guerra – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 27 Apr 2026 16:21:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Contro Dracula oggi a Roma è Carmillafest https://www.carmillaonline.com/2026/04/18/contro-dracula-oggi-a-roma-e-carmillafest/ Fri, 17 Apr 2026 22:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94145 Redazione

Dracula è la metafora dello sfruttamento, del morto che per continuare a esistere deve succhiare sangue ai vivi. Marx non a caso costruì intorno alla figura del vampiro la teoria del plusvalore: «Il capitale – diceva – è lavoro morto, che, come un vampiro, vive solo succhiando lavoro vivo, e vive tanto più, quanto più lavoro succhia». Valerio Evangelisti sosteneva che Carmilla, il personaggio creato dallo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, fosse invece completamente diverso: «Seducente e trasgressiva, non teme affatto la luce del sole e non ama dormire troppo a lungo nei sepolcri. Si muove tra prati e fanciulle in [...]]]> Redazione

Dracula è la metafora dello sfruttamento, del morto che per continuare a esistere deve succhiare sangue ai vivi. Marx non a caso costruì intorno alla figura del vampiro la teoria del plusvalore: «Il capitale – diceva – è lavoro morto, che, come un vampiro, vive solo succhiando lavoro vivo, e vive tanto più, quanto più lavoro succhia».
Valerio Evangelisti sosteneva che Carmilla, il personaggio creato dallo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, fosse invece completamente diverso: «Seducente e trasgressiva, non teme affatto la luce del sole e non ama dormire troppo a lungo nei sepolcri. Si muove tra prati e fanciulle in fiore, impegnata in una lotta per la sopravvivenza che dura da secoli, contro una morte a cui non si è mai rassegnata».
Valerio dubitava che potesse essere un Van Helsing qualsiasi a sconfiggere Dracula, restaurando lo status quo vittoriano. Sosteneva che «Solo un vampiro può sconfiggere un altro vampiro»: di fronte alle allucinazioni indotte dal mostro notturno, solo il morso di una vampira lunare e felina avrebbe potuto offrire un’adeguata risposta antagonista. Carmilla online nella contesa dell’immaginario (letterario, politico, culturale) ha sempre voluto essere questo tipo di vampira!

Incontriamoci alla Carmillafest 2026, contrastiamo la guerra e la morte del capitale, sogniamo e costruiamo un mondo migliore.

Appuntamento oggi, sabato 18 aprile,  a Roma, a partire dalle ore 17.00 (“vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio
Moderazione: Granma
L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso)
Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli)
Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene
Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 – Modulo 3 – Libri carmilli
Moderazione: Granma
Presentazione dei seguenti libri:
Domenico Gallo, L’ultima cordata e altri racconti degli anni Novanta e La patria del ribelle e altri racconti degli anni Duemila, Delos, 2025
Paolo Lago, Gioacchino Toni, Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, Rogas, 2025
Franco Pezzini, Morte astrale,  Polidoro, 2025 e Le pirate, Tempesta, 2026.

Dalle 20.00 in poi: aperitivo sociale e dj set (a cura di Granma)

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L’infinita Apocalisse di ogni guerra https://www.carmillaonline.com/2026/04/13/linfinita-apocalisse-di-ogni-guerra/ Mon, 13 Apr 2026 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93326 di Marco Sommariva

Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025). Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere [...]]]> di Marco Sommariva

Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025).
Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere non ha senso” –, ci racconta delle rovine di Budapest, compresa casa sua, e del faticoso ritorno a una parvenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti, in un’Ungheria stremata e terrorizzata, su cui pesa un brutale processo di sovietizzazione. Non solo, ci racconta anche quando – nel settembre del 1948, con la sua opera ormai bollata in patria come “borghese” – decide d’andar via, spinto dal desiderio di vedere se esiste da qualche parte un Mondo Nuovo, se è possibile rivivere l’emozione che provò il mozzo di Cristoforo Colombo quando, “dalla coffa dell’albero maestro della caravella” gridò, appunto, “Terra, terra!…”.
Gli esempi dell’esilio di Lenin in Svizzera, Victor Hugo a Jersey per vent’anni, Karl Marx a Londra, Voltaire a Londra, Potsdam, Parigi e poi Ferney, danno forza all’idea di Márai che senza libertà non c’è letteratura, che lo scrittore può vivere solo in un paese libero se non vuole rassegnarsi a diventare un servo pieno di paura di cui “i compagni di schiavitù non si fidano e […] con invidia e gelosia denunciano al tiranno”, perché solo la verità può essere rivoluzionaria. E non è di certo un caso se ci ricorda che Stalin “non amava i rivoluzionari”, ma “amava gli impiegati ubbidienti e gli uomini-robot sordomuti – tutti gli altri erano sospetti…”.
In questo secondo libro di memorie, lo scrittore ungherese mostra ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente, così come fece Stig Dagerman in Autunno tedesco (Iperborea, 2018) quando, nel 1946, insieme a cronisti di tutto il mondo, accorse in Germania per raccontare quel che restava del Reich sconfitto. L’intellettuale anarchico svedese non offrì ai lettori un ritratto preconfezionato di una nazione distrutta come fecero tanti altri, ma raccontò loro la sofferenza dei vinti andando a trovare masse di affamati che vivevano in cantine allagate: “Ci si sveglia, se mai si è riusciti a dormire, gelati in un letto senza coperte, e con l’acqua fredda che arriva sopra le caviglie si cammina fino alla stufa per provare ad accendere il fuoco con qualche ramo umidiccio tolto a un albero bombardato. Da qualche parte là dietro, in mezzo all’acqua, dei bambini tossiscono come adulti tubercolotici. Se finalmente si riesce ad accendere il fuoco in questa stufa estratta da rovine pericolanti a rischio della propria vita […] il fumo si sparge per la cantina e quelli che già tossivano tossiscono ancora di più”.
Così come accade oggi, mostrare ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente alla guerra era disturbante anche allora; diversamente, non si spiegherebbe perché un giornalista francese “di nota abilità” arriverà a consigliare a Dagerman “con le migliori intenzioni e nell’interesse dell’obiettività” di leggere i giornali tedeschi anziché guardare le abitazioni distrutte o andare ad annusare cosa bolle nelle pentole degli sconfitti.
Ma uno scrittore non può tacere, deve parlare anche del cumulo di macerie del mondo, deve sbraitare qualcosa anche davanti a una fossa comune, non può semplicemente dire tutto con belle parole; occorre la Parola, quella che, bella o brutta, può modificare un po’ quel che avviene nel mondo.
Uno dei primi vinti ungheresi che incontra Márai è un uomo massiccio, un ciabattino “segretamente comunista” che lo raggiunge correndo e avvia ansimando un concitato, confuso racconto: “Quell’uomo massiccio mi stava davanti nel gran freddo senza giacca e mi spiegava agitato come non mai che i russi, al loro arrivo, lo avevano incontrato fuori dal villaggio e al grido di «Burzsuj, burzsuj!», borghese, borghese, gli avevano strappato di dosso la giacca di pelle; poi, dopo avergli messo in mano duecento pengő di carta, avevano dato una pacca sulla schiena al poveretto terrorizzato ed erano ripartiti al galoppo”. Il ciabattino era stato scambiato per un borghese perché era grasso e aveva la giacca di pelle: “E pensare che io li aspettavo…”. Fu la prima volta che lo scrittore ungherese udì quel tono di voce deluso.
La delusione nasceva da qualcosa che, allora, non era ancora risaputo, il fatto che un grande popolo, al prezzo di orrendi sacrifici, aveva cambiato l’andamento della storia mondiale e aveva portato, ai perseguitati dai nazisti, la liberazione, la salvezza dal terrore, ma non poteva portare la libertà perché neanche quel popolo l’aveva: “[…] voi non siete liberi. E non lo sarete neppure ora […] perché noi russi possiamo liberare solo noi stessi. Anche gli ungheresi, i bulgari, i romeni possono liberare solo se stessi”.
La forza di quel popolo, che a Stalingrado inferse la prima grande sconfitta alla Germania nazista e ai suoi alleati, era personificata nei soldati sovietici, ed era una forza che poteva dare, ma anche togliere, come quando uno di questi soldati entrò in casa di un vecchio signore con la barba bianca che gli andò incontro dichiarandosi ebreo. A quelle parole il russo sorrise, depose a terra la mitragliatrice e baciò il vecchio su entrambe le guance: anche lui era ebreo, gli disse, ma “[…] subito dopo, riappesa al collo la mitragliatrice, intimò all’anziano gentiluomo e al resto dei presenti di mettersi nell’angolo della stanza con la faccia al muro e le mani alzate. Poiché il vecchio non comprese l’ordine, quello gli urlò di ubbidire subito, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti. Il vecchio e la moglie si misero nell’angolo della stanza, le facce rivolte al muro. E il russo, con imperturbabile lentezza, prese a derubarli di ogni cosa, a proprio agio: era uno specialista e con la sapienza di un tecnico picchiettò sulle pareti della stufa, sui muri, aprì i cassetti, trovò i gioielli nascosti, il denaro contante – circa quattromila pengő. Si mise tutto in tasca e se ne andò”.

