indistrializzazione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2026/05/27/il-nuovo-disordine-mondiale-37-una-riflessione-sulle-origini-e-i-danni-arrecati-dal-socialismo-in-un-paese-solo-alla-teoria-della-rivoluzione/ Wed, 27 May 2026 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94855 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro

Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa ad un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…

Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.

Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.

Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito ad un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.

Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione delle difesa degli interessi “nazionali”. Un percorso teorico che ha finito con il giustificare qualsiasi collaborazione politica con quelli che avrebbero dovuto essere gli avversari dichiarati di un progetto rivoluzionario atto a superare l’attuale modo di produzione: Stato, interesse nazionale delle classi possidenti, partiti borghesi che ne rappresentano gli interessi.

Così ancora oggi, dopo essere entrati «in una fase di nuova spartizione del mondo tra imperialismi […] in cui emerge nettamente e irreversibilmente la tendenza al riarmo generale e alla guerra “guerreggiata”», il mito della realizzazione del socialismo in un solo paese oppure che un solo paese possa rappresentare il modello sociale, politico ed economico cui ispirarsi per il rovesciamento dell’esistente si traveste subdolamente, ma in maniera assai «varia e penetrante», attraverso «il nuovo mito del “campismo”» 1.

Mito ravvisabile spesso tra quelle correnti politiche che si richiamano ancor oggi al marxismo-leninismo, altra “invenzione” del principale artefice della svolta controrivoluzionaria all’interno dell’Internazionale Comunista e nel partito russo: Iosif Stalin.

Una teoria della Rivoluzione che nel dichiararsi sia marxista che leninista è riuscita nel duplice intento di tradire sia Marx, che come è noto mai si sarebbe dichiarato marxista2, che Lenin, le cui battaglie internazionaliste furono travisate nel loro intento dopo che Stalin ebbe creato un vero e proprio culto della personalità del leader bolscevico per presentare la propria politica come la diretta continuazione della sua opera, in contrasto con l’opposizione di sinistra riunita intorno a Trotsky.

Stalin avrebbe introdotto pubblicamente il marxismo-leninismo alla fine del suo resoconto al XVII Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) il 26 gennaio 1934, anche se già nel 1924 aveva tenuto lezioni presso l’Università Sverdlov che sarebbero poi state successivamente raccolte in un volume dal titolo Principi del leninismo. Ma soltanto nel 1938, nel Corso breve di storia del Partito bolscevico redatto dall’apposita commissione del Comitato centrale del PCU(b), tale pensiero acquisì la forma di “dogma”. Infatti, in quell’anno vennero istituite in URSS le prime Università di marxismo-leninismo come livello superiore della formazione partitica, divenendo in seguito elemento di grande importanza nei sistemi scolastici dei paesi socialisti. Motivo per cui ogni università ed istituto superiore doveva possedere un proprio “Istituto di marxismo-leninismo”.

Il termine “marxismo-leninismo” rimase in uso presso i partiti comunisti anche dopo il XX Congresso del PCUS e le critiche ufficiali avanzate allo stalinismo, mentre nella Russia di Putin, cui Lenin è sicuramente inviso, una rivalutazione della figura e del ruolo di Stalin come grande statista che ha avuto il merito di avviare la modernizzazione del paese è entrata a far parte non soltanto del discorso politico ma, anche, dei manuali di storia della Russia, pubblicati con il sostegno del Ministero dell’Istruzione e destinati agli insegnanti3.

Questa apparente divagazione sul tema del marxismo-leninismo serve per tornare sia sul tema principale del testo curato da Alessandro Mantovani che su quello, precedentemente indicato, di una posizione politica che oggi, nell’illusione di abbreviare i tempi della ripresa della lotta di classe nei confronti della guerra imperialista, fa perno sulla possibilità che paesi come Cina e Russia o blocchi di potenze emergenti, i BRICS, oppure singole nazioni aggredite dalle campagne militari americane, come Venezuela, Iran o Cuba, possano rappresentare « realtà “alternative” » ai “vecchi” imperialismi. Una logica tutt’altro che nuova che fa propria l’idea, sempre foriera di tradimenti e menzogne, che il nemico del mio nemico è mio amico.

