Kim Jong Il – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 28 Apr 2026 07:19:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Divine Divane Visioni (Cinema porno) – 79 https://www.carmillaonline.com/2018/01/18/divine-divane-visioni-cinema-porno-79/ Thu, 18 Jan 2018 22:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42820 di Dziga Cacace

Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

918 – Pulgasari di Shin Sang-Ok, Corea del Nord, 1985 Ecco, io un film nord coreano non lo avevo mai visto. E per il mio esordio ossequiente al cinema sotto l’egida di Kim Jong-il non potevo che scegliere Pulgasari, nome leggendario che evoca in tanti cinéphile boccaloni travaglio ideologico e immensa sofferenza. Devo anche dire che in Rete si trova qualche originale che ritiene il film realmente interessante. Beh, la storia della sua realizzazione lo rende curioso, ma [...]]]> di Dziga Cacace

Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

918 – Pulgasari di Shin Sang-Ok, Corea del Nord, 1985
Ecco, io un film nord coreano non lo avevo mai visto. E per il mio esordio ossequiente al cinema sotto l’egida di Kim Jong-il non potevo che scegliere Pulgasari, nome leggendario che evoca in tanti cinéphile boccaloni travaglio ideologico e immensa sofferenza. Devo anche dire che in Rete si trova qualche originale che ritiene il film realmente interessante. Beh, la storia della sua realizzazione lo rende curioso, ma bello, beh… no. Ma neanche discreto, passabile, accettabile… proprio no: è una vera merdaccia di film come raramente mi è capitato di vedere, il grado ultimo della fecalità su pellicola, vi assicuro. Ma prendiamola larga: il regista è Shin Sang-ok, un coreano sbagliato, del Sud, che al paese suo godeva di gran fama (era detto l’“Orson Welles sudcoreano”…) ma doveva anche sfangarla continuamente con censura e problemi produttivi. Mai saprò dell’effettivo valore del cineasta perché se pensa, come ha detto, che Pulgasari sia il suo miglior esito posso immaginare quali badilate di letame siano gli altri suoi film. Kim Jong-il – morto l’anno passato – voleva adeguare la cinematografia del suo paese a quella prodotta su scala mondiale che tanto ammirava. Dall’alto della sua pratica cineteca con 15mila titoli, il figlio di Kim Il Sung scrisse poderosi saggi di cinema e, di fronte alla cronica latitanza di talenti e capacità produttive a nord del 54° parallelo, decise per le maniere forti: fece rapire Shin Sang-ok (come del resto l’ex moglie e attrice Choi Eun-hee) e, dopo opportuna rieducazione, gli diede carta bianca. Shin girò diversi film fino a questo Pulgasari dopo il quale, complice una trasferta a Vienna, riuscì a imbucarsi nell’ambasciata USA con dei nastri registrati da donna Choi che provavano come i due fossero sotto ricatto e non volontariamente in esilio come sempre sbandierato dal regime nordcoreano.
Pulgasari dura un’ora e mezza ma vi assicuro che il tempo percepito è di circa una settimana. È un kaiju eiga, cioè un film di mostri o qualunque cosa significhi. Siamo nella Corea dell’epoca feudale (1400, quasi 1500, boh) e la vita, alle pendici delle montagne, è grama, sotto il giogo di una monarchia insensibile. Inde è il capo dei ribelli: esibisce una rambesca bandana e, pur sembrando Drupi, gode dell’amore della virginale Ami. Tanto per cambiare è in atto una carestia e il governatore pretende armi e metallo e confisca tutti i beni del villaggio dove vive Inde. Ci scappano calci e pugni e pure il morto: tragedia! Inde e il padre di Ami, fabbro, vengono imprigionati e rifiutano orgogliosamente il cibo, al punto che il vecchio, prima di schiattare, usa una polpetta di riso per sagomare una figurina antropomorfa cui chiede di salvare il mondo. Dolore e stridore di denti, anche per le scelte registiche ributtanti: è quasi tutto girato in studio, con luci alla cazzo di cane, montaggio prescolastico e una musica infestata di synth atroci. Ami, ad ogni modo, recupera il pupazzetto che finisce tra i suoi attrezzi da cucito. La ragazza si punge e una goccia di sangue finisce sulla figurina che, voilà, prende vita e comincia a nutrirsi di metallo. La cosa non smuove minimamente nessuno: “È carino!”. Risate e si va a dormire, ma il mostricciattolo fugge e cresce a vista d’occhio, mangiandosi tutto quanto sia metallico: maniglie, lucchetti e serrature. E pure la spada del boia che avrebbe dovuto decapitare Inde, così come le sue manette, tutto sgranocchiato come appetitosi snack. Il mostro, sempre più grosso, viene battezzato Pulgasari, l’immortale, e diventa l’arma che consente ai ribelli di opporsi finalmente al brutale tiranno.
Da qui parte una sequela eterna di combattimenti tra ribelli e potere centrale. Il canovaccio è sempre lo stesso: i rivoltosi rischiano grosso, poi arriva Pulgasari e si vince. Il tutto tra scene di massa drammatiche (come impeto e come effetto sullo spettatore), con armi risibili come letali pietre di polistirolo o fischioni e altri fuochi d’artificio spacciati per prodigi bellici pirotecnici. Un cacamento di cazzo eterno e dolente, non potete immaginare, con questo Pulgasari che è un panzone mangiametalli con la faccia da coglione, mezzo toro e mezzo maiale, e che si ha il coraggio di definire pure “molto intelligente”. Tra l’altro si vede chiaramente il povero attore che si agita sotto il costumone in gommapiuma con la cucitura sulla schiena, un sarcofago che deve averlo fatto sudare come in un bagno turco.
Il re capisce che la chiave per incastrare il mostro è Ami: la cattura e attira Pulgasari in trappola, in una gabbia a cui si da fuoco. E secondo voi che fa il nostro eroe? Si libera e si riparte. Dal punto di vista drammaturgico siamo a livelli infantili. Le scene di battaglia sono girate in modo dilettantesco, con sganassoni e capriole alla Bud Spencer e Terence Hill, ed è tutto avvincente come una partita di shangai. All’ennesimo confronto una freccia propulsa da polvere pirica piglia Pulgasari in un occhio: comprensibilmente il mostro s’incazza vieppiù e sgomina l’esercito per l’ennesima volta. Allora si fa ricorso a una fattucchiera in deliquio che lo strega e lo fa cascare in un orrido (orrido, sì, ma non quanto il film) dove lo sotterrano con delle pietre. L’esercito attacca i ribelli e, con mio sommo godimento borghese, Inde viene impiccato coi capelli sciolti al vento come Geronimo: devono avere qualche problema di parrucchieria da quelle parti, comunque. Vabbeh. I governativi festeggiano e Ami, che s’è finta prostituta, va a versare il suo sangue nell’orrido e Pulgasari riemerge dalla terra. I contadini attaccano la capitale, ma il re ha l’arma totale: una specie di involtino primavera pieno di esplosivo che finisce in gola a Pulgasari che repente lo risputa, sfasciando tutto. Roba da non credersi, con un’effettistica (a cura della Toho, quella dei vari Godzilla) che sarebbe parsa infelice in un telefilm come Megaloman, per dire, e un sonoro di una povertà clamorosa, con il clangore delle spade che neanche in un videogioco del Commodore 64. A questo punto i ribelli entrano in trionfo nel palazzo reale ma Pulgasari ha fame e – Franza o Spagna, purché se magna – diventa intrattabile, pretendendo altro metallo. La pazientissima Ami realizza che qui si rischia la fine dell’umanità e allora si nasconde in una campana e si fa mangiare, implorando il mostro, col suo sacrificio, di annientarsi per il bene della Terra. E Pulgasari sgrana gli occhi e si sgretola: dai detriti riemerge un Pulgasari cucciolo che si smaterializza ricongiungendosi col corpo esanime di Ami. E io: BOH.
Pulgasari sembra aver conosciuto incassi record alla sua uscita in Corea del Nord (beh, immagino che fosse imposto in sala tipo I soliti idioti quest’inverno qui da noi). In Giappone arrivò nel 1998, non ho capito con quale accoglienza, e poi venne distribuito anche in Corea del sud e pure negli USA, immagino per riderne di gusto o per compiacere qualche coprofago.
È una metafora del Capitalismo, con la sua fame inarrestabile? Oppure l’irriconoscente regista Shin ha voluto rappresentare con Pulgasari Kim Il Sung, padre della rivoluzione e Grande Leader ormai ingestibile come presenza? O ancora – e qui saremmo al top – ci sta dicendo che la Rivoluzione mangia se stessa? E CHI CAZZO LO SA?! È tutto confuso ideologicamente e non vedo come il regista possa aver voluto dare una qualche lettura sovversiva a ‘sta cacata. Potete attribuire tutto quello che volete, a questa clamorosa puttanata, anche che sia una satira delle diete carnivore, ricche di ferro e povere di verdura. Io non azzardo interpretazioni, valuto solo i risultati: non ho mai visto un film così orrendo. (29/2/12)

