Grande guerra – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Poesie dal fronte https://www.carmillaonline.com/2022/12/20/poesie-dal-fronte/ Tue, 20 Dec 2022 22:55:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75249 di Francisco Soriano

La guerra ha spesso rappresentato nella storia degli uomini, con i suoi orrori e le sue derive, uno spazio lirico senza precedenti e una testimonianza fedele sulla fragilità della vita. Lo stesso “war poet” Wilfred Owen poneva l’accento, in un testo scritto nelle trincee ai confini del fronte occidentale nel Primo conflitto mondiale, sulla funzione etica del poeta: “Queste elegie non sono in alcun senso consolatorie per questa generazione. Potranno forse esserlo per la prossima. Tutto ciò che può fare un poeta è mettere in guardia. Ecco perché il vero Poeta [...]]]> di Francisco Soriano

La guerra ha spesso rappresentato nella storia degli uomini, con i suoi orrori e le sue derive, uno spazio lirico senza precedenti e una testimonianza fedele sulla fragilità della vita. Lo stesso “war poet” Wilfred Owen poneva l’accento, in un testo scritto nelle trincee ai confini del fronte occidentale nel Primo conflitto mondiale, sulla funzione etica del poeta: “Queste elegie non sono in alcun senso consolatorie per questa generazione. Potranno forse esserlo per la prossima. Tutto ciò che può fare un poeta è mettere in guardia. Ecco perché il vero Poeta deve essere sincero”.

È grazie all’imprescindibile traduzione di Paola Tonussi (War Poets – Nelle trincee della Prima guerra mondiale, Edizioni Ares, Milano, 2022), già finalista del Premio Comisso con una biografia su Emily Brontë, vincitrice del Premio Vassallini dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti nel 2003 e membro della Società letteraria di Verona, che vengono alla luce in Italia per la prima volta, i versi di poeti coinvolti in azioni belliche durante la Prima Guerra Mondiale e raccolti in una vera e propria “elegia della gioventù perduta”.

La storia dei “War poets” si dipana in uno dei momenti storici più drammatici per la nostra Umanità. L’invasione del Belgio avvenuta il 4 di agosto del 1914, da parte della Germania, colse di sorpresa soprattutto gli inglesi. In Inghilterra erano copiosi i problemi che affioravano a causa della strutturale trasformazione dell’economia e dalle contraddizioni che emergevano da uno sviluppo forsennato e senza regole. Gli scioperi delle industrie più importanti e le proteste che rivendicavano i diritti delle persone cominciavano a destabilizzare il Paese. L’instabilità era quella di una società in crisi di identità per una nuova visione di società che, tuttavia, avanzava veloce verso nuove dinamiche in ogni settore. Inoltre, in Irlanda si susseguivano le rivolte per l’autonomia e in Inghilterra le proteste rispecchiavano nuove rivendicazioni, come ad esempio quelle che riguardavano il diritto al voto delle donne e la richiesta di essere ammesse alle scelte decisionali nelle istituzioni di governo. L’Inghilterra non affrontava una guerra da oltre un secolo e, in Europa, vigeva una consolidata idea di pace. A differenza di quello che era stato programmato dagli aggressori, come spesso capita (lo vediamo anche nell’ultimo conflitto fra Russia e Ucraina), non fu una guerra-lampo e il conflitto non finì presto: nelle trincee ci fu una vera mattanza di giovani e un disastro di dimensioni umane che cancellò una intera generazione. I soldati morivano respirando gas nervini, colpiti dai proiettili e assiderati nel fango, già resi fragili da infezioni e malattie. Il prezzo pagato in termini umani ed economici assunse contorni tragici. Infatti, nessuna delle parti belligeranti riuscì a prevalere in modo determinante. Le capacità distruttive degli eserciti, invece, progredirono nell’intento di uccidere indiscriminatamente: il lanciafiamme fece la sua prima apparizione nella seconda battaglia di Ypres, nel maggio del 1915. Si susseguirono battaglie e massacri infernali. Gli inglesi nella impossibilità di sfondare le difese tedesche, protette razionalmente da filo spinato elettrificato e fortini inespugnabili da nord a sud, gettarono nella frustrazione i combattenti. Per questo motivo fu pensata e realizzata, con risultati a dir poco disastrosi, una manovra di aggiramento con una spedizione a Gallipoli e Salonicco che avrebbe dovuto cogliere di sorpresa il nemico. I “War poets” si distinsero in guerra anche con gesta eroiche, vivificate per lungo tempo come strumento della solita propaganda di guerra, insensata e dolorosa. Quasi tutti perirono, uccisi da cecchini o in scontri fatali fra truppe nemiche: alcuni gettati in fosse comuni per essere più tardi riesumati, altri fecero presto ritorno in Patria ricevendo l’onore della retorica dell’eroe-poeta. Pochissimi tornarono dal fronte occidentale, luogo inesorabile di morte: Ypres e Verdun per ricordarne alcuni ma, anche dai Dardanelli, il disastro ebbe il suo compimento.

In questa visione della guerra come gesto eroico e quasi “ineluttabile” per la difesa della propria terra, possono distinguersi diversi periodi e contenuti che non sembrano, tuttavia, contraddire la prospettiva iniziale della necessità di un conflitto visto soprattutto dal punto di vista dell’aggredito. All’origine dell’avventura bellica, Rupert Brooke fu il poeta che più di tutti, in assoluto, si distinse per fascino e slancio eroico: alla sua morte Winston Churchill scrisse un necrologio, nel “Times” del 26 aprile del 1916, in cui ne glorificava le gesta e il ruolo assunto per la patria. Cercò di eternare il suo talento, morto per suo volere in modo consapevole: “Si aspettava di morire, voleva morire per l’amata Inghilterra, di cui conosceva la bellezza e la maestà; e avanzava verso quel limite in perfetta serenità, con l’assoluta convinzione di quanto fosse giusta la causa del suo Paese, e il cuore sgombro d’odio per i suoi simili”.

Rupert Brooke fu, nonostante la giovanissima età, un critico letterario molto noto nei circoli frequentati dagli intellettuali del tempo: Donne, Marlowe e Webster vennero analizzati secondo i criteri di una nuova poetica e di una rinnovata fase letteraria per l’Inghilterra. Lo stesso Brooke, infatti, insieme a Edward Marsh pubblicò un volume riconosciuto come pietra miliare della letteratura anglosassone e ricordato per il titolo “Georgian Poetry”. Questi scrittori tentarono e interpretarono lo spirito di una mutazione che attraversava tutta la società anglosassone: l’idea era di affrancare la poesia inglese dai modelli vittoriani che non rispondevano più alla narrazione di un quotidiano profondamente diverso dal passato. Le visioni di Brooke in poesia sono un esempio di rara bellezza, vorticosa trasparenza di parole irripetibili in un contesto, come la guerra, che potrebbe apparire al contrario come uno spazio di brutalità dove nulla, oltre la morte, potrebbe essere generato. Eppure Brooke, bellissimo, giovane, con la sua estetica mitica dal fascino cristallino, venne sepolto sul costone di una collina su un’isola greca al cospetto del Mediterraneo, forse come aveva sognato, ricordando la fine degli eroi esaltati nei classici greci come nell’Iliade:

Oh! Noi che conoscemmo la vergogna, là abbiamo trovato quiete, / Dove non c’è male né dolore, e il sonno porta sollievo, / Dove nulla è annientato tranne questo corpo, nulla è perduto tranne il respiro; / Là nulla scuote la lunga pace e la gioia del cuore / Ma solo l’agonia, e anche quella ha fine. / E il peggior amico e nemico è solo Morte.

Come ben ci rappresenta Paola Tonussi nell’introduzione alle sue traduzioni e nelle interviste rilasciate su varie riviste letterarie (in particolare su “Pangea”, Ai confini dell’esistenza. Viaggio lirico e allucinato tra i poeti di guerra – 5 Dicembre 2022), le public schools inglesi formavano i propri studenti “all’autocontrollo e alla disciplina”, anche con lo sport, incoraggiando “una forma di patriottismo consono alle aspettative della loro classe sociale sulla missione dell’Impero”. Inoltre, i “War poets” si riconoscevano per una peculiare qualità distintiva: l’inclinazione quasi incontenibile, nonostante gli orrori e il tempo impiegato in battaglia, alla scrittura di versi, lettere, diari, romanzi. A differenza di Brooke, anche gli altri poeti provenienti dalla stessa classe sociale e dalla stessa visione di società e di mondo, andarono oltre lo spirito eroico denotato nei primi versi, innalzando i loro canti sull’altare di un sacrificio assurdo, disumano e di violenza ancestrale. Uno degli esempi più chiari della consapevolezza di questo orrore, la ritroviamo in Richard Aldington che affermava, in una delle sue splendide poesie, l’insensato divenire della guerra:

Inutile, / Quant’è inutile tutto questo clamore, / Questa distruzione contesa … / Notte dopo notte la luna sale / Superba, perfetta: / Notte dopo notte cantano le Pleiadi / E Orione ondula la cintura di traverso al cielo. / Notte dopo notte la gelata (II – In trincea, Richard Aldington).

Lo stesso Aldington era, prima di partire per il fronte, un poeta e intellettuale dandy, amico di Pound ed Eliot e frequentatore di Hilda Doolittle, la Musa-poetessa incontrastata del mitico Ezra. Dunque, costoro erano già insigni poeti prima di essere soldati al fronte, nel caso di Aldington, con la divisa del reggimento pioniere 11th Leicestershires. Non a caso Paola Tonussi chiarisce che la definizione di “War poets” è “più conveniente che precisa”, nel senso che cerca di mettere assieme poeti partiti per il fronte che non si caratterizzavano solo perché fossero in guerra, essendo nonostante la giovanissima età già famosi poeti. Una definizione che risulta utile per dire semplicemente che “erano lì”, a combattere per la loro patria e, la consacrazione ai “War poets”, “è comunque nei cuori di chi continua a leggerli, nella memoria di chi li ricorda, negli onori tributati nella grande cattedrale di Londra”.

Isaac Rosenberg (1890 -1918)

I poeti di guerra moriranno uno alla volta nelle trincee del fronte occidentale. Charles Hamilton Sorley cadde in azione il 13 ottobre 1915, a Loos, a vent’anni, mentre si lanciava all’attacco a capo della sua compagnia. Venne colpito alla testa da un soldato tedesco. Wilfred Owen fu ucciso a pochi giorni dall’armistizio, il 4 novembre del 1918, mentre con il suo battaglione attraversava il canale Oise-Sambre a Ors. Sepolto in quel villaggio, ai genitori venne recapitato lo zaino con le sue poesie pubblicate postume. Julian Grenfell insignito capitano per le sue gesta temerarie, morì il 26 maggio del 1915, colpito da una scheggia di mortaio mentre sorvegliava i nemici. Nonostante fosse stato soccorso e trasferito presso l’ospedale di Boulogne-sur-Mer, Grenfell non sopravvisse alle ferite. Julian è fra i sedici poeti della Prima guerra mondiale ricordato al Poet’s Corner nell’Abbazia di Westminster. Philip Edward Thomas fu sepolto in Francia, al Commonwealth War Graves Cementery ad Agny. Fu ucciso in battaglia ad Arrass, il 9 aprile del 1917, dopo esservi giunto da pochi giorni. Francis Ledwidge invece venne ucciso presso il villaggio di Boezinge, a nord di Ypres, mentre riparava insieme ad altri commilitoni la strada per Pilkem. Il “poeta dei merli”, così definito per la sua passione per gli uccelli, fu sepolto insieme ai suoi amici caduti al “Memoriale di guerra bretone”, Carrefour des Roses, per essere, infine, trasferito nel cimitero di Boezinge. Isaac Rosenberg venne colpito da un cecchino, probabilmente in località Fampoux, il primo di aprile del 1918, durante un pattugliamento notturno. Prima fu sepolto in una fossa comune, successivamente riesumato e condotto, nel 1926, nel Bailleul Road East Cemetery, vicino al Passo di Calais, in Francia. Anche Rosenberg è fra i sedici poeti della Prima guerra mondiale a essere commemorati nell’angolo dei poeti all’Abbazia di Westminster. Siegfried Sassoon fu uno dei pochi a sopravvivere al conflitto. Arruolatosi nel corpo dei fucilieri Royal Welch Fusiliers con il grado di ufficiale partì per la Francia. Conobbe al fronte Robert Graves che influenzò incisivamente la sua poetica. Sasson fu un impavido soldato e venne insignito dalla Croce al valor militare. Fu gravemente ferito in azione nel 1917 e, per questo evento, decise di scrivere una missiva al Dipartimento di guerra denunciando il conflitto bellico e rifiutandosi di combattere. Su istanza dell’amico pacifista e filosofo Bertrand Russell, il testo venne letto alla Camera dei Comuni. Lo stesso Graves difenderà il compagno, criticato pesantemente in patria, nel tentativo di evitargli un processo della Corte marziale, con le motivazioni che Sassoon venne gravemente ferito e fu successivamente vittima anche da shock da granata. Finalmente ricoverato presso il Craiglockhart War Hospital, venne tenuto in cura dallo psichiatra William Rivers. Fu proprio in quel periodo che incontrò Owen e ne diventò amico, influenzando la sua poesia e spronandolo a scrivere. La svolta tuttavia, dopo tante vicissitudini, fu drammatica quanto sorprendente: ambedue tornano al fronte. Owen trovò la morte e Sassoon fu ancora una volta ferito al capo da fuoco amico. Sassoon si distinse nelle sue raccolte di versi per l’ironia e la condanna di politici, religiosi e generali che, in qualche modo, furono ritenuti responsabili degli eccidi. Il pubblico lo condannò ripetutamente: infatti la figura di anti-eroe che incarnava, non fu gradita in un momento in cui lo spirito patriottico era di vitale necessità. Lo scrittore si dedicò alla scrittura di romanzi e all’attività di conferenziere negli Usa e in Europa. Scrisse testi autobiografici e nostalgiche memorie della vita di campagna anteguerra. Nel 1951 fu insignito dell’Ordine di comandante dell’Impero Britannico e, nel 1957, ricevette la Queen’s Medal for Poetry. Nel 1957 Sassoon si spense e i suoi taccuini vengono conservati a Cambridge.

Interessante e particolare è la funzione e il ruolo che i “War poets” hanno avuto nella mutazione della poesia moderna inglese. Un punto sul quale è ineludibile soffermarsi per capire quanta importanza storica e letteraria abbiano rappresentato. Il consolidamento del loro “canone” ha trasformato radicalmente la letteratura anglosassone. Una mutazione genetica del registro e del lessico che ha completamente stravolto lo stile: per questi poeti l’imagismo e il vorticismo poundiano sembrano aver rappresentato per i loro scritti, rara e ineffabile modernità, quest’ultima concepita come ipotesi concettuale che vivifica immagini e stili senza i gorgoglii barocchi e gli inutili aggettivi folgoranti. Era la lezione di Ezra Pound e del suo affascinante influsso su schiere di poeti e scrittori fino ai nostri giorni. Una svolta poetica che la si ritrova in tutti questi poeti e, in particolare a Harold Monro, Robert Graves e, addirittura, l’ultimo Rupert Brooke. Un processo che si concentrava sulle “istantanee” dal fronte e che non può non farci pensare a Giuseppe Ungaretti, Rebora e Jahier, come la stessa Paola Tonussi ci ricorda:

Con Jahier, Rosenberg condivide conoscenza e riferimenti alle storie bibliche, e sempre con l’orrore quasi surrealista descritto nei versi di Rosenberg ha a momenti assonanze inaspettate Rebora: sto pensando a poesie come Viatico e ancora di più a Voce di vedetta morta –  “C’è un corpo in poltiglia/ Con crespe di faccia, affiorante/ Sul lezzo dell’aria sbranata” –, dove ci sono evidenti similarità tematiche con La discarica dei morti di Rosenberg, un analogo uso crudo delle immagini, stridori di crudeltà a rievocare l’efferatezza della guerra.  Rebora vive poi la stessa esperienza di shock da granata di Owen: ma mentre Owen, che rimane intrappolato giorni in una trincea bombardata con i resti di un amico morto accanto, torna al fronte a morire, Rebora rientra alla vita civile con difficoltà, la mente sconvolta dalla guerra, l’ennesimo Septimus Warren Smith vittima di quanto ha attraversato.

E proprio sul soldato di professione Isaac Rosenberg, di fede ebraica mai più ritornato dal fronte, si concentra l’attenzione per una storia completamente diversa dalle altre. Nato a Bristol nel 1890, Rosenberg è fra i “War poets” unico per estrazione proletaria. Isaac non trovò mai nell’humus dell’Inghilterra aristocratica l’origine del suo fare poesia. Come sottolinea Paola Tonussi nella sua esaudiente introduzione ai testi, egli è semplicemente un “estraneo” fra i commilitoni in trincea, per “povertà, educazione e origini”. Egli si arruolò per riservare un futuro alla sua famiglia affermando consapevolmente che, alla sua possibile quanto insensata morte in trincea, ci sarebbe stata comunque un’indennità per la madre. Combattè al fronte occidentale e, nell’aprile del 1918, fu colpito da un cecchino in un pattugliamento notturno nella località di Fampoux, a nord-ovest di Arras. In un primo tempo trovò sepoltura in una fossa comune ma, nel 1926, fu riesumato e i suoi resti finalmente traslati nel Bailleul Road East Cemetery, Saint-Laurent-Blangy, al Passo di Calais in Francia. Isaac è tra i sedici poeti della Prima guerra mondiale commemorati nell’Angolo dei Poeti all’Abbazia di Westminster. Rosenberg si distinse come poeta con un background da pittore e artista figurativo: già a quattordici anni fu apprendista in uno studio di incisione nel tentativo di sbarcare il lunario nel dopo lavoro, frequentando la scuola d’arte Birkbeck College. Grazie alla beneficenza di signore ebree facoltose che compresero le qualità di Isaac, potè frequentare la prestigiosa Slade School of Fine Art, presso l’Università College di Londra. Fu l’occasione per incontrare prestigiosi artisti come Mark Gertler e David Bomberg, il poeta John Rodker e, grazie a Edward Marsh e Laurence Binyon, pubblicò la sua prima silloge poetica nel 1912: Notte e giorno. Oltre a esposizioni di quadri in importanti mostre e pubblicazioni di versi, il suo palcoscenico sarà, fino alla morte, la trincea. I suoi testi giungeranno a noi anche su pezzi di carta fortuiti. I dettagli delle sue scritture sono chiaramente pittorici, il dolore permeante si insinua nelle “tane” laddove la poesia si erge come ultimo bastione di salvezza in mezzo a tanto delirio e insensato odio fra uomini. La sua poesia metaforica si mimetizza in versi che spesso appaiono ambigui ma, in realtà, nascondono coscientemente interpretazioni ambivalenti. Il suo espressionismo trova spesso sublimazione in versi originali, come ne La discarica dei morti:

La terra li attende /Dal tempo della loro fanciullezza / Fremendo di desiderio per il loro declino: /Adesso finalmente sono suoi! / Nel pieno della loro forza/ Sospesi – fermati e trattenuti.

Intensità e pathos ci trascinano nella descrizione della tragedia senza eguali di quei corpi dilaniati e offesi, umiliati anche dalla consapevolezza di uccidere un proprio simile. La tragedia ben si manifesta con parole emblematiche e devastanti:

Carri sobbalzano e risalgono nei sentieri sconnessi /Frastornati con il loro rugginoso carico, /Sporgenti come corone di spine, / E i rugginosi pali come antichi scettri / A fermare l’ondata di uomini brutali / sui nostri cari fratelli. /Le ruote sussultarono sui morti scomposti / ma non fecero loro alcun male, sebbene le loro ossa scricchiolarono, /Le loro bocche non emisero gemiti. // E in una desolante consapevolezza della morte che prima o poi li raggiungerà: “E noi che, gettati sulla pira stridente /Camminiamo con i soliti intatti pensieri, /Le membra fortunate come nutrite d’icore, / Simili sempre a immortali? /Forse quando le fiamme crepiteranno per noi, / la paura ci si soffocherà nelle vene / E il sangue nel terrore si fermerà.

Liriche intense e sempre velate da immensa pietà per un destino inspiegabile e doloroso, sono gli scritti di Laurence Binyon, “poeta laureato” e funzionario del British Museum, con un ruolo decisivo nella fondazione del Modernismo a Londra. Egli aveva avviato i giovani imagisti come Pound, Aldington e Doolittle all’arte e alla letteratura orientali. Partito per il fronte, fuori età per combattere, ma volontario come inserviente in un ospedale britannico al fronte nell’Alta Marna, scriverà:

Adesso l’odore stantio di sangue si mescola al vivo / Odore puro di erba e rugiada. Adesso luci di lampade / Cadono su facce brune e si aprono occhi pazienti / E labbra dalle risposte gentili, ognuno disteso / supino nella barella, chi di barba incolta / chi di guance imberbi.

Così, Robert Graves con i suoi testi intrisi di bagliore modernista, alla stregua delle poesie di una primordiale “Spoon River”, sognante un ritorno che in cuor suo, sapeva bene, sarebbe presto arrivato:

Che vita vivere e dove andare / Dopo la guerra, Dopo la guerra? / L’abbiamo detto spesso. / Ma ancora vedo splendere il braciere / In quella notte d’aprile, ancora sento il fumo / e l’acredine soffocante del carbone che brucia. / Pensavo: “Un cottage sulla collina, / Nel Galles del Nord, un cottage pieno di libri,  / Quadri e ottoni e angolini confortevoli / E comodi profondi davanzali, / Fiori i  giardino , muri tutti bianchi.

Uno spazio assoluto e incastonato nel tempo imperituro meriterà Wilfred Owen. Sensibilità raffinata, romantico e abitatore di spazi sconosciuti ai più, questo poeta rappresenta forse l’elemento più profondo della poesia, denominata e conosciuta come quella dei “War poets”. Lancinante, senza possibilità di sfuggire al dolore che ci trafigge, alla pietà e alla consapevolezza della barbarie e dell’autodistruzione, prerogativa umana senza eguali, leggiamo versi di rara grandezza:

Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio. /
Ti ho riconosciuto in questo buio: perché così mi guardavi accigliato /
ieri mentre mi attraversavi con il pugnale e mi uccidevi. /
Ti ho schivato, ma avevo mani riluttanti e fredde. /
Dormiamo, adesso …

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La guerra: una questione divisiva, ma dirimente https://www.carmillaonline.com/2022/07/20/la-guerra-una-questione-divisiva-ma-dirimente/ Wed, 20 Jul 2022 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72976 di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini… Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano [...]]]> di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini…
Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano fermarsi, a meno di non risalire alle cannonate del 1898 e a Bava Beccaris, saltando a piè pari, o quasi, una stagione straordinaria di lotte e contraddizioni di classe e nella classe: quella intercorsa nel secondo decennio del ‘900, tra l’avvento di Mussolini alla direzione dell’«Avanti», la Prima guerra mondiale e la formazione del nucleo giovane e intransigente che avrebbe costituito una delle componenti più radicali della Sinistra socialista.

Bene hanno dunque fatto i compagni di «pagine marxiste» a ripubblicare in un unico volume due testi di Mirella Mingardo già precedentemente apparsi in altra edizione (Mussolini, Turati e Fortichiari. La formazione della sinistra socialista a Milano 1912-1918, edizioni Graphos, 1992 e 1919-1923. Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del Pcd’I all’ascesa del fascismo, pagine marxiste, 2011) rivolti a sottolineare l’importanza che la componente milanese di sinistra del Partito Socialista ebbe nelle lotte e nelle riflessioni che precedettero e accompagnarono lo sviluppo della frazione rivoluzionaria all’interno dello stesso. Fino e oltre la scissione di Livorno nel 1921 che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Entrambi i testi erano da tempo esauriti e vengono oggi riproposti in un’edizione riveduta, ampliata, corretta e corredata da un vasto apparato di note biografiche cui hanno contribuito i redattori dell’Associazione Eguaglianza e Solidarietà.

La lettura si rivela immediatamente stimolante non soltanto dal punto di vista storico, ma anche propriamente politico, poiché quelle battaglie e quei fatti, soltanto apparentemente lontani nel tempo, servono ancora a mettere in evidenza carenze, errori e contraddizioni del nostro tempo. Così, anche se in precedenza non sono mancante le opere storiografiche destinate a ricostruire il travaglio politico e i conflitti sociali di quegli anni, i due testi di Mirella Mingardo permettono di ricostruire e collocare gli stessi temi ed avvenimenti in maniera tale da costituire ancora un termine di paragone per quelli attuali.

Prima di procedere nell’analisi dei contenuti, quello che occorre forse sottolineare è che la narrazione dei passaggi che portarono alla scissione del PSI e alla fondazione di un partito comunista rivoluzionario spesso ha privilegiato tre località “forti” per lo sviluppo della corrente più radicale del socialismo italiano di inizio ‘900 mettendo in risalto Torino, Napoli e Milano spesso nell’ordine qui appena esposto.

Se Napoli, descritta fin dall’Ottocento come la “polveriera d’Italia”1 e successivamente come uno dei principali centri di origine del Comunismo e del Fascismo2, aveva visto la presenza determinante di Amadeo Bordiga tra i giovani militanti che avrebbero intrapreso e guidato la lotta per la rivoluzione e il comunismo, curandone in particolare l’impostazione teorica, Torino, definita in un classico della storiografia del movimento operaio italiano come “operaia e socialista”3, ha fondato il suo primato, oltre che sulla combattività della sua classe operaia e del suo proletariato, sulla presenza di Antonio Gramsci, nonostante i tentennamenti che questi ebbe (insieme a Togliatti, all’epoca decisamente “interventista”) nei riguardi dell’opposizione ferma e radicale nei confronti del primo conflitto imperialista.

In entrambi i casi, però, le sezioni locali del partito socialista erano rimaste in mano alle posizioni riformistiche, mentre soltanto a Milano la sezione, fin da prima della guerra era stata diretta dalla frazione di Sinistra dello stesso partito. Il dubbio a cui si perviene, quindi, è che tale spostamento del baricentro della ricostruzione storiografica a favore di Torino sia stato dovuto, in un ambito di ricerca a lungo dominato dalla storiografia e dagli storici legati a doppio filo al PCI, alla necessità di far crescere a dismisura, dopo la sua morte, la figura e il ruolo svolta da Gramsci, e dall’«Ordine Nuovo», nella nascita e nella formazione del Pcd’I: sia per fornire a Togliatti una copertura autorevole per giustificare le sue infinite giravolte e tradimenti all’ombra della (tutt’altro che amichevole) figura di Gramsci4, sia per sminuire, se non proprio denigrare o rimuovere, le figure di Amadeo Bordiga e dell’ancor più odiato, se possibile, Bruno Fortichiari.