Una posizione che richiamandosi, troppo spesso, anche all’evanescente concetto di “diritto internazionale”4 potrebbe in futuro giungere a giustificare una possibile guerra dell’imperialismo europeo contro la Russia o l’ormai ex-alleato americano.

Un’idea truffaldina attraverso la quale si finisce col negare qualsiasi soggettività e autonomia politica al proletariato internazionale e ai popoli ancora oppressi dalle proprie borghesie “nazionali”, asservendola invece, esattamente come fece lo stalinismo proprio con l’invenzione del «socialismo in un solo paese», agli interessi delle borghesie o delle classi dirigenti poste ai vertici dello Stato, sancendo così «il ribaltamento del rapporto tra Stato nazionale (definito socialista) e classi sfruttate, a favore del primo»5.

Quello in cui si svolse il VII esecutivo allargato (22 novembre – 16 dicembre 1926) fu un periodo difficile e confuso della storia sia dell’Internazionale Comunista che del movimento proletario internazionale. Da un lato il secondo, dopo le fallite insurrezioni in Germania, stava per affrontare un’ulteriore sconfitta in Cina nel corso del 1927, mentre le indicazioni dell’Internazionale che avevano contribuito o avrebbero contribuito a tali disastri sociali e politici affondavano le loro radici in un contesto in cui il tentativo di centralizzare a livello mondiale la tattica rivoluzionaria “una volta per tutte” cozzavano tra di loro, così come le divergenze in seno al partito russo e alle stesse opposizioni.

Sono elementi, soprattutto quelli riguardanti lo scontro politico tra Stalin e Trotsky, Kamenev e Zinov’ev, che la premessa di Mantovani analizza con abbondanza di elementi e documenti che riescono a mettere il luce la contraddittorietà profondissima che stava alla base dell’Opposizione al nuovo programma di Stalin. Tutti gli interventi dei tre principali oppositori, in quel momento, al programma di Stalin per la realizzazione del «socialismo in un paese solo» sono corroborati da un solido riferimento al marxismo e a Lenin, ma forse, proprio per questo, hanno troppa fiducia nella sola “forza della teoria”.
Kamenev affermò nel suo intervento dell’11 dicembre, tra i tumulti e le grida dell’assemblea:

I nostri avversari affermano che nel nostro paese, dove qualche milione di proletari deve guidare 100 milioni di contadini nelle condizioni della NEP e dell’accerchiamento capitalista mondiale, si può costruire una società socialista, indipendentemente da una rivoluzione del proletariato, almeno in alcuni paesi avanzati. Questo punto di vista, che pone speranze tanto ottimistiche nelle capacità socialiste della massa contadina è chiamato “ottimismo”. Noi affermiamo che il raggiungimento dell’economia socialista in Unione Sovietica terminerà con il concorso della rivoluzione proletaria negli altri paesi e si chiama ciò “pessimismo”. Noi affermiamo che l’ottimismo dei nostri avversari nelle capacità socialiste dei contadini non è che il rovescio del loro pessimismo verso la rivoluzione proletaria internazionale6.

Con una serie stringente di citazioni da Marx, Engels, Lenin, e dallo stesso Stalin, Zinov’ev dimostrò che:

la teoria attuale dell’edificazione del socialismo in un solo paese non è sorta che alla fine dell’anno 1924 […] E’ assolutamente necessario avere una prospettiva per l’edificazione del socialismo. Ma perché questa prospettiva deve essere nazionale e non internazionale? E’ questo il nodo della questione. Se il nostro proletariato si rende conto che la questione della rivoluzione è per esso una questione di vita o di morte, ciò è diverso dall’educarlo nella convinzione che edifica il socialismo indipendentemente dalla marcia della rivoluzione mondiale. La nostra prospettivaè, di conseguenza, la prospettiva della rivoluzione mondiale7.

