lumpenproletariat – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Come insetti sui margini del mondo https://www.carmillaonline.com/2025/06/30/come-insetti-sui-margini-del-mondo/ Mon, 30 Jun 2025 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88530 di Sandro Moiso

Nic Pizzolatto, Galveston, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 287, 18 euro

«Sto morendo», le dissi «Tocca a tutti, prima o poi». (Nic Pizzolatto, Galveston)

Sicuramente è un cliché piuttosto diffuso, nel cinema e nella letteratura, quello del duro o del killer, più o meno ex, che si sorprende ad essere stanco del proprio lavoro e che per una ragazza incontrata per caso si illude di aver trovato finalmente una buona causa per cui combattere e un significato per la propria, fino quel momento, inutile esistenza. Come al solito, però, c’è modo e modo di raccontare la [...]]]> di Sandro Moiso

Nic Pizzolatto, Galveston, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 287, 18 euro

«Sto morendo», le dissi
«Tocca a tutti, prima o poi».
(Nic Pizzolatto, Galveston)

Sicuramente è un cliché piuttosto diffuso, nel cinema e nella letteratura, quello del duro o del killer, più o meno ex, che si sorprende ad essere stanco del proprio lavoro e che per una ragazza incontrata per caso si illude di aver trovato finalmente una buona causa per cui combattere e un significato per la propria, fino quel momento, inutile esistenza. Come al solito, però, c’è modo e modo di raccontare la stessa storia e Nic Pizzolatto, già autore e sceneggiatore delle prime tre stagioni di una serie di culto come “True Detective”, e produttore della quarta, sa benissimo come riaccendere l’attenzione del lettore intorno ad una trama che potrebbe, all’inizio, apparire come fin troppo scontata.

In realtà, però, sullo sfondo degli stabilimenti petroliferi della Louisiana e delle piattaforme per l’estrazione del petrolio nel golfo del Texas, si consuma un dramma che ha ben poco di eroico e in cui, come già succedeva nella scurissima serie televisiva, i riferimenti agli action movie e alle sparatorie di carta da cui i protagonisti escono, quasi sempre, ammaccati ma vincitori sono drasticamente esclusi.

E’ un mondo di piccoli insetti, parassiti e non, di scarafaggi senza scampo una volta che si accenda una luce su di loro e sulle loro misere esistenze, quello che Pizzolatto porta alla ribalta nelle pagine di un romanzo il cui riferimento più prossimo sembrerebbe essere Angeli di Denis Johnson (Feltrinelli, 1987 – prima edizione in lingua originale: Angels, 1977), anch’esso triste e privo di speranza alcuna. Una mancanza di prospettive o almeno di vie di fuga di cui il cancro ai polmoni che mina il respiro e l’esistenza del protagonista sembra essere la metafora più efficace.

Romanzi in cui il proletariato marginale, il “famigerato” lumpenproletariat di marxiana e mal compresa memoria, cerca inutilmente di sottrarsi ad un destino cui un dio ignoto e malvagio sembra averlo condannato fin dall’infanzia, senza alcuna speranza di riscatto. Un’infanzia, almeno quella di Roy, l’io narrante di Galveston, e del suo vicino di stanza di motel, il tossico Tray, fatta di affidi e di lavori “forzati” nei campi di cotone spacciati come “programmi di integrazione sociale”, ma destinati soltanto a rimpinguare le fila degli emarginati. A cui non sfugge neppure la co-protagonista ancora adolescente, ma già abituata alla vita di strada e alle violenze in famiglia, Rocky.

Nic Pizzolatto non ha qui bisogno, al contrario della prima serie di True Detective, di citare Il Re in giallo di Robert Chambers per evocare il male. Questo sgorga dalle lattine di birra schiacciate sull’asfalto, dai bicchieri e dai piatti di plastica abbandonati sulle spiagge grigie, dai distributori abbandonati, dai banconi di bar davanti ai quali, all’improvviso, un vecchio alcolista può crollare stecchito, senza una parola. Il male americano sembra nascondersi ovunque, soprattutto nelle desolation row dove prosperano soltanto l’ignoranza e le vite più miserabili e non soltanto là dove, secondo altri cliché più che usurati, sono acquartierati il potere e la ricchezza.

Non ci sono i paesaggi mitici dell’Ovest nel libro, anche se questo si svolge per la maggior parte in Texas e non c’è alcuna forma di romanticismo che possa funzionare per alleviare il dolore della vita o, almeno, della sua memoria mitica. Chi ce l’ha fatta non vuole più avere nulla a che fare, nessun contatto, neppure alcun ricordo, con chi è rimasto di là dal fiume. Fiume non di acque limpide, ma torbide di violenza, miseria, paura, sofferenza, viltà, dipendenza alcolica o tossica per il cui attraversamento non esistono ponti, se non quello da cui si è buttata la madre di Roy, già travolta dalla morte sul lavoro in uno stabilimento petrolchimico del marito, ma non padre di quello che sarà il loro disgraziatissimo figlio.

Ancora una volta la polizia è impotente nella salvaguardia degli ultimi e, forse non è neppure interessata a farlo, a meno che questi non abbiano informazioni da vendere, mentre i bambini più piccoli sono sballottati, attraverso un mare di menzogne, programmi televisivi, finzioni, affidi famigliari e sogni di successo che poi, troppo spesso, la società non sa e non può compensare con altro che la rivelazione di verità troppo scomode e drammatiche.

E’ un romanzo, quello di Pizzolatto, di cui non si può dire di più per non guastare la lettura di una vicenda che attanaglia il lettore con una trama che si snoda su due piani temporali diversi, distanziati di vent’anni, tra il 1987 e il 2008, costellata di rovine non solo umane ma anche naturali; con l’uragano Katrina che nel 2005 contribuì a sommergere le parti più povere e popolari di New Orleans1 e l’uragano Ike che percorse le coste atlantiche del Texas nel 2008. Un panorama di rovine che mostrano come anche nel cambiamento climatico siano gli ultimi a pagare i costi più elevaati. Anche soltanto per il fatto, come per i protagonisti delle vicende narrate, di non avere altri posto verso cui fuggire o a cui ritornare. Sradicati come gli alberi spezzati dal vento e dalle tempeste.

