Guerra Franco-Prussiana – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La Storia non sempre si ripete https://www.carmillaonline.com/2023/07/03/la-storia-non-sempre-si-ripete/ Mon, 03 Jul 2023 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77727 di Sandro Moiso

Francesco Dei, Balcani in fiamme. Storia militare della guerra russo-turca (1877-1878), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2023, pp. 424, euro 32,00

Il bel saggio di Francesco Dei, appena pubblicato da Mimesis, permette di svolgere riflessioni, non solo di carattere militare, su molti aspetti dei conflitti alle porte d’Europa, sia di ieri che di oggi. L’autore non è nuovo ad opere del genere poiché, già in passato, si è occupato di conflitti che, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi vent’anni del secolo successivo, hanno visto coinvolte le forze armate russe. Sia nella loro forma zarista che in quella [...]]]> di Sandro Moiso

Francesco Dei, Balcani in fiamme. Storia militare della guerra russo-turca (1877-1878), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2023, pp. 424, euro 32,00

Il bel saggio di Francesco Dei, appena pubblicato da Mimesis, permette di svolgere riflessioni, non solo di carattere militare, su molti aspetti dei conflitti alle porte d’Europa, sia di ieri che di oggi.
L’autore non è nuovo ad opere del genere poiché, già in passato, si è occupato di conflitti che, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi vent’anni del secolo successivo, hanno visto coinvolte le forze armate russe. Sia nella loro forma zarista che in quella di Armata rossa.

Dei, nato a Siena nel 1975 e laureato in Scienza politiche, si è specializzato in storia e cultura dell’Estremo oriente e in storia e cultura della Russia e dell’Europa slava. Appassionato di storia militare, ha pubblicato, sempre per Mimesis nel 2018, “La rivoluzione sotto assedio: Storia militare della guerra civile russa 1917-1922” (a suo tempo recensito su «Carmillaonline» il 27 giugno 2018), mentre nel 2020 ha dato alle stampe una “Storia militare della guerra russo giapponese 1904 – 1905” (LEG, Gorizia 2020).

La guerra affrontata nel saggio attuale è uno delle tante che hanno visto, tra l’età moderna e quella successiva alla metà del XIX secolo, due imperi, quello russo e quello ottomano, affrontarsi sia per il controllo dei Balcani che della Crimea e del Mar Nero. Conflitti in cui, di volta in volta, l’”aggressore” è stato uno dei due paesi, con motivazioni spesso mascherate dietro alla necessità di intervenire in difesa di minoranze etnico-religiose oppure di comunità ribellatesi contro lo zar o il sultano.

Nel caso della guerra del 1877-1878 il pretesto è fornito dalla persecuzione delle comunità cristiane dell’impero ottomano da parte delle milizie irregolari turche basci-buzuk, soprattutto in Bulgaria. Cosa che fornì lo spunto all’impero zarista, custode formale della fede ortodossa, di intervenire per espandere la propria influenza e presenza militare nell’area. A differenza, solo per fare un esempio, della guerra russo-turca del 1768-1774 in cui la parte del persecutore, in questo caso di comunità polacche e ucraine, era stata svolta dalle truppe di Caterina II di Russia e del suo favorito, Stanislao Augusto Poniatowski.

Considerata da molti storici come un conflitto secondario, la guerra russo-turca, nelle pagine e nell’accurata ricerca di Dei si rivela, nei fatti, una anticipazione e prefigurazione del futuro conflitto mondiale, in cui, soprattutto i Russi, utilizzeranno tecniche, strumenti, tattiche e lezioni tratte sia dalla guerra civile americana del 1860-65 che del conflitto franco prussiano del 1870.

Capisaldi trincerati sotto il livello del suolo o posti come rilievi creati con l’artificio di essere circondati e protetti da scavi profondi 4 o 5 metri che mettevano in difficoltà l’assalto delle fanterie e della stessa cavalleria; l’uso di armi da fuoco a retrocarica con gran numero di proiettili a disposizione di ogni soldato; mitragliatrici (prima fra tutte la Gatling così ampiamente utilizzata nel conflitto tra Nord e Sud negli Stati Uniti) e diversi tipi di artiglieria, cosi come l’uso dei primi siluri a propulsione per la marina militare, delinearono con grande anticipo quello che sarebbe stato, sul piano militare, il grande macello del Primo conflitto mondiale che sarebbe iniziato meno di quarant’anni dopo. Preceduta, per quanto riguarda la Russia, ancora dal conflitto russo-giapponese del 1904-1905.

