Giorgia Meloni – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 26 Jan 2026 21:00:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 A proposito del Manifesto di Ventotene https://www.carmillaonline.com/2025/03/20/lanno-degli-anniversari-1941-2021-manifesto-di-ventotene/ Thu, 20 Mar 2025 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68587 di Sandro Moiso

[Poiché si ritengono tutte le forze politiche rappresentate in parlamento ugualmente nemiche della lotta di classe e amiche del partito della guerra e vista la bagarre scatenatasi in quell’aula nei giorni scorsi, a seguito delle parole di Giorgia Meloni e l’uso opportunistico e guerrafondaio fatto del Manifesto di Ventotene dalla cosiddetta sinistra liberal-democratica “europeista”, si è scelto di ripubblicare un intervento sullo stesso tema già apparso su Carmilla nell’ottobre del 2021. S.M.]

Ad agosto (2021) ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento [...]]]> di Sandro Moiso

[Poiché si ritengono tutte le forze politiche rappresentate in parlamento ugualmente nemiche della lotta di classe e amiche del partito della guerra e vista la bagarre scatenatasi in quell’aula nei giorni scorsi, a seguito delle parole di Giorgia Meloni e l’uso opportunistico e guerrafondaio fatto del Manifesto di Ventotene dalla cosiddetta sinistra liberal-democratica “europeista”, si è scelto di ripubblicare un intervento sullo stesso tema già apparso su Carmilla nell’ottobre del 2021. S.M.]

Ad agosto (2021) ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento ideale dell’attuale Unione Europea.
Peccato, però, che a leggerne anche soltanto alcune pagine, guarda caso poste proprio all’inizio dello stesso, la narrazione europeista autorizzata non regga.

Il Manifesto, il cui titolo completo è “Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto”, fu infatti elaborato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nell’agosto del 1941, in piena seconda guerra mondiale, mentre i due antifascisti si trovavano confinati, insieme ad un migliaio di altri oppositori del regime, sull’isola di Ventotene, al largo di Formia.

L’autore principale fu Altiero Spinelli (1907-1986), che aveva iniziato la sua attività politica nelle file dell’allora Partito Comunista d’Italia e proprio per il suo ruolo di segretario giovanile dello stesso per l’Italia centrale era stato condannato nel 1927 a dieci anni di carcere e successivamente al confino, da cui fu liberato soltanto nel 1943 dopo la caduta “istituzionale” di Mussolini. Nel 1937, però, a seguito dei processi di Mosca e di una lunga riflessione sull’esperienza dello stato sovietico stalinizzato, era uscito da quello che era diventato il PCI.

Ernesto Rossi (1897-1967), che pure diede un importante contributo alla stesura del Manifesto, fu tra i fondatori e i principali animatori di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione e proprio attraverso gli scambi di idee con Spinelli, durante il periodo di confinamento forzato, divenne un sostenitore del federalismo europeo.

Idea di federalismo che, non dimentichiamolo, era nata e si era sviluppata proprio a seguito di quel secondo conflitto imperialista che stava macellando la gioventù europea e mondiale sui campi di battaglia ed era conseguenza non solo delle brame imperialiste delle potenze coinvolte, ma anche di un feroce nazionalismo che, in varie forme, aveva precedentemente finito con l’ingabbiare le stesse masse dei lavoratori.

Forse prendendo a prestito, almeno in parte, quell’idea di Stati Uniti d’Europa che Leone Trockij era andato sviluppando fin dal 19231, con l’intento di dar vita ad una federazione europea degli operai e dei contadini che desse una risposta concreta alle questioni più scottanti della rivoluzione europea, anche se nel 1915 lo stesso Lenin si era dichiarato contrario a tale parola d’ordine2, con argomentazioni che sarebbero poi in seguito state usate da Stalin per giustificare la teoria del “socialismo in un paese solo”.

Trockij, al contrario, era invece convinto che soltanto dall’unione tra le due parole d’ordine «governo operaio e contadino» e «Stati Uniti d’Europa» fosse possibile ingabbiare e controllare in chiave socialista quelle forze produttive capitaliste che superavano, già allora, il quadro nazionale degli Stati europei ed avevano costituito la vera forza motrice del Primo macello imperialista.

