Giorgio Napolitano – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Don Camillo, Peppone e il silenzio degli innocenti https://www.carmillaonline.com/2021/11/10/don-camillo-peppone-e-il-silenzio-degli-innocenti/ Wed, 10 Nov 2021 21:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69158 di Sandro Moiso

No, non si tratta del titolo di un inedito di Giovanni Guareschi e nemmeno di quello di un nuovo sceneggiato televisivo con Terence Hill. Entrambi non sarebbero all’altezza dell’orrore di cui si è tornato a parlare in questi giorni: quello degli abusi perpetrati da decenni, e in tutto il mondo, dai rappresentanti della Chiesa, di ogni ordine e grado, in tonaca oppure laici, nei confronti di minori di ogni sesso ed età.

I numeri parlano chiaro, anche se sono ancora, in generale, sicuramente inferiori a quelli reali. Numeri che, [...]]]> di Sandro Moiso

No, non si tratta del titolo di un inedito di Giovanni Guareschi e nemmeno di quello di un nuovo sceneggiato televisivo con Terence Hill. Entrambi non sarebbero all’altezza dell’orrore di cui si è tornato a parlare in questi giorni: quello degli abusi perpetrati da decenni, e in tutto il mondo, dai rappresentanti della Chiesa, di ogni ordine e grado, in tonaca oppure laici, nei confronti di minori di ogni sesso ed età.

I numeri parlano chiaro, anche se sono ancora, in generale, sicuramente inferiori a quelli reali. Numeri che, nonostante tutto, sono utilizzati anche per “limitare” le responsabilità specifiche di Santa Madre Chiesa. Come succede in Francia in cui si fa ben attenzione a distinguere le responsabilità tra i 330.000 casi che potrebbero dover essere risarciti, con il susseguente e gravissimo danno economico per la chiesa francese. 216.000 episodi di pedocriminalità sarebbero infatti attribuibili direttamente a rappresentanti del clero, mentre altri 114.000 a non meglio identificati “laici” (Diaconi? Semplici “fedeli”? Altri figuri? Boy Scouts?).

Ma se il caso francese scuote le casse più che le coscienze della Chiesa, è da anni ormai che si parla dei crimini perpetrati nei confronti dei minori dal Canada agli Stati Uniti, dall’Australia al Messico, dalla Germania alla Polonia e all’Irlanda. Anche se è chiaro che i numeri sono ancora circoscritti alle inchieste che hanno effettivamente rilevato le responsabilità penali di vescovi, cardinali, preti e altri chierici di ogni ordine e grado1.

Senza contare, come dimostra l’autentica strage di bambini nativi messa in opera nel corso di alcuni secoli in Canada dai rappresentanti dei gesuiti e di altri ordini della Chiesa, che sarebbe ancora più difficile contabilizzare con esattezza le vittime “sacrificali” imposte dall’azione di cristianizzazione dei “selvaggi”, che come ben si sa doveva dominare sui corpi oltre che sulle menti. Opera che la Chiesa ha saputo condurre ormai da almeno quindici secoli, prima sul territorio europeo, come si è già scritto più volte proprio qui su Carmilla, e poi nel resto del mondo.

Spesso il linguaggio ecclesiastico si è ammantato di termini come fede, appartenenza, gerarchia, comunione, spirito santo: ma quante volte queste parole saranno state usate per piegare, convincere, sedurre e costringere, per scopi che definire ignobili sarebbe ancora troppo poco ?
E quante volte l’inossidabile rete delle parrocchie, vero punto di forza del clero cattolico e dell’autorità papale fin dal Medio Evo, è stata testimone e luogo di tali violenze sugli unici e veri “agnelli di Dio”?

Soprattutto qui in Italia, dove sembrano essere assenti dati reali su un fenomeno così diffuso nel resto del mondo da essere ormai inseparabile dagli atti e dalla vita “sociale” della Chiesa cattolica, “santa”, apostolica e romana.
Eppure, eppure…

Nell’italietta sempre democristiana e sempre fascista, almeno fino a quando i rappresentanti politici, di destra o sinistra fa lo stesso, continueranno a rinnovare il Concordato, soltanto lievemente modificato rispetto a quello firmato con i Patti Lateranensi dl 1929, si fa finta di nulla, come al solito.
Le “cose brutte” accadono sempre altrove, perché, in fin dei conti, noi italiani, siamo “brava gente”. E quindi anche i nostri preti. Quindi gli oratori sono luoghi di socializzazione e il catechismo per i bimbi serve ad inserirli nella “comunità”, non importa se di uno dei più mostruosi apparati repressivi che la storia abbia mai visto in atto.

Basta, al solerte popolo italiano, avere un “papa buono”, come Giovanni XXIII, per dimenticare che quel Vaticano di cui fu sommo rappresentante era stato precedentemente retto da un Papa che aveva dato più di un aiutino ai gerarchi fascisti e nazisti in fuga oppure a mantenere la continuità, “senza rotture” come voleva anche Confindustria, tra regime e repubblica.

Che laica non è mai stata, se si considerano le continue interferenze della santa sede non solo in materia politica ed elettorale fin dal 1948, ma anche nelle scelte di semplice civiltà liberale (matrimonio, divorzio, diritti civili, aborto, quest’ultimo ancora definito omicidio da un altro e contemporaneo “papa buono” e “progressista”) che hanno contraddistinto altri paesi, non soltanto di segno protestante, e facendo sì che oggi, nella nazione che ha dato i natali a Mussolini e a una valanga di altri impostori di sinistra, si ritenga di sinistra ciò che appartiene semplicemente e naturalmente al liberalismo.

Un paese culturalmente arretrato, dove si urla ogni quarto d’ora al “lupo fascista”, ma che dell’autoritarismo religioso e patriarcale non sa fare a meno. In cui sia Matteo Salvini che il leader No Green Pass Stefano Puzzer possono impugnare il rosario come simbolo identitario, oppure Chiesa e Partito Comunista hanno potuto tranquillamente farsi piedino sotto il tavolo di ogni trattativa, come alcune positive valutazioni del Concordato, in occasione del Convegno “Problemi e prospettive dei Patti Lateranensi a 25 anni dalla revisione”, organizzato dalla Fondazione della Camera dei Deputati, dell’allora presidente Napolitano (sì, proprio lui, l’uomo del PCI che brindò alla repressione, ad opera dei carri armati sovietici, della rivolta operaia ungherese del 1956) sembrano ancora confermare:

“Solo pochi giorni or sono sono stati ricordati gli ottant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi, che hanno posto fine ad un’epoca segnata da profonde lacerazioni fra lo Stato italiano e la Chiesa; oggi ricorrono i venticinque anni trascorsi dalla conclusione dell’Accordo di modificazione del Concordato, che ha consentito di consolidare le relazioni e di arricchirle di sempre nuovi contenuti anche a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione. E’ pertanto quanto mai opportuna l’occasione di riflessione offerta dall’importante convegno di studi promosso dalla Fondazione Camera dei Deputati. Dall’insieme degli accordi del 1929 e del 1984 e dei principi enunciati nella Carta Costituzionale, che all’articolo 7 sancisce il principio secondo il quale “Chiesa e Stato sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani”, si è andata sviluppando una collaborazione feconda fra lo Stato e la Santa Sede. Tale rapporto, ispirato al rispetto reciproco, si traduce in un’operosa convergenza di sforzi volti al bene comune, nel pieno riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Sono certo che il fruttuoso dialogo esistente tra le istituzioni italiane e la Chiesa, ribadito in occasione della visita ufficiale di Sua Santità Benedetto XVI al Quirinale il 4 ottobre scorso, potrà ulteriormente intensificarsi consentendo alla comunità nazionale di affrontare le sfide del XXI secolo forte della condivisione dei principi e dei valori che sono alla base della nostra identità culturale e spirituale” (qui).

Don Camillo e Peppone, nonostante le critiche da “sinistra” all’opera di Guareschi, confermano la loro attualità rimanendo sulla breccia, in un profluvio di ignoranza e arretratezza culturale che, qui al centro dell’impero ecclesiastico delle gerarchie nere e bianche e delle “eminenze grigie”, non ha nulla da invidiare ad altre esperienze sociali e religiose che ogni giorno ci vengono indicate come nemiche e arretrate. Madrase (madāris), scuole coraniche, studenti coranici (talebani), in cui, ad esempio, viene individuato ipocritamente l’inizio e la continuazione di una condizione femminile subordinata, repressa e brutalizzata (non soltanto nel corpo).

Dimenticando la “lunga” caccia alle streghe, i tribunali dell’Inquisizione che le interrogavano e torturavano e, in tempi a noi più vicini, le donne (per loro fortuna e merito, a giudizio di chi scrive) scomunicate per il giro tondo in Duomo a Milano nel 19762, oltre tutte le altre amenità costruite intorno alla figura sacrificale della donna madre, sposa e, possibilmente, “madonna” oppure colpevolizzata, torturata, repressa e uccisa, in un paese, sempre il nostro, in cui, dopo l’abrogazione del reato di adulterio nel 1968, dopo l’introduzione del divorzio nel 1970 (legge 898), dopo la riforma del diritto di famiglia nel 1975 (legge 151), dopo l’introduzione dell’aborto nel 1978 (legge 194), le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate soltanto il 5 agosto 1981 (legge 442).

Un paese dove lo “scandalo” del femminicidio è sempre poco collegato alla concezione della sacralità del matrimonio e del ruolo sottomesso della donna, “sposa” o “fidanzata” che sia.
Una mentalità arcaica in cui il ruolo della Chiesa nella sua diffusione, nonostante i piagnistei papali alla finestra affacciantesi su Piazza San Pietro, non ha eguali e in cui l’istruzione impartita ai minori nei catechistici corsi, così simili all’indottrinamento mussoliniano (Chi è Dio? Chi è il Duce?), ha ancora una funzione socio-culturale importantissima e altrettanto negativa. Motivo per cui se, come affermava Marx, “la religione è l’oppio dei popoli”, lo stivale al centro del Mediterraneo è la patria dei bigotti oppiomani.

Forse proprio per tutti questi motivi, in Italia, non esiste ancora un’associazione per la denuncia dei crimini della Chiesa contro i minori che abbia la forza di quello francese, La Parole liberée, nata a Lione nel 2015 per opera delle vittime delle violenze perpetrate in ambiente ecclesiastico e neppure una commissione indipendente come quella denominata Sauvé che ha indagato per tre anni sullo stesso tema, portando, il 5 ottobre di quest’anno, alla presentazione di un rapporto che, di fatto, ha già messo in ginocchio la chiesa non solo francese, aprendo prospettive disastrose per la stessa in tutto il mondo.

La fede in unico Dio, non solo costituisce una menzogna e una violenza fatta alla Natura e alla specie umana, ma è anche la fonte di odi e violenze giustificate soltanto dall’idea del popolo eletto e della crociata per imporre un’unica verità3. Forse sarebbe ora di superare il provincialismo, i timori, il perbenismo marcio di cui è permeato questo avanzo di paese, prima che sia dato libero sfogo all’ira, come nella Barcellona del luglio 19094 o nella Spagna del guerra civile (per non parlare delle rivolte medievali e moderne contro la corruzione della Chiesa e del papato).


  1. Si veda: Domenico Agasso, Lo tsunami della vergogna sull’Europa pioggia di denunce per 60 anni di abusi, «La Stampa», 9 novembre 2021  

  2. Si veda qui un interessante articolo dell’epoca  

  3. Come ha dimostrato Jan Assmann in due splendide ricerche storico- antropologiche: Non avrai altro dio (il Mulino, Bologna 2007) e La distinzione mosaica (Adelphi, Milano 2011)  

  4. Si veda: Escuela Moderna / Ateneo Libertario (a cura di), Chiese in fiamme, Milieu edizioni 2019, recensito su Carmilla il 1° luglio 2020  

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Punto e a Capo https://www.carmillaonline.com/2017/06/12/punto-e-a-capo/ Sun, 11 Jun 2017 23:04:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38780 di Alessandra Daniele

È ancora riconosciuto come capo. Nonostante l’età, è ancora lucidissimo, e in grado di dare ordini. Giorgio Napolitano è intervenuto a condannare il patto per la legge elettorale, e subito un commando di franchi tiratori del PD ha fatto secco il Tedesco, cioè il disegno di legge concordato dal Cazzaro con le opposizioni. È stato facile poi mettere la pistola fumante in mano al Movimento 5 Stelle, già incalzato dalle giustificate proteste della sua base, schifata dalla porcheria della quale stava per rendersi corresponsabile. Un problema che la Lega non ha avuto. Con tutta la loro [...]]]> di Alessandra Daniele

È ancora riconosciuto come capo. Nonostante l’età, è ancora lucidissimo, e in grado di dare ordini.
Giorgio Napolitano è intervenuto a condannare il patto per la legge elettorale, e subito un commando di franchi tiratori del PD ha fatto secco il Tedesco, cioè il disegno di legge concordato dal Cazzaro con le opposizioni.
È stato facile poi mettere la pistola fumante in mano al Movimento 5 Stelle, già incalzato dalle giustificate proteste della sua base, schifata dalla porcheria della quale stava per rendersi corresponsabile.
Un problema che la Lega non ha avuto.
Con tutta la loro rabbiosa intransigenza apparente, gli elettori della Lega sono in realtà fra i nasi più tappati d’Italia. Presunti secessionisti che si fanno andare bene il nazionalismo neofascista.
Presunti moralizzatori che si fanno andare bene Berlusconi.
Gli basta un facile capro espiatorio, e digeriscono di tutto.
Stavolta però l’inciucio è saltato. L’esecuzione di Gentiloni è rinviata, Renzi è stato di nuovo sconfitto, e ha ricominciato a rimpiangere quel sistema maggioritario che in Gran Bretagna, dove l’elettorato s’è spostato a sinistra, produrrà invece un governo più a destra, dichiaratamente già “pronto a stracciare le leggi sui diritti umani”, tanto per provare la superiorità morale dell’Occidente.
L’anno scorso dopo la Brexit molti nello stesso Labour Party avevano cercato di silurare Jeremy Corbyn, con l’accusa di “non aver sostenuto il Remain con sufficiente convinzione”. Praticamente uno psicoreato.
Prima della trionfale rimonta di Corbyn, Theresa May aveva come il Cazzaro incautamente promesso di dimettersi, se avesse perso la maggioranza assoluta.
Prevedibilmente, neanche lei ha mantenuto la promessa, alleandosi con gli Unionisti Irlandesi per restare al potere.
Ognuno ha l’Alfano – o la Meloni – che si merita.
Arrogante quanto incapace come la May, Renzi ha fallito di nuovo, e s’è ridotto a corteggiare Pisapia, dopo averlo sbeffeggiato quando contava ancora sulla Grossolana Coalizione con Berlusconi, adesso però riavvicinato alla Lega dai buoni piazzamenti comuni ottenuti alle elezioni amministrative, dove il M5S s’è invece ribaltato sulla linea di partenza. In termini d’immagine, trattare col Cazzaro al M5S non ha giovato.
A Renzi non rimane che guardare Macron, che il suo sogno napoleonico lo sta realizzando, e rosicare.