919 – The Artist di Michel Hazanavicious, Francia 2011
Fresco vincitore di una carrettata di Oscar, eccovi il film amato dai critici e dal pubblico più snob. Rientro perfettamente nella seconda categoria e ammetto il divertimento: l’opera di Hazanavicious è un intelligente e riuscito omaggio al bel cinema di un tempo, quello di circa 80 anni fa, che tracopia mimeticamente e in maniera scintillante. Muto, in bianco e nero, in formato 4/3, con tutti i temi cari alla cinematografia di quel periodo: la commedia passionale e patetica, con rovinose cadute di carriera come incredibili ascese rags to riches. Mettiamoci poi il gioco metacinematografico, l’uso dissimulato e intelligente del sonoro, diversi attori splendenti che non fan rimpiangere alcun dialogo (compreso un superbo cagnolino), musiche enfatiche anche riprese da altri film, un buon ritmo e l’immancabile happy ending, dopo il classico suicidio sventato. Un’opera così non può che far godere i critici che sui testi sacri del muto hanno studiato e che qui ritrovano in ammiccante filigrana. Il pubblico snob – che magari queste cose le ha già viste, ma è molto più probabile che no – ha un comprensibile compiacimento da scoperta. Saremmo nel midcult se The Artist fosse più facilino o facilone, ma Hazanavicious mi pare più intelligente che furbo e alla fine, Oscar o meno, il film l’han visto mica in così tanti. Un giocattolo carino, molto, che fa tenerezza. E una recensione borghesissima, lo ammetto. (Dvd; 4/3/12)

920 – Rome di Aa.Vv., Gran Bretagna/USA/Italia 2005
Sarà che ho appena finito di lavorare con Pippo Baudo (…) e tornando a casa – chissà perché – mi viene una voglia di antichità, di Storia, che tosto soddisfo col cofanetto di Rome comprato anni fa. La prima serie l’abbiamo già vista nell’edizione televisiva italica, mutilata di violenza e sesso per non turbare gli spettatori Rai, ci mancherebbe. Questa è quella uncut e decidiamo di ripartire dall’inizio, tanto la memoria della prima visione è pressoché scomparsa, annebbiata tra pannolini, pappe e sveglie notturne per l’allora piccolissima Sofia. Rome racconta la vicenda di Giulio Cesare (interpretato da un indiano che pare Paolo Calabresi, il Biascica di Boris) attraverso le storie di due poveri diavoli che son sempre a mezzo e, con abili sottigliezze narrative, si evince che i fatti scatenanti siano sempre dovuti a loro, micce loro malgrado della dinamite romana. Lucio Voreno (Boris Becker, uguale) e Tito Pullo (uno yankee che più non si può) sono ovunque, ad Alesia come a Farsalo (scampando in mezzo a 5000 vittime alla tempesta che ha annientato la flotta di Marco Antonio) come nel letto di quella drogata di Cleopatra. Lucio Voreno è diviso tra ambizione e dovere, mentre Tito Pullo è tutta minchia e il suo ideale è combattere, razziare, scopare, bere e fumare (dice proprio così… ma ai tempi dei romani si fumava? Scopro di sì: salvia, alloro, erbette… pazzesco!). Di contorno il futuro Augusto, Ottaviano, una piccola merda di eccezionale intelligenza politica, e Ottavia, una poverina indecisa sessualmente, sempre pedina di altri. Tra i vari colpi di scena della puntata finale, Cesare ci rimane comunque secco, anche se non pronuncia lo storico tu quoque. L’esperimento narrativo e produttivo è interessante, la messa in scena sontuosa, le inesattezze storiche a go-go (documentate con perfidia da Wikipedia) ma chi se ne frega. La cosa che più lascia perplessi, però, è la teoria di facce WASP o le inaspettate somiglianze, come Marco Antonio che sembra Teo Mammucari, furbetto, zozzetto e amatissimo dai suoi soldati. Il plot storico è adattato e non ci vedo niente di male e l’unica attendibilità che sembra rispettata in pieno è quella della realtà spicciola e quotidiana: pensa un po’, anche gli antichi romani trombavano, tradivano e facevano le scritte sui muri. Ringraziamo che ci vengano risparmiate le dita nel naso, le palline fatte con le caccole e le scoregge liberatorie. Molta attenzione è dedicata poi alla religiosità e alla superstizione, con il fato come arbitro dei destini: guai ad andare contro la Fortuna! (Cosa che salva Voreno e Pullo infinite volte da Cesare). C’è anche dell’ironia con il ciccione che al Foro romano fa il telegiornale e alla fine annuncia che le notizie sono state offerte dallo sponsor. Che dire, in conclusione? Serie magnifica che però va un po’ perdendo colpi e diventa progressivamente oscura e lenta, seguendo la caduta verso la tragedia del Divo Giulio, quello originale. (Dvd; marzo 2012)

921 – Il mondo esploso di Crumb di Terry Zwigoff, USA 1994
Se i fumetti di Robert Crumb vi sono sempre sembrati strani, dovreste conoscerne l’autore. E se lui vi parrà un tipo completamente fuori di coccio, allora non avete idea di come stiano messi i suoi fratelli. Questo il succo di un documentario notevole, costato nove anni di fatica e realizzato da un altro matto, un regista spiantato, amico di Crumb, capace di comprendere ciò che stava riprendendo, cioè il frutto doloroso della società americana: una famiglia che definire disfunzionale è fargli un grosso complimento. Repressione, consumismo, plastic people, cultura underground, depressione, perversione, sublimazione: in Crumb c’è tutto, sia nel documentario che nella vita e nelle opere dell’artista che, grazie al successo della sua “visione”, ha condotto un’esistenza più o meno normale. Due matrimoni, diverse storie, due figli. La sua vita artistica e sentimentale è raccontata attraverso le testimonianze, spesso scostanti e uncomfortable di chi gli è stato vicino. Diversamente Max e Charlie, i due fratelli, sono andati in malora. Il primo è ritirato a San Francisco dove dipinge quadri folli e bellissimi e medita su un tappeto di chiodi. Giuro. L’altro, Charlie, non esce di casa da anni, rinchiuso in camera sua. Anche lui un talento grafico eccezionale, lui più degli altri disperato di fronte alla vita, tanto che a un anno da fine riprese si suiciderà. Robert Crumb è famoso da noi per Fritz il gatto, ma è anche l’autore della copertina di Cheap Thrills, l’album che fece di Janis Joplin una star. Divenne popolare alla fine dei Sessanta, con le sue storie schizzate, perfette per l’epoca drogata e ribelle, e poi, man mano, cominciò a raccontare le sue ossessioni, passando attraverso il barbuto Mr. Natural o rievocando la sua adolescenza nel dopoguerra USA sessuofobico. Crumb disegna in modo incredibile, con pennino a china, pennello o rapidograph. È un commentatore satirico che non osserva soltanto, ma vive il disagio che rappresenta. Da artista vero, tormentato, bugiardo, misantropo (e “masturbatore compulsivo” secondo una ex, che ne ricorda anche il cazzo grossissimo), contento solo quando può ascoltare la sua collezione di dischi di jazz e blues delle origini, Crumb coglie le espressioni, la disperazione, i tic dell’americano medio assediato e represso dalla società. Assieme a lui – allampanato e con lenti spesse come fondi di bottiglia – ripercorriamo la sua storia girando per l’America e quel che viene fuori, appunto, è un documentario tradizionale nella forma ma dirompente nei contenuti. Non è un’agiografia, questa, e su Crumb è interessante ascoltare anche il punto di vista acuto di una femminista intransigente che lo bolla come pornografico, razzista e sessista (zero convincente invece il critico d’arte che lo esalta: un cialtrone che fa name dropping a caso per nascondere la sua ignoranza in materia). Documentario strepitoso, comunque. (Dvd; 31/3/12)

