Martin Luther King – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sport e dintorni – Autobiografia di John Carlos, inossidabile “eroe dello sport” https://www.carmillaonline.com/2024/04/16/sport-e-dintorni-autobiografia-di-john-carlos-inossidabile-eroe-dello-sport/ Tue, 16 Apr 2024 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81595 di Alberto Molinari e Gioacchino Toni

John Carlos, Autobiografia di una leggenda. I pugni olimpici che hanno cambiato il mondo, a cura di Dave Zirin, tr. it. di Gigi Roggero, DeriveApprodi, Bologna, 2024, pp. 192, € 18,00

John Carlos rientra a pieno diritto in quella ristretta cerchia di sportivi che possono fregiarsi del “titolo” di “eroe dello sport”. Appartiene a tale categoria chi, a differenza del “campione”, oltre ad essere celebrato per le prestazioni in gara, assume una rilevanza che esula dal semplice successo sportivo, faccia breccia nella memoria collettiva, ispirando ideali e rispecchiando valori. Alla costruzione dell’“eroe dello sport” è [...]]]> di Alberto Molinari e Gioacchino Toni

John Carlos, Autobiografia di una leggenda. I pugni olimpici che hanno cambiato il mondo, a cura di Dave Zirin, tr. it. di Gigi Roggero, DeriveApprodi, Bologna, 2024, pp. 192, € 18,00

John Carlos rientra a pieno diritto in quella ristretta cerchia di sportivi che possono fregiarsi del “titolo” di “eroe dello sport”. Appartiene a tale categoria chi, a differenza del “campione”, oltre ad essere celebrato per le prestazioni in gara, assume una rilevanza che esula dal semplice successo sportivo, faccia breccia nella memoria collettiva, ispirando ideali e rispecchiando valori. Alla costruzione dell’“eroe dello sport” è necessario un pubblico che si appassioni alle prodezze dell’atleta instaurando con esso una relazione stabile e fiduciaria, identificandosi con le sue vicende sportive ed extrasportive.

Oltre a ciò, il processo di eroicizzazione necessita di una narrazione adeguata e se agli albori del Novecento la figura dell’eroe sportivo risulta strettamente legata alla fatica fisica, al coraggio e alla caparbietà con cui l’atleta si impone di raggiungere l’obiettivo attingendo senza lesinare a tutte le forze di cui è in possesso, al mito delle origini difficili, allo sport come forma di riscatto e come strumento di mobilità sociale – una figura spesso sfruttata dalla propaganda dei sistemi totalitari –, esiste un numero ancora più ristretto di casi in cui, invece, l’eroe diventa il simbolo del riscatto di un’intera comunità, quando non addirittura di un intero continente: un eroe che, affrontate con successo le prove che si presentano lungo il suo viaggio, riesce a condividere la vittoria con la sua gente e, al contempo, farsi portavoce di quest’ultima.

Tale variante di “eroe dello sport”, che si sottrae alle dinamiche della propaganda di regime (tanto nelle sue forme dittatoriali che democratiche), non a caso si sviluppa all’interno di quell’immaginario collettivo conflittuale proprio della “stagione dei movimenti”, tra la fine degli anni Sessanta del Novecento e la fine del decennio successivo, quando lo spazio dello sport, grazie anche alla sua inedita esposizione mediatica, viene travolto da una serie di eventi che ne riconfigurano gli spazi – sino a quel tempo “chiusi” alle dinamiche del mondo esterno – come spazi aperti, fluidi e contesi.

L’adesione nel 1964 del pugile afroamericano Cassius Clay ai Black Muslims, con tanto di cambio del nome in Muhammad Ali, e il suo rifiuto, espresso nel 1967, di prestare il servizio militare, dunque di prendere parte all’intervento armato statunitense in Indocina, intreccia due dei principali nervi scoperti che attraversano gli Stati Uniti dell’epoca: la guerra nel Vietnam e le lotte della comunità afroamericana. A fare di Ali un “eroe dello sport” è la sua capacità di usare contemporaneamente le armi del corpo e quelle della parola, abilità che gli consente di identificarsi con la sua comunità e le sue cause mentre questa, a sua volta, si riconosce nelle sue gesta e nelle sue parole.

Qualcosa di analogo avviene alle Olimpiadi del Messico del 1968, quando Tommie Smith e John Carlos entrano a far parte degli “eroi dello sport” nel momento in cui alla grande prestazione sportiva affiancano i pugni chiusi levati al cielo durante le premiazioni e pronunciano parole al vetriolo nel corso della conferenza stampa. È il momento culminante della battaglia antirazzista intrapresa dagli atleti afroamericani aderenti all’Olympic Project for Human Rights apertasi con la minaccia di boicottaggio dei giochi in segno di protesta contro il razzismo imperversante negli Stati Uniti e una serie di richieste che andavano dalla restituzione del titolo di campione dei pesi massimi a Muhammad Ali, la rimozione del razzista Avery Brundage da capo del Comitato olimpico internazionale, il divieto di partecipazione ai giochi olimpici alla Rodesia e al Sudafrica dell’apartheid.

Quanto è successo alle Olimpiadi messicane è entrato nella storia. Il 16 ottobre 1968, alla finale dei 200 metri piani, Smith vince la gara ottenendo il nuovo record mondiale della specialità mentre Carlos si piazza al terzo posto. Alle premiazioni i due atleti afroamericani decidono di salire sul podio scalzi, indossare un guanto nero e assistere all’inno statunitense a capo chino alzando al cielo il pugno chiuso. La successiva conferenza stampa, tra l’imbarazzo degli organizzatori e dei rappresentanti della delegazione statunitense, offre ai due l’occasione di spiegare il significato delle loro gesta sul podio: dare voce alla rabbia e alla volontà di lotta degli afroamericani contro la discriminazione razziale. Se a renderli campioni sono state le loro prestazioni atletiche, a farne degli “eroi dello sport” è stata la loro presa di coscienza di incarnare un’intera comunità e di agire e parlare in suo nome, contribuendo così a infiammare e dare forza agli oppressi, anche oltre la comunità afroamericana di appartenenza.

Autobiografia di una leggenda. I pugni olimpici che hanno cambiato il mondo di John Carlos (DeriveApprodi, 2024) risulta interessante non tanto per la curiosità di conoscere la vita di un “campione dello sport”, quanto piuttosto alla luce del fatto che Carlos continua a rappresentare – in compagnia di Tommie Smith e Muhammad Ali – una delle figure di “eroe dello sport” più inossidabili del pantheon dei “dannati della terra” afroamericani e non.

Come scrive Gigi Roggero nella Prefazione all’edizione italiana, dopo le Olimpiadi del Messico, Smith e Carlos erano visti come «appestati, colpevoli di non essersi limitati a correre per vincere medaglie, ma di aver voluto alzare la testa spostando l’attenzione sui diritti negati e una certa America, probabilmente la maggioranza, non glielo aveva perdonato». Ed è così. La “colpa” di Carlos, come del compagno Smith, è stata appunto quella di non essersi “accontentato” di essere un “campione” olimpico statunitense, ma di aver voluto “caricare” la sua impresa di gesti e parole in favore di una comunità sfruttata e mantenuta ai margini della società nordamericana. La “colpa”, come per Ali, è la presa di parola a nome di una collettività che si è prontamente riconosciuta in lui. L’autobiografia di Carlos assume dunque uno specifico valore proprio in questo, nel significare le vicende personali di una vita alla luce del ruolo che questa ha saputo incarnare nell’immaginario dei “dannati della terra”.

«Sento il fuoco per come i miei eroi Malcolm X e Paul Robeson sono diventati francobolli. Sento il fuoco per come Muhammad Ali è diventato un francobollo ambulante, un uomo senza voce. Sento il fuoco perché Martin Luther King è una tazza commemorativa da McDonald’s. Sono arrabbiato perché tutti i nostri denti politici sono stati sottoposti alla devitalizzazione della cultura pop». Così scrive Carlos guardando a come il potere ha tentato di riassorbire – riuscendovi solo in parte – la portata rivoluzionaria di gesta e parole come le sue in quei lontani giochi olimpici messicani. «“La rivolta dell’atleta nero”. Ora potete portarla al macero. È un modo per tenerci in campo, sicuri, dolci e vendibili. Non la vedo affatto come la rivolta dell’atleta nero. È stata la rivolta dell’uomo nero. L’atletica era il mio lavoro. Non ho fatto quello che ho fatto come atleta. Ho alzato la voce per protestare come uomo».

La storia della famiglia di Carlos è una delle tante storie di migrazione. Un padre calzolaio proveniente dalla Carolina del Sud chiamato a giocarsi la vita nella prima guerra mondiale trattato dagli ufficiali bianchi «come una merda» e una madre assistente infermiera, di origini giamaicane ma cresciuta a Cuba prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Una quotidianità fatta di lotte ed espedienti per sbarcare il lunario, di speranze più o meno frustrate di poter migliorare le condizioni di vita, di angherie a volte mandate giù a fatica altre combattute per garantire alle nuove generazioni tempi migliori.

Nato e cresciuto ad Harlem, a pochi passi dal Cotton Club, in un quartiere in cui bianchi e neri hanno convissuto senza farsi troppi problemi di pelle fino a quando la televisione ha mostrato marce per l’integrazione e lo spauracchio del “nero che si ribella” ha iniziato a togliere il sonno agli abitanti dalla pelle chiara che, in un battito di ciglia, hanno fatto i bagagli e abbandonato un quartiere “destinato” a vedere la droga diffondersi affiancandosi all’alcol e smembrando la comunità.

«Ero ad Harlem e la maggior parte delle persone che entravano nel nostro paradiso uptown erano bianchi provenienti dal centro». «Crescendo ad Harlem, non sapevo di essere “nero”. Ero un essere umano». «Ma andando al Savoy ho visto chi serviva e chi veniva servito. Vedevo chi mangiava bene e chi si occupava dell’intrattenimento». Il desiderio infantile di Carlos di andare alle Olimpiadi come nuotatore si infrange quando il padre trova le parole per spiegargli che il vero problema per avere accesso alla piscina per gli allenamenti non era dovuto alla retta di iscrizione al club ma al colore della pelle.

Carlos racconta di quando da ragazzino con la sua banda si appropriava come Robin Hood di cibo e vestiti depositati sui treni per distribuirli nel quartiere rincorso – invano, nel suo caso – dalla polizia. I ricordi vanno poi all’incontro con Malcom X nella sua Harlem. «Malcolm mi ha dato la giustificazione verbale e la fiducia politica per fare ciò che ho sempre sentito nel mio intimo: agire».

Ben presto in diversi si sono accorti della velocità con cui il ragazzino correva, dunque l’improvvisa opportunità di allenarsi al New York Pioneer Club, uno dei migliori club di atletica leggera newyorchesi nella difficoltà di procurarsi un paio di scarpette decenti. Il matrimonio con Kim in giovane età ed il trasferimento nel Bronx, ove sarebbe nata la figlia Kimme, dunque il periodo trascorso nell’East Texas. «Ho poi imparato qualcosa che ho portato con me fino a oggi: l’assoluto rifiuto di essere sfruttato. Ecco cosa e rimasto impresso nella mia mente dall’esperienza nell’East Texas. Ho visto come il mio dominio in pista generasse contratti per gli allenatori, fondi per il dipartimento di atletica e facesse aprire i cordoni della borsa agli investitori. Ho visto da vicino come ci fossero soldi per tutti, tranne che per le persone che ci mettevano il sangue, il sudore e le lacrime. Ecco perché ancora oggi, ogni volta che parlo, chiedo che gli atleti universitari ricevano una piccola parte della torta».

Dunque il ritorno a New York. «Era l’inizio del 1968 ed era ora di tornare a casa. Non sapevo quale sarebbe stata la mia prossima mossa. A quel punto non sapevo se avrei provato a partecipare alle Olimpiadi o se le avrei boicottate, stavo solo cercando di far uscire la mia famiglia da una situazione molto brutta. Ecco dove avevo la testa. Era ora che il “cavallo” tornasse ad Harlem». È questo il momento in cui la vita di Carlos si intreccia con quella dei leader dell’Olympic Project for Human Rights, con Lee Evans e Tommie Smith. Le infinite discussioni circa il “che fare” in vista delle olimpiadi messicane: «Il punto più basso e stato quando abbiamo dovuto discutere con altri giovani atleti la necessità del boicottaggio. Ci guardavano come se capissero e fossero d’accordo con noi, ma non avessero altra scelta che voltarsi dall’altra parte».

Poi, nell’aprile del 1968, l’assassinio di Martin Luther King a Memphis. E di nuovo tante discussioni circa la necessità di boicottare Messico 1968, tesi ormai sostenuta soltanto da Harry Edwards, Tommie Smith, Lee Evans e Carlos: «i ragazzi che si opponevano al boicottaggio e che mettevano il successo individuale al di sopra di tutto, avevano tragicamente capito in che direzione stesse andando il mondo. Farsi i fatti propri, mandare al diavolo gli altri, dimenticarsi delle proprie sorelle e dei propri fratelli: ecco cosa ha definito l’epoca moderna». La retromarcia del Cio sul Sudafrica ha contributo a spegnere l’idea del boicottaggio; non restava che trovare il modo per manifestare all’interno dei giochi olimpici la rabbia in corpo che non era venuta meno.

