Lo Spettro – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 16 Apr 2026 20:00:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La filosofia del fantasma in Marx https://www.carmillaonline.com/2015/05/15/la-filosofia-del-fantasma-in-marx/ Fri, 15 May 2015 20:00:35 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22604 di Luca Cangianti

grudge L’opera più famosa, diffusa e tradotta di Marx, il Manifesto del partito comunista, si apre con l’apparizione di uno spettro, quello del comunismo “che si aggira per l’Europa”. Tuttavia anche i suoi scritti più teorici sono pieni di vampiri, lupi mannari, creature frankensteiniane e altre suggestioni gotiche. Ciò non deve stupire, visto che il filosofo adorava Shakespeare ed era un lettore accanito di letteratura fantahorror. Meno risaputo è che queste figure, lungi dall’essere un mero dispositivo retorico, svolgono una specifica funzione epistemologica (cfr. Carmilla del 28.6.2014 e del 29.7.2014).

Nel Manifesto Marx illustra il processo [...]]]> di Luca Cangianti

grudge L’opera più famosa, diffusa e tradotta di Marx, il Manifesto del partito comunista, si apre con l’apparizione di uno spettro, quello del comunismo “che si aggira per l’Europa”. Tuttavia anche i suoi scritti più teorici sono pieni di vampiri, lupi mannari, creature frankensteiniane e altre suggestioni gotiche. Ciò non deve stupire, visto che il filosofo adorava Shakespeare ed era un lettore accanito di letteratura fantahorror. Meno risaputo è che queste figure, lungi dall’essere un mero dispositivo retorico, svolgono una specifica funzione epistemologica (cfr. Carmilla del 28.6.2014 e del 29.7.2014).

Nel Manifesto Marx illustra il processo di rimozione psicosociale del comunismo e della crisi economica del capitalismo attraverso la metafora del fantasma. In questo caso egli s’inspira a Shakespeare che spesso fa comparire lo spettro quale indizio di un crimine occultato – ad esempio con l’apparizione del fantasma di Banquo nel Macbeth o di quello del re ucciso nell’Amleto. Il riemergere del crimine rimosso è accompagnato inoltre dall’annuncio di una crisi imminente: “penso che tutto questo presagisca una qualche inusitata catastrofe nel nostro stato”, dice Orazio a Marcello nell’Amleto.

Gli ectoplasmi agitano le loro catene anche nel Capitale. Marx afferma che i feticismi e le apparenze fallaci descritte nella VII sezione del III libro sono una mistificazione del modo di produzione capitalistico, un “mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme direttamente come pure e semplici cose” (Editori Riuniti, 1981, 943). Qui la figura del fantasma sta a indicare la fallacia e l’insussistenza della formazione del valore di una merce come mera addizione di redditi indipendenti: salario, profitto e rendita. Secondo Marx, tutte queste false apparenze presenti sul piano della circolazione, non sono semplicemente trucchi di prestidigitazione economica. Esse possiedono una realtà, anche se parziale. Sono menzogne veraci, realtà malate. L’alienazione originata dallo sfruttamento del lavoro salariato nutre il mostro capitalistico il quale, a sua volta, genera gli incantesimi e le stregonerie dell’economia “volgare” neoclassica. La teoria dell’alienazione elaborata nei circoli filosofici dei giovani hegeliani si evolve così in Marx nella teoria del plusvalore. Questo, pur nella sua invisibilità, è materiale, non è un’illusione della nostra mente: il plusvalore crea il capitale, il suo sistema delle macchine e il rapporto sociale che lo sostiene. Il feticismo e le apparenze che da ciò discendono, pur se fallaci, trovano la loro origine e necessità nello stesso meccanismo di creazione e occultamento del plusvalore.

