questa offensiva andava avanti. Poi a fine giugno la mia unità è stata mandata a Mambij e quindi a luglio anche noi abbiamo combattuto in questa operazione per la liberazione della città.

– C’erano altri stranieri e italiani?

– C’erano molti stranieri quando ero io lì, ma non italiani. Ero l’unico. Si sapeva che c’erano stati altri italiani comunque, in particolare io chiedevo sempre di Karim Franceschi perché avevo letto il suo libro. Però in quel momento non ce n’erano altri. C’erano molti stranieri che venivano soprattutto da Europa, Nord America, dall’Australia e Nuova Zelanda, dai Balcani. Ho conosciuto anche un ragazzo di origine cilena e so che ci son stati anche alcuni sudamericani nelle YPG.

– Ti identifichi col termine foreign fighter?

– Attualmente in pratica ci sono espressioni sulle quali non è possibile rispondere solo “sì” o “no”. Mi definirei foreign fighter, anche se l’uso mediatico ne ha di fatto modificato il senso, però esiste un senso originario che è diverso. Nel senso mediatico del termine, non mi identifico perché i mass media hanno gettato una cattiva luce, l’hanno associato unilateralmente a chi combatte per lo Stato Islamico. Ma per quello che è il senso originario, penso sia l’espressione più bella che si possa immaginare. Quindi di sicuro nel senso stretto di quello che significa, del resto è abbastanza tautologico che io lo sia stato. E penso che tra l’altro la contraddizione nell’uso mediatico la si vede anche nel fatto che io e gli altri internazionali che abbiamo combattuto a Mambij, tagliando quell’ultima via di comunicazione con la Turchia dell’ISIS, abbiamo azzerato definitivamente l’afflusso di foreign fighters dell’ISIS in Siria che prima era molto grosso. Da quando appunto un anno fa la città è stata liberata, è diventato pari a zero. Quindi foreign fighters sì, ma dipende da che parte stanno.

– Si parla magari di “internazionalisti”?

– Beh, per forza di cose. Anche se nelle YPG colloquialmente si dice anche che siamo “internazionalisti”, è vero pure che la teoria politica che ispira le YPG in realtà più che di “internazionalismo” parla di “universalismo”. Perché? Per un ragionamento forse sofisticato ma importante secondo cui l’epoca dell’internazionalismo, quella in cui si pensava che il riferimento fossero gli stati-nazione anche per i socialisti, è finita per cui internazionalismo era la solidarietà del secolo scorso e invece le YPG preferiscono “universalismo” perché oggi siamo in una realtà davvero globale in cui di fatto tutto il mondo è una metropoli perciò, se vogliamo, ancora più internazionalismo di prima.

– Per la tua esperienza contro l’ISIS cosa puoi dire del mito della loro invincibilità sul campo?

– Sul campo devo dire, senza voler fare propaganda, sinceramente ho visto l’imbattibilità delle YPG, mentre dell’ISIS ho visto il fatto che son stati battuti quando ero là l’estate scorsa. E’ stato faticoso, ma ti spiego perché. Me l’hanno confermato anche dei combattenti americani che avevano avuto un’esperienza lunga nel loro esercito, avevano combattuto anche in Iraq e dicevano che, paragonando la lotta contro l’ISIS ad altre fasi molto cruente della guerra irachena e di questi tipi di conflitti, l’ISIS è una forza militarmente molto competente e organizzata in cui si vede davvero che ci sono delle menti a livello strategico abbastanza avanzate sugli standard contemporanei. La loro strategia è causare il maggior numero di morti nelle file nemiche col minor numero di morti nelle proprie. Quindi fanno uso fondamentalmente delle mine, delle trappole esplosive, dei cecchini e hanno anche un’ideologia religiosa che fa sì che affluiscano nelle loro file centinaia di persone che sperano di morire il prima possibile perché sono convinte che pranzeranno con Dio e avranno non so quante vergini a disposizione. L’ISIS può fare un uso abbastanza continuo di persone che si fanno saltare, camion bomba e autobombe guidate a tutta velocità contro il nemico.

Questo è un vantaggio, però questo mito che han creato i media è totalmente sbagliato come molte cose che creano i media perché è un fenomeno del tutto analizzabile coi suoi limiti e potenzialità. Ci sono sicuramente tanti dell’ISIS che si suicidano, però bisogna anche dire che per esempio sul nostro fronte di Ain Issa ci son stati anche degli attacchi che erano suicidi dal punto di vista di chi li faceva ma anche da quello militare, nel senso che quando uno manda anche 30 miliziani a fare un attacco completamente sporadico senza nessun significato nell’economia della guerra, in cui tutti e trenta vengono uccisi e muore soltanto uno delle YPG, è chiaro che queste persone erano in lista per essere mandate al martirio perché avranno anche i loro problemi di “aspiranti al martirio” che vogliono andarci… Ma bisogna anche vedere che poi questo militarmente è follia. Infatti ci sono aspetti anche, come dire, contraddittori che tutti assieme fanno venir fuori l’immagine di una forza che, come tutte, ha i suoi difetti e i suoi pregi dal punto di vista della guerra.

– Molti si chiedono come sia possibile sconfiggere l’ISIS. C’è stata una mancanza di volontà politica o militare o è davvero complicato?

– E’ difficile ma non militarmente. E’ difficile politicamente. Militarmente va notato che in sostanza il territorio che aveva conquistato tra Siria ed Iraq è quasi esaurito, quindi in tre anni, che è comunque un tempo sempre molto minore di quella che è stata l’occupazione dell’Iraq o è tuttora la guerra civile siriana, questo fenomeno a livello militare è stato represso. Però quello che è difficile è l’aspetto politico. Primo perché ci sono aspetti politici che rallentano le operazioni militari perché comunque, vuoi o non vuoi, mi risulta che in molti conflitti, anche se sempre meno col passar del tempo, c’è un riferimento minimo a delle regole di guerra, a un diritto internazionale della guerra e a delle convenzioni.

Questo l’ISIS non lo riconosce in alcun modo poiché tutte queste leggi sono frutto di una sovranità popolare, democratica o liberale che per loro è peccato, nel senso che l’unica legge che esiste è quella di Dio. Di conseguenza loro non rispettano nessuna etica di guerra e usano i civili come scudi umani. Dico, si potrebbe accusare qualsiasi forza partigiana di nascondersi nella popolazione però un conto è nascondersi nella popolazione come forza partigiana e un conto è fare della popolazione carne da macello appositamente, anche perché prevale una logica del “tanto peggio, tanto meglio” su cui punta l’ISIS. Dunque questa è la prima difficoltà politica. L’ho vista coi miei occhi, quando cercavamo di avanzare dentro una città in cui l’ISIS impediva ai civili di lasciare le proprie case. Significa che bisogna praticamente rallentare le operazioni per riuscire chirurgicamente ad accerchiare gli edifici, a proteggerli, a far uscire i civili e a mandarli via e poi dopo procedere a snidare i miliziani ovunque si trovino. Anche dal punto di vista della guerra aerea questa è una complicazione enorme perché comunque si chiede sempre l’evacuazione di civili quando si sa che si inizia una guerra con operazioni aeree e, se una realtà come ISIS non lo fa, si possono immaginare le conseguenze ma anche il rallentamento delle operazioni.