Proprio come la guerra rifletteva il bisogno di un ampio campo di sviluppo per le forze produttive compresse dalle barriere doganali, così l’occupazione della Ruhr, funesta per l’Europa e per l’umanità, riflette il bisogno di unire il ferro della Ruhr con il carbone della Lorena. L’Europa non può sviluppare la sua economia nelle frontiere doganali e statali che le sono state imposte dal trattato di Versailles. Essa deve abbattere queste frontiere, altrimenti è minacciata da una completa decadenza economica. Ma i metodi impiegati dalla borghesia dirigente per sopprimere le barriere che essa ha creato non fanno che aumentare il caos e accelerare la disorganizzazione.
L’incapacità della borghesia di risolvere i problemi fondamentali della ricostruzione economica dell’Europa si manifesta sempre più chiaramente di fronte alle masse lavoratrici. La parola d’ordine «governo operaio e contadino» va incontro a questa crescente aspirazione dei lavoratori a trovare una via di uscita con le loro forze. Ora, è necessario indicare in maniera più concreta questa via d’uscita: è la cooperazione più stretta tra i popoli d’Europa, l’unico mezzo per salvare il nostro continente dalla disgregazione economica e dall’asservimento al potente capitale americano3.

Messe da parte alcune considerazioni forse oggi superate sul tema delle “foze produttive” e del loro inarrestabile sviluppo, va qui compreso come in quelle poche righe già il leader bolscevico prefigurasse quelle che sarebbero state le conseguenze del trattato di Versailles prima e del secondo conflitto mondiale in seguito.

Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi si trovarono invece a scrivere in un periodo in cui erano fallite le speranze di un governo operaio e contadino europeo oppure di una federazione di governi di tal fatta, mentre Stalin si accaniva nella costruzione forzosa di un nuovo e potente capitalismo di Stato, non troppo diverso da quello rimesso in piedi da alleati ed avversari nel corso di quel devastante conflitto. Forse, fu proprio a partire da questa constatazione che, nella terza parte del Manifesto, Compiti del dopoguerra – La riforma della società, i due poterono affermare:

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione del giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia4.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica “routinière” per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachanovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio. Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

a) non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; ad esempio le industrie elettriche, le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (Es.: industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E’ questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

b) le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl’istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio, ecc.;

c) i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

d) la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

e) la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali 5.

E’ evidente che numerose affermazioni qui contenute potrebbero, oggi, essere ampiamente riviste, ma ciò non toglie che la domanda da porsi sia: cosa c’entrano il contenuto del Manifesto e le idee dei suoi estensori con l’Europa di Draghi (e oggi di Ursula von der Leyen), della guerra, del capitale finanziario e della BCE oggi celebrata proprio attraverso le sue pagine? Visto che l’Europa unita sognata all’epoca dai due estensori e, prima, forse anche da Trockij andava in una ben diversa direzione.

La prima domanda, però, deve essere accompagnata anche da un’altra: cosa c’entrano gli attuali difensori dello Stato-nazione e dei suoi sacri confini, in un contesto di capitalismo avanzato, col socialismo, il comunismo e la rivoluzione?


  1. Si veda L.Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, ora in L. D. Trockij. Europa e America (a cura di David Bidussa), Celuc Libri, Milano 1980  

  2. Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, «Sotsial-Demokrat» n. 44, 23 agosto 1915  

  3. L. Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, in op. cit., p. 100  

  4. Per i lettori che dovessero strabuzzare gli occhi davanti a tali affermazioni, occorre qui ricordare che tale principio era in linea con la Nep, la Nuova politica economica, con cui Lenin aveva cercato di rivitalizzare l’economia dell’U.R.S.S. al termine della devastante guerra civile del 1919- 1921, mentre la statalizzazione assoluta di ogni attività economica e proprietà fu alla base delle politiche staliniane di industrializzazione forzata e competizione economica sul mercato mondiale. – N. d. R. 

  5. Altiero Spinelli, Enesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Celid per conto del Consiglio Regionale del Piemonte, Torino 2001, Parte Terza: Compiti del dopoguerra- La riforma della società, pp. 24 – 26  

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Avanti barbari!/6 – L’Occidente e il capitalismo sono razzisti (l’Italia anche) https://www.carmillaonline.com/2024/10/02/avanti-barbari-6-loccidente-e-razzista-e-litalia-anche/ Wed, 02 Oct 2024 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84539 di Sandro Moiso

Anna Curcio, L’Italia è un paese razzista, DeriveApprodi, Bologna 2024, pp. 142, 16,00 euro

I popoli che vivono nelle regioni fredde e quelli europei sono pieni di coraggio e passione ma mancano di abilità pratiche e intelletto; per questa ragione, pur rimanendo in genere indipendenti, essi mancano di coesione politica e della capacità di governare gli altri. D’altra parte i popoli asiatici hanno sia intelletto che abilità pratica ma mancano di coraggio e forza di volontà; per questo essi sono rimasti in schiavitù e sottomessi. Il popolo ellenico, che occupa una posizione intermedia, è dotato di [...]]]> di Sandro Moiso

