Matthew McConaughey – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 07 Feb 2026 21:00:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Interstellar di Christopher Nolan https://www.carmillaonline.com/2014/11/11/interstellar-cristopher-nolan/ Mon, 10 Nov 2014 23:12:30 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18642 di Mauro Baldrati

interstellarBisogna fare attenzione a Christopher Nolan, è un tipo pericoloso. Dopo il tremendo Inception, un attacco ai diritti elementari dello spettatore, è probabile che colpisca ancora. E’ la sua natura, come insegna la favola della rana e dello scorpione.

Interstellar, l’ultimo kolossal di Nolan, può sfuggire a questo pericolo? Ovviamente, conoscendo l’abitudine dei recensori istituzionali di non dire mai nulla di significativo sui film, sappiamo che la storia consiste in una esplorazione spaziale per trovare nuovi mondi da colonizzare, visto che la Terra è al collasso. Poi le solite crisi bipolari sull’eccellenza della recitazione di questo e quell’altro, [...]]]> di Mauro Baldrati

interstellarBisogna fare attenzione a Christopher Nolan, è un tipo pericoloso. Dopo il tremendo Inception, un attacco ai diritti elementari dello spettatore, è probabile che colpisca ancora. E’ la sua natura, come insegna la favola della rana e dello scorpione.

Interstellar, l’ultimo kolossal di Nolan, può sfuggire a questo pericolo? Ovviamente, conoscendo l’abitudine dei recensori istituzionali di non dire mai nulla di significativo sui film, sappiamo che la storia consiste in una esplorazione spaziale per trovare nuovi mondi da colonizzare, visto che la Terra è al collasso. Poi le solite crisi bipolari sull’eccellenza della recitazione di questo e quell’altro, e una battuta ricorrente: la sceneggiatura “non sempre tiene”.

Quando uno esce dalla sala, e ripensa alle cose che ha letto, si sbellica dalle risate. Oppure si arrabbia, dipende dal carattere.

La sceneggiatura non sempre tiene. Così viene liquidata l’ora abbondante di dialoghi sconclusionati sulle varie dimensioni dove viaggia l’amore che sarebbe in grado, passando indenne dall’avvicendarsi del tempo nei buchi neri e nelle curvature dello spazio (cito a casaccio, come a casaccio è scritta questa parte della sceneggiatura), di salvare la specie umana dall’estinzione. Come ci aveva già abituato con Inception ci chiediamo: “Ma cosa dice questo? Perché parla così?” Oppure: “E questo qui da dove salta fuori, e dove va?” Nolan è un grande specialista in questo sradicamento visuale-mentale. Tipo: “Non si può modificare al contrario lo scorrere del tempo, solo fermarlo, sospenderlo, per la curvatura dello spazio”. E l’interlocutrice fa la faccia triste, peccato, non si può. Sfiga nera! Poi però l’altro d’un tratto si illumina perché gli è venuta l’idea del secolo e fa: “Però c’è la soluzione!” E l’interlocutrice si entusiasma, lo guarda speranzosa, e noi con lei: “E’ la gravità!” Ma guarda un po’. Chissà che c’entra poi. Nessun problema. Nolan molla tutto lì, nessuno ci pensa più. E così via. E’ la sua natura.

Che sia chiaro: non siamo noi a essere ottusi e “invorniti”. E’ lui che svalvola incurante dei nostri diritti, scrive o fa scrivere le sceneggiatura a qualche esaltato, poi butta i fogli sul pavimento, li raccoglie a caso e noi dovremmo seguirlo.

Però è nostro dovere non essere così limitati. Il film non è tutto qui. Questo era soprattutto Inception, la cornucopia della follia aggressiva.
Interstellar contiene anche parti interessanti, persino esaltanti. Se riusciamo a dormire l’ora abbondante di scatenamento delle forze oscure, regala altre due ore (quasi) di emozioni forti. Ha almeno tre componenti importanti:

La fotografia. E’ girato in analogico, nel grande formato del 70 mm. Quindi niente freddezza da videogioco, niente scemenze in 3D. La prima parte, quando siamo sulla Terra, in una piantagione di mais, ha i toni caldi, i contrasti splendidi dei fotogrammi di 48,5 X 70. La luce è cupa e al contempo splendente, mentre infuriano le tempeste di polvere e il mais ha i giorni contati. All’umanità restano scorte alimentari limitate e l’aria è sempre più irrespirabile.