A proposito di Stalingrado, ancora in Autunno tedesco, Dagerman riporta un episodio che la dice lunga sulla crudeltà e le infinite sfaccettature della guerra. Racconta di un tedesco appena tornato dall’Unione sovietica che, in stridente contrasto con la maggior parte dei reduci, è un filo-sovietico fanatico perché non è stato fucilato alla cattura: “L’hanno preso a Stalingrado e ora racconta ininterrottamente di come una volta i suoi commilitoni rivestirono il parapetto di un ponte di cadaveri russi nudi, per il divertimento di scattare una fotografia davvero unica. Non riuscirà mai a capacitarsi che gli sia stato concesso di sopravvivere”.
Ma torniamo ai sovietici che prendevano in Ungheria tutto ciò che vedevano. La villa dei vicini di Márai venne svuotata in pieno giorno, sotto i suoi occhi: i mobili, gli oggetti, persino i listelli del parquet vennero caricati sui camion. Tutto venne portato via, solo i libri furono lasciati sugli scaffali.
Quest’aggressività fa tornare in mente allo scrittore ungherese un’affermazione del vecchio Sigmund Freud, il quale, in uno dei suoi ultimi libri, affermava con amarezza che i comunisti avevano privato l’uomo della proprietà privata perché – secondo loro – il possesso incitava all’aggressione, per poi concludere che la società bolscevica era rimasta aggressiva anche senza la proprietà privata.
Secondo Márai, la ragione più vera e profonda di quel saccheggio continuo, non era tanto la rabbia contro il nemico fascista, quanto la miseria; sia in pace sia in guerra, il comunista sovietico “era così povero, così bisognoso e privo di tutto che, uscito nel mondo dopo trent’anni di stenti e di lavoro automatizzato, si gettava con avidità famelica su ogni cosa fosse alla sua portata, dal momento che la Rivoluzione prima e il regime poi lo avevano privato di tutto quanto potesse rendere la vita più umana e colorita”.
La potenza russo-sovietica, peraltro sottovalutata dai tedeschi che si fidarono di informazioni false, non si spaventò di fronte all’avanzata nazista, ma temette più di ogni altra cosa i comunisti che avevano visto l’Occidente, ossia una forma diversa, più veloce e redditizia, di sviluppo sociale. Fu forse anche per questo che, in una sola notte, travolsero l’intera classe dei proprietari terrieri ungheresi avvalendosi di una prepotenza chiamata «riforma fondiaria»: “[…] e se con la manovra di una sola notte avevano nazionalizzato tutta la grande industria, il commercio e le banche, così si preparavano a distruggere il potere della Chiesa sulle anime e a sbaragliare le barricate dello spirito e dell’educazione. Questa selvaggia risolutezza in ogni espressione non conosceva ostacoli né morali né spirituali e fu la causa del loro successo. Una volontà che non conosceva ostacolo, solo scopi e risultati”. Per questo, Sándor Márai era convinto che la molla capace di far scattare tutta questa energia non fosse la lotta di classe, “ma la miseria e i bisogni dell’Oriente”.
Al giorno d’oggi, alcuni arriverebbero a definire Márai profetico, specie quando scrive che l’Unione Sovietica, dopo essersi gettata sui beni dei vinti, un giorno si sarebbe gettata anche su quelli dell’Europa occidentale, appena se ne fosse creata l’occasione, “trovando il terreno già preparato da quegli intellettuali liberali favorevoli alla «coesistenza pacifica»”.
Riguardo all’Unione Sovietica le possibili profezie, in Terra, Terra!… è riportato questo passaggio di Marx che credo sarebbe bene ricordare a lungo: “Quando la Russia costruisce sulla vigliaccheria e sulle paure delle potenze occidentali, fa tintinnare più che può la sua spada, aumenta le proprie pretese per potersi poi comportare con magnanimità appena raggiunti i suoi scopi più immediati… È passato questo pericolo? No, è solo che la cecità dei regnanti d’Europa ha raggiunto il suo zenit. Prima di tutto, la politica russa è immutabile… Possono cambiare i metodi, le tattiche, le manovre, ma la stella polare della sua politica – il dominio globale – è una stella fissa”.
Una stella polare, quella della politica russa, che qualcuno provò a offuscare quando nella Repubblica Ceca, l’unico paese europeo che abbia optato per il comunismo con elezioni libere e democratiche, gli scrittori cechi e slovacchi redassero “il manifesto detto delle «Duemila parole» […] per riconoscere che il sistema chiamato comunismo in realtà non difendeva gli interessi di lavoratori, intellettuali e contadini, ma solo quelli del Partito, dei suoi privilegiati e dei suoi mantenuti”.
Fra le componenti della variante che rendono il Dopoguerra spaventoso come il conflitto terminato, Márai ci ricorda esserci anche l’odio; non esattamente quello che provano gli sconfitti verso i vincitori o viceversa, ma quello che nasce tra amici, familiari, fidanzati. Perché questo odio fra gente che dovrebbe volersi bene, a maggior ragione dopo anni di guerra? Perché l’altro era sopravvissuto, perché l’uno non aveva sofferto quanto l’altro, perché chi aveva sofferto non aveva avuto una ricompensa immediata, né abbastanza ricca e consolatoria, perché altri avevano avuto di più o lo avevano rubato. Tutti odiavano, anche coloro che avevano avuto la fortuna di tornare nel loro appartamento o avevano aperto un negozio, e questo perché l’odio non può essere soddisfatto essendo “pari alla sete di papavero del narcomane, non cessa”. Tutti odiavano perché aspettavano “qualcuno” che non tornava. Non tornava il figlio, la madre, il marito, l’amante. Non tornavano anche se fisicamente si erano salvati dai tanti inferni, anche se erano tornati trascinandosi coperti di stracci e pidocchi. Erano periti nonostante si fossero salvati nella loro realtà corporea, poiché coloro che erano sopravvissuti ai tanti inferni non erano più quelli che erano una volta. Quest’assenza di “qualcuno” che non tornava valeva sia per chi, salvatosi dal conflitto, rientrava a casa sia per chi l’aveva aspettato. E chi patisce una tale delusione comincia a odiare. Quel momento arrivava, per esempio, tra madri e figli quando, dopo i primi abbracci e i pianti dirotti, si guardavano negli occhi, interdetti, e prendevano a parlare d’altro: “Coniugi, amanti e […] amici correvano l’uno verso l’altro a braccia aperte. In seguito le braccia spesso si abbassarono non appena i membri di una stessa famiglia o gli innamorati o gli amici cominciarono a sospettare o a subodorare attoniti, scandalizzati e talvolta inorriditi che l’altro non odiava abbastanza ciò che loro odiavano”.
È certamente crudele un odio tale dopo una guerra, ma è così, nessun altro organismo è incline alla crudeltà come l’uomo. Chissà, forse a renderci così crudeli è il panico che ci assale perché sappiamo che un giorno dovremo morire: “[…] tutti noi viventi siamo condannati a morte, dei condannati a morte chiamati alla vita da un cieco caso, vagolanti in un universo buio e indifferente. Il mondo massificato ha inventato, accanto all’astuta, individuale crudeltà «umana», nuovi tipi di tortura – così sono la tortura d’autorità, la crudeltà comandata, la vessazione ufficializzata della vita privata, la mutilazione regolamentata dei diritti naturali dell’uomo. Queste crudeltà istituzionalizzate non sono più lievi di quelle individuali, tiranniche, personali”.
Quando odio, crudeltà, tirannia, malvagità continua, cocciuta disonestà e bugie ti circondano, nasce un nuovo ulteriore grave pericolo, la noia: “Niente è noioso come il peccato”.
Queste pagine di Márai potrebbero risultare consolatorie a chi oggi spalanca gli occhi davanti all’ottusità di certi politici che si occupano di politica estera, specie quando si legge che nel febbraio del 1947, a Parigi, venivano nuovamente stipulati trattati di pace che, con la stessa testarda miopia, prevedevano di tagliuzzare con le forbici le carte geografiche o di disfare comunità storiche, economiche e culturali grazie a inutili statistiche, proprio “come un quarto di secolo prima”.
Questa mancanza di sottigliezze dei dettagli, il non tenere in considerazione le peculiarità individuali, la varietà delle razze, delle lingue e delle culture, caratterizzò anche il Grande Progetto dei tecnici del Cremlino: “In Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, come in precedenza nei paesi baltici, i comunisti non si preoccuparono di ottenere l’appoggio degli abitanti. I loro programmi, portati avanti, come da prescrizione, con la violenza, furono concepiti con univoca monotonia”; in pratica, a Mosca si ritenne che ciò che pareva opportuno per Varsavia dovesse esserlo anche per Budapest e Sofia.
Nel febbraio del 1947, Márai annota un altro fatto spiacevole – anche se meno grave del precedente –, la nascita di una pseudo-letteratura che, “come un’onda enorme”, sommerge tutto, anche le rubriche di critica su quotidiani e settimanali. Lo scrittore ungherese scrive che il pericolo da lui intuito di questa pseudo-letteratura, l’ha poi riscontrato negli anni Cinquanta e Sessanta quando constatò che “il Libro era mutato nella sua essenza. […] Tutti possedevano libri e sempre meno erano coloro che dai libri si aspettavano una risposta: aspettavano informazioni, o divertimento, o sorpresa, scandalo o vicende sensazionali, ma in pochi aspettavano la Risposta”. Che in quel periodo fosse nata una pseudo-letteratura non mi ha stupito, mi ha sorpreso invece leggere che già all’epoca l’immagine mirava a sostituire la lettera, perché la prima “non dev’essere capita, ma guardata e basta, a bocca aperta, senza sforzo intellettuale”.
Quello sforzo intellettuale che è necessario specie quando le pagine di un libro hanno la potenzialità di suscitare nel lettore un processo di pensiero che alla fine può diventare azione. Un’azione che potrebbe non essere solo muscolare. Potrebbe, per esempio, farci scostare da uno schieramento, magari per guardarlo da una nuova angolazione e, da lì, analizzarlo; una prospettiva diversa che può nascere dalla lettura di passaggi come questo: “I nazisti, in definitiva, si accontentarono «modestamente», di annientare fisicamente le proprie vittime. I comunisti volevano qualcosa di più e di diverso: esigevano che la vittima restasse in vita e che celebrasse il sistema che annientava in lei la coscienza umana e la stima di sé”.
Senza lo sforzo intellettuale è a rischio la libertà di ognuno di noi: “La libertà non è uno stato permanente, ma una continua tensione verso qualcosa, e il lavaggio del cervello annienta proprio questo nella coscienza: chi viene «trattato» un giorno si accorge di non voler più essere libero”. È lo sforzo intellettuale a farci conoscere i libri. E i libri vanno conosciuti, non semplicemente letti. E non basta conoscerne uno, ne vanno conosciuti molti perché colui “[…] che conosce un solo libro è sempre pericoloso: è il tipo che si accosta ai problemi della vita senza elasticità mentale e con rigidi pregiudizi”.
Nel caso realizzassimo che è la libertà a spaventarci, e che magari ci fa paura perché siamo cresciuti demandando sempre ad altri qualsiasi cosa ci riguardasse, proviamo comunque ad andarle incontro, così come fece Márai quando lasciò l’Ungheria “sovietica” destinazione la Svizzera e l’Italia, insomma, l’Occidente: “Dopo qualche minuto oltrepassammo il ponte; viaggiavamo sotto il cielo stellato verso il mondo, dove nessuno ci aspettava. In quel momento, per la prima volta in vita mia, conobbi la paura. Compresi di essere libero. E cominciai ad avere paura”.

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Il nuovo disordine mondiale / 34 – Di cosa parliamo quando parliamo di guerra https://www.carmillaonline.com/2026/04/08/il-nuovo-disordine-mondiale-34-di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-guerra/ Wed, 08 Apr 2026 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93819 di Sandro Moiso

Nulla sarebbe più nefasto se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulla possibilità di una continuazione idilliaca e pacifica del capitalismo. (Rosa Luxemburg, Juniusbrochüre)

Warzone, warzone / We’re living in a warzone / It’s a warzone. (Yoko Ono, Warzone, 2018)

Il giornalista ed economista Mario Deaglio ha recentemente scritto su «La Stampa» che:

Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormuz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale. Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati [...]]]> di Sandro Moiso

Nulla sarebbe più nefasto se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulla possibilità di una continuazione idilliaca e pacifica del capitalismo. (Rosa Luxemburg, Juniusbrochüre)

Warzone, warzone / We’re living in a warzone / It’s a warzone. (Yoko Ono, Warzone, 2018)

Il giornalista ed economista Mario Deaglio ha recentemente scritto su «La Stampa» che:

Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormuz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale.
Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati illegali [con] le note tensioni che questo ha provocato e sta ancora provocando in numerose parti degli Stati Uniti. Per non parlare delle guerre economiche, condotte dalla presidenza Trump in pratica contro tutti i paesi del mondo: alle loro esportazioni verso gli Stati Uniti Trump ha applicato dazi all’entrata nel territorio americano variandoli in maniera “capricciosa” e molto frequentemente.
[…] Il marchio “guerra” è rimasto in questo modo il solo elemento dominante, in un mondo che era abituato a considerarlo come ultimissima possibilità da evitare con cura finché possibile1.

Occorre iniziare da queste parole per osservare come, ad un primo e disattento sguardo, la guerra, come attività distruttiva e di conquista, costituisca invece una caratteristica ineludibile delle società umane, poiché un certo grado di violenza ha sempre caratterizzato i rapporti all’interno della specie e della stessa con l’ambiente fin dalle sue origini.

Basti pensare ai graffiti lasciati dai nostri antenati sulle pareti delle grotte di Lascaux in Francia o, più a nord oltre il circolo polare artico, ad Alta in Norvegia, oppure ancora ai più recenti graffiti in Val Camonica, che rendono evidente come l’uso della forza organizzata socialmente, almeno per la caccia di grossi animali e di branchi interi, abbia costituito un elemento importante per lo sviluppo delle antiche società di cacciatori-raccoglitori.

Tutto ciò andava ricordato per sottolineare come l’uso della violenza o della forza organizzata non costituisca, come oggi troppo spesso si tende ad enfatizzare, una deviazione da un’etica del ripudio della violenza che si vorrebbe data una volta per sempre e che dovrebbe costituire una delle principali caratteristiche dell’essere umani.

Gli stessi scavi archeologici e le ricerche paleontologiche, oltretutto, continuano a riportare alla luce resti umani, sia maschili che femminili, sui quali i segni della violenza sono ancora, a migliaia di anni di distanza, ben visibili. Confermando spesso che il ruolo “attivo” nell’uso della violenza non sia sempre e solo stato caratteristico del carattere maschile, dimostrando come le idealizzazioni e le semplificazioni rispetto agli scenari possibili per l’interpretazione della storia passata non siano certo utili per la comprensione della stessa, proiettando visioni utopiche, prodotte in tempi recenti, sul passato.

Anche le guerre portate a termine dalle civiltà successive, che spesso hanno costituito come nel caso dell’Iliade omerica il fondamento dello sviluppo dell’immaginario “epico” dell’Occidente, non possono essere messe in un unico calderone cui dare il nome di «guerra» e come tale usarlo per definire il fenomeno una volta per tutte. Ieri, oggi, domani: senza alcun riferimento alle motivazioni materiali e ai modi di produzione che, di volta in volta, l’hanno determinata, la determinano e la potrebbero determinare ancora nell’immediato futuro.

Certo, fin dal poema omerico, passando per il Mahābhārata per poi giungere a ricostruzioni di carattere storico come La guerra del Peloponneso di Tucidide o La guerra gallica di Giulio Cesare, le memorie e le pagine antiche sono cariche di episodi di violenza belluina e di distruzioni crudelissime di vite umane. E proprio a partire dal poema indiano appena citato, su questa narrazione violenta del passato si è anche basato il mito di una razza, quella degli Arii 2, che della propria forza e determinazione avrebbe fatto la propria caratteristica, giustificandone il diritto a dominare i popoli sottomessi.
Una visione della società che si rifletterà nelle caste guerriere che domineranno per diversi secoli l’Europa, tra la caduta dell’Impero romano e i primi secoli dopo il Mille a seguito delle successive invasione di popoli di stirpe germanica.

L’aristocrazia feudale medievale, infatti, proprio sulla “festa crudele“ della guerra avrebbe fondato il proprio potere e il proprio diritto a governare e a nominare i re3. Un gioco riservato principalmente a uomini cresciuti e addestrati nel culto della guerra, all’interno dei cui schemi il ruolo delle fanterie, costituite principalmente da contadini e servi trasformati alla bisogna in soldati, sarebbe per diversi secoli rimasto secondario. Lasciando così alla cavalleria il ruolo di protagonista, anche in termini di violenza esercitata e subita.

Una società cavalleresca che si sarebbe anche espressa in nuovi poemi, dal Ciclo Arturiano alla Chanson de Roland, sviluppatisi essenzialmente in terra di Francia. Poemi che esaltavano la figura del nobile cavaliere, rimuovendo del tutto il carico di violenza che questo poteva esercitare sugli strati inferiori della popolazione, sottoposta, spesso, a soprusi, imposizioni e umiliazioni, e che a loro volta furono alla base delle rivolte contadine destinate a mettere in crisi lo stesso ordinamento sociale feudale4.

Sarà soltanto con l’avvento delle milizie mercenarie e, soprattutto, con quello dell’arma da fuoco che la cavalleria aristocratica avrebbe dovuto lasciare sempre più il campo alla fanteria, ben inquadrata e armata di picche e archibugi, armi destinate a portare lo scompiglio e la sconfitta tra le schiere dei vecchi professionisti della guerra. Soprattutto a partire dalla battaglia di Pavia (24 febbraio 1525), in cui l’esercito francese guidato personalmente dal re Francesco I sarebbe stato duramente sconfitto dall’armata imperiale di Carlo V, formata da 12000 lanzichenecchi tedeschi e 5000 soldati dei tercio spagnoli5, che fece prigioniero lo stesso re di Francia.

L’episodio avrebbe in seguito svolto un ruolo non secondario nel cambiamento dell’immaginario collettivo6 artistico e popolare. Un cambiamento di prospettiva che non avrebbe solo permesso ad un poeta di corte come Ludovico Ariosto di irridere la figura del cavaliere con un poema (prima edizione 1516) in cui il paladino più noto della cristianità, Orlando o Rolando, non solo perdeva il senno, ma si trasformava in un’autentica belva destinata, una volta persi i paramenti della nobiltà (corazza, armi, elmo e scudo), a distruggere più che gli avversari militari, la vita e gli averi di pastori, agricoltori e abitanti dei borghi7. Ma che, successivamente, avrebbe rivelato tutta la fragilità, anche militare, di un sistema che si riteneva innato: quello della tripartizione dei ruoli tra chierici, guerrieri e contadini. Scoperta e allo stesso tempo anche rifiuto che avrebbe da lì a poco portato alla guerra dei contadini tedeschi (ma non solo) che coinvolse al suo apice, nella primavera-estate del 1525, un numero stimato intorno ai 300 000 insorti8.

Il periodo tra il XVI e il XVII secolo si rivela così come un autentico turning point per la storia non solo economica, sociale e coloniale dell’Europa, e dei continenti conquistati con la forza, ma anche per quella militare. Nascono infatti in quel periodo gli eserciti direttamente finanziati dai governi e dagli stati sovrani, si diffonde a macchia d’olio l’uso delle armi da fuoco e delle artiglierie (navali e di terra), giungendo a determinare la fine di quei castelli le cui alte mura e torri avevano rappresentato, non solo simbolicamente, il potere feudale. Cambiava così il ruolo della nobiltà, che nel frattempo si era imborghesita, e prendevano forma gli eserciti moderni, in cui il potere della finanza per armarli e sostenerli diventava importante quanto quello dell’addestramento all’uso delle armi e della logistica.