Anna Curcio, L’Italia è un paese razzista, DeriveApprodi, Bologna 2024, pp. 142, 16,00 euro

I popoli che vivono nelle regioni fredde e quelli europei sono pieni di coraggio e passione ma mancano di abilità pratiche e intelletto; per questa ragione, pur rimanendo in genere indipendenti, essi mancano di coesione politica e della capacità di governare gli altri. D’altra parte i popoli asiatici hanno sia intelletto che abilità pratica ma mancano di coraggio e forza di volontà; per questo essi sono rimasti in schiavitù e sottomessi. Il popolo ellenico, che occupa una posizione intermedia, è dotato di tutte queste qualità e perciò ha continuato ad essere libero, ad avere le migliori istituzioni politiche e a essere capace di governare per mezzo di una sola costituzione. (Aristotele – Politica)

Come rende evidente l’epigrafe, il razzismo su cui si fondano l’Occidente e i suoi ideali filosofici e politici è cosa di vecchia data considerato che il brano di Aristotele appartiene al settimo libro della Politica e, come il suo autore, al IV secolo avanti Cristo. La scrittura alfabetica era invenzione recente (V secolo), ma già era utilizzata per marcare la differenza tra chi era civile e ben governato e tutti gli altri popoli che, nel greco antico, erano definiti come βάρβαρος. bárbaros ovvero barbari.

Saranno poi degli ex-barbari a “civilizzare” gran parte del continente europeo partendo dalla città dei sette colli e giungendo ai margini di quelle aree nordiche e orientali che delimiteranno con un limes: di qua la civiltà mentre chi fosse al di là sarebbe stato definito questa volta come barbarus.

Di tutti questi passaggi, che poi andranno avanti ancora per un millennio e più prima di giungere alla tanto decantata Europa dalle radici cristiane da cui deriverebbero le magnificenze politiche e ideali dell’attuale, non si potrebbero contare ancora oggi le stragi di popoli “altri” interni al continente e di eretici e di ribelli all’ordine delle leggi, delle lingue, della divisione delle ricchezze imposte dai popoli civili e superiori per ordinamento sociale e statuale.

Sono passate e defunte quelle civiltà, ma il senso di superiorità razziale e di classe che avevano portato con sé nel corso dell’opera di civilizzazione non è ancora scomparso e rappresenta, forse, ancora il prodotto più durevole di epoche considerate “classiche”. Certo, l’idea che permetteva di trarre in schiavitù interi popoli, o almeno quel che ne rimaneva dopo l’opera educativa della civiltà greco-romana, non aveva ancora pretese scientifiche come invece sarebbe accaduto a partire dal XVIII e dal XIX secolo, quando l’espansione occidentale del concetto di impero avrebbe letteralmente falcidiato società, popoli, culture prima di integrarli nel mercato mondiale sviluppatosi a partire dal ’500.

Anna Curcio, con il suo testo appena pubblicato da DeriveApprodi, fa riflettere i lettori sui concetti di razza e razzializzazione attraverso gli eventi che li hanno definitivamente fondati e che vanno, in sintesi, dalle leggi approvate nella Virginia del 1600 fino al finto anti-razzismo di tanta intellettualità liberal di oggi. E lo fa tenendo come centrale la riflessione di come quello di razza non sia soltanto indissolubile da quello di classe, ma anche di come tale concetto abbia prevalso nell’organizzazione socio-economica di un paese, l’Italia, che si ostina, soprattutto a sinistra, a ritenersi come tutt’altro che razzista, anzi un paese di brava gente. Gli italiani appunto.

L’opera può essere affiancata ad altre già pubblicate in Italia, come quelle di Houria Bouteldja1 e di Tommaso Palmi2, ma ha il grosso pregio di riportare il dibattito nello specifico dell’Italia contemporanea, proprio mentre i fatti recenti, come quelli legati alla recente visita del primo ministro laburista Starmer, durante la quale la “destra di governo” di Giorgia Meloni e la “sinistra di governo” inglese si sono date la mano sulla pelle dei migranti e sulle modalità da adottare per il loro “respingimento”, confermano l’allineamento di posizioni politiche che solo per motivi elettorali e mediatici possono essere presentate come “nemiche”.