In Spettri di Marx, Jacques Derrida illustra la corporeità del fantasma marxiano così: “La produzione del fantasma, la costituzione dell’effetto fantasma, non è solo una spiritualizzazione, e neanche l’autonomizzazione dello spirito, dell’idea o del pensiero, quale si produce in maniera eminente nell’idealismo hegeliano. No, una volta effettuata questa autonomizzazione, con l’espropriazione o l’alienazione corrispondenti, e solo allora, il movimento fantomale le sopraggiunge, le aggiunge una dimensione supplementare, un simulacro, un’alienazione o un’espropriazione in più. E cioè un corpo! … Il processo spettrogeno corrisponde quindi a un’incorporazione paradossale. Una volta separati l’idea o il pensiero… dal loro substrato, si produce un fantasma dando loro un corpo. Non già rivenendo al corpo vivente da cui sono strappate le idee o i pensieri, ma incarnando queste ultime in un altro corpo artefattuale, un corpo protetico” (Cortina, 1994, 160).

Una conseguenza di quanto detto è che le distruzioni prodotte dal capitalismo non sono frutto di politiche “sbagliate” passibili di correzione. Non si tratta di veder con maggior chiarezza la realtà dei fatti, di dimostrare l’erroneità di una determinata teoria. Il fantasma marxiano è un mostro materiale che non può scomparire se non agendo sulle strutture sociali ed economiche che lo generano. “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo ma si tratta di trasformarlo”, scriveva infatti un Marx ventisettenne nell’undicesima Tesi su Feuerbach.

I fantasmi marxiani quindi, pur rifacendosi alla tradizione letteraria, se ne discostano in un aspetto rilevante: non sono immateriali, possiedono un corpo. La dinamica dell’inversione tra soggetto e predicato è applicata da Marx a realtà appartenenti allo stesso piano ontologico. Lo Stato come alienazione della società civile nella Questione ebraica, il denaro come “esistenza celeste delle merci” nei Grundrisse, così come il lavoro salariato e il capitale, appartengono tutti alla stessa sfera del reale. Per Marx, i ruoli tra concreto e astratto si sono invertiti, ma l’astratto è un astratto reale. Questa particolarità obbliga coloro che vogliano contrastare l’alienazione ectoplasmatica a intraprendere strategie innovative.

Freddy-Krueger-Nightmare-Elm-StreetUn esempio tipico di lotta contro una creatura spettrale è quella che avviene nel film Nightmare – Dal profondo della notte (Usa, 1984). La giovane protagonista Nancy, all’ennesima aggressione da parte di Freddy Krueger, il maniaco dal guanto artigliato che uccide le sue vittime apparendogli in sogno, urla: “Troppo tardi Krueger! Conosco il segreto ormai: è solo un sogno, tu non sei vero! Tutto questo è soltanto un sogno… Mi riprendo indietro ogni briciola d’energia che ti ho dato. Tu non sei niente, sei finito!” Il mostro si lancia sull’adolescente per squartarla, ma di tratto la sua orrida consistenza fisica svanisce e la sua immagine passa attraverso il corpo della ragazza. Nancy scopre così l’importanza dell’autoconvincimento: Krueger non è reale, è solo un incubo. Basta riappropriarci dell’energia alienata e il fantasma si dissolve.

Se Karl Marx avesse potuto incontrare Nancy le avrebbe consigliato di non fare troppo affidamento sulle filosofie di Ludwig Feuerbach e Max Stirner, e soprattutto di non festeggiare precocemente la sconfitta del mostro. Per i due filosofi della sinistra hegeliana, infatti, l’alienazione è sì un’inversione tra soggetto e predicato, ma tra piani ontologici differenti: basta ricordarsi di essere i creatori dei propri fantasmi, affinché essi si dissolvano immediatamente. Secondo Feuerbach l’essere umano non fa altro che alienare tutti gli attributi della sua specie nell’entità divina della quale si rende poi mera appendice: Dio e la religione sono “l’essenza della fantasia o dell’immaginazione, l’essenza del cuore umano” (L’essenza del cristianesimo, in Opere, Laterza, 1965, 336-7). Stirner, nell’Unico e la sua proprietà, ripercorre la storia dell’umanità e afferma: “I pensieri erano diventati di per sé corporei, erano fantasmi, quali Dio, imperatore, papa, patria, ecc.; col distruggere il loro essere corporeo io li faccio rientrare nel mio e dico: io solo sono concreto. E allora prendo il mondo come ciò che esso è per me, come il mio, la mia proprietà; e riferisco ogni cosa a me” (Adelphi, 1999, 20).

