Internazionalismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 20 Jun 2026 20:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2026/05/27/il-nuovo-disordine-mondiale-37-una-riflessione-sulle-origini-e-i-danni-arrecati-dal-socialismo-in-un-paese-solo-alla-teoria-della-rivoluzione/ Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94855 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito ad un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione delle difesa degli interessi “nazionali”. Un percorso teorico che ha finito con il giustificare qualsiasi collaborazione politica con quelli che avrebbero dovuto essere gli avversari dichiarati di un progetto rivoluzionario atto a superare l’attuale modo di produzione: Stato, interesse nazionale delle classi possidenti, partiti borghesi che ne rappresentano gli interessi.

Così ancora oggi, dopo essere entrati «in una fase di nuova spartizione del mondo tra imperialismi […] in cui emerge nettamente e irreversibilmente la tendenza al riarmo generale e alla guerra “guerreggiata”», il mito della realizzazione del socialismo in un solo paese oppure che un solo paese possa rappresentare il modello sociale, politico ed economico cui ispirarsi per il rovesciamento dell’esistente si traveste subdolamente, ma in maniera assai «varia e penetrante», attraverso «il nuovo mito del “campismo”» 1.

Mito ravvisabile spesso tra quelle correnti politiche che si richiamano ancor oggi al marxismo-leninismo, altra “invenzione” del principale artefice della svolta controrivoluzionaria all’interno dell’Internazionale Comunista e nel partito russo: Iosif Stalin.

Una teoria della Rivoluzione che nel dichiararsi sia marxista che leninista è riuscita nel duplice intento di tradire sia Marx, che come è noto mai si sarebbe dichiarato marxista2, che Lenin, le cui battaglie internazionaliste furono travisate nel loro intento dopo che Stalin ebbe creato un vero e proprio culto della personalità del leader bolscevico per presentare la propria politica come la diretta continuazione della sua opera, in contrasto con l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trotsky.

Stalin avrebbe introdotto pubblicamente il marxismo-leninismo alla fine del suo resoconto al XVII Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) il 26 gennaio 1934, anche se già nel 1924 aveva tenuto lezioni presso l’Università Sverdlov che sarebbero poi state successivamente raccolte in un volume dal titolo Principi del leninismo. Ma soltanto nel 1938, nel Corso breve di storia del Partito bolscevico redatto dall’apposita commissione del Comitato centrale del PCU(b), tale pensiero acquisì la forma di “dogma”. Infatti, in quell’anno vennero istituite in URSS le prime Università di marxismo-leninismo come livello superiore della formazione partitica, divenendo in seguito elemento di grande importanza nei sistemi scolastici dei paesi socialisti. Motivo per cui ogni università ed istituto superiore doveva possedere un proprio “Istituto di marxismo-leninismo”.

Il termine “marxismo-leninismo” rimase in uso presso i partiti comunisti anche dopo il XX Congresso del PCUS e le critiche ufficiali avanzate allo stalinismo, mentre nella Russia di Putin, cui Lenin è sicuramente inviso, una rivalutazione della figura e del ruolo di Stalin come grande statista che ha avuto il merito di avviare la modernizzazione del paese è entrata a far parte non soltanto del discorso politico ma, anche, dei manuali di storia della Russia, pubblicati con il sostegno del Ministero dell’Istruzione e destinati agli insegnanti3.

Questa apparente divagazione sul tema del marxismo-leninismo serve per tornare sia sul tema principale del testo curato da Alessandro Mantovani che su quello, precedentemente indicato, di una posizione politica che oggi, nell’illusione di abbreviare i tempi della ripresa della lotta di classe nei confronti della guerra imperialista, fa perno sulla possibilità che paesi come Cina e Russia o blocchi di potenze emergenti, i BRICS, oppure singole nazioni aggredite dalle campagne militari americane, come Venezuela, Iran o Cuba, possano rappresentare « realtà “alternative” » ai “vecchi” imperialismi. Una logica tutt’altro che nuova che fa propria l’idea, sempre foriera di tradimenti e menzogne, che il nemico del mio nemico è mio amico.

Una posizione che richiamandosi, troppo spesso, anche all’evanescente concetto di “diritto internazionale”4 potrebbe in futuro giungere a giustificare una possibile guerra dell’imperialismo europeo contro la Russia o l’ormai ex-alleato americano.

Un’idea truffaldina attraverso la quale si finisce col negare qualsiasi soggettività e autonomia politica al proletariato internazionale e ai popoli ancora oppressi dalle proprie borghesie “nazionali”, asservendola invece, esattamente come fece lo stalinismo proprio con l’invenzione del «socialismo in un solo paese», agli interessi delle borghesie o delle classi dirigenti poste ai vertici dello Stato, sancendo così «il ribaltamento del rapporto tra Stato nazionale (definito socialista) e classi sfruttate, a favore del primo»5.

Quello in cui si svolse il VII esecutivo allargato (22 novembre – 16 dicembre 1926) fu un periodo difficile e confuso della storia sia dell’Internazionale Comunista che del movimento proletario internazionale. Da un lato il secondo, dopo le fallite insurrezioni in Germania, stava per affrontare un’ulteriore sconfitta in Cina nel corso del 1927, mentre le indicazioni dell’Internazionale che avevano contribuito o avrebbero contribuito a tali disastri sociali e politici affondavano le loro radici in un contesto in cui il tentativo di centralizzare a livello mondiale la tattica rivoluzionaria “una volta per tutte” cozzavano tra di loro, così come le divergenze in seno al partito russo e alle stesse opposizioni.

Sono elementi, soprattutto quelli riguardanti lo scontro politico tra Stalin e Trotsky, Kamenev e Zinov’ev, che la premessa di Mantovani analizza con abbondanza di elementi e documenti che riescono a mettere il luce la contraddittorietà profondissima che stava alla base dell’Opposizione al nuovo programma di Stalin. Tutti gli interventi dei tre principali oppositori, in quel momento, al programma di Stalin per la realizzazione del «socialismo in un paese solo» erano corroborati da un solido riferimento al marxismo e a Lenin, ma forse, proprio per questo, riponevano troppa fiducia nella sola “forza della teoria”.
Kamenev affermò nel suo intervento dell’11 dicembre, tra i tumulti e le grida dell’assemblea:

I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini nelle condizioni della NEP e dell’accerchiamento capitalista mondiale, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato “ottimismo”. Noi affermiamo che il raggiungimento dell’economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli altri paesi e si chiama ciò “pessimismo”. Noi affermiamo che l’ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale6.

Con una serie stringente di citazioni da Marx, Engels, Lenin, e dallo stesso Stalin, Zinov’ev dimostrò che:

la teoria attuale dell’edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell’anno 1924 […] E’ assolutamente necessario avere una prospettiva per l’edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? E’ questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall’educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettivaè, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale7.

Il giorno successivo a quello dell’intervento di Zinov’ev, sarebbe stato lo stesso Trotsky a gridare, con una impeccabile argomentazione marxista:

Ripetiamolo ancora , la vera edificazione del socialismo significa l’abolizione delle classi e, poi,la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin t che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l’aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in un’economia socialista unica prima che il proletariato d’Europa prenda il potere?8.

In realtà, a ben guardare con il necessario distacco dovuto al secolo trascorso nel frattempo, nel corso di quelle turbolente sedute si svolse più ancora che uno scontro politico, che pur fu centrale, un autentico dramma psicologico che coinvolse in primis proprio coloro che al progetto di Stalin intendevano opporsi. Questo, come ancora ben delinea nelle sue pagine il curatore, derivava non solo dal fatto che i tre principali protagonisti di quella che all’epoca era definita come Opposizione unificata erano stati in fasi successive alleati di Stalin e nemici tra di loro. Fin dai tempi dell’insurrezione ottobrina che avevo visto Kamenez e Zinov’ev opporsi all’azione armata condotta da Lenin e Trotsky per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerensky.

Oppure in altre occasioni accondiscendere in nome dell’unità del partito a scelte, non solo di Stalin, con cui non concordavano minimamente. Un tatticismo che si sarebbe ripercosso fino ai grandi processi moscoviti della seconda metà degli anni Trenta che avrebbero finito col liquidare, anche fisicamente, un’opposizione troppo divisa al suo interno e sostanzialmente incerta sul da farsi. Un dramma molto ben descritto, oltre che nelle ricerche storiche accumulatesi nel frattempo, anche nei principali romanzi di Victor Serge9, testimone diretto di quelle tragedie.

Ma indebolita, come afferma Mantovani nelle sue conclusioni, anche da un progressivo diradarsi e da una sconfitta sul campo degli ultimi barlumi rivoluzionari dell’azione proletaria su scala internazionale.

Ciò che all’osservatore odierno può sembrare chiaro, ossia che la parabola della rivoluzione internazionale (e perciò dell’opposizione) era ormai segnata, non poteva esserlo allora per i protagonisti, come mai può esserlo nella storia, a priori.
In realtà tutto dipendeva dal corso che la lotta di classe avrebbe assunto nei mesi e negli anni successivi in Russia, in Europa, in Cina e solo oggi noi sappiamo quale fu lo svolgimento delle cose, e come alla dégringolade del proletariato internazionale, e dunque delle sue élites rivoluzionarie, abbiano contribuito in modo determinante la sconfitta del grande sciopero generale inglese del maggio 1926 e quella della rivoluzione cinese del 1927.
Ai tempi del VII Esecutivo Allargato, che si soffermò lungamente sia sui fatti inglesi sia sulle prospettive della rivoluzione cinese, si riteneva ancora che la situazione britannica fosse promettente dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato, e alle tardive denunce dell’opposizione sul mantenimento del comitato “anglo-russo” (gli oppositori, con la parziale eccezione di Trotsky, non lo avevano all’inizio avversato) mancava (non poteva non mancare) la consapevolezza che si trattava dell’episodio conclusivo delle lotte operaie del dopoguerra europeo. Né maggior consapevolezza – anche per la sostanziale mancanza di informazioni – essa mostrò nel tragico sbocco a cui di lì a pochi mesi avrebbe portato, in Cina, la linea politica Stalin-Bucharin di subordinazione al Kuomintang contro la quale, ancora una volta in ritardo, l’Opposizione Unificata avrebbe invano ripreso vigore e giocato le sue residue carte.
Sarebbe stato – quello cinese – il canto del cigno del ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre rosso. Una vittoria in Cina avrebbe sicuramente, come già avvenuto con la Rivoluzione russa, galvanizzato le masse dei lavoratori occidentali e le plebi agrarie dei paesi coloniali. Tutto sarebbe stato rimesso in gioco. Tutto sarà invece definitivamente perduto […] Dopo di allora la storia dell’opposizione – contro la volontà dei suoi stessi protagonisti – si svolgerà al di fuori dell’Internazionale ormai sostanzialmente defunta10.

Successivamente proprio sul piano internazionale, ma non solo, lo stalinismo finì con lo svolgere un ruolo profondamente controrivoluzionario, sia dal punto di vista delle alleanze che della tattica, entrambe determinate dagli interessi nazionali russi. Considerato che, come ancora scrive Mantovani: «le realizzazioni economico-sociali dello stalinismo furono effettivamente rivoluzionarie se valutate col metro di misura delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo […] Ma lo hanno fatto deformando la dottrina marxista tradizionale da un lato, e ponendo, dall’altro, il partito comunista e l’Internazionale al servizio degli interessi nazionali russi11.

All’epoca, non v’è dubbio alcuno, gran parte della riflessione teorica, anche di parte dell’Opposizione di sinistra più radicale, si basava su una concezione eccessivamente deterministica sia del ruolo del partito che dello sviluppo delle contraddizioni di classe, un fattore che finì col limitare l’azione delle stesse opposizioni sia nei confronti delle strutture politiche di riferimento che delle lotte che si sarebbero poi ancora andate manifestando.

Un determinismo che sembrava, troppo spesso, far derivare le sue formulazioni e principi da una fisica classica che proprio in quei decenni sarebbe stata messa parzialmente in crisi dall’avvento della meccanica quantistica. La prima, per secoli, aveva fornito una visione piuttosto rigida di un universo in cui, date le condizioni iniziali e le loro leggi, il futuro sarebbe già scritto. Un’idea potentissima e rassicurante, ma che escludeva troppe variabili.

Tutto sommato un tema che il vecchio Engels aveva già affrontato in una lettera a Joseph Bloch, scritta il 21 e 22 settembre 1890, in cui si affermava chiaramente che non era certo semplice applicare leggi che, anche quando potevano rappresentare un modello delle dinamiche sociali, certo non dovevano essere meccanicamente applicate ai conflitti di classe e ai cambiamenti che avrebbero potuto derivarne.

Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Soprattutto quando milioni di individui sembrano, nella loro soggettività pur determinata, comportarsi in maniera più vicina al principio di indeterminazione di Heisenberg che a quelli della meccanica classica. Un modo questo per ricordare che la soggettività espressa dai movimenti sociali deriva da un accumulo di elementi e comportamenti che non sempre è possibile prevedere con precisione e, soprattutto, liquidare con superficialità.

Ad esempio, tornando al dibattito prima citato, per quanto riguardava la questione contadina che i tre relatori dell’opposizione sembravano sottovalutare se non eludere con frasi e formule ad effetto (contadiname), in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva ancora nelle campagne, spesso in condizioni di estrema arretratezza ma anche di gestione comunitaria delle terre.

Questo derivava, molto probabilmente, da una concezione meccanicistica della successione storica delle forme di produzione che lo stesso Marx, dopo averla delineata nei Grundrisse, aveva relegato ad ipotesi valide solo per l’Europa e non per tutti i continenti, Russia compresa, nel corso dei suoi ultimi anni. Cosicché, in una lettera dell’8 marzo 1881 con cui rispondeva a Vera Zasulich, al tempo facente parte del gruppo Emancipazione del lavoro fondato con Plechanov e altri, sul tema del possibile ruolo della comune russa (obščina) nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione in Russia, aveva scritto:

L’«inevitabilità storica» di questo corso è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. La ragione di questa limitazione è indicata nel capitolo XXXII: « La proprietà privata, fondata sul lavoro personale… viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato».
Nel caso occidentale, quindi, una forma di proprietà privata si trasforma in un’altra forma di proprietà privata. Nel caso dei contadini russi, invece, la loro proprietà comune dovrebbe essere trasformata in proprietà privata.
L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo.

In una prima bozza della stessa aveva altresì scritto:

Da un punto di vista storico, è stato addotto un solo argomento serio a favore dell’inevitabile dissoluzione della comune contadina russa: si dice che, se si torna indietro nel tempo, un tipo più o meno arcaico di proprietà comune si possa trovare ovunque nell’Europa occidentale. Ma con il progresso della società è ovunque scomparso. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte solo in Russia?
La mia risposta è che, grazie alla particolare combinazione di circostanze in Russia, la comune rurale, ancora presente su scala nazionale, può gradualmente scrollarsi di dosso le sue caratteristiche primitive e svilupparsi direttamente come elemento di produzione collettiva su scala nazionale. Proprio perché contemporanea alla produzione capitalistica, la comune rurale può appropriarsi di tutti i suoi successi positivi senza subirne le [terribili] e spaventose vicissitudini. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, né è caduta preda, come le Indie Orientali, di una potenza straniera conquistatrice.
Se gli ammiratori russi del sistema capitalistico dovessero negare che un simile sviluppo sia teoricamente possibile, allora vorrei porre loro la seguente domanda: la Russia ha dovuto forse attraversare una lunga fase di incubazione dell’industria meccanica, sul modello occidentale, prima di poter utilizzare macchinari, navi a vapore, ferrovie, ecc.? Che spieghino anche come siano riusciti a introdurre, in un batter d’occhio, tutto quell’apparato di scambio (banche, società di credito, ecc.) che in Occidente ha richiesto secoli di lavoro.
Se, al tempo dell’emancipazione, la comune rurale fosse stata inizialmente posta in condizioni di normale prosperità, se, inoltre, l’enorme debito pubblico, finanziato in gran parte a spese dei contadini, insieme alle ingenti somme che lo Stato (sempre a spese dei contadini) ha stanziato per i “nuovi pilastri della società”, trasformatisi in capitalisti, se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi sognerebbe l'”inevitabilità storica” della sua annientamento. Tutti vedrebbero la comune come un elemento di rigenerazione della società russa e un elemento di superiorità rispetto ai paesi ancora asserviti al regime capitalista.

Come si vede l’ipotesi marxiana è ben lontana da quell’esclusivo dogma dell’industrializzazione che avrebbe comunque caratterizzato il dibattito in seno al partito bolscevico, sia nella sua variante stalinista che in quella dell’Opposizione. Un fatto probabilmente dovuto alla scelta di Plechanov e della stessa Zasulich di non rendere nota la posizione di Marx in seno alla nascente socialdemocrazia per non mettere in crisi la tattica gradualistica di emancipazione della società russa all’epoca elaborata e contro la quale ben presto Lenin, per altre vie e con altre motivazioni, avrebbe lanciato i suoi strali

A ri/scoprire la lettera, insieme alle bozze preparatorie, sarebbe stato nel 1911 David B. Rjazanov che in seguito, dopo essere stato nominato direttore dell’Istituto Marx-Engels fondato successivamente alla rivoluzione in vista della ripubblicazione dei testi dei due padri del socialismo “scientifico”, l’avrebbe resa nota e pubblicata, insieme alle bozze, nel 1926 nel Marx-Engels-Archiv. Mossa che forse Stalin non gli perdonò mai, considerato che lo studioso e storico russo, dopo essere stato allontanato dalla direzione dell’Istituto nel 1931, finì fucilato nel 1938, a sessantotto anni, durante il cosiddetto Grande Terrore.12.

Una riflessione, quella di Marx che, in un’altra parte degli scritti destinati alla Zasulich, si sarebbe allargata anche ad altre forme comunitarie di condivisione delle terre e dei beni:

Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che “tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro13.

Tutte riflessioni che avrebbero dovuto rendere più prudente non solo Stalin, artefice indiscusso del violento processo di industrializzazione dell’URSS, ma anche i membri dell’Opposizione, accecati invece da una concezione estremamente schematica dei rapporti sociali di produzione e della loro evoluzione. Mentre, troppe volte, è stato taciuto a proposito di Lenin il fatto che nella parte finale della sua vita, mentre si scatenava la lotta intorno al suo presunto testamento14, avesse cercato di indirizzare il partito verso una più prudente linea di costruzione del socialismo.

