Giorgio Diritti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 22 Feb 2026 21:00:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Da vedere, ma anche no – un film e una serie https://www.carmillaonline.com/2020/10/11/da-vedere-ma-anche-no/ Sun, 11 Oct 2020 20:15:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63061 di Mauro Baldrati

VOLEVO NASCONDERMI, di Giorgio Diritti

Per certi aspetti Antonio Ligabue ricorda Van Gogh. Anche nel film un personaggio che sta osservando i suoi quadri dice: “Sembra quel pittore olandese…”. Ma più che le opere, naif quelle di Ligabue, uniche, ma inserite nel contesto impressionista e post impressionista quelle di Vincent, è il personaggio che lo evoca: la stessa solitudine, lo stesso amore per la natura (in particolare gli animali per Ligabue), lo stile duro degli autoritratti, lo stesso disprezzo degli umani nei loro confronti (per tutta la [...]]]> di Mauro Baldrati

VOLEVO NASCONDERMI, di Giorgio Diritti

Per certi aspetti Antonio Ligabue ricorda Van Gogh. Anche nel film un personaggio che sta osservando i suoi quadri dice: “Sembra quel pittore olandese…”. Ma più che le opere, naif quelle di Ligabue, uniche, ma inserite nel contesto impressionista e post impressionista quelle di Vincent, è il personaggio che lo evoca: la stessa solitudine, lo stesso amore per la natura (in particolare gli animali per Ligabue), lo stile duro degli autoritratti, lo stesso disprezzo degli umani nei loro confronti (per tutta la vita Van Gogh si è sentito ripetere da galleristi e critici che era negato sia per la pittura sia per il disegno), la stessa follia.

Disprezzo degli umani. In effetti Ligabue ha avuto un’infanzia disumana, sembra non appartenere alla specie. Forse è lui stesso ad affermarlo, in qualche raro discorso umano: si sente un animale, cerca di dialogare con loro, ne imita i suoni, le movenze, le grida. Tutti gli animali: le belve, che ha ritratto in opere mirabili, i cani, i galli, i cavalli, gli insetti. E l’incredibile interpretazione di Elio Germano ne coglie in pieno l’essenza. Se qualcuno crede che l’attore esageri guardi questo spezzone di documentario del 1962.

Proprio questo aspetto causava un pregiudizio nello spettatore, maturato dal trailer del film: il timore che si trattasse di una continua performance attoriale di Germano che alla fine risulti autoreferenziale. Nulla di tutto questo. Il regista Giorgio Diritti, che dimostra di avere una sensibilità fuori dal comune, ricostruisce gli ambienti – l’infanzia di Antonio Laccabue, degna di un romanzo di Dickens, la corte rurale di Gualtieri, i personaggi, la lingua, gli spettacolari paesaggi del PO – con una precisione tale da farci sognare, da catapultarci con una macchina del tempo in quell’epoca e in quei luoghi.

E poi c’è lui. Quanta sofferenza emerge dalla persona, da tutta la violenza e l’emarginazione che l’hanno perseguitato. Attoniti osserviamo la sua vita randagia – vita animale – sulle rive del grande fiume, solo, vestito di stracci, semi congelato durante l’inverno nebbioso e gelido della bassa. A disagio lo seguiamo mentre dipinge vestito da donna, perché vuole ricreare la persona femminile, che sogna di baciare, di sposare, mentre è condannato al celibato. Oppure dopo il successo, avvenuto quasi a sua insaputa, mentre vaga per la corte rurale e per il paese, cercando di regalare un quadro, oppure di abbandonarlo nel nulla, proprio come Utrillo, e d’un tratto si ritrova pieno di soldi, che sperpera, come un bambino che viene inondato di regali meravigliosi. Elio Germano, che abbiamo già ammirato nel Giovane Favoloso, si conferma un grande attore, ben più reale ed efficace delle icone mitopoietiche americane dell’Actor Studio: non solo interpreta il pittore; lui è Antonio Ligabue.

SENSE8 di Lana e Lilly Wachowski

Stiamo per redigere un testo anomalo: parlare bene – benissimo – di una serie senza consigliarla. Anzi, mettendo i lettori sull’avviso: forse è meglio se lasciate perdere. A meno che…

Ma come? Perché mai?

Perché bisogna amarla. Solo amandola nascerà il perdono. Perché se amiamo un/una partner siamo disposti a perdonarne i difetti. A una condizione: che anche lui/lei perdoni i nostri. E Sense8 ci ama. Perché ama l’amore.

Ma procediamo con ordine. Iniziamo dal perdono. E quindi dai difetti. Il principale è nella sceneggiatura. Qua e là è contorta. Ma santo cielo, se andiamo a sorbirci le sceneggiature sconclusionate senza capo né coda di Cristopher Nolan, e siamo pure recidivi, perché basterebbe una mostruosità come Inception per scolpire una croce nera nel granito, e invece torniamo con Interstellar e poi con Tenet, dove sta il problema? Non possiamo perdonare qualche buco, qualche salto brusco, qualche intreccio lisergico? Sense8 è imperfetta, ma l’amore non lo è?

La trama consiste in otto personaggi, ognuno in una città diversa, Londra, Mumbai, Città del Messico, Nairobi, Berlino, Chicago, Reykjavik, Seul, con vite diverse, ma che scopriranno di avere una cosa molto importante in comune. Manca Roma, ma le sorelle Wachowski (una volta “fratelli”, già registi del formidabile Matrix, ma hanno cambiato sesso, ora sono due donne transgender) si fanno perdonare con lunghe riprese a Positano, per una luna di miele della protagonista indiana. Quello che accomuna gli otto eroi è una connessione telepatica. Dapprima non riescono a capire perché hanno strane visioni, apparizioni di personaggi sconosciuti, ma si fa strada la verità. Forse sono il risultato di una mutazione: ognuno riesce a partecipare agli eventi, le sofferenze e le gioie degli altri. Nasce una sorta di collettivo, una famiglia, e così uniti iniziano a sostenersi a vicenda, a difendersi dagli attacchi. Infatti spunta una misteriosa organizzazione che li caccia, sembra per lobotomizzarli, per distruggere questa qualità, una specie di super potere ritenuto una minaccia. Qui sorgono i problemi della sceneggiatura, a tratti convulsa, con dettagli e fatti incomprensibili. Ma se riusciamo a tirare avanti, accettando i dialoghi, qua e là lunghi, dove i personaggi raccontano e/o analizzano i fatti personali, iniziamo ad accettarli, perché si fanno amare. Perché si amano tra loro. E questo messaggio – l’amore – si sprigiona così potente che anche noi entriamo per così dire nella famiglia. E quando le varie coppie che si formano si scambiano confidenze, speranze e paure, noi li ascoltiamo attenti, partecipi. Ed è bellissimo quando uno di loro si trova in grave pericolo e viene salvato dagli altri, un collettivo di autodifesa formidabile, ognuno con le sue qualità, una hacker, una campionessa di arti marziali, uno scassinatore, un attore, un poliziotto, un autista, una scienziata.

Ma: non è detto che tutti ci riescano. Possono scattare resistenze, irritazioni varie, per cui i difetti rischiano di prevalere. Per questo non ne consigliamo a priori la visione. Se non scatta il feeling è meglio abbandonarla.

Questa serie lancia uno dei messaggi libertari più intensi della storia del cinema. Ci dice, con una fotografia di alta qualità e ambienti spettacolari, che ciò che conta nella vita è amarsi, l’amicizia, godere dei propri corpi, senza pudori, né peccato, né sensi di colpa né paure. Tutto il resto è combattimento, sopravvivenza e lotta contro il sistema.

