Marco Travaglio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dal Bunga Bunga al Festival. Missione compiuta. https://www.carmillaonline.com/2023/02/19/dal-bunga-bunga-al-festival/ Sun, 19 Feb 2023 21:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76167 di Sandro Moiso

La recente assoluzione del Cavaliere da cabaret non può stupire più di tanto, pertanto l’autore di queste righe non si protrarrà nel ricordare gli eventi e le polemiche che hanno accompagnato la vicenda. Già fin troppo tempo si è speso su un terreno che di opposizione politica reale ben poco aveva ma che, in compenso, è servito da paravento per segnare un passaggio epocale di tanta sinistra italica da una posizione di carattere ancora socialdemocratico ad una persa tra le spirali del liberalismo salottiero e moralista, oltre che economico, [...]]]> di Sandro Moiso

La recente assoluzione del Cavaliere da cabaret non può stupire più di tanto, pertanto l’autore di queste righe non si protrarrà nel ricordare gli eventi e le polemiche che hanno accompagnato la vicenda. Già fin troppo tempo si è speso su un terreno che di opposizione politica reale ben poco aveva ma che, in compenso, è servito da paravento per segnare un passaggio epocale di tanta sinistra italica da una posizione di carattere ancora socialdemocratico ad una persa tra le spirali del liberalismo salottiero e moralista, oltre che economico, destinate soltanto a far smarrire qualsiasi riferimento alla guerra tra le classi e ai bisogni materiali delle fasce sociali meno abbienti della società.

Sì, le lunghe “battaglie”, soprattutto mediatiche, condotte sulle “malefatte” di un premier autentico erede del Marchese del Grillo, intravisto nel nostro futuro più che nel passato nazionale da quel geniaccio cinematografico che rispondeva al nome di Mario Monicelli, avranno pure alimentato tanta ironia, anche sulle pagine di «Carmillaonline» attraverso le “Schegge taglienti” di Alessandra Daniele, ma, soprattutto, sono servite a diffondere una tendenza al moralismo e al giustizialismo che, dopo aver rinvigorito l’immagine di Marco Travaglio e del suo giornale e aver costituito le fondamenta dei “Vaffa Day” di Beppe Grillo, che hanno preceduto l’entrata in scena del Movimento 5 Stelle, ha cancellato, o almeno ha cercato di farlo, ogni riferimento al fatto che la battaglia politica, soprattutto se condotta da Sinistra, dovrebbe fondare le sue radici nelle contraddizioni reali del modo di produzione capitalistico. E non nelle sue platoniche ombre mediatiche.

Si dice che Antonio Ricci, ideatore di tanta tv berlusconiana, dai tempi di Drive In e Lupo Solitario fino ai tutt’ora inossidabili Striscia la notizia e Paperissima, sia da sempre appassionato ammiratore e collezionista di tutto quanto riguardi il Maggio francese e il Situazionismo. Così da far pensare che di quella significativa esperienza critica possa esser diventato uno dei legittimi eredi. Portando lo spettacolo ad essere l’unico elemento di riferimento per qualsiasi critica sociale e politica e rovesciando la rabbia della critica nel sorriso, nemmeno acido, dello spettacolo d’intrattenimento. Tanto da poter dire che se Bonaparte fu l’esecutore testamentario della Rivoluzione francese, così Ricci, si scusi il paragone un po’ azzardato sul piano storico e delle dimensioni effettive dei personaggi e degli eventi, lo è stato altrettanto in Italia per le intuizioni di Guy Debord sulla Società dello spettacolo.

Passato dalle collaborazioni con Beppe Grillo a quella più lunga, solida e, probabilmente, meglio remunerata col Cavaliere di Monza, l’autore televisivo, dopo essersi fatto le ossa in Rai, ha potuto scatenare il suo estro in una serie di programmi che hanno abituato il pubblico a reagire con lo sghignazzo e la battuta a qualsiasi evento politico e sociale. Trasformando così ogni evento in un puro e semplice spettacolo satirico. Anche se dai tempi di Lupo Solitario e dei gemelli Ruggeri, ivi transitati dal cabaret insieme a Patrizio Roversi e Syusy Bladi, e dell’ironica critica al socialismo reale raffigurato nell’immaginaria terra di Kroda, a quelli del Tapiro d’oro di Striscia la notizia e degli involontari capitomboli di Paperissima, qualcosa si è perso per strada. Soprattutto in termini di originalità.

Ma poco importa poiché, per i motivi appena menzionati, forse, si dovrebbe affermare che il vero artefice e stratega dei successi berlusconiani, compresi quelli processuali, sia da individuare proprio in colui che del détournement situazionista ha fatto la sua carta vincente e il grimaldello per scassinare una comunicazione “politica” già da tempo imbalsamata. Il rovesciamento, l’uso obliquo dei significati e dei fatti ha infatti finito col costituire il motore e il motivo delle narrazioni politiche italiane, certo non soltanto a partire dall’epoca berlusconiana, ma che in quest’ultima ha trionfato.

Soprattutto a Sinistra.
Un trionfo del rovesciamento che ha fatto sì che oggi gran parte del cosiddetto elettorato, ma anche chi scrive, non sappia più cosa significhi concretamente in politica il termine “sinistra”. Troppo volubile, troppo espandibile, troppo ambiguo e, come si sa, il troppo stroppia.

Una Sinistra istituzionale ammaliata dai salotti dei talk show televisivi. Una Sinistra per cui il look e l’apparenza hanno trionfato sui contenuti, così come dimostrano ancora le immagini di quella parte della stessa che esultava trionfante alla vista del Cavaliere che lasciava Palazzo Chigi nel 2011. Soltanto per sottomettersi, poi, al successivo governo Monti, lanciato in tv come salvatore della patria, non lo si dimentichi mai, proprio da Pier Luigi Bersani, e alla riforma Fornero delle pensioni. Senza nemmeno lontanamente accennare a ciò che oggi, per un tipo di riforma simile ma tutto sommato più leggera (64 anni invece di 67 per la pensione di vecchiaia) sta accadendo nelle strade e nelle piazze francesi.

Una Sinistra, infine, che si affida ai messaggi social e alle prediche vuote del Festival di Sanremo, durante il quale lo spettacolo di nani e ballerine di craxiana memoria si è ripetuto su grande scala e con un audience elevatissima. Liberalismo da strapazzo che, tra fiori che volavano per i calci di Blanco e le finte provocazioni di Rosa Chemical, Fedez e dei Maneskin, si è ammantato di “impegno civile” per mezzo dei discorsi stantii e retorici di Benigni; di un femminismo che non è riuscito nemmeno a elevarsi al livello dell’hollywoodiano “Me Too” (già piuttosto deludente rispetto ad un serio discorso sulla questione delle reali condizioni sociali e famigliari di milioni di donne); della superficiale lamentatio antirazzista e di mille altre banalità di base scambiate per discorsi “seri” e “impegnati”.

Discorsi del tutto simili a quelli contenuti nei programmi del PD che un altro uomo di spettacolo, Fiorello, ha definito “discorsi ad minchiam” dopo essersi imbattuto in un articolo dell’Adnkronos riguardante “i caratteri del nuovo partito nella quattro mozioni”, nel quale si citava testualmente: «Il nuovo Pd dovrà essere ‘aperto’, ‘inclusivo’ e ‘di prossimità’. Ma anche ‘paritario’, magari con una ‘cosegreteria’ o comunque con vertici ‘duali’ uomo/donna, e mai più ‘verticista’».

Il successo di tanto chiacchiericcio inutile e vuoto, tutt’altro che classista, si è visto, ad esempio nel calo dei tesserati del PD, sul quale pesano nonostante tutto anche le false tessere campane, la scarsa attenzione per il suo congresso (soprattutto nelle sezioni di tradizione “operaia”) e nel risultato delle votazioni regionali di Lazio e Lombardia in cui, guarda caso, il vero vincitore è stato l’astensionismo. Un astensionismo cosciente, non nel senso politico ma di rabbia e disgusto volutamente espresso attraverso il non voto. Come ha ammesso Stefano Fassina in un articolo dell’«Huffington Post» del 16 febbraio scorso:

Un’astensione con un nettissimo segno di classe. A tal proposito, le analisi delle precedenti tornate elettorali, amministrative e politiche sono inequivocabili. In attesa della scomposizione sociale del voto del 12-13 febbraio scorso, ne troviamo chiara conferma nell’affluenza a Roma, dove la quota di votanti in ciascun Municipio è direttamente proporzionale al reddito medio in esso registrato. […] In sintesi brutale, chi ha più bisogno di politica sta lontano dalla politica e, quando si avvicina alla politica, sta lontano dalla sinistra ufficiale…

Astensionismo che segnala anche, però, la possibilità di una rinascita futura di movimenti spontanei dal basso, poco ideologizzati e ancor meno inquadrabili ai fini dell’ormai cadaverico parlamentarismo. Manifestazione di uno scontento diffusissimo, giovanile e non, operaio e non, femminile e non, che per forza di cose dovrà, in forme ancora tutte da definire, rivolgersi contro l’attuale sistema di valori “condivisi” e di sfruttamento diffuso, mal retribuito e spietato del lavoro salariato. In sostanza, contro il capitale e le sue guerre sociali e militari.

