John Demjanjuk – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 26 Jul 2026 20:00:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Philip Roth, l’ebreo e l’altro https://www.carmillaonline.com/2026/04/28/philip-roth-lebreo-e-laltro-ebreo/ Tue, 28 Apr 2026 19:40:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94335 di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, [...]]]> di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.

Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.

Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.

Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo. Un Io altro nascosto dall’abitudine a frequentarlo senza riconoscerlo per quello che è davvero e che, magari, le convenzioni sociali e le narrazioni su cui si basano le fondamenta della comunità che circonda l’individuo abituano a considerare come espressione autentica del sé.

Una figura che diventa ossessione nel romanzo di Philip Roth, Operazione Shylock (Operation Shylock: A Confession, 1993) appena ripubblicato da Adelphi, che già aveva abitato altre opere dell’autore americano ma che, in questo caso, è identica in tutto e per tutto, fin nel nome (Philip Roth), a quella dell’io narrante ovvero l’autore stesso.
Anche se il doppio dello scrittore rinvia all’altro con cui deve fare fatalmente i conti chiunque appartenga alla comunità ebraica in qualsiasi parte del mondo, motivo per cui il romanzo sottopone all’attenzione del lettore il problema di quante siano le sfaccettature che tale identità porta con sé, fin dai tempi della sua invenzione mosaica2.

Roth (1933-2018), era, e rimane, secondo il critico americano Harold Bloom: «il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI» – poiché – «le complesse influenze di Kafka e Freud e il malessere della vita ebraico-statunitense produssero in Philip un nuovo genere di sintesi». Una sintesi in cui il problema dell’ebraicità è posto in maniera ironica, talvolta distopica come nel Complotto contro l’America (The Plot Against America, 2004 – ed. italiana Einaudi, Torino 2005), quasi sempre ferocemente drammatica e comica allo stesso tempo. Proprio come capita in Operazione Shylock la cui lettura, nonostante i problemi trattati, suscita in chi lo abbia tra le mani numerosi momenti di ilarità.

L’autentico capolavoro dello scrittore è da sempre considerato Portnoy’s Complaint (1969 – oggi in italiano come Portnoy nelle edizioni Adelphi, 2025), allo stesso tempo tragedia e commedia personale di Alexander Portnoy, un paziente ossessivamente monologante, preda di una nevrosi a sfondo sessuale, che dopo le iniziali accuse di oscenità si trasformò in un grande successo di vendite. Nonostante ciò, il filosofo israeliano Gershom Scholem, presidente dell’Accademia israeliana delle Scienze e delle Lettere, affermò che Portnoy’s Complaint avrebbe potuto causare un secondo Olocausto: «Questo è il libro che tutti gli antisemiti aspettavano», scrisse sul quotidiano «Haaretz», riferendosi al modo in cui gli ebrei venivano ritratti attraverso i ricordi del protagonista.

Gershom Sholem aveva in precedenza rotto ogni rapporto, nonostante l’amicizia che li legava da due decenni, con Hannah Arendt a seguito della polemica sorta tra i due a partire dalla pubblicazione da parte della seconda di La banalità del male3, nel 1963. Il testo era dedicato all’analisi del processo svoltosi a partire dall’11 aprile 1961 contro l’ufficiale Adolf Eichmann (1906-1962) — rapito in Argentina, quindi processato e giustiziato (1962) dallo Stato di Israele a Gerusalemme — che aveva offerto all’autrice e filosofa la possibilità di riflettere sull’eccezionalità, o meno, della Shoa.

Opera che ave fatto infuriare gran parte dell’ambiente intellettuale ebraico, alimentando fin dal suo apparire aspre critiche in tutto il mondo nei confronti della Arendt, rea di aver violato l’autentico tabù posto a fondazione e giustificazione storica dello Stato di Israele. Motivo per cui Sholem avrebbe scritto in una lettera a lei indirizzata il 23 giugno 1963:

«Perché, allora, il tuo libro lascia dietro di sé un simile sentimento di amarezza e vergogna, e non rispetto a ciò che viene riferito, bensì rispetto a chi riferisce? Perché il tuo resoconto occulta in così larga misura ciò che viene presentato in quel libro, che pure tu avevi giustamente voluto raccomandare alla riflessione? La risposta, per quanto io ne abbia una e che non posso tacere proprio perché ti stimo così profondamente, (…) [risiede in] ciò che ci divide in questa vicenda. È il tono senza cuore, spesso persino beffardo, con cui questa materia, che ci tocca nel centro reale della nostra vita, viene da te trattata. Nella lingua ebraica esiste qualcosa di assolutamente concreto e in alcun modo definibile che gli ebrei chiamano Ahavat Israel: l’amore per gli ebrei. Di tutto ciò, cara Hannah, non vi è traccia in te […] Non provo alcuna simpatia per quello stile improntato alla leggerezza di cui dai prova fin troppo spesso nel tuo libro. È in modo inimmaginabile inadeguato alla materia di cui parli»4.