Per questo sa essere così apertamente, e sinceramente, rivoluzionaria.
(P.S. l’immagine è una scritta apparsa sui marciapiedi di Bologna)

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Divine Divane Visioni (Cinema porno 08/11) – 70 https://www.carmillaonline.com/2015/04/16/divine-divane-visioni-cinema-porno-0811-70/ Thu, 16 Apr 2015 20:35:55 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21664 di Dziga Cacace

And I scream from the top of my lungs… what’s going on? 

DDV7001778 – Il tenerone Rocky IV di Sylvester Stallone, USA 1985 Mi metto i guantoni e affronto un film che devo aver visto la prima e ultima volta a fine anni Ottanta, quando Rai e Mediaset si sfidavano ogni sera a colpi di prime visioni. Si parte da dove eravamo rimasti, con Apollo Creed – il vecchio avversario diventato poi amico del protagonista – che vuole tornare a combattere. Rocky invece è un pascià: villa enorme e kitsch, Lamborghini, un figlio insopportabile e zio Paulie a [...]]]> di Dziga Cacace

And I scream from the top of my lungs… what’s going on? 

DDV7001778 – Il tenerone Rocky IV di Sylvester Stallone, USA 1985
Mi metto i guantoni e affronto un film che devo aver visto la prima e ultima volta a fine anni Ottanta, quando Rai e Mediaset si sfidavano ogni sera a colpi di prime visioni. Si parte da dove eravamo rimasti, con Apollo Creed – il vecchio avversario diventato poi amico del protagonista – che vuole tornare a combattere. Rocky invece è un pascià: villa enorme e kitsch, Lamborghini, un figlio insopportabile e zio Paulie a carico, festeggiato regalandogli un robottino non esattamente credibile. Regna la pace familiare e Adriana guarda soddisfatta. Sennonché sbarca in USA Ivan Drago, il campione di boxe sovietico che vuole sfidare il mondo professionistico occidentale. Lo accompagna la melliflua compagna Ludmilla (Brigitte Nielsen, molto bella prima di plastiche criminali) e un team di allenatori e scienziati che parluano tuutti cuosì, hanno occhi di ghiaccio e mostrano indefettibile fedeltà alla linea del Partito. Creed ha voglia di menare le mani, ritiene il mastodontico russo “grande, grosso e rozzo” e accetta la provocazione, nonostante manchi dal ring da cinque anni. Rocky teme il peggio e vede Apollo che provoca, gigioneggia e fa lo spaccone: per lui il ritorno sulla scena è per sentirsi vivo (vedrà quanto!) ed è anche una necessità ideologica, pensa un po’. Il match si tiene a Las Vegas e tutta la pacchianeria burina yankee è esibita come una ganassata compiaciuta: balletti, paillettes, coriandoli, stelle e strisce e James Brown patriottico e un po’ Zio Tom (Living in America). Apollo sale sul palco conciato invece da Zio Sam, ma dopo il primo round gli è già passata la voglia di fare proclami da pagliaccio: ha la faccia ridotta come un hamburger medium rare. Rocky a bordo ring intuisce che si mette malissimo ma Creed si fa promettere che non getterà la spugna, qualunque cosa accada. Drago lo massacra in un tripudio di rallenti e still frame e il pugile nero spira tra le braccia del nostro Stallone. Che incrocia lo sguardo con Drago e capisce che adesso tocca a lui: questa è una sfida che non si può rifiutare, per l’amico morto e per gli USA intieri. Il nuovo incontro si terrà in Russia, il 25 dicembre: Natale a Mosca, come un Vanzina deprezzato. Adriana non gradisce e quando chiede a Rocky il perché, lui è laconico: “Io faccio quel che devo fare!”. E poi se ne va con la sua Lambo, con l’incubo di Drago negli occhi. Segue montaggione musicato che ripercorre la carriera di Balboa, dagli esordi a pane, cipolla e merda fino alla consacrazione, in una inarrestabile e caparbia ricerca del successo. In Russia rifiuta agi e comodità: si allena in un postaccio punitivo in culo al mondo, tra gelo, povertà e sfiga perché son tutti morti di fame. Due agenti lo sorvegliano e il massimo divertimento è farsi una partitella a scacchi. In parallelo vediamo Drago che ci dà dentro seguito da tecnici con strumentazioni avveniristiche: mena colpi sempre più letali tra punturine sospette, sparring partner maciullati e computer con grafici esaltanti. Invece il Balboa si allena all’antica, sega tronchi, corre nella neve, solleva pietroni, guada ruscelli ghiacciati e trascina slitte (!) come un cavallo da tiro. Insomma: l’uomo contro la macchina, i sentimenti contro la disumanità comunista, in montaggio serratissimo e musica esaltante, sequenza estremamente godibile per retorica linguistica e afflato ideologico tamarrissimo. Si arriva a Mosca in un tripudio di bandiere rosse, falci e martello e classica iconografia sovietica. All’angolo Rocky prega (e certo: fede contro ateismo di stato). In tribuna, in mezzo ai burocrati, si accomoda anche un simil Gorbaciov. Il pubblico, straccione e zeppo di militari è ostile all’americano. Dopo l’inno dell’Armata Rossa (splendido, io ce l’ho anche nell’Ipod) viene presentato Ruocky Balbuoa, fischiatissimo, e poi Ivan Drago, acclamato con zelante giubilo ortodosso. “Io ti spiezzo in due”, segno della croce dell’eroe eponimo e la singolar tenzone parte. Rocky è subito alle corde e quando accenna una reazione, fa il solletico al cyborg. Ne piglia una bella gragnuola e finisce al tappeto, contato e salvato dalla campanella. Nel secondo round ne piglia ancora un sacco e una sporta, finché dall’angolo il trainer, ex di Creed, gli ricorda: “Non fa male!”. Insomma. Adesso ne prende ma ne dà anche, non molla e incrina la tetragona sicurezza della Transiberiana di ghiaccio. La resistenza eroica del campione USA conquista poco a poco il pubblico moscovita che comincia a tifarlo apertamente. È la rivolta! L’adesione pugilistica ai valori del Capitale! I politici in tribuna sono in imbarazzo e Drago acquisisce un’insospettata umanità: adesso combatte per sé e non per il regime. E perde, mentre Rocky fa la solita scenata da vincitore invasato, per la costernazione del Politburo. Gli danno la parola ed ecco il Discorso: lo odiavano, all’inizio, dice. E io odiavo voi, ammette. Però: “Durante l’incontro ho visto cambiare le cose”. E se cambio io e voi – continua – tutto il mondo può cambiare! Il sosia di Gorbaciov applaude. E anche il mio sosia! (Dvd; luglio 2010)