Quel che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria del socialismo. Ci interessa la tattica cui dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo [perché] anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo […] attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato15.

Cosa avrebbe fatto l’Opposizione al governo non è dato sapere perché la Storia non si fa con i se, ma non fu certo Stalin, che già aveva suscitato allarme nel leader bolscevico a causa del suo sciovinismo (nazionalismo) grande russo nei confronti dei popoli da annettere alla federazione sovietica, a seguire le indicazione Vladimir Ilich.

Certo è che la campagna di industrializzazione e collettivizzazione forzata delle terre degli anni successivi avrebbe visto idealmente affiancati i ribelli contadini e gli operai in rivolta nelle fabbriche in cui lo stachanovismo imponeva ritmi di lavoro assurdi e misure repressive eccezionali. Tutti, contadini ed operai, destinati a cadere a decine di migliaia, vittime spesso senza nome di un programma forzato di ammodernamento che più che realizzare il socialismo avrebbe contribuito a dar vita ad un capitalismo di stato neppure troppo efficiente16.

N.B.
Su tutto questo, che richiederebbe altre innumerevoli pagine destinate a dimostrare che la lotta di classe non può mai morire proprio a causa delle contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico, sotto qualsiasi bandiera esso si presenti, e non per aprioristica volontà di un partito, potrebbe rivelarsi utile la consultazione dei seguenti testi: D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Edizioni quaderni piacentini, Piacenza 1976; A. Graziosi, Stato e industria in Unione Sovietica (1917-1953), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1993; F. Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988; L. Viola, Stalin e i ribelli contadini, Rubbettino Editore, Catanzaro 2000. Mentre per l’uso del “terrore“ durante la guerra civile si consiglia la lettura dello splendido La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei (a cura di Serena Vitale, Adelphi 1990) di Vladimir Zazubrin, in cui “lei” è la rivoluzione colta nel suo massimo grado di violenza. Motivo per cui il romanzo breve o racconto lungo, scritto nel 1923, venne censurato, rimosso e defalcato insieme all’autore dalla storia ufficiale della letteratura russa e pubblicato in Russia soltanto nel 1989, quando il suo autore fu riabilitato, molti anni dopo la morte, avvenuta il 6 dicembre 1938 sull’onda delle grandi purghe staliniane.


  1. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, p. 23.  

  2. Affermazione che secondo Engels, in una lettera indirizzata a Bernstein il 2/3 novembre 1882, Marx avrebbe usato con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei cosiddetti “collettivisti” di cui facevano parte lo stesso Lafargue, genero di Marx, e Guesde: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” .  

  3. Si veda: M. Calusio, Nota all’edizione italiana di L. Jurgenson (a cura di), Lettere al boia. Scrivere a Stalin, RCS Libri, Milano 2011, pp. 8-9.  

  4. Si veda quanto scritto in proposito nell’editoriale del n° 3 di «Limes» del 2026:

    Da studiare in quanto arma di legittimazione agitata da attori interessati a spacciare per ecumenici gli interessi propri. Questo abracadabra manca del carattere primo di qualsiasi sistema legale: l’applicazione uniforme e consensuale. […] Ma dove? In nessun luogo, da nessuna parte. Si pretende universale mentre è apolide. A disposizione di qualsiasi passante pronto a travestirsi da portavoce della civiltà. Spendibile in ogni contesto, quindi falso dappertutto […] Tradotto: gli attori aderiscono ai flessibili principi del «diritto internazionale» finché coincidono con i propri interessi. ( Bussando alla porta dell’Inferno in In trappola, «Limes» n° 3 /2026, pp. 28-29.)

     

  5. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, op. cit., p. 25.  

  6. «La Correspondance internationale» n. 12, 25 gennaio 1927, p. 155 ora in A. Mantovani, Premessa a Lo scontro sul «Socialismo in un Paese solo» al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, dicembre 1926 -gennaio 1927, op. cit., pp. 39-40.  

  7. «La Correspondance internationale» n. 4, 10 gennaio 1927, p. 67 ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 36-37.  

  8. «La Correspondance internationale» n. 6, 14 gennaio 1927, p. 86, ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 38-39.  

  9. Di Victor Serge si vedano, almeno: Anni spietati, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974; E’ mezzanotte del secolo, Edizioni e/o, Roma 1980 (ed. originale 1939) e Il caso Tulaev, Casa editrice Valentino Bompiani & C., Milano 1952.  

  10. A. Mantovani, op. cit., pp. 98-99.  

  11. Ivi, p. 100.  

  12. Sull’intera faccenda si veda il documentatissimo testo di E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014.  

  13. Cit. in E. Cinnella, op. cit, p. 162.  

  14. Si veda in proposito: M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Giuseppe Laterza & Figli, Bari 1969, e L. Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, RCS, MIlano 2025.  

  15. Lenin, Meglio meno, ma meglio, «Pravda», 4 marzo 1923; ora in M. Lewin, op. cit., pp. 188-189.  

  16. Si veda a proposito di questa definizione del sistema sovietico: A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

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La Sinistra Negata 10 https://www.carmillaonline.com/2026/02/17/la-sinistra-negata-10/ Tue, 17 Feb 2026 22:55:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93072 La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
 (Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

Parte seconda/2: quale comunismo?

3. SUICIDIO, VOCAZIONE ULTIMA. Detto ciò, siamo ancora ben lontani da una definizione di “comunismo” valida, pur avendone forse individuato qualche elemento. Per “comunismo” si intende infatti anche un tipo di ordinamento economico che contempli il lavoro quale valore d’uso, [...]]]> La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
 (Questa seconda parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

Parte seconda/2: quale comunismo?

3. SUICIDIO, VOCAZIONE ULTIMA.
Detto ciò, siamo ancora ben lontani da una definizione di “comunismo” valida, pur avendone forse individuato qualche elemento. Per “comunismo” si intende infatti anche un tipo di ordinamento economico che contempli il lavoro quale valore d’uso, non di scambio, il comunismo, cioè, a differenza del socialismo, non prevede una permanenza del proletariato, sia pure in posizione di classe dominante, bensì la sua scomparsa in quanto classe legata alla vendita della forza-lavoro e con ciò la scomparsa di tutte le altre classi sociali.

È individuabile qualcosa del genere nei comportamenti storici del proletariato? Nelle fasi di lotta non molto, visto che in quei momenti il problema è combattere le altre classi, mantenendo la propria identità e anzi valorizzandola. Inoltre la questione non può porsi in questi termini in contesti nei quali la scarsità dei beni non consenta una radicale trasformazione delle forme di distribuzione, e imponga la conservazione di una qualche gerarchia sociale, anche se magari capovolta.
Esistono tuttavia comportamenti pre-politici e metapolitici che fanno comprendere come l’abolizione delle classi sia un’altra delle istanze spontanee del proletariato, a pari titolo dell’aspirazione alla democrazia diretta. Per fare un esempio, le lotte alla FIAT dei primissimi anni Ottanta sorpresero gli osservatori per il fatto che protagonista ne era una classe operaia composta da giovani e giovanissimi che, a differenza dei loro “padri”, col luogo di lavoro intrattenevano un rapporto superficiale e non determinante. Le ore di lavoro venivano da questi soggetti, in prevalenza dotati di un buon grado di istruzione, “date per perse”: si trattava ai loro occhi di un sacrificio cui sottoporsi per ottenere il denaro necessario ad una gestione del tempo libero analoga a quella dei coetanei. Era del resto difficile anche solo definire “operai” quei giovani; nel senso che “operai” lo erano nelle ore trascorse in fabbrica, ma per il resto del tempo erano membri di gruppi rock, ragazzi di quartiere, frequentatori di discoteche, anima- tori di varie attività culturali, ecc., ed ai loro occhi questo secondo tipo di definizione era molto più importante della prima.

Di ciò la FIAT, e in altre situazioni il resto del padronato, hanno poi largamente approfittato, sfruttando l’indifferenza alla fabbrica per inasprire disciplina e intensità del lavoro, mentre il capitale in senso ampio coglieva l’importanza del tempo libero e procedeva alla sua sistematica colonizzazione. Sta di fatto che era nata, forse per la prima volta nel nostro paese, una classe operaia che esistenzialmente non si qualificava come tale, e fondava la maggior parte delle proprie rivendicazioni non sui bisogni connessi al luogo di lavoro, ma su quelli maturati fuori.

Il “movimento del ’77”, nelle sue espressioni migliori, colse con largo anticipo l’avvio di questi processi ad un tempo sociali e culturali, tentando una ricomposizione del proletariato giovanile sul territorio. Non altrettanto sensibile fu la sinistra istituzionale, che guidò le lotte alla FIAT, e in generale quelle aventi a protagonisti gli operai dotati di una soggettività di nuovo tipo, ad una rovinosa sconfitta, salvo poi ripensarne le ragioni e diagnosticare frettolosamente (e stupidamente) un’estinzione del proletariato e delle sue istanze.

Va però osservato, non certo a suo discarico, che era – ed è – obiettivamente difficile organizzare categorialmente una classe operaia che non solo non si sente tale, ma che avverte anche l’impellente necessità di abbandonare quell’abito troppo stretto. E in effetti il più radicato bisogno di quel tipo di giovane operaio era e rimane quello di abbandonare al più presto la fabbrica, rendendo omogenei tempo libero e tempo di lavoro a detrimento del secondo, anche a rischio di cadere in una dilatazione inavvertita della giornata lavorativa, come sta accadendo con il proliferare di attività autonome implicanti un elevato grado di autosfruttamento.

Tutto ciò, a ben vedere, non è che il coronamento logico di un processo storico lunghissimo, che ha visto la classe operaia impegnata a far sì che i propri figli non perpetuassero la condizione dei padri. Si può anzi dire, senza eccessive forzature, che l’intera vicenda del proletariato (non solo italiano) si sia svolta all’insegna dell’autonegazione e dell’eliminazione delle condizioni per una propria riproduzione in quanto classe, attraverso battaglie e conquiste – prima fra tutte quella dell’accesso alla cultura – che impedissero una perpetuazione della condizione subalterna, quanto meno per le generazioni a venire.

Già da questo si dovrebbe comprendere su quali bisogni profondi riposi l’idea comunista, e quanto essa si differenzi da quella socialista, da cui sono scaturiti – non a caso – “stati operai” votati alla cristallizzazione della classe, sia pure in posizione presuntivamente dominante. Ma ciò che più preme osservare è che oggi, in alcune aree del mondo, quel desiderio di abbandono definitivo di una condizione subordinata che le classi subalterne hanno sempre coltivato ha perso ogni connotato velleitario, spostandosi dalla sfera del- l’auspicabile alla sfera del possibile. Difatti l’assetto produtti- vo odierno, con l’automazione, con l’informatizzazione, con la dilatazione dei servizi, si incarica quotidianamente di espellere forza-lavoro dai rami produttivi tradizionali, anche se ciò, in un contesto di squilibri sociali, è fonte non di liberazione, ma di sofferenza e di squilibri ulteriori.

Ciò non autorizza ancora a sognare una società di abbondanza generalizzata, in cui ognuno attinga alla ricchezza sociale fornendo prestazioni lavorative ridotte al minimo (una visione del genere, contemplata da Marx solo in termini di proiezione, sorvolerebbe con troppa leggerezza sul fatto che nel mondo non esiste solo l’Occidente). Autorizza però ad agire per una appropriazione contraria alla logica statal-padronale, e dunque allusiva al comunismo, dei benefici che il nuovo assetto comporta, esigendo quote maggiori di ricchezza sociale e bloccando i meccanismi selettivi laddove un’organizzazione in classi tende malgrado tutto a riproporsi (“malgrado tutto” nel senso di pura imposizione autoritaria, disciplinare, senza vincoli diretti con la nuova configurazione produttiva, che di per sé libererebbe una pluralità di soggetti dai ruoli tradizionali), contendendo al capitale la gestione del tempo libero ed ampliandone l’estensione.

Quest’ultimo punto merita di essere particolarmente sottolineato. Alla luce di quanto si è detto fino ad ora, la vicenda delle classi subalterne ha avuto storicamente un secondo filo conduttore sotterraneo, accanto a quello propriamente politico-rivendicativo; un filo conduttore che potremmo definire “esistenziale”.
Dapprima tentando di garantire almeno ai propri figli un futuro diverso, poi cercando in prima persona di utilizzare in forme svincolate da condizionamenti produttivi il tempo sottratto al padrone, il proletariato ha sempre aspirato ad introdurre nella propria esistenza quei momenti di creatività, di invenzione, di impiego libero da costrizioni della propria intelligenza, riservati dal capitalismo ad altre classi e dal socialismo a ben delimitate corporazioni. Nei momenti più alti di lotta è persino riuscito, sia pure sporadicamente, a portare quella tensione sul luogo di lavoro o sul territorio di riproduzione, sconvolgendone disciplina e norme con l’irruzione di innovazioni umane prima ancora che politiche (dalla “pentola proletaria” dei braccianti parmensi in sciopero ai primi del ‘900, alle rappresentazioni teatrali degli wobblies statunitensi, ai concerti nelle fabbriche occupate durante l’autunno caldo”, fino alle mille trovate del proletariato giovanile intorno al ’77).

Espressioni squisitamente, puramente comuniste, contenendo in sé non solo una critica alla divisione del lavoro, ma anche una negazione radicale della visione “numerica” cara al capitale, e dunque un’affermazione altrettanto radicale di se stessi come persone (ciò che in passato abbiamo definito, con le parole di un operaio inglese, «sparare sull’orologio»). Senza questa dimensione il comunismo non si dà, a meno di non definire tale qualche squallido inferno alla Pol Pot; e proprio questa dimensione è quella che più chiaramente emerge dalle forme antagonistiche, passate e presenti, del proletariato giovanile, sovente e del tutto a torto scambiate per manifestazioni di svago (da Parco Lambro al movimento punk, dai circoli milanesi della fine degli anni ’70 ai centri sociali autogestiti degli anni a seguire, ecc.).
Saper leggere il comunismo anche dove non si autoqualifica come tale, al di là di fredde equazioni ispirate alla stessa logica numerica del capitalismo. Questa dev’essere la grande capacità dei comunisti, impegnati ad aiutare la classe operaia a realizzare il proprio destino storico: scomparire.

 

4. NON PIÙ NEMICI, NON PIÙ FRONTIERE.
Il discorso fin qui svolto ha il grave limite (che poi è il più vistoso della tradizione “operaista”) di riferirsi, salvo qualche fuggevole osservazione, solo ad un contesto occidentale, ed anzi ad una sua porzione. Di fatto il dominio capitalistico, seguendo la propria naturale vocazione, ha raggiunto un’estensione mondiale, pressoché totale, travolgendo anche le superstiti cortine di ferro e di bambù che ne frenavano – seppur malamente – la dilatazione. Ciò pone problemi che a Marx erano certamente ignoti, sebbene gli intellettuali di sinistra più avvertiti – pensiamo in particolare a P.M.Sweezy, Il marxismo e il futuro, Torino, 1980- li abbiano presi in considerazione con largo anticipo sugli attuali sviluppi.

Ai giorni nostri non è più utilizzabile un disegno comunista che tenga presente solo la configurazione economica, politica e sociale delle aree più industrializzate, affidando alla classe operaia di queste ultime l’onere della liberazione dell’intero proletariato; e ciò non solo per il fatto che tale classe perde colpi in tutto l’Occidente, ma per il motivo che alla sua contrazione numerica corrisponde, nello stesso Occidente, una moltiplicazione di soggetti subalterni dalle caratteristiche poco omogenee e non definibili alla luce del ruolo produttivo diretto, mentre alla periferia del sistema, nel paesi del Terzo e Quarto mondo, le classi subordinate proliferano all’interno di processi produttivi che traggono dal centro gli impulsi decisionali. Tutto ciò in conseguenza del decentramento produttivo, dello spostamento dal centro alla periferia delle lavorazioni a tecnologia matura, del passaggio dalle multinazionali alle transnazionali e degli altri fenomeni di cui ci siamo già occupati in altri numeri della rivista.

Se questo è il quadro, corollari ne sono: 1) una più stretta integrazione tra un’area e l’altra del mondo, come divisione internazionale del lavoro e come conseguente complementarietà produttiva (a tutte spese della forza-lavoro) tra Sud e Nord, tra Est ed Ovest, ecc.; 2) una fluidificazione della forza-lavoro, i cui flussi si spostano da un quadrante all’altro a seconda della domanda e sotto la pressione di scompensi determinati da un contesto unitario ma non omogeneo, fornendo con la loro mobilità un elemento riequilibratore; 3) una limitazione delle funzioni degli Stati nazionali, che sempre più tendono a delegare alle compagnie transnazionali parte delle loro prerogative, tra cui l’azione diplomatica e l’impostazione del commercio estero, mentre nel contempo si inseriscono in sistemi più vasti di decisione politica e di deterrenza repressiva.

La guerra scompare così dall’orizzonte dello scontro tra blocchi; ma essa ricompare all’interno del rapporto Nord-Sud (dove il Nord, paradossalmente, scaturisce dalla somma di Est ed Ovest). La coesione e la funzionalità del quadro può essere mantenuta solo cristallizzando la divisione dei compiti tra le aree geografiche, e cioè la distinzione tra quelle in cui hanno sede comando e tecnologie evolute e quelle fornitrici di materie prime e di manodopera a basso costo. La subordinazione del Sud del mondo assurge quindi a puntello del sistema capitalistico globale, essendo il fattore decisivo che consente di contenere l’aumento della composizione organica del capitale, spinta alle stelle dal rinnovamento tecnologico, nonché di scongiurare la saturazione dei mercati occidentali (evento che il crollo dei paesi dell’Est ha solo procrastinato).

