Irlanda del Nord – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 15 Mar 2026 21:00:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 “Dixie”. Dall’esercito britannico agli spalti del Celtic Park, dalle marchin band all’Ira https://www.carmillaonline.com/2017/07/21/dixie-dallesercito-britannico-agli-spalti-del-celtic-park-dalle-marchin-band-allira/ Thu, 20 Jul 2017 22:01:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39171 di Gioacchino Toni

Michael “Dixie” Dickson (con F. De Ambrosis e N. Garufi), Bomber Renegade. Un soldato di sua maestà al servizio dell’Ira, Milieu edizioni, Milano, 2016, pp. 173. Allegato cd con rebel song irlandesi reinterpretate dai Glasnevin e da Gary Og, € 15,90

Partiamo dalla fine. Marzo 2006. Michael “Dixie” Dickson è l’ultimo prigioniero repubblicano a uscire da un carcere – tedesco in questo caso – per fatti direttamente connessi ai troubles irlandesi. «Quando si sono aperte le porte del carcere c’erano i compagni fuori ad aspettarmi: una scena tipo l’inizio di [...]]]> di Gioacchino Toni

Michael “Dixie” Dickson (con F. De Ambrosis e N. Garufi), Bomber Renegade. Un soldato di sua maestà al servizio dell’Ira, Milieu edizioni, Milano, 2016, pp. 173. Allegato cd con rebel song irlandesi reinterpretate dai Glasnevin e da Gary Og, € 15,90

Partiamo dalla fine. Marzo 2006. Michael “Dixie” Dickson è l’ultimo prigioniero repubblicano a uscire da un carcere – tedesco in questo caso – per fatti direttamente connessi ai troubles irlandesi. «Quando si sono aperte le porte del carcere c’erano i compagni fuori ad aspettarmi: una scena tipo l’inizio di Blues Brothers. C’era un furgoncino dei tifosi del St. Pauli che mi ha portato ad Amburgo dove alcuni compagni di Coiste, l’associazione degli ex-detenuti repubblicani, erano venuti dall’Irlanda a prendermi. […] Sono rimasto tre giorni ad Amburgo, soprattutto per ringraziare i vari gruppi di solidarietà. La prima sera c’è stato un concertino di musica irlandese al Jolly Roger […] Poi sono tornato in Irlanda e anche lì, fuori dall’aeroporto, ho trovato un po’ di compagni ad aspettarmi […] La presenza costante dei compagni tedeschi mi è stata di grande aiuto […] Quando sono nato, negli anni Sessanta, le persone in Irlanda del Nord erano abituate a essere picchiate, umiliate, segregate, discriminate. Ma quando i Provisionals hanno cominciato a sparare i primi colpi, la paura ha iniziato a dileguarsi e il coraggio a diffondersi. Qualcuno può pensare che il metodo fosse sbagliato, che era violenza contro violenza, ma credo che sia stato il contesto a portarci su quella strada, non avevamo altro modo per far sentire la nostra voce […] Il nostro obiettivo era unire l’Irlanda, finché c’era la guerra era più facile sentirsi coinvolti […] Ora è molto più difficile tenere insieme persone come noi, la lotta non ha più quell’appeal» (pp. 130-133).

Okay, what the fuck is going on? Cosa accidenti hanno a che fare i tifosi tedeschi del St. Pauli con l’uscita da un carcere tedesco di un prigioniero repubblicano finito dentro per fatti connessi ai troubles irlandesi?!

Ripartiamo. Stavolta dall’inizio. Ottobre 1964. Hannover. Germania. Da una coppia di origine scozzese nasce Michael “Dixie” Dickson. A metà degli anni Sessanta la famiglia si trova in territorio tedesco perché il padre di Dixie fa parte di un battaglione dell’esercito britannico di stanza in Germania. Che l’uomo presti servizio armato per sua maestà non va molto a genio ai nonni materni, di origine irlandese, anche se non sono militanti repubblicani. Il piccolo Dixie è abituato a cambiare dimora ogni tre quattro anni al seguito del padre e passa anche qualche anno ad Hong Kong. Attorno ai sei-sette anni riceve in regalo dal nonno una maglietta dei Celtic Glasgow. Bellissima. Di cotone spesso, come si usava un tempo. Quando ci si lega ad una squadra di calcio a quell’età, la fede calcistica è destinata a durare per sempre. Senza se e senza ma.

Estate 1978. Bielefeld. Renania settentrionale. Germania. Dalla tv è possibile assistere alle partite di calcio della Coppa del Mondo che si gioca in Argentina. «Ci diventavo matto anche perché, insomma, ero un ragazzino scozzese che viveva in Germania e giocava a calcio in una squadra tedesca. Al mondiale c’erano le sedici squadre più forti del mondo tra le quali la Germania Ovest e la Scozia, ma non l’Inghilterra o il Galles o l’Irlanda del Nord e un qualche orgoglio si respirava anche in casa mia. Tifavo per la Scozia […] Il boicottaggio contro la giunta golpista, dei “mondiali della vergogna” e tutto il resto erano cose che all’epoca non sapevo» (pp. 6-7).