Bruno Fortichiari che si rivela essere, nell’ambito della ricerca di Mirella Mingardo, un autentico e intransigente promotore dell’organizzazione non soltanto del lavoro politico della sezione socialista milanese negli anni precedenti la prima guerra mondiale, ma anche dell’opposizione internazionalista alla stessa, una volta scoppiata. Insieme alla sua figura brilla, nell’ambito dell’ organizzazione e dell’agitazione svolta in senso internazionalista e antimilitarista, quella di Abigaille Zanetta (1875-1945), maestra socialista e agitatrice temutissima dalla prefettura milanese e dai vertici moderati e parlamentari socialisti dell’epoca.

Non a caso una donna, in una città e in un’epoca in cui, dall’Italia dei campi e delle fabbriche fino agli scioperi delle giovani operaie di Pietroburgo che diedero inizio alla rivoluzione di febbraio in Russia nel 1917, le donne lavoratrici di ogni età, con o senza famiglia, svilupparono azioni di lotta collettiva che pesarono enormemente sulle politiche dei partiti e le scelte, spesso repressive, degli Stati. Soprattutto prima e durante il primo vero macello imperialista che, oltre tutto, qui in Italia era stato già anticipata dalla guerra di Libia e dall’opposizione che nei confronti di questa si sviluppò in ambito socialista e anarchico.

Se tutta la ricerca sulla Sinistra socialista milanese è profondamente interessante nelle due parti che la compongono, per ragion di brevità, in questo contesto, si è valutato di soffermare maggiormente l’attenzione sulla prima parte, quella che si ferma al 1918 con la fine della guerra.
Periodo burrascoso che vedrà l’ascesa di Benito Mussolini e il suo conseguente allontanamento dal partito, l’affermazione di Fortichiari e dei compagni a lui più vicini alla guida della sezione socialista di Milano e, infine, anche il progressivo attestarsi della componente riformista, guidata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff, su posizioni sempre più collaborazioniste con gli interessi del governo e del capitalismo italiano.

Il fatto veramente interessante, nella ricostruzione e analisi di quegli eventi e personaggi, è dato dal fatto che fino a quando la battaglia interna e sulle piazze sarà condotta sul piano della lotta economica e dei diritti dei lavoratori oppure della validità del suffragio universale o, ancora, della corruzione dei quadri parlamentari socialisti più orientati alla collaborazione filo-governativa o la loro appartenenza alla Massoneria, tutte le componenti riusciranno comunque a trovare un equilibrio, per quanto conflittuale, che permetterà alla struttura partito di procedere nel suo cammino. Anche se, come afferma l’autrice:

Sin dai primi mesi del 1912 la divisione già presente nell’ala destra del partito si rivelò insanabile, sia nel convegno nazionale contro la guerra organizzato a Milano dai riformisti di sinistra, che nel dibattito avvenuto alla Camera per ratificare il decreto reale di annessione della Libia. In questa sede i contrapposti interventi di Bissolati (che pur criticando l’impresa libica manteneva il suo appoggio al Ministero Giolitti) e di Turati (che espresse l’opposizione della sinistra alla politica governativa) sancirono pubblicamente la scissione fra i due riformismi5.

Di tale situazione poterono approfittare da una parte la Frazione rivoluzionaria, che nel giro di poco tempo riuscì a conquistare la maggioranza delle sezioni di un certo rilievo, anche se, come si afferma ancora nel testo, «l’ascesa dei rivoluzionari fu soprattutto “il frutto di uno sforzo di carattere organizzativo” che non corrispondeva ad un radicale rinnovamento “di idee e di programmi”»6. Dall’altra lo stesso Mussolini che, dopo esser da poco rientrato nelle fila del partito, al successivo XIII congresso del Partito Socialista, tenutosi a Reggio Emilia il 7 luglio del 1912, riuscì ad ottenere l’espulsione dal partito dei deputati Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca, individuati come rappresentanti della destra riformista.

Episodio che, dopo il tentativo fatto da Bonomi di presentare le scelte parlamentari della destra come sforzo di riconciliazione con lo Stato per «imbeverlo della forza operaia e popolare» in attesa di porre fine al «divorzio tra capitale e lavoro», sancì la prima significativa scissione nella storia del Partito Socialista7.
In tale contesto occorre cogliere l’affermazione delle forze più giovani e intransigenti del partito raccolte in buona parte nella federazione giovanile, ma anche «lo sviluppo di nuove forze sociali che la lunga depressione e la guerra libica avevano contribuito a creare»8.

Mentre già il primo conflitto mondiale andava accumulandosi a livello economico, militare e politico, fu possibile un breve periodo in cui le forze radicali interne al Partito socialista, il sindacalismo rivoluzionario e quello della Confederazione Generale del Lavoro poterono convivere, anche se in maniera spesso conflittuale, con l’ala riformistica del partito stesso.
Ma il colpo di pistola di Sarajevo del 28 giugno 1914 avrebbe significato non solo l’avvio di un conflitto tra imperi non più procrastinabile, ma anche il processo che avrebbe dato inizio al disfacimento della Seconda Internazionale e dello stesso partito socialista italiano.

Ed è proprio nel corso dell’anno che separò l’inizio delle ostilità tra le forze della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa e l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, che tutti i nodi vennero al pettine, dimostrando come la questione dell’atteggiamento da tenersi nei confronti della guerra imperialista sia sicuramente estremamente divisiva ma, anche, dirimente più di qualsiasi altra sul piano delle politiche riformistiche, nazionaliste oppure rivoluzionarie.

Fa bene la Mingardo a sottolineare come Mussolini, indicato sempre come unico e vero traditore delle posizioni neutraliste del partito italiano, fosse in realtà in buona compagnia sia all’estero, dove i partiti socialisti tedesco e francese furono prontissimi ad approvare i crediti di guerra, sia in Italia dove sia all’interno del Partito che tra le altre forze di opposizione, sindacali e finanche anarchiche, furono tantissime le “conversioni” alla causa della guerra.

La prime contraddizioni inizieranno a manifestarsi proprio durante la cosiddetta “settimana rossa”, quando nel giugno del 1914, preceduta dagli scioperi dei ferrovieri e delle sigaraie, si sviluppò a partire da Ancora un movimento insurrezionale, che si estese in breve tempo ad altre regioni e che metteva insieme l’antimilitarismo con la protesta sociale per le condizioni salariali e di vita. Come annota la Mingardo:

Gli scontri sanguinosi della città marchigiana e la protesta spontanea che a macchia d’olio si estese in tutta la penisola non furono soltanto la reazione alla lunga serie di eccidi che distinsero l’Italia post-unitaria, ma rappresentarono nuovamente l’esplosione di una latente e disordinata carica rivoluzionaria delle forze proletarie.
Se sorprendente è l’assenza del partito, colto alla sprovvista dalla vastità del moto, ancor più sorprendente è l’assenza di Mussolini […] Il paese si rivolge al partito e al giornale, invoca una parola d’ordine, più volte preannunciata, “ma dietro la carta stampata dell’«Avanti!» non c’è niente”9

Citando Bozzetti, autore di Mussolini direttore dell’«Avanti!», aggiunge poi ancora: «Dopo aver predicato per anni la guerra, dopo aver identificato nel militarismo il nemico numero uno, dopo aver seminato l’odio contro le istituzioni militari […] quando scocca l’ora X Mussolini non è al suo posto»10.
L’ex-rodomonte socialista iniziava così a mostrare di che pasta fossero fatte le sue “radicali” affermazioni e a scivolare lungo il pendio che ben presto lo avrebbe portato tra le braccia dell’interventismo, del nazionalismo patriottardo e del militarismo stesso.

Il contesto in cui finirono col confrontarsi le differenti e irriducibili posizioni sulla guerra si rivela, attraverso le pagine del libro, non molto diverso da quello odierno, soprattutto per quanto riguarda il malessere che ben presto iniziò ad esplodere tra le classi popolari oltre che per il lento scivolamento verso la stessa proprio di quelle posizioni che pur volendosi “neutraliste” iniziarono a manifestare un atteggiamento decisamente anti-teutonico, pur dichiarandosi ancora non favorevoli ad un’entrata in guerra. Insomma un neutralismo che manifestava, nella sostanza una particolare avversione per uno dei contendenti del conflitto: quello austro-ungarico.

Posizione che iniziò a rivelare come le dichiarazioni indipendentiste e patriottiche di irredentisti come Cesare Battisti spingevano, inequivocabilmente, alla guerra nei confronti degli usurpatori delle “terre italiane”. Come afferma in un suo testo Luigi Cortesi, citato dall’autrice:

Questi atteggiamenti (anti-teutonici-NdR) ridimensionano qualitativamente la tradizionale leggenda di un PSI su posizioni coerentemente internazionalistiche. Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – esplicitamente o implicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filio-intesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti11

Mussolini nel frattempo, infiammando l’«Avanti!» con titoli come L’orda teutonica scatenata in tutta Europa, spingeva nella stessa direzione, oltre tutto rendendo ancora più evidente la sua tendenziosità nella cronaca bellica in cui, nonostante l’agosto del 1914 si fosse rivelato un mese di disfatte per gli eserciti dell’Intesa, i titoli del giornale socialista davano l’impressione che in realtà stessero vincendo. L’antitriplicismo però non era patrimonio del solo Mussolini poiché

da destra a sinistra il disorientamento percorreva il partito. Accanto alle dichiarazioni di alcuni riformisti (quali Treves12, Turati, Mondolfo, Graziadei) favorevoli alla “neutralità relativa”, emergevano le conversioni dei sindacalisti Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Decio Becchi, Livio Ciardi; dell’anarchica Maria Rygier13.

Mentre i partiti della cosiddetta sinistra finivano con lo schierarsi per un aiuto reale alle democrazie occidentali, l’unica voce a levarsi chiaramente contro la guerra fu quella di Amadeo Bordiga che, in un articolo pubblicato sull’«Avanti!»14, denunciava «le simpatie di “molti compagni” verso l’Intesa e demoliva le artificiose distinzioni tra guerra di offesa e guerra di difesa. La borghesia di tutti i paesi era la vera responsabile del conflitto o, meglio, lo era “il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica” aveva “ingenerato il sistema dei grandi armamenti”»15.

Bruno Fortichiari, collocandosi su altrettanto chiare posizioni intransigentemente antimilitariste e anti-imperialiste, poneva sullo stesso piano i blocchi contendenti, poiché l’Italia non doveva assolutamente lasciarsi «sedurre dalle sirene della Duplice Alleanza e della Triplice Intesa che indubbiamente prevedeva e attendeva l’aggressione per soffocare la Germania militarista e imperialista sì, ma anche forte concorrente nel campo industriale e coloniale»16.

Ma il testo edito da «pagine marxiste» ci rinvia al presente non soltanto dal punto di vista delle contrapposizioni ideologiche e politiche.

I paesi del vecchio continente non poterono sfuggire alla crisi generale che investì l’Europa allo scoppio della grande guerra. Sin dall’estate del 1914 l’economia italiana si trovò a fare i conti con il blocco navale inglese che impediva l’accesso nel Mediterraneo alla flotta della Triplice. Il provvedimento comportò l’aumento vertiginoso dei noli marittimi e “l’interruzione totale del traffico via mare da e per la Germania e l’Austria-Ungheria, e la più stretta dipendenza dall’Inghilterra per i rifornimenti”.
La mancanza di materie prime o il rallentamento nella loro fornitura, i provvedimenti governativi sulle restrizioni del credito e del commercio con l’estero, ebbero un’immediata ripercussione nell’economia: alle gravi carenze del mercato corrisposero il rialzo del costo della vita e l’aumento preoccupante della disoccupazione […] A peggiorare le condizioni di vita della sempre più numerosa popolazione disoccupata, contribuì la lievitazione del prezzo del pane. L’aumento incontrollato dell’alimento base fece scoppiare ovunque il grido di rivolta17.

Tumulti si ebbero a Bari, Caltanisetta, Napoli, Palermo, Catania, Pisa, Molfetta, Bitonto, Faenza con una forte presenza femminile all’interno delle stesse, spesso violente, manifestazioni affrontate con violenza superiore da parte dello Stato e con la dichiarazione dello stato d’assedio in alcune città coinvolte. Mentre, allo stesso tempo, il Governo e le forze di polizia permettevano e giustificavano le manifestazioni interventiste, spesso gonfiate artificialmente nei numeri ad uso della propaganda a favore della guerra.

Milano sia nel 1914 che nell’opposizione alle “radiose giornate di maggio” del 1915 fu spesso in prima linea con i suoi proletari, le lavoratrici e anche le donne della campagna circostante che protestavano sia per il peggioramento delle condizioni di vita che per il fatto che mariti e figli fossero stati richiamati o chiamati per la prima volta alle armi, aggravando così le già difficili condizioni economiche famigliari.

Di fronte all’inevitabile, la direzione del partito indirizzò al proletariato l’ultimo e drammatico manifesto inteso a separare le proprie responsabilità da quella delle correnti che avevano voluto la guerra. La lotta veniva rimandata al dopo, alla fine del conflitto. Il partito intanto si poneva “in disparte” – come scrisse l’«Avanti!» del 24 maggio 1915 – lasciando che la borghesia facesse la sua guerra18.

Fingendo una patina di nobiltà morale, la dirigenza socialista nazionale abbandonava definitivamente al suo destino un proletariato ancora combattivo che, però, avrebbe potuto essere indirizzato soltanto da un’organizzazione totalmente dedita al rovesciamento rivoluzionario dell’esistente, cosa che, certamente, il PSI non era e non voleva essere nella maggioranza della sua rappresentanza parlamentare e intellettuale.

Ma a gettare ancora benzina sul fuoco mai spento delle braci insurrezionali e rivoluzionarie giunsero nel 1917 le notizie provenienti dalla Russia e dalla rivoluzione che si era andata sviluppando colà. Fu così che nel maggio dello steso anno a Milano e poi ad agosto a Torino tornarono a svilupparsi violente azioni di massa contro la guerra, in cui la classe operaia, ancor prima dei militanti del partito fu in prima linea e sulle barricate.

E proprio a Milano, durante quelle manifestazioni portate avanti in maniera estremamente dura proprio dalle donne, Turati ebbe modo di osservare quaanta fosse la distanza che ormai separava l’ala riformista dalle masse che pretendeva di rappresentare in parlamento.
«Vogliono far la pelle ai signori – scrisse infatti ad Anna Kuliscioff – fra i quali, beninteso, siamo anche noi»19.

Prima della spesso e oggi fin troppo bistratta scissione del 1921 a Livorno, a rompere con il riformismo del PSI fu prima di tutto il proletariato delle grandi città industriali oppure trasferito al fronte e in divisa nel 1917.
Poi, nel novembre dello stesso anno, arrivò anche la risposta di migliaia di soldati italiani che autonomamente, e ancora una volta lasciati soli e privi di qualsiasi indicazione politica, abbandonarono il fronte e le trincee a Caporetto. Mettendo in pratica, senza magari neppure conoscerla, la parola d’ordine che era corsa lungo i fronti di guerra a partire dalla Francia: Facciamo come in Russia!

Ma la direzione nazionale del partito e Turati in particolare avrebbero continuato a procedere sulla linea di una sempre più stretta collaborazione col Governo in carica, sventolando la bandiera della “necessaria solidarietà” nei confronti dei profughi in fuga dal territorio profondo 70 chilometri in cui erano penetrate le truppe della Duplice, occupandolo. Un vero record nello sfondamento delle linee, visto che all’epoca la guerra permetteva di avanzare al massimo di qualche centinaio di metri al giorno.

La mobilitazione governativa e poliziesca affinché lo scontento interno non raggiungesse i soldati delle trincee si era già manifestata precedentemente, mentre i ferrovieri trasportavano verso le truppe al fronte i volantini inneggianti alla protesta e alla rivolta che la Sinistra intransigente cercava di diffondere a tutti i livelli. Nelle fabbriche, d’altra parte, il clima era diventato irrespirabile per le maestranze, poiché anche i lavoratori dovevano ormai rispondere ad un’autentica mobilitazione e militarizzazione del lavoro, in cui anche gli scioperi avrebbero potuto esser trattati come tradimento e diserzione.

Michele Fatica, citato dalla Mingardo, ha scritto in proposito:

Niente poteva essere più ben accetto alla borghesia industriale quanto la riduzione dell’operaio salariato alla condizione di lavoratore forzato. I dipendenti delle aziende dichiarate ausiliarie passano sotto la giurisdizione militare, quindi gli scioperi e le assenze ingiustificate vengono configurati come reati di ammutinamento o di diserzione20.

Dopo Caporetto alla vigilanza poliziesca e militare si aggiunse l’appello dei riformisti e di Turati alla collaborazione per un “governo di unità nazionale” per superare il ”difficile momento”. In antitesi con le affermazioni di Abigaille Zanetta, che aveva sostenuto che i socialisti dovevano «guardare a tutto ciò che si agita e si muove nelle masse, col proposito di assisterle, solidarizzare con esse, per averle collaboratrici al raggiungimento dei nostri ideali», Turati aveva già precedentemente affermato che «”solo l’isterismo e l’impulsività” potevano consigliare movimenti di folle, mentre l’azione del partito socialista doveva esser guidata “dalla riflessione e dalla ragione”»21.

Nell’estate precedente Caporetto, Lazzari (segretario del PSI dal 1912 al 1919) aveva rivendicato al partito “una tradizione di miglioramento sociale e di bontà” che non permetteva di contestare “il naturale sentimento di preferenza e di amore per il paese natio”, mentre dal fronte della futura frazione comunista la Zanetta

si soffermò sull’annoso dibattito riguardante il rapporto tra socialismo e patria e, negando a quest’ultima la propria “essenza”, sostenne “la necessità di demolirla”. L’oratrice inoltre affermò che la pace non doveva essere il fine ultimo del partito, anzi, a guerra conclusa, questo doveva “approfittare dei momenti di debolezza della classe capitalista per abbatterla” e facilitare l’avvento del socialismo22.

Bordiga già in precedenza aveva negato che compito del partito fosse quello di risolvere i problemi creati dal capitalismo stesso e che questo era impossibilitato, per proprie dinamiche, a risolvere.
Tutte queste affermazioni dimostrano che l’opposizione di sinistra era ormai passata ad una «matura scelta di classe che la guerra aveva contribuito a far emergere»23.

Lo spazio concesso da un articolo e da una recensione impediscono di approfondire maggiormente l’analisi di un testo che si rende indispensabile per chiunque voglia non solo approfondire la storia del movimento operaio e della Sinistra Comunista, ma anche per tutti coloro che, nella confusione oggi imperante sul tema della guerra, vogliano trovare un modello comportamentale e di analisi che superi con un subitaneo colpo d’ala tutte le inutili discussioni su guerra di aggressione o di difesa “dei patri confini”, diritti “umani” e tutte le altre infingardaggini liberal-democratiche che offuscano la reale funzione della guerra nella stagione, non ancora finita, degli imperialismi che già avevano infiammato i fronti europei di inizio ‘900, ottenendo però allora una ben diversa risposta politica e di classe. A Zimmerwald, Kienthal, Pietrogrado, Milano e Caporetto.

Poiché oggi come allora, la guerra tra stati e imperi, a differenza di quanto troppo spesso si afferma o si crede, non costituisce affatto un’eccezionalità in regime capitalistico, l’azione contro la stessa non può essere guidata ad un’impossibile unità di intenti tra forze agite da interessi diversi tra di loro, ma soltanto da una chiara visione del suo divenire e del necessario superamento delle contraddizioni insite nel modo di produzione che l’ha generata come inevitabile conseguenza della sua sfrenata ricerca di controllo delle ricchezze, dei mercati e delle risorse disponibili a livello planetario (lavoro umano compreso).


  1. Si veda: Giulio De Martino, Vincenza Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori Editore, Napoli 2004  

  2. Si veda ancora: Michele Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971  

  3. Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, Torino 1958  

  4. Si vedano: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, (a cura di Chiara Daniele), Einaudi, Torino 1999 e Giancarlo Lehner, La famiglia Gramsci in Russia, Mondadori, 2008  

  5. M. Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 25-26  

  6. M. Mingardo, op. cit., p. 26  

  7. op. cit., p. 27  

  8. Ibidem, p. 26  

  9. Ibid., p.99  

  10. G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’«Avanti!», Feltrinelli 1979, pp. 160-163 cit. in Mingardo, op.cit., p. 99  

  11. L. Cortesi, Le origini del PCI. Vol. I Il PSI dalla guerra di Libia alla scissione di Livorno, Laterza 1977, pp. 86-87, cit. in Mingardo, op. cit., p. 108  

  12. Che avrebbe dichiarato che la neutralità non era “un dogma, un imperativo categorico” e che “il vantaggio che oggi si conclama domani può non ravvisarsi più”. Non neutralità “passiva” dunque, ma “attiva ed energica” in La nostra neutralità, «Critica Sociale» (rivista teorica del partito diretta da Filippo Turati), 15-31 agosto 1914  

  13. M. Mingardo,op. Cit., p.109  

  14. A Bordiga, In tema di neutralità. Al nostro posto!, «Avanti!», 13 agosto 1914  

  15. M. Mingardo, op. cit., p. 111  

  16. B. Fortichiari, Abbasso la guerra!, «La Battaglia Socialista», 12 settembre 1914 cit. in Mingardo, op. cit., p.115  

  17. ibidem, pp140-141  

  18. ibid., p. 166  

  19. F. Turati-a. Kuliscioff, Carteggio, vol.IV. 1915-1918. La grande guerra e la rivoluzione, p. 501, lettera del 3 maggio 1917, cit. in Mingardo, op.cit., p. 206  

  20. M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971, p.428 cit. in Mingardo, op. cit, p.210  

  21. Mingardo, op. cit., p.213  

  22. ibidem, p.225  

  23. ibid., p.226  

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O tutto o nulla. I vecchi, i giovani, la guerra e la rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2020/02/19/o-tutto-o-nulla-i-vecchi-i-giovani-la-guerra-e-la-rivoluzione/ Wed, 19 Feb 2020 20:46:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58053 di Sandro Moiso

Luca Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 290, 22,00 euro

“O tutto o nulla, noi dicevamo. E la guerra ci ha dato ragione. O tutto o nulla deve essere il nostro programma di domani. Il colpo di mazza, non lo sgretolamento paziente e metodico “ (Vecchiezze in «Avanti», 13 luglio 1916 )

Il testo di Luca Gorgolini, nel ricostruire le vicende della gioventù socialista italiana dall’inizio del XX secolo fino alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, ha certamente [...]]]> di Sandro Moiso

Luca Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 290, 22,00 euro

“O tutto o nulla, noi dicevamo. E la guerra ci ha dato ragione. O tutto o nulla deve essere il nostro programma di domani. Il colpo di mazza, non lo sgretolamento paziente e metodico “ (Vecchiezze in «Avanti», 13 luglio 1916 )

Il testo di Luca Gorgolini, nel ricostruire le vicende della gioventù socialista italiana dall’inizio del XX secolo fino alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, ha certamente più di un merito.
E non soltanto nell’ambito della storiografia politica.
Riesce infatti a ricostruire il clima sociale e politico di un ventennio in cui, all’interno di uno stesso ceppo socialista o socialisteggiante, si vennero a creare le condizioni sia per la formazione di una nuova formazione politica rivoluzionaria che di un movimento politico e sociale di estrema destra.
Entrambe le esperienze infatti, sia dal punto di vista organizzativo che ideologico, rappresentavano sicuramente un approccio alla politica di massa impensabile soltanto qualche decennio prima.

Entrambe le correnti, sia quella destinata a dar vita nel 1921 al Pcd’I che quella destinata ad animare le origini del fascismo mussoliniano, presero vita in un contesto in cui le contraddizioni sociali ed economiche, oltre che imperialistiche, sviluppatesi a partire dal tumultuoso sviluppo del moderno capitalismo industriale e finanziario in Europa e in America, sarebbero sfociate da un lato in forme di lotta di classe e reazioni politiche di parte proletaria difficilmente esperite in precedenza (anche solo per il crescente numero di lavoratori coinvolti) e dall’altro nella prima e violentissima carneficina mondiale, definita poi, in seguito e disgraziatamente, come Grande Guerra.

Ma un elemento di importanza capitale che l’autore sottolinea e risottolinea continuamente, a ragione, è sicuramente quello dello scontro generazionale che si sviluppò all’interno della compagine socialista, non solo a livello nazionale.
Elemento fondamentale di uno scontro che vide protagonisti, all’interno del movimento socialista internazionale e nel Partito Socialista nato in Italia nel 1892, da una parte i fondatori di tali esperienze, rinchiusi sempre più all’interno di un’azione parlamentare che, spesso, non rispettava certo il mandato della base sociale che avrebbero dovuto rappresentare e che faceva del riformismo l’orizzonte ultimo della propria azione, e dall’altra una generazione più giovane e sensibile dal punto di vista politico e sociale che chiedeva un radicale stravolgimento di quell’impostazione, ormai destinata a rinviare all’infinito qualsiasi reale mutamento all’interno dell’ordina sociale ed economico esistente.

Giovani contro adulti e rivoluzione contro riformismo e parlamentarismo: questi furono i due binari lungo cui si svilupparono le battaglie interne alla compagine socialista. Battaglie cui lo sviluppo delle politiche imperialistiche e coloniali avrebbero poi aggiunto un fattore determinante: quello dell’antimilitarismo di classe contrapposto ad un più blando pacifismo, destinato sempre e solo a sfociare nell’appoggio alle politiche dei governi liberali e nella comune difesa (tra forze borghesi e pretese proletarie) dell’interesse della Nazione e della Patria.

Per quanto riguarda le vicende italiane, che sono al centro della ricerca di Gorgolini ma senza dimenticare le dinamiche internazionali sugli stessi temi, certamente sia la guerra di Libia che la susseguente partecipazione, o meno, al primo conflitto mondiale furono determinati e dirimenti per definire i soggetti impegnati nella lotta e i programmi che questi avrebbero portato nell’agone politico.