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Le formelle della memoria corta e manipolata https://www.carmillaonline.com/2016/05/24/le-formelle-della-memoria-corta-manipolata/ Mon, 23 May 2016 22:01:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30599 di Rinaldo Capra

Le formelle-copertina Rete Antifascista Brescia, Le formelle della memoria…corta e manipolata – stampato in proprio 2016 – pag. 28

Un anno fa, la polemica sulla rimozione della formella commemorativa del fascista Ramelli dal Percorso della Memoria era solo l’ultima conseguenza di una serie di atti contraddittori e nebbiosi di Manlio Milani e della Casa della Memoria di cui è presidente. I prodromi della piega che stava prendendo Milani, presidente anche dell’Associazione Famigliari Vittime di Piazza Loggia, si erano visti nella partecipazione all’incontro pubblico sulla strage di Piazza Loggia organizzato da Casa Pound nel 2011, creando sconcerto, [...]]]> di Rinaldo Capra

Le formelle-copertina Rete Antifascista Brescia, Le formelle della memoria…corta e manipolata – stampato in proprio 2016 – pag. 28

Un anno fa, la polemica sulla rimozione della formella commemorativa del fascista Ramelli dal Percorso della Memoria era solo l’ultima conseguenza di una serie di atti contraddittori e nebbiosi di Manlio Milani e della Casa della Memoria di cui è presidente. I prodromi della piega che stava prendendo Milani, presidente anche dell’Associazione Famigliari Vittime di Piazza Loggia, si erano visti nella partecipazione all’incontro pubblico sulla strage di Piazza Loggia organizzato da Casa Pound nel 2011, creando sconcerto, sdegno e stupore, ma incassando la qualificante solidarietà della Leghista Simona Bordonali, presidente della giunta comunale, e di Paola Vilardi, consigliere comunale Pdl.

Nel 2012 parte il progetto “Percorso della Memoria”; i promotori sono: Casa della Memoria, Rotary Club (si dice in odore di Massoneria), Comune di Brescia (giunta Pdl-Lega), Gruppo Locale Bu e Bei (anonimi signori che intendono restare tali), sancito con Delibera Comunale n° 230 2012 e con l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica (mirabile la composizione dei promotori). Esso prevedeva la posa di formelle commemorative di tutte le vittime della violenza politica dal 1962, come se la storia repubblicana partisse da lì, a oggi, ordinate in semplice ordine cronologico. Il percorso si snoda da Piazza della Loggia, esattamente dalla Stele che ricorda la bomba, verso la salita al Castello di via Sant’Urbano.

Ecco le finalità, testualmente:
Si ritiene che una collettività, desiderosa di giudicare serenamente una parentesi tragica della propria storia, debba avere il coraggio di ammettere e di ricordare il dolore pagato quale prezzo per sconfiggere la violenza di quegli anni. Questa testimonianza vuole raccogliere in un’unica espressione ciò che è affidato all’episodica rievocazione in manifestazioni deputate.
Raccogliere il tutto in “un’unica espressione” avvicinando, nelle lapidi poste con tanta pompa, vittime e carnefici in nome di una stagione di tolleranza e “serenità” è la manipolazione delle coscienze, assolvendo e riabilitando, senza che ci sia stata nessuna espiazione, i fascisti di ieri e di oggi e i loro folli ideali.

Oggi la questione è ancora viva, bruciante, attuale: Rete Antifascista di Brescia presenta il dossier “Formelle della memoria..corta e manipolata”.
Già la copertina è eloquente: una composizione di quattro articoli de L’Unità, che ci ricordano di altrettanti gravissimi episodi di violenza politica, che sono stati deliberatamente ignorati dal Percorso della Memoria e dei quali sono stati vittime i proletari, gente che lottava per i propri diritti: la strage di Portella delle Ginestre (1947), l’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena (1950), gli undici morti ammazzati durante le manifestazioni antifasciste di Reggio Emilia, Licata, Palermo, Catania (1960) e l’assassinio di Giovanni Ardizzone (1962). Ma, come è detto nell’introduzione dell’opuscolo, l’elenco delle vittime immortalate nelle formelle per l’installazione bresciana è esplicitamente ispirato alla pubblicazione Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, curata dalla Presidenza della Repubblica nel 2008 in relazione al primo anniversario dell’istituzione del 9 maggio quale “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”.

La scelta di partire dal 1962 esclude gli episodi sopra elencati, ma questi sono episodi abnormi di violenza politica della storia repubblicana che hanno condizionato e continuano a condizionare la società, perpetrandosi quotidianamente nelle attuali espressioni repressive dei movimenti. Inoltre Ardizzone è stato ucciso nell’Ottobre 1962, tuttavia ignorato dall’elenco, nonostante rientri in pieno nel lasso cronologico definito.

I proclami del “Giorno della Memoria” recitano di ricordare le vittime: “tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l’ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva”. In realtà di molti militanti di sinistra ammazzati non vengono neppure citati i nomi, o a volte lo sono in modo errato. Pertanto l’opuscolo proposto dalla Rete Antifascista ricostruisce un elenco preciso e attendibile della violenza di classe, mettendo a nudo il criterio arbitrario e mistificante scelto per il Percorso della Memoria, dove in un clima di revisionismo storico vengono minimizzati i crimini fascisti finanziati, coperti, insabbiati dallo stato e dai suoi servizi.

Si cita, in un documento allegato, Giorgio Napolitano là dove afferma: “(…) se nel periodo da noi considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato [ndr: è talmente palese che non lo si può negare nemmeno in un’opera di revisione storica!], dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse”. Ridefinendo così, in un attimo, la percezione della realtà collettiva: lo stato è la tutela della democrazia e i rivoluzionari e i militanti di sinistra sono il male oscuro della società.

Ma è solo quando si è identificato il sottile legame tra verità e mistificazione che può nascere l’inquietudine. Le constatazioni oggettive che ci sbatte in faccia questo dossier suscitano il disgusto, mentre il riso sorge spontaneo davanti all’opposta constatazione dei curatori del Percorso della Memoria che la vita continua comunque e ci serve la pacificazione. Le culture, soprattutto in questo mondo globalizzato, non piovono dal cielo, le relazioni tra esseri umani sono il frutto di lotte di classe e rapporti di forza e cercare di mutarne l’aspetto per renderle socialmente gestibili non ha senso. Si distorce la realtà, l’immaginario comune, rinegoziando continuamente le immagini collettive per creare nuovi feticci come produttori di legami sociali e creare un regime di finzione. Questo appare lo scopo del Percorso della Memoria. Questa modalità di comunicazione demagogica, parziale, mistificatoria, spettacolare e di intrattenimento, definita anche come “infotainment”, non ha neppure bisogno di essere rigorosa e precisa nei suoi riferimenti, perché nessuno andrà a controllare le fonti e l’attendibilità delle affermazioni e la si può gestire come meglio si crede. Quello che a noi sembra sciatteria e omissione non è altro che l’arrogante certezza da parte del regime di avere stipulato un “nuovo contratto sociale” destinato ad attutire lo scontro di classe e creare una nuova coscienza collettiva manipolata.

La lunga serie di imprecisioni, omissioni e mistificazioni sono evidenziate con precisione inesorabile, attenta e minuziosa, ma solo fissandole in un documento pubblico si potrà avere un riferimento concreto, non virtuale e aleatorio della nostra storia. Non per voler correggere un progetto reazionario in sé, ma per ricostruire un dato di realtà storico e riaffermare il valore dell’antifascismo, come del resto ben espresso nella “Lettera Aperta a Manlio Milani”, che precede l’introduzione del volume.

Segue una rigorosa ricostruzione dell’elenco delle vittime, con sorprendenti scoperte, come ad esempio l’esclusione di Luca Rossi, studente assassinato da un agente della Digos nel 1986, o quella di Tito Tobegia, mitico capo partigiano bresciano, morto in seguito a un’aggressione fascista nel 1968. E ancora tanti altri, perché di sangue proletario e rivoluzionario ne è corso a fiumi, fino a Carlo Giuliani o Samb Modou e Diop Mor, i due lavoratori assassinati a Firenze il 13 dicembre 2011 da un cecchino di Casa Pound e il bresciano di nascita Davide “Dax” Cesare nel 2003.

formelle 1 Commovente l’ultima sezione con la bella poesia di Sante Notarnicola “La nostalgia e la memoria” e quella poesia di Edoardo Sanguineti “Odio di classe” che recita:

Bisogna restaurare l’odio di classe.
Perché loro ci odiano,
dobbiamo ricambiare loro
sono i capitalisti, noi siamo i
proletari del mondo d’oggi,
non più gli operai di Marx o i
contadini di Mao, “ma tutti
coloro che lavorano per un
capitalista […]
al quale la destra propone un libro dei sogni

per informazioni e richieste:
mail: reteantifascista.bs@gmail.com
facebook: Brescia Antifascista
blog: fuochidiresistenza.noblogs.org

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L’anno del Cazzaro https://www.carmillaonline.com/2014/12/28/lanno-del-cazzaro/ Sun, 28 Dec 2014 19:04:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19797 di Alessandra Daniele

low-batteryMatteo Renzi è davvero come uno smartphone: dopo neanche un anno la batteria è già bollita. Il reale bilancio del suo governo è identico a quelli dei precedenti governi Monti e Letta: meno lavoro, più tasse. Tutto il resto è solo facciata. Solo una pericolante catasta di promesse sempre più assurde e scadenze sempre più distanti, come le Olimpiadi del 2024 (!), una penosa sceneggiata fatta di slogan da televendita di frullaminchiate, pose ridicole da capoclasse, e battute da terza elementare su gufi, gattopardi, coccodrilli, canguri, sciacalli, liocorni, e facce [...]]]> di Alessandra Daniele

low-batteryMatteo Renzi è davvero come uno smartphone: dopo neanche un anno la batteria è già bollita.
Il reale bilancio del suo governo è identico a quelli dei precedenti governi Monti e Letta: meno lavoro, più tasse.
Tutto il resto è solo facciata.
Solo una pericolante catasta di promesse sempre più assurde e scadenze sempre più distanti, come le Olimpiadi del 2024 (!), una penosa sceneggiata fatta di slogan da televendita di frullaminchiate, pose ridicole da capoclasse, e battute da terza elementare su gufi, gattopardi, coccodrilli, canguri, sciacalli, liocorni, e facce da serpente.
Matteo Renzi è un cazzaro, e neanche uno dei migliori.
È il mago Casanova della politica italiana, ed è arrivato alla sconocchiata poltrona che occupa solo perché in tempi di crisi a chi gestisce davvero il potere politico-economico non interessa più occuparla direttamente, e preferisce piazzarci un prestanome, o meglio un prestaculo che ci si bruci le chiappe al suo posto.
Gli italiani si sono stancati presto della sobrietà, per tenerli buoni l’esangue Letta andava sostituito con qualcuno che ricominciasse a raccontargli le loro balle preferite: meno tasse per tutti, il Senato è un doppione, l’Italia è un grande paese, possiamo farcela se solo diamo agli imprenditori la possibilità di cacciare i fannulloni e assumere TE.
Contrapposte dai media alle quartine millenariste di Casaleggio, le slide renziane sono sembrate a molti italiani persino moderne.
Napolitano ha gestito da Camerlengo il turnover Letta – Renzi come aveva fatto coi due precedenti.
Questa è la funzione rimasta al presidente della repubblica nell’Italia post-democratica commissariata dall’UE: garantire che a prescindere dal risultato delle elezioni, e dei congressi dei partiti, il governo conseguente continui comunque a seguire le direttive BCE.
Infatti per il successore di Napolitano si fa il nome di Padoan, ministro dell’Economia, e resta in ballo anche quello di Prodi, nonostante ai berlusconiani faccia lo stesso effetto che fa il nome di Frau Blücher ai cavalli.
Il dopo-Napolitano potrebbe però diventare il dopo-Renzi.
Il Piccolo Cazzaro Fiorentino non s’è arrampicato in cima da solo come narra la leggenda, c’è stato installato come una batteria di ricambio, che dopo neanche un anno è già bollita.
L’anno del Cazzaro è agli sgoccioli. La mezzanotte s’avvicina.
Cosa succederà ai renziani quando il carro del vincitore sul quale sono saltati si ri-trasformerà in una zucca?