I toni sono solo apparentemente più pacati rispetto a quelli usati successivamente con Roth, ma la sostanza rimane la stessa: il buon ebreo deve amare Israele e nel fare ciò non deve avere dubbi di sorta o fornire immagini fuori luogo della cultura e dell’identità ebraica. Non per nulla Scholem, oltre ad essere riconosciuto come il più autorevole pensatore di mistica ebraica, era a tutti gli effetti uno dei padri dello Stato di Israele, dove si era trasferito negli anni Venti, insegnando all’università dal 1925 al 1965, per poi essere insignito del ruolo di presidente dell’Accademia delle Scienze di Israele. Cui Hannah Arendt, docente universitaria negli Stati Uniti e autrice, tra le tante sue altre opere, di un fondamentale testo sulla barbarie totalitaria, le Origini del totalitarismo, avrebbe risposto con una lettera del 24 luglio dello stesso anno:

«Hai perfettamente ragione, non sono animata da alcun amore di questo genere, e ciò per due ragioni: nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né il popolo francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo “solo” i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo, è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo «amore per gli ebrei» mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere una parte essenziale della mia persona. La verità è che io non ho mai avuto la pretesa di essere qualcosa d’altro o diversa da quella che sono, né ho mai avuto la tentazione di esserlo. Sarebbe stato come dire che ero un uomo e non una donna – cioè qualcosa di insensato. So, naturalmente, che esiste un “problema ebraico” anche a questo livello, ma non è mai stato un mio problema – nemmeno durante l’infanzia. Ho sempre considerato la mia ebraicità come uno di quei dati indiscutibili, della mia vita, che non ho mai desiderato cambiare o ripudiare. Esiste una sorta di gratitudine verso ciò che è così come è; per ciò che è stato dato e non è, né potrebbe essere, fatto; per le cose che sono “physei” e non “nomo”»5.

C’è ancora da aggiungere che la Arendt aveva abbracciato la causa sionista durante gli anni dell’occupazione nazista dell’Europa, ma i seguito aveva duramente criticato non solo la pretesa dello Stato ebraico di dominare i territori abitati da milioni di arabi senza tenere conto delle necessità degli stessi, ma anche le figure politiche su cui tale pretesa si appoggiava, come scrisse in una lettera del dicembre1948, redatta insieme ad Albert Einstein, inviata al «New York Times».

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut)6, un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.
L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli Stati Uniti è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservatori americani. […]
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
[…] All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla comunità ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo7.

Non solo, poiché in un’altra occasione la stessa aveva scritto:

Il nazionalismo è piuttosto nefasto quando s’appoggia unicamente alla forza bruta della nazione. Un nazionalismo che riconosce la necessità di dipendere dalla forza di una nazione straniera è ancora peggiore. E’ questo il destino incombente sul nazionalismo ebraico e sul progettato Stato ebraico, inevitabilmente circondato da Stati Arabi e popolazioni arabe. Persino una maggioranza di ebrei in Palestina – anzi, perfino il trasferimento di tutti gli arabi di Palestina, come i revisionisti [sionisti] richiedono apertamente – non cambierebbe, nella sostanza, una situazione in cui gli ebrei devono, nello stesso tempo, chiedere la protezione di una potenza estera contro i loro vicini e pervenire a un accordo efficace con loro. […] se i sionisti continueranno a ignorare i popoli del Mediterraneo e a guardare unicamente alle grandi potenze lontane, finiranno coll’apparire strumenti o agenti di interessi estranei e ostili. Gli ebrei che conoscono la loro storia dovrebbero rendersi conto che una situazione del genere condurrebbe inevitabilmente a una nuova ondata di odio anti-ebraico, l’anti-semitismo di domani8.

Occorre partire da qui, dunque, per parlare del “doppio ebraico” di cui si parlava a proposito del romanzo di Roth, anche perché l’autore/narratore inizia la sua peregrinazione alla ricerca del suo alter ego a Gerusalemme proprio in occasione del processo reale, come molti altri fatti e personaggi presenti nel testo, a un tranquillo pensionato ucraino, tale John Demjanjuk, che i sopravvissuti di Treblinka accusavano di essere stato il più orrendo dei carnefici, noto con il soprannome di Ivan il Terribile. Fatto che è impossibile separare da quanto si affermava poc’anzi a proposito delle presenza di Hannah Arendt al processo Eichmann nel 1962.

Un processo, però, quello a Demjanjuk, avvenuto realmente e da cui l’imputato uscì assolto a differenza di Eichmann, che fornisce a Roth la possibilità di sottolineare gli elementi di “eccezionalità” della Shoa e tutte le narrazioni inerenti le sofferenze degli ebrei internati e della spietatezza dei loro carnefici; come, appunto, secondo Sholem anche la Arendt avrebbe dovuto fare per dimostrare il proprio amore per il “suo popolo”.