Il giorno successivo a quello dell’intervento di Zinov’ev, sarà lo stesso Trotsky a gridare, con una impeccabile argomentazione marxista:

Ripetiamolo ancora , la vera edificazione del socialismo significa l’abolizione delle classi e, poi,la sparizione dello Stato. Ed ecco che Stalin dice che noi possiamo assicurare l’edificazione del socialismo nel nostro paese, precisamente nel senso di questo raggiungimento, vincendo solamente la nostra borghesia interna. Ma, compagni, lo Stato e l’esercito ci sono necessari contro il nemico esterno. Dunque, questo elemento resterà in ogni caso, fin t che esisterà la borghesia mondiale. Si può credere, poi, che noi possiamo, con l’aiuto delle nostre sole risorse interne, economiche e culturali, fondere il proletariato e il contadiname in un’economia socialista unica prima che il proletariato d’Europa prenda il potere?8.

In realtà, a ben guardare con il necessario distacco dovuto al secolo trascorso nel frattempo, nel corso di quelle turbolente sedute si svolse più ancora che uno scontro politico, che pur fu centrale, un autentico dramma psicologico che coinvolse in primis proprio coloro che al progetto di Stalin intendevano opporsi. Questo, come ancora ben delinea nelle sue pagine il curatore, derivava non solo dal fatto che i tre principali protagonisti di quella che all’epoca era definita come Opposizione unificata erano stati in fasi successive alleati di Stalin e nemici tra di loro. Fin dai tempi dell’insurrezione ottobrina che avevo visto Kamenez e Zinov’ev opporsi all’azione armata condotta da Lenin e Trotsky per il rovesciamento del governo provvisorio di Kerensky.

Oppure in altre occasioni accondiscendere in nome dell’unità del partito a scelte, non solo di Stalin, con cui non concordavano minimamente. Un tatticismo che si sarebbe ripercosso fino ai grandi processi moscoviti della seconda metà degli anni Trenta che avrebbero finito col liquidare, anche fisicamente, un’opposizione troppo divisa al suo interno e sostanzialmente incerta sul da farsi. Un dramma molto ben descritto, oltre che nelle ricerche storiche accumulatesi nel frattempo, anche nei principali romanzi di Victor Serge9, testimone diretto di quelle tragedie.

Ma indebolita, come afferma Mantovani nelle sue conclusioni, anche da un progressivo diradarsi e da una sconfitta sul campo degli ultimi barlumi rivoluzionari dell’azione proletaria su scala internazionale.

Ciò che all’osservatore odierno può sembrare chiaro, ossia che la parabola della rivoluzione internazionale (e perciò dell’opposizione) era ormai segnata, non poteva esserlo allora per i protagonisti, come mai può esserlo nella storia, a priori.
In realtà tutto dipendeva dal corso che la lotta di classe avrebbe assunto nei mesi e negli anni successivi in Russia, in Europa, in Cina e solo oggi noi sappiamo quale fu lo svolgimento delle cose, e come alla dégringolade del proletariato internazionale, e dunque delle sue élites rivoluzionarie, abbiano contribuito in modo determinante la sconfitta del grande sciopero generale inglese del maggio 1926 e quella della rivoluzione cinese del 1927.
Ai tempi del VII Esecutivo Allargato, che si soffermò lungamente sia sui fatti inglesi sia sulle prospettive della rivoluzione cinese, si riteneva ancora che la situazione britannica fosse promettente dal punto di vista della lotta rivoluzionaria del proletariato, e alle tardive denunce dell’opposizione sul mantenimento del comitato “anglo-russo” (gli oppositori, con la parziale eccezione di Trotsky, non lo avevano all’inizio avversato) mancava (non poteva non mancare) la consapevolezza che si trattava dell’episodio conclusivo delle lotte operaie del dopoguerra europeo. Né maggior consapevolezza – anche per la sostanziale mancanza di informazioni – essa mostrò nel tragico sbocco a cui di lì a pochi mesi avrebbe portato, in Cina, la linea politica Stalin-Bucharin di subordinazione al Kuomintang contro la quale, ancora una volta in ritardo, l’Opposizione Unificata avrebbe invano ripreso vigore e giocato le sue residue carte.
Sarebbe stato – quello cinese – il canto del cigno del ciclo rivoluzionario apertosi con l’Ottobre rosso. Una vittoria in Cina avrebbe sicuramente, come già avvenuto con la Rivoluzione russa, galvanizzato le masse dei lavoratori occidentali e le plebi agrarie dei paesi coloniali. Tutto sarebbe stato rimesso in gioco. Tutto sarà invece definitivamente perduto […] Dopo di allora la storia dell’opposizione – contro la volontà dei suoi stessi protagonisti – si svolgerà al di fuori dell’Internazionale ormai sostanzialmente defunta10.

