Loredana Lipperini – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Cos’è il Segno del comando? https://www.carmillaonline.com/2024/12/31/cose-il-segno-del-comando/ Tue, 31 Dec 2024 21:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85974 di Franco Pezzini

Loredana Lipperini, Il Segno del Comando, pp. 304, € 16,90, RaiLibri, Roma 2024.

“I libri erano sempre stati la salvezza, per lui. Lo sarebbero stati anche questa volta. Doveva aver fiducia nei libri”.

Noi l’abbiamo, dunque cominciamo col considerare che esistono due approcci possibili – e anzi opportuni – a questo godibilissimo libro, che recupera liberamente la storia del più leggendario sceneggiato di mistero dell’emittente nazionale, Il segno del comando (cfr. qui): un’avventura, nell’Italia 1971, forte di una squadra meravigliosa d’interpreti e di un set fascinoso, la festa barocca di una Roma esoterica colta nel momento del [...]]]> di Franco Pezzini

Loredana Lipperini, Il Segno del Comando, pp. 304, € 16,90, RaiLibri, Roma 2024.

“I libri erano sempre stati la salvezza, per lui. Lo sarebbero stati anche questa volta. Doveva aver fiducia nei libri”.

Noi l’abbiamo, dunque cominciamo col considerare che esistono due approcci possibili – e anzi opportuni – a questo godibilissimo libro, che recupera liberamente la storia del più leggendario sceneggiato di mistero dell’emittente nazionale, Il segno del comando (cfr. qui): un’avventura, nell’Italia 1971, forte di una squadra meravigliosa d’interpreti e di un set fascinoso, la festa barocca di una Roma esoterica colta nel momento del botto del grande revival magico tra anni Sessanta e Settanta.

E dei due approcci, il primo e principale è senz’altro quello di un lettore che, appunto, svolge il proprio ruolo. Legge, si appassiona, si intriga, si diverte. Il libro è ovviamente – considerando la perizia narrativa dell’autrice – un’avventura avvincente, brillante, intelligente e scritta con tutte le buone pratiche di un romanzo di genere, arricchite da tocchi d’epoca (1971) godibilissimi e da ricchi cenni di occulture alla base originale: da cui si snodano, felicemente caotici, percorsi esoterici ma anche essotericissimi, di cultura pop, letteratura (tanto Byron & Co., ma non mancano richiami a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e a Proust) e storia sociale (femminismo compreso, a partire da Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi). Comprensivi, per noi lettori “datati”, di qualche zampata di malinconia: nel mondo di auto di piccola cilindrata e di telefoni fissi, nella concitazione scandita però da un cronometro d’epoca, negli scambi dove l’autrice riprende per ampia parte la sceneggiatura originale ma sovrascrivendovi con garbo notazioni ulteriori, più letteratura e più esoterismo, troviamo l’affresco di un tempo lontano, evocato quasi necromanticamente.

In alcuni aspetti Lipperini ritocca i profili dei personaggi dello sceneggiato: il protagonista ammodino Lancelot Edward Forster si trova a dover fare uso rituale di LSD, l’interlocutrice Barbara acquisisce una coscienza femminista, il vecchio e benevolo colonnello Tagliaferri diventa un tiranno che vessa la nipote, il losco principe Anchisi è un tenero vedovo, la signora Giannelli vive nell’ombra del ricordo dei genitori tragicamente perduti, il commissario Bonsanti è uno sbirro poco tranquillizzante… Vengono anche aggiunte o sviluppate alcune figure femminili in relazione a un diverso ruolo delle streghe; anzi – non sembri un dettaglio da fandom, ha un valore simbolico ben chiaro – ci si pone il problema dei cognomi delle figure femminili, nello sceneggiato liquidate coi nomi di battesimo come colf d’epoca. Così ecco Barbara Mariani, Olivia Cox… e la questione emerge anche sulla “misteriosa Lucia (Lucia come?)”. Quest’attenzione al femminismo – la civetta dello sceneggiato viene richiamata a Lilith – rileverà anche nel finale, che qui ovviamente non si spoilera.

Però c’è un secondo tipo di approccio al romanzo, non alternativo al primo e che movimenta forse un minor numero di lettori ma conduce su un terreno persino più interessante, affrontato dall’autrice con grazia sorniona. Com’è noto, la storia del Segno del comando – inteso quale sceneggiato originale – si configura come quest dai passi criptati sulle tracce di un talismano potente quanto sfuggente: un meccanismo narrativo classicissimo che, grazie alla professionalità di autori e attori, alla suggestione della Roma evocata e dello straniante incastro diacronico, all’euforia stesso per un occulto sdoganato nell’età ipermoderna dello sbarco sulla Luna, acquisiva una fascinazione magnetica. Il talismano di quell’Italietta in aria da golpe Borghese, in qualche modo, era anzitutto lo sceneggiato in sé.

Però c’è dell’altro. Composta nel 1969 da Dante Guardamagna e Flaminio Bollini, assieme a Lucio Mandarà e Giuseppe D’Agata (ma terminata, nei fatti, da quest’ultimo – qui presente in un cameo – dopo gli abbandoni dei colleghi), la sceneggiatura originale, di impianto razionalista, per esortazione di alcuni attori era stata corretta sul set dal regista Daniele D’Anza nel segno del sovrannaturale, con il risultato di felici cortocircuiti che lasciano a tutt’oggi perplesso lo spettatore. In effetti, vedendo lo sceneggiato, alcune questioni irrisolte funzionano meglio con l’ipotesi di una cospirazione ai danni del protagonista, mentre altre nel segno del sovrannaturale (o almeno di una sincronicità junghiana). La genialità del regista è stata di lasciarle convivere senza imprimere troppe “spieghe”, e capitalizzando sull’effetto allusivo. Rivisto oggi, l’insieme mantiene freschezza (anche grazie, va detto, ai magnifici attori e al sontuoso set romano).

Più tardi, nel 1987, la sceneggiatura verrà lievemente rielaborata in chiave di novelization del citato D’Agata; e poco dopo, nel 1992 (ma con riprese nel 1988), ne verrà approntato per Canale 5 anche un brutto remake – a dispetto di bravi interpreti – che assurdamente sposta il tutto a Parigi. Oggi arriva questa riscrittura colta, ricca di spunti d’epoca, a ridefinire un po’ storia e personaggi: anche perché ormai alcuni temi ormai richiedono, anche di fronte a un pubblico “ingenuo”, di essere sottolineati. Il che però torna a proporre la domanda sulla natura di un oggetto tanto cangiante. Cos’è il Segno del comando?

Potremmo rispondere “uno sceneggiato”, perché il suo successo popolare fa riferimento a quella base, ma gli sviluppi successivi (non semplici remake perché investono media diversi, e non solo in chiave di citazioni affettuose) impongono una risposta un po’ più complessa. Quella del retelling è una categoria – più o meno rassicurante o consolatoria – oggi molto praticata, ma le cui origini sono arcaicissime, ancorate alla fiaba e in fondo al mito. E proprio la magmaticità del mito, la sua ambiguità fondamentale, vede nelle variazioni più o meno marcate, fino a configurare versioni differenti, ricadute anche significative delle trasformazioni delle società di appartenenza e dei relativi impianti simbolici. Si potrebbe dunque dire che, ferma la struttura narrativa generica e molto classica di quest, quello del Segno del comando sia in fondo un mito (post)moderno, una rilettura laica – come Lipperini ben rimarca – del mito graalico. Insomma, come l’autrice sintetizza, “La storia che avete letto è simile e diversa, è fedele allo sceneggiato e insieme lo tradisce: è un romanzo gotico ed è un romanzo sugli anni Settanta, con ribelli e cospiratori, cultori dell’esoterismo vecchi e nuovi e veri e falsi, alchimisti e streghe (metaforiche e reali)”.

Al punto che definire questo romanzo come un semplice retelling finisce col risultare sminuente. Si tratta della narrazione di un mito, e narrare un mito è sempre un’operazione impegnativa, perché coinvolge chiavi importanti di una comunità nel tempo. Mi limito qui a citarne un paio.