Anch’io volevo restare a casa, ma dopo aver riflettuto a lungo ho deciso che non potevo. Sentivo che se fossi rimasto a casa qualcuno avrebbe vinto una medaglia e sarebbe salito sul podio, e sarebbe stato al posto in cui dovevo esserci io. Non avrebbe rappresentato ciò che volevo e dovevo rappresentare in quel momento. Entrare in quella squadra era un imperativo. Era un imperativo vincere una medaglia, perché se non fossi rimasto a casa, volevo essere a Città del Messico per esprimere ciò che sentivo. Non sapevo cosa avrei fatto, ma qualcosa andava fatto e l’avrei fatto.

Il resto lo sappiamo. Quanto avvenne alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 è l’inizio della storia di Carlos e al contempo ciò che risignifica la sua intera esistenza di “eroe dello sport”. Per fregiarsi di questo “titolo”, come detto, non basta essere “campioni”, occorre far parte di una “comunità di dannati in lotta”.


Sport e dintorni

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The revolution will not be televised: immagini di una democrazia blindata https://www.carmillaonline.com/2021/01/24/revolution-cant-be-televised-immagini-della-democrazia-blindata/ Sun, 24 Jan 2021 22:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64603 di Sandro Moiso

L’Occidente, in posizione di Dio (di onnipotenza divina e di legittimità morale assoluta), diviene suicida e dichiara guerra a se stesso (Jean Baudrillard, 3 novembre 2001)

Più volte negli ultimi tempi, a proposito degli Stai Uniti ma non solo, si è sviluppata sulle pagine di Carmilla una riflessione sulla frantumazione dei rapporti tra Stato e cittadini e tra Stato, classi e mezze classi, destinata probabilmente, e non per conscia volontà dei secondi, a svilupparsi in una guerra civile globale. Lo Stato contro (quasi) tutti, tutti contro tutti, ma anche [...]]]> di Sandro Moiso

L’Occidente, in posizione di Dio (di onnipotenza divina e di legittimità morale assoluta), diviene suicida e dichiara guerra a se stesso (Jean Baudrillard, 3 novembre 2001)

Più volte negli ultimi tempi, a proposito degli Stai Uniti ma non solo, si è sviluppata sulle pagine di Carmilla una riflessione sulla frantumazione dei rapporti tra Stato e cittadini e tra Stato, classi e mezze classi, destinata probabilmente, e non per conscia volontà dei secondi, a svilupparsi in una guerra civile globale. Lo Stato contro (quasi) tutti, tutti contro tutti, ma anche (quasi) tutti contro lo Stato.

Così le immagini di una Washington blindatissima e di quindicimila soldati della Guardia Nazionale schierati nelle vie deserte e accampati come bivacchi di manipoli all’interno del Congresso, a protezione dell’insediamento del neo-eletto presidente Biden, hanno ulteriormente contribuito a rafforzare tale ipotesi. Infatti, se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo già immaginare fin da ora il destino dello scontro sociale all’interno di questo nuovo, e forse ultimo, modello di democrazia blindata, in cui i soldati si accampano nei palazzi del governo come ai tempi della guerra in Iraq e dei marines alloggiati nelle stanze che furono di Saddam Hussein.

Democrazia imperiale, muscolare e allo stesso tempo debole, che gli ultimi avanzi di una sinistra perbenista trasformatasi in nuova maggioranza silenziosa applaudono in nome di una narrazione politically correct soffocante, che sempre più assomiglia ad una nuova forma di conformismo del pensiero e di censura di qualsiasi altra opinione che possa, anche solo lontanamente, assumere aspetti di radicalismo politico o sociale.

Nel 1969, negli Stati Uniti coinvolti in una guerra nel Sud-est asiatico iniziata da due presidenti democratici, John Fitzgerald Kennedy e Lyndon Johnson, e continuata dal repubblicano Richard Nixon, il “nero” Jimi Hendrix distorceva e straziava con la sua chitarra elettrica l’inno americano trasformandolo in grido di dolore e rivolta contro la guerra in Vietnam e la repressione dei movimenti sociali di opposizione, “bianchi” e “neri”, in casa. Oggi, nell’America di Joe Biden, una stellina “bianca” caduta dal firmamento del pop, ben regolamentato da un giusto equilibrio tra ciò che si può mostrare del proprio corpo e ciò che si può dire per piacere ai potenti, avvolta in un abito che ricordava la bandiera a stelle e strisce, ha interpretato con strumentale passione e finta commozione patriottica lo stesso inno, accompagnata dal coro dei semper fidelis marines.

Una pseudo-poetessa rap ventiduenne ha declamato versi sul valore della democrazia “riconquistata” mentre i poteri bianchi e creoli si commuovevano, con il rally positivo della borsa che nel frattempo faceva aumentare la soddisfazione per il risultato elettorale e per lo “scampato pericolo”, mentre la memoria della poesia rabbiosa del ghetto dei Last Poets e di Gil Scott-Heron, il messaggio infuocato di Grand Master Flash & the Furious Five, la violenza e l’ironia dei testi dei Public Enemy, autentici profeti della rabbia di strada, e il body count di Ice T venivano definitivamente banditi e cancellati dalla storia della cultura afro-americana. All’epoca della rivolta di Los Angeles del 1991 la polizia di vari stati americani ottenne che il disco di Ice T contenente il brano Cop Killer fosse ritirato dal mercato, ma oggi sembra sufficiente la sceneggiata democratica per contribuire alla pacificazione sociale e alla negazione del conflitto. Sbiancando il contenuto dei testi, strappati alla tradizione dei griot africani e costretti nell’ambito del bon ton della borghesia progressista bianca e afroamericana. I’m black and proud! aveva ruggito James Brown, molto prima che Michael Jackson iniziasse a sbiancare la propria pelle, mentre anche la musica nera, che fin dalle origini era stata definita come “musica del diavolo” per la sua esplicita sensualità e visceralità espressiva, aveva già da tempo visto ingrigire il suo colore originario.

La componente di Black Lives Matter che sembra essersi maggiormente affidata al sogno della democrazia americana, che a guardar bene non assomiglia neppure al sogno di Martin Luther King, rischia di finire in una trappola da cui non c’è uscita poiché con questa scelta, parafrasando un vecchio rivoluzionario, rischia di far fare ai movimenti di protesta afroamericani due passi indietro e nessuno avanti. Il primo, più importante, nei confronti delle rivendicazioni del vecchio, ma per ora ancora mai superato, Black Panther Party che fondeva la questione della liberazione degli afroamericani con quella più generale della liberazione dal dominio imperialista e di classe. L’altro in direzione di un soffocante identitarismo esclusivamente razziale destinato a rilanciare soltanto le esigenze di riconoscimento sociale della upper-middle class afroamericana, la cui principale (e fallimentare) espressione si è avuta, per ora, con la presidenza Obama.
Cosicché una donna ricca e potente come Kamala Harris può fingere di essere la rappresentante autentica di tutti gli afroamericani, anche di quelli poveri, emarginati e reclusi, nelle vesti di Vice-presidente, mentre nelle strade deserte della capitale fotoreporter e giornalisti embedded mostrano i giubbotti antiproiettile per sottolineare i gravi pericoli corsi dalla democrazia americana.

Una democrazia golpista all’estero e assassina di leader politici in ogni angolo del mondo, oltre che all’interno, basata sullo sfruttamento della forza lavoro in casa e ovunque le aziende americane esportino i loro capitali per incrementarli al minor costo e col maggior profitto possibile. Una democrazia autoritaria nata dalla distruzione dei nativi e dalla schiavitù degli schiavi africani e dei loro discendenti1 e articolata intorno ad una ripartizione della ricchezza vertiginosamente ineguale che ha sempre richiesto un enorme tributo di sangue. Una democrazia basata sulla forza del dollaro e fondata sul potere delle armi come in quasi nessun altro paese al mondo e che ora, con le truppe schierate intorno a Capitol Hill e alla Casa Bianca, in misura ben maggiore di quelle schierate nell’estate del 2020 da Trump a causa del rifiuto opposto allora dal Pentagono all’intervento dell’esercito nelle strade d’America, mostra il suo vero, unico ed ultimo volto.

Come al solito i “sinistri” embedded, di qua e di là dell’Atlantico, continueranno ad urlare al mancato colpo di stato dei sostenitori di Trump, fingendo di non vedere che, forse, il vero golpe lo porta avanti una fazione politica ed economica che dell’aria sorniona del più anziano presidente degli Stati Uniti ha fatto la sua immagine e della parziale farsa del 6 gennaio la sua stampella d’appoggio. Un anziano presidente che, però, ha immediatamente rivendicato i pieni poteri per il “contrasto al Covid” e che nel suo discorso inaugurale ha ricordato che in “democrazia” è possibile manifestare opinioni divergenti purché nel farlo non si creino o alimentino divisioni. Come se le divisioni sociali, le differenze di classe e razziali fossero semplici incidenti di percorso, create soltanto da discorsi dissennati e, sottinteso, “fascisti”.

I telegiornali del 21 gennaio, però, hanno anche trasmesso le immagini dei manifestanti, vestiti di nero, che in diverse città americane bruciavano la bandiera nazionale davanti agli edifici del governo. Infatti, in concomitanza con l’insediamento del neopresidente, hanno avuto luogo mobilitazioni per dare voce a una chiara opposizione anticapitalista all’arrivo dell’amministrazione neoliberista di Biden. D’altra parte le battaglie di strada dell’estate scorsa, dopo gli omicidi polizieschi, hanno lasciato il segno. Nella coscienza e nella volontà di procedere con la lotta di molti giovani, sia neri che bianchi e latini, ma anche in quella della borghesia sia bianca che nera. Concordi, queste ultime due, nel voler impedire qualsiasi ulteriore sviluppo organizzativo, associativo e di lotta della componente più radicale di quei movimenti2.

Mentre le forze che sono attualmente l’espressione della nuova rivoluzione americana della Gig Economy (piattaforme social e di E-commerce, Big Data, Big Tech, Big Pharma) già si approntano a distribuire patenti di correttezza nell’uso del linguaggio politico, censurando ogni forma diversa di comunicazione (non ci si illuda: prima Trump e i suoi followers, poi chiunque altro intralci per davvero il cammino “progressivo” della democrazia blindata) e certificazioni vaccinali che dei cittadini, più che lo stato di salute, notificheranno l’adeguamento immediato a qualsiasi nuova norma istituita dallo Stato e dalla società dell’autoritarismo “democratico”.

Welcome to the terrordome quindi, anche se travestito da innocente luna park dell’eguaglianza dei diritti formali e proprietari, destinati a negare quelli economici, sanitari e politici reali, destinati ad essere soffocati e nascosti come polvere sotto il tappeto della democrazia parlamentare autoritaria.
Superare i pregiudizi significa allora, e prima di tutto, cercare di riunificare tutto ciò che è stato diviso ingiustamente e a favore di pochi. Ripartire dalle lotte dal basso sarà l’unico vero passaggio obbligato nell’immediato futuro e la resistenza contro la società del capitale inevitabile. Mentre tutte le banalità riconducibili ad una visione politically correct espurgata da qualsiasi riferimento allo scontro di classe e il piagnisteo democratico-parlamentare non potranno che rivelarsi inutili e dannosi; da combattere come il capitale, il fascismo (vero) e tutti gli strumenti materiali ed immaginari che ne sostengono ancora la permanenza in vita.


  1. Sull’importanza del dominio e della separazione razziale per lo sviluppo del capitalismo statunitense, anche dopo l’emancipazione successiva alla Guerra Civile, si veda il recentissimo: Robin Blackburn, Il crogiolo americano. Schiavitù, emancipazione e diritti umani, Giulio Einaudi editore, Torino 2020  

  2. “A Portland, dopo che centinaia di persone sono scese in strada, il DHS e le truppe federali hanno attaccato violentemente e gassato una folla riunita in protesta davanti a un edificio ICE. A Seattle i manifestanti hanno attaccato le vetrine delle grandi multinazionali ed hanno gridato a gran voce che “Biden non è la soluzione”. A Denver una contromanifestazione, organizzata contro un ritrovo di estrema destra nei pressi del Campidoglio (poi annullato), ha marciato per le strade della città con determinazione. Da Los Angeles a Pittsburgh, da Minneapolis a Philadelphia, hanno avuto luogo presidi, contromanifestazioni, esposizioni di striscioni e murales.” Vedi: Insediamento di Biden: manifestazioni e scontri in varie città degli USA, INFOaut, 22 gennaio 2021  

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“Sistema americano”, fascismo e guerra civile https://www.carmillaonline.com/2020/10/21/sistema-america-populismo-e-neo-fascismo/ Wed, 21 Oct 2020 21:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63147 di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli [...]]]> di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.

Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.

Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.

Il secondo è quello della ricomposizione sociale e dell’impoverimento delle classi medie americane causato dai processi di globalizzazione e di outsourcing produttivo e il contemporaneo insorgere, o risorgere, delle idee populiste e nazionaliste; mentre il terzo, come annuncia lo stesso titolo, è quello delle conseguenze che l’epidemia da Covid-19 ha avuto e potrà avere su tutto ciò. Comprese le rivolte di strada avvenute in quasi tutte le città americane a partire dall’assassinio, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis, di George Floyd. A proposito delle quali l’autore non può fare a meno di notare che

La prima constatazione fondamentale in merito alle proteste è la loro ampiezza, a livello sia geografico che culturale: oltre la metà dei manifestanti erano bianchi, e si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, anche in cittadine piccole di stati rurali con popolazione quasi interamente bianca come il Nebraska e il Wyoming. Si è trattato di un salto di qualità rispetto alle proteste del passato, che riflette un senso diffuso di ingiustizia nei confronti dei neri: tra agosto 2017 e giugno 2020 il numero di americani che avevano un’opinione positiva del movimento Black Lives Matter è aumentato dal 42 al 72%, con un cambiamento significativo in ogni segmento della popolazione1.

