Giovanni Pesce – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 24 Apr 2026 20:00:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Morte al tiranno. L’ultimo attentato alla vita di Mussolini https://www.carmillaonline.com/2025/07/17/morte-al-tiranno-lultimo-attentato-alla-vita-di-mussolini/ Thu, 17 Jul 2025 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89414 di Armando Lancellotti

Gigi Speroni, Mussolini deve morire, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2025, pp. 320, € 20,00

La casa editrice Mimesis ha recentemente rieditato il romanzo/saggio di Gigi Speroni Mussolini deve morire, uscito con altro titolo (99 passi dalla morte) nel 1994 e poi nuovamente nel 2004, con l’attuale e definitiva titolazione. Speroni, scomparso nel 2010, è stato scrittore, saggista, giornalista, sia della carta stampata sia radiotelevisivo – ha lavorato tra gli altri per il Corriere della Sera, per la RAI e per la Radio-televisione della Svizzera italiana – e autore di numerosi libri di diverso genere (biografia, saggio, romanzo, ecc.), principalmente di [...]]]> di Armando Lancellotti

Gigi Speroni, Mussolini deve morire, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2025, pp. 320, € 20,00

La casa editrice Mimesis ha recentemente rieditato il romanzo/saggio di Gigi Speroni Mussolini deve morire, uscito con altro titolo (99 passi dalla morte) nel 1994 e poi nuovamente nel 2004, con l’attuale e definitiva titolazione. Speroni, scomparso nel 2010, è stato scrittore, saggista, giornalista, sia della carta stampata sia radiotelevisivo – ha lavorato tra gli altri per il Corriere della Sera, per la RAI e per la Radio-televisione della Svizzera italiana – e autore di numerosi libri di diverso genere (biografia, saggio, romanzo, ecc.), principalmente di contenuto storico.

Romanzo/saggio, si diceva, perché quella scelta dall’autore è una scrittura “ibrida”, che per metà ricostruisce con attenzione saggistica e rigore storiografico e per metà narra e mette in scena il romanzo delle vicende accadute a metà dicembre 1944 a Milano, de facto centro del potere della Repubblica sociale italiana, nonostante la collocazione sulle rive del Garda di uffici, ministeri, quartieri generali e abitazioni di gerarchi, italiani e tedeschi e dello stesso Mussolini. Il libro si articola in ben 27 brevi capitoli che, escluso l’ultimo (Epilogo), riportano come titolo la data precisa e quasi sempre anche il luogo e l’ora esatti in cui sono accadute le vicende considerate, come richiede una ricostruzione storiografica analitica e rigorosa, ma gli attori di quei fatti storici sono i personaggi di una trama narrativa che si sviluppa in modo sempre più coinvolgente, mano a mano che prendono forma i fatti che il libro di Speroni presenta: il tentativo dei GAP milanesi di uccidere il duce durante la tre giorni – da sabato 16 a lunedì 18 dicembre ’44 – che Mussolini decide di trascorrere a Milano nel vano e disperato tentativo di rianimare un regime ormai fatiscente e un’ideologia che si avvicina all’ineluttabile sconfitta storica; un grottesco “canto del cigno” del fascismo che Giovanni Pesce, nome di battaglia Visone, comandante dei GAP milanesi, intende sfruttare per uccidere il tiranno.

Soprattutto nei brevi capitoli della prima parte, concatenati in modo regolarmente alternato, si avvicendano luoghi e protagonisti diversi, che poi convergono verso un unico evento conclusivo, nella seconda parte del libro. Da un lato vi è Milano e dall’altra le ville di Gargnano o Gardone Riviera requisite dal governo della RSI; da una parte Mussolini, i suoi gerarchi, i mal sopportati protettori tedeschi, oppure i militi delle organizzazioni della Repubblica sociale e tutto il variegato mondo, più o meno consapevole che la fine è imminente, che ancora gravita attorno al duce e al fascismo, e dall’altro i partigiani dei GAP milanesi, i loro rifugi e luoghi di incontro, in una città colpita dalla guerra, dalla crisi economica, dalle brutali rappresaglie fasciste, che immancabilmente colpiscono ogni iniziativa partigiana.