922 – Rome 2 la vendetta, di Aa.Vv., Gran Bretagna/USA/Italia 2007
Porca Juno! Ma non si può a metà di una serie cambiare faccia a un protagonista, dai! Ottaviano, uno che hai visto per 14 puntate ragazzo, di punto in bianco diventa una specie di cyborg, con l’espressività di un capitello. Anche Lucio Voreno ha un evoluzione che dal punto di vista recitativo è tremenda, siccome è nervosetto diventa tutto oscuro, ringhia, ha sempre lo sguardo torvo, sembra Boris Becker dopo aver saputo che la donna che gli ha dato un figlio usando il seme ottenuto con un rapporto orale avrà piene tutele economiche (è successo, lo so: è incredibile). In contrapposizione si accentua il lato da compagnone del buon Tito Pullo, che però – data la sua natura primitiva – incorre anch’egli in diverse vaccate. Come sempre grande violenza, tradimenti schifosi, nessuno “buono”. Al limite si apprezza la schietta onestà di Marco Antonio. Per il resto son tutti calcolatori efferati o pusillanimi (come Bruto che si riscatta con la morte pressoché suicida, dopo aver visto morire anche Cassio – legame omoerotico solo sottilmente adombrato). Divertente, ad ogni modo, ma inferiore alla prima serie. (Dvd; marzo e aprile 2012)

925 – Colpa mia, non di Lady Vendetta, di Park Chan-wook, Corea del Sud 2005
Barbara e io sbagliamo clamorosamente film, perché per un’opera del genere bisognerebbe essere freschi e cazzuti e invece quando ci accasciamo sul divano ci piomba sulla schiena tutta la fatica della settimana. Poi non vorrei sembrare razzista ma io ho confuso tutte le facce degli attori e per un bel po’ non ho capito chi fosse chi e cosa cazzo volesse dalla bella protagonista. Comunque trattasi di ennesima variazione sul tema della vendetta: lei (figuratevi se ricordo il nome) è stata 13 anni in carcere, accusata di aver ammazzato un bimbo di sei anni. Lì ha abbracciato la religione (cristiana) e s’è comportata da santa, difendendo o vendicando le compagne angariate. Poi uscita di prigione si dedica alla vendetta, perché lei non era assassina ma semplicemente complice inconsapevole e succube. Si fa aiutare dalle vecchie compagne di carcere (e di nuovo io non capivo una mazza) e fa un bel lavoretto pulito, in maniera non proprio prevedibile. Lady Vendetta è elegantissimo da un punto di vista formale, spezzettato in tantissime scene e trascinato per le lunghe al momento della vendetta vera e propria: l’ho sopportato e m’è parso inutilmente complicato tra diversi piani narrativi e temporali (prima del carcere, durante e dopo). Meno brillante e riuscito dei precedenti capitoli di Park, quindi? Mah! Ero troppo stanco per vederlo con la dovuta attenzione, però il cliente ha sempre ragione: non è che l’Auditel del venerdì sera sia ponderata mettendo in conto la settimana lavorativa, eh. Per cui, anche se so di sbagliarmi, giudizio non esaltato e – prima o poi – vendetta tremenda vendetta. (Dvd; 13/4/12)

926 – Una benedizione: Baraka di Ron Fricke, USA 1992
È come una legge non scritta: è il week end, arrivi più morto che vivo e nel mio caso è anche un week end lavorativo. Bene: le bimbe, ka-zam!, hanno tutte e due la febbre. Tanto per cominciare non si capisce perché in settimana, per portarle a scuola, la sveglia prima delle 8 sia un’operazione titanica, mentre il sabato siano belle arzille e rumorose già alle 7… E vabbeh. Fatto sta che verso le 11 cominciano le lamentazioni e le misurazioni, che con questi maledetti termometri elettronici sono un autentico terno al lotto. Ma siccome ho studiato Fisica all’università faccio diverse misurazioni, tolgo i risultati estremi e calcolo la media. Non c’è nulla da fare: hanno il febbrone. E Sofia, catatonica, subisce la mia imposizione: un film non narrativo, di pure immagini. Siccome Koyaanisqatsi le ha fatto un baffo, non si scompone quando faccio partire questo Baraka girato da Ron Fricke, direttore della fotografia dell’epocale film di Godfrey Reggio. Rispetto al capostipite qui c’è più ricerca formale e cromatica ma si sente la mancanza della musica di Philip Glass. E se alla fine, stringi stringi, il concetto è farci vedere la ricchezza e la diversità della Terra e dell’impatto dell’uomo su di essa, qui c’è più compassione (il titolo significa – in diverse lingue – “benedizione”), mentre Koyaanisqatsi era manifestamente critico, a partire dal titolo. Sono tante le immagine di devozione e preghiera (soprattutto all’inizio e nel finale) e a fianco della maestosità della natura si trovano anche tanti esempi grandiosi dell’inventività umana, artistica e tecnica. Se ne vedono anche gli effetti (in termini ambientali) e il costo (le fabbriche alveare o l’allucinante sequenza della selezione dei pulcini). E ancora una volta vediamo il traffico velocizzato che diventa un torrente di automobili o le masse di pendolari che scorrono come sangue nelle vene della metropolitana. Ma il film di Reggio aveva una natura più sperimentale e astratta, forse frutto anche dei diversi materiali confluiti durante gli anni. Baraka invece risponde a un disegno più preciso e ambizioso: la bellezza e l’orrore, cioè l’umanità, dal rapporto placido col creato (gli indios, gli aborigeni, le risaie terrazzate a Bali) a quello impazzito (i pozzi in fiamme in Iraq). Non stupefacente perché visto in casa e non in una sala, come previsto utilizzando la pellicola a 70 mm. Però bello, molto, e apprezzato anche dai 7 anni di Sofia. (Dvd; 14/4/12)

927 – La maledizione della prima luna di Gore Verbinski, Usa 2003
Altro film, ma stavolta sceglie Sofia, che si toglie una soddisfazione: in classe sua La maledizione della prima luna l’han visto tutti e soffre di complessi, la piccina che si vanta con nonchalance di Koyaanisqatsi. Tale e quale a suo padre. Purtroppo. Il film è divertente ed è evidentemente per bambini, ma siccome gli USA sono un grande paese l’han visto diverse milionate di adulti. Botte, botti, duelli e schermaglie anche verbali. La regia è molto ritmata, ricca di invenzioni cinematiche e in effetti non ci si annoia di fronte a questo aggiornamento che rubacchia qui e là, da Peter Pan al Corsaro Nero a Sandokan. Sforzo produttivo e cura realizzativa, appoggiandosi poi a un cast astuto: ci sono un lercio e autoironico Johnny Depp, una splendida Keira Knightley (non secca secca com’è adesso) e il belloccio Orlando Bloom. Di contorno quel Geoffrey Rush che mi sta sulle palle dai tempi del turpe Shine, ma che risulta effettivamente bravo. E poi è sempre un piacere rivedere Jonathan Pryce che non è invecchiato di un giorno dai tempi di Brazil. Film divertente, da pop corn e Coca Cola. Per pensare, rivolgersi ad altro (ma chi l’ha detto che io pensi, quando guardo un film?). (Dvd; 14/4/12)