Il primo tema si rivela essere uno dei più significativi del testo, poiché contribuisce a spostare l’attenzione, ormai canonica, da ciò che l’azione di Trump starebbe comportando in termini di sviluppo della estrema destra americana e di una possibile guerra civile a come si sono mossi, fin da prima della sua elezione, gli apparati profondi dello Stato, ovvero le agenzia di intelligence, nei suoi confronti. In questo senso lo sguardo si sposta dalla realtà del Russiagate, ovvero l’accusa sostanzialmente di tradimento condotta nei confronti del presidente statunitense per aver usato l’aiuto della Russia di Putin per la propria vittoria elettorale contraccambiandone i favori, alle infondate ricostruzioni che, in particolare dal Federal Bureau of Investigation, di questo presunto reato sarebbero state fatte.

Ci rammenta infatti l’autore che il fardello di accuse, su cui si sarebbe dovuto basare anche il procedimento di impeachment del Presidente, si è rivelato alla fine indimostrabile. Anche se inizialmente

presa come verità assoluta e promossa vigorosamente da parte dei media più importanti del paese come il “Washington Post”, il “New York Times”, e l’emittente televisiva CNN, secondo cui la Russia di Vladimir Putin sarebbe intervenuta nelle elezioni presidenziali del 2016 con l’obiettivo di aiutare Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton. Sulla base di valutazioni d’intelligence, una lunga indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller dal 2017 al 2019, e numerose inchieste giornalistiche, si sarebbe arrivato a stabilire senza ombra di dubbio questo teorema. Le implicazioni sono state importanti, e pesanti: ancora prima che Trump diventasse presidente, in molti volevano tarpargli le ali. Inoltre, ogni mossa politica di Trump è stata analizzata attraverso la lente del suo presunto legame e affinità con la Russia, dipingendolo come un traditore che non faceva gli interessi americani, ma quelli del suo amico dittatore Vladimir Putin. C’è un solo problema con questa versione dei fatti: non c’è alcu­na prova che sia vera. Per chi non ha studiato i dettagli, questa potrà sembrare un’affermazione sorprendente, di parte, o forse addirittura complottistica, contro le evidenze. Ma è vero il contrario, dichiarare che il governo russo sia responsabile dell’operazione di pirateria informatica contro il partito democratico, oppure che abbia volu­to influenzare il voto americano attraverso le operazioni sui social network, o anche che i consiglieri Trump abbiano cercato l’aiuto dei russi, non è dimostrato dai fatti, come vedremo.

Un esempio basterà per iniziare, prima di esaminare alcuni dei punti più sorprendenti di manipolazione delle informazioni e di scorrettezze compiute da rappresentanti delle istituzioni americane: il giorno 1° luglio del 2019, il giudice federale Dabney Friedrich emise un’ordinanza nel processo tra il governo degli Stati Uniti e la Concord Management and Consulting, società accusata di aver finanziato le operazioni della Internet Research Agency (IRA) per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump. La IRA è quella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che secondo i resoconti di stampa avrebbe speso milioni di dollari per impiegare centinaia di operatori per diffondere notizie false e “appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump”. Dopo l’atto d’accusa emesso dal Dipartimento di Giustizia Usa, a sorpresa gli avvocati della Concord si presentarono a Washington per difendersi, chiedendo di visionare le prove. Mueller e la sua squadra negarono, però, trincerandosi dietro motivi di sicurezza nazionale.
Dunque nel luglio 2019 il giudice prende una decisione clamorosa: concorda con l’imputato che non è corretto dire che il Cremlino fosse dietro la campagna sui social, in quanto non è stata presentata alcuna prova in quella direzione! Ammonisce il procuratore speciale Mueller, dicendo che fare affermazioni di questo tipo lede i diritti dell’imputato, precludendo la possibilità di un processo equo. Con questa ordinanza, un giudice federale americano sembra smontare buona parte dell’impalcatura del Russiagate: non ci sono prove di interferenze nella campagna elettorale da parte del governo russo. Ma il procuratore dice che le prove sono state trattenute per motivi di sicurezza nazionale. Insomma, le prove ci sono ma non si possono dare, perché si dovrebbero svelare dettagli in merito alle fonti e ai metodi utilizzati dal governo USA. Alla fine, il 16 marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia decide di ritirare le accuse contro Concord, valutando che non vale la pena rivelare i segreti e agire contro una società che comunque non può essere punita essendo in Russia.

Cosa significa tutto questo? Che la IRA non interviene sui social network? Lo farà, ed è possibilissimo che cerchi di influenzare l’opinione pubblica americana. Ma si sono costruiti innumerevoli articoli e analisi sulla base di un assunto senza alcuna prova, l’assunto centrale per tutte le indagini del Russiagate. Non solo l’informazione, ma la politica di intere nazioni si basa su una versione dei fatti che è senza fatti. E non è certamente l’unico caso, come vedremo. A questo punto, senza avere alcuna simpatia particolare per Vladimir Putin o gli hacker, va detto che l’onere della prova non è stato assolto; la conclusione non è che dobbiamo essere tutti amici della Russia, ma occorre chiedersi a quale scopo le istituzioni d’intelligence americane sono intervenute in modo così prepotente, e se il loro obiettivo non andasse ben oltre la semplice scoperta della verità2.

Questa lunga citazione serve per comprendere come un clima da scontro interno, tra due diversi intendimenti della ragion di Stato e delle sue prerogative si sia sviluppato da subito, immediatamente dopo un’elezione presidenziale che nel novembre del 2016 «scioccò l’America, e il mondo. Fu una vittoria strettissima, con un voto popolare di minoranza, conquistata principalmente grazie al margine di appena 77 mila voti totali tra tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, parte della cosiddetta “Rust Belt” (la cintura arrugginita), cioè gli stati altamente industrializzati che negli ultimi decenni hanno perso tanti posti di lavoro nelle manifatture»3.

Nonostante il fallimento delle accuse per il Russiagate, le stesse e le ragioni che le accompagnavano hanno finito così col plasmare un dibattito pubblico che ha finito troppo spesso col ridursi al pro o contro Trump.

Un esempio particolarmente ironico di questo fenomeno è avvenuto nelle varie manifestazioni contro il presidente già a partire dal giorno della sua inaugurazione: ha fatto specie vedere dimostranti femministe, e comunque rappresentanti di un mondo antagonista di sinistra, alla Marcia delle donne, portare cartelli con dichiarazioni come “Credo nell’intelligence”. Da quando la gente scende in strada per appoggiare l’FBI e la CIA, agenzie da decenni oggetto di scetticismo tra la popolazione in generale, ma anche sospettati di complotti e operazioni nefaste tra chi contesta le istituzioni? Non è lontano il 2003, quando le agenzie d’intelligence svolsero un ruolo fondamentale nella manipolazione delle informazioni per giustifi­care la guerra in Iraq; per non parlare dei siti ‘neri’ e della tortura negli anni successivi, e anche della sorveglianza della popolazione americana nel nome del contrasto alla guerra al Terrorismo. Nel 2016, però, molte persone che si erano giustamente indignate per questi abusi decisero che quando si trattava di combattere Donald Trump, tutto era lecito, anche se significava appoggiare la CIA4.

Sono proprio queste osservazioni di Spannaus a suggerire che occorre ragionare sulle cause profonde, non solo sociali, dell’attuale discussione sulla possibilità di una guerra civile negli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi chi stia spingendo di più su quel pedale: Trump con le sue parole provocatorie e i suoi appelli al “tenersi pronti” rivolti alle milizie che lo sostengono e ai suprematisti bianchi o il seme della rivolta ormai diffusosi ovunque oppure, ancora, un deep state rappresentante di ipotesi politiche e finanziarie che non hanno mai gradito l’ascesa del “rozzo e populista” Trump al potere? Non si tratta di fare del complottismo, ma piuttosto di imparare a vagliare con estrema attenzione la narrazione mainstream “democratica” che ad ogni piè sospinto viene fatta qui in Italia dai media e dalla sinistra istituzionale e non, prigioniere, soprattutto la seconda, di una visione di una lettura troppo semplificata della realtà politica e sociale americana (e non solo). Tenendo conto che lo scontro interno tra le maggiori istituzioni, di cui si parlava prima, non è certo tra Democrazia e Fascismo, ma tra interessi finanziari globalizzati e una gestione politica ed economica “nazionalista” che vorrebbe riportare a casa una parte degli investimenti produttivi fatti all’estero.

Certo, come era prevedibile fin dall’inizio, Trump ha mantenuto poco o nulla della sua promessa elettorale, sia sul piano della politica estera (come ben spiega il testo di Spannaus) che su quella della politica economica rivolta a dare respiro a una working class bianca fortemente provata dalla globalizzazione e ad una lower middle class che ha visto erodere i suoi margini di risparmio e benessere nel corso degli ultimi decenni. Entrambe ormai costrette a fare i conti con una severa ri-proletarizzazione che spinge i suoi rappresentanti a frequentare lavori e sussidi un tempo principalmente riservati agli afro-americani, ai latinos e alle altre minoranza etniche. E qui è d’uopo riportare ancora una sintetica annotazione del giornalista americano:

Come aveva capito Martin Luther King Jr., già negli anni Sessanta, senza battersi per la giustizia economica e contro le disuguaglianze in generale, non è possibile ottenere appieno i diritti civili.
È su questo tema che si vede una interessante confluenza tra la battaglia per la giustizia razziale e quella economica. Le proteste per la morte di George Floyd sono avvenute in un momento già difficile per il paese, quando una grossa fetta della popolazione soffriva degli effetti di un’economia sbilanciata, facendo intravedere la possibilità di un ampio movimento contro la manifestazione dell’ingiustizia in più forme5.

Sul piano della politica estera Trump ha raggiunto, e solo parzialmente, due obiettivi: sganciarsi dalla politica di Obama in Medio Oriente, da un lato, raggiungendo un accordo tra Israele e stati del golfo che non potrà portare che altra tensione nell’area e una politica più aggressiva nei confronti della Cina e del suo commercio. Questa seconda, occorre dirlo, pienamente condivisa da Biden e dal Partito Democratico (oltre che da quello repubblicano).

Tutte politiche, ad esempio anche quella nei confronti della Corea del Nord, giocate sul filo del rasoio, tra minacce e trattative che in alcuni casi potrebbero facilmente sfuggire di mano e dare inizio ad autentici conflitti. Oppure a compromettere i rapporti interni alla stessa Alleanza Atlantica, con la conseguente moltiplicazione di situazioni di crisi. Pensare però, anche in questo caso, che il rimescolamento, anche parziale, delle carte sul piano internazionale sia soltanto frutto dell’ingegno o della stoltezza del Presidente dal ciuffo tinto potrebbe però rivelarsi fuorviante, impedendo di cogliere in questo alternarsi di tentennamenti e fughe in avanti, la crisi di una super potenza che deve decidere il proprio riposizionamento internazionale in un momento di crisi della globalizzazione e del suo ruolo egemonico all’interno di quest’ultima.

Sul piano economico interno, è stato chiaro fin dagli inizi, la presidenza Trump ha puntato su una politica di tipo mercantilistico basata sul mantenimento e la difesa della produzione nazionale (Buy American!) attraverso il protezionismo doganale e la rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali, non solo con la Cina, ma anche con gli (ex?) alleati europei. Politica che fino ad ora non ha migliorato molto le condizioni di lavoro e salariali degli operai dell’industria e nemmeno ne ha causato un significativo aumento in termini occupazionali.

La crescita occupazionale, esattamente come durante la presidenza Obama, si è basata sulla diffusione di impieghi e lavoretti non garantiti, soprattutto nel settore dei servizi al consumo e nella distribuzione6, mal pagati, non garantiti e, soprattutto, con orari settimanali inferiori alle 29 ore. La questione dell’orario “ridotto” non è secondaria poiché nel sistema americano soltanto a partire da o al di sopra delle 30 ore i datori di lavoro devono fornire ai dipendenti un minimo di assicurazione sanitaria. Le belle parole di Trump sul Make America Great Again, rivolte soprattutto ad un elettorato bianco legato al lavoro produttivo, in realtà, sono soltanto servite a coinvolgere i lavoratori nelle politiche economiche nazionali senza garantire loro alcuna garanzia o miglioramento, come la pandemia e la crisi che ne è conseguita hanno chiaramente dimostrato.

Spannaus, con abbondanza di dati ed argomentazioni, parla di tutto ciò, ma sembra voler tracciare, con troppa convinzione ideologica, una netta linea di demarcazione tra il “Sistema americano”, così come si è delineato nelle politiche protezionistiche e di intervento statale che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento al XX secolo, dal Ministero del Tesoro retto da A. Hamilton fino alla presidenza di F.D. Roosvelt , e il fascismo. Nel negare questa definizione per il personaggio Trump, il giornalista, che cerca di ridurre il fascismo ad una politica sostanzialmente autoritaria e razzista, dimentica infatti che la prima caratteristica del fascismo, che occorre sempre ricordare scaturì dal socialismo partecipativo della Seconda Internazionale, è quella di convincere oppure costringere i lavoratori alla condivisione degli interessi dell’economia e della produzione nazionale, alleandosi con le imprese e con lo Stato (concertazione, Carta del Lavoro o New Deal che sia). Finendo col sottomettersi completamente agli stessi. Certo il Fascismo usa anche il razzismo, l’autoritarismo e la violenza, tutti e tre strumenti pratici ed ideologici più antichi, che raggiungono però il pieno del loro vigore e della loro pericolosità in un contesto in cui una parte significativa dei lavoratori, schiavizzati dal capitale, ne interiorizzi individualmente e ne sussuma completamente, in quanto classe, gli interessi e le prospettive.