L’altra difficoltà politica è che esiste un problema di fatto che non è solo dell’Iraq o della Siria ma del mondo intero: esistono degli squilibri di ricchezza, di potere, di egemonia culturale nel mondo e ci sono problemi di povertà in molti sensi, quindi ci sono centinaia di milioni di persone, soprattutto in Africa e Asia che hanno bisogno di una logica, di un’ideologia di riscatto e a volte anche di vendetta ed espressione della rabbia. Quindi lo Stato Islamico è in realtà, purtroppo, un’insurrezione globale che riempie il vuoto della fine dei comunismi, dei socialismi, e quindi, finché non s’eliminano le contraddizioni sociali o non si riesce a creare un’alternativa politica a questo genere di insurrezioni, un’alternativa in cui ci sia una forma di sollevazione razionale e non irrazionalistica, si può anche sconfiggere militarmente ma ritornerà in forme sempre peggiori.

– Recentemente sono aumentati gli sconfinamenti dell’esercito turco anche nei cantoni curdi. Qual è il ruolo della Turchia al confine con la Siria?

– Quando mi trovavo a Kobane, nel settembre 2016, in effetti è stato uno dei momenti peggiori perché la Turchia interveniva con la scusa di costruire un lunghissimo muro tra la Siria del nord rivoluzionaria e i suoi territori, che in gran parte realmente sono territori di comunità che avrebbero anche una loro autonomia, tra cui ci sono curdi. Con questa scusa provocava ampiamente alla periferia di Kobane, proprio sul confine, con i carri armati. Ha provocato nove giorni di rivolta della popolazione di Kobane al confine che sono costati anche due morti e moltissimi feriti. Questo era già stato un primo episodio. Ora ce n’è stato un altro che per fortuna è durato solo una notte in cui i mezzi turchi di nuovo hanno sconfinato nei pressi di Kobane occupando due villaggi e sono stati ricacciati indietro dalle YPG. Però Kobane, anche per il suo valore simbolico, è in realtà la città che ha subito di meno da parte della Turchia perché ci sono altre città come per esempio Tel Abyad, che viene mitragliata a distanza di 10 minuti tutti i giorni ormai da un anno e mezzo dalla Turchia e spesso ci sono anche lanci di colpi di mortaio, così come Tel Abyad (Gire Spi per i curdi), Qamisho, Amude, Serekani (Ras al-Ayn per gli arabi), su cui più volte sono stati lanciati dei razzi quando io ero lì.

E poi soprattutto il caso più grave è quello di Afrin, che è il cantone rivoluzionario isolato perché staccato da Kobane e confina con la Turchia o con territori della Siria controllati dagli islamisti. Ed è Afrin che sta subendo l’aggressione peggiore. Ormai sono tre mesi che la Turchia sta bombardando senza sosta Afrin, quindi ci sono già centinaia di morti civili, combattenti e delle forze di sicurezza nel silenzio internazionale più totale. Ed Erdogan minaccia anche d’invadere completamente questo cantone per cui vorrebbe entrare in Siria e affrontare la sinistra curda anche in Siria oltre che in Turchia.

Solo che è difficile. A parte che ci ha già provato in Iraq recentemente e questo non s’è saputo: meno di un mese fa la Turchia ha tentato un’invasione di larga scala nelle montagne dell’Iraq dove c’è il PKK (Partito dei Lavoratori Curdi) e ha dovuto ritirarsi dopo decine di morti nelle sue fila. Il problema per loro è che gli Stati Uniti proteggono il Rojava e, in forma molto più ambigua, lo fa in qualche misura anche la Russia, che tende a non autorizzare questi interventi della Turchia. E’ questo l’unico motivo per cui ancora non c’è stato un bagno di sangue perché comunque il governo turco è estremista dal punto di vista politico e il clima nella società turca è degenerato particolarmente quindi di certo la possibilità di un’invasione decisiva è sempre presente.

– Kobane è definita come un “fiore del deserto”, perché?

–  Nella contemporaneità tutto sembra volgere al peggio. Un paese come il Messico lo sa bene per certi aspetti, così come paesi come la Siria o la Turchia, ma anche in Europa sembra che il senso comune si sposti sempre più verso posizioni retrive e in tutto il mondo prevalgano le concezioni più reazionarie, identitarie, i nazionalismi e i fanatismi settari e religiosi. Comunque il potere grazie a tutto questo rimane sempre saldo nelle mani di una minoranza ricchissima a discapito della stragrande maggioranza. Quindi ha colpito tutti il fatto che emerga una rivoluzione nel senso che il potere viene assunto concretamente in un territorio da delle forze che portano avanti una logica completamente opposta, perché la loro è cosmopolita, di uguaglianza sociale, di rispetto reciproco e tolleranza religiosa, e soprattutto di centralità e riscatto della donna in una delle regioni dove le donne patiscono di più il patriarcato. Nessuno se lo aspettava ed è una messa in discussione del dogma secondo cui in questo secolo le rivoluzioni non sono più possibili e per questo credo che si sia usata quell’espressione.

– Confederalismo democratico, autonomia, interculturalità sono parole associate alla rivoluzione curda. Cercano l’indipendenza dalla Siria?

– Allora intanto va detto che i curdi sono divisi tra una destra curda e una sinistra. La destra nazionalista vuole effettivamente uno stato curdo, lo vuole sia in Iraq che in Siria, in Iran e Turchia. La sinistra curda, con forze come le YPG, le YPJ (Unità di Protezione delle Donne) o il PKK, non vogliono uno stato curdo perché son convinti che sia necessaria una rivoluzione che vada al di là del capitalismo e intendono che questo non sia possibile attraverso “lo Stato”, che lo Stato sia qualcosa di negativo in sé ed è contradditorio chiederne uno. Dunque loro tendono a sviluppare delle forme di autonomia che sono anche sociali, con la trasformazione dei rapporti sociali e di genere, all’interno degli stati in cui si trovano per poter anzi influenzare le popolazioni non curde e trascendere la “dimensione curda” della rivoluzione. Questo è quello che sta succedendo già in Siria.

Bisogna dire che rispetto alla destra curda nazionalista, che io avverso per molte ragioni, comunque un curdo o una curda al giorno d’oggi che volessero uno stato curdo, che, ripeto, non è la posizione per cui mi sono speso io, non possono essere condannati perché il Kurdistan geograficamente esiste. Per esempio uno stato come la Siria o l’Iraq son stati creati dalle potenze coloniali senza nessun rispetto per la geografia sociale dell’ex Impero Ottomano quindi in ogni caso dico questo per quelli che pensano di poter puntare l’indice contro i curdi o altre popolazioni, come per esempio gli amazigh [berberi] in Marocco o altre nel mondo che vogliono autonomia o indipendenza: non credo si possa negare in ogni caso.