La musica. C’è una colonna di ambient music molto bella, molto adatta (composta da Hans Zimmer), che si sposa ottimamente con le immagini e con la fotografia. Sono rare le inquadrature prive di musica, e se ne sente subito la mancanza.

intestellar3Il rapporto padre-figlia. Intenso, sincero, coinvolge fino in fondo il distacco che la figlia non riesce ad evitare, col padre, un ex astronauta che “deve” tornare in orbita per un viaggio interstellare del quale non si conosce né la data né la possibilità reale del ritorno. Forse è la forza della missione, il suo scopo di salvare l’umanità, forse è l’istinto di sopravvivenza che può esistere solo grazie all’amore a spingere il pilota a partire, nonostante tutto. Sembra di udire l’eco di Jack Palance ne I Professionisti: “senza l’amore e senza una causa noi non siamo niente”. C’è una forte richiesta di protezione nella figlia, interpretata da tre attrici, perché il tempo passa per tutti, meno che per lui, per via delle fratture spazio-temporali delle dimensioni ecc. Uno strazio dell’abbandono, per il viaggio che lo aspetta. Sono parti “forti”, come forti sono le domande ataviche che lasciano il segno, nonostante la confusione della sceneggiatura: la sopravvivenza, il nostro futuro, il rispetto per il pianeta, per la vita stessa. E il suo sarà un lunghissimo viaggio nel mistero, nel tempo che non riesce più a configurarsi in una regola.

Le parti stellari sono efficaci, da vera fantascienza spaziale, e se vi fosse una maggiore semplicità, una maggiore attenzione al concetto di viaggio, con qualche avventura, con una storia avvincente, potrebbe (avrebbe potuto) essere un film di maestosa bellezza, toccare le vette di Alien o del modello evidente 2001 Odissea nello Spazio. Invece Nolan si avvita nella statica di lunghe sequenze all’interno della navicella, stracciate da dialoghi astrusi sulla gravità che interferisce col tempo e viceversa, mentre i protagonisti vanno in giro per le dimensioni e sembrano tornare nelle scene iniziali, svelando certi segnali misteriosi, ma anche no, potrebbe non essere vero niente perché le dimensioni si confondono, si scambiano, si annientano e non si capisce chi c’è davvero e chi no, chi ha costruito cosa, e perché. Per la verità lo spettatore di buona volontà potrebbe risolvere il caos narrativo ricorrendo all’enunciato classico: “Loro siamo noi”. Ma per farlo dovrebbe attingere al proprio bagaglio di film e romanzi nei quali questo concetto è già stato sviluppato: “noi” viaggiamo nel tempo, esploriamo il futuro e poi torniamo per risolvere i problemi.

Ma “potrebbe” non ha molto senso quando c’è di mezzo Mister Nolan.
Deve seguire la sua natura.
E’ la legge.
Intanto sono cavoli nostri.

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Dallas Buyers Club, di Jean-Marc Vallée https://www.carmillaonline.com/2014/02/13/dallas-buyers-club-jean-marc-vallee/ Wed, 12 Feb 2014 23:22:14 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=12690 di Mauro Baldrati

dallas-buyers-club-Esistono fatti reali, spesso dai contorni indistinti, e opere letterarie o cinematografiche che da questi fatti prendono spunto, cambiando o mescolando dettagli, interpretando, mistificando, in nome di una mai del tutto negata libertà creativa. E noi, spettatori-lettori, cosa cerchiamo? La verosimiglianza a tutti i costi? I riscontri? Oppure ci attestiamo sull’opera, bypassando le varie affinità più o meno elettive? E’ il caso del film del momento – le solite candidature all’Oscar, miglior film, migliori attori ecc. – un’opera dura, con molti difetti e forzature rispetto al reale svolgersi degli eventi. [...]]]> di Mauro Baldrati