Ma Spannaus appare troppo affascinato dalle virtù terapeutiche dell’intervento economico dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la monetizzazione del debito e l’occupazione, per comprendere o, almeno, per ricordare ciò. Anche se, occorre dirlo, nella sua analisi storica del Sistema americano la sintetica ricostruzione della storia del Partito Repubblicano e della sua componente radicale ottocentesca (quella di Lincoln per intenderci) serve sicuramente ad aprire gli occhi dei lettori anche sulle origini e la storia del Partito Democratico. Un tempo rappresentante degli interessi delle élite degli stati del Sud e oggi di una parte significativa di quelle attuali.

Una delle lezioni da trarre, da un libro di cui si consiglia comunque la lettura, potrebbe infine essere la seguente: una guerra civile val la pena di essere combattuta solo per gli interessi di classe e per un reale avanzamento di tutta la società e per questo sia Black Lives Matter e Antifa che le varie organizzazioni dal basso degli afro-americani e dei lavoratori bianchi e latinos impoveriti, dovranno ben valutare le spinte in quella direzione, su cui soffiano sia Trump che i suoi avversari istituzionali, entrambi grandi produttori e manipolatori di fake news. Pena il vedere stritolate in un autentico wargame di interessi contrapposti e lontani le spinte insurrezionali causate dalla crisi e dalle conseguenze della pandemia, oltre che dalle violenze razziste della polizia. Un gioco pericoloso in cui, chiunque sia il vincitore, a trionfare potrebbero essere ancora una volta soltanto gli interessi del capitale, dei suoi detentori e dei suoi grigi funzionari.


  1. A. Spannaus, L’America post-globale, pp. 150-151  

  2. A. Spannaus, op. cit., pp. 30 – 32  

  3. op. cit. p. 27  

  4. op. cit. pp. 32-33  

  5. op.cit. p. 153  

  6. «Il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti è Walmart, con circa 1,5 milioni di dipendenti. Il secondo è Amazon con oltre 400 mila. La classifica dei primi dieci contiene anche dei supermercati, fast-food e altre società di consegne e trasporto. Gli americani lavorano, ma i settori che assumono di più sono quelli dove gli stipendi sono bassi e gli impieghi sono spesso precari». op. cit., p.118  

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L’autodifesa come soggettivazione dell’oppresso https://www.carmillaonline.com/2020/08/14/lautodifesa-come-soggettivazione-delloppresso/ Thu, 13 Aug 2020 22:01:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61768 di Fabio Ciabatti

Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, Fandango Libri, 2020, pp. 304, € 19.

Il fuoco ha appena avvolto la stazione di polizia di Minneapolis in cui lavoravano gli sbirri assassini di George Floyd. Immediatamente si infiamma anche il dibattito: un coro di voci gracchianti si leva per condannare la violenza pur pretendendo, allo stesso tempo, di sostenere le ragioni della protesta. Ma è possibile mantenere il piede in due scarpe in modo così pilatesco? In fin dei conti anche il non violento Martin Luther King sapeva che il riot è il [...]]]> di Fabio Ciabatti

Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, Fandango Libri, 2020, pp. 304, € 19.

Il fuoco ha appena avvolto la stazione di polizia di Minneapolis in cui lavoravano gli sbirri assassini di George Floyd. Immediatamente si infiamma anche il dibattito: un coro di voci gracchianti si leva per condannare la violenza pur pretendendo, allo stesso tempo, di sostenere le ragioni della protesta. Ma è possibile mantenere il piede in due scarpe in modo così pilatesco? In fin dei conti anche il non violento Martin Luther King sapeva che il riot è il linguaggio di chi non è ascoltato.
C’è però qualcosa di più che si può dire. E lo possiamo fare utilizzando un libro della femminista francese Elsa Dorlin, da poco tradotto in Italia, Difendersi. Una filosofia della violenza. Secondo l’autrice una linea di demarcazione storica oppone i corpi “degni di essere difesi” a coloro che rimangono esposti alla violenza del potere dominante e alle minacce di una minoranza con il diritto permanente di usare impunemente le armi. Ciò pone la questione dell’uso della violenza per la difesa di ogni movimento di liberazione. Una violenza, è questo il punto, che è un momento essenziale per la politicizzazione degli oppressi. Di più, la soggettività del dominato si può costituire solo imparando a difendersi. Prima non esiste. 

Se il soggetto moderno è stato definito attraverso la sua capacità di difendersi, questa capacità di autodifesa è anche diventata un criterio utilizzato per distinguere i veri soggetti dagli altri, quelli che sono condannati a una “soggettivazione infelice”. Questi ultimi, infatti, più si difendono dalla violenza subita più diventano “indifesi o indifendibili”: indifesi perché incorrono nella reazione cruenta e sproporzionata di chi ha il monopolio legittimo della violenza; indifendibili perché ogni azione tesa alla preservazione di sé viene a priori interpretata come un’azione aggressiva, espressione di violenza “pura”.
Questi corpi vulnerabili, sostiene l’autrice, possono riscattarsi esclusivamente impossessandosi di tattiche difensive; attraverso, cioè, l’autodifesa propriamente detta, che è cosa opposta alla legittima difesa, giuridicamente intesa. Esiste pertanto una storia sepolta delle “etiche marziali di sé” che hanno attraversato i movimenti di liberazione.

Vediamo alcuni esempi tratti dal libro di Dorlin. Poiché gli schiavi africani deportati nel nuovo mondo non possono portare alcun oggetto atto ad offendere, possono prepararsi alla lotta solo attraverso danze i cui movimenti simulano le mosse di un  combattimento. In questo modo si manifesta la dinamica di uno scontro differito che si imprime nel corpo del colonizzato: un corpo in costante tensione, pronto a scattare appena si presenti l’occasione della rivincita, e per questo costretto nell’immediato, per immaginare una reazione, a rifugiarsi in una temporalità onirica. A partire da ciò si dispiega un processo di liberazione che, dovendo passare per una forma di sensualità scatenata, risulta inesorabilmente violento.
Con il secondo esempio giungiamo in Inghilterra ai primi del ‘900. Le suffragette inglesi si impadroniscono delle forme di combattimento personale che uniscono tecniche occidentali e orientali. Abbiamo a che fare con un tipo di combattimento che si basa su un principio di economicità in quanto gioca sulla sorpresa suscitata dalla reazione di soggetti presuntamente inermi e in quanto  ribalta sull’aggressore, che si presuppone fisicamente più potente, la sua forza. Non si tratta soltanto di affrontare la polizia e dunque di utilizzare uno strumento per raggiungere un fine, l’uguaglianza. L’autodifesa è un processo continuo di incorporazione e di realizzazione dell’uguaglianza. E’ una forma di politicizzazione dei corpi senza mediazione e senza delega che modifica i corpi stessi e il loro rapporto con il mondo.
Il terzo esempio è forse quello più noto. Le Black Panthers fanno dell’autodifesa armata una vera e propria bandiera per quanto adottino una strategia ultralegalista e rigidamente difensiva. L’autodifesa ostentata fa emergere una semiologia dei corpi militanti in lotta giocata sul fatto che ci sarà una reazione inesorabile a ogni colpo subìto, che ci si approprierà con la forza dei diritti negati. Il codice di abbigliamento (armi e basco nero) incarna un tipo di mascolinità in grado di trasmettere una potenza generatrice di orgoglio alla minoranza nera oppressa e un impulso potente di consapevolezza politica per chi ha da difendere solo un noi che è nulla e nulla possiede senza la prassi dell’autodifesa.

Si potrebbe obiettare che tutto ciò fa parte del passato oppure che non riguarda l’occidente democratico. Ma questa obiezione non tiene conto delle ripetute rivolte causate dalla brutalità delle forze dell’ordine in Francia, nel Regno Unito e soprattutto negli Stati Uniti. Torniamo dunque, insieme all’autrice, negli USA per notare come nella storia di questo Paese c’è un filo rosso che parte dal regime schiavistico e arriva fino ai nostri giorni. Una storia iniziata con la costituzione delle milizie difensive che, durante il periodo della colonizzazione, si appropriano di competenze giudiziarie e poliziesche, basandosi sul diritto all’autodifesa armata di ogni singolo cittadino. Nasce così il fenomeno del vigilantismo che finisce  per istituzionalizzarsi accanto al sistema giuridico, in nome della difesa di una minoranza coloniale bianca.
I vigilanti, o giustizieri, rifiutano ogni principio di equità e di presunzione di innocenza. Il loro compito è dare la caccia a chi è a priori colpevole, a chi appartiene alla categoria dei “nemici naturali”. Per difendersi contro il crimine è a priori legittima qualsiasi violenza, anche il linciaggio, pratica che viene incoraggiata dalla complicità dell’istituzione giudiziaria.
Veri e propri eredi del vigilantismo, i dipartimenti di polizia statunitensi applicano un doppio standard: uno esplicito, rispettoso delle regole dello stato di diritto, l’altro, appena dissimulato, modellato sulla prassi dei giustizieri. Questo secondo standard, negli USA come nel resto del mondo, sembra prendere sempre più piede come testimonia la progressiva militarizzazione di corpi di polizia (p. es. con l’utilizzo di armamenti da guerra e l’arruolamento di ex soldati) o la diffusione del modello securitario israeliano che, con una logica prettamente coloniale, presuppone la sfera civile quale spazio di violenza e pericolo permanente. 

L’applicazione di questa logica bellica all’ambito interno rimanda al fatto che il diritto di difendere la propria vita, nel soggetto moderno, è inestricabilmente legato a quello di difendere la proprietà. Se l’autodifesa è legittima solo per l’individuo proprietario, un capitalismo che, nella sua fase neoliberista, si basa sempre più su meccanismi di accumulazione tramite spoliazione sembra destinato a estendere il novero dei soggetti privati di qualsiasi diritto di proteggere la propria vita.
Dorlin mette a nudo il potente intreccio storico del classismo con il sessismo e il razzismo nella costituzione dei dispositivi moderni di dominio, concentrandosi sulle donne, sui neri, sugli ebrei (quelli che erano minacciati dalla violenza dei pogrom o dei nazisti, perché con la costituzione dello stato di Israele la situazione si ribalta). Ma i “corpi disarmati, violentabili” possono essere costruiti anche attraverso una logica meramente classista, come ci racconta, per esempio, D. Hunter nel suo Chav. Solidarietà coatta, parlando dei corpi dei proletari inglesi intrisi di connotazione di classe, svalorizzati in quanto privi di capitale e per questo passibili di essere comprati, venduti, imprigionati, picchiati, violentati (l’autore è comunque molto attento nel denunciare il patriarcato e il suprematismo bianco che aggravano pesantemente l’oppressione di una parte consistente della working class).

Decenni di egemonia incontrastata (almeno in Occidente) della borghesia ha intensificato un processo ben descritto da Dorlin. Il potere risparmia ai soggetti dominanti la fatica di conoscere l’altro e permette loro di concentrarsi su se stessi, riproducendo le condizioni materiali del proprio dominio. All’opposto, ai dominati è richiesta una continua attenzione nei confronti dei loro oppressori che produce un’approfondita conoscenza dell’altro. In questa conoscenza, però, è l’oggetto osservato a dominare a discapito del soggetto che, nel continuo sforzo di decifrarlo, diviene dimentico di sé e della propria potenza di agire.
Chi domina, dunque, deve andare a sbattere contro la resistenza attiva dell’oppresso. Inutile chiedergli con gentilezza una maggiore considerazione. Chi è oppresso deve ritrovare la propria capacità di agire sull’oppressore. E’ quantomeno ingenuo meravigliarsi del fatto che moltitudini di sfruttati americani (soprattutto neri, ma non solo) abbiano dovuto fare fuoco e fiamme prima di poter finalmente urlare “I can breath”.

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Rivolta e “negritudine” https://www.carmillaonline.com/2019/09/11/rivolta-e-negritudine/ Wed, 11 Sep 2019 21:01:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54237 di Sandro Moiso

Gioacchino “Jack” Orlando, No Justice No Peace. Storia militante delle lotte per l’autodeterminazione afroamenricana, Red Star Press, Roma 2019, pp. 224, euro 16,00

Molte sono state le attenzioni, e le pubblicazioni, rivolte negli ultimi anni alla ricostruzione storica, sociologica e politica delle esperienze di lotta e organizzazione degli afroamericani nel ventre della bestia rappresentata dalla società americana, dalla sua struttura economica e dalla sua compartimentazione razziale e di classe. Ma l’autore di questo libro è il primo a dichiarare esplicitamente che il suo intento non è né storiografico né [...]]]> di Sandro Moiso

Gioacchino “Jack” Orlando, No Justice No Peace. Storia militante delle lotte per l’autodeterminazione afroamenricana, Red Star Press, Roma 2019, pp. 224, euro 16,00

Molte sono state le attenzioni, e le pubblicazioni, rivolte negli ultimi anni alla ricostruzione storica, sociologica e politica delle esperienze di lotta e organizzazione degli afroamericani nel ventre della bestia rappresentata dalla società americana, dalla sua struttura economica e dalla sua compartimentazione razziale e di classe. Ma l’autore di questo libro è il primo a dichiarare esplicitamente che il suo intento non è né storiografico né etnografico e che, piuttosto, è quello di voler fornire ai lettori un modello di auto-organizzazione, riflessione e di lotta ancora utile, forse più che mai, ai nostri giorni, in un contesto di frammentazione sociale e impoverimento che se da un lato vede un ritorno massiccio della propaganda razzista e nazionalista tra le file di quello che potremmo descrivere come il “fu proletariato bianco”, dall’altro vede svilupparsi un contesto di solidarietà che più che basarsi sulla lotta sembra orientarsi sempre più verso una “disarmante” pietà e carità cristiana.

