Mauro Baldrati – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 19 Mar 2026 05:19:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Bologna cowboy https://www.carmillaonline.com/2025/04/07/bologna-cowboy/ Sun, 06 Apr 2025 22:01:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87512 di Mauro Baldrati

[Si pubblica di seguito un estratto di Bologna cowboy pubblicato poche settimane fa per i tipi di DeriveApprodi. Mauro Baldrati, l’autore, ambienta nella Bologna del 2047 un giallo che contiene un noir. L’agente speciale Nicodemo riceve l’incarico di identificare dei resti umani rinvenuti in una fossa anonima. Da un dattiloscritto emergono le vicende di un giovane fotografo che realizza un servizio durante la manifestazione seguita all’omicidio di Francesco Lorusso nel 1977. LC]

A dire il vero Toni Rinaldi, detto Jimi Hendrix di Romagna, non era mai stato un gran politico. Frequentava l’ambiente, i centri sociali, era amico coi compagni e [...]]]> di Mauro Baldrati

[Si pubblica di seguito un estratto di Bologna cowboy pubblicato poche settimane fa per i tipi di DeriveApprodi. Mauro Baldrati, l’autore, ambienta nella Bologna del 2047 un giallo che contiene un noir. L’agente speciale Nicodemo riceve l’incarico di identificare dei resti umani rinvenuti in una fossa anonima. Da un dattiloscritto emergono le vicende di un giovane fotografo che realizza un servizio durante la manifestazione seguita all’omicidio di Francesco Lorusso nel 1977. LC]

A dire il vero Toni Rinaldi, detto Jimi Hendrix di Romagna, non era mai stato un gran politico. Frequentava l’ambiente, i centri sociali, era amico coi compagni e le compagne, ma non riusciva a gettarsi col corpo e con la mente nella vera militanza politica. Alle manifestazioni c’era. Aveva anche portato le bandiere e retto gli striscioni, partecipato a qualche presidio davanti alle fabbriche, distribuito volantini. Ma svolazzava qua e là, si perdeva dietro alla musica, il cinema, i libri, le vacanze.
Insomma, diciamolo: più che altro voleva divertirsi, senza escludere un certo cazzeggio.
E si perdeva dietro Milonga, che in quel periodo era la sua luce blues.
Infatti, nel dicembre di quel bisbetico 1976 era avvenuta una straordinaria operazione di meticciato nella dura frontiera di Mezzaluna, tratto di pianura ravennate a venti chilometri dal mare Adriatico.
Il gruppo di Jimi, ex hippies e poeti country, un po’ disperso ma ancora unito nonostante la frattura del servizio militare che li aveva sequestrati per 15 mesi (i più sfortunati per due anni, in marina) si fuse con un gruppo di ex marxisti leninisti, a loro volta un po’ dispersi per le continue scissioni e reciproche accuse infamanti, ma riuniti in un collettivo in area Manifesto. D’altra parte come potevano due gruppi alternativi al P.C.I., che aveva più dell’80% dei voti a Mezzaluna, restare estranei? Come potevano ignorarsi?
L’incontro produsse nuove scoperte, nuove amicizie. Gli ex m-l erano più anziani, e quasi tutti fidanzati, mentre gli ex fricchettoni erano praticamente tutti single. D’altra parte Jimi e i suoi avevano notato da tempo che nel mondo politicizzato giravano ragazze carine, mentre per i poeti teorici della liberazione sessuale, nessuna pioggia sulle contrade occidentali.
Insomma, questo meticciato fu vantaggioso soprattutto per gli ex freak.
Le ragazze militavano nei movimenti femministi, alcuni ultra radicali, benché tra le loro file regnasse una discrepanza tra l’agire politico e quello privato. Femministe che manifestavano con cartelli del tipo Dito, dito, orgasmo garantito, oppure Cazzo, cazzo, orgasmo da strapazzo, alla sera si ritrovavano col fidanzato, con altra coppie di fidanzati, come vecchie mogli e vecchi mariti in un monotono rapporto borghese.
Gliene parlò una sera la fidanzata storica di un loro leader, Kocis, detta Milonga. Erano alla Casa delle Aie, il grande ristorante nei pressi di Cervia in un palazzo settecentesco che fu una “pignarola” (edificio adibito al magazzinaggio e alla lavorazione delle pigne). Dopo una cena abbondante a base di enormi piatti di tagliatelle, spezzatino con funghi e polenta, il tutto innaffiato con gargantuesche bicchierate di Sangiovese, Jimi e Milonga uscirono a prendere una boccata d’aria e a fumare una sigaretta.
Milonga gli piaceva, era un po’ rotondetta, con un caschetto di capelli neri, sempre allegra, ironica. Ogni volta che uscivano tutti insieme si trovavano vicini, uno di fronte all’altra. Se Jimi la guardava incrociava sempre i suoi occhi che lo fissavano. E viceversa.
Era una serata di metà gennaio, fredda e limpida. Si appoggiarono a uno steccato e guardarono la luna. Una mezzaluna, alta nel cielo sereno.
“Lo sai da quanto tempo siamo fidanzati io e Kocis?” disse Milonga, all’improvviso.
“No. Da quanto?”
“Otto anni” disse, chinando la testa.
Restarono qualche secondo in silenzio. A Jimi sembrava di avvertire il rumore della sua mente presa in un vortice di pensieri.
“Otto anni” ripeté. “Ero una ragazzina. Non mi sono più staccata da lui.”
Jimi ascoltava il tono della sua voce. Sembrava triste. O rassegnato.
“Siamo come sposati” continuò. “Anzi, siamo sposati. Stiamo sempre insieme, a parte quando io sono a Bologna all’università. Lui mi raggiunge spesso, dopo il lavoro. Dormiamo insieme e al mattino presto lui esce per tornare a Ravenna, nell’ufficio del sindacato.”
Jimi guardava davanti sé, nella notte stellata, la massa oscura della pinetina al di là della veranda. Soffiava il fumo della sigaretta che tremolava nervoso nell’aria gelida. “Ne parliamo spesso, con le compagne, durante i meeting. Critichiamo questa contraddizione tra la battaglia per emancipare noi stesse dal potere dell’uomo, che per quanto si dichiari comunista alla sera pretende il rilassamento del guerriero per poi girarsi dall’altra parte e ronfare come un orso. Siamo le compagne, siamo le fidanzate, in un rapporto chiuso e reazionario. Capisci?”
Fidanzamento? Non era pratico.
“Insomma, benché abbiamo fatto nostro lo slogan che il personale è politico, in realtà i due piani continuano a essere distinti. E in conflitto.”
Jimi respirò una boccata di aria fresca e spense la sigaretta. Non aveva nulla da dire. Di sicuro non desiderava consolarla.
“Otto anni” disse Milonga, sottovoce. “Una vita.”
Gli piaceva il suo profilo, il suo naso piccolo, il viso rotondo incorniciato dai capelli lisci. Per la prima volta erano soli, dopo innumerevoli incroci di sguardi e chiacchierate a bassa voce dietro ai tavoli dei ristoranti.
“E tu Jimi? Sei fidanzato?” chiese, con un sorriso allusivo. Sapeva bene che non lo era.
“Ehm, no. Ora no.”
Chissà, forse lo disse con un tono impacciato e buffo, perché lei rise e gli sferrò un pugno nello stomaco che lo fece piegare in due, più che altro per la sorpresa. E si trovò a pochi centimetri dalla sua faccia. Allora l’abbracciò, la strinse e le loro bocche si unirono.

[Le foto pubblicate appartengono a una documentazione sulle subculture giovanili realizzata da Mauro Baldrati tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, inserita nel libro]

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Bassona Beach, la storia https://www.carmillaonline.com/2021/07/21/bassona-beach-la-storia/ Wed, 21 Jul 2021 20:30:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67291 Bassona Beach, la riviera tribale degli anni Ottanta, Clown Bianco, Ravenna 2021, pagg 104, € 15

(La Bassona è un tratto di riviera ravennate, compresa tra Lido di Dante e la foce del fiume Bevano. Per alcuni mesi all’anno è interdetta agli umani, in quanto zona protetta dove nidificano alcuni uccelli migratori. E’ forse l’ultimo territorio selvaggio della riviera adriatica del centro nord. Ma tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta è stata uno dei crocevia mondiali del turismo giovanile fricchettone, come Goa in India, Phuket [...]]]> Bassona Beach, la riviera tribale degli anni Ottanta, Clown Bianco, Ravenna 2021, pagg 104, € 15

(La Bassona è un tratto di riviera ravennate, compresa tra Lido di Dante e la foce del fiume Bevano. Per alcuni mesi all’anno è interdetta agli umani, in quanto zona protetta dove nidificano alcuni uccelli migratori. E’ forse l’ultimo territorio selvaggio della riviera adriatica del centro nord. Ma tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta è stata uno dei crocevia mondiali del turismo giovanile fricchettone, come Goa in India, Phuket in Tailandia, Ibiza, Amsterdam, Copenaghen. Per 4-5 mesi all’anno il litorale era occupato da un grande villaggio composto di tende e capanne costruite dai tronchi portati dalle alte maree. Una spiaggia libera, nudista, abitata dalle tribù dei nomadi metropolitani provenienti da vari paesi europei, punto di sosta per giovanissimi punk e new wave diretti alle discoteche-fuori-di-testa di Rimini e Riccione. Questa variegata, rumorosa comunità confinava con una villettopoli abusiva, abitata da ravennati “per bene”, che piantavano cartelli indicatori lungo il percorso per raggiungere “Zingaropoli” e “Merdonia”. Ma quando un “tarzan” o una ragazza in topless veniva per chiedere un pacco di pasta, “Quanti sorrisi da orecchio a orecchio ho visto”. Il libro in uscita è un reportage narrativo di Mauro Baldrati di quei luoghi e di quei personaggi, un racconto di storie e storiacce, un viaggio forse nostalgico, forse iperrealista, in un tempo perduto e probabilmente dimenticato. E’ corredato di testi e foto di Filippo e Paolo Scòzzari, Nevio Galeati, Piefrancesco Pacoda. Il libro sarà presentato martedì 27 luglio al parco della Montagnola di Bologna, spazio Frida nel parco, alle ore 19.30, e giovedì 29 alle ore 21 a Marina di Ravenna al bar Timone, via Molo Dalmazia 63. Di seguito pubblichiamo un estratto, un articolo di Paolo Scòzzari che fu pubblicato su Frigidaire nel 1981. MB)

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Chi riesce a sopravvivere al traffico bestiale che intasa il tratto di nazionale che da Ravenna porta a Rimini, saluta come una benedizione l’oasi senza macchine né camion costituita dalla via delle Sacche, una stradicciola ciottolosa e polverosissima che al 150° chilometro si diparte dalla statale Adriatica e si dirige verso il mare. Bisogna stare molto attenti, perché il cartello indicatore è praticamente invisibile; conviene invece cercare con gli occhi una frecciona gialla indicante Foce Bevano, il canalone che costeggia questa specie di tratturo che, prima di morire sulla spiaggia, s’inoltre per un sei-sette chilometri nella riarsissima campagna ravennate. Sul terrapieno dell’argine destro di tanto in tanto spuntano i capanni da pesca con le loro inutili reti a bilancia, tipici di questa parte della Romagna. Il sollievo è comunque breve, poiché prima o poi fatalmente s’arriva dietro a qualche altra auto e allora, invece di respirare la nafta dei camion che tutti contenti ci eravamo lasciati alle spalle, s’inizia a respirare la finissima polvere di questa pista da safari. Aver chiuso precipitosamente i finestrini non è servito, e in breve si comincia a pensare che se non si creperà dal caldo ci si spegnerà per silicosi.