La guerra, come uso della coercizione, del ricatto, del banditismo finanziario si riconferma, anche in un contesto mutato, come quintessenza spirituale del capitalismo, come sua perfetta stilizzazione. Ex-Yugoslavia, Balcani, Africa, Medio Oriente sono lì a riconfermare come il lupo perda il pelo ma non il vizio. Ma storicamente il movimento comunista ha rotto col filone socialista proprio sul tema della guerra, affrontato dal secondo come questione interna ai singoli Stati, e visto invece dal primo come banco di prova della solidarietà tra proletari, come male assoluto da sradicare assieme al sistema disumano che ne è all’origine.
È questa impostazione originaria del problema della guerra, antisocialista, autenticamente comunista, che si legge nella trama delle iniziative di solidarietà tra i popoli che spontaneamente, silenziosamente, in dimensioni inaspettate e mai accertate ha riempito il vuoto degli anni Ottanta (duemila comitati per il Salvador nei soli Stati Uniti!); che ha governato con discrezione i movimenti antimilitaristi, pacifisti e terzomondisti; che si manifesta tuttora nei tentativi di fraternizzazione con il proletariato immigrato, qualora riescano a sottrarsi all’impostazione lacrimosa e insopportabile conferita al tema dalla sinistra istituzionale e dal quotidiano Il Manifesto.

Ma se dobbiamo individuare in questo campo le indicazioni spontanee che giungono dal proletariato, dobbiamo riferirci non a minoranze attivistiche, per quanto generose, bensì alle classi subalterne nel loro assieme, considerate sulla stessa scala mondiale in cui opera il capitalismo.
In molte situazioni a livello internazionale i popoli rivendicano la propria dignità umana, il proprio diritto a vivere ed essere liberi, contro Stati, alleanze di Stati, organismi interstatali e sovranazionali che detengono il monopolio della forza, il monopolio della finanza, il monopolio della politica, il monopolio delle vite. Tale rivendicazione non è in sé “comunista”. È però certo che non vi può essere oggi comunismo che non contempli un ordinamento internazionale fondato su scambi equitativi, tale da impedire che alla divisione in classi interna ai singoli paesi si sovrapponga una divisione in popoli, spostando le dinamiche del privilegio dai contesti nazionali ad interi quadranti geografici.

I due obiettivi fondamentali del comunismo, libertà totale e totale eguaglianza (un terzo si vedrà fra breve) assumono, in un ambito mondiale, le denominazioni di autodeterminezione dei popoli e di equità degli scambi, tra soggetti di pari dignità e di pari potere contrattuale. Mentre la tensione verso l’estinzione dello Stato diviene, in quel quadro allargato, lotta per l’estinzione dei sistemi politici, economici e militari di controllo sovranazionale.

Battersi per il comunismo significa agire su tutti e due i fronti: quello della propria situazione contingente e quello internazionalista, su cui il comunismo è nato e si è qualificato quale espressione più compiuta dei bisogni proletari.
Simile coerenza, non sempre avvertibile nei movimenti pacifisti e antirazzisti che ancora abbiamo sotto gli occhi, si è scorta durante gli anni ’80 nelle azioni di boicottaggio dei prodotti israeliani e sudafricani, nel sostegno militante al Nicaragua sandinista, al Salvador e agli altri popoli in lotta contro l’imperialismo, ma anche oggi anche se in maniera minore e più ambigua, by default– attraverso la solidarietà nei confronti della causa zapatista del Chiapas messicano.

Marx diceva (ne La sacra famiglia, precisiamo ad uso dei filologi o di chi ci dovesse scambiare per ignoranti) che la Rivoluzione francese, iniziata nel 1789, non si era poi più arrestata. Ebbene, i tre capitoletti in cui è suddivisa la nostra esposizione avrebbero tranquillamente potuto essere chiamati liberté, égalité, fraternité. Perché questo è il comunismo: libertà, attraverso il massimo sviluppo della democrazia reale; uguaglianza, attraverso la soppressione delle classi sociali; fraternità, attraverso la negazione delle frontiere e l’affratellamento dei popoli.
Se ci si riflette un attimo, si tratta delle massime aspirazioni di ogni essere umano dotato di coscienza e di ragione.

(Fine delle puntate de La Sinistra Negata)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05  qui, 06 qui, 07 qui, 08 qui e 9 qui.

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A proposito di internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2025/02/05/a-proposito-di-internazionalismo/ Wed, 05 Feb 2025 21:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86703 di Sandro Moiso

Benedict Anderson, Anarchismo e immaginario anticoloniale, elèuthera 2024, pp. 446, 24,00 euro

Evviva la «zagaglia barbara» («Il Programma Comunista», 24 marzo 1961)

Mentre la centralità dell’ordine occidentale del mondo inizia a venir meno anche in quei settori, come quello ricollegabile allo sviluppo dell’AI, in cui si sentiva più sicuro e mentre la presidenza Trump 2.0 contribuisce a rendere più incerto il sistema delle alleanze che lo hanno garantito negli ultimi ottanta anni, la pubblicazione del testo di Bendict Anderson sulle origini dell’internazionalismo “rivoluzionario” attento ai popoli e alle nazioni estranee al contesto europeo e “biancocentrico” serve [...]]]> di Sandro Moiso

Benedict Anderson, Anarchismo e immaginario anticoloniale, elèuthera 2024, pp. 446, 24,00 euro

Evviva la «zagaglia barbara» («Il Programma Comunista», 24 marzo 1961)

Mentre la centralità dell’ordine occidentale del mondo inizia a venir meno anche in quei settori, come quello ricollegabile allo sviluppo dell’AI, in cui si sentiva più sicuro e mentre la presidenza Trump 2.0 contribuisce a rendere più incerto il sistema delle alleanze che lo hanno garantito negli ultimi ottanta anni, la pubblicazione del testo di Bendict Anderson sulle origini dell’internazionalismo “rivoluzionario” attento ai popoli e alle nazioni estranee al contesto europeo e “biancocentrico” serve da stimolo per una riflessione che, ancor troppo spesso, appare scontata nelle sue conclusioni.

Infatti, andando ad indagare un periodo in cui il socialismo era rappresentato dalle posizioni della Seconda Internazionale, la ricerca di Anderson rivela un’inaspettata e scarsamente studiata vicinanza tra le posizioni espresse dall’anarchismo e quelle proprie dei primi movimenti nazionalisti nati al di fuori del contesto europeo.

Un contesto in cui la Prima Internazionale o Associazione Internazionale dei lavoratori era nata e si era sviluppata a partire non soltanto dalla solidarietà tra i lavoratori dei vari paesi europei, ma anche da quella nei confronti degli insorti polacchi che proprio in quel periodo si battevano contro la repressione e il dominio zarista sulla loro nazione.

Non a caso un personaggio fortemente simbolico di quella stagione fu Giuseppe Garibaldi, l’”eroe dei due mondi”, guerrigliero e abile condottiero, ma scarsamente dotato dal punto di vista della visione e della capacità critica politica, così come lo ritenevano sia Marx che Engels. I quali, pur potendo essere considerati, insieme a Bakunin e altri esponenti dei movimenti politici dell’epoca come Giuseppe Mazzini, tra i “padri fondatori” di quella esperienza, sorta nel 1864 e destinata a concludersi nel 1876, ma già avviata alla sua fine a partire dall’espulsione di Michail Bakunin e di James Guillaume messa in atto al Congresso dell’Aja sulla base delle decisioni prese alla Conferenza di Londra nel 1871, ne furono contemporaneamente tra i maggiori promotori ed affossatori.

Nel 1889, sei anni dopo la scomparsa di Marx, sarebbe sorta una Seconda Internazionale sulle basi delle idee e delle pratiche socialiste espresse a partire dalla socialdemocrazia tedesca, già fortemente criticate dallo stesso filosofo di Treviri nella sua “critica al programma di Gotha”, scritta nel 1875, ma resa pubblica soltanto nel 1891.

Una seconda internazionale che avrebbe rivolto sempre e soltanto uno sguardo paternalistico, talvolta prossimo al razzismo, alle vicende dei popoli colonizzati e ai loro moti di rivolta. Una posizione che facendo propria, in chiave falsamente classista, il concetto del white man’s burden espresso da Rudyard Kipling in una sua poesia del 1899, spostava sulle spalle del proletariato bianco e occidentale e dei suoi partiti politici il fardello rappresentato dalla necessità di educare i popoli “altri”, ritenuti ancora incapaci di esprimere una propria critica teorica e pratica che, in questo caso davvero, ancora li affardellava.

Una posizione “educazionista” che più che in Marx, sempre attento alla novità rappresentate dalle lotte e dalle esigenze dei popoli posti fuori dai confini tradizionali dell’Europa e spesso schiavizzati per poter sostenere l’ineguale sviluppo economico su cui si era fondata la rivoluzione industriale e la nascita del moderno capitalismo1, aveva tratto spunto dalle considerazioni talvolta liquidatorie con cui il suo sodale Friedrich Engels aveva guardato ai popoli slavi e a tutti quelli che egli riteneva “popoli senza storia”2.

Una posizione che è possibile riscontrare ancora oggi in molte delle posizioni espresse a proposito della lotta del popolo palestinese e che, ammantandosi di classismo di maniera e ultra-sinistrismo, nei fatti nega ciò che invece costituì uno dei punti basilari della politica della Terza Internazionale o Internazionale Comunista: il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il tentativo di integrare nella lotta del proletariato internazionale le lotte venutesi a determinare sulla base del primo, senza stravolgerne forme e contenuti specifici (Congresso di Baku – settembre 1920).

Benedict Anderson (1936-2015) è stato uno storico che ha saputo coniugare perfettamente la disciplina che ha insegnato lungamente alla Cornell University, International Studies e Storia dell’Asia orientale, con l’antropologia e ibridare la storia politica con la storia delle idee, cosa che lo ha spinto a studiare come si formi l’immaginario nazionalista e a perlustrarne le complesse vicende. Così, come afferma Stefano Boni nella sua prefazione all’edizione italiana di Anarchismo e immaginario anticoloniale:

Anderson tendeva a osservare i fenomeni non partendo dalle prospettive dominanti, spesso quelle emerse nel Nord Atlantico, ma perlustrando appieno le conseguenze della critica anticoloniale: il posizionamento prospettico a fianco dei colonizzati gli permetteva non solo di denunciare la violenza dell’occupazione europea ma anche di individuare i presupposti epistemologici del colonialismo, per scardinarli. […] La sua sensibilita e le sue conoscenze gli permettevano – e questo è forse il lascito piu importante di Anderson – di mettere in discussione assiomi eurocentrici, come l’origine propulsiva del nazionalismo nel vecchio continente, per dare spazio invece a voci neglette e soppresse3.

L’opera più conosciuta di Anderson è sicuramente Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, pubblicato per la prima volta nel 1983 e ripubblicato in una versione più ampia nel 1991. Comunità immaginate è uscito in italiano nel 1996 ed è un testo che insiste sulla comunità e il suo immaginario come premessa della nascita stessa della nazione e del nazionalismo. Comunità è un termine che, come viene spiegato dall’autore, può anche tradursi nel corso del tempo in nazione, ma, se e quando accade, è per effetto di una serie di passaggi successivi, poiché nella “comunità immaginata” è implicita l’idea che il passaggio da una comunità immaginata a una comunità “istituzionalizzata”, cioè alla nazione, si venga costruendo, nel corso del tempo, con una serie di processi legati all’accelerarsi della comunicazione tra i soggetti appartenenti alla comunità (viaggi, stampa, mercati).

Per l’autore tale processo avvenne prima fuori dall’Europa e non all’interno della stessa come tanta storiografia continua a sostenere. La prima idea di “nazione” fu quella che si formò tra i pionieri creoli delle colonie europee del continente americano: che furono i primi sostenitori di una patria nazionale in conflitto con la madrepatria, con la quale, paradossalmente, condividevano sia la lingua che la religione.

È solo dopo questa prima esperienza che nascono, nei primi decenni dell’Ottocento, i nazionalismi europei, che avrebbero avuto come base le lingue nazionali e che si costruirono con la formazione di una burocrazia di funzionari. Dando vita a una comunità, non più fondata su fattori dinastici, ma sulla borghesia in quanto classe che aveva bisogno per le sue attività produttive di una “nazione”, con territorio e lingua comuni e ben delimitati ai fini dello sviluppo di leggi condivise e mercati “protetti”.

Un modello che tornerà, poi ancora, ad essere riportato nelle colonie attraverso gli stati coloniali, soprattutto in Asia e Africa, per il tramite della formazione e del mantenimento di rigide burocrazie e di una istruzione in grado di dare ai colonizzati una medesima lingua, spesso straniera, che avrebbe poi spinto questi a ritrovare le proprie radici originarie, linguistiche e culturali.

Benedict Anderson era contrario ad una visione eurocentrica della storia e a una tradizione che ignorava l’aspetto emozionale del nazionalismo. Il termine che fa la differenza nella sua opera è, come si è già detto, immaginate, un termine che secondo Anderson evoca emozione, appartenenza e che può far comprendere la mobilitazione per la “patria” cui si aspira. Una scelta spiazzante, che rovescia lo sguardo storico (e geografico!) tradizionale e fa dell’autore un maestro e un anticipatore di tante problematiche odierne.

Nello specifico del testo ora pubblicato da elèuthera occorre ricordare non solo che l’autore focalizza il suo interesse su quanto avvenne in Indonesia e nelle Filippine a cavallo tra XIX e XX secolo, ma anche sulla funzione che gli ideali anarchici ebbero nello spingere avanti le rivendicazioni politiche anticoloniali, oltre i limiti di un marxismo, di cui si è già detto, incapace di comprendere sia l’aspetto emozionale di tale genere di lotte che il risvolto necessariamente antimperialistico e non eurocentrico delle stesse.

Anarchismo e immaginario anticoloniale riprende una visione decentrata della storia, focalizzata sulla prospettiva dei colonizzati, aggiungendo un nuovo cruciale elemento: gli scambi tra i vari movimenti anticoloniali e tra questi e gli ambienti politici radicali europei. Si tratta di relazioni intellettuali, di sostegno economico e militare, di consigli strategici su come sottrarsi al giogo imperiale per inaugurare una nazione sovrana. Idee e persone circolano; si attivano coordinamenti e circuiti internazionali di mutuo aiuto che collegano lotte distanti in un sodalizio cosmopolita[…] La narrazione conseguentemente si snoda tra Madrid, Parigi e Londra, ma anche tra Cuba e Rio de Janeiro a ovest, e tra Giappone, Hong Kong, Singapore e Manila a est. I filippini guardavano con particolare interesse alle vicende cubane: nel 1895, l’inizio dell’ultima guerra di indipendenza latinoamericana per liberarsi del morente impero spagnolo annuncia infatti la prima insurrezione armata nazionalista in Asia, quella filippina del 18964.

Sulla copertina della prima edizione inglese (2005) del testo erano affiancate tre bandiere: quella delle lotte di indipendenza cubana (bandiera che diventerà quella nazionale), quella del Katipunan (l’organizzazione segreta anticoloniale filippina del 1894) e il vessillo anarchico e, non a caso, il titolo recitava Under Three Flags, Anarchists and the Anticolonial Imagination.

L’attrazione tra nazionalismo e anarchismo, orientamenti accomunati da una tensione per la
libertà sebbene per molti versi antitetici, in particolare per ciò che concerne la riduzione della comunità politica allo Stato, raggiunse il suo apice nel periodo delle lotte anticoloniali. Nonostante Anderson abbia simpatie marxiste, riconosce appieno l’apporto del movimento anarchico che «alla fine del diciannovesimo secolo divenne il principale veicolo per diffondere su scala globale la lotta al capitalismo industriale, all’autocrazia, al latifondismo e all’imperialismo»5.

Mentre le organizzazioni socialiste focalizzavano la loro attenzione sul proletariato industriale delle metropoli, la rete delle organizzazioni anarchiche agì con maggiore eclettismo interagendo con contadini, manovali agricoli, commercianti, artisti e artigiani. Con una flessibilità che rappresentò un indubbio vantaggio inclusivo, soprattutto in aree a bassa industrializzazione, come nelle colonie. Così un «anarchismo ormai globalizzato, grazie anche alle importanti ondate migratorie che fuoriuscivano dal vecchio continente, contribuì a offrire strumenti pratici e teorici alle lotte anticoloniali.»6 Come afferma l’autore nell’introduzione al testo:

Questo libro è un esperimento che prende le mosse in quell’ambito che Melville avrebbe definito «astronomia politica», poiché prova a tracciare una mappa della forza gravitazionale esercitata dall’anarchismo sui movimenti nazionalisti militanti sviluppatisi ai poli opposti del globo.[…] sebbene l’anarchismo avesse spesso attinto al torreggiante edificio del pensiero marxista, in un’epoca in cui l’emersione di un proletariato industriale, inteso in senso stretto, si limitava essenzialmente ai paesi dell’Europa del Nord, il movimento anarchico mirava a coinvolgere anche contadini e lavoratori agricoli. […] Per di piu, ostile quanto il marxismo all’imperialismo, l’anarchismo non nutriva pregiudizi teoretici nei confronti dei «piccoli» e «astorici» nazionalismi, inclusi quelli provenienti dal mondo coloniale. Gli anarchici furono, infine, piu rapidi a cogliere le potenzialità insite negli importanti flussi migratori transoceanici dell’epoca: Malatesta trascorse quattro anni a Buenos Aires, qualcosa di inconcepibile per Marx o Engels che non lasciarono mai l’Europa occidentale, e il Primo Maggio celebra la memoria dei migranti anarchici, e non marxisti, che furono giustiziati negli Stati Uniti nel 18877.

Per certi versi soltanto Lenin avrebbe saputo accogliere nella sua interpretazione del marxismo molti di questi elementi, ma per farlo avrebbe dovuto rompere radicalmente con la tradizione della Seconda internazionale, così come si è già detto all’inizio. Aprendo però una strada che sarebbe stata più significativa per la liberazione dell’Asia dal giogo coloniale che non per la classe operaia occidentale da quello del capitale.

Un libro quello di Anderson da leggere e meditare, ripercorrendo anche con un senso di stupore le vicende collettive e quelle personali di movimenti e personaggi che troppo spesso la tradizione eurocentrica della sinistra ha cancellato, insieme a quelle dei rivoluzionari asiatici che animano le pagine di un altro bel testo sulle rivoluzioni “altre”, Asia ribelle di Tim Harper (qui). Due testi, comunque, indispensabili per orientarsi ancora oggi tra le nebbie e le distorsioni di troppo facili interpretazioni del divenire storico e del ruolo dei rivoluzionari.