Gioacchino “Jack” Orlando, classe 1992, è calabrese d’origine, romano d’adozione oltre che militante autonomo, lavoratore precario, studioso del movimento operaio, e saltuario collaboratore di Carmilla. Con la tesi di laurea che si è trasformata nell’opera appena pubblicata da Red Star Press ha vinto il premio Lorusso attribuito dal CUA (Collettivo Universitario Autonomo di Bologna).

Al centro della riflessione di Orlando, dichiaratamene, brilla la stella polare del pensiero di Franz Fanon, in particolare quello dedicato alla riappropriazione della violenza come strumento costituente/destituente attraverso cui il “dannato”, tale ancora troppo spesso per il colore della pelle o identità etnica, può “attivare un percorso di riappropriazione identitora aria e presa di coscienza politica, preliminare all’organizzazione antagonista”1. Riappropriazione che passa anche attraverso il concetto di negritudine, ovvero del riconoscimento di una condizione di sfruttamento ed emarginazione che può però rinchiudere in sé anche le radici culturali e politiche di una ridefinizione del sé individuale e collettivo, tesa a fare della stessa categoria uno strumento per la costruzione di una soggettività autonoma ben definita e antagonista del sistema che l’ha prodotta.

Le riflessioni di Fanon, secondo l’autore, servono ad ampliare ed integrare la griglia di interpretazione marxista e permettono di comprendere meglio la dimensione di violenza sistemica e multiforme (poliziesca, culturale, giuridica, psichica, economica) che agisce all’interno di un contesto segregato come quello americano. Ma non solo.
Non a caso nel primo dei due intermezzi che separano tra di loro i tre capitoli della ricerca, l’attenzione è rivolta tutta all’influenza che sugli afroamericani, e sul Black Panther Party in particolare, ebbero l’azione e il pensiero dei principali leader dei movimenti di liberazione in Africa: Patrice Lumumba, Kwame Nkruma, Sékou Touré, Amilcar Cabral.

Nel primo capitolo, «Burn Baby Burn!» Le origini della protesta nera, l’autore non dimentica però il percorso che da Rosa Parks, passando attraverso il pensiero e l’azione di W.E.B. Du Bois, Aimé Césaire e Martin Luther King, ha condotto al radicalismo di Malcom X, ultima fermata dell’evoluzione della strategia afroamericana per il riconoscimento di “diritto” della propria soggettività prima del salto verso l’ipotesi anti-coloniale, rivoluzionaria e insurrezionale sviluppata dal B.P.P.2

Tale scelta di lotta viene inserita da Jack all’interno di una tradizione di lotte e rivolte, in cui il pensiero torna inevitabilmente alle riflessioni fanoniane sulla violenza come strumento di riscoperta di un’identità politica, che hanno caratterizzato le comunità afroamericane nel corso dei quattro secoli intercorsi tra lo sbarco dei primi schiavi americani in Virginia e l’attuale America di Trump.
Tale tema viene trattato nel secondo intermezzo: «Roots!» La lunga resistenza contro la schiavitù.

L’ultimo capitolo3, riprende il discorso della lotta e della organizzazione dal basso là dove la momentanea sconfitta delle Pantere nere, dovuta sia all’azione implacabile del Cointelpro (acronimo di Counter Intelligence Program) che all’introduzione massiccia delle droghe nei ghetti come fattore di disgregazione sociale e politica, l’aveva lasciato.

Ecco allora, oltre che allo sviluppo di un movimento come Black Lives Matter, l’attenzione si sposta sulla funzione dell’Hip-hop e delle gang come possibili strumenti di aggregazione, anche politica, proprio nei luoghi in cui la disgregazione sociale precedente avrebbe potuto far pensare ad una sconfitta definitiva delle istanze afro-americane di riconoscimento dei propri diritti e, soprattutto, di quelle più radicali tra queste.

Lo slogan che dà il titolo al libro, sviluppatosi a partire dalla rivolta losangelena dei primi anni Novanta e poi diffusosi a macchia d’olio in tutti i ghetti del pianeta, da Detroit alle banlieu parigine, diventa a questo punto il vero filo conduttore di tutta la ricerca. Ricerca, come rivendica più volte l’autore, militante che più che incasellare nella ricerca storica e sociologica un materiale ancora rovente, in attesa che il tempo lo faccia raffreddare, intende piuttosto rilanciarne l’attualità per soffiare ancora sul fuoco delle rivolte che, nella crisi generalizzata dell’attuale modo di produzione, covano ovunque sotto le ceneri. Anche là dove il concetto di negritudine sembra essere più lontano, meno compreso e più osteggiato. Così come, per altre vie, sembra suggerire anche un’altra, e discussa, fanoniana: Houria Bouteldja.

“Negritudine” diventa allora sinonimo di emarginazione, sfruttamento. miseria economica e culturale, perdita di identità collettiva, ma allo stesso tempo può diventare strumento per una nuova ricerca identitaria che solo la lotta potrà realizzare, al di là, anche, delle fratture sociali e delle linee del colore e dei confini nazionali. In questo possibile percorso risiede l’utilità e l’attualità del testo di Orlando, di cui mi perito di suggerire la lettura a chiunque voglia veramente comprendere le contraddizioni del presente e le possibili vie per il superamento dalle stesse. Al di fuori di concezioni partitiche ed ideologiche che più che a unire contribuiscono soltanto a dividere ulteriormente un corpo sociale che sembra aver perso, in nome della redditività e del consumo, qualsiasi carattere di classe e qualunque aspetto di antagonismo rivoluzionario.

Un’opera che nel suo percorso ed impostazione risponde proprio a quella necessità di “promuovere all’interno delle università italiane un dibattito che sappia far emergere il patrimonio collettivo costituito da tutte quelle storie di lotta e militanza che troppo spesso sono costrette all’oblio da un’organizzazione del sapere che privilegia il punto di vista del potere costituito”, indicata come prioritaria tra le motivazioni finali per l’istituzione del Premio di laurea Francesco Lorusso, di cui quest’anno è stata insignita.


  1. G.J. Orlando, No Justice No Peace, p. 11  

  2. Di cui si occupa il secondo capitolo: «Move On!» Un socialismo dal ghetto, il caso del Black Panther Party.  

  3. «Terrordome!» Ghetti e resistenze nella contemporaneità.  

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La Falcucci, la Potëmkin e l’amore: Genova, 1986 https://www.carmillaonline.com/2018/06/07/falcucci-potemkin-e-amore-genova-1986/ Thu, 07 Jun 2018 20:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46057 di Filippo Casaccia

Sabato 11 gennaio La prendo larga: ho una prof di storia e filosofia che avrà quarant’anni, massimo quarantacinque, la Canepa. Interessante, un po’ sciupata, con un passato movimentista, se non ho capito male. Ci chiama per nome: la cosa dà fastidio a molti dei miei compagni ma a me pare la cosa più adulta che ci sia capitata in questo liceo. Beh, a novembre succede che un martedì facciamo tutti sciopero. Uno sciopero strategico per evitare un’interrogazione micidiale di fisica, una strage annunciata, e il giorno dopo, lei, alla prima [...]]]> di Filippo Casaccia

Sabato 11 gennaio
La prendo larga: ho una prof di storia e filosofia che avrà quarant’anni, massimo quarantacinque, la Canepa. Interessante, un po’ sciupata, con un passato movimentista, se non ho capito male. Ci chiama per nome: la cosa dà fastidio a molti dei miei compagni ma a me pare la cosa più adulta che ci sia capitata in questo liceo.
Beh, a novembre succede che un martedì facciamo tutti sciopero. Uno sciopero strategico per evitare un’interrogazione micidiale di fisica, una strage annunciata, e il giorno dopo, lei, alla prima ora, controlla le giustificazioni. Firma i libretti in silenzio ma si vede che sta covando un’incazzatura da pantera, anche se lo sciopero non la riguardava.
Quando finisce, chiede:
«E per cosa avete scioperato, ieri?».
Silenzio in classe.
Anch’io, francamente, non ricordavo nulla, se non un volantino con disegnato Spadolini a pecora e dei missili che gli puntavano dritto al culo.
A quel punto lì la prof rincara la dose:
«Okay. E la manifestazione com’è stata?».
Ancora silenzio.
Che una prof ti faccia il mazzo perché scioperi qui è consuetudine ma che s’imbufalisca perché non sei andato in corteo è grandioso. Ci ha fatto una cazziata epocale, con sacrosanta rampogna su diritti e doveri, sul nostro ruolo di attori politici e bla bla. Poi ha chiamato alla lavagna il povero Vaiolo, o Enzo come lo chiama lei, e l’ha brasato: 3 e mezzo, gli ha dato. A fine lezione era ancora nervosetta e ci ha caricato di compiti e ho pensato che ci fosse un po’ di confusione tra politico e privato. Però aveva schifosamente ragione e, adesso, ogni volta, prima di andare in piazza a dimostrare ci penso. E poi ci vado comunque.
Il fatto è che io stamattina non avevo voglia di entrare in classe, ma proprio per niente. Ci sono quei giorni in cui Genova ha una luce particolare e nell’aria tersa pulita dalla tramontana i colori diventano vivissimi. È come se si potesse vedere la città attraverso l’obbiettivo di una reflex: tutto nitido, splendente e a fuoco. Fa un bel freddo ma non c’è una nuvola e il cielo è blu cobalto. Quando sono arrivato davanti a scuola ho visto gli studenti medi che volantinavano e ho capito che il mio destino era segnato anche se Jacopo non sentiva ragioni:
«Sono solo cinque giorni che siamo tornati, dài», ha detto. «I voti del primo quadrimestre ce li portiamo alla maturità!».
Sì, e tutto quello che vuoi – ho pensato – ma oggi no, io non entro. Non me la sento, è una mattinata troppo bella per perderla con due ore di disegno e due di ginnastica: io vado in manifestazione. Ho calcato il mio berretto andino in testa e ho preso il 41 puntando verso Caricamento, dove c’è il raduno per una fantomatica adunata contro un preside di un istituto tecnico che ha punito due studenti che si baciavano durante la ricreazione. Questa storia da romanzo del secolo scorso la apprendo quando arrivo lì, all’assembramento, assieme a dir tanto a trecento ragazzi, la crema dei liceali genovesi, scansafatiche sì ma con un progetto politico o quasi in testa: si tratta di una baciata, mi dicono, una magnifica occasione per scambiarsi germi davanti a tutti con la scusa di una rivendicazione, dimostrando che si è innamorati o forse no ma non importa. Perché è una giornata spettacolare ed è bello urlare contro il ministro Falcucci, contro questo preside bacchettone e contro tutti i vecchi che ti guardano strano perché loro, alla nostra età, se lo sognavano di baciarsi per strada.
Come me del resto, perché – realizzo – sono solo come un cane.
Non ci sono tante bandiere politiche o striscioni, solo moltissime coppie. Mi metto diligentemente nel gruppone e declamo gli slogan, alzo il pugno, rido e canto, cercando la complicità di qualche altro cane sciolto, diciamo così.
Poi inquadro una coppia di ragazze spaiate e mi accodo: una ha una giacchetta verde militare e dei pantaloni marroni bellissimi, un po’ flosci, con le tasche laterali. Mentre sto ammirando l’originalità stilistica, lei si gira e mi guarda assieme all’amica. Lo slogan Ucci ucci! Sento odore di Falcucci mi muore in gola, mentre le sorrido. È… perfetta. Capelli lunghi, scuri, la riga in mezzo. Una cicatrice rosa sulla guancia destra, come Capitan Harlock, ma che le dona pure. Occhi chiari, allegri. Sussurra una cosa all’amica, fissandomi, e poi scoppiano a ridere.
Trovo la fantasia per dire una cosa giusta anch’io, una volta tanto:
«Ciao!».
Il corteo si ferma. Ancora canti e slogan, mentre ci guardiamo tutti un po’ imbarazzati, perché adesso dovrei inventarmi qualcos’altro. A levarmi d’impaccio arriva uno del servizio d’ordine, che in una manifestazione così è una cosa ridicola. È alto due metri, gli occhiali con la montatura nera spessa e un barbone da Fidel.
Si rivolge alla ragazza, sarcastico:
«Con uno del King?».
Ho lo stemma del mio liceo sullo zaino, in effetti, che fa molto campus americano, sul versante vorrei ma non posso. Poi si rivolge a me:
«Un fighetto della borghesissima Albaro! Oggi che ci si bacia, lotta dura senza paura, eh?».
Non so se sia veramente la giornata giusta o gli occhi di questa qui coi pantaloni militari o la congiunzione astrale, ma gli rispondo al volo, sicuro e senza calcolare le conseguenze:
«Beh, oggi giornata libera… sono appena tornato dalla zafra, non so se hai presente».
Fidel strabuzza gli occhi perché tutto s’aspettava fuorché una messa in dubbio del suo fervore rivoluzionario, da un albarino poi.
«La zafra?».
Ho rischiato, sì, ma quanti italiani andranno a fare il raccolto della canna da zucchero a Cuba?
Il castrista balbetta e chiede rispettosissimo:
«E dove!?».
«Cienfuegos, amigo!», gli rispondo. «Record personale di 326 chili in un giorno!». Che non so se sia poco, tanto o troppo, e allora faccio il modesto:
«Ma c’erano dei compagni bulgari che ne tagliavano anche di più».
Ho evocato tropici, rum e compagni fratelli del Patto di Varsavia: Fidel non è più ostile, balbetta qualche monosillabo e se ne va, tra l’ammirato e il tramortito, inventandosi un’emergenza in coda al corteo. Lo segue l’amica di Capitan Harlock, che ci lascia soli strizzandole l’occhio. Io non so bene che dire, adesso, ma la sconosciuta Perfetta mi porge la mano e rivolge lo sguardo verso la testa del corteo, come a dire: andiamo!
E allora andiamo, sì.
Cantiamo e ci sorridiamo, dicendoci tutto quello che vogliamo sentirci dire e ci fermiamo solo quando un ragazzotto dell’ITIS con la kefiah, uno che ho già visto tante volte in manifestazione, sale su una panchina e proclama col megafono che è venuto il momento di rispondere al preside. Si abbraccia con la tipa che gli sta di fianco e, là!, si sparano un limone che dura trenta secondi.
Silenzio emozionato e poi, quando finiscono, applauso liberatorio, come se dovessimo tutti riprendere fiato assieme a loro. È il segnale convenuto e tutte le coppie si uniscono in questo splendido gesto di resistenza civile. La ragazza Perfetta dai pantaloni con le tasche mi prende le mani, mi avvicina e alza le spalle, come a dire che ci tocca per solidarietà politica: mi toglie il berretto andino, se lo mette e mi invita con i suoi splendidi occhi. Cosa si fa in questi casi?
Mi bacia. Quando ci stacchiamo ride. E allora sono io a baciarla. Non so se lei baci bene o se lo faccio bene io – cosa di cui dubito, se non altro per scarsissimo curriculum – ma questa manifestazione ci piace. Eccome!
E da lì è una passeggiata. Mano nella mano.
Può nascere così una storia?
Io non capisco più nulla, felice come non mi capitava dall’11 luglio 1982.
Le chiedo come si chiama.
«Annalisa», dice, e aggiunge: «come la canzone dei New Trolls!».
Come, pardon?
«Io Eugenio». Esiste una canzone di De Gregori, ma non mi pare il caso.
Seguiamo il corteo, leggeri e un po’ stupidi. Chi sei, cosa fai, cosa studi, cose così, senza neanche ascoltarci, senza che lei mi chieda mai se ho la moto o quale sia la compagnia con cui esco, guardando invece le altre coppie e sentendoci bellissimi perché lo siamo anche noi, una coppia. Magari un po’ improvvisata, però due che sono uno, adesso. Lei ogni tanto mi indica degli scorci della città che non avevo mai degnato di uno sguardo. E Genova non è bella, è splendida. Vedo il leone in marmo che sta a fianco della scalinata della cattedrale di San Lorenzo e un po’ mi commuovo: sono nella Corazzata Potëmkin di Ejzenstejn!
«Ma Cuba?», chiede lei. Guardo in basso, confesso:
«In realtà non son mai stato più a ovest di Nizza».
Per fortuna ride.
«Ci andremo assieme, allora!».
E certo. Altro bacio. Flirtiamo, giocando alla coppia anche se non sappiamo neanche chi siamo. Ma è stato tutto così naturale che non mi sembra vero. Non so se sotto il pavé parigino ci fosse la sabbia, ma oggi sotto i lastroni di arenaria genovese pare proprio di sì.
Arriviamo davanti a Palazzo Ducale, un po’ scalcagnato come questa manifestazione felice e indolente, quando scoppia il casino. Un celerino – dei trenta che ci seguono a distanza – si piglia con un fesso che sta in coda al corteo. Non ho capito bene: una frase stupida, uno spintone, una manata. Fatto sta che il fesso – e sfigato aggiungo, perché non aveva nessuno con cui baciarsi e questo io ormai lo posso dire ad alta voce – finisce a terra. Quei Nobel coi manganelli gli tirano dei calci, un altro manifestante reagisce, un pulotto colpisce due che si stanno baciando e gli spacca le labbra nel bacio più eroico e sanguinante che abbia mai visto, e poi è il caos. Chi scappa, chi reagisce, chi non capisce: ma si possono caricare trecento studentelli imberbi che slinguazzano?
Sì, cazzo, si può, maledizione.
Il piccolo corteo sbanda e torna indietro, davanti al Duomo. Il leone è ancora accucciato e della Corazzata Potëmkin è rimasta solo la fuga precipitosa. Sono sballottato e la mano di questa perfetta Annalisa mi sfugge tra cappotti, zaini e caschi. Mi giro e non c’è più, non vedo la giacchetta militare e neanche il mio berretto che le è rimasto in testa. Qualche deficiente in divisa pensa pure che serva un lacrimogeno. O due o tre, perché ora c’è una nebbia giallorosa che avvolge tutti, un caffelatte onirico in cui la folla si dirada. Si agitano ombre sparse e ce n’è una più scura che sta ferma, a cinque metri da me, col manganello tenuto basso.
Mi sta fissando, direi.
Io strizzo gli occhi che lacrimano, ricambio lo sguardo e poi mi volto per vedermi dietro, perché non può mica avercela con me, che sto qui, fermo.
«Ma ce l’hai con me? ».
Ce l’ha con me eccome, ‘sto stronzo: alza il manganello e mi carica cacciando un urlo.
Roba da pazzi. Altro che vacanze cubane: mi volto e corro giù per via di Scurreria rischiando di volare sul selciato, perché è una strada con una pendenza di non so quanti gradi, ma tanti, e da lì arrivo in piazza Campetto e poi risalgo verso piazza San Matteo con un polmone in gola, la milza che urla e i polpacci in fiamme. Mi fermo davanti alle vetrine di un negozio di dischi, facendo finta di essere lì per caso, controllando nel riflesso del vetro se c’è qualche manganello alle spalle.
Ma nessuno insegue più nessuno, a parte me che dovrei, perché ho perso Annalisa.
E anche il berretto andino.
Ma più Annalisa.