928 – Esanime, Watchmen di Zack Snyder, USA 2009
Il week end di fuoco volge al termine e Barbara rifiuta in maniera odiosa qualunque cosa le proponga: la mia collezione di Dvd sovietici e di documentari in bianco e nero viene ufficialmente maledetta con un tremendo anatema. Allora facciamo ricorso a un film scaricato per mera curiosità e per stupido imitativo desiderio di possesso: se ce l’ho è quasi come se lo avessi già visto. Adesso però tocca vederlo sul serio. Barbara, orfana di Marco Antonio e di Rome, pensa che dei supereroi siano meglio che niente e allora ci imbarchiamo nell’avventura. Ed è una rottura di palle micidiale. Scritto (e disegnato) ancora durante la guerra fredda, Watchmen è la saga di un gruppo di ex supereroi messi da parte, alle prese con problemi esistenziali e la voglia di mettere fine all’equilibrio del terrore tra le due superpotenze. Ci riusciranno in maniera per nulla convincente (in termini narrativi), in un film lungo, noioso, calligrafico senza motivo, con protagonisti dei complessati cretini in costume. Mah! Me l’hanno consigliato Fabrizio e Max, ma forse la soddisfazione di Fabri partiva dalla riuscita trasposizione del fumetto (che mi ha consigliato per anni), mentre per Max si tratta di depressione, cosa di cui solitamente accusa me. Io apprezzo la messa in scena, al limite limite, ma poi, in fondo, delle vicende di questi odiosi tizi mascherati al servizio di una nazione infantile non me ne frega niente. Non riesco a fare il salto, ad avere compassione per i supereroi ridotti a vivere come normali cittadini e – lontani 25 anni dall’epoca dei fatti – anche le motivazioni pacifiste sembrano artificiose e pare tutto una parodia della parodia che era The Incredibles della Pixar. Film senza scintilla vitale: Snyder è quello di 300 e sotto la confezione c’è il vuoto. (Dvd; 15/4/12)

930 – A me fanno schifo I Goonies di Richard Donner, USA 1985
Gruppo di bambini con facce da cazzo assortite si interrogano a ritmo letargico per oltre due ore su un mistero fasullo. Tesori nascosti, scheletri, schermaglie tra bande… bah. Sofia apprezza ma a me non m’è piaciuto per niente – sarò stato stanco, indisposto, irritabile, che ne so – e non avendolo visto da ragazzo non ne conservavo neanche un ricordo positivo alterato dalla nostalgia. Da un soggetto di Spielberg, regia di quello che ha anche firmato Ladyhawke, altro film che andrebbe un po’ ridimensionato, e il primo Superman (idem c.s.). All’attivo Richard Donner ha, per i miei gusti plebei, giusto il casinaro Arma letale. Per il resto son perplesso e vi chiedo: per voi I Goonies è “mitico”? E mi dispiace, allora: avete avuto un’infanzia più disagiata della mia, eh. (Dvd; 29/4/12)

931 – Semplicissimo Cattivissimo me di Chris Renaud e Pierre Coffin, USA 2010
Un cattivissimo misantropo cui basta affiancare dei bimbi perché diventi buonissimo e amorevole. Non c’è molto d’altro a livello di narrazione in questo Cattivissimo me, che però possiede alcune trovate, è disegnato benino da un team francese e si fa vedere soprattutto per la frenesia cogliona e liberatoria dei Minions, dei tombolotti gialli al servizio del protagonista che blaterano in una sorta di esperanto babelico. E tanto mi basta, dai. Poi, en passant, ho visto anche le deliranti scene stracult di Paganini Kinski, sconclusionata biografia eretica ed erotica del violinista genovese. Va detto che vedere Klaus Kinski emaciato che puccia la lingua nella peluria di una figurante sconosciuta non sia cosa da eccitare neanche un monaco in clausura da decenni. Nel delirio annoto anche le apparizioni psichedeliche di Donatella Rettore: era molto bella; purtroppo oggi – come previsto da Splendido Splendente – può dire: “Io sorrido eternamente grazie a un bisturi tagliente”. E comunque l’album Kamikaze Rock’n’roll Suicide era un’operina stramba ma piacevole, giuro. Vabbeh, ho divagato. (Dvd; 11/5/12)

932 – La realtà è un uccello: 9 Songs di Michael Winterbottom, Gran Bretagna 2004
Esasperato da troppo cinema per bambini mi schioppo un peccaminoso Winterbottom, eclatante esempio di cinema d’autore con scene di sesso non simulato. E uno si chiede: perché? Quella raccontata è una storia d’amore: serve l’esplicitazione per renderla più vera, più credibile? O si cercava un successo di scandalo? O cosa? Cacace non sa, non risponde. Perché questo 9 Songs non respinge, non indigna, non scandalizza (figuriamoci), ma lascia proprio con un interrogativo: perché? Mah. Matt e Lisa – lui inglese, climatologo, lei americana in Gran Bretagna per studiare – si conoscono a uno dei tanti concerti che punteggiano (attraverso nove canzoni) il film. Si vedono, si piacciono, scopano e poi dormono abbracciati, in intimità immediata, simple as that. Io a vent’anni tornavo dai concerti gonfio di pipì, con un principio di sciatica e sudato da far schifo. Devo aver sbagliato concerti, non so. Qui sono fatali i Black Rebel Motorcycle Club e poi via via ascoltiamo brani di Primal Scream, Franz Ferdinand e qualche altro british che ha caratterizzato gli anni Zero del rock (gli ultimi, purtroppo). Canzoni che sono inni alla giovinezza, alla frustrazione, alla voglia di esplodere. In effetti si sente il desiderio, quella pura energia dei corpi, delle menti, l’ansia positiva e la fame di futuro, di pelle, di baci, come a mangiarsi il corpo, dopo tanti morsi e leccate.
Tra una song e l’altra (e anche Michael Nyman al piano, nel concerto per i suoi 60 anni) strisce di cocaina, pianti, breakfast e cene, irritazioni e qualche parola che si vorrebbe emblematica, fine alla fine del rapporto: questi sono carucci, con la bellezza della gioventù, sodi, guizzanti, arrapati e con una confidenza corporea che ma io ho avuto né, ormai, avrò. La cinepresa digitale, impudica e addosso ai corpi, è come se partecipasse ma non c’è un vero crescendo psicologico e narrativo (se non forse in termini di provocazione visiva, arrivando – dopo cunnilinctus, footjob, dildo e altro – a un rapporto orale mostrato esplicitamente fino alle liquide conseguenze). Ma io vorrei un’emozione sincera non solo realistica, perché qui è tutto enunciato, dato, senza crescita vera. E alla fine, di fronte a questa cruda esposizione minimale, mi manca l’emozione, non trovo compassione autentica né partecipazione. E mi dispiace perché alla fine il film – coraggioso, curioso – mi pare riuscito solo nelle intenzioni. (13/5/12)

933 – Indigesto Ratatouille di Brad Bird, USA 2007
Storia noiosa all’inizio, protagonisti poco attraenti, finale evocativo con richiamo proustiano all’infanzia per riabilitare il tutto. Diverse accelerazioni (inseguimenti virtuosistici e concitati percorsi mirabolanti) rendono passabile la storia, ma non posso appassionarmi alle vicende di una pantegana pelosa e gastronoma: solo degli americani potevano concepire una cosa così. E tutta la poesia del cibo scompare ogni volta che vengono confuse spezie, erbe aromatiche e sapori (nonostante la coltissima citazione dello zafferano dell’Aquila). Oggetto bellissimo che non funziona, Ratatouille globalmente delude: i critici che lo hanno osannato per fare i gggiovani che hanno scoperto la Pixar, tanto per cambiare non han capito nulla. (Dvd, 15/5/12)