  1. Oltre che agli scritti più conosciuti dello stesso Marx sul colonialismo inglese in India e in Cina, si fa qui riferimento a: E. Cinnella, L’altro Marx. Una biografia, Della Porta Editori, Pisa- Cagliari 2014; K. Marx, Quaderni antropologici. Appunti da L.H. Morgan e H.S. Maine, Edizioni Unicopli, Milano 2009: H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Edizioni Jaca Book, Milano 1977 e P.P. Poggio, Marx, Engels e la rivoluzione russa, «quaderni di Movimento operaio e socialista» n.1, Genova, luglio 1974.  

  2. Si veda: R. Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli «senza storia». La questione nazionale nella rivoluzione del 1848-49 secondo la visione della «Neue reinische zeitung», graphos edizioni, Genova 2005.  

  3. S. Boni, Prefazione a B. Anderson, Anarchismo e immaginario anticoloniale, elèuthera 2024, pp. 7-8.  

  4. S. Boni, cit. in B. Anderson, op.cit., p. 11.  

  5. Ibidem, p. 12.  

  6. ivi, p. 13.  

  7. B. Anderson, op.cit., pp. 20-21.  

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L’internazionalismo e la guerra in Ucraina https://www.carmillaonline.com/2022/11/22/linternazionalismo-e-la-guerra-in-ucraina/ Tue, 22 Nov 2022 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74715 di Sandro Moiso

Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, Milano 2022, pp. 210, euro 10,00

Dal 24 febbraio ad oggi intorno al conflitto sviluppatosi in Ucraina non solo è cresciuto il numero delle vittime e dei caduti su entrambi i fronti, aumentata a dismisura la cifra dei danni e delle distruzioni e il prezzo delle materie prime (soprattutto grano e gas) toccate dall’andamento della guerra (oltre che dall’intramontabile speculazione commerciale e finanziaria), ma anche la quantità di menzogne narrate dalla propaganda delle parti coinvolte, dai governi, dai presunti [...]]]> di Sandro Moiso

Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, Milano 2022, pp. 210, euro 10,00

Dal 24 febbraio ad oggi intorno al conflitto sviluppatosi in Ucraina non solo è cresciuto il numero delle vittime e dei caduti su entrambi i fronti, aumentata a dismisura la cifra dei danni e delle distruzioni e il prezzo delle materie prime (soprattutto grano e gas) toccate dall’andamento della guerra (oltre che dall’intramontabile speculazione commerciale e finanziaria), ma anche la quantità di menzogne narrate dalla propaganda delle parti coinvolte, dai governi, dai presunti esperti e dai vertici militari e diplomatici europei e statunitensi.

La “nebbia” di guerra, diffusa da bufale evidenti e narrazioni ben altrimenti architettate, però, non ha solo cercato di confondere l’opinione pubblica, che a dir del vero non sempre si è prestata così facilmente al discorso della guerra giusta oppure difensiva, ma è anche servita a creare spaccature non lievi all’interno di un pensiero e di una pratica antagonista che, dopo aver ignorato per decenni il discorso sulla guerra, non ha mancato di scoprire l’esigenza di schierarsi, troppo spesso, con l’uno o l’altro degli schieramenti in lotta.

Ben venga dunque il testo appena pubblicato dai compagni facenti riferimento alla Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria che, senza mancare di fornire abbondanza di dati sulle cause politiche, militari, economiche ricollegabili allo sfruttamento dei territori compresi nei grandi spazi che si estendono tra i confini orientali dell’Unione Europea e la Federazione degli Stati russi e alla loro importanza geopolitica, si sforzano nel tentativo di fornire una lettura internazionalista non soltanto degli avvenimenti inerenti al conflitto, ma anche ai compiti che l’antagonismo di classe dovrebbe darsi in un simile, drammatico e dirimente frangente.

Così, cominciando proprio là dove il libro si conclude con le sue appendici, appare utile ancora oggi la ripubblicazione dei due manifesti delle conferenze di Zimmerwald (settembre 1915) e di Kiental (1° maggio 1916) che posero le basi per l’opposizione internazionalista al primo grande macello imperialista. Il primo

originariamente redatto da Lev Trotsky e successivamente emendato, che venne adottato dalla Conferenza Socialista Internazionale svoltasi a Zimmerwald, in Svizzera, a conclusione dei suoi lavori, l’8 settembre 1915. La sua approvazione fu preceduta da lunghe e vivaci discussioni, dovute soprattutto alle posizioni rivoluzionarie delle tendenze di estrema sinistra – capeggiate da V.I. Lenin e dai bolscevichi russi – che si opponevano all’atteggiamento pacifista della maggioranza dei delegati1.

Il secondo redatto da Giuseppe Modigliani, Ernst Meyer e Karl Radek in rappresentanza, rispettivamente, delle correnti di destra, di centro e di sinistra della conferenza, fu adottato il 30 aprile 1916. Entrambi importanti perché, come scrivono ancora i curatori del testo:

Siamo nel 1915- 1916, quando la guerra ha già mostrato il suo vero volto, la sua vera funzione di scannatoio di sfruttati a tutto e solo vantaggio delle classi sfruttatrici, e la Seconda Internazionale si è già schierata in maggioranza in senso opportunista e sciovinista “per la difesa della propria patria”. In questa terribile congiuntura – anticipando quella che sarà, a partire dal febbraio 1917, la potente risposta e riscossa del proletariato russo ed europeo martirizzato dal massacro mondiale – un pugno di militanti rivoluzionari internazionalisti traccia la prospettiva da seguire per mettere fine alla guerra proclamando che “il nemico principale è nel proprio paese” e rompendo la pace sociale sul fronte interno, la pestifera solidarietà nazionale. Un primo passo, secondo Lenin, per andare oltre verso la trasformazione della guerra tra stati, della guerra imperialista, in guerra civile rivoluzionaria contro gli stati capitalistici e imperialisti. Come poi avverrà con il grande assalto internazionale al cielo del decennio 1917-1927 che, seppur sconfitto, è rimasto eternamente presente ai borghesi dotati di coscienza di classe come un incubo2.

Cento anni non sono poi così tanti, soprattutto se il modo di produzione dominante è rimasto lo stesso di quello che aveva gia causato il conflitto di allora, quello mondiale successivo e ancora tutte le devastazioni belliche, sociali, economiche e ambientali che ne hanno accompagnato l’espansione fino ad ora. Espansione basato non soltanto sul sopruso sociale, politico e repressivo, ma anche sul tentativo continuo e reiterato di imporlo come unico punto di vista “condiviso”.

Mentre i due mammasantissima del militarismo atlantista Mattarella e Draghi martellano sull’assoluta necessità e bontà della guerra alla Russia, per la libertà dell’Italia e la difesa dei suoi “valori”, e da autocrati del capitale quali sono, ci invitano a fare tutti i sacrifici necessari per portare alla sua rovina la “nemica” Russia di Putin. Mentre lo stuolo dei loro pappagalletti in parlamento e nei media ci assorda con le sue invettive contro il “nemico esterno”. Mentre la feroce (e alquanto grottesca) discendente degli Junker prussiani von der Leyen, portavoce dell’industria bellica renana, gareggia con la sanguinaria premier britannica Truss nell’oltranzismo anti-russo rispolverando ogni giorno di più temi e toni della propaganda nazista. Mentre anche presunti personaggi “anti-sistema” vanno girando la penisola per chiedere il voto in nome di una Italia o più europea, o più sovrana, o più neutrale e “pacifista”, purché al di sopra di tutto ci sia sempre lei, la patria, l’Italia capitalista e imperialista (che fu la patria del fascismo e si prepara ad incoronare una lontana discendente del fascismo repubblichino)3.

Posizioni che non possono assolutamente essere condivise, invece, da chi schiera con l’internazionalismo di classe e la lotta contro il militarismo imperialista, come nei 21 punti fermi elencati già nell’introduzione al testo si sottolinea (come nei testi posti in appendice si rimarca). Sottolineatura dovuta questa, poiché, come ancora si ricorda nell’Introduzione, «essendo la guerra l’orgia delle menzogne» diventa necessario smontare anche l’immaginario che l’accompagna.
Per esempio la menzogna

secondo cui sarebbe in corso una romantica, se non rivoluzionaria, lotta di autodeterminazione condotta da tutte le classi della società ucraina strettamente unite tra loro come un sol uomo (Zelensky), di indipendenza nazionale della libera Ucraina contro il vecchio, incorreggibile orco russo. L’Ucraina di oggi tutto è salvo che una nazione libera, essendo stata progressivamente occupata, prima che dalle armate russe, dagli insediamenti economici, finanziari, diplomatici, militari, massmediatici dell’intero Occidente, e con speciale aggressività da un giro di interessi che fa capo alla banda Biden-Obama e Co. – un’occupazione resa possibile dal prevalere, in seno alla borghesia ucraina, della frazione legata all’Occidente. Ancora meno libera lo è, ovviamente, dal 24 febbraio, a seguito dell’invasione russa, che è stata l’occasione buona per moltiplicare l’invasione dei potentati occidentali, e le loro pretese sulle sue membra martoriate. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Polonia, l’Italia, la Romania, etc. etc., ogni paese “amico” pretende la sua quota di carne ucraina. E per effetto dell’“aiuto” di questi amorevoli Shylock l’Ucraina è più che mai un paese rovinato per i futuri decenni, alla bancarotta, in verticale perdita di popolazione, colonizzato dai suoi “amici” liberatori, oltre che straziato dai bombardamenti e dai carri russi4.

Ma se va disvelata la menzogna occidentale sulle motivazioni della guerra per garantire la giusta pace all’Ucraina, altrettanto va smontata la “verità” sbandierata da Putin nei suoi discorsi che sembrano spesso voler riabilitare l’antico sogno imperiale zarista.

Nel suo impegnativo discorso del 30 settembre per legittimare l’annessione delle province del Donbass, Putin si è presentato come un novello Che Guevara che sventola la bandiera dell’anticolonialismo tricontinentale contro l’imperialismo occidentale. La sua ben costruita invettiva non manca di efficacia e di richiami incontestabili alla “legge del pugno”, all’illimitata avidità di ricchezze e di profitti, alla pretesa di dominio totale sul mondo, all’inarrivabile ipocrisia dell’“Occidente collettivo” saccheggiatore dei popoli di tutto il mondo (per questo, qui, è stato completamente censurato). Senonché quella invettiva è tutta costruita sul richiamo alla “grande Russia”, alla “grande Russia storica” con la sua “storia millenaria”, al “posto che le spetta nel mondo” in quanto “grande potenza millenaria, una civiltà-paese”. Il che comporta la completa rivendicazione della Russia imperiale, zarista, una “prigione di popoli” secondo Lenin. Una rivendicazione che Putin fece senza mezzi termini, attaccando i bolscevichi, nel discorso del 21 febbraio in cui descrisse l’Ucraina come una costruzione artificiale da cancellare. Non una sola parola, fosse anche di mero distanziamento formale, sul fatto che la “grande potenza millenaria” prima feudale e poi feudalcapitalistica ha oppresso una molteplicità di popoli tra i quali tutt’oggi l’“Occidente collettivo” ha gioco facile nel seminare la russofobia5.

In entrambi i casi però si tace soprattutto sul fatto che

l’Ucraina è un paese dalle strepitose ricchezze naturali, non ancora del tutto esplorate. Può sfamare 600 milioni di abitanti nel mondo (avendone appena 40). Possiede il 5% delle risorse minerarie del mondo, pur avendo appena lo 0,4 della superficie terrestre globale. È tra le prime dieci nazioni produttrici ed esportatrici di metalli al mondo – 20.000 depositi per 194 minerali6.

A tale argomento il libro dedica un intero capitolo, dettagliato e ricco di dati, Dall’uranio al mais a tutte le altre strabilianti ricchezze dell’Ucraina, così come non si manca mai di sottolineare l’importanza della posizione geo-politica di quel paese, soprattutto dal punto di vista militare visto che chi lo occupa può spingere le proprie forze verso il cuore dell’Europa, il Nord della stessa oppure verso la Russia, la Turchia e gli stretti che separano il Mar Nero dal Mediterraneo e il Vicino Oriente.

E’ un testo ricco e propositivo quello che viene qui recensito, che ogni lettore farebbe bene a procurarsi per poter formulare giudizi più approfonditi e meno avventati sul conflitto in corso, le sue possibile conseguenze su scala planetaria e le forme della sua risoluzione che, a giudizio di chi scrive, possono esse riassunte nelle parole che già chiudevano il Manifeso di Zimmerwald, riportato, come si è già detto nel testo:

Proletari! Dopo lo scatenarsi della guerra avete messo tutte le vostre energie, tutto il vostro coraggio, tutta la vostra sopportazione al servizio delle classi possidenti. Oggi, restando sul terreno di un’irriducibile lotta di classe, occorre agire per la vostra causa, per il sacro obiettivo del socialismo, per l’emancipazione dei popoli oppressi e delle classi asservite. È dovere e compito dei socialisti dei paesi belligeranti intraprendere questa lotta con tutta la loro energia. È dovere e compito dei socialisti dei paesi neutrali aiutare con ogni mezzo i propri fratelli in questa lotta contro la barbarie sanguinaria. Mai nella storia mondiale c’è stato compito più urgente, più elevato, più nobile; la sua realizzazione deve essere nostra opera comune. Nessun sacrificio è troppo grande, nessun fardello troppo pesante per raggiungere questo obiettivo: il ripristino della pace tra i popoli. Operai e operaie, madri e padri, vedove e orfani, feriti e mutilati, a tutti voi che soffrite per la guerra e a causa della guerra, noi gridiamo: Al di sopra di tutte le frontiere, al di sopra dei campi di battaglia, al di là delle campagne e delle città devastate: Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Non per una pace “giusta”, non per la pace “dei padroni”, ma per la fine dell’obbrobrioso sistema di sfruttamento, della specie e della Natura con cui dovrebbe convivere armoniosamente, che chiama pace ciò che per la stragrande maggioranza dell’umanità è ancora sempre e soltanto guerra.


  1. Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, La guerra in Ucraina e l’internazionalismo proletario, Milano 2022, p. 197  

  2. La guerra in Ucraina, op. cit., p. 184 

  3. ivi, p. 186  

  4. ivi, pp. 6-7  

  5. ivi, pp. 8-9  

  6. ivi, p. 7  

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Il nuovo disordine mondiale / 19: First Strike? https://www.carmillaonline.com/2022/11/04/il-nuovo-disordine-mondiale-19-first-strike/ Fri, 04 Nov 2022 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74620 di Sandro Moiso

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. (George Orwell)

Boom! Scoperta e ‘dichiarata’ l’acqua calda: gli Stati Uniti, nell’ultima versione della loro dottrina militare (detta, in onore dell’attuale presidente, “Biden”), potrebbero usare per primi l’arma nucleare. E questo, secondo alcuni commentatori disattenti alla storia militare e politica dell’ultimo secolo, potrebbe costituire soltanto ora il detonatore per una Terza guerra mondiale.

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di Sandro Moiso

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile.
La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. (George Orwell)

Boom! Scoperta e ‘dichiarata’ l’acqua calda: gli Stati Uniti, nell’ultima versione della loro dottrina militare (detta, in onore dell’attuale presidente, “Biden”), potrebbero usare per primi l’arma nucleare.
E questo, secondo alcuni commentatori disattenti alla storia militare e politica dell’ultimo secolo, potrebbe costituire soltanto ora il detonatore per una Terza guerra mondiale.

Ancora una volta occorre dunque sottolineare e ricordare ciò che, da più di un decennio, l’autore va affermando in testi, articoli e interventi sulla questione della guerra: elemento ineliminabile di una società fondata sullo sfruttamento di ogni risorsa ambientale e umana, sulla concorrenza più spietata sia a livello economico che sociale e sulla spartizione imperialistica del mercato mondiale e dei territori di importanza strategica (sia dal punto di vista geopolitico che economico-estrattivistico).

Tanto da spingerlo a rovesciare, come già aveva fatto con largo anticipo Michel Foucault nel corso degli anni ’70, la celebre affermazione di Karl von Clawsevitz nel suo contrario, ovvero che sarebbe proprio la politica a costituire nient’altro che la continuazione della guerra con altri mezzi1. Con buona pace di chi ancora oggi, pur proclamandosi antagonista e antimperialista, pensa che le logiche della politica istituzionale possano (o almeno dovrebbero) sfuggire alle logiche della guerra e dei suoi sfracelli.

Certo non ha colpa chi si accorge del precipitare delle situazioni create da conflitti ritenuti locali in guerra mondiale soltanto attraverso le dichiarazioni ufficiali, dopo anni, se non decenni, di totale disattenzione per le logiche profonde dell’imperialismo e, forse soprattutto, per la “questione militare” e la sua “arte”, mai sottostimata invece dai teorici autentici del pensiero rivoluzionario: da Marx a Lenin, da Engels a Trotzkij fino alla Sinistra Comunista (nelle figure di Jacques Camatte e Roger Dangeville) e a Guy Debord.

Dinamiche di sottovalutazione legate sia ad una superficiale convinzione dell’avvenuto superamento delle contraddizioni interimperialistiche, scaturita sia dalle predicazioni liberal-democratiche che da un certo estremismo di maniera che ha fondato le sue valutazioni di classe sulle analisi del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) originatesi dalla riflessione di alcune formazioni armate a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Solo apparentemente confermate dai processi di globalizzazione economica degli ultimi decenni.

Ma questa disattenzione, chiamiamola così, affonda le radici anche in un rifiuto dello studio di quella che abbiamo qui chiamato “questione militare”, legato sia in un’imbelle concezione pacifista dell’antimilitarismo di stampo cattolico che a una concezione, di tale questione, iniziata con lo stalinismo che, proprio nella figura del piccolo padre di tutte le Russie, fin dallo scontro sulla campagna polacca dei primi anni ’20, si era opposto all’utilizzo degli specialisti militari sia nell’esercito rosso, fortemente voluta invece da Trotzkij per rafforzare l’armata rossa durante la guerra civile 1918-21, che nelle scuole di formazione dei quadri militari, per dare maggior spazio ai commissari “politici” e ai rappresentanti del partito2.