Non c’è certo da stupirsi se a lottare contro il servizio militare, le compagnie di disciplina, le condizioni di vita in caserma e il massacro prevedibile, e poi di fatto avvenuto, sui campi di battaglia fossero di fatto i militanti più giovani, i proletari, i contadini e le donne: erano infatti questi soggetti a cogliere con certezza il fatto di essere destinati in prima persona, sia al fronte che a casa, ad essere toccati pesantemente dalle politiche e dalle scelte militariste e imperialiste messe in atto dalla borghesia italiana.

I parlamentari socialisti non nutrivano eccessivi timori personali in questi termini e potevano quindi crogiolarsi in un’insipida posizione neutralista che, nel corso del primo conflitto mondiale, sarebbe poi sfociato in quel né aderire né sabotare che li avrebbe condotti in seguito a bloccare l’azione rivoluzionaria messa in atto dai proletari e dai soldati italiani nell’anno più buio della guerra, il 1917, sia nelle città che al fronte (Torino, agosto 1917 – Caporetto nell’autunno dello stesso anno) e richiesta a gran voce dai rappresentanti più attivi della Federazione Giovanile Socialista.

Una contrapposizione generazionale che, nei fatti, diventava autentica contrapposizione di classe e che vide la formazione di una frazione intransigente, anche all’interno del Partito, che da un lato avrebbe dato vita, in nome dell’unità dello stesso, alla corrente poi detta massimalista e dall’altro a quella frazione che avrebbe poi dato vita alla scissione di Livorno nel 1921. Anche in questo caso, il testo affronta la questione della differenza di età tra le due frazioni e sottolinea come fossero i giovani e i giovanissimi, tranne quelli appartenenti sostanzialmente alla federazione di Reggio Emilia, a spingere in direzione di un’azione autonoma e rivoluzionaria, libera da qualsiasi fardello parlamentare e da alleanze con le forze moderate, sia che si definissero queste ultime repubblicane o radicali quando non addirittura liberali.

Il testo ha grandi meriti: quello di chiarire come inevitabilmente il Partito nato dalla scissione livornese non avrebbe potuto essere altro che astensionista in campo parlamentare e per questo fosse destinato a scontrarsi, nel 1922 (anche se quella data non rientra nel periodo preso in esame) con le indicazioni dell’Internazionale Comunista. Il percorso parlamentare era stato esperito del tutto nella storia del socialismo italiano e si era rivelato per quell’enorme bugia e bagno di opportunismo panciafichista (termine coniato dagli interventisti mussoliniani e nazionalisti, ma ben adatto a cogliere l’essenza dei comportamenti dei parlamentari socialisti) che avrebbero soltanto continuato ad illudere una parte del proletariato italiano (specialmente quello operaio del Nord) e a rimandare all’infinito qualsiasi ipotesi di trasformazione radicale della società, anzi opponendosi a quest’ultima come ad un nemico mortale.

L’altro è quello di cogliere nella svolta mussoliniana, dall’opposizione anti-militarista all’interventismo, non la causa agita da un deus ex-machina (lo stesso Mussolini) in grado di determinare, quasi da solo, una grave frattura nel movimento socialista e un tradimento “sicuramente” maturato all’esterno del Partito Socialista, ma la conseguenza di un’incoerenza politica, nata all’interno degli stessi partiti socialisti aderenti alla Seconda Internazionale, che aveva portato quelli più importanti (ad esempio quello tedesco e quello francese) a votare per i crediti di guerra fin dal 1914.

Confusione e tradimento che nel non avere abbandonato i concetti di Patria e Nazione in nome di un più severo e radicale internazionalismo fece sì che nell’ora dell’intervento anche numerosi “giovani”, non ultimi Gramsci e Togliatti, sposassero per un più che lungo momento la causa dell’azione militare a favore o in difesa della Patria. E’ proprio in tale contesto che l’autore sa dipingere la figura di Amadeo Bordiga come strenuo difensore di un’intransigenza non fine a se stessa, come troppo spesso è stata dipinta dai successivi e stalinizzati detrattori, ma assolutamente necessaria per salvare l’azione politica antagonista al capitale e rivoluzionaria dalla palude del nazionalismo e del collaborazionismo interclassista. Spesso travestito, come capita ancora oggi, da missione di soccorso o da raccolta di fondi per i presunti aiuti umanitari (all’epoca messi in atto nei confronti dei profughi che avevano dovuto lasciare i territori italian dopo Caporetto e che la frazione dei giovani intransigenti si rifiutò di appoggiare e sostenere).

L’azione repressiva del governo, soprattutto dopo Caporetto, che colpì duramente i rappresentanti della frazione intransigente e soprattutto della sua ala giovanile (carcere, compagnie di disciplina o della morte, ripetuti richiami alle armi, morte al fronte), non fu sufficiente a vincerne la spinta rivoluzionaria, così come i precedenti tentativi di eliminare la Federazione giovanile come se si trattasse di una serpe in seno non servì al gruppo parlamentare socialista per distruggere la corrente rivoluzionaria che in essa si rifocillava ed animava.

Certamente l’azione del gruppo parlamentare e l’inanità “unionista” della corrente massimalista impedirono, nel biennio rosso, una più radicale azione politica a guida degli operai, dei reduci, dei contadini e di giovani in rivolta, ma non impedì che alla fondazione del Partito Comunista d’Italia l’età media dei cinque membri dell’Esecutivo del nuovo partito, nato dalle basi poste dalla nuova Internazionale, fosse di 31 anni: Bordiga (n.1889), Fortichiari (1892), Terracini (1895), Grieco (1893) e Repossi (1882).

Un libro importante, pur nella sua sintesi, quello di Gorgolini; utile non soltanto dal punto di vista storiografico, ma anche da quello di chi oggi si interroghi seriamente sulle prospettive di un movimento estremamente variegato come quello che, sia a livello internazionale che nazionale, oggi si va riformando e agitando ad ogni latitudine. In vista di una guerra civile già messa in atto dai differenti governi dell’esistente, ma tutti uniti dall’istanza repressiva anti-popolare e anti-proletaria, che molti ancora non vedono appellandosi ad inutili istanze umanitarie, riformistiche, parlamentari e nazionali.
Che, oggi come allora, appannano lo sguardo antagonista e l’azione di contrasto alle politiche del capitale, finanziario e non. Purtroppo, anche tra i giovani.

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23 marzo 1919: genesi e primi passi del fascismo https://www.carmillaonline.com/2019/03/26/23-marzo-1919-genesi-e-primi-passi-del-fascismo/ Mon, 25 Mar 2019 23:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51735 di Armando Lancellotti

I Fasci italiani di combattimento

Cent’anni fa, il 23 marzo del 1919, in piazza San Sepolcro a Milano, Benito Mussolini fondò un movimento politico chiamato “Fasci italiani di combattimento”. Alla prima adunata parteciparono1 soprattutto ex-combattenti e Arditi, futuristi, tra i quali Filippo Tommaso Marinetti, uomini provenienti sia dall’area politica nazionalista sia [...]]]> di Armando Lancellotti

I Fasci italiani di combattimento

Cent’anni fa, il 23 marzo del 1919, in piazza San Sepolcro a Milano, Benito Mussolini fondò un movimento politico chiamato “Fasci italiani di combattimento”. Alla prima adunata parteciparono1 soprattutto ex-combattenti e Arditi, futuristi, tra i quali Filippo Tommaso Marinetti, uomini provenienti sia dall’area politica nazionalista sia da quella socialista, dal sindacalismo rivoluzionario e dall’anarchismo. Eterogeneità e convergenza di correnti politiche differenti, accomunate però da alcuni elementi ideologici, appaiono gli aspetti essenziali del “fascismo della prima ora”, che rese noto il suo primo programma politico il 6 giugno del 1919 su «Il Popolo d’Italia»2.

In un’Italia che, uscita dalla guerra, assisteva alla riapertura della polemica politica dell’anteguerra tra neutralisti ed interventisti, i Fasci di combattimento difendevano e rivendicavano in modo chiaro le ragioni dell’intervento, denunciando al contempo il debole ed inetto neutralismo degli avversari, in particolare dei socialisti; mettevano sotto accusa l’inconcludente ceto politico liberale, ritenuto responsabile della “vittoria mutilata”, in quanto incapace di ottenere al tavolo delle trattative della Conferenza di pace di Parigi quanto i soldati italiani avevano conquistato versando il loro sangue nelle trincee. Avanzavano inoltre richieste, anche radicali, di cambiamenti politici e sociali che dovevano «assicurare immediatamente l’emancipazione delle classi lavoratrici sottraendole al partito socialista»3 e, pertanto, sul piano politico-istituzionale volevano la repubblica, richiedevano la convocazione di una costituente, il suffragio politico e l’eleggibilità anche per le donne, il sistema elettorale proporzionale, l’abolizione del Senato e, sul piano sociale e finanziario, le otto ore lavorative, la partecipazione dei lavoratori al funzionamento tecnico delle industrie, l’imposizione di una forte tassazione straordinaria sui grandi capitali, il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose. Per la politica estera, il nascente fascismo proponeva iniziative capaci di promuovere e valorizzare la nazione italiana nel mondo4 ed infine autodefiniva il proprio progetto politico come un programma nazionale di un movimento autenticamente italiano.

Si trattava di un programma confuso5 in cui «i temi di un radicalismo nazionalista si combinavano con una forte intransigenza anticapitalistica e con il rifiuto della monarchia», ma «la vera novità che il movimento voleva rappresentare nella lotta politica emerse chiaramente dopo poche settimane» dall’adunata di piazza San Sepolcro, quando, il 15 aprile, «squadre di “avanguardisti”, armati di bastoni e pugnali, irruppero nella sede milanese dell’«Avanti!» e la distrussero. La novità era rappresentata dunque dall’uso della violenza contro gli avversari politici, ritenuta uno strumento indispensabile per sovvertire l’ordine costituito e realizzare quella rivoluzione nazionale che costituiva il fine del movimento»6. La politica intesa come azione, diretta e violenta, come “assalto” condotto contro l’avversario, così come l’odio antisocialista e l’ostilità nei confronti del parlamentarismo liberal-democratico costituirono fin da subito le cifre caratterizzanti il movimento fascista, più dei singoli punti programmatici in cui si mescolavano nazionalismo piccolo borghese con suggestioni socialiste e velleità rivoluzionarie, in parte retaggio dei trascorsi politici di Mussolini.

Anche sulla natura movimentista del fascismo di San Sepolcro occorre soffermarsi, in quanto potrebbe apparire singolare che proprio quel fascismo che una volta divenuto regime si sarebbe trasformato in un partito-Stato, realizzando una sorta di assolutizzazione del concetto di partito, ai suoi albori si definisse un “antipartito”, ma in realtà era un’idea del tutto coerente con la natura di quel movimento che intendeva contrapporsi all’idea tradizionale di partito e al sistema liberal-parlamentare fondato sui partiti. «Per tutto il 1919 Mussolini ripeté che i Fasci non erano e non sarebbero mai diventati un partito, perché l’antipartito era soprattutto una mentalità, uno stato d’animo, proprio di spiriti liberi e spregiudicati»7.

Mussolini socialista

Benito Mussolini aderì al socialismo e si iscrisse al PSI nel 1900, per poi diventare segretario della federazione del partito di Forlì nel 1910, dando prova di dinamismo e di capacità di leadership politica in occasione delle lotte politico-sindacali degli operai e dei contadini romagnoli di quegli anni. Due anni dopo, al congresso del partito svoltosi a Reggio Emilia (luglio 1912), Mussolini colse l’occasione per passare da capo del socialismo romagnolo a leader socialista di livello nazionale, tanto che uscì dal congresso «consacrato come una delle figure di primissimo piano di tutto il partito, […] affermandosi come uno degli esponenti della frazione rivoluzionaria su scala nazionale»8. E sul carattere rivoluzionario del socialismo mussoliniano occorre soffermarsi con particolare attenzione. In alcuni settori e tra i più giovani esponenti del socialismo italiano si erano diffuse le idee del sindacalismo rivoluzionario, che all’inizio del secolo XX aveva conosciuto nel francese Gorge Sorel, autore delle Considerazioni sulla violenza (1908), il principale teorico: la violenza proletaria come forza liberatoria e strumento di lotta e lo sciopero come mito propulsivo e come mezzo di mobilitazione di massa in preparazione dello sciopero generale rivoluzionario sono alcune delle idee principali di una teoria filosofico-politica che prendeva le distanze dal riformismo parlamentare della maggior parte dei partiti socialisti europei del tempo e privilegiava l’azione rispetto alla riflessione, anteponeva la spontanea iniziativa insurrezionale delle masse alla mediazione politica, proponeva la violenza come strumento di lotta politica.

Le convergenze tra un certo sindacalismo rivoluzionario e il “fascismo della prima ora”, in seguito amplificate e corroborate dal “fiumanesimo” dannunziano, si sarebbero rivelate decisive per la genesi del fascismo nel clima politico infuocato dell’Italia uscita dalla Grande Guerra, ma questi elementi eversivi, ribellistici e violenti erano già presenti fin da subito nel socialismo di Mussolini degli anni precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale. Anche l’antiparlamentarismo era una delle idee forti del socialismo rivoluzionario di Mussolini di quegli anni, come emerge da numerosi passaggi dell’intervento del leader politico romagnolo al congresso di Reggio Emilia, che si concluse con l’espulsione dal PSI della componente riformista-revisionista capeggiata da Bonomi, Bissolati e Cabrini.

La polemica, tra la corrente di questi ultimi – che riproponeva in Italia i temi della riflessione revisionista del marxismo di Eduard Bernstein – e quella rivoluzionaria più intransigente, era in atto già da qualche tempo all’interno del socialismo italiano, ma fu in seguito alla disputa politica sulla posizione da prendere dinanzi alla guerra italo-turca per la conquista della Libia (1911/’12) che si passò alla scissione del partito, all’espulsione dei revisionisti e alla conquista della guida del PSI da parte dei massimalisti rivoluzionari. Il socialista rivoluzionario Mussolini, che una volta divenuto duce del fascismo avrebbe fatto del colonialismo in Africa un punto fermo della politica estera italiana, in quel momento fu tra i più convinti nemici della guerra italo-turca e in quello stesso 1912 guadagnò la direzione del giornale del partito, l’«Avanti!», incarico che ricoprì fino all’autunno del 1914. In due anni il giornale vide, «sotto la direzione battagliera e brillante di Benito Mussolini, […] quasi raddoppiare la diffusione raggiungendo una media di oltre cinquantamila copie vendute»9.

Il 1914 fu anche l’anno del congresso di Ancona del PSI (aprile) e della “settimana rossa” (giugno), avvenimenti che di poco precedettero l’attentato di Sarajevo e lo scoppio della Grande Guerra. In occasione del congresso di Ancona «i socialisti confermarono la linea di intransigenza adottata due anni prima a Reggio Emilia. […] Certo, Turati, Treves e la maggioranza del gruppo parlamentare, dominato dai riformisti, dissentono con forza dal barricadiero direttore dell’«Avanti!» e ne vorrebbero la sostituzione, ma ad Ancona Mussolini si comporta con prudenza e la direzione lo difende con decisione. Inoltre il congresso approva a larghissima maggioranza un ordine del giorno Zibordi-Mussolini che segna una nuova affermazione del leader romagnolo. […] Così il congresso può chiudersi con la conferma di Mussolini alla direzione dell’«Avanti!», l’elezione di Costantino Lazzari alla segreteria del partito»10. Pertanto, nell’estate del 1914, allo scoppio del tumulto marchigiano e romagnolo – la cosiddetta “settimana rossa” – il mondo operaio italiano si trovava diviso tra la segreteria del PSI, collocata su posizioni rivoluzionarie e la maggioranza del gruppo parlamentare e la CGdL, guidata da Rigola, di orientamento riformista. Una situazione di interna contraddizione tra le varie anime del socialismo italiano che sostanzialmente produceva immobilismo e che si sarebbe riproposta anche successivamente, ovvero in occasione del “biennio rosso” e della “occupazione delle fabbriche” nell’estate del 1920.

Dal neutralismo all’interventismo

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1914 l’Europa sprofondò nel gorgo della più terribile guerra mai combattuta fino ad allora e l’Italia, facendo leva sul carattere difensivo della Triplice Alleanza, stipulata nel lontano 1882 e che la legava agli Imperi centrali, dichiarò la propria neutralità. Nelle settimane e nei mesi successivi, l’intero paese, le forze politiche e l’opinione pubblica si divisero sul problema della guerra, collocandosi su due fronti contrapposti: quello interventista e quello neutralista. Innanzi tutto, entrambi gli schieramenti erano alquanto eterogenei, sia perché mettevano assieme partiti o forze politiche decisamente distanti tra loro, sia per le motivazioni differenti e talvolta divergenti che guidavano i vari gruppi politici alla scelta interventista o neutralista. In secondo luogo, il paese era prevalentemente neutralista, ma nella primavera del 1915 l’Italia entrò ugualmente in guerra, sconfessando la Triplice Alleanza e schierandosi a fianco della Triplice Intesa.

A favore dell’intervento si schierarono tanto i nazionalisti dell’ANI quanto i socialisti riformisti di Bonomi e Bissolati, oppure i democratici e i repubblicani o intellettuali come Gaetano Salvemini, oppure ancora gli irredentisti e i sindacalisti rivoluzionari, senza dimenticare la fondamentale scelta interventista operata dalla corona, dietro alla quale stava l’esercito e dal governo, guidato da Salandra. Da questo sommario elenco emergono con chiarezza le divergenze ideologiche interne al fronte interventista, nel quale poi rientravano molti giovani studenti, numerosi intellettuali, artisti d’avanguardia come i futuristi, i più importanti giornali e più in generale la piccola e media borghesia, oltre ad alcuni settori dell’industria nazionale. Pertanto, le ragioni che muovevano gli uni – per esempio il completamento dell’unità politica italiana in linea di continuità con gli ideali del risorgimento democratico, proposto come obiettivo da democratici, repubblicani, irredentisti e socialisti riformisti – non coincidevano con le ragioni di altri, per esempio del governo e della corona, spinti dalla logica della politica di potenza, oppure dei nazionalisti, favorevoli comunque alla guerra per scopi imperialistici, o dei futuristi, attratti dalla “bellezza estetica” della guerra moderna, ed infine totalmente divergevano dalle idee di rivoluzione sociale dei sindacalisti rivoluzionari. Sul fronte opposto si schierarono socialisti, cattolici e giolittiani, così diversi tra loro e mossi alla scelta del neutralismo per ragioni differenti, che andavano dall’internazionalismo socialista11, al pacifismo delle masse cattoliche e al pragmatismo politico di Giolitti.

Alla fine risultarono decisive la chiara scelta del governo e del re in favore della guerra – risoluzione della corona che indusse lo stesso Giolitti ad evitare lo scontro istituzionale e a convergere su posizioni interventiste al momento della votazione decisiva in parlamento – e la capacità di mobilitazione delle forze interventiste nelle settimane e nei mesi cruciali della primavera del 1915. La scelta dell’alleanza poi era, per dir così, nell’ordine delle cose e, dopo un’iniziale idea dei nazionalisti e del governo di entrare in guerra a fianco degli Imperi centrali, al momento del fallimento sul fronte occidentale del piano Schliffen – il piano d’attacco tedesco – fu presa la decisione di schierarsi dalla parte dell’Intesa, che poteva avvallare le richieste italiane12, principalmente indirizzate contro l’Impero austro-ungarico.

Quale era, allora, la posizione del direttore dell’«Avanti!» Benito Mussolini di fronte alla guerra? In estrema sintesi si può dire che Mussolini dopo un’iniziale fase di neutralismo assoluto, in ossequio alla linea scelta dal partito, passò, nell’ottobre del ’14, al “neutralismo attivo e operante” – come egli stesso lo definì – ed infine, tra ottobre e novembre, all’interventismo dichiarato, che comportò prima l’allontanamento dalla direzione dell’«Avanti!» e poi l’espulsione dal partito socialista.
Infatti, «il 22 settembre 1914, con un manifesto scritto da Benito Mussolini ma concordato con Treves e Turati, dunque unitario nella sua formulazione, la direzione del PSI lancia un appello energico alle masse perché si oppongano alla guerra, riafferma che il conflitto “rappresenta la forma estrema, perché coatta, della collaborazione di classe”, […] sottolinea “l’antitesi profonda ed insanabile tra guerra e socialismo”. Ma non è in grado di far seguire all’analisi, irreprensibile dal punto di vista ideologico, nessuna direttiva concreta di lotta. […] Si intravede, insomma, […] una situazione di stallo che deriva sia dall’isolamento internazionale in cui i socialisti italiani vengono a trovarsi sia dall’impossibilità di attuare una strategia di lotta effettiva contro la guerra»13.

Poco meno di un mese più tardi, il 18 ottobre, sull’«Avanti!» Mussolini scrisse un lungo articolo, dal titolo significativo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, nel quale esponeva la tesi secondo la quale la posizione assunta dal PSI rischiava di relegare il partito nell’immobilismo, di escluderlo dal corso dei cruciali avvenimenti storici che il mondo e l’Italia stavano vivendo. «I pilastri del ragionamento mussoliniano sono chiari: 1) l’unico modo per essere protagonisti di quel che accade è muoversi e nello stesso senso in cui la realtà sembra evolvere; 2) il ruolo dell’Italia può essere centrale tra le grandi potenze, accorciare enormemente il conflitto, condurre alla formulazione di un nuovo equilibrio internazionale. L’una e l’altra convinzione sono […] rivelatrici al fine della comprensione dello stato d’animo del giovane leader e confermano il suo essere assai più vicino ai movimenti elitari del primo Novecento che alla tradizione socialista, la sua ansia di protagonismo e meglio ancora d’essere dalla parte di chi vince»14. Il 20 ottobre la direzione del partito socialista si pronunciò contro la nuova linea assunta da Mussolini; il 10 novembre Mussolini stesso ammise di essere impegnato nel lavoro di preparazione di un nuovo giornale interventista e a quel punto la rottura con il PSI divenne scontata ed inevitabile.

Il 15 novembre uscì il primo numero de «Il Popolo d’Italia, quotidiano socialista» e, nell’editoriale del direttore, Mussolini ribadiva e spiegava le ragioni della sua scelta interventista. Il giornale divenne così la tribuna personale dell’interventismo mussoliniano e, almeno inizialmente, dell’interventismo di sinistra più in generale, come attestano anche le numerose polemiche che Mussolini sostenne contro i nazionalisti, proponendo ancora una lettura della guerra come fatto rivoluzionario. Il bersaglio principale degli strali di Mussolini furono però i neutralisti ed in particolare i socialisti e poi a seguire i cattolici e i giolittiani. Nel corso del conflitto però, l’interventismo mussoliniano cominciò a perdere progressivamente il suo radicalismo di sinistra e sempre più si ricollocò sulle posizioni del nazionalismo ed infatti «il 1^ agosto 1918 il sottotitolo “quotidiano socialista” venne significativamente sostituito con “quotidiano dei combattenti e dei produttori”»15. In tal modo il giornale perdeva la propria connotazione ideologico-classista e si spostava su posizione produttiviste, interclassite – oltre che di sostegno ai combattenti – che anticipavano già idee che di lì a poco sarebbero state parte del nascente fascismo

L’officina del fascismo

La Grande Guerra aveva lasciato in eredità alle società europee un pesante fardello di violenza: «il mito della forza e della violenza “rigeneratrice” rappresentava un’eredità diretta della cultura interventista, nella quale erano confluite non solo le correnti ideali del nazionalismo di destra […] ma anche l’esperienza politica del sindacalismo rivoluzionario, esaltatore della violenza rivoluzionaria e dell’azione diretta»16.

Come è noto, lo slogan nazionalista della “vittoria mutilata” si diffuse nei mesi successivi alla conclusione della Grande Guerra, quando a Parigi il 18 gennaio 1919 ebbe inizio la Conferenza di pace e la delegazione italiana, guidata da Vittorio Emanuele Orlando e da Giorgio Sidney Sonnino, si trovò di fronte ad un problema che già nelle settimane e nei mesi precedenti aveva iniziato a dividere opinione pubblica e forze politiche italiane: quale linea politica tenere alla Conferenza di pace e quali richieste territoriali avanzare nelle regioni dell’alto Adriatico e dei Balcani, ritenute cruciali per gli interessi nazionali.

Il blocco politico e d’opinione che potremmo approssimativamente definire “interventista di destra e nazionalista” richiedeva tanto il rispetto integrale del Patto di Londra, quanto l’annessione della città di Fiume, abitata prevalentemente da italiani. Questa linea politica fu fatta propria dal governo italiano e dalla delegazione Orlando-Sonnino, che, pertanto, tentò di avanzare parallelamente richieste sottese da principi politici differenti o addirittura divergenti: da un lato, infatti, l’ottemperanza del Patto di Londra con tutte le sue rivendicazioni imperialistiche era richiesta in nome del rispetto degli impegni presi dagli alleati dell’Italia, ma senza tener conto del principio di nazionalità ed autodeterminazione dei popoli che, almeno sul piano ideale, non poteva essere ignorato a partire dal 1917 e dai “Quattordici punti” del presidente statunitense Wilson, il quale inoltre non si sentiva in alcun modo vincolato dal Patto di Londra, che non aveva sottoscritto. Dall’altro, l’Italia pretendeva Fiume, non contemplata dall’accordo del 1915, in base a quel medesimo principio di nazionalità che non era disposta a prendere in considerazione per la Dalmazia17, rivendicata dalla Jugoslavia, stato sorto in seguito allo smembramento dell’Impero austro-ungarico e collocato in un’area, quella balcanica, da sempre oggetto delle mire espansionistiche della politica estera italiana.

A queste pretese imperialistiche si opponevano gli ex-interventisti democratici, come i socialisti riformisti e come, tra gli altri, Salvemini e pure i socialisti e i giolittiani, che richiedevano soprattutto obiettivi irredentistici e invitavano il paese a concentrarsi sui problemi di politica interna; in alcuni casi, come quello del ministro social-riformista Bissolati, che proprio per dissensi col governo sulla politica estera si dimise, si proponeva «l’abbandono non solo della Dalmazia […] ma anche dell’Alto Adige e del Dodecaneso (sui quali non [c’era] stata, da parte di Wilson, alcuna contestazione)»18. Ma a dare una direzione precisa alla questione e a far insorgere una crisi politica, interna ed internazionale al contempo, non furono solo le polemiche tra gli schieramenti politici italiani, ma anche e soprattutto la posizione presa, con l’avallo di Francia e Gran Bretagna, da Wilson, che si dichiarò risolutamente contrario alla linea del governo italiano sulla questione adriatica e di Fiume19.
Come osservò Salvemini «Sonnino e il primo ministro Orlando assunsero durante i negoziati di pace due diversi atteggiamenti che essi consideravano complementari ed erano invece contraddittori. Sonnino, in base al Trattato di Londra, continuò ad esigere quella parte della Dalmazia che gli era stata promessa, e Orlando, in base al principio di nazionalità, domandò in aggiunta Fiume»20.

