Julian Temple – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 01 May 2026 10:56:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Semiologia di una svolta “epocale” https://www.carmillaonline.com/2025/03/12/linee-di-tendenza-e-svolte-epocali/ Wed, 12 Mar 2025 21:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87245 di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Ottanta. Dieci anni che sconvolsero il mondo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2025, pp. 348, 22 euro.

Fondamentalismo religioso, populismo, capitalismo d’assalto, uso distorto delle tecnologie: le origini del presente sono da ricercare negli anni Ottanta, quando tutto cominciò con due attentati: uno al papa, che si salvò e uscì vincitore dallo scontro con il “mostro” sovietico; l’altro a John Lennon, trafitto da quattro colpi di pistola alla schiena all’angolo della 72 ͣ con Central Park West. Faceva un freddo becco, quel giorno. Il mondo stava cambiando. (Diego Gabutti, Ottanta)

Giunti ancora una volta ad un [...]]]> di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Ottanta. Dieci anni che sconvolsero il mondo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2025, pp. 348, 22 euro.

Fondamentalismo religioso, populismo, capitalismo d’assalto, uso distorto delle tecnologie: le origini del presente sono da ricercare negli anni Ottanta, quando tutto cominciò con due attentati: uno al papa, che si salvò e uscì vincitore dallo scontro con il “mostro” sovietico; l’altro a John Lennon, trafitto da quattro colpi di pistola alla schiena all’angolo della 72 ͣ con Central Park West. Faceva un freddo becco, quel giorno. Il mondo stava cambiando. (Diego Gabutti, Ottanta)

Giunti ancora una volta ad un marinettiano e, ormai, tutt’altro che futuristico «estremo promontorio dei secoli» del mondo che conosciamo, o che credevamo di conoscere, torna utile riandare, con il testo appena pubblicato da Neri Pozza nella collana Colibrì, ad un altro svolto storico importante del secolo passato: quello degli anni Ottanta.

Diego Gabutti, con la sua lingua tagliente e lo sguardo ironico come al solito, ci conduce a rivisitare un momento in cui le illusioni dei due decenni precedenti, o forse quattro considerando tutto il tempo intercorso tra la fine del secondo conflitto mondiale e gli anni di cui si parla nel libro, sarebbero finite o, perlomeno, sarebbero state messe seriamente in crisi.

Sia chiaro, ad essere rimesse in discussione non furono soltanto le foscoliane illusioni del cuore, ma tutto l‘insieme di certezze di vario colore e senso politico, economico e culturale, su cui si era retto il mondo dei cosiddetti “Trenta ruggenti” ovvero gli anni intercorsi grosso modo tra il 1945 e il 1975, marcati da un’espansione economica che ebbe nell’Occidente, e in particolare nell’Europa del Mercato Comune, il suo baricentro consumistico e di benessere sociale.

Un ribaltamento delle prospettive che ha permesso in seguito di parlare di una sorta d nuova rivoluzione “conservatrice”, ammesso che una rivoluzione possa mai essere conservatrice, di cui Ronald Reagan, papa Wojtyla e Margaret Thatcher avrebbero costituito, ma soltanto col senno di poi, i deus ex-machina. Ma il cui primum movens fu forse quello di riportare nelle tasche dei “ricchi” ciò che per un illusorio momento era finito nelle tasche dei “poveri”.

Tutto questo secondo l’autore, e proprio in ciò risiede il maggior pregio del libro, non fu pianificato a tavolino, come troppo spesso le letture eccessivamente semplificate della storia e della politica vogliono suggerire, ma fu invece la conseguenza di una miriade di fatti di cui, pur non potendo elencarli tutti, l’autore ci racconta, più che spiegare, l’essenza in trentadue capitoli, più un Prologo ed un Epilogo, che vanno dal capodanno del 1980 con l’invasione sovietica dell’Afghanistan alla caduta del Muro di Berlino. Insomma: Dieci anni che sconvolsero il mondo, come giustamente recita il titolo.

C’erano state, nel giro di soli trent’anni, due guerre devastanti, guerre al di là d’ogni indignazione, perché come ci sono vignette comiche senza parole ci sono anche tragedie mute, o meglio ammutolenti: nubi di gas tossico sulle trincee, città incenerite, pietà l’è morta, il genocidio pianificato degli ebrei e degli zingari e prima ancora degli armeni, campi di lavoro, filo spinato, bombe nucleari, il nazifascismo e il bolscevismo sciamanti in ogni continente come la cavalleria dell’Apocalisse. Sembrava, ed era, la fine del mondo. Nell’ombra delle due guerre mondiali, vinte dai buoni ma non del tutto perdute dai cattivi, prendevano forma la cosiddetta «guerra fredda», che impazzava da un capo all’altro del pianeta, e il suo doppio sociologico: la guerra civile in permanenza che attraversava (e ancora attraversa) le società aperte, e che è la vera eredità del Novecento.