Anche nel numero dei morto e feriti tra i soldati che, secondo i calcoli dell’autore, raggiunse quello complessivo di circa 230.000 caduti, spartiti su entrambi i fronti, nell’arco di soli 10 mesi di scontri.
Caduti che se apparentemente diminuivano rispetto al conflitto in Crimea del 1853-1856 (con un numero di soldati deceduti compreso tra i 363 e 673mila) oppure alla guerra civile americana (con un milione e ottocentomila caduti), costituivano un discreto esempio di macelleria automatizzata moderna se si tiene conto della minor durata del conflitto stesso.

L’autore eccelle sia nella descrizione del conflitto e del suo svolgimento sul campo e a livello politico-diplomatico, che nel descrivere le sofferenze delle popolazioni civili coinvolte. Così come nell’elencare le caratteristiche della capacità di resistenza del popolo russo e del suo esercito e le motivazioni su cui questa si è, spesso, fondata. Cosa che nell’introduzione lo porta a tracciare interessanti paralleli con il conflitto attualmente in atto in Ucraina.

Lasciando, però, al lettore interessato la ricostruzione di quei drammatici avvenimenti che si conclusero con una vittoria russa non coronata dai risultati sperati e con un ulteriore indebolimento di quello che era ormai chiamato il Grande Malato, ovvero l’impero ottomano, occorre qui sottolineare alcune ulteriori riflessioni che il testo di Dei induce a svolgere, pur non trattandole sempre in maniera diretta.

La prima riguarda proprio il numero dei caduti che, dal punto di vista delle perdite puramente militari, avrebbe raggiunto il suo apice nel conflitto 1914-18 e che ci suggerisce che le cifre pornograficamente fornite ogni giorno dai media e dalla propaganda sulle perdite russe (soprattutto) ed ucraine, per il conflitto attualmente in corso, devono essere per stati in precedenza un po’ (se non molto) gonfiate. Secondo fonti del Pentagono, infatti, a tutto aprile 2023, l’esercito ucraino avrebbe sofferto un numero di perdite che potrebbe variare dai 124.500 ai 131.00, compresi 17.500 deceduti in azione; mentre le forze russe avrebbero subito da 189.500 a 223.00 perdite di cui 43.000 sarebbero cadute in azione1. Chiaramente in molti articoli riguardanti l’argomento si è giocato molto sulla traduzione del termine inglese casualties che può indicare sia le vittime che i feriti oppure i morti.

Anche se c’è da osservare come l’attuale conflitto, proprio per la novità rappresentata da alcuni strumenti usati per la prima volta su larghissima scala come i droni, di fatto costituisca sia un passo avanti nelle tecniche militari che un passo, forse due, indietro con il forzato ritorno alla guerra di trincea e il rallentamento della guerra di movimento. Dovuto sia al controllo dello spazio aereo e terrestre con i droni che all’utilizzo di più maneggevoli e micidiali armi anticarro su entrambi i fronti. Mentre allo stesso tempo, il numero delle vittime civili sembra andare in controtendenza rispetto ad un trend storico in cui, dalla seconda guerra mondiale in poi, il numero dei civili uccisi in ogni guerra , allargata o locale, ha sempre ampiamente sopravanzato quello dei militari uccisi.

La seconda riflessione, invece, aiuta a spiegare la tensione e l’attenzione con cui i media liberal occidentali hanno seguito le recenti elezioni tenutesi in Turchia, tifando apertamente per il tutt’altro che liberale avversario di Recep Tayyip Erdogan, Kemal Kilicdaroglu, che aveva promesso un patto più forte con l’UE (e quindi con le sue politiche nei confronti della Russia). Questo perché, al di là delle farlocche dichiarazioni sui “diritti” (poi smentite proprio dalla promessa del pugno duro con i migranti presenti sul territorio turco fatta dallo stesso Kilicdaroglu), quello che interessava allo schieramento occidentale era il far tornare la Turchia “nemica” della Russia come nei decenni e nei secoli precedenti.

Smontare quell’asse che, se non costituisce ancora una vera e propria alleanza con Putin, in realtà fa sì che il paese detentore del secondo apparato militare della Nato (ampiamente rivisitato nei suoi vertici dopo il fallito colpo di stato del 20162, sventato anche grazie all’intervento dell’intelligence russa) non costituisca più quel baluardo anti-russo cui la Storia degli ultimi decenni, ma soprattutto dei secoli precedenti, aveva abituato l’Occidente (e soprattutto il Regno Unito) ad un “sicuro” contenimento verso il Mediterraneo e il Medio Oriente della potenza slava.