La prima riguarda il filo nero che ricollega la vicenda alla realtà ambigua di tutta un’Italia dei misteri: un teatro dove sbatacchiano, a gambe tese come marionette di legno, le ombre di un passato oggi orgogliosamente riemerso. Il principe Anchisi – nelle varie interpretazioni, dallo sceneggiato a Lipperini – è idealmente un interlocutore dello spiacevole Junio Valerio Borghese ma anche di Evola: ha il periodare trombone, sussiegoso e allusivo di tanti corifei della TTTradizione. In questo senso il Segno del comando è il simbolo di un potere magico perduto e che forze reazionarie, di rivoluzione conservatrice, cercano di recuperare per poter riemergere dai bassifondi della storia, per sentirsi immortali e tornare dalla morte: la magia pompata di richiami allo spirito per la banale, materialissima occupazione di un potere e delle sue meschine utilità. Ovviamente gli sceneggiatori non sapevano del golpe che gli amici del principe Anchisi stavano preparando, ma il potere magico verrà recuperato in altro modo a suon di inverni del nostro scontento e di propaganda semplicistica: e ce lo troviamo davanti. Recuperato da gente meno colta del principe Anchisi, e che magari fa i balletti a qualche kermesse ove le tetre camicie scure sono state sostituite da rassicuranti maglioncini in cashmere color pastello, concedendo cittadinanze a chi non ne ha bisogno e sdegnandosi che qualcuno (come osa?) porti critiche in chiave di opposizione – ma tant’è.

Però c’è almeno un secondo elemento mitico che val la pena considerare, quello del Graal tutto laico di un rapporto col tempo legato alla nostra identità profonda. È dall’ottocento che in Occidente, sull’onda di esoterismi vari in funzione anticlericale e romantica, e in particolare del grande successo della teosofia, il tema della reincarnazione – in forme varie – trova spazio nella narrativa. Sulla fattispecie che interpella variamente religione e filosofia, e oggi sempre più diffusamente documentata sui social, non si può che rinviare a convinzioni personali, consultazioni privatissime dei registri akashici e magari ipnosi regressive: ma in chiave laica e senza funambolismi esoterici il concetto generale si presenta come un’affascinante macchina per pensare. Il fatto è che noi esseri umani siamo animali narrativi, nel senso che eventi interiori e a volte esteriori di qualche importanza riusciamo a capirli e spiegarli a volte solo in chiave di racconto: chi siamo, chi è importante per noi, chi ci sorprende ed entra nel profondo della nostra vita. Esista o meno un passato condiviso sul piano storico (chi potevamo essere?), c’è senz’altro sul piano interiore. Appartiene all’esperienza di ciascuno di noi il fatto che sedimentiamo storia e storie, amori e crisi, tra maschere e autofiction – e troviamo i nostri modelli identitari possibili non solo nel passato personale più o meno annoso, dimenticato, rimosso, ma in quello collettivo, in libri e film sui quali ci siamo formati, in fantasie, sogni, progetti condivisi. In un teatro interiore dove abbiamo già incontrato la bellissima Lucia che inseguiamo con Forster, o magari Didone o Hester Prynne a farci battere il cuore; dove abbiamo maturato convinzioni, sperimentato avventure, raggiunto consapevolezze che nella vita valesse la pena combattere non solo per noi stessi o per occupazioni miserabili di spazi. Reincarniamo situazioni, dialettiche, sentimenti, talvolta con un senso straniato di déjà-vu… La quest riguarda allora un rapporto vitale con il tempo, che indaghi e recuperi i fili di un passato per sovrascrivere un altro finale per la nostra storia, come riflette Silvia Bottani in un romanzo molto bello dell’anno passato; per salvarci la vita e riconoscerle valore, per condividere un po’ di ossigeno con altri. Allora la quest non sarà sterile e avremo forse scoperto, hai visto mai, di avere in tasca il Segno del comando.

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Resistenza femminile fra immaginario fantastico e letteratura https://www.carmillaonline.com/2020/03/21/resistenza-femminile-fra-immaginario-fantastico-e-letteratura/ Sat, 21 Mar 2020 22:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58826 di Paolo Lago

Giuliana Misserville, Donne e fantastico. Narrativa oltre i generi, prefazione di Loredana Lipperini, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 128, € 12,00.

Per affrontare un discorso su donne e letteratura fantastica, un ottimo punto di partenza può essere rappresentato dall’opera di Angela Carter, in cui si mescolano femminismo e fantastico e, soprattutto, dalla sua raccolta di racconti La camera di sangue (The Bloody Chamber, 1979). Il libro, che reinventa alcune celebri fiabe, ci offre dei personaggi femminili che compiono delle scelte e riescono a sottrarsi al destino loro assegnato dalla tradizione. Se, come scrive Franco Pezzini, il fantastico si può [...]]]> di Paolo Lago

Giuliana Misserville, Donne e fantastico. Narrativa oltre i generi, prefazione di Loredana Lipperini, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 128, € 12,00.

Per affrontare un discorso su donne e letteratura fantastica, un ottimo punto di partenza può essere rappresentato dall’opera di Angela Carter, in cui si mescolano femminismo e fantastico e, soprattutto, dalla sua raccolta di racconti La camera di sangue (The Bloody Chamber, 1979). Il libro, che reinventa alcune celebri fiabe, ci offre dei personaggi femminili che compiono delle scelte e riescono a sottrarsi al destino loro assegnato dalla tradizione. Se, come scrive Franco Pezzini, il fantastico si può configurare come una vera e propria “resistenza culturale” alla banalità quotidiana, Claudia Durastanti, a proposito dell’opera di Carter, nota che una delle cose più belle che si impara dai suoi racconti è “ciò che la fantasia e l’immaginazione possono fare a una creatura ferita, per darle un’altra vita”. E continua affermando che Carter, “con la sua scrittura, ha sempre dato una seconda possibilità a una vittima, facendola sentire più di questo: come se la vittima fosse un ruolo sfortunato e temporaneo, ma non definitivo”.

Non a caso, uno dei sicuri punti di partenza del bel saggio di Giuliana Misserville, Donne e fantastico. Narrativa oltre i generi, uscito recentemente per Mimesis, è proprio la raccolta di racconti di Carter della quale l’autrice ribadisce l’importanza: “Dopo Carter il rapporto col ‘mostro’ o col ‘perturbante’ verrà agito – e più avanti vedremo come – e non più subito. Le donne diventano soggetto”. Prendendo le mosse dalle opere di Carter e di Ursula Le Guin, un’importante autrice di fantascienza, per addentrarsi all’interno della narrativa femminile italiana, Misserville nota che un ostacolo che pesa in maniera significativa è il fatto che il fantastico non venga considerato “a pieno titolo espressione della narrativa tout court, ma rimane piuttosto in una condizione di zoo minoritario lasciando insondata la questione del suo rapporto con la letteratura mainstream, quella con la L maiuscola che viene insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado, struttura corsi di laurea e viene premiata da più e meno gloriose istituzioni letterarie del bel paese”. Una condizione di minorità all’interno della quale le autrici sono penalizzate in un mercato librario prevalentemente maschile. Eppure, come giustamente nota Valerio Evangelisti, citato da Misserville, “viene il sospetto che il fantastico, e in particolar modo la fantascienza, rappresentino il solo modo per descrivere adeguatamente, in chiave narrativa, il mondo attuale”.

Il volume di Giuliana Misserville, esordendo con un capitolo introduttivo intitolato Le di lei “Terre di mezzo” con un riferimento all’immaginario di Tolkien, come se, appunto, queste “terre di mezzo” rappresentassero dei territori di resistenza di un fantastico tutto al femminile, si concentra soprattutto su sei autrici: Chiara Palazzolo, Nicoletta Vallorani, Nadia Tarantini, Viola Di Grado, Laura Pugno, Loredana Lipperini.