Cosa che, all’epoca dei grandi processi di Mosca (1936-37), costò la decapitazione dello stato maggiore sovietico, soprattutto con il processo per tradimento e l’eliminazione di Michail Nikolaevič Tuchačevskij (Smolensk, 16 febbraio 1893 – Mosca, 12 giugno 1937) autentico innovatore del pensiero militare della guerra di movimento moderna, supportata da truppe corazzate, aviotrasportate e meccanizzate3, con i conseguenti disastri militari subiti dall’Armata rossa nel corso della fase iniziale dell’Operazione Barbarossa ovvero dell’invasione nazista del territorio russo.

Questi due fattori, riassunti qui fin troppo sinteticamente, hanno quindi grandemente contribuito allo sviluppo di una tradizione politica che ha per troppo tempo eluso il problema della “centralità della guerra” nel sistema di relazioni economiche, sociali e politiche internazionali. Un’analisi che troppo frequentemente ha scambiato la dominazione di stampo coloniale e neo-coloniale esterna come l’unico settore in cui l’Occidente avrebbe dovuto e potuto ancora dispiegare la sua potenza militare. Condividendo perciò, anche se indirettamente, la stessa concezione degli apparati militari ad effettivi “ridotti ma professionalizzati”, messa in pratica da gran parte degli eserciti dei paesi più avanzati.

Ancora una volta con il plauso del ‘pacifismo’ che vedeva nell’abolizione degli eserciti di leva un passo avanti verso un mondo privo di guerre o, almeno, lontano da quelle di portata planetaria. Cadendo così in una duplice ed egoistica contraddizione che mentre da un lato si rassegnava ad una sorta di guerra in permanenza fuori dai territori delle metropoli imperialiste per mantenere i privilegi economici di queste ultime, dall’altro vedeva nell’abolizione della leva una riduzione del militarismo all’interno delle società in cui questa fosse stata abbandonata.

L’anticolonialismo perdeva così la concezione internazionalista per rifugiarsi tra le sottane del pietismo solidale, mentre la storica questione dell’armamento delle masse sfruttate attraverso la formazione militare universale (o almeno maschile), difesa dal socialismo radicale fin dai tempi di Friedrich Engels, veniva accantonata a favore di eserciti professionali di stampo pretoriano, in cambio dei sempre corruttibili “diritti individuali”. Che, oltretutto, non ledevano affatto i diritti degli Stati di contribuire allo sviluppo e all’ampliamento del settore militare dell’economia industriale. Settore in cui, a differenza di tanti altri, l’Italia è sempre stata ai primi posti a livello mondiale.

Oggi, tra guerra in Ucraina e dichiarazioni del neo-ministro della difesa Guido Crosetto sulla necessità di provvedere ad un aumento del numero di soldati a disposizione della ‘nazione’, il risveglio è stato piuttosto brusco, seppur ancora confuso. Oltre a tutto ciò, la notizia della dottrina del diritto al First Strike dichiarata apertamente dal presidente americano ha certamente contribuito a seminare ulteriormente la paura di una guerra aperta, diffusa e devastante tra i grandi schieramenti militari e le grandi potenze economiche, fino ad ora, per alcuni, inconcepibile. Eppure, eppure…

Non è certo il quadrante centro-europeo a far dichiarare, per ora, agli Stati Uniti la necessità dell’uso per primi dell’arma nucleare. Sul fronte ucraino le forze della Nato, seppur con vaste contraddizioni al proprio interno, hanno trovato il modo di far combattere e soffrire, in nome dei propri interessi strategici, prima di tutto i militari e i civili ucraini. Mentre tutto intorno all’area interessata direttamente dal conflitto, per vecchi e mai sopiti odi e interessi nazionalistici, altri stati, come la Polonia e gli stati baltici, potrebbero contribuire con il sangue dei propri soldati e la parziale devastazione dei propri territori a mantenere a lungo il conflitto in una dimensione di dissanguamento progressivo dell’esercito russo.

E’ possibile fare questa affermazione poiché ciò che l’attuale conflitto ha rivelato fin dai primi giorni è di aver dato inizio ad una nuova guerra di grandi eserciti, in cui i corpi specializzati (mercenari occidentali, della Wagner o corpi speciali britannici [qui]) possono svolger un ruolo soltanto se attorno ad essi esiste una fitta e ampia rete logistica di supporto, oltre che il paravento di un gran numero di corpi di soldati e di civili sacrificabili. Su entrambi i fronti del conflitto.

Il sogno di una guerra lampo oppure “altamente tecnologica”, con risparmio di vite e militari impegnati nei combattimenti è andato via via dissipandosi, lasciando al suo posto le immagini e lo svolgimento di una guerra convenzionale fatta di artiglieria, fanteria, truppe corazzate, avanzamenti e ripiegamenti che richiedono un gran numero di soldati impegnati e tempi estremamente lunghi per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Qualunque essi siano e da qualsiasi parte in conflitto siano essi stati, o meno, dichiarati.

La propagande deve fare i conti con le necessità di una guerra il cui compito non è soltanto quello del search and destroy cui, da diversi decenni, si erano abituati i commentatori e gli spettatori, interessati o meno, come nel caso di tanti, e comunque fallimentari, interventi della Nato o degli USA e delle forze armate occidentali, in aree del mondo esterne al cuore dell’Europa o delle metropoli imperialistiche, ma anche, e soprattutto, quello di conquistare, mantenere e occupare vaste porzioni di territorio, urbano o meno, compreso all’interno di aree densamente popolate, industrializzate e ricche di impianti e investimenti agricoli, industriali, minerari e quant’altro.

Uno scenario che non si vedeva dalla fine del secondo conflitto mondiale e che per forza di cose, nonostante le promesse e le illusioni sul superamento delle modalità di quello e delle contraddizioni che lo avevano causato, rinvia a quello nelle modalità, terribili e distruttive, di svolgimento.
Per anni infatti ci si è interrogati, a livello militare e politico, tattico e strategico, sulla possibilità di lasciar definitivamente da parte i grandi apparati bellico-militari che avevano rappresentato la più tipica caratteristica delle forze armate nazionali degli Stati moderni.

Per anni le scrivanie dello studio ovale o degli altri centri di potere occidentali sono state inondate di proposte di apparati difensivi, e quindi immancabilmente offensivi alla faccia di tutte le anime belle che pensano di poter separare la difesa dall’offesa o viceversa, miranti a diminuire il numero dei militari impiegati in servizio attivo, attraverso la formazione di corpi d’élite o unità destinate alle operazioni speciali, altamente addestrate e appoggiate da tecnologie particolarmente avanzate sul piano della sorveglianza elettronica dei territori e delle forze nemiche oppure destinate a colpire con estrema precisione gli obiettivi nemici (singoli individui, unità o basi militari che siano).

La guerra intelligente, che tale non è mai stata come hanno dimostrato le stragi di civili in Palestina, Libano, Siria, Iraq e Afghanistan, senza dimenticare le guerre balcaniche successive alla riunificazione tedesca, si è però rivelata utile ed efficace, se non si contano le vittime reali e i danni collaterali in cui rientrano solitamente, nei confronti di paesi che non potevano porsi sullo stesso piano militare e tecnologico di Stati Uniti, Israele, Europa Occidentale, ma che, allo stesso tempo, potevano riuscire a mettere in difficoltà i più forti aggressori attraverso tattiche e tecniche di guerriglia che hanno fatto sempre più propendere anche le forze armate più importanti verso forme di guerra asimmetriche e non convenzionali.

Ma sulla distruttività della guerra moderna, fin dagli albori del XX secolo, in ambito civile si è già parlato diffusamente negli articoli precedenti di questa serie per rispondere all’idiozia formale dei “crimini di guerra” (come se già questa non costituisse di per sé stessa un crimine); mentre è sul gran numero di soldati necessari per condurla, quando si tratti di confronti militari tra potenze di “pari grado”, che è necessario soffermarsi per comprendere dove sta il rischio reale dell’utilizzo dell’arma nucleare.

Truppe relativamente poco numerose, con grande uso di tecnologie sofisticate e dell’arma aerea, in mancanza di necessità o possibilità di mettere gli stivali per terra (boots on the ground), hanno relativamente funzionato nella “guerra al terrore”, senza però mai ottenere risultati decisivi, come il ritiro dall’Afganistan ha in seguito dimostrato. Un modello di guerra “coloniale tecnologicamente avanzata” che il conflitto in Ucraina sta testando in profondità.

Se c’è un elemento evidente del conflitto attualmente in corso è infatti quello dell’uso di tecnologie avanzate a fianco delle tattiche militari classiche derivate ancora dal secondo conflitto mondiale: largo impiego di artiglieria, fanteria (meccanizzata e non), truppe corazzate, lanciarazzi/missili multipli, sommergibili, aviazione e…droni. Soprattutto questi ultimi costituiscono la novità più rilevante, quella che, sia a livello di rilevamento della posizione degli avversari che della distruzione localizzata e precisa degli obiettivi, ha messo maggiormente in difficoltà le forze armate di Putin fino ad ora.

Ma che ha anche rivelato, almeno nell’ultimo periodo, come, pur costituendo una tecnologia innovativa e perniciosamente precisa, anche un paese non propriamente all’avanguardia come l’Iran può produrre su vasta scala e con risultati di poco inferiori a quelli ottenuti con quelli prodotti dalla Turchia o in area occidentale. Un gap tecnologico facilmente aggirabile e capace di rivoltarsi nel suo contrario. Ovvero una tecnologia dal costo non elevatissimo che anche chi non appartiene ai settori della difesa della Nato e dei suoi satelliti può facilmente procurarsi (ed utilizzare pericolosamente).

Ora diventa evidente, e chi scrive l’ha affermato fin dai primi giorni del conflitto, che le armi nucleari accumulate per decenni negli arsenali dell’Est e dell’Ovest, oltre che in quelli di svariati altri stati (allineati e non), non sono affatto armi giocattolo o spaventapasseri con cui minacciare gli avversari senza però aver la reale intenzione di utilizzarle. Tutto sommato nemmeno durante la Guerra Fredda fu del tutto così, anche se allora i margini per una trattativa erano molto più ampi di quelli odierni. Inoltre Nagasaki e Hiroshima stanno lì, ancora adesso, a dimostrare che l’impero americano non è disposto a fermarsi, se lo ritiene necessario, davanti a nulla. Cosa cui, con evidente facilità, si sono adeguati anche i suoi principali ed ‘imperialistici’ avversari: Russia e Cina. Come ha affermato Cechov nei suoi scritti sul teatro: “se un’arma da fuoco compare in scena nel primo atto di un’opera, sicuramente avrà sparato prima dell’ultimo”.

Ora siamo vicini se non all’ultimo, almeno al penultimo atto del decorso storico dell’imperialismo occidentale e, soprattutto, americano. Sicuramente non è tanto la Russia di Putin a rappresentare la prima minaccia economica e militare per gli Stati Uniti, ma lo sono sicuramente la Cina e la situazione di rifiuto del comando statunitense (e della sua moneta) sviluppatasi non soltanto nell’ambito dei BRICS, ma in ogni continente esterno alla porzione occidentale del mondo.

Scontro, ipotizzabile su scala mondiale e dalle alleanze contraddittorie e non ancora del tutto date, che oltre a costituire il vero epicentro del terremoto economico e militare attuale, di cui la campagna ucraina di Putin potrebbe rivelarsi soltanto come un modo (parzialmente fallimentare) di saggiare il terreno avversario dopo il disastro afgano (qui e qui), sta alla base dell’inevitabile terzo o quarto conflitto mondiale (dipende soltanto dai punti di vista)4 ormai prossimo (almeno sulla scala del tmpo storico), se non già in atto.

Conflitto in cui il numero di soldati necessari potrebbe ampiamente sopravanzare le disponibilità di arruolamento statunitensi ed europee e, soprattutto, la disponibilità al sacrificio e alla sofferenza delle popolazioni occidentali e del loro dispendioso stile di vita e che richiederebbe sicuramente la necessità di anticipare le mosse dell’avversario, si pensi alla caldissima questione di Taiwan e del controllo del Mar della Cina e del Pacifico Orientale, con un primo e “decisivo”(?) lancio di testate o bombe nucleari.

Situazione drammatica, ma da tempo ampiamente prevedibile anche senza il recente annuncio del presidente dormiente.

(19 – continua)


  1. Si veda: Sandro Moiso, Warzone ovvero da Flint a Flint: la guerra come condizione di esistenza, introduzione a S. Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismo, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 11-15  

  2. Spesso inseriti con il compito di controllare e indirizzare tutte le scelte militari sulla base delle tattiche e alleanze elaborate o concordate con altre forze dalla direzione del Partito, anche nell’ambito della guerra partigiana come avvenne durante la Resistenza, più che di fornire un’effettiva ed adeguata formazione politica ai militari e ai combattenti.  

  3. Cui la strategia della “guerra lampo” di Erwin Rommel, e degli altri generali della Wermacht nel corso della prima parte del secondo conflitto mondiale, si ispirò invece totalmente.  

  4. Si veda ancora in proposito: S. Moiso, War! e Yankee Doodle Goes to War in S. Moiso, La guerra che viene, op. cit., pp. 28-39  

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Preludio ad una più ampia riflessione sulla disfatta afgana e le sue conseguenze https://www.carmillaonline.com/2021/09/15/prolegomeni-ad-una-piu-approfondita-e-meditata-riflessione-sugli-attuali-fatti-afghani/ Wed, 15 Sep 2021 20:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68172 di Sandro Moiso

[Quelli che vengono qui riproposti, come contributo ad una necessaria riflessione sul “caos” afgano, sono due scritti, riunificati ad hoc ma destinati originariamente ad uso interno di un ristretto numero di compagni provenienti dalla comune esperienza nell’ambito della Sinistra Comunista, prodotti a caldo, immediatamente dopo gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004. Quegli attentati consistettero in una serie di attacchi terroristici di matrice islamica sferrati nella capitale spagnola a diversi treni locali, che provocarono 192 morti e 2057 feriti. A seguito di questi il governo di Luis Rodriguez Zapatero, poi [...]]]> di Sandro Moiso

[Quelli che vengono qui riproposti, come contributo ad una necessaria riflessione sul “caos” afgano, sono due scritti, riunificati ad hoc ma destinati originariamente ad uso interno di un ristretto numero di compagni provenienti dalla comune esperienza nell’ambito della Sinistra Comunista, prodotti a caldo, immediatamente dopo gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004. Quegli attentati consistettero in una serie di attacchi terroristici di matrice islamica sferrati nella capitale spagnola a diversi treni locali, che provocarono 192 morti e 2057 feriti. A seguito di questi il governo di Luis Rodriguez Zapatero, poi insediatosi nella primavera di quello stesso anno, avrebbe decretato il ritiro delle truppe spagnole dal quadrante iracheno.
L’articolo che segue risulta dunque dall’unione dei due testi appena citati, intitolati rispettivamente “Ciò che non si può dire” e “Ancora su ciò che non può essere detto”, con alcuni necessari tagli e minime variazioni oltre all’aggiunta di due note di aggiornamento. Pur riferendosi a fatti correlati alla guerra irachena è parso utile sottoporli all’attenzione dei lettori di Carmilla, anche ad anni di distanza, per riportare l’attenzione sull’autentica trasformazione antropologica e politico-culturale intervenuta in Occidente nella percezione degli avvenimenti bellici e dei conflitti sociali successivamente all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. S.M.]

Di fronte ai fatti più recenti occorre dire l’indicibile, uscire dagli schemi, guardare alla storia futura.
Le immagini tragiche delle vittime, lavoratori e studenti, devono farci riflettere, così come quelle delle manifestazioni contro la violenza e il terrorismo, il cui significato reale potrà essere soltanto quello della difesa e del mantenimento dello status quo mondiale basato sulla supremazia dell’Occidente sul resto del mondo.

Il disordine regna oggi a Madrid e, forse, domani regnerà in Europa1.
Tutti chiedono ordine e democrazia. Indistintamente. Il solco è stato scavato. La strada senza ritorno imboccata.
Non solo, come sarebbe facile pensare, da coloro che hanno colpito le stazioni di Madrid, bensì dallo stesso proletariato europeo ed occidentale più in generale.

Il proletariato o lotta o non è diceva Marx. Oggi non solo non è, non solo spera di ricavare dalla repressione degli altri popoli un proprio miserabile vantaggio, ma è soprattutto vittima del proprio essere imbelle, della assoluta mancanza della propria coscienza di sé, dell’esser venuto meno qui, in Europa, a quelli che, forse un po’ troppo retoricamente, un tempo si ritenevano i suoi compiti storici. Per questo, come le immagini tragiche dei treni carichi di pendolari dimostrano, sarà come al solito il soggetto sociale destinato a pagare il prezzo più pesante della guerra che s’è iniziata e che non ha saputo contrastare. Pagherà di più in termini di vite umane, di crisi economica, di tagli a qualsiasi tipo di libertà d’espressione, opinione, di azione sindacale.

In compenso parteciperà incosciente e gioioso alla nuova Union Sacrée, senza contare che nel disastro infinito che ci attende sarà sempre più facile colpire un treno, un supermercato, un cinema che non la sede di una multinazionale o una base militare.
Ad ogni colpo in compenso si sentirà più offeso dai desperados della terra e più vicino ai suoi reali aguzzini. Ma tant’è, anche la plebe di Roma cadde sotto le spade dei barbari invasori ancora rimpiangendo il pane e il circo che gli venivano offerti dagli imperatori.

E da quando la nobiltà
Iniziò il servilismo ad amare
Iniziò la nobiltà
Con i servi a degenerare

Parafrasando i “Carmina Burana” si potrebbe dire che “da quando il proletariato / iniziò il capitalismo ad amare / iniziò il proletariato / con il capitale a degenerare”.
Quando si afferma, però, che il proletariato occidentale è degenerato non si intende parlare di un processo irreversibile, from here to eternity, ma solamente ed opportunamente segnalare l’enorme distanza che separa ormai una buona parte dei lavoratori salariati non solo dalle teoria rivoluzionaria, ma anche da un modello di riferimento antimperialistico ed anti-capitalistico.