– I curdi hanno anche adottato una Costituzione nel nord della Siria che è molto avanzata e democratica. Che ne pensi? Sta funzionando?

–  Si dice colloquialmente Costituzione. In realtà si chiama Carta del Contratto Sociale proprio perché “Costituzione” prefigurerebbe la creazione di uno Stato. Però sicuramente quel testo è molto avanzato sotto tutti gli aspetti. Bisogna tener conto del processo materiale di questa rivoluzione. L’obiettivo è una forma di comunismo e di estinzione dello Stato, che chiamano confederalismo democratico perché per loro la democrazia è comunista senza Stato o non è, ed è confederale perché è basata sull’autonomia di tutte le comunità che devono federarsi in maniera volontaria tra loro e non per l’imposizione dall’alto.

Quindi puntano a questo ma son consapevoli che non si può raggiungere dall’oggi al domani per cui hanno forgiato anche il concetto di autonomia democratica, che è il modo in cui il movimento del confederalismo democratico si concilia ogni volta con lo Stato esistente. Per esempio questi cantoni e i consigli cantonali che mantengono la separazione dei poteri, e in qualche modo assomigliano a uno Stato, sono l’autonomia democratica, cioè sono una proposta per la Siria per una sistemazione istituzionale che ponga fine alla guerra e, però, non cancelli la rivoluzione.

Questo è il senso delle istituzioni create che non sono “il confederalismo democratico” ma “l’autonomia democratica” perché il confederalismo nel Nord della Siria è quello rappresentato dalle comuni, dalle comuni agricole ed economiche, da quelle cittadine, dal contropotere esercitato anche a livello armato da queste istituzioni, dalle cooperative, dal nuovo rapporto che c’è tra le donne e la società. Questa è la rivoluzione. Non può trovare uno sbocco definitivo, perciò loro, non volendo ripercorrere il modello bolscevico perché infine ha fallito, non concepiscono la “presa del potere” nel senso di “creazione di uno Stato socialista” che poi s’estingue. Sono parte invece di un movimento che ogni volta crea delle istituzioni per conciliarsi con lo Stato in cui è emerso e per poi evidentemente rimetterlo sempre in discussione e continuare questo processo.

– Parlare di autonomia in Messico rimanda agli zapatisti e l’EZLN ha mostrato simpatia per la rivoluzione dei curdi siriani.

– So che in generale lo zapatismo e il Chiapas sono visti come un punto di riferimento in Rojava e in tutto il Kurdistan perché il movimento curdo ha iniziato la sua trasformazione teorica negli anni 2000 quando ormai già da diversi anni in Messico c’era stato un lavoro di discussione ed elaborazione di una prospettiva. Oltretutto in molti casi in Messico son stati raggiunti risultati concreti. Là ho visto che quello è un punto di riferimento. Ti racconto un po’ in termini di “pettegolezzo” che per vie assolutamente non ufficiali, in modo un po’ random e colloquiali, era arrivata la voce che in realtà ci fossero stati dei tentativi di comunicare e creare un rapporto più concreto ma erano caduti nel vuoto. Qualcuno mi ha provato a spiegare che magari è perché tra Rojava e Chiapas sono tutti e due dei popoli che prima di andare a leggere la mail chissà quanto tempo passa perché c’è un ritmo di vita diverso da quello a cui siamo abituati in Europa. Si diceva un po’ per scherzare… Se questi rapporti aumentassero, penso sarebbe positivo. Quando alcuni mesi fa s’è tenuta ad Amburgo la conferenza internazionale organizzata dal Rojava è stata ospitata una tavola rotonda anche sul Messico e sui cartelli della droga perché c’è proprio un’attenzione speciale da parte del Rojava sull’America Latina, sul Centroamerica, sul Messico.

– Che aneddoti particolari puoi raccontarci del periodo come combattente?

– Sono tanti. Per esempio una grossa delusione… Avevo conosciuto una ragazza curda che mi era molto simpatica e con cui ero rimasto in contatto per un periodo. Poi quando ero andato a trovarla dalla sua famiglia per una festività musulmana che si celebra in settembre, discutendo con loro, avevo scoperto che era una sostenitrice dei nazionalisti curdi, della destra curda, e quindi s’era, diciamo, abbandonata a dei commenti assolutamente inaccettabili sugli arabi, per esempio. E soprattutto sui compagni curdi e anche sullo stesso Oalan. E lì per dire è stato uno dei casi particolarmente brutto perché io non avevo capito, lei non era stata chiara forse su questa cosa, ma più che altro perché dà bene l’idea di com’è la situazione in Rojava. Ci sono tante persone che magari stanno un po’ nell’ombra o nel silenzio ma che lavorano contro la rivoluzione, che cercano di sabotarla o di indebolirne il morale proprio perché hanno idee islamiste o nazionaliste. Quindi in realtà la rivoluzione, come sempre nella storia, è portata avanti da persone determinate e appassionate che devono fare i conti con un contesto molto difficile.

– Un’esperienza più carica di speranza?

– Ce ne sono molte anche in questo caso. Posso contrapporre un’altra persona che ho conosciuto che è un ragazzo di Raqqa, arabo. Lui ha deciso volontariamente di lasciare Raqqa. Era un operaio d’officina, avrà avuto 15 anni, e, mentre stava lavorando, è stato avvicinato da uno di questi miliziani, che in molte città della Siria spadroneggiano, il quale gli aveva detto: “Fammi vedere come preghi”. E dopo che lui aveva pregato, l’altro gli aveva detto: “Tu sei un falso, un miscredente, e non preghi nel modo giusto”. Al che il ragazzo aveva risposto: “Io sono qua nella mia città, sto lavorando, e viene qua uno che non è nemmeno di Raqqa a disturbarmi e a dirmi che non so pregare”. Quindi aveva deciso di andarsene e di migrare verso nord. Alla fine è entrato nelle YPG perché aveva visto i curdi come gente che si comportava nel modo opposto a quello che aveva vissuto lui.

E’ stato uno dei primissimi arabi che sono entrati in una forza che era inizialmente curda al 100%. Io l’ho conosciuto, qualche anno dopo che questo era accaduto, e siamo stati nella stessa Unità. E’ una persona impressionante. A parte il fatto che mi ha spiegato il suo progetto, che era quello di partecipare alla liberazione del Rojava che poi deve diventare la liberazione di tutta la Siria. E voleva andare a combattere anche in Turchia, in Iran e Iraq. “Dopo finalmente potremo andare in Palestina a liberarla e così anche il Libano”, diceva. E se ci fosse stato bisogno anche in Italia, sarebbe venuto anche qui a combattere. E’ una persona quasi analfabeta, che non ha mai visto niente se non Raqqa, Kobane e poco altro, però ha una visione genuina e una volontà. Parlo al presente anche se purtroppo non posso esser certo che sia ancora vivo perché l’ho lasciato a settembre e in Siria la speranza di vita è abbastanza breve. Ho combattuto al suo fianco e come combattente è semplicemente impressionante, indescrivibile. Certe scene a un occidentale come me non potevano altro che far pensare che potevano solo esistere in un film, una persona che combatte in questo modo. Da proletario e da persona non istruita, condannata dalla sua vita a una limitatezza di fatto delle esperienze, è un rivoluzionario ai livelli più alti della storia che si possano immaginare. Così so che nel nord della Siria ce ne sono migliaia e questo ha un valore inestimabile.