Per ora, Berlusconi ha vinto e si sfrega ancora una volta le mani felice. Ma non ha vinto per i cavilli legali utilizzati dai suoi abili avvocati e nemmeno per le crepe apertesi nella magistratura e nel suo lavoro. Sempre fin troppo efficiente nei confronti di anarchici e No tav. Anche se Marco Travaglio potrà piangere ancora su puttanieri scagionati e giudici minacciati, mentre ancora qualche giorno fa il suo giornale mostrava un’immagine di prima pagina in cui alle spalle di Alfredo Cospito si proiettavano le ombre dei mafiosi, sbandierando il suo giustizialismo “tradito” nelle aule di tribunale e parlamentari.

Silvio Berlusconi rimane l’autentico vincitore di Sanremo, tant’è vero che del, tutt’altro che monolitico, blocco di centro-destra è stato l’unico a non iniziare la tiritera opposta su foibe, famiglia e droga. Perché sapeva di aver vinto, insieme ad un Guy Debord rovesciato nel suo contrario (com’è destino di ogni teorico del détournement), quando ha visto il Presidente della Repubblica inchinarsi davanti allo spettacolo e alle sue implacabili leggi. In nome dei discorsi di “impegno civile”. Mentre, Zelensky, nel ruolo di fantasma europeo, poteva soltanto aggirarsi ma non manifestarsi di persona sul palco dell’Ariston.

Dunque, dopo tanti anni, missione compiuta per il Cavaliere. Con la Sinistra istituzionale definitivamente rovesciata nel contrario di ciò che avrebbe dovuto essere e “rifondata” a immagine e somiglianza del glamour dei programmi Mediaset.
The king is dead, long live the king!
Anche se all’orizzonte già si delinea il volto confuso di uno strano soldato…

APPENDICE

Si allega qui di seguito, per dover di cortesia e non per altro, la precisazione richiesta all’autore dall’Ufficio Stampa di Striscia la notizia.

PRECISAZIONE CON RICHIESTA DI PUBBLICAZIONE

Dal Bunga Bunga al Festival. Missione compiuta.

Gentile Sandro Moiso,

abbiamo letto il suo pezzo “Dal Bunga Bunga al Festival. Missione compiuta”, apparso su Carmillaonline.com il 19 febbraio. Superata una certa sorpresa nell’assistere al divertente e creativo tentativo di collegare l’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo “Ruby ter” al Festival di Sanremo 2023 e all’impatto sul linguaggio televisivo (e non solo) avuto da Striscia la notizia e dai programmi di Antonio Ricci, ci teniamo a precisare alcuni punti che ci sembrano decisivi.

Drive In, come d’altra parte anche Lupo solitario, che lei cita, è stato un programma innovativo, libero e libertario. Era una caricatura delle abitudini degli italiani e della società dell’epoca: un programma comico e satirico che ha irriso e messo alla berlina protagonisti, mode e personaggi degli anni 80. Una parodia dell’Italia di quegli anni esagerati, del riflusso, dell’edonismo reaganiano e della Milano da bere. Omar Calabrese, Luciano Salce, Giovanni Raboni, Federico Fellini, Umberto Eco, Oreste Del Buono, Angelo Guglielmi e tanti altri intellettuali dell’epoca la definirono «la trasmissione di satira più libera che si sia vista e sentita per ora in tv» o «l’unico programma per cui vale la pena di avere la tv».

È andato in onda dal 1983 al 1988, quindi molti anni prima della fondazione di Forza Italia e non ha nulla a che fare con l’impegno politico diretto di Silvio Berlusconi.

E seppure, come scrive lei, a Striscia la notizia, che è nata nel 1988, a volte si ride, è pure vero che non è sempre così. Si ride pochissimo quando, come in questi giorni, si mandano in onda immagini delle violenze dentro il CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Palazzo San Gervasio, delle gabbie in cui vengono rinchiusi gli “ospiti” della struttura, delle fascette di contenzione, della “terapia” a base di sedativi che alcuni di loro sono costretti a prendere. Tanto più che Striscia la notizia è l’unica voce di denuncia, nell’indifferenza generale della stampa nazionale. A Striscia si ride pochissimo anche quando salta in aria l’auto dell’inviata da Palermo, Stefania Petyx, che tra i tanti servizi contro le mafie ne ha realizzato uno a Corleone, proprio sotto la casa di Totò Riina. O quando in redazione arriva un pacco bomba o quando viene data alle fiamme la casetta di un inviato. Si ride pure pochissimo quando si denunciano magagne, errori, inefficienze del nostro Paese e lo si fa senza riguardi per le più importanti imprese pubbliche e private, dall’Eni a Fca, a Telecom, e per questo si accumulano più di 400 vertenze legali, e neppure quando si indaga sulle acque minerali, i supermercati, le grandi aziende che talvolta sono sponsor della rete televisiva che manda in onda il programma. È chiaro che tutti noi (lei compreso) potremmo sempre fare di più. Ci proviamo, spesso non ci riusciamo e aumenta il disincanto nel constatare che una risata, anche finta, non seppellirà nessuno.

Con i nostri più cordiali saluti

L’ufficio stampa di Striscia la notizia

P.S. Antonio Ricci non ha mai firmato esclusive di alcun genere con nessuna rete proprio per avere la più grande autonomia possibile.

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ESCLUSIVO Il figlio etiope di Indro Montanelli ipoteca le redazioni dei giornali. Vuole miliardi per danni e diritti d’autore. https://www.carmillaonline.com/2021/05/30/esclusivo-il-figlio-etiope-di-indro-montanelli-ipoteca-le-redazioni-dei-giornali-vuole-miliardi-per-danni-e-diritti-dautore/ Sun, 30 May 2021 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66402 Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto. Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Diamine, sono nato nel 1936, o quando, se no? L’omo si sfoga, ’un c’è verso. Mamma era giovane, ogni italiano aveva una sciarmutta, due, tre. La parola minorenne qui ’un c’era. Venga, venga, ma attento a dove mette i piedi, ho fatto l’orto.
Le sciarmutte vietate? Sì, all’italiana. E poi, via, in ogni conquista c’è la preda, come nel Grand Tour dei signori. Goethe a Roma aveva una ragazzetta, Rousseau a Venezia manteneva una bimba di undici anni, diceva che gli sonava il pianoforte. La verità prude, eh? «E lascia pur grattar dov’è la rogna». Certo, ho un dantino rilegato, lo scordò qui babbo e lo tengo sul canterano. Ogni tanto sciacquo i panni in Arno anch’io. Aisha! Aisha, karkadè per due e poi vattene in cucina!

Mi danno del bugiardo? A me che voglio bene a tutti? De Benedetti, per esempio, mi fa venire i lucciconi. Ha trattato così male «Repubblica», «l’Espresso» e «Limes», che ’un gli è rimasto nulla. Un quotidiano organo ufficiale delle persone intelligenti, un settimanale che parlava di scandali quando «Playboy» era indeciso fra le parole e le fotografie, e una rivista col titolo in latinorum. Sicché: ogni giorno in maschera da cittadini, una volta a settimana chiacchieroni e tutto l’anno reazionari. E sull’assortimento, ci fai un fiocco col riprillo.

Il mi’ babbo? ’un lo vedevo mai. Stava fra giornali e salotti ammodo. Ma guardi, se Lei crede di venir qui a fare un pettegolaio, può tornarsene in Italia. I miei diritti hanno le loro ragioni.
Sono l’erede. Sono pronto a qualsiasi esame. Le analisi del DNA le avete inventate voi. Una volta tanto, andranno a pro di un affricano. Che sono l’unico, è più facile crederlo che negarlo: diamine, Lei pensa che quell’omo rinsecchito, vecchio anche da giovane, amabile come un cignale e largo come Stenterello, spezzasse il cuore alle dame? A Fucecchio – un borgo grande come un tucul ma diviso in due clan – gli garbavano le sassaiole fra quelli del monte e quelli del piano: «insuesi» e «ingiuesi». In Affrica venne a sfogarsi e scappò. Da ammogliato, burrasche. E dopo, la compagna che preferiva sui ginocchi era l’Olivetti. Altri figlioli, ’un ce n’è di sicuro. Se qui riesco a fare il vino e l’olio? o perché lo dovrei dire a Lei?

Parliamo del carattere. Non si vedeva? I modi ferrigni di una zitella, gli occhi strabuzzati peggio del duce, sempre a pungere e lisciare, più nascondino d’una serpe. E stia attento, perché qui viene il bello. Il giornalismo di babbo era fatto di divagazioni, di lingua sciolta, era un libro di stroncature e adulazioni, un discorso allusivo. Le sue battute lasciavano il segno, ma solo sui deboli, come coltelli senza manico che feriscono chi li impugna, a meno che abbia le mani guantate di ferro. Halima, non c’è bisogno che pulisci qui, ora! spazza e dai il cencio di là!