La guerra civile europea rappresentata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648) avrebbe costituito un passaggio decisivo verso le guerre moderne del capitale che dopo aver imposto quella senza quartiere ai popoli altri, con cui la “civiltà cristiana” era entrata in contatto, l’avrebbe importata sul suolo europeo in occasione di quelle che furono definite «guerre di religione», il cui imperativo per i vinti sarebbe stato soltanto quello di arrendersi e sottomettersi oppure perire.

Complessivamente si stima che la Guerra dei Trent’anni sia costata all’Europa tra i diciotto e i venti milioni di morti, considerato anche che ai disastri provocati dal conflitto stesso (battaglie, saccheggi, distruzioni) andarono ad aggiungersi carestie prolungate ed epidemie ricorrenti di peste bubbonica e polmonare. Diffuse spesso dalle compagnie mercenarie che per un periodo sembrarono poter addirittura prendere il sopravvento decisionale e militare sugli stessi stati e imperi9.

Se da un lato, però, un tale disastro umano ed economico sarebbe stato destinato a infiammare l’immaginario millenaristico della guerra civile o Prima Rivoluzione inglese (1642 – 1651) che, nel 1649, fu per la prima volta testimone dell’esecuzione “sacrilega” di un re da parte del popolo e dei suoi rappresentanti, dall’altro avrebbe anche convinto i governanti della difficoltà insostenibile di una guerra di tal fatta, sia dal punto di vista dei costi che della riduzione del numero dei sudditi civili. Aprendo così la strada a quelle guerre “barocche” in cui le manovre ben ordinate e lo schieramento sul campo avrebbero spesso, anche se non sempre, determinato l’esito delle battaglie.

Sarebbero poi state la Guerra di indipendenza americana, la guerra dei Sette anni e la Rivoluzione francese, soprattutto con l’avvento di Napoleone e del suo pensiero militare, a riportare il treno della guerra sui binari della ormai prossima modernità. Sia in chiave di efficienza e riorganizzazione degli apparati bellici e del pensiero militare che di sviluppo delle tecnologie applicate alla distruzione degli esseri umani come frutto avvelenato, dalla fine del XVIII secolo in poi, del tanto vantato progresso introdotto dalla Rivoluzione industriale. Mentre la guerra stessa, con la costituzione degli eserciti su base nazionale e il servizio di leva, diventava anche strumento di formazione ed educazione dei “cittadini”.

Motivo per cui la guerra civile americana (1861-1865), la guerra franco-prussiana e le guerre coloniali, soprattutto in Africa, degli imperi europei, avrebbero definitivamente posto le basi per le guerre del XX secolo con l’uso di fucili a ripetizione, mitragliatrici e trincee10. Aprendo così la strada al primo grande macello imperialista, meglio noto come Prima guerra mondiale, che avrebbe poi informato di sè tutto il secolo successivo, e ancora l’attuale, non solo dal punto di vista militare, ma anche politico, ideologico, economico, produttivo, sociale e ambientale.

Ma, occorre qui dirlo, tale distruttività sistemica che avrebbe visto crescere in maniera esponenziale sia le distruzione che il numero di vittime militari11 e civili, soprattutto queste ultime a partire dalla Seconda guerra mondiale12 principalmente a causa dei bombardamenti a tappeto su obiettivi civili teorizzati fin dal 1921 dall’italiano Giulio Dohuet13, affondava e tutt’ora affonda le sue radici in un modo di produzione che della guerra ha fatto, a ogni livello, la sua norma esistenziale. Più, e forse al contrario, di ogni altra società precedente. In cui la guerra poteva essere sì crudele e spietata, ma quasi sempre rappresentava un momento transitorio, di passaggio si potrebbe dire, necessario ma non di primario interesse. Compresa quella cavalleresca.

L’attuale attenzione per la guerra o le guerre in corso che l’odierna crisi militare, politica ed economica internazionale, che vede coinvolti attori grandi e piccoli della scena geopolitica mondiale, risvegliatasi nei media, nei discorsi governativi e in un’opinione pubblica in gran parte tutt’altro che favorevole a farsi macellare in nome dei più alti ideali di libertà e “democrazia” suggeriti dai primi due, ci deve però spingere ad individuare i caratteri di una tendenza alla guerra che caratterizza i rapporti di produzione, scambio e ridistribuzione della ricchezza della società venutasi a costituire non solo nel corso del XX secolo, ma fin dai tempi dell’accumulazione originaria e delle successive e diacroniche rivoluzioni industriali.

Una società o un’economia, quella che per comodità espressiva si può definire tout court come capitalistica, che fin dalle sue origini ha fatto della prevaricazione e della sottomissione della specie e della natura agli interessi di pochi la sua normale condizione di esistenza. Una società in cui la concorrenza tra gli individui, le imprese, le nazioni e gli imperi economici e politici costituisce la pratica quotidiana, data per scontata, inevitabile e irrimediabilmente destinata a dare vita a conflitti di ordine giuridico, militare, politico e di classe. Conflitti e contraddizioni, destinati a sorgere e ad ingrandirsi in maniera esponenziale, che non costituiscono la conseguenza di anomalie del sistema oppure i suoi frutti marci o una momentanea necessità, ma, al contrario, il pieno realizzarsi di un avvicendamento politico, economico e militare che non potrà aver fine se non con un radicale rovesciamento della sua essenza e dei suoi paradigmi.

Come affermava ancora Rosa Luxemburg, già citata in epigrafe, «il suo ulteriore dominio non è compatibile con il progresso dell’umanità»14 poiché per la prima volta nella storia, sfruttamento e disoccupazione, alienazione e crisi, guerra e distruzione non sono i prodotti accidentali e gli effetti collaterali di un dato modo di produzione e riproduzione della vita e del suo sostentamento, ma, piuttosto, la sua inevitabile e necessaria conseguenza, la sua «condizione di vita».

In una società in cui, arricchendo la definizione data da Thomas Hobbes con l’intuizione di John Stuart Mill, Homo oeconomicus – homini lupus, l’uomo egoisticamente rivolto alla realizzazione del proprio interesse individuale è lupo tra gli altri uomini, la polemologia, lo studio della guerra e delle sua cause psicologiche e sociali, pare essere, insieme alla critica del modello sociale basato sull’estrazione del plusvalore, lo strumento più adatto per comprendere i rapporti tra uomini, imprese, classi e nazioni. Tanto da spingere in direzione di un ribaltamento della celebre frase di Karl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, tratta dalla sua opera più celebre, in ”la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi” come intuì già più di quarant’anni fa Michel Foucault.

Molti degli attori che criticano Donald Trump per il suo approccio destabilizzante (unpredictable) e pericoloso per gli equilibri globali, sono gli stessi che traggono vantaggio diretto dall’economia della guerra. Perché al netto dell’ipocrisia, di una narrazione di facciata, la guerra moderna è parte integrante dell’economia globale. Non una sua deviazione, ma un ingranaggio del sistema.
Un approfondito report pubblicato in questi giorni sul sito di intelligence Debuglies.com analizza proprio la trasformazione del cosiddetto “complesso militare-industriale-finanziario” […] sostenendo che il sistema occidentale della difesa non può più essere interpretato come semplice relazione tra Stato e industria militare, ma come una struttura integrata in cui capitale finanziario, politiche pubbliche e conflitto armato si alimentano reciprocamente. L’idea centrale è che la sicurezza sia diventata un asset. Gli interessi finanziari del settore della Difesa non sono più concentrati in una classe identificabile di ricchi proprietari dell’industria e dei loro sostenitori politici. Sono diffusi nell’infrastruttura di risparmio e previdenza di ampi segmenti di popolazione15.

La guerra è la norma di esistenza di un modo di produzione basato sull’appropriazione circoscritta e privata della ricchezza socialmente prodotta e la politica che accompagna la sua azione sociale, sia nelle fasi in cui le armi tacciono che in quelle in cui le stesse sgranano i loro tristi rosari di morte, è sempre una politica di guerra. Anche perché, a ben vedere, è difficile differenziare nettamente le due attività, quella politica e quella militare, considerando i conflitti armati che sembrano accompagnare, vicini o lontani che siano, ogni fase del percorso della società in cui siamo immersi.

Soprattutto in una fase storica in cui la rimozione del discorso della guerra dall’orizzonte politico è stata a lungo accompagnata da una militarizzazione costante della società civile. Non soltanto perché sempre più spesso le operazioni militari sono state definite come “missioni di pace” oppure “di polizia internazionale”, ma soprattutto perché le politiche securitarie, portate avanti da anni contro i migranti, il terrorismo vero o presunto e i conflitti sociali territoriali (come quelli del Valsusa e della Zad, solo per citarne alcuni) hanno abituato i cittadini degli stati ancora “non belligeranti” ad una presenza costante dei militari sul territori metropolitani e ad un uso sconsiderato delle armi da guerra (gas CS, granate accecanti e stordenti, proiettili di gomma ad alta velocità, autoblindo nelle città e durante le manifestazioni, la definizione delle grandi opere inutili come “opere di importanza strategica” ) che di fatto hanno finito col trasformano ogni dettaglio del cosiddetto ordine pubblico in un’azione militare vera e propria.

Senza considerare poi il fatto che gli stessi videogame di carattere bellico abituano, fin dalla più tenera età, i giocatori ad utilizzare di fatto quelli che nella guerra condotta “a distanza” saranno poi i droni, i visori notturni e allo stesso tempo allo sterminio di un nemico disumanizzato per procedere nel gioco e passare a livelli superiori di complessità e di violenza. Come le trasformazioni tecnologiche avvenute direttamente sul campo in Ucraina, ma anche in Medio Oriente e a Gaza hanno spietatamente confermato e ancora confermano.

Un po’ come per la morte, l’Occidente sembrava aver allontanato da sé il memento mori per fingere che morte, anch’essa dipinta sempre più spesso come un fatto casuale e inaspettato, e guerra siano in fin dei conti frutto di errori e di problemi ancora non risolti dallo stesso ordine sociale che ne causa il rinvigorimento e la massiccia diffusione. Una sfortunata disgrazia insomma, e nulla più.

Con la conseguenza che a partire dal 2022, non importa qui delineare le responsabilità di quel conflitto allora apertosi e ancora ben lontano da una possibile conclusione essendosi nel frattempo allargato a tutto il Medio Oriente, davanti alla politica occidentale si è aperto un autentico baratro, che si è cercato di riempire con vacue promesse di vittoria sulla barbarie asiatica o sulle autocrazie, e con lo sviluppo di economie di guerra che per ora hanno soltanto ridotto all’osso la spesa sociale, soprattutto in quell’Europa occidentale che aveva fatto del welfare lo status symbol di una integrazione tra le classi e le etnie mai realmente realizzata e, anzi, in fase di decurtazione ormai da anni.

Cosa cui i recenti, pesanti dazi di Donald Trump, accompagnati dalle parole sul possibile abbandono della NATO, che dovrebbe così accollarsi il cento per cento della spesa per il rifornimento dell’esercito ucraino, insieme all’invito rivolto alla stessa a partecipare direttamente allo scontro militare nel Golfo Persico e alla grave crisi dei costi di gas e petrolio che ne è derivata, hanno finito col negare ogni speranza di ripresa se non attraverso un rilancio dell’industria bellica, unica risorsa possibile, economica e mediatica, rimasta in mano ai governi in carica in Europa.

Soprattutto dopo le letali sanzioni, per l’economia europea, adottate «per costringere Putin alla resa». Arma che si è sempre accompagnata a quella di dichiarare «crimine di guerra» quasi ogni azione portata a termine dagli avversari, dimenticando o, meglio, nascondendo il fatto che ogni atto di guerra e della sua economia politica costituisce già di per sé un crimine: contro la specie, l’ambiente e la vita sul pianeta.

Tutto questo va sottolineato non in nome di un generico e inutile pacifismo, ma per sottolineare come le distruzioni, le violenze, gli stupri, le mutilazioni degli adulti e dei bambini, la loro morte, la fame, il freddo, la mancanza di acqua e l’inquinamento di ogni possibile risorsa agroalimentare sono tutte il naturale corollario delle guerre del capitale. Non importa da che parte siano state dichiarate, perse o vinte. Considerato, inoltre, che proprio questo modo di produzione ha già portato una volta la guerra sull’orlo dell’Apocalisse per mezzo di quelle bombe atomiche che quarant’anni fa erano state testate su Hiroshime e Nagasaki, e che oggi, in un contesto in cui molti governi hanno già scelto la Bomba come arma di pronto impiego, come ad esempio fa pensare la Dichiarazione di Northwood del luglio di quest’anno, per la fornitura di un ombrello nucleare all’Europa da parte di Francia e Regno Unito, per cui la l’atomica torna :

ad essere quel che fu ottant’anni fa, a Hiroshima e a Nagasaki: estremo rimedio per finire il nemico. Ma in un contesto drasticamente diverso. La guerra dei dodici giorni fra Israele e Iran con la partecipazione straordinaria degli Stati Uniti non sarà ricordata per i suoi modesti esiti tattici ma per lo sconvolgimento che ha innestato su scala globale. Perché ha sancito la fine della deterrenza nucleare basata sulla mutua distruzione assicurata.[…] Il regime di non proliferazione formalizzato dal trattato voluto nel 1968 dai detentori della Bomba per impedire che altri se ne dotassero è saltato da tempo. Siamo a quota nove potenze nucleari, con l’Iran sulla soglia e otto variamente latenti […] Giappone su tutti, poi Germania, Corea del Sud, Canada, Paesi bassi, Brasile, Argentina, Taiwan. Presto anche Turchia e Arabia Saudita. persino in Italia potrebbero riaffiorare sepolte velleità nucleari, espresse nel programma segreto franco-germanico-italiano del 1957, bloccato dagli americani (poi da De Gaulle)16.

Come se ciò non bastasse anche le minacce di distruzione e cancellazione di un’intera civiltà espresse da Donald Trump nelle ore scorse nei confronti dell’Iran, nonostante la fittizia trattativa per una tregua portata avanti, ancora una volta, più per guadagnar tempo che per raggiungere concreti risultati sul piano della cessazione del conflitto, sottendono un chiaro riferimento al potenziale uso dell’arma nucleare per risolvere un conflitto che né gli Sati Uniti, né tanto meno Israele, nonostante le sempre più roboanti e trionfali dichiarazioni, possono sperare di vincere in tempi brevi e forse nemmeno in quelli lunghi.

