lavoro – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Immaginari distopici contemporanei. Economia, lavoro e ambiente. Potere, conflitti e violenza https://www.carmillaonline.com/2026/02/22/immaginari-distopici-contemporanei-economia-lavoro-e-ambiente-potere-conflitti-e-violenza/ Sun, 22 Feb 2026 21:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92678 di Gioacchino Toni

Nell’introdurre il volume Immaginari distopici contemporanei (Edizioni di Storia e Letteratura, 2025), i curatori Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini sottolineano come il pessimismo contemporaneo derivato dalla percezione di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’assenza di futuro abbia strutturato un immaginario distopico all’insegna del fatalismo e dell’arrendevolezza nei confronti del deteriorarsi della realtà attuale e prossima, un immaginario che non prospetta opzioni di lotta collettiva finalizzate ad alternative migliori.

Dopo aver guardato, in uno scritto precedente, ai saggi raccolti nelle sezioni Distopie e società digitale e Corpi, immagini ed emozioni, viene di seguito [...]]]> di Gioacchino Toni

Nell’introdurre il volume Immaginari distopici contemporanei (Edizioni di Storia e Letteratura, 2025), i curatori Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini sottolineano come il pessimismo contemporaneo derivato dalla percezione di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’assenza di futuro abbia strutturato un immaginario distopico all’insegna del fatalismo e dell’arrendevolezza nei confronti del deteriorarsi della realtà attuale e prossima, un immaginario che non prospetta opzioni di lotta collettiva finalizzate ad alternative migliori.

Dopo aver guardato, in uno scritto precedente, ai saggi raccolti nelle sezioni Distopie e società digitale e Corpi, immagini ed emozioni, viene di seguito fatto riferimento agli interventi raggruppati negli ultimi due blocchi del volume: Economia, lavoro e ambiente e Potere, conflitti e violenza. In apertura del primo di questi ultimi blocchi, Maria Pia Paternò si sofferma sulle modalità con cui viene affrontato l’universo lavorativo e la disoccupazione nel romanzo distopico La scuola dei disoccupati (2006) di Joachim Zelter. Ad essere messa in scena è una struttura finalizzata alla creazione di soggetti prestazionali che, pur differenziandosi dai classici luoghi concentrazionari totalitari non manca di rinviare ad essi. In tale spazio gli ospiti sono sottoposti a una sorta di tabula rasa che, insieme alla cancellazione, prevede una riscrittura dell’individuo alla luce della prestazione relegando all’impotenza coloro che rifiutano di integrarsi.

Valentina Romanzi mette a confronto le distopie anticapitaliste che si riscontrano in Ubik (1969) di Philip K. Dick e in Pane non autorizzato (2019) di Cory Doctorow. Se Dick si preoccupa maggiormente «di trasmettere la “non conciliabilità” del reale, di cui lo stesso capitalismo è una delle manifestazioni, Doctorow propende invece per una denuncia diretta e ben più esplicita di due dei principi della società occidentale contemporanea: il potere spropositato delle mega-corporazioni e il trattamento disumano riservato ai rifugiati» (p. 163).

Mentre in Ubik viene messo alla berlina il consumismo degli anni Cinquanta e Sessanta, in Pane non autorizzato viene criticata la mercificazione della conoscenza della società post-industriale. «Il disprezzo di Dick per il sistema capitalista americano è evidente; in Ubik, tuttavia, non si spinge fino al punto di suggerire una qualche forma alternativa sul piano dell’organizzazione socio-economica» (p. 169). Per quanto irrida e denunci i processi di reificazione nella società consumistica della seconda metà del Novecento, in cui vige il primato assoluto del Prodotto sulla vita degli individui, nel suo romanzo Dick non ne prospetta il superamento. Se in Ubik tutto viene ridotto a prodotto, in Pane non autorizzato ogni cosa è trasformata in servizio commercializzabile, persino l’atto di pirateria informatica. «Mentre il potenziale critico di Ubik finisce per smarrirsi nelle riflessioni ontologiche che costituiscono parte fondamentale del romanzo di Dick, in Pane non autorizzato l’obiettivo polemico è chiaro ed esorta a non rassegnarsi alla presunta inesorabilità del sistema capitalistico» (p. 174).

Le distopie meritocratiche e i timori egualitari sono al centro del saggio di Alessandro Dividus che prende il via guardando al racconto distopico The Rise of Meritocracy (1958) con cui il sociologo Michael Young denuncia i pericoli di una società democratica orientata a una ridistribuzione del potere su base meritocratica. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso si sono moltiplicate le narrazioni distopiche incentrate sulla questione meritocratica con la sua incidenza sulle disparità sociali e sul concetto stesso di cura. Se nel suo racconto Young aveva insistito su come la logica meritocratica potesse perpetuare le diseguaglianze sociali creando nuove forme di aristocrazia, in Mater Class (2020) di Christina Delacher si denunciano i rischi derivanti da un’organizzazione sociale meritocratica che, con l’ausilio dell’eugenetica, si propone di eliminare l’ineguaglianza. Dividus si sofferma anche su Genus (2011) di Jonathan Trigell e The Ten Percent Thief (2023) di Lavanya Lakshminarayan, come esempi di romanzi incentrati sui rischi derivanti dai sistemi gamificati basati sugli incentivi che alimentano la logica meritocratico-competitiva. In conclusione del suo saggio, lo studioso evidenzia come nella narrativa distopica incentrata sulla questione meritocratica si sia passati da un’analisi di tipo politico, come quella proposta da Young sul finire degli anni Cinquanta, a un’interiorizzazione del tema nei romanzi più recenti «che, pur mettendo in guardia dalle distorsioni sociali generabili, non propone vere e proprie soluzioni a livello politico-istituzionale, bensì drammi esistenziali di protagonisti inermi di fronte a un meccanismo irrefrenabile» (p. 187).

Guardando al manga Devilman (1972) di Kiyoshi ‘Go’ Nagai e al suo adattamento di Masaaki Yuasa per la piattaforma Netflix intitolato Devilman Crybaby (2018), Augusto Petter indaga l’idea di apocalissi indotta dall’umanità e la scomparsa di ogni netta distinzione tra bene e male. Tale universo distopico, che ha nello sviluppo tecnologico una delle cause principali della rovina dell’umanità, è segnato da un cupo pessimismo, tanto che gli appelli all’assunzione di responsabilità individuale e collettiva non evitano la distruzione totale dell’umanità.

L’ultimo blocco di scritti – Potere, conflitti e violenza – si apre con un intervento di Angelo Arciero che guarda alle modalità con cui, nel corso dei decenni, le narrazioni distopiche si sono rapportate con l’immaginario introdotto da Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell. Lo studioso delinea tre differenti fasi in cui può essere distinta la percezione dell’opera orwelliana: la fase della “sorveglianza di Stato”, compresa tra la metà Novecento, quando viene scritto il celebre romanzo, fino alla metà degli anni Ottanta del medesimo secolo; la fase della “società della sorveglianza”, da metà anni Ottanta al cambio di millennio; l’attuale fase della “cultura della sorveglianza” contraddistinta dal fatto che ognuno è al contempo sorvegliato e sorvegliante.

Nel corso della prima di tali fasi, le narrazioni distopiche restano sostanzialmente aderenti ai canoni orwelliani nel riproporre le tensioni tra Stato e individuo sebbene presentino un crescente depotenziamento ideologico. Le ansie che attraversano tali narrazioni risultano via via rafforzate dall’introduzione di nuovi strumenti tecnologici che divengono fondamentali nella fase della società della sorveglianza che, pur continuando a richiamare l’immaginario orwelliano, tende a focalizzarsi sullo sviluppo della sorveglianza nella società dello spettacolo e sul crescente ruolo che vengono ad assumere le logiche commerciali; emblematico in tal senso è The Truman Show (1998) di Peter Weir in cui il narcisismo collettivo sfruttato dalla società dei consumi tende a sostituirsi all’ansia del controllo visivo di matrice totalitaria. L’isola dei senza memoria (1994) della scrittrice giapponese Yōko Ogawa può, secondo lo studioso, essere visto come esempio di narrativa di transizione che conduce, nel nuovo millennio, a immaginari distopici in cui gli aspetti specificatamente incentrati sulla sorveglianza e sulle degenerazioni autoritarie si intrecciano con le questioni demografiche, i disastri ambientali, i movimenti migratori, la crisi delle identità nazionali, le problematiche genetiche e gli effetti culturali e sociali dei social network. Le distopie del nuovo millennio, in cui non sempre le componenti autoritarie costituiscono l’elemento centrale delle narrazioni, tendono spesso ad essere caratterizzate da un ripiegamento intimistico in cui il conflitto tra potere e individuo assume forme assai differenti da quelle prospettate dall’opera di Orwell, come nel caso dei romanzi The Circle (2013) e The Every, (2021) di Dave Eggers.

Federico Trocini prende in esame due romanzi, uno statunitense ed uno italiano, che, per quanto differenti per contesto e modalità narrativa, riflettono alcune ossessioni che agitano l’Occidente legate al suo avviarsi al tramonto in balia di culture e civiltà altre. Sul versante statunitense viene fatto riferimento in particolare al romanzo The Turner Diaries (1978) di William Luther Pierce, figura di primo piano del suprematismo bianco nordamericano degli anni Settanta. Nonostante lo scarso valore letterario, il romanzo continua ancora oggi ad avere una certa diffusione negli ambienti della destra radicale. Pur rifacendosi a un genere distopico a sfondo razziale che vanta una solida tradizione negli USA a partire dalla prima metà dell’Ottocento, l’opera di Pierce prende a modello sia The Iron Heel (1908) di Jack London, per la trama e per alcuni espedienti narrativi, sia il Catechismo del rivoluzionario (1871) del nichilista russo Sergej Nečaev, da cui trae il profilo del “perfetto rivoluzionario”.

Attraverso l’espediente del ritrovamento di un diario, Pierce ripercorre la lotta tra un movimento popolare di resistenza e un Sistema ordito dal “giudaismo internazionale” attraverso la manovalanza afroamericana che ha preso il potere negli Stati Uniti. Se negli scenari distopici immaginati da London la lotta ha basi socio-economiche, in quelli di Pierce ha base razziale. Per quanto si tratti di un romanzo fantapolitico, anche se risulta difficile stabilire fino a che punto possa rientrare nel genere distopico, scrive Trocini, di certo The Turner Diaries eccede la sua funzione romanzesca presentandosi come “breviario del perfetto terrorista” e “manifesto ideologico”. Oltre a farsi promotore di un viscerale razzismo, il testo si contraddistingue anche per una feroce critica nei confronti della cultura liberale, accusata di essere la principale causa di disgregazione della società tradizionale.

Rispetto al panorama statunitense, in Europa la narrativa che si rifà allo “scontro di civiltà” guarda maggiormente al pericolo islamico. Trocini ricorda a tal proposito romanzi di autori come i francesi Michel Houellebecq e Laurent Obertone, la russa Elena Chudinova e gli italiani Roberto Vacca, Giuseppe Fraschetti, Paolo Frusca, Italo Bonera, Davide Longo, Sione Farè e, in particolare, Pierfrancesco Prosperi, autore di una trilogia fantapolitica che prospetta la graduale islamizzazione del Paese e la perdita dell’identità occidentale. Trocini sottolinea come nelle opere di Prosperi non venga messa in scena l’invasione dell’Italia da parte di un soggetto statale esterno, quanto piuttosto una graduale conquista dall’interno derivata da una sorta di suicidio politico-culturale operato dalle classi dirigenti italiane, dagli intellettuali progressisti e da esponenti della Chiesa.

Nonostante le tante differenze, Trocini si dice convinto che ad accomunare le narrazioni di Pierce e Prosperi sia una critica radicale alla cultura liberale e alla sua povertà valoriale. «Se per Pierce la cultura liberale rappresenta infatti l’arma tramite cui gli ebrei si propongono di infiacchire gli americani, eroderne la purezza razziale e, così facendo, perpetuare il proprio dominio mondiale, per Prosperi essa finisce, sia pure lungo strade diverse, per svolgere una funzione analoga, a beneficio di un’altra minoranza, gli immigrati di fede islamica, che, al pari degli ebrei, intende nondimeno porsi come se fosse maggioranza» (p. 235).

Alla letteratura russa guardano gli scritti di Lara Righi e di Dontaella Possamai. La prima affronta l’universo postatomico che ha ricondotto gli abitanti di Mosca a sopravvivere cibandosi di topi in una città rurale e arcaizzata a un paio di secoli da una tremenda catastrofe atomica raccontato dalla scrittrice russa Tat’jana Tolstaja nel suo romanzo Kys (2000). Dopo aver indagato il tema del degrado ambientale in relazione alla rappresentazione del corpo umano e i passaggi incentrati sull’oppressione e la violenza domestica a cui sono sottoposti soprattutto i personaggi femminili, la studiosa si sofferma sulle modalità con cui viene rappresentata la figura del leader e le strategie attraverso cui esercita il potere. Righi mette in luce come nel caso della scrittrice russa il genere narrativo distopico divenga un espediente per alludere ai grandi cambiamenti che hanno attraversato il Paese nel passaggio dalla sua storia sovietica a quella post-sovietica con particolare attenzione a come è cambiata la figura dello scrittore nel corso di questa trasformazione epocale.

Rimanendo in Russia, al sistema culturale e alla tradizionale importanza riservata alla letteratura non solo in ambito cultuale, ma anche politico e sociale, Possamai esamina le narrazioni distopiche e apocalittiche che, ultimamente, sembrano permettere, più di altri generi, forza critica grazie anche alla maggiore diffusione del genere. Secondo la studiosa, la produzione russa contemporanea definibile utopica si snoda lungo due assi principali che vanno da una polarità anti-utopica, espressione di rassegnazione, passività e arrendevolezza, a una che, invece, contempla la possibilità umana di giungere alla realizzazione di eutopie postdistopiche in cui viene prefigurata una possibile salvezza e rinascita.

Se nella Russia post-sovietica diverse articolazioni del fantastico conoscono un certo successo già negli anni Novanta del secolo scorso, le narrazioni post-apocalittiche iniziano a diffondersi soprattutto nel nuovo millennio, come attesta il grande successo ottenuto dalla trilogia Galassia Metro (dal 2005) di Dimitrij Glukhovsky – capace di dare il via a una interminabile serie di romanzi a cui hanno concorso molteplici altri autori – o alle due opere dello stesso scrittore Post (2022) e Post. Spastis’ i sokhranit’ (2023) con cui Glukhovsky si sposta dalla polarità anti-utopica, in cui l’umanità è letteralmente in balia della catastrofe, a quella utopica che lascia intravedere una possibilità di salvezza per il genere umano.

A chiudere la sezione, e con essa il volume, è uno scritto di Gabriele Catania che indaga la difficoltà con cui le narrazioni distopiche delineano scenari geopolitici credibili più o meno prossimi nel tempo. Difficoltà riconducibili, secondo lo studioso, sia al fatto che il genere tende solitamente a porsi come monito rivolto ai contemporanei, sia alla complessità del mondo contemporaneo che rende arduo prospettare futuri plausibili. Catania sottolinea come letteratura distopica e geopolitica non siano però due universi inconciliabili: report del National Intelligence Council statunitense e del NATO Defense College, ad esempio, prospettano scenari non così dissimili da quelli immaginati dalla fiction distopica che si dimostra dunque un’importante palestra mentale per “pensare l’impensabile” che, però, potrebbe darsi.


Immaginari distopici contemporanei. Distopie e società digitale. Corpi, immagini ed emozioni 

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Donne, lavoro e superamento del capitalismo: Nancy Fraser https://www.carmillaonline.com/2026/02/04/donne-lavoro-e-superamento-dei-limiti-imposti-dal-capitalismo-nancy-fraser/ Wed, 04 Feb 2026 21:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92705 di Sandro Moiso

Anna Cavaliere, Nancy Fraser, Carocci editore, Biblioteca di testi e studi, Collana «Donne e pensiero politico», Roma 2026, pp. 122, 13 euro

E’ possibile oggi pensare alla questione femminile e, più in generale, a quelle di genere fuori dall’ubriacatura liberale di Me Too? La risposta in chiave positiva a tale lecita domanda è ampiamente rintracciabile nell’opera pluridecennale della filosofa e militante femminista Nancy Fraser, riassunta per grandi ma essenziali linee nel testo di Anna Cavaliere pubblicato da Carocci editore.

Nata a Baltimora in una famiglia di piccoli commercianti dalle simpatie rooseveltiane e democratiche nel 1947, Nancy Fraser [...]]]> di Sandro Moiso

Anna Cavaliere, Nancy Fraser, Carocci editore, Biblioteca di testi e studi, Collana «Donne e pensiero politico», Roma 2026, pp. 122, 13 euro

E’ possibile oggi pensare alla questione femminile e, più in generale, a quelle di genere fuori dall’ubriacatura liberale di Me Too? La risposta in chiave positiva a tale lecita domanda è ampiamente rintracciabile nell’opera pluridecennale della filosofa e militante femminista Nancy Fraser, riassunta per grandi ma essenziali linee nel testo di Anna Cavaliere pubblicato da Carocci editore.

Nata a Baltimora in una famiglia di piccoli commercianti dalle simpatie rooseveltiane e democratiche nel 1947, Nancy Fraser sul finire degli anni Sessanta, convinta che le risposte del partito democratico alle richieste di eguaglianza economica e razziale fossero troppo poco radicali e incisive, entrò a far parte della New Left americana su posizioni marxiste di orientamento trozkista. Prossima a lasciare gli studi universitari, a causa di questa scelta di campo che la induceva a pensare che non vi fosse spazio per la ricerca in una cultura e in un’università fortemente influenzate, se non sottomesse, agli interessi del capitale e della sua classe di funzionari, sia che si trattasse di imprenditori che di docenti e ricercatori, fu indotta a ripensare le proprie scelte sulla base del fatto che la prospettiva della rivoluzione, che era apparsa così vicina e possibile negli anni della contestazione e dei movimenti contro la guerra in Vietnam, sembrava essere sfumata ed essersi allontanata nel tempo.