[…] Eppure, inconfutabile, di un’evidenza abbagliante, ecco il miracolo del secondo dopoguerra: rock’n’roll, piena occupazione, anticoncezionali e automobili col sedile ribaltabile che cambiano per sempre la vita sessuale dell’umanità occidentale, televisione, radioline a transistor, lo sbarco sulla Luna, la Beat Generation, Hollywood, un ascensore sociale funzionante a pieno regime, Volare oh-oh, il nascente turismo di massa, Elvis Presley, My Way, i Beatles, Satisfaction, la decolonizzazione, mutui facili da estinguere, il boom edilizio, i cineclub, Agente Lemmy Caution: missione Alphaville e Ma papà ti manda sola?, le vacanze al mare, sindacati potentissimi, generose (e precoci) pensioni per tutti, libertà di pensiero come nemmeno nei sogni più arditi degl’illuministi, libri economici diffusi in milioni di copie, il west di Sergio Leone, il movimento studentesco, la bestemmia non è più un reato, il femminismo, l’educazione permissiva, Il Padrino, la chirurgia dei trapianti e quella estetica, i vaccini, ogni sorta di miracoloso farmaco salvavita, l’età media che sale ad altezze vertiginose. Mai nella storia universale s’erano viste nazioni così opulente e generazioni così sazie, così istruite, così edoniste, e così politicamente impegnate, così militanti, e soprattutto così forever young, decise a rimanere giovani per sempre, come nel secondo dopoguerra, negli anni tra il 1945-46 e i primi Settanta, quando l’Occidente conosce una crescita e una trasformazione senza precedenti. Isole incantate e mari blu fin dove arrivava l’occhio.

[…] il capitalismo, qualunque cosa se ne sdottoreggi in giro, non è regolato da leggi; e non è nemmeno autocosciente, a differenza delle malmostose e iettatorie IA o intelligenze artificiali dei film di fantascienza (e oggi anche degli editoriali chic-choc dei giornali). Come sia capitato il secondo dopoguerra, e perché sia capitato, o dove abbia affondato le sue radici, non lo sa dunque nessuno, tanto meno lo stesso «grande capitale» (così s’ostinano a chiamarlo, duri, i marxisti pomposi e irriducibili) che pure di questa speciale festa è stato il generoso anfitrione. Non lo sa «il sistema», altro nome del babau sociologico che tutti sovrasta, e non lo sanno i chiromanti né gli economisti. Figurarsi se lo sanno gli editorialisti dei giornali, che tanto meno sanno e capiscono tanto più montano in cattedra. Capitato e basta – prima non c’era niente di simile o anche solo di paragonabile ed ecco che d’un tratto l’abbondanza era lì e il mondo si vestiva a festa – questo portento non suscitò sorpresa, ma fu dato per scontato, o meglio per dovuto, come se ci fosse sempre stato e così dovesse restare, eterno e inviolabile come un contratto sottoscritto col sangue nello studio odoroso di zolfo d’un notaio da melò luciferino1.

Eppure, eppure…un giorno o un anno o un decennio,,, all’improvviso…

Non ci fu mai, intendiamoci, una brusca frenata, tanto meno la crisi spaventosa profetizzata da Marx e corifei, come quando la produzione di beni si schianta, le banche falliscono, la gente si tuffa giù dai tetti e le strade si riempiono di senzatetto (tipo Furore di Steinbeck) che dormono all’addiaccio, arrostendo patate e cipolle rubate nei campi al fuoco crepitante dei falò. Niente di tutto questo. Solo che a un certo momento si dovette ammettere che il party dell’abbondanza era finito. Uno schianto, dopotutto, c’era stato.
[…] Morale: a metà dei Settanta, i nodi del boom (anzi dei boom, al plurale) vennero rapidamente, o meglio fulmineamente, al pettine – e la festa abortì. Un attimo prima rock’n’roll, l’attimo dopo ogni band taceva.[…] Nessuno s’aspettava né aveva previsto il saltafosso degli anni Ottanta esattamente come nessuno – venti, trent’anni prima – s’era aspettato o aveva previsto l’incantato Paese dei Balocchi del secondo dopoguerra. Non di meno l’incanto ci fu, e poi svanì2.