Il passaggio tra gli anni Settanta e Ottanta per la cittadina di Bielefeld è segnato dall’Ira: nel giro di pochi anni si susseguono prima un attentato alla caserma del padre e poi l’uccisione di un ufficiale inglese per mano di un cecchino. «Non avevo ancora alcuna consapevolezza, non avrei potuto averla, sapevo che accadevano cose pesanti ma niente di più. Terminati gli studi, dato che il lavoro in Germania scarseggiava, ho fatto gli esami per entrare sia nell’esercito inglese che in aeronautica, nella Raf […] Poi, nell’ottobre del 1982 ci comunicarono che il mese successivo saremmo partiti per le Falkland» (p. 10). Così, come spesso avviene in queste cose, un po’ per caso ed un po’ per bisogno di un reddito sicuro, il giovane Dixie si trova ad indossare un’uniforme che lo proietta nelle dannante Falkland a guerra finita da ormai sei mesi. «Avvicinandoci alle Falkland, dal ponte, abbiamo potuto ammirare tutta la bellezza desolata delle isole: un paesaggio deprimente in cui monotoni chilometri di scogliere a picco sul mare si alternavano a sporadiche grandi spiagge bianche, il clima era uggioso e il vento pungente frustava una pioggerellina gelida e costante. La prima cosa che ho pensato è stata che era morta anche della gente per questo posto di merda» (p. 15).

Aprile 1982. Glasgow. Durante una visita ai genitori, ormai ritiratisi in pensione, per la prima volta Dixie mette piede nel mitico Celtic Park ove si gioca Celtic Vs. Dandee. Sugli spalti vengono cantate a squarciagola le tradizionali rebel songs anti inglesi. «La rabbia per lo sciopero della fame di Bobby Sands e degli altri nove bruciava ancora. Fuori dallo stadio avevo comprato una copia di Republican news che era, ed è ancora, il periodico ufficiale del Sinn Féin. Sfogliandolo sul bus rimasi scioccato dalla pagina sulle notizie di guerra che riportava la serie di attacchi messi a segno dall’Ira. Buttai il giornale nel cestino prima di arrivare a casa per evitare una crisi famigliare. Ancora non ne ero consapevole ma quei cori avevano aperto uno spiraglio, un dubbio nella mia testa» (p. 12).

1988. Londra. È nella capitale dell’Impero di sua maestà che, una volta congedatosi, dopo sei anni di ferma nell’esercito, Dixie decide di trasferirsi per qualche tempo lavorando in un pub frequentato da irlandesi. «Per la prima volta, tra una birra e una partita di calcio, tra una storia al balcone e l’altra, attraverso un pezzo di comunità irlandese trapiantata a Londra, iniziavo a conoscere le storie, scoprire i fatti, aggiornarmi sulla guerra vicina» (p. 21).

19 Ottobre 1989. «“I quattro del pub di Guillìford” furono rilasciati dopo quindici anni di carcere. Nelle vie intorno al pub era scoppiata la festa, anch’io ero uscito a guardare quei ragazzi cantare, ballare, abbracciarsi, era la prima volta che sentivo dal vivo le note della musica ribelle irlandese» (p. 21). Poco tempo dopo Dixie cambia prima lavoro, abbandona il pub per divenire fattorino alla Dhl, e poi città, da Londra si trasferisce a Glasgow per stare vicino al padre gravemente malato. Arrivato nella città dei Celtic non può che frequentare lo stadio. «Ed è stato lì, sui bus per le trasferte, attraverso le rebel song sparate dallo stereo e cantate per tutto il tempo del viaggio, che ho conosciuto davvero la storia passata e recente della lotta irlandese […] Un giorno […] alcuni ragazzi sono venuti a chiedermi di dargli una mano alla parade repubblicana che ci sarebbe stata a Salsburgh, appena fuori Glasgow. Dovevano occuparsi della sicurezza […] Dissi di sì e quella fu la prima volta che fui coinvolto in qualcosa di “politico”» (p. 24).

Da questo momento Dixie viene proiettato all’interno del mondo – difficile da capire per chi non è di quelle parti – delle parade repubblicane. «C’era una grande commistione con le seconde generazioni di irlandesi che vivevano numerose nei sobborghi di Londra e Manchester, ragazzi che attaccavano i concerti degli Skrewdriven ovunque e condividevano grumi di rancore sociale con i settori vicini a Red Action. Stiamo parlando di in tutto di un paio di centinaia di persone, però, ovunque, in qualsiasi cesso di stazione della Scozia potevi trovare degli adesivi con l’Ira e Red Action insieme, come se fossero quasi la stessa cosa. In realtà Red Action, più o meno, faceva il tifo e basta […] Questi erano i personaggi che avevo incontrato in Scozia: di sinistra, militanti, pro-repubblicani, presenti nel servizio d’ordine di ogni parade e legati al Celtic in quanto Hibs, tifosi dell’Hibernian di Edimburgo. Ma rispetto alla realtà che stavo per incontrare a Portadown, la Scozia non era niente» (p. 30).

12 luglio 1995. Portadown. La zona più problematica di tutte le Sei Contee. La città ove è nato l’ordine di Orange orgogliosa dell’annuale sfilata orangista. «Non era come in Scozia dove la cosa si limitava a ragazzotti in cerca di qualche scazzottata, qui circolavano tante pistole e le sbarre di ferro alle finestre trasmettevano una certa angoscia, alcuni avevano persino barricato le scale. La cosa terrificante è che non era uno scontro tra fazioni: non c’era alcun equilibrio, né alcuna giustizia in quello che succedeva. Gli orangisti, inquadrati in formazioni paramilitari, erano collusi con tutte le varie forze di polizia. […] Ogni anno i lealisti arrivavano a Garvaghy Road e scoppiavano scontri, ma quell’anno la situazione sembrava più grave. Era arrivato anche l’esercito inglese e i telegiornali informavano che tra i sessantamila e gli ottantamila orangisti assediavano Portadown […] Eravamo accerchiati […] I residenti non si lasciavano scoraggiare anche perché l’Ira, nel corso dell’estate, aveva fatto entrare diverse unità in città» (p. 35).

