Milano – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’Anarchia non uccide: ventenni contro Franco https://www.carmillaonline.com/2026/05/16/lanarchia-non-uccide-ventenni-contro-franco/ Fri, 15 May 2026 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94642 di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un [...]]]> di Walter Catalano

Leopoldo Santovincenzo, Invito a pranzo con pistola. Storia dimenticata del primo sequestro politico nell’Italia degli anni ’60, Solferino, pp. 350, 20,50 €.

C’è un paradosso sottile nel titolo di questo libro: Invito a pranzo con pistola suona quasi come una commedia di costume, un I soliti ignoti riveduto in chiave noir, e invece custodisce una delle storie più serie, moralmente limpide e politicamente rilevanti che l’Italia del dopoguerra abbia prodotto prima che il decennio successivo trasformasse ogni gesto di protesta in qualcosa di irreversibilmente sanguinoso. Leopoldo Santovincenzo sceglie il tono giusto fin dal titolo, preso dichiaratamente in prestito da un articolo in proposito del 1977: un titolo che sintetizza esattamente ciò che accadde il 28 settembre 1962 a Milano, quando un membro del gruppo di giovani anarchici e socialisti rivoluzionari telefonò al viceconsole spagnolo Isu Elías – l’ambasciatore stava a Roma e i giovanissimi cospiratori non avevano fondi per la trasferta; il console in carica era assente, dunque non restava che accontentarsi del viceconsole, l’unica autorità della Spagna franchista rintracciabile in quei giorni a Milano –  spacciandosi per il segretario del vicesindaco democristiano Luigi Meda, per invitarlo a gustare l’ossobuco e il risotto giallo della Taverna della Giarrettiera in Galleria. L’invito era finto, il pranzo non ci fu mai, ma la pistola — due pistole, per l’esattezza, per quanto mai mostrate alla vittima e da questa stessa messe in dubbio al processo: “sentivo qualcosa di duro ma non posso dire fossero pistole” — era reale quanto le manette con cui, poche settimane dopo, i protagonisti di questa vicenda sarebbero comparsi davanti al tribunale di Varese.

Santovincenzo –  in quota Rai, ideatore e autore da decenni del miglior programma sulla narrativa e il cinema di genere, Wonderland – pubblicista e scrittore in proprio che si definisce modestamente nel libro uno “svuotacantine” non un ricercatore, uno che persegue le sue ossessioni e le sue memorie infantili rimestando fra vecchie pubblicazioni polverose e dimenticate: già autore di un saggio sui gloriosi sceneggiati fantastici Rai degli anni ’60 – Fantasceneggiati. Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987), Elara 2016; e di un romanzo-memoriale, La balena di piazza Savoia. L’immaginario che avevamo in dote, Exòrma, 2017, in cui ricostruisce i percorsi tortuosi, assolutamente reali seppur trascesi a vero e proprio mito, della balena imbalsamata itinerante che ha infestato i sogni o i ricordi (difficile talvolta distinguere) di tutti i baby boomers, me compreso, ad averla incrociata da bambini. Qui, di nuovo inseguendo una storia e un’ossessione, ricostruisce con scrupolo e con evidente passione civile un episodio che la storiografia italiana ha sistematicamente lasciato ai margini, confinato nelle memorie militanti del movimento anarchico e in qualche articolo sparso, senza mai ricevere lo spazio e la riflessione che meriterebbe. Eppure si tratta — come il sottotitolo dichiara senza reticenze — del primo sequestro politico nell’Italia moderna, un atto che precede di oltre un decennio le spirali di violenza degli anni Settanta e che, proprio per questa ragione, offre uno specchio utilissimo per misurare la distanza abissale tra due modi di concepire l’azione politica radicale: quello dei ventenni del 1962, animati da un’etica della responsabilità e da una quasi paradossale fiducia nel potere della parola pubblica, e quello che verrà dopo, quando la politica si trasformerà in guerra, una guerra che non risparmierà nessuno.

La vicenda, nei suoi contorni essenziali, è questa. Il 28 settembre 1962 un gruppo formato da quattro anarchici — Amedeo Bertolo, Luigi Gerli, Gianfranco Pedron e Aimone Fornaciari — da un “comunista rivoluzionario”, come si definisce Vittorio De Tassis e da tre più o meno convinti socialisti rivoluzionari – Alberto Tomiolo, Giorgio Bertani e Giambattista Novello-Paglianti – rapisce a Milano il viceconsole spagnolo Isu Elias. Lo scopo non è il denaro, non è la rivoluzione, non è nemmeno — almeno nella concezione degli organizzatori — la vendetta politica. Lo scopo è salvare una vita: quella di Jorge Conill Valls, giovane anarchico catalano condannato a morte dal tribunale militare franchista per aver partecipato ad alcuni attentati dimostrativi a Barcellona, uno dei quali nella sede della Falange, un altro in quella dell’Opus Dei. Era previsto che il viceconsole, senza che gli venisse torto un capello, fosse consegnato a un gruppo di anarchici spagnoli, affinché questi lo rilasciassero in libertà a Ginevra, nella sede della Lega dei Diritti Umani. Il piano aveva una sua logica da romanzo d’avventura, con twist narrativi quasi da film, e Santovincenzo li restituisce con una scrittura che sa essere insieme precisa e avvincente, senza cedere alla tentazione della novelization gratuita.

Il cuore del libro non sta però nella meccanica del sequestro — pur descritta con dovizia di particolari gustosi: dall’auto a noleggio, una Giulietta bianca presa a Verona per trentunomila lire senza che nessuno dei cospiratori avesse la patente, tanto da dover coinvolgere un amico neopatentato nel complotto e far dire poi al rapito al processo “non avevo paura dei rapitori, gentilissimi, avevo paura del modo come guidava l’autista”; alla sgangherata casupola di vacanza montana familiare a Cugliate Fabiasco, paesino di 178 anime in provincia di Varese a cinque chilometri dalla frontiera svizzera — ma nel contesto in cui quella scelta azzardata emerge. Santovincenzo è acuto nel non separare il gesto dalla sua matrice: racconta come Amedeo Bertolo, ancora ventunenne, avesse già compiuto una missione clandestina in Spagna in sella al suo “galletto”, con un ciclostile mascherato da cassetta da pittore, per distribuire materiale di propaganda ai gruppi libertari spagnoli, e come quella rete di solidarietà internazionale — concreta, rischiosa, fondata su rapporti umani diretti — fosse la premessa morale dell’azione successiva. Non si sequestra un viceconsole per capriccio o per ideologia astratta: lo si fa perché si conosce di persona l’uomo che sta per essere fucilato o garrotato, perché si è dormito nelle case dei suoi compagni, perché l’antifascismo non è una parola ma un legame di carne e sangue attraverso i confini territoriali e linguistici.

La ricostruzione storica è uno dei punti di forza del libro. Santovincenzo inquadra la vicenda nell’Italia del 1962, un paese in piena trasformazione economica, alle soglie del centrosinistra, ma ancora percorso da tensioni profonde. Eravamo allora ben lontani da quel che verrà dagli anni Settanta in avanti: né gli anarchici né i socialisti erano davvero terroristi, né avevano mai avuto alcuna intenzione di sfiorare con un dito il loro “prigioniero”. E in effetti il viceconsole Elías — cinquantacinquenne di origine bulgara, con un passato non del tutto limpido, secondo alcuni qualche connivenza nella fuga dei Petacci in Spagna, ma sostanzialmente una brava persona — viene trattato con una cura quasi commovente: bendato con occhiali da sole incerottati, certo, ma rassicurato, confortato da ogni possibile spiegazione e persino intrattenuto dal suo guardiano durante la breve detenzione. Al processo testimonierà con sincerità di non aver corso alcun pericolo reale. È un dettaglio che Santovincenzo non lascia cadere, perché dice molto sull’etica di questi militanti: c’era una linea precisa che non intendevano attraversare.

Ma il libro non è solo cronaca: è anche storia delle idee, o meglio storia dei corpi in cui le idee si incarnano. Uno dei passaggi più riusciti è la descrizione del gruppo nella sua eterogeneità: metà milanesi anarchici e metà socialisti rivoluzionari scaligeri, una eterogeneità ideologica che Bertolo giustificherà con ragioni logistiche e che sarà alla base di una diffidenza reciproca e una memoria non condivisa del gesto. Questo dettaglio è prezioso perché smaschera la mitologia dell’azione politica come momento di fusione fraterna: in realtà il sequestro di Isu Elías è anche una storia di tensioni interne, di sospetti, di gelosie militanti. I socialisti veronesi e gli anarchici milanesi non parlano sempre la stessa lingua, e quando i rapporti di Tomiolo con un giornalista di “Stasera” vengono considerati dagli anarchici una trama alle loro spalle, decidono di liberare immediatamente il viceconsole consegnandolo a un giornalista de “Il Giorno”, lo scoop finisce però per essere bruciato dal collega di un settimanale scandalistico che aveva ricevuto una soffiata: un piccolo vaudeville involontario che Santovincenzo descrive con il giusto tocco di ironia.

Il processo di Varese — che si apre il 13 novembre 1962 — è un altro momento in cui la ricostruzione dell’autore si fa particolarmente densa e illuminante. Il pubblico ministero – con una moderazione impensabile oggi – chiese pene che si aggiravano al massimo sull’anno di reclusione, ulteriormente ridotte dal tribunale, con il riconoscimento dell’attenuante di aver agito per motivi di alto valore morale e sociale: il centro sinistra è alle porte, la DC vuole fare bella figura coi futuri alleati di governo. Ma il momento più teatrale — e più simbolicamente potente — è quello dell’ingresso di Amedeo Bertolo, l’unico imputato ancora latitante, nell’aula. Fuggito in Francia dopo il sequestro, aveva annunciato che si sarebbe consegnato spontaneamente. Il palazzo di giustizia era strettamente vigilato dai carabinieri, ma il fuggitivo riuscì ad arrivare sino alla stessa sala d’udienza, facendosi passare per l’aiutante dell’avvocato. Quando si identificò di fronte al tribunale, scoppiò uno scandalo enorme. È una scena da romanzo picaresco, e Santovincenzo ha la saggezza di non drammatizzarla troppo: lascia che parli da sola, con la sua carica mista di beffa e di serietà.

Ma l’esito più importante di tutta la vicenda non è processuale: è diplomatico, e politico nel senso più alto. Il sequestro ebbe il merito di dar avvio alla diplomazia sotterranea. Il 5 ottobre 1962, il Supremo Tribunale Militare  confermò la sentenza della Corte marziale di Barcellona – l’intercessione del cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI, sarebbe arrivata poco dopo – e la minacciata pena di morte fu commutata in trent’anni di carcere. Nessun ministro degli Esteri, nessuna ambasceria, nessun organismo internazionale era riuscito a ottenere quello che otto ventenni con due pistole, una Giulietta bianca a noleggio e un ciclostile su un galletto avevano ottenuto in quattro giorni di sequestro. L’editoria, la stampa di mezzo mondo, l’opinione pubblica internazionale avevano fatto il resto: i comunicati diffusi da Parigi raggiunsero le agenzie, i giornali pubblicarono tutto, il franchismo si trovò sotto una luce che certo non gradiva. È una lezione sull’efficacia della comunicazione come arma politica che Santovincenzo sottolinea con intelligenza, senza trionfalismi ma senza neanche sminuire la sua importanza.

Un aspetto che il libro affronta con particolare acutezza è la questione della memoria divisa. Come spesso accade nella storia italiana, questo episodio non ha una narrazione univoca: gli anarchici lo rivendicano come proprio, i socialisti veronesi lo ricordano diversamente, e la storiografia mainstream lo ha per decenni semplicemente ignorato. Quello di Isu Elias è stato il primo sequestro politico dell’epoca moderna, seguito — nel 1966 — da quello del diplomatico spagnolo monsignor Ussia, sempre per opera di un gruppo anarchico, e quindi dalla miriade di sequestri effettuati in ogni parte del mondo nel decennio successivo. Eppure nella memoria collettiva italiana il termine “sequestro politico” evoca quasi automaticamente il 1978, il caso Moro, le Brigate Rosse. Tutto ciò che viene prima sembra non contare, o conta troppo poco. Santovincenzo compie un atto di giustizia storiografica restituendo a questa vicenda la sua priorità cronologica e la sua specificità etica: il sequestro del 1962 non è la preistoria del terrorismo, è un’altra cosa interamente.

Come in una sorta di Anarchist Graffiti, Santovincenzo ricostruisce anche le notizie sul destino successivo di tutti i protagonisti: fra questi Amedeo Bertolo, che diventerà uno degli intellettuali anarchici più importanti del secondo Novecento italiano, fondatore nel 1971 di “A rivista anarchica”, nel 1976 del Centro Studi Libertari/Archivio Pinelli e nel 1986 della casa editrice Elèuthera — una biografia che trasforma retroattivamente il sequestro del 1962 nel primo atto di una lunga e coerente storia di militanza culturale.

Il libro raggiunge perfettamente il suo scopo: portare alla luce una storia che rischiava di sparire del tutto, consegnarla ai lettori con rispetto e rigore, mostrare che nell’Italia degli anni Sessanta — prima della strategia della tensione, prima di piazza Fontana, prima dell’assassinio del povero Pino Pinelli e la criminalizzazione di Pietro Valpreda (che già compaiono come figuranti nella storia raccontata), prima del “terrorismo rosso” — c’erano giovani capaci di rischiare la propria libertà per salvare la vita di un amico in un paese straniero oppresso dalla dittatura, e di farlo con una pistola nascosta e la coscienza pulita.

Invito a pranzo con pistola è un libro da leggere: non come curiosità storica, non come documento militante, ma come contributo a quella memoria collettiva senza la quale nessun presente riesce davvero a capire sè stesso.

 

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1969 Indagine a Milano https://www.carmillaonline.com/2026/05/13/unindagine-intorno-a-piazza-fontana/ Wed, 13 May 2026 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94562 di Sandro Moiso

Marco Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, pp. 154, 14 euro.

I romanzi di Marco Caccamo, di cui quello qui recensito costituisce il più recente, potrebbero rappresentare una boccata d’aria per il “giallo” italiano. Più vicini a quelli di Georges Simenon, che vedevano protagonista il commissario Maigret, che a quelli della scuola hard boiled americana, non si ammantano della cupezza del noir o della violenza del polar che proprio in Francia avevano costituito l’assimilazione in chiave europea delle storie precedentemente narrate da Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Al massimo, [...]]]> di Sandro Moiso

Marco Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, pp. 154, 14 euro.

I romanzi di Marco Caccamo, di cui quello qui recensito costituisce il più recente, potrebbero rappresentare una boccata d’aria per il “giallo” italiano. Più vicini a quelli di Georges Simenon, che vedevano protagonista il commissario Maigret, che a quelli della scuola hard boiled americana, non si ammantano della cupezza del noir o della violenza del polar che proprio in Francia avevano costituito l’assimilazione in chiave europea delle storie precedentemente narrate da Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Al massimo, si potrebbero vedere riflesse nelle pagine di cui è protagonista il commissario Nicola Russo le influenze di quelli raccolti da Léo Malet nei suoi Nuovi misteri di Parigi, pubblicati in Francia tra il 1949 e il 1959 e ambientati meticolosamente nei vari arrondissement parigini in cui si svolgono di volta in volta le indagini del detective privato Nestor Burma. Sedici romanzi tutti pubblicati in Italia da Fazi editore tra il 2002 e il 2020 dopo essere stati proposti precedentemente, ma soltanto in qualche caso, nella collana «Il Giallo Mondadori».

E l’uso dell’aggettivo giallo, già utilizzata in apertura, riassume in sé una narrazione di carattere “popolare” che non deve contenere per forza figure, oggi fin troppo di moda, di agenti e investigatori prossimi all’alcolismo, abituati alla corruzione di cui spesso costituiscono un elemento oppure travagliati da complesse storie di traumi infantili o drammi famigliari.

Il commissario Russo, “terrone” in forza alla polizia di Milano, prossimo ai quarant’anni di età, ha sì qualche problema con Alessia, la donna più giovane con cui convive, ma non passa le serate libere ad affogare i suoi ricordi di un matrimonio fallito nell’alcol e nel blues oppure tra le braccia accoglienti di una prostituta. No, qui siamo lontani dall’ormai abituale e scontato repertorio di investigatori, detective, agenti “perduti” che, dopo essere apparsi, costituendone una novità, nei romanzi di James Ellroy e di numerosi altri autori americani e francesi, hanno cominciato ad inondare le serie televisive, i film e le pagine di troppi altri romanzi.

Con il risultato di aggiungere inutili complicazioni alle vicende narrate, che troppo spesso, senza saper raggiungere i vertici dell’autentico dramma psicologico, hanno contribuito soltanto ad aumentare di un numero spropositato le pagine dei romanzi stessi oppure ad allungare sine die serie televisive che, per essere veramente efficaci, avrebbero dovuto usufruire al contrario di abbondanti tagli e più sintetiche trattazioni fin dalla loro prima sceneggiatura.

Questo fenomeno ha contribuito a tradire lo spirito originario della letteratura di genere, cercando forzatamente di ammantarla di un valore letterario che non può essere certo la lunghezza della sue trame a giustificare. Un’autentica crescita tumorale di dettagli (spesso inutili), violenza gratuita e scene di sesso, contornati da altrettante descrizioni minuziose di ambienti e sentimenti (troppo spesso farlocchi), che ha fatto perdere al “poliziesco” la funzione di coinvolgimento e allo stesso tempo divertimento che quasi sempre dovrebbe caratterizzare la letteratura di genere.

Attenzione però, qui non si intende affatto disarmare la paraletteratura di quella funzione critica dell’esistente che in molte occasioni ha saputo manifestare meglio di quella ritenuta “alta” o degna dei premi della critica, soprattutto italiana. Piuttosto l’intento è quello di tornare a rivendicare una funzione “liberatoria” della stessa, che non deve però afflosciarsi sugli allori della definizione del noir e del poliziesco come nuova forma di romanzo sociale, sostitutivo del realismo di un tempo ormai trascorso, su cui si è ricamato fin troppo.

Marco Caccamo ci riporta, con sguardo sornione, alle 150 pagine del romanzo popolare che non abbisogna di troppi ingorghi narrativi per giungere al suo obiettivo. Contribuendo così, in un sol colpo, anche se c’è da sperare che ce ne siano ancora altri in futuro, a rendere più rapida e piacevole la lettura e a salvaguardare le foreste dalla distruzione in vista di un’iper-produzione di cellulosa destinata ad una industria editoriale dedita a distruggere, allo stesso tempo, risorse naturali e pazienza dei lettori attraverso la pubblicazione di romanzi monumentali oppure soltanto troppo lunghi.

L’autore, oltre che storico libraio e custode della cultura antagonista all’interno della Libreria Calusca City Light, è anche cultore della storia popolare milanese. Motivo per cui ha scritto diversi volumi sul capoluogo lombardo, tra i quali vanno ricordati: Milano. Le parole del dialetto dimenticate (Colibrì, Milano 2018), 1898 Cannonate a Milano (Colibrì, Milano 1998) e un altro romanzo con protagonista il commissario Nicola Russo: L’orologiaio di porta Genova (Agenzia X, Milano 2019).

Come è facile immaginare, in una storia che ruota intorno al ritrovamento del cadavere di una bella ragazza di buona famiglia nella fontana di un noto parco milanese ambientata nella primavera del 1969, i riferimenti agli eventi “politici” di quel periodo non possono mancare. Così come i riferimenti ai dirigenti delle forze del dis/ordine di quegli anni. Ma anche se questi interferiscono con le vicende e ne costituiscono in qualche modo il vero motore, la ricerca e la denuncia dell’autentico deus ex-machina non contribuisce mai ad aggrovigliare una narrazione che pur si dipana tra le manifestazioni del Movimento Studentesco, gli scontri di via Larga e le prime bombe esplose a Milano proprio in quella primavera.