Successivamente proprio sul piano internazionale, ma non solo, lo stalinismo finì con lo svolgere un ruolo profondamente controrivoluzionario, sia dal punto di vista delle alleanze che della tattica, entrambe determinate dagli interessi nazionali russi. Considerato che, come ancora scrive Mantovani: «le realizzazioni economico-sociali dello stalinismo furono effettivamente rivoluzionarie se valutate col metro di misura delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo […] Ma lo hanno fatto deformando la dottrina marxista tradizionale da un lato, e ponendo, dall’altro, il partito comunista e l’Internazionale al servizio degli interessi nazionali russi11.

All’epoca, non v’è dubbio alcuno, gran parte della riflessione teorica, anche di parte dell’Opposizione di sinistra più radicale, si basava su una concezione eccessivamente deterministica sia del ruolo del partito che dello sviluppo delle contraddizioni di classe, un fattore che finì col limitare l’azione delle stesse opposizioni sia nei confronti delle strutture politiche di riferimento che delle lotte che si sarebbero poi ancora andate manifestando.

Un determinismo che sembrava, troppo spesso, far derivare le sue formulazioni e principi da una fisica classica che proprio in quei decenni sarebbe stata messa parzialmente in crisi dall’avvento della meccanica quantistica. La prima, per secoli, aveva fornito una visione piuttosto rigida di un universo in cui, date le condizioni iniziali e le loro leggi, il futuro sarebbe già scritto. Un’idea potentissima e rassicurante, ma che escludeva troppe variabili.

Tutto sommato un tema che il vecchio Engels aveva già affrontato in una lettera a Joseph Bloch, scritta il 21 e 22 settembre 1890, in cui si affermava chiaramente che non era certo semplice applicare leggi che, anche quando potevano rappresentare un modello delle dinamiche sociali, certo non dovevano essere meccanicamente applicate ai conflitti di classe e ai cambiamenti che avrebbero potuto derivarne.

Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È un’azione reciproca di tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.

Soprattutto quando milioni di individui sembrano, nella loro soggettività pur determinata, comportarsi in maniera più vicina al principio di indeterminazione di Heisenberg che a quelli della meccanica classica. Un modo questo per ricordare che la soggettività espressa dai movimenti sociali deriva da un accumulo di elementi e comportamenti che non sempre è possibile prevedere con precisione e, soprattutto, liquidare con superficialità.

Ad esempio, tornando al dibattito prima citato, per quanto riguardava la questione contadina che i tre relatori dell’opposizione sembravano sottovalutare se non eludere con frasi e formule ad effetto (contadiname), in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione viveva ancora nelle campagne, spesso in condizioni di estrema arretratezza ma anche di gestione comunitaria delle terre.