Tale distanza, prevalentemente di carattere culturale più ancor che politico, è dovuta ad una miriade di fattori che sono da individuare in una serie di apparenti garanzie che il capitale sembra aver concesso ai più; alle speranze di gioia e ricchezza che questo ha saputo alimentare anche al di fuori delle promesse riformistiche; alle illusioni basate sulla proprietà privata e sulle sue magnifiche sorti e progressive, che sono state instillate in quella che dovrebbe essere la classe nemica, un tempo per antonomasia, attraverso ogni strumento e mezzo di propaganda politica e mediatica.

Certo ciò che ha funzionato di più è stato l’aver garantito ai più la panza piena e la capa coperta, apparentemente anche alle generazioni future. Che poi si sappia che le cose non stanno esattamente così, non vuol dire che sia facilmente comprensibile dalla maggioranza dei lavoratori e dei giovani occidentali. Gli ultimi trent’anni non sono passati in maniera indolore. Le idee socialdemocratiche e la propaganda del sempre pimpante (quando si tratta di cantare le proprie lodi) capitale hanno lasciato il segno.

E’ questo un fenomeno né raro né sconosciuto: basti pensare allo sciovinismo e al conservatorismo della classe operaia americana bianca nei contesto della guerra del Vietnam. Solo che ora tale fenomeno, grazie ad un trend economico che tra scosse e riprese ha tenuto fino ad oggi lo spettro della fame lontano dalle porte della maggioranza delle famiglie, coinvolge i lavoratori di tutti i paesi più ricchi (USA, Europa Occidentale, Giappone).
Tra ferie, TV, casetta di proprietà e welfare la classe s’è ulteriormente abbruttita, ma senza percepire più quella spinta che dal dramma o dalla festa può derivare: il dramma è lontano ed è festa tutti i giorni (soprattutto in TV).

Ora alcune cose stanno sicuramente cambiando, un’era di guerra e di crisi si è aperta, ma tutto ciò è percepito ancora come un pericolo che deriva dall’esterno della compagine nazionale ed istituzionale.
Non vi è comprensione per i moti degli altri popoli, se non come timore del pericolo rappresentato dalle loro migrazioni o dal loro terrorismo.
Non vi è più contestazione dei governi esistenti che non passi attraverso la prassi democratico-parlamentare o la denuncia del mal funzionamento delle istituzioni e dei governi.

La protesta è troppo spesso forcaiola, dettata da esigenze egoistiche, per di più accecata dal timore di perdere qualche privilegio o diritto, fosse pure quello di schiacciare la maggioranza dell’umanità altra pur di mantenere macchinetta, casetta, partitella, biciclettata salutista e lavoretto.
La scomparsa di un comune linguaggio di riferimento (magari anche solo vagamente classista), di prospettive anche parzialmente collettive, di idee di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, che non si basino soltanto sulla beneficenza e sulla solidarietà di stampo cattolico, e di qualsiasi riferimento alla possibilità, anche remota, di sostituire questo modo di produzione con un altro ha fatto sì che la situazione abbia subito un processo di reale imbarbarimento.

La violenza permea la vita della maggioranza delle famiglie, trasuda nei comportamenti sociali, nei rapporti tra individui e trionfa in quelli tra istituzioni e cittadini2, ma è vietato parlarne in termini politici: tutti sono diventati pacifisti e non violenti.
La sinistra democratica e quella sedicente antagonistica fanno poi a gara nel rimuovere il discorso sulla violenza, nel denunciarlo come il peggiore degli obbrobri, relegandolo tutt’al più ad un passato mitizzato, mistificato e neutralizzato (più o meno lontano: la resistenza, gli anni settanta) come un’icona da esporre durante la settimana santa.
In compenso i valori borghesi della tranquillità, della sicurezza, dell’ordine diventano autentici imperativi categorici.

Le stesse manifestazioni contro la guerra, lo stesso voto (di protesta?) spagnolo degli ultimi giorni avvengono non in difesa del diritto degli altri popoli di giungere ad una propria autodeterminazione nazionale né, tanto meno, per affermare che l’unico nemico che si ha è quello che ogni proletariato ha in casa propria, bensì piuttosto che la guerra e il disordine tocchino anche noi, ledano il nostro diritto alla vita e al benessere. Si protesta non per le sofferenze degli altri, ma soltanto per salvare i nostri ragazzi, a scuola o in divisa.

Tutto ciò pesa come un macigno non sui rivoluzionari, che di fatto non possono nemmeno accampare il diritto ad esistere, ma sulla possibilità di una ripresa classista delle lotte a carattere sindacale e/o internazionale. Non del tutto e per sempre, ma certo per un lungo periodo che solo un tracollo violento della potenza dominante potrebbe abbreviare.

Anche questo però senza reali certezze di sviluppo delle tematiche classiste nel seno del proletariato internazionale, poiché se da un lato quello occidentale si è allontanato da temi che dovrebbero essergli più cari ancora del proprio essere (Marx e Engels dicevano a proposito del proletariato inglese e della questione irlandese che un proletariato che non sa difendere i diritti degli altri popoli non sa e non può difendere neanche sé stesso) e quindi non sa più in qualunque modo appoggiare e consigliare i fratelli d’altro colore, dall’altro i proletari dei paesi oppressi, i dannati della terra, i contadini dei paesi in via di sviluppo o ancora soggiogati dall’imperialismo, non trovando sostegno e risposte nel seno delle metropoli, hanno rivolto la loro fede e le loro speranze verso altre bandiere e altre modalità organizzative.

Per questo si può dire che un proletariato (quello occidentale) che non riesce più a percepire la propria alterità rispetto al capitale è condannato a divenire vittime di sé stesso.
Di fronte ai dannati della terra i proletari occidentali non sono più altro che cittadini occidentali cui viene riconosciuto il diritto di morire come nemici tout-court.
E’ evidente l’imbarbarimento che tutto ciò provoca, la regressione politica a livello nazionale ed internazionale che ne è contemporaneamente causa e conseguenza, e non basteranno poche frasi fatte o slogan a superare questo stallo storico.

Quando tempo addietro si insisteva sulla necessità di intervenire nei movimenti post-Seattle, lo si faceva nella speranza che uno spiraglio si fosse aperto e che permettesse un minimo di propaganda antimperialista, ma Genova ha schiantato tutto: ha separato il grano dalla pula, i buoni dai cattivi. Da un lato oggi abbiamo i teorici del commercio equo e solidale o i vari forum passerella per leaderini e dall’altro una nebulosa variegata di giovani enragés che pencolano tra la galassia dei centri sociali antagonisti, spesso ancora troppo lontani tra di loro a causa di divisioni causate da frattaglie ideologiche che sarebbe bene superare, e l’iniziativa individuale votata alla disfatta. Motivo per cui non esiste più un mare comune in cui sperare di nuotare, ma soltanto una palude piuttosto inquinata e asfittica.

Un pericolo che, infine, si rischia di correre è quello di scambiare la difesa delle posizioni di rendita acquisite da alcuni settori delle classi medie come obiettivo (libertà e diritti individuali) di lotte passibili di conseguenze interessanti. Ma non è ancora giunto il momento della rovina delle mezze classi di cui si parlava in altri testi3 e così si rischierebbe soltanto di contaminare il ben poco che rimane (in termine di significato delle lotte) con richieste giustizialiste e piccolo borghesi spacciate come rivendicazioni per un ancora inesistente conflitto sociale allargato.

(Lettere ai compagni, primavera 2004)


  1. Come avrebbero confermato successivamente i due attentati di Parigi, alla redazione di Charlie Hebdo il 7 gennaio e al Bataclan il 13 novembre, del 2015 e quelli di Barcellona del 17 agosto 2017 – NdA successiva alla prima stesura dell’articolo 

  2. Si legga a tal proposito il bel libro di Michel Warschawski, A precipizio (Bollati Boringhieri, Torino 2004), nel quale l’autore, vecchio comunista internazionalista ebreo, descrive la deriva violenta della società israeliana degli ultimi decenni  

  3. Come la crisi del 2008 e quella successiva e attuale legata alle ristrutturazioni socio-economiche riconducibili alle conseguenze dell’epidemia emergenziale da Covid-19 hanno invece successivamente avviato – NdA successiva alla prima stesura del testo.  

]]> Il comunismo possibile della Comune di Parigi https://www.carmillaonline.com/2021/01/01/il-comunismo-possibile-della-comune-di-parigi/ Thu, 31 Dec 2020 23:01:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64120 di Fabio Ciabatti

Kristin Ross, Lusso comune. L’immaginario politico della Comune di Parigi, Rosenberg & Sellier, Torino 2020, pp. 260, 16,00 euro

La scarsità delle risorse disponibili e la sperequazione nella distribuzione della ricchezza a danno delle classi popolari: questi fenomeni sociali sembrano oramai accettati come dati naturali e ineluttabili da un senso comune che è stato rafforzato da una crisi oramai più che decennale e appena intaccato dalle politiche di contrasto alle conseguenze economiche della pandemia in atto. È proprio su questi presupposti, e non prioritariamente su pregiudizi etnico-culturali, che, [...]]]> di Fabio Ciabatti

Kristin Ross, Lusso comune. L’immaginario politico della Comune di Parigi, Rosenberg & Sellier, Torino 2020, pp. 260, 16,00 euro

La scarsità delle risorse disponibili e la sperequazione nella distribuzione della ricchezza a danno delle classi popolari: questi fenomeni sociali sembrano oramai accettati come dati naturali e ineluttabili da un senso comune che è stato rafforzato da una crisi oramai più che decennale e appena intaccato dalle politiche di contrasto alle conseguenze economiche della pandemia in atto. È proprio su questi presupposti, e non prioritariamente su pregiudizi etnico-culturali, che, per esempio, la destra ha costruito un discorso sull’immigrazione semplice e apparentemente razionale: gli stranieri sottraggono agli autoctoni bisognosi lavoro, case popolari, servizi pubblici. Oggi sembra impossibile intaccare le premesse di tale ragionamento e anche per questo non si riesce a incidere sul senso comune.
Eppure non è stato sempre così. C’è stato un tempo in cui è stato possibile rivendicare la ricchezza per tutti e tutte. Ce lo ci ricorda Lusso comune, il libro di Kristin Ross che indaga, come chiarisce il sottotitolo, L’immaginario politico della Comune di Parigi. Sul significato dell’espressione “lusso comune” torneremo più avanti. Per ora notiamo che il libro di Ross non è una storia della rivolta che ebbe luogo nella capitale francese nel 1871. Si tratta piuttosto di seguire il filo delle idee che anticipano la rivolta nei club popolari parigini, che animano la prassi dei comunardi nel fuoco della lotta e che prolungano la storia dell’insurrezione parigina ben oltre la sua sanguinosa repressione attraverso le elaborazioni degli esuli e dei loro sostenitori (come William Morris, Pëter Kropotkin e Karl Marx) che non avevano preso parte direttamente alla Comune. Idee che mantengono, anche negli anni successivi, i tratti di un pensiero in costruzione che concepisce sé stesso come partecipazione concreta all’evento rivoluzionario e per questo possono apparire poco raffinate e coerenti.

Da questo punto di vista, riprendendo quella che Henri Lefebvre definiva la dialettica del vissuto e del pensato, Ross afferma perentoriamente: “sono le azioni che generano i sogni e le idee, e non viceversa”. L’autrice, insomma, parla della Comune di Parigi come di un evento che dischiude orizzonti di possibilità prima impensabili. In quanto esperienza vissuta di un’uguaglianza in azione, la Comune fu innanzitutto un insieme di operazioni dirette allo smantellamento dell’apparato burocratico statale messe in atto da uomini e donne qualsiasi. Marx scrive che la cosa più importante della Comune di Parigi non sta tanto negli ideali che aveva cercato di realizzare quanto nella sua “esistenza operante”. La Comune fu cioè un laboratorio ricco di sperimentazioni politiche improvvisate sul momento o concepite rielaborando scenari e idee provenienti dal passato sulla base delle necessità della lotta in corso e dei desideri emersi nelle assemblee popolari negli anni della fine dell’Impero.
Ross, per esempio, sostiene che la fondazione dell’Unione delle Donne ha rappresentato la convergenza delle teorie di Marx e Černyševskij (autore del celebre romanzo Che fare?, fonte di ispirazione per i populisti russi e per Lenin). La sua principale animatrice fu infatti la russa Elisabeth Dmitrieff, che passò i tre mesi precedenti la Comune a Londra parlando quasi quotidianamente con Marx a proposito delle riflessioni dei populisti sulle organizzazioni rurali russe come l’obščina, la comune agricola. L’Unione divenne l’organizzazione più grande e attiva della Comune progettando una riorganizzazione totale del lavoro femminile e la soppressione delle disuguaglianze economiche fondate sulla disparità di genere nel mentre partecipava ai combattimenti, direttamente o assistendo chi si batteva sulle barricate. Proponendo di formare officine di cucito come comunità produttive libere, organismi che si sarebbero dovuti diffondere oltre i confini cittadini per creare una federazione internazionale di cooperative indipendenti, l’Unione delle Donne trasportò a Parigi lo spirito dell’obščina russa, liberato da ogni contaminazione con lo sciovinismo slavofilo. Partecipò così a quella pratica corale di importazione di modelli, di idee, formule e slogan da terre e tempi lontani, tutti sottoposti a febbrile rielaborazione. Il nuovo poteva essere modellato solo a partire dagli anacronismi sepolti nel presente, sostengono Kropotkin e Morris, esponenti di un filone di pensiero definibile come comunismo anarchico che, essendo elaborato proprio attraverso le riflessioni sulla Comune, presenta significativi punti di contatto con il contemporaneo sviluppo del pensiero di Marx, anch’esso profondamente influenzato dall’evento parigino del 1871. “Stare attenti alle energie del passato – commenta Ross – era una maniera per pensarsi rivolti verso il futuro”.

Questa peculiare dialettica tra passato e futuro si ritrova anche nell’ideale della Repubblica Universale che animò la Comune. Lo slogan era nato durante la rivoluzione francese del 1789, ma la sua ripresa nel 1871 costituisce, allo stesso tempo, una rottura con quella eredità nella direzione di un internazionalismo operaio. La Comune, come ricordò anni dopo la sua sconfitta uno dei suoi partecipanti, è stata prima di ogni cosa “un coraggioso atto di internazionalismo”, non solo per il gran numero di stranieri che vi partecipò, ma proprio perché fu un’insurrezione condotta sotto la bandiera della Repubblica Universale. La Comune non ambiva ad essere la capitale della Francia, a farsi Stato ma, nel momento in cui si apprestava a smantellare la burocrazia imperiale iniziando con esercito e polizia, volle rappresentare un collettivo autonomo all’interno di una federazione universale di popoli.
Affinché questa federazione avesse qualche possibilità di realizzazione i comunardi capirono presto che era fondamentale costruire un nuovo rapporto tra città e campagna, tra operai e contadini. “Come base della giustizia economica proponiamo due tesi fondamentali: la terra appartiene a coloro che la lavorano, cioè alle comuni agricole. Il capitale e tutti gli strumenti di lavoro appartengono ai lavoratori e alle loro associazioni”. Questa affermazione la troviamo nell’indirizzo programmatico di Le cause du peuple, rivista della sezione ginevrina dell’Internazionale, animata da esuli russi poco prima della Comune di Parigi. E queste stesse tesi le troviamo riecheggiate nello scritto di BenoÎt Malon e Adré Léo indirizzata alla classe contadina francese dall’interno di una Comune oramai sotto assedio. Ma c’è di più. Secondo le successive elaborazioni di Reclus e Kropotkin, la gestione cooperativa della “grande fabbrica della terra” conduce a una società caratterizzata dalla riproduzione semplice e dai ritmi ciclici della natura e, allo stesso tempo, ci porta verso un mondo contraddistinto dall’uguaglianza nell’abbondanza.

E con ciò torniamo al lusso comune, espressione inventata da Eugène Pottier per designare quella specifica forma di emancipazione immaginata dalla Federazione degli Artisti, sorta durante la Comune. Il manifesto della Federazione dell’aprile 1871 si chiude così: “Lavoreremo insieme per la nostra rigenerazione, il lusso comune, gli splendori futuri e la Repubblica Universale”. Questa espressione indica dunque la volontà di rompere con la follia rappresentata dalla produzione della ricchezza per pochi attraverso la povertà dei molti e lo spreco delle risorse; esprime l’intenzione di dare vita a nuovi legami sociali, a una nuova attività produttiva fondata su rinnovati rapporti di solidarietà e cooperazione e sul rispetto della natura. Per i comunardi il comunismo non è privazione, condivisione della povertà, ma un mondo radicalmente diverso caratterizzato da abbondanza, apertura e ricchezza. Un mondo in cui il tempo di lavoro smetterà di essere la misura della ricchezza e la ricchezza stessa non sarà più misurabile in termini di valore di scambio. Con il comunismo, che esige e riconosce il contributo di ciascuno per il bene comune, sarà possibile il vero sviluppo dell’individuo e il godimento dell’autentico lusso che può essere solo il lusso comune. “La varietà della vita è un obiettivo del vero Comunismo tanto quanto l’uguaglianza di condizioni”, sostiene Morris.
Tutto ciò significa anche trasformare le coordinate estetiche dell’intera comunità superando la divisione tra chi può permettersi il lusso di giocare con le parole e le immagini e chi non può farlo. In questo senso va la rivendicazione e l’attuazione in forme embrionali di un’educazione “politecnica” e “integrale” in grado di superare la divisione tra lavoro intellettuale e manuale. Lusso comune significa perciò rivendicare un’arte pubblica perché la bellezza non deve prosperare solo negli spazi privati o nella dimensione monumentale. L’arte si deve trasformare in qualcosa di vissuto, integrato nella vita di tutti i giorni, non superfluo ma essenziale per la vita della comunità.