DDV7002779 – Un capolavoro: L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, Italia 2009
Ancora scosso dalla purezza de Il vento fa il suo giro, io premio a modo mio Diritti comprandogli anche il secondo film, non sapendo neppure se sia piaciuto o meno a critica e pubblico. Non me ne frega niente: lo merita, sulla fiducia. Ed è un capolavoro, un Novecento senza barocchismi melò e voglie di kolossal, un Olmi pagano. Mi commuove e mi smuove, raccontando senza alcuna pretesa manichea la lotta partigiana appenninica e la tremenda rappresaglia nazifascista. Pietà e sconcerto: prendere parte, combattere, ribellarsi, con la quieta e testarda voglia contadina di non arrendersi, per poi ricominciare, a partire dalla piccola intensa interprete e dall’uomo che verrà. Diritti innalza un canto alla terra e a chi la difende, in nome di un’altissima dignità umana, e lo fa senza rinunciare a una personale ricerca cinematografica. Non so se stavolta qualcuno si sia premurato di dare qualche premio a quest’uomo, ma se i premi hanno ancora un valore, allora li merita, tutti. (Dvd; 19/7/10)

ddv7003780 – Kiss Symphony: The DVD dei frenetici ignoti Jonathan Beswick e Victor Burroughs, USA 2003
Allora, i casi sono tre: o sono rincoglionito causa paternità o i ripetuti ascolti rendono gradevole anche una musica infantile come questa oppure m’ero sbagliato la prima volta. Nel senso che questo Dvd dedicato ai Kiss l’avevo visto per scrivere una micro recensione per Rodeo, mensile cui collaboravo un’era geologica addietro. E ne avevo scritto da spettatore scocciato dell’artificiosità del tutto: i Kiss che suonano assieme alla Melbourne Symphony Orchestra (truccata per l’occasione), per una seratona di rock n’roll esagerata assieme a 40mila fan entusiasti. Niente di che per il mio snobismo. Poi capita che Sofia ci metta su gli occhi e cominci a fare domande. E allora ne vediamo una clippettina. E il disastro è compiuto perché dei musicisti tamarri che fanno ritmatissima caciara conciati da mostri, sputando sangue e volando attraverso lo stadio sono quanto di meglio possa chiedere una bambina di 5 anni. E sarà che vedevo Sofia godere (e anche Elena, due anni), poco a poco del Dvd abbiamo cominciato a vederne porzioni sempre più corpose, fino al documentario che racconta tutta l’operazione. E io – lo confesso – pian piano ho cominciato a canticchiarle ‘ste benedette canzoni, a ritrovarmi col piedino che teneva il tempo. È rock, talvolta hard, mai seriamente metal. È medio, talvolta mediocre, ma è perfetto, non sporca, non offende, diverte. Il montaggio è frenetico (questo mi preoccupava, per le mie figlie) e molto flashy, mostrando la Kiss Army tanto quanto l’orchestra e la band: bambini, vecchi e tante ragazze pettorute che fanno le corna verso la telecamera, così come nerboruti obnubilati che mostrano orgogliosi i tatuaggi. Non mi son ridotto così ma ho rivisto il mio giudizio: il concerto e la mascherata sono indubbiamente divertenti e la musica, tutto sommato, è godibile e infallibile. E poi, fringe benefit non da poco, durante la visione le bimbe sono sedate (e non si tratta di Tiziano Ferro). Cosa chiedere di più? (Dvd; a rullo, tutto luglio 2010)

ddv7004781 – A lutto (con spoiler) per E.R. Anno 8 di Michael Crichton et alii, USA 2001/2002
Il personale del County General Hospital di Chicago, gli spettatori e soprattutto l’addolorato Cacace sono vicini alla famiglia Greene per la scomparsa dello stimato dottor Mark. Per non dire che, occhio agli spoiler: 1) muore anche Carla, l’ex del chirurgo Benton, lasciandogli dopo accanita battaglia giudiziaria per l’affidamento il piccolo sordomuto Reece (di cui Benton non è padre biologico, pensa tu!); 2) che la quattordicenne Rachel Greene è una spina nel culo, ma forse si è riconciliata col padre prima della sua morte; 3) che Elizabeth Corday continuerà da sola con Ella, reduce pure da una overdose di ecstasy a neanche due anni, thanks to Rachel; 4) che Abby forse si metterà con John Carter – sempre in crisi, perché troppo ricco, troppo buono, troppo sensibile – dopo aver lasciato quel mammolone malinconico del dott. Kovacs; 5) che la dottoressa Weaver – la stronza con lampi di cattiveria – sta affrontando la sua identità sessuale assieme a una vigilessa del fuoco machissima e non ha ancora trovato la madre; 6) che è tornata la pacioccona dottoressa Lewis, ma sua sorella Chloe è ricascata nella droga e manca all’appello la figlia; 7) che… che questo è stato un serial eccezionale e non ho altro da dire che già non abbia detto e che non andrò più avanti, anche se ricordo che al magnifico dott. Romano succedeva un incidente e, insomma, vorrei vedere come va a finire se non altro per godermi l’homecoming dell’ultima puntata. Ma la vita è una, il tempo troppo poco e l’ultimo episodio me lo scaricherò. Sono contento così: ho visto un capolavoro autentico e oggi è come se fossi di ritorno dal funerale di un amico caro. E lo so che pare assurdo – devo elaborare, cazzo! – ma la puntata in cui Greene se ne va – non riesco neanche a dirlo – è un capolavoro unico di sottigliezza, di intensità e pure di ricatto emozionale, con il medley di Israel Kamakawiwo’ole che è una coltellata lieve che mi fa sempre singhiozzare. (Dvd; luglio 2010)

ddv7005782 – The Shield – Seconda Stagione di Shawn Ryan, USA, 2003
Sempre brutti, sporchi e cattivi, i nostri agenti che mantengono l’ordine nel peggiore distretto di Los Angeles, tra droga, prostituzione, bassa politica mercantile, mafie e tensioni razziali. Ricatti incrociati, tranelli, giochi zozzissimi, perché “bisogna fare un po’ di male, per ottenere il bene” e per provare a mantenere l’ordine in quella discarica piena di umanità che è la città degli angeli, specchio dell’America capitalistica metropolitana, dove tutto ha un prezzo e quasi a nulla si dà valore. Sempre un piacere, questo serial: forse equivoco perché ci fa fare i conti con la nostra cattiva coscienza, ma inequivocabile. (Dvd; agosto 2010)

ddv7006783 – Il mappazzone Revolutionary Road di Sam Mendes, USA/Gran Bretagna 2008
Siamo ad Andalo, con uno schermo in camera che fa impressione, abituati come siamo ai pollicini del nostro tubo catodico. Siccome i Dvd che ho portato io schifano Barbara, si impone la sua scelta tra quelli messi a disposizione dall’albergo. E si va dritti a questo drammone ambientato negli USA dei Fifties, quando altro che pace e Vietnam e diritti civili: la donna bianca era the nigger of the world e guai a incrinare il perbenismo della società con comportamenti devianti dalla morale comune. All’inizio sembra più una storia d’amore romantica e io rompo le scatole a Barbara chiedendole se ha un Harmony da prestarmi per dopo, però andando avanti la love story va presto a rotoli. Protagonisti di questo naufragio titanico della coppia sono quei Leonardo DiCaprio e Kate Winslet che già si amavano sul transatlantico jellato. Entrati nella bella casa in Revolutionary Road scopriamo che sono in crisi nera, tra figli, esigenze di facciata, lavori non apprezzati, aspirazioni tradite o soffocate. E vai di liti furiose, di ripicche e illusioni. Ottima elegante messa in scena, bello sviluppo narrativo e attori ben diretti, per un film che ci dice molto di allora ma anche di oggi, perché se fai la radice cubica non è che sia cambiato granché per il ruolo della donna. Poi, a voler essere cinici, potremmo anche dire che trattasi di film borghese da sabato sera, per pizza e discussione, con le donne che diranno tutte che la povera April Wheeler è vittima della società maschilista che la vuole solo mamma riproduttrice, niente lavoro, zitta e buona a casa, e con i maschi che difenderanno l’ometto Frank col testone da bambinone che, poverino, si fa un culo così ed è lei a essere una nevrastenica. Il film non prende parte in maniera esplicita (ed è un bene, anche se è evidente che l’umana pietà è rivolta più ad April ed è chiaro cosa si voglia rappresentare) e gioca con le ambiguità del caso: l’unico che comprende il travaglio della donna è uno spostato con problemi mentali, in realtà più lucido di tutti. Per concludere: bel film, ma non è la mia tazza di tè. Non vedevo un film drammatico da secoli. Ne aspetterò altri due. (Dvd; 16/8/10)