– Come si chiama?

– Si può dire il suo nome di combattimento, Zagros Raqqa, perché nessuno in Rojava usa il suo vero nome.

– Qual era il tuo?

– Era Tiresh Gabar.

– Unità di Protezione delle Donne (YPJ), che rapporti hanno con le unità delle YPG?

– La mia unità era mista quindi c’erano sia YPJ che YPG. La maggior parte delle unità sono miste. Come tutto ciò che riguarda le donne nella rivoluzione, quindi anche le comuni e i congressi delle donne, hanno sempre una loro autonomia. Hanno catene di comando, di coordinamento e di decisione autonome, così come in qualunque comune o assemblea di quartiere si riunisce sempre a parte la comune delle donne. Così la nostra unità per esempio era unica ma le donne realizzavano i loro seminari e riunioni prima di venire nelle assemblee nostre, per cui esiste una forma di autonomia delle donne che non è una forma di separatismo ma un sistema intelligente ed equilibrato. Mi sembra che riesca bene a conciliare la questione della liberazione femminile con quella della liberazione di tutti. Naturalmente accordando una priorità alla liberazione femminile, che si vede già in questa autonomia e nella loro ideologia e consiste nel riconoscere alle donne il ruolo di avanguardia politica nella rivoluzione mondiale.

– Come sono i rapporti con la popolazione civile locale?

– E’ sempre diverso a seconda di chi è la popolazione locale. Ci sono persone che supportano e altre che avversano. C’è chi avversa in maniera, diciamo, “dialogante” e altri che vogliono avversare con le armi o sostengono forze esterne. Quindi il rapporto con la popolazione è quello di qualsiasi forza che governa un territorio, però nel mezzo di una guerra civile e di una rivoluzione. Ma tra l’altro ci sono tante forze che son ben riuscite a trasformarla in una guerra settaria, razziale e linguistica e sono questi crimini che producono rancore e non so quando potranno essere sopiti. Quindi per esempio se, come YPG, si cammina per strade di Kobane o Qamishli, la popolazione ti ama in maniera enorme. Per i combattenti internazionali c’è una forma di venerazione da parte dei civili. Mentre invece in una città come Tel Abyad io ero passato al mercato in uniforme, perché dovevamo accompagnare un compagno dal medico, e la sensazione lì’ è quella che può provare un poliziotto che passa in un quartiere di Palermo più o meno. Non è gradita la sua presenza perché a lì c’è una maggioranza araba e al suo interno c’è una maggioranza di sostenitori dell’ISIS e una minoranza di sostenitori della rivoluzione, quindi come città ha bisogno, come anche altre, di sviluppare soprattutto nei giovani o tra le donne una coscienza politica che è molto minore che in altre zone.

– Pensi di ritornare?

– Sì, certo, ci ho pensato. Non credo sia possibile per me non tornare mai più in Rojava.

– Che insegnamenti hai riportato con te in Italia?

– Gli insegnamenti più grandi sono due. Il primo è che esiste un divario, e già lo sapevo, tra l’Occidente e il Medioriente, o forse tra l’Occidente e il resto del mondo. E’ talmente terribile che non si può immaginare, descrivere, e purtroppo non è neanche sufficiente che uno vada a combattere lì per colmarlo, nel senso che è un divario tra chi ha tutto e chi non ha niente, tra chi sta bene e chi soffre. Questa è una consapevolezza della gravità di questa situazione che ha soprattutto chi va in quelle zone in certe situazioni di guerra.

Un altro è che la rivoluzione è giusta e necessaria, però quando si dice “rivoluzione” bisogna essere consapevoli del peso di questa parola in termini di sofferenze, tragedie e dolore che provoca perché una rivoluzione è comunque un rivolgimento della società che non avviene in maniera pacifica, anche se è necessaria, e quindi non bisogna usare questo termine con leggerezza. Non bisogna immaginare semplicemente che sia “una cosa bella”. Quelli che pensano così è meglio che abbandonino la politica e facciano altro, mentre sarebbe utile che ci fossero persone che si rendono conto di quanto è brutto dover fare una rivoluzione ma che continuano a pensare che è necessaria.

In chiusura vorrei denunciare che ci sono due ragazzi, una coppia, della Repubblica Ceca in una prigione turca: lei si chiama Marketa, lui Miroslav. Sono stati varie volte in Siria, Iraq e Turchia per motivi umanitari e sono stati appena condannati in Turchia a 6 anni e 3 mesi di carcere a testa perché accusati d’essere stati nelle YPG e YPJ. E’ una cosa scandalosa. Marketa è un’amica, la conosco, e non è mai stata nelle YPJ, sono accuse totalmente false. E’ l’ennesimo crimine della Turchia, non lasciamo sole queste due persone che affrontano adesso una prospettiva molto dura.

– Come avvicinarsi a quel che succede ai curdi in Siria?

– Ci si può informare su vari siti internet, e soprattutto si può donare alla Mezzaluna Rosa Curda che sta a Livorno. E si può andare in Rojava a portare solidarietà attiva anche senza combattere. Le cose più importanti sono gli aiuti sanitari ed educativi. Malgrado le difficoltà se più giovani dall’Europa andassero in Medioriente, anche questo divario di cui parlavo prima comincerebbe almeno ad attutirsi. Dico sempre che per prima cosa è meglio andare lì se si può e se non si può allora va bene donare e informarsi. Queste tre cose.

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A passo di tartaruga. In equilibrio tra poesia e militanza https://www.carmillaonline.com/2017/04/04/passo-tartaruga-equilibrio-poesia-militanza/ Mon, 03 Apr 2017 23:04:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37422 di Raùl Zecca Castel

A passo di tartarugaLoretta Emiri, A passo di tartaruga, Arcoiris, Salerno, 2016, pp. 148, 12 €

A passo di tartaruga è un libro che fin dal titolo evoca sensibilità e delicatezza; qualità che ne onorano indiscutibilmente le pagine e l’autrice. Loretta Emiri – latinoamericana per scelta – ci consegna un’autobiografia imbizzarrita, capace di coniugare impegno sociale e disincanto allo stesso tempo, scrivendo solo in parte di sé e della sua incredibile esistenza tra gli indigeni Yanomami del Brasile amazzonico, perché quel che emerge dalle pagine [...]]]> di Raùl Zecca Castel

A passo di tartarugaLoretta Emiri, A passo di tartaruga, Arcoiris, Salerno, 2016, pp. 148, 12 €

A passo di tartaruga è un libro che fin dal titolo evoca sensibilità e delicatezza; qualità che ne onorano indiscutibilmente le pagine e l’autrice. Loretta Emiri – latinoamericana per scelta – ci consegna un’autobiografia imbizzarrita, capace di coniugare impegno sociale e disincanto allo stesso tempo, scrivendo solo in parte di sé e della sua incredibile esistenza tra gli indigeni Yanomami del Brasile amazzonico, perché quel che emerge dalle pagine di questo volume, composto da venticinque racconti magistralmente scritti, in perfetta sospensione tra poesia e rigore etico, è piuttosto il racconto critico di un’intera società, la storia di quel mondo complesso cui inevitabilmente tutti noi apparteniamo.