In fin dei conti, ma con mano leggera, l’autore ci ricorda che era in corso in quel periodo a Milano, ma anche nel resto d’Italia e del mondo, una profonda trasformazione culturale, sociale e politica che coinvolgeva differenti ambienti e aspetti della società. In mezzo ai quali il commissario e i suoi collaboratori più stretti, sia agenti che informatori, devono muoversi con cautela e difficoltà. Anche per la distanza culturale che li separa dai giovani che devono avvicinare e talvolta dalla stessa compagna di vita.

Il nostro commissario che è contento di occuparsi di ladri, assassini, prostitute e truffatori «perché per ognuno di questi casi arriva il momento della verità, mentre per quelli dove c’è di mezzo la politica non si capisce mai chi ha ragione e chi ha torto»1, di certo non è un super-eroe o semplicemente un duro; è soltanto un uomo convinto di poter condurre con onestà il proprio lavoro. Sapendo talvolta, come Maigret, chiudere un occhio su alcuni reati minori o discutere del caso gustando un buon piatto con la sua compagna oppure con il suo collaboratore più fidato.

La delusione, però, è dietro l’angolo in una città che, come si è detto prima, l’autore conosce benissimo e in cui la vecchia malavita locale, detta ligera, sta lasciando il passo ad un’altra più spietata e violenta e dove gli ordini dall’alto decidono il destino delle indagini di polizia e quello di tutti coloro che nelle stesse sono rimasti coinvolti.


  1. M. Caccamo, La ragazza del parco Solari. 1969 indagine a Milano, Agenzia X, Milano 2025, p. 115.  

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Ligéra, batterie, rapine, rapimenti e sparatorie all’ombra del Duomo: 1963-1993 https://www.carmillaonline.com/2026/02/18/ligere-batterie-rapine-rapimenti-e-sparatorie-allombra-del-duomo-trentanni-di-storia-meneghina-1963-1993/ Wed, 18 Feb 2026 21:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92883 di Sandro Moiso

Laura Antonella Carli, Nicola Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, pp. 512, 36 euro

Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, A San Vittur a ciapaa i bott, dormì de can, pien de malann!… Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta dì, quaranta nott, sbattuu de su, sbattuu de giò: mi sont de quei che parlen no! Mi parli no! (Ma mi – Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi, Ornella Vanoni 1959)

Ruggero Bonghi, meridionale di origine e direttore del giornale «La Perseveranza», nel 1881 durante la [...]]]> di Sandro Moiso

Laura Antonella Carli, Nicola Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, pp. 512, 36 euro

Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
A San Vittur a ciapaa i bott,
dormì de can, pien de malann!…
Ma mi, ma mi, ma mi,
quaranta dì, quaranta nott,
sbattuu de su, sbattuu de giò:
mi sont de quei che parlen no!
Mi parli no!
(Ma mi – Giorgio Strehler, Fiorenzo Carpi, Ornella Vanoni 1959)

Ruggero Bonghi, meridionale di origine e direttore del giornale «La Perseveranza», nel 1881 durante la Fiera industriale, definì Milano “capitale morale” d’Italia dando così vita al mito di una città modello di operosità, solidarietà, civismo e pragmatismo, Una città vista come il cuore produttivo, laborioso e civile del Paese, portatrice di un “buon senso” alto, in contrapposizione alla, già allora intesa come corrotta, “capitale politica”: Roma.

In realtà a Milano di soldi ne son girati davvero tanti e continuano a girare nelle le sue vie, nei suoi istituti finanziari, nelle grandi opere come l’Expo, nei giochi olimpici invernali del 2026, tra i suoi plurimiliardari che, secondo stime recenti, sono 115mila, uno ogni 12 abitanti. Più che a New York e Londra. Forse meno industriale e operaia di un tempo, con le grandi fabbriche e le botteghe artigiane sostituite da studi televisivi, laboratori della moda internazionale e catene di negozi di lusso, dopo esser stata “da bere”, ricollegandosi a quella Roma da cui aveva sempre soltanto preso le distanze, non ha comunque mai cessato di produrre enormi contraddizioni sociali di cui le lotte operaie e studentesche del passato sono state solo una delle manifestazioni possibili.

Un’altra, che prende invece oggi forma nelle periferie e in quella parte di popolazione che non appartiene certamente all’8% più ricco, è quella dei giovani immigrati, ma non soltanto, di seconda generazione, mediaticamente e superficialmente riassunta nel termine “maranza”, assolutamente insufficiente per spiegarne comportamenti, azioni e scopi. Una sorta di microcriminalità soltanto apparentemente deviante rispetto alle condizioni venutesi a creare a causa delle forme del lavoro salariato, allo stesso tempo moderne e arcaiche, di un mondo in cui il tradizionale proletariato urbano è spesso, troppo spesso, simile a quel lumpenproletariat o proletariato marginale di marxiana memoria che naviga a vista tra gli scogli della disoccupazione, di redditi e lavori precari e di un’immensa offerta di merci le cui vetrine non sono più soltanto quelle lussuose di via Montenapoleone, ma anche quelle, ben più invasive e pervasive di Amazon e di tutte le altre catene di distribuzione on line.

Una promessa di lusso, consumo, benessere e spesa rateizzata che, già come nel passato di cui parla l’Atlante edito da Milieu nella collana «Banditi senza tempo», obbliga settori non del tutto minoritari di giovani uomini e donne a misurarsi col problema degli scarsi introiti riconducibili al lavoro legale rispetto a quelli possibili con lavori di tipo illegale. Il tutto in un contesto in cui, adesso come allora, la concentrazione finanziaria e di ricchezze spesso smodatamente esibite attirano, oltre che l’occhio di chi sta ai margini, anche l’attenzione delle grandi organizzazioni criminali, mafie di ogni genere in primis.

«Follow the Money!» avrebbe ancora suggerito Marx per comprendere come la presunta capitale morale sia diventata in realtà il ricettacolo di ogni abuso edilizio, di ogni truffa finanziario, di ogni spreco di denaro pubblico, suscitando al contempo le mire di chi cerca individualmente o in gruppo di riappropriarsi di una parte della ricchezza socialmente prodotta e individualmente esibita e maneggiata.

Investimenti enormi e sfruttamento del lavoro su vasta scala da un parte e spaccate, scippi, furti, rapine e rapimenti dall’altra sembrano essere i due poli attorno a cui girano da un lato l’accumulazione del capitale e la ricerca di una fortuna personale, individuale o di banda, dall’altro. Due forme di sfruttamento dell’occasione che dipendono, inizialmente soltanto dalla collocazione nella parte alta o basa della scala sociale prodotta dal modo di produzione capitalistico. Inutile cercare quindi di gestire o interpretare la cosa da un punto di vista etico o morale.

Per questo motivo, tornando al tema del libro curato da Laura Antonella Carli e Nicola Erba e arricchito dai contributi di molti protagonisti e testimoni dell’epoca, le rapine clamorose, le guerre tra bande, i sequestri di persona, durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, rappresentano uno dei periodi più turbolenti della storia criminale italiana, e lo sono ancora di più a Milano, città-simbolo del boom economico e humus sociale di una criminalità sempre più organizzata, che per tre decenni ha visto susseguirsi episodi violenti e figure leggendarie come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Angelo Epaminonda.

L’Atlante storico della mala milanese ricostruisce, attraverso cronache d’epoca, mappe tematiche, fotografie rare e testimonianze esclusive, una visione d’insieme approfondita del mondo che ha ispirato le cosiddette “canzoni della mala” e fatto da sfondo a tanti romanzi di Giorgio Scerbanenco e a tanti, ma forse meno belli e interessanti, film del genere poliziottesco che imperversò nella sale cinematografiche italiane tra gli anni Settanta e Ottanta, giungendo a ispirare poi Quentin Tarantino.

Un viaggio nella Milano notturna delle case da gioco, degli incontri clandestini e dei regolamenti di conti, che riporta alla luce vicende e protagonisti spesso dimenticati, restituendoli al loro autentico contesto urbano e sociale. Magari insieme a quelle case di ringhiera da cui alcuni dei protagonisti provenivano, così come all’ambiente sociale e culturale di quartieri come la Comasina e Lorenteggio.

Uno sguardo inedito su trent’anni di storia criminale, dalla vecchia ligéra ai gangster metropolitani, fino alla trasformazione della malavita tradizionale in criminalità organizzata moderna. Un’opera corale che si propone di superare letture stereotipate e nostalgiche, privilegiando un’analisi che racconta Milano, la sua evoluzione e le sue contraddizioni attraverso il prisma del crimine. Non dimenticando nessuno, sia uomini che donne, lasciando comunque al centro figure dall’innegabile carisma mitopoietico come Francis Turatello e Renato Vallanzasca, prima in competizione poi alleati nella spartizione dei territori e delle attività.

Lo scontro diretto avviene in via MacMahon: Vallanzasca e Cochis vanno a cercare Turatello. Renato a piedi con un fucile a pompa e Cochis che lo copre in macchina. Davanti al locale della sorella dell’attrice Agostina Belli riconoscono le Bmw di Turatello e compari. Ma proprio mentre Renato si avvicinava, le auto ripartono, Inseguiti, raggiunti a un incrocio, i due gruppi si scambiano raffiche a distanza ravvicinata. Nessuno cade, ma una delle Bmw resta ferma in mezzo alla strada, col parabrezza sfondato e il sangue sui sedili.
La fuga di Vallanzasca è un numero da equilibrista: sparisce sotto un cavalcavia, poi si sdraia in mezzo all’asfalto, fucile puntato. Quando Turatello capisce di essere finito nel mirino, ordina l’inversione di marcia. Una ritirata, seppur momentanea. Quella sera, Francis sa di aver rischiato davvero la pelle.
[…] Qualche settimana dopo, un mediatore noto come Carletto “tre pistole” propone un incontro: un faccia a faccia in una pizzeria. Turatello però non si presenta. Al suo posto arriva Franchino Restelli, uomo di fiducia. Vallanzasca rimane fuori dalla porta a fumare. Restelli spiega che è venuto per verificare che tutto sia a posto e per fissare un appuntamento definitivo. Aggiunge che Turatello propone il mercoledì successivo, a mezzanotte, presso la Tour d’Orient, un locale situato nei pressi della Stazione Centrale. Vallanzasca accetta, però avverte che se Turatello la prossima volta non dovesse presentarsi, brucerà Milano. Tuttavia, l’incontro decisivo tra i due non avrà mai luogo e la rottura si ricomporrà solo in seguito, non in un locale alla moda ma dietro le sbarre1.

La storia ha inizio nel 1963, quando da qualche anno a Torino ha iniziato la propria attività una delle batterie più famose e politicizzate che proprio a Milano compirà il suo ultimo e forse più celebre e sanguinoso colpo: la banda Cavallero, ma sembrano essere gli anni compresi tra i Settanta e l’inizio degli Ottanta quelli posti maggiormente sotto il segno dell’illegalità di cui si occupa il libro. Basti vedere l’elenco dei sequestri di persona elencati nell’Atlante che ne enumera complessivamente 118 tra il 9 dicembre 1963 e il 29 febbraio 2000, di cui soltanto quattro di carattere politico. Di questi però, compresi quelli “politici”, 113 hanno avuto luogo tra il 3 marzo 1972 e 25 novembre 1983.

Si è parlato prima anche delle donne che fecero parte del “milieu” criminale non soltanto in qualità di mogli, amanti e compagne oppure prostitute nel vasto mercato del sesso milanese, ma anche di protagoniste, come nel caso di Angela Corradi, che nel quartiere Comasina chiamavano “l’Angelina”, che ha attraversato mezzo secolo di storia criminale: prima come rapinatrice e donna di Vito Pesce, poi come suora laica che assisteva i tossicodipendenti e trattava con i sequestratori. La stampa l’aveva dipinta come la “pupa della mala”, ma l’Angelina non è mai stata solo una “compagna”.

Nata ad Affori da una famiglia di artisti circensi- la madre Bruna era trapezista del circo Corradi, il padre acrobata della moto – Angela cresce tra pedane, gabbie dei leoni e trampolini. «La vita del circo è crudele e pericolosa», ripeteva il padre, che sognava per la figlia un futuro diverso da quelo degli artisti girovaghi. Ma a sedici anni Angela molla tutto: scuola, famiglia, il futuro che i genitori avevano immaginato per lei. Le due stanzette di via Osculati 6 ad Affori le stanno strette. Sogna «i macchinoni e la bella vita».
Lascia il lavoro di commessa e la sera se ne va sempre nella latteria vicino a casa in via Cialdini […] «dove stanno gli “sbandati del quartiere”, vestiti alla moda della beat generation». Con gli amici fonda la banda della mezzanotte. Furtarelli, rapinette, poca roba per una ragazza che punta in alto. Il salto di qualità arriva nel 1971, quando conosce gli uomini della batteria Vallanzasca. Diventa prima la donna del capo, poi quella del luogotenente Vito Pesce. Renato la ricorda così: «L’Angelina, com’era conosciuta da tutti, la mia amata sorellina, è stata la donna che in quanto a coglioni, dava dei punti a tanti cazzuti maschietti. Una forza della natura. Bella, intelligente, simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando si trattava di dimostrare carattere e coraggio, pure l’uomo con cui stava faceva bene a non contraddirla».
Si fa tatuare una svastica, per alcuni su una spalla, secondo altre fonti sulla schiena – «se l’è fatta fare in Turchia assieme a un altro tatuaggio sul dito medio della mano sinistra: una croce sovrapposta a una N, iniziale di nazista». A quanto si dice nell’ambiente quei simboli avevano poco di politico: erano soprattutto una provocazione. Per la stampa dell’epoca diventa “Angela della svastica” e “la pasionaria della Comasina”2.

La sua storia da fuorilegge era iniziata con una rapina nel 1969, cui sarebbero seguiti arresti, processi e galera. Nel 1976 venne arrestata dopo la sparatoria di piazza Vetra e fu la seconda donna ad essere individuata dalla polizia «come componente effettiva della gang». Dopo il suo incontro con la fede nel 1978, fu ancora sospettata negli anni Ottanta di aver aiutato due evasi, di rapina, associazione a delinquere e sequestro di persona. Così nel febbraio del 1984 fu raggiunta alla testa da tre colpi di pistola mentre era alla guida di un’auto. Pur avendo visto che l’aveva aggredita, una volta sopravvissuta, non volle mai rivelarne l’identità e sarebbe morta a settantatré anni nel 2024 ad Affori, da cui non era riuscita a fuggire mai del tutto.

Questa, però, è soltanto una delle decine di vicende e vite narrate nel bel libro edito da Milieu, che già in passato nella stessa collana aveva pubblicato le storie di numerosi banditi, non soltanto italiani, facendo così emergere un’altra Storia della società occidentale della seconda metà del ‘900 e oltre.

La Milano del dopoguerra era una città piena di armi e vuota di certezze. Le macerie delle case bombardate, i solai e le cantine dai muri scrostati nascondevano Sten britannici smontati pezzo per pezzo, Beretta 34 sottratte alle caserme e bombe a mano SRCM Mod.35 che nessuno aveva il coraggio di spostare. Molte erano state conservate dai partigiani, altre abbandonate dagli eserciti in ritirata, altre ancora erano l’ultimo segreto di ex repubblichini. Tra rovine e cantieri, le bande armate nascevano come funghi: si fondevano e si sfaldavano sotto gli occhi delle forze dell’ordine, che -almeno in parte- tolleravano questa economia sommersa dettata più dalla fame che dall’avidità.
Mentre le sirene delle fabbriche scandivano il ritmo della ricostruzione, le “cento gru” del Piano Marshall ridisegnavano lo skyline della città […] Ma questa era solo la facciata trionfalistica di una città dalle molte anime.
Un’altra Milano pulsava nelle pieghe dei quartieri popolari, dove i regolari convivevano con i balordi nelle case di ringhiera, tra cortili comuni e ballatoi […] A guerra finita, i pochi soldi se ne andavano quasi interamente per mangiare: dal 1945 al 1948, il novanta per cento del salario operaio e l’ottanta per cento delle retribuzioni statali finivano dal panettiere, dal droghiere, dal pizzicagnolo, «molto raramente dai macellai», più spesso alla borsa nera perché il cibo era razionato per tutto il 1946 […] Giambellino, Isola, Lambrate, Ticinese sono descritti come «coacervi di rovine bombardate, bottiglierie frequentate da malfattori e case d’appuntamento di infimo livello ove è bene non recarsi dopo il tramonto».
[…] La continuità dello Stato con il fascismo era evidente nella sopravvivenza di gran parte dell’apparato burocratico e giudiziario, mentre l’amnistia Togliatti del 1946 aveva permesso il reinserimento di molti ex fascisti nella vita pubblica. Per chi aveva combattuto sognando una rivoluzione sociale, vedere gli stessi industriali che avevano sostenuto il regime tornare alla guida delle fabbriche era un a beffa difficile da digerire. Le classi sociali restavano rigidamente separate e le speranze in una società più equa erano state inequivocabilmente tradite. In un’Italia stretta nei sacrifici della ricostruzione, la malavita diventava un modo per sfuggire alla disciplina di fabbrica e a un ordine sociale che si stava ricostituendo identico a prima3.


  1. L. A. Carli, N. Erba ( a cura di), Atlante storico della mala milanese 1963-1993, Milieu edizioni, Milano 2025, p. 92.  

  2. L. A. Carli, N. Erba, op. cit., p.404.  

  3. Ibidem, pp. 13-15.  

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E’ uno sporco lavoro /4: Il primo vertice antiterrorismo internazionale – Roma 1898 https://www.carmillaonline.com/2025/11/19/e-uno-sporco-lavoro-4-il-primo-vertice-antiterrorismo-della-storia-e-la-continuita-repressiva-dello-stato-italiano-e-dei-suoi-molteplici-governi/ Wed, 19 Nov 2025 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91213 di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora per poco considerato lo sviluppo quasi autonomo dei social e dell’AI.

A confermarcelo, con dovizia di documenti e dettagli, è il corposo volume edito da Malamente e curato da Giulio Saletti, giornalista, cronista, ghostwriter e portavoce di cariche istituzionali. Un testo in cui, per la prima volta in Italia, vengono riportati integralmente i documenti prodotti a seguito della «Conferenza internazionale per la difesa sociale contro gli anarchici», tenutasi a Roma dal 24 novembre al 21 dicembre 1898 a seguito dell’assassinio dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, avvenuto il 10 settembre di quello stesso anno a Ginevra.

Probabilmente, però, a preoccupare il governo italiano, promotore della conferenza, più che l’attentato alla principessa di Baviera “Sissi”, in seguito santificata e glorificata in una serie infinita di biografie romanzate, film e serie televisive, erano stati i moti e le insorgenze che da Bari a Foggia, dalla Puglia, dove sarebbe stato inviato il generale Pelloux che dopo la caduta del governo Rudinì nel giugno del 1898 fu incaricato dal re Umberto I di formare un gabinetto in cui assunse anche il dicastero dell’interno facendosi promotore della conferenza anti-anarchica, alla Sicilia e a Napoli, in occasione del 1° maggio 1898 avevano visto passare la popolazione meridionale dalla sollevazione alla rivolta. E poiché dappertutto le classi dominanti mostrarono di voler curare la fame con le fucilate, a partire dal 2 maggio la rivolta si era estesa alla Romagna, alle Marche, all’Emilia, alla Toscana e alle regioni industriali del nord1.