Dal capitolo diciassettesimo in poi la scena si sposta definitivamente nel capoluogo lombardo e i militi repubblichini e tedeschi, i gerarchi, i ministri fascisti e i milanesi ancora infatuati della persona del duce si trovano faccia a faccia con gli antifascisti e i gappisti, i primi intenti a pianificare la visita di Mussolini a Milano, i suoi spostamenti e la sua sicurezza, i secondi ad organizzare nei minimi dettagli un attentato alla sua vita.

L’accuratezza dell’analisi e della ricostruzione storica porta Speroni a considerare le numerosissime figure del regime di Salò coinvolte nelle vicende del dicembre 1944, alcune note a tutti, come Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano, Guido Buffarini Guidi, ministro dell’Interno della Repubblica sociale, Karl Wolff, comandante supremo delle SS in Italia, Rudolf Rahn, ambasciatore tedesco presso la RSI e principale interlocutore di Mussolini per conto di Hitler, altre meno conosciute come, per esempio, padre Eusebio Sigfrido Zappaterreni, sacerdote fanaticamente fascista e cappellano delle Brigate Nere. Le informazioni e le considerazioni puntuali che Speroni fornisce riguardo agli eventi accaduti e ai loro protagonisti sono di tipo saggistico, ma opportunamente inserite nello sviluppo narrativo e descrittivo della storia raccontata alla maniera di un romanzo. Lo stesso dicasi delle poche note a piè pagina – inusuali per un romanzo, troppo scarne per un saggio – che aggiungono informazioni senza appesantire il procedere del racconto.

La puntuale ricostruzione delle giornate da martedì 12 a lunedì 18 dicembre tratteggia in modo efficace l’atmosfera plumbea in cui vivono i milanesi: il freddo dell’ultimo inverno di guerra, la fame a cui può sfuggire solo chi riesce a comprare al mercato nero, il coprifuoco, la paura dei bombardamenti alleati così come dei rastrellamenti tedeschi e ancora di più delle tante, e spesso in competizione tra loro, polizie e milizie fasciste, che alla notizia dell’arrivo del duce in città si mobilitano in un clima di crescente eccitato fermento. La Guardia nazionale repubblicana (GNR), voluta da Renato Ricci come erede repubblichina della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN); le Brigate nere, ideate da Pavolini nel tentativo di rilanciare lo squadrismo e il fascismo delle origini; la Legione autonoma Muti, una formazione di fanatici violenti, responsabile di numerosi crimini e di torture praticate nella sede di via Rovello, in modo analogo alla Banda Koch, reparto speciale della polizia, che dopo aver seviziato, alle dipendenze di Buffarini Guidi, antifascisti e oppositori nella sede romana posta nella pensione Oltremare, a seguito dello sfondamento della Linea Gustav, si trasferisce proprio a Milano, dove continua le sue attività criminali in una villa dai milanesi ribattezzata Villa Triste; la Decima Mas di Junio Valerio Borghese, ecc.

Insomma, tutti gli apparati e gli organi della ormai esanime Repubblica sociale sgomitano per stringersi attorno al “capo”, che per la prima ed ultima volta dopo il 25 luglio ’43 si appresta ad arringare nuovamente la piazza, dando luogo ad una messa in scena con attori che ottusamente si ostinano a non comprendere la realtà e provano a mistificarla, elaborando inverosimili progetti di socializzazione delle fabbriche, nella vana speranza di rianimare il consenso operaio al fascismo, progetti tanto sterili quanto invisi ai tedeschi, che dal canto loro osservano con fredda e diffidente supponenza un mondo che si sta sfaldando.

Il dottor Herbert Siebenhüner, studioso e storico presso l’Istituto germanico d’arte di Firenze, trasferitosi a Milano nel 1944,

figlio di una nazione graniticamente unita attorno al suo Führer, prova un profondo disprezzo soprattutto per gli italiani che ora criticano il duce dopo averlo osannato per vent’anni […]. Più li studia e più arriva a pensarla come Goebbels […] “Gli italiani? Tranne Mussolini tutti zingari e straccioni”. […] Di una cosa, comunque, il professore è certissimo: le truppe del Terzo Reich combattono ancora disciplinate agli ordini di Hitler; mentre quelle di Mussolini… Era rimasto colpito dalla gran varietà di divise indossate dai militari che circolavano in città e che si vantavano di far parte di formazioni “indipendenti”. […] Un caos, insomma, che ha favorito la nascita di vere e proprie bande di criminali, disposti, per temperamento e danaro, a compiere i lavori più sporchi (pp. 127-129).