La giovane Rocky si prostituisce e ha ucciso il patrigno, i pensieri di Roy per lei non sempre sono “puri” e la visione delle donne di questo killer minore e abbruttito non può piacere al mondo “woke”. Anche i “negri” sono definiti come tali, perché non ci possono essere troppe raffinatezze o merletti nel linguaggio degli esclusi. La cultura del perbenismo o anche soltanto una larvata forma di coscienza sociale o di classe appare ben lontana da loro ed è proprio questo aspetto che occorre sottolineare nella recensione di un romanzo che vale assolutamente la pena di leggere. In fin dei conti, come arriva a pensare il protagonista: «Avevo sempre avuto una buona manualità, e sapevo saldare, montare tubi, smontare un motore, tirare pugni, sparare, ma cominciavo a capire che certe abilità non avevano fatto altro che limitarmi, mi avevano reso una funzione, un utensile»2. Una condizione proletaria che si barcamena tra delinquenza e lavori di saldatura su quelle piattaforme che costituiscono l’unico altro orizzonte della sua vita

Proprio per questi motivi la scelta elitaria di escludere vocaboli e comportamenti, per quanto odiosi, dalla trama e dai discorsi della realtà non serve ad altro che allontanare ancora di più chi appartiene alle schiere degli ultimi, e che mai saranno ammessi al regno dei cieli, dalle vicende di un mondo sempre meno “concreto” e sempre più classista e perbenista. Una storia che lascia l’amaro in bocca, ma che ha il merito di ricordarlo ai lettori, senza troppi giri di parole e senza inutili e ideologici sermoni.


  1. Sulle conseguenze sociali di quell’evento si veda: R. Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica, ombre corte, Verone 2019.  

  2. N. Pizzolatto, Galveston, Edizioni minimum fax, Roma 2025, p. 266. 

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Da ribelle sociale a militante comunista, senza perdere la tenerezza https://www.carmillaonline.com/2017/05/17/ribelle-sociale-militante-comunista-senza-perdere-la-tenerezza/ Tue, 16 May 2017 22:02:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38180 di Fiorenzo Angoscini

anna Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni settanta, Edizioni Dea, Firenze 2017, pag. 325, € 16,00

Parafrasando Bertolt Brecht, e forse forzandone un po’ l’interpretazione, risalta evidente come ‘il comunismo sia una cosa semplice, difficile a farsi’,1 considerazione adatta al racconto dell’esperienza di vita di Pasquale Abatangelo che finisce anche col coincidere con la storia della nascita, della breve durata e parabola discendente dei Nuclei Armati Proletari.

La storia di un ‘migrante di ritorno’, i cui nonni [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

anna Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni settanta, Edizioni Dea, Firenze 2017, pag. 325, € 16,00

Parafrasando Bertolt Brecht, e forse forzandone un po’ l’interpretazione, risalta evidente come ‘il comunismo sia una cosa semplice, difficile a farsi’,1 considerazione adatta al racconto dell’esperienza di vita di Pasquale Abatangelo che finisce anche col coincidere con la storia della nascita, della breve durata e parabola discendente dei Nuclei Armati Proletari.

La storia di un ‘migrante di ritorno’, i cui nonni erano stati costretti ad espatriare in Grecia dalla miseria dispensata a piene mani dalla monarchia sabauda, mentre i genitori (nati a Patrasso) sono stati tra le innumerevoli vittime di un regime criminale, colonialista ma straccione, con ambizioni imperiali frustrate.
Così, gli italiani di Grecia, gli skylofraghi : ‘cani italiani’, dovettero abbandonare la penisola ellenica, poiché “Vent’anni di politica aggressiva del fascismo, l’occupazione del paese e l’alleanza con i nazisti, non lasciava spazio a molti distinguo…La colpa della patria di origine macchiava ogni uomo e ogni donna di provenienza italiana. A causa del fascismo, questa gente perdette la dignità di cittadino, e ben presto anche le case e ogni bene posseduto”.

E’ impressionante constatare, ancor più nell’Italia immemore di oggi che ricopre di epiteti offensivi gli immigrati, come il disprezzo, la xenofobia e il razzismo nei confronti degli emigranti italiani siano stati comuni anche ad altri paesi occidentali: in Grecia erano ‘cani italiani’, in Belgio, quando i nostri connazionali andavano a farsi ‘gasare’ nelle miniere della Vallonia, sulle vetrine di bar, negozi ed esercizi pubblici, campeggiavano cartelli sui quali c’era scritto: ‘vietato l’ingresso ai cani e agli italiani’. Sempre nello stato artificiale belga, ma anche nella civilissima Svizzera, venivano apostrofati con un offensivo ‘italiani, cìngali’ (zingari). Aggiungendo, in questo caso, la discriminazione razziale a quella etnica .

La famiglia Abatangelo, di origini pugliesi, è così costretta a rientrare in Italia.
Sbarcati a Bari, sono trasferiti a Bologna “su un treno merci utilizzato per il trasporto degli animali…furono alloggiati come bestie nelle stalle per cavalli di una caserma militare…dopo sei mesi di permanenza a Bologna in quelle condizioni, intervenne un nuovo trasferimento…la destinazione risultò Firenze, in una vecchia caserma in disuso adibita a centro profughi”.
La famiglia Abatangelo, composta inizialmente da otto persone, cui si aggiungono Nicola e Pasquale (nati rispettivamente nel 1947 e nel 1950, a Firenze), è costretta a vivere per ben dieci anni (1946-1956) dentro un camerone “in coabitazione con altre sei famiglie, per un totale di una cinquantina di persone”.

Finalmente gli Abatangelo, nel 1956, si trasferiscono “nelle nuove case popolari appositamente costruite per i profughi…erano appartamenti di quarantacinque metri quadrati suddivisi in tre vani, più il bagno…a noi che eravamo in dieci, toccarono due appartamenti sullo stesso pianerottolo, comunicanti attraverso un terrazzino”. Delle vere e proprie ‘case minime’, anche se non più un acquartieramento militare. L’indigenza, costringe nell’estate del 1957 la famiglia italo-greca ad inviare Pasquale in collegio, nella Pia Casa del Lavoro di via Montedomini, dove raggiunge Nicola.

Lo stabile era molto grande e accoglieva, se così si può dire, bambini, ragazzi, giovani adulti, anziani e vecchi piuttosto malandati, spesso ammalati e in punto di morte. In quel triste recipiente coabitavano figli di nessuno provenienti dagli orfanatrofi, figli di gente che viveva in povertà, e rottami alla fine della corsa, abbandonati semplicemente a se stessi. Insomma, tutti scarti”. Anticamera del carcere per i giovani, del cimitero per gli anziani. Questa la drammatica, impotente ma realistica testimonianza dell’autore che, in tale ‘limbo terreno’, ci rimane fino al conseguimento della licenza media, ormai quasi sedicenne.