934 – La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera di Stefan Herek, USA/Gran Bretagna 1996
Barbara è partita e io ho le mie armi segrete per mandare le bimbe a letto presto: qualche pappa peccaminosa e soprattutto uno scintillante film nuovo, questo. Definito da Elena la Carica dei 101 umano, si fa vedere e ha ritmo e trovate sceniche: non segue pedissequamente l’originale (qui gli animali non parlano) ma lo aggiorna senza risultare fastidioso, accentuando il sentimento di vendetta: i cattivi sono mazzulati a più riprese, con gusto, con l’apice di Crudelia Demon cacciata nella melassa e poi anche nel letame. Glenn Close è bravissima e Jeff Daniels ha ormai la faccia da gran bollito, ma se la cava assieme a un’attrice che sembra una triglia. Uno dei due cattivi è il Dr. House, comunque. (Dvd; 20/5/12)

(Continua – 79)

È ancora in libreria per i tipi di Odoya Divine Divane Visioni – Guida non convenzionale al cinema, con la preazione di Mauro Gervasini (direttore di FilmTV) e la postfazione di Giorgio Gherarducci (Gialappa’s Band)

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Divine Divane Visioni (Cinema porno 08/11) – 67 https://www.carmillaonline.com/2015/02/12/divine-divane-visioni-cinema-porno-0811-67/ Thu, 12 Feb 2015 22:00:11 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20555 di Dziga Cacace

Sbrighiamoci, prima che torni a tutti il buonsenso! (Re Julien, Madagascar 2)

ddv6701742 – Lo spietato capolavoro Old Boy di Chan wook Park, Corea del Sud, 2005 Certo, lo so: sono come un carcerato che, al momento della liberazione, troverebbe sollievo carnale anche in una bambola di plastica dura, quella coi bordi taglienti. Però, oh, ve lo giuro: questo Old Boy è un capolavoro, un film di rara bellezza e intensità. E ha tutto per farmi bene oggi che il cinismo televisivo è ormai diventato un mio sinistro tratto costitutivo accompagnato alla spocchia di chi non vuole misurarsi [...]]]> di Dziga Cacace

Sbrighiamoci, prima che torni a tutti il buonsenso! (Re Julien, Madagascar 2)

ddv6701742 – Lo spietato capolavoro Old Boy di Chan wook Park, Corea del Sud, 2005
Certo, lo so: sono come un carcerato che, al momento della liberazione, troverebbe sollievo carnale anche in una bambola di plastica dura, quella coi bordi taglienti. Però, oh, ve lo giuro: questo Old Boy è un capolavoro, un film di rara bellezza e intensità. E ha tutto per farmi bene oggi che il cinismo televisivo è ormai diventato un mio sinistro tratto costitutivo accompagnato alla spocchia di chi non vuole misurarsi con l’ignoto per paura di non capire. Questo è un masterpiece assoluto in salsa agrodolce. Dunque (e occhio agli spoiler, coreanamente agliati): Oh-Dae-Soo è un poveretto con un diavolo per capello, una sorta di Brancaleone incazzato come una pantera per aver passato 15 anni di prigionia in un appartamento, senza sapere per quale motivo meritasse la pena e chi lo avesse costretto lì dentro. La tortura atroce però non è stata solo la reclusione ma proprio il dubbio: la classica frase “cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?”. E quando il protagonista si trova all’improvviso libero, il suo unico pensiero è capire il perché e il per come. E vi ho già detto troppo. Film grandioso e agghiacciante, pieno di idee e violentissimo, ma di una violenza psicologica terribile, fuori scena, che non ti serve chiudere gli occhi: fa male lo stesso. Girato benissimo, fotografato da dio con gelida rarefazione cromatica, recitato e montato meglio, Old Boy ti spiazza e ti spezza con continui cambi di registro, in un vortice senza fondo. Eccezionale, insomma, anche al netto della mia difficoltà coi nomi coreani: ad un certo punto ho rimpianto i film dei tempi dell’autarchia, quando i protagonisti dei film stranieri avevano sempre nomi tradotti in italiano e tutto era molto più semplice (anche se un coreano di nome Rodolfo o Gioacchino farebbe strano, eh?). (Dvd; 29/4/09)

Pinocchio743 – Il truffaldino Pinocchio yankee, di Hamilton Luske e Ben Sharpsteen, USA 1940
Sofia rimane abbastanza indifferente alla favolona, io mi diverto amaramente a notare l’adattamento disneyano che ha regalato al mondo un Collodi completamente stravolto: rivoglio Mastro Ciliegia! Il disegno è splendido per ricchezza di dettaglio, morbidezza di tratto e cura del colore, ma gli sfondi testimoniano un’aberrante congiura semplificatoria, tipicamente yankee: l’architettura è completamente incoerente e predomina un inedito stile alpino-alsaziano remixato con un gonfio neocoloniale messicano. Passando ai personaggi molto zuccherosi, la fatina – possibile CILF (Cartoon I’d Like to Fuck, Cacace) per le mie fantasie malate – non mi attizza per niente: sarà il ricordo dell’agghiacciante Lollobrigida col capello bluastro nel Pinocchio televisivo di Comencini (sceneggiato che puzzava di povertà da ogni dove, ma era bello proprio per quel motivo) o perché qui è una slavata biondina che parla come una mentecatta e perdona sempre Pinocchio, tanto che il burattino ci ricasca ogni volta. Chissà se da Burbank han mai pagato qualche diritto agli eredi di Collodi: più che altro meriterebbero i danni, visto lo scempio subito dal libro. Considerato uno dei grandi capolavori Disney, in realtà è uno dei meno memorabili e dei più colpevoli. Ma non ho la forza per arrabbiarmi ulteriormente, dài. (Dvd; 16/5/09)

ddv6703744 – L’eccitante La bella addormentata nel bosco di Clyde Geronimi, USA 1959
Cinemascope grandioso, sfondi e architetture disegnati perfettamente e tratto spigoloso un po’ Fifties. Film molto carino, se si pensa che la vicenda è una fiaba da tre minuti tre di racconto. Sofia è ammaliata e non la spaventa la cattiveria della fata malvagia. Bene: dopo il composto pensierino da persona seria, il doveroso commento da vecchio porco: la principessa Aurora è finalmente una CILF (vedi pensierini sopra) niente niente male. Se le metti addosso un body rosso hai una perfetta popputa bagnina di Baywatch, dallo sguardo finto-virginale un po’ assente. Ma non deve essere neanche una brutta chiavata la strega Malefica, bicornuta, molto Suicide Girl ante litteram e con dei poteri magici che potrebbero garantire inediti fuochi d’artificio. Vabbeh, basta. Ah, no: ma cosa cazzo è un fuso? E un arcolaio?! Me lo chiede Sofia e non so rispondere, da sempre! (Dvd; 22/5/09)

ddv6704745 – Ancora strepitoso, E.R. Anno 7 di Michael Crichton, USA 2000/2001
La vita, la morte e tutto quello che sta in mezzo. Sarà la lontananza di oltre due mesi da un seriale tivù, ma questo mi sembra molto movimentato e adrenalinico. È evidente che gli sceneggiatori stiano concertando un diluvio emozionale inesorabile e ogni puntata ha un bel crescendo e diversi colpi di scena, sia drammatici che d’azione. Prendo ad esempio la numero 7, Rescue Me (e fate finta di conoscere il cast. Anzi, no: vi do due ragguagli ogni volta): Elizabeth (inglese, chirurgo, fidanzata di Benton) scopre di aspettare un bimbo e viene denunciata per negligenza in sala operatoria; Mark (Ciccio, il capo del pronto soccorso) accerta la presenza di un tumore nella sua testa; Jing-Mei (tirocinante) affronta la madre tradizionalista che non sa che è incinta, di un nero oltre tutto; Benton (chirurgo, nero, tormentato) ha casini a non finire col lavoro, la fidanzata e la sua situazione familiare. Abby (infermiera) non riesce a liberarsi della madre bipolare ma continua il suo avvicinamento a Kovac (nuovo pediatra dell’ER), che ha appena scazzato con Carter (ricco e democratico) che deve stare attento a non drogarsi di nuovo… Ritmo tesissimo, dramma ai massimi livelli. I nuovi personaggi sono ormai ben ambientati e non c’è la sensazione che si stia prendendo tempo: le storie sono fluide e mettono alla prova i nervi e le ghiandole lacrimali spesso e volentieri. Non posso dire perché, perché già lo saprete essendo io impostato su un fuso orario indietro di dieci anni, ma questa è la penultima serie che vedo. Dopo non avrà più senso e sto già soffrendo. (Dvd; giugno e luglio 2009)