Proprio a Milano, dal 6 al 9 maggio, si ebbe la sollevazione più sanguinosa, durante la quale la classe operaia milanese fu presa a cannonate dal generale Bava Beccaris, dando vita ad un periodo di repressione che permise al governo di mettere fuori legge il Partito Socialista, costituitosi a Genova nel 1892, ma che allo stesso tempo diede inizio ad un nuovo periodo di attentati di cui la vittima più illustre sarebbe stato proprio il re d’Italia Umberto I, caduto sotto i colpi di pistola di Gaetano Bresci a Monza, il 20 luglio del 1900.

E’ in questo contesto, quindi, che va collocata una conferenza che avrebbe costituito il primo esempio di vertice antiterrorismo a livello europeo e che, anche se destinata a dare scarsi risultati immediati, avrebbe contribuito, come afferma il curatore, alla «conversione marcatamente politica dell’ordine pubblico in ordine “governativo o di maggioranza”, che è passaggio non trascurabile nel processo generale di State building e di organizzazione degli spazi di rappresentanza e partecipazione alla vita pubblica»2.

Un evento spesso trascurato dalla storiografia italiana, anche da quella che si è occupata del movimento operaio e delle sue lotte, ma che obbliga a riflettere su una serie di nodi ancora tutti da sciogliere nell’ambito della storiografia dei movimenti di classe e delle contromisure messe in atto nei loro confronti dallo Stato e dai suoi rappresentanti istituzionali e militari.

Uno dei motivi di tale trascuratezza, se non addirittura di disinteresse, nei confronti di un evento destinato a rifondare l’immaginario politico del ‘900, non solo italiano, va rintracciato, secondo Saletti, in una certa abitudine ad una «velata resistenza culturale a riconoscere ruolo e specificità dell’anarchismo nella genesi e nello sviluppo dei movimenti di massa e dell’antagonismo di classe tardo-ottocentesco»3, che ha fatto sì che gli studi sull’anarchismo scontino ancora una certa marginalità all’interno dello studio dei movimenti socialisti ed operai europei, nonostante la ripresa dell’interesse nei suoi confronti sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni.

Una rimozione e sottovalutazione che se giustificata dal punto di vista “borghese” e istituzionale, non può esserlo altrettanto quando ad occuparsi della storia delle esperienze di lotta, insorgenza e organizzazione proletaria siano studiosi di formazione socialista o marxista. Eppure, eppure… proprio quest’ultima osservazione ci permette di sviluppare alcune considerazioni che, pur travalicando i limiti specifici dello studio di Saletti e dei documenti annessi, possono essere d’aiuto per una nuova storiografia dei movimenti di classe in tutte le loro manifestazioni.

Manifestazioni spesso disordinate, disorganizzate, violente, improvvisate ma sempre originate da un radicale rifiuto delle condizioni di esistenza proposte dal modo di produzione capitalistico, dalle sue leggi di mercato e dai suoi istituti proprietari e finanziari, contro cui le moltitudini dei diseredati sembrano battersi fin dall’avvento della società mercantile a cavallo tra XIII e XIV secolo, se non già da prima per il tramite delle prime eresie medievali.

Il termine eresia deve, però, essere inteso al di là dello specifico contesto religioso per trascendere, come suggeriva lo scomparso Emilio Quadrelli, l’intero pensiero politico, anche nelle sue manifestazioni classiste e antagoniste4. Considerato che, affinché possa esistere un’eresia, deve per forza sussistere anche un’ortodossia che possa essere trascesa e criticata.

In questo caso la netta separazione tra storia dell’anarchismo e del movimento operaio socialista risponde ad una necessità tutta di ordine ideologico, messa in campo sia da una che dall’altra parte fin dai tempi di Marx e Bakunin, che vede però, proprio nella componente marxista e socialista, una consistente resistenza ad accettare il movimento anarchico come parte integrante del movimento storico per il ribaltamento dell’ordine sociale dettato dagli interessi d’impresa e del capitale.

Per questo motivo si rende sempre più necessario, almeno dal punto di vista storiografico, il superamento di un’impasse che da troppo tempo limita e divide in comparti stagni la comprensione di movimenti che hanno comportamenti e radici materiali comuni. E che nella spontaneità delle insorgenze e nella loro rapida caducità hanno un comune denominatore.

Spontaneità o spontaneismo di cui l’interpretazione anarchica delle contraddizioni sociali e della loro risoluzione radicale sembra fare il vettore principale di, quasi, ogni iniziativa politica e organizzativa. Caducità che spinge, dal lato del marxismo o del socialismo ortodosso, alla ricerca di formule organizzative (partito, cellule, centralizzazione direttiva) capaci di impedire lo sfaldamento delle esperienze, sia dopo la loro riuscita che a seguito di una sconfitta.

Due interpretazioni dello scontro e delle sue forme che spesso non possono fare altro che ostacolarsi l’una con l’altra. Soprattutto da parte di quelle interpretazioni marxiste più rigide che pur di salvaguardare organizzazione e prospettive politiche definite in linea teorica “una volta per tutte”, rinunciano a partecipare allo scontro e alle sue manifestazioni concrete, adducendo problemi di “arretratezza” sociale oppure di inadeguatezza politica, giungendo troppo spesso a tacciarle di avventurismo se non addirittura accusarle di esser null’altro che il prodotto di agenti provocatori.

Una storia rintracciabile, almeno qui in Italia, nell’atteggiamento di Turati nei confronti della Settimana rossa del 1914, quando sull’alba del primo conflitto imperialista le manifestazioni antimilitariste furono violentemente represse a partire da Ancona oppure nelle riserve che lo stesso Partito socialista ebbe nei confronti ancora dell’insurrezione torinese del 1917 o nell’abbandono a se stessi dei manifestanti proprio in occasione delle giornate del maggio 1898 a Milano5.

Anche il Partito comunista italiano, il PCI, prima adeguandosi al volere del Comintern e del Cominform e in seguito memore dall’atteggiamento staliniano nei confronti di ogni opposizione alle direttive di partito, non esitò mai, fino alla fine dei suoi giorni, nel condannare qualsiasi iniziativa spontanea della classe nei confronti del comando capitalista. Fascisti, provocatori e traditori, a seconda dei periodi, furono sempre definiti i giovani, gli operai, le donne che dal secondo dopoguerra in poi, passando per piazza Statuto a Torino nel luglio del 1962 fino alle lotte autonome degli anni Settanta insorsero spontaneamente e, spesso, violentemente contro la dittatura del lavoro salariato.

Questo, però, non poteva far altro che avvantaggiare il nemico di classe nella sua azione sia divisa che repressiva nei confronti della classe operaia o degli strati sociali marginali della società, nei confronti dei quali la definizione spesso utilizzata di lumpenproletariato, più che attenersi a quella marxiana di proletariato marginale oppure momentaneamente escluso dal lavoro, si trasformò in autentico stigma, tradotto come sottoproletariato ovvero la classe più degradata, non solo dal punto di vista economico ma anche, e forse soprattutto, morale, priva di alcuna forma di coscienza di classe, o almeno di ciò che il partito ritiene tale, e non organizzata nei sindacati ufficiali.

Una classe, secondo questa diminutiva e offensiva interpretazione del termine, i cui componenti oltre ad essere accusati di trarre il loro reddito da occupazioni vicine all’illegalità (furto, prostituzione, imbrogli di vario genere), proprio per la loro miseria culturale e politica potrebbero facilmente essere preda delle idee più retrograde e reazionarie.

Però, pur essendo vero che porzioni immiserite della società e della classe lavoratrice esclusa dal lavoro possono esser facilmente preda delle rivendicazioni reazionarie e fasciste, è altresì vero che anche porzioni significative di classe operaia, quella un tempo definibile come aristocrazia operaia e oggi inquadrata nel cosiddetto ceto medio produttivo, hanno spesso aderito e ancora aderiscono a tali rivendicazioni di stampo razzista, nazionalista e sessista. Come l’elettorato di Trump può ben dimostrare oggi.

Tutti fattori che nella criminalizzazione di ogni dissenso, non allineato con il discorso ordinativo di carattere socialista e socialdemocratico un tempo e liberal-democratico oggi, trovano lo strumento ideologico più adatto sia per il controllo sociale da parte dello Stato che di quello politico e sindacale da parte di tutti quei partiti, istituzionali e non, che della conservazione o della riforma dell’esistente in nome del progresso hanno fatto il loro, anche se spesso non dichiarato, fine ultimo.

Ma per tornare ai tempi di cui tratta la ricerca di Saletti, occorre ricordare come, almeno per l’Italia, fu lo stesso Engels, in qualità di segretario per l’Italia dell’Alleanza internazionale dei lavoratori, a tracciare una linea distintiva tra socialisti e rivoluzionari autentici, ovvero coloro che aderivano alle idee e ai programmi del socialismo cosiddetto poi autoritario e coloro che, aderendo ancora all’Internazionale bakuninista o antiautoritaria, tradivano la causa del proletariato e della sua emancipazione. Un giudizio spesso greve che allontanò dal socialismo marxiano Carlo Cafiero, che pur era stato il primo a divulgare in Italia un compendio del Capitale di Karl Marx da lui stesso tradotto, per trasformarlo sostanzialmente in uno dei primi e più importanti esponenti dall’anarchismo italiano.

Un giudizio negativo espresso da Engels, soprattutto sul socialismo meridionale6 che sembrava dimenticare che non solo a Napoli, il 31 gennaio 1869, era stata fondata da una società operaia partenopea, la Società operaia di Napoli come fu in seguito designata, la prima sezione italiana dell’Internazionale «che aderì pienamente agli statuti dell’Associazione e si costituì in Comitato centrale per tutta l’Italia»7, ma anche che proprio nella parte meridionale del Regno d’Italia per dieci anni si era svolta quella che in tempi recenti lo storico Gianni Oliva ha definito la Prima guerra civile italiana, ovvero quella che per decenni, se non per più di secolo, è stata troppo spesso, superficialmente oppure opportunisticamente, accomunata al brigantaggio8.

E qui, per ricollegare il tutto al tema del testo edito da Malamente, va ricordato che la resistenza contadina e sociale del Sud, pur con tutte le sue inevitabili contraddizioni, aveva anche rappresentato la prima guerra civile “europea” dopo la fine della Restaurazione, prima ancora della Comune di Parigi che si sarebbe rivoltata contro lo stato francese e Napoleone III soltanto nel 1871. Una guerra civile, quella nel Sud dell’Italia, che aveva anche richiesto da parte dello stato unitario l’emanazione di una prima legge speciale, la legge Pica del 1863, che di fatto per la prima volta definiva una legislazione eccezionale destinata a contenere, reprimere e punire pesantemente i disordino sociali e i loro protagonisti.

Una legge, che nell’iniziale fase di stesura, nell’ambito dei provvedimenti eccezionali da prendere prevedeva la deportazione dei condannati per i fatti di resistenza che avevano iniziato manifestarsi fin dal 1861, e di cui la rivolta di Bronte dell’agosto 1860 in Sicilia, aveva già rappresentato un significativo esempio.

Sin dall’inizio della campagna di Vittorio Emanuele II nel Sud, il governo di Torino ha trasferito i soldati borbonici prigionieri di guerra nelle isole del Tirreno o in zone remote dell’Italia settentrionale, e a mano a mano ha affiancato loro gli «sbandati» e i «camorristi». Nel 1861 il governo Ricasoli ha cominciato a pensare ad un progetto organico di deportazione di «briganti e manutengoli» in luoghi lontani dall’Italia, sull’esempio di quanto ha sempre fatto la Francia nella Guyana e in Madagascar; il successivo governo Rattazzi ha proseguito su quella strada, facendo sondaggi con i diplomatici portoghesi sulla possibilità di impiantare stabilimenti penali in Mozambico o nelle colonie portoghesi del Pacifico (Timor, Macao, Goa) e ha cercato di definire forme di compartecipazione italiana alla sovranità su territori non ancora completamente assoggettati da Lisbona; appena insediato, il governo Minghetti ha apprestato una fregata della Regia marina destinata a partire per i mari dell’Australia e studiare la praticabilità degli stabilimenti di deportazione, ma ha dovuto fermarsi per l’intervento di Napoleone III e dell’Inghilterra, preoccupati che l’istituzione di colonie penali fosse la copertura di un’ambizione espansionistica dell’Italia 9.

Cosa di cui questi ultimi due governi si intendevano assai, considerate sia la deportazione in Algeria dei rivoltosi del 1848 francese, proprio da parte di Napoleone III, che quella dei sottoproletari, ribelli irlandesi e donne di “malaffare” portate avanti dal Regno Unito verso l’Australia a partire dal progetto di colonizzazione inglese di quel continente iniziato nel 178710. Elemento che obbliga ancora una volta a riflettere come nei progetti legislativi e repressivi dei governi statali moderni repressione del dissenso, rimozione degli indesiderati e colonialismo siano portati costantemente avanti in parallelo. Fino agli attuali centri di detenzione per immigrati in Albania previsti dall’attuale governo Meloni che oltre ad allontanare gli stranieri indesiderati dal territorio nazionale rilancia virtualmente anche il progetto, in auge fin dalla Prima guerra mondiale e mai abbandonato del tutto, di controllare l’altra sponda del mare Adriatico proprio là dove questo si restringe maggiormente. Senza dimenticare come la legislazione anti-mafia sia sempre stata utilizzata anche al di fuori dei suoi presunti confini per colpire la dissidenza politica, con l’uso dell’articolo 41bis oppure, come si è tentato recentemente a Torino, di dichiarare comportamento mafioso il saluto portato da un corteo di militanti Pro-Pal ad una compagna detenuta agli arresti domiciliari (qui).

Queste le radici su cui poggiava i piedi la convocazione del primo congresso internazionale contro il terrorismo “anarchico” in uno Stato che della repressione popolare e della dissidenza armata aveva già fatto lunga esperienza, sia politico-legale che penale e militare, e a cui la ricca e dettagliata documentazione compresa nel saggio di Giuio Saletti porta un più che significativo contributo per la comprensione non soltanto della repressione della dissidenza anarchica e classista in tutte le sue forme politiche e organizzative, ma anche dei successivi passi intrapresi in direzione della repressione delle lotte sociali durante tutta la storia dello stato italiano fin dalla sua fondazione, passando per le leggi speciali del Fascismo e quelle antiterrorismo della prima repubblica insieme all’uso del 41bis, fino all’attualità politico-governativa odierna. Che con la Legge 9/6/2025 n.80, meglio nota come Decreto sicurezza, non ha fatto altro che continuare una tradizione repressiva che ha preceduto ed è continuata ben oltre il Fascismo storico.

Una continuità della percezione del pericolo, per l’ordine borghese, rappresentato dall’anarchismo e dalla lotta di classe che farà sì che intorno allo stesso o a ciò che si intende per esso, fin dal congresso del dicembre 1898, si vada:

concentrando, ritagliando e raffinando una ‘giurisdizione penale del nemico’ attraverso l’invenzione del delitto sociale (in realtà coincidente con il “delitto anarchico”) quale stabile e organico stato di eccezione che ingloba e va oltre il ‘duplice livello di legalità’– norme del fatto e della colpevolezza/norme del sospetto e della pericolosità – alla base degli ordinamenti penali sul finire del diciannovesimo secolo.
In questo quadro la conferenza di palazzo Corsini, generando una koinè giuridica continentale attraverso la certificazione dell’impoliticità del delitto anarchico, è appunto il tentativo, in una prospettiva nitida (seppure ancora ideale) di ‘universalismo penale’, di imporre su scala europea strumenti normativi e repressivi omogenei e comuni e istituzionalizzare una prima forma di cooperazione tra le polizie contro una minaccia percepita e pervicacemente agitata dalla borghesia d’ordine come il tangibile “danger international permanent” di quegli anni.
[Cosicché] Nel corso della seconda seduta plenaria all’unanimità passa la proposizione di principio, suggerita dall’ambasciatore russo, che «l’anarchisme n’a rien de commun avec la politique» e che pertanto non sarebbe stato trattato, in sede di conferenza, come una dottrina politica. Una decisione in qualche modo scontata, e tuttavia giuridicamente incisiva perché imprime esiti obbligati alla discussione decretando da subito che quello anarchico è delitto impolitico, assimilabile al reato comune e in quanto tale sottratto al favor rei (specie per ciò che riguarda il divieto di estradizione) riconosciuto dagli ordinamenti liberali ai reati politici. E dunque, quando a metà dicembre in seno alla sottocommissione si affronterà l’argomento, sarà agevole stabilire che l’atto anarchico sarebbe stato passibile d’estradizione se giudicato reato nel paese richiedente e in quello richiesto; che estradabili sarebbero stati anche i reati ‘satellite’ (quali la preparazione dell’atto anarchico e la fabbricazione di esplosivi, l’associazione organizzata, l’istigazione e l’apologia dell’atto anarchico); e che l’atto anarchico, per l’appunto, non sarebbe stato considerato delitto politico ai fini dell’estradizione11.

La conferenza di Roma sembra così porre le basi, almeno dal punto di vista teorico, di tutta la giurisdizione penale d’eccezione a livello internazionale fino ai nostri giorni e se precedentemente si è parlato della netta separazione avvenuta tra socialismo e anarchismo occorre qui ricordare che era di pochi anni prima la pubblicazione da parte del socialista positivista Cesare Lombroso del testo Gli anarchici (1894), in cui dall’iniziale collegamento tra dati antropometrici e pulsione alla violenza dei criminali comuni lo studioso aveva tratto indicazioni per studiare gli stessi effetti sui comportamenti dei militanti anarchici12. Contribuendo, anche solo indirettamente, a far sì che:

Il terreno sul quale la conferenza raggiunge intese significative è comunque quello delle misure amministrative e dell’attività di polizia, sul piano ad esempio del metodo antropometrico di identificazione dei criminali, al punto che si ritiene – non senza fondamento – che l’International Criminal Police Organization (ossia l’Interpol) «in several ways can be considered a descendant or at least a step-child of the Rome Conference». Su iniziativa tedesca, i delegati approveranno all’unanimità la proposta di istituire in ogni paese una ‘agenzia centrale’ alla quale affidare il compito di controllare in segreto gli anarchici agevolando lo scambio diretto di segnalazioni e informazioni13.

E anche se il testo finale della conferenza fu approvato ad referendum escludendo così impegni vincolanti per gli stati che vi avevano preso parte lasciando alla valutazione discrezionale di ciascun governo se e a quali proposte dare attuazione, la cosa non avrebbe impedito all’ammiraglio Canevaro di affermare, nel congedare i delegati: «Che anche se tutti gli scopi che alcuni di noi si erano prefissi non sono stati pienamente raggiunti, possiamo tuttavia ritenere che i nostri coscienziosi sforzi per il raggiungimento di un più adeguato ordinamento giuridico sono lontani dall’esser rimasti sterili»14,


  1. Per il clima politico generale in cui si svolse la conferenza si veda: U. Levra, Il colpo di stato della borghesia. La crisi politica di fine secolo in Italia 1896/1900, Feltrinelli, Milano 1977.  

  2. G. Saletti, Gli anarchici, la conferenza di Roma e il delitto sociale, introduzione a I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, p. 17.  

  3. Ivi, p. 17.  

  4. Si veda in proposito: E. Quadrelli, György Lukács, un’eresia ortodossa introduzione a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025.  

