Henk Sneevliet – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 01 Jul 2026 20:00:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Quando in Indonesia finirono le illusioni della “terza via” e delle rivoluzioni nazionali a carattere socialista https://www.carmillaonline.com/2026/07/01/il-nuovo-disordine-mondiale-39-lillusione-del-non-allineamento-e-delle-rivoluzioni-nazionali-di-carattere-socialista/ Wed, 01 Jul 2026 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95195 di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista [...]]]> di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista Indonesiano. Discorso difensivo dinanzi al tribunale militare straordinario (Mahmillub) poco prima della condanna a morte – 21 luglio 1967)

All’epoca non costituì soltanto una strategia comunicativa tra le tante possibili, ma un sogno di alterità rispetto all’esistente. Una possibilità altra di riorganizzare il mondo al di fuori della spartizione del pianeta tra le due uniche superpotenze uscite vincitrici dal secondo macello imperialista: USA e URSS. Ma, come tutti i sogni, era destinato a finire, senza aver mai inciso davvero sulla realtà.

Si parla, ovviamente, del movimento dei Paesi non allineati che anche se era nato ufficialmente con il vertice tenutosi a Belgrado dal 1° al 6 settembre 1961, in realtà, aveva iniziato a formarsi con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, ospitata dal presidente Sukarno su iniziativa di Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru e Gamal Abd el-Nasser. Un movimento da cui avrebbe preso vita la definizione di Terzo Mondo, ispirata al Terzo Stato protagonista della Rivoluzione francese e, per questo motivo, tutt’altro che riduttiva; i cui intenti dichiarati erano, oltre a quelli di una necessaria presa di distanza sia dagli USA che dall’URSS, costituiti dall’opposizione al colonialismo, all’ imperialismo e al neocolonialismo.

A quell’epoca i paesi aderenti erano 25, in gran parte, escluse Iugoslavia e Cuba, appartenenti all’Africa, al Medio Oriente, al Sub-continente indiano e all’estremo oriente peninsulare, mentre il vertice successivo si sarebbe tenuto al Cairo nel 1964, tra 46 Stati. Con il vertice del 1969 a Lusaka si sarebbe poi giunti alla realizzazione di una struttura permanente su temi economici e politici. Ma con il venir meno dei suoi principali leader e promotori come Nasser, Neheru e il maresciallo Tito il movimento avrebbe perso progressivamente peso e importanza a partire dalla fine degli anni 1960, anche se continuò ad attirare molti Paesi usciti dalla colonizzazione che, con il passare degli anni, l’avrebbero associato principalmente ad un’unione che garantisse sostegno economico per lo sviluppo.

E’ sicuramente un lungo cappello introduttivo quello che qui si è posto alla recensione del libro di Nicola Tanno pubblicato da Mimesis, ma utile per inquadrare un insieme di illusioni, prospettive politiche e valutazioni più di carattere ideologico che materiale, che fecero parte di una lunga storia, spesso contraddittoria e confusa, di cui il massacro perpetrato nei confronti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) nel 1965 costituì un elemento tutt’altro che secondario, essendo avvenuto proprio nel paese in cui tale movimento aveva iniziato formalmente il suo cammino.

Un paese che conta oggi quasi trecento milioni di abitanti, ponendosi in tal modo al quarto posto tra quelli più popolati (dopo India, Cina e Stati Uniti), costituisce la nazione islamica più grande (in cui quasi il 90% della popolazione aderisce all’Islam) e si estende su un territorio di un milione e 905mila chilometri quadrati suddiviso in un arcipelago formato da 17.508 isole (di cui 2.342 abitate, secondo le stime del governo nel 2013), tra cui le maggiori sono quelle di Giava, Sumatra, Borneo e Papua o Nuova Guinea Occidentale. Le due ultime sono attualmente condivise con Malesia e Brunei la prima e con lo Stato di Papua Nuova Guinea nella sua parte sud-orientale.

Anche se la lingua ufficiale, almeno fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1945, è l’indonesiano occorre segnalare che le lingue presenti sul territorio sono almeno 700, secondo le stime riportate da Tanno, e che la maggior parte degli indonesiani parla almeno una di queste lingue locali (bahasa daerah), spesso come prima lingua. Di queste il giavanese è la più parlata, essendo la lingua del principale gruppo etnico e anche dell’isola che da sola raccoglie circa la metà della popolazione complessiva.