Va infine ricordato come ogni guerra e lo stesso sistema di guerra su cui si basano i rapporti socio-economici di stampo capitalistico rappresenti, sempre, un’aggressione commerciale, economica, finanziaria, ambientale, politica e militare rivolta non soltanto contro i potenziali avversari esterni ma, e forse soprattutto, verso l’interno delle proprie aree nazionali e metropolitane e le comunità che le abitano. Finendo così col porre le basi di una possibile guerra civile, di cui da tempo si avvertono prodromi negli Stati Uniti e nella loro crisi che l’attuale presidente cerca di attutire con escamotage economici, politici, militari e diplomatici rivolti a danneggiare soprattutto gli alleati di un tempo, ma oggi troppo pericolosi dal punto di vista della concorrenza e, soprattutto, del costo per la loro protezione.

Una guerra civile strisciante che è già operante anche qui in Europa e in Italia dove, dalla ZAD alla Valsusa e ogni altro luogo in cui si resiste al modo di produzione dominante e alla sua distruzione dell’ambiente, dei territori e dei rapporti interni alla specie umana per sostituirli, come già detto, con quelli basati sulla competizione e l’odio reciproco, l’azione dello Stato e del suo braccio armato repressivo (polizia, magistratura, forze armate nazionali e mercenarie) assume fisionomie sempre più rigide e aggressive. Una guerra civile che i media stanno preparando e sostenendo, come i conflitti militari esterni, parlando di pacificazione, modernizzazione e democratizzazione.

La resistenza all’estrattivismo e allo sfruttamento dei territori e delle risorse economiche disponibili attraverso l’impianto di grandi opere inutili e dannose va trattata come un tempo i popoli che si opponevano alla colonizzazione europea e proprio come allora chi si oppone al “progresso” deve essere distrutto, umiliato e cancellato dalla faccia della Terra.
Una guerra civile che, sulle tracce di Lenin, secondo le riflessioni del recentemente scomparso Emilio Quadrelli (1956- 2024)17, potrebbe, però, portare, all’interno di un conflitto di più ampia portata, a un radicale cambiamento dell’esistente.

Anche se, in chiusura, quest’ultima riflessione porta chi scrive a ricordare che qualsiasi guerra di fatto costituisce un crimine, poiché “fare la guerra” significa sporcarsi le mani di sangue. Fatto che in sé non può essere né dimenticato né rimosso o, ancor meno, esaltato e rivendicato con la scusa della vendetta o della “giustizia proletaria”. Proprio per impedire che ancora una volta un’eventuale rivoluzione politica finisca col rinnovare solamente i fasti di ciò che si sarebbe voluto abbattere, invece di rappresentare, così come aveva già auspicato Karl Marx, la definitiva uscita della specie umana dalla preistoria.

N.B.
Questo articolo, ampiamente modificato e aggiornato per questa occasione, è precedentemente comparso come postfazione al Quaderno di Into the Black Box #7 – Una congiuntura di guerra.


  1. M. Deaglio, Donald, il fattore G e l’economia del caos, «La Stampa» 3 aprile 2026.  

  2. Il Mahābhārata è un poema epico dai contenuti mitici e religiosi che narra il lontano passato degli Arii, ovvero di un popolo indoeuropeo invasore dell’India. Intriso di epica guerriera propria degli kṣatriya (la casta guerriera), la vicenda si svolge nella regione del Doab, ovvero nell’area compresa tra il fiume Gange e il fiume Yamunā che corrisponde a uno dei primi stanziamenti del popolo degli Arii.  

  3. Si veda: F. Cardini, Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1995.  

  4. Si vedano in proposito i recentissimi: AA.VV., Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale, edizioni Tabor, 2025 e AA.VV., Tumulti rusticani. Rivolte e resistenze contadine tra il Medioevo e la Modernità, edizioni Tabor, 2025.  

  5. Il tercio era un’unità militare dell’esercito spagnolo, utilizzato dai monarchi cattolici nel periodo degli Asburgo. Questa formazione di fanteria, composta all’incirca da trecento soldati tra picchieri e moschettieri, si rivelò fondamentale per le guerre tra il XVI e il XVII secolo. Il termine derivava dall’italiano “terzo”, indicando una divisione in tre parti e, di fatto, un’unità d’èlite.  

  6. Si pensi soltanto al poema ariostesco Orlando furioso che nel 1532, con l’edizione definitiva cantò «la brutta invenzione dell’arma da fuoco» (canto XI, vv. 23-28).  

  7. Canti XXIII e XXIV.  

  8. Si veda: M. Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini tedeschi, edizioni Tabor, Valsusa 2026.  

  9. Si veda: G. Mann, Wallenstein, Sansoni editore, Firenze 1981.  

  10. A solo titolo di esempio occorre qui sottolineare che nella guerra civile americana, o Guerra di Secessione, si stima che tra il 1861 e il 1865 vi furono almeno 620 000 morti, anche se studi più recenti sostengono che 750 000 soldati siano caduti, con un numero imprecisato di civili. Secondo tali stime la guerra causò la morte del 10% di tutti gli uomini degli Stati del Nord tra i venti e i quarantacinque anni e il 30% di tutti gli uomini del Sud tra i diciotto e i quarant’anni.  

  11. La stima del numero totale di vittime della prima guerra mondiale non è mai stata determinata con certezza e varia molto: le cifre più accreditate parlano di un totale, tra militari e civili, compreso tra 15 milioni e più di 17 milioni di morti, con le stime più alte che arrivano fino a 65 milioni di morti includendo nell’insieme anche le vittime mondiali della influenza spagnola del 1918-1919.  

  12. I dati odierni riguardanti le vittime del secondo conflitto mondiale si aggirano intorno ai 70 milioni di cui 45 milioni civili. Probabilmente, però, si tratta di un calcolo ancora al ribasso.  

  13. E che, prima delle atomiche di Hiroshim e Nagasaki, avrebbero raggiunto il loro apice con quelli di Dresda (13 e 15 febbraio 1945) e di Tokyo (9 e 10 marzo 1945).  

  14. R. Luxemburg, «Juniusbrochüre».La critica dell’economia politica, in Id. Scritti scelti, a cura di L. Amodio, Einaudi, Torino 1976, p. 513.  

  15. C. Conti, Chi ci guadagna. La difesa diventa un asset. Così i fondi si arricchiscono, «il Giornale» 5 aprile 2026.  

  16. Quando non ci sei non capisco dove mi trovo, editoriale di «Limes», n° 6/2025, pp. 7-8.  

  17. E. Quadrelli, Sulla guerra. Crisi Conflitto Insurrezione, con quattro contributi di G. Bausano, Red Star Press, Roma 2017.  

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Carmillafest 2026: il programma, dove e a che ora https://www.carmillaonline.com/2026/04/03/carmillafest-2026-il-programma-dove-e-a-che-ora/ Thu, 02 Apr 2026 22:01:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93989 Redazione

Carmillafest 2026 si terrà a Roma sabato 18 aprile prossimo a partire dalle ore 17.00 puntuali (o come dicono i romani: “vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio Moderazione: Granma L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso) Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli) Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 [...]]]> Redazione

Carmillafest 2026 si terrà a Roma sabato 18 aprile prossimo a partire dalle ore 17.00 puntuali (o come dicono i romani: “vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio
Moderazione: Granma
L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso)
Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli)
Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene
Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 – Modulo 3 – Libri carmilli
Moderazione: Granma
Presentazione dei seguenti libri:
Domenico Gallo, L’ultima cordata e altri racconti degli anni Novanta e La patria del ribelle e altri racconti degli anni Duemila, Delos, 2025
Paolo Lago, Gioacchino Toni, Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, Rogas, 2025
Franco Pezzini, Morte astrale,  Polidoro, 2025 e Le pirate, Tempesta, 2026.

Dalle 20.00 in poi: aperitivo sociale e dj set (a cura di Granma)

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Una Lady Macbeth degli Appalachi https://www.carmillaonline.com/2026/04/01/una-lady-macbeth-degli-appalachi/ Wed, 01 Apr 2026 19:53:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93883 di Sandro Moiso

Ron Rash, Serena, traduzione di Valentina Daniele, La Nuova Frontiera, Roma 2025, pp. 375, 20 euro

Serena sollevò il bicchiere di vino. «Alle società e a tutto ciò che è possibile» disse «Il mondo è maturo e lo coglieremo come una mela dall’albero.» «Pura poesia» esclamò Calhoun.

Gli Appalachi, o Appalachian Mountains, sono una catena montuosa situata nella parte orientale dell’America del Nord che si estende da Terranova, in Canada, a nord, fino allo stato dell’Alabama, a sud, attraversando 17 degli stati della federazione statunitense, e culmina nel Monte Mitchell (2.037 metri) nella Carolina del Nord. [...]]]> di Sandro Moiso

Ron Rash, Serena, traduzione di Valentina Daniele, La Nuova Frontiera, Roma 2025, pp. 375, 20 euro

Serena sollevò il bicchiere di vino.
«Alle società e a tutto ciò che è possibile» disse «Il mondo è maturo e lo coglieremo come una mela dall’albero.»
«Pura poesia» esclamò Calhoun.

Gli Appalachi, o Appalachian Mountains, sono una catena montuosa situata nella parte orientale dell’America del Nord che si estende da Terranova, in Canada, a nord, fino allo stato dell’Alabama, a sud, attraversando 17 degli stati della federazione statunitense, e culmina nel Monte Mitchell (2.037 metri) nella Carolina del Nord. Sviluppandosi quasi parallelamente alla costa orientale atlantica, a partire dal golfo del fiume San Lorenzo per 3.300 chilometri.

Negli Stati Uniti, separano la pianura costiera atlantica (a est) dal bacino del fiume Mississippi e dai Grandi Laghi (a ovest) e si estendono per oltre 2.200 km di lunghezza e costituiscono una delle zone economicamente più depresse degli Stati Uniti. Da sempre, dopo la cacciata delle tribù dei nativi, sono stati abitati, specialmente nella porzione centro-meridionale, da gruppi sociali di origine scoto-irlandese dediti ad attività lavorative scarsamente retribuite, ma intensivamente sfruttate dai datori di lavoro, come minatori, operai o boscaioli1.

Le stesse regioni centrali e meridionali, sono uno dei luoghi più ricchi di biodiversità del Nord America e la flora degli Appalachi è estremamente diversificata. La conifera dominante a nord e ad alta quota è l’abete rosso (Picea rubens), che cresce a oltre 1.200 metri sul livello del mare nel nord del New England e nel sud-est del Canada. Cresce anche verso sud lungo la cresta della catena di montagne fino alle altitudini più alte di quelle meridionali, come nella Carolina del Nord e nel Tennessee.

Gli Appalachi ospitano anche varie specie di abeti, come l’abete balsamico boreale (Abies balsamea) e l’abete di Fraser (Abies fraseri) endemico delle parti più alte dei Monti Appalachi meridionali, dove insieme all’abete rosso forma un fragile ecosistema noto come foresta di abeti rossi degli Appalachi meridionali. L’abete di Fraser si trova raramente al di sotto dei 1.700 metri e diventa il tipo di albero dominante a 1.900 metri. Queste specie, insieme a molte altre, tendono ad occupare siti sabbiosi, rocciosi e con terreno povero, che sono per lo più di carattere acido.

Non si preoccupi il lettore, non si vuole qui dare inizio ad un trattato di carattere geografico e naturalistico sulla parte orientale degli Stati Uniti, ma soltanto fornire alcuni dati necessari alla visualizzazione del territorio posto al confine tra Nord Carolina e Tennessee in cui si svolgono gli avvenimenti narrati nel romanzo di Ron Rash, Serena (ed. originale americana 2008), pubblicato da La Nuova Frontiera nel 2025 e precedentemente edito in Italia nel 2014 da Salani Editore con il titolo Una folle passione, sempre nella traduzione di Valentina Daniele. Romanzo dal quale, nel 2014, è stato tratto anche un film diretto da Susanne Bier, con Jennifer Lawrence e Bradley Cooper, purtroppo poco fedele alla trama originale.

Una tragedia americana che affonda, però, le sue radici sia nei drammi elisabettiani che nella tragedia greca; fatto quest’ultimo confermato dalla presenza di un autentico “coro” destinato a commentare gli avvenimenti, talvolta in funzione comica, ma spesso rivolto a sottolineare gli effetti devastanti causati dalle scelte dei principali protagonisti. Coro composto dai boscaioli e dai capi squadra dei lavoratori che, anche a costo della vita, lavorano per i due imprenditori posti al centro della trama: George e Serena Pemberton, marito e moglie, insaziabilmente rivolti all’accumulo di ricchezze e potere, che, appena giunti da Boston, mostrano di avere come unico obiettivo quello di costruire un impero del legname nel cuore selvaggio degli Appalachi e piegare la montagna alla loro volontà.
A qualsiasi costo, umano o ambientale.

Gli avvenimenti si svolgono a partire dal 1929, agli inizi della Grande Depressione che, insieme ai fallimenti di numerose banche e società finanziarie, porterà nei campi della società, la Boston Lumber Company, dedita al disboscamento della parte alta degli Appalachi meridionali una miriade di vagabondi e disoccupati che attraversano gli Stati Uniti in treno per cercare lavoro. Anche se ad alto rischio e mal retribuito.

Non vi è pietà o speranza di redenzione, sia da parte dei due coniugi entrambi trentenni, dei quali il marito si rivelerà essere la parte più debole del connubio, che per i dipendenti, letteralmente falciati dagli incidenti causati da un lavoro condotto in situazioni estreme, in cui la morte può arrivare dal morso di un crotalo oppure dalla caduta di un albero, come da una banale disattenzione o da un ramo che cade improvvisamente in verticale tra le scapole di qualche malcapitato. Mentre altre volte può arrivare, e non soltanto per i salariati del campo, per mezzo di una lama di coltello maneggiato con ferocia ed abilità.

Al centro della trama troneggia comunque, come una dark lady scespiriana o una figura della mitologia greca più ancora che come una protagonista di un romanzo noir, Serena, moglie e imprenditrice avida, spudorata e feroce. Un’immagine di donna forte e determinata fino all’assassinio che rimarrà a lungo nell’immaginazione del lettore, avendo ben pochi altri paragoni possibili nella letteratura o nel cinema, se non nella Janine “Smurf” Cody della serie televisiva Animal Kingdom, anche se quest’ultima opera in tutt’altro contesto epocale, sociale e famigliare.