Così le sue successive ricerche la portarono ad occuparsi di filosofia politica ed etica normativa nel cui ambito ha sviluppato un lavoro sulle concezioni filosofiche di giustizia e ingiustizia, sostenendo che la giustizia può essere intesa in due modi separati ma interconnessi: la giustizia distributiva (in termini di una più equa distribuzione delle risorse) e la giustizia del riconoscimento (l’uguale riconoscimento di diverse identità/gruppi all’interno di una società).

Due punti di vista che in passato hanno contribuito a separare nettamente quelle che apparivano essere come posizioni più classiste, quelle inerenti alla prima concezione, da quelle socialdemocratiche e riformiste ravvisabili nella seconda. La Fraser, con il suo lavoro, ha cercato di correggere la prospettiva che vedeva le due forme corrispondenti di ingiustizia e misconoscimento, liberando l’analisi della prima da un eccessivo economicismo che ne minava la possibilità di scendere più a fondo nel comune sentire dal basso della stessa e la seconda da un eccesso di soggettività che impediva alle sue formulazioni di assumere un significato più oggettivo e condivisibile da una parte più ampia di oppressi di ogni genere, classe e appartenenza etnica.

Motivo per cui da diversi anni, il lavoro della militante e filosofa statunitense si è incentrato sul necessario collegamento tra la politica dell’identità e il crescente divario tra ricchi e poveri, in particolare per quanto riguarda il femminismo liberale, che definisce l'”ancella” (handmaiden) del capitalismo. Per la Fraser, infatti, il capitalismo costituisce molto più di un sistema economico, poiché rappresenta un ordine sociale istituzionalizzato, che sta attraversando oggi una serie di crisi ambientali, economiche, politiche e sociali. In un tale scenario, è impossibile immaginare un’azione politica che si occupi di un solo problema per volta. Tale consapevolezza, già diffusa tra molti attivisti, comincia a farsi strada anche nell’ambito teorico, come testimoniano il pensiero dell’intersezionalità, il femminismo della riproduzione sociale o l’ecomarxismo, che affrontano insieme questioni di genere, di razza, di classe e ambientali.

In altre parole tornando al “marxismo rivoluzionario” delle origini, quello del Marx dei Manoscritti economico filosofici del 1844 per intenderci, in cui la questione della liberazione della specie e della realizzazione della gemeinwesen, ovvero della comunità umana nella sua interezza, non doveva e non poteva essere soltanto ridotta ad una questione economica oggettiva. Come la socialdemocrazia prima e lo stalinismo successivamente hanno troppo spesso sostenuto a discapito di qualsiasi altra forma di azione collettiva.

Come ci mostra il volume curato da Anna Cavaliere, il pensiero della Fraser, che ha insegnato Scienze politiche e sociali alla New School for Social Research di New York, si inserisce coerentemente in questo filone e riflette sulle ingiustizie determinate dal capitalismo utilizzando una peculiare chiave di lettura: quella del lavoro.

Per comprendere meglio tale impostazione, Fraser propone di ripensare alle ingiustizie più diffuse. Pensiamo alle ingiustizie di genere. Sul piano economico, il genere determina la separazione tra lavoro – storicamente associato agli uomini – e lavoro non retribuito – attribuito e legato alla sfera riproduttiva e domestica. […] questa divisione genera dinamiche di sfruttamento, marginalizzazione ed esclusione economica che, per essere corrette, richiederebbero una profonda revisione della struttura lavorativa e della rigida distinzione tra lavoro produttivo e riconoscimento di quello riproduttivo. Tuttavia, tale riequilibrio redistributivo non sarebbe sufficiente. Il genere è infatti anche uno status e, in quanto tale, veicola ingiustizie legate al riconoscimento. L’androcentrismo – cioè la centralità simbolica attribuita alla maschilità e la svalutazione sistematica del femminile – alimenta discriminazioni che colpiscono non solo le donne, ma anche tutti i soggetti associati, in senso lato, a ruoli femminili, come chi si occupa di cura. Si tratta di un paradigma culturale fortemente istituzionalizzato, che attraversa l’intero impianto sociale: dai media, alle norme giuridiche, al diritto penale e di famiglia1.

Ma quello del genere non può essere ritenuto un caso isolato o specifico e per Nancy Fraser «le ingiustizie che combinano redistribuzione e riconoscimento non rappresentano l’eccezione, piuttosto la regola»2. Basti pensare alle questioni inerenti la razza e il lavoro sottopagato e sovrasfruttato degli immigrati o, più in generale e quasi dello stesso tenore, riguardanti l’appartenenza di classe. In un tale contesto, allora, qual è il modello di “giustizia” proposto dalla Fraser?

L’autrice delinea un modello di giustizia che potremmo definire a due livelli: da una parte, spetta alla teoria tracciare i confini della giustizia, fornendo criteri normativi per valutare le alternative in gioco; dall’altra, la decisione tra le opzioni individuate compete esclusivamente ai cittadini, le cui scelte saranno inevitabilmente influenzate da contesti culturali, storici e identitari.
Fraser è ben consapevole della difficoltà insita in questo approccio: non è sempre chiaro dove finisca l’analisi teorica e dove cominci la deliberazione democratica. […] D’altra parte, anche il dibattito pubblico non si produce in un vuoto sociale, ma è esso stesso attraversato da tensioni, pressioni, rapporti di potere.[…] Infine, se i teorici possono fungere da sentinelle della democrazia, come Fraser sembra suggerire resta il rischio che essi stessi siano parte del potere. La conoscenza, in alcune fasi storiche, non si è limitata a parlare del potere: ha finito per rappresentarne una voce autorevole3.

In poche righe la Cavaliere riassume un tema che va ben al di là del concetto di giustizia, poiché quanto espresso dalla Fraser, che evidentemente non ha mai dimenticato la critica fatta al ruolo della cultura nella sua gioventù, coinvolge il rapporto non solo tra legge e cittadini, ma anche quello tra l’universalismo che ha sempre caratterizzato il liberalismo borghese e certi aspetti di una teoria politica del marxismo ortodosso e della sua idea di funzione direttiva del Partito mantenuta ben oltre il momento rivoluzionario, sottolineando sostanzialmente come debba esistere sempre una dialettica attiva tra Teoria e Prassi politica, organizzativa e legislativa, anche una volta superato l’attuale modo di produzione

L’autrice americana ha scritto, con Axel Honneth, Redistribuzione o riconoscimento? Lotte di genere e disuguaglianze economiche (Meltemi, Milano 2020), Femminismo per il 99%, un manifesto, pubblicato assieme a Cinzia Arruzza dove finisca e Tithi a nel 2019 (Laterza, Bari-Roma) oltre a numerosi altri testi tutti scrupolosamente elencati nella bibliografia, gran parte dei quali editi anche in Italia.

Il libro di Anna Cavaliere, che è professoressa associata di Filosofia del diritto all’Università dgli Studi di Salerno, dove insegna Filosofia del diritto, Diritti dell’uomo, Gender Law, Diritto e letteratura, fa parte della serie Donne e pensiero politico, diretta da Cristina Cassina, Giuseppe Sciara e Federico Trocini. Serie dedita alla rivendicazione del fondamentale contributo dato dalle donne alla storia del pensiero politico, proponendo il profilo di autorevoli pensatrici che, dalla fine del Settecento a oggi, hanno svolto un ruolo centrale nel dibattito intellettuale e la cui importanza, a parte poche eccezioni, è stata quasi sempre offuscata dalla prospettiva maschile.

La Cavaliere è inoltre autrice di diversi saggi, tra cui Crisi economica a ritorno dello Stato. Un percorso bibliografico, in Il grande crollo (Mimesis, Milano 2010), L’etica della vita come posta in gioco della secolarizzazione, in Natura e artificio (Mimesis, Milano 2011), Le ragioni della secolarizzazione. Böckenförde tra diritto e teologia politica (Torino 2016), La comparsa delle donne. Uguaglianza, differenza, diritti (Roma 2016), L’invenzione della povertà. Dall’economia della salvezza ai diritti sociali (Napoli 2019) e Una giustizia a due dimensioni. Redistribuzione e riconoscimento nell’opera di Nancy Fraser (Torino 2023).


  1. A. Cavaliere, Nancy Fraser, Carocci editore, Biblioteca di testi e studi, Collana «Donne e pensiero politico», Roma 2026, pp. 33-34.  

  2. Ivi, p. 34.  

  3. Ibidem, pp. 39-40.  

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La natura cronofaga della medialità contemporanea https://www.carmillaonline.com/2025/10/28/la-natura-cronofaga-della-medialita-contemporanea/ Tue, 28 Oct 2025 21:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90420 di Gioacchino Toni

Vincenzo Estremo, Federico Giordano, Maria Teresa Soldani, a cura di, Cronofagia e media. La gestione e il consumo del tempo fra cinema, arti visive, TV e web, Meltemi, Milano, 2024, pp. 240, € 20,00

All’inizio del Novecento, se Henri Bergson guarda al tempo come a una massa fluida, non collocabile né materializzabile, in cui esistono soltanto azioni, Frederick Taylor si propone invece di rinchiudere queste azioni nel tempo rigido della divisione del lavoro. Due direttrici destinare, un secolo dopo, a convergere nei media a causa dell’ingerenza delle macchine mediali, macchine capaci di ridefinire non solo le rappresentazioni, ma anche [...]]]> di Gioacchino Toni

Vincenzo Estremo, Federico Giordano, Maria Teresa Soldani, a cura di, Cronofagia e media. La gestione e il consumo del tempo fra cinema, arti visive, TV e web, Meltemi, Milano, 2024, pp. 240, € 20,00

All’inizio del Novecento, se Henri Bergson guarda al tempo come a una massa fluida, non collocabile né materializzabile, in cui esistono soltanto azioni, Frederick Taylor si propone invece di rinchiudere queste azioni nel tempo rigido della divisione del lavoro. Due direttrici destinare, un secolo dopo, a convergere nei media a causa dell’ingerenza delle macchine mediali, macchine capaci di ridefinire non solo le rappresentazioni, ma anche le produzioni della società contemporanea. È a tale convergenza che guardano i saggi che compongono Cronofagia e media (Meltemi 2024), volume curato da Vincenzo Estremo, Federico Giordano e Maria Teresa Soldani che si propone come riflessione cross-disciplinare su una convergenza in cui «a essere abbattuta non è più la distinzione tra tempo ciclico della natura e tempo determinato, ma tra tempo libero e tempo del lavoro. Una confusione che oscura l’esperienza socialmente differenziata del tempo vissuto e legittima la fissazione culturale sul controllo del tempo» (p. 8). Lo sviluppo delle tecnologie mediali ha progressivamente modificato la percezione umana del tempo in direzione di una temporalità contraddistinta da accelerazione, immediatezza e istantaneità.

Risulta del tutto evidente il ruolo assunto dalla macchina, a discapito della natura, nell’organizzazione della produzione e della riproduzione. Se nel contesto industriale della seconda metà secolo scorso, il celebre Frammento sulle macchine di Marx è stato interpretato sia in maniera tecnofobica, sia tecno-risolutiva, nel nuovo millennio la sua rilettura si è trovata a fare i conti con un contesto decisamente cambiato, a partire dalla direzione che ha preso lo sviluppo delle macchine e il conseguente livello di astrazione.

In una contemporaneità digitale, in cui tempo di vita e tempo di lavoro tendono a sovrapporsi, «l’automazione si ripropone come un’ottimizzazione tale del tempo della vita, che corrisponde a una sua ingestione» (p. 10). La rivoluzione nel tempo e negli spazi imposta dalla medializzazione, propria di un capitalismo sempre più pervasivo e mimetico, comporta forme inedite di competitività e sfruttamento del tempo incuranti dei limiti biofisici degli esseri umani.

La dislocazione e l’iper-presenza dei media contribuisce a creare degli spazi in cui strumenti allo stesso tempo pervasivi e invisibili, predano il tempo e l’attenzione dell’utente. Spazi che a differenza di quelli in cui avevano luogo le esperienze precedenti, non trasmettono e basta, ma sono predisposti per ricevere e catturare informazioni. In questa modalità si rovescia il rapporto spettatoriale con i corpi non più diretti verso la trasmissione, ma con la trasmissione che raggiunge i corpi ovunque essi siano. Un rapporto che si cementifica grazie alla presunta libertà o scelta di chi vive l’esperienza mediale attraverso feedback continui e ridondanti rispetto all’evento stesso. La medialità contemporanea infatti, attingendo alla sua tradizione di industria dell’intrattenimento, ha ripulito gli aspetti disciplinari dei sistemi industriali, trasformandoli in fenomeni relazionali orizzontali e apparentemente paritari. Ogni esperienza mediale nasconde i propri scopi estrattivi attraverso fenomeni complessi e molteplici che avvengono contemporaneamente. Eventi dinamici che forgiano un tempo segmentato e ridotto – facile da assimilare – ma in continuo fluire (p. 13).

La società contemporanea mira all’alienazione totale del lavoro facendolo percepire come divertimento attraverso l’ambito mediale, un ambito che tende a fagocitare porzioni sempre maggiori di tempo sottraendole ad altre occupazioni. I contributi che compongono il volume indagano dunque la natura cronofaga della medialità contemporanea, mettendone in luce gli aspetti più evidenti, dai processi di automatizzazione del lavoro alle pratiche di vetrinizzazione della vita online, sino alle abbuffate seriali compulsive e alla conseguente condizione di governamentalità algoritmica.

L’obbiettivo è rendere il tempo libero omologo al tempo occupato. Un tempo per essere pienamente libero, ossia svincolato da opzioni che lo eterodirigano e a nostra totale disposizione, deve essere condotto nomadicamente, senza previsioni possibili, nel senso scelto. L’ambizione dell’ipercapitalismo è operare questa precognizione delle scelte dei cittadini-fruitori, e indirizzare le scelte del loisir verso l’ambito mediale, dando la sensazione che queste scelte siano operate liberamente da chi le sta operando (p. 14).

Nel volume non si guarda in maniera apocalittica alla tendenziale sovrapposizione dell’ecosistema mediale con l’intero apparato sociale e agli aspetti cronofagico e biofagico del digitale; ci si muove piuttosto nella convinzione che la consapevolezza del meccanismo cronofagico sia di per sé il presupposto per non assoggettarsi alle logiche della tecno-capitalismo digitale. Insomma, essere consapevoli della cronofagia mediale significa già contrastarla.

In un incrocio fra individuale e collettivo possiamo indirizzare la tecnica nel mettersi al servizio di un lavoro più umano, di un tempo libero davvero liberato, di una equilibrata libertà individuale, di un uso non compulsivo dei media. La neutralità disumana del modello ipercapitalistico che funziona attraverso il macchinico, e usa gli esseri umani come mere risorse economiche, può essere contrastata dallo squarciamento del velo e dall’hackeraggio della tecnica attraverso un movimento intersoggettivo, che si può fare collettivo. Usare meglio la tecnica e il suo portato mediale non è usare meno, ma usare con cura e per la cura degli altri, trasformando Chronos in Kairóstempo debito –, ossia trasformando il tempo come misura organizzata e mossa da una esterna istanza astratta in autonomia del tempo debito (p. 24).

Il volume Cronofagia e media è composto da due parti. La prima si sofferma sul concetto di cronofagia, sulle concezioni di temporalità e durata, sulle caratteristiche dei dispositivi tecnologici, sugli ambienti mediali e sugli ambiti lavorativi, culturali e artistici: Jean-Paul Galibert riflette sulla colonizzazione dell’immaginario e sullo sfruttamento dei desideri degli utenti da parte delle piattaforme digitali; Jonathan Crary incentra il suo contributo sulle ricadute sugli esseri umani e sul pianeta dello sfruttamento economico attuato attraverso pratiche di produzione, consumo, estrazione, trasporto e circolazione sempre più ciniche e pervasive; Alessandro Simoncini, riprendendo l’idea foucaultiana di biopotere, mette in relazione la gestione del tempo e lo sfruttamento dei dati nelle piattaforme social; Lorenzo Denicolai guarda al rapporto tra gli utenti, le tecnologie digitali e le produzioni culturali nell’odierno orizzonte postmediale soffermandosi sui dispositivi regolanti il tecno-tempo e guardando in particolare alla serie Westworld – Dove tutto è concesso (HBO, 2016-2022) ideata da Jonathan Nolan e Lisa Joy; Vincenzo Estremo guarda ad alcune opere multimediali focalizzandosi sull’immaginario che accomuna il tempo di lavoro, anche artistico, e il tempo libero.

La seconda parte del volume si occupa, invece, delle strategie della cronofagia proponendo una serie di case studies inerenti la produzione, il consumo e la distribuzione di film, serie e videogiochi: guardando al di là delle produzioni hollywoodiane tendenti all’assoggettamento del tempo e delle coscienze degli utenti/consumatori, Maria Teresa Soldani si concentra sulla funzione liberatoria di opere audiovisive non-convenzionali capaci di sottrarsi alla cronofagia nei consumi culturali; Giacomo Nencioni indaga la rappresentazione dei luoghi di lavoro e delle relazioni tra tempo del lavoro e tempo dello svago, tra tempo dei lavoratori e tempo dei proprietari, nelle estremizzazioni proposte da film e produzioni seriali che ricorrono a registri distopici, apocalittici o anche farseschi; Tiziano Bonini si occupa di come l’attenzione sia divenuta a tutti gli effetti una merce di valore nel mercato capitalistico, una merce quantificabile e rivendibile attraverso la datificazione dalle piattaforme digitali; guardando all’universo videoludico, Federico Giordano analizza i meccanismi di promozione, controllo e valutazione delle performance che espongono i gamer a un iperlavoro non retribuito particolarmente profittevole per le aziende; Simone Santilli esplicita come la modalità fotografica introdotta in buona parte dei videogame contemporanei sia uno strumento di gamification utile ad aumentare la longevità del prodotto e a pubblicizzarlo gratuitamente attraverso la condivisione delle fotografie in-game sui social da parte dei gamer.

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Referendum: tra depressioni e reticenze https://www.carmillaonline.com/2025/06/15/referendum-tra-depressioni-e-reticenze/ Sun, 15 Jun 2025 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88962 di Giovanni Iozzoli

Commentare il risultato referendario dell’8 e 9 giugno può essere facilissimo o complicatissimo, a seconda del punto di vista che si sceglie. È operazione molto semplice, se l’obiettivo è la polemica contro il gruppo dirigente Cgil; è faccenda più complessa se si usa il referendum per capire come diavolo è cambiato questo paese negli ultimi 15 anni.