Di qui il senso di disincanto che pervade l’opera e che scaturisce proprio dalla frattura tra questo mondo – l’Occidente cannibale – e l’interiorità dell’autrice che a sua volta trova una magica rispondenza solo nell’universo intimo della foresta pluviale. Il cuore di tenebra, come ben compreso e narrato da Conrad a suo tempo, lungi dal trovare riparo nell’impenetrabile fortezza naturale delle selve primordiali, batte e si agita spasmodicamente nel profondo della civiltà del (presunto) progresso, tra false strette di mano e ghigni sotto i baffi, verità insabbiate e loschi affari mascherati da buone intenzioni.

Aveva dunque ragione Caliban, con il suo disprezzo fiero, a male-dire coloro che gli avevano insegnato a parlare, ma la realtà è ben diversa dall’adattamento che ne restituì Aime Cesaire nella sua versione anti-coloniale sull’onda della liberazione algerina, poiché nessuna maledizione né magia di sorta potranno mai avere la meglio sull’avanzata implacabile dei dominatori e i dannati della terra resteranno sempre tali. È a partire da questa consapevolezza, acquisita tramite un’esperienza ventennale tra gli indigeni dell’Amazzonia brasiliana, che un altro cuore, fragile ma coraggioso, determinato ma non immune alle emorragie, il cuore di Loretta, soffre e si addolora, patendo inesorabilmente di quella saudade per qualcosa che non è stato.

Sono tristi i tropici di questa donna che ha investito forze, impegno e passione nella lotta per la rivendicazione dei diritti del popolo indigeno, conquistandosi il loro rispetto e la loro fiducia, imparandone la lingua, gli usi, le tradizioni, i sogni e le paure, dedicandosi infaticabilmente a un complicato lavoro di alfabetizzazione e di crescita culturale, intesi non certo come strumento di dominio, ma al contrario come unica arma di difesa ed emancipazione possibile, affrontando e combattendo ostracismi istituzionali e burocratici, familiari ed emotivi che il destino e il potere le hanno opposto; infine, tornando in patria – ma quale patria, ormai? – come straniera di se stessa, con quel cuore a brandelli, trascinato a mala voglia come un peso morto. “Addio selvaggi! Addio viaggi”, scriveva Lévi-Strauss a conclusione delle sue memorie amazzoniche, dopo aver constatato con amarezza la responsabilità dell’Occidente civilizzato nel contaminare con la nostra sozzura l’umanità più genuina e pura.

Lo stesso sentimento, straziante, di impotenza e rabbia tormenta l’autrice di questo libro che è una veste strappata, il ricordo doloroso dei tempi vissuti nelle maloche, le case comunitarie degli indigeni yanomami, e il trauma del ritorno forzato. Esiliata nella sua terra, in quella società dell’opulenza, dello spreco e dell’apparenza, di relazioni umane fittizie e opportuniste, Loretta Emiri cerca un equilibrio e un riparo nel cuore di tenebra italiano, sotto il sole delle Marche e sopra le macerie del terremoto, perché la natura non ha pietà nel ricordarci che il destino non appartiene al nostro dominio.

A passo di tartaruga è un insieme di racconti che si fanno strada nel tempo e nello spazio: dall’infanzia dell’autrice al timore verso un futuro dominato dall’individualismo più esasperato, passando per l’esperienza solidale della convivenza con gli indigeni; dai territori vergini del Brasile amazzonico all’Italia centrale dell’Umbria e delle Marche, rispettivamente luoghi di nascita e di residenza della scrittrice, passando per infiniti luoghi di transito, da Modena a Verona, da Sao Paulo a Porto Alegre. Sono storie di incontri, speranze, attivismo, sogni, condivisione e lotta, ma anche di incomprensioni, fatiche, delusioni, sconforto e frustrazione; storie, in ogni caso, in cerca di lettori attenti e sensibili, capaci di immedesimarsi e trovare nelle parole di Loretta Emiri lo spirito di resistenza e militanza che anima gli esseri più autentici.

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Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone https://www.carmillaonline.com/2017/03/18/37085/ Fri, 17 Mar 2017 23:01:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37085 di Giovanni Iozzoli

scalzone-77-coverOreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00

’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, [...]]]> di Giovanni Iozzoli

scalzone-77-coverOreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00

’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.

La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla FGCI ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Il racconto rimbalza da una tappa all’altra di quella lunga stagione che comincia nel ’68 e culmina nel sequestro Moro. In un processo di accumulo di conflittualità che dura quasi un decennio, il Movimento non è rappresentabile in termini di esplosione quanto di necessario epilogo. E del resto, da dove far iniziare (convenzionalmente) una cronaca del ’77?

Scalzone sceglie la straordinaria giornata romana del 12 marzo: centomila in piazza di cui – sottolinea l’autore due volte in poche pagine – almeno 5000 armati. Non è un dato statistico: serve a Scalzone per ribadire quanto fasulla sia la narrazione di un ’77 diviso tra “lottarmatisti” cattivi e “movimentisti” buoni; in larghi settori di movimento in quei giorni è aperta la tematica dell’iniziativa armata – ci si divide, caso mai, sulla sua centralità, sul carattere strategico della clandestinità militare, sul rischio che trascini il conflitto sociale sul terreno della militarizzazione, in opposizione a un processo di contropotere i cui tempi di maturazione sono dettati dai rapporti di forza tra le classi e la “critica delle armi” deve piegarsi al servizio di questi passaggi di massa.

E poi l’assassinio di Francesco Lorusso, uno dei tanti giovani che in quegli anni (Walter Rossi, Giorgiana Masi…) lasceranno sul selciato insanguinato la loro voglia di libertà. E il Convegno di Bologna sulla repressione: Scalzone è tra i promotori della decisione politica, di non trasformare quelle giornate in un assalto alla cittadella della socialdemocrazia – un ultimo tentativo di sottrarsi ai ghetti e alle trappole, di offrire un immagine del movimento non condannato all’automarginalità, una decisione politica lungimirante che “passa” trasversalmente (nonostante le profonde fratture interne fra le diverse componenti organizzate).

Il tema della violenza attraversa tutto il libro, come un’interrogazione implacabile e sempre aperta. Le riflessioni di Scalzone in materia sono di una franchezza estrema, niente a che vedere con il politicamente corretto di alcuni suoi pacificati coetanei:

liberazione, autonomizzazione e comunanza son tutte cose che implicano sovversione e, senza eccezione, gli eventi storici implicano che la guerra c’è, latente, occulta, ed essa è a senso unico, guerra dall’alto verso il basso, se a un certo momento una guerra sociale di liberazione non incarna la forma necessaria del movimento. (p. 49)

La “violenza”- come sempre nella storia – è solo il prodotto della discesa in campo di larghe masse, nel tempo accelerato del ciclo di modernizzazione/crisi di questo paese, che si consuma nel breve volgere di un quarto di secolo.