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Fine anno, fine della corsa? https://www.carmillaonline.com/2014/12/20/anno-corsa/ Fri, 19 Dec 2014 23:01:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19547 di Sandro Moiso

walter white Quello che infastidisce maggiormente nello spettacolo di Mafia capitale è l’accento posto sull’eccezionalità del caso romano, la sorpresa che tutti i media sembrano mostrare nei confronti di quello che non è altro che un caso (tutt’altro che anomalo) di corruzione amministrativa e politica quotidiana nell’Italia degli scandali legati all’Expo, al Mose e a molti altri ancora. Ma, ormai, il termine Mafia ha preso il posto dell’Uomo Nero, di Freddie Krueger, di Walter White e di qualsiasi altra figura dell’immaginario più diabolico e viene sbandierato ad ogni piè sospinto per dimostrare che ciò che c’è di [...]]]> di Sandro Moiso

walter white Quello che infastidisce maggiormente nello spettacolo di Mafia capitale è l’accento posto sull’eccezionalità del caso romano, la sorpresa che tutti i media sembrano mostrare nei confronti di quello che non è altro che un caso (tutt’altro che anomalo) di corruzione amministrativa e politica quotidiana nell’Italia degli scandali legati all’Expo, al Mose e a molti altri ancora. Ma, ormai, il termine Mafia ha preso il posto dell’Uomo Nero, di Freddie Krueger, di Walter White e di qualsiasi altra figura dell’immaginario più diabolico e viene sbandierato ad ogni piè sospinto per dimostrare che ciò che c’è di marcio nella società attuale non dipende dai rapporti di classe e dall’appropriazione privata della ricchezza sociale prodotta, ma da poche figure negative che guastano i sani rapporti sociali basati sui principi del capitalismo e che possono anche arrivare a minacciare gli equilibri politici faticosamente raggiunti.

Da una parte dunque i buoni servitori dello Stato (e del Capitale) e dall’altra i corrotti, le anime perse che non hanno saputo resistere alle seduzioni del Grande Tentatore (di solito un singolo uomo, ex-terrorista di destra oppure capo-bastone di un clan, il solito “grande vecchio” che la sinistra istituzionale ci ha insegnato a vedere dappertutto). Anche se sappiamo tutti che questa narrazione è falsa, come la promessa di Renzi di resistere fino al 2018.

Tutti i commentatori, partendo anche da presupposti diversi, convergono infatti su un unico proposito: salvare l’immagine del capitalismo italiano, cercando di dimostrare che le cose vanno male a causa della corruzione diffusa o, ancor peggio come ha affermato qualche giornalista del solito TgNews RAI 24, che basti un unico individuo, in questo caso Buzzi o Carminati, ad infettare un sistema. Che naturalmente si presume sano.

buzzi poletti E che sano non è. Basta rivolgere lo sguardo alle inchieste più recenti, da quelle riguardanti l’Expo o il Mose arrivando fino all’intrico di interessi che si celano ancora dietro al TAV in Val di Susa (dove la presenza di interessi legati alla ‘ndrangheta sono stati individuati e parzialmente perseguiti così come è evidente il coinvolgimento delle coop nella sua realizzazione),1 per comprendere che la scelta del capitalismo italiano e della sua imprenditoria grande e media è stata proprio quella di “migliorare” le proprie prestazioni finanziarie (certo non quelle produttive) affidandosi spesso alle ruberie nelle tasche del solito Stato Pantalone o, ancor meglio, direttamente nelle tasche dei cittadini.

La stessa candidatura entusiasticamente avanzata in questi giorni affinché Roma sia sede dei giochi olimpici del 2024 conferma ancor di più tale ipotesi, perché mentre da un lato il governo presenta una proposta di disegno di legge che serve soltanto a gettare polvere negli occhi di chi spera in un giro di vite contro la corruzione, dall’altro prepara il terreno per un’altra grande opera che potrebbe diventare davvero, se messa in atto, la madre di tutte le speculazioni e di tutti i possibili intrecci politico-amministrativi con mafie e ‘ndrine.2

Da anni scrivo di questo su Carmilla e non mi pare che qualcosa sia significativamente cambiato oppure che ci siano state solide smentite di questa ipotesi. Il capitale italiano, soprattutto quello finanziario, è in fuga dal settore produttivo e, come tutti dovrebbero aver già capito da tempo, anche le leggi e le iniziative attuali sul lavoro (inique e retrograde più che mai) sono soltanto rivolte ad attirare sulle imprese italiane in svendita nuovi acquirenti stranieri, attratti dai bassi costi che possono facilitare qualsiasi tipo di speculazione e dalla facilità con cui si potrà licenziare a partire dall’approvazione del Job Act.

Bastino a confermare ciò le recenti rivelazioni sull’uso fatto dalle banche del prestito Tltro promosso dalla BCE: “Dei 26 miliardi di euro che le banche italiane hanno preso in prestito dalla Banca Centrale Europea a settembre, due terzi sono stati investiti per l’acquisto di Buoni poliennali del Tesoro. Quindi solo 8 miliardi sono stati effettivamente utilizzati per i prestiti alle imprese, e quindi introdotti nell’economia reale del Paese. Secondo quanto riferisce la Banca d’Italia, gli istituti di credito italiani hanno investito ad ottobre 18,4 miliardi di euro in BTp, portando gli asset governativi al livello mai raggiunto prima di 414,3 miliardi di euro. I nuovi acquisti in Btp, in sostanza, consistono nei due terzi di quei 26 miliardi di euro che le banche hanno preso dalla Banca centrale europea nell’asta Tltro del settembre scorso. I prestiti Tltro si differenziano dai prestiti Ltro proprio per quella T, che sta per “targeted” ovvero vincolati a un uso specifico: il sostegno alle imprese non finanziarie, senza troppi margini di discrezionalità3

In effetti vi è una liquidità estremamente volatile che circola vorticosamente a caccia di investimenti redditizi a breve o brevissimo termine, cosa che non può far altro che favorire, da un lato, la crescita esponenziale della spesa pubblica destinata a coprire gli interessi pagati sui titoli di stato e, dall’altro, speculazioni e appropriazioni indebite di attività lasciate spesso morire di inedia a causa di investimenti e prestiti che non arriveranno mai a destinazione. E’ il destino di tanta piccola e media industria, destinata a seguire, anche involontariamente, le orme delle grandi famiglie del capitalismo italiano e delle loro imprese e società per azioni. Destinate a loro volta ad essere acquisite e smembrate per fornire ai nuovi acquirenti la proprietà di un marchio di prestigio (e non vale assolutamente le pena di ritornare qui ad elencarli tutti poiché sono ormai centinaia) oppure una base “produttiva” per aggirare i divieti posti dall’Europa alle merci provenienti da altri continenti.

Possiamo quindi tranquillamente ipotizzare che non sono state soltanto la corruzione e le infiltrazioni mafiose o della malavita ad inficiare la vita politica e le attività economiche, ma che, al contrario, proprio le nuove regole del gioco hanno permesso l’allargamento del tavolo a gruppi ed attività un tempo sì significative, ma ancora relativamente marginali rispetto al peso esercitato sul PIL. Mentre oggi, non a caso, proprio i proventi di tutta una serie di attività illegali connesse alla grande criminalità organizzata (prostituzione, contrabbando, spaccio) sono ormai conteggiati anche nel PIL nazionale.4 In attesa soltanto di rientrare in circolo attraverso le banche e attività speculative più o meno legali.

Stupirsi della corruttela presente nelle cooperative bianche o rosse, come ha fatto recentemente il presidente dell’Autorità Nazionale Anti-corruzione Raffaele Cantone nella trasmissione serale di Lilli Gruber,5 significa quindi non aver colto la grande trasformazione che è avvenuta negli ultimi trent’anni all’interno dell’economia italiana, della sua classe imprenditoriale e della sua classe politica. Sempre di più tesa a realizzare profitti individuali nel minor tempo possibile, anche a costo di abbandonare qualsiasi norma di carattere economico, civile e morale. Come continua a dimostrare in primo luogo l’azienda torinese produttrice di auto, e capofila dell’imprenditoria italiana, che ha spostato la sua gestione patrimoniale e aziendale all’estero per non pagare le tasse in Italia, così come ha denunciato anche in questi giorni il numero uno dell’Agenzia delle entrate Orlandini.

Il lento declino di Silvio Berlusconi e del suo partito sta infatti contribuendo a rivelare che il “berlusconismo” non era il solo elemento a produrre la corruzione e il deragliamento istituzionale, che in altri paesi (vedi Germania) non è avvenuto oppure non ha avuto le stesse preoccupanti caratteristiche; in realtà non era altro che il prodotto di una trasformazione già in atto e in gran parte già avvenuta e di cui uno dei principali interpreti politici era proprio l’ex-PCI , poi PDS e poi PD. l'ultima cena E il cui nodo degli interessi “materiali” comuni sta proprio negli interessi economici incrociati di gran parte delle coop, di ogni colore e sigla, nel business degli appalti e nelle amministrazioni locali. Ad ogni livello. Con un partito caduto oggi talmente in basso da far sì che Matteo Orfini si è visto costretto a lanciare l’idea, apparentemente ridicola, di un corso di formazione anti-corruzione per i militanti romani.

Cooperative che si rivelano, intanto e sempre di più, tutt’altro che impermeabili alle infiltrazioni speculative, mafiose, criminali o più semplicemente “politiche”. Tanto quelle che non ci stanno sembrano destinate a morire. Come ben dimostra il caso della Cooperativa Un sorriso, al centro delle proteste, evidentemente manovrate, degli abitanti di Tor Sapienza, vero obiettivo di chi voleva togliere di torno un concorrente scomodo nell’affare dell’accoglienza degli immigrati.

Chi insufflò le prove di pogrom di Tor Sapienza? Chi doveva incassare i dividendi delle notti di fuoco, sassi e cocci di bottiglia di una borgata “rossa” che improvvisamente, a metà novembre, si era accesa al comando di saluti romani e ronde assetate di “negri” e “arabi”? Sono stati scomodati i sociologi per provare a dare un senso alla furia della banlieue di Roma.
E invece, per raccontare quella storia bisogna cominciare da un’altra parte. Dagli appetiti mafiosi del Mondo di Mezzo. Dai Signori degli appalti del “terzo settore” Salvatore Buzzi e Sandro Coltellacci, oggi a Regina Coeli per mafia, dal loro interfaccia “nero” Massimo Carminati e dalla sua manovalanza del Mondo di Sotto . E da una coraggiosa donna salentina, Gabriella Errico, presidente della cooperativa sociale Un sorriso, che in quelle notti ha perso tutto. I 45 minori non accompagnati di cui aveva la custodia e la struttura che li ospitava, resa inagibile da un assedio violento
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A confermare la contiguità tra finanziarizzazione delle attività economiche, comportamenti speculativi e coop è giunta una recentissima indagine di Mediobanca in cui si afferma che: “Nel 2013 le Coop hanno guadagnato più dalla finanza che dai supermercati […] I proventi finanziari hanno rappresentato l’1,9% dei ricavi aggregati del 2013 (pari a 11,2 miliardi di euro) e si sommano a un margine operativo netto (cioè al reddito della gestione industriale) che si ferma solo allo 0,4%. Nel periodo 2009-2013 la gestione industriale delle Coop ha prodotto utili lordi per 249 milioni a fronte di 889 milioni di proventi della gestione finanziaria.[…] I 12,2 miliardi di investimenti delle Coop includono 3,1 miliardi di titoli di stato e 2,4 miliardi di obbligazioni, 2,1 miliardi di partecipazioni (in gran parte concentrate sul gruppo Unipol, che le Coop controllano attraverso Finsoe, a cui si aggiungono l’1,85% di Mps e l’1,5% di Carige)[…] Sei delle undici cooperative esaminate hanno chiuso con una gestione industriale in perdita, con risultati particolarmente negativi per Ipercoop Sicilia (-9,4% dei ricavi) e Unicoop Tirreno (-3,2% dei ricavi). Grazie al contributo della finanza le Coop in ‘rosso’ nel 2013 sono scesa a quattro: Unicoop Tirreno (-24,2 milioni), Coop Lombardia (-15,3 milioni), Ipercoop Sicilia (-13,5 milioni) e Distribuzione Roma (-8,8 milioni)“.7

Non a caso, poi, proprio a livello di cooperative sono state sperimentate tutte quelle forme di lavoro che oggi, con il Job Act, sembrano essere diventate legge. Con la difesa strenua e vergognosa fatta dal ministro Poletti in Parlamento del diritto degli imprenditori di poter fare ciò che vogliono per garantire i propri interessi e investimenti.coop expo
Sì, perché se il Re è oggi più nudo che mai lo è anche “grazie” al fatto che tale ideologia, così strenuamente difesa dal Presidente del Consiglio e dal suo ministro, non può fare altro che arrivare anche a giustificare indirettamente forme di coinvolgimento tra istituzioni e malaffare. Con tanto di cene e contributi, da cui si sta cercando di distogliere l’attenzione del pubblico.
Ma tutto ciò non può più costituire soltanto un problema morale e giudiziario. Qui è un sistema intero che va raso al suolo.

