LOST – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 20 Jun 2026 20:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo https://www.carmillaonline.com/2015/08/31/la-costruzione-dellimmaginario-seriale-contemporaneo/ Mon, 31 Aug 2015 21:30:16 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24453 di Gioacchino Toni

immaginario_seriale_contemporaneoSara Martin, a cura di, La costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo. Eterotopie, personaggi, mondi, Mimesis, Milano – Udine, 2014, 187 pagine, € 16,00

Gli studi sulle serie televisive presentati dal volume curato da Sara Martin, si sviluppano dall’idea che la serialità si trovi ad essere al centro di una tensione trasformatrice della società contemporanea. La serialità viene analizzata a partire dal concetto di eterotopia sviluppato da Michel Foucault, che individua con tale termine “quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in [...]]]> di Gioacchino Toni

immaginario_seriale_contemporaneoSara Martin, a cura di, La costruzione dell’immaginario seriale contemporaneo. Eterotopie, personaggi, mondi, Mimesis, Milano – Udine, 2014, 187 pagine, € 16,00

Gli studi sulle serie televisive presentati dal volume curato da Sara Martin, si sviluppano dall’idea che la serialità si trovi ad essere al centro di una tensione trasformatrice della società contemporanea. La serialità viene analizzata a partire dal concetto di eterotopia sviluppato da Michel Foucault, che individua con tale termine “quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano” (M. Foucault, Eterotopia, Mimesis 2010). Pertanto, la televisione, può essere individuata come “l’eterotopia per eccellenza”, nella sua continua giustapposizione, in un luogo reale, di spazi che generalmente sarebbero incompatibili. Il processo di costruzione di un nuovo immaginario dei mondi seriali, secondo la curatrice del volume, ricorre a spazi anomali entro i quali i personaggi agiscono al fine di “proteggere la dimensione di chiusura dell’eterotopia, in cui si collocano, restii (o impossibilitati) a concedere l’ingresso degli altri spazi al loro interno”. Due le forme assunte dalle eterotopie definite da Foucault: “eterotopie di crisi” ed “eterotopie di deviazione”. Nel primo caso si tratta di luoghi riservati a chi, in relazione alla società, si trova in stato di crisi, nel secondo si tratta invece di quegli spazi in cui vengono collocati i devianti rispetto alle norme imposte (cliniche psichiatriche, carceri…). Il volume ragiona su questa seconda forma, “indagando la scrittura e la costruzione di luoghi e personaggi altri”.

Nell’immaginario prodotto da alcune serie si hanno rappresentazioni del mondo che portano lo spettatore a vivere esperienze affettivo-sensoriali fantastiche in grado, in taluni casi, di essere strumento di comprensione della realtà. In altri termini si può dire che diventano dei miti in grado di inglobare lo spazio dello spettatore trasformandosi in luoghi di “creazione di risposte” relativamente alla società. Altre serie narrano il mito di fondazione di civiltà costituentesi sulla base di un nuovo ordine, derivato da un disordine maggiore sconfitto in maniera più o meno definitiva. Essendo le eterotopie, sempre seguendo Foucault, la contestazione di tutti gli altri spazi esercitata o attraverso l’illusione che denuncia l’illusorietà della realtà, o creando uno spazio perfetto ed ordinato quanto il nostro è disordinato e caotico, il saggio si propone di tracciare una mappa dei luoghi in cui prendono vita questi mondi. In tali spazi si collocano le cosiddette prison television series, come, ad esempio, OZ (HBO 1997-2003), Prison Break (Fox, 2005-2009) ed Orange Is the New Black (Netfix, dal 2013). Una società può far funzionare con modalità diverse un’eterotopia, come nell’esempio foucaultiano del cimitero: si tratta di uno spazio trasformatosi radicalmente nel corso del tempo, da “luogo integrato” allo spazio abitativo, a “luogo altro”, distinto sino a divenire simbolo del culto moderno dei defunti. Relativamente al rapporto luogo di sepoltura, defunti e città, Sara Martin individua il costituirsi di differenti mondi narrativi; dalle serie incentrate sugli zombie, come The Walking Dead (AMC, dal 2010) ed In the Flesh (BBC Three, dal 2013), alle storie di vampiri, come il vecchio Dark Shadows (AMC, 1966-1971), Buffy the Vampire Slayer (WB / UPN, 1997-2003) e True Blood (HBO, 2008-2014). Essendo le eterotopie connesse con la suddivisione del tempo, in diverse serie si assiste alla questione della rottura con il tempo tradizionale. Ad esempio, in Lost (ABC, 2004-2010) si ha una rottura tra il tempo dell’isola e quello fuori da essa ed in Person of Interest (CBS, dal 2011) i protagonisti ricorrono all’archivio visivo delle telecamere di sorveglianza, luogo in cui, al pari delle biblioteche e dei musei, il tempo “non smette di accumularsi”.

Nel suo intervento, Roy Menarini, sottolinea come da qualche tempo le serie televisive non soffrano più della sindrome di inferiorità culturale nei confronti del cinema. Lo studioso individua in Avatar (2009) di Jeames Cameron un esempio di riconquista di mercato, nei confronti della televisione, da parte del cinema, attuato attraverso il ricorso al 3D, come elemento di “valorizzazione della sala”. Anziché sfidare le serie televisive sulla complessità del racconto, il cinema sembra optare per una particolare “esperienza di visione” ed una generale “semplificazione simbolica”. Il cinema cerca, in altre parole, di conquistare per via tecnologica quanto non riesce più a garantire in termini narrativi. A proposito di questi ultimi, Menarini sottolinea come anche i registi cinematografici che, in un primo tempo, hanno insistito su “rompicapi narrativi”, come lo stesso Quentin Tarantino, siano passati a racconti più lineari. La produzione contemporanea statunitense, soprattutto di carattere spettacolare, ha optato per strategie commerciali volte ad intrecciare le serie televisive con i prodotti cinematografici, in transmedia storytelling in cui i due prodotti si dimostrano l’uno l’espansione dell’altro. In ciò la produzione della Marvel è maestra, con tanto di ulteriore prolungamento nei videogames. La serialità televisiva contemporanea, secondo l’analisi di Menarini, ha raccolto la nozione di drama offrendo spazio a soggetti solitamente propri del cinema indipendente di nicchia, ampliando ed intorbidendo i riferimenti culturali. Tale complessificazione dei prodotti audiovisivi si traduce, dal punto di vista imprenditoriale, in strategie di marketing e di targeting sempre più elaborate basate su algoritmi e software di profilatura degli utenti sempre più elaborati.

Marta Boni, nel suo scritto, ragiona circa la capacità dei racconti seriali di costruire mondi con geografie che si sovrappongono a quelle reali. Quando si parla di mondi, sottolinea la studiosa, si parla di un sistema complesso non riconducibile né ad una storia né ad un solo medium. “Una serie è un sistema complesso, provvisto di confini, che tiene insieme vari racconti e che, grazie alla ‘saturazione’ delle capacità cognitive dello spettatore attraverso la molteplicità, ottiene il risultato di costruirsi come mondo consistente, esplorabile a piacere e, come tutte le eterotopie, può essere il luogo in cui una società pensa i propri confini ed elabora la propria identità”. L’epopea mette in ordine un mondo così come alcuni mondi seriali inglobano lo spazio dello spettatore divenendo luoghi di “creazione di risposte sulla società”. Il mito, conclude l’autrice, si costruisce per sedimentazione, si sviluppa nella ridondanza e nella permanenza di frammenti nello spazio sociale, è un processo storico di costruzione della memoria collettiva ed i mondi seriali “emergono nel tempo come degli spazi flessibili al punto da diventare sistemi, o ‘ecosistemi’, delle presenze durevoli nell’universo mediale contemporaneo”.

game-of-thrones-daenerysMaria Comand si sofferma sui personaggi della serialità fantasy sottolineando come questi non costituiscano un caso diverso rispetto a quelli di altri mondi di fantasia, visto che per entrambi lo spettatore impiega i medesimi procedimenti di comprensione ed adesione. Nell’analizzare il dibattito che si è sviluppato attorno alla serie Game of Thrones (HBO, dal 2001), l’autrice mette in risalto come attorno ad alcuni personaggi si sia sviluppata una riflessione assai approfondita. Sulla figura di Daenerys Targaryen, ad esempio, si scontrano interpretazioni che vanno da chi, accusando la serie di sessismo (Myles McNutt ha a tal proposito coniato il termine sexposition), stigmatizza i comportamenti della ragazza perché “esprimerebbero una subordinazione a codici di comportamento androcratici, giacché usa il proprio corpo per emanciparsi”, a chi, invece, la considera “un’icona progressista-femminista, in virtù del suo intendere la leadership come espressione carismatico-empatica e come cura degli altri”. Secondo Comand, questo serrato dibattito prova, prima di ogni altra cosa, l’esistenza di Daenerys: “come soggetto del dibattito pubblico, nella vita immaginativa, simbolica e affettiva degli spettatori, questa donna Nata dalla Tempesta e Madre dei Draghi esiste”. Evidentemente, sostiene la studiosa, “l’incredibilità non implica automaticamente scarsa credibilità o l’incapacità di coinvolgere, incantare, suscitare sentimenti e interrogativi”, tanto che, con estrema naturalezza, si arriva a chiedersi se Daenerys Targaryen sia o meno femminista.

Alberto Brodesco analizza il rapporto tra teorie scientifiche e trame seriali che struttura un immaginario scientifico-mediale ove la cultura pop “trova nutrimento nella scienza che sfida il senso comune”. L’autore sottolinea come, a differenza del cinema del passato in cui la scienza solitamente compare attraverso la figura dello scienziato pazzo che valica il confine del consentito, la fiction contemporanea “mostra la scienza costretta dalla sua stessa episteme a spingersi al di là dei limiti della mente umana”. Per lo spettatore la legittimazione fornita dalla scienza regala alla narrazione un’atmosfera, in cui si fondono mistero e razionalità, utile al mantenimento di quell’ambiguità che rappresenta “uno dei cardini su cui si reggono le narrazioni estese”.

Decisamente approfondita risulta l’analisi della complessa struttura di Game of Thrones (HBO, dal 2001) realizzata da Luca Bandirali ed Enrico Terrone. Viene dai due indagato il ruolo narrativo dello spazio nel conflitto messo in scena dalla serie. In tale opera, sostengono gli autori, il legame strutturale tra spazialità, conflitto e forme di vita raggiunge livelli estremi di articolazione e proliferazione. Lo spazio qua è l’oggetto della contesa tanto che il mondo di Game of Thrones risulta cartografato con estrema cura. In uno dei quattro continenti, Westeors, suddiviso in sette regni, abbiamo il centro focale di tutta la vicenda. Chi tra i sette regni, perennemente in conflitto tra di loro, occuperà King’s Landing, ove si trova il trono, si troverà a governare su tutti gli altri. Al di là dei conflitti interni, i pericoli per Westeors vengono da nord, oltre la barriera, dai barbari bruti che premono sulla frontiera per fuggire dalla minaccia dei “non-morti” mentre, da sud, la minaccia viene dall’ultima discendente dei Targaryen, un casato spodestato restato senza stato. Da nord la minaccia ultima è rappresentata dai “non-morti”, mentre da sud da un esercito “ibridato con forme di vita non umane, i draghi”. Lo scontro finale pare destinato ad essere quello tra umani e non-umani.
Bandirali e Terrone analizzano dettagliatamente la complessa sigla iniziale della serie rilevandovi un’elaborata presentazione della struttura spaziale e narrativa. La sigla offre le esatte coordinate geografiche della serie e varia leggermente in base alle località maggiormente coinvolte nella narrazione della puntata. In essa compare anche un’enigmatica forma sferica: “Se la mappa rappresenta lo spazio geografico, il topos, come condizione fondamentale della narrazione (…) questa sfera rotante, con le sue effigi di draghi, cervi e antichi condottieri, sembra piuttosto voler condensare le altre dimensioni fondamentali della storia: l’epos come incombere di un passato leggendario, il kratos come pervasività delle relazioni di potere, e il telos come tensione verso un futuro nel quale si addensano progetti, obiettivi, speranze, timori”. Ulteriore approfondimento riguarda la complessa orchestrazione degli spazi e, secondo gli autori, quando la serie “abbandona la tipica verbosità del fantasy e mette in scena il potere dello spazio, raggiunge l’apice della propria rilevanza estetica in una fusione perfetta tra progetto narrativo, stilistico e ideologico”.

Alice Cucchetti si occupa dei fenomeni fandom legati alle produzioni seriali partendo da una definizione di fan inteso come “fruitore che opera sul proprio oggetto di culto un investimento emotivo, affettivo, performativo. Descriversi come fan di un prodotto (culturale oppure no) corrisponde a dare agli altri e a se stessi una definizione di sé. E di conseguenza riconoscere come simili le persone che condividono la stessa passione”. Con il termine fandom si indica, pertanto, una comunità di fan composta da cultori che “adottano un approccio attivo e dinamico nei confronti del testo”. Il materiale idolatrato viene saccheggiato dai fan e rimodellato secondo esigenze di carattere creativo ed emotivo che, non di rado, sfocia in una “produzione derivata” che integra l’oggetto di partenza o se ne distacca totalmente. Le produzioni culturali narrative si prestano alle dinamiche di fandom per diversi motivi, tra questi hanno un ruolo importante la spiccata componente d’evasione, il “potenziale di immedesimazione intimamente personale” e la possibilità di intervenire, sia come “sforzo immaginativo” che come “agire produttivo”, nella manipolazione del complesso “universo narrativo finzionale”. Risulta evidente come le produzioni seriali, televisive e non, amplifichino tali dinamiche. L’autrice ricorda come il primo fandom riconosciuto sia relativo al personaggio di Sherlock Holmes al punto di imporre ad Arthur Conan Doyle di “resuscitare” il protagonista dopo averlo fatto morire in un racconto del 1893. Sul celebre investigatore sono poi stati prodotti oltre duecento film e diverse serie televisive che hanno offerto ai fan ulteriore materiale su cui investire energie ed emozioni. Tra le produzioni televisive spicca per popolarità, la serie Sherlock (BBC, dal 2010), che vanta un fandom particolarmente attivo sul web. L’universo narrativo di Doyle, in effetti, contiene diverse caratteristiche utili alla creazione del fenomeno fandom: la dimensione seriale, la chiamata in causa del lettore/spettatore coinvolto nel metodo deduttivo anche grazie alla figura di Watson come suo alter ego ecc.
In generale, la serialità televisiva, sostiene Cucchetti, apre a forme di gradimento basate, oltre che sulla ripetizione e sulla variazione infinita, sulla competenza intertestuale del pubblico. Tale tipo di fruizione si è intensificato nel corso della cosiddetta “Golden Age seriale” caratterizzata da “narrazioni stratificate e complesse, una forte orizzontalità, una moltiplicazione dei personaggi e delle relative storyline, un approfondimento di temi trasversali, filosofici e/o morali. È una tipologia di racconto che pretende di essere fruita collettivamente”. Il fenomeno fandom non deve però essere percepito esclusivamente come attività “dal basso” visto che le produzioni non mancano di stimolare la nascita di tali fenomeni mettendo a disposizione materiale in abbondanza: “la grassroot convergence” interagisce con la “corporate convergence”.
Circa la “potenza di fuoco” che alcuni fandom sono in grado di dispiegare, l’autrice riporta il caso di Firefly (Fox, 2002), ove le veementi proteste dei fan per la cancellazione della serie dopo pochi episodi (trasmessi dall’emittente televisiva disordinatamente e con una collocazione di palinsesto infelice) hanno convinto la Universal Pictures a riprendere il discorso interrotto attraverso la realizzazione del lungometraggio cinematografico Serenity (2005). Caso, per certi versi, ancora più eclatante riguarda la serie Veronica Mars (UPN / CW, 2004-2007), teen drama poliziesco cancellato dopo tre stagioni. Il creatore della serie e l’attrice protagonista hanno chiesto direttamente alla comunità di fan di contribuire, attraverso un crowdfunding, al finanziamento di una nuova produzione. Lanciata la raccolta dei 2 milioni di dollari necessari sulla piattaforma Kickstarter, questi sono stati ottenuti dopo sole 24 ore ed, a fine raccolta, sono stati raggiunti più di 7 milioni di dollari. In entrambi i casi si capisce come, nonostante l’insuccesso della normale programmazione, “una nicchia di pubblico apparentemente ristretta ma motivata da una passione intensa è un’audience fruttuosa e potente quanto (e forse più) di una larga massa debole”. L’intervento di Alice Cucchetti si chiude toccando una questione importante circa lo sviluppo delle comunità di fan: come influirà sulla fruizione sociale del prodotto seriale la scelta di piattaforme streaming, come Netfix, di rilasciare tutti gli episodi della stagione contemporaneamente?

L’intervento di Veronica Innocenti passa in rassegna la serie televisiva Buffy the Vampire Slayer (WB / UPN, 1997-2003), preceduta dall’omonimo film per le sale cinematografiche di F. Rubel Kuzui del 1992. In entrambe le produzioni, sceneggiate da Joss Whedon, si narrano le vicende di una giovane californiana che, all’improvviso, scopre di essere la prescelta per difendere l’umanità da creature mostruose. Ibridazione, ribaltamento ed ironia nei confronti delle convenzioni di genere rappresentano i punti di forza di Buffy. La serie, caratterizzata da una forte instabilità delle identità dei personaggi e da una spiccata ibridazione dei generi, è strutturata su un sistema modulare ed, al pari di diverse altre produzioni seriali contemporanee, sostiene Innocenti, risulta contraddistinta da una “particolare sensazione di permanenza”. Abbandonati i sistemi tradizionali di narrazione procedurale, le forme testuali contemporanea si sono trasformate in “ecosistemi narrativi” caratterizzati per essere “sistemi aperti, abitati da forme narrative e personaggi che si modificano nello spazio e nel tempo (…); fondati su meccanismi di rimando e rimediazione; persistenti e resilienti, cioè durevoli e capaci di resistere alle perturbazioni (…); caratterizzati da una componente biotica preponderante, cioè da una materia narrativa viva e vitale, soggetta a processi di competizione, di adattamento, di cambiamento, di modifica”. Circa l’estensione del fenomeno Buffy ben oltre al medium televisivo, Innocenti sottolinea l’importanza del suo approdo nel mondo dei videogiochi, grazie al quale si allargano notevolmente le situazioni narrative e si permette al fruitore un ruolo decisamente più attivo. Il fruitore non si trova più a seguire una serie televisiva, ma, piuttosto, è chiamato ad “inseguirla” nei diversi ambiti mediali.

Il saggio di Paola Brambilla analizza Grimm (NBC, dal 2011), serie televisiva fantastico-procedurale ove il detective Nick Burkhardt, discendente dai “guardiani Grimm”, viene ad avere a che fare con creature demoniache. Grimm viene qua indagato “quale caso di evoluzione estetica e narrativa di una serie in relazione a fattori istituzionali e commerciali, legati alle esigenze dello scenario televisivo e mediale”. Dopo aver evidenziato come la forma iniziale della serie risulti influenzata dai meccanismi interni della broadcast television (che per sua natura è sottoposta ai controlli della Federal Communication Commision e deve prevedere i break pubblicitari, con ciò che ne consegue a livello di struttura narrativa), viene analizzata l’influenza sull’evoluzione stilistico-narrativa esercitata dal posizionamento nel palinsesto ed annesse strategie competitive. Elemento sfruttato al fine di accrescere la fidelizzazione risulta quello dell’incrementare il dialogo con i fan; ad esempio nella chiusura dell’ultima stagione compaiono sullo schermo note degli autori che, “strizzando l’occhio” al pubblico più affezionato recitano: “To be continued. Oh, come on. You knew this was coming”.

the-walking-deadLo scritto di Gabriele de Luca si occupa della rappresentazione dello straniero attraverso la figura del morto vivente in The Walking Dead (AMC, dal 2010). Prima di affrontare direttamente la serie, l’autore ricostruisce brevemente come la figura del morto vivente si presti a divenire nelle produzioni audiovisive contemporanee metafora “dello straniero, e più precisamente del migrante, quello irregolare, che si sposta clandestinamente, che viaggia senza i documenti necessari”. Analizzando le caratteristiche dello zombie, suggerisce de Luca, diviene possibile “riflettere sullo statuto attuale di questa figura” e sulla “rappresentazione dell’altro nei media contemporanei”.
Il classico dilemma circa la vera natura dei morti viventi torna anche in The Walking Dead: queste figure appartengono o meno al genere umano? I morti viventi della serie si presentano trasandati, pallidi, affamati e muti. “Gli zombie, come i migranti ridotti al silenzio dalle culture dominanti, sono muti, incapaci di articolare le proprie rivendicazioni, in grado a malapena di dialogare tra loro”. L’elemento che però sembra accomunare maggiormente zombie e migranti irregolari è la deindividualizzazione. I media rappresentano quasi sempre i migranti, esattamente come gli zombie, come folla, come orda che avanza col fine ultimo di sconvolgere la vita delle comunità civili. Tra le peculiarità della serie esaminata, de Luca individua il fatto che “la presenza dei walkers da stato d’eccezione diventa caratteristica costante di un mondo nuovo, rispetto al quale quello vecchio non è che un ricordo”. Una volta constatata l’impossibilità di sconfiggere il fenomeno dei morti viventi ed una volta scoperto che tutti, indistintamente, una volta morti si trasformano in zombie pur senza essere stati morsi da essi, ogni speranza di poter tornare alla vecchia società si spegne. La questione diventa allora quella di trovare forme di coesistenza, di costruire comunità nuove pur tra mille contraddizioni e difficoltà. L’elemento di novità introdotto dalla serie è che lo spunto narrativo dell’invasione dei morti viventi rimane presente ma viene pian piano relegato più sullo sfondo ed alla questione dello statuto degli zombie (umani/non-umani) “fa da contraltare un progressivo ed inesorabile assottigliarsi della barriera che separa uomini e zombie”. Anche gli esseri umani, via via, divengono sempre più lividi, sporchi, emaciati ed inclini ad impulsi violenti primordiali e l’assottigliarsi del confine che separa esseri umani e morti viventi è accompagnato da una “progressiva normalizzazione della situazione di eccezione”. L’accoglienza nei confronti di altri esseri umani si è data sul finire della terza stagione: all’interno della prigione-rifugio vengono accolti gli abitanti Woodbury, dopo che si è palesata la vera natura del Governatore. Resta da vedere se e come vi potranno essere modalità di apertura nei confronti dei walkers.