Tra tutte le storie che Gabutti ci narra nei capitoli successivi per illustrare, più che cercare di capire, le infinite cause che avrebbero portato al ribaltamento dei valori e delle tasche nel corso degli anni Ottanta, sembra particolarmente significativa la vicenda dell’incontro fatale, dostoevskiano si potrebbe quasi definire, tra una delle icone della cultura pop degli anni Sessanta e Settanta e un giovane sconosciuto e depresso della fine di quel periodo, che avrebbe in qualche modo contribuito a definire l’inizio del nuovo.

La data è fatale: 8 dicembre 1980, il primo anno del nuovo decennio sta per concludersi e, dal capodanno afgano all’elezione di Ronald Reagan, ha già visto succedere some weird things, alcune cose che, qualche tempo prima, sarebbero state considerate “strane” oppure impossibili. Ma lì, in quel momento e sulle scale che scendono dal Dakota Building, dove John Lennon vive con Yoko Ono, il sogno del punk più feroce di far fuori il rock e le rockstar precedenti, si avvera. Con spari, sangue, morto e tutto il resto. Altro che Sid Vicious nell’esilarante e feroce performance di My way messa in scena nel film The Great Rock’n’Roll Swindle di Julian Temple (uscito anch’esso nel 1980).

Il giovane (tenete a mente questo aggettivo) Rodion Romanovič Raskol’nikov, protagonista di Delitto e castigo, quando nella realtà si presenta sulla scena per fare la posta al cantautore di Imagine, veste i panni e i malesseri esistenziali di Mark David Chapman, bambino difficilissimo di Fort Worth, Texas occidentale, che in tasca non ha soltanto una Charter Arms Undercover calibro.38, ma anche una copia di The Catcher in the Rye, da noi Il giovane Holden, il romanzo di J.D. Salinger apparso in prima edizione nel 1951, all’inizio di tutto. «Holden Caulfield, il protagonista del romanzo, è l’Ur-adolescente –l’adolescente originario dei Fifties e Sixties e Seventies a venire.» Con Holden era cominciata l’avventura dei giovani ribelli «che si conclude bruscamente ventinove anni più tardi, l’8 dicembre del 1980, quando Mark David Chapman spara a John Lennon. Parentesi aperta, parentesi chiusa.»3

[Lennon] È stato un giovane della classe operaia inglese che ascolta Mystery Train e Rock around the Clock alla radio e capisce la musica meglio di quanto capisca o presti attenzione a qualunque altra cosa. Incontra un’anima affine, Paul McCartney, un altro musicofilo di Liverpool stregato come lui dal rock’n’roll, col quale mette in piedi una band e porta le canzonette orecchiabili dove non sono mai state prima: «tra i modelli di comportamento», dove secondo il filosofo [Bob Dylan] sono state di guardia fino a quel giorno, cioè prima dei Beatles e di quel che ne è seguito, soltanto le opere d’arte.»4

Forse Chapman, oltre che di americanissimo cibo spazzatura, si è nutrito di quelle canzonette e di quei modelli comportamentali. Mentre John, dopo l’incontro con Yoko, per così dire, si è intellettualizzato. Una miscela potenzialmente esplosiva:

patatine fritte nell’olio saturo e affogate nella maionese, manuali controculturali che inneggiano al furto e alla guerriglia, poster di Che Guevara, hot dog stracarichi di senape e ketchup e bacon e salse senza nome, John Lennon che canta Power to the People e Woman is the Nigger of the World (insomma canzoni sempre più ruffiane tirandosela da militante di sinistra, proprio lui che, quando cantava Revolution con Paul e Ringo e George, metteva bene in chiaro a futura memoria che non gli piacevano tutti quei ritratti del presidente Mao in giro per le strade e che non era il caso di chiedere soldi per la rivoluzione a lui e agli altri ragazzi, che di quelle sciocchezze non ne volevano sapere). Proprio Lennon ricapitola da solo l’intera stagione dei boom5.

Il fatidico incontro tra il “creatore” e il suo prodotto culturale e sociale, proprio come in Blade Runner di Ridley Scott (1982) i replicanti umanoidi cercano il loro ideatore per risolvere i loro problemi oppure ucciderlo, non potrà essere che catastrofico, finendo col definire una delle infinite linee di tendenza che avrebbero contribuito a fare degli anni Ottanta ciò che, poi, sarebbero stati.

