Gregory Corso – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Un momento nell’eternità. Ricordo di Lawrence Ferlinghetti (1919 – 2021) https://www.carmillaonline.com/2021/03/12/un-momento-nelleternita-ricordo-di-lawrence-ferlinghetti-1919-2021/ Fri, 12 Mar 2021 22:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65148 di Sandro Moiso

Il 22 febbraio Lawrence Ferlinghetti, l’ultimo esponente della beat generation, ha abbandonato il nostro pianeta. Scopritore di Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e tanti altri, è morto all’età di quasi 102 anni nella sua casa di San Francisco, la stessa città in cui aveva fondato la sua celebre libreria e casa editrice nel 1953: City Lights (Luci della città). Aveva visto giusto quando, ascoltandolo recitare Howl (Urlo), aveva chiesto ad Allen Ginsberg il testo per pubblicarlo; cosa che gli sarebbe costata un arresto e un processo per pubblicazione oscena nel 1956. Accusa da cui [...]]]> di Sandro Moiso

Il 22 febbraio Lawrence Ferlinghetti, l’ultimo esponente della beat generation, ha abbandonato il nostro pianeta.
Scopritore di Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e tanti altri, è morto all’età di quasi 102 anni nella sua casa di San Francisco, la stessa città in cui aveva fondato la sua celebre libreria e casa editrice nel 1953: City Lights (Luci della città).
Aveva visto giusto quando, ascoltandolo recitare Howl (Urlo), aveva chiesto ad Allen Ginsberg il testo per pubblicarlo; cosa che gli sarebbe costata un arresto e un processo per pubblicazione oscena nel 1956. Accusa da cui fu assolto difendendosi da solo davanti al giudice che gli riconobbe libertà di parola e di stampa.

Raccontare la sua vita e la sua opera, dalla sua nascita a New York il 24 marzo 1919, in una famiglia in cui il padre, di origini bresciane, era morto poco prima della sua nascita e la madre era stata ricoverata in manicomio poco dopo il parto per uscirne soltanto dopo sei anni, sarebbe cosa lunghissima (e sicuramente appassionante), ma si preferisce ricordarlo qui con due poesie poco conosciute, scritte all’inizio di questo terzo millennio e pubblicate in Italia da una piccolo, ma eccellente editore bresciano1.

Storia dell’aeroplano
[Sulla musica dell’Inno Nazionale degli U.S.A. eseguito a metà della velocità normale]

E i fratelli Wright avevano detto che pensavano di avere inventato
una cosa che poteva portare la pace sulla terra
(se i fratelli sbagliati non ci avessero messo sopra le mani)
quando la loro meravigliosa macchina volante era decollata a Kitty Hawk
nel regno degli uccelli ma il parlamento degli uccelli era andato fuori di testa
per via di questo uccello fatto dall’uomo e fuggì in paradiso.

E poi il famoso Spirit of Saint Louis decollò verso est
attraversò in volo il Grande Stagno con Lindy alla cloche sotto il casco
di cuoio e con gli occhialini che sperava di avvistare le colombe della pace (e invece no)

Anche se volò intorno a Versailles

E poi il famoso Yankee Clipper decollò in direzione
opposta e attraversò in volo il terrifico Pacifico ma le pacifiche colombe
vennero spaventate da questo arcano uccello anfibio e si nascosero nel cielo d’oriente

E poi la famosa Fortezza Volante decollò irta di mitraglie
e testosterone per rendere sicuro il mondo per la pace e il capitalismo
e gli uccelli della pace non si riuscirono a trovare da nessuna parte prima o dopo Hiroshima

E così poi gli uomini geniali costruirono macchine volanti più grandi e più veloci e
questi grandi uccelli artificiali con le piume a reazione volarono più in alto di qualsiasi
uccello vero e sembrò che volassero dentro al sole e gli si sciogliessero le ali
e come Icaro si schiantassero al suolo

E i fratelli Wright erano dimenticati da un bel pezzo in quei bombardieri
d’alta quota che adesso cominciavano a infliggere le loro benedizioni su diversi Terzi
Mondi ma sempre dichiarando ai quattro venti che cercavano le colombe
della pace