1996. Dundalk, a pochi chilometri da Portadown. Una marcia repubblicana fornisce a Dixie l’occasione di incontrare attivisti di Sinn Féin e, attraverso di loro, militanti dell’Ira. La trafila, come è facile immaginare, è lunga e complessa e non può prescindere dalla lettura di La guerra sporca di Martin Dillon, soprattutto perché riporta nella sua parte finale il Libro verde, una sorta di vademecum fornito dall’Ira ai suoi volontari. Una volta divenuto volontario, le cose cambiano velocemente per Dixie.

La parte centrale del libro racconta la sua militanza nell’Ira alla quale porta in dote la sua conoscenza delle caserme inglesi in Germania. A questo punto nelle storie raccontate iniziano a comparire gli esplosivi e gli AK47, le pianificazioni e le sorveglianze, i botti in territorio tedesco ed il rientro rocambolesco in Irlanda. In men che non si dica Dixie si trova ad essere un latitante. «La cosa più bella della latitanza è che incontri persone semplici e coraggiose, persone fantastiche disposte ad accoglier dei perfetti sconosciuti nelle loro famiglie e prendersi cura di loro» (p. 53). L’Ira provvede a spostare Dixie in continuazione di casa in casa, di città in città fino ad offrirgli la possibilità di rifarsi una vita negli Stati Uniti. Dixie decide di restare e, stanco di starsene rintanato in qualche rifugio, si attiva per dare una mano come istruttore militare fino a quando non riesce ad ottenere la cittadinanza irlandese (grazie agli avi materni) che lo salva dalla possibilità di estradizione in Germania.

Fine anni ’90. Sinn Féin continua a lavorare per la pace. L’Ira mantiene, faticosamente, il cessate il fuoco e nasce la cosiddetta “Real Ira”. Prende il via il disarmo dell’Ira tra mille dubbi ed altrettante ritrosie.

Nuovo millennio. Il demone del calcio torna a farsi vivo. «Il percorso dei Celtic in Coppa Uefa nell’autunno 2002 prometteva bene, eravamo tra i favoriti e, a dicembre, avevo già in mano i biglietti per la partita con il Celta Vigo. Insieme a Patch avevamo deciso di prenderci un fine settimana di vacanza a Praga» (p. 91). La breve vacanza si sarebbe presto trasformata in un incubo carcerario lungo tre anni e tre mesi. Al termine della vacanza, nell’aeroporto praghese, a Dixie viene notificato un mandato dell’Interpol e la Repubblica Ceca è un paese che concede l’estradizione verso la Germania. Dopo qualche tempo nelle tremende carceri ceche Dixie è condotto nelle prigioni tedesche dalle quali riesce anche rocambolescamente a fuggire, seppure per poche ore. Durante la carcerazione Dixie riceve più volte la visita di tifosi tedeschi del St. Pauli con cui aveva organizzato insieme ai tifosi del Celtic iniziative antirazziste negli stadi. «Quando ho visto cosa avevano fatto per me dentro il Millerntor-Stadion di Amburgo mi è venuto da piangere: una coreografia di decine di striscioni bianchi con la scritta “Free Dixie” in verde. L’impatto visivo di tutte quelle persone che tenevano gli striscioni, riempiendo la curva per intero, era incredibile» (p. 124).

Torniamo allora da dove eravamo partiti. Torniamo a quel furgoncino di tifosi del St. Pauli che nel marzo del 2006 attende, all’uscita di una prigione tedesca, Dixie, l’ultimo prigioniero repubblicano ad abbandonare il carcere per fatti direttamente connessi ai troubles nordirlandesi. Forse ora è un po’ più chiaro cosa diavolo ha a che fare un manipolo di tifosi tedeschi antifascisti con un volontario dell’Ira di origini scozzesi, cresciuto in Germania, sfidante gli orangisti con una marchin band repubblicana, volontario dell’Ira e tifoso dei Celtic.

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A fare da ideale colonna sonora alla storia ribelle d’Iralanda, il cd allegato al libro propone alcune rebel song irlandesi:

01 – The Rising Of The Moon (Glasnevin)
02 – Fields Of Athenry (Glasnevin)
03 – Boys Of The Old Brigade (Glasnevin)
04 – Connolly Was There (Conor Kelly)
05 – Viva La Quinta Brigada (Conor Kelly)
06 – Minds Locked Shut (Glasnevin)
07 – Kevin Lynch Is My Name (Glasnevin)
08 – Willie & Danny (Gary Og)
09 – Scapegoats (Conor Kelly)
10 – Your Daughters And Your Sons (Conor Kelly)
11 – Something Inside So Strong (Gary Og)


Milieu edizioni ha dato alle stampe una particolare Trilogia Irish composta, oltre che da Bomber Renegade, da On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese di Sam Millar [su Carmilla] e The General. Martin Chaill, storia e leggenda della malavita iralandese del giornalista irlandese Paul Williams [su Carmilla].

Per approfondire la particolare storia della tifoseria del St. Pauli si rimanda al libro di Marco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo (DeriveApprodi, 2015) [su Carmilla].