Nell’economia indonesiana odierna è il settore dei servizi a garantire la percentuale più elevata della ricchezza del paese, contribuendo al 45,3% del PIL Segue l’industria (40,7%) e l’agricoltura (14,0%), anche se quest’ultima occupa ancora la parte più importante della forza lavoro, rappresentando il 44,3% dei 95 milioni di lavoratori. Mentre il settore dei servizi occupa il 36,9% delle persone impiegate e l’industria il 18,8%. Le principali industrie includono quella petrolifera e del gas naturale, dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e il settore minerario. I principali prodotti agricoli sono olio di palma, riso, tè, caffè, spezie e gomma. Anche se ancora nel 2006 si stimava che il 17,8% della popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà, che il 49,0% della popolazione vivesse con meno di due dollari al giorno.

Un paese che, sicuramente ha costituito il cuore dell’impero olandese delle Indie orientali e la cui indipendenza dall’Olanda fu per forza di cose osteggiata e combattuta con un mix di parziali riforme e di brutale repressione che l’autore del libro, un collaboratore di “Jacobin Italia” laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Analisi economica delle istituzioni internazionali all’Università Sapienza di Roma che vive e lavora a Barcellona, descrive nella prima parte della sua ricerca.

Prima parte (Revolusi 1914-1948, pp. 29-70) di cui l’aspetto più interessante è costituito dal lento e contraddittorio processo di formazione e sviluppo di quello che sarebbe stato il più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese. Uno sviluppo segnato da alcuni fattori cui vale la pena di dedicare attenzione sia per il loro studio che per una loro corretta interpretazione.

Il primo di questi è rappresentato dall’avere avuto tra i suoi fondatori un militante rivoluzionario neerlandese, Henk Sneevliet, giunto a Semarang nel 1914 in un momento di risveglio politico e sindacale. Proveniente da una famiglia povera, nei Paesi Bassi Sneevliet era stato capo del sindacato dei ferrovieri e aveva rotto con l’area maggioritaria del partito socialista, da lui accusata di moderatismo. Da ciò derivo un’originale mescolanza tra lavoratori indonesiani, meticci e di origine europea che, in qualche modo, superò le rigide interpretazioni secondinternazionaliste dello sviluppo delle lotte proletarie nelle colonie.

Da questo punto di vista l’aspetto forse più significativo è fornito dal fatto che tale unità tra lavoratori indigeni e allogeni avvenisse, comunque, in uno dei settori per l’epoca più avanzati dal punto di vista tecnologico e dell’importanza economica: quello delle ferrovie e dei trasporti. Cosa che, però, orientò inizialmente l’azione politica in direzione di un eccesso di attenzione nei confronti di una classe operaia industriale tutt’altro che sviluppata, in un paese che vedeva, e ancora oggi, come si è visto già prima, vede, la maggior parte della forza lavoro impiegata nell’agricoltura.

Il secondo fattore fu determinato da una radicalizzazione politica, non soltanto di quel comparto lavorativo, sviluppatasi in un contesto in cui i primi movimenti per l’indipendenza nazionale furono caratterizzati da una significativa presenza di ideali e concetti derivati dalla religione islamica, che era stata adottata per la prima volta nel nord dell’isola di Sumatra nel XIII secolo attraverso l’influenza dei commerci, diventando la religione dominante del paese nel XVI secolo. Mentre la Chiesa cattolica era stata invece introdotta dai colonizzatori e dai missionari portoghesi e il protestantesimo durante il periodo coloniale olandese.

Una presenza, quella olandese, che, come ci ricorda Nicola Tanno, solo da inizio Ottocento si era trasformata da dominio commerciale a potere coloniale vero e proprio, pur essendo gli olandesi presenti nell’arcipelago sin dal XVII secolo attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Avvenne dunque in questo modo che durante i primi anni del Novecento le Indie Orientali Olandesi vivessero il proprio apogeo.