Il suo passato, prima dell’arrivo a Boston dove si è sposata con George, dopo essersi letteralmente impadronita della sua mente del suo corpo, non è del tutto chiaro, anche se lei narra di essere nata in Colorado, sulle Montagne rocciose, e di aver vissuto lì fino ai sedici anni, «figlia di un commerciante di legname che le aveva insegnato a stringere la mano come si deve e a guardare gli uomini negli occhi, oltre che a sparare e ad andare a cavallo. Era venuta a Est solo dopo la morte dei genitori», avvenuta insieme a quella di tutti gli altri famigliari a causa di un’epidemia, e dopo aver bruciato la casa di famiglia mentre se ne allontanava.

Una figura circondata da un’aura di sensualità, ambiguità e maledizione che se da un lato ha travolto il marito, dall’altro si impone sia sui soci in affari che sui boscaioli, affascinandoli e terrorizzandoli allo stesso tempo. A rivelarne la personalità basta un breve dialogo posto nelle prime pagine del romanzo.

Serena disse: «Ci sono molti giaguari da queste parti?»
«Niente affatto, signora Pemberton» rispose Wilkie in tono rassicurante. «Sono lieto di dirle che l’ultimo di questo stato fu ucciso nel 1920.»
«Eppure gli abitanti credono che ne sia rimasto ancora uno» disse Buchanan. «Girano parecchie leggende, che gli operai conoscono bene, non solo su quanto è grande ma anche sul colore, che va dal fulvo al nero inchiostro. Io sarei contento se restasse una leggenda, ma suo marito la pensa diversamente. Lui vorrebbe che fosse vero, per potergli dare la caccia.»
«Questo prima del matrimonio» osservò Wilkie. «Ora che Pemberton è un uomo sposato, sono certo che preferirà passatempi meno pericolosi della caccia ai giaguari.»
«Spero invece che gli dia la caccia e rimarrei delusa se facesse altrimenti» disse Serena, parlando sia a Pemberton che ai suoi soci. «Pemberton è un uomo che non teme le sfide: è il motivo per cui l’ho sposato.» Fece una pausa, con un piccolo sorriso. «E il motivo per cui lui ha sposato me»2.

Ron Rash (Chester – South Carolina, 1953) è autore di romanzi, racconti e raccolte di poesia. Uno scrittore di una certa fama negli Stati Uniti, dov’è considerato un classico della letteratura del Sud, le cui opere sono state tradotte in numerose lingue.
Nel 2010 ha vinto il Frank O’Connor International Short Story Award mentre è stato due volte vincitore del O’Henry Prize. Attualmente insegna alla Western Carolina University e vive a Clemson, in Carolina del Sud. Con La Nuova Frontiera ha pubblicato Un piede in paradiso (2021), La terra d’ombra (2022) e Il custode (2024), tutti tradotti da Tommaso Pincio.

Probabilmente Serena può essere considerato il suo romanzo più maturo e completo, anche se sono numerose le sue opere in prosa e in versi non ancora pubblicate in Italia. Il paragone fatto spesso con William Faulkner e Cormac MaCarthy è, a giudizio di chi scrive, forse un po’ forzato o azzardato, sia per la vena sperimentale che ha sempre caratterizzato la scrittura del primo che per la secchezza essenziale del secondo, ma non si può assolutamente negare che la forza evocativa trasmessa dalle pagine di Rash sia di grande effetto. A partire da quelle che descrivono la Lady Macbeth degli Appalachi mentre monta il suo cavallo arabo bianco per seguire le squadre di boscaioli su per le montagne più alte, mentre porta sul braccio un’aquila di grandi dimensioni in grado di cacciare qualsiasi serpente o altro animale.

A contrapporsi a lei, pur essendo costretta a fuggire dalla sua vendetta, sarà un’altra figura di donna, poco più che adolescente, Rachel Harmon, madre del figlio illegittimo di George. Povera, abbandonata da bambina da una madre incapace di vivere tra quelle oscure montagne e resa orfana del padre da George, che lo uccide proprio all’inizio della narrazione, porta in sé un attaccamento alla vita e alla natura che la circonda che le permetterà di affrontare difficoltà apparentemente insormontabili. Rappresentando in qualche modo l’alter ego vitale di Serena, incapace o impossibilitata invece a procreare e destinata a perdere il figlio che avrebbe voluto o dovuto dare a George.

Due figure che sembrano essere, nella loro essenza, uscite dal mito, sullo sfondo di una lotta condotta dai due imprenditori non soltanto contro i propri soci e coloro che da Washington vogliono espropriarli per dare vita a quel Parco Nazionale delle Great Smoky Mountains che sarà poi inaugurato nel 1934 sui territori in cui è ambientata la vicenda, ma anche contro la Natura stessa che contribuiscono con la loro avidità a devastare e distruggere.

Fu la squadra di Snipes a tagliare l’ultimo albero. Quando un noce americano di dieci metri cadde sotto la sega di Ross e Henryson, la valle e i crinali ricordavano la pelle scuoiata di un animale enorme. Gli uomini radunarono seghe e cunei, blocchi e asce. Si fermarono un istante, poi scesero giù dalla Shanty Mountain per un sentiero tortuoso.
[…] Ai piedi della montagna, gli uomini si fermarono a riposare sulle rive del Rough Fork Creek prima di arrancare per l’ultimo tratto in piano fino al campo. Steward si inginocchiò accanto al ruscello, si portò un po’ d’acqua alla bocca con la mano e la sputò.
«Sa di fango.»
«Una volta questo ruscello aveva l’acqua più dolce della zona» disse Ross. «I castagni vicino alla fonte le davano un sapore dolce quasi come il miele.»
«Tra poco non ne troverai più di castagni su questi monti» commentò Henryson «e non ci sarà più nemmeno una goccia d’acqua così dolce»3.

E’ un senso di colpa quasi biblico che accompagna le riflessioni dei boscaioli, consci del fatto che anche l’istituzione del parco non migliorerà la loro condizione umana.

«Io ho fatto la mia parte per questo.»
«Abbiamo delle famiglie da sfamare» disse Henryson.
«Infatti» convenne Ross. «E mi domando come faremo, ora che non ci sono più alberi e il lavoro se ne va.»
«Almeno gli animali rimasti hanno un posto in cui scappare» disse Henryson.
«Il parco, dici?» disse Stewart.
«Sissignore. Il problema è che non ci faranno stare con loro.»
«A mio zio, a Horsetrough Ridge, hanno detto che deve andarsene dal suo terreno entro la primavera prossima» disse Stewart «e lui è ancora più in là sul versante del Nord Carolina di noi qui.»
«Cacciare la gente per rimetterci gli animali» disse Ross «Che follia.»
Snipes, che aveva ascoltato con attenzione ma senza commentare, si mise gli occhiali e guardò la valle.
«Mi sembra come quella volta in Francia, quando i capi ci hanno detto di smettere di combattere. Ho la stessa sensazione qui.»
«Che sensazione ?» chiese Henryson.
«Hanno ammazzato e distrutto tanto che non ci sarà mai più vita. Anche per quelli che non c’erano quando è successo, sarebbe un peso pure per loro. Sarebbe come cercare di vivere in un cimitero.»
Ross annuì. «Ci sono stato solo tre mesi quando stava per finire, ma hai ragione. C’era una sensazione, in quei posti dove sono morti degli uomini. La terra è morta con loro»4.

In queste considerazioni c’è qualcosa che manca sia in Faulkner che in Mc Carthy: la condanna dichiarata apertamente di un modo di produzione che distrugge ogni cosa in nome del profitto, sia con la guerra che con lo sfruttamento di ogni possibile risorsa ambientale. Una distruzione che corrisponde anche a quello delle società umane e a cui anche un tardivo ecologismo di facciata, come l’attuale green deal, non fa che aggiungere la beffa al danno. Un danno spesso irrecuperabile, come sembra sentenziare il coro degli sfruttati: «Tu che ne pensi, predicatore?» […] «Credo che la fine del mondo sarà così» disse McIntyre, e nessuno tra gli altri aprì la bocca per obiettare5.

A trionfare infatti nella vicenda, al di là delle scelte spietate oltre ogni limite di Serena, è sempre l’implacabile processo di distruzione e accumulazione che sta alla base dello “sviluppo” figlio del capitalismo, non solo americano, e della sua storia di espropri e massacri. Così che anche il parco nazionale sviluppatosi tra Nord Carolina e Tennessee, oggi quello più frequentato degli Stati Uniti con 14,1 milioni di visitatori all’anno, ha una storia iniziata ben prima di quella narrata da Ron Rash.

Infatti, in precedenza, le Great Smoky Mountains erano abitate dalla tribù indiana dei Cherokee che ne mantennero il controllo fino alla prima metà del XIX secolo, quando il loro destino fu segnato dal presidente Andrew Jackson che emanò un ordine di rimozione di tutti i nativi americani che vivevano a est del fiume Mississippi. La maggior parte dei Cherokees si adeguò e si trasferì a ovest, mentre solo alcuni gruppi sopravvivono ancora nei dintorni del parco.

Non sorprende che, dopo l’allontanamento dei Cherokees, il disboscamento sia diventato un’industria importante in tutta la regione. Una storia tragica si sarebbe così sommata ad un’altra, creando lo sfondo su cui si muovono i disoccupati e gli hobo creati dalla crisi del 1929. Anche loro in attesa di essere comprati e distrutti come le foreste che li circondano al loro arrivo al campo.

Ormai la processione degli uomini che venivano a cercare lavoro al campo era continua. Alcuni si accampavano in mezzo ai tronchi tagliati, aspettando per giorni che riportassero dai boschi un operaio mutilato o ucciso, sperando di prenderne il posto. Questi e altri, più di passaggio, si riunivano per sei mattine alla settimana sul portico dello spaccio, e cercavano ciascuno a suo modo di distinguersi dagli altri quando passava Campbell. Alcuni si presentavano a torso nudo per mostrare i fisici possenti, mentre altri avevano in mano asce portate dalle fattorie o da altre segherie, pronti a cominciare in qualsiasi momento. Altri ancora portavano con sé delle Bibbie e leggevano con grande concentrazione, per dimostrare che non erano farabutti o comunisti ma uomini devoti. Alcuni avevano pezzi di carta malconci che attestavano il loro talento e la loro affidabilità di boscaioli, o anche documenti di congedo dal servizio militare, e tutti si trascinavano dietro storie di bambini affamati, fratelli, sorelle, genitori o mogli malate6.

Un autentico mercato di schiavi “volontari” che ben riproduce le leggi implacabili del mercato del lavoro, soprattutto in tempi di crisi, capaci di distruggere qualsiasi tipo di solidarietà di classe. Anche di fronte a incidenti gravi o mortali, rispetto ai quali non resta ai lavoratori che ricorrere a rimedi antichi e discutibili.

Alcuni uomini cominciarono a portare al collo croci di legno intagliate a mano mentre altri si munirono di zampe di coniglio e magnetite, sale, castagne, punte di freccia e perfino ferri di cavallo. Altri ancora portavano talismani contro pericoli specifici: calcoli di cervo per contrastare il veleno, vischio per evitare i fulmini, agata per prevenire le cadute e monete porta fortuna di tutti i tipi, carte da gioco dal due all’asso infilate nei nastri dei cappelli. Molti uomini erano Cherokee e portavano con sé i loro talismani, stauroliti e piume, certi tipi di piante. Secondo qualcuno la miglior risposta agli incidenti era una scorta di whisky. Altri adottarono i colori vivaci di Snipes e si vedevano fin da molto lontano mentre salivano su per i pendii; non sembravano tanto taglialegna quanto una tribù di giullari in disgrazia in viaggio verso una corte più ospitale. Molti minacciarono di andarsene. La maggior parte si fece più cauta, ma altri lo divennero ancor meno, rassegnati a una fine violenta7.

Oppure reagire con il tipico umorismo spaccone della Frontiera, di cui abbondano i dialoghi tra i lavoratori del coro. Come quello riguardante le condizioni di un operaio devoto, soprannominato il Predicatore, traumatizzato da un morso di serpente.

«Ho sentito che il tuo predicatore era nell’orto l’altra sera» disse Henryson a Stewart. «Deve stare un po’ meglio.»
«Sta meglio, ma non ci sta con la testa. Sua zia gli aveva trovato un funerale dove fare una predica a Cullowhee, pensando che l’avrebbe tirato su, ma lui ha detto di no.»
«Be’, non c’è niente come veder mettere qualcuno sottoterra per farsi tornare il sorriso» ironizzò Ross.
«A lui faceva bene» replicò Stewart. «Una volta mi ha detto che l’unica cosa che odiava della morte era che non avrebbe potuto predicare al suo funerale.»
[…] «Se i funerali lo mettono di buon umore, non c’è posto migliore di questo» commentò Ross. «Ci sono più morti che alberi caduti.»8.

E in effetti tutto il romanzo è accompagnato da un’aria malsana e maledetta, cui nessuna legge può porre rimedio, se non quella della vendetta, anche se tardiva.

Prima ancora che la prima baracca fosse stata piazzata sul Bent Knob Ridge, o la mensa, lo spaccio o i binari fossero stati costruiti, un acro di terra tra Cove Creek e Noland Mountain era stato adibito a cimitero. Come per riconoscere la facile transizione tra vivi e morti al campo, intorno al cimitero non c’era recinto, né cancello per entrare. Le uniche indicazioni erano quattro pali di legno. Quando marcirono, c’erano abbastanza tumuli sul terreno da rendere inutile qualunque demarcazione. Di tanto in tanto un operaio morto veniva trasportato dalla valle fino al cimitero di famiglia, ma la maggioranza veniva sepolta al campo. Il legname, che li aveva portati qui, li aveva uccisi e ora li racchiudeva, segnalava la gran parte delle tombe9.

Qui finiscono le drammatiche vicende scatenate dai Pemberton, in un crescendo di tensione che vede il destino di una comunità operaia intrecciarsi con quello della coppia, mentre il confine tra ambizione, ossessione e rovina si fa sempre più sottile, consegnando ai lettori una storia che, fino all’ultima pagina, rivela come ad ogni impresa del capitale non corrisponda altro che un orizzonte di rapina, distruzione e guerra: tra gli individui, le classi, il profitto e l’ambiente, la vita e la morte.