E, non ancora sedicenne, Pasquale, subisce il primo arresto (insieme a Nicola e un cugino) con detenzione in carcere minorile. L’arresto, che ritiene ingiusto, immotivato, conseguenza di verbali manipolati, lo convince sempre più che non vuole inserirsi ‘nel ciclo della fatica e della disciplina sociale’.
In mezzo a tutti questi repentini sconvolgimenti incontra Anna, il suo amore. E racconta lo svolgersi del loro complesso e complicato (fughe, arresti, evasioni, latitanza, militanza politica, carceri speciali con rivolte, pestaggi, isolamento, mancati colloqui dopo giorni di viaggio e chilometri percorsi, oppure solo attraverso un citofono, separati, lei e spesso anche i bambini, da un muro di vetro), ma solido rapporto, che ha attraversato quasi mezzo secolo. Descrive i loro sentimenti, gli affetti, la rabbia e il dolore.

Fuori dai confini del recinto perbenista compie i primi furti e rapine, a beneficio ed ‘uso personale’. Arrestato, incontra in carcere un militante della sinistra rivoluzionaria, Luca Mantini, esponente fiorentino di Lotta Continua, che lo ‘aiuta’ ad andare ancora oltre, a coniugare la ribellione con la lotta e condividere gli ideali autentici di solidarietà, uguaglianza e giustizia.

Con Mantini che, abbandonata LC costituisce il Comitato George Jackson, organizzando iniziative di sostegno ai carcerati, inizia ad individuare come ‘complice’ quella consistente parte di proletariato marginale che popola le galere e che ha promosso e sviluppato il movimento di lotta nelle carceri di fine anni sessanta, inizio settanta, nel quale affondano le proprie radici e prendono le mosse i Nuclei Armati Proletari. Proprio in un periodo in cui anche soggetti diversi dagli extra-legali, iniziano a conoscere personalmente la durezza del carcere, conseguenza del ciclo di lotte del ’68-’69. Studenti, operai, insegnanti varcano i cancelli dei vari penitenziari a seguito di scontri con la polizia durante manifestazioni di piazza, occupazioni di scuole ed università, azioni di antifascismo militante e solidarietà internazionalista.

anna1 Molte organizzazioni della sinistra extraparlamentare costituiscono sezioni specifiche che si occupano della questione carceraria. La più attiva e conosciuta è senz’altro quella di LC, che dedica sulla sua stampa periodica una rubrica fissa: ‘I dannati della terra’ . Nel giugno 1972 pubblica un libro, Liberare tutti i dannati della terra, che “raccoglie documenti, lettere, cronache scritte da detenuti che hanno mantenuto un collegamento politico costante con i nuclei esterni di intervento nelle carceri di Lotta Continua”. Un anno più tardi diffonde Ci siamo presi la libertà di lottare. Il movimento di massa dei detenuti da gennaio a settembre ‘73.2

Sempre in quegli inizi di anni settanta, riferendoci solo ad autori italiani, sono pubblicati lavori specifici e mirati, realizzati da un giornalista autore indipendente, da un sociologo ex carcerato ed ex fascista3 ‘riconvertito’ in carcere alla militanza di sinistra e da una militante politica attiva. L’ “Inchiesta sulle carceri” di Emilio Sanna, trasposizione scritta di una trasmissione televisiva, Dentro il carcere, sul sistema carcerario italiano, trasmessa in tre puntate dal secondo canale Rai4 . Giulio Salierno, con Aldo Ricci, realizza poi un’inchiesta sulle carceri italiane, riconosciuta come punto di riferimento nella sociologia della pena in Italia5 . Il solo Salierno realizza infine uno studio sul sottoproletariato “per un approccio politico e metodologico al problema dell’alleanza tra classe operaia e ‘Lumpenproletariat’” e si premura di specificare: “Questo lavoro non è e non vuole avere alcuna pretesa esaustiva, né rappresentare un’ analisi conclusiva sul problema del sottoproletariato-la cui stessa definizione è tutta da valutare e verificare-ma semplicemente costituire un apporto , uno stimolo, un contributo alla discussione e allo studio dello stesso”.6

Chiudiamo questa finestra editoriale con la ricerca di Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, significativamente dedicata ‘Ai martiri di Attica’,7 che precisa: “Se l’organizzazione e la stesura di questo libro sono mie, la sua elaborazione è frutto del lavoro collettivo di un gruppo di militanti di Lotta Continua che, a partire dalla primavera 1971, si sono posti il problema del carcere come oggetto d’intervento politico, e naturalmente di molti detenuti coi quali siamo entrati in contatto”. 8

anna 2 Abatangelo, entrato in galera ‘delinquente’, ne esce con una coscienza politica grazie al movimento che si è sviluppato dentro ed intorno ad essa. Ed è così che nell’estate del 1974 decide, insieme ad alcuni compagni fiorentini del ‘George Jackson’ di aderire ai NAP. Un’organizzazione ancora embrionale ma già presente a Napoli e Roma. Al 2 ottobre data la prima azione pubblica dei neo costituiti ‘Nuclei’: un’automobile, munita di altoparlante, diffonde un audio-messaggio davanti, rispettivamente, le carceri di Napoli, Milano e Roma-Rebibbia. Al termine della registrazione le automobili si distruggono esplodendo. Qualche giorno dopo si tenta la stessa azione alle Murate di Firenze. Per un guasto tecnico non va a buon fine.

Ma è il 29 ottobre che si registra il vero e proprio ‘battesimo del fuoco’. Per reperire il denaro necessario ad acquistare una grossa partita di armi si decide di praticare un ‘esproprio proletario’ ad una banca. Vari motivi e situazioni imprevedibili costringono i nappisti a dirottare l’azione su un istituto di credito diverso da quello individuato e studiato. La scelta cade sulla Cassa di Risparmio di Firenze, agenzia di Piazza Leon Battista Alberti, conosciuta proprio da Pasquale Abatangelo perché rapinata qualche anno prima.

Nel suo libro, Abatangelo, si sofferma sul tragico epilogo del tentato esproprio: “La rapina di Piazza Alberti e la morte di Luca Mantini e di Sergio Romeo destarono una enorme sensazione tra l’opinione pubblica e nel movimento rivoluzionario. Erano i primi morti della guerriglia italiana dopo Giangiacomo Feltrinelli, e la dinamica dei fatti indusse molti ad ipotizzare un agguato dei carabinieri nei nostri confronti. Ma è chiaro che non si verificò niente del genere. La verità è che molto dipese dal caso e dalla nostra cocciutaggine…Ma bisogna avere il coraggio di riconoscere gli errori e di guardare in faccia le cose. Peccammo di frettolosità sia nella riunione plenaria, sia sul terreno di azione. La partita di armi era sicuramente importante, ma non abbastanza da autorizzare una rapina priva di inchiesta seria ed approfondita…E non cademmo in un agguato”.