ddv6705746 – Il dionisiaco Madagascar 2 di Eric Darnell e Tom McGrath, USA 2008
Secondo episodio decisamente migliore del primo (già godibile, alla fin fine), con i quattro amici (leone, zebra, giraffa e ippopotama scappati dallo zoo di New York) finiti nella savana africana. La trama continua a essere semplice e leggibile, ma crescono esponenzialmente le caratterizzazioni, specialmente quelle dei personaggi secondari, e le gag funzionano. C’è uno straordinario villain, il leone Makunga, dotato di una mimica facciale incredibile come il suo avversario, il poderoso felino “alfa” Zuba; ma esaltano anche i quattro pinguini in missione impossibile, la vecchietta nemesi newyorchese di Alex (il leone del quartetto) e soprattutto quel grandioso inno all’imbecillità che è Re Julien, un lemure felicemente ambiguo e sessualmente lascivo, carogna e se possibile dedito alla crapula. L’animazione è di gran livello e i primi 20 minuti sono da antologia, come sintesi di racconto e ritmo indiavolato. Mentre il primo Madagascar cresce alla distanza, questo prende subito e c’è da augurarsi un terzo capitolo. A tanto son ridotto (29 giugno, Sofia: “Speriamo che stanotte dormi papà, eh… però mi sa di no, sai?”). (Dvd; giugno 2009)

ddv6706Il Grande Passo Falso 2009
Anticipare le vacanze assieme a una coppia di amici ci era sembrata una buona idea: rifugiarci in un villaggio evitando il caos e la calura d’agosto e dedicarci allo svacco più atroce, senza doversi preoccupare troppo dei bambini. Solo che abbiamo sbagliato tutto perché siamo finiti in una di quelle centrali concentrazionarie del divertimento che David Foster Wallace mi fa un baffo, anche se non saprò raccontarvela come lui.
Il luogo del delitto è il famoso Tanka Village, un resort oceanico vicino a Villasimius, nel sud della Sardegna. Non proprio a buon mercato ma provvisto di ogni comfort, ristoranti, teatro con musical (wow), anfiteatro con concerti, baby dance e altro ancora. Oh, del resto: lavoro, guadagno, spendo, pretendo.
E così ci ritroviamo immersi fino al collo nella fanga dell’Italia berlusconiana – di cui il nano è profeta massimo, ispiratore e perfetto faccia da cesso specchio riflesso – tra mandrie di villeggianti che immagini indebitati fino al collo per concedersi questa settimana di esibizione reciproca, dove ci si veste, trucca e parla come Simona Ventura e Costantino Vitaliano. Tutti giovani forever, ancora ragazzi a cinquant’anni, adulti mai: catenazze, collane, ori, argenti e mirre, pietre preziose, braccialetti, tatuaggi, orologi con quadranti grotteschi, vestiti a colori acidi, lamé e strappi ad arte, marchi, firme ed etichette, a coprire e scoprire pance che debordano, ombelichi su ventri rugosi, tette che crollano come l’Aquila e pelli istericamente abbronzate. Uomini e donne esibiscono le mutande fuori dai calzoni, unghie curatissime con la perizia di un amanuense e calzature che neanche Caligola nei periodi di minore lucidità: gli stivali in pelle (con 32° di temperatura media), però infradito. Giuro.
Mi sento il Numero 6 de Il prigioniero. Non capisco nulla.
Siamo abbacinati e sconvolti. Tolta l’oretta tardo pomeridiana jazz di tre scappati di casa che ascolto solo io, unico nel resort, non riusciamo a godere di nessuno dei benefit – snob del cazzo che non siamo altro – in imbarazzo costante con la t-shirt nera dei Deep Purple in mezzo a gente firmata Dolce e Gabbana. Per un volatile sollievo rimane l’edicola del villaggio, dove però trovi poca roba e ti devi accontentare di stampa sovversiva come Repubblica o il Corriere. A leggere cosa scrivono Pigi Battista o Ezio Mauro ti crollano i coglioni (questi orchestrano il dibattito politico nazionale con la credibilità di un Alvaro Vitali direttore di Segnocinema) e aumenta il nervoso. Guadagno quotidianamente le mie copie in mezzo a trogloditi che si fanno la mazzetta con Libero, Il Giornale, Chi, Visto, Novella 3000 e Di Più. Di più non so di cosa. Noto anche l’eccentrica con gutturale accento nordestino che chiede “il giornale di puszl, grazie”.
E poi siamo in coda, sempre in coda, sempre superati in coda, a pranzo e cena, guardando tonnellate di cibo buttato via. E per una Sofia che si diverte frequentando il kindergarten, c’è un’Elena che si rifiuta di farci dormire, rendendoci degli irritabili zombie catatonici: siamo giunti pressoché DOA, rischiamo di ripartire OPD. Nel caldo venezolano realizziamo che dopo una vacanza così servirebbe un’altra vacanza per riprendersi. Magari anche un po’ d’ufficio farebbe bene. Sicuramente un consulto psichiatrico.
Tento di movimentare la villeggiatura facendo uno scherzo al fraterno amico Ric, compagno di sventura. E’ fresco e vanitoso proprietario di una macchina insensatamente voluminosa e lo stuzzico lasciandogli sul parabrezza un biglietto: “La sua auto è grossa e me ne compiaccio, ma la mia lo è di più. Firmato l’inquilino della 256”. Me ne dimentico, sinché non mi viene a bussare alla camera la sera dopo. Apro la porta della stanza, lo vedo tutto rosso in volto, penso che mi abbia sgamato e invece lo sento dire: “Adesso vieni con me che devo spaccare la faccia al deficiente della stanza 256”. Siamo ridotti così, come dei miserabili, contagiati dall’aggressività consumistica del contesto.
ddv6707Le poche volte che mi avventuro in spiaggia sono vicino di sdraio di Mimmo Criscito (terzino del Genoa dall’italiano prealfabetico), del musicista Mario Lavezzi (ex Camaleonti e Flora Fauna Cemento, che importuno con un progetto strampalato di intervista che poi lascio perdere), del telecronista Mediaset Bruno Longhi (già bassista anche lui nei Flora Fauna Cemento, figuriamoci se non gli rompo le balle) e infine di Alessandra Mussolini, colpo di grazia che mi fa desistere da ulteriori frequentazioni del bagnasciuga (Mussolini, bagnasciuga… com’era la faccenda? Ah, che ci han fatto un culo come un rosone. Per fortuna).
Barbara riparte col demonietto in aereo e io ritorno in macchina percorrendo la Sardegna con Sofia e quasi per espiare mi fermo, nel sole di un primo pomeriggio, a Ghilarza, luogo gramsciano per eccellenza. Ci sono 42 gradi secchi, è tutto chiuso e non so cosa visitare. Che senso ha? Vedo una grande foto di Gramsci. Mi guarda severo, forse è un’allucinazione climatica. Sembra che muova le labbra. Sì, lo fa. Dice “Coglione”. (Luglio 2009)