  1. Si veda: J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2024.  

  2. R. Rash, Serena, La Nuova Frontiera, Roma 2025, pp. 16-17.  

  3. R. Rash, op. cit,. p. 336.  

  4. Ivi, p. 338.  

  5. Ibidem, p. 339.  

  6. Ibid., p. 206.  

  7. p. 191.  

  8. pp. 304-305.  

  9. p. 252.  

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…e pace in terra agli uomini e alle donne di buona volontà / 4 – Grosso guaio nel Golfo https://www.carmillaonline.com/2026/03/25/il-nuovo-disordine-mondiale-34-un-grosso-guaio-nel-golfo/ Wed, 25 Mar 2026 21:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93811 di Sandro Moiso

Alan D. Altieri alias Sergio Altieri, quest’ultimo il suo vero nome, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Motivo per cui collaborò spesso con Carmillaonline, da sempre dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia: Valerio Evangelisti

Autore di ben 19 romanzi e di svariate antologie di racconti, le cui trame si [...]]]> di Sandro Moiso

Alan D. Altieri alias Sergio Altieri, quest’ultimo il suo vero nome, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Motivo per cui collaborò spesso con Carmillaonline, da sempre dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia: Valerio Evangelisti

Autore di ben 19 romanzi e di svariate antologie di racconti, le cui trame si svolgono dal tempo della Guerra dei Trent’anni fino ad un prossimo e non meglio definito futuro in cui, comunque, a dominare la scena è quasi sempre la guerra, sia essa tra stati, imperi o bande criminali interessate al dominio dei traffici illegali di una megalopoli (spesso Los Angeles), di materie prime, del pianeta nel suo insieme o addirittura delle altre possibili risorse presenti nel cosmo. Cambiano le coordinate spazio-temporali, ma non i moventi e, conseguentemente, le azioni e le distruzioni che ne derivano.

Sì, perché la visionarietà catastrofista, la violenza selvaggia ed ineludibile che animano le sue pagine hanno i piedi ben piantati nella realtà che ci circonda e che accompagna da secoli il modo di produzione ancora dominante. Come i fatti di questi giorni dovrebbero rendere ancor più evidente. Nonostante la disattenzione alimentata, a Destra come a Sinistra, da un referendum farlocco che ha funzionato come un’autentica arma di distrazione di massa, usata su entrambi i fronti a difesa dell’ordine vigente.

L’occhio sotterraneo1, una delle prime prove dell’autore milanese e ormai da lungo tempo introvabile, potrebbe essere considerato il suo capolavoro. Romanzo della catastrofe assoluta, narra di un futuro prossimo (all’epoca ambientato a ridosso del 2000) che si è rapidamente trasformato nel nostro presente, anticipando un devastante conflitto tra Stati Uniti (con i propri alleati arabo-sauditi ed israeliani) e Iran.

Qui di seguito se ne ripropongono ai lettori le pagine centrali, nel momento in cui la Repubblica islamica iraniana, con l’uso di aviatori kamikaze assapora, anche se soltanto per un breve attimo, una devastante vittoria sulla flotta americana, proprio nello stretto di Hormuz.

Se ciò farà venire in mente a molti lettori qualcosa di estremamente attuale non c’è da stupirsi poiché la letteratura d’anticipazione viene così definita proprio per questo motivo: anticipa, ma non inventa quasi mai nulla che non abbia le sue basi nella realtà. A differenza di tanta chiacchiera politica attuale costretta a creare e ricreare in continuazione narrazioni tossiche essendo incapace di anticipare alcunché di reale.

Bahramali Atai sorrise mentre l’accelerazione della caduta gli calava un velo rossastro davanti agli occhi. Una voce irriconoscibile disse : “Allah è grande….”
L’aereo di Bahramali Atai cadde insieme al Martello di Allah: la bomba H da venti megaton agganciata ad esso.
Per primo venne il lampo.
Nessun rumore, nessuna vibrazione. Solamente luce. Diecimila volte più accecante della luce del Sole, un milione di volte più accecante della luce di Sigma del Drago.
C’erano molti uomini sulle tolde delle navi da guerra, coloro che al momento dell’esplosione stavano guardando verso il punto del cielo a metà strada tra la portaerei nucleare Harry Truman e la gigantesca petroliera Pacific Stream ebbero le cornee liquefatte e le retine carbonizzate all’interno dei bulbi oculari er il solo effetto della vampata luminosa.
Nessuno di quegli uomini ebbe il tempo di rendersi conto di essere diventato completamente cieco: Nessuno, né loro né gli altri, ebbe il tempo di rendersi conto di niente. Un sole di pura energia si accese. Dilagò in pochi millesimi di secondo, dilatandosi a sfera, un’unica mostruosa sfera di calore a dieci milioni di gradi centigradi di temperatura, una temperatura da nuclei stellari.
Qualsiasi cosa venne a trovarsi all’interno di quella sfera cessò di esistere, letteralmente. Atmosfera, acqua, acciaio, sabbia, roccia, corpi, tutto venne disintegrato in un titanico vulcano di raggi gamma, elettroni, neutroni e protoni che si allontanarono dal punto zero a una velocità prossima a quella della luce.
La Pacific Stream e la Harry Truman svanirono pressoché istantaneamente, le altre navi della squadra vennero cancellate nei trentun centesimi di secondo successivi all’esplosione. La palla di fuoco della bomba termonucleare da venti milioni di tonnellate di tritolo trasportata su Hormuz da Bahramali Atai vaporizzò le acque e inghiottì il sottomarino Sea Serpent. Continuò nella sua corsa, mise a nudo il fondale dello stretto facendolo ribollire in una palude di magma e scavando quello che in seguito sarebbe diventato un cratere subacqueo del diametro di otto chilometri e della profondità di due. La palla di fuoco crebbe e parve inghiottire l’intero universo.
Dopo il lampo toccò all’onda d’urto.
Soffiarono venti di un’intensità che non era mai esistita sulla faccia della terra.
L’onda d’urto cancellò tutte le isole di Hormuz: Qeshm, Larak, Hengan, Shantan; il promontorio di Mussandam. Quando raggiunse la città iraniana di Bandar Abbas, a cinquanta chilometri dal punto zero, la sua velocità si aggirava sui duecentocinquanta chilometri orari, con un carico cineico di dieci tonnellate per metro quadrato e con una temperatura di ottomila gradi. Bandar Abbas venne trasformata in un deserto fiammeggiante in undici secondi. Lo stesso accadde a qualsiasi insediamento nel raggio di centoventi chilometri dal punto zero. Le città degli Emirati Arabi Uniti svanirono una dopo l’altra, come insetti calpestati dai passi di un dinosauro.
I venti dell’onda d’urto arrivarono a Dubai e ad Ash Shariqah un’ora e ventisei minuti dopo l’esplosione. Erano venti deboli, poco più di una brezza. Riuscirono soltanto a sollevare la sabbia e a gettarla sulle migliaia di cadaveri che giacevano dappertutto.
La loro era stata una morte orrida ma per fortuna rapida, molto rapida: non più di cinque sei secondi. Nessuno può restare in vita più di otto secondi se viene sottoposto a un bombardamento di raggi gamma ad alta energia a tredicimila roentgen. Nessuno può restare in vita quando il sistema neurovegetativo viene disintegrato, quando le connessioni cllulari si spezzano, quando la stessa biochimica molecolare del metabolismo viene sbriciolata.
Il punto zero distava duecentocinquanta chilometri da Dubai, la radiazione intensificata diretta successiva alla palla di fuoco dell’esplosione H aveva impiegato appena pochi centesimi di secondo per coprire quella distanza: Se fosse scoppiata altrettanto lontana ma sul deserto, se fossero stati avvertiti in tempo, qualcuno a Dubai ce l’avrebbe fatta, forse. Ma era scoppiata sullo stretto di Hormuz, aveva trascinato nelle sue devastanti reazioni a catena anche tutte le centinaia di quintali di plutonio che formavano i reattori nucleari e le testate delle armi della Harry Truman e del Sea Serpent. Al potere di annientamento della deflagrazione termonucleare si era aggiunto quello di stermino delle emissioni neutroniche: la bomba di Bahramali Atai era diventata anche una superbomba a neutroni. Tutte le forme di vita nel raggio di duecento chilometri dal punto zero erano state distrutte.
Ash Shariqah era un cimitero. I cadaveri giacevano sulla sabbia, sull’asfalto, di traverso sulle tubazioni. Da qualche parte nella raffineria ci fu un’esplosione, le fiamme si levarono crepitando nell’aria satura di radioattività mortale. Il fuoco dilagò, giallo, torrido, ruggente. Inarrestabile.
Il fungo atomico, l’apocalittica costruzione di cenere , detriti e vapore acqueo, si era alzato fino a una quota di quranta chilometri sopra la verticale dello stretto.
Più in basso il fondale oceanico continuava a ribollire. L’esplosione di venti milioni di tonnellate di tritolo aveva provocato una scossa tellurica dell’ottavo grado della scala Richter dei terremoti, L’intero, delicato complesso di tensioni, compressioni e scorrimenti sotterranei tra le grandi zolle tettoniche iraniana e arabica lungo la linea di faglia del Golfo Persico aveva ricevuto un impatto equivalente alla nascita contemporanea di una mezza dozzina di vulcani.
La scossa tellurica attraversò il mantello terrestre, rimbalzò contro la massa ad altissima densità del nucleo e ritornò in superficie. I pennini dei sismografi schizzarono fuori scala in molte parti del mondo: da Ryad, in Arabia saudita a Sofia, in Bulgaria; da Tibilisi a Kandahar, in Afghanistan; fino a Singapore, l’estrema punta della Malacca, seimila chilometri lontana dal punto zero.
I sismografi saltarono, ma ovunque le radio e i satelliti per le comunicazioni tacevano. Nessuno, in futuro, avrebbe mai saputo quante città del Medio Oriente erano state distrutte, oppure quante persone erano morte a causa dei catastrofici terremoti che nei mesi successivi sconvolsero l’intera regione subcontinentale dell’Iran. Terremoti che poi risalirono verso nord e verso est, provocando altre devastazioni nella Russia meridionale, dal Lago d’Aral a al Mar Nero 2.

N. B.
Questo intervento costituisce una versione modificata di un altro pubblicato in precedenza su Carmillaonline, il 13 giugno 2019, in occasione della scomparsa di Alan Altieri.


  1. A. D. Altieri, L’occhio sotterraneo, prima edizione dall’Oglio, Milano 1983 – seconda edizione TEA 1996.  

  2. A.D. Altieri, op. cit., pp. 286-290.  

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Carmillafest 2026: Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie https://www.carmillaonline.com/2026/03/18/carmillafest-2026-valerio-evangelisti-e-larte-delle-insurrezioni-immaginarie/ Tue, 17 Mar 2026 23:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93635 Redazione

A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti. Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e compagno.

Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni,  visioni di mondi migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola [...]]]> Redazione

A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti. Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e compagno.

Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni,  visioni di mondi migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola parola: un immaginario. Ma della stessa cosa ha bisogno anche chi domina, sfrutta e reprime. Valerio affermava che l’immaginario è un terreno di scontro: i ribelli devono liberarlo dalla colonizzazione reazionaria del Potere. Come alcuni nostri redattori scrivevano in una raccolta di saggi di alcuni anni fa (Immaginari alterati) «Occorre liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti. I rappresentanti del potere e dello sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano immaginano e governano sulla base di assunti ritenuti immutabili, coloro che vogliono il cambiamento devono immaginarne e proporne altri.»
Pur nella sua estrema eterogeneità, se la nostra rivista, nei suoi 31 anni di vita prima cartacea e poi digitale, dovesse dichiarare il proprio fondamento teorico, questo appena enunciato ne costituisce una buona approssimazione.

Il 18 aprile i redattori di Carmilla racconteranno la figura umana, artistica e politica di Valerio Evangelisti, la storia di una testata ispirata a una vampira lunare e desiderante come la rivoluzione; analizzeranno il personaggio di Nicolas Eymerich, l’eroe più famoso uscito dalla penna dello scrittore bolognese; dialogheranno sugli orridi venti di guerra, già preannunciati in molti romanzi di Evangelisti; presenteranno le loro ultime novità editoriali. Al termine non mancherà il convivio con cibo, bevande e dj set. Nelle prossime settimane pubblicheremo il luogo dell’appuntamento e il programma, ma intanto segnatevi la data.

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Il nuovo disordine mondiale / 33 – Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi) https://www.carmillaonline.com/2026/03/11/il-nuovo-disordine-mondiale-33-ritorno-al-futuro-per-una-critica-delle-illusioni-perdute/ Wed, 11 Mar 2026 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93384 di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei [...]]]> di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)

Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.

Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:

le domande più importanti sono rimaste senza risposta dall’amministrazione Trump. In particolare, come finirà questa guerra? E quali saranno le implicazioni strategiche ultime della scommessa sull’Iran? La storia dell’intervento militare americano offre una lezione coerente: le guerre iniziate senza chiari obiettivi politici raramente finiscono bene. Quando gli obiettivi politici sono indefiniti o contestati, la guerra manca di un punto di arresto logico. I successi tattici sollevano interrogativi su cosa verrà dopo, mentre le battute d’arresto tattiche diventano giustificazioni per fare di più. La missione si espande, la linea temporale si allunga e la logica originale svanisce sullo sfondo mentre la guerra acquisisce il suo slancio. Il teorico militare prussiano del diciannovesimo secolo Carl von Clausewitz sosteneva notoriamente che la guerra è politica con altri mezzi. Ma il corollario è altrettanto importante: senza un chiaro scopo politico, la guerra diventa un fine in sé1.

Una guerra dai costi militari ed economici altissimi, condotta a discapito non solo dei principali competitor economico-politici, come vorrebbe la vulgata più diffusa, ma anche di molti alleati: dall’Europa ai paesi del Golfo preoccupati dall’evoluzione di un conflitto che non avrebbero voluto fino alla Turchia di Erdogan che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più riluttante a farsi coinvolgere in un conflitto che, probabilmente, la dissanguerebbe a vantaggio di Israele. Compreso Netanyhau, le cui mire sull’Iran e il regime change divergono profondamente da quelle degli Stati Uniti, ancora decisi a trovare un accordo con una parte dell’attuale regime.