Gli altri trentuno capitoli procedono in ordine cronologico accompagnando il lettore a scoprire i sintomi del cambiamento all’epoca in atto e l’infinito disordine che regna in un mondo retto da nessun fato. Di cui soltanto il caso e il caos possono delinearne il divenire futuro, al di fuori di ogni oggettività data per scontata e di ogni impossibile e fasullo sogno di “geometrica potenza” rigeneratrice.


  1. D. Gabutti, Prologo o delle utopie realizzate in D. Gabutti, Ottanta. Dieci anni che sconvolsero il mondo, Neri Pozza Editore, Vicenza 2025, pp. 12-15.  

  2. Ivi, pp. 15-17.  

  3. D. Gabutti, Pop. John Lenno e le culture della società opulenta in D. Gabutti, op. cit., pp. 58-59.  

  4. Ivi, pp. 59-60.  

  5. Ibidem, p. 59.  

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The Great Green Capitalism Swindle https://www.carmillaonline.com/2019/09/24/the-great-green-capitalism-swindle/ Tue, 24 Sep 2019 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54873 di Sandro Moiso

Julien Temple nel 1980, con il film The Great Rock’n’Roll Swindle, ci aveva informati, in maniera irriverente e trascinante, del fatto che non solo la musica pop con tutto il suo circo mediatico e mercantile, ma anche il fenomeno punk, apparentemente così trasgressivo e diverso come nel caso degli iconici Sex Pistols, altro non fosse che una ben congegnata truffa ai danni dei giovani consumatori. Anche di quelli più radicali nei gusti e nei comportamenti.

Oggi la grande truffa è diventata green, verde come quel capitalismo che in [...]]]> di Sandro Moiso

Julien Temple nel 1980, con il film The Great Rock’n’Roll Swindle, ci aveva informati, in maniera irriverente e trascinante, del fatto che non solo la musica pop con tutto il suo circo mediatico e mercantile, ma anche il fenomeno punk, apparentemente così trasgressivo e diverso come nel caso degli iconici Sex Pistols, altro non fosse che una ben congegnata truffa ai danni dei giovani consumatori. Anche di quelli più radicali nei gusti e nei comportamenti.

Oggi la grande truffa è diventata green, verde come quel capitalismo che in nome della propria sopravvivenza finge di rinnovarsi affinché nulla realmente cambi, sia nel suo devastante rapporto con l’ambiente che nei rapporti di classe, dominio e sottomissione che le sue regole economiche da sempre sottendono.

Greta Thunberg è sicuramente un personaggio ispiratore di grande simpatia e i giovani che si sono mossi dietro di lei e con lei sicuramente hanno molto a cuore il destino di questo pianeta e della nostra specie. Ma il discorso sulla casa comune, come ho già affermato la settimana scorsa proprio su Carmilla (qui), rimane profondamente inficiato dal fatto che in una società divisa in classi c’è ben poco in comune tra chi sta in alto (pochi) e chi sta in basso (la maggioranza, soprattutto nelle aree esterne all’Occidente o ai paesi del G dai vari numeri che lo accompagnano a seconda delle occasioni). Molto spesso, infatti, mentre le case di molti bruciano o vengono travolte dal fango o da altri disastri naturali (dall’Amazzonia a New Orleans fino ai nostri Appennini), in altre case si festeggia: non lo scampato pericolo come sarebbe lecito supporre, ma il guadagno che tali disgrazie altrui possono portare nelle tasche di pochi fortunati.

Pochi fortunati che dalla loro hanno a disposizione capitali, media, stati con i loro apparati repressivi e di intervento. Strumenti che di volta in volta vengono utilizzati per investimenti e ricostruzioni, per propagare l’idea di un futuro di sviluppo sostenibile oppure reprimere, con vari gradi di interdizione, tutti coloro o i movimenti che a queste situazioni di disagio e disuguaglianza economica e sociale cercano di opporsi con la controinformazione e con i fatti (là dove ciò è possibile).