dallas-buyers-club-Esistono fatti reali, spesso dai contorni indistinti, e opere letterarie o cinematografiche che da questi fatti prendono spunto, cambiando o mescolando dettagli, interpretando, mistificando, in nome di una mai del tutto negata libertà creativa. E noi, spettatori-lettori, cosa cerchiamo? La verosimiglianza a tutti i costi? I riscontri? Oppure ci attestiamo sull’opera, bypassando le varie affinità più o meno elettive?
E’ il caso del film del momento – le solite candidature all’Oscar, miglior film, migliori attori ecc. – un’opera dura, con molti difetti e forzature rispetto al reale svolgersi degli eventi. Può essere interessante soffermarsi sulle numerose licenze e deroghe rispetto ai fatti e ai personaggi, ma il risultato sarebbe probabilmente mettere in secondo piano il racconto, le immagini, e soprattutto le critiche. “Del resto” come direbbero alcuni personaggi di Gogol, qualche distinguo bisogna pur sottolinearlo, così, tanto per far quadrare il cerchio.
Per dire: Ron Woodroof, texano anni Ottanta col marchio DOC, pare non corrispondesse al tipo ritratto in Dallas Buyers Club: chi lo ha conosciuto lo descrive più educato, per nulla omofobo, addirittura bisex. Ma insomma, a che serve in fondo saperlo? Il “nostro” Ron è tutto muthafucka, fuck-you shit, e così via nel turpiloquio per il quale gli americani hanno da sempre una passione, perché fa rifiorire la loro tradizione puritana. Frequenta i rodei, gli strip-bar, fa le orge con “le puttane da rodeo”, scaldandosi con abbondanti piste di coca, bicchierate di whiskey, una sigaretta dopo l’altra. Ed è omofobo e sessista al punto giusto, come doveva esserlo un texano macho elettore di Reagan. Una roccia, col cappello da cow boy sempre in testa e gli stivali nei piedi anche sotto la doccia.

Ma la roccia non è tanto happy. Qualcosa di oscuro, di orribile, pulsa nel profondo. E’ stato contagiato dalla pestilenza del XX secolo, che si sta diffondendo, pare negli ambienti omosessuali, mietendo vittime che muoiono orribilmente: l’AIDS. Ron Woodroof ha l’AIDS. La sua risposta è urlata, rabbiosa: “Ma vaffanculo! (rivolto al medico ndr) Non sono mica un finocchio io! Se osi ripeterlo ti spacco quella faccia di merda!” E se ne va dall’ospedale. Torna a casa (il classico prefabbricato da operaio americano precario) a strafarsi di coca, whiskey e sesso.
Ma è inutile. Ron ha l’AIDS. Non c’è scampo. E sta male. Ha una polmonite cronica e 30 giorni di vita (prognosi del medico). C’è poco tempo. Inizia a documentarsi, studia articoli, ricerche cliniche, e da questo momento parte una sceneggiatura abbastanza frenetica, per certi versi caotica, bulimica per l’urgenza di inserire troppi dettagli, fatti, svolte, personaggi, col risultato di confondere lo spettatore, fargli perdere qua e là l’orientamento. Inizia una presa di coscienza di Ron che non è graduale né repentina, semplicemente obbligata: escluso da un protocollo sperimentale a base del nuovo farmaco AZT, descritto come tossico, imposto da una multinazionale farmaceutica (in realtà l’AZT andava soprattutto testato nelle dosi, è utilizzato anche oggi con risultati validi), deciso a trovare strade alternative, inizia una missione di ricerca di nuove terapie, in Messico, in Europa, in Giappone. Ha mille difficoltà, è vessato dall’ente federale di controllo dei farmaci (FDA), dai medici pesantemente manovrati dal business farmaceutico (inevitabile in una sanità totalmente controllata dai privati), spinto solo dalla propria forza incoercibile e dalla voglia di sopravvivere in un mondo che se ne frega di lui. La sua presa di coscienza lo porta anche a mettersi in società con un transessuale conosciuto in ospedale, malato come lui, per fondare appunto il Dallas Buyers Club, un’organizzazione parallela a quella sanitaria ufficiale che importa illegalmente, con mille sotterfugi, farmaci non approvati dall’ente americano. E di nuovo c’è caos, non si capisce se Ron agisce per soldi, o per solidarietà coi malati come lui. Non si riesce a decidere se davvero supera i propri pregiudizi, sessuali e razzisti, o se si “adatta” per portare avanti la sua azienda-missione. Lo spettatore non ha neanche il tempo di farsi un’idea personale e arbitraria, perché incalzato dalla furia della sceneggiatura, da una confusione che impedisce di individuare chi e cosa si muove e perché: di quali farmaci si parla, di quali controindicazioni, di quali scelte più o meno naturiste, perché sono più leggeri di quelli ortodossi e così via.

Eppure Dallas Buyers Club è un curioso esempio di storia “incasinata” e squilibrata che resta impressa e tocca corde profonde, sensibili. E’ una lotta per la vita e per la libertà terapeutica, condotta con una tenacia che stupisce. E’ una guerra contro una minaccia orribile che non concede tregua né pietà, un conflitto terminale dove tuttavia continuano a vivere l’amore, l’amicizia, la lealtà, l’eroismo, contrapposti alla meschinità e alla tracotanza del Potere.

E in questo ce la fa. Raggiunge l’obiettivo. Come un bambino che scalcia e urla scomposto ma indistruttibile nel mondo ostile degli adulti.

E in questo, in fondo, c’è il suo riscatto artistico.

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