Le sue inchieste arrivavano sull’uscio del fastidio. Il trucco era lasciar capire che si sa molto, rivelare qualcosa, come un filo piccino picciò, che il giornalista potrebbe tirare, se gli garbasse, per far venire fuori il gomitolo. Allora si fa carriera: io so, tu sai che potrei dire, ruzzo, mi cheto e te mi paghi. Ci vogliono fiuto, parola abile, contatti, passato disinvolto, memoria da elefante. Ho detto il trucco era, ma alla precisa: il trucco è. Dire e non dire, dare e non dare. Assaggi un cantuccino, prego. No, le briciole le metta qui, poi ci governo le galline.

Certo, i fatti d’Ungheria nel ’56. A maggior ragione, un capolavoro. Budapest era insorta, la stampa borghese voleva una rivolta per il mercato. Babbo fu furbo: avanti la verità, essere il primo, avanguardista del giornalismo della guerra fredda: i ribelli erano comunisti contro il Cremlino, libertari e contrari al blocco sovietico. Spiazzò tutti. In gamba, non c’è che dire. Fece intendere che sapeva e lo riconobbero. Chi sa dire davvero, davvero sa tacere. Fermo, non dia nulla al gatto, ché altrimenti non piglia i topi.

No, guardi: su codesto, gnorri. La storia del telegramma, quella la trova in L’orgia del potere di Mario Guarino. Babbo riuscì davvero, alle Poste centrali, a fermare un telegramma spedito per disguido? Il telegramma che avrebbe svelato alla prima moglie di Berlusconi la relazione con Veronica Lario? Primo, Le ho detto niente pettegolaio. Secondo, che i giornalisti facciano molti mestieri non è un segreto. Vada a chiedere a Eugenio Scalfari i suoi rapporti con Lino Iannuzzi o perché trattò Antonio Ingroia a quella maniera. Oppure vada a scoprire come ha fatto Renato Farina, l’agente Betulla, a continuare a lavorare. Poi riveda i battibecchi tra Gad Lerner e Giuliano Ferrara, quando si danno le dita nell’occhi e le pedate negli stinchi su Berlusconi e Agnelli. A proposito di Ferrara, gli chieda come fece ad avere in anticipo l’articolo di Antonio Tabucchi destinato a «Le Monde». E già che c’è, si rigoda Marco Travaglio su Berlusconi, dopo averne detto peste e corna. Cosa c’è, Nyala? Non hai finito, all’acquaio? Vai e lustra ammodo, lesta!

E per colmo di burletta, i giornalisti gridano contro i traffici e i privilegi degli altri. Se ne rammenta, di quel libro? La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, che ne vendettero e ne vendettero e a me nulla mi dettero. Come se non si conoscessero i nepotismi, le ambizioni, la fregola, le bizze, la prosopopea del giornalismo italiano. Ma lo sa che Paolo Mieli da moccioso promise a sua madre di diventare il direttore del «Corriere della sera»? Volitivo, il bimbo, eh? Poi vai a vedere le famiglie, e ne trovi pochi sopportati dalla moglie. Sì, c’è anche qualche buon marito, fra i giornalisti: qualche marito in tailleur, con la permanente e il rossetto che cola di sudore.

Ma sia chiaro: dei quattrini che Berlusconi diede a babbo quando uscì dal «Giornale», io non ebbi neanche un centesimino. Comunque, a guadagnarci non fu punto il cavaliere. Babbo rifece filotto come in Ungheria, fu il migliore sul campo, con più di ottant’anni sul groppone. Da un giorno all’altro, campione della libertà di stampa, a reti unificate. Lui che tanti anni prima si era ridotto a Telemontecarlo, per smoccolare che in Italia c’era il comunismo. Sì, codesta è panzanella, ne vuole un cucchiaino? Il pane secco lo fo ammollare a buio, quando controllo che tutte abbiano rigovernato ammodo, queste pigrone sciabisolche. Qui ’un si butta via nulla.

Dicevo, non è un caso, se «il Fatto Quotidiano» prese babbo per bandiera. Se lui fosse rimasto con Berlusconi, gli antiberlusconiani non avrebbero avuto la loro immaginetta da capezzale. Corro troppo? No, è l’aria dell’Affrica: è Lei, che ha corti il fiato e la vista: la stampa italiana ha un debito col mio babbo. Per aver seguito l’esempio? Bah, sì e no. Per averlo usato e tradito, direi: lui sapeva scrivere, inventava bene e ti scodellava una prosa scoppiettante che scànsati. E ora? Si vergognano tanto del loro chiacchierume, che danno spazio al sondaggista, all’esperto, al profondo conoscitore, all’analista, al politologo. I giornali son tutti uguali, tutti in favella dormitiva: o battutame trito e rivogato, o litanie struggine da mortorio. Minestre riscaldate e senza sale; brodo di zucca e vin di bozzacchioni. Un po’ per diritti d’autore, un po’ per danni, devono pagare, e io sono l’erede.

Cosa ci farò coi quattrini, lo so io. Qualità, diamine, assortimento, igiene. Clientela pulita, commercio onesto. Di chi… ehm, voglio dire di che cosa, è affar mio. Per le persone di volontà, c’è sempre posto. E riserbo garantito, niente trappoloni per la gente di riguardo; per intenderci, niente trattamento Marrazzo, via: che a incastrare quel citrullo furono più i politici e i giornalisti che le guardie. Insomma, la merce l’ho già, e non tutta usata, anche fresca da rinnovare, bella soda. Bisogna far partire l’organizzazione. E che debbano pagare uno con la pelle scuretta, buon pro, a me mi fa un baffo. Pagheranno uno che si comporta da persona educata. Faizah, portami le pianelle! Pillaccherona, sei sorda?!

Sulla Toscana, non fo il nesci. La toscaneria caricaturale va bene per le cartoline degli alberghi marca agriturismo, tutti uguali e finti come i discorsi di Matteo Renzi. Al fondo c’è un argento vivo battagliero, e non è un caso, se i due campioni della contesa, della linguacciutaggine, del bastiancontrario, vivi anche da morti, sono toscani: babbo e Oriana Fallaci. Anche il sardo Gramsci, dalla galera ammirava Machiavelli per far dispetto al papa. Ha capito? No?! Allora è duro di comprendonio! Mettiamola così: prendi il cinismo di Machiavelli e la schiena comodina di Guicciardini, mettici sopra l’estro di Curzio Malaparte e l’arroganza di Alessandro Pavolini, insudicia ogni cosa con un Risorgimento mancamentato dal fascismo, e avrai una voce toscana di successo. Ma di giochi di parole non mettercene troppi, altrimenti ti ritrovi alla Leopolda, con un bastraone che crede di rottamare tutto e perde il referendum e il governo in un colpo solo. Aisha! Questo karkadè è un troiaio! Fallo rifare da Zeina o da Kadida!

Quanto a Mondadori e gruppo «Repubblica», a maggior ragione. Partiamo dall’inizio della ricolonizzazione, fra l’assassinio di Enrico Mattei e la prima crisi petrolifera. Abbia pazienza, sa, ma io ragiono da qui, dall’Affrica. Dagli anni Sessanta la mafia ricicla denaro nel mattone e nell’industria, intanto la manifattura automobilistica condivide la spartizione del potere e cambia il volto dell’Italia. E il giornalismo? Poche eccezioni messe alla zitta nel sangue, e si adegua. Poi arrivano la droga e il suo riciclaggio nelle televisioni private. Col lodo Mondadori c’è una prima resa dei conti, attraverso la corruzione di magistrati. Il resto segue, ne conviene?

Che adesso si mescano lacrime di coccodrillo perché i padroni dei giornali ingavonano tutto in un mucchio, anche con un colosso multinazionale dell’automobile, Le pare tanto strano? È lo stesso aggeggiare, rimescolando le carte del mazzo. Siamo alle solite. E i giornalisti italiani, dentro i fatti, ci dovrebbero ficcare bene l’occhi; invece ci mettono le mani, il portafogli e le mutande. A quella maniera, faranno sempre un giornalismo smanaccione, arraffino e mutandaio.

Poi, vede, si fa presto. Quando venne in Affrica nel ’35, mi’ padre scrisse che la guerra era una villeggiatura, un premio agli italiani dato da Mussolini il «gran babbo». E ora? I giornali son pieni di figli di papà, il potere parla un linguaggio paternalistico che ohimmei, il giornalismo ha voglia di padre padrone e tratta i lettori come bimbetti. È il granbabbismo del mio babbo che ha fatto scuola. Il colonialismo ha ipotecato la comunicazione, e io non dovrei ipotecare i giornali?

Non mi parli della strage del Padule di Fucecchio, adesso. Sì, sì, quei dugento contadini ammazzati nel ’44. Ma non creda di saper tutto, Lei, perché c’ha fatto un libriccino. Babbo vedeva il mondo da vicino e da lontano. Mi segua. Nel ’37 ci fu la rappresaglia italiana qui, a Debra Libanos. Fu proprio di maggio, come ora, ero piccino e m’andò bene, poteva toccare anche a me. A Graziani gli s’era fatta la bua a una gamba, e ammazzarono migliaia di etiopi, anche i monaci. La più grave strage coloniale di cristiani, in questo continente, la fecero i cristiani di Roma. Allora, quando babbo seguì il processo su Fucecchio, nel ’47 per il «Corriere d’informazione», che poteva dire? che i tedeschi non dovevan fare in Toscana quello che gli italiani avevan fatto qua? E dopo, quando nel ’98 andò a testimoniare al processo di Theo Saevecke, che aveva comandato le SS a Milano mezzo secolo prima?! Ma andiamo!