Tra le pagine che ricostruiscono gli accadimenti storici, Speroni inserisce anche qualche spaccato di vita milanese. La Taverna del Guerino di via Vittorio Emanuele è il luogo di ritrovo di molti giornalisti che scrivono sulle numerosissime pubblicazioni – quotidiani, riviste, opuscoli, fogli – della stampa della Repubblica sociale, un piccolo Stato fantoccio con scarsa sovranità, che va riducendosi col passare dei mesi, ma che continua a stampare, spesso a tiratura limitata, numerosissimi quotidiani, tutti severamente controllati dal Ministero della cultura popolare di Ferdinando Mezzasoma, che spera così di riattivare la mobilitazione a sostegno del regime e di riconquistare qualche margine di consenso. La sera del 17 dicembre, la seconda delle tre giornate milanesi di Mussolini, Ernesto Daquanno, direttore dell’Agenzia di stampa Stefani e Ugo Manunta, da poco allontanato dalla direzione de “Il Secolo-La Sera” per le sue idee favorevoli ai progetti tardivi e confusi di socializzazione dell’economia caldeggiati da una delle correnti del fascismo di Salò, bevono e conversano con altri colleghi, Concetto Pettinato, che dirige “La Stampa” e Gianludovico Pistolari, direttore de “L’Italia”.

Quando attacca a parlare della socializzazione Ugo Manunta andrebbe avanti per ore, ma una gran risata lo blocca e Daquanno coglie l’occasione al volo: “Venite, è davvero divertente!”. […] Il personaggio “davvero divertente” è un attore comico che s’è fatto notare negli spettacoli organizzati dalle SS italiane. Ha vent’anni, il suo cognome e Annichiarico, ma si fa chiamare Walter Chiari, e sta facendo rapidamente carriera perché ha l’abilità di adattare le barzellette alla situazione del momento. Quelle più audaci le può raccontare soltanto alla Taverna, e adesso ha adocchiato Manunta e i suoi amici. “Sentite questa. Il duce convoca Mezzasoma. Quello accorre con la sua pancettina che traballa, si mette sull’attenti, e alza lo sguardo verso Mussolini. […] ‘Tutto in ordine, camerata Mezzasoma?’ ‘Sì, duce!’ ‘Il Minculpop?’ ‘Funziona, duce!’ ‘Manunta?’ ‘Fucilato ieri, duce!’ ‘E Pettinato?’ ‘Domani, duce!’ ‘E L’Italia?’ ‘S’è desta, duce!’ ‘Imbecille, sto parlando del giornale!’ ‘Sì, duce!’ ‘Sì cosa?’ ‘Sì, ho capito, provvederò come sopra’ ‘E coi preti?’ ‘Fucileremo anche loro!’ ‘Mezzasoma, sei un imbecille…’ ‘Sì, duce!’ ‘Non mi interrompere! Sei un imbecille, ma voglio ugualmente farti un regalo. Dato che i crucchi controllano i nostri telefoni…’ ‘Non lo sapevo, duce!’ ‘Non ti credevo così imbecille…’ ‘Grazie, duce!’ ‘Non interrompermi! Dicevo: dato che i crucchi controllano i nostri apparecchi ho deciso di farti installare un telefono segreto, così potremo parlare liberamente. Prendi nota del tuo numero…’ ‘Mentalmente, duce?’ ‘Ho capito: riposo e scrivilo’ ‘Sono pronto, duce, con carta e penna’ ‘Ecco il numero: 6-1-0’ ‘Più adagio, vi prego, duce, è difficile!’ ‘Te lo ripeto: sei-uno-zero!’.
La barzelletta è vecchia, a suo tempo aveva come protagonisti il re e Mussolini, ma Manunta ride sino alle lacrime: la bravura di Walter Chiari è quella di trasformare una qualsiasi storiella in una vera e propria sceneggiata resa spassosa dalla sua mimica satirica (pp. 221-223).