E continuarono a volare e volare finché volarono dritti nel 21°
secolo e un bel giorno un Terzo Mondo si rivoltò e
sequestrò i grandi aerei e li fece volare dritti nel cuore
pulsante dell’America-Grattacielo dove non c’erano voliere né
parlamenti di colombe e in un lampo accecante l’America divenne parte
della terra bruciata del mondo

E un vento di cenere soffia sulla nazione
E per un lungo momento nell’eternità
c’è caos e disperazione

E voci e amori e pianti
e sussurri sepolti
riempiono l’aria ovunque

I denti del drago

Un uomo senza testa corre
per la strada
Ha in mano
la sua testa
Una donna lo rincorre
Ha in mano
il cuore di lui
Le bombe continuano a cadere
seminando odio
E loro continuano a correre
per le strade
Non le stesse due persone
ma migliaia d’altri & fratelli
Corrono tutti in fuga
dalle bombe che continuano a cadere
seminando odio distillato

E per ogni bomba sganciata
germogliano mille Bin Laden
mille nuovi terroristi
Come denti di drago seminati
dai quali germogliarono guerrieri armati
assetati di sangue

E le bombe intelligenti che seminano odio
continuano a cadere a cadere a cadere


  1. Lawrence Ferlinghetti, STORIA DELL’AEROPLANO e altre poesie scritte dopo l’11 settembre, a cura di Damiano Albeni, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2008  

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Patti e Robert: Just Kids https://www.carmillaonline.com/2013/05/29/patti-e-robert-just-kids/ Tue, 28 May 2013 22:08:39 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6013 di Mauro Baldrati

[Just Kids, di Patti Smith, Feltrinelli 2010, pp 293 € 19.00]

Patti_RobertPatricia Lee Smith era una ragazza normale. Non beveva, non amava le droghe, né gli eventi mondani, dove si sentiva fuori posto, impacciata, non conforme. Non era solo per la sua educazione cattolica. Anche Robert proveniva da una famiglia osservante. Da ragazzino era stato chierichetto. Lui le usava le droghe, acidi, fumo, speed ball, e aveva come obiettivo l’entrata a pieno titolo nell’ambiente mondano che seguiva l’onda lunga della Factory. Quando, nel 1969, dopo due anni di privazioni, di fame, di stamberghe pidocchiose (in senso letterale, si [...]]]> di Mauro Baldrati

[Just Kids, di Patti Smith, Feltrinelli 2010, pp 293 € 19.00]

Patti_RobertPatricia Lee Smith era una ragazza normale. Non beveva, non amava le droghe, né gli eventi mondani, dove si sentiva fuori posto, impacciata, non conforme. Non era solo per la sua educazione cattolica. Anche Robert proveniva da una famiglia osservante. Da ragazzino era stato chierichetto. Lui le usava le droghe, acidi, fumo, speed ball, e aveva come obiettivo l’entrata a pieno titolo nell’ambiente mondano che seguiva l’onda lunga della Factory. Quando, nel 1969, dopo due anni di privazioni, di fame, di stamberghe pidocchiose (in senso letterale, si beccavano davvero i parassiti), iniziarono a frequentare il ristorante “Max”, vicino al Chelsea Hotel, il sogno di Mapplethorpe era di sedersi finalmente al tavolo ovale, dove bivaccava la corte della Factory. Andy Warhol, uno dei due miti newyorkesi di quegli anni (l’altro era Bob Dylan), sedeva passivo, distratto, straniato, rarefatto. Ogni tanto regalava ai fortunati di turno un’occhiata, un complimento, una battuta. Prima di uscire di casa Robert curava ossessivamente l’abbigliamento, gli accessori, i capelli. Voleva essere originale, eccentrico, voleva farsi notare. Senza un centesimo in tasca, aveva fatto sua la famosa frase di Hemmings in Blow-up: “Voglio guadagnare un mucchio di soldi./Per fare cosa?/Tutto!” La Patti lo osservava, sorrideva. Non apprezzava Warhol né il suo ambiente, perché era effimero, e celebrava il mondo com’era, mentre lei voleva cambiarlo. Proprio come il “suo” Rimbaud. Però seguiva Robert. L’avrebbe seguito ovunque. Forse perché lo amava. Forse perché era il suo partner artistico, col quale c’era un’intesa perfetta. O forse per tutte queste ragioni, perché erano amici, erano complementari. Perché erano insieme.