La straduncola comincia a restringersi: a destra l’argine, a sinistra le prime macchine, sempre più fitte via via che ci si avvicina alla pineta e al mare.
Alé, conviene scendere adesso, più avanti ci sarà pure da litigare; alberi non ne esistono, perciò, qui o là, il sole farà comunque la nostra auto un forno crematorio.
Si marcia a piedi per un altro chilometro abbondante, e le carcasse tremolanti e imbiancate, abbandonate ora ai due lati del sentiero, fortificano l’impressione di partecipare alla ritirata di El-Alamein.
FE FO RA MO BO le targhe.

Finalmente ecco la pineta, polverosa, profumata, assordante di cicale grosse come passeri. E, sotto i pini, l’incredibile villaggio, la nostra vera meta: siamo qui per visitare l’orrore che, anno dopo anno, ha sfigurato le ultime propaggini meridionali della Pineta Garibaldi, che molto più a nord è già stata assassinata mummificata impietrita dalle raffinerie della Sarom Ravenna.

Siamo subito catturati dal clima surreale del posto: baracche dappertutto, ogni baracca il suo cortilino, fumi e profumi di salsicce, braciole, pesce fritto. Gli abitanti delle casupole, stravaccati in canottiera su sedie a sdraio e materassi, guardano con una punta di fastidio e rassegnazione la folla dei non residenti che molto dopo di loro ha scoperto e invaso quest’angolo di riviera. Più avanti, un’orrida costruzione, lo spaccio di alimentari e tabacchi. Non manca la “trattoria”, con la sua brava produzione di piadina; proprio prima della spiaggia un grande bar in muratura, nemmeno brutto dopo l’orgia di lamiera ondulata dietro di noi. Entriamo, e dopo aver bevuto e bevutissimo, ci facciamo raccontare dai ragazzi del locale la storia di questa bidonville abusiva.

Tutto è cominciato prima della guerra. Allora le prime baracche le avevano costruite in faccia al mare, fra la pineta e le dune che delimitano la spiaggia: poi la Capitaneria del porto di Ravenna intervenne, e fece sloggiare quei primi abusivi dal litorale. Le capanne vennero ricostruite più indietro, sotto i pini. In quegli anni, e anche dopo, in Italia si tirava la cinghia, e la sorveglianza dei terreni demaniali passava in second’ordine rispetto a ben altri problemi. Si tollerò quindi che qualche famigliola di povera gente si costruisse, usando materiali di tutti i generi, una specie di casetta in cui andare a passare il fine settimana. E così, creato il precedente, a poco a poco ne vennero su a decine. I “ricchi” poterono farsele in muratura, e gli altri, specialmente quelli arrivati alla fine degli anni ’60, investirono in orrendi prefabbricati pretenziosi. Chi aveva la baracca in legno spese qualcosa in reti metalliche, per recintare un altro po’ di spazio attorno alla propria pace. Si scavarono pozzi artesiani. Nel delirio di imitazione di ciò che commette la borghesia in vacanza, si giunse a dare il nome alla propria bicocca: “Villa delle rose”, “Villino Deborah”, “Villa Gianni”, e ad affiggere dappertutto cartelli, tanto arroganti quanto arbitrari, intimanti “divieto di sosta”, “parcheggio proibito”, “passo carraio”.

La spiaggia, la Bassona Beach propriamente detta, ha pure lei una storia, molto più recente, che ci viene raccontata volentieri.

Proprio perché pareva che a nessuno importasse di quello che avveniva qui, questo lungo tratto di litorale selvatico iniziò verso il ’77 ad essere il punto di riferimento estivo per coloro che durante quel magico inverno avevano incendiato le città dell’Emilia. I due, che allora gestivano il bar sulla spiaggia e che poi, fatti un po’ di soldi, se ne andarono in Messico, alzarono la bandiera anarchica, e nelle città esaurite dal casino cominciò a circolare la voce che era stata scovata una spiaggia dove si poteva fare quello che si voleva. Iniziò così la tranquilla convivenza tra i mangiatori di salsicce della pineta e i nudisti pelosi e un po’ sconvolti della spiaggia. Le due tribù erano in un certo senso accomunate dal fatto di essere entrambe in qualche maniera fuorilegge: due tipi diversi di trasgressione s’incontravano in quell’unico luogo di villeggiatura.

Oggi, in questo inizio d’estate, il posto è frequentato da migliaia di persone. Sono arrivati i venditori di collanine e orecchini, di chilum e stoffe indiane. C’è chi vende bibite sulla spiaggia. Molti sono i tatuati. Abbiamo visto anche gay felici, e padri di famiglia sotto le tende, perplessi. Al bar, nella folla ancora pallida spiccano eleganti somali ed eritrei, attentissimi nell’evitarsi a vicenda: l’Ogaden “scotta” più del sole.

Una lunga serie di coincidenze ha fatto sì che la fauna giovanile metropolitana, a noi tutti così cara, trasferisse di pacca su questa spiaggia i ricordi e i comportamenti di tutti i viaggi in Oriente di questi ultimi quindici anni. Le baracche tra i pini non ricordano forse le casette portoghesi affondate nella giungla a Goa? E il bar sulla spiaggia (dove, se si sventola una copia di Frigidaire, si ha diritto a sconti su bibite e spaghetti) non ricorda forse uno dei molti chai shop in cui, al tramonto, ci si ingorilliva a colpi di chilum gridando Bom Shankar? E le ragazze sempre nude? E gli Arancioni? E la assoluta mancanza di poliziotti?

Dal momento che quest’angolo di riviera è praticamente ignorato dalle autorità, e almeno fino ad oggi anche dalla speculazione edilizia, ci si aspetterebbe che il tutto, spiaggia dune e pineta, fosse invaso da rifiuti e merda. E invece no. L’autentico affetto che la fauna, stanziale e di passo, nutre per questi luoghi, ha fatto sì che nascesse un comitato di difesa dell’ambiente. In giro non si vede una bottiglia, una lattina, una cartaccia; bacchetti, rovi, alberi morti e zanzare serali d’una ferocia amazzonica, questo sì, ma epatiti e dermatiti fungine sono accidenti sconosciuti.

L’unico momento in cui le autorità intervengono è quando, di notte, chi si è accampato sulla spiaggia accende dei “Fuochi”: se sono troppo vicini alla pineta arriva la Forestale e li fa spegnere. Il comportamento è encomiabile, anche se questo sfoggio di zelo ha vagamente odore di presa per il culo: ogni fine settimana, attorno a ciascuno dei manieri di questa favela romagnola sotto i pini spuntano come funghi decine di fornellini Primus e fornelloni a bombola, tutti così pratici e così pericolosi.

Lo zelo ecologico della Forestale, anche se ampiamente in ritardo, non è per questo meno ferreo, e ce ne accorgiamo. Una fila di pali in cemento, intervallati da una trentina di metri, delimita la spiaggia, proprietà del comune di Ravenna, dalle dune che vanno a perdersi nella pineta, questa e quelle di proprietà del demanio. Niente filo spinato, né reti, né altro: solo pali. Chi viene beccato a parcheggiare la propria tenda anche solo a cavalcioni della linea ideale che passa per ‘sti pali, è invitato a smontare tutto e a trasferirsi in territorio comunale, cioè mezzo metro più avanti. E’ appunto di un episodio del genere che siamo vittime; la guardia, un tracagnotto laringectomizzato, è apparso all’improvviso dalle dune erbose, aiutato nella sua invisibilità dall’uniforme verde e dalla bassa statura, e forte del binocolone che gli penzola sul ventre e della scritta “Servizio Forestale” attorno al braccio, con rutti e sibili ci ordina di alzare i tacchi. Cerchiamo di fotografarlo, ma come vede la nostra Contax s’infuria e si dilegua. E’ peraltro la stessa reazione che hanno avuto tutte le ragazze che abbiamo avvicinato “per servizio”. Ci chiediamo qual è il nesso, ma fa caldo ed è inutile indagare sui misteri di Bassona Beach.

Il centro mondano e sociale della spiaggia è comunque il bar: zeppo a qualsiasi ora, sotto la sua vasta veranda spesso vengono organizzate feste serali molto, molto allegre, con musica e bevande e tutto. Come incontriamo i vecchi amici bolognesi, subito grandi risate e grandi proposte a Frigidaire di sponsorizzare e bagordi notturni, che purtroppo siamo costretti a declinare: quando questi saranno qui a divertirsi, noi saremo a Roma a litigare col grafico per non farci massacrare il pezzo.

Si mormora che sia già pronto il progetto di un camping, e che, per regolarizzare i peones delle baracche multicolori, stia per partire la costruzione di bungalow in serie, in cui gli irregolari, sborsando qualche milione, dovranno trasferirsi. Tutto così rientrerà nella norma: via il villaggio abusivo col fascino dell’assurdo, basta con la spiaggia Troppo Libera, via gli strani e i nudisti. Bassona Beach potrà prendere il suo posto a fianco delle altre schifose spiagge-pollaio della riviera adriatica.

L’unica labile possibilità che questo non avvenga è legata alle sorti politiche di chi, come qualcuno all’interno dell’ARCI di Ravenna, che è poi il vero prooprietario del bar, pensa che comunque sia conveniente avere in zona un ghetto in cui si rinchiudano volontariamente i tanti sgradevoli personaggi di cui l’Italia continua, nonostante tutto, a pullulare.