ddv6708747 – Si può fare di Giulio Manfredonia, Italia 2008 e un delinquenziale Abel Ferrara
Si può fare è una buona commedia drammatica, popolare, come se ne facevano una volta, che tratta di disagio mentale senza essere farlocca o facilona. Poi, certo, c’è qualche cedimento alla retorica e alla lacrimuzza (nel finale) e più di una volta senti l’assonanza di troppo con Qualcuno volò sul nido del cuculo. Ma, ripeto, è un film onesto, non banale, che spazia da Basaglia a Forman, e in controluce ci parla anche di tradimento degli ideali e adattamento alla società “fredda” dopo il calore della contestazione giovanile. Insomma, tocco leggero e attento nell’affrontare un tema invece pesante, con qualche scena molto intensa (la scelta dei “nuovi” matti da portare in una cooperativa, liberandoli dall’istituto di cura) e altre molto divertenti (il sesso in gita aziendale, la stella a 5 punte “vista sui muri” e riprodotta senza intenzione). Claudio Bisio è in forma e il cast di facce azzeccate è ben diretto. Ritmo sostenuto, bel copione, fotografia discreta, musica divertente (i genovesi Pivio e De Scalzi blueseggianti e balcanici: un po’ alla cazzo, ma fan sempre piacere). Insomma: un buon piccolo film. A differenza di quello che ho visto venerdì 17 luglio, quando ho sopportato assieme a mio padre mezz’ora di Go Go Tales di Abel Ferrara, prodottino semplicemente allucinante. Certo, è ingiusto valutare dopo pochi minuti, ma sono mica la Cassazione, io. E come posso descrivervi il senso di dislocamento spazio-temporale di fronte al doppiaggio, la recitazione, le situazioni messe in scena, le facce da cazzo assortite e la totale mancanza di senso di questo film (se non aver raggirato un produttore che ha messo il grano perché Ferrara passasse qualche mese a Roma, tra alcol, polveri e baldracche)? Detto ciò, Abel viene sempre perdonato, avendoci regalato Il cattivo tenente e la slinguazzata tra Asia Argento e un rottweiler. (Dvd; 18/7/09)

ddv6709748 – Grindhouse – Death Proof, una defecatio post mortem di Quentin Tarantino, USA 2007
Che Tarantino fosse pericoloso, era noto. Perché è il brillantone che può anche imbroccare la serata storta e sfinirti di cazzate ed è quello che accade con questo film insensato, omaggio/parodia/calco dell’exploitation anni Settanta, talmente calligrafico e imitativo da risultare una fetecchia esattamente come le opere (…) che vuole omaggiare. A prova di morte è pervaso da quell’atmosfera malata che trovavamo in quelle cagate con regia e storie completamente scrause che solo le tivù private della nostra infanzia compravano e avevano il coraggio di mandare in onda. In più metteteci decine di citazioni incrociate di film propri e di amici, di slasher sconosciuti ai più, di poliziotteschi italiani e di film brutti e basta, in un frullatore dove non capisci più questo darsi di gomito col vicino rimbambito pure lui. Insomma, rimani stordito da questa messe immane di vaccate, ma il problema vero – alla fine – è nella lunghezza del film, nella pressoché totale mancanza di azione (a parte due scene) e nei dialoghi senza qualità, eterni ed esiziali. Quentin ha dichiarato: ho voluto celebrare le donne e le loro chiacchiere. Sarebbe da denuncia, ed esistessero ancora quei bei gruppi di femministe incazzate ne verrebbe fuori proprio una scena tarantiniana, con le scalmanate che se lo vogliono evirare. La confezione è d’altro canto divertente: si parte con titoli seventies bellissimi e si prosegue con programmatici errori di continuità, bloopers clamorosi, scavalcamenti di campo, salti di pellicola e di audio, giunte sporche tra i rulli, impronte, righe e spuntinature. La musica come sempre va a segno e anche la fotografia satura è notevole. Però, se in Kill Bill la voglia di giocare era assecondata da invenzioni narrative continue, qui no e ho presto realizzato che Quentin mi stava lentamente sodomizzando, me consenziente. A prova di morte dura due ore, sembrano sei e non ne meriterebbe mezza… solo gli ultimi 20 minuti hanno un po’ di consistenza (cioè pura e semplice ottusa azione). Se volete, il finale è anche divertente, però il film rimane una merdaccia, di una bruttezza e di una inconcludenza da non crederci. Grande il perfido Kurt Russell, deludente Rosario Dawson che sembra un pugile dopo 8 round, c’è pure un cameo di Tarantino, con una faccia che, se lo vedeva Lombroso, gli faceva comminare un ergastolo per direttissima. (Dvd; 20/7/09)

ddv6710749 – L’incredibile Azur e Asmar di Michel Ocelot, Francia 2007
Fiaba splendida, messa in scena con perizia cromatica inarrivabile. Si è investiti da geometrie e composizioni abbacinanti, mentre si racconta la vicenda di due fratelli uniti dalla vita e separati dal censo, dalla razza e dalla religione. Uno bianco, ricco e con gli occhi azzurri, l’altro arabo, crespo e che – dopo un’infanzia povera – è diventato un altero principe. Avventure a non finire, morale all’insegna della tolleranza reciproca, scoperte continue e un piacevole senso di serenità, avvolti dagli sfondi e dalle architetture sontuose. Nonostante ogni tanto pensassi al videogioco Prince of Persia, visivamente Azur e Asmar è eccezionale. Il messaggio conciliante e la speranza di dialogo tra Occidente e Oriente, riportano purtroppo alla natura fiabesca del racconto. (Dvd; 27/7/09)

ddv6711750 – Un bel colpo (secco): Slap Shot di George Roy Hill, USA 1977
La squadra di hockey va male, la fabbrica cittadina sta chiudendo e presto saranno tutti a spasso: operai e giocatori. Il coach che va ancora in campo, Reggie Dunlop, deve farsi venire qualche idea, anche perché come hockeista è ormai passé mentre come allenatore, con questi risultati, non se lo piglierebbe nessuno. E comincia a giocare sporco, ma mica come la Juve, no, niente Moggi: lui fa soffiate false alla stampa, irride gli avversari, usa ogni trucco a disposizione per creare spaesamento nel nemico ed entusiasmo nella sua squadra, demotivata e zeppa di cialtroni. E riesce nel miracolo, anche grazie all’arrivo nel team dei tre fratelli Hanson, che sembrano sfigati come Joey Ramone ma sul ghiaccio menano di brutto come Johnny con la sua Mosrite. E così i Chiefs di Charlestown cominciano a vincere, trascinano il pubblico, diventano consapevoli di risorse fino a quel momento nascoste, fino a un finale folle e veramente inaspettato. In mezzo ci sono incomprensioni linguistiche, fidanzate e mogli disperate, gelosie professionali e allenamenti a sollevare birre. Reggie ha la faccia furbetta di Paul Newman e alla regia c’è quella vecchia volpe di Roy Hill. Un po’ Stangata, un po’ Butch Cassidy, Colpo secco è un film solido, divertente e arguto, magnifico esemplare di quel cinema anni Settanta bello robusto. (Ri)Visto perché più volte citato dai Wu Ming come loro cult. Come dargli torto? (Dvd; 31/7/09)

ddv6712751 – Poesia: Wall E di Andrew Stanton, USA 2008
Riportando tutto a casa, tra 700 anni: una pianticella in mezzo alla rumenta, i nuovi primi passi dell’umanità. Pura poesia, digitale e umanissima, con una prima mezz’ora che è il cinema all’ennesima potenza, con protagonista un robottino sfigato in mezzo alla devastazione del pianeta. Incredibile. Come sempre, alla Pixar, spira la brezza del genio. Poi la vicenda diventa più ordinaria e fanciullesca, con la consueta corsa contro il tempo etc. etc. Però siamo sempre dalla parte del capolavoro, come caratterizzazione dei personaggi, tocco leggero, invenzioni. Sofia ha visto senza problemi la parte iniziale, muta (siamo noi adulti ad avere paura della mancanza di dialoghi. Anzi, siete voi!). Qualche apprensione normale per i suoi 4 anni nel concitato prosieguo. Significa che dovremo rivederlo. Spero presto. (Dvd; 5/8/09)