Giava era la principale isola delle Indie Orientali Olandesi. Pur essendo soltanto la quinta dell’arcipelago per ordine di grandezza, essa ne era il principale centro politico, economico e culturale, ospitando nel 1920 all’incirca il 70% della popolazione delle Indie, pari a trentaquattro milioni di persone2. Dalla metà del XIX secolo uno dei principali centri agricoli dell’isola divenne la fertile zona di Surakarta, incastonata tra maestosi vulcani nella parte interna del paese. Lungo la pianura migliaia di contadini coltivavano la canna da zucchero e poi trasportavano i fusti ai mulini a vapore, dove altri lavoratori erano impiegati nella loro lavorazione. Questa città era anche la capitale del Principato di Surakarta, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto al servizio del governatorato delle Indie Olandesi e che, in nome dell’obbedienza ai Paesi Bassi, garantiva il mantenimento dei privilegi dell’aristocrazia giavanese. Chi viveva tra i campi di Surakarta e il porto di Semarang – nella parte centro-settentrionale dell’isola – osservava un mondo che cambiava velocemente, e viveva sulla propria pelle lo sfruttamento sia del vecchio mondo feudale che del potere capitalista e coloniale. Lungo le linee ferroviarie che trasportavano lo zucchero, viaggiavano anche idee nuove, che denunciavano il colonialismo, il feudalesimo, il capitalismo e che promuovevano la solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo1.

Quello che, giunti a questo punto, dovrebbe saltare agli occhi è dato dal fatto che tutto quanto avrebbe contribuito alle successive sollevazioni indipendentistiche e/o proletarie dell’arcipelago indonesiano sarebbe stato di origine esterna alla tradizione dei popoli che abitavano con le loro culture, lingue e religioni molte delle isole dello stesso; come conseguenza di una partita più ampia che, se al centro aveva il commercio di varie potenze economiche con un’area particolarmente ricca di materie prime, derivava anche dal fatto che tra l’isola di Sumatra e la prospiciente penisola malese si sviluppa uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale, quello di Malacca. Lungo 930 chilometri e largo poco meno di due miglia nautiche nel suo punto più stretto, cosa che costringe le navi che lo utilizzano ad avere dimensioni conformi, costituendo il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale e fungendo così da porta d’accesso marittima all’Asia. Come ha spiegato in una recente intervista, rilasciata a Fanpage.it, Paola Morselli, Research Fellow per l’Asia Center di ISPI:

La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente. In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.

Se si stima che lo stretto di Hormuz contribuisce per il 20,9%, quello di Suez per l’8,8%, Bab-el-Mandeb l’8,6%, gli stretti danesi ovvero i tre canali che congiungono il mar Baltico con il mare del Nord il 4,9%, i Dardanelli e il Bosforo il 3,4 e il canale di Panama il 2,1%, si comprenderà come quel canale sia di enorme interesse geo-politico, economico e militare non soltanto a partire dal petrolio e da oggi. Un pesante fattore indiretto di necessità di controllo di un’area vastissima, in cui i fattori ideologici, politici, religiosi hanno quasi sempre rivestito soltanto, o quasi, la funzione di mascheramento degli interessi profondi che li agitavano, più o meno coscientemente.

Il testo di Tanno si interroga su alcune questioni essenziali: com’è stato possibile che nel biennio 1965-1966 almeno 500.000 militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) siano stati assassinati dall’esercito di Suharto, finendo con l’annientare del tutto un partito così grande?

E come è stato possibile che un crimine di tali dimensioni sia stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione storica e dalle menti degli stessi discendenti delle vittime?
Infine, quale ruolo decisivo giocarono le potenze occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, nel permettere e sostenere quel massacro?

Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati. Ma è anche il racconto dei dilemmi che il PKI si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.

Problemi e dilemmi ancora scottanti per chi si voglia impegnare, ancora oggi, nella lotta anti-imperialista e contro la guerra. Motivo per il quale rivolgere l’attenzione ai miti fondativi del movimento rivoluzionario indonesiano, con il suo mai superato misto di incroci tra marxismo e islamismo, tra nazionalismo e sindacalismo, tra interessi dei lavoratori poveri e quelli della piccola e media borghesia e tra aspirazioni all’indipendenza e sudditanza agli interessi degli imperi maggiori, rimane di fondamentale e più che complessa importanza.