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Domanda: quand’è che un bambino non è un bambino? https://www.carmillaonline.com/2018/04/05/domanda-quande-un-bambino-non-un-bambino/ Wed, 04 Apr 2018 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44651 di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la [...]]]> di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la cifra di ciò che ha smosso l’animo di decine o centinaia di migliaia di afro-americani, oltre che dello stesso Mumia, anche in anni recenti.

E’ proprio a partire da considerazioni come quella appena esposta che diventa utile e necessaria la lettura del testo la cui recente pubblicazione è stata curata da Giacomo Marchetti, già distintosi, tra le altre cose, per la precedente traduzione e cura, insieme a Nora Gattiglia, dell’autobiografia di David Gilbert, militante dei Weathermen e del Black Liberation Army: “Amore e Lotta” (Mimesis 2016). Anche in questo caso Marchetti antepone al testo una dettagliata introduzione in cui il lettore potrà trovare una ricostruzione dell’esperienza come rivoluzionario e come pubblicista di Mumia Abu-Jamal, una delle voci più autentiche e sofferte dell’America di oggi e di ieri. Un autentico storico e cronista “dal basso” che potrebbe già essere definito tout court, come qualcuno ha già fatto, la voce dell’America.

Non solo dal basso, ma dal fondo del ventre della bestia, ossia da quelle carceri americane in cui l’autore è stato rinchiuso fin dal 1981 come autore dell’omicidio di un agente di polizia. Con questa accusa, mai provata con certezza e a dispetto della dichiarazione di estraneità al fatto sostenuta dall’imputato, Mumia fu condannato a morte e per questo rinchiuso nel braccio della morte per più di vent’anni, in cui oggi non è più detenuto poiché la sua condanna è stata trasformata in ergastolo a vita.

Wesley Cook, nome con il quale è stato battezzato alla sua nascita nella Philadelphia degli anni ’50, entrò giovanissimo nell’organizzazione del Black Panther Party e si mise da subito in mostra per il suo coraggio e per la sua indomita volontà nel perseguire, come giornalista, la verità dei fatti.
Nonostante le condizioni di isolamento e i maltrattamenti, paragonabili a quelli messi poi in pratica ad Abu Ghraib e Guantanamo, l’operazione di annichilimento della sua personalità e delle sue convinzioni politiche non è mai, neppure parzialmente riuscita e la sua opera di cronista della condizione afro-americana, sia in carcere che all’esterno, sta ancora lì a dimostrarlo.

Come afferma Marchetti nella sua introduzione:

“Negli Stati Uniti vive il 5% dell’intera popolazione mondiale, ma viene detenuto il 25% della popolazione incarcerata dell’intero pianeta – 2 milioni e mezzo di persone – di cui l’8,5% si trova in carceri private.
Di questi 2,5 milioni di detenuti, ben 900.000 sono costretti a lavorare in modo gratuito o per 15-20 centesimi l’ora, talvolta anche per dodici ore consecutive al giorno. Soprattutto negli ultimi anni, in cui i bilanci statali si sono ridotti, le carceri hanno lanciato nuovi programmi di lavoro sia all’interno che all’esterno.
Il lavoro in carcere è un ottimo affare per le grandi multinazionali, che possono sfruttare manodopera a bassissimo costo, ad esempio per assemblare prodotti per Walmart, confezionare il caffè per Starbucks, cucire vestiti per Victoria’s Secret o svolgere attività di call-center per compagnie telefoniche come AT&T. Pagare 20 cent all’ora invece che 5 dollari o non pagare affatto i lavoratori è un business appetibile sia per i governi che per le corporations, che annualmente ricavano dall’industria carceraria un volume di affari pari a 2 miliardi di dollari.
L’incarcerazione di massa e il lavoro pressoché gratuito nelle carceri hanno fatto assumere alla condizione detentiva un volto non dissimile dalla vecchia schiavitù”.1

Cosa che non tradisce affatto il tredicesimo emendamento della costituzione americana che recita così: La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.

Il testo oggi tradotto da Giacomo Marchetti e Marco Pellegrini è stato pubblicato inizialmente nel 2008 dalla South End Press e ricostruisce non soltanto i passaggi e i percorsi della vita dell’autore come militante rivoluzionario, ma anche il percorso di resistenza e lotta (spesso armata) che la componente afro-americana della società nord-americana ha dovuto condurre per la propria sopravvivenza e la difesa della propria dignità fin dagli albori del forzato trasferimento dei suoi componenti dall’Africa ai territori dei futuri, e attuali, Stati Uniti.

Come afferma ancora il curatore:

“Un grande merito di We Want Freedom è quello di collocare la storia delle Black Panther all’interno di un ciclo storico di resistenza che inizia con la riduzione in schiavitù dei Neri africani ma non si esaurisce con la dissoluzione del “Partito” nella sua forma unitaria, dopo le sue molteplici scissioni”.2

All’interno di queste vicende mi sembra particolarmente importante sottolineare e segnalare i primi due capitoli, in cui viene ricostruita la lotta degli afro-americani in un’ottica che un mai sufficientemente sopito democraticimo di maniera e non-violento ha spesso evitato di sottolineare: quella della resistenza armata e violenta contro il potere e le violenze degli oppressori .

Per diradare ogni possibile dubbio Mumia Abu-Jamal afferma:

“Per decenni, studiosi e storici hanno ignorato il BPP. Nel contesto della lotta e della resistenza dei neri non era il benvenuto, veniva considerato una sorta di figliastro.
Le onorificenze della lotta dei neri nel XX secolo sono andate tutte ai veterani del movimento dei diritti civili, simboleggiato dal martire Martin Luther King, accettato dalle élite bianche e nere. Il messaggio di perdono cristiano del Dott. King e la sua dottrina del “porgi l’altra guancia” tran¬quillizzavano la psiche dei bianchi. Per gli americani abituati al comfort, il Dott. King era soprattutto sicuro. Il BPP era l’antitesi del Dott. King.
Il Partito non era un movimento per i diritti civili. Non porgeva l’altra guancia. Era fortemente laico. Non predicava la non-violenza, ma praticava il diritto umano all’autodifesa. Aveva un orientamento socialista e rivendicava (dopo un plebiscito nazionale e un voto) la creazione di uno Stato-nazione nero, separato, rivoluzionario e socialista. Non tranquillizza¬va gli americani bianchi.
Per gli studiosi e gli storici della fine del XX secolo, il BPP rappresentava un’anomalia, non un discendente storico di una linea estremamente lunga di combattenti della resistenza nera. La storia degli africani in America è una storia di profonda resistenza, di tentativi di governo nero indipendente, di autodifesa, di rivolta armata, di aspre battaglie per la libertà. È la storia della resistenza contro l’in¬cessante incubo della “democrazia” della Herrenvolk (razza dominante) americana […]Le origini della resistenza possono essere ricondotte al 1526, quando da una nave spagnola carica di schiavi africani in catene ancorata nell’odierno South Carolina fuggirono quasi un centinaio di uomini. Questi uccisero molti schiavisti e fuggirono nelle dense foreste vergini per unirsi agli abo¬rigeni locali, vivendo liberamente come la loro razza non avrebbe potuto fare per i successivi 400 anni”.3

Gli episodi di questa resistenza costellano la storia degli Stati Uniti dalle loro origini e per i due secoli precedenti, fino ai nostri giorni. Insieme a questi episodi, però, si manifesta spesso non solo la volontà di liberare la popolazione afro-americana, ma anche una sorta di solidarietà con le popolazioni aborigene e, nonostante tutto, pure con gli strati più marginali della popolazione bianca.
Sotto questo punto di vista può essere d’esempio la storia della lunga guerra condotta dall’esercito degli Stati Uniti contro le tribù Seminole della Florida.