ddv6713752 – L’imbarazzante 24 – Stagione Sei di Joel Surnow e Robert Cochran, USA 2007
(Attenzione: spoiler a go-go). La sesta serie di 24 parte nel peggiore dei modi: nessuna plausibilità, tutto drammatizzato senza ritegno e senza equilibrio. Dopo che alla fine della splendida serie precedente Jack Bauer era stato sacrificato alla ragion di stato e consegnato ai perfidi cinesi, ecco che qui basta una telefonata del presidente (il fratello di David Palmer, il Kennedy nero) per farselo rendere. Barbuto, zozzo, tumefatto e ammutolito. Arriva che il cielo è ancora nero (le 6 e 13 di L.A.) e dopo 15 minuti c’è un sole che spacca le pietre e lui è sbarbato, pettinato, probabilmente profumato e pure con una manicure invidiabile. E sapete perché se lo son ripreso gli americani? Per darlo in mano a un terrorista islamico assetato di vendetta che in cambio rivelerà dove trovare il responsabile degli attentati che stanno mettendo sotto assedio gli USA. Ovviamente Bauer accetta (non fiata, obbedisce e va mestamente al macello; 20 mesi in mano ai cinesi devono averlo rincorbellito non poco… e non solo: c’è il consueto imperativo morale ricattatorio, l’higher good, il bene superiore, davanti al quale ogni considerazione etica va a farsi benedire, fino all’autosacrificio. Di questo ne riparliamo più avanti) ma ovviamente la faccenda non finisce qui. Come detto, il primo episodio fa abbastanza schifo. Il ritmo c’è e l’azione pure, ma manca la sospensione d’incredulità che ci ha tirati scemi per anni. Stavolta il miracolo non accade. E da qui in poi è un crescendo. Pretendere verosimiglianza sarebbe assurdo, è chiaro (tra l’altro verosimiglianza con cosa?). Ma questo non è più un thriller, è fantascienza. Al quarto episodio viene data l’immunità a un terrorista efferato, Jack Bauer fa secco un commilitone per difendere il succitato cattivone e poi c’è un bello champignon atomico sulla città degli angeli. Insomma, di questo passo arriveremo alla fine della serie con: lo scioglimento della calotta polare in poche ore, l’arrivo del Messia in Israele (quello vero, a questo punto), l’atterraggio degli UFO e la scoperta dei responsabili di Ustica… (nah!, così sarebbe troppo). Però non ci risparmiamo la consueta cagnara in un consolato straniero, una tragedia familiare shakespeariana, i terroristi che sono una masnada di montanari coglioni, il gusto – tra il menagramo e l’apotropaico – nel far vedere cosa potrebbe accadere (se non ci difendessimo a ogni costo) alla Land of the Free, la classica cospirazioncina bombastica interna alla White House e i “veri” patrioti che per amor della Nazione fan nuclearizzare il loro paese, così poi si può rispondere al fuoco, per Dio. Siccome vedere 24 è come fumare crack, rimaniamo scimmiati dalla serie anche stavolta e, va da sé, il divertimento c’è. Eccome, ma l’equilibrio perfetto (e subdolo) di altre edizioni s’è perso. Crediamo per sempre, perché ormai o si esagera ancor di più o sembra tutto all’acqua di rose. Il problema più grosso, ad ogni modo, è che l’inganno di 24 è diventato sempre più scoperto, non c’è più alcuna reputazione “democratica” da difendere: Jack Bauer, pentendosene sempre dopo e magari anche affrontandone le conseguenze (con lacrime coccodrillesche), travalica ogni volta i limiti: la tortura non è un metodo – aberrante e inumano a cui, Dio non voglia!, siamo stati costretti a ricorrere -, è il metodo e dagli e ridagli, per quanto forti siano le tue difese intellettuali, ti abitui a considerarla una brutta cosa che qualcuno deve pur fare per salvare il culo a tutti. Questa serie in particolare è scopertamente assolutoria e, se vogliamo, paradossalmente anche meno insincera del solito: tutti i politicanti ambigui, alla fine, fanno le scelte giuste per la Patria. E in fondo, a parte qualche arabo puzzone e qualche cinese infido, non ci sono veri cattivi. Per cui, sì, dopo anni, devo ammetterlo: 24 è una serie clamorosa, molto entertaining, molto destrorsa, decisamente bushiana. Mi verrebbe da dire che, no!, io so resistere e so godere solo del lato ludico. Ma poi la notte un po’ ci penso e ho i complessi di colpa. (Dvd; settembre e ottobre 2009)

ddv6714753 – Altro giro, altro capolavoro: Mr. Vendetta di Chan wook Park, Corea del Sud, 2004
Evidentemente questo regista è un genio. Qui c’è tutto quello che voglio da un film, oggi. Ho 40 anni, sono un ordinario rimbambito italiano, dormo poco o niente da un anno e mezzo e sono ancora lontano dal riprendermi. Ma soprattutto nella mia vita ho ingurgitato tonnellate di pellicola e ascoltato migliaia di storie. Per divertirmi, per pensare, perché ne valga la pena insomma, ho bisogno di una vicenda originale, che mi sorprenda e che mi appaghi. Sono come quella puzzona della signora in giallo con Ambrogio, quella col languorino, per capirci. Oh: lo so che non è facile, ma per godere devo trovare soluzioni espressive inedite. Un’estetica diversa, che mi stupisca e che mi faccia dire: a questo non ci aveva ancora pensato nessuno. Tanto meno io, te capì? E questo Park è grandioso: qui non c’è nulla di risaputo. Sembra tutto fresco, diverso. Dico “sembra” perché la distanza occidentale e la mia abissale ignoranza del cinema dell’est asiatico probabilmente ingigantiscono il sapore di novità, ma qui mi esaltano i volti, le ellissi narrative, le scelte fotografiche, gli snodi imprevisti. Questo è un film bello da vedere, tanto che potrebbe essere anche muto, ed è quasi perfetto perché Old Boy porterà al livello estremo le premesse di Mr. Vendetta. Riassunti non ve ne faccio, ma uno spoilerino insignificante sì: dopo trapianti senza anestesia, autopsie, torture con gli elettrodi, suicidi, annegamenti e colpi di mannaia o di mazza da baseball, alla fine trionfa la giustizia rivoluzionaria. E se un film così lo fa un coreano del sud, chissà che bocconcini ci riservano quei buontemponi del nord schienati dal cinefilo Kim Jong Il, eh. (Dvd; 11/10/09)

ddv6715754 – E ho pianto: Up! di Pete Docter e Bob Peterson, USA 2009
Interrompo il mio digiuno cinematografico in sala che dura da ben 515 giorni (per un film visto parzialmente, perché se dobbiamo a risalire a un film intero, i giorni di astinenza sono 679. Interessantissimo, no? La parola magica è: “figli”) e vado con Sofia a testare questo nuovo Pixar di cui si dicono mirabilie. E in effetti Up! è un film straordinario, un Frank Capra del nuovo secolo. Io piangevo di nascosto, tirando su col naso e mordendomi l’interno delle guance, e Sofia mi chiedeva preoccupata se stessi male. E piangevo dopo neanche dieci minuti (in cui si racconta con intensità impressionante la vita di una coppia), perché questi artisti geniali della Pixar hanno saputo costruire un inno all’avventura, all’amore e alla fedeltà alle idee seguendo i percorsi meno battuti e prevedibili. Il protagonista è un simil Spencer Tracy, molto incazzato coll’orbe terracqueo intero, sdentato e catarroso, talmente legato al vecchio mondo che grida (con la voce di Arnoldo Foà: 94 anni e non sentirli) “tagliati i capelli, hippie!” a uno yuppie. Si accompagna a un bimbo petulante, che conosce il mondo solo attraverso esperienze vicarie (dai libri ai videogiochi). Assieme scopriranno tante cose che, se le elencassi, il film sembrerebbe una stronzata. E invece è l’ennesimo capolavoro che ci dice che si può diventare adulti e rimanere bambini e liberarsi di tutto, anche delle cose che ci sembrano irrinunciabili, per volare di nuovo. Discutendo con amici, c’è chi individua nella moglie rimpianta la zavorra che legava il protagonista. Ma il problema è loro, non mio, e del resto le recensioni sono esercizi d’autoanalisi su sogni di celluloide condivisi. In sala c’erano pochi spettatori, nessun bambino e qualche liceale che viene al cinema per chiacchierare. Ah: il 3D, questo 3D, è pazzesco. (Cinema Gloria, Milano; 19/11/09)

(Continua – 67)

Qui le altre puntate di Divine divane visioni

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