Motivo per cui, nel recensire un libro che con dovizia di particolari e dati approfondisce il tema dello sviluppo e dell’affermazione del discorso razziale in Italia, dalle sue origini nell’Italietta coloniale e liberale seguita all’unificazione nazionale, attraverso la Grande Crisi e il Fascismo, per proseguire con un ambiguo dopoguerra e fino agli attuali “fasti razziali” riconducibili alle conseguenze della globalizzazione e delle grandi migrazioni in atto, sembra importante sottolineare come il tema del razzismo non sia mai disgiunto da quello della svalutazione e repressione della forza lavoro, sia che si trattasse dei lavoratori provenienti dal Sud del paese negli anni successivi al secondo conflitto mondiale oppure che si tratti della attuale forza lavoro migrante.

Cui fa da corollario l’attenzione rivolta, come si è già accennato più sopra, alla falsità di un discorso anti-razzista in cui alla mera assistenza solidale, mirata soprattutto all’integrazione nel sistema degli immigrati “buoni”, si affianca un discorso liberale che separa nettamente il discorso della forza lavoro da quello della sua razzializzazione o, per meglio dire, della “razza” dalla “classe”.

Prendendo a spunto un editoriale comparso nel 2014 sul «Corriere della sera», l’autrice sottolinea come «prendere la parola contro il razzismo vuol dire soprattutto combattere lo sfruttamento e la precarietà di tutti i giorni»3. Mentre un noto docente universitario, dalle pretese etiche liberal-progressiste, nel difendere l’editoriale di cui era stato autore, sosteneva che quell’articolo non «riguardava certo i profughi» ma «i flussi di forza-lavoro». Confermando così con quella dichiarazione, anche se fino a quel momento era stato possibile non vedere e lasciarsi distrarre dalle necessità immediate dei salvataggi in mare o dell’uso indiscriminato dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), come l’ordine del discorso potesse assumere una forma più esplicita e problematica. Rivelando come la matrice di fondo del discorso di tanta parte dell’accademia e degli operatori dell’informazione consistesse semplicemente in una sorta di separazione della “pula del razzismo” dal “grano della condizione di classe” e dell’organizzazione del lavoro.

Per i profughi non vale la pena sprecare analisi sulle pagine di un prestigioso quotidiano, basta un po’ di pelosa compassione e lacrime di coccodrillo da sfoggiare all’indomani di stragi sempre annunciate; quella della forza lavoro è invece una materia ben più sostanziale e, a differenza di quattro straccioni tutelati dalle leggi internazionali, chiama in causa l’organizzazione del lavoro e dei rapporti sociali di produzione e riproduzione. Il razzismo […] non è un vizio ideologico […] né una patologia sociale che colpisce la classe dirigente nella crisi, il razzismo è un potente dispositivo di organizzazione delle nostre società, fondamento della stessa razionalità del capitale4.

Una logica, ripresa nell’editoriale in questione e nelle repliche alle critiche pervenute dal movimento, soprattutto bolognese, degli studenti universitari, che si prodiga nella costruzione di “differenze”, invocando “interventi selettivi” in materia di immigrazione:

per lanciarsi poi a stabilire una gerarchia tra migranti buoni e migranti cattivi. Dove i buoni sono quelli che si integrano, quelli che sono disposti ad annullare la propria identità sociale e culturale sullo sfondo del primato della whiteness e di un sistema di relazioni verticali costruito dentro le gerarchie della razza. Quelli, soprattutto, che accettano senza batter ciglio forme feroci di sfruttamento sul lavoro, dequalificazione e marginalizzazione5.

Un discorso fondamentalmente razzista, perché mette a lavorare la razza:

che come ci insegna Frantz Fanon non è un attributo biologico ma una costruzione sociale e discorsiva orientata alla marginalizzazione e discriminazione «di un gruppo di uomini da parte di un altro», per costruire segmenti segregati e tra loro in competizione della forza-lavoro. Tanto più resisti all’assimilazione e combatti lo sfruttamento tanto più sei cattivo, destinato ad occupare le posizioni sociali e produttive più precarie, peggio retribuite e maggiormente dequalificate […] Per questo la strategia degli intellettuali neoliberali, in questo paese e non solo, è sempre quello di alzare una cortina fumogena che fa perdere di vista la realtà, che permette di mescolare le carte e rendere indecifrabili le differenze tra «accoglienza» e «convenienza» del lavoro migrante […], tra profughi e «clandestini», tra migranti «buoni» e migranti «cattivi»6.

Una pratica, per molti versi, non troppo diversa dalla criminalizzazione di qualsiasi forma di resistenza di classe e delle forme più avanzate e radicali della sua teorizzazione. Lontana da quella convinzione di Karl Marx, contenuta nei testi sulla religione, spesso citati a sproposito e con intento puramente laico e borghese, secondo cui quello che interessa al proletariato internazionale e ai rivoluzionari non è togliere o aggiungere petali alle catene, ma spezzarle una volta per tutte.