Il processo Saevecke, sull’eccidio a Milano nel ’44, usciva dall’Armadio della vergogna, l’archivio sulle stragi naziste che a Roma era rimasto nascosto all’opinione pubblica, nei locali della magistratura militare, fino al ’96. Non mi segue? Ah, ma allora Lei non sa un accidente! A Milano i tedeschi avevano catturato e liberato babbo, e anche Ferruccio Parri, e anche Mike Bongiorno. O chi c’era, a Milano? Saevecke! Nel dopoguerra, Parri è l’antifascismo perbene, Mike Bongiorno fa la televisione perbene e babbo il giornalismo perbene. La vedo groggi. Si accorge ora, che il perbenismo italiano postbellico era passato per i comandi delle SS? Il giornalismo non è un mestiere per gente schizzignosa.

Il mio giudizio sul governo di Mario Draghi? È così tecnico che ha bisogno delle consulenze del McKinsey, ma così politico che ’un si deve dire se è destra o sinistra. E poi, giù, ’ndiamo: il giornalismo si divide fra chi a Draghi gli porta l’acqua con l’orecchi e chi lo critica per finta. E anche questo, non dimostra il credito di babbo? Allora, i diritti sono miei. Il governo è quello ideale, in questo momento. Il problema è quanto dura, questo momento, perché nel momento in cui lo dico, il momento potrebbe essere passato. E non scriva che sono polemico, guardi che sono un Montanelli anche se non c’è sul passaporto.

La mia ipoteca su tutte le redazioni, a cancellarla non ci penso né punto e né poco. Io sono l’erede, da quella notte in cui una sciarmutta diede un po’ d’amore a un fascista. Per lui, un momento tenero in una vita di stizza e d’aceto.
Aspetti, le regalo un ovo. Lo prenda. No, giù codeste ditacce! Ecco: questo piccino.

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Tra madame e sciarmutte, ricompare il mito del “buon italiano” https://www.carmillaonline.com/2020/07/06/tra-madame-e-sciarmutte-ricompare-il-mito-del-buon-italiano/ Mon, 06 Jul 2020 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61061 di Armando Lancellotti

Come più volte si è scritto su “Carmilla” [1] [2] [3], il mito del “bravo italiano”, ossia quell’autorappresentazione nazionale, assolutoria e rassicurante, che vuole che l’italiano – per natura, indole e cultura – non sia capace di atti efferati, di crimini crudeli e che pertanto, anche in tempo di guerra, si dimostri mite, bonario, umano e quasi sempre ben disposto anche nei confronti del nemico, è uno stereotipo paradigmatico così profondamente radicato nella coscienza collettiva italiana che, al presentarsi di ogni occasione favorevole, ricompare per manifestarsi in tutte le sue molteplici [...]]]> di Armando Lancellotti

Come più volte si è scritto su “Carmilla” [1] [2] [3], il mito del “bravo italiano”, ossia quell’autorappresentazione nazionale, assolutoria e rassicurante, che vuole che l’italiano – per natura, indole e cultura – non sia capace di atti efferati, di crimini crudeli e che pertanto, anche in tempo di guerra, si dimostri mite, bonario, umano e quasi sempre ben disposto anche nei confronti del nemico, è uno stereotipo paradigmatico così profondamente radicato nella coscienza collettiva italiana che, al presentarsi di ogni occasione favorevole, ricompare per manifestarsi in tutte le sue molteplici declinazioni possibili, con l’automatismo infallibile di una sorta di coazione a ripetere. Un’autorappresentazione falsa ed ideologica che dal dopoguerra è andata progressivamente consolidandosi, per divenire infine contenuto e forma essenziali dell’immagine che il popolo italiano tende a proporre di se stesso.

Numerose e complesse sono le dinamiche storico-politiche che hanno plasmato la leggenda degli “italiani brava gente”, così come gli interessi divergenti di forze politiche, parti della società e soggetti internazionali molo diversi, ma alla fine convergenti nella creazione di un mito che, dopo il 1945, rispondeva alle esigenze di molti: i reduci del fascismo da poco crollato, i due principali e contrapposti partiti della nuova Italia repubblicana e democratica (DC e Pci), gli Alleati angloamericani. Senza scendere nel dettaglio, in questa sede basterà ricordare quanto perniciosi siano stati gli effetti della ipostatizzazione ideologica di questo distorto mito collettivo: esso infatti ha determinato la sostanziale rimozione delle pagine peggiori della storia del fascismo italiano e delle sue tante guerre e ha trasformato un passato storico, che è ancora “prossimo” – non è, infatti, trascorso ancora un secolo dagli anni in cui, per esempio, camice nere, soldati e civili italiani si macchiavano di crimini brutali in Africa – in un “trapassato remoto” fondamentalmente ignorato o comunque avvertito come così lontano da non intrattenere più alcun legame col presente.

La ricerca storiografica, già da molto tempo e negli ultimi trent’anni almeno con un continuo crescendo quantitativo e qualitativo di studi e progetti, ha prodotto una conoscenza storica ormai molto approfondita di fenomeni quali l’antisemitismo italiano, il razzismo coloniale, i crimini di guerra compiuti sui diversi fronti, i campi di concentramento fascisti, ma questa davvero considerevole mole di ricerche effettuate, di pagine e di volumi scritti e stampati sembra non essere in grado di scalfire la forza di resistenza del mito del “bravo italiano”. La polemica consumatasi a metà giugno sulla carta stampata italiana, a seguito dell’imbrattamento a Milano della statua di Indro Montanelli e della richiesta della sua rimozione, sulla scia di analoghi fatti accaduti in molte città e paesi del mondo, come forma di protesta contro il razzismo e dopo i fatti di Minneapolis e la morte di George Floyd, ha visto coinvolto soprattutto Marco Travaglio, che, nel tentativo di scagionare dalle accuse di razzismo, sessismo e stupro colui che ritiene il proprio mentore e punto di riferimento professionale ed intellettuale, è scivolato in considerazioni, tanto sull’operato di Montanelli in Etiopia quanto sul contesto storico e politico dell’impero africano italiano, a dir poco sgangherate ed imbarazzanti.

Ora che col trascorrere dei giorni la polemica si è smorzata, diviene possibile osservarne i contenuti e le questioni sollevate, tralasciando per il momento la contingenza del fatto in sé (l’opportunità o la fondatezza della richiesta di rimozione del monumento), così come la gravità degli atti compiuti in Etiopia a metà degli anni Trenta del secolo scorso da Montanelli (che comprò una bambina di 12 anni, la sposò e ne abusò sessualmente, secondo le modalità del “madamato”, largamente praticato dagli ufficiali italiani in AOI). L’intero impianto del ragionamento di Travaglio – facilmente reperibile su “Il fatto quotidiano” come su altri giornali di metà giugno – si regge sui passaggi logici tipici del riduzionismo storico, che può facilmente lambire il peggior revisionismo, anche quando si premura di dichiarare il contrario, come premessa generale del discorso. Nell’intervista rilasciata per Accordi&Disaccordi di Andrea Scanzi e Luca Sommi [ilfattoquotidiano.it 13/06/2020] Marco Travaglio ripropone la consueta immagine di un colonialismo – quello italiano – da “operetta”, un po’ straccione e un po’ improvvisato, intrapreso da un paese che, arrivando per ultimo nella corsa all’Africa, cercò di prendere quel poco che rimaneva, lo scatolone di “sabbia libico” o poco più, ecc.

Sembra (fingere di) dimenticare il direttore de “Il fatto quotidiano” che l’imperialismo italiano non fu un’iniziativa estemporanea, scollegata dal quadro complessivo della politica dei governi dell’Italia liberale, prima e fascista poi; che esso fu un obiettivo costante della politica estera italiana per sessant’anni almeno – da Depretis e Crispi fino alla seconda guerra mondiale; che per conquistare l’Abissinia il nostro paese di guerre ne intraprese almeno due, essendo necessario contare anche quella crispina conclusasi con la disfatta di Adua; che per prendere la Libia l’Italia giolittiana dichiarò guerra all’impero ottomano, contribuendo ad aggravare un quadro politico internazionale già sull’orlo del precipizio; che per “riconquistare” Tripolitania e Cirenaica dopo la Grande guerra, il fascismo, coi Badoglio e i Graziani, adottò strategie e pratiche di repressione e terrore contro la popolazione civile cirenaica, superate per ferocia solo da quelle poi messe in opera dagli stessi due alti ufficiali fascisti in Etiopia, con il ricorso alle armi chimiche e ai gas, ai campi di concentramento, allo stragismo sistematico contro civili inermi.