  5. Come possiamo ricostruire a partire da una testimonianza inaspettata, quella di Camillo Olivetti, futuro fondatore dell’omonima industria eporediese, in una lettera alla moglie Luisa Revel di qualche anno successiva ai fatti: «Nel maggio ’98 andai a Milano con la ferma intenzione di prendere parte ad una rivoluzione. Stando a Ivrea avevo preveduto, molto meglio che gli uomini che eran sul sito, che qualche cosa doveva succedere. Io credevo che Turati, Rondoni e tanti altri, che per così dire eran a capo del partito, avrebbero saputo condurre le masse e instaurare un nuovo regime. […] A Milano non accadde nulla di quanto io prevedevo, almeno per parte dei capi che non capirono nulla e non seppero né frenare né comandare il movimento. Il risultato furono 500 ammazzati e migliaia di anni di galera distribuiti. Quella volta io la scampai bella! Visto che a Milano non vi era nulla da fare, me ne andai a Torino, ed ero tanto esaltato in quei giorni che se avessi potuto trovare un duecento uomini ben armati avrei cercato di suscitare una rivoluzione […] Dopo questa disillusione a poco a poco mi ritirai dalla vita politica» (C. Olivetti, Lettere Americane, Fondazione Adriano Olivetti, 1999).  

  6. Si veda in proposito: P. C. Masini, Eresie dell’Ottocento. Alle sorgenti laiche , umaniste e libertarie della democrazia italiana, Editoriale Nuova, Milano 1978.  

  7. G. de Martino, V. Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori editore, Napoli 2004, p.131.  

  8. G. Oliva, La prima guerra civile. Rivolte e repressioni nel Mezzogiorno dopo l’Unità, Mondadori Libri S.p.a., Milano 20255.  

  9. G. Oliva, La prima guerra civile, Mondadori, Milano 2025, pp. 33-34.  

  10. Si veda in proposito: R. Hughes, La riva fatale. L’epopea della fondazione dell’Australia, Adelphi Edizioni, Milano 1990.  

  11. G. Saletti, op.cit., pp.18-24.  

  12. Si veda in proposito: M. Bucciantini, Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani, Giulio Einaudi Editore, Torino 2020.  

  13. G. Saletti, op. cit., p.25.  

  14. Cit. in G. Saletti, op. cit., p. 27 – traduzione a cura del recensore.  

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Il Pelé, le osterie e la vecchia Milano https://www.carmillaonline.com/2024/12/16/il-pele-le-osterie-e-la-vecchia-milano/ Mon, 16 Dec 2024 21:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86042 di Paolo Lago

Roberto Farina con Giancarlo Peroncini, La ballata del Pelé, Milieu, Milano, 2022, pp. 167, euro 15,90.

Vale la pena parlare adesso del bel libro La ballata del Pelé, nonostante sia stato pubblicato un paio di anni fa da Milieu, anche perché recentemente è uscito l’altrettanto bel documentario dal titolo “Mavadarviailcul Marvinhagler, a giro con il Pelé”, realizzato da Luca Falorni (alias Falco Ranuli), videomaker e scrittore livornese che ha vissuto diversi anni a Milano. Protagonista indiscusso del documentario (come del libro) è il Pelé, Giancarlo Peroncini, artista e cantastorie popolare milanese, importante testimone di una Milano che non [...]]]> di Paolo Lago

Roberto Farina con Giancarlo Peroncini, La ballata del Pelé, Milieu, Milano, 2022, pp. 167, euro 15,90.

Vale la pena parlare adesso del bel libro La ballata del Pelé, nonostante sia stato pubblicato un paio di anni fa da Milieu, anche perché recentemente è uscito l’altrettanto bel documentario dal titolo “Mavadarviailcul Marvinhagler, a giro con il Pelé”, realizzato da Luca Falorni (alias Falco Ranuli), videomaker e scrittore livornese che ha vissuto diversi anni a Milano. Protagonista indiscusso del documentario (come del libro) è il Pelé, Giancarlo Peroncini, artista e cantastorie popolare milanese, importante testimone di una Milano che non esiste più. La ballata del Pelé appare come un racconto ininterrotto, un po’ in italiano un po’ in dialetto, che il Pelé, grazie all’intermediazione di Roberto Farina, srotola ai lettori come il mago di un avanspettacolo inesorabilmente perduto. È lo stesso Pelé a spiegarci con un aneddoto il motivo del suo soprannome in una intervista a Roberto Marelli posta in appendice al suo racconto: “Il mio nome è Giancarlo Peroncini detto Pelé perché correvo forte, la storia è questa… un piccolo furtarello, il padrone mi ha visto, ha chiamato le guardie, io sono scappato! Esco dalla fabbrica, vedo tanta gente che corre e ho cominciato a correre anch’io… era la Stramilano… primo sono arrivato io, secondo il brigadiere che mi inseguiva”.

Nel racconto del Pelé rivive davanti ai nostri occhi un mondo che non esiste più: le osterie, la “ligera”, la malavita milanese (immortalata letterariamente da Danilo Montaldi nel suo Autobiografie della leggera), col suo codice d’onore, i Navigli di una volta, gli angoli di una Milano sottoproletaria e proletaria, il tutto solcato da grandi e irripetibili personaggi, veri geniacci dell’arte popolare dalle cui battute e dalle cui canzoni hanno tratto ispirazione cantori più noti della milanesità come Giorgio Gaber, Enzo Jannacci o Cochi e Renato. Secondo Primo Moroni (del quale troviamo anche un testo in appendice al libro), frequentatore di questo mondo e amico del Pelé, la ligera del dopoguerra era formata da frange di popolazione che aveva partecipato alla Liberazione e che, quando la classe borghese riprese in mano la città, rimase delusa nelle sue aspettative di una società più giusta. Si trattava di una malavita che incarnava la ribellione del popolo, poco incline a un disciplinamento borghese, non immune anche da certe connotazioni ‘romantiche’. Fatto sta che la caratteristica del malavitoso della “ligera” era quella di essere prima di tutto uno svantaggiato, un deviante, uno che rubava per fame e non per profitto, guidato da un rigoroso codice morale, disposto ad aiutare qualsiasi amico in difficoltà economiche (“Con gli anni Settanta scompariva un’epoca. La ligera era sempre andata contro al soldo, non alle persone. Tutto è cambiato il giorno in cui la gente ha cominciato a rubare per il profitto e non per il bisogno”, dice il Pelé). La violenza e l’uso delle armi arriveranno dopo, con gli anni Settanta, con l’avvento dell’eroina che cominciava ad uccidere tanti giovani.

Dopo aver letto il libro di Roberto Farina che ci trasmette il racconto del Pelé, sbiadirà sicuramente nel nostro immaginario lo stereotipo che vuole Milano esclusivamente una “capitale morale” del paese, borghese, produttiva e austera perché anche qui c’era (un po’ come nella Roma pasoliniana, e non a caso Pasolini rimase affascinato anche da questa Milano) un fitto sottobosco sottoproletario, “tutta quell’umanità cioè di persone refrattarie all’integrazione nella disciplina di fabbrica, al lavoro stabile e più in generale al perbenismo dei ceti egemoni. Un’umanità estranea ai valori dell’accumulo e del risparmio, liberale, generosa, incosciente, dissipatrice: si fa un colpo e si offre da mangiare e da bere a tutta la comitiva” (Giovanni Manzari, Tra milanesità e cultura popolare, in appendice al libro). Un universo – è bene ribadirlo – ormai completamente livellato e annientato dalla macina della produttività capitalistica: come scrive Gianni Mura in un articolo di cui leggiamo uno stralcio sempre in appendice, oggi “i milanesi affollano i Navigli di notte, fino a tardi, fra una finta osteria e un ristorante che ha esposto il menù solo in inglese, tra decine di locali che hanno trasformato i Navigli in un divertimentificio quasi obbligatorio”.

Il racconto del Pelé assume spesso tonalità poetiche e malinconiche e riesce a materializzare una Milano che assomiglia alla Parigi del realismo poetico del cinema francese: una Milano che sembra uscita da un film di Marcel Carné o da una poesia di Jacques Prévert o, ancora, dall’intreccio narrativo del film Casco d’oro (1952) di Jacques Becker, in cui una malavita ancora ottocentesca è legata ai codici d’onore; e i Navigli di cui ci parla il Pelé assomigliano al “quartiere dei lillà” dell’omonimo film di René Clair del 1957, in cui campeggia il personaggio dell’Artista, interpretato da George Brassens, un cantante, musicista e chitarrista sempre al verde, frequentatore di locali e brasserie. In questo scenario quasi teatrale sul quale si avvicendano tantissimi personaggi dall’anima plautina (che nei litigi si scambiano perennemente l’imprecazione “mavadarvialcul” che dà anche il titolo al documentario di Falorni), uno degli sfondi privilegiati è l’osteria, ma quella vera, quella di una volta. Un luogo di aggregazione e di fratellanza, una vera e propria casa in cui si staglia un’umanità marginale che, tutta insieme, costituisce un’autentica famiglia allargata. Protagonista è allora la Briosca, l’osteria del “Pinza”, alias Luciano Sada, da lui gestita dal 1968 al 1972 sul Naviglio Pavese: qui si avvicendano, nel racconto del Pelé, figure immortali (e immortalate nei bei disegni di Elfo che arricchiscono il libro) come il Wanda, un geniale cabarettista che era stato un ballerino di Wanda Osiris, il Zola, il Conte (così chiamato perché assomigliava al conte Dracula e, in un aneddoto, rincorse Mogol e Battisti fuori dall’osteria spaventandoli a morte), il Gilberto e la sua donna, la Tiziana, Didi Martinaz, grande cantante di culto della mala milanese e poi, naturalmente, lo stesso Pelé (gestore anche lui di un’altra osteria, Le Tre Fontane), che suonava uno strumento particolare da lui stesso creato, il tolón, cioè il “tollofono”, “fatto con una grossa tolla (latta), dal bordo alto un centimetro” attaccato a un manico di scopa ai cui lati era legata una corda “di quelle per stendere i panni”.

Oggi, molte delle osterie sono state demolite, buttate giù con la ruspa, oppure trasformate in locali eleganti in un processo di trasformazione e ‘normalizzazione’ della marginalità urbana iniziato probabilmente un po’ in tutta Italia negli anni Ottanta; un povero Paese devastato in nome del profitto e di ciò che viene chiamato ‘riqualificazione’ delle città, un processo imposto dal potere che non ha fatto altro che annientare la bellezza. Di questo mondo, di quest’Italia popolare sopravvissuta forse fino agli anni Settanta, il Pelé è un prezioso testimone. Leggendo questo libro che racconta la sua “ballata” come le gesta di un antico cavaliere riusciamo a scorgere la magia e la bellezza (a fianco, naturalmente, della estrema durezza che le accompagna perché non siamo certo di fronte a vite facili e comode) che emergono per pochi attimi da un mondo che molti di noi (me compreso) non hanno mai conosciuto e non potranno conoscere nella realtà. Un mondo in cui i robotici meccanismi del capitale non avevano ancora rovinato i rapporti fra le persone, in cui l’amicizia era amicizia perché, come dice il Pelé, “in inverno la brina rosicava tutti i colori e pizzicava la pelle. Milano sembrava un fantasma, ma a quel punto bastava entrare in osteria. Lì c’era da bere. Ma bere non serve, se non ci sono gli amici. Questa è una regola: per esser davvero buono il vino deve essere bevuto fra amici. Il vino bevuto con gli amici scalda più di un ciocco di legno e frega la nebbia”.

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Un diverso contributo alla storia dell’Autonomia (proletaria) https://www.carmillaonline.com/2023/11/21/un-utile-contributo-per-ridefinire-un-pezzo-di-storia-dellautonomia-proletaria/ Tue, 21 Nov 2023 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80027 di Sandro Moiso

Francesco Schirone (a cura di), L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023, pp. 382, 25 euro

[Per Autonomia operaia] Intendiamo la lotta (in tutte le sue espressioni, dal momento dell’esecuzione materiale e di tutti gli altri momenti riflessivi) di quegli strati che vivono nella condizione proletaria; una lotta che si ponga sempre in posizione antagonistica e mai unificante con gli interessi del sistema organizzato dello sfruttamento; una lotta condotta unicamente nel metodo della convenienza proletaria e non con quello della convenzione del legalitarismo democratico-borghese (vedi sindacalismo, parlamentarismo, ecc.); [...]]]> di Sandro Moiso

Francesco Schirone (a cura di), L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023, pp. 382, 25 euro

[Per Autonomia operaia] Intendiamo la lotta (in tutte le sue espressioni, dal momento dell’esecuzione materiale e di tutti gli altri momenti riflessivi) di quegli strati che vivono nella condizione proletaria; una lotta che si ponga sempre in posizione antagonistica e mai unificante con gli interessi del sistema organizzato dello sfruttamento; una lotta condotta unicamente nel metodo della convenienza proletaria e non con quello della convenzione del legalitarismo democratico-borghese (vedi sindacalismo, parlamentarismo, ecc.); una lotta il cui potere di gestione sia tutto nelle mani delle masse proletarie sfruttate (autogestione) ripudiando ogni forma di delega di potere decisionale, usando solo il metodo dell’azione diretta. (Spunti per una discussione sul sociale e sull’autonomia proletaria – Proletari autonomi, marzo 1973)

Per uscire, una volta tanto, dalla narrazione “operaista” della nascita e dello sviluppo dell’Autonomia, si rende utile e necessaria la lettura di questo primo volume, edito da Zero in condotta, sull’esperienza dei gruppi anarco-consigliaristi, soprattutto milanesi, che tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta fornirono un impulso organizzativo e nuove ipotesi di riflessione allo sviluppo di un movimento, allora, vivace e allo stesso tempo caotico che avrebbe dato vita e motivi di rinnovamento politico ai movimenti antagonisti di quel periodo attraverso innumerevoli spoglie ideologiche.

Non si tratta, però, qui di stabilire primati, diritti di prelazione o di prima nascita di sigle, teorizzazioni e formule che avrebbero caratterizzato in seguito i movimenti e il dibattito politico al loro interno, ma, piuttosto, di cogliere, come sempre si dovrebbe fare in questi casi, che tutte le varie formule e gli espedienti organizzativi e politici che quegli stessi finirono col produrre e riprodurre affondavano le loro radici non nelle teste dei singoli, nelle idee o in formulazioni ideologiche predefinite in anticipo da partiti o intellettuali più “di mestiere” che rivoluzionari “di professione”, ma nella concreta realtà dello sviluppo delle ribellioni proletarie e operaie, giovanili e studentesche di quegli anni.

Lotte e moti spontanei di rivolta, nelle fabbriche e nei quartieri, nelle strade e nelle università e scuole, che derivavano da concrete condizioni materiali di sfruttamento e oppressione, molto prima e molto più radicalmente di quanto qualsiasi ideologia, dottrina “scientifica” e ipotesi politica o sindacale avesse potuto prevedere in anticipo o con precisione. Da questo punto di vista un certo spontaneismo, termine con cui troppo spesso un’ortodossia, sempre farlocca, vorrebbe bollare tutte le iniziative che sfuggono ai suoi parametri interpretativi, era frutto della spontaneità e della immediatezza delle lotte. Per lungo tempo imprevedibili, tanto per i “padroni” che per i “bonzi” sindacali o di partito.

Se è vero dunque che qualsiasi sistemazione o interpretazione politica o storica delle lotte e delle loro finalità non può avvenire altrimenti che ex post, è altrettanti vero che spesso l’immediatezza dell’idea di azione diretta di stampo anarchico costituisce il primo “sentire” di avvenimenti in corso di maturazione ed evoluzione. Primo “sentire” che spesso si lascia irretire, talvolta, da formulazioni e da utopie sociali un po’ troppo semplicistiche (ma non lo sono, forse, tutte le Utopie?), ma che ha l’indubbio pregio di cogliere l’immediatezza dei fatti, senza per forza costruirvi intorno subito, magari in seguito poi sì, formule teoriche e organizzative che troppo spesso finiscono, nella loro magniloquenza e pretesa affermazione di autorità e verosimiglianza, col dividere gli stessi movimenti da cui sono nate e cui devono le loro concrete origini materiali.

Ecco, allora, che il titolo scelto per la raccolta di saggi, articoli, testimonianze, pagine di giornali e volantini curata da Franco Schirone, L’Utopia concreta, è davvero perfetto. Nelle sue pagine si tratta, infatti, dell’”Utopia concreta” che scaturì dall’unione tra pensiero e azione anarchica e lotte operaie e proletarie non solo in quel di Milano, in cui alcuni dei gruppi che animarono quell’esperienza ebbero origine e sede, ma anche in altre parti d’Italia.

Non a caso, la citazione posta in esergo a questa recensione è tratta da un ciclostilato distribuito come supplemento al n° 1 e 2 di “Proletari Autonomi”, edizione per la Sardegna e ciclostilato a Cagliari nel marzo del 1973. L’ampia raccolta documentaristica inclusa nel volume riesce così a ricreare la memoria di fatti che dalla persecuzione deli anarchici dopo la strage di piazza Fontana alla manifestazione dell’anno successivo in cui nella stessa data della strage, 12 dicembre, morì lo studente Saverio Saltarelli, ammazzato dalle forze del disordine, come diceva la canzone, con una bomba al cuore.

Su su, oppure se preferite giù giù, fino alle cronache delle lotte operaie e alla nascita dei comitati operai e di quei consigli di fabbrica, prima irregolari poi sempre più inquadrati dai sindacati confederali negli anni successivi, oppure ancora alla rivolta di Reggio Calabria del 1970. Una storia dei movimenti e delle loro lotte che, attraverso testimonianze dei protagonisti di allora e dei fogli scritti e ciclostilati di quel tempo, ricostruisce anche lo sviluppo di un’idea di autonomia di classe che iniziatasi nel gruppo Kronstadt (nomen omen) di Milano e dall’esperienza di Azione libertaria (gruppo anarco-sidacalista-consigliare), nel 1969-1972, darà poi vita, dal 1972 al 1974, a Proletari Autonomi, gruppo di discussione teorica che raccoglieva compagni militanti in differenti collettivi autonomi e che, a seguito di una divisone interna, avrebbe poi dato vita, dal 1974 al 1980, al Centro Comunista di Ricerche sull’Autonomia Proletaria (C.C.R.A.P.) e successivamente, ancora, a Collegamenti, fondando l’omonima rivista. Da cui sarebbero ancora derivati, nel 1975-77, «La fabbrica diffusa», rivista milanese di analisi e intervento sulla figura dell’operaio sociale e, dal 1981 al 1983, al foglio che dal 1983 si sarebbe unito a «Collegamenti» per dare vita alla rivista «Collegamenti-Wobbly», fino alla primavera del 1994.

Una storia lunga come si può vedere da questo fin troppo rapido excursus, anche se questo primo volume si occupa specificamente del primo periodo dal 1969 al 1973, mentre resta in preparazione un volume successivo che si occuperà del periodo dal 1973 al 1982. Una storia che, come ci ricorda Giorgio Sacchetti, nasce dall’idea che, al contrario di quanto ha rivelato ancora una volta la sottomissione confederale all’Autorità statale, così tanto e spesso invocata dai sindacati confederali, in occasione dello sciopero “generale” del 17 novembre: «all’origine del movimento operaio non c’era lo Stato, ma l’idea di far da sé, di autogestione e di azione diretta»1.

Tocca però a Cosimo Scarinzi, testimone e protagonista di quell’esperimento fino ed oltre «Collegamenti-Wobbly», nella sua prefazione al testo, elencare per sommi capi le caratteristiche di quella esperienza, sia nella novità, che ebbe modo di rappresentare, che nei suoi limiti, visibili a cinquant’anni di distanza.