Stati che almeno in una parte del mondo si dichiarano oggi preoccupati dall’attuale situazione di emergenza ambientale e/o climatica, proponendo di fatto soluzioni che più che provvedere a tirare immediatamente il freno a mano dell’inversione di tendenza immediata sul piano della produzione e dei consumi, oltre che della proprietà dei mezzi di produzione (uno dei più importanti dei quali è rappresentato proprio dalla terra e dalle risorse naturali contenute sopra e sotto di essa), propendono nel trovare nuovi territori di investimento proficuo e di rinnovamento economico e tecnologico per la macchina capitalistica e il modo di produzione che l’ha generata, e che ne consegue allo stesso tempo, affinché la stessa non si fermi. Sia nella produzione che nell’accumulo di profitti che ne derivano.

In numerosi scritti degli anni Cinquanta, sia in occasione delle alluvioni del Polesine che di fronte al rapporto che lega lo sfruttamento intensivo dei suoli alla rendita fondiaria, Amadeo Bordiga aveva già affrontato il problema. Fu forse l’unico comunista novecentesco a non avere paura di affrontare la fasulla realtà dello sviluppo proposto dal capitalismo e dai suoi funzionari, denunciandone l’avidità tutta tesa a lucrare sui cosiddetti “disastri ambientali” e, allo stesso tempo, senza ritenere, però, che il discorso sull’ambiente fosse soltanto un espediente per fermare lo sviluppo della classe operaia e delle sue forze organizzate (come taluni “estremisti” odierni sostengono, appellandosi truffaldinamente a Marx e al Manifesto del Partito comunista e alle vestigia di un’analisi imbastardita dal marxismo-leninismo staliniano che dello sviluppo industriale aveva fatto il nerbo del proprio discorso, sia in Unione Sovietica che in tutte quelle aree in cui fosse rappresentato dai cosiddetti partiti comunisti del Novecento).1

Tale necessità di introdurre il discorso di una critica del capitalismo, e dei disastri ambientali che ne conseguono inesorabilmente, fondata su reali istanze di classe resta tutt’ora valida e urgente. Valida perché anche se le teorizzazioni del comunismo novecentesco ispirato dall’esperienza sovietica si sono rivelate insufficienti e dannose nel concepire un società diversamente organizzata, in cui troppo spesso la visione del progresso ha finito col coincidere in tutto e per tutto con quella ispirata dallo sviluppo economico di stampo capitalistico, la società è rimasta ferreamente divisa in classi e il numero degli espropriati e dei diseredati è aumentato in maniera esponenziale, man mano che si riduceva vistosamente il numero di coloro che da tale espropriazione economica, politica e culturale traevano beneficio e profitto. Urgente perché effettivamente la situazione attuale del pianeta non farà ulteriori sconti alla nostra specie, in un contesto in cui i processi devastanti indotti dal mutamento climatico saranno probabilmente ancora più rapidi del timing che la scienza ha già previsto (qui).

Urgenza cui gli Stati e i grandi interessi finanziari ed imprenditoriali internazionali fingono soltanto di rispondere con opzioni (tasse destinate a colpire indistintamente i consumi popolari, fasulli tagli alle emissioni, promozione di grandi opere destinate a “migliorare i trasporti”, provvedimenti contro l’uso della plastica e dei carburanti fossili che richiedono tempi lunghissimi e che sono destinati a rivelarsi come inutili e, quasi sicuramente, dannosi sul lungo periodo) che sono autentica sabbia gettata negli occhi di chi si sforza di comprendere ciò che succede o che si illude di poter salvare la società senza modificarla radicalmente.

Illusione che anima, non per cattiva fede, un movimento come Friday for Future e i giovani che in maggioranza lo compongono, anche se la fiducia che alcuni di loro dimostrano ancora nei confronti dei concetti di sviluppo e progresso potrebbe portarli ad essere involontari portavoce non dell’interesse della maggioranza, ma di un ulteriore rafforzamento della profittevole bestia dello sfruttamento della Natura e dell’Uomo come specie.

Va qui poi notato come la stessa definizione di antropocene, adottata per definire le modificazioni che la nostra specie avrebbe indotto sul clima e sull’ambiente, tanto da diventare il fattore che maggiormente li influenza, è riduttiva e troppo generalizzante allo stesso tempo.
E’ un modo di produzione preciso quello che, a partire dal 1500 e dall’espansione del capitalismo mercantile, e poi estrattivista, europeo2 ha iniziato a modificare pesantemente il clima e l’ambiente su scala planetaria, motivo per cui il termine capitalocene è di gran lunga preferibile al primo. Non generalizza la colpa, ma indica precise e perseguibili responsabilità storiche e socio-politiche. Lasciamo perder il primo e usiamo il secondo, ogni discorso ne guadagnerà in chiarezza.3