Questo derivava, molto probabilmente, da una concezione meccanicistica della successione storica delle forme di produzione che lo stesso Marx, dopo averla delineata nei Grundrisse, aveva relegato ad ipotesi valide solo per l’Europa e non per tutti i continenti, Russia compresa, nel corso dei suoi ultimi anni. Cosicché, in una lettera dell’8 marzo 1881 con cui rispondeva a Vera Zasulich, al tempo facente parte del gruppo Emancipazione del lavoro fondato con Plechanov e altri, sul tema del possibile ruolo della comune russa (obščina) nel corso della trasformazione dei rapporti di produzione in Russia, aveva scritto:

L’«inevitabilità storica» di questo corso è dunque espressamente limitata ai paesi dell’Europa occidentale. La ragione di questa limitazione è indicata nel capitolo XXXII: « La proprietà privata, fondata sul lavoro personale… viene soppiantata dalla proprietà privata capitalistica, che si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui, sul lavoro salariato».
Nel caso occidentale, quindi, una forma di proprietà privata si trasforma in un’altra forma di proprietà privata. Nel caso dei contadini russi, invece, la loro proprietà comune dovrebbe essere trasformata in proprietà privata.
L’analisi contenuta ne Il Capitale non fornisce quindi argomentazioni né a favore né contro la vitalità della comune russa. Tuttavia, lo studio specifico che ho condotto sull’argomento, compresa la ricerca di fonti originali, mi ha convinto che la comune rappresenta il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Affinché possa funzionare come tale, però, è necessario innanzitutto eliminare le influenze nocive che la assalgono da ogni lato, e solo in seguito garantirle le normali condizioni per uno sviluppo spontaneo.

In una prima bozza della stessa aveva altresì scritto:

Da un punto di vista storico, è stato addotto un solo argomento serio a favore dell’inevitabile dissoluzione della comune contadina russa: si dice che, se si torna indietro nel tempo, un tipo più o meno arcaico di proprietà comune si possa trovare ovunque nell’Europa occidentale. Ma con il progresso della società è ovunque scomparso. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte solo in Russia?
La mia risposta è che, grazie alla particolare combinazione di circostanze in Russia, la comune rurale, ancora presente su scala nazionale, può gradualmente scrollarsi di dosso le sue caratteristiche primitive e svilupparsi direttamente come elemento di produzione collettiva su scala nazionale. Proprio perché contemporanea alla produzione capitalistica, la comune rurale può appropriarsi di tutti i suoi successi positivi senza subirne le [terribili] e spaventose vicissitudini. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, né è caduta preda, come le Indie Orientali, di una potenza straniera conquistatrice.
Se gli ammiratori russi del sistema capitalistico dovessero negare che un simile sviluppo sia teoricamente possibile, allora vorrei porre loro la seguente domanda: la Russia ha dovuto forse attraversare una lunga fase di incubazione dell’industria meccanica, sul modello occidentale, prima di poter utilizzare macchinari, navi a vapore, ferrovie, ecc.? Che spieghino anche come siano riusciti a introdurre, in un batter d’occhio, tutto quell’apparato di scambio (banche, società di credito, ecc.) che in Occidente ha richiesto secoli di lavoro.
Se, al tempo dell’emancipazione, la comune rurale fosse stata inizialmente posta in condizioni di normale prosperità, se, inoltre, l’enorme debito pubblico, finanziato in gran parte a spese dei contadini, insieme alle ingenti somme che lo Stato (sempre a spese dei contadini) ha stanziato per i “nuovi pilastri della società”, trasformatisi in capitalisti, se tutte queste spese fossero servite all’ulteriore sviluppo della comune rurale, nessuno oggi sognerebbe l'”inevitabilità storica” della sua annientamento. Tutti vedrebbero la comune come un elemento di rigenerazione della società russa e un elemento di superiorità rispetto ai paesi ancora asserviti al regime capitalista.