Relegare il razzismo ad altri momenti storici o ad altre latitudini è senz’altro più conveniente che discuterlo nella sua attualità. Il presente ci parla di un sistema di sfruttamento diffuso e strutturale che il razzismo alimenta e rende possibile nelle sue differenti gradazioni. Un dispositivo intrinseco alla produzione capitalistica che riguarda tutte e tutti, razzializzati e non. Il razzismo è, detto altrimenti, la sintesi più infame e violenta di uno sfruttamento che tutte e tutti conosciamo e viviamo. E’ per questo allora che combattere il razzismo non è mera solidarietà ma una lotta comune che ci riguarda da vicino, forse a volte più di quanto crediamo7.


  1. H. Bouteldja, I bianchi, gli ebrei e noi, Edizioni Sensibili alle foglie 2017.  

  2. T.Palmi (a cura di), Decolonizzare l’antirazzismo. Per una critica della cattiva coscienza bianca, DeriveApprodi, Roma 2020.  

  3. A. Curcio, L’Italia è un paese razzista, DeriveApprodi, Bologna 2024, p. 89.  

  4. A. Curcio, op. cit., pp. 89-90.  

  5. Ibidem, p. 90. 

  6. Ibid. , pp. 90-91.  

  7. Ivi, p. 90.  

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Gli scheletri nell’armadio di Giorgia Meloni https://www.carmillaonline.com/2024/08/19/gli-scheletri-nellarmadio-di-giorgia-meloni/ Mon, 19 Aug 2024 19:45:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83883 di Pietro Garbarino

Giorgia Meloni e gli esponenti di maggior spicco del suo partito (FdI) non vogliono dichiararsi apertamente antifascisti ma ogni tanto, in singole occasioni e per evidenti motivi di opportunità e convenienza, esprimono qualche sporadica condanna delle stragi neofasciste (dicono proprio così) degli anni ’70 dello scorso secolo.

Naturalmente lo fanno per cercare di prendere le distanze rispetto ad una stagione ritenuta lontana e passata (ma il Presidente La Russa era già grandicello e già ben attivo), tuttavia ancora qualcosa non quadra in quelle “spontanee” dichiarazioni precauzionali. Ma cosa?

Non vi è il minimo dubbio che il Movimento Sociale [...]]]> di Pietro Garbarino

Giorgia Meloni e gli esponenti di maggior spicco del suo partito (FdI) non vogliono dichiararsi apertamente antifascisti ma ogni tanto, in singole occasioni e per evidenti motivi di opportunità e convenienza, esprimono qualche sporadica condanna delle stragi neofasciste (dicono proprio così) degli anni ’70 dello scorso secolo.

Naturalmente lo fanno per cercare di prendere le distanze rispetto ad una stagione ritenuta lontana e passata (ma il Presidente La Russa era già grandicello e già ben attivo), tuttavia ancora qualcosa non quadra in quelle “spontanee” dichiarazioni precauzionali. Ma cosa?

Non vi è il minimo dubbio che il Movimento Sociale Italiano fosse un partito politico che al fascismo si ispirava. Ne fanno fede numerosissime dichiarazioni dei suoi massimi esponenti, dalla fondazione di quella forza politica (avvenuta grazie al tanto esecrato regime democratico), sino al suo scioglimento, nel 1976, allorché esso si trasformò in “Alleanza Nazionale”, sotto la guida di Gian Franco Fini. Era quello un passaggio verso un partito certamente orientato a destra, ma definitivamente inserito nel sistema costituzionale e rispettoso dello stesso.

Il successivo passo, su impulso di Silvio Berlusconi, fu quello di una unificazione con il partito (azienda) fondato dall’ex Cavaliere, per dare luogo ad una nuova formazione politica, sempre rivolta a destra, ma ormai scevra da ogni sentimento nostalgico verso il passato regime mussoliniano. Però il “Popolo delle libertà” – così si chiamava la creatura politica sorta dall’incontro tra Forza Italia e A.N. – non durò a lungo per i contrasti ben presto insorti tra Berlusconi e Fini, e il loro divorzio diede luogo all’uscita di una consistente parte della componente già di A.N. (La Russa e Meloni compresi) che fondò il partito di FdI. Tale nuova formazione politica reintrodusse nel proprio simbolo la fiamma, che era stato da sempre l’emblema principale del MSI, e che rappresenta schematicamente l’odierna sepoltura di Benito Mussolini.