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Lo specialista di Shi Heng Wu https://www.carmillaonline.com/2020/07/09/lo-specialista-di-shi-heng-wu/ Thu, 09 Jul 2020 20:30:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61221 Fanucci Time Crime, Roma 2020 pagg. 247 euro 14,90

di Pierluigi Sullo

Se avete in mente di prendervi un sollievo (dalla clausura del virus, ad esempio), leggendo un romanzo, magari giallo, lasciate perdere per una volta i soliti. Voglio dire i classici Pepe Carvalho, il cui autore Vázquez Montalban era un esule galiziano in Catalogna, o la creatura di Camilleri, Montalbano, che nelle indagini ci inzertava sempre, o il commissario Charitos, uomo normale in un paese, la Grecia, che non lo era, tanto che decapitava gli inviati del Fondo [...]]]> Fanucci Time Crime, Roma 2020 pagg. 247 euro 14,90

di Pierluigi Sullo

Se avete in mente di prendervi un sollievo (dalla clausura del virus, ad esempio), leggendo un romanzo, magari giallo, lasciate perdere per una volta i soliti. Voglio dire i classici Pepe Carvalho, il cui autore Vázquez Montalban era un esule galiziano in Catalogna, o la creatura di Camilleri, Montalbano, che nelle indagini ci inzertava sempre, o il commissario Charitos, uomo normale in un paese, la Grecia, che non lo era, tanto che decapitava gli inviati del Fondo monetario internazionale, o il roccioso commissario Adamsberg, che dai Pirenei era sbarcato a Parigi. Eccetera. Il romanzo in questione, Lo specialista, è l’esatto contrario.

Fabio Montani, l’investigatore di Jean-Claude Izzo, si aggirava nella fanghiglia tossica di Marsiglia essendo il prototipo del bene, del riscatto, lo Specialista è un assassino di professione, non addestrato ma naturalizzato nel ruolo: il suo corpo allenato in modo maniacale e la mente gelida, il cibo frugale, la cura nello stare discosto dalla vita di tutti, le sue origini misteriose e il nome che non viene mai citato. Un uomo che accetta incarichi estremamente rischiosi in ogni parte del mondo, dalle favelas di Rio de Janeiro alla vera capitale dell’impero, New York. E che uccide in ogni modo, con ogni mezzo, con calcolo di ogni dettaglio e senza alcun turbamento.

Lo Spacialista cerca di essere una macchina, si direbbe, cui si dà il comando ed essa esegue, senza sbavature, senza lasciare tracce. E poi si ritira, scompare nella sua casa-fortilizio nella peggiore delle banlieues parigine. Sole compagnie, ma nelle “missioni”, la sua socia-amante occasionale Eve, che fa pensare alla Eva di Diabolik, bionda e bellissima e micidiale, anche se quella del fumetto agiva in modo criminale per procurare il bene. Mentre lo Specialista è il male assoluto, tranne un’unica debolezza: Jeanne-Marie, giovane madre single che vive su un barcone nella Senna, cui l’assassino fa visita, ogni tanto, per respirare un affetto normale.

Quel che ci si chiede, leggendo delle imprese letali dello Specialista senza nome (in generale contro personaggi ricchi, odiosi o meritevoli di punizione) è se ci sarà, prima o poi, una svolta, un riscatto di qualche tipo, una crisi, nello stile di vita dell’assassino. E naturalmente sì, succede quando lui ha accumulato abbastanza tensioni, stress, da faticare a praticare la meditazione. E anche soldi, certo. Un vero e proprio tesoro, depositato in un paradiso fiscale. Così si ritira, o annuncia di volerlo fare. E da quel momento il cacciatore diventa preda. Perché, inconsapevolmente, sa cose che non dovrebbe sapere, anche se i committenti degli omicidi lui non sa chi siano. E però deve morire, sparire, non lasciare traccia. Così che lui si dilegua, o ci prova. Fugge, finisce a Tokyo, e così via.

Non dirò qui come va a finire, solo, visto che è annunciato nella presentazione del libro, che la sua traiettoria termina in un monastero shaolin. Lui diventa un monaco, e quindi…

L’ulteriore finzione consiste nel fatto che Mauro Baldrati si presenta, nelle copertine del libro, come il “curatore”, cioè uno che ha raccolto il racconto di Shi Heng Wu, monaco, e lo ha scritto senza che l’interessato, l’ex assassino di professione, abbia voluto metterci mano. E questo incontro, il primo, sarebbe avvenuto in una casa di Hare Krishna a Firenze. Tutto molto dettagliato e probabilmente falso, chissà. Anche se la quantità di dettagli sui luoghi, i viaggi, le abitudini alimentari di mezzo mondo sembrano davvero molte, anche per uno che, da fotografo professionista, ai suoi tempi deve aver viaggiato molto. Ricavandone, chissà, appunto la sensazione che un grande male incombe su tutto, che però a certe condizioni può rovesciarsi nel suo contrario; così che il monaco Shi Heng Wu finisce per assomigliare, in un certo senso, a Pepe Carvalho e a Salvo Montalbano, uomini complicati ma animati da una etica inossidabile.

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Carmillafest 2019: ecco il programma! https://www.carmillaonline.com/2019/09/18/carmillafest-2019-ecco-il-programma/ Tue, 17 Sep 2019 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54646 di Redazione

Care lettrici e cari lettori, il 19 e il 20 ottobre prossimo vi aspettiamo a Bologna al Vag61 – Spazio libero autogestito (via Paolo Fabbri 110) per una due giorni di dibattiti, musica e gastronomia popolare dedicata all’immaginario d’opposizione. Di seguito, ecco a voi il programma!

SABATO 19 OTTOBRE

11.00-13.00 Immaginari alterati Introduce e modera: Valerio Evangelisti

Presentazione di: – AA.VV., Immaginari alterati, Mimesis, 2018 – Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, 2019

Intervengono: Sandro Moiso, Franco Pezzini, Gioacchino Toni

13.30-15.00 [...]]]> di Redazione

Care lettrici e cari lettori, il 19 e il 20 ottobre prossimo vi aspettiamo a Bologna al Vag61 – Spazio libero autogestito (via Paolo Fabbri 110) per una due giorni di dibattiti, musica e gastronomia popolare dedicata all’immaginario d’opposizione. Di seguito, ecco a voi il programma!

SABATO 19 OTTOBRE

11.00-13.00
Immaginari alterati
Introduce e modera: Valerio Evangelisti

Presentazione di:
– AA.VV., Immaginari alterati, Mimesis, 2018
– Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, 2019

Intervengono: Sandro Moiso, Franco Pezzini, Gioacchino Toni

13.30-15.00
Pranzo sociale (non immaginario)

Il mostro allo specchio: identità e alterità
Modera: Gioacchino Toni

15.00-16.30
Presentazione di:
– Paolo Lago, Il vampiro, il mostro, il folle. Tre incontri con l’Altro in Herzog, Lynch, Tarkovskij, Clinamen, 2019
– Franco Pezzini, Tutto Dracula, Odoya, 2018-2019
– Luca Cangianti, I morti siete voi, Diarkos, 2019
– H.G. Wells, O. Welles, WWWW. Wars of the Worlds of Wells and Welles, a cura di Filippo Luti, Tessere, 2018

Intervengono gli autori e i curatori dei libri

16.30-18.30
Proiezione del film Go home – A casa loro, regia di Luna Gualano, Italia, 2018
Interviene: Paolo Lago

18.30-20.30
Italia Fantastica
Modera: Franco Pezzini

Il ciclo di Eymerich: Alberto Sebastiani dialoga con Valerio Evangelisti

Presentazione di:
– Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo, Andrea Vaccaro, Guida ai narratori italiani del fantastico. Scrittori di fantascienza, fantasy e horror made in Italy , Odoya, 2018

Dibattito con: Walter Catalano, Valerio Evangelisti, Nico Gallo, Gian Filippo Pizzo.

20.30-22.00
Cena fantastica

22.00
Concerto di Marco Rovelli

DOMENICA 20 OTTOBRE

11.00-13.30
Pagine nere – letteratura noir e sociale
Modera: Walter Catalano

Presentazione di:
– Mauro Baldrati, Io sono El Diablo, Fanucci, 2018
– Walter Catalano (a cura di), Guida alla letteratura noir, Odoya, 2018

Dibattito con: Walter Catalano, Leopoldo Santovincenzo, Pasquale Pede, Mauro Baldrati

13.30-15.00
Pranzo sociale

15.00-16.15
Il viaggio rivoluzionario dell’eroe
Narratologia, movimenti sociali, soggettività
(a cura del Gruppo di Studio Penequo)
Modera: Fabio Ciabatti
Interventi di: Luca Cangianti, Gabriele Guerra, Mazzino Montinari, Maurizio Marrone

Lavoro, letteratura, dignità
16.15-17.30
Modera: Alexik

Presentazione di:
– Valerio Monteventi, Mala Brocca. Storia di ultimi e di dignità, Pendragon, 2019
– Giovanni Iozzoli, L’Alfasuin, Sensibili alle Foglie, 2018

Intervengono gli autori

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Il postino di Mozzi, l’ultima frontiera della psichedelia https://www.carmillaonline.com/2019/05/09/il-postino-di-mozzi-lultima-frontiera-della-psichedelia/ Thu, 09 May 2019 21:29:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52446 Il postino di Mozzi, Arkadia editore, Cagliari 2019, pagg. 136 € 14

Esce per Arkadia questa originale antologia, curata da Marino Magliani e Luigi preziosi, dove un gruppo di scrittori di formazione e stili diversissimi trova riparo sotto l’accogliente ombrello del nominativo Fernando Gugliemo Castanar. La fiction di base sta nell’operato di un aspirante autore (lo stesso Castanar) che per anni ha spedito, inutilmente, testi e lettere a un famoso editor e scrittore di nome Giulio Mozzi, il quale ovviamente non ha mai risposto.

Così, diventato postino, proprio nella [...]]]> Il postino di Mozzi, Arkadia editore, Cagliari 2019, pagg. 136 € 14

Esce per Arkadia questa originale antologia, curata da Marino Magliani e Luigi preziosi, dove un gruppo di scrittori di formazione e stili diversissimi trova riparo sotto l’accogliente ombrello del nominativo Fernando Gugliemo Castanar. La fiction di base sta nell’operato di un aspirante autore (lo stesso Castanar) che per anni ha spedito, inutilmente, testi e lettere a un famoso editor e scrittore di nome Giulio Mozzi, il quale ovviamente non ha mai risposto.

Così, diventato postino, proprio nella città di Mozzi, ha iniziato a sottrarre posta al suddetto, assemblando questa raccolta fatta di pagine narrative, poetiche, invettive, riflessioni. Il risultato è un furioso, anarcoide ipertesto che si può leggere in tutte le direzioni: dalla fine, dal centro, dall’inizio. E’ un cut up pirotecnico di stili, che vanno dal classico all’epistolare allo sperimentale; è come imbarcarsi nel carrello di un lunapark, dove veniamo schiaffeggiati, cosparsi di ragnatele, accecati da lampi, assordati da grida cavernose. Di sicuro non ci si annoia.

Di seguito pubblichiamo un testo, proprio dello stesso Giulio Mozzi, che potrebbe avere, come sottotitolo, Vita complicata di uno scrittore che non scrive storie (MB).