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The General: storia e leggenda della malavita irlandese https://www.carmillaonline.com/2017/05/28/38103/ Sat, 27 May 2017 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38103 di Gioacchino Toni

the general coverPaul Williams, The General. Martin Cahill, storia e leggenda della malavita irlandese, Milieu edizioni, Milano, 2016, 326 pagine, € 15,90

«Erano le tre e venti del 18 agosto 1994: era appena stato ucciso Martin Cahill, il più famoso gangster d’Irlanda. Meno di sei minuti prima il gangster quarantacinquenne, Tango Uno per i Gardaí, era diventato l’ultima vittima del Provisional Ira, l’Esercito Repubblicano Irlandese» (p. 7).

Così, dalla fine, inizia il racconto che ha come protagonista Martin Cahill, detto The General, il bandito irlandese che, tra gli anni ’70 [...]]]> di Gioacchino Toni

the general coverPaul Williams, The General. Martin Cahill, storia e leggenda della malavita irlandese, Milieu edizioni, Milano, 2016, 326 pagine, € 15,90

«Erano le tre e venti del 18 agosto 1994: era appena stato ucciso Martin Cahill, il più famoso gangster d’Irlanda. Meno di sei minuti prima il gangster quarantacinquenne, Tango Uno per i Gardaí, era diventato l’ultima vittima del Provisional Ira, l’Esercito Repubblicano Irlandese» (p. 7).

Così, dalla fine, inizia il racconto che ha come protagonista Martin Cahill, detto The General, il bandito irlandese che, tra gli anni ’70 ed i ’90, tra una rapina e l’altra, si trovò a dover fuggire, di volta in volta, da polizia (la Garda), militanti dell’Ira e mercenari dell’Ulster. Troppi i piedi pestati per morire nel sonno. Troppa la testardaggine, troppa la tracotanza per sperare di poter davvero continuare a sfuggire a lungo al piombo promessogli da tutte le direzioni.

E così, in un assolato pomeriggio dublinese, tra Oxford Road e Charleston Road, nel quartiere periferico di Ranelagh, un tiratore dell’Ira pose definitivamente fine alla storia, non certo alla leggenda, del Generale, mentre questi si apprestava ad incontrare i suoi soci per pianificare un grosso colpo, l’ennesimo, non prima di aver riconsegnato in negozio la videocassetta di Bornx di Robert De Niro.

È dall’inevitabile epilogo che il giornalista e scrittore Paul Williams inizia il flashback che ripercorre la vita del più noto criminale irlandese con la passione per i piccioni, le moto ed il cibo al curry…

un uomo dalle mille contraddizioni: padre devoto, amico fedele, amante insaziabile, assurdo burlone, ma anche odiato fuorilegge, gangster temibile, mostro sadico, pianificatore meticoloso […] ossessivo, subdolo ed estremamente intelligente; a volte crudele, a volte compassionevole; riservato con una vena di malizia. Un personaggio complesso (p. 11)

Primi anni ’60. Quartiere periferico di Crumlin. In uno dei tanti complessi abitativi popolari di recente edificazione voluti dal governo per “ripulire” il centro cittadino, il piccolo Martin dovette imparare velocemente ad arrangiarsi per contribuire alle entrate della famiglia. Era la fame a dettare l’agenda della sua infanzia e qualcosa di quella fame gli resterà sempre addosso; anche quando i colpi avranno ben altri obiettivi e di certo non era il cibo a mancare, non era così raro vedere Cahill «darsela a gambe con oggetti preziosi del valore di cinquantamila sterline insieme a qualche chilo di bistecche da quattro soldi» (p. 16).

Nella grigia periferia dublinese Martin imparò presto a conoscere il tribunale minorile e la scuola industriale a cui venivano inviati i giovani delinquenti per dare loro una formazione e, se possibile, una raddrizzata. Se questi luoghi difficilmente riuscirono nel primo intento, probabilmente mai ebbero successo nel secondo.

Metà anni ’60. Prima dei botti su al Nord. Il giovane Martin raggiunse Belfast ove la Royal Navy di Sua Maestà Britannica stava arruolando decine e decine di giovani irlandesi squattrinati in cerca di uno stipendio. Ai candidati veniva consegnato un documento su cui indicare il mestiere in cui si sentivano più portati. Martin indicò bugler (trombettista) ma aveva letto male; riteneva di aver indicato burglar (scassinatore). Al colloquio gli venne chiesto di motivare la scelta e la risposta del giovane, evidentemente con qualche problema di lettura (senza scomodare Freud & C.), gli valse l’immediato viaggio di ritorno nella sua Dublino ove poté cimentarsi, al di là degli errori di lettura, nel lavoro per cui era effettivamente più portato.

Gli Hollyfield Buildings a Rathmines erano un complesso di appartamenti semi-abbandonati. Per gli inquilini delle case popolari che non riuscivano nemmeno a pagare l’affitto, o erano accusati di essere dei piantagrane, quello era l’ultimo stadio prima di rimanere davvero senza tetto. Le condizioni erano spaventose. […] Eppure, per Martin Cahill, quella era casa, il suo regno. Non avrebbe voluto stare in nessun altro posto […] “Quello che (le autorità) non si sarebbero mai aspettate era che ci piacesse quel posto. Ci conoscevamo tutti” ricordava con affetto Cahill dopo che il complesso venne raso al suolo […] Gli abitanti di Hollyfield erano legati tra loro da un senso di lealtà e da un totale disprezzo per l’autorità, ingredienti che modellarono la complessa personalità di Martin Cahill. Era felice in quello strano mondo sotterraneo e non sentiva alcun desiderio di conformarsi ai costumi della società che si trovava al di fuori delle mura che circondavano il suo regno. Si trovava spesso a consigliare alla sua gente di non dimenticarsi mai da dove veniva e di essere orgogliosa delle proprie radici (pp. 23-24)