All’interno della narrativa della prima scrittrice studiata, Chiara Palazzolo, assume un ruolo sicuramente rilevante la trilogia fantastica (Non mi uccidere, 2005; Strappami il cuore, 2006; Ti porterò nel sangue, 2007), declinata verso l’horror, dedicata alla figura di una giovane vampira, Mirta / Luna, una ragazzina morta per un’iniezione letale di eroina praticatale dal suo amante, Robin; risvegliatasi dalla tomba, Mirta diventa Luna e si unisce ai sopramorti che per sopravvivere devono divorare i viventi. Come afferma la stessa Palazzolo, il periodo in cui nascono e prendono forma le storie della vampira è quello successivo all’attentato terroristico dell’undici settembre 2001 che trasforma le Twin Towers di New York in due gigantesche torce. L’attacco terroristico alle Torri, in cui persero la vita migliaia di persone, innesta negli individui un senso generale di vulnerabilità e una paura diffusa nei confronti dell’altro. Come bene osserva Misserville, questo momento di vulnerabilità e paura segna il ritorno in grande stile, in ambito letterario, della figura del vampiro, vero e proprio interprete dei periodi di crisi fin dal diciottesimo secolo. Ma c’è di più. Il vampiro, infatti, nella trilogia di Palazzolo, è anche un acuto e distaccato osservatore che si interroga sul senso dell’umano, come nel film di Jim Jarmusch, Solo gli amanti sopravvivono (2013): qui, il vampiro Adam, malinconico collezionista di chitarre d’epoca e autore di musiche apocalittiche, mentre accompagna la sua Eva in giri notturni in una spettrale Detroit, esprime dei giudizi sugli esseri umani che appaiono come una sorta di zombie, degli esseri abulici dediti al rapido consumo di ogni cosa.

La narrativa di Nicoletta Vallorani, la seconda scrittrice affrontata nel saggio, si indirizza verso le tematiche del posthuman, in uno scenario narrativo cyberpunk. Nella seconda metà degli anni Ottanta, infatti, sulla scia del Manifesto cyborg di Donna Haraway, la fantascienza femminista ha utilizzato molto la figura del cyborg eleggendolo a simbolo politico in grado di superare la condizione di subalternità della donna rispetto all’universo maschile. Il cuore finto di DR, romanzo insignito del premio Urania nel 1992, mette in scena la detective cyborg Penelope De Rossi alle prese con il mistero della sparizione del marito dell’erede di un’importante industria farmaceutica che fabbrica e smercia il sintar, la droga del futuro. Lo scomparso, in realtà, è un transfuga di Entierres, un pianeta in cui il sintar cresce naturalmente e di cui si vorrebbero impadronire i terrestri. Un sicuro punto di riferimento nell’opera di Vallorani è Cuore di tenebra di Joseph Conrad, all’interno del quale la figura di Kurtz diviene il “simbolo della peggiore ideologia coloniale e polo estremo e oppositivo di tutta la narrativa che le analisi postcoloniali prendono in esame” . Il personaggio di Conrad risulta di notevole importanza anche in un altro romanzo di Vallorani, Eva (2002), che Misserville acutamente definisce come “una distopia scritta in tempi non sospetti, prima che questa assumesse la risonanza che abbiamo davanti agli occhi”. La distopia di Vallorani “spinge il pedale sull’alterazione politica e emotiva del tessuto urbano”: l’ambientazione del romanzo è infatti “una Milano che è una fantasia confusa di Belfast, Kabul e Ground Zero”.

Il primo romanzo di Nadia Tarantini è del 2017, Quando nascesti tu, stella lucente, una storia sospesa tra fantascienza e fantasy che delinea una società del futuro sopravvissuta al “Grande Disastro”, attraversata da lotte per impadronirsi del potere. Due, secondo Misserville, sono i temi che assumono maggiore rilevanza nelle pagine di Tarantini. Uno è la memoria, la quale è strettamente correlata all’identità degli individui (la memoria individuale è anche uno dei temi cardine della società del futuro tratteggiata in Blade Runner di Ridley Scott). Uno degli obiettivi del governo totalitario della società affrescata nel romanzo è quello di gestire e impedire le emozioni degli umani, in modo da renderli più felici e soprattutto totalmente governabili. Il secondo tema “riguarda la questione di cosa sia il potere per le donne, non il potere dei rapporti interpersonali ma quello vasto che permette di conquistare regni e imperi”. Soltanto il corpo può custodire memorie private e memorie collettive, una dimensione corporea che diviene assai rilevante in una prospettiva di genere. Non è un caso, infatti, che i gender studies rivestano di grande importanza il personal criticism, un atteggiamento critico in cui la dimensione del corpo assume un ruolo di primo piano.

Il corpo è estremamente presente anche nei romanzi di Viola Di Grado e, fra di essi, il saggio si concentra soprattutto su Cuore cavo (2013). In esso riveste un ruolo di primo piano il tema della maternità. Si ricorda, del resto, che le tematiche che affrontano i vari aspetti del materno, oltre ad avere una sicura rilevanza nella narrativa degli ultimi anni, sono anche state oggetto di una particolare attenzione da parte delle elaborazioni teoriche delle femministe riunite attorno alla Libreria delle Donne di Milano e alla comunità Diotima di Verona. La protagonista del romanzo, Dorotea, dopo la morte, inizia una nuova vita, fra i vivi e i morti e ritorna in modo ossessivo nella casa dove si è uccisa e dove ancora vive la madre, “perno attorno al quale gira la sua ricerca di affettività”. Le figure di madri messe in scena da Di Grado nei due primi romanzi (Settanta acrilico, trenta lana, del 2011 e, appunto, Cuore cavo) sono creature dolenti e fragili che cercano di proteggere figlie spaesate dalla mancanza di un sicuro riferimento materno. Nel primo romanzo, lo spazio in cui si muovono i personaggi è quello di una città inglese, Leeds, immersa in uno squallore simile a quello della attuale condizione postindustriale, regno dello scarto e dell’abbandono, e che può ricordare la Detroit in cui si muovono i vampiri del già citato Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch. In Bambini di ferro (2016), i “bambini di ferro” del titolo sono sottoposti a un programma di accudimento materno artificiale affidato a “Unità Materne Virtuali” che, contagiate da un virus informatico, li lasciano “emotivamente guasti”: “Attraverso le vicende di due bambine di ferro, una adulta e l’altra di pochi anni che ha perso i genitori in un incidente, si affaccia il richiamo di un affetto che è l’eco del ritmo segreto della natura, l’adesione buddista al respiro del mondo”. Come scrive la stessa scrittrice, “i bambini di ferro, alienati in un mondo alienato, sono coloro che più si avvicinano a una dimensione affettiva autentica”.

L’opera narrativa di Laura Pugno, la successiva autrice affrontata, si concentra soprattutto sull’ “ossessione per il confine fra naturale e umano, appassionate strategie per combattere l’apocalissi, la scomparsa, la perdita” (secondo le parole della stessa Pugno). Basti pensare al suo esordio narrativo: Sirene (2007). La figura letteraria della sirena, spesso utilizzata dalla critica femminista, è qui al centro di una vicenda di sopraffazione e violenza: “Le sirene, esseri a metà strada tra l’animale e l’umano, sono allo stesso tempo prede sessuali e cibo prelibato e vengono allevate in grandi vasche per la riproduzione. Il rapporto di totale rapina dell’uomo nei confronti della natura è portato alle sue estreme conseguenze, l’appetito sembra aver divorato ogni sentimento residuo; eppure Samuel, uno dei sorveglianti che si è accoppiato di nascosto con una sirena, darà la sua vita per mettere in salvo l’essere nato da quell’unione interspecie”. E comunque, la natura messa in scena dalla scrittrice non è assolutamente un paesaggio idilliaco e rassicurante ma si tratta di qualcosa di primordiale, di selvatico e animale allo stato puro. Una natura che sovrasta l’uomo e le sue fragili strutture, come ne La caccia (2012) in cui il protagonista, appunto, è impegnato in una caccia a una Bestia che ha già ucciso diverse persone: “Gli animali sono dunque i messaggeri di qualcosa che abbiamo condiviso e che non ricordiamo più; sono messaggeri residui, deprivati del senso del sacro, inascoltati, cacciati, divorati e divoranti. Noi viviamo accanto a loro ma non siamo più in grado di decifrare il messaggio che recano. Non li vediamo nel loro tremendo splendore. Non li temiamo e non li adoriamo più come facevano i nostri antichi progenitori quando ancora credevano nei miti, perché erano parte della costruzione del mito”.