* * *

Da due anni e mezzo Giulio non inventa una storia. Lui è uno scrittore di racconti, uno che di solito brulica di storie. In nove anni ha scritto sessantaquattro racconti, di varia lunghezza, dalle settanta pagine a tre, mediamente di quindici-venti pagine. Fanno sette racconti virgola uno periodico all’anno, calcola. Zero virgola cinquantanove pressoché periodico racconti al mese. Insomma, scrivendo in certe stagioni di più, in certe stagioni di meno – per esempio, quando lavorava in libreria, scriveva molto durante le ferie – Giulio ha potuto sempre pensare a se stesso come a uno che le sue storie se le pensa, se le rigira in mente, se le scrive: con tranquillità. Agli amici però diceva: «Non mi toccherà mica tutta la vita fare lo scrittore»; suscitando strilli e rimproveri.

Da due anni e mezzo invece Giulio non inventa una storia. Qualche racconto l’ha cominciato: e l’ha interrotto, magari dopo molte pagine, non perché venisse poi male, no, ma perché si rendeva conto di avere già scritta quella storia, magari più di una volta, con travestimenti diversi. E le storie, a un certo punto, vanno ammazzate. Tutto sommato, pensa Giulio, è vero che ciascuno di noi ha solo una, forse due storie da raccontare. Ma comunque, a un certo punto, le storie bisogna ammazzarle. Per l’ennesima volta Giulio inizia a scrivere la storia d’un abbandono, d’un amore odioso, di una repulsione affascinata: scrive cinque pagine, dieci, quindici, fingendo d’essere una donna di trent’anni che scrive al proprio padre, immaginando un padre amante della figlia fin dai primissimi tempi dell’adolescenza di questa, immaginando una figlia prima sedotta e poi spaventata, fuggita, indurita; scrive, Giulio, più di trenta pagine, immaginandosi di essere questa donna, scrivendo attraverso questa donna che immagina di essere parole che lui da solo non sarebbe mai capace nemmeno di pensare; scrive, e un bel giorno butta via tutto. Via. Cestino, Svuota cestino. Perché la storia è sempre la stessa storia, e lui l’ha raccontata così tante volte da saperla raccontare, ormai, se n’è accorto, come col pilota automatico. Datemi la storia d’un amore disperato, possibilmente contro natura di quel tanto, e io darò voce ai suoi attori. Li farò parlare in modo tale da farli compatire e amare. Questo io so fare. Questa è la mia specialità.

In questi due anni e mezzo senza storie – una storia buttata via è una storia inesistente – Giulio ha scritto molto. Ultimamente si è specializzato in testi descrittivi di luoghi. Lo chiamano studi di architettura, aziende di promozione turistica, agenzie di pubbliche relazioni: gli chiedono di andare nel posto tale, di vistare l’edificio tale, di farsi un giro nei supermercati della catena tale, e di tornare a casa con una storia. Giulio dice di sì, sempre; fa quello che deve fare; descrive località turistiche, terreni edificabili, edifici incongrui, punti vendita, cimiteri; a volte è accompagnato da un fotografo, a volte no, a volte è lui che accompagna un fotografo; alla fine il cliente è soddisfatto, quasi sempre. Non sempre: perché qualche assessore al turismo se la prende per un testo che non ha niente di turistico, o qualche agenzia di pubbliche relazioni si scandalizza per un testo che manca di rispetto al cliente. In questi casi di solito non pagano.

Giulio si mantiene facendo un po’ di questi lavori, ma soprattutto con i laboratori di scrittura e narrazione. Ogni settimana, più o meno, affronta un gruppo nuovo. Pensionati che si ricordano ancora il tempo in cui tutto questo che c’è oggi non c’era, prima che tutto quello che oggi non c’è più scomparisse, e vogliono fissare, ricordare, conservare. Giovani mamme che inventano favole e filastrocche per i loro bambini presenti e futuri. Carabinieri convinti che la loro vita sia un romanzo. Ragazzotti che vogliono «diventare uno scrittore» (questi Giulio, se può, cerca di mandarli via). Lettrici accanite curiose di capire come funzionano e «come si fanno» quelle narrazioni che le affascinano così tanto. Ingegneri navali, chimici del bitume, operatori di call center, bibliotecarie, ragioniere iscritte all’ordine dei ragionieri: c’è di tutto, in questi laboratori. Giulio veramente è un po’ stanco di affrontare ogni settimana un gruppo nuovo, di riprendere a rotazione gli stessi argomenti, di ricominciare ogni volta da un inizio; tuttavia non sa sottrarsi, pensa a quanto importante sia stata, per lui, l’educazione al parlare al leggere allo scrivere ricevuta prima in casa, poi a scuola, poi nel lavoro; gli risuona sempre in mente la battuta di don Milani che dice, più o meno: «Tu sai cento parole, il tuo padrone mille; per questo lui è il tuo padrone». Non è altro che questo, il mio lavoro, pensa Giulio, e in effetti è un lavoro che gli piace molto, anche se adesso, dopo quasi sei anni che è il suo primo lavoro, veramente è un po’ stanco.

Gli è successo, in questi sei anni, di incontrare persone che, come lui, avevano il dono. Ormai Giulio usa spudoratamente questa parola: il dono; perché solo questa parola gli permette di parlare della cosa che lui ha, o ha avuta, come di una cosa che ad averla non si ha nessun merito, avendola ricevuta in dono. Giulio sa che il suo dono, quello che ha ricevuto lui, è un dono mediocre; sa che il suo lavoro è farlo fruttare; sospetta di averne cavato ormai tutto il frutto che poteva cavarne; ed è felice, di tutto il frutto che ha cavato dal suo dono. Quando incontra persone che, gli sembra, hanno come lui il dono, Giulio si emoziona. Il suo primo pensiero è che di quel dono, di quel dono altrui, lui deve prendersi cura. Si può dire che a volte Giulio si innamori del dono altrui; che lo curi e si adoperi per farlo fruttare più di quanto, negli anni passati, si sia curato del suo proprio dono. In fondo, nel proprio dono Giulio ha avuto molta fiducia: ciò che vorrà darmi come frutto, ha pensato spesso, verrà quasi da sé; io devo essere soprattutto pronto ad accogliere, ad accettare, a ospitare. Invece verso il dono altrui a Giulio verrebbe da essere invadente, sollecitante, troppo premuroso. Così che a volte sbaglia, esagera, ha troppa fretta, non fa le cose come dovrebbero essere fatte. «Sei una mamma un po’ isterica», gli è stato detto una volta; e sarà stato ben detto. Le persone con il dono di cui Giulio decide di prendersi cura, diventano i suoi amici e le sue amiche. Ogni tanto lui pensa che sarebbe bello, vivere per loro. Ogni tanto pensa che forse queste che lui pensa come amicizie non sono veramente amicizie, perché lui è ossessionato dal prendersi cura; e questo non va bene.

Il terrore di Giulio è: ingannarsi, vedere il dono in chi non ce l’ha. Ha provato questo terrore per qualche anno, perché nessuno dei suoi amici, nel cui dono Giulio credeva fermamente, trovava attenzione presso gli editori. Non essendo capace di dubitare del dono dei suoi amici, Giulio ha dubitato di se stesso. Che cosa posso fare, che cosa posso fare, che cosa posso fare? Certi giorni non pensava ad altro.

Da qualche tempo un editore ha chiesto a Giulio di scegliere dei libri da pubblicare. Giulio ne è stato felice: ha potuto chiamare i suoi amici con il dono, e dire loro: ecco. Qualcuno nel frattempo ha trovata una via per suo conto; qualcuno ha rinunciato; qualcuno si è arrabbiato con Giulio; qualcuno è stato felice di accogliere la possibilità; qualcuno ha detto di sentirsi non ancora pronto. Fatto sta che da due anni e mezzo il tempo di Giulio è sempre più occupato dai libri degli amici, e da due anni e mezzo Giulio non inventa più storie nuove. Giulio non è preoccupato per le storie che non gli vengono più. In fondo a lui importa che i libri esistano, ci siano; non è importante che sia lui o siano altri a scriverli. Se in nove anni ha scritto sessantaquattro storie, può bastare. Gli piace molto discutere fino a mattina con Umberto, scambiare lettere con Laura, telefonare a Maria Luisa, prendere il treno per andare da Giuseppe, leggere le e-mail chilometriche di Livio. In fondo, pensa Giulio, io non faccio niente. Queste persone scrivono i loro libri, e non li scrivono certo perché io li aiuto o li sostengo o gli dico come fare o gli risolvo dei problemi. Farebbero lo stesso, anche senza di me; in altri modi forse, con altri tempi forse; ma farebbero lo stesso. Tutto ciò che io devo fare, è stare lì. Esserci. Io sono quello che ci crede, che pensa che tutto questo abbia senso. Sono quello che può testimoniare: che giocarsi un pezzo della vita su una storia o venti storie o sessantaquattro storie da raccontare, è una cosa che ha senso. Io l’ho fatto, la mia esistenza in vita dimostra che ha senso.

Perché in effetti, ciò che temono gli amici di Giulio, così lui pensa, è di morire. Temono che la loro storia uscirà da loro, andrà per il mondo, e loro moriranno. Anche Giulio, a suo tempo, ha temuto questo. Ma adesso lui è lì, le sue storie sono completamente uscite da lui, non ne ha più nessuna, sono tutte in giro per il mondo, e lui è vivo. Vivo. Vivo. Vivo.

[Gli autori:
Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Mauro Baldrati, Mario Bianco, Valter Binaghi, Adrián N. Bravi, Marco Candida, Riccardo de Gennaro, Arianna Destito, Valentina di Cesare, Marco Drago, Riccardo Ferrazzi, Nunzio Festa, Francesco Forlani, Sergio Garufi, Alessandro Gianetti, Carlo Grande, Franz Krauspenhaar, Marino Magliani, Emilia Marasco, Claudio Morandini, Paolo Morelli, Giulio Mozzi, Giacomo Sartori, Beppe Sebaste, Giorgio Vasta, Alessandro Zaccuri, Stefano Zangrando]

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Estetiche del potere. Graffiti, dispensatori d’aura ed ordine pubblico https://www.carmillaonline.com/2016/07/22/31544/ Fri, 22 Jul 2016 21:30:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=31544 di Gioacchino Toni

graffiti_coverAlessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, Il Mulino, Bologna, 2016, 182 pagine, € 14,00.

Le polemiche sorte a proposito della mostra bolognese “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” [sulla vicenda: Wu Ming su Giap e Mauro Baldrati su Carmilla], hanno ormai perso i riflettori e le prime pagine dei media locali e nazionali. Tutto sommato la missione dei media può dirsi compiuta: lo spazio concesso alle polemiche ha avuto i suoi effetti promozionali ed al pubblico, come [...]]]> di Gioacchino Toni

graffiti_coverAlessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, Il Mulino, Bologna, 2016, 182 pagine, € 14,00.