Ad esempio nel caso, fondamentale ad avviso di chi scrive, del conflitto dichiarato, in nome di un sempre sedicente antifascismo, dall’Occidente e dalla Russia contro l’occupazione giapponese dell’estremo oriente peninsulare e di una città importantissima come Singapore. Una lotta feroce cui fu chiamata la popolazione di quell’arcipelago anche nelle sue lande più isolate, come il Borneo, in cui la guerra nel 1945 raggiunse momenti di esasperazione, rappresaglie e crudeltà difficilmente raggiunti su altri fronti2.

Un coinvolgimento in una guerra che, però, fece sì che la forza della lotta anticoloniale dei popoli sottomessi agli imperi occidentali volgesse a favore dell’Occidente stesso e che Stalin contribuì a benedire sostenendo che in quel frangente la lotta anti-imperialista e anticolonialista nei confronti dell’Olanda, della Gran Bretagna e della Francia dovesse lasciare il passo a quella «prioritaria» contro l’imperialismo giapponese. Un modo come un altro, dopo tutta la sequela di battute d’arresto, cambi di fronte e di parole d’ordine, di tattiche e strategie politiche, tutte riassunte nel libro di Tanno, che avevano accompagnato l’Internazionale Comunista fin dagli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre, per sviluppare l’idea del socialismo in un solo paese e la sua difesa. A qualsiasi costo: politico, economico e umano.

Ecco dove affondava le radici il fallimento, annunciato, non solo del non allineamento come alternativa o terza via di sviluppo tra capitalismo e socialismo, ma soprattutto del movimento comunista indonesiano. Utilizzato e poi abbandonato anche dallo stesso presidente Sukarno, abile venditore di sé stesso e della propria ideologia politica destinata a governare un paese troppo grande e diviso attraverso gli strumenti della mescolanza ideologica tra religione, laicismo, marxismo sempre e irrimediabilmente deformato, sviluppismo e valori provenienti dalle necessità dell’accumulazione di stampo capitalistico. Cui la bestiale repressione neerlandese e anglo-americana pose fine senza interrompere la continuità degli interessi nazionali, imperiali e neo-coloniali.

Senza tutto ciò, e senza l’incomprensione mostrata dai rivoluzionari per la complessità di quel mondo, il «metodo Giacarta» non sarebbe certo stato sufficiente3. Così, proprio per questo motivo, l’entità del crimine, la vastità della sconfitta, le insurrezioni mancate e quelle fallite non possono soltanto servire a farci invocare la giustizia, soprattutto quella di un ordine internazionale superiore mai esistito e sempre asservito, per perorarne ancora la causa, ma al contrario farci riflettere sugli errori e sulla loro diabolica ripetizione. Non solo per pietà per i caduti e gli sconfitti, ma per non ripetere parole d’ordine, formule politiche e giaculatorie talmudiche inefficaci e troppo spesso nate già morte.

In una sorta di eterno giorno della marmotta politico, senza alcuna via d’uscita4.


  1. N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 29-30.  

  2. Si veda lo spietato romanzo Addio al Re di Pierre Schoendoerffer (Bompiani 1970 – ed. originale Éditions Bernard Grasset 1969) da cui, nel 1988, John Milius avrebbe tratto un film (Farewell to the King) interpretato da Nick Nolte, in cui si narra come i soldati giapponesi fossero giunti al cannibalismo per continuare la resistenza e la propria sopravvivenza e avessero contribuito a massacrare con implacabile ferocia le tribù locali che avevano accettato di combattere contro di loro. Pierre Schoendoerffer (1928-2012) è stato anche regista cinematografico e in questa veste realizzò, nel 1964, La 317e Section, in assoluto il miglior documento filmico sulla catastrofe militare del colonialismo francese in Indocina dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che vinse il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 1965.  

  3. Si veda: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulion Einaudi Editore, Torino 2021. Si vedano, inoltre anche i due documentari di J. Oppenheimer: The act of killing del 2012, candidato agli Oscar come miglior documentario e The look of silence (2014), che si ricollega ai fatti del precedente (il massacro in Indonesia degli oppositore del generale Suharto), presentato in concorso alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il premio FIPRESCI, il Mouse d’Oro della critica online italiana e il Premio Miglior Film dell’Area Europea e Mediterranea.  

  4. Il riferimento è al film Groundhog Day di Harold Ramis, realizzato nel 1993, in cui il protagonista (Bill Murray) appare rinchiuso in un loop temporale che lo condanna a risvegliarsi sempre nello stesso giorno e a ripetere le medesime azioni.  

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