Questa infatti è una delle tematiche dell’autobiografia poco reticente di Patti Smith. Quando lei arriva a New York dal New Jersey meridionale, nel 1967, spinta da una voglia ancora confusa, ma selvaggia, di essere un’artista, dall’urgenza di sottrarsi al destino che si prospetta per una ragazza come lei – vale a dire diventare una cameriera come sua madre, che vive soprattutto delle mance dei clienti – da una gravidanza non voluta, e dal dolore di avere consegnato la figlia appena nata a una famiglia adottiva, conosce un ragazzo eccentrico, bello, geniale, buffo: Robert Mapplethorpe. Si intendono subito. Sono due vagabondi, senza un dollaro in tasca. Sono aspiranti artisti. Sono anime gentili e pure. Si innamorano. Vanno a vivere insieme.

patti_smith-mapplethorpeNon c’è nulla di smart in questi 2-3 anni di miseria. Cercano i lavori più svariati (la precarietà era assoluta, si veniva licenziati da un giorno all’altro), camerieri, cassiera, facchino. Hanno il problema immediato del cibo. Saltano parecchi pasti, devono risparmiare anche i centesimi. Cercano mobili e vestiti tra i rifiuti. Vagano per la città cercando di capire cosa fare, come sopravvivere. Di notte disegnano, di continuo. Patti scrive poesie, ispirata dai suoi miti, Genet, Dylan Thomas, William Blake, Rimbaud. Robert ha il pallino delle installazioni, e delle collanine. E’ sempre in attività: confeziona scatole colorate, utilizza stoffe, legno, metallo, crea collages. Eppure non sono due disperati. A volte sono tristi, isolati e affamati, ma sono felici. Perché si vogliono bene, si rispettano e si proteggono. Si fidano. Si sostengono. Sono in due. Sono uniti. Dal racconto emerge chiara la forza dell’unione, della condivisione. Insieme sfidano il mondo, le avversità. Insieme non si perde, mai, perché non esiste il concetto di sconfitta.

Viene spontaneo l’accostamento con altre generazioni di giovani artisti spiantati, disoccupati, affamati. Anche i beat, una ventina di anni prima, vagavano per le città senza un dollaro in tasca e dormivano dove capitava, spinti dalla loro voglia di vivere negata, dalla ricerca frustrata dell’infanzia perduta. Ma erano soli, dentro. Soli con le loro debolezze, con le loro paure. E per questo perdenti, battuti. Mentre ancora una decina d’anni prima, l’anarchico mistico Henry Miller, all’inizio a New York e poi a Parigi, viveva in condizioni estreme di miseria, di fame, ma era con lei. Con la moglie June, Mona nei romanzi. Una coppia granitica, invincibile. E non si trattava certo di una coppia chiusa. Lei faceva la prostituta e portava a casa i soldi (ed era anche discretamente pazza), lui scroccava inviti a cena dagli amici, e magari mentre il marito si assopiva si concedeva una sveltina con la moglie. Henry e Mona erano una coppia trasgressiva. Insieme abbattevano tutti i muri a calci e lui era una happy rock.

Robert Mapplethorpe era trasgressivo, e anche Patti Smith lo era. Ma lei cercava la trasgressione soprattutto con la mente, con l’arte, la poesia, perché in fondo era una ragazza semplice, concreta. Una material girl, ma coi piedi per terra, nulla a che fare coi lustrini e le fuoriserie di Madonna. Invece Mapplethorpe la inseguiva con tutto se stesso, col proprio corpo, con le sue pulsioni spesso in conflitto tra loro. Era trasgressivo in arte, ma non gli bastava. Entrava nell’arte, col corpo e con la mente. Faceva di se stesso un oggetto artistico trasgressivo che spesso finiva per sconfinare nel distruttivo. Patti lo sorprende un giorno nudo davanti allo specchio, alterato, fuori di testa, mentre ripete ossessivamente: “ti amo, ti odio, ti amo, ti odio”. Patti lo conosce a fondo, lo capisce, lo rispetta e lo aiuta. Ma nulla può contro il demone che spalanca le ali nere e lo risucchia nella sua ombra: “l’assillo cattolico della lotta tra il bene e il male stava riaffiorando, quasi imponendogli di scegliere tra l’uno e l’altro”.