Pur essendo l’Italia già di fatto parzialmente commissariata dall’Unione Europea, nonostante il tanto celebrato semestre di presidenza italiana, Padoan, rispondendo a Juncker, può però affermare che le riforme fatte sono quelle che “ci servono e non perché ce l’hanno detto”. E ha ragione perché effettivamente tutte le riforme varate da Monti in avanti hanno semplicemente fatto comodo al capitale finanziario e speculativo italiano (togliere risorse al lavoro e alla società per favorire la rendita). Anche se la girandola di poteri e di governi alternatisi in Italia dal 2011 in avanti sta giungendo alla fine della corsa. Magnificamente e simbolicamente rappresentata dal baratro apertosi intorno alla giunta capitolina e dall’imminente uscita di scena di Giorgio Napolitano. Cosa di cui lo stesso Presidente è ben conscio e preoccupato.

Sul quale ultimo iniziano già ad abbattersi gli strali anche di un politologo moderato come Gianfranco Pasquino che, commentando il recente discorso del Capo dello Stato all’Accademia dei Lincei, ne ha sottolineato il fallimentare progetto politico affermando che: ”non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito […] Non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica.“. E augurandosi infine che lo stesso Napolitano “rinunci a nominare altri senatori a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Ma non sarà così“.8

Così, mentre inizia la corsa per la nomina del nuovo Capo dello Stato, lo stesso Napolitano è costretto a difendere ancora a spada tratta, e vanamente, l’operato dell’ultima sua creatura con un endorsement privo di precedenti che sembra avere tutte le caratteristiche di un ultimo e disperato colpo di coda. Job Act, riforme istituzionali autoritarie, vaneggiamenti e febbre da annuncite del giovane premier sono tutti presentati, dal Presidente uscente, come passi essenziali per garantire ancora la stabilità del paese.

Nel fare questo Giorgio Napolitano è però costretto a rovesciare la realtà dei fatti, imputando l’instabilità politica, sociale ed economica del paese a chi si oppone con le lotte, nel tentativo di criminalizzare ancora una volta qualsiasi forma di opposizione, mentre in verità tale instabilità è insita proprio nelle scelte politiche portate avanti da una compagine governativa e da una classe dirigente estremamente divisa al proprio interno, che, come un branco di iene, è capace di riunirsi intorno ad un progetto soltanto quando si tratta di spogliare le carcasse delle proprie vittime designate o di quelle già abbandonate da altri, e superiori, predatori. Con un governo capace soltanto di proseguire a colpi di voti di fiducia, ma incapace di qualsiasi formulazione coerente, come il rinvio fino all’ultimo istante del maxi-emendamento sulla legge di stabilità ha dimostrato ancora una volta.

Mentre qualsiasi candidatura per l’elezione del futuro Presidente della Repubblica non farà che confermare lo stato di debolezza, incertezza e paralisi in cui si trovano le forze di governo, prive di qualsiasi possibilità di ricambio o cambiamento di rotta, se non quella di affidare ancora ad un esecutore testamentario vicino a Bruxelles un mandato settennale. Consegnando così, come al tempo delle Signorie, il governo delle proprie contraddizioni ad una forza mercenaria esterna.

All’inizio del mandato di Renzi avevo affermato che avremo visto i due personaggi uscire di scena insieme. 9 La cosa si sta, nemmeno troppo lentamente delineando all’orizzonte, in un contesto in cui l’ultimo argomento rimasto in mano al Governo e ai suoi rappresentanti, messi sempre più a nudo dall’ultimo scandalo, sembra essere infatti soltanto quello della minaccia dell’arrivo della Troika europea. Mentre la capitale scivola lentamente verso il baratro e Piazza Affari corre sulle montagne russe, la nave affonda e i topi scappano, lanciando dietro di sé dei fumogeni nell’inutile tentativo di coprirsi la ritirata.eataly

Gli stessi giochi all’interno del teatrino politico del PD sembrano cercare soltanto di allontanare o ritardare tale ipotesi con altre elezioni, pur sapendo, viste le recenti percentuali dell’astensionismo di massa, di essere giunti alla frutta.
Non c’è un’altra alternativa e il tentativo di gonfiare mediaticamente l’immagine di Salvini (così come era stato fatto nel 2013 con Grillo, oggi consapevolmente auto-sgonfiatosi) non ha altro scopo che quello di far andare ai seggi qualche elettore in più, sia da una parte che dall’altra.
Anche se difficilmente il gioco potrà riuscire anche questa volta.


  1. Proprio oggi il presidente dell’Autorità Anti-corruzione, Cantone, ha definito clamoroso il fatto che “nella realizzazione della Torino-Lione non ricorreranno interdittive antimafia perché i lavori avvengono sulla base del diritto francese dove l’interdittiva antimafia non c’è” (Paolo Griseri, La denuncia di Cantone: “Per la Tav valgono le leggi francesi, inutili i controlli antimafia”, La Repubblica 19 dicembre 2014  

  2. Vale forse la pena di ricordare, a questo proposito, che mentre i governi precedenti avevano almeno respinto a priori l’eventualità che Roma fosse candidata ad un’opera di questo genere, Renzi l’ha abbracciata e sostenuta in pieno, rivelando così ancora una volta quali siano le reali forze che lo sostengono insieme al suo governo. Basti qui citare, come esempio, la forte presenza tra gli sponsor e appaltatori dell’Expo milanese del 2015 della Lega Coop e di Eataly (del grande elettore renziano Natale “Oscar” Farinetti), che vedono a loro volta i loro interessi intrecciarsi con quel business agro-alimentare che fornirà il pretesto di facciata per tutto l'”affaire”. Di cui, paradossalmente, il tema del “cibo”, scelto per rappresentare l’evento, sembra costituire un’efficace metafora.  

  3. Bce, due terzi del prestito Tltro per aiutare le imprese sono stati investiti in Btp. Ecco dove sono finiti i soldi di Mario Draghi, Huffington Post 10 dicembre 2014  

  4. Ciò è reso possibile dall’entrata in vigore a breve del Sec ( Sistema europeo dei conti nazionali) 2010 che va a sostituire il precedente Sec 1995  

  5. Otto e mezzo, 12 dicembre 2014  

  6. Carlo Bonini, Minacce, aggressioni e avvertimenti mafiosi: l’ombra di Buzzi sui tumulti di Tor Sapienza, La Repubblica 11 dicembre 2014  

  7. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2014/12/18/news/per_le_coop_pi_utili_dalla_finanza_che_dai_supermercati-103222321/?ref=HREC1-18  

  8. Giorgio Napolitano, per il politologo Gianfranco Pasquino “ha fallito” perché si è affidato a “un manipolo di ipocriti”, Huffington Post 11 dicembre 2014  

  9. https://www.carmillaonline.com/?s=sierra+charriba”>  

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Renznovamento https://www.carmillaonline.com/2014/11/09/renznovamento/ Sat, 08 Nov 2014 23:08:49 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=18556 di Alessandra Daniele

cloni– Come saprete, Mattwelve è il premier più giovane che il nostro paese abbia mai avuto – La bionda conduttrice del varietalk domenicale sorride giuliva, girandosi verso il suo ospite. – Quanti anni hai? – Ammicca. L’uomo grassoccio ricambia il sorriso. – Tre. Sono il dodicesimo clone a crescita rapida del Grande Rinnovatore, e ne sono molto fiero. Condivido la sua ansia di cambiamento, e porto avanti il progetto rivoluzionario che con coraggio e lungimiranza Matteo Prime riuscì a mettere al sicuro da gufi e frenatori ideando questo sistema di auto-successione tramite clonazione. – Grazie anche [...]]]> di Alessandra Daniele

cloni– Come saprete, Mattwelve è il premier più giovane che il nostro paese abbia mai avuto – La bionda conduttrice del varietalk domenicale sorride giuliva, girandosi verso il suo ospite.
– Quanti anni hai? – Ammicca.
L’uomo grassoccio ricambia il sorriso.
– Tre. Sono il dodicesimo clone a crescita rapida del Grande Rinnovatore, e ne sono molto fiero. Condivido la sua ansia di cambiamento, e porto avanti il progetto rivoluzionario che con coraggio e lungimiranza Matteo Prime riuscì a mettere al sicuro da gufi e frenatori ideando questo sistema di auto-successione tramite clonazione.
– Grazie anche alla collaborazione del presidente della Tripubblica – aggiunge la conduttrice. L’uomo annuisce.
– Al quale tutti dobbiamo gratitudine per aver accettato di svolgere il suo decimo mandato consecutivo, anche se ciò ha richiesto che il suo cervello venisse espiantato dal suo corpo ultracentenario, e innestato nell’interfaccia biomeccanica del mainframe del Quirinale. Qualunque sacrificio pur di continuare il rinnovamento del paese.
– Eppure ci sono ancora retrogradi che vorrebbero tornare a forme antiquate di governo come la democrazia elettiva – la conduttrice scuote la testa riccioluta di boccoli posticci.
L’uomo sbuffa.
– Parrucconi nostalgici nella migliore delle ipotesi, ma spesso veri e propri pericolosi reazionari che vogliono spaccare il paese, e verso i quali abbiamo il diritto di difenderci con ogni mezzo necessario. Compresi i droni antisommossa di ultima generazione.
– Qualcuno ha obiettato che siano forse costati un po’ troppo, nonostante il significativo numero di manifestanti che riescono a… neutralizzare definitivamente – azzarda la conduttrice.
L’uomo si fa serio.
– Viviamo momenti difficili. Il cinquantennale della crisi economica richiede azioni rapide e decise. Io non ho tempo per le polemiche. Io devo cambiare il Paese.
– Cambiarlo completamente?
Scambiarlo con un altro. Un universo parallelo più favorevole alle imprese. Finalmente combatteremo in modo efficace la delocalizzazione, delocalizzando l’Italia.
– Sembra quasi una promessa… impossibile da mantenere – si lascia sfuggire la conduttrice.
L’uomo grassoccio sorride.
– Stay hungry, stay impossible.
Poi guarda direttamente in camera, e annuncia
– Pubblicità.

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Le elezioni europee e il treno di Lenin https://www.carmillaonline.com/2014/05/16/elezioni-europee-treno-lenin/ Thu, 15 May 2014 22:10:09 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=14756 di Sandro Moiso Trotsky_Lenin_Kamenev

“Era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina.[…] In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come [...]]]> di Sandro Moiso Trotsky_Lenin_Kamenev

“Era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente, e che la fussi più stiava che li Ebrei, più serva ch’e’ Persi, più dispersa che li Ateniensi, sanza capo, sanza ordine; battuta, spogliata, lacera, corsa, et avessi sopportato d’ogni sorte ruina.[…] In modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa esser quello che sani le sue ferite, e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana, e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà et insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, pur che ci sia uno che la pigli.” (Niccolò Machiavelli – Il Principe – cap.XXVI)

Machiavelli era, per il suo tempo, un autentico rivoluzionario, anche se Renzi non l’ha ancora capito poiché ogni tanto lo cita a vanvera come quei cattivi studenti che sparano cazzate sperando di salvarsi in corner dall’insufficienza grave, citando luoghi comuni per sentito dire (spesso neanche in classe, ma al bar). Nel disastro il fiorentino doc sapeva, infatti, intravedere la possibilità della ripresa della lotta e della vittoria anche se oggi qualcuno allevato alla scuola del pensiero positivo di Jovanottiana memoria vedrebbe sicuramente in lui uno sfascista.

Piove merda oggi sugli italiani, soprattutto sui giovani e sui lavoratori ma, da qualche giorno, piove ancor più merda sul governo, sul bullo che lo rappresenta, sulle sue vallette e sui suoi cortigiani e su suo nonno. L’anziano re Giorgio.
Non gliene va bene una. Dall’Expo al più recente scandalo bancario di Ubi Banca, quinto gruppo bancario italiano1, fino ai guai con i più recenti dati ISTAT che contraddicono vistosamente le promesse di crescita del PIL nel primo quadrimestre di quest’anno e la ribellione televisiva di Floris. Il premier deve incassare, anche se non sta dimostrando la capacità di Cassius Clay nel farlo, così che, ad ogni sventagliata di cazzotti, jab e upper cut, reagisce con frasi ad effetto da loop cerebrale tipiche di un pugile suonato.

E questa è soltanto l’ultima parte di un breve, ma intenso regno in cui il rinnovatore de’ rinnovatori non ha fatto assolutamente nulla di nuovo e non ha mantenuto una sola promessa tra quelle contenute nel radioso calendario presentato qualche mese fa, a parte la meschina elemosina di 80 euro che ben presto i lavoratori si vedranno portar via sotto forma di ulteriori costi per i servizi e balzelli vari. Senza poi tener conto dell’ulteriore precarizzazione del lavoro contenuta nel Dl appena approvato. Confermando così l’ipotesi scientifica di chi l’ha definito, su queste pagine e fin dagli inizi della sua sfortunata carriera, un cazzaro.

D’altra parte del mazzo di carte che Napolitano aveva a disposizione nel 2011 le due buone erano già state calate ed era rimasto lo scartino, quello che uno si tiene in mano per disperazione se non riesce a liberarsene prima. Così, adesso, Re e nipote sono rimasti nudi.
Il popolo non sa se ridere o piangere e finirà col fare tutte e due le cose.
Vorrebbe impugnare una bandiera, ma quelle che ci sono sono tutte avvelenate.
Anche perché qualcosa che assomigli ad un partito di classe non esiste.
In tutto l’arco della proposta politica istituzionale.