A quanto pare, Roth non seguì davvero il processo. E tanto meno si trovò di fronte, a Gerusalemme, a un quasi-sosia che si spacciava per lui, Philip Roth, e sotto la sua identità raccoglieva fondi destinati a promuovere un grandioso progetto, il diasporismo, ovverosia la partenza da Israele di vari milioni di ebrei ashkenaziti (i sefarditi a Roth interessano pochissimo) verso il loro paese di origine, la Polonia, dove il falso Roth è certo che saranno accolti a braccia aperte. Tali amorevoli sentimenti dei polacchi nei confronti dei loro ebrei gli sono stati garantiti da papa Giovanni Paolo II e da Lech Wałesa. Oltre a promuovere il diasporismo, il falso Philip Roth ha creato il gruppo degli Antisemiti Anonimi 9.

Un’operazione, quella dell’”altro” Philip Roth che crea un elemento di comicità, proprio a partire dal cozzo con la realtà dei fatti. Prima di tutto un papa polacco che proprio nel 1979 era stato il primo pontefice a celebrare una messa nel lager di Auschwitz, portavoce di un cristianesimo “polacco” che non si era distinto particolarmente nell’opera di salvataggio degli ebrei. Tema sul quale si sarebbe scatenata l’ironia di una scrittrice ebrea americana, Tova Reich, che nel 2007 avrebbe fortemente ironizzato sulla pretesa cattolica di darsi una ripulita dal precedente antisemitismo nel suo romanzo My Holocaust (Il mio Olocausto, Einaudi, Torino 2008).

Uno scioccante atto di accusa contro la banalizzazione della memoria e la cultura del vittimismo che non risparmia niente e nessuno, a parte le vittime, in cui due soci in affari, riconoscono nell’Olocausto un buon prodotto da vendere. Così Maurice Messer, un sopravvissuto ai campi con una storia personale confezionata ad hoc, e suo figlio Norman, una vittima «per delega» in qualità di membro della cosiddetta seconda generazione, decidono entusiasticamente di imporlo sul mercato. Intravisto il profitto dello Shoah business i Messer usano l’eredità dei 6 milioni di morti per indurre il senso di colpa e spillare denaro. Per convincere gli eventuali mecenati organizzano così dei tour in un Auschwitz mercificato dato in pasto a comitive di ragazzini che si rincorrono tra le macerie dei crematori e buddhisti che sbarcano il lunario dando consulenze sui chakra.
Una satira cinica e scandalosa contro lo sfruttamento dell’Olocausto e il gran circo del vittimismo auto-consolatorio attorno alla memoria di una tragedia.

Il secondo fatto è costituito proprio dalla figura di Lech Walesa, che da rappresentante sindacale fondatore di Solidarność prima e capopopolo successivamente, divenne presidente del paese, dopo la fine del regime comunista, nel 1990. In tale veste traghettò la Polonia attraverso la privatizzazione e la transizione verso un’economia di libero mercato e contribuì ad avviare un periodo di ridefinizione delle relazioni estere del paese, sostenendo l’entrata della Polonia nella NATO e nell’Unione europea.

Wałęsa, però, è anche sempre stato un devoto cattolico e amico personale di papa Giovanni Paolo II oltre che fedele alla Vergine nera di Częstochowa. Convinto oppositore dell’aborto, nel 1993, durante la sua presidenza, firmò una legge che limita tutt’ora gli aborti in Polonia. Questa legge ha annullato l’accesso praticamente gratuito all’aborto che esisteva dal 1956 ed è una delle più restrittive in Europa. A completare il quadretto resta ancora irrisolto il problema del contributo dato da Walesa ai servizi segreti polacchi e russi nel corso degli anni Settanta.

Nulla di più lontano dunque da un tranquillo rientro garantito degli Ebrei in Polonia dove, al contrario, come ha documentato Adam Michnik, i superstiti dei lager, una volta rientrati a casa furono talvolta eliminati dai vicini che nel frattempo si erano impadroniti delle loro proprietà10.

Ma il vero nemico per gli ebrei del mondo, come si afferma nel romanzo di Roth attraverso le parole del “falso” Philip, è rappresentato proprio dallo Stato di Israele, così come aveva anche affermato Primo Levi in un’intervista a «la Repubblica» del 24 settembre 1982, proprio in occasione del massacro di Sabra e Shatila compiuto a Beirut tra il 16 e il 18 settembre di quell’anno: «Il comportamento dell’attuale governo di Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei». Cui aggiungeva poi ancora:

Per Begin «fascista» è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. E’ stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini. Sì, Begin è stato suo allievo […] La mia condanna comunque è totale11.