L’ultima autrice trattata è Loredana Lipperini, scrittrice, saggista, giornalista e ‘voce’ di Fahrenheit di Radio Tre, la quale firma anche la prefazione del saggio. Lipperini scriverà molti suoi romanzi sotto l’eteronimo di Lara Manni, con il quale si sentirà più libera di dedicarsi al fantastico. Esbat esce dapprima come una fan fiction a puntate dal giugno al settembre 2007: il romanzo mette in scena un fantasy in cui al posto degli hobbyt ci sono le adolescenti italiane e la Terra di Mezzo è un quartiere di Roma. Successivamente, il romanzo, ispirato al manga della disegnatrice giapponese Rumiko Takahashi, diventa la prima parte di una trilogia che comprende Sopdet. La stella della morte (2011) e Tanit. La bambina nera (2012). Nella trilogia emergono i motivi che resteranno quelli più tipici della narrativa di Lipperini, come il debito della narrazione letteraria verso altre espressioni artistiche (la musica, il disegno), i giochi col tempo e gli sbalzi temporali. Importante è inoltre il tema del doppio, del quale l’autrice ha parlato in un incontro pubblico alla Casa internazionale delle donne a Roma, tenutosi nel luglio 2018. Con L’arrivo di Saturno (2017), la scrittrice mescola reale e fantastico per generare sempre più nuova linfa narrativa, in una sinergia tra fantasy e quotidianità che può ricordare certi film di Guillermo del Toro, soprattutto Il labirinto del fauno (2006) e La forma dell’acqua (2017). L’ultima prova narrativa di Lipperini è costituita dalla raccolta di racconti Magia nera, uscita nel 2019. Sono dodici racconti suddivisi in quattro sezioni dedicati ai temi Matrimoni, Madri, Ribellioni e Doni: le protagoniste sono donne normalissime inserite all’interno di una scontata quotidianità. Come scrive Giuliana Misserville, “i racconti di Magia nera percorrono il sentiero stretto che da un lato ha la vita quotidiana e dall’altro la realtà alterata da uno sguardo in grado di registrare gli inceppi nelle dinamiche degli esseri umani e utilizzarli come accensione della narrazione fantastica”.

Il saggio di Misserville, insomma, spalanca una interessante finestra sul fantastico femminile italiano contemporaneo ma non solo. Frequenti, infatti, sono i richiami alla letteratura internazionale, in cui vengono chiamate in causa molte altre scrittici contemporanee: è il caso della già citata Angela Carter, di Ursula Le Guin, di Margaret Atwood. L’interdisciplinarietà con la quale è allestito il saggio permette poi diverse aperture verso altre espressioni artistiche oltre quella letteraria, come quella figurativa o cinematografica. E si potrebbe concludere con l’immagine suggestiva che ci offre la stessa Misserville: la narrativa delle sei autrici analizzate, intrisa di un desiderio inesausto che impregna non solo le narrazioni fantastiche ma anche la saggistica femminista, potrebbe essere assimilabile quasi al “Dono oscuro” di cui è dispensatore il vampiro Lestat in Intervista col vampiro, romanzo di Anne Rice pubblicato nel 1976, poi portato sullo schermo da Neil Jordan nel 1994. Il Dono oscuro è la capacità di creare nuovi vampiri, di diffondere uno sguardo ‘altro’ capace di osservare la limitatezza e la parzialità dello sguardo mortale, un po’ come quello del protagonista del già citato film di Jarmusch. Ebbene, conclude Misserville, “la lente del fantastico costituita dalla produzione letteraria delle sei scrittrici qui riunite sembra essere in grado di funzionare da insieme ‘contagioso’ e fecondo di molteplici letture e ulteriori scritture a venire, di essere per noi insomma simile a un Dono oscuro, che rinnovi la visione che abbiamo del mondo, trasformandola, e aprendoci il passaggio a dimensioni impreviste”. Un “Dono oscuro”, uno sguardo vampiresco pieno di inesausto e infinito desiderio, una resistenza del fantastico e dell’immaginazione al femminile contro la più banale e scontata normalità.

Riferimenti bibliografici:

Claudia Durastanti, Le mille e una Angela Carter, “La Repubblica”, 8 marzo 2017.

Valerio Evangelisti, Distruggere Alphaville, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2005.

Franco Pezzini, Le lenti, lo specchio e i vetri della finestra. Il fantastico come linguaggio-laboratorio e macchina per pensare, in AA.VV., Immaginari alterati. Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 49-73.

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I Quaderni Quadroni di Rrose Sélavy – Intervista a Massimo De Nardo https://www.carmillaonline.com/2015/08/09/i-quaderni-quadroni-di-rrose-selavy-intervista-a-massimo-de-nardo/ Sun, 09 Aug 2015 04:01:31 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24330 di Simone Scaffidi L.

toposognatore_m[Massimo De Nardo è il responsabile editoriale di Rrose Sélavy, casa editrice di Tolentino (MC) che si occupa di narrativa illustrata, vincitrice nel 2014 del Premio Andersen per il miglior progetto editoriale].

Cominciamo dal nome, come nelle peggiori interviste. Rrose Sélavy è uno degli eteronimi utilizzati da Marcel Duchamp per firmare alcune sue opere, nonché l’anagramma fonetico di “Eros c’est la vie”. Quali connessioni esistono tra Rrose Sélavy Editore, Marcel Duchamp e il suo eteronimo? Quali i punti in comune e le divergenze tra [...]]]> di Simone Scaffidi L.

toposognatore_m[Massimo De Nardo è il responsabile editoriale di Rrose Sélavy, casa editrice di Tolentino (MC) che si occupa di narrativa illustrata, vincitrice nel 2014 del Premio Andersen per il miglior progetto editoriale].

Cominciamo dal nome, come nelle peggiori interviste. Rrose Sélavy è uno degli eteronimi utilizzati da Marcel Duchamp per firmare alcune sue opere, nonché l’anagramma fonetico di “Eros c’est la vie”. Quali connessioni esistono tra Rrose Sélavy Editore, Marcel Duchamp e il suo eteronimo? Quali i punti in comune e le divergenze tra le vostre creazioni letterarie e l’opera dell’artista francese?

Marcel Duchamp ha estremizzato a tal punto la concettualità dell’arte che ha reso possibile tutto ma allo stesso tempo ha reso tutto più difficile. Dopo cento anni dal suo “orinatoio-fontana”, l’arte è ancora oggi troppo duchampiana. Marcel Duchamp è il nostro nume tutelare, però con i Quaderni quadroni non c’è alcuna “connessione”. Scrittura e immagini quando raccontano qualcosa a qualcuno e producono buone sensazioni vanno bene con qualsiasi “ismo”. Nasciamo come associazione culturale, e, come vuole la tradizione, c’era da trovare un nome. Rrose Sélavy era un nome già bell’e pronto, come un ready made (duchampiano, appunto): nome di donna, nome con anagramma, nome tutto un programma. Un omaggio, comunque, a quel signore francese molto british, grande giocatore di scacchi e, da non sottovalutare, amico fraterno di Man Ray, un altro che ci piace assai. Rrose Sélavy, perché no? La doppia erre fa finire in spam non poche email, ma va bene lo stesso.

In due anni avete sfornato otto titoli, tutti di narrativa illustrata. Sette dei quali inseriti nella collana “Quaderni quadroni” e uno nella collana “Quaderni cartoni”. Il formato e la fattura delle vostre pubblicazioni sono piuttosto inconsueti e originali, le dimensioni del libro sono infatti di 23×27 cm e spiegano in parte il nome dato alla collana più feconda, mentre pagine e copertine sono realizzate in carta usomano e stampate in quadricromia. Insomma tenete alla forma oltre che ai contenuti.