L’ambiguo e contraddittorio atteggiamento italiano contribuì all’irrigidimento della posizione statunitense e all’indifferenza interessata del britannico Lloyd Gorge e del francese Clemenceau ed in secondo luogo favorì la nascita e la diffusione del mito nazionalista della “vittoria mutilata”, che ben presto divenne la parola d’ordine di un’eterogenea area politica che, pur comprendendo forze e correnti anche diverse, si cristallizzò attorno alla convinzione che per l’Italia ad una “guerra vinta” stesse facendo seguito l’umiliazione di una “pace perduta”. Su queste posizioni si collocavano il movimento ed il giornale di Benito Mussolini, ma anche e soprattutto Gabriele D’Annunzio, il poeta-vate del nazionalismo italiano, che già era stato tra le voci più ascoltate dell’interventismo del 1914/’15 e poi protagonista di alcune brillanti e coraggiose imprese durante il conflitto.

Fu proprio D’Annunzio che, nel settembre del 1919, al comando di alcuni reparti militari ribelli e di volontari, marciò sulla città, posta sotto il controllo internazionale, vi instaurò il comando del Quarnaro liberato (12 settembre) e la proclamò annessa all’Italia. L’impresa di Fiume, concepita più come un mezzo per far cadere il governo Nitti21 – considerato ancora più rinunciatario ed incapace di Orlando di risolvere la questione adriatica – che come un’esperienza politica destinata a durare nel tempo, assunse fin da subito caratteri alquanto particolari ed originali ed inoltre si protrasse nel corso dei mesi, continuando fino al dicembre del 1920.

Nella città istriana si diedero convegno i personaggi più disparati, spesso mossi da convinzioni politiche molto diverse o anche divergenti: arrivarono giovani artisti futuristi e tra questi lo stesso Marinetti – affascinati dal significato eversivo dell’impresa e dalla “bellezza estetica” dell’iniziativa del poeta – a cui si aggiunsero nazionalisti, ufficiali con velleità golpiste, sindacalisti rivoluzionari con progetti insurrezionali ed attratti dall’idea della politica fatta attraverso l’azione diretta e la spontanea iniziativa delle masse, che in qualche modo l’avventura dannunziana sembrava realizzare, avventurieri di vario genere in cerca di occasioni di promozione politico-sociale.

Per molti di coloro che seguirono D’Annunzio, Fiume fu il luogo in cui essere protagonisti sia di un’avventura politica rivoluzionaria sia di un’esperienza esistenziale nuova e soprattutto trasgressiva, nei costumi e nello stile di vita: indisciplina, individualismo ed originalità nei comportamenti, libertà sessuale, omosessualità e consumo di droga caratterizzarono la Fiume di D’Annunzio. Se da un lato questi aspetti dell’esperienza fiumana scandalizzarono una parte dell’opinione pubblica italiana e della classe politica e dirigente, dall’altro, molti giovani intellettuali d’avanguardia e soprattutto i futuristi, forse sovrapponendo e mescolando confusamente trasgressione e rivoluzione, osservarono con entusiasmo quanto accadeva nella città istriana22.

Da un punto di vista più strettamente politico, nella fase che precedette l’occupazione della città «l’egemonia politica sull’impresa è di marca nazionalista e militare, cioè di forze guardate senza troppi sospetti dall’apparato statale»23. «Le forze di sinistra che fecero di supporto all’impresa dannunziana vi si inserirono a città occupata, […] ma la preparazione dell’impresa e la sua prima realizzazione si compirono sotto il totale controllo delle forze di destra, che le impressero indelebilmente il loro marchio […] e l’impresa dannunziana a Fiume conservò un sostanziale carattere nazionalistico»24. Questo non significa che non vi sia stata una componente di sinistra nel “fiumanesimo”, che si alimentò soprattutto del contributo del sindacalismo rivoluzionario sia per le ragioni già prima espresse sia per il ruolo che svolse nel governo della città istriana Alceste De Ambris, socialista, poi sindacalista rivoluzionario, tra i fondatori dell’USI25, nel 1919 avvicinatosi ai Fasci di combattimento di Mussolini ed infine esule politico antifascista.

Fu soprattutto De Ambris l’estensore della Carta del Quarnaro (1920), sulla quale avrebbe dovuto reggersi il governo di Fiume. Si trattava di una Carta in cui si sommavano produttivismo – il cittadino partecipava alla Stato in quanto produttore – e corporativismo – le associazioni professionali erano considerate la base della società e dello stato e alle corporazioni veniva affidato potere legislativo. Proprio queste idee espresse nella Carta del Quarnaro, insieme ad altri aspetti dell’esperienza fiumana, permisero al fascismo, una volta conquistato il potere, di indicare nella Fiume di D’Annunzio un ideale prototipo fascista.

L’atteggiamento assunto da Benito Mussolini nei confronti dell’impresa del poeta-soldato fu, sin dal primo giorno, di appoggio e condivisione dei principi che la guidavano e dalle colonne de «Il Popolo d’Italia» il capo del fascismo allineò il proprio movimento alle posizioni del Legionari di Fiume, senza però fare più di tanto per dare sostegno concreto al poeta, scatenando in tal modo l’ira di D’Annunzio: è noto, infatti, il contenuto della lettera che quest’ultimo inviò a Mussolini, chiedendo un più convinto sostegno all’impresa e facendo seguire alla richiesta una lunga serie di accuse ed ingiuriosi rimproveri per la passività fino a quel momento dimostrata dal capo dei Fasci.

L’atteggiamento di Mussolini «nelle settimane che seguono alla marcia è abbastanza contraddittorio, come se il direttore del «Popolo d’Italia» volesse, da una parte, utilizzare l’impresa per mutare gli equilibri politici nazionali ma, dall’altra, non volesse lavorare per la gloria del comandante a proprio danno»26. Ma al di là di questi screzi tra i due leader, è evidente che l’impresa di Fiume, alla luce di quanto sarebbe accaduto negli anni successivi, possa essere letta come un’esperienza protofascista, nel senso che nei quindici mesi di governo dannunziano a Fiume – quasi che la città istriana fosse diventata un laboratorio politico in cui sperimentare su piccola scala quanto poi sarebbe stato realizzato su scala ben più ampia – presero forma idee, pratiche politiche, progetti, slogan, simboli che poi, di lì a poco, il fascismo avrebbe ereditato, assimilato e rivendicato per tutta la durata del regime: l’idea della presa del potere attraverso un’iniziativa di forza; il progetto di una “marcia su Roma” per far cadere il governo; il ricorso a rituali collettivi e a formule politiche come le grandi adunate o il dialogo tra il capo carismatico e la folla; l’uso del motto “me ne frego”, già degli Arditi durante la guerra, che D’Annunzio adottò e dopo di lui Mussolini; insomma tutto quel complesso insieme – in buona parte lascito della Grande Guerra – di ribellismo, trasgressione, avanguardismo, combattentismo, attivismo, infuocato nazionalismo, retorico demagogismo, elitarismo politico che divenne una forma mentis che dal “fiumanesimo”, una volta esauritasi l’impresa dannunziana in seguito al Trattato di Rapallo del novembre del 1920, passò al fascismo delle origini e allo squadrismo, che, a partire dall’autunno dello stesso 1920, avrebbe fatto la sua nefasta comparsa nel paese.

 

Testi citati
Alatri P., D’Annunzio, UTET, Torino, 1983
Candeloro G., Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, Milano, 1981
Collotti E., Fascismo e politica di potenza, Politica estera 1922-1939, La Nuova Italia, Milano, 2000
De Bernardi A., Guarracino S. (a cura di), Dizionario del fascismo, Bruno Mondadori, Milano, 1998
De Felice R., Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi, Torino, 1965
Franzinelli M., Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento, Mondadori, Milano 2019
Gentile E., Storia del partito fascista, Laterza, Roma-Bari, 1989
Sabbatucci G. (cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra, Laterza, Roma-Bari, 1976
Salaris C., Alla festa della rivoluzione. Arditi e libertari con D’Annunzio a Fiume, il Mulino, Bologna, 2002
Tranfaglia N., La prima guerra mondiale e il fascismo, TEA, Milano, 1995


  1. Furono 206 i partecipanti all’adunata di piazza San Sepolcro, le identità dei quali sono state accuratamente e con dovizia di particolari ricostruite nel suo ultimo e recentissimo lavoro da Mimmo Franzinelli, Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento, Mondadori, Milano 2019. 

  2. Cfr. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi, Torino, 1965, pp.742-743. 

  3. E. Gentile, Storia del partito fascista, Laterza, Roma-Bari, 1989, p.24. 

  4. Fin dall’adunata di San Sepolcro Mussolini rivendicò l’annessione della Dalmazia e di Fiume, indicando nell’imperialismo il fondamento della vita di ogni popolo e nazione. Cfr. E. Gentile, Storia del partito fascista, cit. Per i temi dell’imperialismo, della politica di potenza e della politica estera del fascismo dalle origini fino alla seconda guerra mondiale, cfr. E. Collotti, Fascismo e politica di potenza, Politica estera 1922-1939, La Nuova Italia, Milano, 2000 e G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Feltrinelli, Milano, 1981. 

  5. Osserva Franzinelli che «Il fascismo delle origini mescola estremismo di destra e radicalismo di sinistra, in un dinamismo urlato e spericolato alla ricerca di sbocchi traumatici, sovvertitori degli assetti istituzionali. Discende in linea retta dall’interventismo e dalla grande guerra; si percepisce rivoluzionario e considera il Partito socialista come retrogrado e reazionario» M. Franzinelli, Fascismo anno zero. cit., pp.4-5. 

  6. A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo, Bruno Mondadori, Milano, 1998, p.3. 

  7. E. Gentile, Storia del partito fascista, cit., p. 25. 

  8. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, cit., p. 84. 

  9. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, TEA, Milano, 1995, pp. 10-11. 

  10. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 11. 

  11. Occorre collocare la scelta politica del partito socialista italiano nel contesto della Seconda Internazionale, della quale il PSI faceva parte. Come spesso gli storici hanno sottolineato, la prima vittima della Grande Guerra fu l’Internazionale socialista, dal momento che quasi tutti i partiti socialisti dei paesi belligeranti si schierarono a fianco dei governi borghesi aderendo alle “unioni sacre” e votando per i crediti di guerra. Fu il caso dei socialisti francesi, dell’SPD in Germania, dei socialdemocratici austro-ungarici, dei laburisti inglesi. Solo il piccolo partito socialista serbo, i bolscevichi russi e frange minoritarie dei maggiori partiti europei scelsero la fedeltà all’ideale internazionalista. È pertanto in un quadro politico di certo non facile che matura la decisione tormentata del socialismo italiano di rimanere su posizioni neutraliste. 

  12. Il 26 aprile 1915, il governo italiano, guidato da Salandra e dal ministro degli esteri Sonnino, firmò il Patto di Londra, rimasto segreto fino al 1917, con il quale l’Itala si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell’Intesa entro un mese. Il patto stabiliva i seguenti compensi territoriali per l’Italia: Trentino, Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, l’intera Istria (esclusa Fiume, che si pensò di lasciare all’Impero austro-ungarico, di cui non si prevedeva lo smembramento e al quale sarebbe stato sottratto il porto di Trieste), parte della Dalmazia, la città di Valona e il riconoscimento di un protettorato italiano sulla regione albanese, il mantenimento del Dodecaneso, la regione di Adalia in Anatolia e la revisione di alcuni confini in Africa. Da questo elenco di obiettivi territoriali emerge in modo evidente che il paese si accingeva ad entrare in guerra per ragioni imperialistiche e che, delle tante anime dell’interventismo italiano, quella nazionalista-imperialista aveva nettamente prevalso su quella democratica. 

  13. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 31. 

  14. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 34.  

  15. A. Micheletti, Il Popolo d’Italia, in A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo, cit., p. 442. 

  16. A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), Dizionario del fascismo, cit., p. 4. 

  17. Le contraddizioni tra il principio di nazionalità e le rivendicazioni territoriali italiane non si limitavano solo alla “questione adriatica”, in quanto anche l’Alto Adige con la sua popolazione tedesca, Valona e l’Albania, le aree anatoliche di sfruttamento minerario come Adalia o il Dodecaneso avrebbero potuto far emergere problemi analoghi a quello adriatico. Così però non fu perché la sovranità sul Dodecaneso, che l’Italia possedeva già dalla guerra italo-turca, fu riconosciuta; a Valona e al protettorato albanese il governo italiano guidato da Giolitti rinunciò pochi mesi prima di risolvere la questione adriatica; Adalia fu smobilitata in seguito all’evoluzione della situazione interna all’ex-impero ottomano e all’inizio della “riscossa nazionale” di Kemal; e infine l’Alto Adige veniva sottratto ad uno dei grandi sconfitti della guerra, l’Impero austro-ungarico, che non si trovava nelle condizioni di potersi opporre. La Dalmazia, invece, rivendicata dal nuovo Regno di Jugoslavia ed abitata in modo decisamente preponderante da popolazioni slave, divenne, insieme alla questione della sovranità su Fiume il vero problema della politica estera italiana nel corso del 1919/’20. 

  18. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 135. 

  19. Sulla questione adriatica e le sue conseguenze e sui problemi dell’Italia nel primo dopoguerra, cfr. G. Sabbatucci (cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra, Laterza, Roma-Bari, 1976. 

  20. G. Salvemini, La vittoria mutilata, in G. Sabbatucci (cura di), La crisi italiana del primo dopoguerra, cit., pp. 155-156. 

  21. Pochi mesi prima il governo Orlando, logoratosi proprio sulla questione adriatica, era caduto ed era stato sostituito dal governo guidato da Francesco Saverio Nitti (giugno 1919). 

  22. Per questi aspetti dell’impresa di Fiume di D’Annunzio che riguardano oltre alla politica anche il costume, cfr. C. Salaris, Alla festa della rivoluzione. Arditi e libertari con D’Annunzio a Fiume, il Mulino, Bologna, 2002. 

  23. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 196. 

  24. P. Alatri, D’Annunzio, UTET, Torino, 1983, p. 424.  

  25. USI: Unione sindacale italiana, sindacato di indirizzo anarchico e rivoluzionario, nato nel 1912 in seguito all’esclusione dalla CGdL di anarchici e sindacalisti rivoluzionari.  

  26. N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, cit., p. 198. 

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Guerrevisioni. L’eredità visiva dell’inganno https://www.carmillaonline.com/2019/03/02/guerrevisioni-leredita-visiva-dellinganno/ Fri, 01 Mar 2019 23:01:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50811 di Gioacchino Toni

«Se c’è un’eredità visiva che la Grande guerra ha lasciato al Novecento, questa è l’inganno: in battaglia la priorità diventa non più mostrare al nemico un volto minaccioso, ma fingere di non esserci o mostrare ciò che non c’è; per il fronte interno si deve invece inventare una diversa verità, un nemico disumano o una guerra senza dolore» Gabriele D’Autilia

«Cosa e come si vedeva […] durante la guerra, e cosa non si vedeva? Quale reale restituirono le immagini ottiche? Come interagì la percezione della guerra e delle sue immagini [...]]]> di Gioacchino Toni

«Se c’è un’eredità visiva che la Grande guerra ha lasciato al Novecento, questa è l’inganno: in battaglia la priorità diventa non più mostrare al nemico un volto minaccioso, ma fingere di non esserci o mostrare ciò che non c’è; per il fronte interno si deve invece inventare una diversa verità, un nemico disumano o una guerra senza dolore» Gabriele D’Autilia

«Cosa e come si vedeva […] durante la guerra, e cosa non si vedeva? Quale reale restituirono le immagini ottiche? Come interagì la percezione della guerra e delle sue immagini con gli immaginari di soldati e civili? Chi stabiliva cosa vedere e quali erano i motivi delle sue scelte? Qual era il rapporto tra l’immagine ottica e l’immagine che prevedeva ancora l’intervento della mano dell’uomo? Cosa ha lasciato la guerra alla cultura visuale successiva?» (p. 22). A questi interrogativi si propone di rispondere il libro di Gabriele D’Autilia, La guerra cieca. Esperienze ottiche e cultura visuale nella Grande guerra (Meltemi, 2018).

La Prima guerra mondiale può dirsi cieca per numerosi motivi. Cieca perché le tecnologie ottiche impiegate non risultarono capaci di mostrarla e raccontarla, perché il nemico finì con l’essere sempre meno visibile, perché attraverso la propaganda e la censura visive al fronte interno si restituì una visione parziale o immaginaria della guerra, perché i signori della guerra guardarono più al passato che al presente o al futuro, perché si tentò di non riconoscere l’orrore e di preservarne il ricordo ma anche perché, sottolinea D’Autilia, la cultura visuale si mostrò priva degli strumenti utili a capire e interpretare la guerra moderna.

Paradossalmente nel momento in cui le tecnologie visive venivano accolte con entusiasmo, la guerra finì col celare alla vista il campo di battaglia mentre l’occultamento e la dissimulazione divennero armi strategiche al fronte oltre che mezzo di orientamento dell’opinione pubblica. La Grande guerra in eredità visiva al Novecento sembra davvero aver lasciato l’inganno, preoccupata com’era di falsificare la visione in battaglia (celare/simulare) e di inventare una diversa realtà (mostrificare/edulcorare) della guerra da raccontare sul fronte interno. «Se ogni guerra del passato poteva essere osservata dai suoi generali come in un teatro (e anche alle popolazioni civili, che pure non erano considerate “opinione pubblica” come quelle moderne, se ne offriva una narrazione lineare e controllata), il soldato subì nel corso dei secoli un progressivo offuscamento del proprio campo visivo fino alla sua totale scomparsa con la Grande guerra, un’esperienza psicologicamente devastante proprio per il disperato senso di smarrimento e di angoscia determinato da un pericolo mai vissuto così in precedenza. In modo diverso però, questa guerra fu una sfida per gli occhi anche dei civili» (p. 120)

Negli anni della Grande guerra ormai fotografia e cinema avevano, soprattutto la prima, notevolmente affinato le loro tecniche e sperimentato l’impiego in ambito bellico. Nei conflitti come quello di Crimea, nella guerra civile americana o nella guerra russo-giapponese, i vari schieramenti non avevano ancora pianificato veri e propri sistemi di comunicazione attraverso le immagini. È con la Grande guerra che le cose cambiano: «la fotografia, immagine del reale, a cui da pochi anni si è affiancata la cinematografia “dal vero” con funzioni analoghe, assume un ruolo centrale, mettendo in gioco tutte le sue potenzialità: è strumento tattico, scientifico e medico, è documentazione “storica”, è memoria individuale, è propaganda; quest’ultima prerogativa è cruciale, perché è con la Grande guerra che la fotografia rivela per la prima volta come la sua capacità di mostrare oggettivamente possa coniugarsi con quella di dimostrare “oggettivamente” il falso» (pp. 12-13)

Il Primo conflitto mondiale si rivela essere una guerra che non si deve né si può vedere. Basta osservare i cataloghi di fotografie militari, suggerisce D’Autilia, e prendere atto di quali siano i soggetti più ricorrenti tanto nelle immagini pubbliche che in quelle private: «sfilate militari, ritratti di gruppo in trincea, artiglierie ciclopiche, granate inesplose, ricoveri fangosi, panorami dove non si riconosce nulla (era ciò che vedevano i soldati), innocui sbuffi di fumo (unica traccia di esplosioni spaventose), immagini da cartolina di villaggi ancora integri oppure con gli occhi vuoti delle case bombardate, ufficiali che scrutano il fronte con i cannocchiali, scherzi tra ufficiali o soldati, messe da campo, traini di cannoni, vedette, foto di noia o di attesa febbrile, tombe, ospedali da campo (ma solo per mostrarne l’organizzazione: i feriti si alzano dalla barella per mettersi in posa), lunghe panoramiche composte, paesaggi romantici al tramonto (un privilegio della guerra di montagna), qualche artigiano militare, barbieri, i volti primitivi delle maschere antigas. Del tutto simili sono le scene dei film “dal vero”» (p. 13)

In questo atto d’avvio della guerra tecnologica «restarono invisibili le due cose essenziali dell’esperienza di guerra – e di conseguenza per la sua narrazione – almeno dai tempi di Omero: il nemico e la battaglia. Sarà proprio la potenza delle tecnologie di distruzione e di osservazione a far sì che essere visti (mentre si punta un’arma o un obiettivo fotografico) coinciderà con l’essere uccisi da un nemico invisibile, un nemico disincarnato, e questo, oltre ad avere conseguenze sull’immaginario bellico, comporterà anche la quasi totale assenza di immagini sulla guerra guerreggiata» (pp. 13-14).

La cultura visuale, sottolinea Gabriele D’Autilia, oltre che con le esperienze ottiche e le immagini, ha a che fare anche con le immagini del mondo mentale, visto che «ogni nuova immagine entra in relazione o in conflitto con l’immaginario dei singoli soggetti e con l’immaginario sociale, in cui vivono il passato e il mito» (p. 14). Le trasformazioni della cultura visuale operate dalla Prima guerra mondiale hanno coinvolto tanto le immagini che gli occhi degli osservatori, soldati e civili; il conflitto ha determinato un vero e proprio trauma sensoriale innestatosi sulle trasformazioni percettive dell’epoca. Dopo questa guerra, almeno in Occidente, l’essere umano si trova costretto ad «elaborare una nuova etica della visione, a prendere coscienza delle sue astuzie e delle sue menzogne, a stabilire dentro di sé un diverso statuto di verità: accettando le immagini ingannevoli della pubblicità e dei regimi totalitari, con le loro promesse e illusioni, ma anche apprezzando la rilettura soggettiva del reale proposta da quel fondamentale laboratorio di immaginario novecentesco che sarà, a partire dagli anni Venti, il fotogiornalismo (e in modo diverso il film documentario)» (p. 20).

La Grande guerra apre davvero le porte alla perdita dell’esperienza e della possibilità di comunicarla, come aveva intuito Walter Benjamin, e «la sua rappresentazione attraverso film e fotografie mostra già, e tangibilmente, il fallimento della relazione tra esperienza e conoscenza, quella conoscenza oggettiva che era stata e si sarebbe continuato ad assegnare inequivocabilmente alla riproduzione ottica. E tuttavia nuove forme di racconto si annunciano e in questo fotografia e film avranno un ruolo centrale: la narrazione dell’esperienza, e persino la perduta “aura” fotografica, saranno declinate per un pubblico diverso, un pubblico che ha conosciuto la catastrofe tecnologica ma che tuttavia non può rinunciare a credere» (pp. 21-22).

Se Paul Virilio ritiene sia possibile far risalire la guerra tecnologica moderna al conflitto in Crimea e alla Guerra civile americana, sarà però a partire dalla Prima guerra mondiale che si assisterà a quella lotta tra visibilità e invisibilità che caratterizzerà tutti i conflitti successivi. Alle divise sgargianti ottocentesche si sostituiranno tenute atte a rendersi visibili il meno possibile. «Se falliscono gli strumenti per individuare il nemico, quelli per sorvegliare il soldato-cittadino sono invece ben funzionanti. Stato e guerra diventano come sinonimi, lo Stato in guerra si appropria del cittadino, del suo corpo, del suo destino, della sua stessa personalità. Liste di leva, controlli di polizia, censura postale, carte di identità sono già in funzione da decenni, ma ora si va oltre. Sono molti i casi di soldati con l’ossessione di essere spiati, in trincea e poi nei luoghi di detenzione e sanitari dove vengono spediti dopo traumi o ferite. È dunque una dimensione visiva anche l’ossessione, senza poter vedere, di essere visti, dal nemico e dallo Stato» (p. 134). Del resto è con la Grande guerra che fa la sua comparsa quella “visione verticale”, una visione aerea che si propone come “occhio vedente” della “guerra cieca”, che può essere considerata un’anticipazione della “strategia della visione globale”, della “ubiquità della visione” prospettata da Virlio, non più umana ma automatizzata.

Il libro di Gabriele D’Autilia affronta pertanto la complessità della trasformazione percettiva e dell’immaginario visuale che prende il via con la Grande guerra e che arriva fino ai giorni nostri, cioè a un’epoca contrassegnata dal ricorso ai droni, dal controllo dei corpi, dalle visioni aumentate o celate, dalle guerre filtrate dalle messe in scena dei media e via dicendo di cui si è occupato il volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018) e su cui siamo tornati più volte su Carmilla, così come occorrerà riprendere alcuni spunti offerti dal libro di D’Autilia a proposito dell’interazione tra la percezione della guerra e delle sue immagini con gli immaginari di soldati e civili e su cosa abbia lasciato questo conflitto alla cultura visuale e all’immaginario bellico successivi.

Per la parte del volume di Gabriele D’Autilia che si occupa delle modalità con cui alcune opere cinematografiche britanniche hanno mostrato e raccontano il conflitto bellico durante il suo svolgimento si rimanda allo scritto pubblicato su “Il lavoro culturale” incentrato soprattutto su The Battle of the Somme (1916) di Geoffrey Herbert Malins, film considerato da numerosi studiosi come l’opera che ha cambiato la percezione della guerra.


Serie “Guerrevisioni

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Caporetto tra rimozione, falsificazione storiografica e rivoluzione. https://www.carmillaonline.com/2017/11/29/caporetto-rimozione-falsificazione-storiografica-rivoluzione/ Wed, 29 Nov 2017 22:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41766 di Sandro Moiso

Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, che si è celebrato nei giorni scorsi, è coinciso qui in Italia con l’anniversario di un altro avvenimento alla prima strettamente collegato, anche se a prima vista indirettamente. E in tal senso sembrano infatti essere indirizzate tutte le ricostruzioni storiche, celebrate sui giornali, sui media e nell’editoria di ogni tendenza, dell’ammutinamento e diserzione di massa dei soldati italiani avvenuta sul fronte di Caporetto il 24 ottobre 1917.