Ecco allora che nelle pagine del romanzo l’antagonista, il falso Philip Roth ovvero l’altro dall’ebreo “vero” che dovrebbe essere, afferma: «Sono un nemico di Israele, se vuole usare certi toni sensazionalistici, solo perché sto dalla parte degli ebrei e Israele non fa più gli interessi degli ebrei. Dalla fine della seconda guerra mondiale Israele è diventato la minaccia più grave per la sopravvivenza ebraica»12. Mentre poco prima aveva affermato che «il sionismo ha esaurito la sua funzione storica»13.

Naturalmente per “l’antagonista di Gerusalemme”, come l’autore lo definisce, il pericolo non è soltanto fisico, legato all’odio crescente degli arabi nei confronti degli ebrei, ma anche, forse soprattutto, culturale. La realizzazione dello Stato di Israele, insieme al suo alter ego e involontario sobillatore, l’antisemitismo dei pogrom e dei lager, ha finito soltanto col dare vita a un paese i cui, come afferma Claire la moglie del “vero” Roth, «sono tutti armati. Per la strada, metà della gente gira armata: non ho mai visto tante armi in vita mia»14, dove non c’è posto per la “cultura ebraica” e contano solo l’identità e la promessa della realizzazione del Regno di Sion esattamente come per l’America trumpiana delle sette del fondamentalismo evangelico.

Ma se il pericolo apparentemente è rappresentato per gli ebrei di Israele dall’odio dei palestinesi, il romanzo è ambientato al tempo della prima Intifada “delle pietre”, nondimeno l’autore, attraverso la voce di un vecchio compagno di università palestinese, George Ziad, concede ai veri altri sul suolo di Israele le parole per esporre un differente punto di vista.

Israele trionfante è un posto spaventoso, spaventoso dove prendere un caffè. Questi ebrei vittoriosi sono gente spaventosa. E non intendo solo i Kahane e gli Sharon. Intendo proprio tutti, compresi gli Yehoshua e gli Oz. I buoni, che sono contrari all’occupazione della Cisgiordania ma non all’occupazione della casa di mio padre, gli “israeliani belli” che non rinunciano alle ruberie sioniste ma neppure alla coscienza pulita. Non sono meno sprezzanti degli altri: sono addirittura più sprezzanti. Che ne sanno dell’“ ebraicità” questi ebrei “sani e sicuri di sé” che guardano dall’alto in basso voi “nevrotici” della diaspora? È sanità, questa? È sicurezza di sé, questa? Questa è arroganza. Ebrei che fanno dei loro figli bruti in uniforme – e come si sentono superiori a voi ebrei che non sapete niente di armi! Ebrei che usano il randello per rompere le mani ai bambini arabi […] A scuola insegnano ai figli a guardare con disgusto l’ebreo della diaspora, a vedere l’ebreo che parla inglese, l’ebreo che parla spagnolo, l’ebreo che parla russo come un mostro, come un verme, come un nevrotico terrorizzato. Come se questo ebreo che adesso parla ebraico non fosse solo un altro tipo di ebreo, come se parlare ebraico fosse l’apice dell’affermazione umana! Sono qui, pensano loro, e parlo ebraico, questa è la mia lingua e la mia patria, e non devo andare in giro domandandomi di continuo: “Sono ebreo, ma che cos’è un ebreo?”. Non devo essere uno di quei nevrotici che si mettono in discussione, che si odiano, che si sentono alienati, che hanno paura. E di ciò che quei cosiddetti nevrotici hanno dato al mondo in termini di ingegno, arte, scienza, competenze e ideali della civiltà, di quello non si curano. Del resto, non si curano del mondo intero. Per il mondo intero hanno una sola parola: goy! […] Oh, che ebreo immiserito è questo israeliano arrogante! Eh già, autentici sono loro, gli Yehoshua e gli Oz, e allora ditemi, gli domando, cosa sono Saul Alinsky, David Riesman, Meyer Schapiro, Leonard Bernstein, Bella Abzug, Paul Goodman, Allen Ginsberg, eccetera, eccetera, eccetera? Chi si credono di essere queste nullità provinciali? Aguzzini! Ecco la grande conquista ebraica: ricavare dagli ebrei aguzzini e piloti di caccia-bombardieri!15.

Ecco allora che anche la voce dell’intellettuale arabo serve a Roth per dare voce a dubbi che lo divorano: «“Dov’è Philip Roth?” domandavo ad alta voce. “Dov’è andato?”. Non lo dicevo per fare scena. Domandavo perché volevo saperlo»16. Così come la depressione, che accompagnò lo scrittore nel periodo precedente alla stesura del romanzo, che costituisce anche una falsa confessione come afferma l’autore proprio nell’ultima pagina17, serve a manifestare la separazione dell’ebreo da se stesso, dopo secoli di persecuzioni e decenni di identarismo sionista che lo hanno reso sempre più confuso e schizofrenico in un contesto che richiede a molti di essere ciò che non vogliono essere. Come le manifestazioni dei giovani e meno giovani ebrei americani a favore della causa palestinese dopo il 7 ottobre hanno contribuito a dimostrare, al contrario della più che farlocca narrazione del contributo dato dalla Brigata ebraica alla Resistenza italiana18.