In conclusione, per Kristin Ross rivendicare l’immaginario della Comune significa andare ben oltre la considerazione della rivolta parigina come un’anticipazione imperfetta, in quanto sconfitta, di quella che sarebbe stata la vittoriosa rivoluzione russa. Per non parlare dell’iscrizione dell’insurrezione della capitale transalpina nell’ambito della storia del patriottismo repubblicano francese. Tutto ciò è certamente condivisibile, ma è quanto mai opportuna la considerazione che a tale proposito fa Mario Pezzella nella postfazione al volume. La Comune libertaria dei consigli e dell’autogestione è stata solo una parte dell’evento, quella parte che ha prevalso nei provvedimenti e nei comportamenti che riguardavano l’organizzazione dello spazio e della vita quotidiana. Se prendiamo in considerazione la sua espressione più propriamente politica dobbiamo, però, prendere atto dell’importanza assunta da posizioni blanquiste e giacobine che hanno sbandato sempre di più verso la ripetizione delle forme di emergenza del 1792, Comitato di salute pubblica compreso. Se ci rivolgiamo alla Comune “sociale” cercando un’ispirazione per un comunismo ancora possibile dobbiamo comprenderne anche la sua debolezza di fronte alle tendenze autoritarie e giacobine. Anche perché, possiamo aggiungere, la potenziale scissione tra l’anima sociale e quella politica è una caratteristica forse ineliminabile di ogni evento rivoluzionario. Non ha senso perciò sostituire l’immagine mitica della rivoluzione del 1917 con quella, altrettanto mitica, della rivolta del 1871. “La nostra intenzione – conclude Pezzella – non deve essere la ripetizione di un fatto, ma la liberazione di un possibile”.

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Sull’epidemia delle emergenze/ Fase 5: i movimenti sociali al tempo della quarantena https://www.carmillaonline.com/2020/04/01/sullepidemia-delle-emergenze-fase-5-i-movimenti-sociali-al-tempo-della-quarantena/ Wed, 01 Apr 2020 21:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59070 di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

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di Jack Orlando, Maurice Chevalier e Sandro Moiso

“Quando l’acqua inizia a bollire…è da sciocchi spegnere il fuoco.” (Nelson Mandela)

“In situazioni di caos, crescono le opportunità per la libertà” (Abdullah Ocalan)

Abbiamo cominciato a ragionare su questa fase in senso strategico ormai un mese fa, cogliendo come questa epidemia sarebbe diventata uno spartiacque tra quella aberrante normalità che vivevamo e ciò che verrà dopo; abbiamo indicato che, in questo tempo di perenne emergenza, l’unica regola della militanza rivoluzionaria è saper abitare la catastrofe per coglierne il campo di possibilità (qui).

Abbiamo proceduto ad analizzare, allora, come questa crisi metta in discussione e demolisca molti degli assunti e delle posizioni consolidate fino a ieri; una catastrofe che non ha risparmiato alcuno spazio dell’agire umano e politico: dalle relazioni internazionali, al controllo sociale, alle relazioni, alla geopolitica, alla guerra o all’accumulazione di capitale. Tutto viene tritato a grande velocità e tutto, altrettanto velocemente, si rinnova buttando via ciò che è obsoleto.
Crediamo che i movimenti sociali non siano estranei a questo processo e che, certamente, non possano esserlo (chi ne rimane al di fuori, d’altronde, è più cera da museo che essere vivente). È all’analisi di questo altro elemento che vorremmo concentrarci adesso.

Nell’ultima settimana abbiamo assistito ad un rapidissimo espandersi del contagio a livello europeo e internazionale, con una forte accelerazione di processi geopolitici ed economici che sembravano premere ormai da un po’(qui).
Se per molti governi europei il caso italiano ha fatto in un certo senso scuola, sembra che anche i movimenti abbiano guardato all’Italia per elaborare le proprie risposte.
La reazione maggioritaria delle strutture politiche del Bel paese è stata quella di mettere in moto una grossa serie di piccole o grandi opere di solidarietà dal basso e mutuo appoggio; un’operazione importante di messa a sistema di quelle pratiche mutualistiche, che si erano da anni accumulate come patrimonio dell’autorganizzazione e dei centri sociali, dentro lo scenario di una crisi sanitaria e di un confinamento sociale inediti. A ruota sono seguite operazioni simili negli altri paesi, elemento che diventa allora di non secondaria importanza nel guardare i fenomeni in atto.

Se da un lato possiamo dire che la capacità di risposta autonoma e dal basso ai bisogni sociali sia un tassello essenziale della strategia antagonista per come la conosciamo, dall’altro non possiamo che rilevare come spesso questa risposta assorba la totalità dell’impegno non solo della prassi ma anche dell’orizzonte teorico di queste strutture.
Sembra, quindi, che l’ipotesi del conflitto venga allora definitivamente espulsa dal campo delle possibilità: nella tutela dei soggetti più fragili e nel lavoro di cura, il corpo militante si mette al servizio di una collettività da cui si era ritrovato ormai estraneo, e che attraversa ora andando a riempire i vuoti lasciati dalla macchina statale neoliberista. Ma se diamo per assodato il concetto per cui, al tempo del libero mercato, chi può essere messo a valore allora può beneficiare della macchina capitalistica mentre chi è inutile si arrangi da sé per non crepare; un lavoro di cura della fragilità finisce per essere sussidiario alle articolazioni assistenziali dello Stato e rischia, infine, di fare da agente pacificatore: gli “angeli che portano la spesa” vanno allora a spegnere o lenire quella frustrazione da cui può, in prospettiva, accendersi la miccia della rabbia sociale. Non è un caso che nell’ultimo decreto presidenziale, del 27 marzo, che è andato a rincorrere una tiepidissima ipotesi di insorgenza urbana, si sia fatto esplicitamente appello alla “catena della solidarietà”, o che diversi servizi televisivi abbiano lodato le gesta di questi giovani generosi, tacendo la loro provenienza dai famigerati centri sociali abusivi.

Non solo, nello schiacciarsi su questo volontarismo, si finisce per perdere di vista una tempesta che si avvicina a passi sempre più spediti: quando la quarantena sarà finita, quando si cercherà di tornare alla normalità dopo questa sospensione della vita, le città non saranno più le stesse. La loro fisionomia resterà invariata magari ma la loro sostanza, il tessuto vitale e le loro possibilità saranno ridotte in macerie. È un domani molto vicino quello in cui si inizierà a sanguinare per la disoccupazione, per il carovita, per la crisi degli alloggi, per i nuovi tagli fatali allo stato sociale. Ma a forza di lenire i graffi di oggi, non ci si accorge degli sventramenti che ci attendono; il rischio è quello di seguire una logica dei due tempi per cui oggi si temporeggia, domani si agisce; ma il tempo dell’azione non è rimandabile, i bastimenti vanno approntati quando la tempesta è in avvicinamento, non quando si scatena e sbalza i marinai fuori bordo, ad annegare tra le onde di una conflittualità che non si è saputo leggere.

Si differenzia in tale contesto, però, l’approccio di chi, dichiarandolo, organizza attività di sostegno alla popolazione per contrastare quell’opera della protezione civile e dei militari che portando aiuti si presentano con volto amico alla popolazione, poiché è proprio con queste strutture militari e paramilitari che si giocherà anche lo scontro per l’egemonia politica e sociale. La penetrazione del ‘repressore buono’ nelle menti oltre che nei quartieri proletari va denunciata sin da ora, non quando spareranno sui cortei, caricheranno i picchetti operai e faranno i rastrellamenti per le strade.

Parimenti, vediamo un’altra sensibilità che, anche quando non esclude l’ipotesi mutualistica, è più attenta al fronte che si sta costruendo e ai campi d’azione che già oggi emergono. Una sensibilità che però è spesso immobile ed incapace di agire. Nell’indicare la centralità del reddito per tutti, nel denunciare la colpevole inadeguatezza del sistema sanitario o la criminale carenza di misure di supporto alle fasce basse della popolazione piuttosto che l’infamia delle associazioni padronali, certamente si è colto nel segno dell’indicazione.
Ma un’indicazione senza prassi incisiva è poco più che uno di quei buoni propositi da capodanno la cui immancabile fine è il dimenticatoio di fine gennaio.
E se certo le condizioni ostiche della quarantena non aiutano lo sforzo d’immaginazione militante nel cercare altre pratiche, sempre quell’espulsione del conflitto come possibilità concreta sembra essere alla base di un raggio d’azione limitato alle campagne social, ai meme, al mailbombing, alla sensibilizzazione, o agli ambiziosi quanto velleitari annunci di scioperi degli affitti.

Altre esperienze, possono essere quelle attuate, ad esempio, a Milano, Varese, Genova, Trento e in Valle di Susa che hanno ripreso l’antica pratica dei tazebao e degli striscioni, con parole chiare su chi siano i responsabili di questa strage in corso, con testi semplici, comprensibili, richiedendo diminuzione dei prezzi dei generi alimentari, denunciando la militarizzazione del territorio, lo smantellamento della sanità, evidenziando in modo esplicito la farsa di un governo che punisce le passeggiate e tiene aperte le fabbriche, che dona elemosine illuso di prevenire possibili sommosse, saccheggi e rivolte.
Semplici tazebao che invitano chi li condivide a riprodurli, diffondendoli così sulle mura dei quartieri e nei piccoli paesi di montagna … un modo per rendere tutti protagonisti, senza chiedere adesioni a forze politiche, un modo per prepararsi, per metter fieno in cascina .

Come ancora diversa può essere considerata l’iniziativa nazionale del 1° Aprile: con striscioni e battiture dai balconi e con fuochi nelle valli alpine per sostenere le detenute e i detenuti e chiedere amnistia e indulto per tutte-i. Diverse dal mutualismo caritatevole e importanti perché indicano forme, tutte da inventare nel periodo della quarantena, e che possono coinvolgere tutte/tutti: battiture, tatzebao, canzoni di lotta cantate dai balconi invece degli inni nazional-popolari, parlare con i vicini per costruire rapporti di complicità necessari oggi, fondamentali per il domani. Come avviene a Torino in alcuni quartieri operai.
Queste esperienze, seppur non estese come sarebbe necessario, indicano un modo per lottare anche dentro l’isolamento sociale prodotto dalla quarantena e per non agire solo sul piano virtuale.

Nulla è da escludere in una fase di sconvolgimento come questa, tutto è da rilanciare e nulla da lasciare al caso, ma ancor più centrale è la necessità di guardare all’esperienze in corso, alle tensioni, spesso sotterranee che si muovono sotto il cielo, comprendere come per la guerra che verrà ogni elemento utile vada incastonato nel mosaico di una strategia rivoluzionaria ancora tutta in divenire.

Un dato interessante che ci sembra di cogliere, per quel che riguarda le reti di solidarietà , più all’estero che dalle nostre parti a dire il vero, è come esse siano sorte del tutto o quasi al di fuori degli ambiti di movimento1 e come esse inizino a masticare temi prima appannaggio dell’habitat militante che ora diventano urgenza collettiva, come il reddito o l’affitto, ma restino sostanzialmente impermeabili al linguaggio politichese che tuttora le porta avanti. E se il rent strike2 passa sotto traccia, nondimeno ci si organizza autonomamente per autoriduzioni collettive o, più placidamente, si smette di pagare l’affitto al padrone di casa.
Una serie di smottamenti che interessano soprattutto quelle aree metropolitane, patrie dell’atomizzazione capitalistica, in cui le fragilità si ammassano più numerose e lo Stato lascia scoperti e abbandonati migliaia di individui per limitarsi a gestirne le escandescenze e proseguire il solito scorrimento delle merci. Le metropoli, o meglio i loro margini, iniziano a brontolare e rivendicare sommessamente il proprio spazio sulla scena. Un sussurro, per ora, ma che minaccia di essere presto un grido.

Un’altra indicazione feconda ci viene invece da quei territori, come l’Euskal Erria, dove le organizzazioni antagoniste e una certa cultura politica hanno storia e radici forti, dove quindi la prassi militante sembra riuscire ad intercettare l’autorganizzazione spontanea e diffusa e agire in sintonia con essa. Lì, dove le reti di mutualismo spontanee sono nate in ogni quartiere o cittadina senza reciproco coordinamento, incontrando spesso la capacità tecnica dei gruppi militanti, è emersa un’ipotesi di avanzamento del discorso politico relativo al contropotere territoriale fondata sul concetto di autodifesa e sostanziata tramite un doppio fronte, di lotta e di cura3.

Vi sono, poi, luoghi dove il conflitto è da anni già luogo di ‘conflitto in armi’ , di spazi dove le esperienze rivoluzionarie hanno il controllo di parti del territorio e di fronte a questa epidemia, prodotta dal tessuto sociale, economico e produttivo del capitalismo, hanno dovuto porsi la questione di garantire la difesa delle proprie zone e delle proprie comunità, sapendo assumersi tutte le responsabilità del caso nei confronti della catastrofe generata dal modo di produzione avverso.
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Nel Chiapas, di fronte alla pandemia Covid-19, con le parole del subcomandante insurgente Moisés, l’EZLN ha dato disposizioni perché tutti i municipi autonomi e le organizzazioni amministrative aderenti alla lotta zapatista dichiarino l’allerta rossa, impediscano l’ingresso nei loro territori agli estranei e adottino misure igieniche straordinarie.
Come spiegano gli zapatisti, questa scelta non è dovuta solo alla pericolosità del virus bensì anche all’irresponsabilità dei vari governi del pianeta, tutti intenti a fornire dati e informazioni molto discutibili (se non addirittura falsi) finalizzati al controllo sociale e non alla reale difesa della salute pubblica.
Questa scelta che all’apparenza potrebbe sembrare una sospensione della battaglia in corso deve proseguire anche in questa situazione, trovando i modi necessari pur nelle condizioni attuali che impongono provvedimenti sanitari (qui).

Nella Siria del Nord, invece, mentre la Turchia approfitta del virus per colpire l’Amministrazione autonoma del Rojava continuando gli attacchi militari e togliendo l’acqua ai profughi e ai residenti, il Consiglio Esecutivo del Rojava ha posto in atto (a partire dal 21 marzo) misure di divieto di spostamento senza autorizzazione, la chiusura dei confini, la chiusura di negozi e scuole, il distanziamento e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, e esonera dal lavoro il 40% dei lavoratori dei panifici (attività essenziale in quelle zone per poter sfamare la popolazione) e di altre attività, arrivando anche a dover chiudere le ‘tende del commiato’. Misure drastiche, ma che rappresentano l’interesse collettivo.

Il Rojava ha anche adottato misure di distanziamento, in una situazione di vita comunitaria e quindi molto dificili da realizzare, non imponendolo in modo militarista come nel nostro paese, bensì tramite l’appello dei vari feriti di Kobane e delle grandi battaglie di questi anni e appellandosi all’autodisciplina rivoluzionaria, un tema che andrebbe ripreso con chi in Italia grida allo scandalo di dover stare in casa non per porlo come contraddizione con le fabbriche aperte, non per denunciare le angherie di militari e polizia contro una solitaria corsa o passeggiata, ma finendo, anche non consapevolmente, col contrapporre la libertà individuale all’interesse di classe e collettivo. Così, se nei paesi capitalisti, nel ventre della bestia, bisogna denunciare l’utilizzo del distanziamento a fini repressivi e nella logica dell’emergenza, va al tempo stesso ripreso il concetto di disciplina rivoluzionaria, di rinuncia individuale per gli interessi collettivi della vita e della comunità, utile già oggi ma fondamentale per il domani.

Ma proprio perché si tratta di un’esperienza rivoluzionaria, quella del Rojava, si trova con poche strutture, attrezzature e strumenti sanitari a causa di un duro embargo e del non riconoscimento da parte dell’ONU e, di conseguenza, non riceve aiuti alcuni per la popolazione (come i kit per rilevare il virus, le mascherine e i respiratori), il che dimostra, una volta di più, come solo la solidarietà rivoluzionaria può sostenere queste esperienze.
Altro che versare i fondi per la protezione civile, le ASL, la Caritas ecc.… Oggi è necessario praticare l’internazionalismo e quindi di sostenere con casse di resistenza le varie esperienze rivoluzionarie e di mutuo soccorso, soprattutto da costruire nelle fabbriche e sui territori, poiché in questo modo si costruiscono rapporti concreti per un’alleanza comune contro il capitalismo.
In questo senso l’esperienza in Francia della ZAD dI Notre-Dame-des-Landes che ha portato le proprie autoproduzioni alimentari alle varie lotte presenti in Francia, vale di più di mille dichiarazioni di principio sui sacri testi.

In altri termini, dove la gestione autoritaria ed emergenziale dello Stato semina dispositivi di contenimento che facilmente saranno convertiti in strumenti repressivi all’occorrenza, molto raramente corrisponde un contrappeso che va incontro ai bisogni generati dall’epidemia. È lì che si generano le fratture ed è lì che si inserisce il militante per convertire una ferita in una carica sovversiva.
D’altronde la natura di classe di questo sistema viene a galla in ogni piega di questa emergenza e disvela tutto l’orrore e l’insostenibilità a cui il quotidiano ci aveva abituati. Il sostegno alle grandi aziende e le briciole alle famiglie, la cassa integrazione pagata dallo Stato e le ferie forzate dei lavoratori, le fabbriche che restano aperte e gli operai costretti ad ammalarsi dentro i reparti, i medici che crepano di malattia e superlavoro negli ospedali pubblici mentre le cliniche private intascano soldi. Nessuna di queste cose passa inosservata agli occhi di chi vive dal basso questa società e per i più ottusi, che ancora nutrono buonafede verso questo sistema, ci pensano i portavoce del governo a togliere ogni dubbio, con la loro retorica di guerra che sempre più prende i contorni di minacce velate a chi avesse in mente di alzare la voce e pestare i piedi, o con il loro darwinismo sociale che innerva tanto i discorsi quanto le misure. Non sono vite quelle che si vogliono tutelare ma forza lavoro, carne da cui estrarre valore. L’alternativa resta sempre una: la nostra vita o il loro profitto.