Ma, ciò che ha caratterizzato specificamente tale vicenda politica è stato il rifiuto, da parte dei fondatori, di proseguire un’esperienza politica certamente populista, ma di ispirazione politica neoliberale, e neo liberista in economia, sul modello di altri partiti della destra europea, quali i gollisti in Francia o i cristiano-democratici in Germania.
Il fatto è che tutti quei partiti, per collocandosi nella destra politica, si dichiarano apertamente antifascisti e antinazisti. Però, evidentemente i dirigenti di FdI non se la sono sentita di condividere quelle posizioni e per loro è stato indigeribile il fatto di schierarsi con coloro che hanno comunque combattuto, anche se da posizioni moderate e conservatrici.

Ma vi è di più.
Il Movimento sociale italiano è costantemente evocato e ricordato nelle manifestazioni politiche, interne, ma anche pubbliche di FdI. Nelle feste popolari di FdI viene sempre ricordato l’ex segretario del MSI Giorgio Almirante, brevemente omaggiato anche sul sito della presidenza del Consiglio di quest’anno, salvo poi avere cancellato l’encomio inopportuno.
Giova ricordare che Almirante ha sempre manifestato idee razziste, ha collaborato con la Repubblica fantoccio di Salò, ha definito la Repubblica democratica con l’appellativo di “bastarda”. Ma in FdI non ci si ferma ad Almirante.

Qualche tempo fa, a Brescia, è stata inaugurata una sede di FdI intitolata a Giuseppe Umberto Rauti, detto Pino.
Questi, anch’egli repubblichino, è da molte parti indicato come uno degli ispiratori dello stragismo neo fascista che dalla fine degli anni ’60, e per oltre un decennio, funestò l’Italia con sanguinosi attentati, provocazioni di ogni genere, e tentativi di stravolgere l’ordinamento costituzionale. Pino Rauti, fondatore nel 1956 di un gruppo estremistico di destra denominato “Ordine Nuovo”, fu collegato da sempre agli ambienti internazionali filo americani e atlantisti (cioè la NATO), organizzò per conto dei supremi comandi militari italiani convegni nei quali si teorizzavano le stragi di civili come strumento per combattere il “cancro della democrazia”, e scrisse, a pagamento, perfino un opuscolo per aizzare le forze armate a rivoltarsi contro lo stato democratico che dava libertà di agire ai partiti di sinistra.

Evidentemente Pino Rauti fingeva di ignorare che, se lui poteva svolgere la propria attività quasi indisturbato, lo doveva al fatto di avere e operava in uno stato democratico. Nel 1969 rientrò nel MSI, allorché ne divenne segretario Almirante, e ricoprì cariche importanti nel partito. Ma diverse indagini giudiziarie hanno appurato che non troncò mai i rapporti con O.N., di cui invece fu sempre di fatto il massimo dirigente, e tanto meno sconfessò mai le criminali operazioni di quel gruppo.

Ora, se nel partito di FdI si ricorda e onora la memoria di un simile personaggio, si deve altresì ritenere che la di lui attività è stimata e ritenuta esemplare. Allora si comprende bene il perché non si condanna il fascismo e non ci si dichiara avversi allo stesso. Ma vi è ancora di più. Se FdI rivendica una qualche continuità con l’MSI, deve rivendicare anche l’appartenenza a quel partito di personaggi, spesso con doppia appartenenza (al MSI e a O.N.), che hanno insanguinato l’Italia.

Carlo Cicuttini, uno dei responsabili della strage di Peteano del 1972 (3 carabinieri morti) era segretario di una locale sezione MSI del Friuli, così come Eno Pascoli. Entrambi verranno condannati per la strage.
Lo stesso segretario Almirante preannuncia la strage del treno Italicus (Agosto 1974) ma cerca di depistare le indagini, offrendo agli inquirenti una falsa pista di sinistra.
Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Piazza Loggia a Brescia, fu iscritto al MSI dal 1969, così come Gian Gastone Romani (che fu anche consigliere regionale del Veneto) nella cui casa ad Abano Terme si decise di fare la strage di Brescia.
Lo stesso Pino Rauti venne processato, ma poi assolto, per la strage di Piazza Fontana del Dicembre 1969, allorché era appena rientrato nel MSI.
Paolo Signorelli, fedelissimo di Rauti, e iscritto al MSI dal 1969 al 1796, fu condannato per appartenenza a banda armata (O.N.).
Ed infine una recente sentenza della Corte d’Appello di Bologna ha accertato che Mario Tedeschi, direttore del settimanale di estrema desta “Il Borghese” e senatore del MSI, fu uno dei mandanti della strage della stazione di Bologna dell’Agosto 1980, e percepì lauti finanziamenti da Lino Gelli, capo della Loggia massonica P2.