Pagine da meditare, quelle di Roth e del suo Shylock, non a caso tratto dal nome di una delle figure più contraddittorie e controverse ideate da William Shakespeare, una volta considerato che la questione del doppio ebraico ne apre una ben più universale: quella dell’alienazione dell’essere umano dal suo essere sociale. Indipendentemente dalla classe, etnia, religione di appartenenza o dalle sofferenze patite in precedenza e che lo giustificherebbero nel suo desiderio di disumanizzare a sua volta tutti i suoi nemici ed avversari. Anche di ciò il paria ebreo19 può costituire rappresentanza e non solo dell’odio reciproco instillato ad arte da forze destinate soltanto alla distruzione e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


  1. G. Toni, P. Lago, Identità, alterità, spazio. Introduzione a G. Toni, P. Lago, Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La cosa, Videodrome, Rogas Edizioni, Roma 2023, p. 21.  

  2. In proposito si vedano: S. Freud, Mosè e il monoteismo, Newton Compton Editori, Roma 2010; J. Assmann, Mosè l’egizio, Adelphi Edizioni, Milano 2000 e S. Sand, L’invenzione del popolo ebraico, RCS Libri S.p.a., Milano 2010.  

  3. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1964.  

  4. Cit. in P. Fisogni, Amare gli amici, non il popolo. La controversia Arendt-Scholem sull’Ahavat Israel, «Exăgère Rivista» marzo – aprile 2026, n. 3-4 anno XI.  

  5. Cit. in H. Arendt, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 2009.  

  6. Partito politico da cui deriva e ha le sue radici il partito di Netanyahu, il Likud, fondato nel 1973 proprio da Menachem Begin.  

  7. Albert Einstein e Hannah Arendt (più altri 48 firmatari), lettera al New York Times, 2 dicembre 1948.  

  8. H. Arendt, Zionism Reconsidered ora in Idith Zertal, Israele e la Shoa. La nazione e il culto della tragedia, Einaudi, Torino 2000, p. 165.  

  9. E. Carrère, Una di troppo, prefazione a P. Roth, Operazione Shylock, Adelphi Edizioni, Milano 2026, p. 12.  

  10. Si veda: A. Michnik, Il pogrom, Bollati Boringhieri editore, Torino 2007 e J. T. Gross, I. G. Gross, Un raccolto d’oro. Il saccheggio dei beni ebraici, Einaudi, Torino 2016.  

  11. P. Levi, «Io, Primo Levi chiedo le dimissioni di Begin», intervista rilasciata a G. Pansa, «la Repubblica» 24 settembre 1982.  

  12. P. Roth, Operazione Shylock, cit,. p. 53.  

  13. Ibidem, p. 42.  

  14. Ivi, p. 48.  

  15. Ivi, pp. 146-147.  

  16. Ibid., p. 31,  

  17. «Giusto per contraddirsi, perché contraddire se stesso, contraddire gli altri, contraddire il mondo intero è l’unico passatempo nonché l’unico patrimonio che Landsman e la sua gente possiedono.» in M. Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, RCS Libri, Milano 2007, p. 23.  

  18. Si veda: A. Fazolo, La Brigata ebraica. Una storia “controversa” dal 1944 ad oggi, 4 Punte Edizioni, 2026.  

  19. Si veda: H. Arendt, L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2017. Edizione originale The Jew as Pariah. A Hidden Tradition, 1944.  

]]>
Due anni senza Philip Roth https://www.carmillaonline.com/2020/05/11/due-anni-senza-philip-roth/ Mon, 11 May 2020 21:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59910 di Giovanni Iozzoli

Sono già passati due anni da quando Philip Roth ha abbandonato questo mondo. Aveva già lasciato da tempo il suo mestiere di romanziere, continuando a scrivere per sé, in una specie di esercizio automatico e quasi impersonale. Scrivere senza una ragione, senza un obiettivo, con la stessa naturalezza con cui un amante del legno pialla nel suo laboratorio, prima di cena. Scrivere perché non hai mai fatto altro, non puoi fare altro, per continuare a dare un senso vero, profondo, a quel che resta della tua vecchia vita.

Molto di [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Sono già passati due anni da quando Philip Roth ha abbandonato questo mondo. Aveva già lasciato da tempo il suo mestiere di romanziere, continuando a scrivere per sé, in una specie di esercizio automatico e quasi impersonale. Scrivere senza una ragione, senza un obiettivo, con la stessa naturalezza con cui un amante del legno pialla nel suo laboratorio, prima di cena. Scrivere perché non hai mai fatto altro, non puoi fare altro, per continuare a dare un senso vero, profondo, a quel che resta della tua vecchia vita.