Les-Revenants-01Chiara Grizzaffi affronta la serie francese Les Revenantes (Canal+, dal 2012) in cui confluiscono i topoi di diversi generi, tra questi l’horror, il thriller ed il dramma. Seppure l’idea della serie derivi dal film omonimo realizzato nel 2006 da Robin Campillo, nella realizzazione seriale di Fabrice Gobert e Frédéric Mermoud, i cambiamenti sono parecchi. Venendo alla produzione di Canal+, le vicende narrate ruotano attorno ad un’immaginaria cittadina delle montagne francesi ai piedi di una diga, ove, pian piano, iniziano a far ritorno alle rispettive dimore personaggi deceduti da tempo. Il rapporto che si instaura tra questi personaggi che improvvisamente ritornano e gli abitanti della cittadina è al centro della vicenda. Altri elementi inquietanti si aggiungono, man mano, alla narrazione: la scoperta che il lago delimitato dalla nuova diga ricopre il vecchio paese sommerso da un’inondazione causata dal cedimento della precedente diga; il fatto che l’età di coloro che ritornano pare essere restata quella del momento della loro scomparsa mentre il resto del paese ha continuato ad invecchiare, l’inquietante figura della “guida spirituale” della comunità, i poteri che sembrano avere alcuni revenant, l’impossibilità di lasciare il paese da parte di chi tenta di andarsene e finisce poi per ritrovarsi sempre al punto di partenza, l’inspiegabile calo del livello dell’acqua del bacino delimitato dall’imponente nuova diga, la presenza di cadaveri di animali che sembrano essersi lanciati volontariamente nel lago, il fatto che alcuni dei revenant iniziano a manifestare piaghe di decomposizione sulla pelle dal sapore cronemberghiano ecc.
L’intera vicenda è contraddistinta, secondo Grizzaffi, da un tono perturbante; ciò che pur pare familiare allo spettatore, ben presto, a partire dalla sigla di testa, si presenta ad esso come estraneo. Se i primi episodi risultano “più intimisti”, gravitanti attorno al “conflitto psicologico” tra i personaggi, la trama sfocia, nell’approssimarsi all’epilogo, nel paranormale, lo scenario diviene post-apocalittico e la cittadina appare sempre più isolata dal resto del mondo tanto in termini spaziali che temporali, in una perturbante atmosfera sospesa in cui si mescola la temporalità bloccata dei ritornanti con lo scorrere del tempo dei cittadini che, pare, rallentare sempre più. Il finale pare zombie-oriented, con decine e decine di revenant che escono dalla foresta per dirigersi, tra le nebbie, verso l’abitato. Il rifiuto da parte dei vivi di consegnare Adèle ai revenant, porta allo scontro e l’ultima immagine ci mostra la città sommersa dalle acque.
La serie Les revenantes, sostiene acutamente Grizzaffi al termine del suo scritto, al di là dei riferimenti ai diversi generi (horror, thriller ecc.), “svela una complessità e una stratificazione maggiori: l’umanizzazione dell’orrore, il forte accento sui risvolti psicologici o sugli aspetti più banali del dolore e il rifiuto di motivare o spiegare la componente soprannaturale della trama, costituiscono una sfida per gli spettatori costretti a stare al gioco nonostante le regole – solitamente stabilite anche dalle coordinate di genere – in questo caso non siano chiare. (…) E, forse, tutto questo ci dice qualcosa anche sui tempi che stiamo vivendo: in un’epoca in cui l’oblio è un diritto da riconquistare e le tracce del nostro passato, soprattutto quelle digitali, sopravvivono anche alla nostra morte, rischiamo davvero di essere condannati al passato”.

Pietro Bianchi analizza la serie True Blood (HBO, 2008-2014) a partire dall’ambientazione: il profondo Sud rurale degli Stati Uniti. Tale mondo ha esercitato un certo fascino sull’immaginario americano, tanto che numerosi sono i film ambientati in tale località che riesce a mescolare eccessi e contraddizioni. Non è difficile immaginare come la rappresentazione del Sud rurale si sia alimentata di stereotipi propri della cultura urbana nordamericana che hanno finito con il costruirne un’immagine in cui le contraddizioni sono portate all’eccesso; di queste terre si elogia la genuinità e l’autenticità ma al tempo stesso ci si spaventa per l’arretratezza tecnologica e culturale. Bianchi sostiene che ”True Blood non ci vuol fare vedere il Sud, ci vuole far vedere l’immagine del Sud. Quell’immagine che l’ha reso un oggetto del desiderio delle élite colte e urbane americane e dei film di Hollywood degli ultimi anni. Il fatto che di questo luogo vengano mostrati con insistenza i tratti di eccesso sessuale, fisico, estatico; o che venga continuamente riaffermato il surplus di autenticità e veracità, costituirà il filo rosso dell’intera serie. La presenza dei vampiri serve infatti a raddoppiare all’interno dell’intreccio, quello che la rappresentazione del Sud costituisce all’esterno nell’immaginario contemporaneo”. Nella serie si sommano gli eccessi propri delle creature soprannaturali con le esperienze umane quando queste si fanno estreme. L’esperienza dell’andare oltre la propria umanità, secondo Bianchi, “non ha niente a che vedere con il registro del magico o del soprannaturale, ma con qualcosa di estremamente razionale e che la psicanalisi definisce ‘pulsione di morte’”. Nella serie la comparsa dei vampiri si accompagna “all’impossibilità di alcuni personaggi di riuscire a fari i conti con la distruttività del godimento”. Tale ragionamento porta l’autore a concludere che di “soprannaturale”, nella serie esaminata, c’è proprio la pulsione di morte, ossia “un principio di superamento dei limiti del vivente che tuttavia si trova al cuore dell’umano” e le creature soprannaturali (vampiri, licantropi ecc.) “sono un modo per dare manifestazione a ciò che di innaturale vi è nell’essere umano, non un modo per mettere a tacere l’umano con ciò che umano non è”.

person of interestLo scritto di Valentina Valente si occupa di Person of Interest (CBS, dal 2011), serie che mescola thriller spionistico ed aspetti avveniristici di derivazione fantascientifica ma esplicitamente ancorata a questioni che toccano il mondo reale ormai disseminato di telecamere di controllo a circuito chiuso e banche dati utili a tracciare i profili degli individui. La “Macchina” in grado di riconoscere e mappare gli individui sfruttando CCTV e banche dati, compare in quanto commissionata, in seguito all’11 settembre, dal governo statunitense, al fine di sventare attacchi terroristici. Grazie all’integrazione umana dei due protagonisti, la Macchina si rivela in grado di fornire informazioni riguardanti anche crimini non di carattere terroristico. Ed è di questo uso che si occupa Person of Interest. Nella serie si esplicita, secondo Valente, una distinzione tra chi, avendo accesso agli “strumenti della conoscenza e dello sguardo”, dunque detiene il potere, e chi, è inconsapevole. La Macchina costituisce la linea di separazione tra questi due mondi. Altro elemento su cui si sofferma tale analisi riguarda le caratteristiche dei luoghi entro cui si dipana la narrazione. La biblioteca-rifugio rappresenta il luogo della ricerca e della pianificazione, tale spazio è l’unico a presentarsi allo spettatore come sicuro, tanto che non viene quasi mai inquadrata la porta di accesso al fine di rafforzare l’idea di spazio inviolabile. Il commissariato di polizia che, normalmente viene presentato nei film e nelle serie televisive come spazio sicuro, in questo caso appare come luogo concepito per “impedire la riservatezza”; si tratta di un’ambiente corrotto, potenzialmente pericoloso. L’ambiente principale, continua Valente, è la città, New York. In questo caso lo spettatore ne prende visione principalmente attraverso la videosorveglianza. I dispositivi video “non sono soltanto oggetti diegetici che per un breve momento caratterizzano la narrazione (…) o sono semplicemente gli oggetti prevalenti per lunghi brani narrativi (…), ma connotano la configurazione visiva dell’intera opera”. I dispositivi di sorveglianza oltre ad essere “oggetto diegetico” rappresentano una “modalità di fruizione di immagini” a cui il pubblico contemporaneo è abituato, perciò “la loro varietà di topologia di immagine non è spiazzante, ma amplifica la complessità della collocazione dello sguardo nella frammentarietà della metropoli contemporanea”.

L’analisi di Rossella Catanese e Valerio De Simone passa in rassegna Bates Motel (Universal Television Group – The Wolper Organization – A&E, dal 2013), serie che sembra un prequel anomalo di Psyco (1960) di Alfred Hitchcock. Le storie narrate si svolgono attorno alla famiglia Bates, nel corso dell’adolescenza di Norman. L’anomalia, se si vuole intendere la serie come prequel di Psyco, consiste nel fatto che la collocazione temporale contraddice tanto l’opera hitchcockiana, quanto il remake realizzato da Gus Van Sant nel 1998, essendo, la serie, ambientata in epoca a noi contemporanea e non prima degli anni Sessanta, nel caso anticipasse Hitchcock, né prima degli anni Novanta, nel caso decidesse di rifarsi alla versione di Gus Van Sant. Inoltre, cambia la località: un piccolo paesino sulla costa dell’Oregon, White Pine Bay, al posto della cittadina californiana di Fairvale. Bates Motel, pertanto, non può essere indicato né come un vero e proprio prequel, né, tantomeno, come, ennesimo, remake. Secondo gli autori la serie è piuttosto considerabile una rielaborazione, una rilettura di ambientazione contemporanea di un’opera ormai diventa classica. Dalla seconda metà degli anni Duemila sono numerosi i casi in cui vengono riprese opere cinematografiche o vecchie serie di successo ed ambientate ai giorni nostri con diversi cambiamenti. La serie Bates Motel, secondo Catanese e De Simone, può essere definita un “double re-imagined”: viene infatti doppiamente ri-immaginato ciò che non è stato mostrato precedentemente per poi collocarlo ai nostri giorni al fine di accrescere “il processo di identificazione” dei teenager. bates_motel_06Al fine di marcare lo stato di isolamento di Norman, viene mostrato indossare abiti “retrò”, per certi versi atemporali, differenziandolo così dalla comunità dei suoi coetanei vestiti invece in maniera contemporanea. Ulteriore elemento su cui si sofferma l’analisi riguarda il ruolo della crisi economica nella serie. Mentre in altre serie la crisi che ha attraversato gli Stati Uniti nel 2008, sostengono gli autori, risulta rappresentata come “evento traumatico di passaggio”, nella serie in esame diviene un elemento essenziale. “In Bates Motel il processo che ha generato la crisi viene capovolto: a generare la crisi non sono le speculazioni dei professionisti della borsa, bensì le proteste di un gruppo di ambientalisti” che mettono in crisi il business del commercio di legname, fino ad allora perno dell’economia locale, aprendo le porte alle attività illegali che sommergono la cittadina. È lo stesso dimesso motel a divenire emblema della crisi economica, motel che già nella versione hitchcockiana esibisce, nelle intenzioni del regista, il “grigio squallore della working class, i sogni infranti del benessere negato”. L’analisi di Catanese e De Simone insiste sulla centralità del motel segnalando come sin da Psyco di Hitchcock il set, composto da motel ed annessa casa sulla collina, sia pensato come “concretizzazione del paesaggio interiore del protagonista”, e finisca per rappresentare “il terrore collettivo per l’abiezione degli omicidi seriali, trauma culturale per gli Stati Uniti degli anni Cinquanta”. Il motel, nell’analisi esposta dagli autori, diviene “un’eterotopia, un luogo privo di riferimenti geografici o culturali, che condensa gli elementi aleatori e precari di un’idea di estraneità”, l’orrore non è più confinato nella spettrale casa sulla collina ma “appare improvvisamente nella banalità quotidiana e anonima del motel”, mentre l’isolamento dei due edifici, casa/motel, sembra replicare, simbolicamente, “l’io diviso del protagonista e contemporaneamente la sua dipendenza dalla personalità materna”.

L’ultimo contributo del libro curato da Sara Martin, è di Mimmo Gianneri e si occupa di Battlestar Galactica (Sci Fi Channel, 2004-2009), versione re-imagined della serie televisiva di fine anni Settanta Galactica (Glen A. Larson Productions – Universal TV, 1978-1979). La serie andata in onda a partire dal 2004 si inserisce nelle produzioni che intendono riprendere in maniera allegorica la società statunitense dopo l’11 settembre: “la flotta coloniale è alle prese con le conseguenze di un attacco al proprio cuore che si rivela fin da subito un’offensiva al proprio modello culturale e alle proprie certezze ideologiche”. Dal punto di vista stilistico la serie decide di adottare uno stile “documentaristico” con ambientazioni realistiche ed un “paesaggio sonoro costituito da suoni diegetici”. La colonna sonora riveste un ruolo fondamentale nella comprensione della filosofia della serie, tanto che l’analisi di Gianneri si concentra principalmente sul sonoro a partire dalla scelta di preferire al cliché della musica sinfonica, tipico di tanta fantascienza, sonorità non occidentali, al fine di sottolineare simbolicamente “la composizione culturalmente eterogenea della flotta in fuga”. Nell’economia del soundscape, sottolinea lo studioso, “la musica percorre una strada parallela a quella del sonoro diegetico realistico e aptico in una vera e propria divisione dei ‘compiti’. Se il suono diegetico è il prodotto del sudore, della fatica quotidiana e, in ultima misura del lavorio del metallo arrugginito che circonda le navi-prigioni perse in cerca di una ‘casa’, la musica extradiegetica rappresenta una forza esogena di pacificazione” E le rare occasioni in cui il sonoro diegetico ed extradiegetico dialogano, rimandano alla presenza di un’entità superiore tanto che il ritrovamento della Terra pare fondarsi sulla “capacità di cogliere e interpretare, da una prospettiva terrena – fatta di tradimenti, morti e ferite interiori – i segni divini (cioè musicali) percepibili”.

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Divine Divane Visioni (Cinema porno 08/11) – 68 https://www.carmillaonline.com/2015/03/05/divine-divane-visioni-cinema-porno-0811-68/ Thu, 05 Mar 2015 21:57:34 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21084 di Dziga Cacace

I see you shiver with antici…PASSION! (Frank N.Further) 

ddv6801755 – L’imperialismo sensuale e sudaticcio di An Officer and a Gentleman di Taylor Hackford, USA 1981 Ufficiale e gentiluomo: croce e delizia della mia adolescenza, film inevitabile quando passava in tivù, visto e rivisto almeno una decina di volte, compiaciuto prima e man mano imbarazzato poi, eppure impossibilitato a mollarlo, con tutti i centri nervosi disattivati, godendone con malcelata vergogna e suprema voluttà. La prima volta è stata coi miei genitori, credo all’Odeon di Genova nel 1983 e per i miei [...]]]> di Dziga Cacace

I see you shiver with antici…PASSION! (Frank N.Further) 

ddv6801755 – L’imperialismo sensuale e sudaticcio di An Officer and a Gentleman di Taylor Hackford, USA 1981
Ufficiale e gentiluomo: croce e delizia della mia adolescenza, film inevitabile quando passava in tivù, visto e rivisto almeno una decina di volte, compiaciuto prima e man mano imbarazzato poi, eppure impossibilitato a mollarlo, con tutti i centri nervosi disattivati, godendone con malcelata vergogna e suprema voluttà. La prima volta è stata coi miei genitori, credo all’Odeon di Genova nel 1983 e per i miei 13 anni questa era una storia edificante di maturazione. Poi – come detto – il revisionismo dell’adolescenza e della maturità. E oggi, decrepito? Mi concedo la versione in originale, curioso di capire come sia cambiata la mia percezione. E non posso che ammettere: sono di fronte a un sublime capolavoro kitsch, intossicante e ineludibile, con un’anima blue collar (un po’ come il primo Rambo) che giustifica lo sbandamento intellettuale, anche a fronte di un militarismo esibito senza ritegno: alla nazione bruciava ancora il culo dopo la sconfitta in Vietnam (come ricordava bene Un pesce di nome Wanda non avete pareggiato, avete perso, ah ah!) e il film ottenne un successo clamoroso, con corsa all’arruolamento di tanti babbei. Richard Gere ebbe invece – dopo American Gigolo – la definitiva affermazione: qui entra in scena in canottiera, bacino leggermente in avanti, braccia penzoloni, scocciato. Vi assicuro, ho visto cani con lo sguardo molto più intelligente. Orfano di mamma, con babbo marinaretto puttaniere e ubriacone, Zack Mayo ha alle spalle un’infanzia difficile nelle Filippine, traumatizzato da donne zoccole e uomini ladri scimmieschi (tutto grazie a scene esemplificative che ci danno subito la razzista chiave giustificativa per comprendere come mai Zack sia un po’ fragilino). Il ciondolone decide di dare una svolta alla sua vita e uno schiaffo morale al padre e per dimostrare qualcosa si iscrive al corso ufficiali dell’aviazione. Nel campo d’addestramento affacciato sul Puget Sound, stato di Washington, lo attende il sergente Foley, Lou Gossett jr. (che per l’interpretazione vincerà il premio Oscar), che allena le matricole facendogli cantare canzoni giulive contro i vietcong, da abbrustolire col napalm, donne e bambini compresi, cosa che nella versione italiana era prudenzialmente censurata. Servono 6 anni per uscire dall’accademia come piloti: questo è solo l’inizio ma è la scrematura più dura. Intorno alla base bazzicano ragazze in cerca di marito, per scappare da questa zona della costa pacifica francamente deprimente (ambientino che ti ha creato un Kurt Cobain, per dire). Due di loro vengono adocchiate alla prima occasione da Zack e dal commilitone Sid: sono Paula Pokrifky e l’amica Lynette, operaie in una cartiera. Paula, con un cognome che sembra una divinità malvagia di un racconto di Lovecraft, è Debra Winger, attrice che ho amato, amo e amerò sempre, uno splendore assoluto, con gli occhi come due fanali, non bella secondo i canoni classici, ma adorabile. Okay, asciugo la bavetta e proseguo: lei mezza polacca, Zack italo-irlandese (direi con i difetti delle due nazionalità), si trovano alla perfezione, con ansia di riscatto sociale ed esistenziale. Nasce un amore che ai miei 13 anni aveva creato qualche spaesamento sessuale: i due scambiano baci sbocconcellati il cui rumore è quello di un cane che lappa dalla scodella uno spezzatino sugoso, masticando i boli a bocca aperta e sbatacchiando le fauci. E vabbeh. Si arriva al primo accoppiamento dopo che lui ha sbroccato per questioni di possesso della merce: al suono di Tush degli ZZ Top c’è stato il virile confronto con quei bovari locali che si vedono fottere dai militari il bestiame femminile. Mayo ha spaccato il naso a un poverino che obiettava alla razzia, poi – siccome è sensibile – si è pentito e Paula: “Non hai avuto scelta” (e non è vero!). Zack: “Un uomo ha sempre una scelta”, e cominciamo ad addentrarci nei territori del Mito. Segue sceneggiata degna di Merola con lui che non ne vuole sapere, lei invoca attenzione, lui la offende e la scaccia, lei piange, lui la raggiunge, le soffia in un orecchio, una carezza, un bacio e voilà, e dopo la prima chiavata cowboy style lei è subito geisha e gli cucina le uova col bacon (e lui mangia come un cafone, con la testa nel piatto, la forchetta tenuta come un pugnale e pure i gomiti sul tavolo. Bah). Ahia, qui c’è già puzza di famiglia. Intanto l’addestramento punteggia la narrazione evidenziando le caratteristiche dei compagni di corso, tra cui Casey Seeger, la ragazza che non riesce a superare il percorso di guerra. Alla truppa viene insegnata la disciplina e lo spirito di corpo e Foley prova a far fuori Zack che commerciava in scarpe e fibbie lucidate, il mascalzoncello. Non ottiene le sue dimissioni dopo un’altra scena madre (“Don’t you eyeball me, boy!”) e da lì in poi il corso è una passeggiata di piacere. Però viene fuori che Paula è figlia di un aspirante ufficiale che poi ha mollato lì la madre. Allora lui scappa, il cazzo non vuole pensieri, eh. Sulle note dell’assolo di Tunnel of Love dei Dire Straits si riavvicinano, lui si fa sotto, è lei a sfancularlo e gli fa capire un po’ di cose. Intanto siamo a fine addestramento, diversi aspiranti piloti hanno rinunciato, e arriva una scena MONUMENTALE, quando Mayo rinuncia a fare il record sul percorso di ddv6801bguerra perché va in soccorso di Seeger. Perché non vince nessuno se non si vince tutti, te capì? E subito, dietro l’angolo c’è il DRAMMA. L’amico di lui, Sid Worley, un burino rifatto del Midwest che deve dimostrare al padre che ha le palle per far dimenticare un fratello morto in Vietnam, scopre che Lynette è forse incinta… detto fatto: dimissioni e anello di fidanzamento. Ma la sgallettata vuole girare il mondo al seguito del suo ufficiale e confessa che no, non c’è nessun bimbo in arrivo. Sconforto. Zack cerca uno sfogo con Foley: si randellano in un confronto edipico, battere il maestro per diventare adulti. Non ci riesce per un pelo e piglia un calcio nei coglioni che dovrebbe farlo cantare come Farinelli per il resto dei suoi giorni. Ha perso ma è come se avesse vinto. Siamo all’EPICA PURA: Sid si suicida e Mayo piange calde lagrime. Ormai è un uomo. Il finale è APOTEOSI GALATTICA: lui, graduato, va a prendere in fabbrica Paula, se la piglia in braccio e la libera dalle sue catene proletarie tra gli applausi delle altre operaie, compresa Lynette che piagnucola “È così che si fa” (e non si capisce se intenda che gli uomini vadano infinocchiati in questa maniera o cosa, boh). Finale da Cenerentola con Joe Cocker e Jennifer Warnes che cantano Up Where We Belong. Beh, cosa posso dire ancora? Eh, che siamo davanti a un capolavoro ricattatorio, perfetto esempio di cinema popolare, capace di abbattere ogni preclusione ideologica o resistenza alla melassa. E io son stato fatto prigioniero, tutto sommato felicemente, lo ammetto. E ora: “Fuori dalle palle, Mayo!”. (Dvd, dicembre ’09)