È in questi bassifondi di Dublino che Cahill riuscì a scalare velocemente posizioni all’interno del milieu criminale irlandese arrivando ad incarnare «la figura dell’ultimo antieroe, quello che soddisfaceva la morbosa e ambivalente attrazione della gente per la malavita. Più di ogni altra icona criminale, Cahill aveva un profondo fascino sull’immaginario nazionale» (p. 12).

martin cahill 09Primi anni ’70. Insieme al caos esploso in Irlanda del Nord mutò profondamente anche il panorama malavitoso irlandese che, almeno fino ad allora, non aveva creato grossi grattacapi alla polizia. L’onda d’urto generata dai fatti del Nord e dall’esplosione di un nuovo tipo di criminalità, trovò le forze dell’ordine totalmente impreparate e di ciò il Generale seppe trarre vantaggio. «A differenza di molti criminali che per quanto possibile tendono a evitare il conflitto con le autorità, Martin Cahill promosse la sua personale rivolta contro lo Stato. Condusse un’implacabile guerra di arguzia contro i Gardaí, che odiava ferocemente, un sentimento ricambiato dagli uomini e dalle donne in uniforme blu» (p. 13).

Metà anni ’70. Le fumose sale da biliardo diventarono il quartier generale della malavita dublinese e le auto parcheggiate davanti ad esse testimoniavano i colpi andati a segno. Martin vi parcheggiava la sua amata Harley.

Primi anni ’80. Il decennio si aprì con un botto capace di far saltare in aria non solo l’automobile con a bordo un funzionario del Ministero della Giustizia che aveva creato grattacapi a parecchia gente, ma anche di far balzare alle stelle la popolarità del Generale che da lì a poco avrebbe messo a segno una rapina entrata nella storia del crimine irlandese.

Obiettivo: la gioielleria O’Connor a Dublino. Bottino: oro, gemme e gioielli per un valore di oltre due milioni di sterline. Sarebbe stata la rapina più grande e più temeraria dall’istituzione dello Stato irlandese. Inoltre avrebbe fatto da catalizzatore e avrebbe portato Dublino sull’orlo di una guerra aperta tra la criminalità organizzata, l’Ira e la Garda (pp. 58-59)

Anche l’Ira aveva pianificato il colpo salvo poi abbandonare i piani perché ritenuto impossibile. Che un eccentrico sbruffone fosse riuscito in ciò che appariva impossibile all’Esercito Repubblicano Irlandese gli sarebbe costato caro.

Metà anni ’80. L’eroina aveva invaso i quartieri di Dublino e con essi aveva riscritto gerarchie e cancellato consuetudini e regole del gioco nel milieu malavitoso.

Nel maggio del 1986 il signore del crimine fece una passeggiata nella magnifica magione del signorotto e rubò undici dei dipinti di maggior valore della collezione Beit. Fu la seconda più grande rapina d’arte del mondo. La scomparsa dei dipinti Beit segnò l’inizio di un’affascinante e complessa storia di intrighi internazionali che coinvolsero le forze di polizia e le organizzazioni criminali di vari paesi (p. 93).

La banda del Generale era di gran lunga la più attiva del paese; rubavano a ritmi sostenuti in una situazione di apparente impunità, mettendo a segno a volte anche tre o più grandi rapine ogni settimana. I marchi di fabbrica della gang erano: terrore, minacce e sequestri di persona. Nelle lunghe notti buie d’inverno, il periodo dell’anno preferito di Cahill, i lavori tipici erano i legami, in cui i ricchi abitanti di grandi dimore sparse in tutto il paese venivano legati mentre la banda se la batteva con contanti e valori. I suoi vecchi avversari della Garda le avevano provate tutte per catturare Cahill ma non ci erano mai riusciti. Era impossibile ottenere informazioni dall’interno della banda, perché il livello di fedeltà tra gli uomini del Generale era altissimo (una cosa insolita per i gruppi criminali) e la possibilità di infiltrare un informatore era praticamente inesistente. Inoltre Cahill era un personaggio talmente imprevedibile e misterioso che i metodi tradizionali si rivelavano inutili (pp. 114-115).

Impossibile in queste poche righe ricostruire le mille avventure di Martin Cahill puntualmente riportate dal libro di Paul Williams. Forse però un paio di episodi bastano a dare un’idea del personaggio.

Una mattina, mentre si recava in tribunale a un’udienza per la custodia cautelare, Cahill rapinò la filiale esattamente alle dieci e cinquanta. Un complice lo aspettava per prendere i soldi e Cahill si presentò al suo appuntamento di fronte alla corte otto minuti più tardi, con un alibi di ferro (pp. 40-41).

The General percepiva il sussidio di disoccupazione da quando aveva lasciato il suo primo ed ultimo lavoro, nel 1969. Ogni settimana, a colpo sicuro, si recava all’ufficio di collocamento di Werburgh Street e firmava per il suo sussidio di disoccupazione per mantenere la moglie Frances e i loro cinque figli; faceva la coda allo sportello 10 e aspettava il suo turno. L’impiegato dall’altra parte dello sportello blindato formulava la sua domanda obbligatoria di rito: ha conseguito qualche impiego durante la settimana passata? Lui avrebbe firmato il modulo in cui dichiarava che non aveva conseguito nessun lavoro, avrebbe ricevuto un cedolino e con quello si sarebbe recato a un altro sportello a riscuotere i soldi. Gli impiegati che hanno avuto a che fare con lui ricordano che era cortese, simpatico e, a differenza di alcuni altri firmatari, di poche parole. Ogni volta che arrivava in Werburgh Street, Cahill indossava un casco da moto o un passamontagna o teneva una mano sul volto. Era risaputo che la polizia portava i testimoni all’ufficio di collocamento per una prima identificazione informale dei delinquenti. Ma Cahill mostrava il suo volto solo allo sportello. Una volta, a metà degli anni Settanta, si era presentato due volte nella stessa settimana, con il casco: la prima volta per incassare il sussidio di disoccupazione e al seconda per rubare centomila sterline in contanti (pp. 176-177).