Come si vede l’ipotesi marxiana è ben lontana da quell’esclusivo dogma dell’industrializzazione che avrebbe comunque caratterizzato il dibattito in seno al partito bolscevico, sia nella sua variante stalinista che in quella dell’Opposizione. Un fatto probabilmente dovuto alla scelta di Plechanov e della stessa Zasulich di non rendere nota la posizione di Marx in seno alla nascente socialdemocrazia per non mettere in crisi la tattica gradualistica di emancipazione della società russa all’epoca elaborata e contro la quale ben presto Lenin, per altre vie e con altre motivazioni, avrebbe lanciato i suoi strali

A ri/scoprire la lettera, insieme alle bozze preparatorie, sarebbe stato nel 1911 David B. Rjazanov che in seguito, dopo essere stato nominato direttore dell’Istituto Marx-Engels fondato successivamente alla rivoluzione in vista della ripubblicazione dei testi dei due padri del socialismo “scientifico”, l’avrebbe resa nota e pubblicata, insieme alle bozze, nel 1926 nel Marx-Engels-Archiv. Mossa che forse Stalin non gli perdonò mai, considerato che lo studioso e storico russo, dopo essere stato allontanato dalla direzione dell’Istituto nel 1931, finì fucilato nel 1938, a sessantotto anni, durante il cosiddetto Grande Terrore.12.

Una riflessione, quella di Marx che, in un’altra parte degli scritti destinati alla Zasulich, si sarebbe allargata anche ad altre forme comunitarie di condivisione delle terre e dei beni:

Nel leggere le storie delle comunità primitive, scritte da borghesi, bisogna stare in guardia. Essi non indietreggiano «dinanzi a nulla» neppure dinanzi ai fatti. Sir Henry Maine, per esempio, che fu un ardente collaboratore del governo inglese nell’opera di violenta distruzione delle comunità indiane, ci racconta ipocritamente che “tutti i nobili sforzi da parte dl governo per sostenere queste comunità fallirono contro la forza spontanea delle leggi economiche!”. E sottolineava ancora che: ”nessuno – eccetto Sir H. Maine e altra gente della stessa risma – ignora che laggiù la soppressione della proprietà comunitaria del suolo fu solo un atto di vandalismo inglese, che spinse il popolo indigeno non avanti, bensì indietro13.

Tutte riflessioni che avrebbero dovuto rendere più prudente non solo Stalin, artefice indiscusso del violento processo di industrializzazione dell’URSS, ma anche i membri dell’Opposizione, accecati invece da una concezione estremamente schematica dei rapporti sociali di produzione e della loro evoluzione. Mentre, troppe volte, è stato taciuto a proposito di Lenin il fatto che nella parte finale della sua vita, mentre si scatenava la lotta intorno al suo presunto testamento14, avesse cercato di indirizzare il partito verso una più prudente linea di costruzione del socialismo.

Quel che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria del socialismo. Ci interessa la tattica cui dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo [perché] anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo […] attuare per la nostra salvezza la politica seguente. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista e il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato15.

Cosa avrebbe fatto l’Opposizione al governo non è dato sapere perché la Storia non si fa con i se, ma non fu certo Stalin, che già aveva suscitato allarme nel leader bolscevico a causa del suo sciovinismo (nazionalismo) grande russo nei confronti dei popoli da annettere alla federazione sovietica, a seguire le indicazione Vladimir Ilich.

Certo è che la campagna di industrializzazione e collettivizzazione forzata delle terre degli anni successivi avrebbe visto idealmente affiancati i ribelli contadini e gli operai in rivolta nelle fabbriche in cui lo stachanovismo imponeva ritmi di lavoro assurdi e misure repressive eccezionali. Tutti, contadini ed operai, destinati a cadere a decine di migliaia, vittime spesso senza nome di un programma forzato di ammodernamento che più che realizzare il socialismo avrebbe contribuito a dar vita ad un capitalismo di stato neppure troppo efficiente16.