La lista Tsipras, ed è un peccato per il giovane candidato della sinistra greca, non costituisce infatti altro, qui in Italia, che un tentativo per portare via qualche voto ai pentastellati e garantire a Sel qualche possibilità di continuare a trattare col PD poltrone e posticini di potere in cambio di un mal velato appoggio da “sinistra”. E soltanto un errore prospettico causato dal progressivo spostamento a destra di tutto l’arco politico può indurre l’impressione che Barbara Spinelli possa essere anche solo vagamente di sinistra.

Le liste di destra estrema, anti-europeiste e razziste, dalla Lega a Fratelli d’Italia, lasciando perdere lo sciame di liste fascio-populiste, non danno nessuna affidabilità nemmeno ai loro elettori più rincitrulliti, pronte come sono, mascherandosi dietro al più bieco razzismo, a schierarsi in difesa degli interessi del loro nume tutelare, attualmente impegnato in un ridicolo e strombazzato “servizio civile” oppure, come Crosetto in questi ultimi giorni, a difesa di quelli dell’Expo. Come dire: lo s/fascismo è sfasciato e non sa dove andare se non scimmiottare la Le Pen (che può però contare su ben altra tradizione politica e, non dimentichiamolo, sindacale).

A meno di due settimane dal voto europeo, che, comunque ne pensino Renzi e i suoi servi dei mass-media, costituirà un possibile severo test nazionale, le nubi all’orizzonte sono sempre più nere.
Soprattutto per il governo delle banche e della miseria che vede di giorno in giorno aumentare l’astensione e il consenso nei confronti del Movimento 5 Stelle.
Cerchiamo allora di vedere come queste due forme “politiche” potranno pesare sul risultato elettorale e sulle sue conseguenze.

Del secondo, Grillo e il suo movimento, abbiamo già detto tutto ciò che c’era da dire , ma il fatto che rimanga un fattore largamente destabilizzante per gli attuali equilibri di governo permane e sembra rinsaldarsi di giorno in giorno.

Infatti, la crescita dell’astensionismo e del voto grillino costituiscono un vero è proprio incubo per i fautori delle larghe intese, non per la forza che astensionisti e 5 Stelle potrebbero avere, ma per il fatto di vedere la propria base di consenso restringersi sempre di più, costringendo quindi i due partiti maggiori (PD e Fi) e i due minori (Ncd e Sc) ad una lotta mortale per strapparsi fette, anche esigue, di elettorato. Anche perché tutti i sondaggi danno per certo che il movimento di Grillo raccoglierà la maggioranza dei voti giovanili ed operai, lasciando gli altri competitori a contendersi le spoglie dei pensionati e della classe media più impaurita.

Situazione che, come si può ben immaginare, le recentissime rivelazioni dell’ex-Segretario del Tesoro americano Timothy Geithner sul complotto internazionale ai danni di Berlusconi, avvallato da Napolitano e dal PD nel novembre del 2011, non possono far altro che aggravare. Costringendo, tra le altre cose, il Premier a non parlare troppo della ventilata ipotesi di riduzione degli acquisti di F35.

Mentre le vicende che legano a doppio filo le Coop rosse a Cl e alla cupola di loschi affari che governava gli appalti legati all’Expo, attraverso la figura di Claudio Levorato2, non lasciano ben presagire per il voto ormai prossimo. E, tutto sommato, nemmeno per gli affari legati ai cantieri del TAV.

I sondaggi, almeno quelli strombazzati dai principali giornali nazionali e dalla Rai, prima dello stop elettorale davano un 34,5% di voti al PD con dieci punti di distacco dal movimento 5 Stelle. Ma proprio questo risultato, pochi lo hanno sottolineato, era legato ad un sondaggio commissionato dall’interno del Partito Democratico (se non addirittura al suo interno).

Altri più equilibrati davano il PD al 28%, il Movimento 5 Stelle al 27% e Berlusconi al 23%. Questi risultati erano probabilmente più vicini alla realtà, ma erano precedenti allo scandalo Expo che avrebbe, secondo gli ultimi dati di sabato 10 maggio, causato una variazione di scelta elettorale nel 18% dell’elettorato.
Mentre in tutti i casi l’astensione si attestava intorno al 40% o più.

L’astensione in un simile contesto diventa un fattore politico importante poiché, dato per fisso o in crescita il numero di coloro che sceglieranno i 5 Stelle e per scontata una percentuale anche minima di votanti per i movimenti anti-europeisti, il margine di differenziazione tra PD e FI si restringe enormemente. Così, nonostante l’irresistibile declino di Berlusconi & Associati, a farne le spese sarà proprio il PD e Renzi in particolare che, se non raggiungerà almeno il 30%, dovrà fare i conti con un’agguerrita fronda interna, con la voglia di rimonta del centro-destra (berlusconiano o meno) e, anche, con i numerosi nemici che si è fatto nel Senato, nei sindacati confederali e anche nella Rai (come lo spettacolino squallidissimo con Floris ha ben dimostrato).

Dopo il 25 maggio Renzi rischia dunque di vedere aprirsi uno scontro interno al PD e al Governo di cui la prima vittima potrebbe essere proprio lui. Così pur rimanendo prevedibilmente in vita per necessità “bancaria” un governo di larghe alleanze, lo stesso sarà destinato a trascinarsi ancora per un po’ senza alcuna possibilità di realizzare altre riforme e, quindi, destinato a subire un ulteriore drastico taglio delle aspettative da parte delle agenzie di rating, uniche responsabili dell’arbitrato politico ed economico nel nostro paese3. Col pericolo, infine, che anche Sua Maestà debba abdicare a causa di una situazione divenuta insostenibile per la continuazione del suo secondo mandato.

Ad ognuna di queste svolte la situazione è destinata a cambiare e se nelle intenzioni iniziali i governi Monti, Letta e Renzi o, ancora, quelli successivi avrebbero dovuto essere la stessa cosa, alla fine dei conti non lo sono stati e non potranno esserlo ancora a lungo. Per intrinseche debolezze e contraddizioni interne e per una opposizione che si è manifestata sia attivamente che, per paradosso, passivamente.

Grillo non può arrivare al governo. Il ricatto economico sarebbe enorme, si farà di tutto per impedirglielo e lo stesso comico genovese non vorrebbe e non potrebbe affrontare un tale scontro. Tagliare il debito congelandolo non è nelle sue intenzioni e nei suoi programmi. Così la situazione di disordine che potrebbe aprirsi sotto il ricatto finanziario susseguente al prossimo risultato elettorale richiamerà gli antagonisti al loro ruolo, se vorranno svolgerlo. Perché queste elezioni potrebbero costituire il treno sigillato con cui Lenin tornò in Russia per far finire la guerra “a vantaggio del Kaiser”, come avrebbero voluto i tedeschi, ma che si rivelò essere l’inizio di una rivoluzione epocale.

A patto di saper darsi un programma comune, al di là degli slogan, della vuota retorica dei partitini formali e della ricerca di un “nuovo” soggetto rivoluzionario. Che, in fin dei conti, è sempre lo stesso e affonda le sue radici nel lavoro salariato, nella sua progressiva precarizzazione e nel rifiuto della devastazione ambientale. Elementi che tutti gli ultimi governi ci stanno comunque servendo su un piatto d’argento.


  1. Che vede coinvolto Giovanni Bazoli, banchiere di lungo corso, bresciano, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo e consigliere e membro del comitato esecutivo dell’Associazione delle banche italiane.  

  2. presidente e consigliere delegato del colosso bolognese della manutenzione Manutencoop, vicinissimo a Pierluigi Bersani e all’area “bersaniana” del Pd, indagato nell’inchiesta Expo e citato più volte dagli arrestati nelle intercettazioni telefoniche come parte attiva del sistema appalti  

  3. Come il repentino aumento dello spread avvenuto nella giornata di giovedì sembra già indicare  

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Breve elogio del complottismo https://www.carmillaonline.com/2013/12/21/breve-elogio-del-complottismo/ Sat, 21 Dec 2013 00:00:24 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11603 di Alfio Neri

Riflessioni su Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente, Mimesis, Milano, 2013, € 24,00.

DivideEtImpera

Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare [...]]]> di Alfio Neri

Riflessioni su Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente, Mimesis, Milano, 2013, € 24,00.

DivideEtImpera

Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare che i mezzi di comunicazione ci liberino dal fardello della critica.

Nel marzo del 2010, Bashar al-Assad, il futuro tiranno siriano, fu decorato ufficialmente da Napolitano, il nostro Presidente della Repubblica. Per la precisione il figlio di suo padre, che all’epoca era buono, meritava il nostro elogio ed ebbe effettivamente la più alta decorazione del nostro paese. L’evento fu realmente memorabile. Assad entrava ufficialmente nel palco dei nostri migliori alleati, assieme al beneamato colonnello Gheddafi. Il presidente siriano venne dunque insignito col più importante titolo onorifico italiano, quello di “Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della Repubblica italiana”. Il titolo sanciva l’inizio di un’alleanza talmente “profonda” che sarebbe finita, di lì a pochi mesi, con l’accusa di essere a capo di uno ‘Stato canaglia’.

Pochi anni prima, nel 2007, il comandante supremo delle forze Nato in Europa dal 1997 al 2000, generale Wesley Clark, aveva letteralmente sbigottito il suo uditorio in un incontro pubblico a San Francisco. Rendeva di pubblico dominio un breafing avuto poco dopo l’11 settembre 2001. Sosteneva di essere stato messo al corrente dal vice-presidente Cheney e dal ministro della Difesa Rumsfeld dell’intenzione dell‘amministrazione di scatenare una serie di guerre contro Siria, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. L’obiettivo era trasformare il “volto” del Medio Oriente prima di essere costretti ad accettare la sfida strategica della prossima superpotenza emergente. Il generale Clark sosteneva che, per costoro, l’esercito americano doveva servire per scatenare guerre e per far cadere governi e non per rafforzare la pace e la stabilità. La sua opinione era che un gruppo di persone avesse preso il controllo del paese con un colpo di Stato politico. Si trattava di inventarsi nemici per destabilizzare intere aree geografiche e dare così vita a nuovi scenari geopolitici. La strategia americana era sostanzialmente quella di produrre caos: seminare vento per raccogliere tempesta.

Il punto chiave non è la menzogna in quanto tale. Altre volte nella storia l’alleato è diventato il nemico, l’aggressore ha vestito i panni della vittima e la menzogna ha assunto le parvenze della verità. Le bugie sono sempre esistite, ma oggi sembrano molto più credibili che in passato. Adesso, se una campagna informativa è svolta con un’adeguata potenza di fuoco, qualsiasi cosa può essere creduta vera. Da sempre ci vengono fornite informazioni “sicure” che non possiamo verificare; però ora lo stesso fatto di porsi in modo critico appare come un elemento di lesa maestà. In tempi teologici l’uso critico della ragione si chiamava “eresia”; oggi, invece, l’accusa è quella di “complottismo”. In un mondo in cui le cose apparentemente sembrano andare bene, chi afferma il contrario può essere solo un malato, un debole di spirito, un paranoico. Come si può criticare la bontà e la lungimiranza dell’Impero del bene?

Il libro di Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (Mimesis, Milano 2013, pp. 322, € 24), è un rigoroso tentativo di andare oltre la mostruosa cortina del “politicamente corretto”. L’apparato di note del testo è assolutamente notevole e le chiavi di lettura che il testo permette sono molto variegate.

Ciò che balza subito agli occhi è il gigantesco lavoro di scavo fatto dall’autore fra i documenti a disposizione. La quantità di dati circolanti è effettivamente molto ampia nelle pubblicazioni in lingua inglese e francese (meno in italiano). La cosa è molto interessante perché anche all’interno del mainstream si trovano autentiche perle che illuminano parecchi degli eventi recenti. Troviamo le dichiarazioni pubbliche del generale Clark sulla politica estera di Bush riportate poche righe sopra (cfr. p. 122); quelle del generale Fabio Mini, che afferma che la politica estera statunitense nel Mediterraneo è asservita agli interessi israeliani (cfr. p. 107); troviamo chiarimenti relativi all’inquietante rapporto fra sunniti e wahhabiti – per inciso, senza il petrolio e l’aiuto statunitense, i wahhabiti sarebbero solo una setta semiereticale di beduini analfabeti che si è impadronita con la forza della Mecca (cfr. pp. 266-273); e troviamo anche molte ragioni del perché una parte dei siriani stia ancora sostenendo, malgrado tutto, Assad.

Fra tutti i documenti risalta di gran lunga la dichiarazione, sicuramente fatta a braccio, di Karl Rove, l’anima nera dell’entourage di Bush che, in un attimo di vera autenticità esistenziale, dice chiaramente: “Ora noi siamo un Impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e poi un’altra ancora che voi potrete studiare. È così che andranno le cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da fare che studiare ciò che facciamo” (p. 163). I vertici americani sanno dunque di “scrivere la storia” e non si curano affatto della verità, della giustizia e anche degli eventuali danni collaterali.