Rosso, giornale dentro il movimento, nel suo speciale ‘Contro la repressione’, del marzo-aprile 75, aveva dedicato una ricostruzione (pagg. 68-73) ricca di fotografie, disegni, schizzi ed ipotesi ‘fantasiose’ forzando molto anche il titolo: “L’agguato di Firenze”. Adesso, Pasquale Abatangelo, sgombra il campo da equivoci ed immaginazioni, ristabilendo una volta per tutte la verità dei fatti.

anna 3 I NAP sono stati un’organizzazione armata originale e particolare, una miscela interessante di militanti politici ed ex ‘delinquenti’-proletari prigionieri-emarginati, con due (principalmente) centri logistico-operativi: quello di Firenze, al centro nord, e quello di Napoli, al sud. La durata della loro attività, relativamente breve, inizia nell’ottobre ’74 e termina, approssimativamente, nel luglio ’77 con l’uccisione di Antonino Lo Muscio a Roma, ex proletario prigioniero e figlio di una famiglia comunista del Pci. La loro azione politico-militare è costellata, come testimonia e chiarisce Abatangelo, da volontarismo, pressapochismo, improvvisazione e disorganizzazione. Ciò è confermato dalle numerose azioni fallite, oppure finite tragicamente, nonché l’elevato tributo di sangue in termini di vite umane sacrificate: Luca e Annamaria Mantini, Sergio Romeo, Giovanni Taras, Martino Zicchitella,9 Vito Principe, Tonino Lo Muscio, Alberto Buonoconto .

Pasquale Abatangelo ha sperimentato, suo malgrado, tutti i vari gradi di reclusione: dal collegio al super carcere con contorno di articolo 90 e ‘braccetti della morte’. In prigione, dove è rimasto rinchiuso continuativamente per più di 20 anni, è diventato comunista, ha patito il dolore delle separazioni politiche dai suoi compagni.

Sarà tra i tre militanti dei NAP, che considerata esaurita l’esperienza nappista, aderiranno inizialmente alle Brigate Rosse: oltre a lui, Domenico Delli Veneri e Giorgio Panizzari. Poi, anche altri militanti, attueranno la stessa scelta. In carcere ha studiato. Testi ideologici e di teoria politica, ma anche letteratura e poesia. Ha maturato la capacità critica e la più difficile pratica dell’autocritica. Quando le BR si ‘spaccano’, come quasi tutti i militanti detenuti (tranne poche eccezioni: Gallinari, Piccioni, Seghetti e alcuni altri del Partito Comunista Combattente) aderisce al Partito Guerriglia, ma è in grado di capire, dopo alcune azioni ed iniziative ‘esagerate’ compiute dai suoi compagni di ‘corrente’, che “il partito della guerra sociale totale” non fa per lui : “… il caso di Giorgio Soldati, ucciso a Cuneo nel dicembre del 1981, e quello di Ennio Di Rocco, strangolato a Trani nel luglio del 1982, erano roba nostra, e sembravano fatti apposta per generare dubbi e repulsione tra gli stessi fautori del rigore rivoluzionario… 10 Quanto ai deboli, le punizioni erano un dovere, avevo condannato tante volte, ma volevo continuare a giudicare con equilibrio, e anche con quello spicchio di umanità…E poi un avvenimento incredibile, il 21 ottobre a Torino venne eseguita una rapina in banca, nel corso della quale il nucleo operativo del Partito Guerriglia uccise a freddo due agenti della Mondialpol in servizio di guardia alla filiale, al solo scopo di dare risalto a un comunicato in cui si accusava infondatamente di tradimento Natalia Ligas…i nuovi metodi della ‘comunicazione sociale trasgressiva’…Cosa c’entrava tutto questo con l’obbrobrio di Torino?11

Abatangelo, quando necessario, ha saputo essere duro, ma non ha mai perso la tenerezza. ‘Proletario semplice’, in carcere ha incontrato i comunisti ed ha abbracciato il comunismo, si è ‘alfabetizzato’ teoricamente ed ideologicamente, ma non ha mai sopportato i “preti rossi e i professorini saccenti”. Con un’istantanea nitida, non mossa, e senza bisogno di didascalia, individua con precisione le ‘mosche cocchiere’ o, se preferite, i ‘grilli parlanti’ di una certa intellighenzia presuntuosa: i sofistici teorici. “Ma le ’moltitudini’ e l’ ‘impero’ erano parole troppo fragili e acquose per sostenere l’urto della risposta del potere”. Per contro, ha espresso affetto, stima umana e politica nei confronti del comunista di Reggio Emilia: Prospero Gallinari, ed ha apprezzato “la sua umanità, la sua umiltà, e soprattutto lo spessore della sua incrollabile identità comunista”.

anna 5 Nelle ultime pagine della sua testimonianza ricorda chi gli è sempre stato vicino, i ‘complici’ dei primi furti e rapine, i componenti delle bande di ‘malavitosi’ che già combattevano il potere costituito ed arrogante. Ci sono ‘i dannati della terra’, i primi compagni che ha incontrato, quelli con cui ha iniziato a pensare come distruggere il mostro, con i quali ha costituito i NAP. E ci sono anche i compagni con cui ha condiviso la militanza nelle Brigate Rosse, dalle ‘prime’, monolitiche ed autorevoli, ai mille rivoli in cui si sono divise e dissolte. C’è il ricordo dei ‘suoi’ morti. Ancora una volta senza separare il rapporto politico da quello personale. Soprattutto c’è l’attaccamento e l’amore, oltre che per i figli, per le sue donne, Anna “che c’è sempre stata e che ha cresciuto i nostri figli” e per sua madre, “la profuga greca che ci ha partorito nella caserma di via della Scala”. E in questa definizione non c’è razzismo linguistico, né differenziazione, distacco o superiorità, bensì il riconoscimento delle maggiori umiliazioni e discriminazioni subite proprio per la sua condizione di ‘migrante di ritorno’. La propria forza e dignità.