Mussolini percorre i circa 150 chilometri che separano Gargnano sul Garda da Milano la sera del 15 dicembre e raggiunge la Prefettura verso le 23; il giorno successivo, 16 dicembre, lo attende il primo importante appuntamento: il discorso al Teatro Lirico. Poi si reca in piazza San Sepolcro, luogo simbolo della nascita del fascismo nel 1919. Il giorno successivo, 17 dicembre, passa in rassegna militi delle Brigate Nere in via Dante, visita la caserma della Legione autonoma Muti di via Rovello e anche una mensa popolare. Il 18 dicembre, al Castello Sforzesco, assiste al giuramento delle ausiliarie e visita la caserma di via Lamarmora. In tutte queste occasioni, tiene discorsi, si sposta in auto scoperta, saluta la folla.

In queste tre frenetiche giornate, il capoluogo lombardo è in subbuglio, la mobilitazione della polizia italiana e tedesca è massima, ma i GAP milanesi, Visone e i suoi uomini, sono determinati a non sprecare l’occasione: si organizzano, studiano i luoghi, calcolano gli spostamenti, pensano ad una strategia, forniti di falsi documenti di identità si mescolano ai comuni cittadini, ai militi fascisti e nazisti, fingono di voler vedere e salutare il duce per potersi avvicinare il più possibile. L’impresa è pressoché impossibile perché le maglie degli apparati di sicurezza sono troppo strette; due di loro riescono ad intrufolarsi in modo casuale nel cortile del Castello Sforzesco il 18 dicembre, ma non arriveranno mai sufficientemente vicini al bersaglio.

L’operazione dei GAP è annullata, Mussolini riprende la strada per Gargnano, dove trascorrerà gli ultimi mesi prima della fuga da Milano, dopo il 25 aprile, della cattura a Dongo e della fucilazione a Giulino di Mezzegra. Visone e i gappisti milanesi riprendono la lotta e il 30 dicembre Giovanni Pesce fa esplodere un bomba al Café Centrale, luogo frequentato dagli uomini della X Mas. Il fascismo e la Repubblica di Salò non hanno scampo, ancora pochi mesi e l’Italia finalmente sarà libera!

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Giandante X https://www.carmillaonline.com/2015/12/10/giandante-x/ Thu, 10 Dec 2015 21:30:56 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27229 di Rinaldo Capra

giandante 1Roberto Farina, 
Giandante X, Milieu Edizioni 2015, pp.272,
 € 14,90 Alessandro Capozza (a cura di), Giandante X artista della libertà, edito da AICVAS 2015, pp.141, € 14,00 Roberto Farina (a cura di), Giandante X l’eterno viandante, edito da Associazione Memoria Storica Giovanni Pesce 2013, pp. 79, € 22,00

Giandante X (1899-1984): prima di trovarmi tra le mani i volumi di Roberto Farina e di Alessandro Capozza, non lo avevo mai sentito nominare, non lo conoscevo. Mai visto un’opera, mai sentita una storia o incocciato in qualcuno che lo citasse o lo avesse conosciuto. Pittore, scultore, architetto, poeta, [...]]]> di Rinaldo Capra

giandante 1Roberto Farina, 
Giandante X, Milieu Edizioni 2015, pp.272,
 € 14,90
Alessandro Capozza (a cura di), Giandante X artista della libertà, edito da AICVAS 2015, pp.141, € 14,00
Roberto Farina (a cura di), Giandante X l’eterno viandante, edito da Associazione Memoria Storica Giovanni Pesce 2013, pp. 79, € 22,00

Giandante X (1899-1984): prima di trovarmi tra le mani i volumi di Roberto Farina e di Alessandro Capozza, non lo avevo mai sentito nominare, non lo conoscevo. Mai visto un’opera, mai sentita una storia o incocciato in qualcuno che lo citasse o lo avesse conosciuto. Pittore, scultore, architetto, poeta, ma soprattutto militante ostinato, deciso e solitario, che ha messo al centro della sua ricerca artistica l’impegno politico senza riserva alcuna. I soggetti del suo lavoro sono archetipi epici legati alla sua visione mitologica delle grandi questioni del ‘900. I titoli sono inequivocabili ed esemplari: “Eroe”, “Verso la città futura”, “Combattente”, “Il grido del ribelle”, ecc.