LIFE ON MARS756 – Un’altra vita? Life on Mars di Aa.Vv., Gran Bretagna 2006
Cosa farei io se capitassi nell’Inghilterra del 1973? Ah, beh: avrei una lista di concerti lunga così a cui andare. Invece Sam non sa ben come comportarsi, perché lui nel 1973 ci capita dopo esser stato investito da un’auto nel 2006, rimanendo vagamente stordito. Che ci fa, lì? Come mai ha fatto un salto nel tempo? Il dubbio è la vera linea tesa nel racconto, che procede per casi polizieschi, giacché il protagonista finisce a lavorare come sbirro nella stessa Manchester dal cui futuro proviene. Da un certo punto in poi il protagonista sente le voci come Giovanna d’Arco, senza particolari colpi di scena, e vive la sua esperienza parallela come se fosse in coma profondo, un po’ come in A Matter of Life and Death (Scala per il paradiso di Powell e Pressburger: citare in originale fa molto Ghezzi). Là c’erano più IPM (invenzioni per minuto), va detto, ma paragonare un film a una serie è sciocco e siccome ci vuole niente per farmi su, mi affeziono a Sam e al suo superiore, il clamoroso ispettore capo DCI Gene Hunt, omofobo, fisico, violento, tutto istinto animale, ignorante come una campana, ma dotato di un innegabile fiuto. Perché i casi all’epoca si risolvevano così: a botte date e a botte d’intuito avute. Giocando molto la serie sugli anacronismi, fa un po’ ridere pensare che adesso abbiamo i profili psicologici, il luminol, le impronte e le analisi scientifiche, perché poi, oggi come allora, c’è chi è segnato e pagherà e chi invece la farà sempre franca. Bella è la ricostruzione della Gran Bretagna dell’epoca, dominata da uno squallore bestiale: tutti morti di fame, dai poliziotti ai malviventi, e le rapine in banca erano faccende improvvisate, come le indagini che seguivano. Ci si divertiva con birra e freccette e la televisione era ammorbante. Forse per reazione, usciva musica di una bellezza unica, che colorava il grigiore di quella società: la soundtrack è eccezionale, con almeno due grandi hit a puntata (Bowie, Deep Purple, Pink Floyd, Wings, Slade, Sweet, Free etc.) e un generale gusto per la riscoperta di alcune chicche musicali coeve (che mi vanto di riconoscere tutte dopo due note). Il finale della serie è così cosà: rimanda la soluzione dell’inghippo e ci lascia nel limbo in cui si trova anche il povero Sam. Vedremo. (Dvd; dicembre 2009)

ddv6803757 – Le semplificazioni di Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, Italia/Francia 2006
Quando vedi un film ogni due mesi, poi rischi che ti sembrino tutti dei capolavori. Non è questo il caso, ma il film si fa vedere, soprattutto per il buon cast. Antonio Pennacchi, autore del romanzo Il fasciocomunista da cui il film è tratto, ha protestato molto per il trattamento. Diciamo che Pennacchi s’incazza e fa caciara a prescindere, ma qui ha ragione da vendere. Il fatto è che Il fasciocomunista faceva dell’ambiguità, del dubbio e dell’incazzatura verso il mondo, la sua cifra. Luchetti assieme agli ubiqui Rulli e Petraglia ha invece optato per una più comprensibile e manichea suddivisione dei personaggi: i buoni e i cattivi, il bene e il male. E se il libro rimaneva inconcluso – in qualche maniera – era proprio perché la rabbia del personaggio era irriducibile; qui invece ti tocca pure il lieto fine che ci manca che suonino le trombe e gli angeli cantino in coro. Semplificando, si son tenuti i caratteri dominanti dei personaggi (tutti bellissimi, ricchi, sfaccettati, nel romanzo; qui più monodimensionali) e s’è dato un ordine lineare alla trama. Come se avessero squadrato il romanzo, lo avessero razionalizzato, mentre là era bello proprio quel disordine, specchio di una personalità e di una società. Accio Benassi è l’ultimogenito di una famiglia di Latina e non ci sta, mai. Contesta, protesta e mena (botte che sono sempre abbracci, ricerche di contatto fisico, richieste d’amore e di calore), non gli vanno la religione e i ruoli familiari e, da fascistello contestatore, diventa presto comunista (conversione che nel romanzo è, per forza di cose, dosata meglio), seguendo le orme del fratello Manrico e della brava sorella maggiore. Subplot che fa da colonna dorsale del film è la mancanza di una casa, invenzione da manuale di narrativa dei due sceneggiatori onnipresenti, che porterà a un canonico finale liberatorio, catartico, con riscatto e ricompensa. La prima parte del film vive bene, poi la narrazione s’impantana un po’ e funziona solo grazie alle interpretazioni: il porcino Riccardo Scamarcio, il nervoso Elio Germano che sembra un Mastandrea sotto eccitanti, la splendida Diane Fleri e Alba Rohrwacher, brava e intrigante, con la sua faccia da strega di Salem. Buon film medio per il pubblico borghese quale ormai rappresento degnamente con i miei 94 chili di ciccia. Consueto sonoro italico pessimo, accettabile la ricostruzione storica e almeno una gran bella scena: quella dell’occupazione del conservatorio, dove si sente il piacere della fratellanza nella condivisione politica, della provocazione, del gioco, dell’emozione. (Dvd; 23/12/09)

ddv6804759 – Poca roba, 24: Redemption di Jon Cassar, USA 2008
Lotsa spoilers, here, folks! Ma detto tra noi, non vi perdete niente: il film è frutto dell’annata storta della fiction USA, conseguente allo sciopero degli sceneggiatori. Si è arronzato un film, ma anche lavorando, direi che gli sceneggiatori hanno continuato a manifestare (tra l’altro, magari lo facessero in Italia uno sciopero, gli sceneggiatori, che ci risparmieremmo i Cesaroni…), perché questo Redemption è una mezza schifezza, praticamente un Bud Spencer-movie con le pistolettate al posto dei ceffoni. Jack Bauer è in Africa, a espiare, nel misconosciuto stato del Sangala, paese che ogni volta che veniva citato mi faceva pensare a Bracardi che urla “Fangala! Pippe Baute, fangala!”. Non si sa bene di cosa sia ricco, il Sangala, ma i bianchi tramano con l’aiuto di milizie e soldataglia violenta e tonta (ovvio, sono neri). Jack resiste assieme al volontario Robert Carlyle, corrugato come un olivo saraceno. Gli tostano un’orecchia e lui reagisce tentando di salvare tanti bambini innocenti. I ribelli hanno ovviamente bandiere rosse; gli uomini delle Nazioni Unite sono traditori e vigliacchi. Botte, fughe, inseguimenti, ma siamo abituati a 24 ore croccanti, noi, non a 100 minuti raffermi. Nelle ultime scene vanno in parallelo il discorso d’insediamento della nuova presidentessa d’America (dopo il nero, la donna: chissà mai che non ci azzecchino anche stavolta) e la fuga in elicottero dall’ambasciata di Sangala (molto Saigon-style). E mentre si parla di libertà e ricerca della felicità vengono mostrati i volti di chi vende armi e trama sottobanco. Tornerà tutto nella prossima serie? (Dvd; 27/12/09)

ddv6805760 – Scopano come cani in Caos calmo di Antonello Grimaldi, Italia 2008
Premetto: anni fa, sulla scorta del successo (…) di Fame chimica, Paolo Vari, regista, e io, indegno suo giullare, abbiamo letto ancora in bozze Caos Calmo, di Sandro Veronesi. Siccome abbiamo fiuto da vendere e volevamo dimostrare ai cinematografari romani che non eravamo gente che si comprava con un best seller, avevamo storto il naso: ci pareva ‘na strunzata, insomma. E invece il film che ne è venuto fuori sta in piedi nonostante richieda una bella sospensione d’incredulità di fronte alle vicende raccontate, peraltro intrise di realismo spicciolo, in una curiosa contraddizione che però funziona. Comunque: è la sera prima di capodanno e festeggiamo la fine di questi insipidi anni Zero soli soletti a casa di mia sorella, a Genova, sapendo che ci sveglieremo dopo la mezzanotte a causa di Elena e non dei botti. Regista è quell’Antonello Grimaldi, già “direction consultant” di Radiofreccia di Luciano Ligabue, cioè, secondo la maldicenza di alcuni del settore, il vero regista. Qua se la cava benissimo, pur rifugiandosi talvolta in un mimetismo morettiano che – a seconda dei gusti – può irritare o compiacere: la vertigine della lista, le manie, i tic, le idiosincrasie di Nanni si attagliano alla sofferenza di un protagonista che vuol fare ordine nel passato per trovare chiarezza nel presente. La storia non ve la racconto perché esistono apposta centinaia di enciclopedie in Rete e su carta. Noto solo che già nella prima scena appare il capezzolone di Isabella Ferrari, quasi un monito per ciò che capiterà dopo. E cioè una scena di sesso dove l’austero Nanni perde ogni inibizione e titilla le mammelle della biondona come se fossero il joystick della Playstation e, dopo tanto desiderare, la tromba, la bomba e la pistona, sfasciandola più di quanto non sia già sfasciata di suo, con la faccia di lei che sembra un mascherone da tragedia greca. Beh, se ripenso al Sapore di mare vanziniano, mai avrei pensato a un incontro di questo tipo, Moretti vs. Isabellina. Va anche detto che la sequenza che tutti ha fatto parlare ha un suo perché. È grottesca ma anche vera, imbarazzante perché non patinata, realistica nella goffaggine, nelle smorfie, nei grugniti, nella mancanza di eleganza (mani che ciancicano, leccate bavose, pelle)… e non è sotto la lenzuola come fanno quei falsoni degli americani, anzi: mentre tampona la Ferrari da tergo, Nanni mostra il culone e una frazione di secondo di pendaglio moscio. Vabbeh. Detto della sequenza cult, noto che Gassman è sempre più bravo, la Golino è come la Gorgona (cioè con la testa mozzata appoggiata al collo) e Kasja Smutniak ha un sorriso che illumina lo schermo. Lo sapevo – modestamente – anche dal vivo, ma non lo ricordavo più. Buon anno. (Dvd; 31/12/09)

ddv6806761 – L’assiderante Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, Italia 2004
Film stralunato, freddissimo, quasi ibernato, improntato a un’estetica minimale che può anche irritare. Toni Servillo oscilla tra la perfezione e la gigioneria: il confine è labilissimo ed è solo con la ritrovata umanità della seconda parte che viene fuori la bravura dell’attore che si scongela grazie al sentimento. Comprimaria una nipote della Magnani, dall’occhio inceneritore finché non apre bocca e infatti mai più sentita né vista, anche se negli extra del Dvd straparla come se avesse vinto un Oscar e pure un Nobel. Comunque mica male ‘sto Sorrentino, sai? (Dvd; 7/1/10)

ddv6807762 – La salutare distopia di Battle Royal di Kinji Fukasaku, Giappone 2000
Non ricordo bene come ci sono arrivato, ma in una botta di esotica spericolatezza, mi procuro il cofanetto del film in un’edizione con un non meglio specificato “alternate ending” e ricca di bonus. Lo vedo con la cugina Alessandra una sera che Barbara è via, e il film ci prende, inutile negarlo. Giappone di un prossimo futuro, con la gioventù ormai allo sbando. Per dare una qualche scossa ai ragazzi se ne portano un tot su un’isola e li si costringe a combattere per sopravvivere: ne devono rimanere due, vivi, e ogni colpo proibito è ammesso. La competizione mortale viene ripresa e trasmessa come un reality estremo dalla funzione altamente educativa. Le grafiche rendono conto di ogni eliminazione e molte le vediamo – con gusto cinico – mentre accadono, col privilegio di entrare anche nella narrazione, non solo assistendo al programma tivù dentro al film. Però è come se – rispetto al testo ricchissimo di suggestioni – ci fosse una messa in scena qualche volta non all’altezza. Intendo dire non così inventiva. Però sono io un rompipalle, il film ha già dieci anni e il regista Fukasaku ne aveva pur 71 e mica poteva fare il tarantinato a ogni momento. Bellissime le sequenze dei sogni, l’uso della musica classica (il violento Dies Irae di Verdi che è autentico Heavy Metal ottocentesco, ma di quello cattivo) e il tema della sessualità adolescenziale. Invece alla teatralità degli attori (penso alle scene di gruppo iniziali) bisogna farci un po’ l’abitudine. Immenso Takeshi Kitano, che ha la parte del cattivo maestro (raramente m’è capitato di pensarla diversamente su di lui). Film da vedere eccome, comunque. (Dvd; 9/1/10)

ddv6808763 – Lo splendido The Shield – Prima Stagione di Shawn Ryan, USA, 2002
Un’altra serie. Che è una bomba, ma della quale non m’innamoro subitissimo. Perché non voglio. È che il mio cuore è già su E.R., inarrivabile, e anche un po’ su 24, da cui sto provando a disintossicarmi. E poi ho finalmente recuperato Prigionieri delle pietre, uno sceneggiato (si chiamavano così) inglese degli anni Settanta per ragazzi di cui attendo da più di trent’anni di sapere come vada a finire. Ragazzi: le serie tv esigono la visione compulsiva ed esclusiva, sono droghe, le vedi alterato dalla scimmia on yo back: ho un migliaio di Dvd da vedere e devo tornare a cibi sani, a fare sport, dormire bene. Devo tornare a vivere, cioè vedere film. Ovviamente dopo la fine di Lost, la morte di Green in E.R. e qualunque cosa accada in 24, Boris e pure quei Soprano che mi aspettano da un anno in cofanetto ancora cellofanato. Poi smetto, giuro. Però The Shield è grande, maledizione, grandissimo: distretto di polizia losangelino dove bene e male sono indistricabilmente allacciati, dove l’etica si scontra ogni giorno col pragmatismo o l’interesse, dove ti affezioni a gente moralmente schifosa ma che fa quello che fa perché qualcuno deve pur farlo. Sai che non è giusto, ma ci caschi e l’equilibrio del dubbio è la scommessa vinta da questi sceneggiatori eccezionali. The Shield è acido, imbarazzante, ambiguo, sporco. È inaccettabile ed è la vita, come non vorremmo che fosse messa in scena perché già la viviamo, ma è questo coraggio insopportabile a renderla una serie unica. Scritto come se fosse Ellroy e girato come un Dogma senza pretese, ma vivo e ansiogeno, vedremo come va avanti, se riesce a non sbracare. Ah: non merita una recensione perché l’ho visto a pezzi, ma Il gobbo di Notre Dame non è niente male. E vogliamo parlare della zingara Esmeralda? Beh, se le donne rom fossero tutte così, credo che gli italiani diventerebbero il popolo più ospitale della terra, a partire dal Presidente del consiglio. Esmeralda sembra una pornostar anni Ottanta, di quelle tettute, con gli occhioni verdi da cerbiatta e i capelli vaporosi. Senza dubbio la miglior CILF (Cartoon I’d Like to Fuck, vedi qui e qui) di sempre. Animazioni belle, architetture gotiche sublimi e messaggi inconsueti per l’universo Disney. Il Potere ne esce malissimo al grido dei disperati: “Diritto d’asilooooo!”. Fa più propaganda questo Disney che 10 anni di Partito Democratico, senza esagerare. (Dvd; gennaio e febbraio 2010)

ddv6809764 – L’esistenziale Boris 2 di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, Italia 2008
Boris riparte abbastanza bene, poi ha una flessione (verso la quinta e sesta puntata) e poi piazza lo scatto con un rush finale da antologia, clamoroso, con rimandi mistici (“Senti la Forza, René!”) e all’attualità (sempre attuali: l’Italia è il paese del disastroso eterno presente). Immenso Corrado Guzzanti in una parte di attore sciroccato che sostiene di aver parlato con Gesù Cristo sulla Roma-L’Aquila e invece scarico in un ruolo di contorno da ecclesiastico sui generis. Nella serie sono più chiare alcune linee narrative e diventa un motivo dominante la storia d’amore tra l’assistente Arianna e lo stagista Alessandro, mentre crescono i personaggi dello stagista muto, Lorenzo, e dell’elettricista esaurito Biascica. Non male neanche la nuova divetta, cagnissima, e lo zoccolone di contorno, la vivace Karin. I personaggi principali si alternano, ma René rimane il cardine centrale, lui e il suo dubbio esistenziale/professionale. Capolavoro in crescendo, con una sfumatura poetica sempre più accentuata, pur nella descrizione quotidiana dell’aberrante professionalità televisiva. Ed è tutto vero, vi assicuro. (Dvd; febbraio 2010)

ddv6810766 – Muovi il culo e pensa: WattStax di Mel Stuart, USA 1973
Un concertone per celebrare la dignità del popolo afroamericano nel settimo anniversario della rivolta di Watts, un sobborgo nero di Los Angeles. Lo organizzò la Stax ed è passato alla storia come la Woodstock black, anche se la similitudine tra le due manifestazione finisce nell’assonanza e nel fatto che ne sia stato tratto un film. Là il caos, qui un’organizzazione ferrea, uno spettacolo superbo e un’affermazione politica che ha fatto epoca e purtroppo non ha avuto seguito, come se fosse stata la pietra tombale sul movimento di emancipazione nero, da lì in poi represso sempre più violentemente, annientato con le armi, la droga o i consumi. La musica stessa è al top del suo fulgore, molto bella e sentita, con testi che dicono sempre qualcosa, in maniera sofferta, com’è tradizione, ma con frequenti apertura alla gioia del canto e alla bellezza della danza prima della deriva puramente edonistica che seguirà nei tardi anni Settanta (musica sempre divertentissima, intendiamoci, ma un po’ senza cervello). Si cantano ancora l’orgoglio, il desiderio di libertà, la frustrazione del blues. Poi saranno solo smancerie, come in qualche caso qui già anticipato. Il documentario fa vedere ed ascoltare i diversi partecipanti, su cui spiccano – nel mio personale score – il Rance Allen Group (gospel rock potentissimo con un cantante che stazza come Giuliano Ferrara e canta come Ian Gillan con i coglioni in una morsa) e i Bar-Kays, conciati come comparse di Jesus Christ Superstar ma senza ritenersi in costume. Il pubblico è partecipe in maniera straordinaria e si fa sentire fin dal sermone rap del reverendo Jackson (con un testone afro da paura) che fa recitare a tutto il Coliseum il mantra I AM SOMEBODY: povero, ignorante, senza lavoro, senza capacità, ma IO sono qualcuno, con una dignità da rispettare. Il massimo si raggiunge quando molti spettatori abbandonano le gradinate per invadere il campo e… ballare. Non gliene frega niente di andare sotto il palco ad esagitarsi, non importa essere vicini all’artista: interessa avere spazio per muoversi, esprimersi, e una volta finita l’esibizione di Rufus Thomas, al suo cortese invito tornano tutti ai loro posti. Semplicemente incredibile. La regia intervalla le performance con interviste alla gente del quartiere e, con un montaggio agile, sappiamo come la pensavano su sesso, religione, politica, lavoro e non solo. Perché è estremamente politico parlare anche della propria capigliatura, del gospel e del blues, dell’espressione corporea che si comunica col ballo, dei rapporti tra uomini e donne (o meglio tra brothas ‘n sistas), dell’eredità culturale africana, del perché – in definitiva – nero sia bello. E molto: gli intervistati sono splendidi, scelti benissimo, saggi, scaltri, con la lingua velocissima (e seguire il film in originale è veramente difficoltoso). Ma stupiscono l’eleganza, la fierezza e l’austera bellezza della razza, sinuosa e muscolare, sensuale e fisica. A stemperare un clima che comunque è sereno e piacevolissimo, l’ulteriore bonus dello stand up comedian Richard Pryor che è un’esplosione di macchiette godibili. Questo film è un capolavoro che fa muovere il culo e il cervello. Ne ricordo pochi, recentemente. (Dvd; 27/2/10)

(Continua – 68)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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Divine Divane Visioni (Cinema porno 08/11) – 66 https://www.carmillaonline.com/2015/01/15/divine-visioni-porno-66/ Thu, 15 Jan 2015 22:00:37 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19961 di Dziga Cacace

Lo vedi quante cose che ci sono da salvare, con la guerriglia culturale? (A.F.A.)

ddv6601732 – Tant’è, Flags of Our Fathers è un film destrorso di Clint Estwood, USA 2006 Ormai ‘sta faccenda dell’idolatria sbarazzina e manifesta di Eastwood mi pare cominci a diventare proprio una veltronata pericolosa. Perché ci risiamo anche stavolta: come in Salvate il soldato Ryan di Spielberg, qui si racconta tronfiamente dell’ultima guerra “giusta” degli Stati Uniti e, siccome viviamo in anni in cui – tanto per cambiare – gli USA si ritengono in missione per conto di Dio a menare mazzate per il mondo, alla fine l’assunto [...]]]> di Dziga Cacace