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I Quaderni Quadroni

Quadrone, cioè grande quadro – per via delle illustrazioni a piena pagina e a pagina doppia – è l’anagramma di quaderno. Il formato 23×27 (chiuso) è certo più da quaderno che da libro. O da rivista. Anni fa pubblicavano una rivista (ne parliamo dopo?), Rrose(non poteva chiamarsi con un altro nome), e 23×27 centimetri era il suo formato. La carta “usomano” è una “magnifica-brutta bestia” per chi stampa: alla prima prova assorbe il colore quasi a spegnerlo, e allora bisogna star lì, con dei bravi tipografi, a seguire, evidenziare, aumentare, diminuire (macchinari hi-tech da mandare in gloria il vecchio Gutenberg). Il risultato però è di grande raffinatezza. Ne sanno qualcosa gli illustratori. Teniamo alla forma perché oltre ad essere l’involucro della sostanza coinvolge subito lo sguardo. Un po’ come un amore a prima vista. Ci piacerebbe che fosse così: amore a prima vista.

Spiegaci cosa c’è dietro e dentro a un Quaderno quadrone: come lavorate con narratori/trici e illustratori/trici, come li “accoppiate” e come avviene la scelta delle storie da raccontare.

Dietro ad ogni Quaderno quadrone c’è la giornaliera normalità: desideri, ansie, rapporti con i librai, conti da far quadrare, copie da spedire, recensioni da acchiappare con fatica, pubbliche relazioni, editing, concorsi, festival, aggiornamento del sito, facebook, twitter, email, studio della concorrenza. E molta lettura (libri, giornali, riviste di settore, internet), molta curiosità.

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Illustrazione di Gianluca Folì

Nei progetti, continuiamo con la nostra iniziale linea di condotta: coinvolgere scrittori che non hanno scritto (o scritto poco) per ragazzi. L’80% dei nostri libri sarà ancora così. Stiamo preparando altri “Quaderni cartoni”, dedicati ai più piccoli. Ne abbiamo uno, per il momento, Re Micio di Roberto Piumini (una storia di amicizia in quaranta quartine), illustrato dal bravissimo Gianluca Folì (già qualche riconoscimento negli USA). Dobbiamo raggiungere quel 20%, tutto dedicato ai più piccoli, senza tuttavia avvicinarci ai “primi passi”, verso i quali bisogna essere molto preparati e attrezzati.

Stiamo ricevendo manoscritti e illustrazioni da giovani autori, proposte che valutiamo a prescindere dal nome e cognome. Vorremmo essere più “sperimentali”, ma ancora non si può. Anche con scrittori e illustratori non proprio inediti (in senso ampio) l’azzardo c’è comunque. A noi il gioco d’azzardo non piace, ma mettersi in gioco sì.

Le storie da raccontare le sceglie chi scrive. Noi chiediamo solo che nel racconto ci siano delle piccole sorprese, delle violazioni. Sono dei racconti, e quindi qualcosa deve accadere già dalle prime pagine. La qualità della scrittura va da sé, deve essere di qualità “per sua natura”. Poi decidiamo chi potrebbe essere l’illustratore, sulla base delle atmosfere che il racconto ha suscitato. Piena libertà anche per lui. Senza escludere qualche nostro suggerimento. Diamo molto valore anche alle introduzioni, che chiediamo a scrittori già noti (Stefano Bartezzaghi, Lidia Ravera, Sandra Petrignani, Beatrice Masini, Grazia Verasani), che con le loro riflessioni aggiungono qualità ai Quaderni. I nomi in copertina – autori, illustratori e prefatori – hanno tutti democraticamentelo stesso corpo tipografico.

Siete riusciti a coinvolgere nella realizzazione dei vostri “Quaderni quadroni” narratori e illustratori affermati nel panorama letterario italiano: Franco Arminio, Loredana Lipperini, Bruno Tognolini, Roberto Piumini, Carlo Lucarelli, Antonio Moresco, passando per Tullio Pericoli, Paolo d’Altan, Simone Massi, Gianluca Folì, Mauro Cicarè, e arrivando all’ultima freschissima pubblicazione di Paolo Di Paolo illustrata da Gianni De Conno e con l’introduzione di Mario Martone. Come avete fatto? Seppur di qualità siete una realtà ambiziosa ma editorialmente piccola.

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Illustrazione di Tullio Pericoli

Breve cronistoria. Una buona combinazione mi ha fatto conoscere Tullio Pericoli, che ringrazierò sempre. Il nostro Che mestieri fantastici! è ormai esaurito. Con questo unico Quaderno siamo stati ospiti nella trasmissione di Corrado Augias, Le storie. 2 aprile 2013. Un bel colpo, ma non di fortuna, perché molto più realisticamente quando facemmo la proposta ad Augias c’erano pur sempre le immagini di Pericoli, immagini che gli avevamo chiesto in prestito: ci servivano le sue nuvole, i suoi libri volanti. Come accennavo, pubblicavamo una rivista, Rrose, sulla creatività. Il Quaderno dei “Mestieri fantastici!” doveva essere una sorta di inserto straordinario, un fuori collana. Tant’è che questo Quaderno self-publishing (self, nel senso più autentico, perché i mestieri sono due miei racconti, Il riparatore di nuvole, Il cercatore di parole) è stato per parecchi mesi l’unico progetto. Che è piaciuto, molto apprezzato – come si dice – dalla critica e dal pubblico. Così abbiamo continuato, ma senza programmi editoriali, indagini di mercato e previsioni. E investimenti vicini allo zero. Tutto il contrario di quello che dovrebbe essere. E quindi la fatica è colossale. Abbiamo fatto una proposta a Franco Arminio e poi – una volta letti i suoi brevi racconti che parlavano di animali che parlavano a noi e di noi – a Simone Massi (del quale conoscevano le video-storie), che ha disegnato in modo superlativo quegli “animali di paese”. Anche Franco, per noi, è stato un “apri pista”. Poi abbiamo chiesto un racconto a Loredana Lipperini, e lei ha scritto la storia di una dolce e battagliera Pupa (sua mamma), illustrata splendidamente da Paolo d’Altan. E fin qui, due scrittori che non avevano mai scritto per ragazzi. Avevamo tre Quaderni, davvero nulla anche per una piccola casa editrice. Aver coinvolto due scrittori non per ragazzi ha in qualche modo caratterizzato Rrose Sélavy. Nell’editoria di questo genere, da un lato ci sono i cartonati, e certo non puoi competere perché sono per la maggior parte prodotti poco editoriali e molto merchandising (nascono prima in tv), e dall’altro lato ci sono i romanzi per gli adolescenti, e anche qui non puoi competere (gli editori hanno giornali e televisioni per le promozioni). Non abbiamo cercato “originalità” a tutti i costi, ma solo provato a dare forma a quello che in parte già avevamo e che ci piaceva. Poi è arrivato il Premio Andersen per il progetto editoriale. Aiuta a presentarsi con un biglietto da visita non più scritto su un post-it. E cominci a crescere, a raccogliere esperienza (l’esperienzaccia, come dice un nostro caro amico che fa il prof alla Sapienza). Tutto rose (una sola erre) e fiori? No. Quando investi strada facendo (quasi una combinazione da automobil-club) puoi solo andare avanti a piccolissimi passi, e sembra di trovarsi nello stesso punto. Ma noi di Rrose Sélavy siamo testardi, sognatori, ingenui e appassionati (eros c’est la vie). «Se puoi sognarlo puoi farlo» diceva Walt Disney. Vale anche per noi.

Vi definite una casa editrice per ragazzi e per bambini – e per ragazze e bambine, aggiungiamo pure – ma le storie che proponete hanno un respiro ampio, difficilmente incasellabile fra due confini anagrafici. Segnalando Pupa, il Quaderno quadrone scritto da Loredana Lipperini e illustrato da Paolo d’Altan, Alberto Prunetti ha colto nel segno scrivendo: «Non so se passarlo a mia sorella perché lo legga al mio nipotino (3 anni) o se passarlo a mia mamma perché lo legga a mia nonna (95 anni)». Questa massima, tanto evidente in Pupa, può senza dubbio essere estesa alle altre vostre pubblicazioni. Credete davvero di essere una casa editrice esclusivamente per ragazzi e ragazze, bambini e bambine?