Molto di quel materiale, prevalentemente saggistico, è stato raccolto e pubblicato un anno prima che morisse. Ma quello che Roth aveva davvero da dire lo aveva già scritto nei suoi romanzi: l’ultimo suo lavoro, Nemesi, è del 2010 . L’anno dopo dichiarò che si sarebbe ritirato perché continuando “avrebbe potuto fare solo disastri”: momento topico, il raggiungimento del punto di saturazione, dopo una vita interamente spesa “a rigirare parole”. E anche quello che c’era da scrivere, su di lui – presenza mondana ingombrante, spesso al centro di polemiche feroci e autentici atti di culto – è già stato scritto, tra biografie autorizzate e non – ottima quella di Claudia Pierpont Roth, a cui l’autore collaborò volentieri, nonostante il tono franco e non elegiaco dell’opera.

Ma qual è il lascito vero, ultimo, di questo gigante della letteratura americana contemporanea? Forse la sensazione che ha lasciato, nei suoi lettori più attenti, di non riuscire mai ad afferrare il segreto lontano di quella scrittura, qualcosa di nascosto, indefinito, pur nella estrema evidenza della pagina scritta, qualcosa di non catalogabile nei canoni tradizionali della critica. Philip Roth lascia sempre una domanda sospesa nell’aria: perché i suoi libri, le sue storie, i suoi personaggi, sono quasi tutti segnati da una cifra memorabile, imperitura, perché esercitano una fascinazione che solo i grandi classici riescono a impiantare nell’anima dei lettori?

In fondo Roth non era “il più bravo” della sua generazione. Riconosceva l’inarrivabile primazia di Saul Bellow; ammetteva pubblicamente che Updike – amico, poi nemico, sempre competitor –, con la sua saga del Coniglio, si era dimostrato tecnicamente superiore per la profondità descrittiva dell’America wasp sconvolta dal boom e dalla rivoluzione sessuale; sapeva di doversi misurare con un gigante come Don De Lillo – che pubblica Underworld lo stesso anno di Pastorale Americana. Lui stesso era consapevole di non essere il migliore, e lo ammetteva. Eppure: perché i suoi libri, almeno alcuni, danno l’idea di essere il lascito “del migliore”? Qual è l’ingrediente segreto di una scrittura potente, ironica, ma anche contorta, personalissima, colloquiale fino allo stremo, allergica alle esigenze di sobrietà che da sempre gli editor vanno predicando, senza mai sfociare nello sperimentalismo bislacco oggi di moda? Non era il “number one” ma dalle sue pagine si sprigiona una misteriosa scintillanza che tutti gli altri non possono non avergli invidiato. E questo a dispetto delle malriuscite trasposizioni cinematografiche (Dio ci preservi dall’ultima, la serie HBO ispirata alla geniale ucronia di Complotto contro l’America).

Fu un personaggio famoso, decisamente non schivo, anche se mai in cerca di pubblicità o visibilità gratuita. Rilasciava interviste, ebbe amicizie prestigiose con il gotha della cultura americana e si concesse più di uno sprazzo mondano – compreso un breve flirt con Jaquie Kennedy. Più di De Lillo, riusciva a unire pubblico e critica, ma la sua carriera letteraria non fu sempre rose e fiori.

Dopo l’esordio pruriginoso del Lamento di Portnoy, che tanta popolarità gli aveva dato consacrandolo come il più interessante dei giovani della sua generazione, affrontò una ventina d’anni di scrittura dalle alterne fortune. In questa fase si annoverano gioielli come Lo scrittore fantasma (in cui osa resuscitare l’icona santificata – e mummificata – di Anna Frank, immaginando di incontrarla negli anni ’60, confusa e attraente giovane donna di cui invaghirsi, in mezzo alle memorie ancora fumanti dell’Olocausto e l’ebbrezza di quel decennio pirotecnico, facendo incontrare nella finzione narrativa due universi lontanissimi). Ma anche anni di solenni stroncature, in cui le grandi aspettative sollevate agli esordi parevano non concretizzarsi mai pienamente, lasciandolo nel limbo degli “ex giovani” di talento tristemente inespressi.

Fu al giro di boa dei sessant’anni che Roth infilò la sfilza dei suoi capolavori, talmente letti e famosi – come La macchia umana – da suscitare lo snobismo di quei critici che lo avevano atteso al varco per anni, e adesso guardavano diffidenti agli enormi successi di pubblico.

Cosa era scattato, in quegli anni, per dargli la spinta decisiva? La vecchiaia incipiente – che con pudore chiamiamo maturità? Lo sblocco emotivo di alcuni nodi esistenziali, la sua uscita, come ha scritto qualche critico, dalla fase di “eterno figlio”, dal ribellismo emotivo e identitario, per entrare dentro – lui e il suo alter ego Nathan Zuckerman – la fase malinconica dei capelli bianchi, degli acciacchi, delle disillusioni? Probabilmente è questa condizione che lo porta a usare al massimo la sua forza, la chiave di lettura di ogni storia e ogni suo personaggio: il paradosso – l’incongruente, l’inatteso, lo sconcertante – portato allo stremo, con coraggio, risolutezza, senza le speranze giovanili a mitigarlo, con la spietatezza di chi non perde più tempo a dare un senso alla vita.