Primi anni ’90. Come promessogli da tanti, il piombo arrivò anche per lui. La mano era quella dell’Ira ma poteva benissimo essere una mano diversa a freddarlo.

Come anticipato, troppi erano stati i piedi pestati per consentire al Generale di morire nel sonno. Troppa era stata la testardaggine e troppa la tracotanza per sperare di poter ancora a lungo evitare il piombo promessogli da tutte le direzioni.


Milieu edizioni ha dato alle stampe una particolare Trilogia Irish composta da: On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese di Sam Millar – di cui ci siamo occupati su Carmilla -, The General. Martin Chaill, storia e leggenda della malavita iralandese del giornalista irlandese Paul Williams e Bomber Renegade. Un soldato di sua maestà al servizio dell’Ira (libro + cd) scritto da Michael “Dixie” Dickson, Federico De Ambrosis e Niccolò Garufi. Daremo presto conto anche di questo terzo libro che racconta la storia di un ex militare di sua maestà di ritorno dalla guerra nelle Falkland che scopre la causa repubblicana irlandese sugli spalti del Celtic Park.

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Sam Millar: On the Brinks. Storie di strade e prigioni tra Belfast e New York https://www.carmillaonline.com/2016/10/25/33885/ Tue, 25 Oct 2016 21:30:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33885 di Gioacchino Toni

MILLAR_cover_dorso_ok_def.inddSam Millar, On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese, Milieu edizioni, Milano, 2016, 326 pagine, € 16,90

Parte prima. Belfast in bianco e nero come la foto di copertina. Metà anni Sessanta. Casse di bottiglie di birra vuote ai lati del pub di quartiere e l’immancabile fish and chips all’angolo.

«Il sabato mattina, da bambino, ero attratto dal pub di quartiere, in fondo alla nostra strada su York Street. Fuori dal pub, casse di Guinness vuote erano accatastate contro il muro, immerse nell’odore di fermentazione per il sole mattutino. Il loro contenuto era finito con i sogni [...]]]> di Gioacchino Toni

MILLAR_cover_dorso_ok_def.inddSam Millar, On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese, Milieu edizioni, Milano, 2016, 326 pagine, € 16,90

Parte prima. Belfast in bianco e nero come la foto di copertina. Metà anni Sessanta. Casse di bottiglie di birra vuote ai lati del pub di quartiere e l’immancabile fish and chips all’angolo.

«Il sabato mattina, da bambino, ero attratto dal pub di quartiere, in fondo alla nostra strada su York Street. Fuori dal pub, casse di Guinness vuote erano accatastate contro il muro, immerse nell’odore di fermentazione per il sole mattutino. Il loro contenuto era finito con i sogni della notte precedente, lasciando solo un paio di lacrime di roba nera luccicante sul fondo di ogni bottiglia. Mosche, vili e pigre, ciondolavano ubriache sui colli di bottiglia, ronzando con rabbia per i postumi della sbronza» (p. 15).

Tutti i venerdì sera «dovevo correre da Peter Kelly per il fish and chips. Se anche avessi corso come un pazzo e il fish and chips fosse stato abbastanza caldo da scottargli la lingua, papà mi avrebbe comunque accolto con un Questa roba è ghiacciata. Che diavolo ti ha trattenuto…?» (p. 25).

Fine anni Sessanta – primi anni Settanta. «I neri stavano marciando per i diritti civili in America, e i cattolici del Nord Irlanda avevano l’audacia di dimostrarsi solidali con quella causa. Fu in quel periodo che mio fratello maggiore Danny acquistò un’auto. Non molti cattolici possedevano automobili a quel tempo, quindi la notizia era sulla bocca di tutti. Una Mini celeste» (p. 33).

Nemmeno il tempo di crescere ed il bambino che gironzolava con i cartocci unti di fish and chips da portare di corsa al padre e che si attardava ad osservare le bottiglie di Guinnes accatastate ai lati dell’entrata del pub impara sulla sua pelle cosa significa, in barba alla solidarietà di classe, essere preso di mira dai compagni di lavoro perché proveniente da un quartiere cattolico. «Iniziai a lavorare in un deposito di legname vicino al porto; oltre a me c’erano solo una dozzina di cattolici, su più di cento operai. Inutile dire che nessuno ci diede un caloroso benvenuto, a parte intorno al 12 luglio, nei giorni della festa degli orangisti, quando, zuppi d’alcol e odio, i nostri compagni di lavoro lealisti fecero un bel falò del piccolo capanno dove bevevamo il tè, separati dagli altri […] Dopo aver passato alcuni mesi a tornare a casa guardandomi le spalle, decisi, per ragioni di sopravvivenza, che la vita da falegname non era la mia vocazione. Finii a lavorare in un mattatoio, a due passi dal deposito di legname» (p. 39).