1. La critica radicale dei sindacati individuati come strumento di integrazione della classe anche nelle loro forme più estremiste e democratiche. Da ciò un giudizio negativo dello stesso “sindacato dei consigli” la cui “democratizzazione” ci parve , in maniera per certi versi unilaterale, una trasformazione volta a recuperare e inquadrare le stesse lotte più radicali.
2. La critica altrettanto radicale dei partiti della sinistra che si stendeva coerentemente ai gruppi della nuova sinistra di orientamento leninista giudicati non solo autoritari ma espressione degli interessi di una piccola borghesia parassitaria che cerca di utilizzare le lotte degli operai per occupare spazi di potere nell’apparato statale e sindacale.
3. Una differenziazione rispetto alla componente maggioritaria dello stesso movimento anarchico percepito come chiuso rispetto al conflitto di classe e troppo legato alla salvaguardia di una tradizione rispettabile ma talle da bloccare l’azione. Fuori dalle passioni dl tempo a chi scrive quel giudizio appare eccessivo e, in alcuni casi, ingeneroso ma era parte del nostro sentire che aveva alcune ragioni.
Guardando oggi a quelle vicende appare evidente che la nostra eresia era, per molti versi, un ritorno a un’ortodossia, non all’ortodossia […].
Mi piace, a proposito del mio/nostro operaismo radicale, ricordare come mi colpì quanto mi disse una volta Lea Melandri, una femminista molto conosciuta che frequentava i nostri ambienti, che mi fece rilevare come il proletariato tenda all’integrazione non, o non principalmente, per l’influenza della malefica piccola borghesia parassitaria ma proprio per il suo essere classe di questa società volta a migliorare, magari con lotte radicali, la propria condizione all’interno dei rapporti sociali dominanti2.

L’Utopia concreta, come afferma infine Roberto Brioschi nella seconda parte della Prefazione al testo, «è la inedita ricostruzione e proposizione della esperienza rivoluzionaria antiautoritaria degli anni dal 1968 al 1982 […] Anni che videro il tentativo cogente della abolizione del cosiddetto ordine capitalistico». Per poi concludere, poco dopo, affermando:

Un ribaltamento tutt’ora celato, temuto ed esorcizzato poiché rappresenta una storia che non è più una cronaca temporale dell’avvicendarsi di un Potere sopra ad un altro ma diviene Storia di liberazione sociale, collettiva ed individuale, propria di un immaginario che diventa realtà. Oggi più che mai bisogna tornare ad essere in grado di immaginare la vita altra e di realizzarla, ora3.


  1. G. Sacchetti, Milano, un laboratorio del sindacalismo conflittuale, Introduzione a Francesco Schirone (a cura di), L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023, p.13.  

  2. C. Scarinzi, Azione Libertaria e l'”eresia operaista”, prefazione a L’Utopia concreta, op. cit., p.15. Sul punto sottolineato da Lea Meandri si veda anche Michele Castaldo, Marx e il torto delle cose 1871 – 1917 – 2017, Edizioni Colibrì, Milano 2017.  

  3. R. Brioschi, In punta di matita, prefazione a L’Utopia concreta, op. cit., p.16.  

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La legge a faccia nuda https://www.carmillaonline.com/2023/09/24/79085/ Sat, 23 Sep 2023 22:05:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79085 di Luca Baiada

Alessandra Ballerini, La vita ti sia lieve. Storie di migranti e altri esclusi, prefazione di Erri De Luca, postfazione di Fabio Geda, Zolfo Editore (2013) 2023, pp. 248, euro 17.

«Cosa pensi di fare, avvocato del cazzo, puttana, difendi quelle merde del Social forum? Allora ti ammazziamo insieme agli altri». Alessandra Ballerini è trattata così il 21 luglio 2001, a Genova, davanti alla scuola Diaz. Ne è uscita poco prima, alla fine di una giornata d’impegno politico e giuridico. Aveva bisogno di una pausa, di una doccia. Quelli rimasti dentro [...]]]> di Luca Baiada

Alessandra Ballerini, La vita ti sia lieve. Storie di migranti e altri esclusi, prefazione di Erri De Luca, postfazione di Fabio Geda, Zolfo Editore (2013) 2023, pp. 248, euro 17.

«Cosa pensi di fare, avvocato del cazzo, puttana, difendi quelle merde del Social forum? Allora ti ammazziamo insieme agli altri». Alessandra Ballerini è trattata così il 21 luglio 2001, a Genova, davanti alla scuola Diaz. Ne è uscita poco prima, alla fine di una giornata d’impegno politico e giuridico. Aveva bisogno di una pausa, di una doccia. Quelli rimasti dentro l’hanno avvertita subito, per telefono, della violenza che si è scatenata su di loro, inermi. È tornata ma non la fanno entrare. C’è un pestaggio atroce che per gli atti ufficiali vorrebbe essere una perquisizione, lei sente le grida, è avvocata, ha diritto e dovere di assistere gli indagati, le hanno dato un mandato fiduciario. Già: avvocato, diritto, dovere. Parole che di colpo hanno perduto ogni senso. La giovane legale sbatte subito il muso contro la realtà: i rapporti di forza la spingono giù nel vuoto, con un calcio e senza rete.

Anni dopo, presentando il suo libro, rifletterà su un cortocircuito della memoria: la Diaz era una scuola, divenne luogo di tortura, adesso c’è chi la chiama come una sede militare: caserma Diaz. La violenza ha conseguenze anche sulle cose, sui luoghi, è una macchia difficile da cancellare. È possibile anche il percorso inverso. Il Piccolo Teatro di Milano fu realizzato, dopo la guerra, dove i nazifascisti torturavano i partigiani. Certo, per recuperi così, per celebrare i misteri vittoriosi, ci vogliono le persone giuste: Giorgio Strehler, Paolo Grassi, il sindaco Antonio Greppi. Questo conferma che il tradimento degli intellettuali – giuristi compresi – è un danno amaro, un veleno a lungo termine. Al tossico si aggiunge il furto delle medicine. Anzi, il furto con contrabbando al nemico.

Bene, allora, che La vita ti sia lieve apra su Genova, per affacciarsi su violenze e indagini, soprusi e tentativi di rimedio, disperazioni e nuovi cammini. Storie accomunate dall’impegno in uno studio legale che all’occorrenza diventa rifugio, tetto provvisorio per les épaves che le onde vogliono trascinare via, far scomparire.

Disarmante, la domanda di un bambino, in una scuola, perché non l’ha mai vista in televisione: sei sicura di essere un avvocato? Lei si aggrappa alle carte – è un costume tipico dei giuristi, in quelli di tradizione continentale scatta con speciale pignoleria – e si fruga le tasche come se fosse davanti alle guardie, per mostrare il tesserino. L’interrogativo del piccolo sfuma ma il tema no, evidentemente: eccola, rimasta sola nella pagina, che si ritrova a guardarselo, il suo tesserino. Non si sa mai.

Quella perplessità sul ruolo è un pungolo di coscienza. Chi attraversa davvero questi dubbi non corre il rischio di difendere gli alti papaveri, insomma di far la cresta sui crimini dei colletti bianchi. Qualcuno nell’avvocatura l’ha scelto per mestiere, sapendo bene che i colletti bianchi programmano una parte del bottino per le spese di difesa, in un circuito maligno. Un po’ come i compensi stellari degli alti dirigenti d’azienda hanno il sottinteso, all’occorrenza, del carochimica per gli stimoli sintetici, legali e no. Che l’autrice abbia scelto i colletti sporchi? Forse ha scelto anche le persone senza colletto, quelle come il mediano Abdul nella canzone di Paolo Rossi, che quando giocava nel Gabul portava la maglia nera con le righe nere («niente, giocavo a torso nudo, e allora?»).

Nella scuola, il bambino dubita che lei sia un avvocato; a Genova, chi bastona in divisa ne è certo ma insulta e minaccia. Due negazioni diverse, ovvio, solo una colpevole. Entrambe, però, ci dicono quanti ostacoli ci sono fra da un lato uomini e donne della giustizia, dall’altro la prepotenza, lo spettacolo e i loro servi. Un sunto di questo è nella storia di Kamel, ex poliziotto algerino. In Italia, dopo mille mestieri e disavventure, si ritrova a fare l’informatore per la polizia, con un ma: gli chiedono di infiltrarsi nei centri sociali e si rifiuta. Il motto è che quando non si riesce ad avere giustizia, intanto è bene cercarla in proprio.

I soccorsi non sono solo materiali. Ai giovanissimi che assiste, Alessandra Ballerini regala libri. Primeggia un testo di formazione col sottinteso del combattimento: Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Scrittore e artista, esteta raffinato, caduto pilotando un caccia nella guerra contro la Germania nazista. Sono parentele misteriose, quelle fra l’arte e un eroe, e La vita ti sia lieve non è sordo a legami nascosti, come quelli creati dalla tecnica degli orti sinergici, insegnata ai detenuti. Sembra che la rosa e il carciofo crescano bene insieme; eppure hanno modi così diversi, di farsi perdonare le spine. La storia del fiore e dell’ortaggio corazzato ha il buon sapore – possiamo dire antico, classico come il più caloroso Novecento – di ciò che è stato chiamato «il pane e le rose».

Col pane e con le rose si affaccia qualcosa, un timbro personale che smaglia la toga. La mossa furtiva di una donna, fra un controllo e l’altro, in un luogo di sbarre, di grigiore metallico, di suoni ostili. Labbra avide e grate ricevono un tocco di rossetto, e in un attimo l’attrazione e il piacere si prendono la loro parte di vita, il loro spazio.

È l’eroismo del bello, una seduzione inconsapevole che fa pensare a certe scene di Kapo di Gillo Pontecorvo, ma in trasparenza – scendendo ancor più la scala del dolore e dell’impossibile – anche alle parole estreme del Settimo pozzo con cui Fred Wander, per una suprema rivincita sugli aguzzini, tratteggia la bellezza insopprimibile dei corpi sfigurati dal Lager. La donna senza nome, la furtiva che si trucca in La vita ti sia lieve, sembra essere una compagna di militanza e di lavoro, ma il chiaroscuro della pagina ne fa una sagoma, un altro volto delle migranti, delle prigioniere e sotto sotto – lo diciamo a bassa voce – dell’autrice.

Serba forse lei stessa, qualcosa da parte? Chissà. A ogni cancello, a ogni confine, la realtà l’ha costretta a imparare come non volgere più indietro la testa. Deve superare i «gironi», e l’eco è dantesca. Ci sono dentro i divieti di guardare, di voltarsi, lo sguardo di Medusa: «Nulla sarebbe di tornar mai suso».

Di più non si deve pretendere, almeno per ora. L’autrice resta sempre una giurista, malgrado la toga diradata. I giuristi, a parte quelli irrimediabilmente pietrificati, sono persone che hanno qualcosa da dire, che sanno la lingua, sì, ma hanno come ancora davanti a sé la conquista di un linguaggio:

Trovarsi o sentirsi «diversi»: i peggio vestiti, i più spettinati, i più timidi, i più soli, in luoghi dove tutti sembrano disinvolti, interessanti e sicuri, in feste o riunioni alle quali non abbiamo saputo sottrarci e da dove, poi, si vorrebbe fuggire, o almeno scomparire. […] Patire in quasi ogni luogo, insofferenti, insoddisfatti delle nostre scelte, della spendita del tempo, delle occasioni perse per raggiungerne altre che mai riescono a ridurre l’ansia di andare. […] Sentirsi scomodi, seppure, a volte, inconfessabilmente fieri del posto conquistato in questa nicchia per pochi ultimi, sul banco degli imputati o tra vite di scarto, in luoghi, anche mentali, di gratuito disprezzo e immeritate accuse.

Durante un incontro professionale mostra ai profughi una sua cicatrice, per farsi raccontare le loro e tradurle in argomenti di difesa. Dopo che ci ha confessato questa mossa compromettente, consegnandola alla pagina stampata, commetteremo l’indelicatezza di esigere i dettagli che la riguardano, di sbirciare le piaghe? I cercatori di piaghe a tutti i costi hanno pronta la monetina dell’elemosina. «L’empatia a volte è una condanna», scrive, e non è il caso di essere né i suoi complici né i suoi giudici. Magari l’aspettiamo al prossimo libro.

Un seguito, allora? «Mi è negato il senno di poi, perché non so il seguito di queste vite». Il prima, appunto, spinge altre vite più avanti, come le strette di un parto, ma questo non toglie valore al dono. Giorgio Gaber, nell’album Anche per oggi non si vola: «E non ho visto mai nessuno buttare lì qualcosa e andare via».

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Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 1 https://www.carmillaonline.com/2023/02/25/il-mondo-della-prigione-tra-alterita-e-realismo-storico-la-morte-di-francis-turatello-1/ Sat, 25 Feb 2023 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76039 di Emilio Quadrelli e Bruno Turci

È l’appartenenza a un campo – la posizione decentrata – a permettere di decifrare la verità e di denunciare le illusioni e gli errori attraverso cui vien fatto credere – gli avversari fanno credere – che ci si trova in un mondo ordinato e pacificato. (Michel Foucault, Bisogna difendere la società)

1. Bravi ragazzi

Nel testo che segue proveremo a descrivere un passaggio storico del mondo della prigione e dei coevi mondi illegali. Andando decisamente contro corrente cercheremo di evidenziare come questi, contrariamente alle retoriche [...]]]> di Emilio Quadrelli e Bruno Turci

È l’appartenenza a un campo – la posizione decentrata – a permettere di decifrare la verità e di denunciare le illusioni e gli errori attraverso cui vien fatto credere – gli avversari fanno credere – che ci si trova in un mondo ordinato e pacificato. (Michel Foucault, Bisogna difendere la società)

1. Bravi ragazzi

Nel testo che segue proveremo a descrivere un passaggio storico del mondo della prigione e dei coevi mondi illegali. Andando decisamente contro corrente cercheremo di evidenziare come questi, contrariamente alle retoriche discorsive dominanti e alla considerevole letteratura di genere che l’accompagna siano del tutto interne a ciò che comunemente vengono definiti mondi legittimi e rispettabili. Basti pensare alle fortune a cui sono andati incontro romanzieri come Auguste Le Breton ed Edward Bunker che hanno costruito i loro successi inventando mondi criminali, e coeve retoriche culturali ed esistenziali, del tutto privi di fondamenti. Mentre l’esatto, e ben più realistico, modello narrativo decisamente in opposizione a questo genere di scrittura lo si trova, per esempio, in uno scrittore come Gian Carlo Fusco di cui è senz’altro utile ricordare Duri a Marsiglia (Einaudi, 2005). Sottolineando come, a conti fatti, i mondi illegali abbiano ben poco del carnevale ma, al contrario, siano una sorta di sintesi estrema del mondo e delle sue trasformazioni, ma non solo. Secondo gli autori tanto i mondi illegali ma soprattutto la prigione sono una corposa anticipazione di quanto, attraverso un processo a cascata, si sta delineando per farsi modello egemone in tutti gli assetti sociali1.

Metodologicamente il testo utilizza lo stile di ricerca proprio dell’etnografia e all’importanza che questa assegna e riconosce alla narrazione degli attori sociali2. Una di queste, quella di Bruno Turci, coautore del testo, è riportata con nome e cognome mentre per le altre due, su richiesta esplicita degli intervistati, ci si è limitati a una semplice sigla.
Detto ciò entriamo nel merito della questione iniziando con il dire che il testo che presentiamo prende le mosse da un evento che, all’epoca, suscitò non poco clamore: l’uccisione di Francis Turatello3 avvenuta il 17 agosto 1981 nel Super carcere di Nuoro. Un evento che, almeno in apparenza, potrebbe rientrare in quel consueto ‘regolamento di conti’ di cui il mondo illegale non è certo parco e, per questo, essere tranquillamente circoscritto ai rituali propri di un determinato ambito sociale e coeve retoriche ‘culturali’ Un fatto, sicuramente eclatante visto lo spessore del personaggio, ma che avrebbe ben pochi motivi per andare oltre i perimetri della ‘cronaca nera’. A uno sguardo solo un poco più attento, invece, la morte di Turatello assume a pieno titolo la caratura del ‘fatto storico’ tanto da potersi considerare lo sparti acque tra due epoche storiche. Vediamone il perché.

Cominciamo intanto, al fine di non creare malintesi di sorta, con l’inquadrare la figura di Francis Turatello. Questi non ha nulla di romantico e solo in parte ha a che fare con la cornice culturale ed esistenziale delle batterie degli anni Settanta4. Turatello è figlio di un’altra epoca anche se, non diversamente dalle batterie, rappresenta una rottura radicale rispetto ai mondi tradizionali della malavita. Turatello è, con ogni probabilità, la prima figura di gangster5 che si affaccia sulla scena dei mondi illegali di questo Paese. Non per caso la sua storia si dipana a Milano una città che da sempre ha anticipato, e anche di molto, le profonde trasformazioni sociali ed economiche dell’intera nazione. Per chi ha poca dimestichezza con questi mondi può essere utile richiamare alla mente il Delon della saga Borsalino. Turatello ha molto del Roch Siffredi così come non poche sono le analogie dei mandanti del suo assassinio con il Giovanni Volpone, ‘anima nera’ della saga sopra ricordata. Niente a che vedere, quindi, con i personaggi maledetti e dannati del noir francese degli anni Sessanta e primi Settanta, e neppure con quella pur particolare critica dell’economia politica che caratterizza i personaggi e le gang di gran parte di questo genere cinematografico6. Turatello, nonostante nella sua carriera possa vantare furti, rapine e sequestri, passa alla storia come il ‘re delle bische’ tanto che, non casualmente, è praticamente irrisoria la bibliografia che lo riguarda, minima la rievocazione cinematografica e sempre in relazione ad altri personaggi7 così come quasi inesistente il materiale documentario che lo riguarda. Nelle numerose riprese che ricostruiscono le vicende criminali degli anni Settanta e primi Ottanta sono tantissimi i casi in cui i personaggi della malavita parlano di lui, ma egli non compare pressoché mai8. Del resto: «io sono solo un commerciante» era il modo in cui amava definirsi e di solito i commercianti risultano poco appetibili a qualunque forma di mitopoiesi. Da buon ‘commerciante’ dedito agli affari Turatello ha sempre evitato con cura ogni forma di notorietà e protagonismo tanto che, ricordando uno degli episodi mediatici maggiormente noti della sua biografia, ha sempre cercato di minimizzare la ‘guerra’ avuta con la ‘banda Vallanzasca’ riconducendola a una semplice incomprensione dovuta a una serie di spiacevoli malintesi, ma non solo. Vista l’eccessiva notorietà che, grazie a una campagna stampa particolarmente ghiotta di climax noir, quella vicenda gli stava provocando, Turatello fece di tutto non solo per smorzarne i toni ma per approdare velocemente e senza colpo ferire a una pacificazione. Strategia che portò avanti con non poco successo visto che, di lì a poco, non solo la pace fu ampiamente sancita ma Turatello fece da testimone di nozze a Renato Vallanzasca. La ricerca della notorietà non era proprio nelle corde di Turatello, gli affari sicuramente sì.