“Molti africani vissero liberi tra i Seminole, facendo da interpreti o guerrieri e alcuni divennero perfino capi. La libertà dei neri fu il motivo dell’allontanamento dei Seminole dalla nazione Creek e della formazione della tribù. Il trattato di Colerain del 1796 includeva un impegno per i Creek di restituire i fuggitivi neri ai proprietari, che però non vincolava i Creek che vivevano a nord del confine della Florida e i Seminole che vive¬vano a Sud dello stesso confine, i quali non si sentirono mai vincolati dal patto e questo li allontanò per sempre dai loro simili del Nord. Studiosi del calibro di J.Leitch Wright Jr. definiscono i popoli di questa regione col termine di Muscogulges, in parte perché parlavano la lingua Muskogee. Egli nota che il termine Creek è un termine inglese utilizzato per indicare i popoli che abitavano le regioni rivierasche del Sud-Est. Ana¬logamente, il termine Seminole è un appellativo spagnolo che deriva dalla parola cimarron, un termine ispanico-americano per fuggitivo.
Wright narra che gli “indiani neri” ebbero un ruolo cruciale nel rendere il territorio Muscogulge, o Seminole, un luogo di attiva resistenza per la libertà dei neri […]Molti americani conoscono la storia delle guerre “indiane”, ma pochi sanno che le battaglie più dure si combatterono nelle tre guerre contro i Seminole e che queste guerre furono combattute essenzialmente per la liberazione dei neri. Gli africani che combatterono dalla parte dei Seminole furono talmente tanti che il generale USA Thomas Jesup scrisse: «Questa, siatene certi, è una guerra contro i negri, non contro gli indiani»”.4

Nel 1851 l’ignobile Fugiti¬ve Slave Act (FSA) del 1850, che minacciava le vite e la libertà di tutti i neri, schiavi o “liberi”, sarebbe stata alla base della resistenza di Christiana, in Pennsylvania in cui l’azione di William ed Eliza Parker, coraggiosi combattenti e promotori dell’autodifesa armata dei neri fuggiaschi, ebbe all’epoca un esplosivo impatto politico e sociale.

“Ai primi di settembre del 1851 Edward Gorsuch, uno schiavista del Ma¬ryland, appoggiato da familiari, amici e un Marshal degli Stati Uniti, colpì il villaggio di Christiana, in Pennsylvania, per ricatturare molti schiavi fuggiti. Sfortunatamente per lui, le sue prede si erano stabilite in una comunità organizzata e armata che non aveva alcuna intenzione di permettere che i propri membri tornassero in catene.[…] I nove bianchi armati furono affrontati da cinque neri armati; quando Di¬ckinson disse al padre di lasciare perdere e tornare con cento uomini armati, William Parker gli rispose di portarne anche cinquecento. “Per prenderci vivi ci vorranno tutti gli uomini di Lancaster”. Eliza Parker poi chiamò gli altri del gruppo di difesa suonando un corno e lo US Marshal le sparò, mancandola. Il suono richiamò circa quarantacinque altri neri e contadini bianchi, quaccheri, armati. Eliza non solo chiamò aiuto, ma sostenne anche che bisognava resistere quando alcuni in casa vacillavano. Il marito più tardi scrisse che Eliza “afferrò una falce da granturco, simile a un machete, e dichiarò che avrebbe tagliato la testa a chi avesse tentato di arrendersi”. Parker raccontò anche i dettagli della sua lotta col testardo Gorsuch, che aveva evidentemente scelto la «colazione all’inferno»”.5

L’elenco degli episodi di resistenza e lotta, anche vittoriosa, contro l’oppressione razziale e padronale è lungo e non si può qui nemmeno riassumere. Basti sottolineare che sarà la rivolta di Watts, sobborgo di Los Angeles, nel 1965 a far esplodere ancora il problema delle disuguaglianze sociali, economiche razziali negli Stati Uniti e a rendere evidente ai giovani afro-americani come Bobby Seale e Huey Newton la necessità di auto-organizzazione politica e militare delle comunità nere e a rendere successivamente possibile la nascita del Black Panther Party e la sua rapida diffusione a partire dalla Costa occidentale a tutti gli altri stati dell’Unione.

Certo tale sviluppo politico non poteva essere disgiunto da quella guerra in Estremo Oriente in cui i soldati di origine afro-americana erano usati come carne da macello e, proprio per questo motivo, finivano col solidarizzare con i vietnamiti e uccidere, più spesso di quanto si racconti, i loro propri superiori in grado bianchi. Dando vita ad una solidarietà internazionalista che avrebbe poi contraddistinto nel tempo il Black Panther Party.

Le pattuglie armate del partito cominciarono a girare per le strade dei quartieri neri e delle città, a fare controinformazione e contro-indagini sull’operato violento della polizia e giunsero ad occupare simbolicamente il parlamento dello stato della California a Sacramento. Tutto questo era reso possibile non solo dalla solidarietà di chi sosteneva l’azione del partito e dei suoi rappresentanti, ma anche dal fatto che in California il possesso di armi era tutelato dalla legge dello Stato e le armi potevano essere portate in pubblico, purché non fossero nascoste. Come avrebbe in seguito affermato Bobby Seale: “Mostrammo al popolo che eravamo pronti a morire per loro”.

Prima ancora della nascita dell’organizzazione del BPP, nell’agosto del 1965 la rivolta di Watts aveva mandato in fumo 200 milioni di dollari di proprietà ma, anche se 35 persone erano morte sotto il fuoco della polizia, non era esplosa nel vuoto. Nel 1964 e 1965 rivolte violente erano scoppiate in ogni parte della nazione, mentre nel solo 1967 (ve la ricordate l’”estate dell’amore”?) il National Advisory Committee on Urban Disorders ne contò centoventitre, più o meno gravi. Circa ottantatre persone furono uccise con armi da fuoco, la maggior parte a Newark e Detroit. Il Comitato notò che “la maggioranza schiacciante delle persone uccise o ferite erano civili negri”.

Il recensore si ferma qui per lasciare al lettore la possibilità di continuare una lettura sorprendente sotto molti punti di vista. Soltanto una riflessione è ancora d’obbligo in chiusura: tenendo conto che la NRA (National Rifle Association) soltanto durante il governo repubblicano di Ronald Reagan si dichiarò favorevole ad una riduzione della diffusione delle armi negli Stati Uniti, per il timore di un ulteriore allargamento delle organizzazioni militanti nere, la questione delle armi riguarda soltanto la loro diffusione oppure chi le porta e perché?

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto» (Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America)


  1. Vogliamo la libertà, pag. 19  

  2. op.cit. pag. 20  

  3. Mumia Abu-Jamal, Gli inizi del Black Panther Party e la storia da cui è nato, in op.cit. pp. 41-42  

  4. op.cit. pp.51-52  

  5. pp. 59-60  

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The Roof is on Fire: l’America della nuova coscienza “nera” https://www.carmillaonline.com/2018/01/16/the-roof-is-fire-lamerica-della-nuova-coscienza-nera/ Mon, 15 Jan 2018 23:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42724 di Giacomo Marchetti

Angie Thomas, The Hate U Give. Il coraggio della verità, traduzione di Stefano Bortolussi, Giunti 2017, pp.416, euro 14,00

«Perché ascolti sempre questa musica preistorica?» Domanda Starr, la protagonista sedicenne a Khalil, mentre la riporta a casa dopo averlo incontrato casualmente ad una festa terminata con una sparatoria tra gang rivali. La musica preistorica è quella di Tupac Shakur, rapper afro-americano figlio della militante del Partito delle Pantere Nere Afeni Shakur e icona dell’Hip Hop degli anni Novanta. Il romanzo prende il nome proprio da un acronimo usato dal [...]]]> di Giacomo Marchetti

Angie Thomas, The Hate U Give. Il coraggio della verità, traduzione di Stefano Bortolussi, Giunti 2017, pp.416, euro 14,00

«Perché ascolti sempre questa musica preistorica?»
Domanda Starr, la protagonista sedicenne a Khalil, mentre la riporta a casa dopo averlo incontrato casualmente ad una festa terminata con una sparatoria tra gang rivali.
La musica preistorica è quella di Tupac Shakur, rapper afro-americano figlio della militante del Partito delle Pantere Nere Afeni Shakur e icona dell’Hip Hop degli anni Novanta.
Il romanzo prende il nome proprio da un acronimo usato dal musicista che acquista nei suoi versi un significato particolare.
Thug Life, traducibile in “vita da teppista” diviene: The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody.
E così Khalil spiega l’acronimo: «nel senso che quello che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo».
Tupac, per Khalil, era la verità.
Lo diverrà anche per Starr, cessando di essere solo, musica “dei vecchi tempi”.

Khalil, cresciuto insieme alla protagonista è costretto a farla, la vita da teppista, con una situazione familiare alle spalle piuttosto problematica a causa della madre che non riesce ad uscire dalla tossicodipendenza, ed una nonna anziana e malata.
Starr vive nello stesso quartiere di Khalil, ma studia in una scuola lontano dal suo abitato, in cui è una delle poche teen-ager afro-americane; suo padre, ex membro di una gang – come a sua volta sua padre – è stato in carcere ed ora gestisce un piccolo spaccio alimentare nel quartiere regalato dal vecchio proprietario – unico a dargli un lavoro uscito di prigione – ; la madre lavora come infermiera professionale.

Starr ha un fratello più grande che il padre ha avuto da una relazione extra-coniugale con la “donna” di King, capo-banda della gang di quartiere, i King Lords, a cui il padre era “affiliato”, e un fratellino più piccolo Sekani…
Starr, ha visto uccidere da una “pallottola vagante” la sua migliore amica Natasha alcuni anni prima, senza che fosse fatta luce su quell’omicidio.
Nella finzione letteraria così come nella realtà, le vite degli afro-americani uccisi in conflitti a fuoco non conta, sia che a sparare sia un agente di polizia sia che l’omicidio avvenga in altre circostanze.

Quella notte, Khalil e Starr verranno fermati dalla polizia che ucciderà Khalil durante il fermo nonostante fosse disarmato e non avesse dato adito ad alcun comportamento “sospetto”.
Sarà la presunta aggressività verbale di Khalil e il possesso di una spazzola nella portiera dell’auto, confusa per una pistola, a far premere il grilletto all’agente secondo il suo “alibi”.
Il vero motivo è che Khalil è un giovane afro-americano…

La vita di Starr viene stravolta una seconda volta, e forse l’unica cosa che la salva dall’essere la seconda vittima della violenza poliziesca quella notte – l’autore dell’omicidio non smette di puntarle la pistola addosso anche dopo aver ucciso Khalil – è il preciso decalogo che i suoi genitori le hanno imposto dall’età di dodici anni sul comportamento da tenere in caso di fermo.
Le parole del padre, Starr, le ha stampate in testa, quando sente la sirena e lo specchietto retrovisore dell’auto su cui viaggiano si colorano d’azzurro.
Devi fare tutto quello ti dicono di fare […]Tieni le mani bene in vista. Non fare movimenti bruschi. Parla solo se interpellata.
Le ha insegnato il padre, e così si comporta, “salvandosi”.

Da allora, vive un perenne conflitto interiore, che risolve decidendo di non tacere di fronte alla morte dell’amico, di non rimuoverla per dimenticare in fretta.
Non vuole convivere silenziosamente con i propri rimorsi di coscienza che si alternano agli incubi che popolano le sue notti.
The Hate U Give è “un romanzo di formazione” e il lettore viene proiettato nel mondo di una sedicenne afro-americana nel suo mutevole rapporto con il mondo e con se stessa nella sua vita di tutti i giorni, ma che tiene testa a tutti, genitori compresi.
Ai poliziotti che la interrogano e che le chiedono:
«Puoi dirci cos’è successo la sera dell’incidente?»
Starr risponde a bruciapelo:
«Intende la sera che è stato ucciso».

Una vita quotidiana fatta anche di amore viscerale per le Jordan (i vari tipi di calzature indossati da Air Mike) e per il Basket, i “cibi spazzatura”, l’irrompere improvviso della sessualità, un rapporto organico e strutturante con i social – che divengono strumenti della sua battaglia e non solo semplici passatempi – e personaggi dello spettacolo della cultura mainstream con cui idealmente tal volta si confronta, come Willie il principe di Bel Air della fortunata serie televisiva.

La sua vita si svolge dentro più di un conflitto e “tra conflitti”, basti pensare che suo zio Carlos, il fratello della madre, importante sostituto del padre durante i suoi anni di detenzione, è un poliziotto nato e cresciuto in quartiere ma trasferitosi poi nel sobborgo bianco della scuola che frequenta.
Suo zio, non rinuncia a “proteggere” la nipote anche recidendo quella “solidarietà di corpo” che è il collante della polizia in casi come questi, e prendendosi in carico un altro giovane afro-americano a cui la gang a cui era affiliato vorrebbe “fare la pelle”.

Starr sceglie di contribuire al sabotaggio della macchina del fango montata contro Khalil che viene rappresentato dai media come un criminale tout court, ed indaga direttamente sulla strada intrapresa dal suo coetaneo accusato di essere uno spacciatore appartenente ad una banda, scoprendo i motivi reali della sua scelta “extra-legale”. Decide di diffondere attraverso i social, insieme agli altri, un’ immagine dell’amico più consona alla realtà rispetto a quella stereotipata dei media mainstream, facendo divenire virale la percezione della comunità degli affetti attorno a Khalil.
Una ricerca travagliata, perché la costringe a fare i conti per ciò che provava veramente per Khalil, a far riemergere i ricordi di un passato che aveva dovuto rimuovere a causa della morte di Natasha e del “trio” che formavano insieme a lui: momenti di felicità infantile che fanno l’effetto di un pugno alla bocca dello stomaco a causa della tragica scomparsa degli amici.