ddv7007784 – Che belli i morti di fame di Slumdog Millionaire di Danny Boyle, Gran Bretagna 2008
Non è che si possa fare molto, la sera, ad Andalo, e con le due belvette che dormono (finalmente anche Elena!) il Dvd è la morte nostra. Per cui ci vediamo un successone dell’anno passato che tanto aveva fatto discutere, perché certa narrazione scanzonata di eventi anche tragici era – secondo alcuni – estetica della povertà fuori luogo. Ed effettivamente il racconto è così travolgente che ahimè puoi dimenticarti che la realtà degli slum indiani è anche peggio di quella descritta e anche se la vita è colorata e allegra e profuma di curry si muore di dissenteria e non ci sono belle facciotte sorridenti che tengano. È un bel problemino etico, quello della rappresentazione e di cosa si possa narrare e come, e io non posso che rendere conto del mio coinvolgimento nella fabula perché son troppo confuso dalla rarefazione dell’ossigeno montano, diciamo così. Boyle va alla pancia dello spettatore e lo trascina dentro la vicenda senza farsi mancare alcun effettaccio, tanto da farti rimpiangere la più fetida latrina di Scozia di Trainspotteriana memoria. La musica incalzante, la simpatia degli attori e tutto l’apparato tecnico ti fanno prigioniero come niente: il film c’è, funziona e fila come un treno e ha vinto una marea di Oscar. Ed è allora che i più cool hanno cominciato a snobbarlo, anche perché finito il film, chi se ne fotte dell’India? Però così diventiamo troppo ideologici. O d’altra parte siamo troppo superficiali. Non lo so: io cool non lo sono per niente, sono proprio meat ‘n potatoes: per cui ho apprezzato la storia, ma so anche che c’è qualcosa che rimane troppo al di sopra dei problemi e troppo al di sotto della spettacolarizzazione e mi sento colpevole. Beh, questo sempre. Ah: l’11 agosto è morto Dino Crocco, che come nome magari non vi dice niente, ma per la mia generazione è stato il volto di tanta tivù privata anni Settanta, quella fatta alla buona ché importava occupare l’etere, con sconclusionati trasmissioni da Lavagello… Comunque questo Crocco, tra le tante cose, presentava un programma di Telecity che metteva in competizione le classi di quinta elementare delle scuole genovesi e io avevo partecipato nella tarda primavera del 1980 a un’epica sfida contro la temibile Scuola Germanica, registrata in un locale posto tra i due teatri Genovese e Duse. A differenza del protagonista di The Millionaire, avevo però ceffato clamorosamente la domandona finale attribuendo per emozione a Mercantini l’inno di Mameli, una cosa così, che ricordo vagamente perché l’ho rimossa, sentendo ancora il peso di quell’errore (ma eravamo tutti euforici: finiva la scuola, arrivava l’esame di quinta e chi se ne frega se avevamo perso in finale. E anche il mio compagno Riccardo Esposito aveva smarronato clamorosamente in preda all’orgasmo). (Lo stesso anno avevamo anche partecipato al programma di Tivuesse – la tivù del Secolo XIX – con Pata e Trac, ma questo non se lo può ricordare veramente nessuno: in Rete non c’è alcun riferimento a questi due pagliacci – intendo dire che facevano i clown, chissà che fine han fatto). (Dvd; 17/8/10)

ddv7008785 – M’è cresciuta la terza palla guardando The Terminal di Steven Spielberg, USA 2004
Altra serata buca, altro giro: dunque, che Spielberg sappia raccontare bene l’azione e il dramma, nessun dubbio, ma appena fa la commedia, casca l’asino. E più insiste, più fa pena. Il tema del film in questione è zeppo di implicazioni: la terra promessa, la cattività, il premio della libertà, la burocrazia, perfino tutte le menate di Marc Augé sui non-luoghi che avrebbero dato occasione a Wenders di farsi una pippa colossale su pellicola e ai critici, a due mani, sui giornali. E invece niente: Spielberg vuole la commedia e vuol farci tutti ridere con la vicenda di Viktor che, per problemi di documenti e di trattati tra paesi, rimane prigioniero di un terminal aeronautico e deve arrangiarsi in questo limbo territoriale ed esistenziale. Nell’aeroporto sono tutti carinissimi, tutti immigrati felici e la società USA in fondo è buona buona. Da un momento all’altro scopriamo che Viktor è un costruttore provetto e ama la musica jazz (e non è quella che propriamente si definisce una crescita del personaggio). E poi viene fuori il motivo del viaggio in USA: la ricerca di un autografo di Benny Golson, l’unico che mancava al papà di Viktor che, negli anni bui della dittatura nel suo paese, aveva raccolto tutte le firme dei jazzisti presenti nella storica foto fatta ad Harlem nel 1958. Ma queste sono minuzie in un film noioso, che dura due ore interminabili ed è divertente appunto come se fossi anche tu in sala attesa a Malpensa mentre ti fottono i bagagli, che fa ridere una sola volta (grazie a Gupta, l’uomo delle pulizie che è anche giocoliere) e che ha personaggi appena sbozzati (il direttore della sicurezza interpretato da Stanley Tucci o la hostess Catherine Zeta-Jones, decisamente improbabile e costretta a dialoghi ferocemente imbarazzanti). Riflessioni sulla solitudine o sullo spaesamento, nisba: tutto ridotto a una vicenda agrodolce, un po’ comica ma soprattutto no, e senza morale. Girato in maniera insipida, recitato sicuramente bene, ma anche zeppo di errori di continuità (tipo Hanks con le braccia aperte, stacco, a braccia conserte… cose così, a pacchi) e da uno che muove milioni di dollari come Spielberg proprio non te lo aspetti. Che poi, a Steven, cosa vuoi rimproverargli, seriamente? Cosa vuoi dire a uno che ha messo su un archivio della memoria gigantesco e trova il tempo e il modo di fare soldi raccontando la seconda guerra mondiale, proprio associandosi a Tom Hanks? Eh, cosa? Beh, che The Terminal è ‘nammerda, okay, che però, dài, non è neanche così grave. Comunque: film scritto da quel Sacha Gervasi che due anni dopo ha realizzato il documentario sul ritorno dei metallari Anvil e ha vinto una caterva di premi. Io ce l’ho lì da un anno e adesso ho un po’ paura a guardarmelo. (Dvd; 19/8/10)