Gestire le bische e i locali notturni di una città come Milano significa avere tra le mani un giro di affari se non di una multinazionale sicuramente di una grande azienda e intrattenere rapporti che vanno di gran lunga al di là dei ristretti mondi illegali. I locali e le bische di Turatello non sono scalcinati bar dove attempate entreneuse spillano qualche quattrino a sprovveduti e mesti avventori o retrobottega dove per qualche ora accanto a salumi e formaggi si stende un improvvisato panno verde ma vere e proprie eccellenze frequentate da un pubblico per lo più rispettabile e con grande disponibilità di mezzi. In sostanza Turatello fornisce un servizio sicuramente illegale sotto il profilo giuridico-formale ma del tutto legittimo per la stragrande maggioranza della popolazione milanese9. Grazie a ciò il potere di Turatello è enorme, ma è un potere che non esercita in maniera dittatoriale e tanto meno ha tendenza al monopolio. Certo il business delle bische è suo e su quel terreno, come non poche testimonianze dell’epoca sono lì a ricordare, non ammette intrusi, ma tutto ciò che si muove fuori dal gioco d’azzardo per Turatello non ha interesse10. Blindati rigidamente i confini delle bische la filosofia di vita di Turatello è molto semplice: vivi e lascia vivere. È un uomo che sicuramente esercita potere senza esserne però particolarmente attratto e questo è del tutto in linea con la sua dimensione di gangster. Turatello è figlio di quella mentalità dove l’essere un ‘bravo ragazzo’ – di qua la sua obiettiva affinità elettiva, culturale più che esistenziale11, con il mondo delle batterie – è il solo e unico passaporto che conta. Nel corso della sua vita Turatello, per esempio, non si fece problemi a aiutare, attraverso l’invio di vaglia postali e pacchi di cibo e vestiario, un numero cospicuo di detenuti in difficoltà senza chiedere nulla in cambio. Nella weltanschauung di Turatello centrale ed essenziale è il modo in cui il singolo si comporta nel mondo, il suo agire e l’onestà che dimostra nella relazione con i suoi simili tutto, questo indipendentemente dallo spessore delle sue gesta e, ancor meno, dai legami organizzativi che può vantare. Questo credo Turatello non lo ha mai abbandonato neppure quando una sospensione della sua weltanschauung gli avrebbe consentito di risolvere in fretta e furia i suoi problemi con la giustizia.

Nel 1978, infatti, durante il sequestro Moro si ritrovò a colloquio con alcuni emissari dei Servizi che gli offrirono una libertà pressoché immediata e successive coperture per i suoi affari se si fosse adoperato, attraverso i suoi uomini, per picchiare e torturare i brigatisti di maggior spicco al fine di ottenere una qualche utile informazione su Moro. Turatello, uomo di destra, neppure portò a termine il colloquio mandando, ancorché in modo garbato a quel paese, gli emissari dello stato12. Tentativi di questo tipo, del resto, sono stati tutto tranne che fulmini a ciel sereno e pare opportuno ricordarne almeno un paio sia per dare modo al lettore di calarsi il più possibile nello scenario che stiamo descrivendo, sia per evidenziare quanto il mondo della prigione soggiace per intero al cosiddetto mondo normale. Al proposito basta ricordare l’offerta fatta dai carabinieri a Rossano Cochis, un esponente della ‘banda Vallanzasca’, della libertà in cambio dell’assassinio di Renato Curcio insieme al quale era detenuto nel carcere dell’Asinara. Anche in questo caso, benché in maniera decisamente meno elegante, Rossano diede una risposta del tutto identica a quella di Turtello13. Questi episodi hanno ben poco della curiosità ‘esotica’ ma, al contrario, rafforzano sia l’idea di quanto il carcere abbia ben poco del ‘mondo alla rovescia’ ma sia parte costitutiva e costituente del mondo reale, di quanto lo stato, sicuramente in quel periodo, vi entrò prepotentemente e vi giocò un ruolo di primo attore e, per altro verso, di come il gangster quanto il ragazzo delle batterie condividessero una comune ‘visione del mondo’ che impediva loro, si potrebbe dire ontologicamente, di scendere a patti e collaborare con gli apparati statuali. Questa non è cosa da poco e spiega, già di per sé, il motivo per cui le organizzazioni criminali si siano sbarazzate di Turatello.

Proprio in relazione ai loro comportamenti nei confronti dei prigionieri comunisti e della guerriglia è possibile trovare un non secondario indicatore di come questi mondi dovessero essere rimossi al fine di ricondurre crimine e prigione in quella relazione di et et con la polizia che ha, almeno in gran parte, caratterizzato il rapporto tra mondi illegali e forze dell’ordine14.
Significativamente, quello che non riuscì con Turatello e Cochis andò, almeno parzialmente, a buon fine poco dopo quando nel carcere di Cuneo, il 2 luglio 1981, si consumò il tentato omicidio di Mario Moretti15. Qui, però, le cose vedono come protagonisti attori sociali di tutt’altro tipo. A sferrare l’attacco a Moretti fu Salvador Farre Figueras e si trattò di un evento che lasciò tutti stupiti poiché i due neanche si conoscevano e, per di più, pensare a Figueras come braccio armato dei carabinieri sembrava a dir poco impossibile. Questi era stato condannato all’ergastolo proprio per l’uccisione di due carabinieri a Moncalieri e, una volta catturato, fu sottoposto a torture tali che lo resero impotente. Difficile, per tanto, pensarlo come possibile collaboratore di questi. Solo qualche tempo dopo, e sul piano della sola deduzione, una spiegazione divenne possibile. Figueras era un uomo di Tommaso Buscetta il quale proprio nel carcere di Cuneo ottenne la semi libertà. Sicuramente, anche se la cosa venne fuori in tempi successivi, aveva iniziato a collaborare sin da subito e, con ogni probabilità, l’agguato a Moretti faceva parte del pacchetto degli accordi stipulati con i carabinieri dell’Antiterrorismo i quali avevano fatto del carcere di Cuneo un loro centro operativo in stretta cooperazione con i Servizi. Lo stesso maresciallo del carcere Angelo Incandela, come egli stesso ha ammesso nella biografia pubblicata a fine carriera, era a tutti gli effetti al servizio dei gruppi speciali dei carabinieri16. Buscetta, con ogni probabilità, non ha dovuto fare altro che mandare una fibbia 17 a Figueras e questi, da buon soldato della famiglia, ha eseguito l’ordine senza domandarsene il motivo. Tali fatti hanno ben poco della nota di colore ma diventano elementi estremamente utili per immergersi nel clima che si respirava dentro le carceri speciali, per rendersi conto di quanta aderenza avessero essi con quanto andava delineandosi nel Paese e, per altro verso, dell’assoluta complementarietà tra apparati statuali e organizzazioni criminali. All’interno di questo scenario va colta l’origine della morte di Turatello. Proviamo a spiegarlo.

2. Uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraqua

Per comprendere ciò che andremo ad argomentare occorre fare una, per quanto sintetica, immersione nella dimensione ‘macro’, dobbiamo, cioè, descrivere il mutamento epocale entro il quale tutti i rapporti sociali iniziano a scomporsi e a ridefinirsi. Sul finire degli anni Settanta, come è stato ben argomentato da Foucault 18, siamo di fronte a una trasformazione che, per molti versi, ha la stessa intensità e radicalità di quella conosciuta dentro il primo conflitto mondiale e del suo corollario, la crisi del ’29. Due passaggi storici che avevano obbligato il comando del capitale a prendere atto del ruolo strategico che le masse subalterne rivestono all’interno dei nuovi assetti sociali e la necessità di un loro riconoscimento politico e sociale. Questi passaggi erano stati caratterizzati dalla messa in forma del modello keynesiano che nello stato-piano aveva trovato il suo involucro politico19. Negli anni Settanta assistiamo alla messa in mora di tale modello e all’affermazione delle retoriche ordoliberali e neoliberiste. Questa la cornice entro la quale iniziano a ridefinirsi tutti i rapporti sociali e la conseguente frantumazione del ‘mondo di ieri’. La prigione non solo non è esente da tutto ciò ma ne viene letteralmente travolta così come travolti risultano tutti quegli ambiti dove le masse, nella loro dimensione collettiva, avevano svolto un ruolo di assoluto protagonismo. Ciò che si consuma attraverso l’omicidio Turatello, o meglio il senso di questa operazione, ha una non secondaria avvisaglia dentro il mondo della fabbrica. Come vedremo, l’arco di senso di quanto si consuma in fabbrica soggiace a retoriche e logiche del tutto simili se non proprio identiche a quelle del mondo della prigione.

C’è un passaggio, il licenziamento dei 61 operai Fiat avvenuto il 9 ottobre 197920, che farà da apripista alla cosiddetta marcia dei 40.00021 che ne incarna al meglio il senso. Al proposito riportiamo brevi passi di un’intervista a un operaio Fiat coinvolto in quell’episodio il quale, di qui l’interesse per questa testimonianza, giunge alle medesime conclusioni a cui perviene Bruno nell’intervista riportata in seguito.

Tralasciando gli aspetti propriamente più politici dei licenziamenti e di ciò che si portavano appresso, vorrei capire che cosa cambia in fabbrica tra gli operai?

Cambia molto, per non dire tutto. Cambia soprattutto quel clima di fratellanza e unità che da anni era stata la grande forza della fabbrica. Vi è in atto una trasformazione che non è solo politica ma, come dire, culturale, esistenziale… per spiegarti: è come se ci fossero gli operai ma la classe operaia fosse assente. C’è sicuramente paura, perché l’offensiva Fiat è grossa, ma c’è anche la perdita di una identità. Forse perché non si vedono sbocchi, forse perché nel frattempo la società è cambiata e la stessa idea di appartenenza di classe comincia a non essere più percepita come un valore aggiunto ma addirittura come un qualcosa di negativo. L’impressione che si ha è che di fronte si abbia a che fare con tanti singoli per i quali essere operaio non significa più nulla. La battaglia che conduciamo è tutta sulla difensiva e non per caso la perdiamo. Solo qualche tempo prima questo sarebbe stato impensabile, la Fiat avrebbe corso sul serio il rischio di essere occupata e invece ciò che si muove intorno ai nostri licenziamenti non è molto.

Quindi, per chiudere, quando ci sarà la cosiddetta marcia dei cosiddetti 40.000 non sarà proprio una sorpresa?

Assolutamente no. Quella marcia è stata il semplice corollario di un clima che in fabbrica si era ormai fatto egemone. La stessa lotta che si stava consumando ai cancelli della Fiat era solo una parodia delle lotte di un tempo. La fabbrica si era normalizzata, le gerarchie nuovamente in sella ma questo era successo anche dentro la testa di gran parte degli operai. Se alla marcia dei capi non c’è stata reazione è perché la classe è come se fosse implosa. Questa, almeno così la vedo io, è stata la conseguenza di quello che iniziavi a vedere fuori dalla fabbrica. Tutta quella socialità operaia che prima faceva parte di un comune modello di vita era evaporata, ognuno stava cominciando a vivere isolato dagli altri, chiuso in casa, viveva, ecco, privatamente. La marcia dei capi ha registrato tutto questo. In poche parole rimanevano gli operai ma non c’era più la classe operaia. [N. A.]

Quanto ascoltato descrive, seppure in maniera sintetica, una mutazione che non può che definirsi epocale. Ciò ha ricadute radicali all’interno di tutti gli ambiti sociali e i mondi illegali non ne sono certo immuni: anzi, per molti versi, ne sintetizzano la portata nella maniera più cinica e brutale. La nuova grande trasformazione pone drasticamente fine a quel mondo eroico che aveva fatto da sfondo all’epopea dei banditi, trasformando, tranne rare eccezioni, l’insieme di quei soggetti sociali che per anni avevano calpestato i re, o almeno ci avevano provato, in individui privi di vincoli e legami sociali. A riprova di come i mondi illegali siano ben distanti dall’essere altro ma costituiscano l’esemplificazione portata sino all’estremo degli ordini discorsivi dominanti finendo con l’anticipare quella ‘società degli individui’22 che, qualche anno dopo, diventerà la cornice della teoria critica politica e sociologica. Se, come precedentemente ricordato, l’autunno nero della Fiat dell’80 segna il corposo incipit della nuova era, anche all’interno dei mondi illegali è possibili datare la formalizzazione di quest’ultima con il 17 agosto 1981, giorno in cui nel carcere speciale di Nuoro viene ucciso Francis Turatello.

Il senso di questo passaggio viene osservato, con non poca lucidità, da Bruno che della vicenda Turatello coglie sia le ricadute per l’intero mondo illegale sia l’inizio della fine anche della propria batteria. Ciò che per le cronache giornalistiche si riduce a un semplice, per quanto ‘eccellente’ regolamento dei conti tra criminali, per Bruno il portato di ciò è ben distante dall’essere una banale questione interna alla malavita ma è il dispiegarsi per l’appunto di una nuova era che, nella trasvalutazione di tutti i valori, porrà una pietra tombale sul mondo di ieri.

Non è privo di interesse e significato osservare la sostanziale affinità, sul piano dell’ordine di senso, tra il modo in cui Bruno analizza questo evento e come l’operaio precedentemente ascoltato racconta ciò che ha comportato la sconfitta subita alla Fiat per la classe operaia. Si tratta di una relazione che ha ben poco di eccentrico e ancor meno di ideologico poiché banditi e operai hanno scandito il tempo dell’utopia e dell’assalto al cielo pressoché in contemporanea. Mondo della prigione e mondo della fabbrica hanno segnato e scandito, quasi in simultanea, i passaggi storico-politici della radicalità proletaria di questo Paese. Tanto che a ogni insorgenza operaia ha corrisposto un’insorgenza prigioniera e viceversa. Molti eventi sono lì a confermarlo. L’11 aprile del 1969, in concomitanza con le giornate operaie a ridosso dei fatti di Battipaglia23, a Torino scoppia la rivolta delle Nuove24 ed è solo un anticipo di quanto, neppure due mesi dopo, andrà in scena a corso Traiano 25. Facendo un rapido passo in avanti arriviamo al 1976/1977 quando le evasioni armate e di massa diventano la normalità dentro la prigione26, e su quello che, nel frattempo, sta maturando all’esterno non sembra neppure il caso di doversi soffermare: nel momento in cui il punto più alto della critica alla prigione prende forma e sostanza, nella società l’utopia si fa concreto progetto storico-politico. Non è difficile, allora, comprendere come quando la grande sarabanda giunge al termine altri eventi finiscano con l’assumere un significato storico. Se la ‘marcia dei 40.0000’ ha comportato la fine della forza del mondo operaio, la morte di Francis significa la messa in mora di una certa tipologia di illegalità e di tutte le retoriche che l’avevano sostanziata. Così come dopo la sconfitta Fiat scompare la classe operaia e rimangono semplicemente gli operai, con l’omicidio consumato a Nuoro iniziano a evaporare gangster e batterie e al loro posto rimangono solo figure illegali che inizieranno a rapportarsi al mondo come individui senza più tempo e storia. Chiusa questa sintetica introduzione entriamo direttamente nel vivo del racconto.

(Fine prima parte – continua)


  1. Cfr. E. Quadrelli, Gabbie metropolitane: modelli disciplinari e strategie di resistenza, Firenze, La Casa Usher, 2013.  

  2. Per una buona esposizione del metodo etnografico e della sua validità per i mondi della ricerca sociale si veda, A. Dal Lago, R. De Biasi (a cura di), Un certo sguardo. Introduzione all’etnografia sociale, Roma – Bari, Laterza, 2002.  

  3. Cfr. A. D’Agostino, Francis faccia d’angelo. La Milano di Turatello, Milano, le Milieu, 2012.  

  4. Cfr. E. Quadrelli, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta, Roma, Derive Approdi, 2004.  

  5. Sul carattere urbano del fenomeno gangsteristico rimane fondamentale, per quanto datato, il lavoro di F.M. Trasher, The gang: a study of 1.313 gangs in Chicago, Chicago, University of Chicago Press, 1927. La Scuola di Chicago è stata, con ogni probabilità, uno dei più fecondi e innovatori istituti di ricerca sociale con un approccio non positivista e funzionalista, ma particolarmente attento al punto di vista degli attori sociali così come, al contempo, ha messo in campo un’analisi dei fenomeni urbani che, ancora oggi, almeno sul piano metodologico, offre preziose indicazioni. Sui fenomeni urbani rimane ancora oggi particolarmente stimolante il lavoro di R.E. Park, E.W. Burgess, R.D. McKenzie, La città, Edizioni di Comunità, Milano 1965.  

  6. Esemplificativi al proposito film come La gang del parigino di J. Deray (Francia – Italia 1977) e I senza nome di J.P. Melville (Francia – Italia 1970).  

  7. Turatello fa una fugace presenza nel film di G. Tornatore, Il camorrista (Italia 1986), che è incentrato sulla figura di Raffaele Cutolo; compare, come personaggio di sfondo, in Altri uomini di C. Bonivento (Italia 1997), che ruota intorno al personaggio di Angelo Epaminonda, mentre in Gli angeli del male di M. Placido (Francia – Italia – Romania 2010) è un personaggio del tutto secondario rispetto a Renato Vallanzasca che è il vero soggetto del film.  

  8. Si vedano a esempio i filmati, reperibili su YouTube, prodotti da Spazio 70 che raccolgono le principali vicende criminali degli anni ’70 e primi anni ’80.  

  9. Sull’interazione tra mondi criminali e società legittima si veda: A. Dal Lago, E. Quadrelli, La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, Milano, Feltrinelli, 2003.  

  10. A tale proposito è particolarmente indicativo il filmato Epaminonda racconta la Milano delle bische, Spazio 70.  

  11. Culturale più che esistenziale poiché in Turatello era del tutto assente quella contrapposizione al potere propria delle batterie. Cfr. E. Quadrelli, Andare ai resti, cit., pp. 66 – 71  

  12. In D’Agostino, Francis, p. 163  

  13. In Quadrelli, Andare ai resti, p.123  

  14. Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 2014.  

  15. Cfr. M. Moretti, Brigate rosse. Una storia italiana, a cura di C. Mosca e R. Rossanda, Milano, Baldini & Castoldi, 2002.  

  16. P. Nicotri, Agli ordini del generale Dalla Chiesa. I misteri degli anni ’80 nel racconto del maresciallo Incandela, Venezia, Marsilio, 1994.  

  17. Gergale, significa mandare o ricevere un messaggio il quale, il più delle volte, implica l’ordine di una esecuzione.  

  18. M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2015.  

  19. Cfr. A. Negri, Crisi dello stato-piano, organizzazione, comunismo, Milano, Feltrinelli, 1974.  

  20. Al proposito si veda il libro–testimonianza di P. Baral, Niente di nuovo sotto il sole…i 61 licenziati Fiat preparano l’autunno ’80 e le fortune dell’automobile?, Torino, Edizioni Ponsimor, 2003.  

  21. Per una buona ricostruzione di questa vicenda si veda Con Marx alle porte. I 37 giorni della Fiat, Milano, Nuove Edizioni Internazionali, 1980.  

  22. Cfr. Z. Bauman, La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, Bologna, Il Mulino, 2002.  

  23. Per una ricostruzione di questi eventi si veda V. Campagna, La rivolta di Battipaglia, Padova, Ar, 1988.  

  24. Cfr. Ci siamo presi la libertà di lottare, Torino, Edizioni Lotta continua, 1973.  

  25. Per un’ottima ricostruzione di questi fatti si veda D. Giacchetti, La rivolta di Corso Traiano. Torino luglio 1969, Pisa, BFS Edizioni, 2019  

  26. Cfr. Quadrelli, Andare ai resti, pp. 203 – 215  

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La guerra: una questione divisiva, ma dirimente https://www.carmillaonline.com/2022/07/20/la-guerra-una-questione-divisiva-ma-dirimente/ Wed, 20 Jul 2022 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72976 di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini… Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano [...]]]> di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini…
Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano fermarsi, a meno di non risalire alle cannonate del 1898 e a Bava Beccaris, saltando a piè pari, o quasi, una stagione straordinaria di lotte e contraddizioni di classe e nella classe: quella intercorsa nel secondo decennio del ‘900, tra l’avvento di Mussolini alla direzione dell’«Avanti», la Prima guerra mondiale e la formazione del nucleo giovane e intransigente che avrebbe costituito una delle componenti più radicali della Sinistra socialista.