Il ’77 a molti fa ancora paura e contro di esso viene cinicamente “giocato” anche il ’68 in una stucchevole opposizione tra festa creativa e violenza cieca. Infatti, secondo l’autore, è proprio il carattere selvaggio del movimento, non riconducibile agli schemi tradizionali, espressione della potenza di un corpo sociale e di un’intelligenza collettiva che cercano di liberarsi in modo caotico dai ceppi della valorizzazione capitalistica, a renderlo ancora oggi indigeribile a molti.

Non è la “quantità” di violenza in discussione: ma il fatto che essa non sia programmata e gestita da alcun centro di “nuovo potere”, da nessuna prospettiva di nuova statualità (ci proveranno le Br, con esiti infausti). Potenza produttiva, potenza creativa e potenza antagonista si inseguono caoticamente dentro la prima grande crisi del capitalismo (ormai maturo) italiano.

il Settantasette è la prima grande sollevazione sociale interna alla società del capitale mondiale integrato, alla società post-fordista globale e, se si vuole, al dominio reale del capitale. Il Settantasette è il primo movimento di contestazione che ci sia contemporaneo (p. 145)

È quindi questa l’anomalia selvaggia del ’77: il primo movimento rivoluzionario occidentale, in una società capitalistica a democrazia politica, nell’epoca della fine della centralità del lavoro: e quindi il primo movimento contro il lavoro (con tutti i drammatici fraintendimenti che questa posizione reca con sé).

Le vicende quotidiane – la militanza, il ritmo crescente degli eventi, i drammi dei morti e delle carceri speciali – scorrono come una cronaca in diretta. E in controluce i nodi irrisolti delle grandi questioni teoriche che quegli eventi sollevavano: non si riuscì, allora, ad evitare lo schiacciamento tra le posizioni di idolatria militarista e una pratica di massa costretta a radicalizzare sempre di più le sue forme per “reggere il gioco” e non ritrovarsi marginale.

Lavoro clandestino o iniziativa sociale, fucile o megafono, agire di partito o dimensione orizzontale: in particolare nelle organizzazioni dell’autonomia operaia, questi livelli si inseguono e si ingarbugliano, fino all’implosione – in un tentativo generoso di tenere insieme le “antiche” suggestioni insurrezionali (le memorie bolsceviche e fochiste sono ancora egemoni, nel ’77) con nuove pratiche di massa all’altezza di una mutata composizione di classe. Un equilibrismo quotidiano tutto da inventare – «tra il sublime e il demenziale» – che non poteva reggere a lungo, nella specifica condizione italiana di fine decennio.

Ma non è solo questione di prassi. Tutto il patrimonio teorico del comunismo ortodosso inizia a barcollare, centinaia di migliaia di giovani cominciano a sentirsi non “traditi” ma estranei al Movimento Operaio ufficiale: la cacciata di Lama non è un oltraggio al Padre, ma il respingimento dell’invasione di un esercito nemico. Secondo Scalzone è in questa stagione (ben prima dell’89) che tutto il maestoso monumento del marxismo “statualizzatosi” – da Lassalle a Breznev – comincia a mostrare le sue crepe. Il nuovo movimento “antioperaio” (Dio ci salvi dai fraintendimenti lessicali…) comincia a porre sul tappeto la questione della negazione di sé come proletariato, non della sua emancipazione. Un passaggio teorico e pratico mostruosamente complesso, eppure agito con semplicità, ai livelli di massa della nuova composizione sociale, scolarizzata, colta, velleitaria e piena di diffidenza circa i paradisi socialisti del futuro.

Evocare il rifiuto del lavoro nei giorni attuali (in cui un posto di lavoro sembra diventato l’obiettivo più agognato della vita ) può apparire lunarmente incomprensibile per un giovane proletario di oggi che più che altro si sente “rifiutato” dal lavoro, percependosi come eccedenza senza valore. In questo, il sistema ha dimostrato una demoniaca capacità di assumere le parole d’ordine del movimento – pensiamo anche alla parità di genere, alla questione dei diritti individuali, all’evocazione di una “giustizia più giusta” – per cavalcare un drammatico rovesciamento di senso e di segno, di quelle allusioni. Volete la liberazione dal lavoro? Vi daremo la precarietà di massa e la vostra stessa vita diventerà un continuum di tristissimo e inafferrabile lavorio produttivo.

In ogni argomentazione affrontata, aleggia l’interrogativo: siamo sideralmente lontani o piuttosto insospettabilmente vicini a quel mondo, a quella stagione e a quelle tematiche? Entrambe le cose. Scalzone non crede e non auspica la riproducibilità delle forme di quel moto, ma legge in esso tutti i semi che risultano adesso pienamente maturi, dentro la nostra modernità: il ’77 come esplosione, precoce e anticipatrice, di ciò che oggi, come condizione sociale, si mostra già pienamente dispiegato. E che compone un quadro di crisi antropologica, globale, dell’umano – oltre che del sistema capitalistico.

Tra i documenti in appendice, un livido editoriale di Rossana Rossanda che invita a «difendersi dall’infezione» dell’Autonomia Operaia, frammenti d’assemblee d’antan, un profetico appello promosso da Scalzone per il “diritto d’interferenza” da parte del movimento nella trattativa Stato-Br, per sottrarre Moro (e le stesse Br) a un esito drammatico e prevedibile che avrebbe mutato irreversibilmente i destini di tutti.

Il volume, primo di una trilogia, è curato dal gionalista e saggista Pino Casamassima e si apre con una prefazione di Erri De Luca. Un libro da leggere, senza dubbio. Che anzi andrebbe letto insieme ad un altro importante testo scritto da Carlo Formenti – La variante populitsta (Derive Approdi, 2016) – a suggerire quasi un controcanto disincantato contro ogni tentazione “romantica” e “mitopoietica” su quella stagione, sulla sua ricchezza, ma anche sui suoi sbracamenti teorici che proseguiranno fino ai giorni d’oggi.

Oreste Scalzone non è mai stato reticente sulla sua vita e la sua storia. Ha provato a scrivere un libro non per addetti ai lavori: dietro quelle infinite parentesi aperte sulla memoria, brucia la curiosità intellettuale di un giovanissimo settantenne, dallo sguardo mai pacificato. I rivoluzionari non vanno in pensione, si diceva una volta: è per quello che la loro scrittura, a volte, lascia sulla carta parole di verità.

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Sebastião Salgado, fotografo https://www.carmillaonline.com/2016/12/23/sebastiao-salgado-fotografo/ Thu, 22 Dec 2016 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34227 di Gioacchino Toni

salgado_dalla_mia_terra_alla_terra_coverSebastião Salgado (con Isabelle Francq), Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, Roma, 2014, 176 pagine, 40 fotografie in b/n, € 19,90

«nessuna foto, da sola, può far niente contro la povertà nel mondo. Tuttavia, le mie immagini, insieme ai libri, ai film e a tutto l’operato delle organizzazioni umanitarie e ambientaliste, partecipano a un più vasto movimento di denuncia della violenza, dell’esclusione e delle problematiche ecologiche» Sebastião Salgado, p. 60.