E proprio la sua identità ebraica, è il terreno di fondo del suo spirito di paradosso: mai uno scrittore ebreo, ufficialmente ateo e allergico alle rivendicazioni identitarie di molti suoi correligionari, aveva passato tanto tempo a parlare e fare i conti con la “sua” ebraicità. E questo con una ossessione, un puntiglio, uno scrupolo psicologico, da far invidia a un rabbino. La sua pretesa di essere considerato “un ebreo” senza tanti altri aggettivi, “come essere qualsiasi altra cosa, come essere una mela”, si scontrava con il suo continuo battere e ribattere su quel medesimo tasto irrisolto. Come il prurito della pelle segnata dalle ortiche: anche se sai che non fa bene, continui a grattare fino al sangue, se necessario – questo significava ebraicità per il laicissimo e peccaminoso Roth.

Lo stesso esordio di Portnoy fu traumatico, con le accuse pubbliche rivoltegli da ambienti religiosi, circa il presunto “odio di sé”, tipico delle minoranze vogliose di assimilazione, che la scrittura del giovane Roth, dietro spregiudicatezze e oscenità, in realtà pareva rivelare agli occhi dei suoi detrattori. Forse fu proprio quello shock a chiarirgli le idee: non doveva ritrarsi dalle polemiche, doveva scavare e scavare e ancora scavare dentro il filone aurifero della suo ebraismo, perché lì dentro c’era l’arte, lì c’era la vita, lì c’era il fuoco, e le ferite aperte che germinano letteratura.

E negli anni sfornerà una galleria di “moderni tipi ebraici” assolutamente non stereotipati, problematici, contemporanei, eppure segnati da un qualche arcaico rimando tradizionale: i vecchi padri ebrei, laboriosi indomiti e premurosamente oppressivi verso il destino dei figli; e figli come Seymour Levov, l’eroe di Pastorale Americana, che ha realizzato il sogno dell’integrazione americana persino nella eccellenza genetica, meritandosi l’appellativo di “svedese”, genitore e imprenditore modello a cui toccherà la più feroce delle nemesi paterne; e Sabbah l’ebreo gaudente, ripugnante e pure a suo modo romantico, che incarna il “perturbante”; e Rita Cohen, l’enigmatico spiritello ebraico che disorienta i lettori di Pastorale, con le sue maligne apparizioni agli snodi cruciali della storia, simbolo dell’insopprimibile pulsione critica, feroce, erotica, oppositiva, che pure é stata una componente dell’anima della diaspora. Il filo conduttore dell’ebraismo afferra Roth e lo conduce nei labirinti oscuri della vita e del romanzo.

“Nella mia vita mi sono occupato sempre delle stesse cose ebrei, ebrei, ebrei, Newark, Newark, Newark”. Ed effettivamente i nodi identitari e quella “periferia” newyorkese che è considerato il Jersey, sono gli ingredienti immancabili, lo sfondo di ogni sua narrazione: e si sposano meravigliosamente bene. Qual è il luogo d’America dove un ragazzino ebreo piccolo borghese può meglio affrontare gli anni più turbolenti ed eccitanti della storia americana – dalla vittoria della guerra alla crisi del Vietnam? Il Jersey, naturalmente. A un passo dalla grande metropoli ma ancora in una dimensione umana, periferica, in cui quel ragazzino può ben dire di conoscere e identificarsi con ogni marciapiede e ogni vicolo del suo (ebraicissimo) quartiere. L’identità ebraica di prudente ponderatezza, che si dilata e si stiracchia verso la tensione sessuo-politica degli anni ’60, tendendosi senza mai spezzarsi: quanta ricchezza di temi, storie, volti, parabole possono sorgere da un simile calderone?

E poi a venticinque anni il matrimonio con una shiksa conosciuta in un bar dove la ragazza lavora – una bionda non ebrea che gli da l’illusione di avere finalmente conquistato la vera America, l’America profonda del biondismo; ma proprio come l’America, dietro la patina di brillantezza wasp, si nasconde un portato di sofferenza irredimibile e violenta, una sorta di miniera radioattiva. Il matrimonio è un disastro follemente distruttivo, che demolisce la vita di Roth e la condiziona (anche economicamente ) per molti anni, spedendolo in analisi per “recuperare la sua esausta virilità”. La bionda ha un passato terribile, viene da una scassata famiglia di alcolisti, le sono stati sottratti da un giudice due figli ed emana una tale carica di aggressività possessiva, che il giovanotto brillante della Bucknell University ne viene travolto.