Bene hanno dunque fatto i compagni di «pagine marxiste» a ripubblicare in un unico volume due testi di Mirella Mingardo già precedentemente apparsi in altra edizione (Mussolini, Turati e Fortichiari. La formazione della sinistra socialista a Milano 1912-1918, edizioni Graphos, 1992 e 1919-1923. Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del Pcd’I all’ascesa del fascismo, pagine marxiste, 2011) rivolti a sottolineare l’importanza che la componente milanese di sinistra del Partito Socialista ebbe nelle lotte e nelle riflessioni che precedettero e accompagnarono lo sviluppo della frazione rivoluzionaria all’interno dello stesso. Fino e oltre la scissione di Livorno nel 1921 che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Entrambi i testi erano da tempo esauriti e vengono oggi riproposti in un’edizione riveduta, ampliata, corretta e corredata da un vasto apparato di note biografiche cui hanno contribuito i redattori dell’Associazione Eguaglianza e Solidarietà.

La lettura si rivela immediatamente stimolante non soltanto dal punto di vista storico, ma anche propriamente politico, poiché quelle battaglie e quei fatti, soltanto apparentemente lontani nel tempo, servono ancora a mettere in evidenza carenze, errori e contraddizioni del nostro tempo. Così, anche se in precedenza non sono mancante le opere storiografiche destinate a ricostruire il travaglio politico e i conflitti sociali di quegli anni, i due testi di Mirella Mingardo permettono di ricostruire e collocare gli stessi temi ed avvenimenti in maniera tale da costituire ancora un termine di paragone per quelli attuali.

Prima di procedere nell’analisi dei contenuti, quello che occorre forse sottolineare è che la narrazione dei passaggi che portarono alla scissione del PSI e alla fondazione di un partito comunista rivoluzionario spesso ha privilegiato tre località “forti” per lo sviluppo della corrente più radicale del socialismo italiano di inizio ‘900 mettendo in risalto Torino, Napoli e Milano spesso nell’ordine qui appena esposto.

Se Napoli, descritta fin dall’Ottocento come la “polveriera d’Italia”1 e successivamente come uno dei principali centri di origine del Comunismo e del Fascismo2, aveva visto la presenza determinante di Amadeo Bordiga tra i giovani militanti che avrebbero intrapreso e guidato la lotta per la rivoluzione e il comunismo, curandone in particolare l’impostazione teorica, Torino, definita in un classico della storiografia del movimento operaio italiano come “operaia e socialista”3, ha fondato il suo primato, oltre che sulla combattività della sua classe operaia e del suo proletariato, sulla presenza di Antonio Gramsci, nonostante i tentennamenti che questi ebbe (insieme a Togliatti, all’epoca decisamente “interventista”) nei riguardi dell’opposizione ferma e radicale nei confronti del primo conflitto imperialista.

In entrambi i casi, però, le sezioni locali del partito socialista erano rimaste in mano alle posizioni riformistiche, mentre soltanto a Milano la sezione, fin da prima della guerra era stata diretta dalla frazione di Sinistra dello stesso partito. Il dubbio a cui si perviene, quindi, è che tale spostamento del baricentro della ricostruzione storiografica a favore di Torino sia stato dovuto, in un ambito di ricerca a lungo dominato dalla storiografia e dagli storici legati a doppio filo al PCI, alla necessità di far crescere a dismisura, dopo la sua morte, la figura e il ruolo svolta da Gramsci, e dall’«Ordine Nuovo», nella nascita e nella formazione del Pcd’I: sia per fornire a Togliatti una copertura autorevole per giustificare le sue infinite giravolte e tradimenti all’ombra della (tutt’altro che amichevole) figura di Gramsci4, sia per sminuire, se non proprio denigrare o rimuovere, le figure di Amadeo Bordiga e dell’ancor più odiato, se possibile, Bruno Fortichiari.

Bruno Fortichiari che si rivela essere, nell’ambito della ricerca di Mirella Mingardo, un autentico e intransigente promotore dell’organizzazione non soltanto del lavoro politico della sezione socialista milanese negli anni precedenti la prima guerra mondiale, ma anche dell’opposizione internazionalista alla stessa, una volta scoppiata. Insieme alla sua figura brilla, nell’ambito dell’ organizzazione e dell’agitazione svolta in senso internazionalista e antimilitarista, quella di Abigaille Zanetta (1875-1945), maestra socialista e agitatrice temutissima dalla prefettura milanese e dai vertici moderati e parlamentari socialisti dell’epoca.

Non a caso una donna, in una città e in un’epoca in cui, dall’Italia dei campi e delle fabbriche fino agli scioperi delle giovani operaie di Pietroburgo che diedero inizio alla rivoluzione di febbraio in Russia nel 1917, le donne lavoratrici di ogni età, con o senza famiglia, svilupparono azioni di lotta collettiva che pesarono enormemente sulle politiche dei partiti e le scelte, spesso repressive, degli Stati. Soprattutto prima e durante il primo vero macello imperialista che, oltre tutto, qui in Italia era stato già anticipata dalla guerra di Libia e dall’opposizione che nei confronti di questa si sviluppò in ambito socialista e anarchico.

Se tutta la ricerca sulla Sinistra socialista milanese è profondamente interessante nelle due parti che la compongono, per ragion di brevità, in questo contesto, si è valutato di soffermare maggiormente l’attenzione sulla prima parte, quella che si ferma al 1918 con la fine della guerra.
Periodo burrascoso che vedrà l’ascesa di Benito Mussolini e il suo conseguente allontanamento dal partito, l’affermazione di Fortichiari e dei compagni a lui più vicini alla guida della sezione socialista di Milano e, infine, anche il progressivo attestarsi della componente riformista, guidata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff, su posizioni sempre più collaborazioniste con gli interessi del governo e del capitalismo italiano.

Il fatto veramente interessante, nella ricostruzione e analisi di quegli eventi e personaggi, è dato dal fatto che fino a quando la battaglia interna e sulle piazze sarà condotta sul piano della lotta economica e dei diritti dei lavoratori oppure della validità del suffragio universale o, ancora, della corruzione dei quadri parlamentari socialisti più orientati alla collaborazione filo-governativa o la loro appartenenza alla Massoneria, tutte le componenti riusciranno comunque a trovare un equilibrio, per quanto conflittuale, che permetterà alla struttura partito di procedere nel suo cammino. Anche se, come afferma l’autrice:

Sin dai primi mesi del 1912 la divisione già presente nell’ala destra del partito si rivelò insanabile, sia nel convegno nazionale contro la guerra organizzato a Milano dai riformisti di sinistra, che nel dibattito avvenuto alla Camera per ratificare il decreto reale di annessione della Libia. In questa sede i contrapposti interventi di Bissolati (che pur criticando l’impresa libica manteneva il suo appoggio al Ministero Giolitti) e di Turati (che espresse l’opposizione della sinistra alla politica governativa) sancirono pubblicamente la scissione fra i due riformismi5.

Di tale situazione poterono approfittare da una parte la Frazione rivoluzionaria, che nel giro di poco tempo riuscì a conquistare la maggioranza delle sezioni di un certo rilievo, anche se, come si afferma ancora nel testo, «l’ascesa dei rivoluzionari fu soprattutto “il frutto di uno sforzo di carattere organizzativo” che non corrispondeva ad un radicale rinnovamento “di idee e di programmi”»6. Dall’altra lo stesso Mussolini che, dopo esser da poco rientrato nelle fila del partito, al successivo XIII congresso del Partito Socialista, tenutosi a Reggio Emilia il 7 luglio del 1912, riuscì ad ottenere l’espulsione dal partito dei deputati Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca, individuati come rappresentanti della destra riformista.

Episodio che, dopo il tentativo fatto da Bonomi di presentare le scelte parlamentari della destra come sforzo di riconciliazione con lo Stato per «imbeverlo della forza operaia e popolare» in attesa di porre fine al «divorzio tra capitale e lavoro», sancì la prima significativa scissione nella storia del Partito Socialista7.
In tale contesto occorre cogliere l’affermazione delle forze più giovani e intransigenti del partito raccolte in buona parte nella federazione giovanile, ma anche «lo sviluppo di nuove forze sociali che la lunga depressione e la guerra libica avevano contribuito a creare»8.

Mentre già il primo conflitto mondiale andava accumulandosi a livello economico, militare e politico, fu possibile un breve periodo in cui le forze radicali interne al Partito socialista, il sindacalismo rivoluzionario e quello della Confederazione Generale del Lavoro poterono convivere, anche se in maniera spesso conflittuale, con l’ala riformistica del partito stesso.
Ma il colpo di pistola di Sarajevo del 28 giugno 1914 avrebbe significato non solo l’avvio di un conflitto tra imperi non più procrastinabile, ma anche il processo che avrebbe dato inizio al disfacimento della Seconda Internazionale e dello stesso partito socialista italiano.

Ed è proprio nel corso dell’anno che separò l’inizio delle ostilità tra le forze della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa e l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, che tutti i nodi vennero al pettine, dimostrando come la questione dell’atteggiamento da tenersi nei confronti della guerra imperialista sia sicuramente estremamente divisiva ma, anche, dirimente più di qualsiasi altra sul piano delle politiche riformistiche, nazionaliste oppure rivoluzionarie.

Fa bene la Mingardo a sottolineare come Mussolini, indicato sempre come unico e vero traditore delle posizioni neutraliste del partito italiano, fosse in realtà in buona compagnia sia all’estero, dove i partiti socialisti tedesco e francese furono prontissimi ad approvare i crediti di guerra, sia in Italia dove sia all’interno del Partito che tra le altre forze di opposizione, sindacali e finanche anarchiche, furono tantissime le “conversioni” alla causa della guerra.

La prime contraddizioni inizieranno a manifestarsi proprio durante la cosiddetta “settimana rossa”, quando nel giugno del 1914, preceduta dagli scioperi dei ferrovieri e delle sigaraie, si sviluppò a partire da Ancora un movimento insurrezionale, che si estese in breve tempo ad altre regioni e che metteva insieme l’antimilitarismo con la protesta sociale per le condizioni salariali e di vita. Come annota la Mingardo:

Gli scontri sanguinosi della città marchigiana e la protesta spontanea che a macchia d’olio si estese in tutta la penisola non furono soltanto la reazione alla lunga serie di eccidi che distinsero l’Italia post-unitaria, ma rappresentarono nuovamente l’esplosione di una latente e disordinata carica rivoluzionaria delle forze proletarie.
Se sorprendente è l’assenza del partito, colto alla sprovvista dalla vastità del moto, ancor più sorprendente è l’assenza di Mussolini […] Il paese si rivolge al partito e al giornale, invoca una parola d’ordine, più volte preannunciata, “ma dietro la carta stampata dell’«Avanti!» non c’è niente”9

Citando Bozzetti, autore di Mussolini direttore dell’«Avanti!», aggiunge poi ancora: «Dopo aver predicato per anni la guerra, dopo aver identificato nel militarismo il nemico numero uno, dopo aver seminato l’odio contro le istituzioni militari […] quando scocca l’ora X Mussolini non è al suo posto»10.
L’ex-rodomonte socialista iniziava così a mostrare di che pasta fossero fatte le sue “radicali” affermazioni e a scivolare lungo il pendio che ben presto lo avrebbe portato tra le braccia dell’interventismo, del nazionalismo patriottardo e del militarismo stesso.

Il contesto in cui finirono col confrontarsi le differenti e irriducibili posizioni sulla guerra si rivela, attraverso le pagine del libro, non molto diverso da quello odierno, soprattutto per quanto riguarda il malessere che ben presto iniziò ad esplodere tra le classi popolari oltre che per il lento scivolamento verso la stessa proprio di quelle posizioni che pur volendosi “neutraliste” iniziarono a manifestare un atteggiamento decisamente anti-teutonico, pur dichiarandosi ancora non favorevoli ad un’entrata in guerra. Insomma un neutralismo che manifestava, nella sostanza una particolare avversione per uno dei contendenti del conflitto: quello austro-ungarico.

Posizione che iniziò a rivelare come le dichiarazioni indipendentiste e patriottiche di irredentisti come Cesare Battisti spingevano, inequivocabilmente, alla guerra nei confronti degli usurpatori delle “terre italiane”. Come afferma in un suo testo Luigi Cortesi, citato dall’autrice:

Questi atteggiamenti (anti-teutonici-NdR) ridimensionano qualitativamente la tradizionale leggenda di un PSI su posizioni coerentemente internazionalistiche. Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – esplicitamente o implicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filio-intesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti11

Mussolini nel frattempo, infiammando l’«Avanti!» con titoli come L’orda teutonica scatenata in tutta Europa, spingeva nella stessa direzione, oltre tutto rendendo ancora più evidente la sua tendenziosità nella cronaca bellica in cui, nonostante l’agosto del 1914 si fosse rivelato un mese di disfatte per gli eserciti dell’Intesa, i titoli del giornale socialista davano l’impressione che in realtà stessero vincendo. L’antitriplicismo però non era patrimonio del solo Mussolini poiché

da destra a sinistra il disorientamento percorreva il partito. Accanto alle dichiarazioni di alcuni riformisti (quali Treves12, Turati, Mondolfo, Graziadei) favorevoli alla “neutralità relativa”, emergevano le conversioni dei sindacalisti Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Decio Becchi, Livio Ciardi; dell’anarchica Maria Rygier13.

Mentre i partiti della cosiddetta sinistra finivano con lo schierarsi per un aiuto reale alle democrazie occidentali, l’unica voce a levarsi chiaramente contro la guerra fu quella di Amadeo Bordiga che, in un articolo pubblicato sull’«Avanti!»14, denunciava «le simpatie di “molti compagni” verso l’Intesa e demoliva le artificiose distinzioni tra guerra di offesa e guerra di difesa. La borghesia di tutti i paesi era la vera responsabile del conflitto o, meglio, lo era “il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica” aveva “ingenerato il sistema dei grandi armamenti”»15.

Bruno Fortichiari, collocandosi su altrettanto chiare posizioni intransigentemente antimilitariste e anti-imperialiste, poneva sullo stesso piano i blocchi contendenti, poiché l’Italia non doveva assolutamente lasciarsi «sedurre dalle sirene della Duplice Alleanza e della Triplice Intesa che indubbiamente prevedeva e attendeva l’aggressione per soffocare la Germania militarista e imperialista sì, ma anche forte concorrente nel campo industriale e coloniale»16.

Ma il testo edito da «pagine marxiste» ci rinvia al presente non soltanto dal punto di vista delle contrapposizioni ideologiche e politiche.

I paesi del vecchio continente non poterono sfuggire alla crisi generale che investì l’Europa allo scoppio della grande guerra. Sin dall’estate del 1914 l’economia italiana si trovò a fare i conti con il blocco navale inglese che impediva l’accesso nel Mediterraneo alla flotta della Triplice. Il provvedimento comportò l’aumento vertiginoso dei noli marittimi e “l’interruzione totale del traffico via mare da e per la Germania e l’Austria-Ungheria, e la più stretta dipendenza dall’Inghilterra per i rifornimenti”.
La mancanza di materie prime o il rallentamento nella loro fornitura, i provvedimenti governativi sulle restrizioni del credito e del commercio con l’estero, ebbero un’immediata ripercussione nell’economia: alle gravi carenze del mercato corrisposero il rialzo del costo della vita e l’aumento preoccupante della disoccupazione […] A peggiorare le condizioni di vita della sempre più numerosa popolazione disoccupata, contribuì la lievitazione del prezzo del pane. L’aumento incontrollato dell’alimento base fece scoppiare ovunque il grido di rivolta17.

Tumulti si ebbero a Bari, Caltanisetta, Napoli, Palermo, Catania, Pisa, Molfetta, Bitonto, Faenza con una forte presenza femminile all’interno delle stesse, spesso violente, manifestazioni affrontate con violenza superiore da parte dello Stato e con la dichiarazione dello stato d’assedio in alcune città coinvolte. Mentre, allo stesso tempo, il Governo e le forze di polizia permettevano e giustificavano le manifestazioni interventiste, spesso gonfiate artificialmente nei numeri ad uso della propaganda a favore della guerra.

Milano sia nel 1914 che nell’opposizione alle “radiose giornate di maggio” del 1915 fu spesso in prima linea con i suoi proletari, le lavoratrici e anche le donne della campagna circostante che protestavano sia per il peggioramento delle condizioni di vita che per il fatto che mariti e figli fossero stati richiamati o chiamati per la prima volta alle armi, aggravando così le già difficili condizioni economiche famigliari.

Di fronte all’inevitabile, la direzione del partito indirizzò al proletariato l’ultimo e drammatico manifesto inteso a separare le proprie responsabilità da quella delle correnti che avevano voluto la guerra. La lotta veniva rimandata al dopo, alla fine del conflitto. Il partito intanto si poneva “in disparte” – come scrisse l’«Avanti!» del 24 maggio 1915 – lasciando che la borghesia facesse la sua guerra18.

Fingendo una patina di nobiltà morale, la dirigenza socialista nazionale abbandonava definitivamente al suo destino un proletariato ancora combattivo che, però, avrebbe potuto essere indirizzato soltanto da un’organizzazione totalmente dedita al rovesciamento rivoluzionario dell’esistente, cosa che, certamente, il PSI non era e non voleva essere nella maggioranza della sua rappresentanza parlamentare e intellettuale.

Ma a gettare ancora benzina sul fuoco mai spento delle braci insurrezionali e rivoluzionarie giunsero nel 1917 le notizie provenienti dalla Russia e dalla rivoluzione che si era andata sviluppando colà. Fu così che nel maggio dello steso anno a Milano e poi ad agosto a Torino tornarono a svilupparsi violente azioni di massa contro la guerra, in cui la classe operaia, ancor prima dei militanti del partito fu in prima linea e sulle barricate.

E proprio a Milano, durante quelle manifestazioni portate avanti in maniera estremamente dura proprio dalle donne, Turati ebbe modo di osservare quaanta fosse la distanza che ormai separava l’ala riformista dalle masse che pretendeva di rappresentare in parlamento.
«Vogliono far la pelle ai signori – scrisse infatti ad Anna Kuliscioff – fra i quali, beninteso, siamo anche noi»19.

Prima della spesso e oggi fin troppo bistratta scissione del 1921 a Livorno, a rompere con il riformismo del PSI fu prima di tutto il proletariato delle grandi città industriali oppure trasferito al fronte e in divisa nel 1917.
Poi, nel novembre dello stesso anno, arrivò anche la risposta di migliaia di soldati italiani che autonomamente, e ancora una volta lasciati soli e privi di qualsiasi indicazione politica, abbandonarono il fronte e le trincee a Caporetto. Mettendo in pratica, senza magari neppure conoscerla, la parola d’ordine che era corsa lungo i fronti di guerra a partire dalla Francia: Facciamo come in Russia!

Ma la direzione nazionale del partito e Turati in particolare avrebbero continuato a procedere sulla linea di una sempre più stretta collaborazione col Governo in carica, sventolando la bandiera della “necessaria solidarietà” nei confronti dei profughi in fuga dal territorio profondo 70 chilometri in cui erano penetrate le truppe della Duplice, occupandolo. Un vero record nello sfondamento delle linee, visto che all’epoca la guerra permetteva di avanzare al massimo di qualche centinaio di metri al giorno.