Un conflitto “globale” la cui mancata comprensione delle cause rischia di spingere tra le braccia degli interessi dei vari capitalismi nazionali proprio coloro che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro lo stesso: i giovani e i lavoratori (di ogni genere e nazionalità). Offrendo loro in cambio un’alleanza tra le classi tendente a mascherare le responsabilità delle scelte operate da governi, consessi internazionali, imprese e partiti, anche di sinistra e non soltanto di destra, che stanno portando a un risultato i cui prodromi si potevano intravedere negli avvenimenti internazionali già da molti anni a questa parte.

Una farlocca proposta politica che troppo spesso sembra voler mondare non solo i peccati delle potenze europee, ma anche quelli dei regimi autoritari, falsi socialismi e movimenti di liberazione che, dopo aver assolto il loro compito di superamento dei regimi coloniali precedenti, hanno soltanto arricchito le proprie classi dirigenti, in divisa e non, teocratiche o meno, a discapito degli interessi economici e politici di tutte quelle altre che le avevano affiancate nelle lotte di liberazione.

Mentre gli avvenimenti e le contraddizioni sociali degli ultimi decenni hanno invece contribuito a portare alla luce quel substrato di violenza, forza, corruzione, potere economico e militare che da sempre ha caratterizzato non soltanto l’azione coloniale, imperiale e controrivoluzionaria dell’Occidente, ma anche di quelle borghesie che si sono andate affermando negli spazi lasciati liberi dal ritiro dell’onda colonizzatrice di marca bianca e cristiana. Spesso sfruttando i propri giacimenti di materie prime, gas e petrolio per lo sviluppo di sistemi economici basati principalmente su un estrattivismo destinato a nutrire le potenze coloniali da cui si erano precedentemente distaccate oppure i nuovi imperi economici sorti nel frattempo. Uno scambio ineguale (petrolio e gas, oppure ancor peggio zucchero di canna come nel caso di Cuba, in cambio di tecnologia e armi) che ha permesso ampi margini di guadagno per le potenze con cui si erano stabiliti tali accordi di cooperazione (dell’Est come dell’Ovest).

Rapporti tra stati, imperi e classi che sono stati anche la conseguenza delle narrazioni tossiche dei vincitori del secondo conflitto mondiale (USA e URSS), giustificato con la necessità della lotta per la difesa della democrazia liberale oppure del “socialismo in un solo paese” contro il totalitarismo fascista. Una giustificazione destinata a rimuovere dall’orizzonte politico l’autonoma azione di classe, nemica dell’esistente e dell’ordine borghese e imperiale, da qualsiasi parte questo provenga e sotto qualsiasi veste questo si mascheri.

Un’azione che, invece, avrebbe dimostrato nei fatti, come l’insurrezione operaia di Berlino Est nel 1953 oppure la breve esperienza dei consigli operai ungheresi nel 1956, la falsità dell’idea di “socialismo in un solo paese” di staliniana memoria, che confliggeva radicalmente con quella dell’internazionalismo e dell’unità dei proletari di tutto il mondo, e che, dopo aver contribuito all’eliminazione delle opposizioni e le pratiche politiche antagoniste all’interno dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta e nel corso della guerra civile spagnola, era giunta poi a giustificare la necessità della collaborazione tra le classi durante la seconda carneficina mondiale.

Soprattutto quando, sul finire della stessa, i popoli e le classi in rivolta, ma ancora illusi da una visione “frontista” che derivava dai precedenti giri di valzer condotti dai supposti rappresentanti del socialismo al potere con gli avversari fascisti, finirono coll’accodarsi, non sempre con piena convinzione, alla battaglia delle Resistenze in nome della libertà, dell’indipendenza nazionale e della democrazia elettoralistica e parlamentare proposte proprio da coloro che li avevano trascinati in un conflitto che aveva causato centinaia di milioni di morti, precludendo loro ogni speranza di ribaltamento dell’ordine capitalistico internazionale. A differenza, invece, di quanto era successo al termine del Primo conflitto imperialista mondiale.

In tal modo le istanze potenzialmente rivoluzionarie che avevano animato gli intenti dei soldati disertori, degli operai, dei giovani e delle donne che avevano deciso di impugnare le armi per affermare il proprio, reale, diritto alla vita e al godimento collettivo delle ricchezze socialmente prodotte, furono incanalate nelle alleanze con i propri aguzzini che, nel frattempo e dopo essersi serviti dei governi autoritari per reprimere le conseguenze sociali e le speranze in/sorte negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale, avevano deciso di cambiare campo per ri/fondare le nuove nazioni mondate dal peccato fascista e imperialista.

Un periodo di autoritarismi, guerre e distruzioni veniva così ridotto a un breve momento di sbandamento che poteva e doveva essere dimenticato e rimosso dietro alla promessa di una nuova età dell’oro e dei consumi in cui questi ultimi avrebbero dovuto costituire le basi della vera ed unica eguaglianza sociale. Davanti al capitale con qualche miserabile spicciolo in tasca, in cambio della cessione della gestione dell’autonomia di classe ai partiti e sindacati mandatari.

Così anche se, a partire dagli anni Sessanta, in Occidente i movimenti dei lavoratori e dei giovani, trascinati come nel ‘68 proprio dai moti dei popoli delle colonie, riuscirono a ritagliarsi relativi spazi di autonomia politica con forme di lotta che sfuggirono al controllo degli incaricati del mantenimento della pace sociale (Stato, sindacati e partiti social/democratici), lo fecero troppo spesso affidandosi ancora a parole d’ordine d’ispirazione liberale oppure di stampo resistenziale che impedirono di fare completa chiarezza sulle reali cause dei conflitti e delle crisi da cui avevano tratto spunto, dall’Algeria al Vietnam. Finendo così col tradire, sotto l’ombrello di un terzomondismo buono per tutte le stagioni e tutte le cause, oltre che il proletariato delle metropoli imperiali, anche i popoli che ancora lottavano contro i regimi coloniali. Proprio a causa di concezioni politiche ancora ispirate da idee riconducibili sia a quelle liberal-democratiche che a quelle di un “socialismo in un solo paese” da moltiplicarsi per il numero dei paesi coinvolti.

Che sostituivano l’unità del proletariato mondiale con la fiducia riposta in istituzioni internazionali che mai funzionarono se non a vantaggio delle grandi potenze, o in quegli strani conglomerati di paesi ex-coloniali come quello definito, ad esempio, dei “non allineati”, alla cui guida fu designato un uomo come Sukarno che non avrebbe poi mai saputo o voluto opporsi con decisione al massacro dei proletari e dei comunisti indonesiani2 oppure, peggio ancora, con l’alleanza “tattica” con governi o singole nazioni interessate a scalzare la presenza di un avversario imperialista da aree che ritenevano “vitali” per i propri interessi.

Tutto questo andava succintamente ricordato prima di giungere alla recensione del testo redatto collettivamente da InfoAut e pubblicato da DeriveApprodi, per non confondere nemmeno per un secondo quanto qui di seguito sarà detto con le banalizzazioni fin qui denunciate che, su temi importanti come quelli contenuti ne La lunga frattura, rischiano periodicamente di ridurre questioni dirimenti come quelli dell’opposizione alla guerra, all’imperialismo, al colonialismo, se non al modo di produzione capitalistico tout court a livello di semplice partigianesimo se non addirittura a tifoseria da stadio, per cui basterebbe tenere per una delle parti per avere bella e pronta una valida causa per cui battersi. Mentre la realtà è sempre ben più complessa.

Lo sforzo operato dai redattori del testo per fornire una base per un dibattito comune dei movimenti sugli eventi che da qualche tempo scuotono l’ordine sociale e politico occidentale non è certo di poco conto, anche se la collettività del testo forse ha contribuito al far sì che si glissasse su alcune asperità interpretative che avrebbero potuto risultare divisive rispetto alla necessità di dare una prima interpretazione generale di quanto si è annunciato prima.

Il testo inizia proprio là dove una interpretazione più oggettivizzante dei fatti avrebbe invece concluso la riflessione, ovvero mettendo al primo posto le soggettività che hanno dato vita ai movimenti riconducibili allo slogan Blocchiamo tutto! e che hanno visto nel corso dell’autunno del 2025 una straordinaria mobilitazione dal basso riconducibile, in primo luogo, alla difesa del diritto all’esistenza e alla lotta del popolo palestinese e alla contemporanea condanna dell’intervento genocidario dello Stato di Israele a Gaza.

Una mobilitazione di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone che in Italia, e non solo, hanno riscoperto nella strage dei palestinesi e nella loro orgogliosa rivendicazione del diritto a vivere con dignità la propria esistenza una condizione comune, una bandiera in cui riconoscersi non soltanto sul piano dei sentimenti e dell’umanitarismo, ma anche su un altro più direttamente politico, in cui studenti, lavoratori, lavoratrici, membri delle classi medie impoverite, immigrati recenti, giovani di seconda generazione e settori di quel vasto proletariato marginale del cui sfruttamento si nutre l’economia attuale hanno colto la necessità di una comune lotta allargata contro un modo di produzione che sulla guerra, sul massacro dei civili e dei soldati, sulla disoccupazione generalizzata e sull’arricchimento di settori sempre più ristretti della società ha costruito l’unica risposta possibile alle conseguenze del collasso dell’ordine mondiale nato dalla Seconda guerra mondiale. Si badi bene: sia tra i suoi sempre più delusi sostenitori che tra i suoi avversari emergenti dal “brodo primordiale” di conflitti nazionalistici e interimperialistici che dalla crisi del precedente ordine derivano.

E qui, proprio per iniziare a rispondere ad alcune formulazioni espresse nel testo, occorre sottolineare il fatto che l’esistenza di conflitti interimperialistici invece di contribuire alla formazione di un super-imperialismo unificato da un comune interesse, come predetto da Kautsky, citato nel testo, abbia invece condotto ad un inasprimento e a una moltiplicazione dei conflitti locali, regionali e in prospettiva di carattere planetario di cui gli Stati Uniti e la Nato non sono più gli unici e meticolosi artefici. Fatto che il termine “multipolarismo” riassume, come si afferma nel testo, in maniera ancora superficiale e fuorviante.

Proprio a partire da ciò si è potuto assistere, nel corso degli ultimi anni, ad una disgregazione dei rapporti di alleanza occidentali che proprio nella Nato avevano trovato per sessant’anni il loro centro direzionale e motivazionale. Una crisi, di cui Trump è manifestazione e non artefice come molti paiono più o meno sinceramente credere, che fa sì che gli Stati Uniti sentano la necessità, dopo l’illusoria ubriacatura della globalizzazione e averne misurato le effettive conseguenze, di riaffermare con l’uso della forza ampie sfere di influenza da cui ripartire per controllare parti di mondo e materie prime, esattamente come al termine del secondo conflitto mondiale, quando la vera spartizione del pianeta era avvenuta tra USA e URSS.

Una spartizione che ora, però, deve comprendere, oltre alla Russia, un terzo commensale: la Cina. Una spartizione che certo non prelude ad una pace universale ma che, almeno per coloro che la impongono, dovrebbe servire a rinviare nel tempo l’inevitabile scontro per il controllo delle ricchezza e delle risorse del pianeta. Che da parte statunitense, come nella guerra che sta infiammando l’intero Medio Oriente, assume le forme devastanti e autoritarie di una sorta di scacchistico “arrocco attivo”.

Scelta che ha portato il pokerista Trump, come lui stesso ama definirsi, ad agire pericolosamente per mantenere l’egemonia nel controllo delle risorse petrolifere mondiali, nell’illusione, forse, di giungere ad una “soluzione venezuelana” della guerra e dell’assedio marittimo, ma senza tener conto del controllo ferreo del regime degli ayatollah sul territorio e sulle risorse dell’Iran.

Dando vita a contraddizioni, come quelle sulla reale paternità dell’attacco (l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyhau?) e giravolte che hanno condotto la fu superpotenza globale ad agire come una potenza impazzita, «scenario ideale per Cina e Russia»3 e, allo stesso tempo, come il ritardo nella nomina del successore di Khamenei e il fatto che sia Ali Larijani a prendere la parola al posto del neo-eletto Mojtaba Khamenei (ferito?), a rivelare la presenza all’interno del regime di fratture non solo di carattere sociale, che la chiusura delle università a tempo indeterminato e l’invito rivolto agli abitanti di Teheran a non uscire di casa per il pericolo rappresentato dalle possibili piogge acide causate dal bombardamento dei depositi di petrolio fanno intravedere, ma anche interne allo stesso.

Un conflitto che, al momento attuale, ha parzialmente favorito la Russia di Putin attraverso il rialzo dei prezzi del gas e del petrolio, il momentaneo allentamento delle sanzioni proposto dal presidente americano e l’allontanamento della soluzione del conflitto ucraina dalle priorità americane. Così come, nonostante il rallentamento dei rifornimenti energetici provenienti dal Golfo, anche la Cina potrebbe trarre vantaggio dagli spostamenti di capitali da Dubai a Hong Kong e Singapore, secondo investitore estero in Cina e paese con cui i legami di cooperazione si sono andati intensificando e rafforzando nel corso degli ultimi decenni, soprattutto a causa della predominanza dell’etnia cinese al suo interno4. Facendo scrivere sul «Washington Post» che:

Non c’era alcuna minaccia “imminente” da parte dell’Iran che giustificasse la guerra lanciata da Trump il 28 febbraio all’improvviso – e il costo di tale guerra (finanziata con ladessa in deficit in un momento in cui il debito pubblico è già vicino ai 39.000 miliardi di dollari) probabilmente ostacolerà gli sforzi degli Stati Uniti per competere con avversari molto più significativi, in particolare […] Russia e Cina.
La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica dai 73 dollari al barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le sanzioni all’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a finanziare la macchina da guerra russa. Gli Stati Uniti stanno inoltre rapidamente bruciando le limitate scorte di missili, in particolare intercettori antiaerei, di cui l’Ucraina ha urgente bisogno. Il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di combattimenti con l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati utilizzati dall’Ucraina dal 2022. […] Più in generale, tutta l’energia e l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e militare rappresentata dalla Cina. All’inizio degli anni 2000, mentre gli Stati Uniti erano concentrati sulle guerre post-11 settembre, furono colpiti dallo “shock cinese” – un’ondata di importazioni cinesi a basso costo che contribuì alla perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero . Gli economisti David Autor e Gordon Hanson ora avvertono che stiamo per assistere a un secondo shock cinese, che potrebbe essere ancora più destabilizzante del primo.
Mentre Trump bombardava vari paesi, imponeva dazi, scoraggiava gli studenti stranieri dall’andare in America e tagliava i fondi per la ricerca, la Cina stava facendo ingenti investimenti volti a dominare le industrie del futuro. L’Australian Strategic Policy Institute riporta che la Cina è ora leader negli Stati Uniti nella ricerca su 66 delle 74 tecnologie di frontiera, tra cui intelligenza artificiale, superconduttori, informatica quantistica e comunicazioni ottiche. La Cina produce già circa il 70% dei veicoli elettrici mondiali, l’80% degli smartphone, l’80% delle batterie agli ioni di litio e il 90% dei droni. L’anno scorso, circa la metà di tutti i veicoli venduti in Cina erano veicoli elettrici o ibridi. […] Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta spendendo decine di miliardi di dollari per bombardare il regime iraniano e ridurlo in mille pezzi.
È troppo presto per dire chi vincerà la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma, a questo punto, punterei su Russia e Cina5.