Lo vedi quante cose che ci sono da salvare, con la guerriglia culturale? (A.F.A.)

ddv6601732 – Tant’è, Flags of Our Fathers è un film destrorso di Clint Estwood, USA 2006
Ormai ‘sta faccenda dell’idolatria sbarazzina e manifesta di Eastwood mi pare cominci a diventare proprio una veltronata pericolosa. Perché ci risiamo anche stavolta: come in Salvate il soldato Ryan di Spielberg, qui si racconta tronfiamente dell’ultima guerra “giusta” degli Stati Uniti e, siccome viviamo in anni in cui – tanto per cambiare – gli USA si ritengono in missione per conto di Dio a menare mazzate per il mondo, alla fine l’assunto autoassolutorio è che se avevamo ragione da vendere allora – con nazi e musi gialli –, vuoi che abbiamo torto marcio oggi con quegli arabi isterici e puzzoni? E son mica io che mi faccio i film, eh, è Clint, perbacco! Flags of Our Fathers ci racconta di come una foto (quella celeberrima della conquista del monte Suribachi, in quell’isolaccia vulcanica di merda che è Iwo Jima) abbia significato moltissimo per la vittoria finale alleata e per risparmiare vite, anche giapponesi. E allo scopo ci si servì pure della menzogna e della più bieca propaganda… e questa sarebbe la parte più interessante e problematica del film, sennonché c’è una retorica di fondo – le immagini della bandiera, gli sguardi persi nel vuoto, la voce interiore del protagonista – che tutto appesantisce, calcando la mano su aspetti patriottici ed esistenziali che non avevano alcun bisogno di essere spiegati e dispiegati come una gigantesca stars and stripes. E anche il montaggio e la costruzione a incastro della vicenda, con le progressive scoperte e i dolorosi ricordi che affiorano, non mi son piaciuti per niente: meccanici, prevedibili e sempre un po’ fuori luogo. E non mi han fatto impazzire neanche le facce degli attori e la fotografia. E… insomma: ‘sto film mi ha fatto proprio cagare, diciamolo dritto come va detto, esteticamente e politicamente. A proposito della foto famosa, tra l’altro: l’autore, Joe Rosenthal, si è battuto una vita per difendersi dalla diceria che la foto fosse organizzata ad arte. Tutto nasce da un equivoco: il reporter ha visto dei marines che innalzavano la famosa bandiera. È accorso sulla cima del vulcano e ha fotografato un secondo gruppo di soldati che ripeteva (autonomamente) il gesto e dopo gli ha chiesto di posare sotto la bandiera. Quando Rosenthal ha spedito i rullini (non sapendo come avesse fotografato, mica c’erano le digitali, pora stella) ha fatto una sommaria descrizione del materiale e credendo che la foto migliore fosse quella in posa, l’ha indicata come tale. E da lì l’equivoco, corroborato dai sospetti di altri giornalisti e rilanciato più volte nel corso degli anni, al punto che alcuni hanno anche suggerito di ritirare il Pulitzer vinto con lo scatto. E invece era una bella fotina originale, brutti infingardi. Ma ribadisco: il film è confuso, non riuscito, destrorso e imperialista, tiè. (Dvd; 19/1/09)

ddv6602733 – L’isterico Cani arrabbiati di Mario Bava, Italia 1973
Straculto inedito per 25 anni che non riesco ad apprezzare granché (perché lo trovo interessante sì, ma anche bruttino, ecco perché) e che i critici estrosi portano in gran stima, come concentrato pulp ante litteram di efferata ultraviolenza, turpiloquio scatenato e generale insensatezza criminale, cose che – non si discute – 40 anni fa erano decisamente una bella botta. Però del primato me ne frega assai (a me importa chi fa le cose bene, come Pelé col Brut 33, non per primo) e questa regia di Bava padre è lontanissima dal suo classico tocco magico e sognante: è iperrealistica, sadica e compiaciuta di una rozzezza registica sicuramente programmatica ma per nulla affascinante nel suo sgangherato pauperismo. Dunque: c’è la classica rapina a mano armata che va subitissimo in vacca, con strascico di morti e fuga con ostaggio femmineo sulla macchina di uno sfigato che sta portando all’ospedale il figlio malato. Il “Dottore” sembra saperla lunga però si accompagna a due psicopatici, l’esuberante “Trentadue” (al cui confronto i 24 centimetri di Siffredi sono una bazzecola) e il sanguinario “Bisturi” (un inedito Don Backy, che sembra il giovane Stallone, isterico e sudato, tanto quanto il film stesso). Recitazione non particolarmente curata, montaggio scomposto, dialoghi acidi, fotografia lattiginosa, musica di Stelvio Cipriani pessima. Molta azione (anche psicologica) e ritmo non disprezzabile in un’Italia che sembra arcaica: il finale è riuscito, abbastanza inaspettato seppur intelligentemente anticipato dai titoli di testa, ma il film – nel complesso – mi pare che appaghi il gusto per la rarità di certi cinesegaioli piuttosto che essere un capolavoro misconosciuto come si va dicendo. (Dvd, gennaio 2009)

ddv6603734 – Viva Viva Santana! di Tom McQuade, USA 1988
Siccome mi sono imbarcato nella missione impossibile di raccontare la storia dell’incompreso compagno Carlos Santana, non posso esimermi dal vedere alcuni dvd che aspettano nella mia videoteca da eoni. Questo è un documentario che nel 1988 celebrava i vent’anni di carriera della band del magico chitarrista, con tante clip (dal 1969 fino al 1987) tratte da concerti o apparizioni televisive. Ogni tanto Carlos commenta e racconta e magari copre una splendida Samba Pa Ti del 1973 (argh!). Però l’idea è carina, le immagini incredibili, i completini del leader atroci. Per uno come me è il Nirvana, per qualunque altra persona non so. La cosa migliore è il pezzo conclusivo di un concerto tenuto a Santo Domingo nell’arena tipo teatro greco de La Romana (già di per sé una location kitschissima: l’ho visitata con imbarazzo primomondista quindici anni fa e i locali si vantavano che lì si fosse esibito Nicola Di Bari, per dire): un improvviso e violento acquazzone tropicale costringe a chiudere la baracca prima che qualcuno ci rimanga secco, fulminato attaccato allo strumento. Ma i Santana non mollano, le percussioni impazzano, la chitarra è senza freni e il pubblico è galvanizzato e balla nella pioggia, riparandosi con dei cuscini rettangolari che sembrano delle pizze da consegnare. A fine brano l’organizzatore nervosissimo annuncia che il concerto è finito per garantire l’incolumità dei musicisti ma dalle facce contrariate capisci che la band sarebbe andata avanti a rischio scossa mortale. Eccezionale: se il buon gusto latita nell’abbigliamento e in certe esagerate soluzioni musicali, comunque Santana rimane uno dei più grandi di sempre. Siccome non è cool nessuno lo ricorda mai, anzi, semmai ne mette in evidenza i peccadillos, ma per me nessuna musica rock ha corazon y cojones come la sua. Se voglio l’epica vado con lo Springsteen del 1978; se voglio salire a un livello diverso di percezione del reale datemi gli Allman Brothers del 1971; se devo sfogarmi, urlare e ballare prendo i Deep Purple del 1972. Ma se voglio tutte queste cose assieme, un po’ di jazz e anche una spruzzata di orgogliosa cafonaggine, beh, c’è solo Carlito. (Dvd; 23/1/09)

ddv6604735 – Il pessimo Signore e signori, buonanotte di Luigi Comencini, Nanni Loy, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ettore Scola, Italia 1976
Un orrendo film a episodi firmato oltre che dai registi anche dai più grandi sceneggiatori nostrani (Age e Scarpelli, Pirro, Maccari, De Bernardi, Benvenuti) tutti riuniti in militante cooperativa e interpretato – tolto Sordi – dai senatori della commedia all’italiana Gassman, Tognazzi e Manfredi, più Villaggio e Mastroianni. Ma il risultato è deludente, freddo, pretenzioso e fuori misura: non fa ridere quasi mai (salvo forse l’episodio “di costume” del Disgraziometro – a me il Villaggio carogna diverte sempre), non fa granché pensare quando c’è un intento satirico esplicito ed è minimamente più interessante solo quando emerge una vena poetica (Tognazzi barbone, per esempio) o semplicemente realistica. L’ideale palinsesto di un futuribile terzo canale – che dà l’ossatura al film – risulta perlopiù una raccolta di sketch e barzellette di scarsa efficacia politica e credibilità, una sorta di qualunquismo “di sinistra” facilone che riesce difficile accettare come impegno reale, anche quando se ne avverte una sincerità (seppure mal espressa, vedi l’episodio napoletano Sinite Parvulos). Per quel che mi riguarda ritrovo quel cinismo di certo cinema italiano anni Settanta, greve e strafottente, col solito umorismo sui dialetti, sui morti di fame, sui difetti fisici, per non parlare delle tette messe lì perché fanno allegria a noi maschiacci che denunciamo i fascisti, la CIA, la chiesa, la tivù, le forze dell’ordine e i politici ma alla maniera nostra, da cazzoni. Mah, una fetecchia di film: solo un anno dopo un film commerciale senza pretese – vituperato dalla critica parruccona – come Il… Belpaese racconta e satireggia gli anni Settanta molto meglio, anche senza vantare i galloni autoriali di questa porcata. E non mi metto a citare neanche i primi Fantozzi, dài. (Dvd, febbraio 2009)

ddv6605736 – Bellissimo, lo ammetto, Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood, USA 2006
Più intenso, umano, delicato – e decisamente riuscito – del film dedicato ai soldati americani a Iwo Jima, questo Letters nobilita il dittico di Eastwood. Però non illumina a posteriori Flags of Our Fathers mentre esserne l’ideale controcampo in qualche maniera gli nuoce, perché il dietrologo che s’annida in me ne vede la funzione equilibratrice e democristiana. Là guerra necessaria e giusta, qui guerra imposta e salvata solo dal proprio onore, ma comunque guerra sbagliata. Però dico sempre un sacco di vaccate, per cui non son neanche tanto sicuro di essere d’accordo con ciò che ho appena scritto. Letters from Iwo Jima è narrato pacatamente ed è atroce, lirico e commovente. È bella la struttura, funziona il montaggio, abbacina la fotografia e splendono gli attori, tutti in parte. Bello e straziante, sofferta e doverosa lode a Clint. Boh. Sarà che sono stremato dal sonno. Infatti Elena è molto simpatica, di giorno: amabilmente grassa e ridanciana. La notte però è meno gradevole. Ieri sera è andata a letto alle 20.10 e si è addormentata in pochi minuti in braccio a me che le cantavo Nebraska di Springsteen. Siccome non so andare oltre la seconda strofa, forse è per sapere come va a finire la murder ballad che s’è svegliata alle 21.00. L’ha riaddormentata Barbara, ma alle 22.15 la piccina ha urlato come Bruce Dickinson degli Iron Maiden. Da genitori responsabili l’abbiamo lasciata fare e si è riaddormentata di nuovo. Alle 23 è ripartito l’urlo Scream for me Long Beach che stavolta ci ha un po’ turbato, avendo nervi ormai fragilini. Però Barbara l’ha nuovamente assopita. A mezzanotte invece è stata un po’ più dura e son serviti 40 minuti per calmarla mentre io divoravo furiosamente a morsi un Negronetto. Avete presente il libro d’auto aiuto Fate la nanna? L’ha scritto un argentino (secondo me un nazista in fuga) senza figli, molto rigido con genitori e neonati, e non serve veramente a un cazzo, ecco. Alle 2 e 40 Sofia ha un attacco di tosse degna di Sandro Ciotti ed Elena viene prudenzialmente spostata in camera nostra per non farla svegliare. Cosa che però accade pochi minuti dopo, tanto che ne approfitta per ciucciare una tetta di Barbara che è troppo stravolta per far resistenza come consigliano tanti pediatri belli riposati perché la notte dormono, loro. Siccome alle 6 la palla di lardo richiede ancora latte bisogna darglielo se si vuol provare a sonnecchiare ancora un’oretta. Infatti alle 7 e 30 Elena si sveglia fresca come una rosa, sorridente e gutturale, pronta a una nuova giornata di borborigmi entusiasti. Siamo stremati. (Dvd; 8/2/09)

ddv6606737 – Gli imprevedibili turbamenti erotici di Cenerentola di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson e Hamilton Luske, USA 1950
Il classico dei classici che mai avevo visto prima. Esilino però ben costruito, fiaba perfetta per Sofia. Devo dire che l’ho visto pensando ad altro, anche perché grazie a Elena ho raggiunto nuovi traguardi cognitivi e ho capito cos’ha provato Padre Karas nella famosa scena del vomito verde de L’esorcista. Vabbeh. Dove lavoro ormai siamo in tanti a esser diventati genitori per cui spesso, a pranzo, si finisce a parlare della figliolanza. E di cinema per bimbi, praticamente l’unico che vediamo. Ci scambiamo pareri e dvd e siccome siamo una redazione di zozzoni (e mi assumo la responsabilità più alta) ci siamo ridotti ad eleggere la miglior CILF, cioè il Cartoon I’d Like to Fuck. Personalmente voto sempre la Jasmine di Aladdin, conturbante bellezza orientale profumata di spezie. Trilli di Peter Pan non mi attizza per niente anche se essere una gnocca tascabile potrebbe rappresentare un bel vantaggio. Della Sirenetta ho già detto, paventando l’ipotizzabile connubio ittico-genitale. E questa Cenerentola? No, non mi attizza per niente, tutta in ordine, borghesissima, buonissima, con gli occhioni sgranati. L’unico momento in cui mi suscita pensieri sporchi è quando le sorellastre Anastasia e Genoveffa le stracciano addosso l’abito da sera impedendole di andare al gran ballo del principe. E in questa scena degna di un lesbo prison-movie, Cenerentola, scarmigliata, coi capelli mossi e il respiro affannoso ha un suo perverso perché. Ma solo lì, eh. Ragazzi, io devo tornare a dormire, prima o poi. (Vhs; 17/2/09)

ddv6607738 – Accontentiamoci di Asterix e i vichinghi di Stefan Fjeldmark e Jesper Møller, Francia 2006
Devo dare un’educazione alla piccina che va per i 4 anni: a casa mia Asterix è un totem da adorare e procedo con la proposizione di un film recente che ha radici antiche, infatti la storia ricalca l’albo Asterix e i normanni del 1966, ma sposta l’azione anche nelle terre del Nord dove vivono gli ottusi vichinghi che mangiano tutto condendo con panna e salmone. Alla trama si aggiunge una vicenda d’amore tra il giovane Spaccaossix (nel fumetto era Menabotte) e Abba, nuovo personaggio figlio di Grandibaff. Spaccaossix è vegetariano, pacifista (ergo smidollato) e gli piace la musica dance, mentre nel ‘66 era un capellone che amava il beat (da ascoltare rigorosamente all’Olimpix di Lutezia!). Accetto i tradimenti a Goscinny e Uderzo e trovo il film passabile nonostante certi giovanilismi (il linguaggio gergale atroce, il piccione SMS, la moglie di Grandibaff Ikea… tra vent’anni sarà obsoleto anche questo cartoon). Più che altro apprezzo la fedeltà del disegno, dai personaggi agli sfondi, anche nella resa tridimensionale; le musiche ruffianeggiano tra cover d’annata e qualche botta di modernità. Sofia ne rimane entusiasta, io – da vecchio fan – approvo sornione e generoso. Ma a parte francesi, bimbi e vecchi rincoglioniti (come me), a ‘sto film non trovo un pubblico. (Dvd; 14/03/09)

ddv6608739 – L’investimento piramidale in Lost – Quarta serie di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2008
Innanzi tutto, attenti agli spoiler, perché mi scapperanno. Dunque: sette mesi dopo la terza serie, ci buttiamo sulla quarta non appena la piccola Elena ce lo permette. Apro un inciso, doloroso: siamo arrivati anche a 13 sveglie notturne e a 3 notti bianche consecutive (il Festival del Samba di casa Cacace) ma adesso va leggermente meglio: ho deciso di dormire in camera col mostro. A intuito ho cominciato a intimarle degli ssssh, appena lei prende a lamentarsi nel sonno, perché la carogna non si sveglia mai però sbadiglia, piange, urla, singhiozza mentre dorme: forse è un precoce pavor nocturnus, forse sono i postumi della sesta malattia, forse l’anticipazione dei denti che stanno uscendo, forse è una bestemmia che non voglio qui riportare. Boh. Io più o meno sto sveglio fino alle 5 del mattino quando passo la palla a Barbara che s’è fatta nel frattempo circa 7 ore di sonno. Io ne dormo 3 e poi si riparte. Ho la faccia ridotta come un cesto di vimini, per capirci. Però – come dicevo – qualche mezz’ora si trova ed è sempre un piacere tornare a perdersi sull’isola, un piacere enorme. E anche un gran casino: adesso abbiamo anche i flashforward e i viaggi nel tempo che si sovrappongono a flashback di diversa “profondità” temporale, giocando spesso sull’equivoco se siano ambientati prima o dopo il crash landing che ha dato avvio alla storia. Ogni puntata ha in serbo qualche tranello e tu abbocchi all’amo se non stai attentissimo a tutti i particolari, come un cellulare troppo grosso per essere post salvataggio… cose così; una sfida continua ai tuoi sensi di spettatore, alla tua conoscenza dei meccanismi narrativi, alla tua credulità portata sempre più a livelli esasperanti. L’apparato tecnico è clamoroso come sempre (non pensi mai: è televisione; lo vedi sempre come cinema e a un livello superiore). Gli attori hanno facce eccezionali, a parte Evangeline Lilly, Kate, che mi irrita perché sembra un coniglio farcito di botox. Il cuore della serie è il fatto che c’è un futuro in cui è stato fatto credere che il volo 815 sia finito in fondo all’oceano e si siano salvati solo sei persone (gli ormai popolarissimi Oceanic Six). Ma come si arriva a tutto ciò? Chi ha organizzato la messinscena? Chi sono i sei? E gli altri? Fioccano anche le ipotesi teologiche. L’incredibile manipolatore Benjamin è Dio. O forse no, ma l’isola è il Paradiso. O l’Inferno. E sono tutti morti. O gli spettatori sono tutti morti. Io sono morto, su questo non ci piove. Non capisco veramente più una minchia, ma se E.R. è il drama televisivo per eccellenza, e 24 è il thriller perfetto, allora Lost condensa action, thriller complottistico, fantascienza e tutta la pop culture degli ultimi 40 anni in maniera sublime, realizzando la fiction perfetta, che ti fa prigioniero sull’isola che non c’è. Perso, per sempre, in attesa che ci spieghino cosa cazzo è successo. (Aggiungo: il finale della serie fa presagire brutte cose, e tempero l’entusiasmo di questo parere: all’improvviso mi son sentito come quelli che aderiscono ingenuamente a un programma di investimento multilevel, o comunque una di quelle truffe piramidali dove continui a versare soldi – e qui coinvolgimento spettatoriale – in attesa del riscontro finale… oh, non è che questi fanno crac e a me rimane in mano un pugno di mosche? Mah). (Dvd; aprile 2009)

ddv6609740 – L’esotico Kiriku e la strega Karabà di Michel Ocelot, Francia/Belgio 1998
Fiabona africana molto serena che a Sofia piace da impazzire: credo che l’avrà vista venti volte tra aprile e maggio. Lo dessero ora in un cinema, potrei salire sul palco e recitarne a memoria alcune scene, tipo Rocky Horror Show. Kirikù è un neonato da incubo che parla e cammina come un adulto e appena uscito dalla pancia di mammà decide di rimettere le cose a posto perché l’efferata strega Karabà ha ammazzato tutti i maschi del villaggio, gli ha tolto l’acqua e pretende i gioielli delle donne. Insomma una Totò Riina della giungla al cubo. Ma Kirikù, con la sua intelligenza, i consigli del nonno e l’aiuto degli animali scopre perché Karabà è così cattiva e incazzata. E risolve: lei diventa una gnocca maestosa, lui uomo fatto e presto vivranno tutti felici e contenti, copulando allegramente ai margini della savana. Film poetico e coloratissimo, dal ritmo pacato ma steady e accompagnato da belle musiche etniche di Youssou N’Dour. Il disegno sembra semplice ma è evocativo e ricchissimo di texture e composizioni geometriche e cromatiche. Karabà ha la voce di Veronica Pivetti, ma visto il perenne grugno sarebbe stata più giusta Irene. (Dvd; tutto aprile 2009 e oltre, aiuto)

ddv6610741 – Il rivelatore Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris, USA, 2006
Molto carino e molto amaro. Sotto la buccia agrodolce c’è il veleno di una nazione che vuole e deve essere vincente e sta perdendo tutto da anni. Little Miss Sunshine è un film intelligente che molti sempliciotti hanno visto come una curiosa commedia dal piglio indie, ma così non è, non solo. Seguitemi nel mio carruggio: è l’autoanalisi di un paese abitato da bambini che non vogliono o non sanno diventare adulti, che desiderano a ogni costo un premio che li gratifichi, anche in modo vicario. Soldi, sesso, fama, e talvolta semplicemente affetto. Capito? Bene. Solo che non ho voglia di aggiungere altro, semmai vi vorrei parlare di un’altra cosa: Barbara e io ci stiamo avvicinando all’anno senza sonno, causa la piccola Elena. Quando sento gente entusiasta delle notti bianche che ormai qualunque sminchiatissima Pro Loco organizza, lo vorrei invitare a passarsi qualche seratina a casa mia. Siamo avvolti in una perenne nebbia mentale, ma ci sono alcune cose che ho imparato e voglio trasferire ai futuri padri. Allora: posso affermare con sicurezza che i bimbi sotto un anno non dormono, ma nel caso miracoloso che ciò avvenga bisogna evitare alcune cose che provocano la loro immediata sveglia. E sono:
A) L’accensione di una meritata sigaretta. Di solito il neonato attende esattamente la prima boccata, poi fa capire rumorosamente la sua disistima per il genitore fumatore e se si potesse tradurre la lallazione individuereste parole come “polmoni”, “cardiocircolatorio” e “cancro”, son sicuro.
B) La telefonata, specialmente se improcrastinabile e per lavoro. Mentre il segnale dà libero si può già apprezzare qualche singulto del piccino, ancora equivocabile per un’allucinazione sonora. Nel momento in cui il chiamato risponde, avete la certezza che invece il bimbetto è sveglio e quando provate a spiegare la situazione per richiamare più tardi, il neonato sta probabilmente urlando in maniera che non servano ulteriori delucidazioni.
C) L’accensione del PC. La casa tace nel buio e vi dite: potrò adesso concedermi un rilassante solitario sul PC? Potrò magari controllare la posta? Scrivere due righe? Sì, evvai! Accendete il PC e fin lì tutto bene. Ma se aprite un programma cominciano i guai. Il top del pericolo si raggiunge con l’apertura del gioco Hearts. Il demonio a orologeria strepita improvvisamente mentre state realizzando un cappotto epocale. Vi distrae, dimenticate il conto della carte e vi prendete una fracassata di punti. E dovete pure riaddormentare lo stronzetto.
D) La cosa più pericolosa: la defecazione. Siete sulla tazza, finalmente rilassati, in una fin troppo a lungo rimandata seduta espulsiva. Sta cominciando il download ed esattamente a metà strada avvertite l’urlo disumano della Belva che vi costringe a rimangiarvi tutto o a troncare a metà il discorso.
Tutte queste belle cose, per dirvi che nottetempo io ormai evito di fumare, telefonare, accendere il computer e sommamente cagare. Di solito finisce che mi rifugio in cucina dove ingurgito bulimicamente Caprice des Dieux interi, che sbuccio come banane e divoro tali e quali, ecco come son ridotto. (Dvd; 16/4/09)