Le polemiche sorte a proposito della mostra bolognese “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” [sulla vicenda: Wu Ming su Giap e Mauro Baldrati su Carmilla], hanno ormai perso i riflettori e le prime pagine dei media locali e nazionali. Tutto sommato la missione dei media può dirsi compiuta: lo spazio concesso alle polemiche ha avuto i suoi effetti promozionali ed al pubblico, come agli sponsor ed ai “creatori di eventi”, un po’ di polemica piace sempre. Ora i media torneranno a parlare di graffiti solo per celebrare qualche associazione impegnata a ripristinare il candido decoro urbano prevandalico, per promuovere qualche nuova mostra dispensatrice di aura ufficiale o per motivi di ordine pubblico. Difficilmente la questione graffiti urbani potrà uscire da questa trattazione schematica.

Al di là della semplificata e rigida partizione con cui se ne occupano i media, sono davvero così impermeabili l’uno all’altro questi diversi fronti? A ricostruire il quadro della situazione viene in aiuto il saggio di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico. In tale volume il fenomeno del graffitismo viene trattato dal punto di vista estetico, sociale e culturale a partire dall’analisi tanto delle motivazioni che muovono i giovani writer ad intervenire sulle mura urbane, sfruttando il buio della notte e giocando a guardie e ladri con l’autorità, quanto quelle del fronte antigraffiti. Da un lato gli autori del testo si preoccupano di palesare le contraddizioni che attraversano i diversi schieramenti che non possono essere ricondotti a soli due soggetti, writer e antiwriter. Dall’altro lato il saggio evidenzia come alcune “categorie di pensiero” tendano a travalicare i diversi fronti in campo. Davvero, come evidenziano i due studiosi, parlare «sui graffiti significa anche e sempre parlare di qualcos’altro che sta a cuore ai parlanti» (p. 19) e se c’è «un fenomeno culturale che illustra a meraviglia il funzionamento tautologico e circolare dei meccanismi sociali in un mondo complesso, si tratta proprio dei graffiti e delle campagne per cancellarli» (p. 153).

Nel Primo capitolo il writing contemporaneo viene collocato all’interno di una lunga tradizione di scrittura ed arte murale. Se la prima è un tipo di espressione che risale ad antiche culture, come quella egizia, le forme di rappresentazione parietale si trovano già nel Paleolitico superiore. Gli autori non intendono proporre improbabili paragoni tra le pitture rupestri preistoriche e le forme contemporanee, ma sottolineare come il gesto di quei lontani antenati costituisca una sorta di universale antropologico. Nelle decorazioni rupestri, in un ambiente collettivo, viene rappresentato il mondo nei suoi aspetti considerati significativi; attraverso quelle pratiche il mondo viene dunque condiviso. Da quando, attorno al XV secolo, l’arte inizia ad essere intesa come espressione individuale, si è via via persa l’idea «dell’attività artistica come opera collettiva, nel doppio senso di qualcosa creato in comune e rivolto a un uso collettivo» (p. 47). Secondo Dal Lago e Giordano, al di là di improbabili altri paragoni, come detto, il writing contemporaneo ha in comune con il graffito rupestre l’idea di dar vita ad una forma di comunicazione pubblica.

Il saggio si sofferma anche sul muralismo messicano che, riprendendo la tradizione figurativa preispanica, palesa forti intenti pedagogici. Tale movimento presenta diverse contraddizioni a proposito del rapporto arte/potere, tanto che dal ruolo sovversivo rivestito nella prima fase della rivoluzione, passa ben presto ad avere un mero ruolo celebrativo una volta che le istituzioni rivoluzionarie si sono stabilizzate. Gli autori mettono in luce come l’ambiguità dei muralisti messicani derivi anche dall’adesione ad un’ideologia progressiva positivistica e questo è proprio uno dei motivi per cui tali artisti esercitano una certa attrazione anche nel capitalismo statunitense. A tal proposito gli autori ricordano come lo stesso Diego Rivera, nel 1931, venga chiamato dall’industriale Ford per illustrare il Detroit Insitute of Art con l’opera Detroit Industry or the Man and the Machine. «L’ambiguità si rivela nella celebrazione del matrimonio tra uomini e macchine proprio nel momento in cui la società americana era attraversata da aspri conflitti tra operai e industriali (si dice che tra i lavoratori che protestavano ci fossero anche i malpagati assistenti di Rivera)» (p. 53).

DECORO URBANO

DECORO URBANO

Nel volume viene ricordato anche come agli albori della pubblicità di massa, le scritte tracciate con la vernice sui muri vengano preferite ai manifesti cartacei, tanto che su diversi edifici statunitensi ed europei risultano ancora visibili le tracce sbiadite di vecchi messaggi commerciali. Ancora oggi nell’Africa, soprattutto sub-shariana, le pubblicità sono spesso dipinte direttamente sulle pareti. Alle pitture murali ha fatto ricorso anche il regime fascista al fine di riportarvi i motti mussoliniani o l’effige stessa del dittatore. Dunque, fino ad epoca recente, “scrivere sui muri” è stato un sistema di comunicazione diffuso e legittimo. In Occidente, le cose sembrano cambiare negli Stati Uniti dei primi anni Settanta, quando nei ghetti arfoamericani e latinos i graffiti murali iniziano ad essere utilizzati come reazione alle discriminazioni delle minoranze ed all’omologazione dello spazio urbano.

Secondo gli autori del saggio, al di là dei significati originari, il writing rappresenta «un impulso a lasciare il proprio segno sul palcoscenico urbano» (p. 34). I muri finiscono con l’ospitare «i punti di vista di mondi privi di accesso legittimo alla parola in pubblico» (p. 34). Dunque la prima e “pericolosa” novità introdotta dal fenomeno del writing degli anni Settanta, non è tanto il comunicare sui muri urbani, ma il fatto che a farlo non siano più soltanto gli apparati di propaganda commerciale e politico-statale. Si tratta in primo luogo di una “presa di parola” da parte dei ceti meno abbienti: «tracciare i segni sui muri significa […] contrapporsi all’immagine della povertà, dell’emarginazione e dell’ingiustizia sociale che la società ufficiale o legale produce in nome dell’ordine pubblico» (p. 35). Oggi le cose sono ovviamente cambiate ed a ricorrere a comunicazioni murali non sono soltanto gli ambienti marginali ed antagonisti; i muri oggi sembrano rappresentare spazi fisici in cui l’irrequietezza esistenziale e politica si può manifestare liberamente e ciò non è per forza prerogativa dell’antagonismo sociale.

Nel saggio viene sottolineato come l’ostilità di molti cittadini nei confronti dei graffiti che ricoprono le mura del quartiere in cui vivono derivi anche da un senso di impotenza nei confronti di una scelta che altri, nottetempo, hanno fatto per tutti. Il cittadino che si ritrova le mura del palazzo “esteticamente modificate”, non ha avuto voce in capitolo. Tale frustrazione si scarica facilmente sui writer ma, a ben guardare, suggeriscono gli autori del testo, il cittadino è impotente anche di fronte alle modificazioni estetiche della città, siano esse temporanee o permanenti, imposte dalle politiche urbane comunali e dal mondo del commercio. Gli spazi urbani in cui i cittadini si trovano a vivere costituiscono pertanto «l’arena dei conflitti (di interessi e visioni del mondo) che si esprimono anche nelle dimensioni semiotiche ed estetiche. Ciò che gli abitanti vedono intorno a loro è, a seconda dei punti di vista, una scena collettiva squallida o invitante, degradata o scintillante, rilassante o inquietante, piacevole per alcuni, sgradevole per altri…. In ogni caso, è il risultato dell’azione di poteri e interessi spesso invisibili, a cui nessuno pensa quando passeggia per le strade e giudica ciò che lo circonda» (pp. 41-42). Dal Lago e Giordano individuano nei graffiti contemporanei l’indicazione di un punto di vista altro, diverso, rispetto ad una scena urbana che intende proporsi/imporsi come necessaria/obbligatoria ma che in realtà è contingente, derivata da un’evoluzione storica che avrebbe potuto dirigersi verso tante altre direzioni.

Nel Secondo capitolo viene passata in rassegna l’evoluzione del writing e le sue connessioni con l’arte contemporanea. Questa sezione del volume prende il via con l’articolo comparso nel luglio del 1971 sul “New York Times” ove viene riportata la fotografia di una porta della 183a strada ricoperta da sigle. Tale pubblicazione rappresenta per certi versi un momento significativo per il writing perché apre un discorso pubblico su di esso.

È soprattutto nell’ambito della cultura Hip Hop che «le tag, che nascono come sigle o firme e quindi come un tipo di scrittura, diventano vere e proprie forme artisticamente autonome, composizioni complesse, progettate e poi realizzate (pieces). Le lettere si dilatano nello spazio, si riempiono di colore creando immagini di grandi dimensioni (masterpieces). I caratteri (blockletters) si gonfiano (bubble style), oppure acquistano una dimensione in più (3d style) e, infine, perdono la loro funzione, diventando forme volutamente illeggibili (wild style)» (pp. 78-79). La risposta delle istituzioni newyorkesi non tarda ad arrivare; all’epoca del sindaco John Lindsay sono ben 1500 i writer arrestati. Lo stesso mondo dei graffiti si rinnova; la bomboletta spray sostituisce il pennello e s’impone il lavoro di gruppo, dunque le stesse tag non di rado si trasformano da firma individuale ad espressione dell’intera crew.

La stagione d’oro della Street art coincide con gli anni Ottanta, quando il «graffitismo si emancipa come linguaggio autonomo e l’attenzione si sposta dal gesto in sé al risultato» (p. 82) e ciò, sottolineano gli autori del saggio, attira l’attenzione del mondo dell’arte ufficiale provocando così l’apertura di un fronte interno al mondo dei writer che vede contrapporsi “puri” e “venduti”. «Dal momento in cui l’idea di Street art ha libera circolazione all’interno dei confini dell’arte riconosciuta, diviene oggetto di un discorso fondamentale per confezionare gli oggetti artistici. Un discorso a cui i graffitisti “perbene” aderiscono pienamente. Spesso, le dichiarazioni di guerra al sistema dell’arte e al suo mercato da parte loro sono in netta contraddizione con fruttuose frequentazioni di galleristi e collezionisti. Una contraddizione che non disturba affatto questi ultimi che, al contrario, si industriano per trovare formule spericolate, capaci di conciliare la natura anarchica della Street art con il suo sfruttamento commerciale» (p. 84).

Al fine di consentire ai graffiti di entrare a far parte del circuito artistico ufficiale, occorre togliere loro l’etichetta criminale e così gli “addetti alla trasformazione” si appellano all’idea che i graffitisti sono criminali per necessità (mancanza di spazi su cui lavorare) e non per scelta. A questo punto, sostengono gli autori, i writer indipendenti che non si concedono, o che tentano di resistere per quanto è loro possibile – visto che il sistema-arte non manca di speculare su produzioni indipendenti anche senza il consenso degli autori -, sanno benissimo che la Street art è divenuta una moda tra le altre all’interno del circuito ufficiale. «Sanno anche che il loro lavoro anonimo potrebbe essere fotografato e inserito in un catalogo, con tanto di prefazione di un critico alla moda: un’eventualità a cui non possono opporsi, ma della quale non intendono approfittare» (p. 87). Altri writer accettano di entrare a far parte del mercato dell’arte e non mancano di estendere l’ambito d’azione commerciale a sneakers, cappellini, t-shirt e felpe dei grandi marchi. In un modo o nell’altro il luccicante e remunerativo mondo dell’arte (e del commercio più in generale) ha modificato le regole del gioco e nulla può più essere come prima.