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Illustrazione di Paolo d’Altan

Spero che il bravo Prunetti (che ha colto davvero nel segno) abbia passato Pupa a tutta la famiglia: nonna, mamma, sorella e nipotino, senza scegliere questo o quel parente. Faremo nostro il passa-Pupa di Prunetti. Anche gli altri Quaderni quadroni sono un po’ per piccoli e un po’ per grandi: le belle storie sono dedicate a tutti. Comunque, servendo una immediata definizione, siamo una “casa editrice per ragazze e ragazzi, bambine e bambini”. Fermo restando che alla fine è l’adulto che acquista il libro. Un dato di fatto, questo, che banalizza il concetto.

Abbiamo chiesto a molti librai di suggerirci il costo di copertina dei nostri libri. A conti fatti, riusciamo a non pesare troppo sulla spesa famigliare. Ecco, l’acquisto di un libro dovrebbe essere una normale voce di spesa in una normale famiglia: più o meno ogni giorno al supermercato, e almeno una volta al mese in libreria.

]]> Segnalazioni di titoli freschi di lettura https://www.carmillaonline.com/2015/05/18/segnalazioni-di-titoli-freschi-di-lettura/ Mon, 18 May 2015 20:24:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22383 di Alberto Prunetti

cantalamappaWu Ming, Cantalamappa, Milano, ElectaKids, 2015, pp. 125, € 14,90

Bellissimo. I Wu Ming riescono a tradurre il loro immaginario per riproporlo ai lettori di nove anni. Due fricchettoni in perpetuo movimento aprono il loro quadernone di viaggi pieno di mappe. Chi ha letto Q troverà nella storia di Margherita e Dolcino la sua riproposizione per bambini. Chi ama Stevenson scoprirà il segreto de L’isola del tesoro. E chi pratica l’alpinismo molotov potrà raccontare ai propri figli la scalata di Point Lenana. E poi c’è, stupenda, la storia del cinema nel deserto [...]]]> di Alberto Prunetti

cantalamappaWu Ming, Cantalamappa, Milano, ElectaKids, 2015, pp. 125, € 14,90

Bellissimo. I Wu Ming riescono a tradurre il loro immaginario per riproporlo ai lettori di nove anni. Due fricchettoni in perpetuo movimento aprono il loro quadernone di viaggi pieno di mappe. Chi ha letto Q troverà nella storia di Margherita e Dolcino la sua riproposizione per bambini. Chi ama Stevenson scoprirà il segreto de L’isola del tesoro. E chi pratica l’alpinismo molotov potrà raccontare ai propri figli la scalata di Point Lenana. E poi c’è, stupenda, la storia del cinema nel deserto e delle opere inutili che ci ricordano la Tav nella loro insensatezza. E se infine volete parlare ai bambini di mitologia nordica o di ecologia, avete sottomano l’atlante che vi serve. Quanto ai biechi neri, sappiate che in questo libro c’è una delle migliori spiegazioni del fascismo per le giovani generazioni. E intanto, lassù, sulla nuvola dei narratori dell’infanzia ribelle, Gianni Rodari approva e saluta a pugno chiuso.

Lello Saracino, Il tenore partigiano, Roma, Alegre, pp. 206, € 15

La collana di oggetti narrativi ibridi di Alegre si arricchisce di un terzo titolo. Un saggio che è un romanzo storico che è una biografia del tenore comunista Nicola Stame, con il plot che si intreccia tra Foggia e Roma. Notevole è la leggerezza con cui l’autore sbroglia un filo storico in digressioni che lo portano ora all’hotel de los inmigrantes, che si trova nei pressi di uno dei porti di Buenos Aires; ora a Bariloche, dove il vecchio Priebke ha ancora i suoi fedeli estimatori; ora in Etiopia, dove gli italiani brava gente hanno dimenticato di aver sganciato un po’ di bombe all’iprite. Tutto questo con grande capacità dell’autore di alternare il primo piano (la vicenda di Stame) con lo sfondo (i grandi eventi storici). Un libro che ci fa scoprire il bel canto di Nicola Stame, interrotto da una pallottola alla tempia degli assassini nazifascisti. (Di questo libro Carmilla si occuperà di nuovo in maniera più estesa a breve).

José Revueltas, Le scimmie, Roma, Sur, pp. 59, € 7, traduzione di Alessandra Riccio

Se non è questo un romanzo lumpen… scritto in carcere dall’autore che per tutta la vita è stato un personaggio conflittuale, in rivolta, come il suo nome imponeva. José Revueltas, ribelle anche alla disciplina del partito comunista a cui apparteneva, nella letteratura messicana è una cometa, una stella solitaria da seguire. Il suo racconto è una storia carceraria cruda, scritta senza rimandi di capoverso, che parla di eroina e di abiezioni, di corpi umani che si fanno ricettori di una comunicazione tra il dritto e il rovescio dell’universo carcerario, in un mondo chiuso in cui non c’è alternativa alla reclusione. Non importa se sei detenuto o scimmia, ovvero carceriere.

Daniele Pepino, Nell’occhio del ciclone. La resistenza curda tra guerra e rivoluzione, Valle di Susa, Tabor, pp. 31, € 2

Una rivoluzione autogestionaria in corso; una resistenza popolare, organizzata dal basso, contro un nuovo volto del fascismo, quello dell’Isis. Quello che colpisce è come un gruppo marxista-leninista curdo, il PKK, si sia trasformato in un movimento diffuso che pratica una forma di federalismo libertario, che presta particolare attenzione alle dinamiche ecologistiche e al ruolo di primo piano, anche sul fronte della guerriglia, delle donne. Tutto questo in un contesto socialmente complesso e catastrofico. La zona libera del Rojava ci ricorda insomma che la rivoluzione prende di sorpresa tutti, finanche i rivoluzionari.

Loredana Lipperini, Quel trenino a molla che si chiama cuore, Bari, Laterza, pp. 166, € 12

E’ un libro molto diverso dai precedenti di Lipperini. Stavolta l’autrice si proietta dentro al testo e lo fa con una maestria di stile spericolata. Il risultato è funambolico. Una derive psicogeografica da un angolo a un altro del paesaggio marchigiano e del paesaggio interiore, dai ricordi d’infanzia fino alla devastazione del terremoto e dei cantieri stradali. Questo è anche un ibrido, un oggetto narrativo che alterna piani e generi espositivi, mescolando il memoriale e la geografia, il racconto di finzione e l’invettiva, il romanzo e il reportage. Con una riflessione potente, dolorosa e necessaria sul tema della morte, del doppio e dell’eteronimia (Loredana è stata anche Lara Manni per un certo periodo, come Pessoa è stato Bernardo Soares e tanti altri ancora). Chapeau.

Wolf Bukowski, La danza delle mozzarelle, Roma, Alegre, 2015, pp. 158, € 14

Ben scavato, vecchia talpa! Wolf conduce un’inchiesta con una lucidità analitica che non si vedeva da tempo (eguagliato solo dal saggio dei Clash City Workers, Dove sono i nostri?). Oggetto: la retorica e la pratica capitalista del cibo feticizzato, una nicchia di mercato per ricchi che contribuisce alla devastazione culinaria e agricola del nostro paese, nell’epoca della riproduzione meccanica dei sapori. Ce n’è per tutti: Slow Food, Eataly, cooperative rosse, circuiti distributivi di presunta alta qualità che si rovesciano in caporalato, facchinaggio a turni massacranti, nuovo elitismo dei consumi. Alla fine chi mangia davvero è sempre il Capitale, che sussume ogni alternativa per poi disporla in fila sui banchi dei supermercati.

Andrea Staid, I senza stato, Bologna, Bébert edizioni, 2015, pp. 107, € 10

Ottimo strumento di cui si sentiva il bisogno. L’autore compie una  prima sintesi, una rassegna della letteratura etnografica sulle società di raccoglitori e cacciatori. Si tratta di un corpus che ha sorretto alcune tesi di antropologia radicale, dall’antropologia statunitense degli anni Settanta fino alle tesi primitiviste di John Zerzan, sviluppatesi a partire dagli anni Ottanta. Purtroppo gran parte di quel materiale è ancora non tradotto in italiano. Questo libro colma una lacuna su un dibattito antropologico che è ancora rilevante oltreoceano e che non è stato ancora recepito nelle aule italiane.