A un secolo di distanza sono risultate abbondanti le ricostruzioni militari e apparentemente oggettive della vicenda, riducendola [...]]]> di Sandro Moiso

Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, che si è celebrato nei giorni scorsi, è coinciso qui in Italia con l’anniversario di un altro avvenimento alla prima strettamente collegato, anche se a prima vista indirettamente. E in tal senso sembrano infatti essere indirizzate tutte le ricostruzioni storiche, celebrate sui giornali, sui media e nell’editoria di ogni tendenza, dell’ammutinamento e diserzione di massa dei soldati italiani avvenuta sul fronte di Caporetto il 24 ottobre 1917.

A un secolo di distanza sono risultate abbondanti le ricostruzioni militari e apparentemente oggettive della vicenda, riducendola quasi sempre ad una mera disfatta militare. Operando una scelta uguale e specularmente rovesciata rispetto a quella fatta per ricordare gli eventi russi dello stesso anno.
Nel caso della Rivoluzione tutti i commentatori hanno ormai data per scontata la tragedia pagata dal popolo russo a causa dell’azione bolscevica, mentre per Caporetto si è fatto finta di ristabilire democraticamente una verità rimossa, quella delle colpe delle gerarchie e delle insufficienti contromisure prese da queste nei confronti della controffensiva austriaca di quei giorni.Talvolta ricollegandola, nella peggior tradizione delle narrazioni tossiche, ad un armistizio di Brest Litovsk non ancora avvenuto all’epoca.

In entrambe, però, la vera menzogna è stata quella di rimuovere coscientemente l‘azione delle masse diseredate dalla scena della Storia. Soprattutto quando questa azione indica un colossale rifiuto delle condizioni stabilite dalle classi dominanti e dalle loro, apparentemente, immutabili leggi e regole di comportamento. E sostituendo, sul piano della ricerca e della ricostruzione, l’attenzione per il clima sociale e politico che si respira, spesso a livello sovranazionale, in un dato momento storico con ricerche specialistiche che, riducendo il campo di indagine, permettono agli storici, apparentemente così seri ed oggettivi, di selezionare le informazioni, i documenti e le testimonianze utilizzate al fine di falsificare completamente gli avvenimenti e le loro spiegazioni. Alla faccia della sempre presunta e mai raggiunta obiettività.

Affermando, come si è fatto in alcuni testi, che non si svolse alcuno sciopero dei soldati nei giorni di Caporetto si finge di ribaltare il discorso principalmente portato avanti da Cadorna, comandante delle forze armate italiane fino a quella data, e dal suo Stato Maggiore ristabilendo la verità storica e riscattare la memoria dei soldati caduti eroicamente per difendere la patria.

Ora, pur tralasciando il fatto che già all’epoca tale ribaltamento delle giustificazioni cadorniane servì per sostituire il passato comando con quello di un nuovo macellaio, Armando Diaz (il cui nome metaforicamente adornava la scuola di Genova che nel 2001 fu testimone di un altro macello operato dalle forze del disordine), che poco si distinse dal precedente in termini di umanità e di abilità tattica e che, anzi, si distinse per la mancata promessa fatta ai soldati contadini di ripagare la loro fedeltà alla Patria con la ridistribuzione delle terre demaniali ed ex-irredente, occorre considerare che nel corso del primo macello imperialista pochissimi furono i generali di qualsiasi schieramento a tenere in considerazione parametri tattici e strategici che non fossero quelli del massimo volume di fuoco ottenibile dal proprio retroterra economico e industriale e l’utilizzo delle fanterie e, in genere di tutte le truppe impegnate al fronte, come autentica carne da cannone. In una guerra imperialista che risolse il problema della disoccupazione maschile più che con l’aumento della produzione, che ricadde in gran parte sulle spalle di coloro che già erano impegnati nelle officine e a cui si affiancarono in maniera significativa le donne, ancor più con la macellazione diretta nelle trincee e nelle terre di nessuno di milioni di giovani impegnati nel conflitto.

Quel primo e immondo conflitto imperialista causò sui vari fronti tra i dieci e i quindici milioni di morti e dispersi e rispedì verso casa almeno venti milioni di feriti e mutilati.
Basterebbero questi semplici e drammatici numeri a far comprendere che non era forse necessario alcuno sciopero organizzato dei soldati a far sì che le truppe fossero stanche di combattere e che a casa le famiglie dei soldati non volessero altro che la fine della guerra e il loro ritorno a casa. Famiglie proletarie e ancor più spesso contadine che con i giovani figli e mariti avevano spesso perso non solo degli affetti, ma anche un contributo importante all’interno dell’economia, spesso di sopravvivenza, famigliare.

Donne e famiglie che già agli albori del conflitto si erano impegnate nella lotta contro la mobilitazione generale e la guerra e classi sociali che, soprattutto in Italia, avevano seguito una via ben diversa, e maggioritaria, rispetto a quella intrapresa dai nazionalisti e dagli interventisti di ogni colore.1 Una mobilitazione così vasta che aveva costretto il Partito Socialista Italiano, unico tra quelli aderenti alla Seconda Internazionale e grazie anche alle ambiguità e contraddizioni delle classi dirigenti italiane indecise tra Triplice Intesa e Triplice Alleanza di cui pure l’Italia faceva parte, ad accontentarsi di una parola d’ordine apparentemente poco militarista, ma sicuramente rappresentativa dei timori socialisti, come Né aderire, né sabotare. Parola d’ordine che sarà duramente pagata dai proletari, dai contadini e dalle donne italiane proprio quando, come a Caporetto, raggiungeranno il culmine della disperazione e dell’odio per le classi dirigenti.

Se è vero che nel solo 1916 più di un milione e mezzo di soldati russi avevano abbandonato le trincee occidentali e l’esercito zarista, iniziando quella rivoluzione fatta con i piedi ovvero con l’allontanamento dai luoghi degli scontri per fare ritorno a casa, è anche vero che proprio in quell’anno, sul fronte italiano e a poco più di due anni dall’inizio dell’intervento a fianco dell’Intesa, il testo di una canzone come Gorizia tu sei maledetta,2 poi ripresa anche in tedesco e in slavo, segnalava dal basso una stanchezza e una voglia di rivincita inedita nei confronti delle classi dominanti e dei vertici dell’esercito. Nel giro di pochi giorni, per la conquista della città, nel mese di agosto 1916 erano caduti almeno 21.000 soldati italiani e almeno 10.000 austriaci.

La canzone era figlia di quei giorni, prodotta dal momento come lo è tutta la musica autenticamente popolare o folk. Ma come tale non sembra ancora accettata come documento dell’immaginario collettivo prodotto dal basso. Tanto è vero che costituì a lungo motivo di scandalo e non solo negli anni più vicini al conflitto mondiale, ma anche più tardi come quando fu eseguita nel 1964 dal Nuovo Canzoniere Italiano in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto all’interno dello spettacolo “Bella ciao”:

suscitando l’ira dei benpensanti. Quando Michele L. Straniero e Fausto Amodei iniziarono a cantare “Gorizia” avvennero incidenti in sala; la destra cercò di impedire le rappresentazioni; Straniero, Leydi, Crivelli e Bosio furono denunciati per vilipendio delle forze armate.3

I versi della canzone sembrerebbero in sé già piuttosto espliciti:

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana,
questa guerra ci insegna a punir.
Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando: assassini!
Maledetti sarete un dì.

Ma basterebbe dare un’occhiata più attenta a un altro tipo di documenti, le lettere inviate dai soldati a casa e censurate dagli organismi militari preposti, per comprendere ancora di più lo stato d’animo che serpeggiva nelle trincee dal 1916.
Ne propongo qui di seguito alcune scelte a caso tra le tante.

Porco Dio, fanno bene a dare il pane ammuffito così finirà presto la guerra! Ed io ho piacere, popolo cornuto e bastonato, vuoi continuare a fare la guerra? Ma ribellatevi, uccidete tutti gli ufficiali e che sia finita!

Oppure:

Io sono un ufficiale per forza, e non ho voluto la guerra e ho quasi fatto a cazzotti prima della guerra con gli studenti che facevano le manifestazioni interventiste. La guerra è stata voluta da due o tre gruppi di mascalzoni.4

Due tra le tante si diceva. Ma se ancora non bastassero le lettere proviamo a rivolgerci ad altre fonti, anche di testimoni non di parte come soldati o anarchici e socialisti contrari alla guerra.

Il fenomeno di Caporetto è un fenomeno schiettamente sociale.
E’ una rivoluzione.
E’ la rivolta di una classe, di una mentalità, di uno stato d’animo, contro un’altra classe. Un’altra meentalità, un altro stato d’animo.
E’ una forma di lotta di classe. I sintomi che l’hanno preceduto e accompagnato sono quelli di un perturbamento sociale: sono gli stessi che hanno preceduto e accompagnato tutti i perturbamenti sociali.

La fanteria, nell’annata 1917, era grandemente «demoralizzata». Non credeva più a nulla, non aveva più fiducia in nessuno. Voleva la pace, a qualunque costo.
Le Brigate che si rifiutavano di combattere, i soldati che prolungavano, motu proprio, le licenze, gli ufficiali che si lagnavano pubblicamente, tutto ciò era monito e minaccia. […]
L’offensiva di Maggio aveva fiaccato la resistenza dei fanti, quella di Agosto. Condotta brutalmente e a forza dai carabinieri, aveva messo a nudo le piaghe di cui soffriva il popolo delle trincee.
Gli atti di insubordinazione divenivano ogni giorno più gravi. La caccia ai carabinieri diventava sempre più feroce. L’odio dei soldati si manifestava in atti di natura prettamente sociale. […]
I casi di rivolta contro gli ufficiali erano rarissimi: i fanti apprezzavano e rispettavano i superiori diretti, quelli che dividevano con loro la paglia, il pane e la buca merdosa. E’ vero che, talvolta, li uccidevano a fucilate nella schiena: ma non per malvagità o per spirito d delinquenza. Per vendetta. La vendetta presuppone un torto. In ogni ufficiale ucciso dai propri soldati vi era un colpevole. […] Il fante non uccideva i carabinieri, non sparava contro le automobili dei generali, contro le colonne di camions, contro le baracche dei campi di aviazione, contro le finestre illuminate degli Alti Comandi, il fante non commetteva questi atti di indisciplina per «insofferenza della disciplina», o per istinti criminali, bensì per ragioni profondamente umane e sociali. […] In tutti coloro che soffiavano sul fuoco, predicavano la necessità del sacrificio, declamavano concioni patriottiche, sventolavano bandiere nelle comode vie delle comodissime città dell’interno, in tutti coloro che spingevano alla guerra senza farla e senza capirla, il fante vedeva un nemico.5

Un altro testimone di Caporetto fu l’americano Ernest Hemingway che proprio nel suo romanzo Addio alle armi, pubblicato nel1929, parzialmente basato su esperienze personali dello scrittore che negli ultimi mesi della grande guerra aveva prestato servizio come conducente di ambulanza, racconta una storia che si svolge in Italia prima, durante e dopo la battaglia di Caporetto.
Nel narrare le vicende l’autore ricorderà gli ufficiali fucilati dai soldati mentre cercavano di fermare la loro ritirata dal fronte e giungerà alla conclusione che i disertori non sono altro che soldati che hanno avuto il coraggio di firmare una pace separata con il nemico.

Poiché il clima sociale e politico non si era creato soltanto nelle trincee e soltanto in Italia occorre ricordare ancora alcuni altri fatti.
Nella primavera del 1917, tra aprile e giugno, migliaia di soldati francesi avevano abbandonato le trincee. La parola d’ordine era Facciamo come in Russia!, ma nessun partito la raccolse e la fece propria e così anche l’ammutinamento francese finì con fucilazioni esemplari e condanne dei militari ribelli.6

A Torino, nell’agosto dello stesso anno gli operai e le operaie dello stesso anno erano scesi in sciopero e avevano preso le armi, occupato i quartieri proletari e le fabbriche, costruito barricate e coinvolto e disarmato alcuni reparti inviati per sconfigger e la rivolta. Mentre gli anarchici si diedero da fare per organizzare le sparse, e alla fine sconfitte forze proletarie, i pochi militanti del Partito Socialista presenti in città (una trentina), dopo aver invitato le maestranze a tornare al lavoro, decisero di appoggiare la protesta ma senza dare, se non generiche, indicazioni politiche.7 Non fecero miglior figura i futuri fondatori del PCd’I, nemmeno i più intransigenti tra di loro, che nello stesso periodo non pubblicarono un rigo sull’argomento Torino o Caporetto.8

La rivoluzione però sembrava bussare alle porte e non solo in Russia dove il 7 novembre si sarebbe risolta con l’avvio del governo dei Soviet che avrebbero sostituito il governo provvisorio in carica ormai dai primi di marzo quando, grazie soprattutto all’Ordine numero 1 dettato direttamente dai rappresentanti dei soldati al Soviet di Pietrogrado, il vecchio regime zarista si era ritrovato con un esercito su cui non poteva più fare affidamento come in passato e lo zar Nicola aveva abdicato a favore del fratello che a sua volta non accettò l’incarico di reggere un paese in rivolta. Lo strumento classico della controrivoluzione nazionale e internazionale si era infatti trasformato nello strumento della rivoluzione.

Così, nonostante l’insipienza delle forze politiche italiane, soprattutto di quelle socialiste nelle loro diverse declinazioni, ma grazie alle ripetute iniziative dal basso, nelle trincee, nelle città e nelle campagne, il Governo decise di affidare al Direttore generale di pubblica sicurezza il compito di riferire con relazioni periodiche riassuntive le Condizioni dello spirito pubblico nel Regno.
La prima fu redatta in data in data 8 febbraio 1918 e portava come titolo il seguente: MOVIMENTO SOVVERSIVO ED ANTIBELLICO NEL REGNO DURANTE I MESI DI DICEMBRE 1917 E GENNAIO 1918.
Alla prima seguirono altre venti, attente relazioni, l’ultima in data 19 novembre 1918 a guerra sostanzialmente finita.9

L’iniziativa si deve collocare all’interno di quella ripresa di efficienza del potere centrale nel periodo successivo a Caporetto, che ebbe il suo fulcro nella riorganizzazione del ministero degli Interni e dei suoi organi periferici, e nel più stretto controllo del centro sulla periferia; ma essa riflette anche l’accresciuta preoccupazione delle sfere politiche nei confronti dei pericoli di moti insurrezionali, che dopo Caporetto si temeva potessero coinvolgere il paese.10

Il timore era forte e perfettamente giustificato, poiché la guerra imperialista aveva suscitato un’ira implacabile nei confronti delle classi dirigenti, dei governi, delle monarchie, della borghesia e del capitalismo tout court. Non solo il dopoguerra europeo, soprattutto nei paesi “sconfitti” sarebbe stato segnato dall’azione armata di operai e soldati che erano sopravvissuti alle trincee e che intendevano far pagare ai veri responsabili le proprie inumane sofferenze,11 la follia che ne era derivata per un numero di combattenti che non sarebbero mai più tornati alla normalità,12 e le leggi draconiane applicate per la diserzione e l’autolesionismo tra i soldati che avevano cercato di sfuggire all’infernale tritacarne del conflitto o che anche soltanto avevano criticato la guerra o gli alti comandi.13

Su quest’ultimo punto basti citare un singolo episodio. Durante una cena tra quattro giovani aspiranti ufficiali degli alpini, subito dopo Caporetto, uno dei quattro forse più loquace o più spregiudicato, afferma che la guerra è ingiusta, aggiungendo:

«Ho piacere che abbiano sfondato le linee (gli austriaci – NdR). Magari arrivassero a Milano, così sarebbe finita per tutti». I colleghi ammutoliscono. Si alzano e appena fuori vanno a denunciare il collega ai carabinieri. Cinque giorni dopo il Tribunale militare di guerra del XX corpo d’armata condanna per tradimento l’aspirante ufficiale alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena. La sentenza viene eseguita nella stessa giornata.14

L’Italia avrà il triste primato delle condanne a morte comminate dai tribunali militari in tempo di guerra:

Nel corso della Grande Guerra, davanti ai tribunali militari comparvero 323.527 imputati di cui 262.481 in divisa, 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Le condanne interessarono il 60 per cento dei processi. 4.028 dibattimenti si conclusero con la pena capitale (2.967 con gli imputati contumaci). Le sentenze di morte eseguite furono 750.15

Cui forse dovrebbero essere aggiunti tutti quei soldati che furono abbattuti sul posto dagli ufficiali o dai carabinieri per impedirne l’ammutinamento o anche soltanto la fuga dalla trincea.

Soltanto tra il 1917 e il 1920 furono più di venti i rivolgimenti armati o i rovesciamenti violenti del potere costituito nell’area dell’Europa orientale e della Mitteleuropa,16 ma ciò che occorre qui sottolineare è che il grande macello ebbe fine proprio grazie alle rivolte dei soldati, dei marinai e degli operai delle industrie belliche tedesche che con la loro mobilitazione nel novembre del 1918 costrinsero il Kaiser ad abdicare, imposero la fine della guerra e la nascita della Repubblica.

Sarebbe qui troppo lungo narrare la storia di quei giorni, le contraddizioni, lo scontro tra Socialdemocrazia tedesca e forze rivoluzionarie, ma certo è che l’esempio russo di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile e rivoluzionaria aveva dato i suoi frutti in gran parte del continente coinvolto nella guerra.

Non solo. Anche la guerra civile russa, animata dalle potenze imperialiste contro la novella repubblica dei soviet e a fianco dei generali “bianchi”, fu in gran parte debellata grazie proprio all’ammutinamento delle truppe straniere inviate sul territorio sovietico per sconfiggere la rivoluzione. I soldati inglesi e di altre nazionalità si ammutinarono a Murmansk e ad Arkhangelsk, mentre i marinai francesi inviati con la flotta nel Mar Nero si ammutinarono ad Odessa. Così, mentre i venti di rivolta spiravano anche tra le truppe americane dislocate nell’oriente siberiano, alla fine del 1919 tutte le truppe straniere dislocate sul suolo sovietico erano state ritirate dal fronte, condannando di fatto alla definitiva disfatta le raffazzonate armate bianche, in cui la diserzione già dilagava, di Kolchak, Denikin e Wrangel.

Ancora una volta per una sintetica ricostruzione dello sciopero, indetto a partire dall’autunno del ’19, dai portuali americani di Seattle per impedire l’invio di armi al fronte controrivoluzionario e del vero e proprio rifiuto dei soldati di continuare a combattere per la causa dei Bianchi, ci assiste un romanzo, scritto non a caso negli anni dell’intervento americano in Vietnam.

Gli scaricatori di Seattle ficcarono le mani nelle tasche dei loro giacconi bagnati e abbandonarono il lavoro. I marinai francesi di Odessa, atterriti dalla loro stessa audacia, si ammutinarono piuttosto che continuare a combattere i Rossi. Le forze inglesi e gli americani che prestavano sotto gli ufficiali britannici a Arcangelo e Murmansk, avevano già avuto la prova delle renitenza dei soldati quando avevano ricevuto l’ordine di avanzare contro le forze dell’Armata Rossa.
Nell’aria c’era un terribile senso di resistenza.
I consulenti in materia di investimenti rabbrividirono e cominciarono a consigliare ai propri clienti di scaricare o vendere subito certe azioni che neanche tre mesi prima erano in rialzo […] Generali e statisti erano allibiti, perché il loro vocabolario tradizionale, i loro appelli al patriottismo, agli ideali, all’abnegazione e alla gloria si dimostravano inefficaci contro l’infezione della renitenza. Le truppe fresche che giungevano in linea erano non meno riluttanti di quelle che al fronte c’erano da mesi. Anzi lo erano di più.[…] Indifferenza, inerzia e riluttanza piovevano su tutti i fronti. Gli eserciti si muovevano qua e là con passo pesante e affaticato aspettando il caos che li liberasse.17

Molti di quei soldati, giovani, arrabbiati, delusi e disoccupati al loro ritorno in patria, furono anche quelli che diedero vita alle prime formazioni armate di autodifesa e offensiva proletaria. Come accadde in Italia dove furono proprio le formazioni volontarie di ex-combattenti, quelle che poi diventarono gli Arditi del popolo, a fronteggiare più volte vittoriosamente i fascisti.18 Con buona pace di chi, soprattutto nel PCd’I, metteva avanti l’idea di mantenere una netta separazione tra le squadre armate del Partito e, ancora una volta, le iniziative dal basso.

La guerra imperialista trasformata in guerra civile rivoluzionaria, questo è ciò che separò allora e separerà ancora e sempre l’antimilitarismo anti-imperialista dal pacifismo generico, sempre pronto ad ammettere la necessità di una guerra nazionale difensiva. Il rovesciamento dell’esercito da strumento di repressione ad arma della Rivoluzione, è ciò che caratterizzerà sempre l’antimilitarismo rivoluzionario da quello falsamente pacifista e democratico. La ricerca della verità nei fatti e nelle testimonianze dei ceti meno abbienti e nelle loro espressioni culturali e politiche, nell’immaginario che le ha accompagnate o che ne è conseguito è ciò che differenzia una storiografia realmente antagonista da quella perbenista e giustificazionista degli studiosi che, anche indirettamente, difendono l’attuale ordine di cose presente attraverso l’obiettività, sempre presunta e mai raggiunta, dell’utilizzo delle fonti ufficiali e delle testimonianze raccolta dalle commissioni di inchiesta governative. Dando così vita ad una ricostruzione dei fatti volta soltanto a giustificare l’ingiustificabile: la guerra imperialista, i partiti borghesi ed opportunisti, gli interessi economici e “nazionali”, la vigliaccheria dei rivoluzionari da operetta.

Dove, infine, tale scelta dei soldati e dei giovani richiamati diventò importante anche senza giungere ad una vera e propria rivoluzione, come nei casi degli Stati Uniti impegnati in Vietnam e del Portogallo degli anni settanta, la scelta di disertare, ammutinarsi o uccidere i propri ufficiali sul campo si dimostrò essere sempre, oltre che inevitabile, quella migliore per il destino e la coscienza della comunità umana nel suo complesso.
Così, anche là dove l’iniziativa resta individuale o casualmente collettiva come nel caso della diserzione, occorre aver ben chiaro che di fronte all’inciviltà dei macelli imperialisti la fuga, il rifiuto di combattere e la spontanea ritirata, come avvenne a Caporetto, rappresentano ancora una scelta migliore e più civile della cieca obbedienza agli ordini superiori.


  1. Si confronti : https://www.carmillaonline.com/2014/11/20/guerra-guerra/  

  2. cfr. https://www.carmillaonline.com/2016/08/06/gorizia-lattuale/  

  3. Cfr: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=47&lang=it  

  4. Tratte da Quinto Antonelli, Storia intima della grande guerra. Lettere, diari e memorie dei soldati al fronte, Donzelli 2014, pag.251  

  5. Curzio Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, Vallecchi 1995 (secondo il testo della prima edizione 1921), pp.119-121  

  6. Pietro Caporilli, Francia 1917. Gli ammutinamenti nelle trincee, Genova 1989 (prima edizione italiana 1934)  

  7. cfr. Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Einaudi 1958, pp.416-430  

  8. cfr: Amadeo Bordiga, Scritti 191-1926. La guerra, la rivoluzione russa e la nuova Internazionale 1914-1918, Graphos 1998  

  9. Giovanni Procacci, “Condizioni dello spirito pubblico nel Regno”: i rapporti del Direttore generale di Pubblica sicurezza nel 1918, in Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche, DI FRONTE ALLA GRANDE GUERRA. Militari e civili tra coercizione e rivolta, il lavoro editoriale, Ancona 1997, pp.177-247  

  10. Procacci, op.cit. pag.177  

  11. Si consulti per il livello di sofferenza raggiunto nelle trincee europee del conflitto 1914-18: John Keegan, Il volto della battaglia, Mondadori 1978.  

  12. cfr: Antonio Gibelli, L’OFFICINA DELLA GUERRA. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringieri 1991 e, ancora, Antonio Gibelli, La guerra laboratorio: eserciti e igiene sociale verso la guerra totale in LA GUERRA VISSUTA. Fronte, fronte interno e società, MOVIMENTO OPERAIO E SOCIALISTA (nuova serie), anno 3 n° 5, 1982, pp.335-349  

  13. Cfr: Enzo Forcella e Alberto Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza 1968  

  14. Forcella – Monticone, op.cit. pag. VII  

  15. Dino Martirano, L’onore (perduto ma restituito) dei soldati italiani fucilati nella Grande Guerra, Corriere della sera, 21 maggio 2015  

  16. Cfr: Robert Gerwarth, La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923, Laterza 2017  

  17. Ric Hardman, Fifteen Flags, 1968 – traduzione italiana Quindici bandiere, Arnoldo Mondadori 1971, pp.456-458  

  18. Cfr: Valerio Gentili, Roma combattente. Dal Biennio Rosso agli arditi del popolo, la storia mai raccontata degli uomini e delle organizzazioni che inventarono la lotta armata in Italia, Castelvecchi 2010  

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Cent’anni fa a Caporetto https://www.carmillaonline.com/2017/11/12/centanni-fa-a-caporetto/ Sat, 11 Nov 2017 23:01:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41468 di Armando Lancellotti

Nicola Labanca, Caporetto. Storia e memoria di una disfatta, il Mulino, Bologna, 2017, pp. 239, € 19,00

L’ultimo libro dello storico Nicola Labanca, recentemente uscito presso il Mulino, tratta di una delle numerose ricorrenze storiche centenarie di questo 2017 e più precisamente di quell’avvenimento che sul piano internazionale e della storia mondiale ebbe sicuramente un impatto minore di altri contemporanei eventi epocali, quali le rivoluzioni russe di febbraio (marzo) e ottobre (novembre) o l’entrata degli Stati Uniti nella Grande Guerra (aprile), ma che per la storia italiana rappresentò un punto di non ritorno ed un trauma nazionale profondo [...]]]> di Armando Lancellotti

Nicola Labanca, Caporetto. Storia e memoria di una disfatta, il Mulino, Bologna, 2017, pp. 239, € 19,00

L’ultimo libro dello storico Nicola Labanca, recentemente uscito presso il Mulino, tratta di una delle numerose ricorrenze storiche centenarie di questo 2017 e più precisamente di quell’avvenimento che sul piano internazionale e della storia mondiale ebbe sicuramente un impatto minore di altri contemporanei eventi epocali, quali le rivoluzioni russe di febbraio (marzo) e ottobre (novembre) o l’entrata degli Stati Uniti nella Grande Guerra (aprile), ma che per la storia italiana rappresentò un punto di non ritorno ed un trauma nazionale profondo che fece sentire i suoi effetti per un lungo periodo di tempo successivo alla sua conclusione: la battaglia, la disfatta e la rotta di Caporetto del 24 ottobre 1917.