In questo volume la giornalista Isabelle Francq raccoglie i racconti di Sebastião Salgado a proposito dei suoi reportage e del suo modo di intendere la fotografia. Nel libro [...]]]> di Gioacchino Toni

salgado_dalla_mia_terra_alla_terra_coverSebastião Salgado (con Isabelle Francq), Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, Roma, 2014, 176 pagine, 40 fotografie in b/n, € 19,90

«nessuna foto, da sola, può far niente contro la povertà nel mondo. Tuttavia, le mie immagini, insieme ai libri, ai film e a tutto l’operato delle organizzazioni umanitarie e ambientaliste, partecipano a un più vasto movimento di denuncia della violenza, dell’esclusione e delle problematiche ecologiche» Sebastião Salgado, p. 60.

In questo volume la giornalista Isabelle Francq raccoglie i racconti di Sebastião Salgado a proposito dei suoi reportage e del suo modo di intendere la fotografia. Nel libro Salgado ricorda la militanza, insieme alla moglie Lélia Deluiz Wanick Salgado, nelle formazioni brasiliane della sinistra radicale vicine agli ideali rivoluzionari cubani, la partecipazione ai movimenti contro il regime militare inaugurato dal maresciallo Castelo Branco nel 1964 (protrattosi poi fino al 1985) e contro l’ingerenza americana in America latina.

Nell’estate del 1969 i due coniugi abbandonano il Brasile salendo su una nave diretta in Francia ove possono contare su una rete di solidarietà internazionale, all’epoca ben funzionante, che offre sostegno, oltre che ai brasiliani fuggiti dalla dittatura, anche a rifugiati portoghesi, polacchi, angolani, guatemaltechi, cileni ed in generale ai migranti ed ai clandestini.

Salgado sottolinea come la sua appartenenza alla prima generazione che ha lasciato la campagna per trasferirsi in città a studiare lo aiuti a comprendere bene il dramma, incontrato tante volte nei suoi reportage, di chi, giunto in città dalle campagne, si torva di fronte alla povertà ed allo sradicamento.

L’incontro con la fotografia avviene nel 1970 quando, durante un viaggio a Ginevra, la moglie acquista una Pentax Spotmatic II dotata di obiettivo Takumar di 50 mm. Da quel momento si può dire che la fotografia entra nella vita del brasiliano che, finiti gli studi universitari, inizia il suo lavoro presso un’agenzia economica che gli consente di conoscere l’Africa e di fotografarla.

Il 1973 è un anno di svolta importante per Salgado; decide di lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla fotografia come free lance. I primi guadagni ottenuti come fotografo vengono destinati all’acquisto di nuovo materiale tra cui spiccano, inevitabilmente, alcune Leica.

L’amore per il continente africano porta il fotografo a farvi ritorno diverse volte, tanto che il volume Africa, pubblicato nel 2007, finisce col raccoglie materiale proveniente da una quarantina di reportage effettuati nel corso del tempo. I primi lavori africani, sottolinea l’autore, nascono dalla volontà di documentarne la fame e non il folklore ed i paesaggi.

Regione di Chimborazo, Ecuador, 1998 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Regione di Chimborazo, Ecuador, 1998 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Salgado racconta di come alla fotografia sociale sia giunto semplicemente estendendo alla pratica fotografica la sua militanza politica. In Francia, come in altri paesi europei, non mancano le occasioni per fotografare immigrati e clandestini e molti di questi reportage vengono pubblicati dalla stampa francese legata al cristianesimo sociale.

Attraverso la fotografia il brasiliano intende mostrare quella parte di mondo particolarmente sfruttata ma piena di dignità. «Con Lélia constatavamo come il mondo fosse diviso in due parti, tra la libertà per chi aveva tutto e la privazione di tutto per chi non aveva niente. Con la mia fotografia ho voluto mostrare proprio questo mondo dignitoso e saccheggiato a una società europea in grado di ricevere la mia sollecitazione» (p. 45).

Salgado rifiuta l’etichetta di “fotogiornalista” o di “militante” ritenendo, piuttosto, che le sue fotografie siano un tutt’uno con la sua vita; i suoi scatti corrispondono a momenti vissuti intensamente e quelle immagini esistono in quanto la sua vita lo ha condotto alla loro realizzazione. Il brasiliano sostiene che le sue immagini possono derivare tanto da una precisa scelta politica che lo porta in un luogo, quanto da una semplice curiosità e che la sua fotografia non pretende, né vuole, essere obiettiva visto che, come tutti i fotografi, scatta immagini profondamente soggettive.

Oltre all’Africa anche l’America del Sud occupa un ruolo importante nella vita di Salgado come uomo e come fotografo. Fra il 1977 ed il 1984 il brasiliano visita buona parte dell’America del Sud, in particolare l’Ecuador, il Guatemala ed il Messico mentre soltanto grazie all’amnistia del 1979 può rimettere piede in Brasile e fotografare il suo paese a partire dalle comunità indigene e dalle minoranze autoctone, oltre che dai lavoratori nelle campagne e nelle città.
Dai reportage in America del Sud nasce il volume Autres Amériques, arriva il Prix de la Ville de Paris e nel 1986 viene allestita la mostra parigina alla Maison de l’Amérique Latine che poi farà il giro del mondo.

A metà degli anni ’80 Salgado collabora con Medici Senza Frontiere realizzando un reportage ottenuto attraversando Mali, Etiopia, Ciad e Sudan al fine di mostrare le condizioni dei profughi in fuga dalla fame, dalla sete e dalla guerra. Nel 1985 questo reportage ottiene il premio World Press Photo ed il premio Oskar Barnack e l’anno successivo viene dato alle stampe il volume pubblicato dal Centre National de la Photographie Sahel, l’homme en détresse. Nel 1988 dal reportage nasce un secondo libro intitolato Sahel, el fine del camino.

Salgado sottolinea come, non essendo originario del Nord del mondo, quando fotografa non è preso da quel senso di colpa che colpisce molti altri suoi colleghi; non fotografa la povertà perché si sente in colpa, visto che conosce da vicino quel mondo. Piuttosto, attraverso i suoi reportage, il brasiliano intende mostrare la fame e la povertà agli abitanti dei paesi ricchi affinché prendano coscienza dello squilibrio mondiale ed è con tale spirito che il fotografo decide di far sentire la voce del movimento dei Sem Terra (MST) brasiliani, nato attorno alla metà degli anni ’80, seguendo le loro attività per una quindicina di anni. Così come mostrare la fame in Africa è un modo per denunciarla, seguire i Sem Terra è un modo per sostenerli, per schierarsi da una parte ben precisa.