(Continua – 66)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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Divine Divane Visioni (Cinema porno 08/11) – 65 https://www.carmillaonline.com/2014/12/18/divine-divane-visioni-cinema-porno-0811-65/ Thu, 18 Dec 2014 22:00:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19183 di Dziga Cacace

Signori, io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è veramente tremenda (René Ferretti)

ddv6501717 – Finché dura, Lost – Terza serie di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2006 L’impressione forte è che gli sceneggiatori mi stiano pigliando pesantemente per il culo, accumulando materiale narrativo, inghippi e probabili sòle che chissà se poi avranno un esito coerente. Però sto al gioco anche se – e già di mio – sono nel pallone più totale. Mettiamoci poi che la seconda serie l’ho vista due anni fa, non dormo da un quadrimestre e la memoria è quella [...]]]> di Dziga Cacace

Signori, io mi scuso con tutti voi, ma questa fiction è veramente tremenda (René Ferretti)

ddv6501717 – Finché dura, Lost – Terza serie di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2006
L’impressione forte è che gli sceneggiatori mi stiano pigliando pesantemente per il culo, accumulando materiale narrativo, inghippi e probabili sòle che chissà se poi avranno un esito coerente. Però sto al gioco anche se – e già di mio – sono nel pallone più totale. Mettiamoci poi che la seconda serie l’ho vista due anni fa, non dormo da un quadrimestre e la memoria è quella che è. Fatto sta che all’inizio di questa terza serie non capisco veramente una beneamata minchia e ricevo informazioni come un pugile suonato all’angolo piglia cazzotti. Però il fascino c’è tutto, la trama – a differenza che nella seconda stagione che mi era parsa più loffietta – presenta molti colpi di scena, analessi ambigue e tanta azione, le facce sono sempre più iconiche e cariche di significati (che attribuisci TU, probabilmente sbagliando, ma TU ormai fai parte della narrazione, con le tue ipotesi, i tuoi gusti che influenzano le share televisive e il lavoro degli autori). (Comunque ho scritto “analessi” e rileggendo il pezzo tre mesi dopo non so cosa significhi, se non che sono uno sbulaccone impunito). E sei trascinato fino alla fine di questa serie senza poterti ribellare o provare a razionalizzare e capire, come succede col disorientante e grandioso colpo di genio dell’ultima puntata. Perlomeno questo succede a Barbara e me, che indugiamo in un moderatissimo binge watching vedendo due episodi a sera; se vedessimo la serie con cadenza settimanale avremmo il tempo per provare a mettere le cose in fila. E non servirebbe fottutamente a niente. (Dvd; settembre ‘08)

ddv6502719 – La cafonata Romanzo criminale di Michele Placido, Italia/Francia/Gran Bretagna 2005
Aho, famo er Goodfellas de noantri! E cosa ti viene fuori? Un film così cosà, che ti passa perché molto ritmato e montato con la velocità da racconto di mala all’americana. Ma che della classe di uno Scorsese non ha neanche un’unghia: tutta la ricchezza esibita nel film – che si vede eccome – sembra un collanone d’oro al collo di un macellaio burino. Insomma, senti che c’è la vanga e da Placido non m’aspettavo diversamente. L’audio fa un po’ schifo (tanto per cambiare, è come una tara del cinema italiano) e col romanesco strascicato si rischia di non capirci nulla, però gli attori sono generalmente con facce azzeccate e ruoli giusti. A parte uno: quando Stefano Accorsi irrompe nel racconto tu spettatore sei catapultato in una nuova dimensione spazio-temporale… Ti fai forza, ti dici che non puoi essere cagacazzo su tutto tutto e accetti la faccia, pensando che sia adeguata al ruolo (ma se hai letto il romanzo, in realtà, no); insomma: te lo fai passare, ‘sto Accorsi che s’innervosisce se gli ricordano gli esordi col Maxibon. Però poi il “du gust” apre bocca e ha la voce chioccia e l’intonazione perennemente sbagliata. Ho pensato che ormai nessuno riesca neanche a dirglielo e voglio immaginare l’imbarazzo sul set o le bestemmie in montaggio. Un po’ come capita con la statuaria Monica Bellucci, che sembra che declami con una patata in bocca, sovrapponendo le sillabe con l’intensità tragica di un marmo di Fidia. Però, qui, Monica non c’è. C’è solo l’eterea Anna Mouglalis, che è uno splendore anche lei, ma quanto a recitazione è dalle parti di Lory del Santo, epoca Drive In: ci manca giusto che ammicchi guardando in camera… Ah, non sapevo che dopo il sequestro Moro (1978) Mao fosse ancora vivo: questi Rulli e Petraglia sanno sempre come sorprenderti. Comunque, filmetto. (Dvd; 21 e 22/9/08)

ddv6503720 – L’era glaciale 2 – Il disgelo, scongelato da Carlos Saldanha, USA 2006
Causa sua congiuntivite, mi rendo ridicolo regalando due Dvd a Sofia pur di riuscire a metterle il collirio. Ovviamente la piccina ha calcisticamente capito che fare sceneggiate ricattatorie paga e io ci casco in pieno come un arbitro con la Juventus. Il film non le dispiace ma è inferiore al primo episodio (che era più lineare, con personaggi meglio caratterizzati e scene più incisive). E per quanto alcuni critici abbiano ululato al capolavoro, superiore al capostipite, ho come sempre ragione io perché non è vero: ci son diverse idea, alcune buone battute e uno sviluppo narrativo non troppo fluido, per quanto semplice. Il film cresce molto nella seconda parte con due belle sequenze di animazione (Sid acclamato da una tribù di piccoli bradipi e la canzone degli avvoltoi, omaggio a Busby Berkeley, beccatevi questa) e un finale concitato tipico della Disney. Interessante il sottinteso sessuale per niente occulto: per garantire la sopravvivenza alla specie il mammut Mannie dovrebbe ciularsi la mammutona Ellie che fa la finta tonta. Poi, alla fine, arriva un branco di elefanti pelosi e la mastodontica trombata, puf, sfuma. Sennonché i due rimangono assieme comunque e lo faranno per amore e non per dovere. E con quelle zanne, vorrei proprio vedere come. (Dvd; 2/10/08)

ddv6504721 – E.R. Season 6 di Michael Crichton e altri geni, USA 1999/2000
È una serie, la sesta, interlocutoria: abbastanza triste, con nascite e morti, anche se sappiamo già che l’evento luttuoso definitivo è nell’ottava stagione, per cui facciamo finta di niente. Tran tran quotidiano lavorativo e affettivo, nuove unioni e separazioni, disgrazie e miracoli, qualche scena madre un po’ farlocca (la morte del padre di Green – Ciccio per gli italofoni –; Carol che raggiunge Doug – George Clooney – a Seattle) e un buon ricambio di personaggi e pesi nei ruoli (con il dottor Romano che diventa decisamente più simpatico). Al pronto soccorso c’è un nuovo pediatra, Luka Kovac, che viene dai balcani martoriati ed è, ‘anvedi, croato, come gli alleati più puri – e fascisti – che gli USA avevano nella regione (e chissà il croato cosa tiene in serbo… ah ah, sono anni che voglio scriverla. Scusate); e poi c’è la studentessa Abby che, personalmente mi fa prudere le mani tanto è stupida. Il mio fraterno amico Pier Paolo la ama e non so che farci. Vabbeh. Inoltre tante guest star come Alan Alda e Rebecca De Mornay (che ha un supposto nudo integrale in controluce: grottesco perché si vedono delle mutande color carne e due cerottoni sui capezzoli). Detto tutto ciò, comunque, siamo sempre dalle parti del capolavoro: anche nella Divina Commedia c’è il Paradiso che è un po’ una pallata, dài. (Dvd; ottobre ‘08)

ddv6505722 – Robin Hood del pauperistico Wolfgang Reitherman, USA 1973
Suntino animalesco della leggenda di Robin Hood, con abbondanza di balli, cazzottoni, anacronismi e inseguimenti, ricalcando letteralmente da vecchi film Disney alcuni personaggi (Little John e Sir Bis da Baloo e Ka del Libro della giungla) o alcune scene (quella dei jazzisti da Gli Aristogatti). Però ne viene fuori un film estremamente gradevole, coloratissimo, sempliciotto e tutto sommato adatto a Sofia, che ne è molto contenta e canticchia senza ritegno le canzoni del film. Gli sfondi sono curati e tutti gli animali della vicenda mi fanno simpatia, specialmente il pavido re Giovanni Senza Terra che si ciuccia il ditone piagnucolando. Il Dvd soffre del consueto sfregio Disney: una “edizione speciale” con un 16:9 artificiale, mozzando sopra e sotto il quadro d’origine in 4:3. Io sarò fanatico ma loro stronzi, scusate: una cosa così, per me è come l’antimateria, inspiegabile. (Dvd; 11/10/08)

??????????????723 – King Arthur di un farabutto, USA/Irlanda 2004
Polpettone con pretese storiche che fa di Artù un soldato romano di origine sarmata che durante la caduta dell’Impero deve affrontare i terribili sassoni, stringendo amicizia con i bretoni (o picti o angli, non ci mettevo troppa attenzione), ponendo così le basi per il popolo britannico, errore imperdonabile. King Arthur, è – senza tanti giri di parole – una paurosa menata di cazzo, che ha un po’ d’azione solo in due scene di battaglia girate con roboante tecnica manierista dal sedicente regista Antoine Fuqua. Primi piani in abbondanza, verbosi dialoghi da ricovero che abbondano di filosofia d’accatto e piagnistei sulla libertà degni di un leghista con la terza elementare: tutto sommato la cosa più realistica del film. Clive Owen è gonfio da shock anafilattico e Keira Knightley è inopinatamente truccata di blu come un puffo, con scucchia e petto concavo (nei manifesti però gonfiato). Fotografia bluastra, citazioni ad minchiam, lunghissimo. Una perdita di tempo esiziale che vedo fino in fondo solo per poterne parlare malissimo. Missione compiuta, spero. (Diretta tv su Italia1, 15/10/08)

ddv6507724 – Jamme! Pino Daniele live @ RTSI di Onesto Ignoto, Svizzera 1983
Questo curioso prodotto fa parte di una serie di Dvd, realizzati dalla tivù svizzera italiana, che hanno invaso i negozi di dischi qualche anno fa. Adesso sono malinconicamente svenduti a prezzi irrisori e allora mi son fatto tentare da questo Pino d’annata, in concerto precisamente il 26 marzo 1983. Musicalmente l’esibizione è molto interessante, prima della sbornia jazz che verrà e che trovo un po’ pesante. Daniele è accompagnata da una band eccezionale e si può rimproverare solo il gusto sartoriale per cui – a parte Tullio De Piscopo e Tony Esposito, atleticamente policromatici – sono tutti vestiti di bianco come dei gelatai. Pino addirittura presenta pantaloni altissimi alla caviglia ed espadrillas. Però suona la sua Les Paul nera con un gusto raro e le versioni dei pezzi non sono per nulla dei calchi di quelle incise su disco. L’ignota regia è decisamente anonima ma anche funzionale, senza stacchi superflui o le frenesie che avrebbero poi reso insopportabile la videomusica negli anni a venire. Inoltre il composto pubblico non è mostruoso, come di solito capita rivedendo una testimonianza di 25 anni prima, e si limita elveticamente a ritmare “Pino, Pino”. Visione piacevole e fin troppo veloce (64 min.). (Dvd; 13/11/08)

ddv6508Onanismo critico
Ormai è come se vedessi solo cinema porno: è tutto proibito. Vedo poco, male e ci manca che usi anche l’avanzamento veloce.
Non so se vedo meno film perché il tempo è letteralmente svanito nel nulla oppure se rifiuto di farlo perché poi dovrei scrivere anche qualcosa per non sentirmi in colpa. Ma per chi, poi? Non lo devo a nessuno, ormai, se non a me stesso, perché sento che la memoria sfugge. Rileggo vecchi pareri e mi chiedo: ma io ho visto questo film? Era veramente questa cagata? Non dovrei forse ridargli un’opportunità? Seee: ci mancherebbe la seconda visione, con revisione critica, che ancor più rimetterebbe in discussione tutto. Perché il problema è anche che non riesco più a digerire come un tempo, in tutti i sensi. Ricordo certi pomeriggi universitari indolenti: nessuno in casa, bustone di patatine surgelate da 250 grammi da friggere, fuoco vivace e finestre della cucina aperte per nascondere il puzzo dell’olio. E poi spaparanzato sul divano con la conca di frites in grembo e un bel sovietico nel vhs.
Nessun cellulare che suonava, nessuna mail da controllare, poco da studiare perché era tutto programmato, con le giornate libere che amministravo con sapienza poltrona, tra revisioni della tesi, testi da consultare (ma solo in biblioteca), sessioni minimali sul primo computer e qualche lavoretto per tirar su due lire. Niente di cui preoccuparsi, insomma.
Ma ora, che devo vivere da adulto, da professionista e da papà, dov’è finito il tempo? Devo affidarmi a Chi l’ha visto?

ddv6509725 – Guizzante, La sirenetta di Ron Clements e John Musker, USA 1989
Stracult di Sofia e delle sue coetanee: intuisco il potenziale sedativo del Dvd e lo acquisto subito, guadagnandomi la pace per diverse sere. A me non entusiasma, ma capisco perché piaccia: rimuove il finale sanguinoso di Andersen – alla faccia della cattiva che qui sembra Mara Maionchi – e ci mette un bel “e tutti vissero felici e contenti” (sì: nonostante la puzza di pesce che si porta dietro la ex sirenetta Ariel, tanfo di cui si accorgerà presto il principe, la prima notte di matrimonio). È un filmetto classicamente ben animato, tradizionale, con qualche scena molto riuscita (il granchio che scappa al cuoco francese) e numeri musicali memorabili e memorizzabili, tanto che in ufficio più di una persona mi ha chiesto se ero impazzito a canticchiare “In fondo al maaaar…”. Alla fin fine, film divertente che vedo ripetutamente dormicchiando (se ho sempre capito Stalin, adesso che Elena non ci fa dormire da mesi, comprendo pure Erode). (Dvd; 1/12/08)

ddv6510726 – Sleuth – Gli insospettabili dell’ineffabile Kenneth Branagh, USA 2007
Remake di un film di Mankiewicz che ho visto almeno due secoli fa e che ricordo piacevole anche se lunghetto. Il cagnaccio Branagh, regista amato dal pubblico midcult e dalla critica beonaci rifila invece un’atroce trafilatura al bronzo di coglioni di neanche novanta minuti, freddissima e punto divertente. Michael Caine recita da gigione nel ruolo che fu di Laurence Olivier, mentre quello che interpretava lui se lo prende Jude Law, compiaciutissimo della sua bellezza. Giusto per scrivere due righe, eccovi tosto due cenni al plot tratto da un’opera teatrale di Anthony Shaffer: un vecchio scrittore riceve la visita di un baldo giovane, attore, che gli tromba allegramente la moglie. I due si confrontano in un estenuante gioco a chi è più furbo e chi ucciderà chi. Da spettatore auguro morte dolorosa ad ambedue e al regista maledetto che li ha diretti. Film inutile, presuntuoso e godibile come un herpes sulla cappella, maledizione. (Diretta Sky; 5/12/08)

ddv6511727 – Ortone e il mondo dei Chi di Jimmy Hayward e Steve Martino, USA 2008
Visto a metà al cinema con Sofia, la primavera scorsa non c’era sembrato niente di che. Errore. Eravamo usciti perché la piccina moriva di sonno e io non ci avevo neanche patito troppo. Il Dvd ricevuto a Natale rende giustizia alla proiezione discutibile del cinema Ducale e al sonoro cartonato e rimbombante che ci aveva infastidito e ora posso dire che in effetti Ortone è un film caruccio, zeppo di idee, animato perfettamente, con personaggi splendidi. Morale, se vogliamo, dolciastra, ma cosa vogliamo far vedere ai bimbi, Pulp Fiction? Rimane la nota dolorosa della voce di Ortone, doppiato da Christian De Sica. Che nessuno sia stato sfiorato dall’idea che fosse un’immensa cazzata far parlare un elefante del bosco di Nullo con l’accento romano e le parole apocopate da pelandrone, è indicativo di come il cinema italiano sia in mano a dei miserabili. (Dvd; 26/12/08)

ddv6512728 – La Gabbianella e il Gatto di Enzo D’Alò, Italia 1998
Reduci da febbri altissime le bimbe – con Elena che viene soprannominata “il tizzone” a causa di una temperatura corporea da altoforno –, spezzato dal mal di schiena io, anche Barbara accetta che spinga un altro Dvd nel lettore. La Gabbianella è un film gradevole che conquista Sofia alla prima visione e la commuove come mai successo prima. La volatile è orfana causa inquinamento e si fa adottare da un gattone pelandrone, che la educa e la difende assieme ai suoi amici. Molti messaggi positivi, Sepulveda che si dipinge immodestamente come un gran poeta, colonna sonora rock fracassona e pure Ivana Spagna che canta. Doppiano Carlo Verdone e Antonio Albanese, assolutamente irriconoscibili, e la principessa Melba Ruffo di Calabria, personaggio dignitosamente scomparso dalle scene televisive. Come tutti i film per bambini, si fa vedere, anche se glassato di messaggi zuccherosi. È stato uno degli ultimi colpi riusciti a quel gran genio di Cecchi Gori, che immagino durante la visione del film mentre stringe gli occhi per concentrarsi e capire la trama. O più probabilmente il merito dell’operazione è dell’allora moglie, Rita Rusic, prima che si desse al rock da balera. (Dvd; 28/12/08)

ddv6513729 – Il pirotecnico Aladdin di Ron Clements e John Musker, USA 1992
Casa nostra sembra ormai un sanatorio, a causa di ricadute di febbre australiana a ripetizione. Si dorme pressoché nulla, con Sofia squassata da un’asinina tosse secca ed Elena che controlla praticamente ad ogni ora se siamo tutti svegli. Siccome non c’è possibilità alcuna di far prendere una boccata d’aria alle bimbe ammalate, bisogna inventarsi ogni giorno qualcosa per tirare fino a sera. E Santo Dvd, verso le 19 Sofia pretende il suo boccone di narrativa animata che pronto io le servo a video. La vicenda di Aladdin l’abbiamo letta tutta l’estate nel classico libro illustrato Disney (sì, lo confesso, se non è già evidente: sono sequestrato dalla multinazionale del divertimento infantile). Sofia non vedeva l’ora di assaporare il film e ne è rimasta conquistata, direi a ragione, perché è disegnato e animato magistralmente, con una sceneggiatura varia e dal ritmo notevole e con un Genio che continua a riservarci trovate gustose. Ovviamente Sofia si perde il lato parodistico dell’invenzione, ma a tre anni e mezzo tutto quello che si muove, piace. E anche alla mia età: Aladdin l’avevo già visto 8 anni fa e non me lo ricordavo per nulla. Non male. Forse sto allentando troppo le difese, tanto che – dato lo stato mentale in cui sono precipitato – mi ritrovo pure a fare pensieri sconci sulla conturbante Jasmine. Mah! (Dvd; 30/12/08)

ddv6514730 – Il capolavoro Boris di Luca Vendruscolo, Italia 2007
Il set di una soap italiana, con tutto quello che ne consegue. Questa è Boris, la “fuori” serie invisibile sulle reti generaliste perché rivelerebbe sfacciatamente come si facciano le cose nella televisione del Belpaese, cioè, come più volte ripetuto, alla cazzo di cane. Tra parolacce e umorismo acre, si sorride e si ride, ma – per me – è come se l’operazione metatelevisiva talvolta smorzasse l’ilarità. Provo un retrogusto amaro: gli equivoci, le cattiverie incrociate, la disperazione, la stanchezza sono raccontati con la precisione di chi c’è passato. Ipotizzo gli autori (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo), che si pigliano qualche rivincita, e sicuramente io spettatore che – circa 1999/2000 – ho sputato sangue con della gentaglia che mi trattava da schiavo (il vostro Spartacus s’è liberato senza finire crocifisso dopo qualche mese e da allora se la cava, ma gli stronzi di un tempo continuano a fare gli stronzi nei peggiori programmi tivù che possiate immaginare). Boris è un esperimento riuscito e se ripenso al set de Gli occhi del cuore 2, alla sigla di Elio, alle follie di Stanis, alla canissima Corinna, a Biascica e allo splendido regista cazzaro René Ferretti che sa che andrà all’inferno ma è anche capace di girare un corto poetico su una formica rossa (!), allora perdono anche quelle piccole imperfezioni che fanno tanto “italiano” e che ogni tanto noto perché son cagacazzi di natura. Ci sono anche alcune interessanti variazioni sulla classica scrittura di un seriale: il cast è molto variabile e solo nella visione continua viene fuori il vero protagonista principale, René, quando all’inizio lo sembrava lo stagista Alessandro, punto di vista privilegiato dalla narrazione. E poi manca una UST esplicita, una unresolved sexual tension (ma quanto vi compiaccio con queste uscite da cialtrone, eh?) che ci incuriosisca per sapere come va a finire. E parlo parlo parlo, quando basterebbe sintetizzare che ho adorato Boris perché è un capolavoro e basta. (Dvd; gennaio ‘09)

ddv6515731 – Più volte La freccia azzurra di Enzo D’Alò, Italia/Lussemburgo 1996
Sofia in montagna per nove giorni con la nonna, noi soli con la belvetta che non dorme. Nei momenti di veglia mi piglia ‘na botta di malinconia e compro un Dvd da regalare alla primogenita al ritorno. Sì, la stravizio, è vero, ma fatevi un po’ i cazzi vostri, eh. E poi non sono ancora giunto al livello di guardarmi il film da solo, aspettandola. Giuro. Ma la sera stessa che Sofia fa ritorno, subito ci droghiamo felicemente assieme davanti al televisore. Tratto da una fiaba di Gianni Rodari, La freccia azzurra ricorda in certe parti Toy Story ma se là ci sono la sapienza narrativa e la computerizzata arte nord americana, qui troviamo molta semplicità e l’evocativo talento artistico nostrano musicato da Paolo Conte. Cose che evidentemente funzionano, almeno a livello infantile: Sofia apprezza le visioni ripetute, io perlopiù sonnecchio (ma per stanchezza). Carino. (Dvd; 17/1/09)