Proprio ciò, ovvero la differente politica di Erdogan e della Turchia nei confronti della Russia e delle “volontà occidentali”, costituisce uno dei fatti di rilevanza storica scaturiti prima e confermati durante l’attuale conflitto russo-ucraino. Dimostrando che non sempre la Storia si ripete, uguale a se stessa, così come troppo spesso analisti, studiosi, politici e militari dello schieramento europeo e Nato continuano a pensare per poter fare affidamento su certezze, in realtà, in via di rapido decadimento.

Un’ultima riflessione, che svolge ancora l’autore proprio nel saggio, riguarda infine la debolezza e la vacuità delle trattative diplomatiche una volta che i conflitti sono avviati e non abbiano ancora raggiunto un punto in cui sia chiara la loro possibile conclusione. Cosa che non fa altro che confermare lo sconcerto e la delusione di chi, oggi, dal Vaticano a varie altre entità politiche e statuali, guarda e promuove, con scarsi o nulli risultati, una soluzione diplomatica del conflitto in corso. In questo, sì, la Storia sembra ripetersi ancora, indipendentemente dalle capacità e dal carisma dei promotori delle medesime iniziative3.


  1. Fonte: M. Specia – B. Hoffman, Casualties in Ukraine overwhelm cemeteries, The New York Times International Edition, 21 giugno 2023  

  2. Si veda qui  

  3. Si veda, in proposito, l’intervista concessa dall’ex Capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, Leonardo Tricarico, a Carlo Cambi in «In Ucraina nessuno cerca la pace», La Verità, 12 giugno 2023.  

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Rossa come una ciliegia – di Roberto Gastaldo https://www.carmillaonline.com/2016/03/22/rossa-come-una-ciliegia-di-roberto-gastaldo/ Mon, 21 Mar 2016 23:01:30 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29198 di Roberto Gastaldo

Gastaldo-400x585[Pubblichiamo il prologo del nuovo libro di Roberto Gastaldo, Rossa come una ciliegia. Parigi si ripopola. Parigi si ribella, Habanero Edizioni, 2016, pp. 250, € 16.00. La storia è ambientata negli anni della Comune e della Guerra Franco-Prussiana ed è popolata da numerosi personaggi storici, tra cui Louise Michel, Bakunin, Courbet, Verlaine, Garibaldi, Owen, Cipriani e molti altri. s.s.]

Prologo

All’inizio c’è solo la notte, con qualche piccolo, pallido bagliore ai margini, verso il basso. Nessun suono all’inizio, nessun movimento (ma è [...]]]> di Roberto Gastaldo

Gastaldo-400x585[Pubblichiamo il prologo del nuovo libro di Roberto Gastaldo, Rossa come una ciliegia. Parigi si ripopola. Parigi si ribella, Habanero Edizioni, 2016, pp. 250, € 16.00. La storia è ambientata negli anni della Comune e della Guerra Franco-Prussiana ed è popolata da numerosi personaggi storici, tra cui Louise Michel, Bakunin, Courbet, Verlaine, Garibaldi, Owen, Cipriani e molti altri. s.s.]

Prologo

All’inizio c’è solo la notte, con qualche piccolo, pallido bagliore ai margini, verso il basso. Nessun suono all’inizio, nessun movimento (ma è davvero il cielo che sto vedendo? O è un fiume, o altro?). In un secondo tempo lo sguardo si abbassa e vi entrano le case e le loro luci fioche, ma sono molte meno di quante dovrebbero (come faccio a sapere quante dovrebbero essere le luci? Non ho nemmeno idea di che ora sia). Infine la visione giunge a livello terra, ora si può riconoscere anche il punto di vista: quella che sta vedendo è la strada dove abita, anche se sembra in qualche modo diversa, e non solo perché più buia (il dolore la fa diversa, questa strada è vuota di gente ma piena di dolore. È l’assenza che la colma di dolore).