Lo studio di questa pagina così determinante della storia italiana del ‘900 viene affrontato dallo storico e docente dell’Università di Siena in un saggio volutamente più “agile” e “snello” delle ponderose monografie già disponibili sull’argomento e/o di recente e quasi contemporanea uscita ed attingendo cospicuamente ad un materiale di archivio tanto ricco quanto spesso poco considerato dagli studiosi nei cento anni che ci separano dai giorni dell’attacco austro-ungarico e tedesco alle linee italiane sull’alto Isonzo: i verbali di centinaia di interrogatori di semplici soldati, sottufficiali, ufficiali ed alti ufficiali compiuti dopo la guerra da una apposita Commissione di inchiesta, di cui sono stati spesso esaminati – ricorda Labanca – i due volumi della Relazione finale, ma non tutte le carte e tutto il materiale dalla Commissione raccolti.

Come già nel libro scritto e curato qualche anno fa insieme a Oswald Überegger sulla guerra italo-austriaca [su Carmilla], Labanca intraprende strade di ricerca più originali e meno praticate di altre, riuscendo a ricomporre in sole duecento pagine un quadro della disfatta di Caporetto completo, ricco di spunti per successivi approfondimenti e scritto con una prosa efficace e piacevole.

Labanca prende a prestito dallo storico militare inglese John Keegan il concetto di “nebbia di guerra”, che efficacemente spiega come per il soldato che combatte la percezione di ciò che accade in battaglia sia qualcosa di confuso, di caotico ed impreciso, essendo il combattente totalmente preso dalla preoccupazione per la propria sopravvivenza, dallo scompiglio della battaglia, dall’impressione provocata dal sangue e dalla morte che lo circondano e lo incalzano. La sua visione delle cose è come quella di chi osserva la realtà a sé circostante avvolta da una fitta nebbia o di chi fissa un oggetto da una prospettiva troppo ravvicinata. Trascende, quindi, le possibilità del soldato direttamente coinvolto nello scontro la comprensione d’insieme della battaglia e a maggior ragione della guerra nel suo complesso; ma l’effetto della “nebbia di guerra” si produce anche per chi comanda la truppa e pure per gli alti ufficiali, che, anche se non partecipano direttamente alla battaglia armi in pugno e la osservano da una diversa prospettiva, spesso non ne colgono però il senso complessivo; anche la loro è una prospettiva “annebbiata” e parziale.

Questo concetto, sostiene Labanca, si può certamente applicare ai soldati italiani coinvolti nella battaglia e nella rotta di Caporetto, dal 24 ottobre fino al 9 novembre 1917, quando l’esercito riuscì a riorganizzare una linea difensiva lungo il Piave, «di essa i combattenti, e spesso i comandanti, conoscevano quello che vedevano, ma avevano difficoltà a raffigurarsi l’insieme» (p. 9).

Per diradare questa nebbia occorre – come sempre richiede il lavoro storiografico – la presa di distanza dall’oggetto, la ricostruzione del quadro complessivo, la composizione delle differenti prospettive, l’accumulo di riflessioni, analisi e studi e la considerazione delle loro diversificazioni e stratificazioni nel corso del tempo. L’idea dell’autore è allora quella di pensare Caporetto a cent’anni di distanza, prima considerando l’infittirsi di quella coltre di “nebbia di guerra” che calò sul tratto di fronte dell’alto Isonzo tra Plezzo e Tolmino e non solo nei giorni della sconfitta, della rotta e della ricostituzione della linea difensiva sul Piave, ma anche per molto tempo ancora dopo la battaglia, per poi procedere al diradamento di quelle brume, reso possibile dal lavoro di un secolo di storiografia.

La prima interessante parte del volume è dedicata proprio alla lettura, all’ascolto, delle tante voci dei protagonisti della battaglia e della rotta di Caporetto – i militari – attraverso il materiale della Commissione di inchiesta. Ne esce un quadro estremamente ricco e diversificato di punti di vista, percezioni e giudizi sull’accaduto, articolato per differenze di grado gerarchico, per estrazione sociale, per istruzione e cultura, per orientamento politico e per livelli di consapevolezza molto eterogenei, sia della battaglia di Caporetto in particolare, sia della guerra italiana ed internazionale nel suo complesso.

L’unico che in quelle convulse giornate sembrò non avere dubbi sulle ragioni dell’accaduto fu Luigi Cadorna, il Comandante supremo delle forze armate italiane, che già il 28 ottobre divulgò un comunicato a tal punto sconcertante che il governo cercò di correggerlo e di edulcorarlo in una seconda versione ufficiale, anche se nel frattempo quella originale era già circolata all’estero e da lì rientrò in Italia. In essa si parlava di soldati “vilmente ritiratisi” ed “ignominiosamente arresisi” al nemico.

Ciò che colpisce – scrive Labanca – del comunicato del 28 ottobre è che «Cadorna sembrava volere dare l’impressione di aver capito e saputo tutto. E di aver trovato subito i colpevoli: non lui stesso, in primo luogo, né il Comando supremo o l’esercito, ma i soldati (di “taluni” reparti, che avevano ceduto, ma in fondo anche delle altre truppe i cui sforzi “non erano riusciti a impedire” la disfatta) e per certi versi il governo (se solo all’esercito, e non a quello, in guerra “sono affidati l’onore e la salvezza della Patria”)» (p. 11). In realtà, come le analisi e le attente ricostruzioni del libro di Labanca dimostrano nei capitoli centrali, le cose non stavano in questi termini e le responsabilità principali della disfatta sono da ricercarsi proprio negli errori e nelle gravissime deficienze dei comandi e quindi di Cadorna in primis. Le ragioni militari, in sostanza, vengono prima di quelle “politiche” (il presunto tradimento e il disfattismo) che, non disinteressatamente, Cadorna lasciava intendere.

Caporetto, seppur quantitativamente non paragonabile alle catastrofiche ecatombi di Verdun o della Somme sul fronte occidentale, per l’Italia fu davvero qualcosa di sconvolgente e pauroso: «Da sole la rottura del fronte e poi la rotta a essa seguita […] portarono all’invasione austrotedesca di più di 20.000 kmq del territorio nazionale e […] arretrarono di 150 km il fronte dal Carso, dall’Isonzo e dalle Alpi Carniche sin giù al Piave. L’Italia lasciò sul campo 11.000 morti e 29.000 feriti. In mano agli avversari restarono 300.000 prigionieri. Forse altri 300.000 uomini rimasero sbandati nella rotta. Dopo l’ottobre del 1917, con Caporetto, la guerra italiana combattuta fin dal maggio 1915 all’offensiva per Trieste e Trento diventò strettamente difensiva» (pp. 86-87).

Anche se «l’immagine che diede origine al più resistente mito di Caporetto: lo “sciopero militare” dei soldati italiani» (p.92), ovverosia la rappresentazione che più si impresse nell’immaginario collettivo fu quella dello sbandamento di una fiumana di soldati che precipitosamente arretravano, spesso gettando il fucile o abbandonando l’uniforme, in realtà le ragioni decisive della disfatta sono da ricercare sul piano strategico-militare, tanto in relazione alla situazione del fronte dell’alto Isonzo nell’autunno del 1917, quanto in relazione all’intera conduzione della guerra da parte dell’alto comando italiano.

È noto che il tratto tra Tolmino e Plezzo era considerato una parte relativamente tranquilla del fronte e che i comandi italiani non sospettavano che gli austro-tedeschi potessero attaccare lì, nonostante che tra settembre ed ottobre fossero arrivate sempre più informazioni circa i preparativi nemici di truppe per un attacco proprio in quel punto. La sottovalutazione del caso particolare si inseriva poi in un quadro strategico generale che considerava il fronte giulio, ma nella sua parte meridionale, come quello centrale e decisivo per le sorti del conflitto italiano e che concepiva ostinatamente la conduzione della guerra sull’Isonzo in un solo modo possibile, che presto trasformò la guerra sul fronte italiano in una assurda carneficina non dissimile a quelle che si consumavano su tutti gli altri fronti: l’offensiva continua, per infliggere al nemico le cosiddette “spallate” (le dodici battaglie dell’Isonzo, l’ultima della quali fu proprio quella di Caporetto). Ma la guerra di trincea dava maggiore «forza alla difesa rispetto ai piani dell’offesa» (p. 99).

Tra gli “errori di valutazione” non vanno certo dimenticati – spiega Labanca – anche la sopravvalutazione delle potenzialità e della forza dell’esercito italiano e la sottovalutazione del fatto che il paese era entrato in guerra tra mille divisioni e contraddizioni politiche. Ancor più nello specifico poi, la ricerca ossessiva della “spallata” offensiva aveva indotto i comandi a concentrare troppe forze sulle prime linee, senza che venissero predisposte truppe di riserva nelle retrovie, linee arretrate ben attrezzate e pronte all’utilizzo in caso di ripiegamento, o che fossero concepiti piani precisi per comandi preparati ad attuarli. Anche gli ordini, tardivi indecisi ed inadeguati, impartiti da Cadorna subito dopo la rottura del fronte lasciano intendere come l’incomprensione della nuova tattica d’attacco degli austro-tedeschi (l’infiltrazione) e l’impreparazione fossero massime. Una inadeguatezza complessiva dell’alto comando italiano che secondo Labanca trovava una spiegazione non secondaria anche nella impostazione data allo Stato Maggiore dal Comandante supremo. «La centralizzazione sulla figura di Cadorna […] della politica di ricompense e promozioni […] contribuiva a creare passività ed induceva al conformismo e al servilismo una parte della più alta ufficialità italiana» (p. 64). Insomma, una scarsa capacità di prendere iniziative indipendenti le cui conseguenze si sarebbero rivelate fatali anche a Caporetto.

Se dal vertice dell’esercito italiano passiamo alla considerazione dei punti di vista e delle prospettive della base del medesimo, il quadro cambia completamente. Dalle testimonianze rilasciate alla Commissione di inchiesta dai soldati semplici si evince come le trincee italiane fossero «rudimentali, da tracciare, da rafforzare» (p.25) e come fosse di conseguenza forte il malessere patito dalle truppe del Regio Esercito al fronte, che forse anche per questo – osserva ed ipotizza Labanca – nel momento dell’improvviso attacco nemico «cedettero, o non resistettero quanto forse essi stessi avrebbero potuto pensare di saper fare» (p. 25). Nonostante gli sforzi economici, produttivi, industriali per armare adeguatamente l’esercito dopo l’entrata in guerra del ’15, le distanze fra l’esercito italiano e gli eserciti di molte delle altre potenze belligeranti si erano sì ridotte, ma non completamente colmate e di fronte al massiccio, improvviso ed inaspettato attacco nemico, un attacco molto ben preparato e progettato, le truppe italiane si trovarono in grande difficoltà.

Oltre agli aspetti tecnico-militari ci sono poi quelli politici che emergono dalle parole pronunciate dai soldati semplici davanti alla Commissione. Non si trattò tanto di uno “sciopero militare” effettivamente e consapevolmente concepito e realizzato (cosa che Labanca tende decisamente ad escludere che sia accaduto), quello “sciopero militare” cioè che rappresentò lo spauracchio principale per lo Stato maggiore dell’esercito, per la classe politica e dirigente italiana, e non solo quella interventista in senso stretto, ma che in realtà – nonostante Cadorna nel suo comunicato del 28 ottobre lasciasse proprio intendere che la rotta fosse dovuta a questo – non si verificò mai, quanto piuttosto si trattò della “stanchezza” dei soldati, del loro scoramento e della loro sostanziale sfiducia o «presa di distanze dall’esercito, dal governo e dallo Stato liberale che li avevano trascinati in quel conflitto» (p. 27).
Al momento della ritirata e del ripiegamento molti soldati erano sbandati, spesso anche per l’impreparazione dei comandi che non seppero come comportarsi nel momento della rottura del fronte e della rotta, in altri casi per scelta spontanea e personale, in altri ancora forse anche con la speranza che questo significasse finalmente la fine della guerra. Di fatto, molti erano arretrati gettando l’uniforme e il fucile lungo i cigli delle strade o dentro ai fossi. «Quei soldati, almeno in quel momento, fra l’Isonzo e il Piave, non volevano più fare la guerra» (p. 29), nonostante che il “pugno di ferro” della più inflessibile disciplina militare, a cui Cadorna aveva da subito fatto ricorso dopo l’entrata in guerra, colpisse implacabile con soppressioni e fucilazioni sommarie, nel tentativo di arginare lo sfaldamento delle truppe.

La Commissione di inchiesta, scrive Labanca, riservò «qualche attenzione […] anche al comportamento degli ufficiali inferiori, tenenti e capitani, perché si voleva essere rassicurati che aveva tenuto la borghesia italiana, la quale aveva riempito i gradi dell’ufficialità di complemento» (p. 34). Dalle testimonianze raccolte – conclude lo storico – risulta chiaro che anche per i sottufficiali di complemento le ragioni della rotta fossero sostanzialmente militari, anche se poi certi aspetti della reazione e del comportamento dei soldati avrebbero potuto anche fare supporre o temere ci fosse dell’altro.

Salendo i gradi della gerarchia militare, Labanca considera le testimonianze rese alla Commissione dagli ufficiali subalterni (sottotenenti, tenenti) e da quelli superiori. In questo caso si trattava di uomini con un sufficiente livello di istruzione e di cultura, che consentiva loro di avere, rispetto alla truppa, una visione d’insieme ben più articolata di quanto accaduto a Caporetto e della guerra in generale, una guerra di cui condividevano le ragioni e di cui sostenevano la necessità, avendo sposato le ragioni dell’interventismo italiano. Nonostante questo, fa notare Labanca, è necessario distinguere tra le posizioni dei subalterni, solitamente più vicine a quelle dei semplici soldati, nonostante qualche accusa “cadornista” di disfattismo o di codardia, e quelle degli ufficiali superiori, nelle quali l’addossamento delle responsabilità ai combattenti ritenuti imbelli e vigliacchi è decisamente più frequente, anche se non mancano lucide analisi tecnico-militari sull’efficacia della nuova strategia dell’infiltrazione messa in atto dagli austro-tedeschi e sulle carenze delle linee difensive italiane. Insomma, mano a mano che si sale di grado nella catena di comando militare, la spiegazione “militare” (cioè innanzi tutto la responsabilità dei comandi) lascia il posto alla spiegazione “politica” (cioè la responsabilità dei soldati disfattisti e di chi ne avrebbe traviato lo spirito patriottico).

La Commissione di inchiesta coinvolse infine anche i generali e gli alti comandi dell’esercito italiano, che direttamente (Cadorna, Capello, Cavaciocchi, ecc) o indirettamente erano stati investiti dalla disfatta e dalla rotta di Caporetto.
Innanzi tutto, fa notare Labanca, i generali facevano parte (e così si consideravano) della élite del paese ed inoltre la loro prospettiva sull’accaduto era di molto diversa e “distante” da quella non solo dei semplici soldati, ma anche da quella degli ufficiali inferiori. In linea di massima, osserva Labanca, nelle dichiarazioni degli alti ufficiali emergono la tendenza alla spiegazione giustificazionista della disfatta di Caporetto, che viene spesso derubricata a livello di una delle tante pesanti sconfitte subite da tutti gli eserciti combattenti, o il ridimensionamento dell’impatto politico della rotta. A questi argomenti si aggiunge poi il tentativo degli alti comandi di “scaricare” verso il basso le responsabilità dell’accaduto, non solo in direzione della truppa, ma anche degli ufficiali di complemento o comunque subordinati.
«È in questo quadro, di una élite militare che, nel segreto della deposizione a una commissione d’inchiesta, prova a scaricare su altri responsabilità anche proprie, che vanno lette le ripetute accuse ai soldati. Qui, il cadornismo si rivela più diffuso di quanto si potesse pensare” (pp. 54-55).

Certo non mancarono anche le voci che registrarono e denunciarono tanto l’efficacia delle strategie nemiche quanto l’insufficienza e le carenze delle forze e delle difese italiane, ma la propensione alla spiegazione cadornista era prevalente. Forse, fa notare Labanca, solo pochi avrebbero sottoscritto le esatte parole dello sconcertante comunicato del Comandante supremo del 28 ottobre, ma l’idea che la disfatta fosse stata facilitata, se non proprio causata, dalla propaganda neutralista o disfattista e da uno strisciante pacifismo, che poteva aver portato se non proprio allo “sciopero militare” quanto meno all’arrendevolezza dei soldati, al crollo morale delle truppe, fino addirittura alla vigliaccheria, emerge dalle parole degli alti ufficiali e dei generali del nostro esercito.

Per quanto riguarda le accuse di ignominia e di viltà di fronte al nemico, gli alti comandi poi divergevano al momento di individuarne la causa scatenante ed il fattore determinante: chi accusava i “rossi”, chi i “neri”, chi cioè i socialisti e chi i cattolici, chi il Psi, che aveva adottato la linea del “né aderire né sabotare” senza mai sposare quella dell’”unione sacra”, chi la Chiesa cattolica, su posizioni di ostruzione verso lo Stato liberale sin dall’unità e neutraliste e critiche verso la guerra, come quelle espresse dal discorso del Papa sull’”inutile strage”. Gli scioperi operai di Torino e la rivoluzione in Russia non facilitavano certo le cose, dal punto di vista dello Stato maggiore.

«Insomma», conclude Labanca, «non si può dire che tutti i generali fossero chiusi in un cieco antisocialismo (o anticlericalismo). Vi erano posizioni differenziate, o quanto meno sfumature importanti, nei loro ragionamenti sulle ragioni della rotta. Qualunque fosse la graduatoria dei sospetti e delle analisi, però, forse tutti questi generali avrebbero condiviso […] la stessa sensazione: “Nell’autunno del 1917 l’esercito era maturo per la disfatta”» (p. 73). Infine, su tutte queste analisi e conseguenti valutazioni sulle cause dell’accaduto «svettavano soltanto i portatori di un giudizio, o meglio di un pregiudizio, convinti di sapere cosa era successo: erano gli interventisti più accesi, i sostenitori della tesi dello “sciopero generale”, Cadorna con il suo comunicato del 28 ottobre. Tra gli alti ufficiali interrogati dalla Commissione a distanza di mesi da quando era stato emesso, e pur consapevoli che Cadorna era stato di fatto ormai destituito e accantonato, non pochi si dimostrarono ancora pienamente convinti della giustezza di quel comunicato» (p. 78).

Il quadro che emerge dalla lettura delle testimonianze rilasciate alla Commissione di inchiesta è quindi quanto mai composito e complesso, come complessa e difficile era la situazione del paese e non solo della sua parte combattente, ma anche della società civile; Caporetto risvegliò ed acuì contrasti e criticità che attraversavano trasversalmente il paese. Senza pretendere di riassumere in poche righe le ricche argomentazioni e le accurate ricostruzioni del libro di Labanca, ricordiamo che Caporetto, oltre a trasformare la guerra italiana da offensiva in difensiva e a lasciare nelle mani del nemico una quantità ingente di territorio nazionale, di armi e materiale bellico di ogni tipo, col pericolo concreto di perdere definitivamente la guerra qualora gli austro-tedeschi fossero riusciti a sfondare anche sul Piave e a penetrare in Pianura Padana, causò, tra le tante cose, anche la caduta del governo, la sostituzione di Cadorna con Diaz, l’adozione di una nuova strategia militare, la predisposizione di un moderno apparato di propaganda, la radicalizzazione delle contrapposizioni politiche che poi avrebbero contribuito, dopo la guerra, all’avvio del processo che condusse alla crisi e al crollo dello stato liberale.

La disfatta e la rotta di Caporetto toccarono i nervi scoperti di un paese che nella Grande Guerra era entrato tra mille contraddizioni: quelle di uno stato che inviava milioni di uomini, ed in particolare contadini, a combattere per una nazione dalla quale nei precedenti cinquant’anni di vita unitaria quelle medesime masse popolari erano rimaste escluse e non integrate; quelle di un governo e di un capo dello stato che guidavano il paese in guerra attraverso una “forzatura” politica che riusciva a scavalcare l’ostacolo di un parlamento e di una società civile in maggioranza neutralisti. Ovvero quelle di due fronti, neutralisti ed interventisti, non solo tra loro contrapposti, ma estremamente eterogenei al proprio interno, cosicché l’interventismo rivoluzionario, quello irredentista e quello nazionalista, a ben guardare, non potevano aver molto in comune tra loro, come, sull’opposto fronte, il neutralismo cattolico, quello socialista e quello giolittiano. E così poco avevano in comune che alla fine giolittiani e cattolici ad una sorta di molto incompleta “unione sacra” italiana parteciparono (a maggior ragione dopo Caporetto), ma mai i socialisti; mentre nell’altro campo, chi pensava di combattere per Trento e Trieste rischiava la vita e moriva per gli obiettivi imperialistici segretamente fissati dal governo con il Patto di Londra. Lacerazioni che sarebbero riemerse poi nel clima del dopoguerra, infuocato anche dalla questione della “vittoria mutilata”, la cui “mutilazione” – osserva Labanca – fu in buona parte dovuta anche alla pesante disfatta di Caporetto, che poneva l’Italia, agli occhi dei suoi alleati, nella posizione dell’ultima delle potenze vincitrici. E tutto questo, a cui si aggiungevano speranze e delusioni, illusioni e frustrazioni sociali e politiche prodotte dalla guerra, fu un carburante potente ed abbondante per il motore del fascismo che in pochi anni prese in mano il paese.

Insomma se il 1917, come si è soliti affermare, fu un cruciale anno di svolta all’interno di quell’evento, la Grande Guerra, che viene assunto come punto di inizio del “secolo breve”, allora il 1917 italiano il suo punto di non ritorno lo conobbe sull’alto Isonzo, tra Tolmino e Plezzo, ed è forse corretto dire che il “secolo breve” italiano sia iniziato con Caporetto.

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Dispositivi di potere biopolitico: il filo spinato https://www.carmillaonline.com/2017/05/21/dispositivi-potere-biopolitico-filo-spinato/ Sat, 20 May 2017 22:01:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38339 di Armando Lancellotti

ivano_di_maria_EAB_filo spinatoOlivier Razac, Storia politica del filo spinato. Genealogia di un dispositivo di potere, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 158, € 14,00

Quella che il maître de conférences in filosofia presso l’Università di Grenoble Olivier Razac propone in questo saggio – pubblicato in Francia per la prima volta nel 2000, poi una seconda volta nel 2009 e recentemente tradotto in Italia da Ombre Corte – è una tanto dettagliata quanto interessante analisi di un dispositivo di potere di per sé elementare e quasi primitivo, ma al contempo efficacissimo, per semplicità [...]]]> di Armando Lancellotti

ivano_di_maria_EAB_filo spinatoOlivier Razac, Storia politica del filo spinato. Genealogia di un dispositivo di potere, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 158, € 14,00

Quella che il maître de conférences in filosofia presso l’Università di Grenoble Olivier Razac propone in questo saggio – pubblicato in Francia per la prima volta nel 2000, poi una seconda volta nel 2009 e recentemente tradotto in Italia da Ombre Corte – è una tanto dettagliata quanto interessante analisi di un dispositivo di potere di per sé elementare e quasi primitivo, ma al contempo efficacissimo, per semplicità di realizzazione e flessibilità di utilizzo ed eccezionalmente conveniente nel rapporto costi-risultati e pertanto del tutto confacente alle esigenze e alle logiche economico-produttive del mondo moderno e della società capitalistica. A questo si aggiunga che, come ogni apparato o struttura di potere, dal piano fisico dell’esercizio impositivo della forza sulla carne viva dei corpi degli uomini e sulla materialità delle cose, esso subito si trasferisce in quello immateriale e figurativo dell’immaginario collettivo, assumendo e producendo significati simbolici che lì stabilmente si depositano. Questo strumento di controllo dei corpi e dello spazio, di delimitazione e separazione, di respingimento e difesa, di imposizione e appropriazione, di recinzione e reclusione è il filo spinato.

In un secolo di progresso tecnologico impressionante, mentre una quantità di oggetti obsoleti ingombrano le ceste della modernità, il filo spinato continua a mantenere la sua efficacia, rispetto a quello che gli viene richiesto, ovvero delimitare lo spazio, tracciare sul suolo le linee di una divisione attiva.[…] La sua ambigua brutalità, al tempo stesso intensa e discreta, ha segnato, oltre che i corpi, anche la mentalità di milioni d’uomini, tanto che, il più delle volte, non si osa neppure avvicinarsi. Tutto ciò è in potere di un semplice filo metallico guarnito di piccoli spine (pp. 19-20).

Ancora oggi, quindi, nonostante si tenda ad introdurre dispositivi di dominio e di delimitazione dello spazio sempre più immateriali, virtuali, il filo spinato continua ad essere impiegato su scala planetaria come uno dei più efficaci mezzi di esercizio, manifestazione ed ostentazione del potere, espressamente quello di governi e Stati, che lo impiegano per marcare e proteggere frontiere e confini, per erigere e fortificare barriere, per respingere ed allontanare gli indesiderati, per recingere e recludere categorie residuali, di volta in volta ritenute ostili o pericolose. E al momento della sua invenzione e realizzazione a fine Ottocento, il filo spinato aveva esso stesso già risposto a questa esigenza di dematerializzazione delle attrezzature di controllo e di limitazione fisica dello spazio, sostituendosi alla pesantezza dei muri e degli steccati, senza perdere nulla in termini di efficacia, anzi potenziandola. Già allora «si trattava […] di perdere in consistenza per guadagnare in potenza» (p. 20).

È il 1874, ci ricorda Razac, quando un colono dell’Illinois deposita il brevetto del filo spinato, che diverrà subito dopo uno strumento fondamentale della colonizzazione del continente a sostegno dell’insediamento dei contadini nelle terre dell’Ovest, soprattutto dopo che negli anni ’60, a causa della pressione dei coloni poveri senza terra, il governo accelera l’avanzata verso il West (Homestead Act). «Da quel momento, ogni cittadino americano può ottenere gratuitamente la proprietà di 80 ettari di terra pubblica, a condizione che la coltivi» (p.24) e il mezzo più efficiente con cui tracciare e marcare lo stanziamento e imporre la proprietà privata sulle terre consiste nello stendere e fissare una recinzione di filo spinato.