L’operazione referendum nasce in una fase della storia della Cgil in cui Landini presume di avere di fronte un avversario solidissimo – Giorgia e il centro destra unito – contro il quale è socialmente pericoloso andare al fronteggiamento – e già questa [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Commentare il risultato referendario dell’8 e 9 giugno può essere facilissimo o complicatissimo, a seconda del punto di vista che si sceglie. È operazione molto semplice, se l’obiettivo è la polemica contro il gruppo dirigente Cgil; è faccenda più complessa se si usa il referendum per capire come diavolo è cambiato questo paese negli ultimi 15 anni.

L’operazione referendum nasce in una fase della storia della Cgil in cui Landini presume di avere di fronte un avversario solidissimo – Giorgia e il centro destra unito – contro il quale è socialmente pericoloso andare al fronteggiamento – e già questa sopravvalutazione è frutto di una lettura miope dei rapporti di forza. Attraverso la suggestione referendaria si pensa di “traslare” su un piano diverso lo scontro col governo, tanto temuto quanto inevitabile: il vis-à-vis sembra meno pericoloso se si sposta dalle piazze alle urne. Da qui l’idea di ricomporre tutta l’opposizione politica e sociale nel contesto di una nuova stagione referendaria a trazione Cgil – per chiudere definitivamente con le macerie lasciate dal renzismo e dal moderatismo pre-Schlein.

La partita sembra giocabile perché l’altro quesito che si profila, in materia di autonomia differenziata, potrebbe contribuire alla formazione di una specie di blocco nazionale e sociale referendario: i territori industriali del nord a difesa dell’art 18, uniti al rifiuto meridionale dell’autonomismo spinto di Calderoli. Nelle aspettative, si sarebbe riproposta la suggestione antica del “nord e sud uniti nella lotta”, in opposizione al simmetrico schieramento territoriale evocato dal duo Lega-FdI.

Naturalmente il pronunciamento salomonico della Corte Costituzionale – che ha smussato la legge Calderoli e liquidato il relativo quesito – ha fatto saltare un cardine fondamentale di questa chimerica strategia. A quel punto non si poteva che andare avanti a testa bassa sulla strada tracciata: il referendum sarebbe servito comunque a Landini per riempire il vuoto d’iniziativa confederale, oltre che alla Schlein nella eterna contesa interna coi notabili irrequieti del PD. La vera e propria stagione referendaria è cominciata così: sostenuta da una cordata azzoppata e claudicante.

Man mano che passavano i mesi la Cgil si orientava con sempre più testardaggine sulla via referendaria – definita solennemente “la nostra rivolta” da gruppi dirigenti quasi sollevati dall’idea di giocarsi tutte le loro carte sul tavolo referendario, bypassando pericolosi scenari di piazza. Nel mentre proseguiva la vertenzialità di categoria, nella solita modalità spezzettata e incoerente – quasi mai dignitosa -, mentre ogni evento, ogni energia, ogni risorsa veniva riversata nel calderone della campagna elettorale.

Da questo ragionamento si evince che la scelta del referendum ha rappresentato comunque un ripiego – l’ennesimo – a fronte di un mondo del lavoro di cui ormai la Cgil diffida. Si sceglie la via delle urne perché non si intravedono altre strade o strumenti realistici di contrapposizione nei confronti di un governo che ha totalmente e definitivamente azzerato ogni rituale concertativo. Il referendum è la presa d’atto che non si poteva più andare avanti con il tradizionale e innocuo sciopero di fine d’anno e – nello spirito sostanzialmente eclettico di tutta la sua carriera – Landini ha pensato di uscire dall’impasse attraverso “la mossa del cavallo” referendaria.

Ma la paura dei lavoratori – delle persone che dovresti rappresentare e organizzare -, quella diffidenza che spinge il sindacato su un terreno così inusuale e impervio, è giustificata? È la cattiva coscienza di un sindacato che ha tanto da farsi perdonare? È un dato storico reale, l’impossibilità del conflitto sociale? Grandi domande, a cui il gruppo dirigente confederale come al solito non risponde. Si imbocca la strada della consultazione e si va avanti a testa bassa: in questo modo si guadagna tempo, si smuovono le acque, si occupa la scena mediatica e si spera in un qualche miracolo referendario che rovesci i sondaggi impietosi.

Ora, a babbo morto, col disastro del 30,5% già servito, grande sarebbe la tentazione di fare fuoco sul quartier generale di Corso d’Italia. Ma bisogna stare attenti perché – sempre restando alle metafore maoiste – stavolta il cane che affoga, rischierebbe di portarsi sott’acqua tutto il precario baraccone sindacale. Senza alcuna “uscita a sinistra” visibile, dentro questa potente crisi di rappresentanza.

E poi non sarebbe eticamente corretto, scaricare tutto su Landini. Come migliaia d’altri delegati, chi scrive ha fatto le assemblee in fabbrica, volantinato, convinto i lavoratori recalcitranti a votare; non ha esercitato obiezione di coscienza e non aveva la palla magica per sapere in anticipo la misura della sconfitta, molto più pesante delle peggiori aspettative. E questo vale più o meno per tutti, nella sinistra di classe e sociale: abbiamo dato indicazione di andare alle urne e di votare, ci abbiamo messo la faccia nostra nei posti di lavoro e nelle piazze, quindi credo che un pezzettino (in quota parte) di questa sconfitta vada condiviso equamente. La partita l’hanno scelta i gruppi dirigenti ma poi ce la siamo giocata tutti. Punto.

Piuttosto approfittiamone per trarne qualche lezione, né rancorosa né malinconica. A partire da un dato che è solo una conferma storica: i gruppi dirigenti della Cgil sono totalmente inadeguati, in questa fase, soprattutto nello sforzo di ricollocazione del sindacato confederale dentro la moderna realtà sociale italiana. La generazione di dirigenti cresciuta politicamente negli “anni d’oro” della concertazione rappresenta oggi un peso e un elemento di ritardo per il sindacato. Possono vincere nei congressi anche con il 99% dei voti, ma non ne imbroccano una. Per anni hanno accuratamente evitato – contro Renzi, contro i tecnici, contro la Meloni – qualsiasi “scontro finale”, anche quando si giocava sul proprio terreno, quello segnatamente sindacale. Si arrivava sempre a fare l’ultimo passo indietro prima di giungere all’impatto critico e a esercitare concretamente il rapporto di forza (a proposito dei quesiti: nel 2014 lo sciopero generale contro il Jobs Act fu proclamato a legge già approvata).

E allora, ci si chiede, come sia stato possibile scegliere di andare alla conta finale – e conta matematica, per di più – proprio su quel terreno referendario che il sindacato conosce poco e di cui non controlla alcuna variabile. Com’è stato possibile scegliere di misurarsi sul totale del corpo elettorale, anziché sul tuo proprio corpo sociale? Eppure c’era disponibile la stagione dei diversi rinnovi contrattuali di categoria che, se giocata con intelligenza confederale, avrebbe potuto porre unitariamente al centro dell’agenda politica del paese la questione salariale – oltre che mettere mano all’eterno annoso problema della riunificazione/accorpamento di contratti (e categorie). Avresti fatto il tuo dovere di sindacato, forzato il vecchio inservibile modello contrattuale, riguadagnato punti agli occhi della massa dei salariati avvelenati da anni di deflazione delle retribuzioni reali, che ormai tutti riconoscono come la vera emergenza nazionale.

Il problema della Cgil è che non è più attrezzata per reggere nemmeno il “minimo sindacale” del conflitto distributivo che un’organizzazione riformista dovrebbe sostenere. La cultura e la memoria del conflitto – le pratiche, le parole d’ordine, la capacità di costruire vertenza ed esercizio di forza – non sono un’eredità nominale: se non si trasmettono con continuità alle generazioni successive di militanti e quadri, vanno disperse e basta.
Ed è quello che è accaduto negli anni della concertazione alla Cgil – una mutazione genetica che ha prodotto un corpaccione elefantiaco e confuso, per di più senza opposizione e senza dibattito interno.

L’altra lezione da trarre è ancora più desolante. Noi non conosciamo più il paese reale in cui viviamo. Non riusciamo a misurare il disastro della deindustrializzazione dei territori, della precarietà di massa, della deriva civile. Enormi pezzi di paese sopravvivono a sé stessi, in totale rottura con ogni appartenenza “nazionale e democratica”: le periferie metropolitane, le aree interne, il sud profondo dell’abbandono e della speculazione turistica. Qui l’articolo 1 della Costituzione non esiste: nulla è “fondato” sul lavoro, che è diventato invenzione quotidiana, sempre precaria spesso illegale o paralegale; e l’Italia non si rivela mai come “una e indivisibile”, in questo mosaico di sfighe e solitudini in cui si salva solo chi può. Non ci sono più la spesa pubblica e i partiti che ne mediavano i flussi, a tenere insieme questa mucillagine senza identità e senza speranze. Il voto è l’unico terreno su cui non riuscirai a parlare mai a questi milioni di italiani in libera uscita. Anche perché il PD si rivela sempre più una “bad company” che brucia e rende inattendibile qualsiasi slancio, idea o sforzo.

Certo, c’è un dato di “tenuta” rispetto ai milioni di elettori che hanno scelto di recarsi comunque a votare per il campo sociale del lavoro. Ma confondere le dinamiche referendarie e quelle elettorali non ha senso. I cittadini che hanno votato sono i primi a manifestare diffidenza e sfiducia verso l’abborracciata compagnia che li ha portati alle urne. Siamo sul crinale storico che divide depressione e speranza – e tutt’intorno a noi echi di guerra che a ragione dovrebbero indurci a scrivere sulle nostre bandiere: socialismo o barbarie!

Un progetto politico popolare, non settario e davvero antisistemico, è l’unico terreno su cui provare a ricomporre un blocco sociale del cambiamento. Idem per un moderno sindacalismo confederale di classe, combattivo e indipendente, che – pur senza disprezzare o svalorizzare l’esistente – è tutto da ricostruire da capo. Tanta ammirazione per chi continua ad avere voglia di cimentarsi nell’una e nell’altra impresa.

PS. Per favore, a proposito del quinto quesito, quello sulla cittadinanza, non attacchiamo la solita solfa sul razzismo, l’ignoranza etc. Chi ha votato NO è “gente nostra” e al di là del tecnicismo del quesito, ci ha voluto dare un segnale preciso: “non siamo contenti, non ci piace come sono state gestite le cose negli ultimi vent’anni, attenti perché per il momento rimaniamo ancora sul terreno democratico (e abbiamo votato SI sugli altri 4), ma se ci fate incazzare vi mandiamo affanculo; trovate alla svelta delle risposte su come gestire il casino che sono i nostri quartieri popolari o le risposte le cercheremo altrove”.
Evitare pudicamente di affrontare l’argomento non risolverà i nostri problemi.

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Severance – Scissione: nuove forme di schiavismo nel tardo capitalismo https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/severance-scissione-nuove-forme-di-schiavismo-nel-tardo-capitalismo/ Tue, 22 Apr 2025 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87682 di Fosca Gallesio

Un’inquadratura plongée dall’alto mostra un grande tavolo su cui giace una donna priva di sensi, da un altoparlante da tavolo una voce maschile chiede “Come si chiama?” La donna riprende coscienza e l’altoparlante le chiede di rispondere a un breve questionario. La donna infastidita cerca inutilmente di uscire dalla porta chiusa, non capisce dove si trova né perché. Poi, quando accetta di rispondere alle domande, è presa da un senso di angoscia: non sa rispondere, non sa il suo nome, non sa dove è nata, né come si chiamano i suoi genitori. Nulla, una tabula rasa.

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di Fosca Gallesio

Un’inquadratura plongée dall’alto mostra un grande tavolo su cui giace una donna priva di sensi, da un altoparlante da tavolo una voce maschile chiede “Come si chiama?” La donna riprende coscienza e l’altoparlante le chiede di rispondere a un breve questionario. La donna infastidita cerca inutilmente di uscire dalla porta chiusa, non capisce dove si trova né perché. Poi, quando accetta di rispondere alle domande, è presa da un senso di angoscia: non sa rispondere, non sa il suo nome, non sa dove è nata, né come si chiamano i suoi genitori. Nulla, una tabula rasa.

Questo è il surreale inizio di Scissione – in originale Severance – una brillante serie distopica, che racconto di un mondo dove le persone possono scindere la propria coscienza tra lavoro e vita privata. Grazie a un microchip impiantato nel cervello, possono creare un alter-ego di se stessi che esiste solo per lavorare: è sveglio e attivo solo nei luoghi e negli orari di lavoro e non ha nessun ricordo della sua vita fuori dall’ufficio. Se il titolo italiano sembra rimandare al concetto di personalità scissa (che in inglese si dice invece split personality), il titolo originale Severance, oltre a significare separazione, viene usato nell’ambito lavorativo per indicare la liquidazione dopo il licenziamento (severance pay). E infatti più oltre alle implicazioni psicologiche della scissione, la serie vuole riflettere sulle dinamiche del lavoro, su come il rapporto sbilanciato tra lavoro e vita privata possa influire sulla nostra personalità e soprattutto sulle dinamiche di potere e controllo messe in atto dai datori di lavoro per ottenere il massimo profitto dagli impiegati.

Nella prima scena assistiamo a quella che è a tutti gli effetti la nascita di un interno (innie) – così vengono chiamate le coscienze lavoratrici, in contrapposizione agli esterni (outies) che li hanno generati e vivono la vita normale fuori dall’ufficio. Il tavolo da riunioni è come un grembo materno in cui la nuova coscienza si risveglia, adulta e consapevole di tutte le nozioni comuni, ma del tutto ignara della sua identità e senza alcun ricordo personale. Questi interni vengono chiamati solo con il nome proprio, seguito appena dall’iniziale del cognome, una rappresentazione della loro assoluta mancanza di storia.

La serie, trasmessa da Apple TV nel 2022 e ora alla seconda stagione, è stata creata dal quasi esordiente Dan Erickson ed ha visto la luce grazie alla produzione e alla regia di Ben Stiller, che molti conoscono soprattutto come attore di commedie, ma che ha all’attivo diversi film da regista e, soprattutto in televisione, si è dedicato a progetti drammatici (consigliatissima la serie Escape at Dannemora). Erickson racconta che l’idea per Scissione gli è venuta sperimentando sulla propria pelle l’alienazione del lavoro da ufficio, quando, prima di avere successo come sceneggiatore, lavorava per una ditta produttrice di porte. La ripetitività e il senso di inutilità del proprio lavoro lo ha portato a immaginare di poter dimenticare le ore passate in ufficio, anzi di poter evitare del tutto di esperirle. Da qui l’idea della scissione: una tecnologia che permette di creare un doppio di sé che vive solo per lavorare. Questo concept fantascientifico non è altro che una metafora dello sfruttamento dei lavoratori e del lavaggio del cervello da parte delle aziende, che hanno esigenza di eliminare qualsiasi elemento di distrazione e disturbo per avere persone completamente dedite alle loro mansioni, anzi che vivono solo per questo, immolate sull’altare dell’efficienza e della produttività.

L’aspetto più crudele della scissione è che gli interni non sono altro che schiavi fatti schiavi da se stessi: infatti il responsabile della loro vita da incubo, reclusi nell’ufficio, è il loro esterno, quindi l’altro se stesso. Un altro di cui non sanno nulla, ma che decide del loro destino, un altro così vicino, ma eternamente irraggiungibile.

Ma il vero cattivo della serie è la Lumon, la mega-compagnia biotech che ha inventato il microchip e vive grazie al lavoro degli impiegati scissi. La serie mostra l’azienda come una struttura di potere opprimente, basata su pratiche che esaltano un culto della personalità del fondatore (il signor Kier) e legano gli impiegati in una forma di devozione, che ricorda il fenomeno delle sette. La Lumon (come molte aziende reali) ha un codice etico e una lista di principi, che danno al lavoro un aspetto vocazionale, che serve a giustificare l’esistenza dei lavoratori scissi. E questa devozione si spinge fino alla scissione, alla creazione di persone che per tutta la loro esistenza avranno l’unico scopo di lavorare per la Lumon, che sono vive solo grazie e per l’azienda.

La Lumon rappresenta tutte le grandi aziende che cercano di migliorare la propria immagine aderendo a grandi ideali e proclamando di avere degli alti obbiettivi etici, mentre l’unico loro interesse è il profitto e lo sfruttamento sempre maggiore del plusvalore dato dai lavoratori. Lo stesso Erickson racconta come i datori di lavoro vogliano far sentire i dipendenti come una famiglia, convincendoli che hanno uno scopo più alto del mero guadagno (per esempio lo slogan di Starbuck è “Non facciamo solo caffè, ma rendiamo il mondo un posto migliore”). Questa identificazione del lavoratore con la mission aziendale non è solo disturbante, ma crea una vera alienazione da se stessi, dai propri obbiettivi e desideri personali. La società tende a identificare le persone con il loro lavoro: si dice “tu sei un avvocato, un commesso, un operaio”, ma questo in realtà non dice assolutamente nulla della persona. Questo paradosso è mostrato molto bene in una scena in cui il protagonista Mark va a cena con delle persone che gli chiedono che lavoro faccia e lui con imbarazzo ammette di essere un lavoratore scisso e quindi di non avere alcuna idea di quale sia il suo lavoro. La scena mette in evidenza come la separazione della coscienza, che potrebbe apparire desiderabile, in realtà finisca per creare due personalità parziali che non riescono a trovare senso nella propria esistenza. Mark prima faceva il professore universitario, un lavoro appassionante e soddisfacente, mentre ora si ritrova incapace di dare una forma a se stesso perché ha scelto di cancellare il lavoro dalla propria esperienza di vita; dall’altra parte il suo interno è altrettanto incompleto, non avendo alcuna identità a parte essere un impiegato.