Ma anche sulle sentenze che hanno accertato le responsabilità per le stragi, gli esponenti dell’estrema destra, oggi al governo del paese, sono reticenti o anche nettamente negazionisti.
Marcello De Angelis, ex portavoce, poi rimosso dall’incarico, della Regione Lazio, ha dichiarato infondata la sentenza, definitiva, che ha stabilito la responsabilità dei fascisti nella strage di Bologna. L’On. Mollicone di FdI, parla di “teorema contro la destra”. La stessa Presidente del Consiglio, con gesto inconsueto e caduta di stile rispetto al suo ruolo, ha polemizzato fortemente con il Presidente dell’associazione delle vittime della strage di Bologna, che ha di recente ricordato le responsabilità di persone legate al MSI nel terribile ed efferato episodio.

In fin dei conti e in conclusione, le reticenze nel giudizio su quell’esperienza politica quando non gli apprezzamenti e le attestazioni di stima, rivelano chiaramente quali sono i motivi per cui non possiamo attenderci da Meloni e …… soci (ma ci starebbe meglio un altro appellativo) una netta dichiarazione di presa di distanza dal fascismo storico, ma anche dal neofascismo che ha operato in modo funesto in tempi più recenti.
Evidentemente, una eventuale e auspicabile apertura dell’armadio di famiglia, potrebbe fare uscire una eccessiva quantità di scheletri.

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La nonna di tutte le riforme https://www.carmillaonline.com/2023/12/12/la-nonna-di-tutte-le-riforme/ Mon, 11 Dec 2023 23:05:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80303 di Luca Baiada

 

L’idea di un’elezione presidenziale diretta è vecchia come il ghigno di Giorgio Almirante e gli appetiti della destra italiana. Nella versione Msi, Movimento sociale italiano, il presidente eletto era quello al Quirinale; stavolta si pensa a Palazzo Chigi.

Per inciso. Il presidente del consiglio, che presiede un organo collegiale, non è il «capo del governo». Quella era un’espressione corrente sotto il fascismo, ufficializzata dalla legge 2263 del 1925, «Attribuzioni e prerogative del capo del governo, primo ministro segretario di Stato»; fu una delle «leggi fascistissime» ed ebbe tre firme: il re, Mussolini e uno scriba leguleio. Invece la [...]]]> di Luca Baiada

 

L’idea di un’elezione presidenziale diretta è vecchia come il ghigno di Giorgio Almirante e gli appetiti della destra italiana. Nella versione Msi, Movimento sociale italiano, il presidente eletto era quello al Quirinale; stavolta si pensa a Palazzo Chigi.

Per inciso. Il presidente del consiglio, che presiede un organo collegiale, non è il «capo del governo». Quella era un’espressione corrente sotto il fascismo, ufficializzata dalla legge 2263 del 1925, «Attribuzioni e prerogative del capo del governo, primo ministro segretario di Stato»; fu una delle «leggi fascistissime» ed ebbe tre firme: il re, Mussolini e uno scriba leguleio. Invece la collegialità è da riattivare, perché è sbiadita da un pezzo, almeno dai tempi di un giocattolo di Bettino Craxi, il «consiglio di gabinetto», frutto bacato degli anni Ottanta, che già accentrava il potere a spese del Parlamento.

C’è da dubitare che la manovra presidenzialista, se riuscisse a imporsi sul governo, lascerebbe intatta la presidenza della Repubblica. A quel punto, comunque, il sistema sarebbe sbilanciato e finirebbe per non reggere: il Quirinale non potrebbe più scegliere il presidente del consiglio, e anche nella scelta dei ministri cambierebbero i rapporti di forza. Il titolare di Palazzo Chigi diventerebbe simile a un capo del governo e avrebbe dalla sua una designazione popolare, diversamente dal capo dello Stato, scelto con un sistema indiretto. Le due figure entrerebbero in conflitto: prevarrebbe quella elettiva o finirebbero per essere riunite. Un passo alla volta, l’esito è sempre quello.

Così si possono realizzare le ambizioni coltivate da almeno mezzo secolo. In fondo, simili a quelle cominciate prima, perché l’attacco alla Costituzione non aspettò neanche che si finisse di scriverla: risuonò nei colpi di mitraglia a Portella della Ginestra nel 1947. Seguirono gli anni Cinquanta, con l’Italia prigioniera di una cappa di piombo immobilista; l’Italia presa di mira, quando per paura di un cambiamento si tentò il colpo di mano, con la legge truffa del 1953. Un arnese quasi ingenuo, al confronto con altri più recenti, come la legge elettorale del 2005 con cui Berlusconi destabilizzò la legislatura seguente per tornare presto al potere.