Se, come opportunamente e correttamente scrive Travaglio, tutto va ricondotto al “contesto” storico particolare, allora “questo” è il “contesto” in cui va collocato anche l’operato del giovane ufficiale di un battaglione di ascari eritrei, Indro Montanelli, cioè quello di una Italia fascista, guerrafondaia, imperialista, profondamente razzista e quel giovane ufficiale si comportò da fascista, colonialista e razzista. La rigorosa e doverosa adesione al contesto storico è indispensabile infatti per la corretta comprensione dei fatti, non per la giustificazione o l’assoluzione degli attori di quei fatti; perché se così non fosse, allora una qualsiasi azione – anche la più feroce e criminale – se coerente col contesto storico generale in cui si svolge, ne uscirebbe giustificata ed insieme ad essa il suo attore.

Sostiene Travaglio:

È un’accusa che mi fa sorridere. Lui voleva diventare abissino. Era andato in Africa un po’ nel mito del Duce, ma soprattutto nel mito di Kipling, di cui era un grande lettore. Gli piaceva l’avventura. Era partito per l’Africa come il classico europeo affascinato dall’ avventura esotica, dalle popolazioni indigene. Si era immerso nelle tradizioni e nella cultura del luogo. I commilitoni africani gli dissero: “Tu sei single, ti devi sposare”. E lui, a differenza di altri soldati che semplicemente andavano a prostitute, preferì prendere moglie. Allora c’era anche il cosiddetto “madamato”, questa sorta di sposalizio provvisorio, nato più che altro per evitare la prostituzione e le malattie. Una via di mezzo fra il matrimonio nostro e quello loro. Era del tutto normale, allora, sposarsi a partire dai 12 anni, per le ragazze abissine, come lui stesso ha spiegato diverse volte. È per questo che mi fa sorridere l’accusa di razzismo. […] Non credo che Montanelli fosse un santo, semplicemente gli eritrei gli hanno spiegato che da loro il matrimonio funzionava così, dai 12 anni le donne si sposavano, a 20 anni erano vecchie, a 30 morivano. Quella era la tradizione. Non era vissuta come una violenza, né dall’ uomo né dalla donna. E non c’era il corteggiamento o il fidanzamento: il matrimonio era combinato quasi sempre dalle rispettive famiglie. Si faceva così e lui ha fatto così. Non ha mai avvertito la cosa come razzismo. Che era ben altra cosa, come ha spiegato lo storico Angelo Del Boca sul Fatto, ossia vietare le unioni miste, il matrimonio con i non italiani. […] Ad anticipazione delle leggi razziali del 1938, Mussolini cominciò a censurare Faccetta nera e tutte le canzoni che inneggiavano alle unioni miste. Nel ’37 ci fu la svolta, si decise che bisognava bloccare le unioni miste e il miscuglio del sangue, e Faccetta nera diventa una canzone proibita. Prima, era una canzone che, a suo modo, indicava l’integrazione. Era il contrario del razzismo. Il razzismo lo sposa Mussolini dopo il 1937 e l’anno successivo promulga le leggi razziali. Nel 1937 diventa reato anche il madamato e si proibisce il matrimonio misto anche per chi si fermava a vivere nelle colonie. [famigliacristiana.it 17/06/2020]

Insomma il colonialismo e la guerra per l’impero fascista sono ridotti all’avventura esotica nel nome di Kipling, come se la teoria del “fardello dell’uomo bianco”, cantata dall’omonima poesia dello scrittore britannico, non fosse proprio il concentrato di quel paternalismo razzista di cui anche la sottomissione fisica e lo sfruttamento sessuale della donna africana conquistata sono dirette conseguenze. Il ricorso al madamato viene presentato come una forma di rispetto delle tradizioni locali da parte di un ufficiale aperto e ben disposto nei confronti della popolazione conquistata (mentre per la truppa rimangono le sciarmutte) e non come qualcosa di riprovevole che mai lo stesso Montanelli avrebbe anche solo immaginato di compiere con una dodicenne italiana e dalla pelle bianca, prova provata, cioè, di quanto il senso di superiorità e di disprezzo verso i neri abissini sostanziasse il razzismo fascista in AOI. E come se non bastasse “Faccetta nera” viene interpretata come un inno all’integrazione, all’incontro tra popoli e razze, inneggiante alle unioni miste! Ne consegue che per Travaglio anche il madamato favoriva l’integrazione e il confronto paritario tra uomini italiani e donne abissine. Possibile che Travaglio non capisca (finga di non capire) che i provvedimenti di discriminazione e segregazione razziale introdotti in AOI nel 1936/’37 e che effettivamente, tra le altre cose, impedivano la frequentazione di sciarmutte e madame per evitare il rischio della nascita di meticci e della mescolanza del sangue, altro non erano se non l’altra faccia della stessa medaglia, che si chiama in un solo modo: razzismo? Una sola delle argomentazioni di Travaglio sopra riportate ci risulta corretta e condivisibile: la relazione consequenziale che stabilisce tra i provvedimenti razzisti africani del ’36/’37, che fecero da premessa, preparandone il terreno, e le leggi razziali antisemite del 1938, che sono pertanto da intendersi come parte integrante dell’ideologia e della politica fasciste degli anni Trenta e non come un’appendice posticcia, conseguente alla volontà di compiacere l’alleato germanico.

Va precisato che l’arringa difensiva di Marco Travaglio – così scomposta, approssimativa e piena di stonature, che probabilmente il suo destinatario non l’avrebbe desiderata – si riferisce ad un solo caso, quello di Montanelli, appunto, e non esprime l’intenzione di assolvere l’imperialismo fascista nel suo insieme; ma seppur riferita ad un solo individuo, essa presenta gli stessi stereotipi e i medesimi passaggi logici che, trasferiti ed estesi dalla parte al tutto, reggono e sostanziano il mito degli “italiani brava gente”, che anche quando interpretano il ruolo del colono conquistatore, quando prendono possesso e dominano terre e popoli ritenuti inferiori non perdono mai completamente quella bonarietà e quel sentimentalismo che ne contraddistinguerebbero l’indole. Ecco allora che l’«Arcitaliano» (così da numerosi suoi estimatori Montanelli viene considerato) coincide in toto con il «Buon italiano».

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Cui prodest? https://www.carmillaonline.com/2014/01/16/cui-prodest/ Thu, 16 Jan 2014 00:00:58 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11999 di Sandro Moiso

  cittadino1Confusion will be my epitaph” (Epitaph, King Crimson 1968)

Se i macroscopici errori contenuti nel recentissimo sceneggiato televisivo, trasmesso su Rai 1, dedicato al commissario Calabresi fossero soltanto da attribuire alla grossolanità della sceneggiatura e all’insipienza della regia non ci sarebbe di che stupirsi. Né, tanto meno, ci sarebbe argomento del contendere: da più di vent’anni ormai il cinema e gli sceneggiati televisivi italiani, a parte pochi e rarissimi casi, fanno cagare.

L’impressione che però si ha di fronte alle attuali produzioni televisive e cinematografiche (dalla serie “Gli anni spezzati”, che ruba il titolo ad un [...]]]> di Sandro Moiso

 
cittadino1
Confusion will be my epitaph” (Epitaph, King Crimson 1968)

Se i macroscopici errori contenuti nel recentissimo sceneggiato televisivo, trasmesso su Rai 1, dedicato al commissario Calabresi fossero soltanto da attribuire alla grossolanità della sceneggiatura e all’insipienza della regia non ci sarebbe di che stupirsi. Né, tanto meno, ci sarebbe argomento del contendere: da più di vent’anni ormai il cinema e gli sceneggiati televisivi italiani, a parte pochi e rarissimi casi, fanno cagare.

L’impressione che però si ha di fronte alle attuali produzioni televisive e cinematografiche (dalla serie “Gli anni spezzati”, che ruba il titolo ad un bellissimo film-antimilitarista ed anti-imperialista di Peter Weir, all’ancor recente “Il romanzo di una strage”) è che tale superficialità sia voluta. Una confusione di simboli, affermazioni e ricostruzioni raffazzonate che non dipende soltanto dalla mano degli autori, in alcuni casi, anche se non sempre, di destra. Ma che dipende, invece, da una ben precisa volontà di sovvertire l’ordine e il significato storico, politico e sociale degli avvenimenti rappresentati.

Lotta di classe è brutto” potrebbe essere il titolo sotto cui raccogliere tali capolavori che, in tutte le loro varianti, tendono a rimuovere e negare la centralità della lotta di classe non solo nella storia d’Italia, ma nella storia della specie umana. Che torna ad essere determinata soltanto dai sentimenti, dalle passioni e dai drammi, tutti rigidamente ed esclusivamente “individuali”. Una sorta di neo-romanticismo che del Romanticismo originario perde ogni passione politica per meglio adeguarsi alle esigenze del potere. Anzi, scusate, del capitale.