Sull’argomento vi sono un’infinità di problemi aperti: dalla quantità enorme di stranezze dell’11 settembre 2001, all’influenza della lobby israeliana nelle politiche mediorientali degli Stati Uniti. La cosa interessante è che esiste, e Sensini se ne da conto, un’ampia documentazione. In tale contesto, più che l’informazione puntuale, manca la capacità di formulare i quesiti giusti e di seguire le piste più interessanti. Per esempio, perché nessuno si chiede come sia possibile che l’Arabia Saudita, un paese che non permette il voto e la guida alle donne, sia riuscito a diventare, assieme a Israele, nazione che pratica l’apartheid, il difensore della democrazia e dei diritti umani nel mondo arabo? Come è stato possibile che le petromonarchie più integraliste, come gli Stati sunniti del Golfo Persico, abbiano come peggior nemico l’Iran, un altro petrostato integralista mussulmano, e non Israele, il loro declamato nemico assoluto? I petrostati sciiti e sunniti non dovrebbero essere, come da teologia islamica, alleati per respingere l’influenza di americani e israeliani? Perché a sua volta Israele, apparentemente uno Stato moderno, l’“unica democrazia del Medio Oriente”, è alleato di queste monarchie medievali? E ancora: perché Assad, che certamente non è un santo, ha sempre avuto dalla sua una parte della popolazione siriana? Perché in tanti anni non è stata raggiunta nell’area neppure una limitata forma di quieto vivere? Che senso storico ha il tentativo, iniziato un decennio fa dal precedente presidente degli Stati Uniti, di cambiare il volto del Medio Oriente?

Le tesi del libro sono molte e non vorrei togliere al lettore il piacere della lettura. Tuttavia, fra tutti i capitoli, segnalo il gustoso I “precedenti storici dell’11 settembre” nella politica estera statunitense. Si tratta di un capitolo delizioso per brevità e concisione. In queste pagine l’autore mostra alcune costellazioni di eventi che hanno spinto più volte gli Stati Uniti ad agire per “autodifesa”. La trama elementare è quella di un “nemico traditore” che agisce nell’ombra per pugnalare alle spalle l’ingenuo ma coraggioso campione della democrazia; un canovaccio che si ripropone più volte nella storia americana con poche e lievi varianti. La prima guerra provocata da un nemico traditore, fu quella contro la Spagna del 1898. Essa venne dichiarata dopo l’esplosione dell’USS Maine, una nave da guerra alla fonda nel porto dell’Avana. La colpa dell’esplosione fu attribuita d’ufficio agli spagnoli, venne impedita ogni perizia sulle cause del disastro; poco dopo il Maine fu affondato in alto mare, appena in tempo per iniziare una guerra che la Spagna non aveva alcun interesse a fare (cfr. pp. 201-204). Un altro caso molto noto fu quello del Lusitania, un transatlantico civile britannico pieno di materiale bellico (fra l’altro esplosivi ad alto potenziale che esplodono a contatto con l’acqua), che viaggiava a pieno carico di passeggeri in zone dove si sapeva battevano sommergibili tedeschi (cfr. pp. 204-211). Pearl Harbour è un altro esempio paradigmatico. Nel dicembre 1941, la marina americana venne attaccata apparentemente di sorpresa dalla flotta giapponese nelle Hawaii. All’epoca i servizi segreti statunitensi avevano decrittato il cifrario segreto giapponese e seppero con anticipo dell’imminente attacco. Il Presidente Roosevelt aveva bisogno di una scusa per entrare in guerra senza problemi. Alla fine della giornata gli unici veramente sorpresi dal bombardamento furono i marinai americani usati come carne da macello (cfr. pp. 211-218). Anche gli incidenti del Golfo del Tonchino dell’agosto 1964, quelli che provocarono l’intervento in forze degli Stati Uniti in Vietnam, erano una bugia. La vicenda finì talmente male, con l’inglorioso ritiro americano di dieci anni dopo, che gli stessi diretti responsabili politici statunitensi furono costretti ad ammettere pubblicamente la loro colossale frode (cfr. pp. 218-220). Per brevità tralascio tutta la propaganda che diede inizio alla prima e seconda guerra irachena, come la penosa vicenda delle fotografie dei cormorani incatramati, o la serie di false dichiarazioni fatte al Congresso da testimoni compiacenti istruiti per l’occasione dai servizi segreti statunitensi.

Quello che a me interessa è fare notare che gli Stati Uniti sono un paese come gli altri. Il Destino Manifesto non impedisce a questo paese di fare tutte quelle brutte figure che sono così consuete nei paesi in cui abitano i comuni mortali. Certo loro producono telegiornali per tutto il mondo e questo migliora la loro immagine. Per esempio nei pacchetti informativi è implicito chi sia il buono e chi sia il cattivo, così com’è ovvio che loro, che sono buoni, stiano aiutando i buoni. Vorrei solo far notare che anch’io, pur avendo ritenuto certa l’esistenza di Babbo Natale, dopo qualche anno ho smesso di crederci.

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Talking Dead https://www.carmillaonline.com/2013/12/10/talking-dead/ Tue, 10 Dec 2013 00:00:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11360 di Sandro Moiso

NAPOLITANO-LETTA “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i [...]]]> di Sandro Moiso

NAPOLITANO-LETTA “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.1

Non siamo stati noi a suggerirglielo. Hanno fatto tutto da soli.
Speravano di prolungare la vita dei morti al governo scoraggiando legalmente le arruffate speranze elettoralistiche grilline e renziane. Speravano nell’ennesimo, pirandelliano gioco delle parti. Invece si sono dati una bella zappata sui piedi. Diciamolo pure: se li sono proprio amputati. La Consulta lo ha detto elegantemente: “Il Porcellum ( legge n. 270 del 21 dicembre 2005, altrimenti detta “legge Calderoli”) è una legge incostituzionale!

E anche se il dubbio che dietro alla decisione della Consulta vi sia anche qualche fibrillazione dei partiti maggiormente propensi ai possibili “inciuci” legati al sistema proporzionale sia più che legittimo, ciò non toglie che Pietro Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista abbia potuto dichiarare: “Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale”.

Fine. Stop. Il gioco è finito, anche se durerà ancora troppo a lungo con gli strascichi di discussioni, accuse reciproche, sceneggiate napoletane, giravolte, piroette filosofico-giuridiche, paso doble e tanghi della gelosia. Come ben dimostra la lotta di tutti contro tutti che si è immediatamente aperta nelle sedi istituzionali.

Ora, nonostante gli sforzi del nonno della patria di tranquillizzare gli animi e convincere i cittadini che nella sentenza non è contenuto niente di grave per l’attuale governo in carica, quello che deve saltare immediatamente agli occhi, qualora vi fosse ancora qualche dubbio, è che gli attuali governanti e i partiti che fanno loro da corollario non sono altro che dei golpisti al governo.
Compreso l’ex-PdL-FI-NCD e con buona pace dell’esagitato Berlusconi.

Sono dei fantasmi che nessuno vorrebbe avere in casa, anche se lo stridere delle loro catene o, almeno, di quelle con cui hanno avviluppato questo paese fa ormai soltanto ridere.
Nonostante il disgusto che suscitano. Infinito e rivoltante come quello suscitato da una carogna, gonfia e putrefatta.
In un paese in cui oltre 18 milioni di persone (il 29,9 %) sono a rischio povertà, mentre nella zona euro solo la Grecia è messa peggio con il 34,6% della popolazione.

Il 21 novembre 1946 il partigiano Giuseppe Dossetti, uno dei 75 membri della Commissione per la Costituzione, presentò una proposta relativa al diritto di resistenza da inserire nella Costituzione della Repubblica Italiana: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Doveva costituirne l’art. 3 e si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: ” Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”. In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, ma non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente.

DC, cui pure apparteneva l’”estremista” Dossetti, PCI, Chiesa e Stati Uniti avevano messo al riparo la classe dirigente italiana dal rischio rappresentato dalle possibili esuberanze delle classi oppresse.
Così, oggi, dall’alto si può impunemente ribadire che i seggi parlamentari rubati, le gozzoviglie dei governanti e dei partiti tutti sono perfettamente legali. “Il Parlamento e il Governo sono perfettamente legittimi” si continua a ripetere attraverso la maggioranza dei media, riprendendo le parole del Capo dello Stato.

Ma le parole di Capotosti, riportate da ben pochi mezzi di informazione, rimangono inequivocabili: ”Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale. Quindi non potrà più fare niente […] La sentenza entrerà in vigore quando sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, presumibilmente verso la fine di gennaio” Quindi il giorno dopo “i deputati che sono stati eletti grazie al premio di maggioranza diventano illegittimi“. Infatti, sottolinea, “l’annullamento che pronuncia la Corte costituzionale ha effetto retroattivo2

Berlusconi, Brunetta e Grillo si sono immediatamente lanciati all’assalto dei 148 deputati in più ottenuti dal PD alla Camera grazie al “premio di maggioranza”, definito oggi incostituzionale, e dello stesso Presidente della Repubblica, per il quale richiedono l’impeachment.
Questo non ci farà certo piangere né, tanto meno, schierare a difesa degli assetti governativi attuali o di re Giorgio in nome di un confuso antifascismo a-classista, buono per tutte le stagioni. PD e Presidenza della Repubblica già da soli bastano per sbraitare contro gli “assalti della Destra e del populismo”.

Già, sbraitano. E come non farlo, vista la sentenza di morte contenuta nel giudizio del solito Capotosti: ”a Montecitorio devono ancora convalidare tutti e 630 i deputati. Diciamolo chiaramente: questa sentenza ha un effetto dirompente[…] In teoria, dovremmo annullare le elezioni due volte del Presidente della Repubblica, la fiducia data ai vari governi dal 2005, e tutte le leggi che ha fatto un Parlamento illegittimo”.

C’è da ridere al pensiero di questo esercito di naufraghi che affondano tra le onde del disastro dilaniandosi a vicenda. E c’è ancor più da ridere guardando Grillo, Brunetta, Berlusconi e lo stesso neo-reuccio del PD che cercano di trarre vantaggio elettorale da una sentenza che li condanna esattamente come i loro avversari. Morti, finiti, defunti. TUTTI!

Sarà per questo che, parallelamente alla sentenza della Consulta, si è mossa di nuovo anche la commissione Affari Costituzionali del Senato. A sorpresa i ‘governisti’ del Pd insieme al NCD e Scelta Civica hanno approvato l’istituzione di un comitato ristretto che entro gennaio proverà a cercare un accordo sulla legge elettorale. Per cercar di salvare capra e cavoli. Travolti da un mare di merda.

Ma se il Capo dello Stato, il Centro Sinistra (quello vecchio dalemiano) e l’altro Centro Sinistra (quello nuovo renziano), il Centro Destra (quello nuovo alfaniano), il Populismo grillesco e l’altro Centro Destra (quello vecchio berlusconiano) hanno iniziato a muovere le loro miserevoli pedine, riempiendo la scacchiera politica di mosse così prevedibili da far rimpiangere una partita a scacchi tra Franco e Ciccio e Fantozzi, ci sarebbe stato da aspettarsi che almeno gli autentici “difensori” della Costituzione, i tre cavalieri di Libertà e Giustizia (Landini, Rodotà e Zagrebelsky) impugnassero la sentenza per dimostrare che contro la Costituzione non si deve e non si può andare impunemente.

E, invece, no. Niente. Silenzio. Anzi, nemmeno silenzio-assenso, perché quando uno dei tre ha parlato è stato per difendere l’opinione espressa da Napolitano che, nella giornata di domenica, lo ha poi pubblicamente ringraziato. “Il Parlamento attuale è delegittimato, ma non annullato […] Per il principio di continuità dello Stato: lo Stato è un ente necessario. L’imperativo fondamentale è la sua sopravvivenza […] Perfino nei cambi di regime c’è continuità, ad esempio dal fascismo alla Repubblica3

Siamo grati a Gustavo Zagrebelsky per averci confermato ciò che, da inguaribili antagonisti, già sospettavamo da anni ovvero che non ci sia mai stata una effettiva discontinuità tra regime fascista e regime parlamentare repubblicano, ma le sue parole confermano che la carta Costituzionale, sventolata ad ogni piè sospinto quando si tratta di distogliere l’attenzione dei lavoratori dalla lotta di classe, è comodamente ignorata quando può servire come arma contro l’oppressione del capitale e dei suoi faccendieri politici. Grazie per il chiarimento. La Costituzione, anche per voi, è solamente un feticcio.

Ma il problema rimane: il Parlamento è incostituzionale e così pure il Governo Letta; incostituzionale è stata la rielezione di Giorgio Napolitano; incostituzionali tutti i governi dal 2006 in avanti e tutte le leggi approvate nel delirio berluscomontilettiano. Parità di bilancio, legge Fornero, salvataggio delle banche (MPS in testa), grandi opere, tutte sono da buttare, insieme ai tanti voti di fiducia, alle missioni militari e chissà quanto altro ancora. Al macero, via, sciò.
E’ la più grande arma che il movimento antagonista potesse sperare di avere tra le mani. Chi la vorrà davvero impugnare? Chi saprà e vorrà trarne le conseguenze?
Il movimento dei forconi forse? Oppure una decisa e, finalmente, chiara opposizione di classe che sappia indirizzare anche le proteste del primo, oltre il populismo?

Il fatto stesso di essere costretti a ricordare questo estremo principio (la sopravvivenza dello stato – NdA ) significa che siamo ormai sull’orlo del baratro4 walking-dead-michonne-
Da anni in Italia governi e parlamenti legiferano pur essendo illegittimi. Oggi sappiamo che sono soltanto dei morti che parlano. Coraggio compagni… occorre solo una spinta per ributtarli nella fossa da cui stanno cercando di uscire!