NAP: bibliografia essenziale
Per la storia politica dei Nap: origini, sviluppo, attività e processi, sono molto interessanti e ben documentate due pubblicazioni, entrambe riconducibili alla rivista CONTROinformazione. La prima, anche in termini cronologici (anno 1976) di pubblicazione, realizzata dalla redazione della rivista (il contributo maggiore è stato fornito da uno dei componenti, Ermanno Gallo) si intitola semplicemente NUCLEI ARMATI PROLETARI, Quaderno n. 1 di CONTROinformazione. Nella prima parte si mettono a confronto le opinioni (Marxismo e marginalità) diverse e divergenti dei principali ideologi marxisti-leninisti, da Marx ed Engels che stigmatizzano e disprezzano politicamente “Il sottoproletariato, un’accozzaglia di istinti senza storia”, al possibilista Lenin “Il sottoproletariato, un possibile soldato della insurrezione proletaria”, fino al pragmatico-realista Mao Tse Tung “Il sottoproletariato, una componente di classe che esige una rigorosa direzione strategica”, per arrivare agli studiosi moderni del sottoproletariato: Frantz Fanon de I dannati della terra 12 e George Jackson13 e dello ‘Schiavo nero: una bomba innescata contro il fascismo imperialista’. La seconda parte contempla l’ ‘Intervista ai compagni dei Nap’, la cronistoria dell’attività, le azioni, le morti, gli arresti, le biografie di alcuni militanti ‘caduti’. Il ‘quaderno’ si conclude con la proposizione del ‘Comunicato N° 1 nel processo ai NAP iniziato a Napoli il 22 novembre 1976’. L’Unità, nella sua edizione del 30 maggio 1977 (pag. 3) gli ‘dedicò’ una velenosa recensione a firma Duccio Trombadori: “L’arsenale ‘teorico’ dei NAP”, con un occhiello esagerato: ‘Dietro le imprese criminali che hanno colpito il nostro paese’, ed un sommario improbabile, ma di stupefacente fantasia: “Una delirante prospettiva che affida ruoli di avanguardia rivoluzionaria a figure sociali di emarginati, di ‘non garantiti’, di detenuti – Il carcere come luogo privilegiato di formazione e di lotta per ‘portare l’attacco al cuore dello stato’ – I punti di contatto con l’area dell’ ‘autonomia’“. L’altra pubblicazione, edita come supplemento della rivista, è un giornale formato lenzuolo che titola “Sud, proletari in rivolta. Facciamo diventare il processo ai compagni dei N.A.P. base di partenza di un dibattito sulla lotta armata”, realizzato in concomitanza con l’apertura del processo di Napoli.

Così come il ciclo di lotte dentro/contro il carcere di inizio anni settanta aveva stimolato la strutturazione di apposite commissioni in seno alla sinistra ‘estrema’, con conseguente produzione di opuscoli, libri, rubriche giornalistiche attinenti la situazione carceraria; gli arresti di massa conseguenti allo svilupparsi e radicarsi di organizzazioni combattenti verso la metà degli stessi anni, e l’istituzione delle carceri speciali, hanno determinato la realizzazione e diffusione di numerosi ciclostilati, bollettini, riviste, numeri monografici contro l’istituzione totale per antonomasia. Ne ricordiamo alcune. Già nell’estate del 1975 a Milano viene dato alle stampe un bollettino con periodicità incostante: ‘Solidarietà Militante’. Informazioni del Comitato Internazionale di Difesa dei Detenuti Politici in Europa. Nell’inverno 1976 iniziano le pubblicazioni ‘Carcere Informazione’- a cura del Centro di Documentazione di Pistoia fino al n. 16; i nn. 17 e 18 appaiono come supplemento a Stampa Alternativa, così come il n. 19-20 (feb.-mar. ’79) in coedizione con ‘Senza Galere’- nonché ‘Carcere Oggi…e per conoscenza al Ministro di Grazia e Giustizia’ del Soccorso Rosso Milanese. A Livorno, il Collettivo Anarchico ‘Niente più sbarre’ edita il ciclostilato omonimo che, nell’ ultimo numero rintracciato (gennaio 1979) si trasforma in Bollettino del collettivo Anarchico di Livorno. A Torino, il comitato ‘Controsbarre’ diffonde il ‘Bollettino di informazione carceraria’, che poi (nov.-dic. 1977) pubblicherà ‘chiamiamo comunista…una società Senza Galere’, giornale del proletariato comunista detenuto. Numero monografico è ‘Carcere e lotta di classe’, del maggio 1976, ciclostilato in collaborazione tra la sezione torinese del Comitato Internazionale Difesa Detenuti Politici in Europa, Soccorso Rosso Milanese e ‘Solidarietà Militante’ di Trento. Ultimi due riferimenti: nel novembre 1976, a cura del Soccorso Rosso Milanese, viene stampato, per le Edizioni Ghisoni, “non bastano le galere per tenerci chiusi…” e, nell’ottobre 1978, Speciale Asinara. La settimana rossa. 19-26 agosto, 21-23 settembre 1978, Edizioni Anarchismo, Catania. Agli inizi degli anni ottanta iniziano, a Milano, le pubblicazioni de “Il Bollettino” del Coordinamento dei Comitati contro la Repressione.

I NAP. Storia politica dei Nuclei Armati Proletari e requisitoria del Tribunale di Napoli, a cura del Soccorso Rosso Napoletano, Collettivo Editoriale Libri Rossi, Milano, 1976
CHI PROCESSA CHI! Non si può processare la rivoluzione, Collettivo di Controinformazione Napoletano, Napoli, s.i.d.
Criminalizzazione e lotta armata, Quaderni d’informazione politica 1, Collettivo Editoriale Libri Rossi, Milano, s.i.d.
Processo allo stato, Quaderni d’informazione politica 2. Collettivo Editoriale Libri Rossi, Milano, 1977
Processo alla rivoluzione. La parola ai NAP, Quaderni d’informazione politica 3, Collettivo Editoriale Libri Rossi, Milano, 1978
Alessandro Silj, “Mai più senza fucile!”, Alle origini dei NAP e delle BR, Vallecchi, Firenze, 1977
Franca Rame, Non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere, Alberto Buonoconto 7.8.1953/20.12.1980, F.R. Edizioni, Milano, 1984
Rossella Ferrigno, Nuclei Armati Proletari. Carceri, protesta, lotta armata, La Città del Sole, Napoli, 2008
Roberto Silvi, La memoria e l’oblio, Colibrì edizioni, Milano, 2009
Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nuclei Armati Proletari. Ribellione, rivolta e lotta armata, Ancora del Mediterraneo, s.i.l., 2010


  1. Bertolt Brecht, “Lode del comunismo” (1933) in “Poesie e canzoni”, Einaudi, Torino, 1975  

  2. a cura della Commissione carceri di Lotta Continua, Edizioni Lotta Continua, novembre 1973  