Julio Cortázar, Correzione di bozze in Alta Provenza, Roma, Sur, pp. 57, € 7, traduzione di Giulia Zavagna

Un libro affascinante che ci mostra il dietro le quinte della scrittura di Cortázar in un periodo in cui lo scrittore argentino stava per chiudere uno dei suoi libri più “politici”. Dopo il successo di Rayuela, Cortázar si infila in una sorta di magic bus nelle campagne dell’Alta Provenza e si lancia in una deriva che unisce senza soluzione di continuità il suo statuto di argentino in esilio e la tensione ambivalente e problematica tra narrativa, politica e finzione pura.

Roberto Arlt, I lanciafiamme, Roma, Sur, pp. 375, € 15, traduzione di Luigi Pellisari,

La riscoperta editoriale di Arlt ha permesso di accedere in traduzione a opere minori, come i suoi reportage di viaggio in Patagonia. A maggior ragione celebriamo la riproposizione di uno dei suoi capolavori, la seconda parte del romanzo iniziato con I sette pazzi. Un dittico dedicato al tema di una inquietante rivoluzione che mescola odio per il mondo piccolo borghese, crudeltà, violenza, gruppi estremisti segreti, culto dei bassifondi e dei postriboli e alchimie magiche. Viene da chiedersi se l’autore non abbia prefigurato i rovesci continui di un potere golpista, che ha esercitato negli anni un influenza nefasta e controrivoluzionaria sul paese australe, da metà anni Cinquanta fino al 1983.

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Segnalazioni di saggistica, a partire da “Morti di fama” https://www.carmillaonline.com/2014/03/24/segnalazioni-di-saggistica-partire-da-morti-di-fama/ Mon, 24 Mar 2014 22:00:37 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=13661 morti di fama[Stavo per impaginare una segnalazione di alcuni titoli di saggistica, quando il caso ha voluto che un collaboratore di Carmilla, Simone Scaffidi Lallaro, mi abbia proposto un’interessante recensione di uno dei libri che avevo intenzione di segnalare, cioè Morti di fama di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino. Ho colto al volo l’occasione montando la sua recensione assieme alla mia segnalazione, che sta in coda alle sue parole]  A.P.

Giovanni Arduino, Loredana Lipperini, Morti di fama. Iperconessi e sradicati tra le maglie del web, Milano, Corbaccio, 2013, pp. 137, € 12.90.

di Simone Scaffidi Lallaro

Un libro che [...]]]> morti di fama[Stavo per impaginare una segnalazione di alcuni titoli di saggistica, quando il caso ha voluto che un collaboratore di Carmilla, Simone Scaffidi Lallaro, mi abbia proposto un’interessante recensione di uno dei libri che avevo intenzione di segnalare, cioè Morti di fama di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino. Ho colto al volo l’occasione montando la sua recensione assieme alla mia segnalazione, che sta in coda alle sue parole]  A.P.

Giovanni Arduino, Loredana Lipperini, Morti di fama. Iperconessi e sradicati tra le maglie del web, Milano, Corbaccio, 2013, pp. 137, € 12.90.

di Simone Scaffidi Lallaro

Un libro che non avrei mai comprato e che a dirla tutta non ho comprato davvero. Il caso ha voluto che appena ricevuta la tessera magnetica per i prestiti fai da te ho notato tra le novità la copertina bordeaux di Morti di fama e non ho resistito all’attrazione di provare le nuove tecnologie bibliotecarie. Certo, le novità sullo scaffale erano molte e oltre al titolo ammiccante sono stati i nomi degli autori – Loredana Lipperini e Giovanni Arduino – a convincermi al grande passo.

Non l’avrei mai comprato perché so benissimo che Marco Zuccadalbergo & Co. lucrano quotidianamente e senza scrupolo alcuno sulla mia vita. Perché so che la rete non è un enclave pacificata e che i ritornelli sul web buono, partecipativo e democratico rappresentano mere retoriche consolatrici e strumentali. E lo so perché conosco i profili dei miei nemici: sono gli imprenditori di sempre, gli sfruttatori di sempre, i delatori di sempre. La rete non li ha resi più umani. Conosco le loro tecniche, il loro ostinato nascondersi dietro progetti filantropici e all’infinita bontà del progresso. Ma so anche qualcos’altro, e questo sì, incrina le mie certezze: leggendo Morti di fama sarò io il protagonista, non i miei nemici; io la voce narrante, loro le figure di sfondo. E questo mi turba. Titolo e sottotitolo provocano in me sentimenti contrastanti: e se anch’io fossi un morto di fama? Sto per abbandonarmi all’idea che gli aggettivi sostantivati iperconesso e sradicato calzino il mio profilo senza troppo sforzo quando recito a memoria il mantra auto-assolutorio abusato da almeno due generazioni: «l’importante è come lo usi». Formula che in realtà si sostituisce alla più sfacciata: «io lo uso bene» e che catapulta immediatamente chi la pronuncia al di fuori del conflitto che sta alla base di ogni interazione sociale mediata.

Qualcosa è scattato. Banali autoinganni profumati di certezze vacillano e anche le cristallizzate sicurezze sul conto dei nemici sembrano svanire. In Morti di fama non trovo risposte illuminanti ai miei dubbi, ma la contestualizzazione di domande che hanno poco a che vedere con l’etere e molto a che spartire con la quotidianità terrena delle nostre vite. Quanto valiamo per loro? Come contribuiamo ai loro imperi? Che ruolo abbiamo noi nella rete? Siamo o non siamo indici e molteplicità di dati da capitalizzare? E i guadagni della capitalizzazione come vengono distribuiti?

Giovanni Arduino e Loredana Lipperini sono stati bravi a costruire un phamplet di antropologia non egemonica capace di includere un’estesa moltitudine di autorialità. Le voci che si alternano nel libro sono infatti attente a comprendere i meccanismi della microfama senza giudicarne i protagonisti (molti dei quali hanno l’occasione di dire la loro), ma allo stesso tempo non si esentano dal condannare – e qui sì giudicare senza mezzi termini – le politiche dei grandi colossi del capitalismo digitale – che poi tanto digitale non è – tra cui spiccano Facebook, Google e Amazon. I concetti di microfama e morte per fama vengono affrontati dunque in maniera orizzontale dai due narratori, primi a mettersi in discussione e ultimi a tirarsi fuori dalla contraddizione di fondo che serpeggia tra i termini del discorso. Non è un caso infatti se nel testo si parla diffusamente di mercato editoriale e di self-publishing e se le frecciate contro le politiche dei grandi editori – sempre più conniventi con i grandi interessi economici – vengono scagliate senza nascondere la mano. Gli autori sanno bene che l’editoria non è un luogo pacificato, esattamente come non lo è il web; l’equazione diventa così elementare: web + editoria = contraddizione², o se preferiamo contraddizione 2.0. Meno elementari sono invece le motivazioni che spingono svariate milioni di esseri umani – di tutte le età – ad affollare i social network e a sgretolarsi in essi, ricercando l’emulazione di chi la fama già ce l’ha (microfama) o la celebrazione ad ogni costo –  per godere di quindici minuti di luce riflessa – di chi la fama ce l’ha avuta (necrofama).

L’attrazione/repulsione che genera questo phamplet è legata a una voglia/paura di fondo: quella di affrontare le contraddizioni in cui siamo immersi con la consapevolezza che chiamarsene fuori, oltre che essere impossibile, è un po’ da vigliacchi. Morti di fama bisogna leggerlo – e comprarlo – perché è contraddizione allo stato puro, esplosione feconda di domande a cui gli autori non pretendono di avere messianiche risposte. Provano anzi, con un linguaggio tanto denso di contenuti quanto semplice nella forma, a problematizzare e comprendere insieme al lettore i meccanismi nei quali, volenti o nolenti, siamo tutti coinvolti. Un testo importante anche nel sottolineare la natura collettiva e culturale di un problema che va affrontato senza fuggire la complessità del reale e interrogandoci sull’onestà delle nostre aspirazioni.