Il politico, come frutto delle contraddizioni dei modi di produzione e dello scontro tra le classi al fine del soddisfacimento di obiettivi sociali ed economici affatto diversi, scompare. I papi sono uomini come gli altri a cui è toccato un troppo gravoso compito; i commissari di polizia sono dei poveracci incompresi dalle loro vittime; gli agenti di polizia che manganellano o uccidono i dimostranti sono figli del popolo e lo Stato è di tutti, anche se, essendo un organismo imprescindibile per la convivenza umana, talvolta può sbagliare. Evviva!
Il prossimo manuale di storia per le superiori sarà scritto da Susanna Tamaro e Federico Moccia.
cittadino2 Purtroppo, però, la storia è vecchia, anche quella di queste evidenti contraffazioni della realtà e della verità. Un tempo si chiamava teoria degli opposti estremismi. Oggi si nasconde più velatamente dietro ad un generico ed istituzionale antifascismo che definisce come reazionario e populista, quando non terroristico tout court, qualsiasi episodio, violento o meno, che tenda a sfuggire all’ordito politico programmato dalle forze di governo.

D’altra parte, per chi è convinto che la creatività e l’intelligenza non derivino dall’alto dei cieli e nemmeno da qualche particolare secrezione ghiandolare ancora sconosciuta, la scarsa capacità di intendere e rappresentare il proprio tempo non può che essere riconducibile alla scarsa conflittualità sociale messa in atto dalle classi e dagli attori che dovrebbero rappresentare il nuovo che viene. Il sol dell’avvenire si sarebbe detto un tempo. Che, oggi, tarda a sorgere dando, invece, luogo ad un lungo, trascolorante e scarsamente illuminato crepuscolo.

Si sa, anche la luce crepuscolare, delle albe e dei tramonti, fu cara ai romantici. Ma è una luce che non permette di veder bene, talvolta è accompagnata dalle brume e il paesaggio diventa confuso.
Come per un difetto di astigmatismo si intuiscono le forme, ma non si individuano chiaramente i contorni. Ma sarebbe meglio dire, in questo caso, i fatti. Gli eventi e non soltanto le trame.
Che come si sa, possono essere costantemente riscritte, come in un eterno e poco lungimirante re-make cinematografico hollywoodiano.

Se nel 1970 Elio Petri poteva dirigere uno strepitoso Gian Maria Volontè nel ruolo del commissario Calabresi, pur senza mai nominarlo esplicitamente e pur non riconducendo la trama ai fatti della Questura di Milano, nel film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, ciò non era dovuto soltanto all’ingegno del regista, ma, anche, allo spirito dei tempi. Nessuno si indignò allora per il fatto che Petri non indicasse il personaggio con il suo effettivo nome e cognome, così come una certa sedicente sinistra ha fatto nei confronti di Daniele Vicari e del suo “Diaz”, né che il film non ricostruisse fedelmente gli avvenimenti successivi alla strage di piazza Fontana.
Chi voleva capire, capiva. E, allora, tutti capirono.

Ora, certo, non è più così. Nell’ottica controriformistica e revisionistica attuale il pubblico deve essere preso per mano ed accompagnato…il più possibile lontano dalla realtà. E, si faccia bene attenzione, questo non è da attribuire soltanto ad uno sforzo specifico degli autori, ad una loro ben precisa volontà. No, anche loro sono figli del loro, miserrimo, tempo. Marx scriveva in una lettera del luglio del 1871 all’amico Kugelmann: ”Fino ad ora si era creduto che la formazione dei miti cristiani sotto l’impero romano fosse stata possibile solo perché non era ancora stata inventata la stampa. Proprio all’inverso. La stampa quotidiana e il telegrafo, che ne dissemina le invenzioni in un attimo attraverso tutto il globo terrestre, fabbrica più miti (e il bue borghese ci crede e li diffonde) in un giorno di quanto una volta se ne potevano costruire in un secolo”. Sostituite o aggiungete cinema, televisione e rete e avrete lo stesso risultato moltiplicato per milioni di volte.

Certo la carta stampata ha ancora il suo peso e l’ultimo libro di Benedetta Tobagi1 lo dimostra fin troppo bene. Uscito in netto anticipo rispetto alle celebrazioni del quarantennale della strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974, è diventato già un must. Almeno in quel di Brescia. E, guardate bene, nel caso specifico non vi è nulla di strano nel fatto che, in una città ferita da uno degli attentati più mirati della cosiddetta strategia della tensione, la tensione emotiva e l’attenzione siano ancora alte nei confronti di tutto ciò che riguarda quel sanguinoso episodio. Né nel fatto che la Tobagi, figlia di quel Walter che fu vittima di uno dei più odiosi e beceri attentati attribuibili ad una formazione armata di sinistra, cerchi di ricostruire le vite e il dramma di alcune delle vittime e gli affetti di coloro che sono loro sopravvissuti.

Il libro annoda, collega, ricostruisce fatti, trame e personaggi dell’allora pericolosissimo e spregevole terrorismo nero, attraverso la ricostruzione dei vari processi, in particolare dell’ultimo chiusosi nel 2010, che cercarono di individuare i colpevoli dell’attentato bresciano senza mai giungere alla condanna degli effettivi esecutori e dei mandanti dello stesso.
Non mancano i particolari, non mancano i precisi riferimenti ai responsabili dei servizi segreti e alle responsabilità della DC e dei governi di allora, non mancano la tensione e i depistaggi che da sempre hanno accompagnato la ricostruzione di quelle vicende. Ma ciò che manca è proprio ciò che di un’inchiesta o di una ricostruzione storica dovrebbe costituire la forza e il metodo: l’obiettività.

Certo, potrebbe dire l’autrice, voler ricostruire anche il punto di vista e i sentimenti delle vittime e dei loro parenti obbliga la scrittura a perdere di obiettività per provare a ricostruire ambienti e sensazioni come la nuda cronaca e la Storia non potrebbero fare. Manzoni docet, appunto.
Questo sarebbe ancora accettabile e spesso le migliori interpretazioni della storia o di eventi complessi sono venute più dalla letteratura che dagli studi istituzionali. Ma, c’è sempre un ma…. e in questo caso è grosso come una casa.

L’autrice si sforza talmente di comprendere le ragioni e i sentimenti di tutti che non può fare a meno di partecipare ad un dibattito a Casa Pound (insieme ad alcuni rappresentanti della Casa della memoria di Brescia) proprio sull’argomento e, ancor peggio, sottolineare, in più di una pagina, come molti giovani di destra si sentissero spinti verso Ordine Nuovo o le azioni armate della destra estrema a causa delle continue aggressioni a cui erano sottoposti, soprattutto a scuola o all’Università.2

Ora vorrei rimanere distante dall’antifascismo più scontato, ma vorrei ricordare alla Tobagi che una simile posizione ribalta assolutamente la realtà storica. E’ vero: i fascisti nelle grandi città, da Milano a Roma e a Torino, passando per un bel numero di città minori, ne presero tante, ma proprio tante. Ma solo dopo che, in seguito a continue e proditorie aggressioni, l’estrema sinistra iniziò ad organizzarsi per rispondere a siffatte violenze. Che, in molti casi, furono rispedite ai mittenti con un sovraccarico di interessi. Perché, dalle barricate di Parma nel ’22 fino agli anni settanta la teppa fascista e reazionaria avrebbe potuto essere facilmente sconfitta e rimossa dalla scena politica se non fosse stato per l’intervento, in sua difesa, delle forze dell’ordine e dello stato, anche all’ombra di una costituzione che ha finito col vietar solo formalmente la ricostituzione del partito fascista. Che resta, nelle sue infinite sfaccettature, un imprescindibile strumento di dominio del capitale, alla faccia delle fregnacce sulla destra sociale e no global.

L’uso delle squadracce fasciste per terrorizzare e reprimere i lavoratori e gli oppositori politici, però, dovrebbe averlo studiato anche l’autrice sui più banali testi scolastici di storia, fu una pratica costante da parte degli agrari e degli imprenditori sia negli anni venti del secolo appena trascorso, sia negli anni ’50, ’60 e ’70 per impedire la ripresa della lotta di classe. Servi erano, servi sono rimasti e servi saranno sempre. Punto e a capo, anche perché non è sul ruolo delle squadracce nere che intendo tediare il lettore.

L’uso strabordante e, per forza di cose, poco asettico dei sentimenti porta, poi, l’autrice a costellare il testo di numerosi e costanti richiami “al mio papà” che, se potevano essere giustificati nel suo primo libro3 tutto teso a ricostruire la figura paterna e le vicende che avevano portato al suo assassinio, appaiono in quest’altro contesto decisamente qui fuori luogo. Ma soltanto ad una prima e superficiale lettura.