E la multifunzionalità del filo spinato presto lo trasforma da mezzo di “presa di possesso” e controllo dello spazio in arma e strumento per la guerra contro gli Indiani – ostacolo principale sulla strada della colonizzazione – sia perché esso è e rappresenta la frontiera che avanza e che respinge indietro, scaccia i popoli indigeni, sia perché è ciò che recinge le riserve che in seguito vengono a loro destinate e all’interno di queste interrompe gli spazi, delimita le terre, di fatto smantellando uno dei fondamenti dell’organizzazione economico sociale degli Indiani: lo spazio aperto del nomadismo e della caccia.
Ma il filo spinato è anche protagonista di un altro fondamentale episodio della storia americana ed infatti, dopo aver conquistato e privatizzato la terra e sconfitto, respinto e recluso gli indigeni lo vediamo frapporsi tra i coloni, gli agricoltori e gli allevatori stanziali da una parte e i cowboys, gli allevatori dell’open range e della prateria aperta dall’altra, che assistono all’avanzata ineluttabile di questo cavo metallico con timori ed atteggiamenti analoghi a quelli delle loro precedenti vittime, gli Indiani. Sono proprio i cowboys ad uscire sconfitti dal confronto impari e – osserva Razac – forse anche o soprattutto per questa ragione sono poi assurti a componente essenziale del mito fondativo dell’identità americana. Idealtipo identitario, icona dell’immaginario collettivo e cinematografico in particolare che sembrano, paradossalmente, reggersi sui valori di quel popolo e di quella società, quelli indiani, che i coloni americani hanno sterminato: spazio aperto, egualitarismo, nomadismo; quasi che si trattasse di un rimpianto – riflette l’autore – per un incontro tra popoli mai avvenuto o un senso di colpa per l’annientamento perpetrato.

filo spinato coverSeconda tappa fondamentale di queste genealogia e storia del filo spinato ricostruite da Olivier Razac è la Grande Guerra e quando, dopo pochi mesi di violentissimi quanto inutili scontri, i fronti si bloccano e una guerra erroneamente immaginata dinamica e “di movimento” si rivela essere statica e “di logoramento”, allora protagonista assoluta diventa la trincea e si rende di vitale importanza la sua difesa, a cui i fitti, robusti e strettamente intrecciati reticolati di filo spinato danno un contributo insostituibile. «Sono utilizzati molti tipi di filo, più spesso un insieme di filo spinato, chiamato in questo caso “rovo artificiale”, e di fili di ferro lisci di vario spessore. I reticolati costituiti interamente da filo spinato sono rari per evidenti ragioni economiche, anche se il filo spinato costituisce l’elemento di maggior forza del reticolato» (p. 38).

Sono la leggerezza e la “sobrietà” a fare la fortuna di questo strumento di presidio militare e infatti «Di giorno, localizzarlo dagli aerei o dagli aerostati risulta un’impresa difficile e a volte i soldati sono tratti in inganno. […] Leggero, il filo spinato resiste bene ai bombardamenti. La flessibilità del filo di ferro lo fa piegare piuttosto che rompere, ma soprattutto un reticolato, anche quando danneggiato, resta un ostacolo considerevole. Mentre una costosa fortificazione crollerebbe rapidamente, le reti assorbono le esplosioni. […] Idea geometrica geniale, il reticolato in fil di ferro consiste proprio nel togliere il superfluo, l’imponente, a vantaggio della pura efficacia, svuotando la muraglia difensiva e lasciandone soltanto un sottile scheletro metallico» (pp. 38-39).

A guerra avanzata, la realizzazione e l’impiego massiccio dei carri armati ridurranno di molto l’efficacia dei reticolati di filo spinato, ma essi permarranno indelebilmente nell’immaginario del soldato, in cui si staglia con orrore la terribile figura del corpo che penzola intrappolato senza vita su questi rovi di spine metalliche o che si dimena disperatamente nel tentativo vano di liberarsi per mettersi al riparo. Si configura così un’estetica dell’orrore, del «mostruoso sublime che sorge dallo scatenamento della tecnica moderna. Attraverso i crateri e il fango della no man’s land, gli alberi sradicati e i villaggi cento volte rasi al suolo, si svela l’essenziale disumanità del mondo industriale, la sua potenza di distruzione, di fronte alla quale l’individuo, ormai soverchiato, è stordito dallo stupore» (p. 42). Si può pertanto parlare – conclude Razac – «di un ruolo “artistico” del filo spinato, nell’evocazione del sublime negativo delle forze di distruzione sprigionate dalla guerra moderna» (p. 44).

Ma è comunque il campo di concentramento, il lager, il “luogo storico” del Novecento in cui il filo spinato sprigiona tutte le sua potenzialità, tanto materiali quanto simboliche, a tal punto che si può sostenere che esso è consustanziale al lager, ne costituisce l’essenza: non c’è lager fino a quando non c’è filo spinato che lo delimiti e lo protegga, ma non da un pericolo esterno questa volta, bensì da un nemico che vi è rinchiuso all’interno. Anche se gli storici ormai concordano nell’indicare nei campi inglesi realizzati durante la guerra anglo-boera il primo esempio di utilizzo di dispositivi concentrazionari, è il sistema dei lager nazisti quello che funge da modello esemplare, ancor di più di quello dei gulag sovietici e nonostante le differenze per tempi e luoghi di installazione e di apertura, per tipologia, finalità, dimensione ed altro ancora, è possibile ricostruire una struttura modello del lager nazista.

Il campo è circondato da un doppio recinto di fili spinati carichi di corrente elettrica e alto circa quattro metri. Il recinto è costantemente sorvegliato dalle garitte, intervallate ogni ottanta metri e disposte sul lato esterno del recinto stesso. […] L’amministrazione del campo (la Kommandantur), così come le caserme e gli alloggi delle SS, sono ovviamente all’esterno dei fili spinati, ma vicino al campo. In generale, il sistema – baracche, doppia fila di fili spinati carichi di corrente elettrica, torrette – si trova in tutti i campi nazisti. Costituisce il paesaggio concentrazionario tipo. Ma si può sostenere che l’elemento centrale della costruzione di un campo è, paradossalmente, il recinto di filo spinato (p. 47).

La “consustanzialità” di filo spinato e lager è data anche dal fatto che tanto il secondo quanto il primo sono concepiti come dispositivi temporanei, di fatto anche nel caso dei campi di più lunga attività; sono, inoltre, di rapida istallazione e di relativamente rapido smantellamento, sono strutture efficaci per la loro flessibilità di impiego, ma soprattutto questa simbiosi tra filo e lager è dovuta al fatto che il filo spinato diventa lo strumento in assoluto più efficace, materialmente e simbolicamente, per realizzare la gestione totalitaria dello spazio che il lager persegue come obiettivo; il filo spinato è lo strumento perfetto di esercizio di un potere biopolitico totalitario.

Olivier Razac considera due modalità diverse, seppur non incompatibili o divergenti, di accostarsi ai lager e al loro studio: una vede in essi i luoghi dell’orrore e della violenza più brutale e sarà pertanto soprattutto interessata alla ricostruzione delle efferatezze lì perpetrate e delle loro dinamiche e conseguenze; l’altra osserva il lager come il luogo della costruzione e della manifestazione compiuta e completa della società totalitaria ed è questa seconda prospettiva quella che assume lo studioso francese. In tal caso «a passare in primo piano è la dimensione politica dei campi. I campi non sono buchi neri, ma la realizzazione materiale del sogno totalitario, una società del dominio totale. Allora l’architettura di un campo non è indifferente. Al contrario, essa è l’organizzazione totalitaria dell’ambiente» (p. 49).

In questa architettura politica in cui il potere scatena le sue velleità di dominio totale, il filo spinato procede alla partizione degli spazi e alla loro organizzazione gerarchica, innanzi tutto operando la separazione netta, la rottura non ricomponibile delle relazioni con la società e il mondo esterni e precedenti l’ingresso nel campo e delineando uno spazio del “qui”, dell’al di qua del reticolato, che diviene luogo dell’arbitrio assoluto, della possibilità dell’inconcepibile, della sineddoche disumanizzante che riduce un individuo, un essere umano a mero corpo da controllare e distruggere o ad una sua parte, ein Kopf (una testa), ein Stück (un pezzo).
All’interno del campo poi è sempre il reticolato di filo spinato che ritaglia spazi negli spazi, organizzandoli e distinguendoli per destinazione d’uso o per altri criteri ancora una volta arbitrari e creando un labirinto del dominio totale, del potere di vita e di morte, dal quale l’internato viene inghiottito.

ivano-di-maria-europe-around-the-borders-26Se il campo di concentramento è il luogo della reclusione estrema, allora il filo spinato ne è il simbolo universale che per potenza evocativa supera tutti gli altri possibili ed immaginabili, è la metafora più potente della violenza politica. «Il filo spinato è divenuto dunque un simbolo pressoché universale dei campi e in generale delle violenze fasciste o totalitarie, per la sua funzione nella gestione politica dello spazio, ma anche per la forte capacità evocativa» (p. 54). Una potenza simbolica tale che finisce per invertire, fa notare Razac, il rapporto tra simbolo e fenomeno, al punto che «non è più: “là dove ci sono fili spinati, c’è la brutalità del potere”, ma “si riconoscerà un’applicazione brutale del potere in presenza di fili spinati o di dispositivi equivalenti”» (p. 55).

Partendo dalle considerazioni del M. Foucault di Spazi altri. I luoghi delle eterotopie (1967), Razac sostiene che mentre nel medioevo lo spazio veniva concepito e rappresentato “qualitativamente”, cioè come organizzazione e articolazione di luoghi dotati di una loro intrinseca caratteristica, sacra o profana, benefica o malefica e così via, nell’età moderna dei Galileo e dei Descartes lo spazio diviene quantità geometrica uniforme, è la res exstensa cartesiana e pertanto non vi sono più «spazi definiti a priori, ma un’estensione che si differenzia quantitativamente e per coordinate del tutto astratte» (p. 59). Nello spazio astratto e geometrico della modernità interviene poi il gesto dislocante della tecnica che istituisce le “eterotopie”.

«Tutto questo porta a un’inversione del ruolo della recinzione. Se negli spazi magici, mitologici o cosmologici i mezzi di differenziazione spaziale sono la conseguenza di una particolarità naturale del luogo, nella modernità è piuttosto la particolarità di un luogo a derivare dall’utilizzo di mezzi tecnici sullo spazio indifferenziato» (p. 60). In altre parole, non sono le qualità dei luoghi che suddividono lo spazio, ma la partizione tecnica dello spazio che distingue e fonda i luoghi. Occorre pertanto interrogarsi – osserva Razac – sui dispositivi tecnologici che aprono, chiudono, mettono in comunicazione e quindi istituiscono i luoghi e articolano lo spazio e tra questi vi è, in una posizione di assoluta rilevanza, il filo spinato che presenta tutte e tre le caratteristiche che contraddistinguono i moderni dispositivi biopolitici di organizzazione dello spazio: radicalizzazione, animalizzazione, gerarchizzazione.

Il filo spinato radicalizza l’azione di separazione dello spazio fino a diventare lo strumento – dice Razac – con cui tracciare una netta frontiera tra la vita e la morte: essere al di là o al di qua del filo spinato – a seconda che esso presti la sua forza di dispositivo violento di potere ad una frontiera che respinge o ad una recinzione che detiene-contiene – significa trovarsi «in una non condizione assoluta» (p. 63), ovvero nella condizione della morte. Ma il complementare dell’esclusione omicida è sempre un atto di inclusione altrettanto forte; il filo spinato esclude e include, apre e chiude, o meglio, separa e chiude su loro stesse due metà non più ricomponibili.

Razac osserva questo fenomeno di radicalizzazione della suddivisione dello spazio in tutti e tre i casi scelti quasi come figure fenomenologiche prototipiche dell’impiego del filo spinato: la frontiera e la prateria americane, la trincea della Grande Guerra e il lager, ma è in quest’ultimo «caso che la frontiera tra la vita e la morte raggiunge una incandescenza inedita. […] Con il campo, la forma geometrica della violenza estrema viene trovata chiudendo l’“esterno” su se stesso. Non deve sembrare una contraddizione parlare di “esterno” riferendosi allo spazio racchiuso dal reticolato, è anzi l’esterno per eccellenza, il luogo/non-luogo del regno assoluto dell’arbitrio e della morte. Qui non c’è possibilità di fuga» (pp. 70-71).

Il campo di concentramento è per eccellenza l’eterotopia del potere biopolitico totalitario e pertanto non è un luogo dislocato in un’altra parte del mondo, ma è “fuori dal mondo”, è il “non luogo” della negazione totale di senso, valori e vita. Ma ancora una volta per una sorta di dialettica della complementarietà la distruzione totale si rovescia nella velleità della creazione, quella «del “nuovo uomo” totalitario, incarnazione dell’obbedienza cieca» (p. 73).

Ragionando sulle differenze tra dispositivi di recinzione di natura passiva, quali steccati, muri di cinta o altro – che svolgono essenzialmente la funzione del segno che indica un limite – e dispositivi di recinzione attivi, quale è il filo spinato – che antepongono il fare all’indicare e agiscono sul corpo che ad essi si avvicina – e operando frequenti riferimenti a La volontà di sapere di Foucault e a Homo sacer di Agamben, Razac affronta la questione della animalizzazione degli individui nell’età e nella società della biopolitica, intesa quest’ultima come «una maniera di governare che si sviluppa in epoca moderna, perlomeno a partire dal XVIII secolo e che si caratterizza per il fatto che la vita, intesa nel suo senso biologico, diventa la principale questione politica al posto del legame tra il sovrano e i suoi sudditi. […] Oggetto della biopolitica – che intende costruire, attraverso strumenti tecnici e sociali, le condizioni ottimali di sopravvivenza della masse che governa – è, dunque, la popolazione vista nell’insieme dei suoi processi biologici (demografia, salute, possibilità fisiche alla produzione…). […] La biopolitica […] si concentra sulla vita biologica della popolazione. Ciò che le interessa sono le funzioni animali dei corpi e delle masse. […] La biopolitica è una governamentalità pastorale, che si occupa dell’allevamento degli esseri viventi» (p. 76-77).

Ma la biopolitica può trasformarsi in tanatopolitica – come sostiene Agamben – quando gli atti “pastorali” di organizzazione e governo della vita di una popolazione conducono alla opposizione manichea ad un’altra popolazione estranea ed esterna alla precedente e ciò che ne consegue è una distinzione, una separazione tra il “gregge”, la “mandria”, la massa biopoliticamente governata e protetta e la “muta” delle “bestie selvatiche”, che i dispositivi di separazione e difesa devono respingere.

Pure il processo di animalizzazione raggiunge il suo culmine all’interno della realtà concentrazionaria, dove, anche attraverso la predisposizione di un’adeguata strumentazione lessicale, gli internati sono disumanizzati e trasformati in parassiti, ratti, vermi, in corporeità anonima e bruta o in mera materialità fisica e a queste che Razac chiama “metafore biopolitiche” conseguono e corrispondono fattive forme di intervento sulla animalità così creata: recinti che recludono, vagoni bestiame che trasportano, some lavorative insostenibili, per terminare con procedure di “disinfestazione” radicali. Cosicché Razac conclude che «a rifletterci più attentamente, si nota come l’animalizzazione dell’uomo rispecchi l’obiettivo supremo della politica totalitaria, in quanto biopolitica assoluta» (p. 82), anche alla luce del fatto che il processo di animalizzazione in atto in un campo di concentramento (ma lo stesso discorso vale per il ghetto) produce nel carnefice l’effetto di autoconferma dell’ideologia animalizzante, la convinzione dell’animalità della vittima.

Ma nel lager si verificano anche effetti di inversione o sovrapposizione degli aspetti e dei termini dei processi biopolitici: «Allo stesso tempo, anche le SS devono idealmente essere ridotte, nello svolgimento delle loro funzioni, a “dei burattini che non mostravano il pur minimo accenno di spontaneità”. Il campo, in quanto modello della società totalitaria, animalizza tutti: il padrone e lo schiavo, il carnefice e la vittima» (p. 83). In tal modo si invertono i significati tra l’al di qua e l’al di là del filo spinato, tra “mandria” da accudire e “muta” da sterminare, tra spazio della biopolitica e spazio della tanatopolitica.

La gerarchizzazione della vita operata dalla biopolitica moderna viene considerata da Razac sulla scorta della analisi di Foucault riguardanti le differenze tra la gestione medievale della lebbra e quella moderna della peste. Il lebbroso nel medioevo è l’escluso assoluto, completamente espulso dalla comunità di appartenenza, dalla società dei vivi, in quanto è considerato un “già morto in vita”, a tal punto che ancor prima del decesso può avvenire la trasmissione ereditaria dei beni. Foucault – ricorda Razac – mette in relazione questo trattamento dei lebbrosi con l’atto fondativo tradizionale della sovranità monarchica, che tramite editto mette al bando il suddito e lo distingue dalla modalità moderna di gestione geopolitica delle epidemie di peste, che, conseguentemente allo sviluppo di apparati amministrativi razionali e “positivisti”, non esclude l’uno – il lebbroso-appestato – per includere-salvare gli altri, ma predispone «l’inclusione piuttosto che l’esclusione, il riconoscimento piuttosto che il disconoscimento, l’assistenza piuttosto che l’abbandono» (p. 87).

L’obiettivo di una simile tecnica politica», che «è quello di tutelare con la maggior efficacia possibile la popolazione» (p. 87), viene conseguito attraverso la messa in opera di almeno quattro azioni principali: la quarantena, la suddivisione della città in settori, la sorveglianza attenta della persone e le azioni di cernita interne alla popolazione quando necessarie. È un potere politico moderno che opera biopoliticamente quello che è in grado di mettere in atto un tale modello di gestione sociale. Pertanto le conclusioni di Razac sono che «visto come modello disciplinare, la gestione dell’epidemia di peste si struttura in quattro fasi collegate tra loro: la reclusione consente la suddivisione in settori, la quale a sua volta permette la cernita o selezione, che garantisce una maggiore efficienza nella produzione [di salute]. Da questo punto di vista, il campo di concentramento si ispira alla città in preda alla peste, più che al lebbrosario (p. 88).

ivano-di-maria-europe-around-the-borders-27Quello del lager è uno spazio accuratamente articolato – in settori, sezioni, sotto-sezioni, blocchi, spazi rigidamente riservati a categorie specifiche, ecc – come quello della città in preda all’epidemia di peste ed anche nel lager la suddivisione tecnica dello spazio comporta una gerarchizzazione di esso che in sostanza è una gerarchizzazione della vita: attraversare gli spazi del campo significa avvicinarsi o (raramente) allontanarsi dalla morte; un attraversamento che può avvenire diacronicamente o sincronicamente. «I campi non sono occupati da una massa indifferenziata, ma da gruppi definiti da una doppia gerarchia. In primo luogo, una gerarchia “diacronica”, che corrisponde alla tappa che si è raggiunta nel processo di distruzione» (p. 90); in secondo luogo, una gerarchia sincronica, cioè« la selezione differenziata [che] porta a passare da una categoria a un’altra, anche se vi sono categorie da cui è impossibile sfilarsi – ciò vale, ad esempio, per i deportati per ragioni razziali nei campi nazisti» (p. 92). La differenza essenziale è che in un caso – la città aggredita dalla peste – il fine è la sopravvivenza della popolazione, nell’altro – il lager – è il suo annientamento: la biopolitica si capovolge in tanatopolitica.

Il paragone che segue a quello tra città appestata e lager è quello tra il campo di concentramento ed un qualsiasi luogo produttivo dell’età industriale, la fabbrica in primis, dal momento che «la separazione del campo in zone distinte e strettamente delimitate corrisponde alle necessità dell’organizzazione della produzione – che si tratti della produzione di cadaveri e, successivamente, delle ceneri, come a Treblinka, dove tra l’altro gli indumenti e i beni sequestrati ai deportati consentono grandi lucri, o dello sfruttamento del lavoro sfiancante degli schiavi, nei campi di concentramento. […] In questi luoghi, la produzione della desolazione è assicurata da una organizzazione meticolosa ed efficace dello spazio e non è certo dall’abbandono in un non luogo trascurato. Non solo. L’importanza di questa organizzazione nella produzione concentrazionaria non si distingue da quella che ha in qualunque altro luogo produttivo dell’era industriale» (p. 93).

L’accostamento tra dinamiche e meccanismi produttivi di tipo industriale e di tipo concentrazionario e tra il comandante di un lager e il capo o il responsabile di un’impresa, conduce Razac a concludere la sua analisi del campo di concentramento come luogo della biopolitica totalitaria, riprendendo le due diverse letture al riguardo di Foucault e di Alain Brossat.

Una certa lettura di Foucault […] permette di far apparire una inquietante prossimità tra la politica totalitaria e le democrazie moderne, che ha come tramite le tecnologie disciplinari e biopolitiche. Da un lato, i regimi totalitari coniugano la produzione di un terrore in chiave repressiva con una efficiente produttività economica e sociale. Dall’altro, “il passaggio tra il disciplinamento e il totalitarismo avviene con una gradualità, definita da una radicalizzazione estrema delle tecniche del disciplinamento” [Brossat]. In sostanza, ciò significa che le tecnologie politiche delle moderne democrazie non sono incompatibili con il totalitarismo e, al tempo stesso, che a dividerli è il grado, non la natura. […] Alain Brossat rovescia l’argomentazione di Foucault facendo notare come questa eluda, in realtà, l’eterogeneità del tempo e dello spazio totalitari malgrado la sua “contiguità” con il capitalismo borghese. Per Brossat, Foucault si mantiene nell’ordine del relativo, mentre la separazione totalitaria è dell’ordine dell’assoluto e si esprime nella figura del tiranno totalitario, anti-pastore che desidera la morte del suo gregge. In questo senso, la differenza tra i sue sistemi attiene alla natura, non al grado (p. 95).

Si tratta, pertanto, di un’oscillazione tra biopolitica e tanatopolitica che non esclude mai completamente uno dei due estremi.

Così, mentre Foucault afferma che con la biopolitica “non si tratta più di far entrare in gioco la morte nel campo della sovranità, ma di distribuire ciò che è vivente in un dominio di valori e di utilità” [M. Foucault, La volontà di sapere], noi sosteniamo piuttosto che nella biopolitica moderna non si può fare l’uno senza fare l’altro. Non si può esercitare il diritto sovrano di morte sulle masse senza l’organizzazione biopolitica della produzione e, all’inverso, non è possibile organizzare la popolazione per la produzione senza trasformarla in una massa animale esposta alla morte erogata dal sovrano. Più ancora che un intreccio, si tratta qui di una oscillazione permanente tra il relativismo biopolitico e l’assolutismo tanatapolitico – senza dubbio assai difficile da immaginare. Questa vibrazione sta nel cuore del totalitarismo tanto quanto in quello dei regimi democratici, anche se la differenza d’accento, tra un regime orientato verso la morte e uno verso la vita, è tutt’altro che trascurabile (pp. 95-96).

Dopo la ricostruzione della storia del filo spinato e la sua attenta analisi in quanto dispositivo di potere biopolitico, Razac conclude il suo lavoro prendendo in considerazione i numerosissimi casi del presente o del passato più prossimo in cui il filo spinato continua ad essere largamente e sistematicamente impiegato con conseguente riproposizione di tutte le dinamiche biopolitiche (e tanatopolitiche) sopra considerate: le frontiere che segnano divisioni “storiche” come quella tra le due Coree o quella tra Cipro greca e Cipro turca, oppure i reticolati, i muri e le barriere che intrappolano i «palestinesi […] su quel che resta del loro territorio, sottoposti a un processo di esclusione, di frantumazione e di spossessamento» (p. 113) che ricorda quello usato per gli indiani dell’America del Nord. Oppure, ancora, le frontiere per la difesa del privilegio economico del primo mondo, come quella tra Messico e Usa o quelle europee che respingono i migranti o li recludono in campi profughi. Non solo confini e frontiere, ma anche i luoghi di detenzione impiegano permanentemente il filo spinato, che – osserva Razac – «come interfaccia, è un dispositivo centrale nella produzione e nella riproduzione dell’interno come campo biopolitico e del fuori come deserto tanatopolitico» (p. 117).
Insieme all’autore di questo interessante saggio, osserviamo, concludendo, che il filo spinato è solo un dispositivo di potere, un mero strumento, per quanto estremamente efficace e pertanto come la sua presenza non è sufficiente per qualificare come totalitaria la forma di esercizio del potere politico di chi lo utilizza, così non è sufficiente l’identità democratica di uno Stato per escludere a priori la natura totalitaria di alcuni suoi dispositivi di potere e di governo.


Foto di Ivano Di Maria – “Europe, Around the Borders

 

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La guerra nel cervello https://www.carmillaonline.com/2017/01/20/35886/ Fri, 20 Jan 2017 22:30:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35886 di Armando Lancellotti

copertina-sorcinelli-follia-della-guerra-bassa-ris-rgbPaolo Sorcinelli, La follia della guerra. Storie dal manicomio 1940-1950, Odoya, Bologna, 2016, pp. 223, € 16,00

La scelta dell’editore bolognese Odoya di riproporre, a ventiquattro anni di distanza, questo libro pubblicato nel 1992 dalla casa editrice Franco Angeli, ci sembra condivisibile ed apprezzabile, sia per l’argomento in sé – il rapporto eziologico tra guerra e follia – tragicamente ed inevitabilmente sempre attuale, sia per l’interessante analisi che l’autore principale, Paolo Sorcinelli, storico e per molto tempo docente di storia sociale presso l’Università di Bologna e i suoi collaboratori, Maurizio Camellini, Sabina Cremonini e Paolo Giovannini, presentano nei [...]]]> di Armando Lancellotti

copertina-sorcinelli-follia-della-guerra-bassa-ris-rgbPaolo Sorcinelli, La follia della guerra. Storie dal manicomio 1940-1950, Odoya, Bologna, 2016, pp. 223, € 16,00

La scelta dell’editore bolognese Odoya di riproporre, a ventiquattro anni di distanza, questo libro pubblicato nel 1992 dalla casa editrice Franco Angeli, ci sembra condivisibile ed apprezzabile, sia per l’argomento in sé – il rapporto eziologico tra guerra e follia – tragicamente ed inevitabilmente sempre attuale, sia per l’interessante analisi che l’autore principale, Paolo Sorcinelli, storico e per molto tempo docente di storia sociale presso l’Università di Bologna e i suoi collaboratori, Maurizio Camellini, Sabina Cremonini e Paolo Giovannini, presentano nei nove capitoli che compongono il libro.