Un aspetto particolare della serie è il tono della narrazione che, pur partendo da un presupposto da thriller fantascientifico alla Black Mirror, sceglie di essere una tragicommedia umana, venata di ironia surreale e sarcasmo sociale. Gli autori citano come riferimenti film come Brazil (dove è messa in scena una tecno-burocrazia opprimente), Matrix e The Truman Show (che mettono in discussione il rapporto reale/immaginario) e Being John Malkovich, dove è evidente il discorso sull’identità; ma ci sono anche riferimenti beckettiani nella dilatazione temporale sospesa che i protagonisti interni vivono negli spazi dell’ufficio. La serie ha un particolare tono malinconico, con elementi umoristici nel racconto paradossale della vita lavorativa degli scissi, che la rende uno dei più interessanti prodotti seriali degli ultimi anni.

Al centro della storia c’è Mark Scout che ha deciso di fare la scissione dopo l’improvvisa morte della moglie: incapace di superare il lutto, Mark ha scelto di rimuoverlo dal suo cervello per otto ore al giorno, ma la sua vita da esterno rimane arida e senza gioia, gli unici rapporti sociali li ha con la sorella e il marito di lei, mentre lui sembra condannato a una perenne solitudine. Il suo stato emotivo è messo in mostra anche attraverso l’ambientazione: una provincia americana invernale, segnata dalla monotonia dei grigi e dall’atmosfera gelida e ovattata del silenzio della neve
Ma dall’altra parte c’è anche Mark S., l’interno che lavora per la Lumon, che mostra invece i lati positivi del carattere di Mark. L’interno è infatti una persona dal cuore gentile, affezionato ai suoi colleghi di lavoro, sinceramente motivato a fare del mondo un posto migliore e per questo, almeno all’inizio, lo vediamo dedicarsi con entusiasmo al lavoro.

A fare da contraltare alla spensierata vita di Mark S. c’è Helly R., la giovane donna che abbiamo visto all’inizio, appena arrivata nel reparto di scissione, che non riesce ad accettare la sua nuova condizione. Nelle prime puntate Helly fa ripetuti tentativi di fuga, ma ogni volta che scappa dalla porta del piano della scissione, si trova a rientrarvi subito dopo. Questo perché da interna non ha alcun potere, è la sua controparte esterna che decide come vivere e la costringe ad essere al lavoro ogni giorno. Helly non può scegliere perché ogni volta che si trova fuori dall’ufficio non è più cosciente e l’esterna in un video in cui le dice esplicitamente: “Tu non sei una persona, io sono una persona. Tu non puoi decidere.”

Altri due personaggi completano il reparto di Macrodata refinement dove lavorano i personaggi: sono Dylan G. e Irving B. (interpretato da uno straordinario John Turturro). Entrambi rappresentano dei topoi dell’impiegato: Dylan è ossessionato dalla produttività e ambisce a degli inutili premi aziendali (dei ridicoli aggeggi anti-stress tipo trappole per le dita), mentre Irving appare rigidamente identificato con gli astratti principi etici della Lumon, ma in realtà è perseguitato da inquietanti visioni e finirà per sfidare la policy aziendale per amore.

I quattro impiegati del reparto sono supervisionati dall’inquietante Mr. Milchick (che non ha fatto la scissione), un uomo con un eterno sorriso stampato in faccia, dai modi affettatamente gentili, che rappresenta la facciata ipocrita della Lumon e l’atteggiamento di benevola indulgenza e controllo costante che l’azienda ha per i propri impiegati, che tratta come bambini da disciplinare. In effetti gli interni hanno una coscienza giovane e ingenua e lo vediamo nel modo in cui gioiscono delle ridicole gratifiche che l’azienda offre loro, che sono un’ambita variazione dalla routine del lavoro al computer. Così nelle puntate vediamo la “musical dance experience”, un momento di svago in cui si balla e si festeggia, e i i momenti di team building, con i giochi in cui a turno si racconta la propria vita (anche se gli interni hanno ben poco da raccontare) e anche le feste di saluto per il pensionamento, che in realtà per gli interni significa la fine della loro esistenza ed è quindi più un funerale.

Ma c’è un altro personaggio fondamentale nella dirigenza Lumon: Miss Cobel (interpretata da un’ottima Patricia Arquette), la gelida direttrice del reparto scissione. Se Milchick è il volto umano ed empatico dell’azienda, Cobel rappresenta il potere e il controllo totale che la Lumon ha sui lavoratori. Miss Cobel non concede nessuno spazio di autonomia e sembra non avere nessuna comprensione delle difficoltà degli impiegati, trattandoli in maniera del tutto funzionale. Ed è lei a commissionare le punizioni necessarie dopo i ripetuti tentativi di fuga di Helly. Così vediamo un altro spazio degli uffici: la break room o sala del personale che, invece di essere un luogo di svago e pausa del lavoro, è una stanza buia dove il lavoratore che ha fatto qualcosa che non doveva è costretto a leggere un’elaborata confessione e richiesta di perdono, che deve ripetere per centinaia di volte, finché non sembrerà sincero a insindacabile giudizio del superiore Mr Milchick.

Un altro luogo significativo è l’Ala dell’Eternità: un ambiente museale dove si celebra il fondatore della Lumon, Kier Egan, con una riproduzione in scala naturale della sua casa e una celebrazione dei suoi discendenti che hanno ricoperto il ruolo di CEO, raffigurati in statue di cera. Questo spazio mostra il culto della personalità su cui si basano le pratiche aziendali: Kier è rappresentato come una sorta di messia (viene detto spesso Praise Kier, sia lode a Kier) e quindi lavorare alla Lumon significa essere i suoi adepti.

L’entità dominante dell’azienda si manifesta negli spazi del lavoro: l’ufficio di Scissione è più che un’ambientazione simbolica, ma diventa quasi un personaggio, rappresentando il corpo dell’azienda all’interno del quale sono prigionieri i lavoratori scissi. Gli uffici della Lumon sono un labirinto di corridoi bianchi, rischiarati dalla monotona luce dei neon, corridoi in cui vediamo i personaggi camminare per un tempo lunghissimo, che si diramano in deviazioni tutte uguali e che sembrano avere un solo punto di partenza, l’ascensore da cui si entra al piano della scissione, e un solo punto di arrivo, l’ufficio del reparto Macro Data Refinement dove lavorano i protagonisti. Anche la stanza del MDR è particolare: una sala spropositatamente grande che al centro ha un cubicolo con quattro scrivanie per gli impiegati, il pavimento verde acido e il soffitto bianco grigio coi neon che incombe dall’alto. Questo luogo di lavoro freddo e funzionale, eppure tremendamente inutile nel suo spreco di spazio, è privo di qualsiasi elemento umano, del tutto spersonalizzato e spersonalizzante, e sembra ridurre gli umani che lo abitano a piccole formiche operose perse in un eterno vagare per i corridoi o nella ripetizione dei loro compiti ossessivi al computer.

E proprio a proposito del lavoro al computer vale la pena far notare come esso appaia del tutto arbitrario e apparentemente insignificante. Quando Mark spiega alla nuova arrivata Helly cosa deve fare, le mostra semplicemente un monitor su cui scorrono una serie di numeri incolonnati e le dice di individuare i numeri particolari e metterli in una casella insieme. Ma come si capisce quali sono i numeri particolari? Mark risponde che deve scegliere i numeri che le fanno paura; di fronte all’incertezza di Helly, Mark la incoraggia a fare pratica e le promette che ci prenderà la mano. Il lavoro del reparto Macro Data Refinement sembra essere quello di trattare questi misteriosi numeri in modo incomprensibile, senza una logica, ma agendo in base alle sensazioni. Di fronte alle difficoltà di Helly ad affrontare un compito che appare del tutto inutile e ripetitivo, Mark le ricorda che il loro lavoro è “misterioso e importante.” Questo è un concetto che viene ripetuto spesso e serve come unica spiegazione per i compiti senza senso che gli impiegati devono svolgere; ma avere qualcosa di misterioso e importante da fare è anche un modo per dare un senso di soddisfazione, per avere l’idea di servire uno scopo più alto, anche se i lavoratori scissi non hanno idea del piano generale, ma devono funzionare come formiche operaie.

Il design della Lumon è ispirato all’architettura funzionalista degli anni ’50 e ’60 (in particolare alle costruzioni di Eero Saarinen), e anche la tecnologia è antiquata: i computer hanno i grandi monitor col tubo catodico degli anni ’80, quando vediamo dei filmati sono proiettati su vecchi televisori con dei videoregistratori, ma anche fuori dall’ufficio ci sono macchine vecchie e cellulari non ancora smart. Secondo alcuni questo indicherebbe che il mondo in cui è ambientata la serie sia una realtà parallela alla nostra, simile, ma non uguale. Ma potrebbe anche non esserci alcuna spiegazione narrativa per questo aspetto: la mancanza di tecnologia digitale all’interno della Lumon potrebbe essere solo un modo per esasperare il senso di isolamento degli interni, un modo per tagliarli fuori dal mondo.

Scissione esprime un forte messaggio politico attraverso un high concept fantascientifico estremamente efficace, che incarna le dinamiche di controllo necessarie alla crescita virale del tardo capitalismo. Il bilanciamento tra vita lavorativa e vita personale è qui paradossalmente risolto con la scissione della coscienza, che crea una personalità totalmente schiava del lavoro. La serie è uscita all’inizio del 2022, nell’anno precedente l’America è stato segnata dal fenomeno sociale della Great Resignation, in cui 47 milioni di americani si sono licenziati dal lavoro, anche a seguito dei mutamenti portati dalla pandemia. Con il lavoro da remoto molte persone si sono rese conto dell’inutilità di spendere mezza giornata in ufficio, quando potevano svolgere lo stesso quantitativo di lavoro da casa, gestendo molto meglio il proprio tempo. Questa ridefinizione dell’equilibrio vita privata/lavoro ha portato a guardare con occhio diverso i rapporti con i datori di lavoro, portando a rivendicazioni che valorizzassero in maniera maggiore gli spazi e i tempi personali. E questa ribellione dei lavoratori è proprio l’elemento che definisce l’arco narrativo di Scissione: la presa di coscienza e l’unione fra gli interni scissi li porterà a rompere i confini dell’isolamento dell’ufficio, per rivendicare uno spazio esterno di autonomia e libertà. La rivoluzione al capitalismo schiavista della Lumon, la grande compagnia monstre che governa addirittura la coscienza delle persone, è l’orizzonte che ha fatto la forza della serie, che nei tre anni trascorsi tra la prima e la seconda stagione è diventata una delle serie più viste e più discusse della contemporaneità.

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La società della ricompensa. I tanti volti (sorridenti) della gamification coercitiva https://www.carmillaonline.com/2024/10/20/la-societa-della-ricompensa-i-tanti-volti-sorridenti-della-gamification-coercitiva/ Sun, 20 Oct 2024 20:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84915 di Gioacchino Toni

Adrian Hon, La società della ricompensa. Perché la gamification ci fa giocare di più ma divertire di meno, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 320, € 23,00 edizione cartacea, € 12,99 ebook

Uscito con il titolo You’ve Been Played: How Corporations, Governments, and Schools Use Games to Control Us All (‎Basic Books, 2022), il volume, dal taglio divulgativo, è stato scritto da un autore che conosce bene l’universo dei videogame e delle loro applicazioni extra-ludiche. Adrian Hon è programmatore di videogiochi, co-creatore di Zombies Run! – uno dei più popolari mobile fitness game – [...]]]> di Gioacchino Toni

Adrian Hon, La società della ricompensa. Perché la gamification ci fa giocare di più ma divertire di meno, traduzione di Paolo Bassotti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 320, € 23,00 edizione cartacea, € 12,99 ebook

Uscito con il titolo You’ve Been Played: How Corporations, Governments, and Schools Use Games to Control Us All (‎Basic Books, 2022), il volume, dal taglio divulgativo, è stato scritto da un autore che conosce bene l’universo dei videogame e delle loro applicazioni extra-ludiche. Adrian Hon è programmatore di videogiochi, co-creatore di Zombies Run! – uno dei più popolari mobile fitness game – e co-fondatore della celebre casa di produzione indipendente di videogame Six to Start.

Nonostante il termine gamification si sia diffuso soltanto in avvio del nuovo millennio, del ricorso a logiche di gioco per scopi non ludici si può parlare anche a proposito di pratiche in uso ben da prima dell’avvento del digitale e di internet. Indubbiamente le nuove tecnologie hanno incrementato il grado di pervasività e di incidenza della gamification1 ed è passando in rassegna i fattori tecnologici e sociali che hanno portato a tutto ciò che si apre il libro di Hon.

Lo sguardo utopico con cui si guardava ai giochi come se questi potessero “salvare il mondo” proprio dei decenni a cavallo tra il cambio di millennio – onda lunga di quel tecno-ottimismo che aveva contraddistinto la nascita di internet e l’arrivo del digitale –, può dirsi scemato a metà degli anni Dieci quando, invece, si è diffusa una sorta di disillusione circa il mondo della rete. In realtà scrive Hon, «l’aura carismatica che avvolgeva i vecchi ideali utopistici non è morta, ma si è spostata su quel tipo di gamification della vita e del lavoro oggi tanto in voga, conferendole una legittimità morale che cela i suoi aspetti più manipolatori» (p. 33).

Nonostante ad avere la meglio sia stata una gamification conservatrice, utilizzata per aumentare la produttività e lo sfruttamento, Hon si guarda bene dal demonizzazione il ricorso a logiche di gioco per scopi extra-ludici, non mancando di sottolineare come la gamification sia effettivamente dotata di un grande potenziale educativo e scientifico.

L’autore si sofferma dunque sull’aura che brilla sulla gamification del consumatore e della sua vita: come un mantra viene ripetuto che tutto ciò che ci appare noioso o difficile può diventare divertente e facile; se una cosa è in qualche modo misurabile, allora può essere gamificata e migliorata. In questo storytelling si evita di specificare in cosa consista il miglioramento (produttività?) e chi , comunque, ne tragga “reale beneficio”. Detto che è bene mantenere un certo scetticismo circa i risultati sbandierati dalle app di gamification, Hon sottolinea come molte di quelle dedicate al fitness facciano proprie le derive competitive dell’attuale società.

Lo storico Jürgen Martschukat2 ha messo in luce come la nascita del fitness negli Stati Uniti coincida con l’ascesa del neoliberismo, quando l’esaltazione del mercato e della responsabilità individuale si sono fuse con l’individualismo e l’autorealizzazione delle controculture: da allora la propensione degli individui ad ottimizzarsi è stata assorbita e sfruttata dalle aziende in termini di incentivazione al consumo e all’autosfruttamento. Se di per sé la gamification dell’automiglioramento non per forza di cose è negativa, in un contesto come l’attuale non è difficile immaginare come si sia trasformata in dipendenza consumista.

È sul lavoro che la gamification porta la logica del miglioramento alle estreme conseguenze; esempi eclatanti di ciò si possono individuare non solo nei settori del trasporto di merci e persone (autotrasportatori e tassisti), ma anche degli addetti ai magazzini, dei call center e dei programmatori. In realtà, sostiene Hon, le promesse della gamification di rendere il lavoro più divertente e produttivo risultano spesso tradite: se inizialmente l’attività gamificata può sembrare meno alienante, ciò è dovuto soprattutto ad un “effetto novità” di breve durata, mentre del fatto che renda davvero più produttivi, sempre sul lungo periodo, spesso mancano prove scientifiche. Piuttosto che rendere il lavoro più divertente e produttivo, la gamification «fa in modo che i lavoratori che non riescono a centrare obiettivi sempre più difficili se ne assumano tutte le colpe, a vantaggio del datore di lavoro» (p. 11).

Ai lavoratori vengono assegnati punteggi in base alle loro condotte ed alle loro performance. Molte delle cose richieste non sono obbligatorie, certo, ma se non le si compiono scattano punteggi di penalità che portano a stipendi sempre più magri. Emblematico il caso Uber; se non si conseguono i risultati auspicati la “colpa” ricadrà sul lavoratore che non ha saputo sfruttare le opportunità che pure gli erano state offerte mentre altri colleghi hanno saputo approfittarne. La gamification si palesa dunque come «un modo accattivante e amichevole per pagare meno chi lavora» (pp. 64-65).

Come detto, la gamification si basa sulla misurabilità, dunque sui dati. Se all’inizio del Novecento, con il taylorismo, si ricorreva al cronometro per le misurazioni al fine di ridurre il costo del lavoro, la variante digitale contemporanea vanta molti più strumenti di misurazione e, soprattutto, la sua estetica amichevole tenta di trasformare «le punizioni del taylorismo in un’avventura virtuale anche quando mette i lavoratori l’uno contro l’altro» (p. 76).

Non è infrequente che le misurazioni, siano esse applicate al lavoro o, ad esempio, ad un’attività di cura della persona, effettuate anche attraverso dispositivi molto sofisticati, tradiscano le finalità dichiarate. Hon riporta l’esempio degli autotrasportatori statunitensi tenuti, per ridurre i rischi di incidenti stradali, a sostituire i vecchi registri cartacei (facilmente falsificabili) attestanti il rispetto delle norme governative circa le ore di servizio, con dispositivi ELD (Electronic Logging Devices). Introdotti con l’obiettivo di “rendere le strade più sicure”, i sistemi di monitoraggio ELD da questo punto di vista non sembrano aver ottenuto grandi risultati. L’idea di focalizzarsi sul conteggio delle ore di guida anziché guardare alle tante cause che determinano l’elevato numero di incidenti, somiglia molto, sostiene Hon, all’ossessione degli individui per il rispetto del numero di passi quotidiani suggeriti dalle app di fitness anziché guardare alla salute o al focalizzarsi sui dati che quantificano la performance nei giochi di allenamento per il cervello anziché ambire ad una vita intellettuale più ricca.

L’ossessione per per le cifre (ore di guida, numero di passi giornaliero, performance di brain training…) tende a far passere in secondo piano quelli che dovrebbero essere i veri obiettivi (scongiurare gli incidenti, la salute, la crescita intellettuale…) e rende più vulnerabili alla gamification. Insomma, secondo l’autore, la logica del game applicata ad attività extra-ludiche, con la sua ossessione per la misurabilità e la quantificazione, in diversi casi è destinata a “perdere per strada” le buone intenzioni di partenza.