È solo a partire da questo assunto, ormai visibile a chiunque, che è possibile cogliere il senso pieno della sfida attuale, su cui possiamo seminare il germe di una incompatibilità sistemica in grado di seminare gli scontri di classe che verranno.
È su questo assunto che l’indicazione dei padroni e degli imprenditori come vampiri e assassini è diventata chiara e assumibile da chiunque, creando una linea di spartizione tra chi ci è amico e chi no nell’ora del bisogno, intrecciandosi alla voce di quegli operai che spontaneamente hanno incrociato le braccia per dire che non erano disposti a morire per un salario di merda.

Ed è sempre qui che la problematica del reddito, che coglie l’antica quanto principale contraddizione del capitalismo, non è più soltanto una velleità, ma l’esigenza di milioni di persone cui il blocco dell’economia pone il serio problema di cosa mettere in tavola la sera. Un problema che non può più essere una richiesta velleitaria o riformista. Ma deve diventare uno dei cardini di un agire antagonista: se lo Stato non è in grado di provvedere ai nostri bisogni e questo mercato ci esclude da un reddito allora ci si deve organizzare da soli per ottenerlo. Dalle assemblee sui luoghi di lavoro, già fin da ora e dopo la riapertura delle aziende, al picchetto e il blocco della fabbrica che non è stata chiusa da un’ordinanza; dalle assemblee e i convegni territoriali da convocare subito, a partire dalle aree più colpite, dopo il parziale ritorno alla normalità all’autoriduzione dell’affitto e delle bollette nella loro insostenibilità, la richiesta oppure l’imposizione autonoma di un calmiere dei prezzi contro il carovita e lo sciacallaggio in atto fin dall’inizio della pandemia.

Ognuno di questi atti, organizzati o meno, politicizzati o meno, andrà nella direzione di riprendersi pezzi di reddito e di vivibilità in seno a questa catastrofe; il compito del rivoluzionario non è fare una campagna su una o l’altra di queste cose, ma fondere spontaneità e organizzazione, pratica e discorso. È la nostra stessa possibilità di vita che difendiamo e nulla ci legittima più di questo nel forare ogni dispositivo. La questione del mutualismo e della presa in cura della comunità, d’altronde, non può essere slegata da un discorso simile e non può che essere strumento di radicamento e costruzione di contropotere autonomo nei quartieri e sui territori, realizzando articolazioni sociali di un discorso politico più complessivo e di rottura.

Quella della cura collettiva è una pratica che non può essere mossa dalla generica solidarietà (cosa buona e giusta, la solidarietà, ma non è mai stata motore di processi rivoluzionari), ma dall’obbiettivo di costruire un rinnovato rapporto di forza, in vista degli sconvolgimenti che verranno, all’interno di un territorio. Quest’ultimo, nella sospensione della normalità, assume un rinnovato valore strategico ed è all’interno di questa situazione imprevista che, specialmente nell’atomizzato ambito metropolitano, possiamo legare i fili delle nostre possibilità. Chi oggi distribuisce la spesa alimentare dovrebbe porsi in prospettiva il problema di bloccare il flusso delle merci, di redistribuire il reddito indiretto, di scioperare, di indicare il nemico e di legarsi all’amico prima estraneo, tutto nel tentativo di costruzione di una forza in grado di smantellare ogni pezzo dell’attuale sistema di dominio.

Nulla oggi può essere lasciato intentato, nulla deve essere abbandonato al caso. Si buttino a mare gli ideologismi inutili e le formule stantie, è di prassi forte e teoria laica che abbiamo bisogno. Dobbiamo necessariamente cogliere, per dirla con Fanon, l’importante nel contingente.
Si prepara oggi uno scenario che forse mai più ci sarà dato di rivivere: in queste intemperie si colga l’occasione di liberare la prassi politica e la società dalle ragnatele del passato o ci si lasci morire.


  1. Un esempio è il caso della società inglese che, da iperatomizzata, scopre la comunità come ambito di forza http://commonware.org/index.php/neetwork/929-pinte-e-pandemia 

  2. https://www.thestranger.com/slog/2020/03/27/43264462/so-you-want-a-rent-strike  

  3. https://eh.lahaine.org/auzo-elkartasun-sareak-larrialdi-egoeraren  

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Cronaca di una settimana intergalattica alla Zad di Notre-Dame-des-Landes https://www.carmillaonline.com/2018/09/08/cronaca-di-una-settimana-intergalattica-alla-zad-di-notre-dame-des-landes/ Sat, 08 Sep 2018 21:07:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48683 [Traduciamo e pubblichiamo qui di seguito un interessante contributo inviatoci dai compagni della Zad sul significato e i temi della grande assemblea intergalattica dei movimenti tenutasi, dal 27 agosto al 2 settembre, sui territori ancora occupati di Notre-Dame-des-Landes. S.M.]

Dietro un tavolo, in disparte dal pubblico, cinque persone bisbigliano in lingue differenti. Gli sguardi sono un po’ vaghi, ma i tratti del volto indicano in tutti una grande concentrazione, mentre sembrano salmodiare in spagnolo, italiano, inglese, basco e francese. A volte, in un intrico di cavi aggrovigliati, si scambiano i microfoni: l’oratore è cambiato. Durante tutta la “settimana intergalattica” alla [...]]]> [Traduciamo e pubblichiamo qui di seguito un interessante contributo inviatoci dai compagni della Zad sul significato e i temi della grande assemblea intergalattica dei movimenti tenutasi, dal 27 agosto al 2 settembre, sui territori ancora occupati di Notre-Dame-des-Landes. S.M.]

Dietro un tavolo, in disparte dal pubblico, cinque persone bisbigliano in lingue differenti. Gli sguardi sono un po’ vaghi, ma i tratti del volto indicano in tutti una grande concentrazione, mentre sembrano salmodiare in spagnolo, italiano, inglese, basco e francese. A volte, in un intrico di cavi aggrovigliati, si scambiano i microfoni: l’oratore è cambiato.
Durante tutta la “settimana intergalattica” alla Zad, la tavola non si svuoterà mai di questi interpreti improvvisati, tratti dallo stesso pubblico, ma nondimeno capaci di assicurare sempre la traduzione simultanea delle discussioni. Lo fanno senza chiedere niente in cambio, semplicemente orgogliosi di aiutare l’organizzazione, di condividere le loro conoscenze linguistiche con tutti coloro che, sotto il grande tendone, ascoltano le loro voci attraverso gli auricolari.

Una delle interpreti ha le mani così sporche di terra che sembra esitare nel maneggiare gli strumenti messi a disposizione da un collettivo internazionale: nella stessa mattinata ha partecipato alla raccolta delle patate. Un altro soffre ancora dei postumi di una sbornia colossale seguita alla festa intorno ai fuochi della notte precedente. Poco importa, sono là al loro posto, per tradurre le voci degli invitati provenienti dal Wentland (Germania), da Christiania (Danimarca), dalla Val di Susa, dal quartiere basco di Errekaleor, dalle zone dai terreni abbandonati e occupati di Lentillères a Dijon (Francia), dall’Europa, ma anche quelle degli invitati provenienti dal Giappone, dal Messico e dal Rojava. Occorre ammetterlo, anche se talvolta ne dubitiamo, che è ormai evidente che una forza organizzativa è ancora ben presente alla Zad. I cinquecento pasti serviti ogni sera sono serviti da mense autogestite, una delle quali è fatta da migranti che vivono a Nantes, la città vicina. E anche lì, una volta terminato il lavoro delle cucine, approfitteranno delle traduzioni.

Noi vogliamo parlare di un internazionalismo del presente durante questa settimana intergalattica, ma è sufficiente attraversare l’accampamento e gli edifici appena ricostruiti per percepire che lo stiamo già creando, qui e ora. Noi siamo all’Ambazada la cui costruzione è iniziata un anno fa, su iniziativa dei Baschi appoggiati da una equipe di zadisti. Di cantiere collettivo in cantiere collettivo, questa ambasciata dei popoli che non si lasciano sottomettere del mondo intero, è sorta dal suolo. Aperta a tutti coloro che lottano e hanno bisogno oppure desiderano un luogo in cui potersi riunire. Essa ha resistito alle operazioni militari di questa primavera, con gli stessi Baschi, che l’avevano immaginata, arroccati sul suo tetto per difenderla di fronte ai 2500 agenti che hanno attaccato la Zad. Poiché di cantiere collettivo in cantiere collettivo si finisce con l’amare talmente un luogo da giungere a lasciare tutto per correre a difenderlo quando questo è minacciato.

E’ stata proprio la forza di questo attaccamento a donare un tale vigore alla resistenza di questa primavera. Molte persone sono venute dai quattro angoli del mondo per sostenere la Zad, ciò che rappresenta, a causa dei mille legami che le ricollegano. Può proprio essere questa la bozza di questo internazionalismo che si richiama alle nostre voci, che si nutre di una solidarietà attiva tra i territori in lotta, che rafforza le comuni emergenze, che crea attraverso ciò che si condivide una forza materiale e ideale che va al di là delle frontiere. A partire da queste situazioni radicate questo internazionalismo non potrà rivestire che un carattere di “senza terra” che è stato sottolineato durante molti interventi. Questa costituisce senza dubbio la sua novità.

Durante questa settimana si è trattato e discusso di lingue, culture, tradizioni e popoli, temi quasi sempre assenti dai grandi raduni militanti. Prenderà infine atto degli spazi dove emergono le resistenze al capitalismo e alla sua omogeneizzazione su scala mondiale? L’anno prossimo questa settimana avrà luogo a Biarritz, nei Paesi Baschi, città prescelta per organizzare il prossimo summit del G7. La solidarietà non può essere che reciproca.

L’idea di radicamento non è soltanto legata allo spazio, ma è egualmente temporale. Anzi, uno dei fili rossi della settimana è stata la storia, la nostra storia. Quattro serate sono state dedicate ai temi dell’autonomia italiana degli anni Sessanta e Settanta, agli squatter e agli autonomi tedeschi degli anni Ottanta, ai movimenti ecologisti radicali della Gran Bretagna degli anni Novanta e ai movimenti sociali francesi del decennio 2005 – 2016. Illuminati soltanto da piccole lampade, hanno dato voce, davanti a una sala piena, a queste rivolte da cui traiamo larga ispirazione ancora oggi.

Queste narrazioni, in perpetua elaborazione, fanno parte di un apprendistato dell’arte di raccontare che noi non siamo ancora stati capaci di raggiungere fino ad ora. Si intrecciano così le grandi cronologie con gli aneddoti che paiono insignificanti davanti alla “grande Storia”, ma che costituiscono la carne e il sangue di uno storia abitata. I rivoluzionari del XIX secolo percepivano il susseguirsi delle loro sconfitte passate il cammino inesorabile verso la loro vittoria finale. Il nostro rapporto con l’esperienza è più complesso, più frammentato e il nostro avvenire più incerto. Questo non è ancora scritto e, alla scala della Zad, resta ancora largamente da conquistare e inventare. René Char, un grande poeta francese, nel 1944 diceva: “Noi siamo nell’inconcepibile, ma con dei punti di riferimento abbaglianti”. Nella nostra piccola guerra, l’Ambassada è uno di questi punti di riferimento, un embrione del futuro per il quale ci battiamo, in tutte le lingue. Per quel che rimane in piedi, dovremo dimostrare allo Stato che i rapporti di forza non sono svaniti, senza di ciò questo territorio, guadagnato attraverso grandi lotte, rischia di essere definitivamente perduto. Per questo motivo vi invitiamo il prossimo 29 e 30 settembre a partecipare tutti a manifestare con noi alla Zad per continuare la battaglia per queste “terre comuni”. (qui)

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Europa: rompere la gabbia, recuperare la soggettività https://www.carmillaonline.com/2018/03/20/europa-rompere-la-gabbia-recuperare-la-soggettivita/ Mon, 19 Mar 2018 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44362 di Luca Cangianti

Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018, pp. 105, € 11,00.

L’Europa da sogno di pace postbellico si è trasformata in un incubo disciplinare che infesta le vite delle classi subalterne. La fuoriuscita dall’Unione economica e monetaria suscita tuttavia ancora molte obiezioni: alcuni temono il mero ritorno reazionario e xenofobo allo stato nazionale, altri la rinuncia a porre lo scontro con il capitale finanziario sull’adeguato piano globale conseguito negli ultimi decenni. Secondo questi punti di vista, di fronte al deficit di [...]]]> di Luca Cangianti

Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018, pp. 105, € 11,00.

L’Europa da sogno di pace postbellico si è trasformata in un incubo disciplinare che infesta le vite delle classi subalterne. La fuoriuscita dall’Unione economica e monetaria suscita tuttavia ancora molte obiezioni: alcuni temono il mero ritorno reazionario e xenofobo allo stato nazionale, altri la rinuncia a porre lo scontro con il capitale finanziario sull’adeguato piano globale conseguito negli ultimi decenni. Secondo questi punti di vista, di fronte al deficit di democrazia e agli squilibri dell’Unione europea (assenza di sistemi di welfare comunitari, politica economica e fiscale non omogenea) bisognerebbe spingere innanzi il processo di convergenza fino alla creazione di uno stato federale. Al momento invece assistiamo a una dinamica centrifuga che accentua i divari tra i singoli paesi. D’altra parte è lecito ipotizzare che, dati gli attuali rapporti di forza politici e sociali, qualora si procedesse verso una maggiore integrazione statuale, sarebbero formalizzati assetti regressivi rispetto alle costituzioni nazionali del dopoguerra, con esiti sfavorevoli alle classi subalterne.

In questo panorama La gabbia dell’euro di Domenico Moro sposa una posizione molto netta: le classi popolari per recuperare margine d’azione politica e reagire all’attacco ai redditi e alla qualità della vita devono revocare il trasferimento agli organismi sovranazionali delle funzioni di controllo sul bilancio pubblico e sulla moneta: “L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase capitalistica globale, nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale. Altrove, nei Paesi anglosassoni, il neoliberismo si è attuato senza il ricorso a vincoli esterni. In Europa continentale, soprattutto in Italia, Spagna e Francia, a causa dei particolari rapporti di forza economici e politici esistenti tra le classi sociali, si è reso necessario far ricorso alla leva del vincolo esterno europeo. Questa leva ha consentito di bypassare parlamenti e sistemi elettorali che, esprimendo interessi variegati, non consentivano la tanto auspicata governabilità”.
Secondo l’autore un programma che ponga all’ordine del giorno tale indicazione non deve temere di esser tacciato di nazionalismo o di aderenze a pulsioni reazionarie: l’internazionalismo è il riconoscimento degli interessi delle classi subalterne a prescindere delle differenze nazionali, mentre il cosmopolitismo – che secondo Moro è l’ideologia dell’Unione europea e delle élite finanziarie – è il suo rovesciamento in chiave individualistica. Il capitalismo contemporaneo sviluppa infatti la sua logica accumulativa mediante investimenti all’estero, sia di portafoglio che diretti, per realizzare economie di scala e sfruttare la manodopera a basso costo dei paesi periferici. Le imprese dominanti ormai sono quelle transnazionali, l’imperialismo è deterritorializzato e il debito pubblico, da sostegno al consumo, si è trasformato in una barriera allo sviluppo del capitale finanziario: “La continua pressione a contenere i debiti sovrani (con la conseguente contrazione del welfare e degli investimenti pubblici) e la riforma bancaria sono funzionali a drenare risparmio dal finanziamento del debito pubblico alle imprese, mediante la crescita del mercato dei capitali e della borsa. Così facendo, però, l’euro e le politiche di austerity hanno accentuato la contrazione della crescita complessiva dell’area euro e aumentato la divergenza tra gli Stati europei.”
Moro ammette che concetto di nazione sia “potenzialmente ambiguo” e vada “maneggiato con cura”, tuttavia l’immaginario politico che propone non è quello naturalistico della comunità basata sulla terra e il sangue, ma quella di coloro che subiscono il dominio delle élite transnazionali. Queste, rescisso il legame con i rispettivi territori e nazioni, rendono possibile che il concetto di popolo possa esser utilmente impiegato dalle classi subalterne. L’autore ha in mente l’esempio dei movimenti bolivariani in Sudamerica che in Italia potrebbe esser declinato come “patriottismo costituzionale”, cioè come comunità volontaristicamente costituita sul rilancio dei valori della Costituzione. Meno calzante è il parallelo con i riferimenti nazionali e risorgimentali utilizzati dalle formazioni partigiane collegate al Pci. In quel caso, infatti, ci fu un effettivo regresso dall’internazionalismo comunista delle origini alla linea togliattiana e staliniana di collaborazione nazionale con i monarchici e i partiti borghesi.

In astratto non è possibile affermare che per le classi subalterne sia preferibile una forma statuale o parastatuale con i confini dell’Europa, di una parte di essa o dei singoli stati nazionali. Alla domanda se sia preferibile uscire o meno dall’Unione economica e monetaria non bisognerebbe rispondere con un “sì” o con un “no”, ma con un “dipende”. La questione infatti più che economica è politica e cioè: a quale livello è ipotizzabile che si presentino conflitti tali da prefigurare una rottura con l’ordine dominante? La situazione più auspicabile sarebbe sicuramente un ciclo di lotte sincronizzato su tutto il territorio europeo. Ma si tratta di uno scenario probabile a fronte delle politiche europee che aumentano i divari tra i vari paesi membri? È più facile immaginare che situazioni di rottura si diano a livello nazionale o al limite di specifiche regioni dell’Unione. Di conseguenza è bene porre per tempo e con la dovuta chiarezza un’ipotesi di fuoriuscita dall’euro, altrimenti si rischia di replicare la tragica esperienza greca.
Alla luce di questi ragionamenti il saggio di Domenico Moro ha una grande utilità politica. Le sue pagine, scritte con linguaggio accessibile a tutti spiegano come l’Unione europea sia un formidabile dispositivo di dominio da smontare affinché il massacro sociale sia fermato e le classi subalterne possano rafforzare la propria soggettività politica. Tale ipotetica rottura tuttavia non sarà un mero ritorno alla dialettica novecentesca, quando nello stato nazionale il livello politico e quello economico erano sostanzialmente coincidenti. Oggi questi due universi sono disallineati dalla stessa dinamica dello sviluppo capitalistico e spetta alla soggettività antagonista capire come sincronizzare i due aspetti – un compito titanico, forse non attuabile nell’immediato, ma teoricamente ineludibile per immaginare un futuro dal volto umano.

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