Da lì a poco il piccolo Sam avrebbe rimpianto persino lo sfruttamento nei luridi ambienti di lavoro e le angherie dei compagni provenienti dai quartieri protestanti. All’epoca non era difficile finire in galera per aver anche solo lasciato attraversare casa, dalla porta sulla strada a quella sul retro, qualcuno che andava di fretta. D’altra parte sarebbe stato difficile negare il passaggio a chi sapeva di poter contare sull’intero quartiere.

E così anche chi, come Sam Millar, tra i suoi avi mescolava con una certa noncuranza cattolici e protestanti di scarsa devozione, si aprirono le porte dell’inferno messo in piedi dai detentori di una tradizione secolare nel regnare a casa altrui. Tra il famigerato Crum, così veniva chiamato il Crumlin Road Gaol di Belfast, il Centro per Interrogatori di Castlereagh ed i maledetti H-Blocks di Long Kesh, anche chi era finito dentro senza nemmeno sapere il perché si trovava a doversi schierare più per motivi di sopravvivenza dietro le sbarre che per scelte politiche. Quelle sarebbero arrivate solo dopo, insieme alla solidarietà tra reclusi.

Metà anni Settanta. «Sono stato rilasciato alla fine del 1975 ed ero un’altra persona. Non ero mai stato molto interessato alla politica o alla storia, ma al Kesh, invece, ne divenni un consumatore insaziabile. Gli studi che mi erano stati negati sulla strada, alla fine filtrarono fino a me attraverso gli altri prigionieri, alcuni dei quali con titoli universitari. In realtà cercavo vendetta per essere stato sbattuto al Kesh con l’unica accusa di essere irlandese […] La rivalsa sarebbe stata tremenda. Sarei diventato una spina nel fianco del governo britannico e avrei insegnato a quegli stronzi le buone maniere. Purtroppo per me, i britannici ci misero un attimo a togliersi la spina dal fianco e a infilarmela dritta su per il culo, condannandomi a dieci anni di carcere con l’accusa di possesso di esplosivi e armi da fuoco. E così tornai là dove avevo imparato tutto, a Long Kesh» (p. 66).

Anni Ottanta. Il decennio inizia ormai saldamente in mano alla Lady di ferro residente al numero 10 di Downing Street a Londra. Inverno 1980. «Lo sciopero della fame, iniziato il mese prima, in dicembre aveva raggiunto una fase cruciale: la salute degli uomini stava crollando rapidamente. Il primo fra tutti fu Sean McKenna a cui diagnosticarono due giorni di vita. Quelli di noi che non partecipavano allo sciopero della fame erano impotenti di fronte a qualsiasi azione, poiché ci era stato ordinato di mantenere il sangue freddo a tutti i costi: qualsiasi segno di frustrazione da parte nostra sarebbe tornato utile solamente al governo britannico e ai secondini. Probabilmente quello fu, tra tutti, l’ordine a cui fu più difficile obbedire, sapendo attraverso quali sofferenze stavano passando i nostri amici e compagni» (pp. 135-136). Le cose iniziarono a succedersi frenetiche alternando speranze, scelte infami e compagni morti.

MILLAR_cover_dorso_ok_def.inddMaggio 1981. «I giorni prima delle elezioni si fecero snervanti. I Britannici cercarono in ogni modo di far rimuovere il nome di Bobby dalla scheda elettorale. La Chiesa cattolica, attraverso i suoi sacerdoti servili, ci informò che “nessuno avrebbe votato per Bobby Sands”. Fu davvero confortante sapere che il Governo britannico e la Chiesa cattolica non solo cantavano leggendo dallo stesso libretto, ma addirittura sporcavano lo stesso paio di mutande» (p. 143). «Era martedì mattina presto, il 5 maggio, quando iniziò a sentirsi un lieve tamburellare che veniva giù dalle tubature. Sembrava un battito cardiaco. Non eravamo impreparati a ciò che voleva dire, ma, quando trapelò la notizia della morte di Bobby, fu comunque uno shock» (p. 145).

Parte seconda. New York. Il cupo bianco e nero di Belfast sembra ormai alle spalle. I colori e le luci della vita americana di Sam Millar che emergono dalle pagine del libro non sono certo vivaci, ricordano piuttosto quelli della fotografia di Tonino Delli Colli con cui ha magistralmente dato immagine alla New York tra gli anni Venti e gli anni Sessanta di C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone. Il racconto di Millar sembra protrarre quelle tonalità e quella luce ben oltre agli anni Sessanta, prolungandole ancora per qualche altro decennio.

Il Millar americano? Sempre in bilico tra il legale e l’illegale, magari con un piede e mezzo nell’illegale tra casinò clandestini e lunario da sbarcare. Poi la grande occasione. L’occasione per svoltare e mettere tutto, o quasi, alle spalle. «La Brinks Incorporated, fondata nel 1859, è la più antica e la più grande azienda di trasporto sicuro in tutto il mondo, con centosessanta filiali operative negli Stati Uniti e quaranta in Canada, oltre ad affiliati in altri cinquanta paesi in tutto il mondo. Una bella storia davvero; e io progettavo di farne parte» (p. 217). «“È fondamentale che nessuno si faccia male. E nessuno si farà male, però devi fidarti di me. Non abbiamo bisogno di pistole vere” dissi. Cercai di calmarlo facendoli ragionare. “Le guardie staranno lì a farsela sotto, cazzo, quando si vedranno puntare in faccia queste”» (p. 218).

Finalmente i soldi. Tanti soldi. «Finì che sollevammo oltre mezza tonnellata di banconote in meno di quindici minuti. Un record olimpico. Ogni 45 chili di banconote erano, all’incirca, un milione di dollari. Non me ne frega niente di quel che dice la gente, con un incentivo monetario di quel tipo le chiacchiere stanno a zero» (p. 224).