Marx è in disaccordo con Stirner su questo punto e, commentandone il passo appena citato, dice: “Dopo che l’uomo qui identificato con l”Unico’ ha dunque dato, innanzi tutto, concretezza ai pensieri, ossia ne ha fatto dei fantasmi, egli torna a distruggere questa concretezza facendola rientrare nel suo corpo che pone così come corpo dei fantasmi” (L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, 1993, 105). Ossia, per Marx, Stirner “non ‘prende’ come cosa sua e non si appropria ‘il mondo’, bensì soltanto le sue ‘fantasie febbrili’ del mondo” (ibidem, 106). Il risultato di tale operazione idealistica e immediata è una “storia di sedicenti idee, una storia di spiriti e di fantasmi, mentre la storia reale, empirica, base di questa storia di fantasmi, viene sfruttata solo per fornire i corpi a questi fantasmi” (ibidem, 110).

Che l’atteggiamento stirneriano sia fallimentare spiega anche l’atroce epilogo di Nightmare. Nella scena finale Nancy esce da casa: è una giornata primaverile, sua madre, che credeva morta assassinata, è viva; gli amici, che aveva visto morire atrocemente, la aspettano in auto per accompagnarla a scuola. Il brutto sogno sembra finito, ma appena Nancy sale sulla cabriolet, la cappotta a strisce rosse e verdi (come la maglietta di Krueger!) si chiude da sola. Le urla dei passeggeri ci ricordano che l’ectoplasma assassino non si scaccia semplicemente voltandogli le spalle. È per questo motivo che Marx ha dovuto abbandonare gli strumenti della critica filosofica, dedita al dissolvimento dei fantasmi immateriali, e dedicarsi alla rivoluzione quale pratica di lotta contro il mostro corporeo del plusvalore.

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Jo Nesbø: Lo Spettro https://www.carmillaonline.com/2013/09/19/jo-nesbo-lo-spettro/ Wed, 18 Sep 2013 22:17:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9462 di Mauro Baldrati

[Lo Spettro, Einaudi Stile Libero Big 2012, pag. 450 € 19,00]

jo-nesbo-lo-spettroC’è una premessa da fare: gli scrittori di thriller scandinavi si impegnano. Trasuda dalle pagine, tra le righe, l’accanimento col quale si sforzano di mostrare le loro città come enclaves tentacolari, messe a ferro e fuoco da bande criminali, da serial killer diabolici, dalla corruzione dei poteri. Ora, è facile scadere nella generalizzazione, ma chi ha visitato Oslo, Stoccolma, Copenaghen, benché da turista, in genere riporta un’impressione di città efficienti, pulite, tranquille e sicure. Certo non dei modelli perfetti, sappiamo che è molto diffuso l’alcol, e le [...]]]> di Mauro Baldrati

[Lo Spettro, Einaudi Stile Libero Big 2012, pag. 450 € 19,00]

jo-nesbo-lo-spettroC’è una premessa da fare: gli scrittori di thriller scandinavi si impegnano. Trasuda dalle pagine, tra le righe, l’accanimento col quale si sforzano di mostrare le loro città come enclaves tentacolari, messe a ferro e fuoco da bande criminali, da serial killer diabolici, dalla corruzione dei poteri. Ora, è facile scadere nella generalizzazione, ma chi ha visitato Oslo, Stoccolma, Copenaghen, benché da turista, in genere riporta un’impressione di città efficienti, pulite, tranquille e sicure. Certo non dei modelli perfetti, sappiamo che è molto diffuso l’alcol, e le ricerche sociali forniscono dati preoccupanti sui suicidi. Ma questa è un’altra storia, che interessa meno i noiristi scandinavi, i quali guardano piuttosto al crime americano duro.