A metà anni ’80 il fotografo pianifica insieme alla moglie il progetto La mano dell’uomo attraverso cui intende rendere omaggio al mondo del lavoro. Il reportage si focalizza soprattutto sulla produzione su larga scala in cui l’essere umano ha ancora un ruolo importante tentando di realizzare una sorta di “archeologia visiva dell’era industriale” prima che questa scompaia. Tra il 1986 ed il 1991 vengono realizzati reportage in ben venticinque paesi, soprattutto extraeuropei (Indonesia, India, Cina, Brasile…) in cui, a partire dalla metà anni ’80, si è spostata la produzione.

Nel 1986 il fotografo ottiene finalmente il permesso di accedere alla miniera d’oro della Serra Pelada, nel nord del Brasile, nello stato del Pará. La miniera, scoperta nel 1980, presenta un’enorme voragine ove, a 70 metri di profondità, si trovano 50.000 esseri umani intenti a lavorare del tutto privi di strumenti meccanizzati. Salgado racconta come in un primo tempo venga scambiato dai minatori per un uomo della compagnia mineraria e soltanto quando, in seguito ad un diverbio con una guardia nel ventre della miniera, viene condotto in manette in superficie, inizia ad essere visto dai lavoratori come presenza non ostile. Da questo momento il fotografo convive per diverse settimane con i minatori scattando le celebri immagini che hanno contribuito a far conoscere al mondo il lavoro nella miniera.

Salgado ricorda anche come, nonostante le condizioni di lavoro ed il fango tendano ad uniformare l’umanità presente nella miniera, la conoscenza diretta di diversi minatori gli ha fatto scoprire l’estrema eterogeneità dei lavoratori. La successiva meccanizzazione delle miniere ha finito col lasciare disoccupati proprio i più dequalificati e nel libro l’autore racconta della trasformazione subita da molta di questa gente divenuta proletariato concentrato nelle periferie delle città e costretta, in molti casi, a rubare qualcosa nottetempo per sopravvivere.

Nella prima metà degli anni ’90 si calcola che, a livello mondiale, tra i 150 ed i 200 milioni di individui abbiano abbandonano la campagna per trasferirsi in città. Da tali dati prende vita un nuovo progetto fotografico volto ad indagare la riorganizzazione della famiglia determinata dalle trasformazioni industriali. Sovrappopolamento delle periferie urbane, precarietà, povertà, condizioni igieniche disastrose e violenza dilagante sono i primi risultati di tale flusso migratorio ed il progetto In cammino (divenuto un libro nel 2000) intende proprio mostrare le persone costrette ad affrontare i drammi dello sradicamento e dell’adattamento nei nuovi contesti tentando di far comprendere la necessità di riformulare la “famiglia umana” su basi solidali. Il reportage In cammino si protrae per sei anni tra l’India, l’Iraq, il Brasile, Shanghai, Giacarta, Manila, il Vietnam, l’Indonesia, i Balcani e diversi paesi dell’America Latina.

Galápagos, Ecuador, 2004 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Galápagos, Ecuador, 2004 © Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Dopo i lavori sui migranti e sulle guerre in Mozambico, Ruanda e Tanzania, è la volta della denuncia dell’inquinamento e della distruzione delle foreste. Salgado pianifica con la moglie una trentina di reportage per il progetto Genesi, poi portato a termine in otto anni attraversando Sahara, Galápagos, Madagascar, Sumatra, Mentawai, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Himalaya, Russia asiatica, Stati Uniti, Canada, Alaska, Cile, Argentina, Venezuela, Falkland, Isole Sandwich…

Nel 2013 escono i primi due libri su Genesi a cui seguono mostre in tutto il mondo. Il fotografo sottolinea di non aver affrontato i reportage con la logica dell’entomologo o del giornalista ma di averli realizzati per se stesso, al solo fine di scoprire il pianeta e trarre piacere da ciò.

Sino a Genesi Salgado si è occupato esclusivamente di esseri umani ma improvvisamente sente di dover fare qualcosa di analogo anche per gli animali: prima di scattare occorre, in entrambi i casi, farsi conoscere e conoscere. Il rispetto per chi si ha di fronte ed il piacere per l’incontro sono alla base della fotografia degli animali così come degli esseri umani. Il contatto diretto con la natura ha anche consentito al fotografo di conoscere gruppi umani che ancora vivono in equilibrio con l’ambiente naturale.

Genesi coincide anche con il momento in cui Salgado passa dall’analogico al digitale, passaggio che avviene soltanto dopo lo svolgimento di una serie di test comparativi nell’estate del 2008. Anche in Genesi il fotografo rinuncia al colore, utilizzato in poche occasioni in passato e soltanto per lavori su commissione per riviste. Il fotografo ricorda anche le faticose sperimentazioni di laboratorio al fine di ottenere negativi in bianco e nero di qualità partendo da file digitali al fine di realizzare stampe ai sali d’argento ovviando, momentaneamente, al problema della conservazione degli archivi su dischi rigidi.

Anche con il digitale Salgado preferisce far affidamento, durante i reportage, soltanto su ciò che vede dall’obiettivo e l’editing non viene fatto dallo schermo di un computer ma dalle stampe, così come ha sempre fatto. Il fotografo ci tiene a sottolineare come il passaggio dall’analogico al digitale ha portato ad una qualità di stampa nettamente superiore rispetto al passato. Salgado lavora con la luce naturale ed oggi il processo di stampa permette un controllo infinitamente maggiore sull’immagine inoltre è possibile lavorare a luce molto bassa ed aumentare la sensibilità.

Uno dei primissimi reportage in digitale del brasiliano viene realizzato nel 2008 sulle alture etiopi e questo viene considerato dall’autore forse il suo lavoro più bello ed interessante. Si tratta di un reportage effettuato percorrendo quasi novecento chilometri a piedi sulle montagne, camminando per quasi due mesi su sentieri tracciati da passaggi millenari di cui non esiste alcun rilevamento tipografico e superando per ben tre volte i quattromila metri di quota.

Quando Salgado termina i reportage di Genesi è ormai settantenne ed alla fine di questa avventura ritiene di avere davvero “incontrato il pianeta”, che è cosa diversa dall’aver “girato il mondo”. Oltre ad aver messo i piedi (e gli occhi) ovunque, il fotografo ha finito anche col ripercorrere all’indietro la storia, riuscendo a vedere “come eravamo all’inizio dell’umanità”, quando ancora l’umanità era dotata “dell’istinto”. «Ho visto ciò che eravamo prima di lanciarci nella violenza della città, dove il nostro diritto allo spazio, all’aria, al cielo e alla natura si è perso fra i muri delle case. Abbiamo eretto barriere che ci separano dalla natura. Di colpo, non siamo più in grado di vedere, di sentire… […] Se nel mio libro, La mano dell’uomo, ero fiero di mostrare che noi umani siamo un tipo di animale molto abile a produrre, ho visto anche che nella nostra maniera di vivere abbiamo fatto di tutto per distruggere ciò che garantisce la sopravvivenza della nostra specie» (p. 168).

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[Le fotografie riportate nel testo sono state pubblicate con il consenso dell’editore – gh]

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