L’idea che un’attività lavorativa debba essere divertente, come sostengono le imprese che introducono sistemi di gamification, è messa in discussione dall’autore del volume che, a tal proposito, riprende le efficaci parole di David Graeber: «È crudele costringere i lavoratori alla grottesca messa in scena di un gioco. Un lavoro sensato e pagato il giusto si ricompensa da solo. Se ciò viene a mancare, gamificare il lavoro equivale a gettare acido su una ferita infetta»3.

Non condannando aprioristicamente il ricorso a pratiche proprie del gioco ad attività extra-ludiche, Hon riporta anche alcuni esempi di gamification non affidata ai consueti sistemi di punteggio e badge. Nel volume viene dato spazio anche a come la gamification tocchi l’universo dei videogiochi con lo scopo di massimizzare l’engagement ed il profitto. Venendo invece ad aspetti che hanno a che fare più direttamente con la sfera politica, l’autore evidenzia come, nonostante i media si siano più volte occupati dei sistemi di credito sociale gamificato cinesi, quasi mai hanno trattato casi occidentali non meno inquietanti. «Negli USA e in Gran Bretagna la gamification è endemica nelle campagne elettorali, nei wargame, nella propaganda, nelle scuole e nelle università» (p. 12).

Hon ricorda come la gamification non solo preceda l’universo digitale, ma si sia estesa già in passato ben oltre il capitalismo, come testimonia la proposta di Lenin, nel lontano 1917, di una “Competizione socialista” per motivare le fattorie ad incrementare la produzione attraverso un sistema di punti, livelli e medaglie4. Se la gamification applicata all’ambito lavorativo viene utilizzata per ridurre gli stipendi e controllare i lavoratori, sul piano politico questa viene finalizzata dai governi a rendere maggiormente virtuose le condotte dei cittadini. Foucault le definirebbe “estensioni dello stato carcerario”5. A ben guardare si tratta soprattutto di virtù volte al mantenimento dello status quo. «La gamification attuata dai governi è una tecnica fondamentalmente conservatrice, usata per mantenere in vigore rapporti e sistemi già esistenti e non per trasformarli» (p. 134).

Tra gli esempi di gamification attuati dai governi occidentali, Hon si sofferma in particolare sulle più che discutibili modalità con cui viene assegnato il punteggio nella graduatoria per l’assegnazione delle abitazioni ai senza tetto di Okland in California6, sul sistema di crediti FICO introdotto nel 1989 per valutare l’affidabilità finanziaria degli individui a cui ricorrono banche e società di carte di credito e su altri sistemi di assegnazione di punteggi a cui guardano le assicurazioni sanitarie ecc.7.

Sebbene, al momento, i punteggi di credito sociale e finanziario si trovino al confine della gamification, sopratutto per lo scarto temporale ancora esistente tra l’analisi dei dati e la decisione, presto, grazie l’aumento dei dati raccolti online e offline ed alla loro elaborazione in tempo reale, vi potrebbero rientrare a tutti gli effetti trasformando la partecipazione (obbligatoria) al sistema dei crediti sociali in una grottesca parvenza di avventura fantasy.

Il ricorso alla gamification ha investito l’ambito militare e non solo nelle operazioni di training ma anche nella conduzione dei conflitti8, così come l’ambito dell’istruzione che, da tempi lontani, procede assegnando punti, ricompense, e diversi altri elementi tratti dall’universo ludico. All’indignazione occidentale suscitata dal diffondersi nel 2018 della notizia del ricorso al riconoscimento facciale adottato dalle scuole cinesi, non è certamente corrisposta analoga attenzione nei confronti di equivalenti statunitensi ed europei9.

Tra gli esempi occidentali, persino precedenti al monitoraggio cinese, l’autore riporta il caso di ClassDojo, una app di gamification che aiuta gli insegnanti a tracciare gli studenti per meglio gestirli. Si tratti di una app, lanciata nel 2011 ed utilizzata dal 95% delle scuole K-8 degli USA (primi otto anni di insegnamento) e sperimentata da 180 diversi Paesi, basata sull’assegnazione di punteggi da parte degli insegnanti alle condotte degli alunni (gentilezza, adattamento al lavoro di squadra, rispetto delle consegne, frequenza delle uscite per andare in bagno durante le lezioni ecc.). Sebbene sia pubblicizzato come strumento propedeutico ad una “mentalità orientata alla crescita”, diversi studi contestano la reale utilità del growth mindset. Insomma, quello proposto dalla app ha tutta l’aria di essere “semplicemente” un vero e proprio sistema di disciplinamento gamificato e se tra i docenti gode di una certa fortuna, ciò potrebbe derivare soprattutto dalle difficoltà che questi incontrano nel gestire le classi, difficoltà che di certo diminuirebbero anche semplicemente diminuendo drasticamente il numero di allievi per classe e ciò renderebbe possibile non solo una migliore gestione comportamentale degli alunni ma anche un rapporto didattico più personalizzato, dunque proficuo.

Un capitolo del volume è dedicato alle similitudini che Hon ravvisa tra le moderne teorie del complotto (QAnon su tutte) e gli ARG (Alternate reality game), complessi giochi di realtà alternativa che collegano l’universo online al mondo reale che propongono storie misteriose da risolvere con indizi da ricercare nel mondo reale. Le similitudini individuate dall’autore riguardano soprattutto il comune rendere labile il confine tra mondo online e mondo offline.

All’affievolirsi della distinzione tra online ed offline corrisponde una progressiva dissoluzione della distinzione tra essere umano ed avatar digitale con il rischio che si guardi agli esseri umani reali come se si trattasse di personaggi di un videogioco (si pensi ai tanti fenomeni di odio che infestano la rete estendendosi anche nel mondo fuori dagli schermi e alle guerre condotte alla consolle ove i nemici da eliminare sono sempre più vissuti come incorporee figure sui monitor10.

Lo sviluppo sempre più raffinato della Realtà aumentata permetterà la gamification di ogni momento della vita degli individui e la realtà virtuale, secondo l’autore, potrebbe allontanare dal mondo del lavoro in presenza un’intera generazione allenata sin da piccola ai dispositivi digitali, come prospetta il progetto Metaverso di Mark Zuckerberg11.

Di sicuro l’AR renderà il controllo dei lavoratori ancora più completo: il tracciamento dello sguardo e la “visione artificiale” (computer vision) di fatto assegneranno a ogni lavoratore un Frederick Taylor virtuale. Automotivazione e robotica salveranno i lavoratori da questo guinzaglio così stretto? Forse, ma l’esperienza ci dice che i robot nei magazzini in generale aumenteranno la pressione sugli esseri umani. Ci vorrà del tempo prima che i robot possano sostituire del tutto la velocità, l’intelligenza e la versatilità degli esseri umani nel lavoro in magazzino e, fino ad allora, i lavoratori controllati con l’AR diventeranno manichini viventi usati per sopperire ai limiti delle macchine (p. 220).

Hon sottolinea come il sistema comportamentista alla base della gamification coercitiva sia debitore del sistema carcerario studiato da Foucault12, ove si ricorre a ricompense e punizioni per ottenere i comportamenti desiderati. Lo studioso mette in evidenza come anche la pratica della vendita delle indulgenze, cioè di «un sistema di punteggio ineluttabile, unitario e spendibile, che governava le vite dell’intera comunità cattolica, determinandone il comportamento» (p. 223), rimandi alla gamification.

Nell’Europa Occidentale del Quattordicesimo secolo questo sistema a punti per misurare le buone e cattive azioni era una novità. Si ritiene che il passaggio a una quantificazione formale della penitenza rifletta il passaggio da una visione aristotelica, che riteneva le qualità impossibili da determinare con precisione, a un sistema di misurazione non dissimile al coevo processo di monetizzazione. In modo simile, la gamification deriva dalla iper-quantificazione del valore di una persona, dovuta a una concezione quantificata del sé e alla nostra ossessione per i dati (pp. 224-225).

Certo, evidenzia Hon, esistono differenze importanti tra indulgenze e gamification; se con quest’ultima tutto è registrato, con le prime si lasciava che Dio ne tenesse conto, dunque non era possibile “vincere”, «ma va detto che anche la gamification sembra spesso infinita, con i tabelloni e le sfide che ogni giorno si azzerano» (p. 228). Le indulgenze, inoltre, non possono essere dette comportamentiste visto che richiedevano preghiere sincere per contare e, inoltre, non potevano essere divertenti né erano granché interattive, a differenza della gamification. Ad assomigliare invece molto ad un gioco erano i “pellegrinaggi virtuali”.

In chiusura del libro Hon scrive che pur avendo sognato come game designer ed ex neuroscienziato il diffondersi di una gamification divertente e capace di aiutare i principianti a padroneggiare nuove abilità, si trova a constatare con amarezza che a diffondersi è stata piuttosto una gamification  coercitiva e manipolatrice, votata a far accettare di buon grado la sorveglianza e l’imposizione di un preciso sistema di valori ed obiettivi, sostanzialmente coincidente con quello delle aziende e dei governi autoritari. Se le tecniche comportamentiste di carattere conservatore a cui ricorre la gamification non nascono certo con la rivoluzione digitale, indubbiamente «la combinazione di tecnologia per la sorveglianza e intrattenimento ha reso la gamification seducente e inevitabile» (p. 232).

La gamification egemone, dichiara esplicitamente l’autore, serve esclusivamente al mantenimento dello status quo. «Fa in modo che i lavoratori restino al loro posto, arricchendo ulteriormente chi già dispone di grossi capitali. Ci spinge a studiare, allenarci o giocare per raggiungere scopi che non ci interessando davvero. E ribadisce l’idea che il mondo sia un gioco, le cui regole vanno eseguite e non cambiate. Perfino la gamification utopistica è significativamente conservatrice» (p. 244).

Se la gamification più deteriore non può che prosperare in un contesto in cui gli individui sono messi l’uno contro l’altro e tenuti a provare il loro valore tramite la produttività, come detto, Hon resta convinto che di per sé la gamification non sia destinata allo sfruttamento e alla coercizione, dunque prospetta alcuni esempi di come la si potrebbe progettare in modo etico, rispettoso degli utenti e di come sia comunque possibile per le istituzioni regolamentarla.

In chiusura di volume, l’autore riprendendo il convincimento espresso dalla scrittrice di fantascienza Ursula K. Le Guin (Dispossessed: an ambiguos utopia, 1974): «non vogliamo che gli studenti si diano da fare per ottenere buoni voti e un buon lavoro, ma per l’amore intrinseco dell’apprendimento». Insomma, «Le persone non devono guidare con prudenza o fare volontariato solo per guadagnare punti da scambiare con un mutuo migliore: devono credere davvero che tali attività siano giuste ed etiche. La gamification coercitiva, che utilizza solo la forza e la sorveglianza, può portare solo all’obbedienza non a una vera comprensione» (p. 245). E se proprio la vita deve essere un gioco, conclude l’autore, «che non sia monotono o punitivo, ma pieno di gioia e cose da imparare» (p. 246).


  1. Cfr. Gioacchino Toni, Gamification e controllo comportamentale, in “Pulp”, 22 febbraio 2023. 

  2. Cfr. Jürgen Martschukat, The Age of Fitness: How the Body Came to Symbolize Success and Achievement, Polity, Cambridge 2021. 

  3. David Graeber, Bullshit Jobs, tr. it. di Albertine Cerruti, Garzanti, Milano 2018. 

  4. Cfr. Mark J. Nelson, Soviet and American precursors to the gamification of work, “MindTrek”, october 2012, pp. 23-26. 

  5. Cfr. Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita delal prigione, tr. it. di Alcesti Tarchetti, Einaudi, Torino 1976. 

  6. Cfr il podcast di Katie Mingle, Accordin to Need, 2020. 

  7. Nonostante i sistemi di credito non siano direttamente gestiti dal governo statunitense, questi condizionano enormemente l’accesso all’affitto di un’abitazione o a diversi tipi di occupazione. 

  8. Cfr.: Gioacchino Toni, Guerra contemporanea, sviluppo tecnologico-comunicativo e immaginario visuale, in “Clionet”, 31 marzo 2023; più in generale si veda la Serie di scritti di Gioacchino Toni, Guerrevisioni, su “Carmilla online”. 

  9. Cfr., ad esempio, Angélique del Rey, La tirannia della valutazione, Elèuthera, Milano, 2018. 

  10. Cfr. Gioacchino Toni, Guerrevisioni. Il sangue oltre gli schermi. Uccidere così, come in un videogioco, in “Carmilla online”, 22 Aprile 2021. 

  11. Cfr., ad esempio: Eugenio Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza, Mimesis, Milano-Udine 2022; Adriano Pessina, L’essere altrove. L’esperienza umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Mimesis, Milano-Udine, 2023. 

  12. Cfr. Michel Foucault, Sorvegliare e punire., cit. 

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Scuola, motori e lavoro a tutti i costi https://www.carmillaonline.com/2024/09/26/scuola-motori-e-lavoro-a-tutti-i-costi/ Thu, 26 Sep 2024 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84644 di Paolo Lago

Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre, Roma, 2024, pp. 255, euro 16,00.

Il mondo dei motori, delle automobili e delle moto si insinua in modo pervasivo in quello della scuola e dell’educazione soprattutto se le scuole in questione si trovano nella cosiddetta “Motor Valley”, collocata tra Bologna, Modena e Reggio Emilia. È quello che ci racconta Paolo La Valle nel suggestivo Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, uscito recentemente per la collana Quinto Tipo di Alegre: si tratta di una sorta di diario-saggio che focalizza un anno di [...]]]> di Paolo Lago

Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre, Roma, 2024, pp. 255, euro 16,00.

Il mondo dei motori, delle automobili e delle moto si insinua in modo pervasivo in quello della scuola e dell’educazione soprattutto se le scuole in questione si trovano nella cosiddetta “Motor Valley”, collocata tra Bologna, Modena e Reggio Emilia. È quello che ci racconta Paolo La Valle nel suggestivo Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, uscito recentemente per la collana Quinto Tipo di Alegre: si tratta di una sorta di diario-saggio che focalizza un anno di insegnamento svolto dall’autore, docente di Italiano, in un Istituto Professionale della zona. La scrittura alterna l’immediatezza della presa diretta sugli avvenimenti legati all’universo scolastico (in cui protagoniste sono classi ‘difficili’, composte spesso di soli alunni maschi) a inserti dal taglio più saggistico, dove si infittiscono osservazioni e riflessioni su un tessuto sociale irretito dal produttivismo capitalista che si ingrandisce e si sviluppa sempre di più a scapito della vita delle persone. Il tutto scandito da capitoli che portano nei titoli formati dal verso di una canzone sempre diversa l’ispirazione musicale che li ha mossi.

Il lavoro è un dogma, da quelle parti, e gli stessi alunni del Professionale odiano la scuola e non vedono l’ora di finirla o interromperla per mettersi a lavorare nel settore automotive e cioè per quelle fabbriche e per quelle aziende che si estendono a macchia d’olio provocando un abnorme consumo di suolo e per tutto il grande circo spettacolare che si erge dietro questo apparato, in primis il Motor Show di Bologna che nel 2018 ha visto la sua ultima edizione. Se, come nota l’autore, nel 1976, ai suoi albori, il Motor Show occupava un’area di 5mila metri quadrati, nel 2004 “si arriva a 230 mila facendo da volano all’aumento di consumo di suolo in un territorio che oggi con la sua Zona Fiera raggiunge i 375 mila metri quadrati e ospita iniziative di ogni tipo, grazie al protagonismo del Gruppo BolognaFiere, in grado di allestire settantacinque eventi all’anno tra Bologna, Modena e Ferrara” (p. 34). Lo stesso Motor Show ha rappresentato l’aspetto più spettacolare dell’ideologia che gli esponenti del capitale pretendono di inculcare nei giovani che gravitano attorno al settore, e la progressione dei suoi chilometri quadrati equivale all’aumento esponenziale della densità di auto in Italia, che provoca un ulteriore aumento di suolo nella costruzione di sempre nuove strade (come il progetto del cosiddetto Passante di Bologna), di sempre nuovi svincoli e rotatorie realizzati asfaltando e cementificando innumerevoli aree verdi. Non c’è da meravigliarsi, perciò, se a ogni nuova pioggia violenta (eventi che ormai non si possono più considerare ‘eccezionali’ nella realtà del cambiamento climatico che ci troviamo a vivere) quel territorio dell’Emilia Romagna (che è terza in Italia per consumo di suolo) viene devastato e allagato: è cronaca, purtroppo, anche di questi giorni.

Il lavoro è un dogma e risuona come un vero e proprio mantra, fin dalla scuola, irretendo gli adolescenti e le adolescenti. Laura, ad esempio, che adesso ha trentadue anni, ha lavorato al Motor Show come ragazza immagine fin da quando stava per compiere diciotto anni e andava ancora a scuola, in un contesto in cui gli atteggiamenti sessisti risultano assolutamente normali e si esplicitano in continui apprezzamenti volgari e viscidi (e il racconto di Laura e di altre ragazze si materializza all’interno di un capitolo intitolato Quante belle figlie da sposar, verso tratto da Ottocento di Fabrizio De André, in un momento in cui la canzone accelera musicalmente commentando in forma iperbolica l’iperproduzione spettacolare dei primi anni Novanta). Certo, è questa l’altra faccia del capitale, è il suo truce spettacolo che ‘macchinizza’ e capitalizza gli stessi corpi, come vediamo nelle sequenze iniziali del film Titane (2021) di Julia Ducurnau, in cui alcune ballerine sexi si esibiscono sui cofani delle automobili in un autosalone di fronte a maschi per i quali non c’è alcuna differenza – sembra – fra l’estetica delle auto e quella delle ragazze.