(Continua – 65)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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Not Renzi’s boat https://www.carmillaonline.com/2014/09/14/not-renzis-boat/ Sun, 14 Sep 2014 20:47:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17423 di Alessandra Daniele

lostIl 22 settembre di dieci anni fa debuttava Lost, serie che nel bene e nel male ha segnato la storia della Tv, della cultura popolare, dei social network. E anche della politica, infatti è ormai chiaro che il sistema utilizzato dal governo Renzi è esattamente lo stesso degli autori di Lost: sparare ogni settimana una cazzata diversa per far dimenticare quella precedente, ed evitare di renderne conto, anche negando l’evidenza. In base a questo schema, possiamo provare a formulare sei teorie – una per ogni stagione di Lost [...]]]> di Alessandra Daniele

lostIl 22 settembre di dieci anni fa debuttava Lost, serie che nel bene e nel male ha segnato la storia della Tv, della cultura popolare, dei social network. E anche della politica, infatti è ormai chiaro che il sistema utilizzato dal governo Renzi è esattamente lo stesso degli autori di Lost: sparare ogni settimana una cazzata diversa per far dimenticare quella precedente, ed evitare di renderne conto, anche negando l’evidenza.
In base a questo schema, possiamo provare a formulare sei teorie – una per ogni stagione di Lost – sulle reali condizioni del nostro paese.

Pilot
Siamo tutti morti nello schianto della nostra economia nel 2011, e la faccia di Mario Monti avrebbe dovuto farcelo capire subito. Ci troviamo in Purgatorio per espiare. Non i nostri peccati però, quelli di Berlusconi, che in base a un comandamento ad personam non deve espiarli personalmente. Ci vorrà qualche migliaio d’anni, senza possibilità d’essere affidati ai servizi sociali di assistenza ai bisognosi perché i bisognosi saremo noi.

The Long Con
Siamo le cavie d’un esperimento concepito per scoprire fino a che punto una popolazione possa essere ingannata, truffata, imbrogliata, raggirata, abbindolata, frodata, turlupinata e presa per il culo da una successione di cazzari uno più cialtrone dell’altro, prima di smettere di votarli. Alla fine dell’esperimento l’Italia verrà disattivata e smantellata lasciando libero il Mediterraneo, e noi saremo riciclati come cavie per la sperimentazione del vaccino contro il minaccioso morbo epidemico che colpisce e distrugge l’encefalo: Twitter.

The Man Behind the Curtain
Siamo le pedine d’una partita a scacchi di proporzioni cosmiche tra forze al di là della nostra comprensione, ma soprattutto del nostro reddito. L’Europa è la scacchiera. La placca continentale sottostante è il tavolino. La posta in gioco però non è l’Euro. È un euro. Come in “Una poltrona per due”. Lo scopo della partita è distrarci con una serie di mosse coreografiche inutili mentre le forze al di là della nostra comprensione ci svaligiano l’appartamento.

The Constant
Siamo incappati in un’anomalia del continuum che ci fa a saltare avanti e indietro nel tempo. In particolare i diritti dei lavoratori continuano costantemente a saltare indietro al tempo dello schiavismo.

The Variable
Siamo finiti in un universo parallelo nel quale lo schiavismo non è mai  stato formalmente abolito. La differenza col nostro universo d’origine è che a chiamarsi “atipici” sono i contratti che non prevedono il lavoratore come schiavo.

The End
L’Italia è magica. Non ci sono spiegazioni. Non ci sono risposte. Quello che conta sono i personaggi. E i personaggi fanno cagare.

Arrivederci alla prossima puntata.

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Divine Divane Visioni (Cinema di papà 06/07) – 61 https://www.carmillaonline.com/2014/07/03/divine-divane-visioni-cinema-papa-0607-61/ Thu, 03 Jul 2014 21:26:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15584 di Dziga Cacace

Zitto! La smetta con quel mandolino, altrimenti ci cacciano!

ddv6101 Lost630 – Il mio week end perduto con Lost di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2004 Arriva Pasqua e io devo ovviamente lavorare. Rimango quindi solo a casa mentre Barbara va via con Sofia: tre giorni di silenzio e sonno assicurato per completare un copione impegnativo. Ce la farò. Però non ho considerato che non sono veramente solo: con me, a casa, è rimasto anche il cofanetto della prima serie di Lost. Sono 24 episodi. Ma devo lavorare. E il cofanetto è lì. Venerdì arrivo presto [...]]]> di Dziga Cacace

Zitto! La smetta con quel mandolino, altrimenti ci cacciano!

ddv6101 Lost630 – Il mio week end perduto con Lost di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2004
Arriva Pasqua e io devo ovviamente lavorare. Rimango quindi solo a casa mentre Barbara va via con Sofia: tre giorni di silenzio e sonno assicurato per completare un copione impegnativo. Ce la farò. Però non ho considerato che non sono veramente solo: con me, a casa, è rimasto anche il cofanetto della prima serie di Lost. Sono 24 episodi. Ma devo lavorare. E il cofanetto è lì.
Venerdì arrivo presto dall’ufficio, faccio una spesa blietzkrieg comprando cibi strategici e mi metto subito sotto, senza indugi, sono uno serio, io. Cioè vedo le prime quattro puntate del serial, sbafando patatine all’aceto e un caprice des dieux scartocciato e addentato come una banana. Sabato mi sveglio ad orario congruo e faccio il mio dovere professionale fino a tarda mattinata, quando ci stanno un kebab leggerissimo con Coca Cola e altre due puntate. Le vedo ruttando cipolla cruda. Riprendo a scrivere e a merenda gradisco ancora due episodi accompagnati da un Twix ciascheduno. Arrivo a sera stanco e un po’ appesantito, chissà perché, e allora ci sta una diavola presa sotto casa con litrozzo di Menabrea ghiacciata e come niente mi scoppio altre quattro puntate. Ormai ho preso il ritmo, sono a metà dell’opera (del cofanetto, intendo) e ho un’efficienza produttiva sudcoreana con rigore (e prevedibili punizioni, in caso di fallimento) nordcoreano. È già domenica e per pranzo concludo il mio lavoro, che non è neanche male. Santifico la festa e la libertà con Cipster, un intero salame di Piacenza ben stagionato che non mi preoccupo neanche di tagliare – tanto va via a morsi che è una meraviglia – e innaffiando il tutto con Lemonsoda a 4 gradi, uno dei piaceri della vita. Una festa a sorpresa per il mio colesterolo, ma chi ne gode di più sono i miei lobi cerebrali perché il fiero pasto viene consumato pazientemente mentre assumo dodici episodi di Lost, uno via l’altro, concedendomi giusto una pisciatina ogni tanto. E arrivato alla fine della maratona gastroseriale dichiaro convinto che probabilmente, ad oggi, questa è l’esperienza televisiva più clamorosa di ogni tempo. Fate questa semplice addizione: Robinson Crusoe + Cast Away + L’isola del dottor Moureau + Il signore delle mosche + il telefilm Le isole perdute + il videogame Monkey Island + la saga di Airport + L’isola del tesoro + il reality Survivors + l’estetica primi seventies e tutto l’immaginario pop che vi possa venire in mente. Ganci narrativi a profusione, apparato tecnico e artistico a livelli sublimi, attori azzeccati, dialoghi (in originale) perfetti: è impossibile mollarlo, è una droga potentissima, che il crack al confronto smetti quando vuoi. La storia la sapete e non ve la ripeto e l’intreccio è clamoroso. Ma la formula prevede anche flashback che illustrano il passato dei 14 protagonisti, formula quasi banale orchestrata magistralmente: ognuno ha un passato che nasconde qualcosa, tutti sono inspiegabilmente legati, anche senza saperlo. Alla fine ne viene fuori una macchina narrativa perfetta: si può fare di meglio, ma 24 episodi in 52 ore – dovendo lavorare – sono un mio personale piccolo record. Gli extra del cofanetto sono interessanti: i creatori di questa macchina da guerra sono tre trentenni adrenalinici, cazzoni e affilati come rasoi, capaci di mettere in piedi lo show – come lo chiamano loro – in pochi giorni, assoldando il cast mentre lo script era ancora in embrione. Oppure diciamo che la mitologia agiografica vuole così, ma non importa: la prima serie di Lost è un capolavoro, comunque vada a finire. (Dvd; 6, 7, 8/4/07)

ddv6102Douro632 – Compiacimento archeologico con Douro faina fluvial di Manoel De Oliveira, Portogallo 1931
Altra Vhs da estinguere, con una registrazione che mi aspetta da diversi anni: il primissimo film di De Oliveira, quando era appena ventitreenne. Il documentario è fortemente debitore del cinema sovietico ed è assimilabile alle tante “sinfonie urbane” di quegli anni. La vita sul fiume Douro, sotto il ponte Luiz I, dall’alba alla notte: grafismi, assonanze visive, dinamismi, nature morte, riflessi, ombre, particolari, montaggio analogico, primi piani, grandangolate. Ci rivedi dentro Ivens, Chomette, Ruttman, Clair (La Tour), Vertov, Vigo e molta avanguardia coeva: un film piccolo, bellissimo e montato da dio. Appagante il gusto per la bella immagine, pulita, pregnante. Non si è più abituati a questo nitore e la volgarità della tivù è nell’averci disabituato alla bellezza compositiva, all’inquadratura filmica come opera d’arte. Ecco. E De Oliveira l’anno prossimo compie cent’anni: ha cominciato col muto e il bianco e nero ed è ancora lì che gira e produce a tutto spiano. Magari chiava pure, non so. Pazzesco. (Vhs da RaiTre; 10/4/07)

ddv6103 JCS639 – Oddio, Jesus Christ Superstar di Norman Jewison, USA 1973
Nuova passione di Sofia duenne, che ne ha visto un pezzettino e non lo ha voluto mollare più. Ovviamente la visione è di pochi minuti per volta ed è rigidamente censurata quando le cose volgono al peggio per Nostro Signore Hippie. Il quesito che Sofia mi pone continuamente è perché litigano tutti (Gesù con Giuda, Giuda con gli apostoli, i farisei con Gesù etc.) e non s’immagina neanche lontanamente come finiscano malissimo tutte queste discussioni. Il film io lo ritrovo splendido e le ripetute visioni me ne fanno apprezzare ogni sfumatura. La musica, beh, è clamorosa, lo sappiamo già: prima di tutto, Jesus Christ Superstar è stato un disco strepitoso, realizzato perché in teatro nessuno si sentiva di produrre un’opera con protagonista Gesù. Se ti dicevano che l’ottica era quella di Giuda, poi… I due autori ventenni, Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, oggi baronetti, hanno poi fatto la storia del genere, ma all’epoca scommisero pesante. Girava una parola nuova, allora: “Superstar”. Decisero di fare i gggiovani e di usarla per un titolo che colpiva e per analogia costruirono un Gesù rockstar, con Giuda ideologo preoccupato dal troppo successo d’immagine che oscurava il messaggio. La storia acquisì anche sottotesti politici e, per me, una costante tensione omosessuale. Musicalmente siamo allo stato dell’arte del rock di quegli anni: influenzato dal pop, con reminiscenze di ragtime quando serve, perlopiù improntato da un rhythm and blues da infarto, non disdegnando tracce di psichedelia e hard (con la chitarra scatenata di Henry McCollough). Da contrapporre al Giuda discografico di Murray Head (quello di One Night In Bangkok!) serviva un Gesù potente e incazzoso, umano e non divino (stesse conclusioni di De André per il coevo La buona novella): l’ascolto delle urla barbariche di Child in Time sul non ancora pubblicato In Rock dei Deep Purple fece trovare l’uomo giusto, Ian Gillan. Maria Maddalena venne invece scovata per caso, mentre cantava in un club postribolare: era la Yvonne Elliman, che purtroppo dopo fu solo corista e amante di Clapton. Nell’ottobre 1970 uscì l’album doppio, da considerare assieme a Tommy capostipite di tutte le rock opera. Oggi siamo oltre le 20 milioni di copie vendute: avesse esordito come musical in un teatro di provincia non ne conosceremmo neppure l’esistenza. Invece il successo del disco fece fare due più due a qualche impresario che portò l’opera per 8 anni consecutivi nel West End londinese (record dell’epoca, oggi non so). Nel 1973 – sull’onda del successo ormai planetario – venne realizzato questo film meraviglioso che accentua gli anacronismi (e la stessa temperie hippie era già bella che passata) e leviga lo score musicale con l’orchestra, ma senza esagerare: infatti la chitarra continua a improvvisare a latere. Gillan, interpellato, non partecipò per impegni che dovete conoscere e nel cast subentrarono l’ottimo e strabico Ted Neeley e soprattutto il Giuda marxista che non dimenticheremo mai, Carl Anderson, morto tre anni fa, pace all’anima sua. In questo Jesus Christ Superstar sono eccezionali anche il montaggio, i costumi, la recitazione generale o le incredibili location on site, con il sole sempre basso (doveva fare un caldo dell’accidente, eh). Siccome sono prodotti del loro tempo – album doppio e film –, i critici li hanno sempre un po’ snobbati e li dimenticano ogni volta che bisogna fare una di quelle stupide classifiche che servono a riempire le riviste durante i mesi estivi. Ma sbagliano e le due opere meritano ancora oggi lo status di capolavoro assoluto. Oh, stiamo ben parlando di Dio, eh? (Dvd; maggio ’07)

ddv6104 Bova640 – Io, l’altro di uno inadeguato, Italia 2007
Devo confessare l’antefatto: nell’ultima puntata del programma tivù cui lavoro è stato ospite gradito Raoul Bova, un educatissimo gnoccolone – lo confermo per le lettrici femminili con la Bova alla bocca –, molto carino. E che a registrazione ultimata ci ha invitato tutti alla prima di un film che ha prodotto e interpretato, credendoci molto. Promettono tutti di venire ma al cinema mi presento solo io (redazione di paccari snob!) e siccome non ho faccia tosta abbastanza mi siedo in mezzo al pubblico plebeo e scoprirò solo dopo che avevo un posto riservato di fianco a Giorgio Armani. Pensa cosa s’è perso: un Cacace in camicia da boscaiolo e pantaloni cargo lerci, roba che ci tirava fuori due collezioni estate-inverno per l’uomo casual. Vabbeh: il film. Due pescatori, uno italiano, uno arabo, con lo stesso nome (Giuseppe e Youssef) lavorano assieme su un peschereccio, sinché non emergono dubbi e differenze e accuse. Va prevedibilmente a schifìo: il film ha sicuramente un intento meritorio ma il veleno del terrorismo raccontato da un regista con poche letture (il tunisino Mohsen Melliti) fa crollare le aspirazioni di un apologo teatrale molto scarno. I due attori (Bova e Giovanni Martorana) tengono in piedi il film nonostante lo script schematico, con passaggi di sceneggiatura che sfiorano il ridicolo e dialoghi maldestri a dir tanto. E qui la colpa è di sceneggiatori che per conto mio meriterebbero la radiazione dall’albo, se mai esiste, perché i buoni propositi non bastano. A fine proiezione esco dalla sala perplesso, pensando ai fatti miei, dimentico dell’atmosfera celebrativa e in cima alla scalinata che dà sull’esterno mi ritrovo all’improvviso abbracciato dal coraggioso Raoul Bova, accecato da un crepitare di flash che mi avranno sicuramente guadagnato una partecipazione involontaria a Sipario su Retequattro. Succede. A me. (Multisala Odeon, Milano; 14/5/07)

ddv6105 24641 – Lo stupefacente 24 – Season 1 di Joel Surnow e Robert Cochran, USA 2001
Di questo seriale controverso e altamente addictive, che è il non plus ultra dell’adrenalina televisiva e che porta a un consumo compulsivo simile a quanto avviene con Lost, parlo più avanti. Qui rilevo solo l’incredibile finale del thriller spionistico, una cosa che mai potreste immaginare. Abbiate fede, procuratevelo, deliziatevene e andate all’incredibile, ricchissimo, innovativo e geniale parere d’autore (cioè il mio) che troverete alla rec. #655. (Dvd; maggio e giugno ’07)

ddv6106 Uccidete la democrazia642 – Lo spaventoso Uccidete la democrazia! di Ruben H. Oliva, Italia 2006
Documentario maldestro e, purtroppo, senza uno straccio di prova esibita, sulle elezioni politiche dell’anno scorso, quando nel corso di una giornata si passò da una vittoria schiacciante dell’armata Brancaleone di Prodi a una risicatissima maggioranza a notte fonda, pelo pelo, tanto che oggi ‘sto governo vivacchia sperando che la Levi Montalcini arrivi oltre i cento anni. A urne chiuse il nano gridò subito al broglio, e siccome “l’ho detto prima io” nessuno fece notare granché che il sospetto, al limite, era per chi aveva gestito informaticamente il voto, cioè il governo uscente. Vabbeh. Sennonché sulla vicenda è tornato quel drittone di D’Alema, parlandone en passant da Fabio Fazio, dicendo cose gravissime senza però andare fino in fondo alla faccenda (lui, Fazio, i giornalisti, tutti, CAZZO!), perché tanto siamo superiori o più semplicemente complici. Il documentario in questione affronta la vicenda ed è sgrammaticato, sceneggiato male, con escursioni narrative che confondono (Portella delle Ginestre, il cospiratore americano) e con parti ricostruite in fiction semplicemente agghiaccianti, da non poterci credere, al di là del bene e del male come recitazione e testo. Mi stupisce che nessuno si sia preso la briga di prendere una videocamera e un microfono per andare da D’Alema a fare la domanda che Fazio non ha fatto: “A Massimo bello, spiegami un po’ BENE cos’è successo… perché quando si stava mettendo veramente male hai mandato Minnitti al Viminale? Cos’ha fatto là?”. E poi, facendo la fatica di cambiare interlocutore: “Caro Minnitti, spiegaci perché arrivi tu e s’inverte la tendenza dei voti…”. E magari una domandina anche a Pisanu, via!, ministro responsabile dell’epoca. Perché il flusso anomalo di voti e l’anomalia statistica della scomparsa delle schede bianche (in tutte le regioni, con le stesse percentuali, mai successo in 50 anni di Repubblica), non sono una prova, però un bell’argomento sì. E invece rimane tutto lì, adombrato, guadagnando al film la facile accusa di complottismo. Peccato, ma proprio “no buono”, come diceva Andy Luotto. (Dvd; 21/5/07)