Ha incarnato, di volta in volta, tutte le pulsioni di cambiamento del suo tempo, misurandosi con il rischio di cadere nella retorica, che inevitabilmente i movimenti proponevano, e nelle strumentalizzazioni politiche. Ha usato gli stilemi del Decò, del Futurismo, dell’Espressionismo tedesco, del Razionalismo italiano, ma senza mai deviare dalla sua concezione di arte militante. Anarchico per alcuni, comunista per altri, certamente è stato Ardito del Popolo, miliziano delle Brigate internazionali in Spagna e partigiano in Italia. Sempre con tutti, dove serviva, ma sempre da solo.

giandante 3Eppure quest’uomo è sconosciuto ai più. Pur citato e ammirato da Sironi, Sassu, Lajolo, de Grada, Giolli, Carrà, Formaggio, Treccani, è rimasto nell’ombra.
Si è autoescluso dal mercato regalando quadri o vendendoli sottocosto quando le quotazioni aumentavano.
Unica biografia pubblicata fu “Giandante artista poeta combattente” di Silvio Biscàro (1963) e solo ora, dopo più di cinquant’anni, ecco due pubblicazioni uscite in contemporanea, che si aggiungono a “Giandante X l’eterno viandante”, ancora a cura di Roberto Farina, del 2013.

Giandante , nato Dante Pescò, è figlio dell’agiata borghesia milanese; cresce tra
l’anaffettività della madre e la severità del padre, che non vuole artisti in famiglia. Nel 1916 fugge di casa e rompe ogni relazione con la famiglia, studia architettura e filosofia e come scrive lui stesso: si butta sulla terribile strada fatta di fame, miseria e fango alla ricerca del Mito artistico. Nel 1919 si diploma Architetto Professore e assume il nome di Giandante X.
Giandante non è un refuso di viandante, come alcuni sostengono, ma Già-Andante, già in cammino nella vita di tutti, come un mistico che percorre la terra per costruire la sua piramide di coscienza, che in un suo scritto definisce costruita su “un’enorme zatterone di dolore”. Un cammino, per capire e lottare, fatto di semplici e umanissime cose. La X è l’incognita dell’eterno divenire, la croce della passione ideale e della compassione per gli oppressi, che non hanno cognome che li qualifichi e che in quella X sono tutti rappresentati. L’impressione è di trovarmi di fronte a un uomo con una biografia esemplare, una vita molto più rappresentativa della sua produzione artistica.

giandanteXOra Giandante mi guarda dalla bella foto di copertina del libro di Farina ed io guardo lui: è un ritratto, un bel ritratto. Ha in sé tutti i crismi del ritratto ufficiale, apologetico. La luce disegna il volto da sinistra verso destra, ne mette in risalto la tridimensionalità, la forza del naso e le mascelle serrate. L’espressione è molto intensa, ieratica, come quella che hanno i grandi mistici nell’iconografia classica. L’occhio sinistro è in penombra e il destro, appena più illuminato, non guardano nel centro ottico dell’immagine, ma poco più in alto, come per scrutare orizzonti lontani, ben oltre il fotografo che lo ritrae. Ignora la fotocamera, è totalmente assorto nei suoi pensieri e nelle sue visioni.

C’è in Giandante l’assoluta consapevolezza del proprio essere e dell’immagine che ne vuole dare. Quando si fa un ritratto fotografico, s‘instaura una relazione tra il soggetto, il fotografo e lo strumento di ripresa. Si ricerca una complicità tra l’immagine di sé che vuole dare il soggetto e quella che vuole ottenere il fotografo. L’obiettivo della fotocamera diventa l’ideale punto d’incontro e mediazione delle due esigenze: da questo nasce il ritratto. Invece Giandante guarda oltre, è già in viaggio, si percepisce la tensione ideale e l’assoluta certezza della propria identità. Il fotografo e la fotocamera è come non ci fossero, e lui non sta mettendo in scena la rappresentazione di se stesso, lui è se stesso.