L’ideologia del lavoro a tutti i costi, come già notato, si insinua anche tra i banchi di scuola, dove si trovano, fra gli altri, gli studenti El J, Cucciolotto, Pablo, Thomas, e allora la scrittura diaristica erompe in volute sintattiche e lessicali che esondano da qualsiasi schema, in un sinuoso pastiche che ricalca il parlato ma soprattutto i gerghi giovanili mentre sullo sfondo, come un magico folletto portatore di pace all’interno di una quotidiana guerra, si aggira fantasmaticamente la Chica, la compianta canina del narratore e professore che scambia con lei uno sguardo nei momenti più difficili, in momenti in cui bisogna dare forse un conforto o una pacca sulle spalle a chi è inserito nella macina di un sistema più grande di lui, come succede a molti di questi giovani, cresciuti fra vita non facile e motori. Il lavoro si fa breccia anche attraverso la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, oggi rappresa nell’acronimo Pcto, largamente diffusa nell’Istituto Professionale in questione. Un percorso che dovrebbe essere formativo ma che ha al suo attivo una scia di morti, giovani studenti vittime di incidenti sul lavoro. E, come scrive La Valle, un’ideologia di questo tipo nella sua classe è introiettata a tal punto che si tende a dare la colpa alla persona incidentata che avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle misure di sicurezza e non, magari, alla quasi totale mancanza di queste ultime o a un sistema che non fa in modo che siano sufficienti e all’altezza.

I messaggi che dall’alto vengono fatti passare, infatti, sono quelli di una contrapposizione muro contro muro fra scuola e mondo del lavoro:

da una parte c’è il mondo della scuola, con le sue materie inutili e le sue fissazioni, mentre dall’altra c’è il mondo che conta, quello del lavoro, quello da cui arrivano i soldi. Il primo mondo impone regole per te incomprensibili, il secondo le ammorbidisce. Quale scegli?
Se nel primo ti inseguono perché stai fumando e nel secondo fingono di non accorgersene? Se nel primo si arrabbiano per un commento che hai fatto a una ragazza, mentre nel secondo scherzi a voce alta su culi e tette? Se nel primo insegnano cose che per te sono inutili e nel secondo ti dicono che l’importante è guadagnare? Con queste opzioni, a sedici anni, le scelte sono facili (p. 201).

Oggi anche la scuola è stata raggiunta dalla longa manus del capitale e si sta trasformando in un’azienda “che vive secondo i criteri delle temporalità formalizzate, della competitività e delle mille categorizzazioni che comprimono le attività spingendole verso l’individualismo. È una modalità repellente e se a questa roba non abbiamo dato il nome di fascismo è perché ancora non gli abbiamo fatto la guerra” (p. 208). Assieme al lavoro, si fanno strada anche la competitività e il meccanismo della valutazione sempre e comunque con l’intento di disciplinare gli individui in una forma mentis economica fin dai banchi di scuola. Niente di nuovo sotto il sole, insomma, rispetto a quanto aveva scritto nel 1995 Raoul Vaneigem nel suo Avviso agli studenti: “Dopo aver strappato lo scolaro alle sue pulsioni di vita, il sistema educativo opera per ingozzarlo artificialmente allo scopo di immetterlo sul mercato del lavoro, dove continuerà a ripetere fino alla nausea il leitmotiv dei suoi anni giovanili: vinca il migliore!” (R. Vaneigem, Avviso agli studenti – Terrorismo o rivoluzione, trad. it. di S. Ghirardi, piano b edizioni, Prato 2010, p. 34).

L’adolescenza è fatta anche per perdere tempo, per bighellonare, per sbagliare e prendersela con calma, non solo per diventare efficienti e produttivi al più presto. Ecco perché, alla fine, bisognerebbe – citando Gilles Clement insieme all’autore – “elevare l’improduttività fino a conferirle dignità politica” (Gilles Clement, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, 2005, p. 61). Infatti, il capitale che impone produttività, efficienza e competitività nella scuola è lo stesso che costruisce sempre più strade perché ci siano sempre più auto in circolazione, a scapito delle aree naturali, cementificate e distrutte ed è lo stesso che devasta montagne e boschi per creare i tunnel dell’alta velocità; allora sarebbe meglio “pensare alla cura e alla riparazione dei suoli, andando nella direzione opposta rispetto all’asfalto, al cemento e alle camicie di forza con cui ci ostiniamo a perimetrare ogni forma di vita” (p. 224). E anche la produzione dei nuovi veicoli elettrici (che necessitano di onerose materie prime e di un complesso smaltimento), verso cui si lancia la corsa del capitale, rappresenta soltanto un’altra faccia della devastazione di sempre nuovi territori. Infatti, come riflette amaramente Paolo La Valle nella pagina finale del suo libro, l’impressione è “che la progressiva scomparsa del fumo dei gas di scarico stia contribuendo a rinnovare una speranza che potrà pure comportare la fine del motore a scoppio, ma nella logica del sacrificio messianico” (p. 244).

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Hard working men /4 – Hillbilly highway https://www.carmillaonline.com/2024/09/04/unepica-proletaria-senza-rivoluzione-e-con-poco-dio/ Wed, 04 Sep 2024 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84158 di Sandro Moiso

J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2024 (prima edizione italiana 2017), pp. 250, 15 euro.

«Nonna, Dio ci ama?» Lei ha abbassato la testa, mi ha abbracciato e si è messa a piangere. (J.D. Vance – Elegia americana)

Qualsiasi cosa si pensi del candidato vicepresidente repubblicano, è cosa certa che il suo testo qui recensito non potrebbe rientrare nel novero di quelli prodotti o tradotti in Italia all’ombra del brand “working class literature”, anche se contiene elementi di rappresentazione e analisi della classe operaia americana, in particolare di quella che ha le sue radici tra i montanari [...]]]> di Sandro Moiso

J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2024 (prima edizione italiana 2017), pp. 250, 15 euro.

«Nonna, Dio ci ama?» Lei ha abbassato la testa, mi ha abbracciato e si è messa a piangere. (J.D. Vance – Elegia americana)

Qualsiasi cosa si pensi del candidato vicepresidente repubblicano, è cosa certa che il suo testo qui recensito non potrebbe rientrare nel novero di quelli prodotti o tradotti in Italia all’ombra del brand “working class literature”, anche se contiene elementi di rappresentazione e analisi della classe operaia americana, in particolare di quella che ha le sue radici tra i montanari del Kentucky, piuttosto significativi.

Per questo vale la pena di parlare dell’epopea famigliare narrata da J.D. Vance, a metà strada tra Mark Twain e l’etnografia, cui il film diretto da Ron Howard, Hillbilly Elegy, nel 2020 non ha reso del tutto giustizia. Una narrazione in cui il Mississippi di Huckleberry Finn è sostituito dalla hillbilly highway lungo la quale una parte consistente del proletariato bianco di origine scoto-irlandese della regione dei monti Appalachi (ancora oggi una delle zone più depresse dal punto di vista economico degli interi Stati Uniti) si è trasferita verso l’Ohio, il Nord industrializzato e le sue acciaierie, tra gli anni di Roosevelt e quelli successivi alla seconda guerra mondiale.

Un fiume di asfalto che ha portato lontano dal Kentucky e dal West Virginia anche i nonni dell’autore e, in seguito, il resto della famiglia. Destinazione Middletown, Ohio, e le acciaierie della Armco, in seguito Armco-Kawasaki, che proprio recentemente ha dovuto essere rifinanziata dal governo degli Stati Uniti con un maxi prestito da cinquecento milioni di dollari per poter rimanere in piedi1. Luoghi definiti solo dal lavoro nell’industria, in cui anche i nomi delle località sono meno significativi degli impianti produttivi che li caratterizzano ancora oggi.

Luoghi sospesi tra South Belt e Rust Belt, in cui le “fortune operaie” sono state e restano sospese a un filo sottile che, comunque, negli anni ha alimentato speranze di riscatto economico e sociale, ma che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso ha cominciato a mostrare di potersi spezzare in qualsiasi momento, ponendo fine al sogno americano e alimentando un paralizzante pessimismo molto diffuso sia tra i giovani che tra gli adulti.

Una storia di ordinaria violenza, problemi famigliari, affetti traditi, pregiudizi, armi diffuse, onore arcaico, dipendenze da droghe e alcol, religiosità primitiva, illusioni e delusioni, ideologia del “lavorar duro” (anche quando il lavoro manca), aspirazione alla redenzione sociale e rari successi individuali che ha fatto pensare a chi scrive ad una delle canzoni contenute nell’ultimo disco del cantautore australiano Nick Cave, Frogs, in cui gli esseri umani, paragonati a piccole rane, vivono tutto il tempo nelle acque torbide e fangose di uno stagno per poi riuscire, per brevissimi momenti, a saltarne fuori e illuminarsi di sole e aria pulita, prima di precipitare nuovamente nella melma dell’esistenza quotidiana.

Una storia che, però, travalica i limiti della soggettività, che caratterizza tante delle narrazioni dell’attuale working class literature (tale più per le dichiarazioni di intenti che da sempre l’accompagnano che per i contenuti reali), per trasformarsi, quasi obbligatoriamente, in narrazione epica, in cui il “noi” conta più dell’”io”. In cui le condizioni di partenza dei singoli, nella gara di sopravvivenza, sono simili, sia dal punto di vista famigliare che economico e culturale e il fatto che qualcuno riesca a rimanere sospeso nell’aria fuori dallo stagno mentre molti altri no, in fin dei conti, non modifica sostanzialmente le condizioni esistenziali della maggioranza, spesso rinunciataria nei confronti di qualsiasi possibilità di cambiamento.

C’è una componente etnica sullo sfondo della mia storia. Nella nostra società, fondamentalmente ancora razzista, il vocabolario non va quasi mai al di là del colore della pelle: parliamo di «neri», di «asiatici» e di «bianchi privilegiati». A volte queste macro categorie sono utili, ma per comprendere la mia storia personale dovete entrare nei dettagli. Sì, sono bianco, ma non mi identifico di sicuro nei WASP, i bianchi anglosassoni e protestanti del Nordest. Mi identifico invece con i milioni di proletari bianchi di origine irlandese e scozzese che non sono andati all’università. Per questa gente, la povertà è una tradizione di famiglia: i loro antenati erano braccianti nell’economia schiavista del Sud, poi mezzadri, minatori e, infine, in tempi più recenti meccanici e operai. Gli americani li chiamano hillbilly (buzzurri o montanari), redneck (collirossi o contadini) e white trash (spazzatura bianca). […] Ed è nei Grandi Appalachi che le fortune dei bianchi della classe operaia sembrano particolarmente in declino. Dalla bassa mobilità sociale alla povertà, dalla diffusione dei divorzi alla droga endemica, la mia patria è la terra dell’infelicità2.

Chi volesse vedere nelle osservazioni dell’autore sul senso di sconfitta e rassegnazione che accompagna gran parte dei componenti della classe sociale da cui proviene soltanto come una semplice esaltazione della capacità dell’individuo di realizzarsi attraverso il sogno americano pur che lo voglia, tema sicuramente presente nella conduzione della narrazione, coglierebbe soltanto un aspetto, forse il più marginale, tra i tanti contenuti nel libro. In cui, più che di rifiuto del lavoro in senso politico, si parla invece di perdita di fiducia nella capacità del lavoro di offrire una reale via di uscita dalla condizione di miseria, ancor prima morale e culturale che economica, del proletariato bianco del Midwest e degli Appalachi.

Per i miei nonni, Armco era sinonimo di benessere: il motore economico che li aveva portati dalle colline del Kentucky alla classe media americana. Mio nonno amava quell’azienda e conosceva tutte le marche e tutti i modelli di automobili costruite con il suo acciaio. Anche dopo l’abbandono delle scocche in acciaio da parte di quasi tutte le case automobilistiche americane, il nonno si fermava di fronte a una rivendita di auto usate tutte le volte che ci vedeva una Ford o una Chevy. «Questo acciaio l’ha prodotto l’Armco», mi diceva, lasciando trasparire un sincero orgoglio. Al di là di quell’orgoglio, però, non ci teneva proprio che andassi a lavorare lì3.

Una situazione che ha contribuito a cancellare e rimuovere anni di battagliere tradizioni di lotta e resistenza per sostituirli con dipendenze e traffici di sostanze medicinali prossime agli stupefacenti, come nel caso della contea di Harlan, cui l’autore accenna per la memoria delle lotte dei minatori4, che Alessandro Portelli ha reso di importanza centrale per comprendere l’evoluzione o l’involuzione dello scontro di classe in America con il suo saggio America profonda5.

Quello di Vance è un proletariato più vicino a quello descritto da Marx ed Engels nella Sacra famiglia, che a quello sempre combattivo e cosciente immaginato dai teorici dell’autonomia operaia; prossimo anche a quello descritto in altri romanzi semi-autobiografici come, ad esempio, quello di James Still, Fiume di terra, sempre ambientato tra i lavoratori poveri e i minatori degli Appalachi6. Ed è anche un proletariato lontano dalle note trionfalistiche dell’ideologia liberale dell’ormai beatificata Kamala Harris, motivo per cui le autentiche stronzate guerrafondaie e politically correct espresse da quest’ultima non possono nemmeno lontanamente sfiorarne gli interessi materiali.

Sono nato alla fine dell’estate del 1984, pochi mesi prima che il nonno desse il suo primo e unico voto a un repubblicano, Ronald Reagan. Portando dalla sua parte tanti democratici della Rust Belt come il nonno, Reagan ottenne la più grande vittoria elettorale della storia americana contemporanea. «Reagan non mi è mai piaciuto molto» mi disse tempo dopo il nonno. «Ma odiavo quel Mondale.» L’oppositore di Reagan, un democratico colto e raffinato del Nord, era l’antitesi culturale di mio nonno7.

Una distanza culturale che si mostra anche nelle aule giudiziarie, dove talvolta transita il narratore insieme ai suoi famigliari.

Sedevo in quell’affollata aula giudiziaria, circondato da una mezza dozzina di altre famiglie, identiche alla nostra. Le mamme, i papà e i nonni non indossavano completi come gli avvocati e il giudice. Indossavano pantaloni della tuta e magliette a maniche corte. I loro capelli erano un po’ crespi. Ed era la prima volta che notavo “accenti televisivi” neutri come quelli di tanti presentatori. Gli assistenti sociali, il giudice e l’avvocato avevano tutti un accento televisivo. Nessuno di noi lo aveva. Gli amministratori della giustizia erano diversi da noi, chi veniva giudicato era uguale8.

Un proletariato bianco che, in termini di emarginazione, non ha nulla da invidiare a quello afro-americano di cui spesso ha condiviso il destino sociale.

Middletown è una delle cittadine più antiche dell’Ohio, sviluppatasi nell’Ottocento grazie alla sua prossimità con il fiume Miami […] Sotto il profilo socioeconomico è prevalentemente operaia. Sotto il profilo razziale, è abitata soprattutto da bianchi e da neri (questi ultimi sono il prodotto di un’altra migrazione di massa). [Ma] La strada che era l’orgoglio di Middletown è diventata un punto di incontro di drogati e spacciatori. Oggi Main Street è il tipico posto dove nessuno ha il coraggio di avventurarsi dopo il tramonto.
Questo cambiamento è sintomo di una nuova realtà economica: la segregazione residenziale. Il numero di bianchi della classe operaia che vivono in quartieri degradati è in continuo aumento. Nel 1970, il 25 per cento dei bambini bianchi viveva in un quartiere in cui il tasso di povertà superava il 10 per cento. Nel 2000, quella percentuale è salita la 40 per cento. E oggi, quasi certamente è ancora più elevata. Come ha rivelato uno studio effettuato nel 2011 dalla Brookings Institution, « rispetto al 2000, tra il 2005 e il 2009 era più probabile che gli abitanti dei quartieri più poveri fossero bianchi nati localmente, diplomati o laureati, proprietari di casa che non beneficiavano della pubblica assistenza». […] Le ragioni sono complicate. La politica abitativa del governo federale ha incoraggiato attivamente l’acquisto di case, dal Community Reinvestment Act di Jimmy Carter alla “ownership society” di George W. Bush. Ma nelle Middletown di tutto il mondo la diffusione della proprietà immobiliare ha un costo elevatissimo: quando i posti di lavoro vengono meno in una determinata zona, il calo delle quotazioni immobiliari intrappola le persone in certi quartieri. Anche se vorreste trasferirvi, non potete, perché le case di livello più basso sono ormai fuori mercato: il valore nominale, quello su cui è stato erogato il mutuo, è superiore alla somma che sarebbero disposti a pagare i possibili acquirenti. I costi di trasferimento sono così elevati che molti rimangono dove sono9.

Ma questa segregazione e ghettizzazione forzata, che trasforma il sogno della casa di proprietà in un incubo senza risveglio, è ancora soltanto uno degli aspetti che potrebbero avvicinare il proletariato bianco povero a quello afroamericano10. Un altro era costituito (è ancora costituito?) dal rifiuto del nuovo arrivato nei luoghi in cui gli hillbilly migravano in cerca di lavoro,

Poiché le economie del Kentucky e del West Virginia erano cronicamente depresse rispetto a quelle degli altri stati vicini, le montagne avevano solo due prodotti appetibili per le fabbriche del Nord: carbone e robusti montanari. E gli Appalachi esportavano grosse quantità sia dell’uno che degli altri.[…] Negli anni Sessanta, sui dieci milioni di abitanti dell’Ohio, un milione erano nati in Kentucky, West Virginia o Tennessee. Questo dato non tiene conto del gran numero di immigrati in arrivo da altre zone degli Appalachi meridionali; e non include i figli o i nipoti di migranti che scendevano dalle montagne. Ce n’erano sicuramente tanti, perché gli hillbilly avevano tassi di natalità notevolmente superiori a quelli della popolazione indigena. [Ma] su chi lasciava le colline del Kentucky per cercare una vita migliore gravava un grosso pregiudizio negativo […] Per la classe media tradizionale dei bianchi dell’Ohio quegli hillbilly erano come alieni. Avevano troppi figli e ospitavano famigliari per troppo tempo […] Come si legge in un libro, Appalachian Odissey11, sulla migrazione di massa dei montanari nella città di Detroit: «il problema non era solo che gli immigrati in arrivo dagli Appalachi, ex-contadini “fuori posto” in quella grande città, davano fastidio ai bianchi metropolitani del Midwest. Il problema era che quegli immigrati venivano a confutare tutta una serie di assunti su come si presentavano, su come parlavano e come si comportavano i bianchi […]. La cosa inquietante degli hillbilly era la loro appartenenza etnica. Evidentemente appartenevano alla stessa razza di coloro che detenevano il potere economico, politico e sociale a livello locale e nazionale. Ma gli hillbilly avevano anche molti tratti in comune con i neri del Sud che affluivano a Detroit»12.