Comunque sono bravi. All’inizio sono interessanti, oltre che efficienti nel loro genere letterario, anche perché riescono a inserire dettagli e racconti delle loro terre, senza essere didascalici o troppo descrittivi. Prendiamo il classico dei classici, Stieg Larsson. La sua trilogia Millennium, snobbata dai teorici della letteratura “alta” perché commerciale e “gialla”, rivela un talento narrativo coi fiocchi. E’ interessante viaggiare per Stoccolma, visitare gli interni, ascoltare i dialoghi. Non è crime americano, è un prodotto originale. E poi che ridere quando leggiamo che Blomkvist deve passare un periodo in carcere, per una questione di articoli di denuncia sociale che gli hanno causato una condanna. Ci si mette d’accordo col giudice: ora non posso, ho degli impegni urgenti. E il giudice: facciamo tra due mesi? Facciamo tre, và. Aggiudicato. Dopo tre mesi entra in “galera” dove legge, fa palestra, guarda film.

Jo Nesbø esordì con un personaggio intrigante e curioso, non il solito detective scafato e solitario, eroe errante emarginato dalla polizia, guardato con sospetto dai caporioni, interessati solo a prendersi i meriti senza muovere un dito e ad apparire in televisione, mentre lui rischia la vita. Michael Connelly, James Crumley e Raymond Chandler (con gli “occhi privati” C.W. Sughrue e Marlowe) sono dei maestri in questo. O meglio, anche sì: emarginato più che mai, evitato addirittura, per un motivo ben preciso: Harry Hole è un detective di Oslo alcolizzato cronico. Cioè, non un bevitore “sfondo” ma sempre lucido, come l’amerikano di Spillane per esempio; proprio sbronzo, con la scimmia sulla spalla. Arriva sulla scena dei crimini (quasi sempre il teatro d’azione dei soliti, infernali serial killer) barcollando, con l’alito pestilenziale. Mentre studia le tracce gli viene da vomitare, talvolta sviene. E ha enormi problemi familiari, una donna con la quale non riesce a stare insieme, perché al primo posto, nella sua scala dei valori, c’è sempre l’indagine, la lotta contro il crimine, contro tutti, i dirigenti della polizia, i politici, perché è solo, con la sua incapacità di vincere il male che si porta dentro. Ed è il migliore ovviamente, con lo stomaco sottosopra e la testa che gira riesce a cogliere dettagli importanti che sfuggono ai migliori specialisti della scientifica.

Poi, come spesso accade, il successo porta molti autori a serializzare il personaggio, a studiare nuove storie “forti”, nuovi intrighi, pressati dagli editori, e dai lettori, o forse per illudersi di mantenere l’originalità e la creatività ai massimi livelli. E tutto, lentamente, si standardizza, si normalizza, si appiattisce. Oppure si complica, si contorce, si incarta. Il personaggio perde vigore, si assottiglia, si scolorisce, mentre entrano una quantità di complicanze, l’eccesso di violenza, le storie intricate, talvolta inestricabili, perché sfuggono di mano al regista. Allora entrano in scena dei facili sotterfugi, delle soluzioni raffazzonate, come i classici incontri casuali con passanti o sconosciuti che, con quattro parole, gli risolvono il caso.