L’immagine è sempre quieta, anche se non più del tutto immobile, poche figure scivolano in lontananza rasentando i muri, camuffandosi nella propria ombra (sono le ombre a nascondere, o è l’intera immagine ad essere sfocata?). Non è però con gli occhi che si percepisce il dolore in questa notte, per percepirlo servono le orecchie, e non lo colgono come un frastuono, come ti potresti aspettare, ma piuttosto come lamenti, come brevi e deboli grida di rabbia. Lo colgono soprattutto nel silenzio che ovatta i pochi suoni (ci sono davvero dei suoni? Oppure me li immagino perché non so pensare un silenzio assoluto?). L’immagine ora avanza in direzione delle mura che, anche senza vederlo, sa essere nascoste dietro alle case. Avanza lentamente, dubbiosa e oscillante tra i due lati della strada (e tremolante, come se stessi rabbrividendo. Ma io non ho freddo) cercando di sbirciare attraverso le finestre o le porte socchiuse, soprattutto attraverso quelle da cui non escono voci (cosa ci può essere dietro quel silenzio? Dietro quel buio? Forse niente, forse ancora solo assenza). L’immagine avanza ancora, nella notte, nella strada quasi vuota. I movimenti affrettati delle poche figure in lontananza gli comunicano ulteriore oppressione (perché tutti vanno così di fretta? Vogliono nascondere qualcosa, oppure vogliono nascondersi?).

Poco più avanti, sulla sinistra, c’è una delle poche finestre illuminate, smettendo di ascoltare le case buie punta su quella. Le si avvicina mantenendosi nel centro della strada, sempre preoccupato di non farsi scorgere, e sbircia all’interno. Seduta a tavola c’è una famiglia composta da papà, mamma e tre figli. (li conosco? Mi sembra di conoscerli) Sul lato lungo del tavolo, di fronte a lui, un ragazzo sorride affondando il cucchiaio nella sua ciotola e portandolo alla bocca; i due genitori, a capotavola, sembrano anche loro sorridere, anche se in modo più contenuto, mentre si scambiano uno sguardo complice (sono felici, lo vedo che sono felici. Ma allora perché la loro felicità mi sembra sbagliata?). Delle due bimbe Nicolas non può vedere il volto, sono sedute dandogli le spalle, ma il movimento con cui una di loro solleva la ciotola per chiedere altra zuppa ha un che di gioioso (la vista dice gioioso, ma di nuovo il pensiero dice sbagliato. Prima ‘assenza’, ora ‘sbagliato’, queste parole che mi vengono alla mente sono una specie di indovinello?). La donna si alza, si sporge sul tavolo e impugna il mestolo per servire la figlia; assomiglia molto alla madre di Nicolas, anche se pare più magra e forse un po’ più vecchia (più vecchia, o solo più stanca?). Mentre inclina la pentola per raccoglierne meglio il contenuto lui si avvicina alla finestra, mosso dal bisogno di vedere anche i dettagli, anche a rischio di essere notato (vicino alla finestra sarò in piena luce, eppure so per certo che non mi vedranno. Come posso saperlo? Non ne ho idea, eppure lo sento con certezza). Col volto a pochi centimetri dal vetro ora guarda il mestolo sollevarsi, dall’orlo sporge un filamento bianco-rosato dall’impressione nodosa (cos’è quella cosa? Io so cos’è quella cosa, ma non me lo ricordo. Anche quella cosa è sbagliata). Il filamento, assieme al resto del contenuto, finisce nella ciotola che la bimba riporta sul tavolo con un gesto possessivo; nel frattempo la sorella porge a sua volta la propria (ogni dettaglio mi grida che quel che vedo è sbagliato, ma perché? Voglio capire. Devo capire).

Ora si sposta, cercando un angolo diverso, che dalla finestra gli permetta di far scorrere lo sguardo sul resto della stanza, e metro a metro perlustra il tavolo, le pareti quasi spoglie, il lavello, la dispensa, la madia (è una cucina normale, come la nostra. Perché la sensazione di sbagliato aumenta quando penso ‘nostra’?). Sulla madia c’è un piccolo ritaglio di pelliccia, largo poco più di un palmo, di un colore tra il grigio e il marroncino (quel ritaglio è importante. So che è importante, ma come lo so?). La pelliccia è sporca di qualcosa che potrebbe essere fango, ma anche di molte altre cose, alcune delle quali somigliano a resti di cibo, come se quello scampolo fosse finito dentro alla fogna (gli odori. Se non ci fosse il vetro gli odori mi aiuterebbero a capire, ma questa è la sera dell’assenza. Mancano le luci, mancano i suoni, mancano gli odori). Nicolas continua a fissare quella pelliccia, e quello sporco; li scruta a lungo per carpire il loro segreto e poi, all’improvviso, li collega al filamento, e capisce (la coda! il filamento è la coda!), ed è allora che parte il suo urlo, a distruggere quell’oppressione di silenzio e penombra.

[Qui trovate la colonna sonora del libro e un blog in cui potrete assaggiare un po’ di Rossa come una ciliegia]

 

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