Ma che fa uno scrittore – oltre ad andare in analisi, assumere psicofarmaci e lamentarsi del destino? Prende tutto questo veleno, lo mette a macerare nel suo laboratorio segreto e lo trasforma in una saga narrativa potente. Attraverso trasposizioni e finzioni letterarie, continua per anni a raccontare del suo maledetto matrimonio. Dal romanzesco avvio, con la futura moglie che per costringerlo al matrimonio si finge in dolce attesa, dopo aver acquistato in un androne del Bronx le urine di una barbona nera incinta; fino all’inaspettato epilogo: la morte in un banale incidente stradale della donna, che lo libera dalle vessanti condizioni imposte dal divorzio, che avevano ridotto Roth sul lastrico.

Un matrimonio sbagliato, diventa uno scrigno inesauribile di vite e controvite – una devastazione mentale al limite del patologico, si trasforma in una potente macchina narrativa. Anche Roth, alla fine, dovrà riconoscerlo: chi, se non la moglie distruttiva e squilibrata, è stata la vera editor e la vera musa della sua esistenza? Chi ha preso lo studentello presuntuoso innamorato di sé e dei libri e lo ha sbattuto faccia a faccia con la vita vera, fatta di stupri, alcolismo, sofferenze inenarrabili e famiglie devastate? Dopo gli anni passati a lottare con la bionda shiksa, Philip, non può che ringraziare e renderle pubblico riconoscimento (pur specificando che se fosse Dante, saprebbe bene dove collocarne il destino post-mortem).

Negli anni buoni della sua scrittura, questa “domesticità” di ambienti, temi e personaggi, si è fatta più ardita, è andata a porsi in contesti diversi, lontani dalle strade di New York. È il caso di Operazione Shylok, dove i temi classici di Roth vengono calati nel calderone furioso della storia: Gerusalemme diventa il teatro in cui l’autore, passata la mezz’età, si confronta con i suoi nodi irrisolti di uomo, di ebreo, di scrittore progressista. È la Gerusalemme di fine anni ’80, in cui una Corte israeliana processa John Demjanjuk, operaio di Cleveland riconosciuto come il boia di Treblinka. Ma sono anche gli anni in cui l’Intifada palestinese mette Israele sul banco degli accusati della storia, in un rovesciamento schizofrenico e drammatico in cui Roth irrompe portandosi dietro le sue paranoie, le sue domande irrisolte, saltabeccando tra le aule del processo Demjanjuk che lo ipnotizza, l’amico professore palestinese che cerca di tirarlo dalla sua parte, il Mossad che prova ad arruolarlo come doppiogiochista, in un gioco tra finzione e verità storica, prolisso, verboso, ridondante di temi e di parole, ma straordinariamente avvincente.

Ha sempre saputo, giocarci, con la storia, Roth. Come quando racconta, in Complotto contro l’America l’avanzata del fascismo in America. Cosa sarebbe successo negli Stati Uniti se, alle elezioni presidenziali del 1940, Charles Lindebergh, eroe nazionale germanofilo, avesse battuto Franklin Delano Rooosvelt e si fosse piazzato alla Casa Bianca? Lo sguardo ignaro di un ragazzino di un quartiere ebraico, registra lo smottamento progressivo, la deriva lenta ma inesorabile verso gli scenari peggiori: l’incubo degli ebrei americani che rischiano di ritrovarsi – davvero e in via definitiva – soli dentro il montare della marea antisemita. Ma anche senza complesse evocazioni geopolitiche, a Roth basta raccontare una banale cena di classe tra ex studenti ultra sessantenni, per far fremere le pagine di ironia ed epicità: nel salone del ristorante aleggia l’Angelo della Storia, mentre dentisti, commercianti, carpentieri e casalinghe raccontano la loro normalità, la poderosa ascesa sociale che, grazie al boom del dopoguerra, ha consentito loro di abbandonare i vecchi quartieri ebraici e incarnare il sogno americano della piena assimilazione – salvo accorgersi che alla fine del sogno, ci sono sempre dentiere, prostate infiammate e capelli candidi. È su quelli, che sta svolazzando “l’Angelo della storia”.

Nel 2017, un anno prima che morisse, È uscita in America una ponderosa raccolta di saggi, articoli, recensioni, scritte da Roth. Una specie di suggello “post-romanzo” della sua storia letteraria. Why write? – perchè scrivere – è intitolata. Se ne dovrebbe ricavare una summa delle complesse motivazioni dello scrittore, denudato dai suoi filtri romanzeschi, dai suoi alter ego, dai suoi personaggi. Ma siamo sicuri di volerlo vedere nudo, lo scrittore? E se il misterioso segreto della sua scrittura si rivelasse per quello che è stato – puro talento – non rimarremmo forse delusi, come quando si svela il trucco di un numero di alta prestidigitazione? Perché scrivere? Bella domanda. Se la pongono ogni giorno milioni di scrittori e scribacchini, tutti mossi dalla medesima ansia. Al termine della sua carriera se la pose anche Philip Roth. Ma per lui, ormai acquietato, si trattava della contemplazione postuma di una grande eredità.

]]>