C’è stato un gran can can mediatico in questi giorni sulla presenza di Greta alle Nazioni Unite, sulle grandi manifestazioni che hanno preceduto nei giorni scorsi l’apertura dei lavori del Youth Climate Summit all’ONU dal 21 settembre e, soprattutto, sul Climate Action Summit che è iniziato il 23 settembre presso lo stesso palazzo di vetro. Vetro che non ha però permesso di nasconder come dei 193 paesi che compongono l’assemblea generale, soltanto 66 di essi abbiano preso parte all’iniziativa, con la significativa auto-esclusione degli Stati Uniti (con una fugace e insignificante comparsata di Donal Trump e del suo vice), del Brasile e del Giappone (solo per citare alcuni dei più importanti assenti).
Mentre nuove e più devastanti guerre si delineano all’orizzonte per il controllo delle energie fossili, questa è la misura reale dell’interesse che il capitalismo e i suoi servi nutrono davvero nei confronti del cambiamento climatico, della salvaguardia dell’ambiente e degli esseri umani, soprattutto dei meno abbienti.

No future recitava uno degli slogan tipici del punk, molto prima che Greta lo denunciasse alle Nazioni Unite. Parole, quelle di Greta, che hanno allarmato il Presidente francese Macron tanto da fargliele subito denunciare come troppo radicali e destinate ad antagonizzare la società (qui). Ma, effettivamente, non ci sarà futuro per i giovani e per l’intera nostra specie se il modo di produzione capitalistico non sarà rovesciato a partire dal basso. Non esiste un modello di sviluppo sostenibile in ambito capitalistico. In tale contesto infatti lo sviluppo, inteso nei termini economici attuali, è sempre di più insostenibile, mentre il cosiddetto sviluppo sostenibile non può costituire altro che un fuorviante ossimoro.
Quasi quanto la protesta autorizzata dal Ministro della Pubblica Istruzione Fioramonti in occasione di venerdì prossimo 27 settembre, poiché, sempre secondo il ministro, tale protesta non può avere una controparte o qualcuno cui opporsi politicamente. Ovverosia una protesta disarmata in partenza, privata di qualsiasi capacità di individuare gli avversari reali.

Un’aprioristica depoliticizzazione e sterilizzazione della protesta giovanile che non impedisce allo stesso ministero di far sì che le scolaresche siano invitate ed accompagnate a visitare autentiche cattedrali della devastazione ambientale, come nel caso dei maxi-cementificio oppure degli impianti di rigassificazione, che con uno stile comunicativo greenwashing cercano di presentarsi come amici dei territori che contribuiscono a devastare.

Uno stile greenwashing che sembra accompagnare le promessi del capitalismo verde sia a livello nazionale che planetario, quando ad esempio si ripromette di eliminare le emissioni dannose entro il 2050 (come è stato fatto in questi giorni all’ONU), fingendo di ignorare che gli scienziati ci concedono ancora undici anni al massimo per agire nei confronti dell’emergenza climatica.

Una comunicazione che più che rivelare un nuova sensibilità delle imprese e dei capi di governo nei confronti dell’attuale devastazione ambientale, rivela il tentativo di rendere più sensibili i giovani e i lavoratori nei confronti dell’utilità e insormontabilità del modo di produzione capitalistico e dei suoi interessi, eternizzandone il modello di sviluppo e lo stile di vita.

Depoliticizzazione, sterilizzazione del conflitto e difesa di un ben preciso modello di distruzione della specie e dell’ambiente che i giovani che hanno preso la testa del corteo per il clima di Parigi di sabato 21 settembre hanno saputo concretamente rifiutare e rovesciare nel loro contrario. Così come d’altra parte il movimento NoTav continua a fare ormai da trent’anni.


  1. Di Amadeo Bordiga si vedano almeno gli assunti del Programma immediato della rivoluzione, meglio noto come Tesi di Forlì, del 1951; Mai la merce sfamerà l’uomo, oggi riproposto dalle edizioni Odradek di Roma e poi i testi (fili del tempo) contenuti in Drammi, gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, http://www.fondazionebordiga.org/Drammi-1.pdf  

  2. Andrebbe approfondita, in altra sede, l’origine della credenza popolare diffusa in varie aree del mondo secondo la quale si crede che colui che scopre una miniera, è destinato a morire in breve tempo. Si confronti: Mircea Eliade, I riti del costruire, Jaca Book 1990-2017, p.53  

  3. Si veda Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, Ombre corte, Verona 2017  

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