Patti_just-kidsJust Kids è soprattutto questo: il racconto autobiografico di una importante unione tra giovani anime ribelli, assetate di purezza, che continuano a essere insieme anche quando prendono strade artistiche e sentimentali diverse. Patti dalla poesia e dal disegno passa alle canzoni, quasi per caso, spinta da Robert e da altri amici. Robert scopre la fotografia, che vivrà come un’attività assoluta, metafisica, usandola come ricerca della santità attraverso il sadomasochismo gay estremo, che alternerà con immagini di fiori di grande lirismo. E’ anche un avventuroso, eroico romanzo di formazione e un ritratto straordinario di Robert Mapplethorpe. Il tutto sullo sfondo di uno scenario epico, dove ci sono tutti: al Max a un tavolo sedeva Janis Joplin, col suo gruppo. Sempre su di giri, tubava con qualche ragazzo carino, il quale a fine serata senza dire una parola se ne andava con “una delle sue tirapiedi”. E lei restava sola. Distrutta. Disperata. Patti l’accompagnava nella suite del Chelsea, la metteva a letto, le asciugava le lacrime, cercava di arginare il suo strazio senza fine. A un altro tavolo Jimi Hendrix mangiava col cappello in testa, di fronte a una ragazza bionda. Jimi, timido e gentile, che un giorno la soccorre, mentre è moralmente a terra, la incoraggia, e si confida con lei: aveva appena acquistato un locale per fondare uno studio di registrazione, progettava di riunire molti musicisti di diversa estrazione e di farli suonare, per giorni, per mesi, finché non avrebbero trovato un linguaggio musicale comune. “Sarà la musica della pace, capisci?” Quello studio diventerà l’Electric Lady, dove, cinque anni dopo, Patti Smith registerà Horses, con John Cale come produttore.

patti-smith.william-burrougNella hall del Chelsea passavano poeti, musicisti, top model, drag queen, stilisti, pittori. Un tipo si avvicinò mentre lei aveva sulla spalla un corvo impagliato, l’accarezzò sulla testa e disse: “sembri proprio un corvo. Un corvo gotico”. Era Salvador Dalì. Passava Gregory Corso, il più grande dei poeti beat, che divenne uno degli amici più cari: enfatico, furioso, entusiasta, ai reading balzava in piedi e si metteva a strillare: “che razza di noia! Che merda! Datti una mossa!”. William Burroughs, “giovane e vecchio al contempo, inarrivabile per una ragazza, ma l’ho amato comunque”. Johnny Winter, surreale, poetico, travolgente, pieno di blues, un’altra delle grandi amicizie di quegli anni.

Just Kids è un racconto che fa tremare i polsi dei più anziani. Quelli che c’erano, o erano nei pressi, e a vari livelli percorrevano le stesse strade. Ai meno anziani, che non c’erano ma hanno avuto genitori di quella generazione, di quelle culture e di quegli stili. E può far rizzare il pelo ai giovanissimi, che a distanza di più di quarant’anni continuano a guardare quei tempi con curiosità che a tratti si fa ossessiva, perché sognano quelle opportunità, quella creatività, quella libertà. Just Kids, senza mai affermarlo, può raccontare la battaglia per rendere reale un ideale. Può aiutare a capire che quando si viaggia per le città desertificate dalla televisione, dalla disoccupazione, dai papi e dai principi, bisogna lottare insieme. E quando il mondo è sempre più triste e ostile, e tutto sembra andare in disfacimento, la battaglia più importante si vince combattendo non contro l’esterno, ma contro la propria solitudine pubblica.

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