ddv6107 apocalypto645 – Corri! Arriva Apocalypto di Mel Gibson, USA 2006
Seratina genovese, con papà che sonnecchia mentre su Sky passa Ogni cosa è illuminata, film rischiosissimo, tratto da uno dei romanzi più belli letti di recente. A film finito (e direi riuscito) e papà a letto ito, rimango solo con un dvd che mi attira terribilmente. Qui ne hanno parlato tutti malissimo – lo so – perché Mel Gibson sta prepotentemente sulle palle ai nostri critici. Del resto è un fascistone. Ma oltremare il film è stato ben accolto. Io non ho visto Braveheart la Passione di Cristo per cui non ho preconcetti e se puttanata dev’essere, che puttanata sia: me lo vedo anche se è tardi perché di sonno non ne ho per niente, domani non lavoro e ho diritto ogni tanto anch’io, eccheccazzo, al diavolo l’ideologia. E poi per me Gibson rimane l’amabile tamarro con la testa gonfia di Arma letale, l’eroe post-atomico di Mad Max e il soldatino eroico de Gli anni spezzati, mio personale stracult. Gli perdono tante cose, insomma. E vengo premiato in toto perché Apocalypto è una sesquipedale e clamorosamente divertente stronzata, un videogioco indiavolato dove un povero maya della foresta dello Yucatan deve fuggire da rapitori carogne e sacerdoti amabili che ti estraggono il cuore senza anestesia. Non ho verificato l’attendibilità storica del prodottino, ma non m’importa per niente: il thriller azteco è ritmato, colorato ed efferato e va via che è una meraviglia. E poi – per fortuna, verrebbe da dire – arrivano i conquistadores che sbarcano a sinistra dello schermo, cioè percettivamente a ovest (come se arrivassero dall’oceano Pacifico, insomma): il ribaltamento di campo geografico mi manda in sbattimento psicomotorio, tipo pilota di jet che perde l’orizzonte, e mi consegna a un sonno inquieto. Apocalypto è come una parmigiana di melanzane bisunta: sai che non devi mangiarla, lo fai, ti strafoghi, ne godi. E poi hai gli incubi. (Dvd; 26/5/07)

ddv6108 HRCCacace a Mosca (con filmino ad hoc!)
Per la consueta settimana di festeggiamento annuale dei 138 Hard Rock Cafe sparsi nel mondo, me ne vò con Riccardo a Mosca, a riprendere il concerto del nostro amico Vic Vergeat.
L’arrivo nella capitale è incredibile: smog come a Mexico City e traffico come a Mumbay, con SUV giganteschi e Lada arrugginite fianco a fianco. I semafori sono a gusto della Polizia che può cambiare segnale all’improvviso, rendendo l’attraversamento pedonale divertente come una roulette russa. Il mio albergo è davanti al Ministero dell’Interno, un imponente palazzo staliniano che negli anni Cinquanta, se eri un Giovane Pioniere, doveva sembrarti un missile puntato verso il cosmo. O verso le tue terga se eri un dissidente. Dicono che l’albergo – molto frequentato da politici stranieri – sia controllato dai servizi segreti che l’hanno tutto cablato. Mah: non ci credo, non voglio intaccare il mio sincero fervore sovietico.
L’Hard Rock invece è davanti alla casa di Puskin, sul vecchio Arbat, il corso dove la gente fa le vasche come in tutto il mondo e dove puoi vedere splendide ragazze, militari sfaccendati, facce piatte di buriati e calmucchi, artisti fasulli che disegnano caricature invendibili e turisti che ci cascano. Aperto nel 2003, il locale presenta reliquie decisamente cafone come gli abiti di scena di Ozzy Osbourne e Paul Stanley dei Kiss, gli stivalazzi di quella gran signora di Lita Ford e anche la clamorosa chitarra dei Blue Öyster Cult, sagomata come il simbolo di Cronos. Il tocco indigeno è dato da qualche balalaika elettrica di artisti francamente ignoti a noi occidentali. E a tavola altro che bortsch e blinis: panini molto yankee e per i fanatici degli Aerosmith pure la “Quesadilla alla Joe Perry”, polletto con una salsina urticante con cui faccio merenda. E poi si può fumare che è un vantaggio niente male.
Dopo le prime prove acustiche e di regia torniamo in albergo a prepararci per la serata. Vic è inquieto e accusa curiosi fastidi alla schiena, sinché non scopre che è venuto in Russia con due scarpe diverse (!) che lo fanno zoppicare. Ci prepariamo ad uscire, vagamente storditi dalla conturbante frequentazione dell’albergo di donne single eleganti ed altere che intuisco potrebbero incenerirti la carta di credito. Ma io ho una faccia da deficit e non vengo considerato come possibile cliente. Ci succede di peggio: siamo nella hall con la band e, momento surreale come pochi, da una rumorosa delegazione di politici italiani si stacca l’ineffabile Giulio Tremonti – lui, giuro – che ci piomba addosso curioso. Vuol sapere chi siamo e che facciamo a Mosca e nella vita. Non a caso non si offre come commercialista a nessuno di noi. È lì con Bertinotti per non so quale incarico comunitario (Tremonti: “Una gvuan vottua di balle”) e quando sa del nostro concerto dell’indomani e dell’abilità di Vic esclama “Magavui mi imbuco!”. Fausto non ci degna che di un cenno e devo dire che tra il rotacismo dei due risulta più simpatico quello di destra, mannaggia.
Andiamo nel ristorante più quotato della capitale in questo momento, italiano. È tutto offerto dal fantastico organizzatore della trasferta Luca e siamo trattati come superstar, con cibi nostrani pregiati e freschissimi, come certe burratine che vengono fatte arrivare dalla Puglia con voli giornalieri. Fuori dal locale una teoria di Hummer corazzati tutti col motore acceso. Chiedo distrattamente il perché a chi sa di cose moscovite e la risposta mi lascia la burratina a metà gargarozzo: “Per scappare subito in caso di attentato”. Comincio a osservare allarmato la clientela e ai miei occhi diventano tutti mafiosi ceceni, trafficanti georgiani, industriali del gas e generici tagliagole. Si finisce con classici brindisi e abbracci lacrimosi con sconosciuti e seppur barcollanti guadagniamo di nuovo l’albergo. Ric dorme 9 ore consecutive, senza pipì; io sono svegliato dagli SMS di sua moglie e tormentato da un’aria condizionata siberiana inarrestabile.
Il giovedì mattina è dedicato a un ovvio pellegrinaggio alla piazza Rossa. Vic compra delle scarpe nuove ai magazzini GUM, io mi faccio turlupinare acquistando alcune memorabilia sovietiche palesemente false, Ric riprende tutto, anche quando una guardia ci invita ad abbassare le telecamere, non capiamo se volendo una mancetta o cosa. La piazza è grossa ma non come credevo e San Basilio è proprio piccina, un labirinto espressionista. Pranziamo all’Hard Rock Cafe e poi dedichiamo il pomeriggio a prove estenuanti, fino all’ennesimo frugale spuntino e al concerto vero e proprio, davanti a una cinquantina di persone.
ddv6109 MoscaDopo l’esibizione ceniamo per l’ennesima volta nel locale, un po’ appesantiti, francamente, e nell’euforia post partum Vic ci racconta convinto della storia dell’uomo bicazzo, cui Ric e io non crediamo assolutamente. Complice la birra prima e le vodke dopo chiedo curioso di come siano posizionati i peni e ipotizzo rapporti a “presa elettrica” con la famosa donna con due buchi del culo. Ric ha un attacco di risa isterico e in albergo deve prendere il Ventolin perché ha ancora l’affanno asmatico un’ora dopo. Però poi scopriamo che la difallia esiste eccome (sui due buchi del culo non ho investigato).
Il venerdì siamo ancora storditi da alcolici, fumo e rivelazioni morfologiche, ma ci concediamo una visita più accurata del centro di Mosca, ritornando infine sulla piazza Rossa e visitando l’emozionante monumento dei caduti della seconda guerra mondiale. Ci sono segni dell’impero sovietico un po’ ovunque, non nascosti, neanche esaltati, ma presenti. Come il paragone quasi orgoglioso tra Putin e Lenin. Poi è già ora di ritorno a casa e dopo due ore in coda fino all’aeroporto Sheremetyevo, con un tempismo da film thrilling saliamo a bordo. Mosca addio. Come diceva Abatantuono nell’immortale Eccezzziunale veramente: “Che popolo, lo slafo!”. Ah: poi al concerto Tremonti ha dato buca. (Live 13, 14, 15/6/07)

655 – 24 – Season 2 di Joel Surnow e Robert Cochran, USA 2002
Se arrivate dalla recensione #641 vi ho fregati: per i miei pensierini su questa serie magistrale vi tocca aspettare la #688 perché, lo confesso, ciurlo nel manico anche nella #672. (Dvd; agosto ‘07)

ddv6110 History Of Violence660 – Non ho capito benissimo A History Of Violence di David Cronenberg, USA 2005
Mah! Adesso: non è che se un film lo firma Cronenberg, debba per forza essere un colpo di genio… io son rimasto freddo, confesso, mentre tutto il mondo ha gridato al miracolo. L’unica cosa che mi ha colpito è quando a metà pellicola c’è l’idea clamorosa della lite che finisce in trombata: Viggo Mortensen e Maria Bello litigano furiosamente, si menano di brutto e poi – dopo un’occhiata elettrica – scopano come cani per le scale di casa. Detto questo, mi pare un film algido, in qualche maniera irrisolto, che parte bene per poi andare totalmente sopra le righe nella seconda parte. Ma non sembra averlo notato nessuno. Boh, sbaglierò io! Ed ero pure di buon umore: l’oracolo immerso nella pipì ha confermato, l’anno prossimo ripartono le notti magiche perché arriva un altro figlio, oh yeah! (Dvd; 25/9/07)

(Continua – 61)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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Divine Divane Visioni (Cinema di papà 06/07) – 60 https://www.carmillaonline.com/2014/06/13/divine-divane-visioni-cinema-papa-0506-60/ Thu, 12 Jun 2014 22:01:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15193 di Dziga Cacace

Se non sei ancora estinto, batti le mani! (Syd in L’era glaciale 2)

ddv6001 Deep Throat598 – La pornografia di Inside Deep Throat, di due noiosi, USA 2005 Come movimentare il week end? Come agitare il bacino con coerente giustificazione intellettuale? Ma con un bel documentario che allenti i sensi e disinibisca la mia prorompente sensualità! Con astuta mossa cinefila produco questo Inside Deep Throat dal buon viatico critico: ci sbattiamo sul divano e… ogni desiderio è castrato con un secco colpo di machete. Se qualcosa dimostra questo documentario è come il sesso – seppure con un brutto [...]]]> di Dziga Cacace

Se non sei ancora estinto, batti le mani!
(Syd in L’era glaciale 2)

ddv6001 Deep Throat598 – La pornografia di Inside Deep Throat, di due noiosi, USA 2005
Come movimentare il week end? Come agitare il bacino con coerente giustificazione intellettuale? Ma con un bel documentario che allenti i sensi e disinibisca la mia prorompente sensualità! Con astuta mossa cinefila produco questo Inside Deep Throat dal buon viatico critico: ci sbattiamo sul divano e… ogni desiderio è castrato con un secco colpo di machete. Se qualcosa dimostra questo documentario è come il sesso – seppure con un brutto film come Gola profonda, diventato “importante” per una botta di culo, o di altre parti anatomiche – fosse nei primissimi anni Settanta vissuto con leggerezza e avventura, cercando veramente una liberazione (interessata, nel caso della pornografia, nessuno lo nega), combattendo contro una morale corrente ipocrita e bacchettona. Che ha stravinto. E quella che all’epoca era una scommessa per fare qualche soldo oggi è diventata un’industria globale che macina soldi e macella carne a getto continuo e non ha liberato un bel cazzo, se non quello di qualche superdotato. Inside Deep Throat è la dimostrazione del clima odierno: un documentario freddo firmato da tali Fenton Bailey e Randy Barbato, con una ricostruzione storica da cinegiornale Luce, senza entusiasmo e con – e qui non ci si poteva far nulla – l’attore Harry Reems, l’attrice Linda Lovelace (in immagini di repertorio) e il regista Gerard Damiano appassiti, con problemi di ogni tipo ma soprattutto senza una storia da raccontare attivamente perché tutti vittime e mai veri consapevoli protagonisti: non scatta affezione o partecipazione, semmai pena. La Lovelace è morta nel 2002, avendo più volte denunciato la sua condizione di sfruttata, cosa che getta un’ulteriore luce ambigua sulla celebrazione del film. Ragazzi: Gola profonda (in Italia La vera gola profonda) era una fetecchia senza grandi pretese, in linea con certa produzione coeva, e che per le imperscrutabili coincidenze della storia è diventato un cult. Ma non c’era un pensiero dietro e non possiamo pretendere adesso che ci fosse, anche se puoi attribuire al film tutti i significati che vuoi (vedi le testimonianze di Gore Vidal, Erika Jong, pure John Waters). L’operazione del documentario mi risulta falsa e fragile, viziata oltretutto da un linguaggio paratelevisivo. Zero invenzioni, nessun rischio, nessun guizzo, e alla fine altro che eccitazione, ti viene il membro interno. E guai a vedere un porno, adesso, senza complessi di colpa. Film inerte sponsorizzato da critici che sbagliano. (Dvd; 23/9/06)

ddv6002Capturing599 – Che botta, Capturing the Friedmans di Andrew Jarecki, USA 2003
Fastidio, fastidio, fastidio. Perché questo è un gran bel documentario, tremendo e spietato, dove si parla di abusi su minori. Giusto per chiarire: vera famiglia americana (agghiacciante), i Friedman appunto, con padre accusato di pedofilia e uno dei figli presto coinvolto (l’altro fa l’intrattenitore e il clown a feste di compleanno di bambini…). Lo scandalo travolge tutto e tutti, in un clima delirante da caccia alle streghe, con giudici e avvocati che mettono genitori e figli l’uno contro l’altro. Ammissioni e denunce sono chiaramente finalizzate a guadagnare sconti processuali o evitare altre condanne, non per appurare la verità che rimane infatti vaga, lasciandoci un’insopportabile senso di ingiustizia e disagio. E noi sappiamo tutto ciò perché in famiglia c’è pure il vizietto di filmare morbosamente ogni cosa, discussioni comprese. Per cui Jarecki s’è trovato tra le mani una vicenda incredibile da non dover ricostruire, ma da raccontare col conforto delle immagini autentiche. Devastante. Se uno sceneggiatore concepisse una storia così tutti gli direbbero: ma non ci crederà mai nessuno, ‘a scemmu! Ah: e se qualcuno pensa che la giustizia americana abbia un senso, questo è il suo film. (Dvd; 23/9/06)

ddv6003Three Burials600 – Le tre sepolture di Tommy Lee Jones, USA 2005
Chissà perché, ma mi ricorda Peckinpah. La sofferenza che nasce lungo il border, la fatica della vita, la stessa voglia di farla finita alla grande. Tommy Lee Jones dirige in modo classico, elegiaco, senza tempo, una vicenda per nulla glamour: Melquiades Estrada è un immigrato messicano illegale e una guardia di frontiera lo secca per errore. Un ranchero texano amico di Estrada (lo stesso attore e regista) lo scopre e vuole dargli la promessa degna sepoltura in Messico. Non vi dico come va a finire, ma il percorso alla ricerca di un po’ di giustizia e di redenzione è imprevedibile e commovente. Film coraggioso, premiato a Cannes e per niente attuale per cui doveroso e attualissimo. Bravi gli attori e pure i paesaggi. (Dvd; 24/9/06)

DDV6004 Grand Illusion601 – La grande illusione di Jean Renoir, Francia 1937
Buttare via una vhs è doloroso. Se contiene un Renoir, un abominio. Ma lo spazio latita anche in questa nuova casa che pagherò fino al 2730. E allora mi costringo a rivedere questo classico, come se fosse una terapia per disincrostare lo sguardo dalle troppe brutture che subisco in tivù. Ed è un film così bello che non riesco neanche a esprimerlo. Comodo, eh? Capolavoro di poesia, eroismo, fratellanza, libertà e voglia di futuro e pace: può bastare? (Vhs da RaiTre; 29/9/06)

ddv6005 Joey TempestJoey Tempest, per dire
Era il momento della festa del liceo che aspettavamo tutti: quando sulla consolle passava il vinile degli Europe, il gruppo svedese che aveva conquistato il mondo con un’aberrazione musicale, il pop metal. Prima arrivava The Final Countdown, pezzo zarro come pochi che però si cantava tutti assieme con consapevolezza autoironica, e poi Carrie, il lentazzo smielato per far capire che in fondo avevamo un cuore d’oro anche noi. Il risultato era che comunque le ragazze non ci filavano, ma nella nostra beata innocenza aspettare quei momenti era già qualcosa. Ecco, tra le tante cose che avrebbero potuto capitarmi nella vita a venire, mai avrei pensato di incontrare vent’anni dopo, in carne e boccoli, Joey Tempest. Quello che allora, all’epoca della festa del liceo, si agitava sui palchi di tutto il mondo immerso in una nube di lacca. Con jeans strappati ad arte e foulard, esibiva su un faccino da Barbie un testone di capelli degno del Cugino di campagna afro. Al punto che, confesso, la prima volta che vidi un videoclip degli Europe rimasi col conturbante dubbio se il cantante fosse una donna. Vabbeh, ho già detto che di ragazze (per mancanza di interscambio microbiotico) si capiva poco. Ad ogni modo oggi il gruppo s’è riformato e l’ultimo album Secret Agent non è malaccio, anche se l’ho ascoltato per meri motivi professionali e mai più mi capiterà. L’intervista allo svedese è nella suite imperiale dello Scandinavia Hotel (ovvio, no?) e Tempest, con la faccia da ragazzino e il capello mosso ma di media lunghezza, è un bell’ometto di quarant’anni che ne dimostra meno, felice, realizzato e ansioso di sapere, lui, un sacco di cose. Per esempio che colazione ho fatto. Caffè, dico. E come lo fate qui? E allora gli spiego la differenza tra moka, espresso e all’americana, giocandomi il termine “percolazione”, cosa che mi deve avere accreditato professionalmente. Nero vestito, asciutto, risponde felice sull’ultima fatica della band: finito il suo periodo solista country rock, ha solo voglia di musica potente che, per risultare ottimale, presenti anche qualche bel chorus cantabile dal pubblico. Ovviamente Secret Agent, il settimo disco come Europe, è il migliore della loro carriera (mai trovato un artista che dicesse una cosa diversa), ma il buon Joey auspica ulteriori novità, magari svolte inaspettate: del resto gli piacerebbe collaborare con David Bowie. Oggi nel suo iPod ci sono Audioslave, Hellacopters, Hives e (giacché è il migliore etc. etc.) l’ultimo Europe, ma nel cuore porta Rainbow, Deep Purple e Whitesnake e quando faccio il ganassa dichiarando che ho intervistato Blackmore comincia il controinterrogatorio. Vuole sapere tutto e allora racconto io. Poi contrattacco e gli chiedo degli italiani che conosce. Ammira la Nannini e gli è rimasto impresso un pezzo di Ramazzotti: Se bastasse una canzone. Son passati quasi vent’anni e canta perfettamente la frase melodica. Poi però chiarisce che non ama il pop: guai a deludere i fan che potranno vederlo in concerto in Italia a fine gennaio. Magari viene anche Eros, chissà. (Live, 5/10/06)