Le cose non andarono per il verso giusto. C’era da aspettarselo. Novembre 1993. «La terapia diesel è una forma di tortura mentale e fisica dei detenuti che il governo vuole disperatamente far parlare, nella speranza di ottenere una confessione o informazioni vitali da usare in tribunale in una fase successiva. Questo travaglio punitivo consiste nello spostare il prigioniero da un penitenziario a un altro, fino a tre volte al giorno, per disorientarlo e isolarlo, nella speranza di abbattere ogni resistenza» (p. 268).

Così il New York Times riassume, a modo suo, un’intera esistenza di un essere umano che ha passato l’inferno delle prigioni di sua maestà a schiena dritta: «Nel quartiere di Jackson Heights dove vive, l’uomo, che si faceva chiamare Andre Singleton o Patrick, era noto per essere il proprietario di un frequentato negozio di fumetti, uomo di famiglia religiosa, inquilino responsabile che viveva tranquillamente con la moglie e tre figli. In un’altra vita, in Irlanda, la storia era stata ben diversa. L’uomo, slanciato e ben vestito, era Samuel Ignatius Millar, un giovane ribelle di Belfast che ha passato almeno otto anni in carcere, in primo luogo per l’appartenenza a un “gruppo illegale” e poi per possesso di armi ed esplosivi. Nel 1984, all’età di 29 anni, si è fatto strada negli Stati Uniti sotto falso nome. Ha lavorato come venditore ambulante, cercando di ricominciare daccapo. Le autorità ora sostengono che, arrivato nel nostro paese, il signor Millar abbia messo da parte la sua vecchia identità, ma non abbia fatto altrettanto con le sue attività criminali. La settimana scorsa, il signor Millar è stato collegato allo strano trio di sospettati, tra cui un sacerdote melchita e un ex detective della polizia, accusati di averlo aiutato a rubare 7,4 milioni di dollari dai furgoni blindati della Brinks in servizio a Rochester; si tratta di una delle più grandi rapine a mano armata nella storia degli Stati Uniti» (p. 271).

Gennaio 1994 «La terapia diesel continuò senza sosta per altri tre mesi. Venni spedito in numerosi penitenziari notoriamente duri, fino a che il mio avvocato, Anthony F Leonardo, fu finalmente in grado di porvi fine, ottenendo un ordine del tribunale per farmi restare nella prigione Monroe County, affettuosamente conosciuta come la Casa della Sofferenza, dove rimasi per i successivi due anni, in attesa di processo. Il cartello all’ingresso di Rochester diceva benvenuti e vi auguriamo una buona permanenza. Ma questa volta mi strizzò l’occhio: sapevo che saresti tornato…» (p. 275).

11 ottobre 1994. Il processo. «Non c’era nemmeno un posto libero. Il tribunale era pieno zeppo. C’erano i posti riservati alla stampa, e tutti i nostri famigliari e amici avevano cercato di entrare a forza. Tutti gli altri posti andarono a quella particolare specie di persone morbose che non hanno nulla nella loro vita, tranne la prospettiva della rovina di qualcun altro, la perversa euforia voyeuristica che provano osservando i caduti. Di gente così ce ne doveva essere a bizzeffe durante la rivoluzione francese, seduti con i loro ferri da maglia davanti alla ghigliottina» (p. 297).

29 novembre 1994. Il verdetto. «“Avete raggiunto un verdetto?”. “Sì”. “Qual è il verdetto?”. Calmai lentamente il respiro e sentii la mia pelle indurirsi per la tensione. Sapevo cosa sarebbe successo e, come un treno merci nella notte, c’era ben poco che potessi fare al riguardo» (p. 311).

On the Brinks ricostruisce la quotidianità infernale delle prigioni coloniali di sua maestà ed il meccanismo con cui un giovane, finito dentro senza neppure sapere perché, si trova a partecipare a scelte estreme. Il libro, come la vita di Sam Millar, si divide in due grandi blocchi ambientati nelle strade e nelle prigioni di Belfast ed in quelle di New York. Alla militanza nordirlandese segue la grande rapina americana ed è attorno a questi due eventi che si consuma l’esistenza dello scrittore. Dalle crude vicende narrate da Millar si potrebbero ricavare un paio di film: uno dedicato alle vicende di Belfast ed uno incentrato sulla rapina americana. Ci auguriamo che qualcuno ci stia pensando perché il libro, per certi versi, è già una sceneggiatura.

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irlanda-libriOn the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese di Sam Millar è il primo volume della Trilogia Irish proposta da Milieu edizioni. La seconda opera è The General. Martin Chaill, storia e leggenda della malavita iralandese scritta dal giornalista irlandese Paul Williams. Il libro narra la storia di un bandito che tra gli anni ’70 ed i ’90 si trova a dover fuggire, di volta in volta, da polizia, militanti dell’Ira e mercenari dell’Ulster. Il terzo volume della trilogia è Bomber Renegade. Un soldato di sua maestà al servizio dell’Ira libro + cd scritto da Michael “Dixie” Dickson, Federico De Ambrosis e Niccolò Garufi. In questo caso viene raccontata la storia di un ex militare di sua maestà di ritorno dalla guerra nelle Falkland che scopre la cusa repubblicana irlandese sugli spalti del Celtic Park accompagnata dalle rebel songs dei Glasnevin e di Gary Og.
Non mancheremo di dare spazio anche a queste due opere.

 

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