DECORO URBANO

DECORO URBANO

«I writer, quando sposano il mercato, portano in dote l’aura di trasgressione della loro vita precedente, ma non basta. Sono necessarie le giuste parole dei critici per trasformare in arte ciò che fino a qualche anno prima era deliberatamente fuori dal sistema […] Occorre rompere con il passato, mantenendo vivo quanto basta il mito degli anni ruggenti, ridotto a una scena di sfondo. Occorre soprattutto inventare qualcosa di nuovo per garantire la bontà del prodotto, dimostrando che non tutti i graffiti sono arte. Ciò significa mettere ordine in un repertorio sterminato e, come sempre accade, stabilire criteri estetici, canoni tecnici, limiti e regole» (pp. 90-91).

La questione dei canoni estetici che creano gerarchie ed indicano cosa è arte e cosa non lo è, risulta centrale nel discorso di Dal Lago e Giordano. Gli autori citano esempi di writer “convertiti al mercato” che imputano l’ostilità dei cittadini nei confronti dei lavori di tanti “colleghi” alle loro scarse capacità professionali. Chi ha scelto di “contaminarsi col mercato” è costretto, come abbiamo visto, a mantenere i piedi su due staffe e nell’argomentare circa i difficili rapporti del writing con la cittadinanza, può giungere ad indicare nella mancanza di abilità tecnica di tanti colleghi la principale causa di astio. Se tutti fossero “bravi” come coloro che il mercato ha saputo scegliere, verrebbero meno molti motivi di ostilità. «Riemerge il fantasma della tecnica, grande cavallo di battaglia di qualsiasi posizione reazionaria nell’arte» (p. 92), sostengono gli autori che, a tal proposito, portano alcuni esempi di motivazioni addotte dalle associazioni ostili al writing in cui si sostiene che i graffiti “non possono” essere considerati un fenomeno artistico o perché “l’arte è un’altra cosa” o perché, derivando da un’azione illegale, “non possono” essere considerati “arte”. Lo stesso Museo d’arte moderna di Bologna (Mambo) nel luglio del 2009 giunge a proporsi di “periziare” i murales in città al fine di evitare che, “malauguratamente”, vengano cancellate “opere d’arte” nel corso delle operazioni di ripristino del “decoro urbano” promosse dal Comune. Insomma, da più latitudini si avverte la necessità di distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è.

Negli anni Novanta ormai il mondo dei writer è cambiato radicalmente rispetto alle origini del fenomeno; è cambiata la composizione sociale, ora molto meno connotata, sono mutate le tecniche di realizzazione e si è di fronte ad un contesto molto più globalizzato. Se in passato l’idea era quella di coprire la città, ora l’intervento tende piuttosto a scoprirla, svelarla e, spesso a deriderla. Negli ultimi tempi diversi writer hanno messo in campo notevoli abilità manageriali nella gestione della propria immagine, nel saggio viene fatto esplicitamente riferimento al caso forse più noto: «Banksy incarna perfettamente il modello dell’artista capace di fondere la sua arte e la sua capacità imprenditoriale in un’unica grande opera: se stesso» (p. 101). C’è chi ha voluto vedere analogie tra la figura di Banksy e quella di Andy Wharol. A tal proposito, nel saggio, viene evidenziato come mentre il primo si è più volte espresso con opere di esplicita contestazione nei confronti del sistema capitalistico e consumista, Wharol ne ha invece tessuto acriticamente le lodi. Resta il fatto che l’anonimo fustigatore della società dei consumi ha finito col generare un business impressionante attraverso le sue opere e le riproduzioni delle stesse. Lo stesso attacco del celebre writer ai brand delle grandi multinazionali è stato portato attraverso tecniche pubblicitarie che hanno contribuito a creare il “brand Banksy”.

Anche l’arte mainstream non ha mancato di fare i conti con il fenomeno del graffitismo ma, puntualizzano gli autori, «l’interesse degli artisti “ufficiali” nei confronti della strada è un’estensione del territorio della galleria e non una reale fuoriuscita dalla gabbia dorata in cui operano. Diciamo che l’arte ufficiale può solo citare quella di strada, può appropriarsene o trasformarla, ma non sarà mai la stessa cosa. Infatti non gode del privilegio della gratuità e del disinteresse, da cui in fondo deriva ogni innovazione nell’arte e nella vita» (p. 163).

Nel Terzo capitolo vengono analizzate le ragioni dell’ostilità nei confronti del writing. Come presupposto alle questioni che verranno affrontate, gli autori sottolineano come l’attività artistica, indipendentemente da cosa essa sia in origine, divenga socialmente tale solo nel momento in cui viene riconosciuta da chi dispone, storicamente, della legittimità per farlo. Sappiamo che tale soggetto, tale istituzione, viene ad avere diritto di vita e di morte circa il riconoscimento dell’artisticità o meno di un’opera ed in questo discorso non si tratta di accettare o mettere in discussione tale autorità, si tratta di prendere atto del ruolo che certe cariche hanno nell’ambito del conferimento di artisticità qui ed ora. Premesso ciò, Alessandro Dal Lago e Serena Giordano sottolineano come nelle motivazioni delle associazioni antigraffiti non ci si appella tanto al diritto decisionale degli abitanti circa gli interventi sulle superfici delle pareti di casa, ma piuttosto, spesso, si entra nel merito artistico dei graffiti sostenendo che questi non sono opere d’arte. Così facendo tali associazioni si inoltrano su un terreno scivoloso perché sappiamo come sia variabile il concetto d’arte nel tempo. Se i graffiti, o alcuni di essi, fossero ritenuti opera d’arte dalla maggioranza dei cittadini e/o dalle “autorità in materia”? In linea di principio, ricordano gli autori, qualsiasi graffito può “divenire” (essere indicato come) opera d’arte.

In alcuni casi gli abitanti del quartiere hanno difeso i graffiti (e gli autori) in quanto ritenuti una valorizzazione del contesto urbano e tutto ciò indipendentemente dal fatto che fossero stati realizzati illegalmente e che nessun critico d’arte od altra autorità in materia si fosse espresso a riguardo. La mera questione estetica risulta scivolosa, pertanto il fronte antigraffiti, non di rado, si sposta sul versante pedagogico indirizzando i potenziali vandali verso spazi consentiti, non rendendosi conto che una componente fondamentale del writing ha a che fare con il fascino dell’illegalità.

In conclusione, abbiamo visto come, ancora una volta, un fenomeno controculturale, di strada, finisca con l’essere in buona parte riassorbito da un sistema che non esita a ricavare profitto anche da chi lo contesta. Qualche writer si adegua, preferendo mettere a profitto le sue abilità creative a costo magari di trasformare quello che era stato un linguaggio di ribellione donato alla collettività in un testo vuoto che deve essere riempito da critici e dispensatori d’aura. Qualcun altro decide di resistere e di non farsi coinvolgere dal mercato, magari vendendo la propria forza lavoro altrimenti per campare. È una vecchia storia che ha attraversato – e sempre lo farà – le cosiddette sottoculture quando queste diventano appetibili al circuito economico; lo abbiamo visto nell’ambito musicale e nella gestione degli spazi sociali così come tante volte abbiamo assistito a contrapposizioni frontali tra più o meno “puri” contro più o meno “venduti”. Resta il fatto che i graffiti sono «sia un aspetto rilevante della convivenza urbana, sia l’occasione per i cittadini di esprimersi su un buon numero di questioni di interesse generale. In breve, hanno una grande capacità di aggregazione concettuale. Parlare sui graffiti significa anche e sempre parlare di qualcos’altro che sta a cuore ai parlanti» (pp. 18-19).

 

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Il ritorno duro e puro del thriller sociale https://www.carmillaonline.com/2015/12/22/il-ritorno-duro-e-puro-del-thriller-sociale/ Mon, 21 Dec 2015 23:06:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27251 di Alan D. Altieri

biondillo_sirene_coverbaldrati_fuga_cover-1-1Hello, my Heretics: That’s right, this message is classified, level 9 (of 9).

Nelle forme piu’ inaspettate e imprevedibili, stiamo vedendo il ritorno duro e puro di quello che si potrebbe definire il “thriller sociale”. Non piu’ tanto “okay, l’assassino, alla fine, e’ comunque il maggiordomo” – o qualsivoglia grottesca imitazione (s)politikamente (in)korretta del medesimo – quanto: attenti, l’assassino e’ questo/a ma, riguardo a movente e contesto, delitto e castigo, la scelta rimane tra l’infame, il corrotto e il ripugnante. Hey, welcome back to planeth earth. Per certi [...]]]> di Alan D. Altieri

biondillo_sirene_coverbaldrati_fuga_cover-1-1Hello, my Heretics:
That’s right, this message is classified, level 9 (of 9).

Nelle forme piu’ inaspettate e imprevedibili, stiamo vedendo il ritorno duro e puro di quello che si potrebbe definire il “thriller sociale”. Non piu’ tanto “okay, l’assassino, alla fine, e’ comunque il maggiordomo” – o qualsivoglia grottesca imitazione (s)politikamente (in)korretta del medesimo – quanto: attenti, l’assassino e’ questo/a ma, riguardo a movente e contesto, delitto e castigo, la scelta rimane tra l’infame, il corrotto e il ripugnante. Hey, welcome back to planeth earth.
Per certi versi, per tutti noi eretici del non-oscuro ombeliko, e’ pressoche’ impossibile non arrivare a nostra volta a questa linea di demarcazione. E’ pressoche’ impossibile, in effetti, guardare dall’altra parte in uno scorcio storico in cui la politika e’ guerra tra koske, l’economia e’ gang-banK – proprio nel senso di gang-bang fatto con le banke – e il klima (globale) e’ Armageddon blues. Hey, man, how do you like THAT?
Lasciando quanto sopra e le sue implicazioni a un intervento piu’ articolato e documentato, veniamo quindi ai due testi piu’ che significativi del periodo.

Ad aprire le danze (macabre) e’ Gianni Biondillo con L’Incanto delle Sirene (Guanda 2015, Narratori della Fenice, 15.30 euro) suo ultimo opus. Narratore a tutto tondo, con queste sue “Sirene” (il titolo stesso e’ una provocazione) Gianni torna a mettere in scena il suo anti-eroe per eccellenza: l’ispettore Ferraro, quintessenza del poliziotto senza qualita’, ma anche essere umano (specie in via di estinzione) che di qualita’ ne ha fin troppe.