N.B.
Su tutto questo, che richiederebbe altre innumerevoli pagine destinate a dimostrare che la lotta di classe non può mai morire proprio a causa delle contraddizioni create dal modo di produzione capitalistico, sotto qualsiasi bandiera esso si presenti, e non per aprioristica volontà di un partito, potrebbe rivelarsi utile la consultazione dei seguenti testi: D. Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Edizioni quaderni piacentini, Piacenza 1976; A. Graziosi, Stato e industria in Unione Sovietica (1917-1953), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1993; F. Benvenuti, Fuoco sui sabotatori! Stachanovismo e organizzazione industriale in URSS 1934-1938, Valerio Levi Editore, Roma 1988; L. Viola, Stalin e i ribelli contadini, Rubbettino Editore, Catanzaro 2000. Mentre per l’uso del “terrore“ durante la guerra civile si consiglia la lettura dello splendido La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei (a cura di Serena Vitale, Adelphi 1990) di Vladimir Zazubrin, in cui “lei” è la rivoluzione colta nel suo massimo grado di violenza. Motivo per cui il romanzo breve o racconto lungo, scritto nel 1923, venne censurato, rimosso e defalcato insieme all’autore dalla storia ufficiale della letteratura russa e pubblicato in Russia soltanto nel 1989, quando il suo autore fu riabilitato, molti anni dopo la morte, avvenuta il 6 dicembre 1938 sull’onda delle grandi purghe staliniane.


  1. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, p. 23.  

  2. Affermazione che secondo Engels, in una lettera indirizzata a Bernstein il 2/3 novembre 1882, Marx avrebbe usato con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei cosiddetti “collettivisti” di cui facevano parte lo stesso Lafargue, genero di Marx, e Guesde: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” .  

  3. Si veda: M. Calusio, Nota all’edizione italiana di L. Jurgenson (a cura di), Lettere al boia. Scrivere a Stalin, RCS Libri, Milano 2011, pp. 8-9.  

  4. Si veda quanto scritto in proposito nell’editoriale del n° 3 di «Limes» del 2026:

    Da studiare in quanto arma di legittimazione agitata da attori interessati a spacciare per ecumenici gli interessi propri. Questo abracadabra manca del carattere primo di qualsiasi sistema legale: l’applicazione uniforme e consensuale. […] Ma dove? In nessun luogo, da nessuna parte. Si pretende universale mentre è apolide. A disposizione di qualsiasi passante pronto a travestirsi da portavoce della civiltà. Spendibile in ogni contesto, quindi falso dappertutto […] Tradotto: gli attori aderiscono ai flessibili principi del «diritto internazionale» finché coincidono con i propri interessi. ( Bussando alla porta dell’Inferno in In trappola, «Limes» n° 3 /2026, pp. 28-29.)

     

  5. G. Giusti, Prefazione a A. Mantovani, op. cit., p. 25.  

  6. «La Correspondance internationale» n. 12, 25 gennaio 1927, p. 155 ora in A. Mantovani, Premessa a Lo scontro sul «Socialismo in un Paese solo» al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, dicembre 1926 -gennaio 1927, op. cit., pp. 39-40.  

  7. «La Correspondance internationale» n. 4, 10 gennaio 1927, p. 67 ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 36-37.  

  8. «La Correspondance internationale» n. 6, 14 gennaio 1927, p. 86, ora in A. Mantovani, op. cit., pp. 38-39.  

  9. Di Victor Serge si vedano, almeno: Anni spietati, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974; E’ mezzanotte del secolo, Edizioni e/o, Roma 1980 (ed. originale 1939) e Il caso Tulaev, Casa editrice Valentino Bompiani & C., Milano 1952.  

  10. A. Mantovani, op. cit., pp. 98-99.  

  11. Ivi, p. 100.  

  12. Sull’intera faccenda si veda il documentatissimo testo di E. Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014.  

  13. Cit. in E. Cinnella, op. cit, p. 162.  

  14. Si veda in proposito: M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Giuseppe Laterza & Figli, Bari 1969, e L. Canfora, Il testamento di Lenin. Storia segreta di una lettera non spedita, RCS, MIlano 2025.  

  15. Lenin, Meglio meno, ma meglio, «Pravda», 4 marzo 1923; ora in M. Lewin, op. cit., pp. 188-189.  

  16. Si veda a proposito di questa definizione del sistema sovietico: A. Bordiga, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi, edizioni il programma comunista, Milano 1976.  

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