  3. Giulio Salierno, Autobiografia di un picchiatore fascista, Einaudi,Torino, 1976  

  4. Emilio Sanna, Inchiesta sulle carceri, De Donato, Bari, luglio 1970  

  5. Aldo Ricci, Giulio Salierno, Il carcere in Italia, Einaudi, Torino, 1971  

  6. Giulio Salierno, Il sottoproletariato in Italia. Per un approccio politico e metodologico al problema dell’alleanza tra classe operaia e ‘Lumpenproletariat’, Edizioni Samonà e Savelli, Roma, 1972  

  7. Carcere dello Stato di New York dove a seguito dell’assassinio, avvenuto il 21 agosto nel carcere di San Quintino, di George Jackson militante del Black Panther Party, il 9 settembre 1971 scoppiò una rivolta che fu per sedata con l’intervento di 500 militi delle varie polizie USA, che causarono 40 vittime e 200 feriti. Mentre molti dei rivoltosi sopravvissuti vennero picchiati e torturati  

  8. Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Einaudi, Torino, 1973  

  9. Memoriale redatto da Martino Zicchitella, Anarchismo, Anno II- n. 10/11, Edizioni La Fiaccola, 1976  

  10. Soldati e Di Rocco, torturati selvaggiamente avevano ‘parlato’ ma poi ritrattato. Erano in ‘sezione’ con i non pentiti, né dissociati, nda  

  11. Sulla costituzione del Partito Guerriglia, sul suo manifesto di fondazione, sugli altri elaborati prodotti in carcere: ‘Il documentone’, ‘L’ape e il comunista’, ’Forzare l’orizzonte’, ‘La volpe e l’uva’, ‘Gocce di sole nella città degli spettri’, ‘Wkhy’, ‘Politica e rivoluzione’, torneremo più diffusamente nel prossimo articolo, quello che prende le mosse dalla riproposizione, ampliata e riveduta da Giorgio Panizzari, di ‘L’albero del peccato’  

  12. Franzt Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1962  

  13. I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson, Einaudi, Torino, 1971; G. Jackson, Col sangue agli occhi. Il ‘fascismo americano’ e altri scritti, Einaudi, Torino, 1972. Il libro porta questa significativa dedica: “Ai giovani comunisti. Ai loro padri. D’ora in poi criticheremo l’ingiustizia con le armi”  

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St. Pauli e dintorni. Storie tra la Hafenstrasse ed il Millerntor https://www.carmillaonline.com/2015/06/25/st-pauli-e-dintorni-storie-tra-la-hafenstrasse-ed-il-millerntor/ Thu, 25 Jun 2015 21:15:53 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23446 di Gioacchino Toni

st.pauli siamo noiMarco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo, Derive e Approdi, Roma, 2015, 221 pagine, € 17,00

Il saggio narra storie di resistenze, ribellioni, solidarietà, rivolte, contraddizioni e pratiche dell’obiettivo a ridosso del porto di Amburgo, sullo sfondo delle trasformazioni e delle conflittualità tedesche. Dopo aver attraversato le grandi lotte dei portuali di fine Ottocento, l’ascesa al potere e la dittatura del nazismo, la tragedia della guerra, le speculazioni edilizie e la ristrutturazione produttiva, il declino ed il [...]]]> di Gioacchino Toni

st.pauli siamo noiMarco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo, Derive e Approdi, Roma, 2015, 221 pagine, € 17,00

Il saggio narra storie di resistenze, ribellioni, solidarietà, rivolte, contraddizioni e pratiche dell’obiettivo a ridosso del porto di Amburgo, sullo sfondo delle trasformazioni e delle conflittualità tedesche. Dopo aver attraversato le grandi lotte dei portuali di fine Ottocento, l’ascesa al potere e la dittatura del nazismo, la tragedia della guerra, le speculazioni edilizie e la ristrutturazione produttiva, il declino ed il degrado della zona in mano alla malavita, la rinascita del quartiere, racconta Petroni, si deve, ad inizio anni ’80, ad una nuova composizione sociale e politica: “A St. Pauli, all’ombra del porto di Amburgo, simbolo secolare delle lotte del proletariato tedesco, autonomi, militanti politici, antifascisti, ecologisti, punk e tifosi di calcio attraverso una stagione di lotte, a tratti durissime, seppero dar vita a un nuovo modello sociale rivoluzionario”.

“Da sempre, l’area dove oggi si estende St. Pauli è stata la casa per gli ultimi della società, per quelli che svolgevano lavori duri, per gli indesiderati, per coloro che venivano cacciati dalla città (…) Prostitute, forestieri, senzatetto, appestati, contrabbandieri e rivoluzionari non erano graditi al rigido mondo anseatico di Amburgo, ma a St. Pauli, dove il potere ha sempre messo alla prova lo spirito di resistenza della sua popolazione, erano di casa”. Le vicende narrate da Petroni partono dalla grande trasformazione della zona del porto della città di Amburgo avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento che determina una netta separazione della città su base classista. All’interno degli strati più poveri della popolazione, inoltre, l’azione politica socialdemocratica, focalizzandosi sulle sole componenti operaie più qualificate, abbandona a se stessa quell’ampia area di lavoratori occasionali e/o dequalificati che in tante città rappresenta una componente non certo irrilevante. In molti casi, sono proprio questi lavoratori appartenenti a quella feccia disdegnata dalle organizzazioni operaie tradizionali, a porsi alla testa delle mobilitazioni, come avviene nel grande sciopero del 1896, che vede in azione, ad Amburgo, per un paio di mesi, ben 15000 portuali. La colpevole miopia socialdemocratica, tuttavia, rappresenta forse il suo difetto minore, visto il ruolo avuto da tale organizzazione politica, poco dopo, nella repressione delle istanze rivoluzionare spartachiste.
Riprendendo gli studi di Sergio Bologna, l’autore ricostruisce alcuni momenti di resistenza proletaria all’avanzata nazista nella battaglia per il controllo delle osterie di Amburgo, che rappresentano uno spazio di cultura politica operaia. La radicalità dello scontro è testimoniata dai numeri: nel solo 1931 restano a terra un’ottantina di nazisti ed un centinaio di comunisti. L’andata al potere di Hitler determina un violentissimo livello di repressione nei confronti degli oppositori; nel solo luglio del 1933, nella città di Amburgo, vengono arrestati 2400 comunisti. Nonostante tutto, nel 1941-42 sono in piedi cellule di resistenza in una trentina di grandi fabbriche amburghesi, soprattutto nei quartieri navali di St. Pauli ed Altona.
La situazione di Amburgo alla fine del Secondo conflitto mondiale è tragicamente sintetizzabile da alcuni dati: i bombardamenti della Raf radono al suolo il 75% della superficie edificata e l’80% del porto, il numero di morti ammonta a 35000 esseri umani. Nel giro di un decennio il sistema produttivo tedesco riesce a rimettersi in piedi e ad ammodernarsi tanto che Amburgo diviene l’emblema della capacità di ripresa teutonica. Nel dopoguerra la zona a luci rosse di St. Pauli diviene una sorta di calamita turistica per i tedeschi delle zone limitrofe e per i militari britannici stanziati nel nord della Germania. Nei primi decenni del dopoguerra una parte importante dell’economia di St. Pauli gravita attorno al commercio del sesso a cui si aggiungono, ben presto, lo spaccio di droga ed il traffico di armi. Con gli anni ’80, diviene sempre più evidente come le cose stiano cambiando nelle grandi città industriali e, nello specifico, nella zona del porto di Amburgo. Speculazioni edilizie, disoccupazione determinata dai processi di modernizzazione delle attività portuali e della cantieristica, causano lo smembramento del tessuto sociale locale: “la conflittualità di quel proletariato che aveva animato a suon di rivolte, insurrezioni e resistenze la prima metà del secolo sembrava smarrita (…) negli anni Settanta regnavano incontrastate criminalità organizzata, prostituzione e droga (…) dilagavano il disagio, la disperazione e la povertà (…) La lunga caduta del quartiere verso gli inferi terminò con il flagello dell’aids”. La diffusione del virus finisce col determinare anche la crisi dell’economia gravitante attorno al sesso. Nei primi anni ’80 St. Pauli rappresenta uno dei luoghi più malfamati della Germania occidentale, abitato soprattutto da immigrati sulla soglia di povertà.