Toy-Story-3-movie-image786 – Ancora capolavoro! Toy Story 3 di Lee Unkrich, USA 2010
Siamo a Milano e il lavoro – giustamente, eccheccazzo: è agosto! – langue. Mi porto Sofia al cinema perché non resisto oltre. Devo vedere subito Toy Story 3. il film è preceduto da un corto splendido: Quando il giorno incontra la notte (di Teddy Newton, USA 2010), surreale incontro che diventa apologo sulla curiosità, la scoperta e la felice convivenza. Magnifico: mescola tecniche modernissime a quelle tradizionali, in cinque minuti e mezzo di fosforo puro e ci ricorda che “le cose più belle dell’universo sono le più misteriose”, quelle che non conosciamo. E poi ecco il terzo capitolo: riuscitissimo, divertente e infine molto commovente. Forse potrebbe finire qui, la saga, forse no, ma siamo all’altezza delle cose migliori della Pixar, con un finale che unisce passato e futuro con delicatezza estrema. Sofia non riusciva a capire come mai fossi così preso (“Papà, stai male?”), ma lei non sa ancora cosa significa la memoria dei giochi che sta facendo ora. Poi titoli di coda al solito magnifici col conforto di una versione dei Gipsy Kings della classica Un amico in me di Randy Newman. Fai due più due e il pacchetto completo si legge capolavoro, l’ennesimo. Ma come fanno? (E vogliamo parlare di Barbie e Ken?) (Cinema Gloria, Milano; 24/8/10)

ddv7010787 – Gran sòla Gran Torino di Clint Eastwood, USA 2008
Walt Kowalski non parla, grugnisce, e ha la faccia corrugata come la corteccia di una sequoia. È sboccato, razzista, sessista, omofobico e a destra di Feltri, che considererebbe un sovversivo capellone. Ovviamente siccome Kowalski lo interpreta Eastwood la cosa intenerisce il pubblico che si riconosce e si giustifica: se Eastwood – che non può essere che buono – è così, potrò non esserlo io? Vabbeh: questo bel tipino, dopo una vita spesa alla Ford, ha il cane, fuma le sue sigarette, cura il prato davanti casa e sopporta in silenzio la ferita morale della guerra in Corea dove ha ucciso 13 uomini (i morti invece non han più nessun senso di colpa, beati loro!) ed è la quintessenza dell’americano medio con la bandiera innalzata davanti al portico di casa. Come vicini arrivano degli immigrati Hmong fuggiti ai comunisti, ma questo Kowalski non lo sa. Son gialli, punto. Fan casino, son tanti, sporcano. E guarda con sospetto i due giovani di famiglia: Thao e la sorella Sue. Thao vuole entrare in una gang e prova a fottergli la splendida Gran Torino, curata in maniera maniacale, e la stessa gang ha l’ardire di venire a rompere il cazzo. Lui reagisce, mette a posto il ragazzo e la famiglia Hmong, riconoscente, lo riempie di regali, fiori e cibo. Che scopre essere buonissimo, pensa tu ‘sti selvaggi. E poi, per il tramite di Sue che è sveglia, Walt va a conoscere i musi gialli che mangiano i cani. E all’improvviso gli piacciono e siccome Thao deve espiare, se lo prende da parte e lo fa diventare un uomo, anche perché i figli di Kowalski sono dei pasciuti ottusi americani che dalla vita hanno tutto fuorché dirittura morale e non meritano il suo tempo. Per cui dall’intolleranza iniziale passiamo al rifiuto della violenza e del machismo (ma sempre con i capelli molto corti, mi raccomando, eh?) in uno schematico liberalismo conservatore non meno irritante di quello iniziale. È tutto tagliato con l’accetta, con cambiamenti secchi, svolte improvvise e poco credibili, per blocchi, senza armonia, con personaggi sbozzati con la grazia di un marmista di Carrara. Ma si può diventare adulti dicendo due o tre parolacce? O conquistando la donna, atteggiandosi come ritiene un ottantenne? Mah! E poi tutti a frignare per il finale edificante e ricattatorio e non pensiamoci più. Io no, scusate. (Dvd; 27/8/10)

(Continua – 70)

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Divine Divane Visioni (Cinema porno 08/11) – 69 https://www.carmillaonline.com/2015/03/26/divine-divane-visioni-cinema-porno-0811-69/ Thu, 26 Mar 2015 22:00:45 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21380 di Dziga Cacace 

Scrivere è avere torto tutto il tempo. 

ddv6900767 – L’immondo Quella villa in fondo al parco, commesso da Giuliano Carnimeo, Italia 1988  Una disperata serata anni Novanta a casa di amici: non ricordo se si trattasse di una Vhs a noleggio o di una drammatica messa in onda di qualche tivù privata; ricordo però che questo film ci era sembrato agghiacciante, una puzzonata insostenibile al di là del bene e del male. E oggi confermo: una schifezza unica di cui trovate ampia e imbarazzata documentazione in Rete (anche sotto il titolo per il mercato estero Rat Man per [...]]]> di Dziga Cacace 

Scrivere è avere torto tutto il tempo. 

ddv6900767 – L’immondo Quella villa in fondo al parco, commesso da Giuliano Carnimeo, Italia 1988 
Una disperata serata anni Novanta a casa di amici: non ricordo se si trattasse di una Vhs a noleggio o di una drammatica messa in onda di qualche tivù privata; ricordo però che questo film ci era sembrato agghiacciante, una puzzonata insostenibile al di là del bene e del male. E oggi confermo: una schifezza unica di cui trovate ampia e imbarazzata documentazione in Rete (anche sotto il titolo per il mercato estero Rat Man per la regia di Anthony Ascot). Dunque: siamo a Santo Domingo e un pochissimo plausibile scienziato sudato che ogni tanto blatera di DNA si vanta di essere riuscito a fecondare una scimmia col seme di un topo. Ne è nato un ominide peloso come Lucio Dalla, alto come Pupo e simpatico come Povia (non so perché queste similitudini musicali, m’è venuta così) che squittisce e ha ansia di sangue, bastandogli un’unghiata per metterti fuori combattimento con leptospirosi fulminante. Il Nobel de noartri tiene l’essere bestiale (che è un nanetto vero, porello) in un tugurio zozzissimo, chiuso in una gabbia per canarini, ma dopo due minuti di film, con montaggio serrato di tre pose emblematiche, sappiamo che la gabbia è vuota e il mostrillo è on the hunt. Farà infatti strage di modelle e accompagnatori e il finale sospeso ci fa capire che la faccenda potrebbe interessarci da vicino, prima o poi. Cast di facce ridicole assortite, su cui spiccano le due bellone che dovrebbero dare qualche brivido osé. Ma Janet Agren è fisicamente in disarmo: inoltre scomposta nelle scene horror e partecipe come un gesso pompeiano nelle altre. Eva Grimaldi, con due sopracciglia nere tipo Elio, si distingue invece per l’interpretazione di 5 minuti di doccia insaponata con mugolamenti insensati (va bene il caldo e l’umidità di Santo Domingo, ma mugolare?) e poi per l’epico confronto con Rat Man stesso, campionario di urla, strepiti e pianti che paradossalmente sono una delle cose migliori di questo supposta pellicola, “supposta” nel senso che lo spettatore capisce subito dove la prenderà. Non conosco classifiche di sorta ma Quella villa in fondo al parco (titolo coerente con la trama e tutto il resto: non significa niente!) è per conto mio imbattibile nella categoria delle cagate: qui siamo oltre l’evacuazione diarroica o a spruzzo, qui siamo alla sublimazione della materia fecale, questo film fa cagare a vapore. (Dvd, marzo ‘10)