Starr fornisce elementi concreti per smontare la tesi che utilizza l’inversione tra vittima e carnefice tesa a deresponsabilizzare l’agente per la morte di Khalil, affinché non si proceda giuridicamente contro di lui.
La protagonista affronta la spensierata crudeltà del pregiudizio razziale che anche una delle sue migliori amiche, Hailey, esercita su di lei, ridefinendo un universo relazionale più maturo e cosciente con un’altra sua amica asiatico-americana.
Ingaggia un confronto serrato con il suo ragazzo Chriss, figlio di una famiglia agiata che vive nel sobborgo bianco della scuola che frequenta.

Ciò che ha vissuto Starr “politicizza” le sue relazioni, in un rapporto dialettico di incontro/scontro fondato su basi nuove. Così, alla fine, Starr è un vettore di crescita di Chriss, che decide di partecipare organicamente alle proteste degli afro-americani – unico bianco in un quartiere nero in rivolta – e in maniera non meno impegnativa sceglie di affrontare il padre e lo zio di Starr che non vedevano di buon occhio il fidanzamento della figlia con un bianco, ma che alla fine si rassegnano all’evidenza che il ragazzo abbia “le palle”.
Chriss, è un “traditore di razza” disposto a mettere in discussione i suoi pregiudizi razziali inconsapevoli, in un percorso che lo porta a annullare anche il suo “machismo”, l’opposto positivo di Hailey e dei suoi tanti coetanei pronti a sfruttare la morte dello “spacciatore” Khalil solo per perdere un giorno di scuola.
Williamson, il nome della scuola che frequenta, e Garden Heitghts, il quartiere-ghetto dove vive, «sono due mondi completamente diversi» che la protagonista aveva precedentemente deciso di tenere separati, ma l’esistenza e le relazioni in questi due “universi paralleli” si intrecceranno dissolvendo le divisioni artificiali e facendo comunicare tra loro i compartimenti stagni dell’esistenza precedente.
Ma se si dissolvono nella scelta di vita di Starr, i muri della segregazione secondo la linea di colore rimangono alti per le due comunità.

Anche il rapporto con il quartiere si modifica nel corso degli eventi, una relazione complessa dove gli elementi di una irrinunciabile familiarità con le relazioni di mutuo appoggio storicamente intessute dai suoi abitanti, si alternano ad uno spazio fisico disseminato da pericoli.
Rischi dovuti allo scontro tra le gang, dove anche andare a fare due tiri in un campo di basket in un parco all’aperto in un territorio conteso può riservare “spiacevoli sorprese”.
Un quartiere dominato da un circolo vizioso che costringe gli ultimi della scala sociale – per poter emergere o più comunemente per sopravvivere – all’affiliazione ad una banda che ha come propria ragione d’esistenza lo spaccio di droga che falcidia le vite delle persone a causa della loro tossicodipendenza, della guerra per lo spaccio e delle massiccia presenza della polizia “giustificata” dalla “guerra alla droga” stessa.
Questa è una dinamica magistralmente inquadrata dalla serie televisiva dell’HBO: The Wire, affresco di una città, “nera” e “povera” come Baltimora, che ritroviamo nel libro della Thomas…

Lo spettro dell’insurrezione urbana, il riot, attraversa tutto il romanzo, e prende concretamente forma in due momenti separati aventi come apice “i disordini” che provoca la decisione della giuria di non incriminare il poliziotto che ha ucciso Khalil, nonostante la coraggiosa testimonianza di Starr di fronte al Gran Giurì e alla sua altrettanto temeraria, e non scevra di conseguenze, scelta precedente di comparire in una seguitissima trasmissione televisiva.
Il quartiere diventa teatro di una violenza contraddittoria che investe obiettivi “legittimi” della rabbia popolare: un’auto della polizia e il negozio dei pegni, come attività commerciali la cui scomparsa desertificherebbe ancora maggiormente il tessuto urbano e la condizione stessa degli “insorti”, aspetti che riecheggiano i temi sviluppati da Spike Lee in “Fai la cosa giusta”.

Riprendiamo le parole di Tupac: quello che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo.
Questa è la cifra del romanzo, se alle nuove generazioni afro-americane viene fatto bere “il latte marcio” del suprematismo bianco nel mix letale di quartieri degradati, violenza poliziesca, “carcerizzazione” e guerra tra bande come orizzonte di vita, il precipitato politico di questo non può che essere la ribellione.

Che sia lo scatto di coscienza di una sedicenne, la solidarietà tra subalterni della stessa comunità o il riot che brucia l’illusione di una società post-razziale in un quartiere dove la polizia si comporta come forza d’occupazione, la matrice resta la stessa.
Tupac è il medium, anche a livello di storia familiare, tra ciò che è stato storicamente il movimento di liberazione degli afro-americani – di cui il romanzo è pieno zeppo di riferimenti grazie alla figura del padre ed è rappresentato all’oggi dalla figura dell’avvocato-attivista che aiuta Starr nella sua battaglia.

Così come le rivolte nei ghetti afro-americani segnarono il passo a fine anni ‘60, decretando la fine dell’illusione integrazionista del movimento per i diritti civili sotto la leadership di Martin Luther King e aprendo la strada ad una “nuova” radicalizzazione degli afro-americani, così le proteste scaturite dall’uccisione di afro-americani da parte della polizia ha fatto maturare una nuova coscienza nera “organizzata” – di cui #BlackLivesMatter è l’esempio maggiormente conosciuto – facendo cambiare pagine alla società colorblindness narrata dall’industria culturale di Obama.
Questo romanzo, da cui è stato tratto un film per la regia di G.Tillman Jr., ne è un esempio potente, incalzante nella scrittura, serrato nei dialoghi, come le rime di un brano hip hop, mondo da cui l’autrice – che vive da sempre a Jackson, nel Mississippi – proviene.

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Living Colour: Shade https://www.carmillaonline.com/2017/10/26/living-colour-shade/ Thu, 26 Oct 2017 21:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41278 di Dziga Cacace

La commessa non ha voglia di star lì, è chiaro. Io ho scartabellato nel settore “hard and heavy” e niente. Poi nel settore “Black music”, zero. Allora ho provato a dirle il nome del gruppo: Living Colour. Lei ha un lampo: “Ah, quei negri!”. E mi tira fuori Vivid dal cassone del pop. Vai a capire i meccanismi per cui un disco come questo sia finito in mezzo al pop. Forse in ragione del video di Glamour Boys, chissà. È il 1989 e vi dipingo il quadro: [...]]]> di Dziga Cacace

La commessa non ha voglia di star lì, è chiaro.
Io ho scartabellato nel settore “hard and heavy” e niente.
Poi nel settore “Black music”, zero.
Allora ho provato a dirle il nome del gruppo: Living Colour.
Lei ha un lampo: “Ah, quei negri!”. E mi tira fuori Vivid dal cassone del pop.
Vai a capire i meccanismi per cui un disco come questo sia finito in mezzo al pop. Forse in ragione del video di Glamour Boys, chissà.
È il 1989 e vi dipingo il quadro: non ho neanche vent’anni, ascolto un sacco di musica, tengo a distanza il metal ma ho una passionaccia per l’hard rock. Una trasgressione controllata, diciamo, borghese: partendo dai suoni nobili dei Cream e di Hendrix sono arrivato ai Thin Lizzy e agli UFO passando per Deep Purple e Led Zeppelin e altre band ancora.
E poi mi piace anche la musica nera, chiaramente. Molto.
Riguardo la politica ho lo stesso caos mentale in testa: grandi rivendicazioni in una confusione dove si mescolano echi passati e istanze attuali.
È in questo nebbione che un bel giorno, scanalando, su VideoMusic – la mai troppo rimpianta VideoMusic, casereccia ed originale molto più della futura MTV – mi capita tra capo e collo un video coloratissimo dove quattro neri pestano come maniscalchi, tra immagini di Martin Luther King, Kennedy e Mussolini.
Aspetta aspetta: mmh, curiosi.
Non c’era la Rete per andare a farsi un’idea o YouTube per rivedersi il video.
No, bisognava aspettare e incrociare le dita che ripassasse il video o magari beccare l’articolo giusto sul giornale – sicuramente all’epoca – giusto: il Mucchio Selvaggio. E allora scopro che esiste un quartetto di neri che picchia duro, che mette in musica rivendicazioni artistiche (e in fondo perché i neri non dovrebbero suonare hard rock?) e politiche, e che è prodotto e distribuito da una major.
E vai di acquisto di Vivid, acquisto che, allora, era un atto di fede: compravi un disco e ti doveva bastare per un po’: erano 15mila lire, 15 sacchi sudati facendo il baby sitter o il cameriere. Trovai solo una musicassetta, mezzo alquanto infelice per certi versi e felicissimo per altri: l’ascolto in una sequenza definita ti costringeva ancor più del vinile (dove le divisioni tra pezzi erano leggibili) a seguire il discorso dell’artista. Era un percorso obbligato e l’album andava assunto nella sua interezza, non per brani.
E questo era un album di debutto eccezionale, sponsorizzato da Mick Jagger e subito amato da critica e pubblico.
Come definirlo? Hard rock con venature funky e noise, echi di Hendrix e James Brown, accenni di hip hop e una produzione scintillante e levigata che esaltava i ritornelli pop. Mettiamoci una voce calda e suadente ma capace di urlare e una chitarra istrionica che poteva accarezzarti con arpeggi alla Curtis Mayfield e sfregiarti con contorsioni metalliche. E poi i testi: i Living Colour accedono ai piani alti della classifica di Billboard (il disco sarà due volte platino, raggiungendo il sesto posto) cantando di diritti negati, razzismo, homeless, fiducia cieca nei leader, consapevolezza nera e privilegio bianco, disoccupazione e yuppies plastificati.
Vernon Reid, chitarrista e leader della band, è cresciuto tra musica pop, Stax, il funk rock di Sly Stone, ovviamente Hendrix ma anche tanto jazz, da quello classico fino a Eric Dolphy e il Coltrane più cosmico, arrivando ai Defunkt.
Le sue linee chitarristiche sono un flusso di coscienza, come il dripping di un Jackson Pollock sulla tela imbastita dalla batteria potentissima di Will Calhoun e dal basso di Muzz Skillings, e in questo turbinio senti il groove micidiale dei Parliament, ma anche il punk dei Gang of Four e dei Clash, l’eredità del CBGB e il sound metropolitano dei Talking Heads.
Vengo conquistato in pieno e da lì rimango innamorato perso di quel sound e di quel discorso. Son venuti altri album, sempre riusciti e premiati dalla critica ma meno facili per il grande pubblico. Dopo l’acclamato Time’s Up (1991) e il durissimo e inesorabile Stain (1993, col nuovo bassista virtuoso, Doug Wimbish) la band scompare dalla luce dei riflettori: la democrazia interna ha portato all’implosione.
Seguono anni di silenzio fino a un insperato ritorno nel 2003, con Collideoscope, album che riprende un discorso effettivamente lasciato a metà.
All’epoca scrivevo per Rolling Stone e mi arriva la proposta di intervistare Reid. Un po’ per il mio inglese, un po’ per la mancanza di tempo, un po’ perché il compito mi sembra richieda una maggiore preparazione, lascio stare, ma vedo finalmente i Living Colour dal vivo, a Trezzo. Sono sotto il palco e quando i musicisti accedono direttamente dal camerino penso a un effetto speciale, vedendo la nube che li precede. Errore: ganja pura che ci stordisce e inebria durante un concerto fenomenale, cominciato con Back in Black degli AC/DC e punteggiato da tutti i pezzi fondamentali della band, oltre a una durissima Seven Nation Army dei White Stripes, qui da noi non ancora coro da stadio.
Dopo un album interlocutorio del 2009 (The Chair in the Doorway), il silenzio, interrotto l’anno passato da un singolo, una cover di Notorious BIG, Who Shot Ya, tristemente emblematica.
E finalmente, dopo tanta attesa, a settembre 2017 arriva il nuovo album, Shade.
Che è una badilata nei denti, con la chitarra spigolosa di Reid che detta ancora legge, e basso e batteria che hanno un piglio che non trovereste in tante band di biancuzzi arrabbiati. All’attacco crunchy dei Metallica si sovrappone la sinuosità di un Prince (e tantissimo altro ancora, ovviamente), cadenzando il clangore della rabbia di una battaglia per la dignità e il rispetto che sembrava fuori tempo trent’anni fa e che oggi è più rilevante ancora, mannaggia.
L’album – va detto – non è facile, né radiofonico. Qui non c’è nulla di danzereccio, al limite il groove leggero della cover di Inner City Blues, ennesimo omaggio (a Marvin Gaye) che dà le coordinate del lavoro, così come la giustamente trasfigurata Preachin’ Blues di Robert Johnson. Del resto Corey Glover da anni andava annunciando un disco blues. Solo che qui il blues è riletto secondo la lingua arroventata di questi cinquantenni incazzati: non aspettatevi le classiche dodici battute o shuffle allegrotti. Del blues c’è lo spirito, i testi amari aggiornati alla situazione del terzo millennio, c’è l’ossessività ritmica e l’incessante lavoro delle chitarre che non si vergognano di prendersi lo spazio per dei (misurati) assoli, eloquenti nell’esprimere rabbia e dolore.
È stata un’attesa ben ripagata, insomma. E quanto è commovente, dopo anni di lavorazione, trovare un disco eccezionale quando non esistono più i negozi dove venderlo?

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