1980-hafenstrasseLa rinascita politica e sociale del quartiere, nei primi anni ’80, secondo la ricostruzione proposta dall’autore, si sviluppa attorno a due luoghi ben precisi: la via del porto, la Hafenstrasse, e lo stadio Millerntor. Per comprendere la composizione dei giovani militanti che occupano i palazzi sulla Hafenstrasse, occorre ricostruire la provenienza di queste pratiche di illegalità politica. L’autore individua la genesi di tali comportamenti nella raffica di scioperi selvaggi che, nei primi anni ’70, attraversa le fabbriche tedesche. Tale ondata di mobilitazione sancisce la fine dell’epoca dell’etica del lavoro dell’operaio specializzato. “Dinanzi allo sviluppo delle macchine e della produzione, l’estraneità operaia si fece sovversione e trovò nella lotta al lavoro e nelle attività di sabotaggio la sue espressione. Opponendosi a qualsiasi forma di gerarchia nella fabbrica così come nel partito, i giovani operai risultarono incompatibili con qualsiasi ‘morale produttiva’ e maturarono una nuova ‘coscienza di classe’ che li portò a negare la loro stessa vita: volevano lottare per un nuovo modello di socialità e per soddisfare i propri bisogni. Era il ‘rifiuto del lavoro’”. Ben presto questo tipo di la conflittualità si è esteso fuori dai cancelli delle fabbriche investendo il territorio. Le lotte antinucleari rappresentano un ambito di mobilitazione importante per i movimenti tedeschi a cui si aggiunge la questione abitativa. È da questa tradizione di conflittualità diffusa, di ostilità nei confronti del lavoro e di pratica dell’obiettivo che derivano le pratiche dei giovani autonomen tedeschi che, nei primi anni ’80, insieme ad anarchici, punk, emarginati, immigrati e settori di lumpenproletariat occupano alcuni palazzi di fronte al porto lungo la Hafenstrasse. Ciò che avviene ad Amburgo non è certo un fatto isolato, i primi anni ’80 vedono in Germania un imponente ondata di occupazioni; solo a Berlino, tra il 1980 ed il 1981, si contano 160 edifici occupati.
Il libro ricostruisce dettagliatamente diverse ondate di resistenza attuata dal quartiere del porto in difesa delle occupazione dei palazzi in Hafenstrasse; ronde, scontri, barricate, cortei, mobilitazioni solidali. In tutti questi episodi l’autore non manca mai di evidenziare come alle capacità di tenere la piazza e di difendere lo spazio si associ sempre l’aspetto comunitario; la solidarietà risulta essere in tutte queste vicende una componente importante per la tenuta del quartiere. Solidarietà che nel corso degli anni oltrepassa i confini nazionali per assumere una dimensione europea. “Hafenstrasse resiste” riecheggia negli anni ’80 anche sulle riviste radicali e sui muri di tante città europee.

rote_floraA cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 la situazione di St. Pauli conosce un nuovo momento turbolento determinato dall’offensiva della speculazione edilizia e dalle politiche locali. In questo periodo, nei pressi di Altona, dall’occupazione di un vecchio teatro in procinto di essere trasformato in attività commerciale, nasce l’esperienza di un nuovo spazio sociale denominato “Rote Flora”, destinato a smuovere le acque del quartiere. Ad inizio degli anni ’90 la situazione torna a farsi pesante anche nell’Hafenstrasse, la cui sopravvivenza è messa, ancora una volta, a rischio. Nuovamente si apre un periodo di confronto serrato con le autorità e le forze di polizia.

La Prima metà degli anni ’90 è caratterizzata soprattutto da rigurgiti neonazisti. I gruppi di estrema destra, forti anche del proselitismo fatto nelle curve degli stadi e tra i giovani disoccupati, soprattutto nell’ex Germania Est, danno luogo ad una drammatica serie di attacchi nei confronti dei rifugiati e di chi non è considerato degno di esser detto tedesco. L’episodio, tristemente, più famoso è sicuramente quello di Rostock, ove, nell’agosto del 1992, nel sobborgo di Lichtenhagen, centinaia di giovani neonazisti, attraverso il lancio di molotov, incendiano indisturbati uno stabile ove alloggiano rifugiati vietnamiti tra gli applausi della popolazione locale e lo sguardo benevolo delle forze di polizia. L’anno successivo si scopre dai verbali di un commissario di polizia l’esistenza di un accordo tra i neonazisti e la polizia ove si concorda un “non intervento” delle forze dell’ordine durante l’assalto. In tale contesto nascono diversi gruppi di antifascismo militante, come gli “Autonomen Antifa”, che si richiamano all’esperienza di autodifesa del periodo weimariano, e si struttura anche un coordinamento antifascista nazionale denominato l’Antifaschistische aktion/Bundeswite organisation (Aa/Bo).