La mobilitazione governativa e poliziesca affinché lo scontento interno non raggiungesse i soldati delle trincee si era già manifestata precedentemente, mentre i ferrovieri trasportavano verso le truppe al fronte i volantini inneggianti alla protesta e alla rivolta che la Sinistra intransigente cercava di diffondere a tutti i livelli. Nelle fabbriche, d’altra parte, il clima era diventato irrespirabile per le maestranze, poiché anche i lavoratori dovevano ormai rispondere ad un’autentica mobilitazione e militarizzazione del lavoro, in cui anche gli scioperi avrebbero potuto esser trattati come tradimento e diserzione.

Michele Fatica, citato dalla Mingardo, ha scritto in proposito:

Niente poteva essere più ben accetto alla borghesia industriale quanto la riduzione dell’operaio salariato alla condizione di lavoratore forzato. I dipendenti delle aziende dichiarate ausiliarie passano sotto la giurisdizione militare, quindi gli scioperi e le assenze ingiustificate vengono configurati come reati di ammutinamento o di diserzione20.

Dopo Caporetto alla vigilanza poliziesca e militare si aggiunse l’appello dei riformisti e di Turati alla collaborazione per un “governo di unità nazionale” per superare il ”difficile momento”. In antitesi con le affermazioni di Abigaille Zanetta, che aveva sostenuto che i socialisti dovevano «guardare a tutto ciò che si agita e si muove nelle masse, col proposito di assisterle, solidarizzare con esse, per averle collaboratrici al raggiungimento dei nostri ideali», Turati aveva già precedentemente affermato che «”solo l’isterismo e l’impulsività” potevano consigliare movimenti di folle, mentre l’azione del partito socialista doveva esser guidata “dalla riflessione e dalla ragione”»21.

Nell’estate precedente Caporetto, Lazzari (segretario del PSI dal 1912 al 1919) aveva rivendicato al partito “una tradizione di miglioramento sociale e di bontà” che non permetteva di contestare “il naturale sentimento di preferenza e di amore per il paese natio”, mentre dal fronte della futura frazione comunista la Zanetta

si soffermò sull’annoso dibattito riguardante il rapporto tra socialismo e patria e, negando a quest’ultima la propria “essenza”, sostenne “la necessità di demolirla”. L’oratrice inoltre affermò che la pace non doveva essere il fine ultimo del partito, anzi, a guerra conclusa, questo doveva “approfittare dei momenti di debolezza della classe capitalista per abbatterla” e facilitare l’avvento del socialismo22.

Bordiga già in precedenza aveva negato che compito del partito fosse quello di risolvere i problemi creati dal capitalismo stesso e che questo era impossibilitato, per proprie dinamiche, a risolvere.
Tutte queste affermazioni dimostrano che l’opposizione di sinistra era ormai passata ad una «matura scelta di classe che la guerra aveva contribuito a far emergere»23.

Lo spazio concesso da un articolo e da una recensione impediscono di approfondire maggiormente l’analisi di un testo che si rende indispensabile per chiunque voglia non solo approfondire la storia del movimento operaio e della Sinistra Comunista, ma anche per tutti coloro che, nella confusione oggi imperante sul tema della guerra, vogliano trovare un modello comportamentale e di analisi che superi con un subitaneo colpo d’ala tutte le inutili discussioni su guerra di aggressione o di difesa “dei patri confini”, diritti “umani” e tutte le altre infingardaggini liberal-democratiche che offuscano la reale funzione della guerra nella stagione, non ancora finita, degli imperialismi che già avevano infiammato i fronti europei di inizio ‘900, ottenendo però allora una ben diversa risposta politica e di classe. A Zimmerwald, Kienthal, Pietrogrado, Milano e Caporetto.

Poiché oggi come allora, la guerra tra stati e imperi, a differenza di quanto troppo spesso si afferma o si crede, non costituisce affatto un’eccezionalità in regime capitalistico, l’azione contro la stessa non può essere guidata ad un’impossibile unità di intenti tra forze agite da interessi diversi tra di loro, ma soltanto da una chiara visione del suo divenire e del necessario superamento delle contraddizioni insite nel modo di produzione che l’ha generata come inevitabile conseguenza della sua sfrenata ricerca di controllo delle ricchezze, dei mercati e delle risorse disponibili a livello planetario (lavoro umano compreso).


  1. Si veda: Giulio De Martino, Vincenza Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori Editore, Napoli 2004  

  2. Si veda ancora: Michele Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971  

  3. Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, Torino 1958  

  4. Si vedano: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, (a cura di Chiara Daniele), Einaudi, Torino 1999 e Giancarlo Lehner, La famiglia Gramsci in Russia, Mondadori, 2008  

  5. M. Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 25-26  

  6. M. Mingardo, op. cit., p. 26  

  7. op. cit., p. 27  

  8. Ibidem, p. 26  

  9. Ibid., p.99  

  10. G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’«Avanti!», Feltrinelli 1979, pp. 160-163 cit. in Mingardo, op.cit., p. 99  

  11. L. Cortesi, Le origini del PCI. Vol. I Il PSI dalla guerra di Libia alla scissione di Livorno, Laterza 1977, pp. 86-87, cit. in Mingardo, op. cit., p. 108  

  12. Che avrebbe dichiarato che la neutralità non era “un dogma, un imperativo categorico” e che “il vantaggio che oggi si conclama domani può non ravvisarsi più”. Non neutralità “passiva” dunque, ma “attiva ed energica” in La nostra neutralità, «Critica Sociale» (rivista teorica del partito diretta da Filippo Turati), 15-31 agosto 1914  

  13. M. Mingardo,op. Cit., p.109  

  14. A Bordiga, In tema di neutralità. Al nostro posto!, «Avanti!», 13 agosto 1914  

  15. M. Mingardo, op. cit., p. 111  

  16. B. Fortichiari, Abbasso la guerra!, «La Battaglia Socialista», 12 settembre 1914 cit. in Mingardo, op. cit., p.115  

  17. ibidem, pp140-141  

  18. ibid., p. 166  

  19. F. Turati-a. Kuliscioff, Carteggio, vol.IV. 1915-1918. La grande guerra e la rivoluzione, p. 501, lettera del 3 maggio 1917, cit. in Mingardo, op.cit., p. 206  

  20. M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971, p.428 cit. in Mingardo, op. cit, p.210  

  21. Mingardo, op. cit., p.213  

  22. ibidem, p.225  

  23. ibid., p.226  

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“Diabolik”, un’estetica dello spazio sovversiva https://www.carmillaonline.com/2021/12/27/diabolik-unestetica-dello-spazio-sovversiva/ Mon, 27 Dec 2021 22:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69800 di Paolo Lago

Nelle prime sequenze di Diabolik (2021), dei Manetti Bros., vediamo la Jaguar nera del protagonista che, dopo una rapina a una banca, percorre a tutta velocità una galleria pedonale sotto un palazzo del centro per poi immettersi sulla strada principale ed essere subito inseguita dalle auto della polizia. La strada è circondata da entrambi i lati da palazzoni grigi e cubici, che sembrano delle enormi scatole e tutto l’inseguimento avviene in questo rigido percorso obbligato, come se si trattasse dello spazio di un tunnel. Del resto, anche la precedente versione [...]]]> di Paolo Lago

Nelle prime sequenze di Diabolik (2021), dei Manetti Bros., vediamo la Jaguar nera del protagonista che, dopo una rapina a una banca, percorre a tutta velocità una galleria pedonale sotto un palazzo del centro per poi immettersi sulla strada principale ed essere subito inseguita dalle auto della polizia. La strada è circondata da entrambi i lati da palazzoni grigi e cubici, che sembrano delle enormi scatole e tutto l’inseguimento avviene in questo rigido percorso obbligato, come se si trattasse dello spazio di un tunnel. Del resto, anche la precedente versione cinematografica tratta dal fumetto di Angela e Luciana Giussani, diretta da Mario Bava (1968), iniziava con l’inquadratura di due palazzoni cubici che rappresentavano una banca. L’estetica e la rappresentazione dello spazio, nel film dei Manetti Bros., appare sapientemente giocata su un contrasto ed un’alternanza di spazi stretti, angusti e ‘tunnellizzati’ e di spazi caratterizzati invece da ariosità ed aperture. Se l’eroe, già nelle tavole dei fumetti delle sorelle Giussani, si muoveva in luoghi angusti, stretti e cunicolari, il film sembra giocare su questa opposizione in modo nuovo ed inedito.

Lo sfondo dell’immaginaria città di Clerville si trasforma nella greve rappresentazione iconica e monumentale dell’oppressione di un potere rigido e geometrico. L’auto di Diabolik, nelle prime sequenze, percorre uno spazio cunicolare e ‘tunnellizzato’, serrato da case grigie e tetre che sembrano quasi appartenere ad una distopica società del futuro gravata da una pervasiva e crudele dittatura. Possono venire in mente certe sequenze de I cannibali (1970) di Liliana Cavani, in cui vediamo le strade di una grigia Milano del futuro ricoperte di cadaveri, silenziose e allucinate. La Clerville di Diabolik è ricostruita fra Bologna e Milano (nella fattispecie, le immagini dell’inseguimento iniziale sono state girate a Bologna, fra gruppi di palazzoni anni Cinquanta e Sessanta1) e, soprattutto nei momenti in cui assistiamo agli inseguimenti notturni, appare come una città abbandonata, segnata quasi da una catastrofe post-apocalittica. E allora si potrebbe pensare anche agli sfondi urbani romani ‘svuotati’ e catatonici (soprattutto un raggelato Eur) che incorniciano gli spostamenti dell’unico sopravvissuto a una terribile epidemia che ha trasformato tutti gli altri esseri umani in vampiri, in L’ultimo uomo della Terra (1964) di Ubaldo Ragona.

L’estetica dello spazio che sta alla base del film dei Manetti Bros. inquadra i palazzi degli anni Cinquanta e Sessanta (secondo una didascalia che compare all’inizio del film ci troviamo a Clerville, alla fine degli anni Sessanta) come se fossero dei vuoti monumenti alla solitudine e alla desolazione, come in certi momenti di L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni. Se in quest’ultimo film i palazzoni del boom economico italiano rappresentavano l’emblema di un potere che, in nome dell’edilizia selvaggia, cominciava a devastare gli spazi verdi delle città, nel film dei Manetti Bros. i palazzi e l’architettura rappresentano i monumentali fasti di un grigio e oscuro potere, incarnato dal viceministro Giorgio Caron, ricattatore e corrotto. D’altra parte, bisogna anche notare che gli sfondi della Clerville anni Sessanta (che allude chiaramente a spazi urbani italiani dell’epoca) sono stati ricostruiti in modo pressoché perfetto, così da essere paradossalmente quasi più ‘credibili’ di quelli del precedente Diabolik, girato proprio negli anni Sessanta.

I palazzi del potere, come anche l’albergo di lusso nel quale alloggia Eva Kant, sono tante scatole nelle quali si riproduce l’oscuro e vuoto discorso del potere, dove gli stessi rappresentanti di quel potere  si muovono discutendo di futilità mondane, come nei film dell’ultimo Buñuel. Dopo l’inseguimento iniziale la scena si sposta proprio negli ambienti dell’alta borghesia e della nobiltà di Clerville, in una sontuosa località montana ricostruita a Courmayeur: gli interni sono quelli in cui si ripete inesausta la parola contemporaneamente lugubre e canzonatoria della classe sociale che detiene il potere. Nei discorsi che i principali esponenti di questa classe rivolgono a Eva Kant, appena arrivata col suo prezioso diamante rosa, la figura di Diabolik appare come un personaggio che si situa al di fuori della società, il pericoloso bandito e criminale sovvertitore dell’ordine costituito. Egli è un vero e proprio personaggio “del fuori”, che si situa al di là del potere che cataloga e che divide, che crea le griglie urbane della moralità e della legge. Il criminale mascherato, in quanto simbolo del lato oscuro della società, del lato che sta in ombra, sembra appartenere a quella «esperienza del fuori» messa in luce da Michel Foucault, quando il pensiero «diviene pensiero del limite, della soggettività spezzata, della trasgressione; con Klossowski, e l’esperienza del doppio, dell’esteriorità dei simulacri, della moltiplicazione teatrale e demente dell’io»2. Diabolik è l’alfiere della soggettività spezzata, facitore dell’esteriorità dei simulacri, creatore di inquietanti maschere di gomma che riproducono fedelmente i volti di quegli stessi personaggi del potere, a cominciare dal suo acerrimo nemico, l’ispettore Ginko. Diabolik giunge dal ‘fuori’ di quegli interni borghesi, dediti al potere e ai suoi fasti, trama e agisce nella notte e nell’oscurità, da un limite oscuro difficilmente raggiungibile se non si è trasgressori totali. Egli si muove in quello spazio ‘tunnellizzato’, inscatolato, segnato dalla greve materia architettonica del potere solamente per distruggerlo ed annientarlo. Non è un caso, infatti, che Diabolik riesca a sfuggire all’inseguimento iniziale di Ginko uscendo dallo spazio-tunnel fra i palazzi, imboccando una strada periferica piena di curve. Alla linea geometrica e rigida della strada cittadina, egli oppone la linea ondulata e serpentina della strada periferica aperta, dietro la quale si staglia un panorama notturno e nella quale, letteralmente, ‘sparisce’. Infatti, per rifarsi alle teorie sullo spazio di Bertrand Westphal, si può affermare che «la trasgressione interviene quando si disegna un’alternativa alla linea diritta del tempo, alle figure troppo geometriche dello spazio civilizzato»3.

Diabolik è abitatore del ‘fuori’ anche nel senso che appartiene alla terra, sbuca misteriosamente da cunicoli nel giardino dell’elegante villa che usa come copertura. Con la sua Jaguar nera si insinua in reconditi cunicoli scavati nella roccia, lungo un’anonima strada di periferia, per mezzo di marchingegni che mirano ad inceppare l’onnipresente, lugubre marchingegno del potere. Egli appartiene al sottosuolo, non allo spazio elegante e luminoso della villa che, col falso nome di Walter Dorian, abita insieme alla fidanzata. Il film gioca abilmente anche sul contrasto tra Diabolik mascherato e Diabolik senza maschera, come se l’uno fosse il doppio speculare dell’altro. Se il primo appare soprattutto di notte ed è legato ad ambienti cunicolari e ‘inscatolanti’, il secondo appartiene alla luce del giorno e ad ambienti aperti e luminosi. La figura di Walter Dorian, senza maschera, si staglia sulla grande vetrata della propria villa mentre parla con la fidanzata Elisabeth oppure quando, a Ghenf, prepara il suo piano insieme a Eva, avendo alle spalle una vetrata che si apre sulla libera spazialità del mare. Diabolik mascherato, invece, è l’abitatore della notte e del buio, dei suoi misteriosi rifugi o dei cunicoli sotterranei della città di Ghenf, del caveau blindato della banca la cui rappresentazione spaziale appare sullo schermo sotto forma di ricostruzione grafica.

Ed è alla luce del sole, in uno di quegli interni sfarzosi del potere – il lussuosissimo albergo – che il personaggio subisce il fascino perverso della bellissima Eva Kant, che porta «un nome che è un omaggio al grande filosofo amato da Angela Giussani»4. Il film si ispira infatti, per la maggior parte, all’episodio L’arresto di Diabolik, in cui Eva Kant compare per la prima volta come una donna dal passato misterioso, vedova di un Lord Anthony Kant ucciso da una pantera. Come nel fumetto, anche nel film fra Diabolik e Eva Kant «si stabilisce una storia d’amore basata sulla simmetria totale e sulla condivisione piena di ogni esperienza»5. Essi si configurano come una coppia eroicizzata al negativo e «il loro combattere la legge proviene da una forza arcaica, brutale e animalesca, del tutto antisociale e distruttiva»6. Di fronte alla bellissima Eva, Diabolik non esita a togliersi la maschera del malcapitato cameriere del quale aveva assunto l’identità e che, nell’albergo, avrebbe dovuto servire esclusivamente la ricchissima donna. Nello spazio luminoso della stanza d’albergo il personaggio appare perciò senza maschera e, invece della sua tuta nera, indossa un completo bianco da cameriere.

Gli spazi del potere, nel film, sono quelli del denaro e della politica. Le banche e il ministero sono i luoghi che Diabolik cerca di sabotare per mezzo delle sue potenzialità arcaiche e distruttive, legate al campo semantico della notte. La banca è lo spazio eterotopico perfetto da sabotare, da distruggere, da mandare in tilt secondo precisi calcoli millimetrici. Tutti gli strumenti che la società, guidata da quell’oscuro potere, utilizza per catalogare, separare, discriminare le ricchezze delle classi sociali benestanti devono essere mandati in frantumi. La banca di Ghenf è il vuoto involucro di quel potere, lo spazio-scatola che deve essere scardinato e devastato. Nello stesso modo, devono essere sabotati gli spazi della politica: gli interni del ministero, austeri e monumentali, nascondono un ufficio in cui si accumulano le scartoffie burocratiche di un potere che si tiene in piedi solamente grazie all’inganno e alla corruzione. Ma c’è un altro spazio che deve cadere sotto la distruttiva e notturna vendetta di Diabolik, ed è quello della prigione, del carcere, di una spazialità imprigionante fra le cui oscure mura si eleva la lama del supplizio della ghigliottina. Per combattere le dinamiche imprigionanti del «sorvegliare e punire», il personaggio non utilizzerà la sua versatile abilità fisica ma una forma di catatonia che manderà in tilt la logica del potere. ‘Zombificato’ e quasi ‘mummificato’ in un macabro doppio, Diabolik riuscirà ad evadere dal carcere assestando un duro colpo a quel geometrico e corrotto potere. Le rigide geometrie della prigione e i suoi cunicoli, infatti, assomigliano troppo alla rigidità dei fastosi palazzi della politica e alla cubica perfezione del caveau della banca: prigione, ministero e banca, infatti, non rappresentano altro che le escrescenze materiche di un potere che grava sulla quotidianità dell’immaginaria Clerville ma anche su quella di molti altri luoghi reali.

Dopo spazi imprigionanti e cunicolari, la fine del film sembra offrire nuove aperture: nel simmetrico faccia a faccia fra Ginko e Diabolik (interpretati, rispettivamente, da due bravi Valerio Mastandrea e Luca Marinelli) con lo sfondo ‘aperto’ del golfo notturno e illuminato di Ghenf (ricostruita a Trieste) ma soprattutto nelle sequenze finali sulla barca che vede Diabolik e Eva (interpretata da Miriam Leone) in viaggio verso nuove avventure, avvolti dalla libera spazialità del mare. La luminosità del sole offre di nuovo un Diabolik senza maschera, emerso da un’infernale lotta con un potere meschino e corrotto. Al suo fianco, adesso, c’è Eva Kant e quello spostamento nomadico nella vastità del mare verso nuovi orizzonti probabilmente sta a indicare che la loro lotta trasgressiva e demonica non avrà mai fine.


  1. Cfr. E. Giampaoli, Attenti, c’è Diabolik in via Marconi, su “bologna.repubblica.it”, 8 ottobre 2019. 

  2. M. Foucault, Il pensiero del fuori, trad. it. SE, Milano, 1998, p. 20. 

  3. B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio, trad. it. Armando, Roma, 2009, p. 65. 

  4. M. Fusillo, Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie, Il Mulino, Bologna, 2021, p. 44. 

  5. Ibid. 

  6. Ivi, p. 48. 

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