Perché, in realtà, in questa sorta di “Va dove ti porta il cuore” della storia di una fase della strategia della tensione, l’uso del linguaggio e la formulazione delle frasi e delle affermazioni in esse contenute non è mai casuale né, tanto meno, innocente come si vorrebbe fingere che fosse. Così che ad un certo punto il lettore scopre che le Brigate Rosse non uccisero il fratello di Patrizio Peci per vendicarsi del suo pentimento e della successiva delazione, ma il suo “fratellino”. Pur non cambiando di una virgola l’inutilità e il senso di quel delitto, la parola fratellino, inserita senza alcun riferimento all’età della vittima (25 anni, mentre il fratello “pentito” ne aveva all’epoca 28), tende ad aggravare la posizione dei colpevoli suggerendo, all’ignaro lettore, che si sia trattato dell’uccisione di un bambino.
zibecchi
Così, anche quando il testo sembra più obiettivamente descrivere le lotte e le vittime di sinistra in quegli anni, la Tobagi non manca mai di incorrere in qualche clamoroso scivolone che, come minimo, dimostra la superficialità, direi a tratti la trasandatezza, con cui ha affrontato le questioni riguardanti l’ estrema sinistra. Con uno svarione degno di essere qui segnalato, Giannino Zibecchi finisce di essere ucciso da un candelotto che lo colpisce al petto (pag. 206) e non schiacciato dalle ruote di un mezzo dei carabinieri che ne fece schizzare il cervello a qualche metro di distanza.4 Ma questo, no, non andava bene dirlo perché la polizia uccide per sbaglio con qualche candelotto sparato ad altezza d’uomo, mentre gli estremisti di sinistra uccidono perfino i bambini.

E poi guardi, cara Benedetta, ad essere ucciso da un candelotto al cuore fu Saverio Saltarelli, simpatizzante del Movimento Studentesco, che morì a 23 anni durante gli scontri di piazza avvenuti a Milano il 12 dicembre 1970, ucciso da una bomba lacrimogena sparata dai carabinieri ad altezza d’uomo. All’epoca, sull’episodio, fu scritta anche una canzone. Sono dati che si trovano anche, e facilmente, su Wikipedia. Se solo avesse voluto, non sarebbe stato difficile, soprattutto per una ricercatrice attenta come Lei che non dimentica mai di sottolineare ad ogni piè sospinto come il suo interesse per la strategia della tensione le sia costato anni di lavoro, ricerche e sofferenze, rintracciare maggiori elementi di precisione ed obiettività da utilizzare nella ricostruzione del clima politico italiano prima e dopo la strage di Piazza della Loggia.

Si può far risalire una tale incuria ad una ben precisa volontà di falsificazione? Ad una mente obnubilata dal dolore per una perdita violenta di cui non è mai stato adeguatamente elaborato il lutto? No, il problema di fondo è un altro. E corrisponde, esattamente, a quello che è stato detto all’inizio. E non dipende soltanto dall’autrice. O, almeno, non del tutto. Perché quella che trionfa nel testo qui affrontato, così come in tutte le rappresentazioni attuali della storia degli anni sessanta e settanta, è la vulgata storico-politica di marca PCI – PDS – PD, quella che afferma che tutto ciò che è avvenuto in quegli anni fosse dovuto ad una superiore volontà di impedire l’affermazione democratica del Partito Comunista come partito di governo del paese. Dalle bombe di Piazza Fontana alla lotta armata dei gruppi di sinistra, passando per Piazza della Loggia, la strage del treno Italicus5 , il sequestro Moro e tutto il resto. The Great Complotto! Oh, Yeah!

Ora, che la particolare posizione geografica dell’Italia nel Mediterraneo abbia sempre fatto sì che questa fosse una sorta di “sorvegliato speciale” per la politica dei servizi segreti americani, francesi, israeliani e sovietici non vi può essere alcun dubbio. Le ricostruzioni contenute in tante inchieste e le rivelazioni, per quanto parziali e probabilmente distorte, di quelle buone anime di Cossiga e di Andreotti non lasciano molti dubbi in proposito. Ma che tutto ciò che è avvenuto in Italia sia stato, sempre e soltanto, dovuto principalmente alla volontà di impedire l’entrata al governo del PCI…beh, è davvero poco convincente e sicuramente limitante dal punto di vista della ricostruzione storica e politica.

Considerato che, quel partito, dalla svolta di Salerno all’amnistia Togliatti, dal compromesso storico di Enrico Berlinguer ai viaggi negli USA di Giorgio Napolitano6 e dalle proposte di revisione pacificatrice della Resistenza da parte di Luciano Violante fino agli inciuci di D’Alema e Renzi con Berlusconi, ha fatto di tutto per tranquillizzare gli alleati Nato, i democristiani e anche la destra. Tutto ciò per meritare il peso che ha rivestito nella gestione della politica e dell’economia italiana degli ultimi trentacinque anni. Mentre, allo stesso tempo, tale vulgata ha contribuito a rimuovere quasi del tutto le contraddizioni di classe e le loro manifestazioni politiche non solo dalle politiche del PCI, ma anche dalla storia e, soprattutto, dalla mente di coloro che di tali contraddizioni e lotte dovrebbero essere i maggiori protagonisti: i lavoratori e i giovani. Sempre invocati e sempre gabbati. Fino a spingere frange di essi a simpatizzare per le espressioni della destra più oltranzista che si possono rilevare nell’attuale movimento dei forconi.

Sì, perché quegli attentati di destra e quella strategia della tensione erano ben diversi nelle finalità da ciò che fu confuso da alcuni, a sinistra, come preparazione dello scontro rivoluzionario decisivo e cioè la lotta armata portata avanti dalle organizzazioni guerrigliere. Entrambe le esperienze furono certamente infiltrate dalle forze del dis/ordine statale, ma la prima fu diretta a creare un fronte comune della borghesia nazionale e d internazionale contro l’ondata di lotte che percorreva l’Italia dalle scuole alle fabbriche, dalle regioni arretrate a quelle più sviluppate, ed ogni aspetto della società. Contro il cambiamento era diretta la strategia della tensione che fu, effettivamente controrivoluzionaria. E che non ha mai cessato di essere messa in atto, come dimostrano bene l’attentato messo in atto alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 o quelli che accompagnarono il periodo della cosiddetta trattativa Stato-Mafia o, ancora, l’attentato in diretta televisiva che ha accompagnato l’insediamento del Governo Letta il 28 aprile 2013. Oppure, ancora, fatti strani come le presunte recentissime minacce al senatore Sì TAV Esposito del PD, evidentemente destinate a criminalizzare ulteriormente il movimento No TAV.

Nella sparatoria davanti a Palazzo Chigi realtà e fiction televisiva sembrano addirittura essere giunte ad una insuperata sintesi, anticipando, con qualche colpo di pistola e due carabinieri feriti, il refrain che poi sarebbe diventato comune da quel giorno in poi: il pericolo dell’instabilità di governo e i rischi presenti in tutte le manifestazioni (definite come terroristiche se di classe e populistiche se espressione della destra) contrarie al suo agire e a quello della BCE. Altro che Sorrentino, ancora una volta il Golden Globe se lo sarebbe meritato il regista di quella vicenda. Prodotta sicuramente con una joint-venture tra diversi e contrastanti interessi e lo Stato come supremo mediatore.

In molti hanno, nel tempo, giocato allo stesso tavolo: servizi segreti nel pieno delle loro capacità (altro che deviati!), Democrazia Cristiana, Stati Uniti, destra estrema e moderata e, naturalmente, anche il PCI-PDS-PD. Ognuno cercò di tirare acqua al proprio mulino, ma, soprattutto, tutti concordarono sul fatto che quella stagione di lotta dovesse finire prima di diventare troppo pericolosa. Insomma, per quanto riguardava i proletari insorgenti di quegli anni, parafrasando Dante Alighieri, non li voleva l’Inferno capitalista che cercavano di rovesciare e non erano certo amati dal PCI che al di là del voto da loro non voleva altro, per non essere meno bello agli occhi della borghesia “illuminata” ( Ma chi? Gli Agnelli forse? O la sinistra DC?).

Certo la Destra minacciava, attentava e ammazzava ed anch’essa aveva un suo ben preciso piano per risolvere il problema…e un prezzo sarebbe stato pagato anche dal PCI. E allora perché non cogliere due piccioni con una fava e indirizzare una parte dell’organizzazione politica autonoma che cresceva nelle fabbriche e nelle scuole, anti-autoritaria e anti-capitalista, contro il pericolo di un colpo di stato e contro il fascismo? Inteso, quest’ultimo, solo come deviazione dal quadro democratico che il PCI e il capitalismo illuminato intendevano garantire per i secoli a venire? Far fuori gli avversari più agguerriti, sviando la furia di massa dalla lotta contro il capitale verso la difesa della legalità e dello Stato.

In fin dei conti, dalla guerra civile spagnola in poi, l’alleanza tra forze rivoluzionarie e Stato in chiave anti-fascista si è sempre trasformata in un bagno di sangue per i giovani e i proletari. La sussunzione dell’autonomia di classe all’interno delle strategie borghesi ha sempre portato ad una disfatta politica e militare di coloro che aspiravano ad un superamento radicale della società divisa in classi. In maniera drammatica nel 1939 con la cessazione degli aiuti internazionali e il patto Ribbentrop- Molotov, che portò alla fine di qualsiasi assistenza alla Repubblica spagnola, ma anche nella Resistenza con la sottomissione dell’antifascismo di classe ai compromessi con l’inossidabile classe dirigente italiana. Alla fine, le forze politiche che rappresentano variamente gli interessi del Capitale hanno sempre trovato e troveranno sempre un accordo a discapito dei lavoratori dopo aver contribuito a dissanguarne le forze.