Questa foto però non è un ritratto, ma una foto segnaletica del 1942, scattata in occasione della consegna degli internati dei campi di concentramento in Francia alle autorità italiane.
Ecco ancora più forte la certezza che Giandante aveva l’assoluta consapevolezza del proprio essere, al punto da dare nobiltà estetica allo scatto di un secondino. Riesce in un’opera mirabile: rende ritratto orgoglioso e deciso la foto segnaletica che è di sua natura umiliante e violenta e viene imposta sempre come atto di sopraffazione psichica. Per un attimo il secondino è un autore.

giandanteoscuroUn’altra foto mi ha colpito. Giandante è sfuocato, la grana molto pronunciata e la luce ancor più tenebrosa e drammatica. Le mascelle serrate, le protuberanze sulla fronte, il naso deciso. Gli occhi sono completamente in ombra e solo vagamente si intuisce la pupilla destra, ma una cosa è certa, anche nell’indeterminatezza delle forme, lo sguardo comunica esattamente la stessa determinazione della foto segnaletica. Nulla è cambiato tra le due foto, il carattere monolitico e irriducibile è uguale, la spinta emotiva grande. Farina la associa a una bella poesia:
Desertica
Sull’arcuata sforme faccia
baracollava l’ombra grigia e lunare dell’errante
sue svuotate pupille viaggiavano oltremare…
…nel suo tascapane teneva chiuso il suo gran cuore
.

Aderisce agli Arditi del Popolo, fonda la setta delle Cappe Nere e alla morte del padre rifiuta l’eredità e si libera dei soldi ricevuti dandone parte a Leonida Repaci per la pubblicazione del romanzo L’ultimo Cireneo e comprando libri e armi.
Di scottante attualità il romanzo di Repaci, infatti Giandante vi compare come alter ego del protagonista Nullo Viandante, un pittore che si fa saltare in aria ad una festa danzante dell’alta società milanese. Evidente il riferimento dell’attentato del teatro Diana. Nel romanzo c’è un dialogo tra il pittore e l’amico scrittore poco prima dell’esplosione che racconta bene il pensiero di Giandante e dice: “La mia arte è una fontana senz’acqua… quando il mondo è fango, …è menzogna anch’essa”.

Nel 1923 viene arrestato e rasenta la follia per le torture subite, tuttavia Wildt lo invita alla prima Biennale di Monza, dove presenta un lavoro di 25.000 disegni. Collabora con l’Unità, ha un aspro contraddittorio con Marinetti e nel 1933 lascia clandestinamente l’Italia per la Francia. Come da suo stile, allo scoppio della guerra di Spagna, carica tutte le sue opere su un carretto, le getta nella Senna e parte per la Spagna. Colonna Rosselli, poi 134° Brigata mista, su incarico di Longo diviene responsabile della propaganda delle Brigate internazionali e illustra manifesti e volantini.

giandante 4Preziosa e ampia la ricerca iconografica dell’attività di illustratore in Spagna nel volume di Capozza, che mostra la grande mole di lavoro fatto e in cui lo slogan più usato da Giandante è: Unità. Alla fine della guerra è tra gli ultimi a lasciare la Spagna, ripara in Francia, dove è successivamente consegnato agli italiani che lo mandano al confino. Dopo l’armistizio torna a Milano come ufficiale di collegamento nella formazione Matteotti 33 Fogagnolo vicina agli anarchici. Alla fine della guerra riprende a dipingere, stavolta con tratti meno ideologici, con più colori e coltiva una stretta amicizia con lo stalinista Pesce, quello che aveva difeso Vidali, e sua moglie Onorina, che acquistano molti suoi dipinti e si prendono cura di lui.

Chi è Giandante? Un mistico del comunismo che ha voluto esserci sempre, senza sottilizzare troppo. L’importante era l’azione, l’esempio per far fronte a un nemico comune. Ha gestito gli aspetti contradditori delle sue scelte, non aderendo integralmente al Partito Comunista, ma sempre in bilico per sfruttare tutte le possibilità d’intervento che si presentavano, privilegiando scelta delle persone prima che le posizioni ideologiche. Fedele a se stesso, solo e schivo, fuori dal mercato, nel 1984 ha un attacco di peritonite e muore in ospedale.

Farina mi ha raccontato che la storia della sua morte nel libro è fantasiosa, romanzata, ma ha avuto in seguito l’occasione di conoscere una persona che ha vissuto l’evento. Giandante è rimasto esamine sul selciato del giardino del palazzo dove abitava ed è stato soccorso solo dopo parecchie ore. Pare che all’ospedale , mentre lo stavano portando in sala operatoria, abbia esortato il chirurgo a “fare un bel lavoro”, come del resto lui aveva sempre cercato di fare proprio con la sua vita oltre che con le sue opere.

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