ddv6902768 – Glorioso, imperfetto e sincero Inglourious Basterds di Quentin Tarantino, USA 2009
Che film sublime e bizzarro! Non saprei che altro dire di una vicenda che riscrive la Storia senza pudori, mescola dramma e divertimento e ha diversi momenti grandiosi e qualche inciampo (il capitolo 2) ma comunque, sempre, ti stupisce, nel bene come nel male. La cinematografia è di livello altissimo: gli attori, i colori saturi della fotografia, la generale ricostruzione d’epoca o il clamoroso film nel film. Ed è un’opera, questa, che dice dell’amore per il cinema che ha Tarantino: è uno col vizio di fare il coglione vantando ammirazione per fetecchie astronomiche ma che poi, mettendo in scena, fa capire che è sì un cazzone, ma di gusto estremo e raffinatissimo, che fotografa la splendida Mélanie Laurent come se fosse Marlene Dietrich e che non ha imbarazzi a mettere a fianco Cenerentola e la Riefenstahl, navigando nel kitsch con estrema consapevolezza. E che sa parlare al cinéphile come allo spettatore cane e che questo spettatore cane lo costringe a ritmi e dialoghi che nei blockbuster di oggi sarebbe difficile trovare. Nel cinema di Quentin ci sono anche le parti che fan prudere le mani, ovviamente: discorsi che non portano a nulla, strizzate d’occhio irritanti, comparsate di cinematografari stazzi, citazioni a go-gò per darsi un tono, ma c’è anche l’impresa che ormai osano in pochissimi di fare un cinema diverso, inaspettato, ma inclusivo, che non esclude per censo e cultura, ma abbraccia il pubblico. Magari in quella maniera un po’ fastidiosa che ha il cagacazzi pazzerello della compagnia. Ma che comunque, alla fine, trasmette un calore. Oh, a me ‘sto film è piaciuto. (Dvd; 1/3/10)

ddv6903769 – L’inferno di Gomorra di Matteo Garrone, Italia 2008
Ad un mese dall’ultimo film, interrompiamo il black out con un altro Dvd. Nel frattempo – devo rendervene conto – mi son concesso un Inter – Genoa epico come un film di John Ford. Non andavo allo stadio a vedere una partita di calcio dal 1987 e l’occasione s’è rivelata eroica come la difesa di Alamo: il Genoa rinchiuso nel fortino, a resistere agli attacchi abbastanza stracchi dell’Inter. Solo che NOI non abbiamo capitolato. Vista la temperatura siberiana, ero conciato così, con l’abbigliamento rossoblù opportunamente occultato per timore dei tifosi interisti: mutandoni da Gino Bramieri, calzamaglia della North Pole da missione artica, maglietta genoana ufficiale da trasferta in puro acrilico a scintillante contatto pelle (i calciatori le portano attillatissime, figuratevi come sta addosso a me), calzettoni ufficiali sintetici a traspirazione impedita, magliettone in cotone a maniche lunghe di merchandising non ufficiale, camicione di velluto, sciarpa grigia, guanti esquimesi, pantaloni cargo. A fine vestizione ero già in un bagno di sudore e avevo oggettivi problemi di deambulazione, plastico come l’omino della Michelin. Però in tribuna son stato benissimo, seppur attento a non proferire parole che tradissero la mia fede calcistica. E dopo questo epico film, ho visto qualcos’altro, in questo mese? Ho perso Shutter Island all’Orfeo, perché le proiezioni sono tutte in contemporanea alle 20 e non esiste lo spettacolo delle 21 (poi dici la crisi… dei cervelli, sì). Comunque ci son girate le balle (anche perché da stupidi non avevamo controllato prima la programmazione) e siam tornati a casa. Lì abbiamo provato ad affrontare il celeberrimo steampunk nipponico a cartoni animati Steamboy, vagamente infantile, e all’ennesimo sbuffo di Barbara e alla provocazione “…e perché non ci guardiamo Belle e Sebastien?”, abbiamo mollato il colpo. E abbiamo optato per l’impegno: Gomorra, colpevolmente perso in sala. Dal testo di Saviano sono prese cinque storie (non ne sono sicurissimo, dovrei ricontrollare), adattate per poter dipingere l’affresco su cosa sia la Campania in mano alla camorra: un inferno in terra. Garrone ha saputo mettere in scena una vitalità disperata, che sogna la libertà. Da quella autentica, pulita e sincera, a quella di chi non vuole più obbedire a nessuno e sceglie di diventare prepotente a sua volta. E le aspirazioni si mescolano al culto di Scarface o a quello, esasperato, del corpo (la manicure, il piercing, l’abbronzatura); e ancora il cibo, l’abbigliamento, l’esibizionismo, le armi (gli AK 47), le moto… parziali ricompense o illusori compiacimenti per chi sa di essere condannato a non avere altro. Attori presi dalla strada diretti benissimo: il solo che finge – e che non è quello che fa credere di essere – è Servillo, l’unico attore con una faccia riconoscibile. Stile da cinema-verità, tanta camera a spalla (del regista), luci naturali, facce antiche o freschissime, montaggio nervoso e un gusto iconico che rende tragiche e belle anche le Vele di Scampia. Forse c’è un po’ di freddezza: le didascalie finali servono da monito, ma allontanano anche dal pathos del racconto. Però, nulla da dire: bel film, importante, direi riuscito. (Dvd; 28/3/10)

ddv6904770 – Il divo di un fiammeggiante Paolo Sorrentino, Italia/Francia 2008
Niente male, questo Sorrentino, sai? E cresce film dopo film. Qui individua un modo originale per raccontare il divo Andreotti: in chiave onirico-fantastica, con ampie porzioni di reale ma trasfigurate dall’invenzione plastica. Non si scade così né nel film di denuncia para-televisivo, né nel documentario e ne viene fuori un’opera che sembra un sogno, o un incubo, quello del sonno che l’Italia sta ancora dormendo e, immagino, mai smetterà di dormire. Il film si apre con un Andreotti/Hellraiser, che prova a combattere il mal di testa con l’agopuntura. Non è un caso, così come la caratterizzazione di Servillo – al limite della macchietta – dei movimenti del Gobbo, che più di una volta sembra il Nosferatu di Murnau: spalle strette e passo fluido come se lo stessero trascinando su un carrellino. La messa in scena è elegantissima, la fotografia predilige le atmosfere buie (Bigazzi, molto bravo), le grafiche danno un tocco inventivo. I protagonisti sono tutti notevoli nell’assecondare questo clima esasperato, teatrale, gelido, dove i pochi momenti di calore sono affidati ai rapporti con le donne, come l’umanissima moglie di Andreotti. Il film finisce all’improvviso e potrebbe continuare a lungo, ma Sorrentino è così: ti spiazza continuamente. Scegliendo punti di vista originali, tagliando le scene quando meno te l’aspetti o musicandole con temi razionalmente incongrui ma perfetti (i Trio con Da Da Da o la Pavane di Fauré). Film premiato a Cannes e ben accolto all’estero. Ecco: ma un’opera così, a cosa serve? Glorifica il soggetto? Insegna, a chi non la conosce, la sua storia? Fornisce nuove chiavi di interpretazione? Boh, so solo che Andreotti, vedendosi così raccontato, s’è molto molto offeso e voleva querelare: povera stellassa dall’animo sensibile. (Dvd; 1/4/10)