La Tobagi cita nella bibliografia il testo di Guido Panvini “Ordine nero, guerriglia rossa. La violenza politica nell’Italia degli anni sessanta e settanta (1966 – 1975)”, pubblicato da Einaudi nel 2009. Ma ancora una volta si lascia sfuggire qualcosa che avrebbe potuto minare la sua fiducia nella bontà della narrazione pidista. Infatti nel testo di Panvini, a pagina 128, troviamo un interessante estratto dai Verbali della direzione del Partito Comunista del 27 gennaio 1971, in cui a parlare è proprio quell’Umberto Terracini da lei, indirettamente, tanto stimato:”[…] nella tattica di rispondere all’indomani di ogni azione squadrista con una manifestazione […] Se non si arriva a una giornata di battaglia dando l’indicazione di mettere a posto, luogo per luogo, i fascisti e le loro sedi […] non si conclude nulla. Questo tipo di reazione […] non possiamo farlo noi come PCI. Ma deve essere una proposta che formuliamo, alla quale altri aderiscano, per poi passare all’azione”.

Chiaro era il riferimento al coinvolgimento della sinistra extraparlamentare, anche se Luigi Longo e Enrico Berlinguer si opposero. Per riprenderla poi più tardi quando, a seguito di altri attentati alle sedi e ai militanti dei partiti della sinistra istituzionale da parte dei fascisti, Longo propose addirittura la costituzione di una struttura scientifico-militare, organizzata in piccole unità che potessero rapidamente muoversi ed agire.7 Ma chi ebbe l’occasione di partecipare alle ronde all’alba, organizzate dai servizi d’ordine dei movimenti extraparlamentari di sinistra insieme ai militanti del PCI, in previsione di un possibile golpe, sa bene come tale proposta fosse ancora una volta più di facciata che di sostanza. Perfettamente compatibile con la strategia del doppio binario ideata da Togliatti come supremo specchietto, più per gli allocchi che per le allodole.

Poi, però, quando il golpe di Junio Valerio Borghese fu scoperto davvero, il PCI cambiò ancora una volta strategia: premere sulle istituzioni democraticamente e lasciare agli ultra-sinistri il compito di contenere i fascisti. Fino alle elezioni amministrative del 1975. Dopo la vittoria del PCI in quell’occasione, l’estremismo fu abbandonato e i membri dei servizi d’ordine, divenuti ormai troppo ingombranti per l’immagine che il PCI voleva dare di sé, furono criminalizzati. Di nome (fascisti rossi) e di fatto. Gli opposti estremismi costituirono così non più solo il cavallo di battaglia delle montanelliane maggioranze silenziose, ma anche della sinistra parlamentare. Finalmente e definitivamente libera di danzare sulla tomba della lotta di classe. Fino ad oggi.

Così che quando, ancora oggi, ci troviamo di fronte alle sviste della Tobagi o agli attacchi, immotivati e condotti al di fuori di ogni giustificato contesto, di Marco Travaglio contro quello che fu il servizio d’ordine di Lotta Continua non si sa davvero se ridere o piangere. Possibile che siate ancora così tanto ignoranti della storia recente? Certo le reticenze di quelli che furono i leader delle maggiori formazioni extraparlamentari, spesso più impegnati a rifarsi una verginità politica e culturale che a contribuire alla fedele ricostruzione degli eventi e delle scelte di quegli anni, non hanno aiutato a fare chiarezza né, tanto meno, scaricando ogni volta ogni responsabilità sugli irresponsabili dei servizi d’ordine (Sì, ma loro dove erano? Chi li avrebbe creati di nascosto all’interno delle organizzazioni?), ad inquadrare obiettivamente i fatti, ma chi ancora oggi osa fingere di scoprire “un sistema che chiamare corruzione è un pietoso eufemismo. Questi non sono corrotti. Questi sono subumani, vampiri, organismi geneticamente modificati che mutano continuamente natura verso la più bruta bestialità grazie all’omertà e all’inerzia di chi dovrebbe controllarli, fermarli, cacciarli”,8 per poi continuare a condannare qualsiasi forma manifesta di lotta di classe, qualche problema ce lo pone.
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La confusione di ruoli, di promesse, di interpretazioni e affermazioni e dei dati (economici, sociali, politici e storici) sembra costituire ormai l’unico stile di governo attualmente possibile e sembra costituire l’unico collante per i rappresentanti di una cultura ormai moribonda. Esattamente come per la Tobagi e per gli autori dei film e sceneggiati citati all’inizio. Finendo proprio col tradire il senso, vero, di quel Io so di Pier Paolo Pasolini9 ripetuto oggi ad libitum e, troppo spesso, a sproposito. Ma, scusate, vien da chiedere: “Ci fate o ci siete?!

Divertente sì, se non fosse che ancora oggi gli opposti estremismi servono, in Italia e in Europa. Dove ogni manifestazione contro le decisioni assassine della Banca centrale e dei banchieri al governo deve essere demonizzata e, possibilmente, criminalizzata. A meno che non sia manifestamente contraria a qualsiasi forma di lotta di classe. Così, mentre in Italia tutti i partiti istituzionali mugugnano contro l’Europa, senza mai proporre di rispedire il debito al mittente senza per forza uscire dall’Europa e dall’euro, in Grecia, con la scusa degli opposti estremismi si usa Alba Dorata per proporre anche la messa al bando di Syriza, e del suo leader Alexis Tsipras, unico partito di opposizione a non cadere nel populismo della destra di stampo fascista, leghista o grillina che sia10 .

Così mentre ad ogni svolta processuale o politica istituzionale i benpensanti di sinistra possono piangere sul fatto che ancora una volta non sono stati individuati e condannati i colpevoli e i mandanti delle stragi, ci si dimentica (anche se ad onor del vero la Tobagi sfiora questo argomento nel suo testo) che, al contrario di quelli di estrema destra o dei servizi, tutti i responsabili degli attentati compiuti dalle formazioni armate di sinistra sono stati condannati a centinaia di anni di carcere. Il depistaggio continua, mentre la teoria degli opposti estremismi rivela qual è la sua reale funzione: quella di liquidare ogni espressione compiuta della lotta di classe.

E allora, signori e signore, la domanda vera cui si deve dare risposta è, ancora una volta: “Cui prodest?A chi giova?

– A cosa doveva servire quella messinscena da buffoni, Dagenham?
– Turba la tua mente legale, eh? Facevano tutti parte del cast della nostra operazione DFCC. Divertimento, Fantasia, Confusione e Catastrofe

(Alfred Bester, Tiger! Tiger!, 1956)


  1. Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, Storia di una strage impunita, Einaudi 2013  

  2. Quando il ribellismo di sinistra diventa il nuovo conformismo nelle scuole e nelle università, alcuni vedononel passare dall’altra parte della barricata l’unico modo di essere davvero «contro». «Molti di questi giovani diventano fascisti solo perché, non essendo comunisti, vengono ritenuti tali e trovano ostilità –dice Carlo Fumagalli, l’ex partigiano fondatore del M.A.R. (Movimento di azione rivoluzionaria), dei ragazzi che aveva arruolato – Molti studenti che ho conosciuto sono diventati fascisti soltanto perché, non avendo voluto aderire al Movimento studentesco, furono non soltanto osteggiati, ma anche pestati». In moltissime storie di vita di terroristi neri, ma anche semplici militanti, la scintilla che porta a schierarsi a destra è l’aver subito la violenza dei ragazzi di sinistra, o, essendo stati testimoni, il sentimento cavalleresco di stare dalla parte dei pochi, degli untorelli, degli emarginati” B.Tobagi, op.cit., pag. 236  

  3. Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre, Einaudi 2009  

  4. Giannino Zibecchi (28 anni), militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, morì investito da un camion dei carabinieri, guidato dal milite Sergio Chiairieri, in Corso XXII marzo a Milano il 17 aprile 1975, durante una manifestazione di protesta seguita alla morte di Claudio Varalli (18 anni), studente presso un Istituto tecnico milanese e aderente al Movimento Lavoratori per il Socialismo, che fu ucciso da un militante di Avanguardia Nazionale il 16 aprile 1975  

  5. La strage dell’Italicus fu un attentato, riconducibile al terrorismo nero, compiuto nella notte del 4 agosto1974 a San benedetto di Sambro, in provincia di Bologna. Nell’attentato morirono 12 persone e altre 48 rimasero ferite.  

  6. Su quest’ultimo argomento si veda il recentissimo testo di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del PD, Chiarelettere, Milano 2013  

  7. si veda ancora G. Panvini , op. cit, pag. 129  

  8. Marco Travaglio, Il capitale subumano Il Fatto Quotidiano, Domenica 12 gennaio 2014  

  9. Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo golpe? Io so, Corriere della Sera del 14 novembre 1974  

  10. Si vedano: Beda Romano, Grecia, emergenza per l’ordine pubblico, Il Sole 24ore, Sabato 11 gennaio 2014 e Antonio Ferrari, L’abbraccio di Toni Negri a Tsipras che imbarazza la sinistra greca, Il Corriere della Sera, Sabato 11 gennaio 2014  

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