FC St. Pauli - SV Werder BremenL’altro polo attorno al quale si sviluppa la turbolenta comunità di St. Pauli è rappresentato dallo stadio Millerntor. Per comprendere la portata delle novità che caratterizzano la “particolare tifoseria” locale, Petroni ricostruisce a grandi tappe la trasformazione del calcio tedesco a partire dagli anni ’70, quando gli stadi in Germania non sono particolarmente colpiti da fenomeni violenti; la composizione operaia caratterizza i settori popolari degli impianti e, dal punto di vista identificativo, la componente più calda è identificabile dal gilet di jeans pieno di patch con i simboli della squadra tifata. Si tratta di una tifoseria priva di una vera e propria inclinazione politica pur non mancando di manifestare atteggiamenti machisti, omofobi e xenofobi. Il 1982 è l’anno della svolta per le curve tedesche: iniziano ad essere presenti in molti stadi gruppi di bonehead dichiaratamente di estrema destra, bandiere e saluti nazisti ed una massiccia dose di violenza. Quando è di scena la nazionale, soprattutto in trasferta all’estero, si creano temporanee alleanze tra gruppi di estrema destra pur appartenenti a tifoserie tradizionalmente nemiche. “La retorica dell’estrema destra, che mostrava un’immagine semplice della realtà con dei nemici ben chiari che andavano dall’immigrato al comunista, dall’ebreo all’omosessuale, aveva creato un contesto di violenza generalizzata e una miriade di partiti e gruppuscoli”. In diverse occasioni, a margine della partita, gruppi organizzati di tifosi neonazisti tentano di dare l’assalto a locali, centri ricreativi od abitazioni nemiche, come nei quartieri di Kreuzberg, a Berlino, o St. Pauli, ad Amburgo.

st_pauli_antifaLa storia della piccola ed anonima squadra di calcio del St. Pauli Fc, a partire dai primi anni ’80, inizia ad intrecciarsi con i movimenti che popolano il quartiere. Il testo evodenzia come la presenza di attivisti sulle gradinate non derivi da una pianificazione di intervento politico ma abbia un’origine spontanea; lo stadio Millerntor è al centro del quartiere ed inevitabilmente inizia ad essere frequentato anche dalla galassia alternativa che abita la zona. La tifoseria storica della squadra, tradizionalmente apolitica e composta da lavoratori portuali e da gruppi di Kutten, inizia ad essere affiancata, nel corso della stagione calcistica 1986/87, dalla presenza sulle gradinate di un centinaio di giovani alternativi ben individuabili dai capelli colorati abbinati al nero di felpe e giubbotti in pelle. Tale presenza inizia ad attrarre parecchi giovani anche per la convivialità e la dose massiccia d’umorismo che caratterizza i loro slogan derivati dal mondo politico e trasformati ironicamente ad uso calcistico: “Mai più fascismo! Mai più guerra! Mai più 3. Liga!”. La bandiera pirata, il Jolly Roger, diviene, ad un certo punto, l’icona simbolo dell’avvenuto legame tra squatter, punk e tifoseria del St. Pauli. Nel testo vengono ricostruite puntualmente le trasformazioni del mondo calcistico tedesco e come la particolare tifoseria del St. Pauli cerchi di dar vita a modalità differenti di vivere il calcio, tra socialità ed impegno politico. I tifosi locali non solo sono in prima linea nella costruzione di una rete di contrasto, sia culturale che militante, al dilagare del neonazismo, del razzismo, del sessismo e dell’omofobia nelle curve, ma non mancano di intervenire anche contro la trasformazione sempre più mercificata del calcio ed l’espulsione economica delle componenti più popolari dagli stadi (politica inaugurata dall’Inghilterra thatcheriana). Gli anni ’90 si sono caratterizzati per l’infiltrazione neonazista nelle curve, soprattutto nelle tifoserie di Rostock, Dresda, Lipsia ma anche nella tifoseria della più blasonata squadra di Amburgo (HSV – Hamburger Sports-Verein).
Dalla metà degli anni ’90, la componente più politicamente schierata della tifoseria del St. Pauli deve confrontarsi con un generale processo di commercializzazione giunto a toccare anche la piccola formazione amburghese. La società inizia a “mettere a profitto” l’etichetta di “squadra alternativa” giungendo, nel 2000, ad assorbire come logo, al fianco della porta di Amburgo, il Jolly Roger, ormai diventato simbolo della tifoseria. Il teschio con le tibie incrociate, introdotto sulle gradinate del Millerntor dai punk e dagli alternativi nei primi anni ’80, diviene un brand commerciale. Alcune componenti del tifo iniziano ad abbandonare la squadra decidendo di seguire una vicina formazione meno celebre, l’Altona 93, altri propendono per cercare di mantenere in vita il vecchio modo di concepire il calcio come fenomeno sociale opponendosi alla mercificazione. Nel 2011 va in scena la protesta “socialromantica”: all’interno dello stadio, all’entrata in campo delle squadre, l’intera tifoseria sventola bandiere rosse con teschi neri ed espone lo striscione: “Bring Back St. Pauli”. “Migliaia di tifosi hanno personalmente cucito e disegnato la propria bandiera con un teschio diverso da quello ufficiale che hanno chiamato Jolly Rouge” e, dopo la partita, danno vita all’immancabile corteo lungo le vie del quartiere, invitando al boicottaggio dei consumi all’interno dello stadio e delle aziende che sponsorizzano la società. Quella moltitudine di teschi neri su sfondo rosso rappresenta la riappropriazione dell’emblema da parte dei tifosi: si tratta di qualcosa che non appartiene a nessuno ma al tempo stesso a tutti, dunque non può essere messo in commercio.

Rote-FloraNella parte finale del libro, fanno capolino questioni legate alla stretta attualità. Nel 2013 si intrecciano nel quartiere ribelle alcune spinose vertenze. L’arrivo ad Amburgo, dall’Italia, di 350 profughi africani sbarcati nel 2011 a Lampedusa, porta alla costituzione, in loro difesa, del gruppo “Lampedusa in Hamburg” e viene rilanciata la campagna “Nessuno è illegale”. Il contenzioso riguarda la concessione del diritto di asilo collettivo e non individuale, come vorrebbero le autorità. “We are here to stay”, diventa la parola d’ordine che riecheggia ovunque nel quartiere ed, ovviamente, allo stadio. Altre questioni che toccano St. Pauli riguardano la minaccia di sgombero del palazzo Esso-Häuser che ospita circa un centinaio di famiglie e dello spazio Rote Flora.

Il testo di Petroni ha il merito di ricostruire un lungo percorso di lotte sociali e di conflittualità di fronte al porto di Amburgo. Sicuramente lo fa da una prospettiva parziale, resta il fatto che le storie narrate da questo testo difficilmente potranno essere cancellate definitivamente e senza colpo ferire. È la storia di St. Pauli a suggerirlo.

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