Qui Gianni Biondillo, e Ferraro con lui, si trova a battagliare su un doppio fronte. Da un lato la “nuova” (come on, man, not again…) mil-ano-da-bere (minuscole e trattini intenzionali), nella fattispecie lo sbracatamente rutilante, e assolutamente ridicolo, mondo della moda (con tutti gli annessi e dis-connessi del caso), dall’altro lato la tragedia annunciata della sopravvivenza di Aisha, giovanissima rifugiata, manco a dirlo, dal Terzo Mondo dell’annientamento e dell’auto-annientamento.

Ne “L’Incanto delle Sirene”, e’ un doppio margine molto arduo quello sul quale Gianni imposta la sua narrazione. Margine nel quale e’ dannatamente facile scadere nel cliche’ finto glamour da una parte, nel pietismo da sacrestia sconsacrata dall’altra. Margine che pero’ Gianni, e il suo protagonista Ferraro, riescono comunque a evitare, trovando un equilibro, anche se inevitabilmente instabile, tra due mondi umani, sociali, economici destinati al conflitto terminale.

Ed e’ invece proprio il conflitto terminale a costituire il fulcro di Fuga, di Mauro Baldrati (Carmilla eBook, 2015).
Esatto: Carmilla compie un ugualmente fondamentale salto di qualita’ e diventa editore digitale. La webzine ha molto da comunicare – non a caso il grandioso Valerio Evangelisti e’ uno dei founding fathers – e adesso ha anche molto da raccontare.

Con Fuga, Mauro Baldrati – un altro autore a tutto tondo con al suo attivo solidi testi quali Professional Killer (Anordest) e La Citta’ Nera (Perdisa) – parte da un’ingombrante premessa ideologica attuale (il movimento No-Tav), solo per scaraventare senza soluzione di continuita’ il lettore in una itaGLietta, aka necroland, turpe e malefica, fetida e maligna. Risvolto peggiore di tutti, una itaGLietta sostanzialmente para-nazificata niente meno che da… il partito di maggioranza (mooolto relativa), oops! That’s right. Facendo nomi e cognomi, attribuendo ruoli e correnti, infliggendo sentenze e condanne, Mauro Baldrati procede a dipingere un universo distopico tanto alienante quanto agghiacciante. Attingendo alle stesse atmosfere di repressiva, crudele paranoia del suo La Citta’ Nera, questo suo Fuga non tarda a evolversi in un omaggio nemmeno tanto obliquo al grandioso Fuga senza Fine di Joseph Roth, opera tra le piu’ fondamentali del Secolo XX.
Okay, my Heretics, there you have it for now.

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Gli eBook di Carmilla: Fuga, di Mauro Baldrati https://www.carmillaonline.com/2015/09/29/cambiami-post-presentazione-ebook-carmilla/ Mon, 28 Sep 2015 22:01:58 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=25210 di Redazione

cover.ridCarmilla apre nuove strade, propone nuove letture, mentre offre nuove scritture. Contestualmente al sito infatti, accanto agli articoli, ai saggi, alle inchieste e ai testi letterari, abbiamo deciso di esplorare altri percorsi dell’editoria web. Raccoglieremo testi che, per la loro natura e il loro stile, hanno una carattere di consequenzialità, o di serialità, già pubblicati su Carmilla oppure parzialmente o totalmente inediti. Li “editeremo”, cioè li sottoporremo a un lavoro di revisione e adattamento, per farne dei testi che sviluppino alcune caratteristiche che qualificano Carmilla: [...]]]> di Redazione

cover.ridCarmilla apre nuove strade, propone nuove letture, mentre offre nuove scritture. Contestualmente al sito infatti, accanto agli articoli, ai saggi, alle inchieste e ai testi letterari, abbiamo deciso di esplorare altri percorsi dell’editoria web. Raccoglieremo testi che, per la loro natura e il loro stile, hanno una carattere di consequenzialità, o di serialità, già pubblicati su Carmilla oppure parzialmente o totalmente inediti. Li “editeremo”, cioè li sottoporremo a un lavoro di revisione e adattamento, per farne dei testi che sviluppino alcune caratteristiche che qualificano Carmilla: creatività, analisi politica, reportage, recensioni, e opposizione. Opposizione, attraverso diversi linguaggi, a un Pensiero Unico che, con la disinformazione, e la “coltura” di sentimenti bassi sta devastando l’immaginario di questo paese.

Saranno eBook da scaricare direttamente dal sito, gratuitamente secondo la licenza creative commons. Alcuni ritroveranno articoli o testi di narrativa già letti, talvolta in fretta, o parzialmente, in nuove versioni e con inserimenti inediti, che si potranno leggere sul pc o scaricare sul reader, oppure stampare, per chi preferisce questa modalità. Sarà quindi una integrazione del flusso di lettura che ogni giorno scorre sul sito, ma con sviluppi inediti e una ritrovata “lentezza”, oggi quanto mai utile per invertire il meccanismo perverso di consumo-spreco che, attraverso il continuo susseguirsi di annunci confusi e bugiardi, contribuisce a distruggere la riflessione e la volontà di cambiare il mondo.

Inauguriamo la serie con Fuga, del nostro redattore Mauro Baldrati, un thriller avventuroso di fantapolitica che, se corrisponde al vero la teoria di William Gibson secondo cui la fantascienza parla del presente, getta una luce nerissima e paradossale sul nostro tempo attuale. E’ un testo che nasce da cinque racconti pubblicati su Carmilla (e ripubblicati sul sito Una montagna di libri contro il TAV), che l’autore ha revisionato e collegato a una seconda parte inedita che ne fa un romanzo compiuto. Due militanti NO TAV, in fuga da una condanna a trent’anni per avere bruciato un compressore d’aria, attraversano un paese devastato dalla speculazione e dalla dittatura, braccati dagli sgherri del Partito Unico, il Partito Democratico, verso l’ultima forma possibile di resistenza, quella della battaglia e dell’amore.

Scarica l’ebook: Mauro Baldrati, Fuga, 2015 Carmilla Ebook epub , mobi , pdf.

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Il suo nome è Jimi Hendrix https://www.carmillaonline.com/2014/09/02/suo-jimi-hendrix/ Mon, 01 Sep 2014 22:36:18 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15923 Jimi-hendrix-copertina-web[Pubblichiamo il quarto capitolo del nuovo romanzo di Mauro Baldrati, “Il mio nome è Jimi Hendrix“, in uscita per le edizioni Arianna, Geraci Siculo (PA) 2014, pag. 208 € 13.

Mezzaluna (RA), terra di frontiera, dicembre 1969: Toni Rinaldi, detto Jimi Hendrix, ci racconta la sua vita abbacinante “nel paese più infelice del mondo”, tra avventure nebbiose, fantasticherie, balere, discoteche, e tanta, tanta musica]

LA VESTIZIONE

Apro il doppio sportello dell’armadio e guardo le camicie appese. Stasera ho voglia di vestirmi bene, di mettermi le cose giuste. Non potevo certo farlo prima di [...]]]> Jimi-hendrix-copertina-web[Pubblichiamo il quarto capitolo del nuovo romanzo di Mauro Baldrati, “Il mio nome è Jimi Hendrix“, in uscita per le edizioni Arianna, Geraci Siculo (PA) 2014, pag. 208 € 13.

Mezzaluna (RA), terra di frontiera, dicembre 1969: Toni Rinaldi, detto Jimi Hendrix, ci racconta la sua vita abbacinante “nel paese più infelice del mondo”, tra avventure nebbiose, fantasticherie, balere, discoteche, e tanta, tanta musica]