Non potrebbe esservi formulazione più chiara del fatto che linee del colore e linee di classe si sovrappongono talmente spesso da diventare sostanzialmente la stessa cosa. Dimenticarlo significa soltanto partecipare al grande gioco dei diritti umani usati come strumento di separazione e divisione all’interno del proletariato. Così ben espresso dalle politiche liberali in voga oggi sia in America che in Europa.

Un ultimo elemento di interesse, tra i tanti che si potrebbero ancora rilevare dalla lettura del testo di Vance, è quello sulla presunta religiosità del proletariato bianco, sempre e soltanto dipinto come misogino, razzista e ultraconservatore dal punto di vista religioso e politico, facendo come al solito di tutta l’erba un fascio come ben conviene ai difensori dell’ordine capitalistico dal “volto umano”. In realtà, come ci avverte ancora l’autore,:

nel cuore della Bible Belt, la pratica religiosa non è affatto diffusa. Contrariamente a quanto si crede, nella regione degli Appalachi — in particolare dall’Alabama settentrionale e dalla Georgia fino all’Ohio meridionale – le chiese sono molto meno frequentate che nel Midwest, in diverse zone del Mountain West e in gran parte del territorio compreso tra il Michigan e il Montana. Stranamente, noi ci crediamo più praticanti di quanto siamo in realtà. In un sondaggio effettuato recentemente dalla Gallup. gli abitanti del Sud e del Midwest dichiaravano tassi più elevati di frequentazione delle chiese di tutto il paese.
Questa ipocrisia ha a che fare con la pressione culturale. Nell’Ohio sudoccidentale, dove sono nato, sia l’area metropolitana di Cincinnati sia l’area metropolitana di Dayton fanno registrare tassi molto bassi di frequentazione della chiese, quasi nella stessa misura dell’ultralaica San Francisco. A San Francisco nessuno si vergognerebbe di non andare in chiesa. In Ohio è esattamente il contrario. [Così] in una parte del paese afflitta dalla deindustrializzazione, dalla disoccupazione, dall’abuso di alcol e di droghe e dal disgregarsi delle famiglie, la pratica religiosa è crollata13.

Lasciando ai soliti cospirazionisti di sinistra il compito di indagare i motivi che hanno spinto Vance in passato a scrivere questa elegia hillbilly, come recita il titolo originale, prima di convertirsi a Trump, il recensore non può far altro che consigliarne la lettura a tutti coloro che intendono ancora occuparsi degli Stati Uniti e delle contraddizioni sociali e “razziali” che li agitano, raccomandandolo a chiunque intenda occuparsi ancora di lotta di classe, poiché è sempre più utile e necessario meditare sulle contraddizioni della stessa, piuttosto che sulle facili e troppo spesso ambigue certezze trasmesse dagli slogan o dalle Convention di Chicago o Milwaukee.

Così. mentre gran parte della critica ne ha spulciato le pagine alla ricerca di indicazioni riguardanti il possibile risultato delle prossime elezioni presidenziali americane, l’impressione che se ne ricava è che il dibattito politico e letterario riposi, ancora, sulle rive di uno stagno in cui milioni di rane restano sul fondo in attesa, magari inconsapevole, di spiccare il prossimo salto, verso la luce e la rivincita di classe.


  1. M. Basile, Middletown e San Francisco, nuove città simbolo di sogno e disillusione americana, «la Repubblica» 25 agosto 2024  

  2. J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2024, pp. 10-12.  

  3. Ibidem, p. 58.  

  4. In proposito si veda qui  

  5. A. Portelli, America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky, Donzelli Editore, Roma 2011.  

  6. J. Still, Fiume di terra, Mattioli 1885, Fidenza 2018.  

  7. J.D. Vance, op. cit., p.50.  

  8. Ivi, pp. 81-82.  

  9. Ivi, pp. 51-55.  

  10. Su questa vicinanza che potrebbe dare inizio a diversi riposizionamenti nell’ambito della lotta di classe, come aveva previsto il presidente della sezione dell’Illinois delle Pantere Nere Fred Hampton, poi ucciso, nel 1969 a soli ventuno anni, dalla polizia e dal FBI nella sua casa di Chicago, si veda il film di Shaka King: Judas and the Black Messiah (2020)  

  11. Philip J. Obermiller, Thomas E. Wagner ed E. Bruce Tucker, Appalachian Odissey: Historical Perspectives on the Great Migration, Praeger, Westport 2000.  

  12. J.D. Vance, op. cit., pp. 33-36.  

  13. Ibidem, p. 96.  

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Avanti barbari!/3 – Il passato vive ancora nel presente https://www.carmillaonline.com/2024/08/21/avanti-barbari-3-il-passato-vive-ancora-nel-presente/ Wed, 21 Aug 2024 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84010 di Sandro Moiso

Luciano Parinetto, Transe e dépense, edizioni Tabor/Porfido, Valsusa-Torino 2024, pp. 56, 4 euro. Starhawk, Il tempo dei roghi, Edizioni Tabor/Erbas e salude, Valsus-Sassari 2024, pp. 80, 4 euro AA.VV., La guerra delle foreste. Diggers, lotte per la terra, utopie comunitarie, Edizioni Tabor, Valsusa 2024, pp. 50, 4 euro.

Inseriti tutti e tre nella collana Bundschuh, che richiama nel nome la “Lega dello scarpone” che riunì nelle sue file i contadini insorti in Germania nel 1525, i volumetti, già precedentemente editi, nelle intenzioni dei realizzatori intendono dare inizio alle celebrazioni del cinquecentenario di una delle più grandi rivolte [...]]]> di Sandro Moiso

Luciano Parinetto, Transe e dépense, edizioni Tabor/Porfido, Valsusa-Torino 2024, pp. 56, 4 euro.
Starhawk, Il tempo dei roghi, Edizioni Tabor/Erbas e salude, Valsus-Sassari 2024, pp. 80, 4 euro
AA.VV., La guerra delle foreste. Diggers, lotte per la terra, utopie comunitarie, Edizioni Tabor, Valsusa 2024, pp. 50, 4 euro.

Inseriti tutti e tre nella collana Bundschuh, che richiama nel nome la “Lega dello scarpone” che riunì nelle sue file i contadini insorti in Germania nel 1525, i volumetti, già precedentemente editi, nelle intenzioni dei realizzatori intendono dare inizio alle celebrazioni del cinquecentenario di una delle più grandi rivolte popolari e di classe avvenute a cavallo tra Medio Evo ed Età moderna, proprio quando ebbe inizio il salto definitivo verso la società dominata dal modo di produzione capitalistico.

La rivolta di Thomas Müntzer, dei suoi seguaci contadini e delle sue conseguenze è già stata in passato oggetto di numerose ricerche storiche, riflessioni politiche e narrazioni romanzate1, ma l’insieme dei testi qui presentati, che si spingono ben al di là dei confini temporali della guerra contadina, è tenuto insieme soprattutto dalla convinzione espressa chiaramente nel testo riguardante l’esperienza dei diggers guidati da Gerrard Winstanley nell’Inghilterra della rivoluzione seicentesca.

La storia dei Diggers, che nell’Inghilterra del Seicento si opposero a enclosures e privatizzazioni occupando terre comunali per «lavorare insieme e insieme spezzare il pane», non fu che un capitolo di una guerra più grande. L’affermazione della modernità industriale, infatti, fu tutt’altro che un pacifico e lineare progresso. Al contrario, soltanto una vera e propria guerra civile, che insanguinò l’Europa per secoli, rese possibile l’imposizione della proprietà privata e del lavoro salariato, il disciplinamento dei corpi e dei territori, lo sradicamento dei diritti consuetudinari delle comunità rurali.

L’Europa, di cui troppo spesso oggi si lodano e cantano le origini cristiane, si è formata nel sangue e nelle rivolte sconfitte contro i valori che il cristianesimo, il nascente Stato moderno, l’economia di mercato e lo sfruttamento sistematico dell’uomo sull’uomo e sulla natura portavano con sé e che dovettero essere imposti a forza, a suon di repressioni, processi, torture e terrorismo organizzato dal braccio armato della Chiesa e dello Stato che ne avrebbe ereditato la funzione sia giudicante che di formazione degli uomini e delle donne, secondo dottrine del tutto estranee agli interessi materiali di questi ultimi e alle loro credenze e conoscenze.

Un autentico processo di cristianizzazione forzata e di colonizzazione che anticipò e accompagnò quello che si scateno sui popoli indigeni delle colonie successivamente all’espansione europea nelle Americhe e negli altri continenti appena “scoperti” e conquistati. Come si donmanda Luciano Parinetto nel suo testo: «Tra il ‘500 e il ‘600 la cultura del capitale si instaura in Occidente e si sviluppa, anche grazie all’accumulazione originaria permessa dalla conquista dell’America. Fra ‘500 e ‘600 dilaga (in Europa e in America) la caccia alle streghe. Vi è un rapporto tra i due eventi?»2

Evidentemente una domanda retorica che serve allo studioso per spiegare come, a partire dall’esempio tratto dai Paesi Baschi, il diavolo degli inquisitori e dei giudici dei primi anni del Seicento non fosse altro che la rappresentazione demoniaca e immateriale di processi di produzione e riproduzione della vita che sfuggivano alle logiche dell’accumulazione capitalistica, negandole e rifiutandole.

Questo diavolo dei Baschi, piuttosto, pare incarnare la stessa economia basca, nel momento in cui quella, capitalistica, della monarchia francese, la stava cancellando, con l’annessione di una piccola regione al grande Stato, che avrebbe distrutto quella originale e diversa. Il rogo delle streghe basche serve infatti alla monarchia francese per eliminare una cultura autonoma antichissima, portatrice di una economia alternativa, quanto mai diversa da quella del capitale. […] Un’economia basata sullo sperpero e non sull’accumulo e, in quanto tale, somigliante a certe economie “selvagge” 3 che i conquistatori dell’America si erano trovati davanti agli occhi fin dai tempi di Cristoforo Colombo. […] Una economia del dispendio, fiduciosa nella materna e feconda natura che tutto spreca e tutto ridona, opposta a una economia che va cancellando la natura dietro lo streben incessante all’accumulo, alla valorizzazione4.

Sarebbe stato proprio un inquisitore dell’epoca, Pierre de Lancre, consigliere del re al parlamento di Bordeaux, incaricato da Enrico IV di Francia di condurre una crociata contro le streghe del Labourd, territorio basco ai confini tra Francia e Spagna, a mettere «in rapporto gli stregati baschi e gli stregati amerindi! I Baschi sono diversi, le streghe sono diverse, gli amerindi sono diversi; il Potere impersonale di Lancre è invece normale, come normali sono le stragi che compie per mantenersi e accrescersi»5.

Si potrebbe aggiungere, in virtù del titolo scelto per questa serie di interventi e recensioni, che Baschi, streghe e amerindi sono barbari ovvero estranei al sistema sociale e culturale che si è andato affermando, con la forza, in Europa nei secoli successivi al Mille. Sistema che, al di là delle banalità di base espresse dal movimento femminista borghese attuale e da Me Too, ha visto proprio nelle conoscenze e nelle pratiche femminili, nonché nell’autonomia economica e culturale delle donne, un autentico “mostro” da estirpare a qualunque costo. Così come dimostra il terzo dei tre testi qui recensiti, quello di Starhawk, Il tempo dei roghi. Nel quale, come affermano i curatori dello stesso:

L’autrice si domanda non tanto il perché della caccia alle streghe ma piuttosto perché si sia dispiegata proprio in quel preciso momento storico (non il “buio Medioevo” ma il “luminoso Rinascimento”). Così ci conduce nei secoli XVI e XVII, i secoli della grande trasformazione, che seguono la “scoperta del nuovo mondo” e la riforma protestante, i secoli dell’affermazione dello Stato nazione, della scienza moderna e dell’economia capitalistica. Un processo che si fonda innanzitutto sull’esproprio delle terre, delle risorse comunitarie, dei saperi e dell’immaginario a esse collegati. Le donne furono le più colpite da questo cambiamento in quanto il loro ruolo di cura e di controllo sugli eventi biologici rappresentava l cuore della vita e dell’autonomia delle comunità rurali. Perciò divennero il bersaglio della nuova classe di medici e burocrati borghesi e del loro ”sapere scientifico” – rigorosamente maschile – che non poteva ammettere conoscenze e pratiche estranee al loro monopolio (proprio come la Chiesa non poteva tollerare alcuna conoscenza a sé estranea). E’ proprio a partiredalla posizione delle donne del mondo contadino depositarie, delle conoscenze legate alle erbe e ai gesti terapeutici così come ai rituali e alle credenze precristiane, che si è costruita la figura della strega. Ma è un ritratto nato nelle carte dei processi e nel sangue delle torture e dei roghi6.

L’autrice, infatti, ci dimostra come il vero e proprio assalto condotto dallo Stato e dal Capitale contro le donne intese come streghe costituì, di fatto, il grimaldello con cui fu indebolita e fatta saltare l’unità di conoscenze e pratiche delle comunità contadine nell’epoca degli espropri e delle privatizzazioni delle terre e dei saperi in nome del profitto e dell’arricchimento individuale.

Un processo che, certo, non durò un giorno ma che, più o meno coscientemente, portò all’attuale società dei saperi e delle ricchezze separate dal corpo sociale che le ha prodotte. In cui l’arricchimento del singolo individuo è diventato il segno del suo valore sociale e della su “perfezione” di stampo calvinistico, per cui il lavoro non costituisce più uno degli aspetti della vita collettiva, ma un’autentica etica cui sottomettere tutti gli altri parametri di giudizio e analisi dei risultati raggiunti.

Una trasformazione che ha completamente marcato i tempi successivi fino ad oggi, cercando di cancellare qualsiasi traccia della barbarie ancora presente in noi, anche qui in Occidente, e negli altri popoli ancora sottomessi alle logiche del Capitale e del colonialismo. Costringendoci a chiederci ancora di che cosa siamo stati espropriati e che cosa può aiutarci a resistere nella battaglia contro un nemico che è ancora in gran parte lo stesso di allora.


  1. Come ad esempio in Q (1999) di Luther Blissett/Wu Ming che non hanno mai apertamente dichiarato il grande debito nei confronti dell’Opera al nero di Marguerite Yourcenar (1968) per quanto riguarda le vicende ambientate nella città di Münster degli anabattisti guidati da Jam Matthyjs.  

  2. L. Parinetto, Transe e dépense, Tabor/porfido 2024, p. 5.  

  3. A proposito di “economie selvagge, potrebbe rivelarsi utile per il lettore la consultazione di R. Marchionatti, Gli economisti e i selvaggi. L’imperialismo della scienza economica e i suoi limiti, Bruno Mondadori editore 2008 e M. Sahlins, L’economia dell’età della pietra. Scarsità e abbondanza nelle società primitive, Casa editrice Valentino Bompiani, Milano 1980. 

  4. L. Parinetto, op. cit., pp. 13-14.  

  5. Ivi, p. 14.  

  6. Starhawk, Il tempo dei roghi, Tabor/Erbas e salude 2024, pp. 5-6.  

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Non bisogna mai tornare indietro, nemmeno per prendere la rincorsa https://www.carmillaonline.com/2024/04/10/mai-tornare-indietro-nemmeno-per-prendere-la-rincorsa/ Wed, 10 Apr 2024 20:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81795 di Sandro Moiso

City Lights e Collettivo Adespota (a cura di), Quando muoiono le insurrezioni. Italia 1922 – Germania 1933 – Spagna 1936-1939, Edizioni Colibrì, Milano 2024, pp. 400, 25 euro

Per battere Franco, occorreva prima battere Companys e Caballero. Per sconfiggere il fascismo, bisognava prima schiacciare la borghesia e i suoi alleati stalinisti e socialisti. Bisognava distruggere da cima a fondo lo Stato capitalista e instaurare un potere operaio che sorgesse dai comitati di base dei lavoratori […]. L’unità antifascista non è stata altro che la sottomissione alla borghesia. (Manifesto dell’Union Communiste, Barcellona, giugno 1937)

Il titolo di questa [...]]]> di Sandro Moiso

City Lights e Collettivo Adespota (a cura di), Quando muoiono le insurrezioni. Italia 1922 – Germania 1933 – Spagna 1936-1939, Edizioni Colibrì, Milano 2024, pp. 400, 25 euro

Per battere Franco, occorreva prima battere Companys e Caballero.
Per sconfiggere il fascismo, bisognava prima schiacciare la borghesia e i suoi alleati stalinisti e socialisti. Bisognava distruggere da cima a fondo lo Stato capitalista e instaurare un potere operaio che sorgesse dai comitati di base dei lavoratori […]. L’unità antifascista non è stata altro che la sottomissione alla borghesia. (Manifesto dell’Union Communiste, Barcellona, giugno 1937)

Il titolo di questa recensione, ripreso da Andrea Pazienza, serve a rendere bene l’idea del contenuto del testo appena pubblicato dalle Edizioni Colibrì e della necessaria e irrinunciabile radicalità dell’opposizione di classe al capitalismo, alle sue guerre e ai suoi sgherri fascisti, in divisa o meno che questi siano. Ma anche a ricordare, a un mese dalla sua scomparsa, Stefano Milanesi, militante NoTav e rivoluzionario, al quale questo libro sarebbe probabilmente piaciuto.

In un’epoca di ritornante e ammorbante dibattito politico e mediatico sul pericolo rappresentato dal fascismo per l’ordine democratico e il buon vivere civile, in entrambi i casi “borghesi”, la lettura dei testi contenuti nella raccolta curata dalla Calusca City Lights e dal Collettivo Adespota si rivela assolutamente necessaria, se non indispensabile ed essenziale.

Accompagnati da un lungo saggio, interessante quanto appassionato, di Gilles Dauvé (alias Jean Barrot), i diciassette testi che compongono l’appendice documentaria del volume spaziano dalle posizioni espresse da Amadeo Bordiga e dal Partito Comunista d’Italia a quelle di Errico Malatesta, dalla rivista «Bilan» a Otto Rühle, dalla critica radicale italiana ai militanti della Sinistra Comunista, in un mosaico di bilanci e riflessioni che vertono tutte su quanto sia dannoso per i movimenti di classe e il proletariato riporre qualsiasi fiducia nell’illusione di una possibile scelta tra democrazia borghese e autoritarismo fascista.