Lo spettro, considerato dalla prosopopea “forse il suo massimo capolavoro”, risente in parte di questi difetti. Intanto Harry Hole, dopo diversi romanzi, è uscito dal tunnel. Non è più alcolista, ma ha dovuto lasciare Oslo perché definitivamente emarginato dai capoccia della polizia. Sappiamo che vive a Hong Kong dove lavora come poliziotto privato. Ma un giorno torna per occuparsi del caso del suo figlio adottivo (non proprio adottivo, ma è il figlio della donna che ama da sempre, Rakel, con la quale non riesce a vivere per i motivi di cui sopra), accusato dell’omicidio di un tossico. Prende il via la storia, sulla scena di Oslo come Gotham City (la definizione è dello stesso Nesbø), sulle tracce di un misterioso criminale siberiano urka (e qui, c’è un omaggio leggermente imbarazzante a Lilin) che gestisce il colossale traffico di una nuova, potentissima droga, un’evoluzione dell’eroina, nel quale erano coinvolti sia il tossico ucciso, sia il “figliastro” di Harry.

L’indagine tuttavia è troppo lunga, e qua e là troppo complicata. Harry Hole va a trovare tutti i suoi ex nemici della polizia, gente che lo odiava, lo disprezzava, lo sabotava, e indovinate un po’ se gli rifiutano il loro aiuto. Glielo concedono così, incomprensibilmente, perché glielo chiede. Sono tutti dei mammasantissima iper-blindati in uffici inaccessibili, ma Harry in quattro e quattr’otto riesce sempre a superare gli sbarramenti, e tra smorfie di fastidio e battute pesanti ottiene le informazioni che cerca. E il lettore si chiede: ma perché diavolo quello ci sta? Semplice: perché senza il suo aiuto la storia sarebbe bloccata, piantata. Solo in un caso usa il ricatto, perché il suo interlocutore un giorno è stato pizzicato coi calzoni abbassati mentre si esibiva, ed è l’unico evento credibile, politicamente scorretto quanto basta per farci un po’ riprendere. Ma per il resto vale la regola: chiedi e ti sarà dato. Troppo comodo.

Il finale è di quelli difficili perché troppo prevedibile. Uno pensa: no, non può essere così. Ci deve essere una svolta. Perché se fosse così sarebbe pesante. E quindi assai scontato. E ci vuole del coraggio per un autore conclamato assumersi la responsabilità di un finale sgradevole e scontato. Invece è capace di assumersela, questa responsabilità. Per cui un finale scontato, viste le centinaia di pagine di indagini senza esito, risulta anche coraggioso, perché, in fondo, il banale, quasi disperato epilogo, è l’unica salvezza dall’impossibilità di inventarsi altro, e di uscire dal labirinto in cui si è cacciato.

Invece sono godibili certi brevi cenni sulla Norvegia, dove c’è “la classe operaia più pagata del mondo”, e “l’orario lavorativo più corto del mondo”. Noi italiani sorridiamo quando leggiamo queste cose. Noi, che abbiamo avuto un ministro, Damiano, che in televisione si è difeso strenuamente dall’accusa di non avere abbastanza allungato l’età pensionabile, in una delle innumerevoli puntate del massacro sociale scatenato alle spalle dei pensionati, precari ecc. Noi, che abbiamo avuto la Fornero, che ha creato gli esodati, oltre ad avere allungato di anni e anni la pensione a tutti gli altri (meno che alle pensioni d’oro, sempre tutelate).

Noi italiani sorridiamo (e che altro possiamo fare?) quando Larsson ci descrive una cellula “malata” del servizio segreto svedese. Noi che abbiamo avuto un servizio segreto che ha patrocinato, coperto, protetto terroristi fascisti che hanno fatto esplodere bombe tra le gente, sui treni, sterminando intere famiglie. E la “corruzione” raccontata da Nesbø, l’assistente di un assessore che civetta col racket. Noi che manteniamo la classe dirigente più corrotta, asservita, inetta e bugiarda di tutto il mondo occidentale. Ci sembra di avere a che fare con dei bambini che giocano ai soldatini.

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