LA VESTIZIONE

Apro il doppio sportello dell’armadio e guardo le camicie appese. Stasera ho voglia di vestirmi bene, di mettermi le cose giuste. Non potevo certo farlo prima di scendere a cena, avrei regalato a mio padre la soddisfazione di fare i suoi commenti malevoli, mi avrebbe rovinato la cena. Per la verità me la sono rovinata lo stesso con quello scatto contro mio fratello mostro. Ho lo stomaco sottosopra, vengono su dei liquidi acidi che mi bruciano la gola. Mi esce questa violenza cieca contro mio fratello, ma alla fine mi si ritorce contro e sto male più di lui.
Ho bisogno di musica, voglio sentire la sua carezza sui miei centri nervosi che pulsano impazziti. Metto Volunteers, un pezzo potente dei Jefferson Airplane, con la voce di Martin Balin che incendia tutto ciò che tocca. Il suo ritmo veloce e la sua grinta entrano in me e mi irrobustiscono, mi fanno sentire quel guerriero che devo essere se voglio uscire da questa trappola.
Prendo la camicia bianca che ha confezionato zia Alfonsina su mio disegno. Ha un colletto alto fino ai lobi delle orecchie con le punte che scendono lungo il petto come vele triangolari, e maniche a sbuffo che si chiudono con polsini larghi fino a metà avambraccio. Non è proprio perfetta, avrei voluto una stoffa molto colorata con dei disegni particolari, ma nei nostri negozi non si trova niente di niente all’infuori dei soliti tessuti dai colori spenti. E delle camicie già confezionate meglio non parlarne. E lo stesso vale per i pantaloni, le giacche, le cinture, le scarpe: non sono altro che tanti capi di uniformi camuffate, tutti uguali, verdognoli, azzurrastri, marroncini, grigi. Io vorrei delle camicie come quelle di Jimi, sgargianti, originali, ma devo accontentarmi di quello che può fare zia Alfonsina con le poche stoffe che riesco a trovare. E i panciotti di Jimi, stupendi, e i suoi foulard: ho cercato in tutti i negozi dei paesi vicini, ho cercato a Ravenna, ma è impossibile non indossare le giacche marroni e i pantaloni con la piega e le camiciole azzurro smorto. Non c’è altro nei loro empori da soldatini.
Prendo i pantaloni a campana con la frangia, quelli che ho ottenuto facendo tagliare e allargare un paio di jeans da mia zia, e la cintura nera con le borchie gialle costruita da un nostro amico che lavora il cuoio. Dai cassetti dei maglioni tiro fuori la giacca di lana nera senza maniche col collo a V, lunga quasi fino al ginocchio. Questi vestiti sono confezionati abbastanza bene, eppure non sono completamente soddisfatto. Le finiture sono troppo artigianali, le cuciture sempre un po’ storte, i particolari non curati. E poi è tutto in tinta unita, la maledetta pidocchiosa tinta unita!
Il problema più grave è costituito dalle scarpe. Io, Dennis e Rambò abbiamo cercato per mesi un paio di stivali. Avevo già commissionato a zia Alfonsina dei pantaloni aderentissimi da infilare negli stivali, e già mi vedevo camminare a grandi passi con un favoloso paio di stivaloni come quelli che calzava Jack Bruce durante un concerto dei Cream. Niente, non esistono stivali da uomo. Non volevamo crederci, abbiamo visitato tutti i negozi della provincia, ma abbiamo dovuto rassegnarci. In commercio ci sono solo scarpe e scarponi in stile con le divise degli inconsapevoli soldatini. Nient’altro. Sicché siamo costretti ad andare in giro con le loro scarpe anormali, o scarpe da ginnastica. Tutto quello che ho potuto fare è verniciare con smalto rosso il filo esterno della suola e del tacco di un paio di scarponi neri. Però devo fare attenzione, devo camminare flettendo il piede il meno possibile perché la vernice non attacca bene sulla gomma e tende a saltare via. Fosse facile camminare senza flettere il piede. Mi sembra di avere le racchette da neve ai piedi.
Scendo le scale e guardo il giaccone da marinaio appeso all’attaccapanni vicino al portone. Ma prima di indossarlo socchiudo la porta del laboratorio e chiamo mia madre fuori. Ci sono tre donne che mi lanciano sguardi a metà tra il curioso e l’ammirato. Se aprissi completamente la porta le tre clienti ripeterebbero le frasi che ormai ho sentito centinaia di volte: “Oh-oh Lucia come si è fatto grande vostro figlio! Che bel ragazzo che è diventato!” E mia madre farebbe uno dei suoi sorrisi a metà tra il soddisfatto e l’imbarazzato. Probabilmente se i loro figli vestissero come me, se portassero i capelli lunghi come li porto io non li accetterebbero in casa, e i loro mariti direbbero quello che, per fortuna, mio padre non ha mai detto e so che non dirà mai: “Con quei capelli lì non mangi alla mia tavola.” Invece io, il figlio della parrucchiera, sono estraneo al loro ambiente; rappresento uno spettacolo gratuito che possono godersi senza problemi. Non sono obbligate a confrontarsi con me, a mettere in discussione le leggi rigide che governano le loro case.
Mia madre esce dal laboratorio e andiamo in soggiorno. Apre il cassetto del mobile con la vetrina e prende cinque biglietti da mille lire. “Torni tardi?” domanda.
“Boh, non lo so” rispondo con tono vago.
Mia madre ha fretta, deve tornare in laboratorio, ma trova il tempo di lanciarmi un’occhiata e colgo un lampo d’ammirazione nel suo sguardo. “Guarda come ti sta bene la giacca della Wanda” dice. Mia madre ha accettato subito il mio stile, che considera una specie di moda eccentrica. D’altro canto lei stessa mi vestiva in maniera eccentrica: ero l’unico bambino del paese che indossava i calzoni corti anche in inverno, scomodi tubi blu con bottoni bianchi sui risvolti che lei definiva all’inglese, e calzettoni bianchi con la riga blu e scarpe di vernice dure e fredde. Mia madre dice “che bella la camicia dell’Alfonsina” e tocca le lunghissime punte del colletto. Ma poi si rannuvola, mi guarda fisso e dice: “Cos’erano quelle urla di là in cucina?”
Alzo le spalle. “Ma niente.”
“Ogni sera si urla, in questa famiglia. Mi vergogno con le clienti, lo sai?” Sospira. “Ascolta Toni… ecco, la Gigina l’altro giorno mi ha detto: Lucia, che brutto sguardo che ha vostro figlio! Be’ io ci sono rimasta, sai. Perché è vero che hai un brutto sguardo. Come mai sei sempre così serio? Cosa c’è che non va?”
Le sue parole mi colgono di sorpresa. Rimango lì in piedi e sento l’asse della schiena che si incurva. “Che cosa vuol dire un brutto sguardo?” chiedo a muso duro. Sento gli occhi indagatori di mia madre che mi frugano. Cerco di alzare uno schermo per proteggermi da quei lampi di curiosità ansiosa.
“Insomma i tuoi occhi sono… ecco, sembri sempre immerso in pensieri cattivi. Io vorrei sapere perché. Che cosa ti manca dunque? C’è qualcosa che ti neghiamo? Hai qualcosa contro di noi?”
Stringo i pugni e soffio aria dal naso. Vorrei gridarle contro, con tutta l’acrimonia di cui sono capace: “Ma come? Avermi generato ti sembra poco? Avermi fatto uscire in questo mondo falso lurido?” Ma riesco a controllarmi. Voglio solo andare via, togliermi di qua, uscire in strada e vedere i miei amici. E poi gliel’ho già gridato una volta, durante una lite furiosa, e lei ha pianto per tutto il giorno. E l’ha detto a mio padre, che non è riuscito a ribattere niente, è diventato serio e se n’è andato senza dire una parola. Ho imparato sulla mia pelle che devo fare il possibile per evitare queste scenate. Tutto torna indietro, è come sferrare pugni contro un’immagine specchiata e sentire il dolore come se fosse un altro me stesso.
Scuoto la testa, dico “ma va’, che brutto sguardo? Se quella stronza là si facesse gli affari suoi sarebbe meglio!” Ma mia madre continua a fissarmi coi suoi occhi ansiosi, con quella faccia deformata che assume quando lo spavento e la preoccupazione le induriscono i lineamenti.
“Ascolta, voglio parlarti di una cosa” dice, e fa una pausa. Io tengo lo sguardo sulla punta delle scarpe, aspetto nervosamente che riprenda a parlare col suo tono grave-ansioso. “Perché non provi di andare da quel professore che ha detto il dottor Pieroni?”
Scatto subito, dico “no-no” scuotendo la testa con rabbia. Il professore? Secondo il superdottor Pieroni, cui mia madre ha parlato più volte del mio carattere difficile, dovrei consultare un certo specialista delle malattie nervose. Ma io non ho intenzione di andare da nessun dottore o professore, non sono malato, lo vogliono capire? Se uno non è come loro, se non accetta le loro regole dicono che è malato. Lo mandano dai dottori che affondano nel suo corpo aghi, introducono supposte e pillole.
Mi rendo conto all’improvviso che mia madre è lì in piedi di fronte a me e mi vede come un malato. Scuoto la testa e dico “no-no” mentre mia madre insiste, cerca di convincermi che tanto non può farmi niente di male, che è un grande professore che insegna all’università. Lo dice con tono ampolloso, dice “professore” allungando le o, dice “il professooore ti fa una bella visita, non potresti provare, solo provare?” Io sbraito “no! no!”, apro lo porta, esco in corridoio, strappo il giaccone dall’attaccapanni.
Si apre la porta della cucina e fa capolino mio fratello mostro. I suoi occhi sepolti lanciano dardi verso me e mia madre.
Spalanco il portone col giaccone ancora sbottonato, mi butto fuori nella nebbia e lascio loro il colpo violento del portone che si richiude alle mie spalle.

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Mauro Baldrati: Professional Killer https://www.carmillaonline.com/2013/09/05/mauro-baldrati-professional-killer/ Wed, 04 Sep 2013 22:42:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=8853 Pubblichiamo la prefazione al nuovo romanzo di Mauro Baldrati, Professional Killer, Edizioni Anordest, pag. 304, € 13.90, in libreria dal 5 ottobre 2013

di Alan D. Altieri

cover_professional-killer_RNon ha tempo: nel senso che sconfigge le epoche. Non ha identità: nel senso che potrebbe essere chiunque. Non ha sesso: nel senso che il genere di appartenenza non è un fattore. Non ha padrone: nel senso che ha solo e solamente committenti. Per contro ha molti nomi: esecutore, eliminatore, meccanico, sicario, killer. Già: killer, uccisore. Nella fattispecie: professional killer, assassino di professione. Dalle brume del passato più inconoscibile fino ai riflessi dei grattacieli [...]]]> Pubblichiamo la prefazione al nuovo romanzo di Mauro Baldrati, Professional Killer, Edizioni Anordest, pag. 304, € 13.90, in libreria dal 5 ottobre 2013

di Alan D. Altieri

cover_professional-killer_RNon ha tempo: nel senso che sconfigge le epoche. Non ha identità: nel senso che potrebbe essere chiunque. Non ha sesso: nel senso che il genere di appartenenza non è un fattore. Non ha padrone: nel senso che ha solo e solamente committenti.
Per contro ha molti nomi: esecutore, eliminatore, meccanico, sicario, killer. Già: killer, uccisore. Nella fattispecie: professional killer, assassino di professione.
Dalle brume del passato più inconoscibile fino ai riflessi dei grattacieli più temerari, dalle leggende più oscure fino alle cronache più eccessive, il killer di professione rimane un archetipo e un eroe, un’icona e un demone, un sogno e un incubo.
La storia (in)umana gronda, letteralmente, di killers di professione. In realtà, sono proprio loro ad averla fatta, la storia. E a continuare a farla. Achille Pie’ Veloce e Orazio Coclite, Attila e Vercingetorige, Carlo Magno e Federico Barbarossa, Timur Lenk e il Re Sole, Albrecht von Wallenstein e Adolf Hitler e Osama Bin Laden. Tutti killers, super-killers, meta-killers.
Quanto all’immaginario in ogni sua forma – letteratura, teatro, cinema, fumetti, videogame – bene, senza i killers di professione molto della lista di cui sopra verrebbe… fatto fuori. Oops!

A un’analisi a distanza, questo inaspettato, stupefacente nuovo romanzo di Mauro Baldrati – Autore con la A maiuscola dopo il suo eccezionale La Città Nera – potrebbe apparire come l’ennesima storia dell’ennesimo killer. Gli ingredienti di base ci sono tutti: il cavaliere nero senza paura ma con troppe macchie sull’anima (ancora più nera), la sua letale arte splendidamente specialistica ma immancabilmente fragile, il committente perfettamente informato ma sottilmente ambiguo, le donne immancabilmente sensuali ma inevitabilmente pronte al giro di chiglia, i bersagli costantemente ad alto livello ma sostanzialmente di infima risma. Ingredienti che la già citata lista di cui sopra ha rimescolato, centrifugato, dissezionato o, molto più semplicemente, clonato fino all’assuefazione.
Bene, non c’è nulla di cui assuefarsi nel Professional Killer mandato sul campo da Mauro Baldrati. Meta-assassino senza presente ma con un passato tanto ignoto quanto immane, la sfida più grande che “Lo Specialista” si ritrova ad affrontare è anche la più subdola: quella contro se stesso.

In un mondo – il nostro qui & ora, sia chiaro – dominato dalla legge dello sterminio, in un tempo – sempre il nostro, in questo preciso istante – schiantato dal conto alla rovescia dell’annientamento, il protagonista di Mauro Baldrati è costretto a vedersela con qualcosa di talmente inaspettato, talmente inconcepibile da fare vacillare perfino il più metallico dei sistemi nervosi.

Con Professional Killer, formidabile thriller letterario destinato a diventare un classico, Mauro Baldrati sposta l’archetipo del killer di professione a tutt’altro livello di scontro, scaraventandolo dritto nel campo minato della metafisica. Ma non commettiamo errori, siamo sempre qui & ora. Siamo sempre in questo nostro luogo maledetto dove “nulla esiste, ma tutto è permesso.”
Forse, dove esiste perfino la resurrezione.

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