  1. Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, 4 luglio 1776  

  2. Porcellum incostituzionale, Pietro Alberto Capotosti: “Parlamento esautorato, serve il voto”, Huffington Post del 5/12/2013 

  3. Gustavo Zagrebelsky intervistato da Liana Milella in “Schiaffo dalla Consulta ma lo Stato deve sopravvivere e il parlamento è legittimo”, La Repubblica, 8/12/2013, pag.11 

  4. G. Zagrebelsky, intervista cit. 

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Il provvedimento di indulto/amnistia e il divenire-zombie della politica https://www.carmillaonline.com/2013/10/29/il-provvedimento-indultoamnistia-il-divenire-zombie-della-politica/ Tue, 29 Oct 2013 22:52:18 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10235 di Girolamo De Michelemano_galera

È bastata una coincidenza apparsa sospetta tra l’intervento di Napolitano in favore di un provvedimento di amnistia o indulto e le vicende giudiziarie di Berlusconi (ma quando qualcosa non coincide con lo stato di eccezione giuridica permanente di Berlusconi?), e una battaglia di civiltà – dunque politica, oltreché etica – fino a ieri trasversale (con qualche sorprendente voltafaccia, come vedremo), avanzata da almeno due anni, è ricaduta all’interno dell’ordine del discorso politico attuale. E, in qualche modo, nella sua caduta ha messo in mostra quello che chiamerò “il divenire-zombie della politica italiana”.

Voglio provare a ribaltare il [...]]]> di Girolamo De Michelemano_galera

È bastata una coincidenza apparsa sospetta tra l’intervento di Napolitano in favore di un provvedimento di amnistia o indulto e le vicende giudiziarie di Berlusconi (ma quando qualcosa non coincide con lo stato di eccezione giuridica permanente di Berlusconi?), e una battaglia di civiltà – dunque politica, oltreché etica – fino a ieri trasversale (con qualche sorprendente voltafaccia, come vedremo), avanzata da almeno due anni, è ricaduta all’interno dell’ordine del discorso politico attuale. E, in qualche modo, nella sua caduta ha messo in mostra quello che chiamerò “il divenire-zombie della politica italiana”.

Voglio provare a ribaltare il discorso corrente e le sue logiche, mostrando, attraverso la debolezza degli argomenti contro un provvedimento di amnistia (e l’ipocrisia del messaggio alle camere di Napolitano), come in realtà il discorso sull’amnistia sia indirizzato verso la prosecuzione del discorso sicuritario. Voglio essere chiaro: non ho alcuna speranza di incidere sulla questione, né ho speranza che venga varato un provvedimento in qualche modo “svuotacarceri”. Credo che il governo si laverà la coscienza dichiarando di averci provato e che nel PD ci sarà un gioco delle parti già stabilito a tavolino tra “buonisti” e “manettari”. Mi interessa lavorare, spero con qualche utilità, sull’ordine del discorso sicuritario, per mostrare come esso si annidi anche in angoli insospettabili. E, in ogni caso, di fare un po’ di chiarezza su quei numeri e quelle percentuali dietro cui ci sono vite umane – e talvolta morti di carcere.
Perché, mentre a Sagunto si blatera, in galera si crepa.

1. Di cosa stiamo parlando, in ogni caso?

[Fonti: Dossier Morire di carcere“; Osservatorio permanente sulle morti in carcere“; Ministero della Giustizia,  www.giustizia.it, sez. Statistiche; ISTAT, I detenuti nelle carceri italiane, anno 2011]

L’attuale popolazione carceraria (al 30 settembre 2013) è di 64.758 reclusi, dei quali solo 38.845 condannati definitivamente. Circa 24.600 detenuti sono o in attesa del processo di primo grado, o in attesa di appello o ricorso. È bene ricordare che, statisticamente, la metà di loro sarà assolta, e farà causa per il dovuto risarcimento dell’ingiusta detenzione: nel 2011 lo Stato ha speso 46 milioni in risarcimenti [fonte: Relazione del guardasigilli sull’amministrazione della Giustizia nell’anno 2011]. A fronte di questa popolazione carceraria, la capienza regolamentare delle carceri è di 47.615 posti. Le celle, anche questo va ricordato, sono  dimensionate ancora in base al Regolamento di Igiene Edilizia delle Strutture ad Uso Collettivo (del 1947!), misurano 8mq + 4 di bagno annesso, ma oggi sono sovraffollate da 2, 3 e più detenuti per cella. Per dire: a norma di legge (art. 22 del Codice Penale), i condannati all’ergastolo avrebbero diritto a trascorrere la notte in una cella singola – ma col sovraffollamento non succede. Il che ha comportato condanne all’Italia da parte della Corte dei Diritti Umani di Strasburgo: al netto dei circa 100.000 € di risarcimento da versare ai sette detenuti ricorrenti (e della prossima multa comminata all’Italia dalla Commissione Europea per inadempienza), questa sentenza apre la strada a ulteriori futuri ricorsi.

– Ah! Quindi pensi che sia una questione economica, alla fin fine?
– No. Ma molti manettari hanno il cuore a forma di salvadanaio, e allora è bene che sappiano anche questo.

I tagli al bilancio della giustizia riducono ogni anno del 10-15% i fondi per la gestione delle carceri. Basta leggere le voci di bilancio oggetto di tagli per capire di cosa stiamo parlando: vitto, acquisto libri, manutenzione e riparazione di mobili e arredi, attività culturali e ricreative per i detenuti, asili nido per i figli delle detenute madri, trattamento tossicodipendenze, e infine la mercede (cioè lo stipendio) per i detenuti lavoranti. Per legge (Ordinamento Penitenziario, L. 354/75, art. 20), ogni detenuto condannato in via definitiva dovrebbe lavorare. Invece a poterlo fare sono solo il 20%, e di questi solo poco più di 2.000 all’esterno.

– Lavoro esterno? Così escono e poi evadono, vero?
– Lo sai qual è la percentuale di detenuti in lavoro esterno che non rientrano? Lo 0.22%.
– Ah… quindi ho detto una stronzata?
– L’hai detta!

In aggiunta, i tagli alle ASL locali hanno comportato il peggioramento dei livelli di assistenza per i detenuti ammalati.

– Beh, in definitiva è quello che dice da tempo il presidente Napolitano: allora sei d’accordo con lui?
– Tempo al tempo.
– Ma almeno con Emma Bonino, che come radicale si batte da anni per queste cose, sarai d’accordo?
– Tempo al tempo.

riabilitazione_sospesaLa conseguenza più drammatica di queste condizioni di vita è un impressionante numero di suicidi: oltre 60 detenuti e 10 agenti ogni anno, con una percentuale, rispetto alla totalità delle morti in carcere, superiore di 20 volte alla media dei suicidi nella società.

– Beh, sono ambienti in cui può succedere. L’ex ministro La Russa aveva detto: «Non è che se gli mettiamo il frigobar, otto ore di aria e la musica soffusa non ci sarà neanche un suicidio…»
– Pensa se qualcuno, davanti al suicidio di un imprenditore per la crisi, dicesse: «Non è che se gli regaliamo un viaggio premio alle Seychelles quando la loro azienda fallisce non ci sarà neanche un suicidio»…

In ogni caso, i nudi dati dimostrano che l’aumento di suicidi è correlato al peggioramento delle condizioni di detenzione.

Per concludere: per il corrente anno, la cd. legge di stabilità, con ampio uso di termini quali “rimodulazione”, “contenimento”, “razionalizzazione” di spese e acquisti, fissa in 16 milioni € l’ammontare di un fondo unico con cui far fronte alle voci di spesa che indicavo sopra, che nel 2010 era di oltre 23 milioni, e di 20 nel 2011. Nella stessa legge è previsto uno sconto di circa 100 milioni € per la sanatoria delle concessionarie di slot machine che hanno evaso 98 miliardi.

– Quale legge di stabilità?
– La 228/2012. Quella approvata la vigilia di Natale dal consiglio dei ministri nel quale c’è anche Emma Bonino.
– Ah…
– Quella difesa da Giorgio Napolitano.
– Ah…
– Ah!

2.1. Cosa dicono, in generale, i contrari a un provvedimento di amnistia?

Gli argomenti dei contrari a un provvedimento di amnistia/indulto si riassumono così:

  • è un tentativo mascherato di fornire un salvacondotto a Berlusconi;
  • non si può violare periodicamente il principio di legalità e si vanifica la certezza della pena: si rischia di far passare il messaggio che si può delinquere, tanto poi arriva all’indulto, e comunque…
  • …i diritti dei detenuti non possono prevalere sul diritto alla sicurezza dei cittadini;
  • è un provvedimento inutile: nel 2006 ci fu l’indulto, e dopo pochi mesi (in realtà in due anni) il numero di detenuti ritornò quello ante indulto;
  • è un autogol politico: gli italiani sono contrari a provvedimenti di questo tipo.

I nomi da appiccicare a queste affermazioni, per il momento, lasciamoli stare.

2.2. Perché gli argomenti contro l’amnistia non tengono

Che qualcuno cerchi, in ogni modo, di fornire salvacondotti di vario genere a Berlusconi è fuor di dubbio. Ed è vero che con l’indulto del 2006 Berlusconi ha beneficiato di una riduzione della pena detentiva: ma non sulle pene accessorie, cioè la famosa interdizione dai pubblici uffici (e la conseguente deadenza dal Senato, tutt’ora in discussione). Ma è un fatto che B. non andrà in carcere (perché ha più di 70 anni), e che ciò che dovrebbe essere amnistiato o indultato non è un automatismo: lo decide il parlamento. Sarebbe bastata una ferma e pacata affermazione del tipo “vigilerò Io affinché questo provvedimento non sia un favore a B.” e rendere pubblici, cioè evidenti alla pubblica opinione, i reati esclusi dal provvedimento. Ma questa argomentazione è, per  me, poco rilevante: qualunque cosa si pensi di  B., il malcelato desiderio di vedere un ultresettantenne in galera ha meno a che fare con la giustizia, e più col rancore come passione sociale prevalente.

Il principio di legalità e la certezza della pena. A voler essere garantisti…

– Quindi sei un garantista?
– No: è un punto di vista che assumo solo come strumento retorico.

A voler essere garantisti è l’attuale situazione delle carceri a violare legalità, certezza della pena e, soprattutto, Costituzione, che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 c. 3) e “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” (art. 13 c. 4). La certezza della pena, e le modalità della detenzione che comporta, non possono eccedere i limiti stabiliti dalla legge.
Punto.
E non ci sarebbe bisogno neanche della sanzione delle istituzioni europee per affermarlo: in questo caso, l’aspetto giuridico-formale e quello etico coincidono perfettamente. Aggiungo: in punta di diritto e di Costituzione, lo Stato non può esimersi dai propri doveri ipotizzando una qualche gerarchia tra i diritti: i diritti sono universali, riguardano tutti, quale che sia la loro condizione, e non possono essere negati o sospesi a Tizio o Caio (quale che sia la condizione di Tizio o Caio) senza ledere la natura stessa dei diritti.
E il diritto alla sicurezza?
Il diritto alla sicurezza, nella Costituzione, non c’è. La sicurezza è nominata come una delle condizioni che fanno parte della totalità della persona umana: e – attenzione! – costituisce un vincolo paragonabile a un diritto inalienabile solo nell’art. 41, laddove si afferma che l’iniziativa economica, pur libera, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Pretendere che esista un diritto alla sicurezza in quanto tale, significa introdurre la possibilità di limitare altri aspetti della persona umana in una sorta di scambio – ad es. sicurezza in cambio di meno libertà, o meno democrazia. Sicurezza, libertà e dignità sono un tutt’uno, e riguardano tutti, perché i diritti o sono inalienabili o, semplicemente, non sono.

– Come se la Costituzione non fosse regolarmente violata in molti punti, a cominciare dal comma che citi…
– Appunto. Ma ne parliamo tra un po’…

Infine (per ora): l’argomento dell’inutilità dell’indulto a fronte del successivo riempimento delle carceri avrebbe valore se, e solo se, a riempire le carceri dopo l’indulto fossero stati gli stessi detenuti liberati ope legis. Ma così non è.
Tra i detenuti usciti con l’indulto nel 2006, la percentuale di quelli che sono tornati in carcere è del 30.3%, contro il 68.45% della media. In altre parole, la percentuale di detenuti che, dopo aver scontato la pena in condizioni disumane, tornano a commettere reati è più che doppia rispetto a quelli che sentono di aver scontato il giusto perché il minor periodo di detenzione è controbilanciato dalle condizioni carcerarie patite. Tra gli stranieri, poi, la percentuale scende addirittura al 21.36%. Insomma, l’indulto del 2006 ha fatto bene sia al carcere che alla società.

– Ma ti pare possibile questo dato sugli stranieri, visto che sono circa un terzo dell’intera popolazione detenuta?
– Si: tra breve citerò altri dati coerenti con questo.
– Resta che dopo l’indulto le carceri si sono riempite: vorrà pur dire che l’emergenza-sicurezza esiste davvero, no?
– Dici?

3. Ah, la sicurezza sociale…

Diamo un’occhiata fuori dal carcere. Proprio nel 2006 la polizia di Stato  pubblicava un Rapporto sulla criminalità in Italia dal 1993 al 2006, dal quale emergeva un diffuso calo dei principali reati. Per dire: gli omicidi passano da 1441 a 621, gli scippi diminuiscono del 63%, i furti in appartamento del 41%. Negli anni seguenti, stando ai rapporti del Viminale il calo dei principali reati prosegue: e sono proprio gli anni in cui le carceri si svuotano, e poi si riempiono nuovamente. Dal 2010 al 2011 i piccoli reati tornano a salire per effetto della crisi, per assestarsi nel 2012: ma senza raggiungere i livelli degli anni precedenti. Dati alla mano, non c’è alcun elemento che possa sostenere una reale emergenza-criminalità.