“La follia della guerra” è il titolo ed è da intendersi tanto come indicazione del senso complessivo del saggio e della ricerca che ne sta alla base, quanto come denuncia dell’assurdità delle guerre, non solo di quelle che ci stanno alle spalle, ma anche di quelle che abbiamo davanti agli occhi quotidianamente. Come viene spiegato nella Premessa, l’idea di studiare le connessioni tra guerra e follia attraverso l’analisi delle cartelle cliniche di alcuni ospedali psichiatrici risaliva al 1984 e ad un convegno sulla Linea Gotica a cui Sorcinelli prese parte; idea poi sviluppata presso il corso di laurea in Storia contemporanea dell’Università di Bologna. E nell’area prossima tanto all’ateneo bolognese quanto alla Linea Gotica rientrano gli ospedali psichiatrici di cui furono studiati gli archivi: il San Lazzaro di Reggio Emilia – a cui appartiene il 55% delle 431 cartelle cliniche e fascicoli personali consultati – e a seguire il San Benedetto di Pesaro e il Sacchi di Mantova, a cui si aggiunge, ma solo molto marginalmente, l’ospedale psichiatrico Roncati di Bologna.

Quando il libro fu pubblicato per la prima volta costituiva di certo un lavoro innovativo, dal momento che indagava il problema dell’esperienza bellica come causa determinante e principale di malattie e turbe mentali, focalizzando l’attenzione non sulla Grande Guerra – terreno allora già più frequentato per la questione in oggetto – ma sulla seconda guerra mondiale, sul periodo 1940-1950 e con l’intenzione di allargare lo spettro dell’osservazione a tutte le categorie toccate dal problema: non solo i soldati sui diversi fronti, ma anche i civili, le donne, tanto i partigiani quanto i repubblichini di Salò, gli internati e i deportati dei campi.

Due terzi dei casi esaminati riguardano uomini, dato statistico che non sorprende, mentre stupisce forse di più quello attinente al divario, tutto sommato contenuto, tra militari e civili. In parte perché la seconda guerra mondiale, ancor più della prima, ha coinvolto completamente la popolazione civile e in parte anche perché la ricerca riguarda il decennio 1940-1950 e quindi comprende pure numerosi casi di persone che si sono rivolte alle strutture psichiatriche dopo il ’45, per procurarsi certificazioni mediche allo scopo di ottenere il riconoscimento di una pensione e che pertanto sono classificate come civili, anche se in realtà si tratta spesso di ex militari.

Interessante la lettura dei dati riguardanti il numero dei ricoveri calcolato sulla base di tre periodi: dall’entrata dell’Italia in guerra nel 1940 all’8 settembre 1943, dall’armistizio al 25 aprile 1945 e dopo la Liberazione. Solo a Pesaro il numero dei ricoveri effettuati dopo il 25 aprile supera di molto quello del periodo bellico e questo – a giudizio dell’autore – come conseguenza di un ben preciso orientamento ideologico del direttore dell’ospedale e degli psichiatri pesaresi che, contrariamente all’indirizzo prevalente nella psichiatria del tempo, non esitavano a porre una diretta relazione causale tra la guerra e le patologie psichiatriche, anche al fine, talvolta, di facilitare l’ottenimento di una pensione, «malgrado questo comportasse una limitazione dei diritti del paziente e dei suoi congiunti» (p. 16).

Fin dalle prime pagine del libro va delineandosi quindi quello che possiamo indicare come il contributo principale e più interessante fornito da questo libro allo studio e alla conoscenza dell’argomento trattato e cioè la riflessione sulla storia della psichiatria, sui suoi fondamenti epistemologici nella prima metà del Novecento, sulle sue reticenze nel riconoscere le atrocità della guerra come condizione prima e sufficiente del manifestarsi di disturbi psichici.

Infatti, nonostante la seconda guerra mondiale sia stata non solo una catastrofe materiale ed una ecatombe per milioni di vite umane, ma anche un vero a proprio flagello psichico per l’umanità, il paradigma scientifico psichiatrico imperante nella prima metà del XX secolo e risalente alla cultura positivistica ottocentesca sostiene ancora che «la guerra non può provocare “la comparsa di psicosi in individui sani, siano pure terribilmente gravi le emozioni, gli strapazzi, le privazioni da essi subiti” e perciò è di per se stessa asettica e tuttalpiù semplice fattore casuale per quelli che sani non sono e non lo sono mai stati» (p. 35).

Dal punto di vista storico-epistemologico questo denota come la psichiatria del tempo ancora fosse saldamente ancorata ad un modello organicistico che considerava come determinati le cause patogene organiche ed endogene e come meramente concomitanti quelle esogene di carattere emotivo-traumatico. Pertanto, il soggetto che manifestava un disturbo psichico a seguito delle esperienze vissute al fronte (o in un campo di internamento o come conseguenza di un bombardamento o di violenze subite o di cui era stato testimone) era da considerarsi come organicamente predisposto alla malattia, alla follia e la guerra si riduceva a semplice e tutto sommato irrilevante causa secondaria che portava a manifestazione una predisposizione latente; insomma una sorta di casus belli che fa precipitare gli eventi pur non essendone la vera ragione scatenante.

Dal punto di visto storico-politico rivela quanto l’ideologia bellicistica, che a inizio Novecento aveva messo profonde radici nella mentalità e nell’immaginario del nazionalismo imperialista italiano, per poi trovare un momento di massima affermazione nell’interventismo della Grande Guerra e di sublimazione ideologica nel fascismo, fosse a tal punto dominante da condizionare incisivamente anche l’interpretazione medico-psichiatrica della guerra, che finiva per perpetuare l’immagine eroica del milite e positiva dell’atto bellico, immagine che avrebbe potuto essere offuscata dalla denuncia della stretta correlazione tra trauma bellico e psicosi.

Scrive Sorcinelli: «Nel dibattito sul “meccanismo di produzione” delle forme psichiche e nevrotiche di guerra, in teoria “il campo è diviso tra quanti ne sostengono l’origine prevalentemente organica, da commozione, e quanti ne affermano la genesi puramente psichica, da emozione; in realtà quella dell’origine organica svolgerà a tutti gli effetti una funzione interpretativa dominante secondo una tradizione culturale e scientifica ampiamente collaudata nel passato e che sarà alla base anche di gran parte degli studi psichiatrici e psicologici del secondo Dopoguerra» (p. 36).

Significative, a questo proposito, sono le parole del dottor Gorrieri, psichiatra presso il manicomio di Genova, che nel 1912, esaminando alcuni soldati italiani colpiti da disturbi psichici in seguito alla loro partecipazione alla guerra di Libia (1911-1912), sostiene che «cinque su sei avevano eredità psicopatica, ed erano stati in precedenza sofferenti di disturbi nervosi», per concludere poi che «non esiste una psicosi caratteristica conseguente alle emozioni di guerra […]. L’emozione di guerra non deve ritenersi di per se stessa sufficiente a produrre stati psicopatici. […] Un tal complesso di fattori (emozionali ed esaurienti) determina poi la psicosi, in quanto agisce sopra individui compromessi in via ereditaria, o nevrotici, o psicopatici in latenza» (p. 37).

Anche durante il secondo conflitto mondiale, i medici attivi presso i reparti neuropsichiatrici degli ospedali da campo riconfermano le tesi dei loro colleghi di trent’anni prima, come lo psichiatra Andrea Marri che è «a questo proposito categorico: la casistica di cui dispone lo porta a escludere […] che individui sani possano essere vittime di psiconevrosi in diretta conseguenza degli avvenimenti bellici» (p. 53).
Per insinuare il dubbio nelle granitiche certezze dello scienziato, basterebbero, con la loro disarmante semplicità, le parole «del “folle” soprannominato Mauthausen che, ancora agli inizi degli anni Sessanta, […] rivive i giorni della ritirata dell’Armir dalla Russia» e si chiede: «Dicono che sono matto. Ero matto quando sono andato a fare il soldato? Se ero matto perché mi hanno fatto abile?» (p. 41).

Non si deve dimenticare, come fattore che concorre a questa lettura delle relazioni tra guerra e follia, il forte condizionamento ideologico-politico, che va ad aggiungersi a quello scientifico-culturale e che muove dalla premessa assiomatica secondo cui la guerra e le guerre fasciste in particolare sono depositarie e promotrici di valori positivi per l’individuo e per la comunità nazionale. Ne consegue l’esigenza di presentare l’immagine di un esercito forte, sano, interiormente convinto dell’incarico affidatogli dal regime; un’immagine che sarebbe uscita quantomeno imbrattata dall’associazione diretta tra guerra e caduta nella follia di chi la combatte.
Come nel caso della “fascista” guerra di Spagna, quando «i casi di psiconevrosi», osserva Paolo Giavannini, «di simulazione e di esagerazione che si notano fra i volontari in Spagna vengono fatti risalire a predisposizione congenita e a fattori di criminalità costituzionale, nell’evidente tentativo di rilanciare un’immagine dell’esercito italiano “sotto ogni riguardo perfetto”, grazie all’opera di “bonifica umana” e di “elevazione della coscienza nazionale” operata dal fascismo e di fornire contemporaneamente una lettura del “fattore guerra” nell’ottica di una funzione selezionatrice, capace di temperare i caratteri, esaltare i forti e, perché no, mettere in luce predisposizioni a malattie mentali e nervose» (p. 48). Si tratta di un paradigma lombrosiano-evoluzionistico in cui la guerra fa da fattore selettivo in funzione di una “evoluzione sociale” di impronta fascista.

Questo può aiutare anche a comprendere le cause della differenza quantitativa, tra primo e secondo conflitto mondiale, riguardo all’interesse ufficiale degli psichiatri sulle relazioni tra guerra e follia: molti sono gli studi e gli articoli nel periodo della Grande Guerra, pochissimi durante la seconda guerra mondiale. Fu probabilmente la volontà, consapevole o meno, di evitare complicazioni politiche, a cui l’approfondimento scientifico e psichiatrico del rapporto tra guerra e follia poteva condurre, a rendere gli studiosi così parsimoniosi nel redigere articoli o pubblicare studi sull’argomento.
Al contrario, le argomentazioni di uno dei più importanti psichiatri del periodo, Giorgio Padovani, il quale, «partecipando nel 1950 a Parigi al primo congresso mondiale di psichiatria, crede di poter ravvisare le cause di questa carenza nella “disposizione di ostilità” degli italiani nei confronti della guerra in generale e di tutto ciò che “la concerne”» (p. 48), non solo sembrano poco pertinenti, ma soprattutto risultano coerenti con un altro paradigma – questa volta non scientifico e medico, ma ideologico-politico – e cioè il paradigma riduzionistico ed autoassolutorio che più tardi verrà chiamato degli italiani brava gente.

Dopo la guerra si registrano una ripresa dell’interesse per la “follia di guerra” ed un miglioramento quantitativo, ma non qualitativo, degli studi, rimanendo le teorie organicistiche di fondo sostanzialmente invariate, con l’aggiunta di analisi che vanno in direzione di una lettura “classista” delle malattie psichiche, che attribuisce come tipiche le manifestazioni isteriche alla truppa, mentre agli ufficiali, considerati più “evoluti” socialmente e culturalmente, associa le sindromi nevrasteniche.
Secondo Padovani, «le motivazioni che operano nella patogenesi dei disturbi neuropsichici degli ufficiali sono dunque di carattere altruistico, contraddistinte cioè dal senso di responsabilità verso la patria e verso i subordinati, mentre nella truppa hanno il sopravvento le tensioni connesse allo spirito egoistico e al puro istinto di sopravvivenza» (p. 56).
Un passo avanti lo si compie anche nell’interpretazione e nell’individuazione delle cause delle nevrosi di guerra – simili, ma non identiche – a quelle delle nevrosi in tempo di pace; prende forma la consapevolezza della differenza tra l’Io del soldato e l’Io del civile, ma questo non comporta ancora una radicale messa in discussione del modello psichiatrico complessivo.

Maurizio Camellini considera un altro interessante aspetto del fenomeno guerra-follia, ponendo in relazione l’aumento dei casi di ricovero in manicomio per cause riconducibili alla guerra con il venir meno del consenso al regime, cioè con l’indebolimento delle capacità persuasive della sua organizzazione propagandistica proprio a seguito dei rovesci bellici e dopo l’8 settembre.
In alcuni casi, fa notare lo studioso, si trattò di tentativi di sottrarsi al reclutamento ordinato dalla Rsi attraverso il ricovero in ospedale psichiatrico, ma complessivamente si può dire che fino a quando le strutture massificanti e spersonalizzanti della propaganda del regime furono in grado di reggere e di produrre identificazione ideologica con le ragioni della guerra, meno numerosi furono i casi di malattie mentali conseguenti alla guerra stessa; mentre questi andarono aumentando quando, venendo meno il condizionamento culturale ed ideologico complessivo, la soggettività individuale si ritrovò, sola, ad affrontare le proprie contraddizioni e i traumi subiti dalla guerra.

L’apparato sanitario dell’esercito italiano si dimostra attento e solerte nel registrare e valutare l’insorgenza dei sintomi di disturbi mentali e «presso gli ospedali militari e alle dipendenze della Sezione osservazione, funzionano appositi reparti neuropsichiatrici […] con il compito di discernere, in tempi brevi, la natura e la consistenza della patologia accusata e “compito importantissimo”, di verificare i casi di simulazione» (p. 62).
Le preoccupazioni principali dei medici militari sono quelle di allontanare dalla truppa combattente elementi che potrebbero essere nocivi per la loro instabilità nervosa e scoprire i “simulatori-disertori”. A fare da sfondo a questo programma igienico-militare vi è l’ideologia – non certo prodotta per primo dal fascismo, ma da questo enfatizzata – secondo cui l’immagine dell’esercito deve restare dissociata da quella della malattia mentale e, pertanto, non è opportuno considerare la guerra come causa scatenante di un disturbo psichico.

Di vera e propria fascistizzazione della scienza medica e psichiatrica si può parlare leggendo le parole scritte nel 1942 dal tenente colonnello medico Carvaglio, docente di medicina legale della Scuola di sanità militare di Firenze, per il quale «In linea generale, tutte queste psicosi dovranno essere dichiarate come non dipendenti da cause di servizio. Abbiamo detto come si tratti di forme costituzionali o, almeno, di forme nelle quali l’elemento predisposizione ha un’importanza preminente; il fatto di servizio […] non potrà mai assurgere al valore di causa unica e diretta delle sindromi» (p. 66).
Ancora una volta si può aggiungere che alla formulazione di questa indicazione di comportamento diagnostico del tutto conforme alle esigenze ideologiche del regime concorre in maniera determinante il paradigma psichiatrico organicistico, che arriva addirittura a far sì che venga trascurata l’indicazione della qualifica di soldato nella compilazione delle cartelle cliniche e che l’attenzione sia concentrata più sulle manifestazioni e sui comportamenti anomali dovuti alla malattia che sulle cause o sul contesto particolari della loro insorgenza.

Il rapporto direttamente proporzionale tra l’indebolimento delle strutture di inquadramento ideologico, atte a produrre una soggettività collettiva spersonalizzante e l’aumento dei casi di disturbi psichici viene utilizzato anche per spiegare la maggiore quantità di casi di disturbi nervosi registrati tra i militari della Rsi, proprio nel momento di minor consenso al regime, rispetto a quelli dei resistenti partigiani, sia prima sia dopo il 1945.
Nel periodo precedente la Liberazione è molto difficile, per ovvie ragioni, per i combattenti nelle file della Resistenza rivolgersi a strutture sanitarie e psichiatriche, mentre si registrano casi di ricoveri di uomini della Rsi, che, coinvolti negli episodi peggiori di guerra antipartigiana, talvolta manifestano stati di ansia, di confusione che può sfociare nel delirio e nella psicosi e quasi sempre nella messa in atto di meccanismi inconsci di autoderesponsabilizzazione difensiva.
Con la sconfitta del fascismo e la fine della guerra, il quadro peggiora ulteriormente e se per alcuni il ricorso al ricovero psichiatrico può rappresentare un sotterfugio per sottrarsi alla giustizia, per altri e più numerosi «Essere, o essere stati, fascisti diventa una condizione di responsabilità oggettiva, particolarmente per quelli che si sono trovati più coinvolti nelle azioni repressive e nella lotta contro i partigiani. I ricoveri manicomiali documentano in modo significativo questa condizione: cadute le coperture ideologiche e istituzionali fornite dal regime, i più si trovano ad affrontare un rischio reale, la cui percezione psichica diventa insostenibile» (p. 76).

odissea-partigiana-coverSituazione diversa, ritiene Camellini, quella dei partigiani, per i quali «lo stesso esito della guerra può in qualche modo aver agito […] come fattore di compensazione psicologica alle vicissitudini legate alla clandestinità e alle azioni militari» (p. 81).
Ma per quel che riguarda la complessa questione dell’internamento manicomiale dei partigiani dopo la Liberazione (i “pazzi per la libertà”), rimandiamo al libro molto più recente, estremamente informato ed accurato di Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio, Feltrinelli 2015 [si veda l’intervista a Mimmo Franzinelli su Carmilla]

È importante anche ricordare che nel caos in cui l’Italia precipitò dopo l’8 settembre, il manicomio talvolta funse da luogo di fuga per coloro che ricorsero, come estremo rimedio, al ricovero volontario. «Si tratta in massima parte», scrive Sorcinelli, «di persone che cercano nel manicomio una via di scampo a situazioni per loro pericolose: sono di volta in volta ebrei, disertori o renitenti alla Repubblica sociale, partigiani, fascisti. Non sempre l’ospedale psichiatrico si rivela indenne dai rastrellamenti e dalle rappresaglie; da quello di Trieste, il 28 marzo 1944 reparti di SS prelevano 24 internati ebrei e li caricano su dei camion “per destinazione ignota”» (p. 112).

L’attenzione e le analisi di Sabina Cremonini si concentrano in particolare sulle donne e le sue considerazioni si aprono con le parole – sconcertanti, ma in linea con il modello psichiatrico dominante – della dottoressa Maria Del Rio del San Lazzaro di Reggio Emilia, che nel 1916, studiando la relazione tra salute psichica delle donne e il conflitto in corso, arriva ad attribuire al corpo femminile il ruolo, attraverso l’atto generativo, di «tramite fisiologico tra la guerra e la follia» (p. 83). «Non si può accusare la guerra» – scrive la dottoressa Del Rio – «di aumentare da sola il numero delle malate di mente. Le si può attribuire, per il tramite della donna, una ripercussione sull’avvenire. Le generazioni concepite negli anni di guerra pagheranno un maggior tributo alle malattie mentali, tarda manifestazione delle sofferenze e delle angosce subite dalle madri» (p. 83).

L’opinione della psichiatra non cambia nel corso degli anni e nel 1950 conferma la sua impostazione tardo-positivistica, organicistica e maschilista in una recensione ad un saggio di uno studioso inglese, in cui è portata a «negare alla donna uno spazio psichico indipendente dalla sua funzione materna» (p. 85). Pertanto, conclude Sabina Cremonini, «Se ai soldati sono riconosciute le psicosi di guerra, pur facendole rientrare nella teoria della predisposizione, e se per i figli concepiti in periodo bellico può scattare il meccanismo della tara ereditaria, la donna sembra invece dover uscire necessariamente indenne dai guai psicologici della guerra» (p. 85), o meglio, anche in questo caso per la donna è ritagliato un ruolo esclusivamente secondario e strumentale rispetto al mondo maschile.

Degli effetti sulla salute psichica dei civili tratta Paolo Giovannini, in modo particolare soffermandosi sulla traumatica esperienza di coloro che sono sottoposti, via via sempre più frequentemente, ai bombardamenti e che, trovando riparo nei rifugi antiaerei, assumono comportamenti ed atteggiamenti anomali, disturbati, come quello che viene chiamato dalla letteratura psichiatrica del tempo “sonnolenza di attesa”, «che viene classificata come ”espressione più o meno camuffata” di una paura” che costringe molti individui a rimanere “per lo più in disparte, in un angolo del rifugio” […] senza scambiar parola con alcuno, con gli occhi chiusi, quasi “come pietrificati”» (p. 132).

Certamente tra le più traumatiche e quindi più frequenti cause di disturbi psichici c’è l’esperienza di deportazione ed internamento nei campi di prigionia, ma la scienza medica di quegli anni, nonostante alcuni psichiatri (Giorgio Padovani e Furio Martini) siano loro stessi reduci dai campi tedeschi ed abbiano potuto constatare direttamente e personalmente gli effetti dell’internamento, continua a riproporre il paradigma della predisposizione o della personalità già precedentemente disturbata, insomma il modello secondo cui le cause acquisite o esogene hanno effetto solo su antecedenti cause costituzionali o endogene. Con qualche interessante eccezione, che però sostituisce l’idea della predeterminazione organica con quella del condizionamento sociale, “di classe”: i casi di nevrastenia colpirebbero prevalentemente gli internati acculturati e di estrazione sociale medio alta, cioè gli ufficiali, che, anche senza segni di predisposizione organica e costituzionale, sembrano risentire e patire più degli altri delle condizioni di prigionia.

Per concludere questa presentazione de La follia della guerra, riteniamo che si tratti di un libro che a più di vent’anni di distanza valga la pena rileggere ed integrare con altri studi e ricerche sull’argomento che nel frattempo si sono aggiunti.

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Gorizia, l’attuale https://www.carmillaonline.com/2016/08/06/gorizia-lattuale/ Fri, 05 Aug 2016 22:01:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32105 di Fiorenzo Angoscini

Gorizia 1 [Mentre l’uso della base di Sigonella, autorizzato dal Governo italiano per i bombardamenti americani in Nord Africa, apre nuovi orizzonti per il conflitto mondiale già in corso, è forse utile tornare con la memoria indietro di cento anni esatti per ricordare una delle stragi più significative del Primo conflitto mondiale sul fronte italiano. S.M.]

Era il 5 agosto 1916 quando un esercito di straccioni, composto però da uomini pieni di dignità, veniva mandato al massacro da “traditori signori ufficiali”. Destinazione Gorizia e altre terre di confine da [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Gorizia 1 [Mentre l’uso della base di Sigonella, autorizzato dal Governo italiano per i bombardamenti americani in Nord Africa, apre nuovi orizzonti per il conflitto mondiale già in corso, è forse utile tornare con la memoria indietro di cento anni esatti per ricordare una delle stragi più significative del Primo conflitto mondiale sul fronte italiano. S.M.]

Era il 5 agosto 1916 quando un esercito di straccioni, composto però da uomini pieni di dignità, veniva mandato al massacro da “traditori signori ufficiali”. Destinazione Gorizia e altre terre di confine da conquistare o che comunque andavano “redente”, anche se nessuno aveva voglia di sparare ed uccidere. Stivati su treni e carri-bestiame militari, partivano con il solo biglietto di andata: cinquantunmila uomini delle truppe italiane (di cui 21.000 rimasero uccisi) e quarantamila di quelle austriache (di cui 9.000 destinati a morire), ubbidendo agli ordini di capi imbelli (circa 1.800 sabaudi e 900 austro-imperiali, i graduati deceduti), furono costretti ad eliminarsi a vicenda.

Braccianti, muratori, carrettieri e contadini con scarsa coscienza di classe, precettati per combattere una guerra finta, non per quanto riguarda il sacrificio umano, che mieteva vittime solo, o prevalentemente, fra poveri cristi a cui non importava nulla di ampliare i confini del regno sabaudo o difendere quello austro-imperiale.

Le pendici del Monte Nero sloveno e jugoslavo, gli altopiani di Asiago, del Carso, il fondo valle dei fiumi Piave, Isonzo ed Adige trasformati in un’unica enorme fossa comune (“su quei monti, colline e gran valli”).
Anche il tempo meteorologico (“pioveva a rovesci”) si era alleato ai felloni ed agli austro-ungarici-tedeschi mentre “grandinavano le palle nemiche”.

Una guerra voluta da militari di carriera, forgiati nelle accademie militari (università per ambiziosi imboscati), dai notabili di ogni risma, dagli agrari padani e piemonteis, da nobili parvenu, poeti orbi (e ciechi delle condizioni della povera gente) e dediti a imprese pseudo-epiche compiute pilotando aeroplani e dai banchieri e dagli industriali di ogni settore manifatturiero.

gorizia I comandanti di giorno comandavano gli eserciti, ordinando l’assalto a postazioni nemiche e obbligando a difendere il campo d’onore, autentico cimitero di proletari in divisa che trascorrevano il giorno e la notte immersi nella melma frammista al loro piscio e alla loro merda, mentre il pavimento delle trincee, che fungeva anche da giaciglio per sonni impossibili, sala mensa e locale per passatempi.
Gli stessi comandanti la sera tornavano alle accoglienti dimore, dalle mogli o dalle amanti agghindate e dormivano in giacigli con comodi materassi. (“con le mogli sui letti di lana”).

Mentre con le baionette, gli ultimi degli ultimi, loro malgrado, si infilzavano reciprocamente, la raccomandazione e pensiero finale era per i figli piccoli rimasti con le madri.
Raccomando ai Compagni vicini di tenermi da conto i bambini…
Stavano morendo e il pensiero correva ai loro cuccioli. Traditi da inamidate divise, fatte loro indossare dai macellai di una gioventù che aveva da poco compiuto i diciotto anni (i ragazzi del novantanove), ribaldi che volevano e facevano combattere una guerra in cui la vittoria sarebbe poi stata definita “mutilata”, soltanto per prepararne altre. Proprio loro, guerrafondai e reazionari di ogni risma, definirono così il risultato di quella “Grande guerra” che, ancora oggi, ci fanno festeggiare ogni anno il 4 novembre.Gorizia 2

N. B.
Testo elaborato sulla falsariga di “O Gorizia, tu sei maledetta” di anonimo, cantata, secondo una testimonianza orale raccolta a Novara da Cesare Bermani, dai fanti italiani che il 10 agosto 1916 “conquistarono” la città friulana. Poi, ci fu Caporetto…

La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia e le terre lontane,
dolente ognun si partì.

Sotto l’acqua che cadeva a rovescio
grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana,
questa guerra ci insegna a punir.

Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando: assassini!
Maledetti sarete un dì.

Cara moglie, che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini,
che io muoio col suo nome nel cuor.

Traditori signori ufficiali
che la guerra l’avete voluta,
scannatori di carne venduta,
e rovina della gioventù.

O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

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