ddv6905771 – Oooh, finalmente La prima cosa bella in sala, da tanto, di Paolo Virzì, Italia 2010
Dopo non so quanti mesi torno finalmente al cinema assieme a Barbara. Tra tanta offerta spingo per una commedia che mi faccia frignare a dovere, m’aggia a sfuga’. Tutti m’han detto della qualità lacrimatoria dell’ultimo Virzì e la scelta è presto fatta, anche perché al cinema Ariosto c’è il geniale spettacolo delle 21, che consente di mangiare prima della visione, a orari decenti (nella fattispecie compio un attentato al mio colesterolo in un ristorante cinese lì vicino). Stefania Sandrelli oggi e Micaela Ramazzotti ieri sono la stessa bella ragazza, Anna Michelucci, che ha fatto girare la testa a tanti e tanto ha amato, punita e trattata male dalla vita perché ai ricatti maschili invece non ha ceduto. Trattata quindi da zoccola perché zoccola non era realmente (o perlomeno così l’ho vissuta io, ma il dibattito è aperto col pubblico maschilista che se hai la minigonna, allora, un po’ mignotta lo sei) e il figlio Bruno deve fare i conti con quanto ha creduto per tutta la sua esistenza, ora che mamma sta morendo. La prima cosa bella ha un bel narrare, con alcune astuzie e alcuni difetti (la scena finale che viene anticipato troppe volte, l’intreccio iniziale un po’ farraginoso). Però funzionano il passaggio dal passato al presente, con continui tranelli allo spettatore, ed è riuscito l’affresco familiare, grazie anche ad attori ben diretti e in parte. Certo, Mastandrea fa un po’ sempre la stessa parte, in minore, sottraendo, però è intenso e credibile ed è brava anche Claudia Pandolfi e tutto il cast di contorno. Inoltre il ricatto sentimentale della vicenda è punteggiato da battute azzeccate, cosa che amplifica il groppo emozionale: io praticamente piangevo a calde lacrime già da metà primo tempo. Per me un buon film, sniff sniff. (Cinema Ariosto, Milano; 3/4/10)

ddv6906772 – Cla-mo-ro-so Soy Cuba del Genio Mikhail Kalatozov, URSS/Cuba 1964
Bimbe e Barbara via per le vacanze di Pasqua. Io rimango nella città vuota a lavorare, ma la sera festeggio con il cinema che mi è altrimenti precluso: un bel sovietico! Trattasi di un caso particolare: film commissionato dall’URSS per celebrare i nuovi alleati rivoluzionari cubani, realizzato da Kalatozov e poi nascosto al pubblico per trent’anni. Riscoperto – tra gli altri – da Coppola e Scorsese, infine distribuito su scala mondiale. Attraverso quattro storie individuali si ripercorre il cammino del popolo cubano verso la libertà, ma non è cinema di propaganda. È cinema di poesia, lirico, struggente, con un passo narrativo che è esattamente figlio di quegli anni Sessanta e che oggi provocherebbe gran moria di spettatori in sala. La fotografia, abbacinante, nitidissima e straniante per l’uso di un grandangolo estremo, ricorda quella del cinema-verità: Soy Cuba è girato con una Eclair che sta in mano all’operatore come oggi una handycam da due soldi e questa leggerezza produttiva consente l’impensabile: movimenti di camera vertiginosi, primi piani in faccia ai protagonisti, punti di vista impossibili, la camera che rasenta il terreno, poi si eleva per quattro piani di altezza nel centro dell’Avana, poi attraversa una casa e infine vola per le strade. Se uno non lo sa – come credo chiunque che non abbia guardato prima i contenuti speciali del film – si chiede: ma come cazzo avranno fatto? Kalatozov doveva avere degli operatori incredibili, inventivi e coraggiosi perché tutto il film è composto da scene dove la tensione è data non solo dalla storia, ma dal tuo esserci in mezzo, realmente: tra le fiamme, in una sparatoria, colpito dall’acqua degli idranti o in mezzo a chi festeggia la vittoria della Rivoluzione. Semplicemente incredibile. Certo: lo consiglio a una percentuale irrisoria della popolazione cinefila, ma è realmente un masterpiece, nascosto per anni proprio per la sua natura ostica. Volevano la Retorica, ebbero la Magia e la Poesia, qualcosa che il Potere non è mai in grado di capire. (Dvd; 4/4/10)

ddv6907773 – Anarchia, Godard e Tognazzi: La vita agra di Carlo Lizzani, Italia 1964
Luciano Bianchi viene a Milano con la ferma convinzione di fare il botto e vendicarsi della società che ha lasciato morire 43 minatori per risparmiare sui costi di sicurezza. Ma la metropoli lo ammalia, lo seduce, lo spegne. Luciano diventerà un affermato creativo pubblicitario e addio sogni dinamitardi. Cominciamo col dire che tantissimi – critici e supposti storici – non fanno altro che ripetere che vuole far brillare il Pirellone. Non è vero: il “torracchione” del romanzo qui è illustrato visivamente con la Torre Galfa. Tiè, pelandroni. Comunque il protagonista – con la faccia splendida di Tognazzi – si trascina tra tradimenti coniugali, licenziamenti, traduzioni e afasia. Nel film di Lizzani è tutto rimontato in modo narrativamente funzionale e c’è l’esito di cui ho già detto, invece nell’opera letteraria rimane tutto felicemente vago. Le due cose non sono in contraddizione e trovo che sia film che romanzo funzionino a modo loro. La vita agra su pellicola non è forse un capolavoro tout court come alcuni proclamano (ma l’entusiasmo giustifica rassegne, pubblicazioni, curatele etc.; dev’essere dura fare il critico di mestiere, eh?), ma è comunque una pellicola molto buona, col difetto forse di non decollare veramente mai, interpretando perfettamente, però, il senso d’attesa del testo di partenza. Tognazzi mi pare meno incazzato di Bianciardi, più malinconico e angosciato che sanguigno. E il film si trascina un po’ come lui, vittima degli eventi piuttosto che motore. Comunque qui ci sono cose che all’epoca dovevano essere veramente hard, come il rapporto extraconiugale con la splendida Giovanna Ralli. E anche la critica alla società dei consumi e alla persuasione occulta erano argomenti molto lontani dal pubblico. La vita agra – tra nouvelle vague, commedia all’italiana e aspirazioni politiche – allora scontentò tutti, chi voleva la ghignata feroce e chi l’urlata ribelle, ma è un film affascinante nella sua leggera imperfezione, nell’essere talmente avanti da non poter essere subito compreso, e non lo si dimentica facilmente. Bello! (Dvd; 5/4/10)

ddv6908774 – Mmh… sì, ma non esageriamo: Il profeta di Jacques Audiard, Francia 2009
“Capolavoro, capolavoro, capolavoro”. Ogni film che vedo, ormai, è accompagnato da questo ritornello degli amici o di mio padre, un mantra che viene recitato sgranando rosari e per dare un senso alle proprie visioni. Io invece faccio la volpe e l’uva e mi fa tutto schifo. Prima di vederlo, perché poi, dopo, assolvo sempre. Questo Profeta l’ho affrontato dopo il bombardamento psicologico di tantissimi entusiasti e l’ho trovato bello, sì, decisamente, ma capolavoro non direi. È un’analisi entomologica dell’ambiente carcerario, con le regole che fanno di te vittima o padrone, indifferentemente che tu stia dentro o fuori. Bravissimi attori, musiche inaspettate, qualche svisata surreale poco riuscita, fotografia un po’ anonima, pochi palpiti umani di vera compartecipazione, secondo me. Bella storia, insomma, ma il mio cuore è da un’altra parte. E poi mezz’ora di troppo, dài. (Cinema Ariosto, Milano; 10/4/10)