Un gioco certamente incerto e pericoloso che, in qualsiasi momento e per qualunque imprevisto, potrebbe trasformarsi in conflitto globale, ma che ha il pregio, proprio per l’affarismo con cui l’attuale presidente americano ha cercato di caratterizzarlo in ogni occasione, di rivelare la vera essenza del modo di produzione capitalistico ovunque e sotto qualsiasi forma esso si sia instaurato6. Dando vita a potenziali regolamenti di conti interni che, come in Venezuela, oltre a favorire l’ingresso delle compagnie americane in settori petroliferi da cui fino ad ora erano state parzialmente o del tutto escluse, lasciano comunque la maggior parte dei diseredati esclusi dall’esercizio di qualsiasi azione politica, pur rischiando sempre di essere coinvolti nella “difesa” degli interessi della Patria e della Nazione.

Questa netta denuncia della separazione degli interessi di classe all’interno di ogni paese, qualsiasi sia il colore della bandiera sventolata dalla borghesia in nome degli interessi nazionali, dovrebbe costituire l’elemento cardine su cui articolare una adeguata tattica e strategia dell’azione di classe: sia che si tratti dell’Iran, dell’Ucraina o di casa nostra. L’italietta in cui il fascino del “secondo” o “terzo” o altro ancora Risorgimento non ha mai smesso di risplendere alla luce dei discorsi opportunistici e fuorvianti, da Gramsci o Togliatti fino a tutti gli altri padri della Patria repubblicana (e prima ancora monarchica e fascista).

Per questo motivo occorre liberare il pensiero e la pratica antagonista dalle maglie degli interessi nazionali presupposti comuni e dai richiami alle alleanze con le “borghesie progressiste” o, soltanto illusoriamente, “nemiche dell’imperialismo”, spesso indotte da movimenti e partiti che hanno pencolato, e pencolano ancora, tra “destra” e “sinistra” cercando di raccogliere e tenere insieme contraddizioni e bisogni che spesso hanno più a che spartire con gli interessi delle classi medie impoverite che con la causa della reale liberazione della specie. Ispirando invece moti che, molto spesso, propendono per comodità e viltà più al fascismo e al suo collaborazionismo tra le classi, nella speranza di far tornare le classi medie in crisi a rivestire un ruolo sociale e a godere di frutti migliori senza per questo rinunciare a quelli che si pensavano essere privilegi ormai “inalienabili”, a discapito di tutti gli altri esclusi.

Così, in questo marasma, la divisione “settoriale” delle lotte di genere, ambientali, antirazziste e per i diritti di cittadinanza ha finito con incrociare le richieste di maggior sicurezza che possono provenire da ampi settori di quelle stesse classi medie, causando un deragliamento ideologico che indebolisce sia la possibilità di vincere sui singoli terreni che su quello più ampio di una attesa trasformazione dei rapporti sociali, politici ed economici.

In tal senso, non vi può essere dubbio che il movimento «Blocchiamo tutto!», invece, ha sicuramente influito positivamente ed è andato nella giusta direzione, unificando i diversi settori di lotta piuttosto che continuare a dividerli, e, almeno da questo punto di vista, le enormi mobilitazioni per Gaza e per la Palestina hanno egregiamente funzionato da banco di prova per un movimento che tenga insieme gli interessi di vasti settori di società con l’internazionalismo. Caratterizzato, però, non dalla solidarietà con gli stati oppure tra stati, ma tra le classi e per la classe dei diseredati.

Da Gaza a Cuba, oggi nuovamente nel mirino del fatiscente impero americano, fino alle donne e agli uomini in rivolta nell’Iran degli ayatollah, il fatto di schierarsi non dovrà più dipendere dalla logica che il nemico del mio nemico è mio amico e quindi dalla simpatia per i singoli governi che, per interessi nazionalistici o di influenza regionale, possono schierarsi contro qualche satrapo occidentale o orientale, ma sulla base di comuni interessi di classe, anticapitalisti e antiimperialisti. Come ha affermato Domenico Quirico in un recente articolo su Cuba:

Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolas Maduro, forse perfino Ali Khamenei [Così] I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale […] Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi7.

Un invito valido per il movimento antagonista, ovunque, da Minneapolis a Milano, dagli scontri per Askatasuna alla Cisgiordania, ma anche in Iran: là dove la necessità della ricostituzione a livello più alto di una comunità umana degna di questo nome e degli strumenti politici per raggiungere tale obiettivo attraverso la soppressione del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo, impone la rottura con ogni fasulla alleanza o fronte con la borghesia, il capitale, sia nazionale che internazionale, e i suoi scherani e funzionari. Anche quando vorrebbero allettarci con offerte dipendenti, sempre, da una maggiore malleabilità dei movimenti e dalla loro rinuncia ad esser irrevocabilmente classisti.

Da qui, e soltanto da qui, occorre ripartire e il testo prodotto da Infoaut può costituire una base iniziale per un confronto allargato sulla ripresa della lotta di classe, a partire dall’opposizione alla guerra poiché quest’ultima costituisce l’aspetto ultimo, più chiaro, divisivo e dirimente dei rapporti tra le classi, fuori e dentro i confini nazionali.

Soltanto nelle lotte, nel tumulto, nella ribellione e nell’insurrezione si manifesta apertamente il temuto demone del comunismo che costituisce ancora l’elemento più pericoloso per l’ordine globale, poiché dà vita nei fatti alla rappresentazione della società futura e della fine delle illusioni politiche, ideologiche e economiche che hanno sostenuto e continuano a difendere un asfittico presente che, per ora, può soltanto vendicarsi con gli strumenti dell’inquisizione politica e della repressione.

Come ha fatto a Torino con i giovani che hanno difeso il diritto del palestinesi e di Askatasuna di continuare ad esistere, colpendo chi ha osato levarsi contro le sue norme. Una soggettività che nessun oggettivismo e nessuna norma o decreto securitario potranno sottomettere ancora a lungo senza ricorrere in modi diversi, ma paralleli, ad un aperto uso della violenza dello Stato nei confronti dei singoli, come a Minneapolis, in Cisgiordania o a Rogoredo, obbligandoci fin da ora a riflettere sul fatto che guerra estesa e guerra civile andranno sempre più spesso di pari passo. Entrambe dichiarate dai governi e dagli stati contro i loro cittadini e la comunità umana.

Considerazioni cui occorre aggiungere che per chi, come il sottoscritto, si occupa da anni di guerre e geopolitica il problema non è tanto di carattere accademico o partigiano quanto piuttosto costituito dalla necessità di individuare in ogni frangente le contraddizioni, le linee di faglia e le crepe in cui poter vittoriosamente inserire la leva costituita da una lotta di classe internazionalizzata e generalizzata in grado di far crollare le pareti dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.

Una concezione che, in assenza di un’azione “proletaria” e classista cosciente e determinata, può accogliere con favore qualsiasi sconfitta degli imperialismi maggiori e, in particolare, proprio di quello americano o della Nato, ma senza per questo mai appoggiare apertamente i nemici borghesi al governo delle nazioni che si contrappongono all’Occidente e ai suoi mastini della guerra oppure chiamando i lavoratori e gli altri appartenenti alle classi impoverite ad affiancare quei governi nel conflitto, ma, piuttosto, incoraggiandoli ovunque sia possibile ad approfittare della eventuale crisi e debolezza dello Stato nazionale borghese per insorgere ed imporre un altro governo della cosa comune. Esattamente come accadde nel 1870 in quel di Parigi: lezione irrinunciabile della storia delle lotte del proletariato internazionale. Oppure, ancora, come fecero i contadini tedeschi fin dal 1525: Omnia sunt communia!.

Un’opposizione alla guerra a fianco dei diseredati e degli oppressi, quindi, e non certo dei governi né, tanto meno, degli appelli di Trump e Netanyhau rivolti al popolo iraniano mentre lo si bombarda. Appelli fasulli ad una rivolta che se fosse davvero tale vedrebbe in prima linea tra i suo avversari le armate americane, israeliane, dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, che tutto potrebbero digerire, compresa la permanenza al potere degli ayatollah e dei pasdaran, piuttosto che un’autentica rivoluzione sociale in grado di rimettere in discussione gli equilibri politici di tutta l’area.

Una posizione, infine, che non può e non deve permettersi di cogliere nel gruppo dei BRICS un’alternativa al modo di produzione dominante, ma soltanto un ulteriore aspetto dello stesso in cui, però, il tradimento di ogni alleanza in nome del proprio profitto oppure, più semplicemente, della propria sopravvivenza, a scapito dei popoli coinvolti e massacrati dai conflitti, costituisce l’elemento determinante per le politiche dei principali rappresentanti degli stessi.


  1. C. H. Kahl, What Is the Endgame in Iran? Trump Needs to Figure Out What He Wants— and Quickly, «Foreign Affairs» 9 marzo 2026.  

  2. Si vedano in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi editore, Torino 2021 e N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026.  

  3. L. Caracciolo, Tre scenari per capire cosa succede ora, «la Repubblica», 1 marzo 2026.  

  4. Si veda: Parte la fuga dei capitali da Dubai. Meglio Singapore o Hong Kong, «La Stampa» 7 marzo 2026.  

  5. M. Boot, There are two winners in Iran. Neither one is America. Oil disruption benefits Russia, as does less U.S. aid for Ukraine. And Iran distracts China, «Washington Post» 9 marzo 2026.  

  6. Sulle diverse e ingannevoli forma del dominio capitalistico sul lavoro si veda qui.  

  7. D. Quirico, I fantasmi di Cuba, «La Stampa» 27 febbraio 2026.  

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Guerra. Per una nuova antropologia politica https://www.carmillaonline.com/2026/03/01/guerra-per-una-nuova-antropologia-politica/ Sun, 01 Mar 2026 21:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92920 di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo [...]]]> di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).

Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).

Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).

Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.

Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).

A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.

In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).

Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).

«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.

Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).

In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.

Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.

Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.

In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).

Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).

Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.

Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).

Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).


 

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Voci dal fronte degli invisibili. https://www.carmillaonline.com/2025/12/16/voci-dal-fronte-degli-invisibili/ Mon, 15 Dec 2025 23:23:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91927 Di Jack Orlando

Sara Reginella; Il Fronte degli invisibili; Exorma Edizioni; Roma 2025; 260 pp. 16,90€

Dal 2022, con lo scoppio della guerra, il Donbass è diventato una terra proibita per i testimoni occidentali. Non che prima fosse sulle prime pagine ma la caccia ai filoputiniani e la conseguente russofobia hanno avvelenato il discorso pubblico.

Tra i pochi testimoni che hanno raccontato dal campo le vicende della popolazione delle due repubbliche separate di Donetsk e Lugansk c’è Sara Reginella, reduce ormai di diversi viaggi. L’ultimo dei quali è raccolto ne “Il fronte degli invisibili”, un volume a metà tra [...]]]> Di Jack Orlando

Sara Reginella; Il Fronte degli invisibili; Exorma Edizioni; Roma 2025; 260 pp. 16,90€

Dal 2022, con lo scoppio della guerra, il Donbass è diventato una terra proibita per i testimoni occidentali. Non che prima fosse sulle prime pagine ma la caccia ai filoputiniani e la conseguente russofobia hanno avvelenato il discorso pubblico.

Tra i pochi testimoni che hanno raccontato dal campo le vicende della popolazione delle due repubbliche separate di Donetsk e Lugansk c’è Sara Reginella, reduce ormai di diversi viaggi. L’ultimo dei quali è raccolto ne “Il fronte degli invisibili”, un volume a metà tra il reportage e il diario di viaggio sentimentale.

Non cerca l’imparzialità; anzi, è chiara la sua affezione al mondo russo. Un’affezione però che non è da propagandista, ma da chi trova casa in una cultura e un luogo lontani da quello natio. Non a caso, infatti, il volume è un continuo gioco di rimandi tra le scene raccontate in presa diretta – tra le persone che vivono vicino alla linea del fronte, a ridosso delle trincee e sotto i bombardamenti – e i propri ricordi d’infanzia, ponti che si creano nella sua vicenda personale tra le geografie dell’Anconetano e quelle di Donetsk.

Ciò che rende interessante il volume è uno sguardo rivolto non tanto alla ricostruzione storica o geopolitica, né agli sviluppi della guerra sul fronte. Sono poche le testimonianze dei generali; piuttosto, quello che emerge è il ritratto delle famiglie, delle persone comuni, storie di lutti personali e aspirazioni frustrate, voci di chi lavora, vive e muore sul fronte senza indossare la divisa. Di quelle persone sulle cui teste si decidono i rapporti di forza delle grandi potenze.

Nei racconti di questi soggetti emerge la concretezza di ciò che significa vivere in guerra.
Viene restituita la realtà dei pensieri e delle ambizioni di una fetta di popolazione che i nostri media hanno rapidamente etichettato come filorussi senza tenere in considerazione, minimamente, le storie di quei territori, le differenti memorie ed eredità che vivono nelle menti di quei cittadini. Nati e cresciuti nello spazio post-sovietico, l’identità di ciascuno è segnata dalla storia del crollo dell’Unione Sovietica e da una vertiginosa quanto drammatica fine di un mondo che ancora non è riuscito a rimettere in equilibrio i propri pezzi.

Attraverso il racconto di Reginella e le altre testimonianze della vita sui due lati del fronte – dal punto di vista delle persone comuni e dei soldati di fanteria – ci si può affacciare oltre le retoriche belliche e dare corpo a questioni geopolitiche che altrimenti restano astratte e imperscrutabili in tutta la loro sterile crudeltà.
La realtà non fa male quando è ridotta a numeri e formule, il sangue lo restituiscono solo le storie.

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