– E allora perché la gente ha sempre più paura?
– Perché, ad esempio, mentre i reati diminuiscono, lo spazio della cronaca nera nei notiziari si quintuplica. E perché la crisi colpisce anche la psicologia delle persone. E soprattutto perché… ne parliamo tra un attimo.
– E allora in carcere?

Già… Chi c’è, in carcere? Il reato principale non è l’omicidio, né la rapina: è la violazione della legge Fini-Giovanardi del 2006 (occhio alla data!) che trasforma il possesso di droghe, anche leggere, in reato penale. Circa un terzo dei detenuti – al momento, 23.000 – sono in carcere per effetto di questa legge. Inoltre, la legge Bossi-Fini che trasforma in reato la condizione di immigrato: in teoria poco più di un migliaio di detenuti (cui andrebbero aggiunti le migliaia detenuti nei CIE). La condizione di clandestinità, come dimostra un rapporto della Fondazione Rodolfo Debenedetti, è criminogena, perché in realtà solo gli immigrati irregolari commettono più reati:

«”La condizione d’irregolarità – si legge nel rapporto – incrementa fortemente il rischio di coinvolgimento in attività criminali, in quanto preclude l’accesso a opportunità di guadagno lecite, aumentando la propensione a delinquere”. Non è un caso che gli irregolari rappresentino l’80% degli immigrati coinvolti in attività criminali, mentre la loro quota sul totale degli stranieri residenti è molto al di sotto del 20%. Insomma, la probabilità di commettere crimini per gli stranieri irregolari è pari a 16 volte quella dei regolari (che mostrano invece tassi di criminalità simili al resto della popolazione italiana)».

C’è un altro aspetto da considerare: molti dei circa 22.000 stranieri detenuti, proprio per la loro condizione di irregolarità – quindi prive di residenza e familiari fuori dal carcere – non hanno accesso alle misure di pena alternative.
In altri termini, ci sono leggi che creano figure di criminalità che prima non esistevano, o che incrementano la criminalità: che trasformano in reato una condizione o uno stile di vita. Le galere sono poi un moltiplicatore di queste condizioni: chi entra in carcere, anche per un reato minore – uno scippo o uno spinello – viene trasformato in un soggetto destinato, scontata la pena, a comportamenti che lo riporteranno in carcere. Anche perché la popolazione carceraria, nel corso del tempo, è profondamente mutata: è una popolazione composta nella gran parte da detenuti incarcerati per piccoli reati, quindi molto mobile e mutevole, priva di coesione sociale che consentirebbe di supportare e aiutare le situazioni umane e personali più fragili e borderline.
Senza un diretto intervento – il che vuol dire assistenti sociali, strutture adeguate, spazi di socializzazione, ecc. – la vita nelle carceri non può che essere al di sotto della soglia di dignità e di umanità. E se la volontà politica di attuare questi interventi non c’è, vuol dire che allo Stato sta bene la creazione di criminalità a mezzo legge, e produzione di carcere a mezzo carcere.

– Si potrebbero svuotare le carceri da quei detenuti, allora.
– Se lo scopo fosse solo quello di riportare le carceri a condizioni di civiltà minime, si potrebbe cominciare con l’intervenire sulla Bossi-Fini e sulla Fini-Giovanardi, che fu esclusa dall’indulto del 2006.
– Ma lo dicono anche Grillo e Renzi, che queste leggi vanno abolite!
– Grillo solo la Fini-Giovanardi, in verità. Ma appunto: se queste leggi sono sbagliate e dannose, come si può chiedere la loro abolizione e non sanare con un indulto la posizione di chi per via di queste leggi è finito in galera?
– Ora che mi ci fai pensare…

E si potrebbe ampliare la quota di detenuti che lavorano, soprattutto all’esterno. Negli Stati Uniti e  nella maggior parte dei Paesi Europei il numero dei condannati in misura alternativa è doppio rispetto al numero dei detenuti, in Italia è appena un quinto. Anche perché la percentuale di detenuti in misura alternativa che ha goduto dell’indulto ed è ritornata in galera è di circa il 21%.

Come si vede, basta sapere di cosa si parla, e quei provvedimenti legislativi che dovrebbero seguire all’indulto per una vera riforma della condizione carceraria vengono fuori senza fatica.

4. L’invenzione dell’emergenza-sicurezza

Tirando le somme:

  • si creano tipologie di reato come l’immigrazione clandestina, si approvano leggi criminogene, e si mantengono condizioni che sono anch’esse criminogene, e che porteranno due terzi dei reclusi alla recidiva;
  • si impediscono, o si ostacolano con forza, provvedimenti come l’indulto e le misure alternative che producono un drastico calo della recidiva e una effettiva diminuzione dei reati.

– E questo perché?
– Perché così si creano le condizioni per lanciare l’allarme-criminalità e per denunciare un’emergenza-sicurezza che in realtà non esistono.
– Questo l’ho capito. Non capisco perché dici di non essere un garantista.
– Perché il garantista è un’anima bella che si ferma alla superficie di questi fenomeni, magari crede che le leggi siano scritte da incompetenti, e non si interroga sul senso di questo allarme, sulla sua funzione, sui suoi scopi.

Spacchettando la situazione carceraria, abbiamo visto come l’emergenza di cui si sta trattando sia creata proprio da chi ha il potere di determinarne la prosecuzione o l’interruzione. E questo in coerenza con altre “emergenze” create a bella posta per rimpolpare un’altra emergenza, quella della sicurezza. A che serve riempire la società di paure, anche soltanto nulla facendo per prevenirne la formazione? A chi giova una società pervasa da panico, rancore, odio sociale da sfogare ora verso il carcerato, ora verso il migrante, ora verso i presunti responsabili della crisi economica, ora verso chi si ribella contro questa società?
femminicidio_no_tavIn primo luogo, la “politica della paura” (come la chiama il nostro amico Serge Quadruppani in un suo libro) serve a garantire consenso. Non è una storia recente, e non è una storia solo italiana: è una caratteristica delle società moderne. I governi non sono in grado di rispondere, se non in modalità provvisorie, alle richieste e alle proteste della società, ed esercitano la propria ridotta capacità di amministrazione (la cosiddetta “governance”) scegliendo le richieste a cui dare risposta. O meglio, creando queste richieste: come la richiesta di maggior sicurezza, che non è fondata su elementi reali, ma può essere creata e accresciuta, facendo leva sul panico sociale, attraverso l’uso dei mass media. Non a caso la risposta alle reali emergenze sociali – il razzismo dilagante, il femminicidio – è sempre in termini penali: si sciacquano la coscienza con leggi che non intervengono sulle cause, e propongono come soluzione la galera – che, di per sé, non risolve i problemi, ma li accresce.
E dentro questi pacchetti-sicurezza nascondono norme ancor più repressive: come quelle che aumentano le pene per chi protesta, cucite ad hoc sul movimento No Tav, nascoste dentro la legge sul femminicidio. Come quelle che rendono la protesta, a volte la semplice idea di protestare, un reato più grave della speculazione finanziaria.

– Un complotto, insomma?
– No: una precisa tecnica di governo della società. Ma non basta…

La Costituzione, ricordate? Quella che viene violata non solo negli articoli che determinano l’esecuzione della pena, ma in molti altri articoli – dal diritto all’istruzione alla rimozione degli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza attiva, dalla parità dei sessi al diritto ad una vita degna di essere vissuta. Mentre la carta costituzionale resta sempre lì, immobile come una statua, una fitta serie di provvedimenti amministrativi – decreti, ordinanze, regolamenti – improntati a criteri di “efficienza” e di “compatibilità economica” realizza giorno per giorno una costituzione di fatto che rende superata la Costituzione del 1948, e illusoria l’idea che la sua difesa possa essere il fondamento dell’opposizione a questo stato di cose. E su questi provvedimenti (come abbiamo visto nel caso della legge di stabilità) il presidente Napolitano non solo tace, ma volentieri acconsente, quando non promuove in prima persona. E lo stesso per i membri dell’attuale governo, che nel migliore dei casi fanno da foglia di fico per queste politiche: non per caso in molti abbiamo tifato e tifiamo asteroide. Anche questo, peraltro, non è un tratto unico dello Stato italiano, ma una caratteristica dello Stato moderno: e non a caso si parla, nella dottrina giuridica, di processo di decostituzionalizzazione.

– Stai dicendo che i problemi sono altri?
– No. Sto dicendo che la battaglia per l’amnistia è illusoria se non si ha presente lo sfondo generale sul quale si colloca la questione. E che battersi per l’amnistia può essere utile per modificare l’ordine del discorso sicuritario, per battere in breccia l’emergenza-sicurezza, e aprire spazi di lotta e di libertà: basta saperlo, e volerlo.

5. Il nuovo che avanza – ma davvero tutto ciò che avanza è “nuovo”?

Resta un ultimo punto da affrontare: l’opposizione all’amnistia da parte dei nuovi soggetti politici, ossia Renzi e Grillo. Che fino a ieri la richiesta di amnistia/indulto l’avevano appoggiata e sottoscritta.
Nel giugno 2011 Grillo scriveva sul suo blog: «Marco Pannella si sta battendo per una causa giusta, contro le morti in carcere, ogni anno più di 150, molte di queste oscure e riportate purtroppo con regolare cadenza su questo blog. Non ci vogliono più carceri, ma meno detenuti.»
Nel dicembre 2012 Renzi sottoscriveva una lettera aperta a Marco Pannella che diceva: «Le tue richieste sono giuste e legittime, nella loro immediatezza oltre che nel loro contenuto. […] Con grande apprensione e la piena solidarietà, da oggi introdurremo nelle nostre priorità istituzionali le necessarie misure affinché si possa limitare e riparare al collasso della giustizia e della sua appendice ultima delle “catacombe” carcerarie, luoghi di sofferenze atroci, di tortura e di morte quotidiana […] sperando, con forza e caparbietà, che il Parlamento italiano conceda un provvedimento di amnistia e si attivi con atti urgenti per porre rimedio all’emergenza carceraria, al vergognoso sovraffollamento delle nostre strutture penitenziarie, non come soluzione ma come punto di partenza per una riforma strutturale della giustizia, con misure alternative alla carcerazione, in primis per i tossicodipendenti».
Oggi si scagliano contro questa “giusta causa” con argomenti del tipo: è un autogol, perderemmo voti, gli italiani non la vogliono.

– Ma è vero che gli italiani non vogliono questo provvedimento.
– E chi lo dice? Quei sondaggi che sbagliano regolarmente le previsioni elettorali, ma quando serve diventano verità scientifiche?

Posto che sia vero: che l’opinione pubblica sia contraria, è l’effetto di quelle passioni tristi di cui parlavo prima. Ma, sempre fingendo di prendere per buona la politica: a cosa dovrebbero servire partiti e governi, soprattutto in una condizione di “larghe intese”, se non ad assumersi il coraggio di provvedimenti impopolari, seguiti da misure effettive che facciano mutare l’opinione degli elettori?
Il rischio di essere sanzionati alle elezioni non dovrebbe essere lo stimolo per attuare quella riforma generale della condizione carceraria prima delle elezioni?

– Lo scrivi, ma non sembri crederlo,
– Infatti non credo che lo faranno. E non solo perché, come ho già argomentato, questa situazione serve a produrre un consenso malsano e drogato. Piuttosto, hai presente gli zombie?
– Zombie? Cosa c’entrano gli zombie con la politica?
– C’entrano.

Con gli zombie funziona così: tu sei vivo, e loro sono morti – e questo fa la differenza. Però non sono del tutto morti: una parte del loro tronco encefalico (così, almeno, è in The Walking Dead) è ancora attiva. Quello che non hanno, è quella parte del cervello che sovrintende allo sviluppo della persona umana. In altri termini si muovono, si nutrono, sono in grado di agire di concerto – come branco o mandria, ma sempre un agire comune è – per soddisfare il bisogno primario di nutrirsi: sono utilitaristi, rispetto alle necessità biologiche. Ma non sono in grado di esercitare il discrimine critico tra bene/male, giusto/ingiusto, ecc.
Ora, il punto è che se lo zombie ti morde, tu diventi come lui, e la differenza tra lui e te cessa: fine della storia.
twd1La politica dei sondaggi, dell’utilitarismo, è una politica che – per supportare interessi classisti di ordine superiore – considera irrilevanti cose come valori, scrupoli morali, lotta all’ingiustizia, ecc. Magari sarà sempre stato così, ma Berlusconi ha reso palese questo atteggiamento, lo ha addirittura rivendicato e se ne è fatto vanto.
Ora che la sua barca affonda, avanzano dei figuri che si pretendono nuovi, e che ragionano esattamente come lui: sono stati morsi dallo zombie, e sono diventati zombie anch’essi (e una volta che sono zombie, a cosa serve aver mozzato la testa allo zombie n. 1?). Cambiano idea a seconda del sondaggio o della strategia di marketing; non gli interessa dire la verità, ma solo quello che serve (secondo loro) a ottenere percentuali di voto in più. È il divenire-zombie della politica, ed è molto pericoloso: si rischia di essere morsi.

– E cosa si può fare?
– Fuggire da loro. E nel fuggire, come diceva Deleuze citando George Jackson, cercare nuove armi.

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