Multisegnalazione

di Alberto Prunetti

Sul comodino sono passati parecchi libri di saggistica. Alcuni servivano per documentarmi sui prossimi progetti di scrittura, qualcosa non era nelle mie corde e l’ho abbandonato. Altri, usciti di recente, mi sono sembrati assolutamente interessanti e li segnalo, con un po’ di ritardo rispetto alle mie intenzioni, ai lettori di Carmilla.

Cominciamo con Morti di fama. Iperconnessi e sradicati  tra le maglie del web di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini. Un pamphlet sulle pratiche di fruizione dei social media. Un lavoro brillante, ben scritto e affilato, che contribuisce a smontare il mito della Rete come un organismo democratico e creatore di scelte consensuali. Nello stesso tempo, le pagine di Arduino e Lipperini evidenziano le zone d’ombra dei social network. A cominciare da quelle pratiche di ignoranza e di grossolana esibizione della propria identità, mescolate al rancore verso gli altri, che tanti social diffondono: la condivisione del rancore, che altro non è che l’incapacità di incidere socialmente. Bisogna intendersi: non è la rete che ci fa hater rancorosi. Probabilmente fa da megafono, come diceva un tale: il problema è che amplifica il peggio e che, mortificando la lettura, alimenta un analfabetismo di ritorno.

Tra i tanti fenomeni negativi evidenziati da Morti di fama c’è la politica coniugata come una forma di “mipiaccismo” (del tipo: far girare una petizione e poi chiedere di mettere tanti mi piace sotto, senza nessun sbattimento nel mondo reale); le forme politiche di micropromozione di wonnabe scrittori e artisti che si auto-pubblicano a pagamento ma non leggono un libro in un anno; l’editoria digitale e le pratiche di sfruttamento dei colossi della nuova editoria online, come Amazon. E poi le strategie di marketing collegate ai blog personali, in cui le persone comuni diventano importanti brand che valgono tanto quanto un tempo i testimonial celebri. Un mondo da brividi, in cui l’economia utilizza tutti quei momenti di informalità che passano attraverso i “mipiace” sotto le  foto dei gattini di Facebook. E poi la vendita di follower su Twitter e di “mi piace” su Facebook, le campagne di rebranding… altro che rete libera e democratica, le rete è perlustrata e eterodiretta da quelle aziende che competono in ogni settore, che fanno campagne di marketing politico e che, grazie agli influencer. spostano byte da una tendenza, commerciale e politica, all’altra.

C’è qualche segnale in senso inverso. Non se ne parla nel libro, ma la citazione è doverosa: Lipperini si è inventata una sorta di rubrica nel suo profilo Facebook. Ogni sera inserisce come commento un passo, in genere una poesia, di Franco Fortini. E’ “il Fortini della sera”, una sorta di rubrica di culto su Facebook che sta contribuendo a far circolare, tra tanti nuovi lettori, la conoscenza di uno dei migliori poeti e critici italiani del Novecento.

Sempre di Loredana Lipperini – uscendo dal seminato della saggistica – segnalo questa bella incursione nella letteratura per ragazzi… e per vecchi: Pupa (Rrose Sélavy, pp. 29, euro 12). Un bel dubbio su questo librone formato quaderno, impreziosito dalle illustrazioni di Paolo d’Altan: non so se passarlo a mia sorella perché lo legga al mio nipotino (3 anni) o se passarlo a mia mamma perché lo legga a mia nonna (95 anni). Intanto me lo son goduto io per davvero e mi ha fatto venir voglia di leggere altri libri di letteratura per ragazzi.  Anche perché questa storia arriva a coronamento di un altro libro di Lipperini che ho apprezzato, Non è un paese per vecchie, che con Pupa ha tanto in comune (pur nel cambio di marcia stilistico). Pupa sta a metà tra la letteratura prospettica e quella per ragazzi: in una società futura molto uniformata gli adolescenti devono obbligatoriamente dedicarsi a compiti di cura degli anziani. Ma la vecchia signora Pupa, lontana dal farsi “badare” (che brutta parola, peraltro), rovescerà le carte in gioco. Una rivendicazione della bellezza della vecchiaia, in un’epoca in cui essere giovani a tutti costi è un triste imperativo sociale.

Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, Il quinto stato (Milano, Ponte alle Grazie, 2013, pp. 255, € 14)

quinto_statoQuesto è un libro di cui volevo parlare da tanto tempo ma non trovavo il tempo di farlo. Innanzitutto ero sicuro che sarebbe stato interessante leggerlo perché seguo sempre gli articoli di uno dei due autori su Il Manifesto, che si occupa di cose che attraversano il mio vissuto e quello di tanti nella mia condizione: il precariato, l’insegnamento, le trasformazioni del nuovo capitalismo. Nel Quinto stato è facile riconoscersi: Il problema è capire qual è la sua composizione e se questo stato riuscirà mai a sviluppare forme di mobilitazione, di antagonismo e di lotta come quelle espresse tanti anni fa dal quarto stato. Il saggio è scorrevole e acuto come un pamplet e insieme denso come un testo di filosofia. A tratti ha passi poetici, di quel tipo di poesia espressa da Hegel nella dialettica servo/padrone. E’ un libro che parla di “noi” precari e,  in una temperie editoriale tutta dedita al tema del precariato, è forse uno di quelli che lo fa meglio… Su alcuni punti sono un po’ scettico, ma temo che abbiano ragione loro, ovvero i due autori. Ovvero sul fatto che il lavoro non dipendente sarà il nostro futuro. Il saggio affronta anche la questione, complessa e rilevante, dei ceti medi in rapido impoverimento. L’ipotesi più interessante è quella dei piccoli imprenditori e dei ceti medi che si radicalizzano su posizioni anticapitaliste, che viene tra altre cose auspicata da Allegri e Ciccarelli. Non che non sia possibile: è successo anche in Argentina nel 2001, quando  i  piqueteros proletari e i ceti medi proletarizzati unirono le forze. E fu quasi una rivoluzione. Mi sembra però che la direzione che le cose stiano prendendo vada più verso una proletarizzazione del rancore dei ceti medi e piccolo imprenditoriali, mentre i veri imprenditori, i grandi padroni, aumentano la propria ricchezza cavalcando la crisi. Comunque leggersi questo libro è un momento di autoconsapevolezza, di coscienza di sé, una lettura che chi oggi subisce l’estrazione del plusvalore come cococo, cocopro o sotto uno dei mille contratti del cavolo, anche in un call-center con una laura in tasca,deve assolutamente fare.

Dimitri Papanikas, La morte del tango. Breve storia politica del tango in Argentina (Bologna, Ut Orpheus, 2013, pp. 122, € 16)

Un piccolo libro ma impegnativo, come dev’essere un libro. Se vi aspettate una storiella del tango statene alla larga. Il bel saggio di Papanikas è un’analisi storica e politica del tango, intrecciata con gli sviluppi musicali e sociali dell’Argentina. Dal ruolo dell’emigrazione europea allo sterminio degli immigrati di origine africana, dal genocidio degli indios a quello dei desaparecidos degli anni Settanta. Da Discepolo a Carlitos Gardel, dal tango canción alle orchestre di Pugliese, fino alle leccate di culo verso i potenti di turno di Piazzolla, i mondiali del ‘78 e la nuova stagione del tango-turismo. Papanikas, che lavora alla radio spagnolo, scrive un’opera molto lucida e profonda che rimane imprescindibile per chi voglia confrontarsi con il paese argentina e ha molte affinità con i saggi dei De Caro sull’Argentina, contenuti in Storia senza memoria (Colibrì, 2008). Il saggio esce non a caso per le edizioni bolognesi Ut Orpheus, dirette da Roberto De Caro, autore assieme al padre Gaspare di alcune delle pagine più incisive sulla storia del Novecento in Argentina. Agli amanti del genere suggerisco la lettura di La morte del tango in contrappunto con la scrittura del maestro Marco Castellani, redattore della The Tangueros Quarterly Review.

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