Soprattutto oggi, mentre si è lontani da una reale ripresa di lotte di classe allargate sia in Italia che in Occidente, ma è ancora dato il tempo per riflettere ed evitare il ripetersi di tanti errori passati, questi testi, niente affatto superati o inadeguati alla presente stagione, possono contribuire, soprattutto nel caso delle generazioni più giovani, a smascherare le trappole e a rivelare le menzogne con cui una sinistra “borghese”, ed oggi “liberale”, ha contribuito alla vittoria dei regimi più autoritari in nome della controrivoluzione e della difesa dell’ordine capitalistico nelle sue forme apparentemente “democratiche” e parlamentari”.

Se l’affermazione di Amadeo Bordiga che «l’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo», pur rivelandosi ancora un ottimo punto di partenza, è, forse, fin troppo nota, abusata e, sicuramente, mai del tutto compresa fino in fondo da coloro che l’hanno usata o denunciata, altre considerazioni e ricostruzioni contenute nel testo possono davvero rivelarsi sorprendenti, illuminanti e utili non soltanto per comprendere dinamiche risvolti di avvenimenti, battaglia e insurrezioni vecchie di un secolo, ma anche per tracciare una linea di confine invalicabile tra ciò che le lotte a venire potranno considerare come utile o dannoso per le tattiche e le strategie che dovranno, comunque, sforzarsi ancora di elaborare.

Per aprire, per così dire, le danze, è bene iniziare dal saggio di Gilles Dauvé1 che delimita immediatamente la cornice in cui inscrivere l’essenza del problema affrontato:

È un luogo comune quello di vedere nel fascismo lo scatenamento della repressione statale al servizio delle classi dominanti. Secondo la formula resa celebre da Daniel Guérin a partire dagli anni Trenta, fascismo = grande capitale. Logicamente, la sola maniera di sbarazzarsene è di mettere fine al capitale.
Fin qui, nulla da ridire. Ahimè, nel 99% dei casi, la logica porta immediatamente fuori strada: se il fascismo incarna il peggio prodotto dal capitalismo, bisogna evitare questo peggio, cioè si dovrebbe fare di tutto per favorire un capitalismo non fascista. Poiché il fascismo è reazione, cerchiamo allora di promuovere il capitalismo sotto forme non reazionarie, non autoritarie, non xenofobe, non militariste, non razziste, in altre parole un capitalismo più moderno, più… capitalista.
Pur ripetendo che il fascismo serve gli interessi del «grande capitale», l’antifascismo si affretta a precisare che, malgrado tutto, nel 1922 o nel 1933, la soluzione fascista avrebbe potuto essere evitata, se solo il movimento operaio e/o i democratici avessero esercitato una pressione tale da impedire ai fascisti di prendere il potere. Se, nel 1921, il Partito Socialista Italiano e il giovane Partito Comunista d’Italia si fossero alleati coi repubblicani per sbarrare la strada a Mussolini; se, all’inizio degli anni Trenta, la KPD non avesse ingaggiato con la SPD una lotta fratricida…l’Europa si sarebbe risparmiata una delle dittature più feroci della storia, la Seconda Guerra mondiale, il dominio nazista su pressoché tutto il continente, i campi di concentramento e lo sterminio degli ebrei.
Al di là delle giuste considerazioni sulle classi, lo Stato e il legame tra fascismo e grande industria, questa visione ignora che il fascismo s’inscrive nel quadro di un duplice fallimento: quello dei rivoluzionari, schiacciati dalla socialdemocrazia e dalla democrazia parlamentare, all’indomani della Prima Guerra mondiale; e, nel corso degli anni Venti, quello della gestione del capitale da parte dei partiti democratici e socialdemocratici. L’ascesa del fascismo – come ancor più la sua natura – risulta incomprensibile se viene isolata dal periodo che l’ha preceduta, dalle lotte di classe che hanno caratterizzato tale periodo e dai loro limiti […] Cosa c’è alla base del fascismo, se non la tendenza all’unificazione economica e politica del capitale, generalizzatasi dopo la guerra del ’14-1817? Il fascismo non fu che un modo particolare di realizzarla, peculiare di quei Paesi (Italia e Germania) in cui, benché la rivoluzione fosse stata soffocata, lo Stato era incapace d’imporre il proprio ordine, perfino in seno alla stessa borghesia.2.

Un protagonista delle lotte e dei partiti rivoluzionari e di classe dell’epoca, Amadeo Bordiga, avrebbe rafforzato queste ipotesi ancora in un’ultima intervista rilasciata nel 19703 contenuta nella presente antologia:

Il fascismo venne da noi considerato come soltanto una delle forme nelle quali lo Stato capitalistico borghese attua il suo dominio, alternandolo, secondo le convenienze delle classi dominanti, con la forma della democrazia liberale, ossia con le forme parlamentari, anche più idonee in date situazioni storiche ad investirsi degli interessi dei ceti privilegiati. L’adozione della maniera forte e degli eccessi polizieschi e repressivi ha offerto proprio in Italia eloquenti esempi: gli episodi legati ai nomi di Crispi, di Pelloux, e tanti altri in cui convenne allo Stato borghese calpestare i vantati diritti statutari alla libertà di propaganda e di organizzazione. I precedenti storici, anche sanguinari, di questo metodo sopraffattore delle classi inferiori provano dunque che la ricetta non fu inventata e lanciata dai fascisti o dal loro capo, Mussolini, ma era ben più antica.
[…]Divergendo dalle teorie elaborate da Gramsci e dai centristi del Partito italiano, noi contestammo che il fascismo potesse spiegarsi come una contesa tra la borghesia agraria, terriera e redditiera dei possessi immobiliari, contro la più moderna borghesia industriale e commerciale.
Indubbiamente, la borghesia agraria si può considerare legata a movimenti italiani di destra, come lo erano i cattolici o clerico-moderati, mentre la borghesia industriale si può considerare più prossima ai partiti della sinistra politica che si era usi chiamare laica. Il movimento fascista non era certo orientato contro uno di quei due poli, ma si prefiggeva d’impedire la riscossa del proletariato rivoluzionario lottando per la conservazione di tutte le forme sociali dell’economia privata. Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nel – l’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che [il] fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici4.

Certo, il proletariato italiano, tedesco e spagnolo aveva combattuto, armi alla mano e senza esitazione, contro la reazione borghese e i suoi cani da guardia. In Italia e in Germani i soldati si erano rivoltati durante il primo conflitto mondiale e, nel secondo caso, avevano nettamente contribuito a fermarlo. Ad esitare erano stati i partiti socialisti e socialdemocratici che pur di scongiurare il conflitto di classe che, come aveva scritto in una lettera Filippo Turati ad Anna Kuliscioff, se si fosse radicalizzato avrebbe travolto anche loro, avevano scelto di sostenere il conflitto mondiale nel caso tedesco oppure avevano optato, nel caso italiano, per un «né aderire né sabotare» che, nei fatti, aveva tradito le aspettative di un proletariato decisamente contrario alla guerra e, successivamente, di sostenere la Patria nell’ora del bisogno dopo Caporetto.

La difesa dell’ordine liberal-borghese aveva così finito col giustificare la repressione dei soldati in rivolta o, addirittura, di sporcarsi le amni cola sangue dei rivoltosi con la repressione dei moti berlinesi del 1919 e l’uccisione di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Ma ancor peggio sarebbe stato in Spagna dove a sconfiggere i moti rivoluzionari sarebbe stato il doppio apporto degli anarchici entrati nel governo repubblicano e l’opera di eliminazione delle frange intransigentemente rivoluzionarie portata avanti dai rappresentanti di Mosca e di Stalin in seno allo schieramento anti-franchista.

In Italia, in Germania e in Spagna l’avvento dei regimi fascisti non era dunque avvenuto soltanto a seguito di una sconfitta di uno schieramento rivoluzionario e proletario diviso al suo interno dall’azione delle formazioni più radicali quanto piuttosto dal freno che alla rivoluzione fu posto proprio dal non aver abbandonato del tutto le posizioni e le formazioni di carattere democratico e socialdemocratico in tempo utile.

Non a caso, però, i testi raccolti nell’antologia, mettono anche a fuoco il ruolo svolto dall’autoritarismo bolscevico-staliniano negli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre e, anche, al ruolo che in tutto ciò giocarono anche certe posizioni di Trotsky sulla militarizzazione del lavoro in patria e del gioco delle alleanze sui fronti internazionali e, forse soprattutto, in Spagna.

Riassumere qui, in poche righe e in poche pagine, le battaglie di allora e i dibattiti teorico-politici che le accompagnarono e ne discussero le sconfitte e le successive conseguenze è quasi impossibile, ma può ancora essere utile trarre qualche elemento dai testi contenuti in Quando muoiono le insurrezioni. Ad esempio un testo prodotto dai militanti della Frazione italiana della Sinistra Comunista e pubblicato sul periodico internazionalista «Bilan»5, in occasione della repressione dei rivoluzionari nelle strade di Barcellona nel maggio del 1937.

Il 19 luglio6 i proletari di Barcellona, a mani nude, schiacciarono l’attacco dei battaglioni di Franco, armati fino ai denti.
Il 4 maggio 1937, questi stessi proletari, muniti di armi, lasciano sul selciato molti più morti che non a luglio, quando dovettero respingere Franco. Oggi a scatenare la marmaglia delle forze repressive contro gli operai è il governo antifascista, che include gli anarchici e gode dell’indiretto sostegno da parte del POUM.
Il 19 luglio, i proletari di Barcellona sono una forza invincibile. La loro lotta di classe, sciolta dai legami con lo Stato borghese, si ripercuote all’interno dei reggimenti di Franco, li disgrega e risveglia l’istinto di classe dei soldati: è lo sciopero a bloccare i fucili e i cannoni di Franco, spezzandone l’offensiva.
[…] La milizia operaia del 19 luglio è un organismo proletario. La «milizia proletaria» della settimana seguente è un organismo capitalista appropriato alla situazione del momento. Per realizzare il suo piano controrivoluzionario, la Borghesia può fare appello ai Centristi, ai Socialisti, alla CNT, alla FAI, al POUM che, tutti, fanno credere agli operai che lo Stato cambi natura quando i suoi funzionari mutano di colore. Dissimulato fra le pieghe della bandiera rossa, il Capitalismo affila pazientemente la spada per la repressione del 4 maggio [1937], preparata da tutte le forze che, il 19 luglio, avevano spezzato la spina dorsale classista del proletariato.
Il figlio di Noske e della Costituzione di Weimar è Hitler; il figlio di Giolitti e del «controllo della produzione» è Mussolini; il figlio del fronte antifascista spagnolo, delle «socializzazioni», delle «milizie proletarie» è il massacro di Barcellona del 4 maggio 1937.
[…] È al riparo di un governo di Frente Popular che Franco ha potuto preparare il suo attacco. È sulla via della conciliazione che Barrio ha provato, il 19 luglio, a formare un ministero unico che fosse in grado di realizzare l’insieme del programma del Capitalismo spagnolo, sia sotto la direzione di Franco sia sotto la direzione mista della destra e della sinistra fraternamente unite. Ma la rivolta operaia di Barcellona, di Madrid e delle Asturie obbliga il Capitalismo a sdoppiare il suo ministero, a ripartirne le funzioni tra l’agente repubblicano e l’agente militare, legati da un’indissolubile solidarietà di classe.
Laddove Franco non è riuscito a vincere subito, il Capitalismo chiama a sé gli operai per «sconfiggere il fascismo». Sanguinoso tranello pagato con migliaia di cadaveri di operai per aver creduto di potere, sotto la direzione del governo repubblicano, annientare il figlio legittimo del Capitalismo: il fascismo. E sono partiti per le colline di Aragona, per la Sierra de Guadarrama, per le montagne delle Asturie, per la vittoria della guerra antifascista.
Ancora una volta, come nel 1914, è con l’ecatombe del proletariato che la Storia sottolinea sanguinosamente l’irriducibile contrapposizione tra Borghesia e Proletariato.
I fronti militari: una necessità imposta dalla situazione? No! Una necessità del Capitalismo per accerchiare gli operai e annientarli! Il 4 maggio 1937 dimostra chiaramente che dopo il 19 luglio il proletariato avrebbe dovuto combattere tanto contro Companys e Giral quanto contro Franco. I fronti militari non potevano che scavare la fossa agli operai perché rappresentavano il fronte della guerra del Capitalismo contro il Proletariato. A questa guerra i proletari spagnoli – sull’esempio
dei loro fratelli russi del 1917 – potevano rispondere solo sviluppando il disfattismo rivoluzionario in entrambi i campi della Borghesia – sia repubblicano che «fascista» – e trasformando la guerra capitalista in guerra civile per la totale distruzione dello Stato borghese7.

Ora non potendo citare tutta l’enorme mole di documenti riportati nell’Appendice, vale la pena di citare ancora un testo prodotto negli anni Settanta su «Puzz» nel 19758.

Con l’enorme slancio produttivo ricevuto dalla Prima Guerra mondiale, la società capitalistica si avviava a sostituire in maniera definitiva i propri presupposti (verso la realizzazione del dominio reale del capitale): passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo; trasformazione della legge del valore nella legge dei prezzi di produzione; concentrazione e centralizzazione dei capitali delle aziende; sviluppo del capitale monetario e fittizio, e generalizzazione del sistema del credito; predominio del lavoro morto sul lavoro vivo in tutti gli aspetti della vita associata e all’interno dell’individuo stesso; antropomorfosi del capitale; mistificazione del proletariato nelle classi medie; distruzione delle antiche classi medie e produzione delle nuove; evoluzione dello Stato da semplice «comitato d’affari della classe dominante» a impresa capitalistica
[…] A questo punto, la prima forma di democrazia rappresentativa, modo specifico di gestione nel periodo di dominio formale, e la sua politica, che mediava il conflitto costitutivo della società borghese tra interessi individuali e interessi generali, diventano inadeguate. Ora è il capitale stesso che direttamente unifica gli uomini per sottoporli al suo dominio; la politica, da suo strumento per affermarsi contro il modo di produzione precedente (e proprio in questa lotta, era ancora possibile, nel quadro della democrazia, un qualche intervento autonomo della classe oppressa), diviene suo prodotto immediato per la mistificazione e l’oppressione diretta. La comunità popolare nazi-fascista, orrendo sostituto della Gemeinwesen, realizzò, attraverso il corporativismo e l’apologia del lavoro, in quanto accessorio del capitale (unità armonica capitale-lavoro), la mistificazione democratica (democrazia = potere del popolo). Se nel fascismo il principio democratico sembra annullarsi, è perché in realtà esso si invera.
[…] Il potere al fascismo implicava però l’assorbimento totalitario di tutte le rappresentazioni politiche nello specchio deformante del capitale, ed escluse quindi i politicanti borghesi, liberali, cattolici e socialdemocratici. Dopo il conflitto del ’39-45, l’araba fenice della «nuova democrazia» saprà a sua volta far proprie le tecniche dell’organizzazione, propaganda e pubblicità fasciste, dello spettacolo sociale e politico, ma alla fragile rigidità dell’unico specchio (o con me o contro di me), riuscirà a sostituire un «libero» sistema labirintico di identificazioni prestabilite (o con me o «contro di me», ma sempre con me)9.

E questo è solo un assaggio di un testo antologico ricco, stimolante e, davvero, imperdibile per chiunque voglia iniziare a riorientarsi in mezzo alle chimere mediatiche e politiche che oggi tentano ancora, purtroppo riuscendoci troppo spesso, di irretire le coscienze e il desiderio di lotta e ribellione che anima le giovani generazioni e i lavoratori e le lavoratrici disorientati davanti ad un modo di produzione spietato, il cui unico destino non è quello di esser migliorato e, allo stesso tempo, salvaguardato nelle sue forme più moderne, ma soltanto quello di essere distrutto dall’insurrezione proletaria che non farà sconti a nessuno dei suoi funzionari e portavoce.
Né di destra né, tanto meno, di sinistra.


  1. Titolo originale: Quand meurent les insurrections (1999), La Petite Bibliothèque PDF de la Matérielle, ADEL c/o Échanges, BP 2475866 Paris Cedex 18, 2005. Si tratta di una versione interamente riveduta della “Présentation” a «Bilan». Contre-révolution en Espagne. 1936-1939, UGE 10/18, Paris, 1979.  

  2. G. Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni, ora in Quando muoiono le insurrezioni. Italia 1922 – Germania 1933 – Spagna 1936-1939, Edizioni Colibrì, Milano 2024, pp. 13-14.  

  3. Una intervista ad Amadeo Bordiga, Raccolta da Edek Osser, giugno 1970, in «Rivista di storia contemporanea», n. 3, settembre 1973.  

  4. Un intervista ad Amadeo Bordiga (1970) ora in Quando muoiono le insurrezioni, op. cit., pp. 112-113.  

  5. Plomb, Mitraille, Prison: Ainsi répond le Front Populaire aux ouvriers de Barcelone osant résister à l’attaque capitaliste, in «Bilan», Bulletin théorique mensuel de la Fraction italienne de la Gauche communiste, Paris, n. 41, maggio-giugno 1937, pp. 1333-1337.  

  6. Si tratta del luglio 1936, data di inizio del golpe franchista e della massiccia e inequivocabile risposta allo stesso da parte del proletariato barcellonese.  

  7. Piombo, mitraglia, prigione: così risponde il Fronte Popolare agli operai di Barcellona che osano resistere all’attacco capitalista, ora in Quando muoiono le insurrezioni, op. cit., pp. 213-215.  

  8. Francesco Santini – Joe Fallisi, La controrivoluzione «antifascista»…, in «Puzz», n. 19 – «Gatti selvaggi», n. 3, Edizione speciale, aprile-maggio 1975, pp. 17-20.  

  9. F. Santini – J. Fallisi, La controrivoluzione «antifascista», ora in Quando muoiono le insurrezioni, op. cit., pp. 335- 339.  

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