ddv6910775 – Attenzione, perché Anche i nani hanno cominciato da piccoli di Werner Herzog, Repubblica Federale Tedesca, 1970
I nani sono cattivi. Ce lo ha detto De André, lo ha ricordato Randy Newman, mostrato Freaks e confermato quello di Arcore, da una ventina di anni a questa parte. Ma prima di tutti è stato Herzog a fare un triplo carpiato regalandoci una visione dantesca della società, dove tutti sono nani. E cattivi, cattivi proprio. Perché tutti siamo nani. E probabilmente malefici, col “cuore troppo vicino al buco del culo”. Il film, fin da subito, ti spiazza: è in atto una rivolta, ma non si capisce bene dove: prima pensi che sia un istituto per nani, poi una colonia penale (ma solo per nani?!?) e poi ti rendi conto che – appunto – tutti sono nani, ma che vivono in un mondo fatto a misura d’uomo. Per cui non torna un cazzo! Ed è evidente che la “normalità”, la scala a cui vivono i non-nani, è il pericolo, è la difficoltà di vivere e basta. La rivolta degenera e il termine “degenera” non rende l’idea di cosa Werner riesca a mettere in scena, una sinfonia dell’orrore (e attenzione, non dell’horror, che è una metafora nel migliore dei casi, una pagliacciata negli altri e presuppone un patto con lo spettatore; no, qui c’è l’orrore della realtà, a cui lo spettatore non è pronto perché ci vive già in mezzo). Girato nella spettrale e vulcanica Lanzarote, tutto è ostile e tutti sono ostili, nel tentativo di ritagliarsi uno spazio di momentanea felicità o anche nella semplice illogicità della violenza: tutti contro tutti, anche contro la natura, tesi a sopraffare il più debole, uomo, pianta o animale che sia. La gioia della violenza non è più riservata solo ai “grandi”, altro che compassione, anzi: con la nostra umile statura abbiamo qualcosa in più da far pagare alla Vita tutta. Galline che si scannano o che si contendono un topo morto, sordociechi vessati crudelmente, alberi abbattuti per puro compiacimento distruttivo, una scimmia crocefissa, un maiale preso a bastonate (vere), un cammello che non riesce a sedersi, le uova rotta senza motivo, le piante bruciate, tra risate agghiaccianti e idiote e voci chiocce. Scene lunghe, poco montaggio, sguardi frequenti in macchina dove leggi il “…ma posso davvero?!?” degli attori, chiamati a sfasciare tutto o il “ma sei pazzo?” di chi rischia di pigliarsi un piatto in testa. Il film è una rivolta contro le istituzioni, il buon gusto, la buona creanza, la natura, la tecnica, la religione, la logica. Perché l’uomo è così e il regista tedesco non ha dubbi né speranze che si redima. Ti costringe a guardarti in faccia e ribalta le tue convinzioni e convenzioni, ipnotizzandoti con una macchina che gira a vuoto in un cortile, in un carosello folle dove nulla viene risparmiato. Girato con due lire, allucinante, blasfemo, illogico, brutale e inquietante, il film potrebbe anche durare la metà, ma la fatica fa parte del prezzo del biglietto. Insomma: esattamente divertente non direi, ma salutare sì. P.s.: dopo un film così ti piglia un’inspiegabile frenesia di vedere altro Herzog. Due anni fa ero alla Fnac con la stessa voglia. Cerco tra i Dvd: nulla, tutto esaurito all’improvviso. Chiedo spiegazioni, incredulo, a un commesso che mi dice: “Tre giorni fa Herzog era ospite da Fazio, il giorno dopo abbiamo venduto tutto. Tutto”. La televisione… (Vhs da RaiTre; 28/4/10)

ddv6911776 – The Boat That Rocked di un furbetto, Gran Bretagna 2009
Sarà che nell’ultimo mese ho assunto perlopiù puntate di Heidi a rullo continuo (e mica male, sai?), e una fetecchia come questo I Love Radio Rock (titolo ruffiano italiano) l’ho visto fin volentieri. Racconta in maniera pesantemente edulcorata l’odissea di una fittizia radio pirata che avrebbe trasmesso dalle acque del mare del Nord, rifacendosi all’esperienza delle varie emittenti che alla fine degli anni Sessanta contrastavano il monopolio della BBC. Qui ci si mette di mezzo anche il governo e tutto è swingin’ London, gonne a fiori, amore libero, lotta ai matusa che hanno paura dei capelli lunghi e altre piacevolezze e luoghi comuni. La musica è chiaramente bellissima, ma sarebbe stato difficile sbagliarsi. Gli attori sono discreti e la ricostruzione d’epoca è oleografica e dolciastra senza offendere granché. La regia sbrodola e da tre ore di montaggio (più che una saga, una sega) il film è stato portato a due, con ulteriori tagli per l’edizione nordamericana. Tutto ciò non ha evitato un bel flop, che il pubblico d’accordo che si beve tutto ma alla coprofagia c’è un limite: si parte decentemente per approdare ben presto alla commedia stupidina, ricca di episodi che divertono senza però lasciare niente di memorabile. Il team produttivo, del resto, è quello di Notting Hill e Quattro matrimoni e un funerale (e alla regia c’è tale Richard Curtis) filmetti scioccherelli per uditorio boccalone. Nel quale mi metto volentieri, anche se qui – dopo un po’ – non se ne può più di amori, liti, rappacificazioni, sfide e altre corbellerie, come se il tenore della commedia autorizzasse qualsiasi stronzata. L’unica cosa decente, tra le tante furbate a buon mercato, è il dubbio che rimane sulla reale identità del protagonista, un diciottenne cacciato da scuola e mandato per punizione dalla madre sulla nave pirata di Radio Rock, spunto narrativo che già mette in chiaro che siamo nell’irrealtà pura. Il film è ruffiano, abbastanza ritmato, colorato e nostalgico come sanno essere gli inglesi. E nella storia che diventa farsa, ognuno di noi può trovare una scintilla che gli faccia battere ancora il cuore per il rock. No, forse no… ma adesso – scusate – torno a vedermi Heidi. (Dvd; 26/5/2010)

ddv6912777 – Lo splendido Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, Italia 2005
Seratina dedicata al cine divanato, anche se stasera sarei pure uscito, ma avevo la spina dorsale ridotta come i pezzi del Jenga e il culo rotto, color dell’arcobaleno come quello dei babbuini: non posso negare che la bicicletta abbia effetti immediati sulla tua salute. A Barbara un po’ timorosa propongo un film che è diventato qualche anno fa un piccolo caso, grazie alla pervicacia del cinema Mexico di Milano che ha insistito a proiettarlo per mesi, finché il passaparola e qualche critico sveglio (ci sono) ne hanno sancito la consacrazione. Io rimandavo e per vederlo in sala ho fatto troppo tardi. Il Dvd è il giusto rimedio e confermo: Il vento fa il suo giro è realmente un piccolo capolavoro, umile, pulito, senza sbavature. Un film che se l’avesse fatto un macedone, i critici onanisti si sarebbero strappati le vesti. Mentre siccome lo dava una piccola sala indipendente: boh, roba da studenti pulciosi, troppo poco glamour. E invece questo apologo sull’egoismo e sulla morte della comunità umana è molto più politico (e al contempo poetico) di tanto cinema finto-impegnato, zeppo di proclami ma senza un’idea al di là degli slogan. Qui si racconta cosa sia il leghismo senza mai dire la parola Lega, come riemerga quel fascismo interiore sempre vigile nell’italiano medio, attaccato al denaro e alla paura che un diverso te lo porti via. Succede in due ore che vanno via come un siluro. Attori dalle facce interessanti, montaggio coerente e fotografia digitale ottima, con una propria qualità cromatica non da poco. La dignità produttiva è dovuta – oltre che all’intelligenza della regia – anche all’aiuto di tantissimi, debitamente ringraziati a fine pellicola (spicca un grazie “per la Kangoo bianca”). Ovviamente il film non ha vinto un David di Donatello perché al posto di vedere un’opera degna come questa, chi votava era in terrazza a spartirsi futuri finanziamenti e bersi un drink, ché i premi, tanto, erano già spartiti. Addavenì la Rivoluzione Culturale, quella cattiva, però. (Dvd; 31/5/10)

(Continua – 69)

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