Ddv6006 Alice602 – Ha i suoi annetti Alice’s Restaurant di Arthur Penn, USA 1969
Film epocale, per la musica e i significati, ma che visto oggi fa simpatia perché è un brutto anatroccolo che mai diverrà cigno. Esaltante come vedere crescere un rampicante, dialogato (e tradotto) in maniera ingenua, sconclusionato negli avvenimenti e con poco mordente, è un’opera di alcun cinismo che nel bene e nel male rappresenta le speranze di un’epoca e l’impossibilità a buttare via (metaforicamente e non solo) tutta la spazzatura fisica e morale che produciamo. Barbara si è inesorabilmente addormentata, io ho resistito fino in fondo perché sono un romantico cazzone facile all’intenerimento, ma l’ho visto più per dovere che per piacere. (Vhs da Tele+, 12/10/06)

ddv6007 Kinski603 – Lo splendido Mein liebster Feind – Kinski di Werner Herzog, Germania/Gran Bretagna 1999
Klaus Kinski, da paura. Folle, spiritato, dolcissimo, violento: questo singolare atto d’amore in pellicola ci mostra come si possa amare una persona nonostante la persona stessa sia insopportabile e ripugnante. Si parte con l’attore tedesco a teatro che litiga ferocemente col pubblico, facendo passare Carmelo Bene per un lord. E poi lo vediamo sui diversi set di Werner, talmente nella parte da sfasciare con un colpo di spada l’elmo di metallo di una comparsa india durante Aguirre. Tutti fuori controllo, come sempre nel cinema di Herzog, tutto che alla fine ha una sua sbalestrata coerenza. E per questo Kinski era l’attore perfetto. Per-fet-to. Negli extra del dvd prestato da Roberto (visto perché nella mia vhs mancavano gli ultimi 5 minuti) c’è anche un grandioso corto di Les Blank in cui Herzog si mangia (realmente, giuro) una scarpa per aver perso una scommessa col regista Errol Morris, quello del futuro Fog of War. E ditemi voi se non poteva essere uno come Werner Herzog ad eleggere il demoniaco Klaus a suo feticcio. (Vhs da RaiTre; 18/10/06)

ddv6008 Springtime604 – Buddhistico Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera di Kim Ki-Duk, Corea del Sud, 2003
Immoto (il film e io), ma i sentimenti girano a mille. La semplicità ha del miracoloso, la messa in scena è di una purezza abbacinante. Kim Ki-Duk asserisce di non avere mai visto film prima di farne lui. Forse è vero, sicuramente questa narrazione compassionevole e fuori dal tempo è veramente fuori dal tempo e commuove. Moooolto bello. (Dvd; 22/10/06)

ddv6009 Ice Age 2605 – Freddino con Ice Age 2 di Carlos Saldanha, USA 2006
Mi mancavano Syd & company, al punto che vedo il nuovo episodio senza neanche avere obblighi paterni, ma proprio per infantile piacere mio. E il film è caruccio ma meno riuscito del primo episodio, molto meno. Stavolta alla ghenga formata da mammut, tigre dai denti a sciabola e bradipo si unisce una mammutona, ma la storia d’amore tra i due pachidermi non è ‘sta gran cosa, con lei un po’ sciacchella e che si crede sorella di due opossum odiosi. Intanto Scrat continua imperterrito a inseguire la sua ghianda, mentre Syd affronta lo scioglimento dei ghiacci con stolida saggezza e speranza. Però, però… Sufficienza abbondante, dài, ma non il capolavoro che avrei voluto e di cui parlano i critici che si erano evidentemente persi il primo L’era glaciale e ora fanno i gggiovani, perché tra nuovi Pixar, Miyazaki e il resto bisogna far finta di conoscere anche il mondo dei cartoni. Di cui vi rullerei. (Dvd; 29/10/06)

ddv6010 DevilsRejects606 – Sbaglierò, ma per me The Devil’s Rejects di Rob Zombie è un capolavoro, USA 2005
Premessa: La casa del diavolo è semplicemente grandioso e questo pezzullo contiene più spoiler, vi ho avvertito. Dunque, questo è un horror (dissimulato, ma costruito citando a più non posso per esegeti e cultori) che parla del presente, delle follie dell’America, del culto delle armi, delle ossessioni pop (musicali e non solo), della divisione capitalistica in classi, coi gendarmi delle forze dell’ordine a tenere tutti al loro posto. Non dite a Zombie che è marxista (non ci crederebbe) ma qui – meglio che in tanti altri film perbene, sanificati e moralmente accettabili – abbiamo i buoni veramente cattivi e i cattivi in fin dei conti umanamente comprensibili (perdonabili no, ma nessuno lo è). E alla fine, piuttosto che schiavi, meglio morti, come Peckinpah ci ha insegnato tanto tempo fa. Colonna sonora southern da orgasmo, fotografia seventies abbacinante, facce perfette, regia abilissima capace di qualche momento di autentico genio (l’esecuzione del poliziotto col colpo alla testa, col silenzio dilatato e quella detonazione che ti fa fare il classico salto sulla sedia). E quando nella sequenza finale parte la Freebird dei Lynyrd Skynyrd, ho pensato: come in Forrest Gump adesso ci sarà un atroce taglio e amen. Invece il pezzo c’è tutto, nella gloria dei suoi 9 minuti, allungando epicamente all’inverosimile questa magnifica scena, con le chitarre che si inseguono in uno stampede solistico. E un’idea così, da sola, farebbe già del film un’opera unica. Capolavoro. (Dvd; 1/11/06)

ddv6011 V for Vendetta607 – L’equivoco di V for Vendetta di James McTeigue, UK/USA 2005
Cercavo il coreano Vendetta e basta ma sono totalmente rincoglionito che affitto per errore un film forse più adatto ancora a svoltare la serata da divano, copertona di flanella e rutto libero. Trovo qualche scompenso narrativo, ma come opera ludica V fa il suo sporco mestiere e diverte, alimentando tensioni anti Sistema nel momento adatto, con rimandi neanche troppo occulti al G8 e a Seattle. Ideologicamente, non provo neanche ad affrontare la vicenda, però: non ne sarei stato capace anni fa, figuriamoci adesso che ho ancora l’ormone sballato per la paternità. Il fumetto di Alan Moore da cui è tratto il film, invece, m’ha fatto schifo ma è colpa mia che vorrei di nuovo leggere Manara sceneggiato da Pratt, non so voi. (Dvd; 2/11/06)

ddv6012 the-departed-608 – The Departed – Il bene e il male di Martin Scorsese, USA 2006
Ci concediamo un cinema e becchiamo un Martin cattivello, che ci trascina in una storia di malavita irlandese dove bene e male si confondono fino a un finale che non ti aspetti. Ma è anche l’unica cosa che mi piace veramente del film. Gli attori sono azzeccati (Mark Wahlberg, Peppino DiCaprio, un Baldwin ciccio, pure il bambolo Matt Damon) e il cast funziona nonostante un Jack Nicholson gigione da farsa e una comprimaria donna (tale Vera Farmiga, vera cagna) che mi pare un inno funebre alla chirurgia plastica e che immagino non rivedrete mai più sul grande schermo da quanto è scarsa. Musica discreta, montaggio anonimo e fotografia lattiginosa orrenda. Alla fine, che dire di ‘sto Departed? Mah, sono un po’ deluso, ma non posso prendere a pugni un uomo solo perché stato un po’ Scorsese, eh. (Cinema Orfeo, Milano; 3/11/06)

ddv6013 Heimat 2609 – Uno dei film della (mia) vita: Heimat 2 di Edgar Reitz, Germania 1993
Servirebbe una recensione vera, coi controcazzi, per manifestare la mia commozione e felicità nell’aver rivisto, dodici anni dopo, una delle opere cinematografiche più belle e complete mai realizzate. Qui dentro ci sono la giovinezza, la speranza, la musica, l’arte, la scoperta, l’amore, il tradimento, l’illusione… c’è la vita, come poche volte può capitare di esperire al cinema (l’angelo custode mi suggerisce: “Capirai: dura anche 26 ore, eh…”). Più riuscito del già splendido Heimat 1 (questo è più fluviale, meno ostico linguisticamente, più vicino come argomenti), Heimat 2 è un capolavoro – credo – inarrivabile. Dopo il primo episodio ho passato i giorni seguenti a tre metri da terra, raggiante: è un film che parla di studenti universitari che scoprono il loro ruolo nel mondo e io ho avuto la fortuna di vederlo mentre credevo di essere uno studente universitario che scopriva il suo ruolo nel mondo. Ambientato lungo tutti gli anni Sessanta fino all’alba dei Settanta, c’è tutto quello che ti aspetteresti, ma con una prospettiva intima e personale che riesce a essere universale senza mai scadere nella ricostruzione nostalgica: Kennedy, i Beatles, la rivoluzione sessuale, la lotta armata, la musica sperimentale, l’assunzione di responsabilità, Venezia come non l’avete vista mai, i campi di sterminio, il passato nazista e la sua riemersione sotto altre forme, il velleitarismo politico, la chiacchiere artistoidi, l’aria fritta e la vita concreta… Sono un cialtrone, è evidente, ma su questo film ho ragione da vendere: è unico e imprescindibile e comunica con straordinaria semplicità il senso della vita: imparare ad aspettare (dalle mie parti, più volgarmente: ghe voe tanta pasiensa). E poi, perdonatemi lo spoilerino, ma anche adesso – come dodici anni fa – continuo a pensare che alla fine Ansgar non sia veramente morto: accadrà come nei telefilm americani e si scoprirà che invece è vivo ma nascosto da qualche parte… Ridatemi Ansgar, per piacere! (Dvd; da novembre 2006 ad aprile 2007)

ddv6014 devil-wears-prada610 – L’immondo Il diavolo veste Prada di un delinquente, USA 2006
Una solenne cazzata: siamo andati al cinema di sabato e ben ci sta. I film decenti hanno le sale piccole strapiene per cui – una volta usciti, parcheggiato, preso pure la pioggia – si è costretti a vedere una schifezza come questa che ha un pubblico fittizio, costretto da martellamento pubblicitario e critici comprati con un cocktail blandamente alcolico al buffet dell’anteprima. L’immondo film è un Eva contro Eva dei giorni nostri, dove la cattiveria è tramutata in farsa e tutto sommato le porcate lavorative sono accettate con una strizzatina d’occhi perché così va il mondo. Salvo giusto Meryl Streep per antica fedeltà e  gli occhioni da cerbiatto della pettoruta Anne Hathaway – a tanto son ridotto – e rilevo che il finale orrendo è l’adeguato coronamento di questa gigantesca stronzata commessa da tale David Frankel, una di quelle che ti arrecano dolore al momento dell’espulsione, scusate il francesismo. (Cinema Ducale, Milano; 11/11/06)

ddv6016 lost625 – Lost – Seconda serie di J.J. AbramsDamon Lindelof e Jeffrey Lieber, USA 2005
Barbara mi ha fatto questo esatto sintetico suntino: “C’è della gente su un’isola”. Ah beh, come Selvaggi, dei Vanzina, quindi. “No: io non so e loro non sanno che cosa stia succedendo”. Punto. Per quanto la traduzione italica sia fastidiosa lo vedo godendomelo abbastanza fino a che (cfr. il parere #630, nella prossima puntata di questo sciagurato cinediario) non mi guardo la prima serie al confronto della quale questa seconda risulta decisamente inferiore, specialmente verso il finale quando l’apparizione di un enorme piede litico a sei dita mi getta nella più totale costernazione: gli sceneggiatori ci stanno mica a coglionare? Comunque, dài, anche Lost 2 è un bel prodottino che esalta la potenza del flashback, dà dipendenza e fa lavorare gli emisferi per capire cosa stia accadendo su ‘sta cazzo di isoletta. (Vhs da RaiDue; da febbraio a maggio ‘07)

ddv6017 Freddie Mercury628 – Queen Live at Wembley Stadium di Gavin Taylor, GB 1986
Visto (innumerevoli volte) non solo per ottusa passione musicale ma anche perché la piccola Sofia è rimasta folgorata dalla performance di Freddie Mercury, subito ribattezzato “omo nudo” a causa delle sue esibizioni a torace scoperto. La hit preferita è Bohemien Rhapsody che contiene il memorabile verso “oh mama mia”. Grande cornice di pubblico, cori a go-go, assolazzi come si deve, fumi e Freddie incontenibile: si straccia la maglietta, si fa incoronare con tanto di mantello d’ermellino e non risparmia una stilla di sudore per un pubblico che tiene in pugno (da cui anche l’accusa un po’ confusa di fascismo di Dave Marsh, su Rolling Stone…). Certo, i Queen sono stata l’ultima grande band edonistica degli anni Settanta, uber-cafona, sicuramente kitsch, senza menate e falsi moralismi (erano a Live Aid per gli etiopi? Ma va’!), ma capaci di scrivere grandissimi canzoni, spaziando dall’hard più terremotante al funk, al pop, al gospel e al vaudeville. È una mia debolezza e ho l’incubo dei Take That: Sofia non ha neanche due anni e va tirata su come si deve, eh. (Dvd; febbraio e marzo ‘07)

(Continua – 60)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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Italia di genere https://www.carmillaonline.com/2014/04/20/italia-genere/ Sun, 20 Apr 2014 20:21:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=14266 -pulp-fiction-di Alessandra Daniele

A giudicare della campagna elettorale, gli italiani sono considerati degli imbecilli. In via d’ulteriore rincoglionimento. Il dibattito politico ha le forme e i contenuti d’una gara di rutti. Il livello di richiamo ai bassi istinti è persino inferiore al solito, e così tanto da poter essere espresso solo in numeri negativi. O scorregge. L’ultima televendita di Renzi è stata particolarmente loffia. Il neopremier sembrava aver perso molto del suo caratteristico vitalismo, e farfugliava più del solito. È probabile che stavolta abbia pippato eroina per sbaglio, e abbiano dovuto fargli l’adrenalina [...]]]> -pulp-fiction-di Alessandra Daniele

A giudicare della campagna elettorale, gli italiani sono considerati degli imbecilli. In via d’ulteriore rincoglionimento. Il dibattito politico ha le forme e i contenuti d’una gara di rutti. Il livello di richiamo ai bassi istinti è persino inferiore al solito, e così tanto da poter essere espresso solo in numeri negativi. O scorregge.
L’ultima televendita di Renzi è stata particolarmente loffia. Il neopremier sembrava aver perso molto del suo caratteristico vitalismo, e farfugliava più del solito. È probabile che stavolta abbia pippato eroina per sbaglio, e abbiano dovuto fargli l’adrenalina intracardiaca per rianimarlo. Si spiegherebbero le ore di ritardo.
Grillo corrisponde sempre di più allo stereotipo del santone pataccaro, del predicatore apocalittico farlocco da film di genere.  Perfetto antagonista per uno ”Squadra AntiGuru” con Tomas Milian.
E se la polizia mena, la magistratura non è da meno, piovono sentenze più pesanti d’uno scarpone celerino sulla milza: gli anziani degenti della casa di riposo Sacra Famiglia di Cesano Boscone sono stati condannati a sopportare le stronzate di Berlusconi ogni settimana per mesi e mesi. Dovranno fare da comparse per i suoi spot elettorali? Da morti saranno riciclati come risate finte nelle sit-com Mediaset.
La pena inflitta ai secessionisti veneti è stata ancora più crudele: sono stati rispediti a casa. In Veneto.
Intanto, al governo, Pink is the new Black: l’irritante e ipocrita etichetta Quote Rosa è stata la cazzata renziana della settimana, almeno fino alla raffazzonata televendita del bonus elettorale da 80€.
S’è cercato di spacciare per un grande segnale di rinnovamento le nomine di personaggi come Emma Marcegaglia e Luisa Todini, solo perchè appartenenti al genere femminile. Le cinque capolista PD – una per corrente – sono state esplicitamente scelte da Renzi in quanto donne, insultate da Grillo in quanto donne, e difese dal PD in quanto donne, come se l’unica cosa a definire una donna fosse l’essere donna. Considerate pedine intercambiabili senz’altra identità, come le redshirts. Le pinkshirts. Mentre Licia Ronzulli di Forza Italia rivendicava orgogliona a La7: ”Ricordiamoci che è stato Silvio Berlusconi a sdoganare la donna in politica, facendo ministro la Carfagna”.
Questo è il livello medio di cultura, memoria storica, e senso del ridicolo reperibile da quella parte. Dall’altra – sempre più indistinguibile – si continuano ad affastellare balle con la tecnica piramidale degli autori di Lost: sparare ogni settimana una cazzata abbastanza grossa da far scordare la precedente. Stabilire una nuova scadenza che faccia dimenticare tutte le precedenti non rispettate, una nuova promessa per tutte quelle non mantenute. Finché la piramide non crollerà.
Ormai mi tengo ben lontana da qualsiasi cosa firmata Damon Lindelof, quindi ho scoperto solo adesso questa ”recensione” con la quale sfrutta Breaking Bad per difendere ancora una volta quell’ignobile, catastrofica cagata del finale di Lost, usurpando la frase iconica di Walt “I did it for me. I was good at it. I was alive”. No Lindelof, tu non sei mai stato good at it.
Tu non sei Walter White. Sei Ted Beneke, il pretenzioso, viscido bancarottiere che non vuole pagare le tasse neanche coi soldi altrui.
E al quale in Italia verrebbe affidata la riscrittura della Costituzione.

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The Incident https://www.carmillaonline.com/2014/04/06/incident/ Sun, 06 Apr 2014 20:57:34 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=13921 alleati-di-renzidi Alessandra Daniele

Tutti gli alleati di Renzi, fuori e dentro al governo, hanno una cosa in comune: lo odiano. Il PD lo considera una metastasi berlusconiana che ha approfittato della crisi per usurpare la guida del partito. Berlusconi lo riconosce come simile, quindi come potenziale concorrente. Per centristi e montiani la sua riforma elettorale falcia-minoranze è una vera e propria minaccia di estinzione. Persino i suoi petulanti fedelissimi, con quell’aria plasticosa da manichini dell’Oviesse, già si provano allo specchio la sua corona di stagnola. Renzi è un cazzaro, e lo sa. [...]]]> alleati-di-renzidi Alessandra Daniele

Tutti gli alleati di Renzi, fuori e dentro al governo, hanno una cosa in comune: lo odiano.
Il PD lo considera una metastasi berlusconiana che ha approfittato della crisi per usurpare la guida del partito. Berlusconi lo riconosce come simile, quindi come potenziale concorrente. Per centristi e montiani la sua riforma elettorale falcia-minoranze è una vera e propria minaccia di estinzione. Persino i suoi petulanti fedelissimi, con quell’aria plasticosa da manichini dell’Oviesse, già si provano allo specchio la sua corona di stagnola.
Renzi è un cazzaro, e lo sa. Le sue ”riforme” se approvate faranno del precariato l’unica forma di lavoro possibile, e trasformeranno il Senato in una sala Bingo.
Non è per timore d’essere smascherato però che Renzi è così impaziente. La causa del suo nervosismo è più personale. Tutti vogliono farlo fuori.
Nessuno però vuole assumersene la responsabilità di fronte all’opinione pubblica, che secondo i sondaggi è stupidamente ancora dalla sua parte. Renzi deve cadere, ma, come dicono nei polizieschi, deve sembrare un incidente.
Il governo Renzi è stato caricato di troppe (decerebrate) aspettative salvifiche, per la sua caduta non basterebbe dare la colpa al solito Mastella o Turigliatto. Tutti quelli che la progettano, più la vogliono, più hanno bisogno di sembrarne innocenti. E stanno cercando un modo per riuscirci.
La fretta di Renzi non è ansia di salvare il Paese, ma il culo.
Ogni mattina, Matteo Renzi si sveglia, e sa di dover correre più veloce di tutti i suoi alleati. Ogni mattina, i suoi alleati si svegliano, e sanno di dover correre più veloce di lui per trovare chi lo elimini.
In realtà a qualcuno stanno già pensando.
Stanno pensando a noi.
Noi elettori. Se alle europee il PD prendesse meno del 30% sarebbe l’inizio della fine per Renzi.
Quindi, sempre che il suo governo di marpioni e miracolate duri fino a maggio, questa è la scelta che gli elettori si troveranno di fronte alle elezioni europee: eliminare Renzi per conto di Berlusconi, Alfano, Monti, e D’Alema, oppure consentirgli di continuare a governare insieme a loro, a nostre spese.

Se avessimo una mega bomba atomica da far esplodere per cercare di resettare la timeline, sarebbe una terza soluzione preferibile.

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Non dire gatto https://www.carmillaonline.com/2013/11/03/non-dire-gatto/ Sun, 03 Nov 2013 21:23:30 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10569 walter-whitedi Alessandra Daniele

A rivederlo tutto da capo dopo aver visto il finale, Breaking Bad sembra persino più bello. Tutto torna. E questa è una qualità rarissima. E se, invece che da Vince Gilligan, Felina fosse stato sceneggiato da altri autori, come Moffat o Sorkin, cosa avrebbero scritto? Spoiler: Steven Moffat Dopo averla avvelenata, Walter scopre che Lydia era sua figlia Holly venuta dal futuro, nome completo Hollydia. Allora torna indietro nel tempo per resettare la timeline, ma sbaglia, e crea un universo parallelo dove tutte le donne sono [...]]]> walter-whitedi Alessandra Daniele

A rivederlo tutto da capo dopo aver visto il finale, Breaking Bad sembra persino più bello. Tutto torna. E questa è una qualità rarissima.
E se, invece che da Vince Gilligan, Felina fosse stato sceneggiato da altri autori, come Moffat o Sorkin, cosa avrebbero scritto?
Spoiler:

Steven Moffat

Dopo averla avvelenata, Walter scopre che Lydia era sua figlia Holly venuta dal futuro, nome completo Hollydia. Allora torna indietro nel tempo per resettare la timeline, ma sbaglia, e crea un universo parallelo dove tutte le donne sono sceme.

Aaron Sorkin

Walter affronta Uncle Jack. I due discutono ininterrottamente di politica per quarantacinque minuti, scambiandosi pungenti frecciate sarcastiche, e graffianti sferzate satiriche. Alla fine concordano sul fatto che tutte le donne sono sceme.

Ron Moore
Lydia e Todd appaiono a Walter, gli svelano d’essere due angeli, e gli dicono che Dio ha un piano per lui: deve farsi saltare in aria nel meth lab, e distruggerlo completamente. Walter esegue. Lydia e Todd appaiono quindi a Jesse, e gli dicono di ricostruire il laboratorio da capo. Alle proteste di Jesse che la cosa non ha senso, rispondono ”Tutto questo non ha mai avuto senso, tutto questo non ce l’avrà mai”.

David Shore
Quando la polizia irrompe nel laboratorio, Walter è ferito, ma ancora vivo. Viene quindi portato in ospedale, dove Greg House ha ripreso a esercitare in incognito col nome di Bruce Banner. House scopre che in realtà Walter non ha il cancro, ma un raro parassita tropicale che si cura con la diet coke (product placement). Walter guarisce, ma House viene scoperto. I due fingono di morire in un incendio, e fuggono insieme in chopper.

J. J. Abrams
Walter scopre che nel deserto c’è sepolto un misterioso manufatto precolombiano decorato da profezie apocalittiche; che la gang neonazista di Uncle Jack fa parte d’un complotto internazionale per instaurare il Quarto Reich; e che la Blue meth nella diet coke conferisce terribili superpoteri. Racconta tutto a Skyler. Lei lo caccia urlando ”Cristo, basta cazzate!” Poi viene rapita dagli alieni.

Damon Lindelof & Carlton Cuse
Walter si sveglia nella TAC, e scopre d’essersi sognato tutto. Poi esce dalla TAC, e scopre d’essere nell’aldilà. Gus Fring gli viene incontro e gli dà il benvenuto chiamandolo Heisenberg. Walter gli chiede perplesso: ”ma se ho sognato tutto, com’è che tu mi conosci davvero?” Gus gli sorride, e risponde ”lascia perdere le incongruenze, non hanno importanza, quello che conta è che adesso ci vogliamo tutti bene”.

Scott Buck & Manny Coto
Hank trova il libro con la dedica di Gale, ma non capisce cosa significa. Poi muore per una colica. Walter non viene mai scoperto dalla polizia, ma si sente così in colpa che affida i figli a una serial killer latitante, e va a morire da solo in montagna lo stesso.

David Chase
Walter entra in un bar.
Schermo nero.
Titoli di coda.

Joss Whedon
Walter entra in un bar.
La serie viene cancellata.

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