Nel 1953, per pochi voti, la legge truffa non ebbe effetto e De Gasperi tramontò. Ci vollero ancora anni per vedere aperture a sinistra: moderate, ma già troppe per la suscettibilità dei reazionari e dei fascisti. Cominciò la stagione delle trame e delle bombe nere, una fase in cui il Msi – il partito che Fratelli d’Italia ha per riferimento persino nel simbolo – ebbe i suoi tentacoli. L’atto terroristico che segna una svolta, in quella stagione, è a Milano, a piazza Fontana nel 1969; oggi è l’anniversario. All’epoca la loggia P2, col suo gran maestro Licio Gelli e coi suoi grandi bidelli, presidi e provveditori agli studi, senza volto o visibili sfocati, fu un’altra piovra coinvolta nelle strategie antidemocratiche.

A rileggere il progetto della P2 emerso all’inizio degli anni Ottanta, il «Piano di rinascita democratica» (c’erano già trucchi verbali e fascisti in maschera), si vedono lenti successi. Nel 1993 viene scardinato il sistema elettorale proporzionale, grazie a un brutto referendum. Nel 2020 di quel Piano, grazie alla propaganda populista e a un referendum bruttissimo, è realizzato un altro obiettivo, la riduzione del numero dei parlamentari, e in misura più grave del taglio voluto dalla P2. Un’altra modifica ad alto livello, quella dell’elezione diretta, che va persino oltre il Piano, si affaccia adesso: appunto, sulla presidenza del consiglio. Altro che viva la mamma, la patria e le riforme.

Bisogna ammettere che i confezionatori del Piano ci sapevano fare; a disegnare il futuro non erano certo i boia delle bombe, come quelle di piazza Fontana e sui treni e nelle stazioni. Non erano neanche i loro immediati mandanti e complici nella burocrazia securitaria e nel mondo militare. C’erano notabili manovratori, e alla lontana c’erano teste d’uovo danarose, con suggeritori cresciuti negli studi di psicologia sociale, di ingegneria politica e di manipolazione del consenso.

La trappola contro la democrazia era ben congegnata. Da un lato si riduce la rappresentanza: il voto non è più uguale per tutti; tutti quelli che votano hanno un voto che pesa di meno; diventano di meno quelli che vanno a votare. Dall’altro si crea l’illusione di un rapporto diretto con una persona sola. Quella sì, si prende cura di noi; quella sì, interpreta i bisogni del paese, anzi del popolo, anzi via: della nazione, della patria, meglio se scritta tutta in maiuscolo, come un tempo la parola duce.

Adesso si propone di dare una delega a chi promette, a chi strilla, a chi strabuzza gli occhi, a chi aguzza lo sguardo, a chi fa il sorrisone o gli occhiacci, a chi smania contro quelli lì e quelli là, a chi gonfia il gozzo e la prosopopea. A chi fabbrica meglio il suo passato, se occorre. Magari a chi assolda le migliori agenzie di comunicazione, perché anche se costano e bisogna far debiti, poi si pagano col denaro del padronato e dei settori sociali forti e organizzati. Un capo con l’applausometro è una garanzia, per chi è in alto.

Il lavoro è trattato sempre peggio: il rafforzamento dell’esecutivo favorirebbe i privilegi di classe tagliando le gambe alla mediazione; e direbbero che è meglio così, perché diversamente si fa il consociativismo. Lo sciopero e la democrazia sui luoghi di lavoro, già ora malmessi, potrebbero diventare cari ricordi. Quanto alle pensioni, sarebbero tutelate a seconda dei settori interessati, ma non in proporzione alla grandezza numerica né al peso del lavoro: i gruppi produttivi sono parcellizzati dalle nuove tecnologie, il resto è carne da sudore, indistinta; solo i gruppi uniti o in posizioni particolari fanno pacchetto elettorale, gli altri sono spinti nell’individualismo e nell’apatia. Un modello dal vago sapore medievale, percorso da consorterie e rivendicazioni confuse: una camera delle corporazioni frammentata nei social, col tumulto dei ciompi in videogioco. Coincidenza, nella presentazione del disegno di legge si parla di «democrazia di investitura»; proprio investitura, come per le cariche feudali o ecclesiastiche nell’età di mezzo, prima della modernità.

La sanità, sempre più importante con l’invecchiamento della popolazione, sarebbe in cima alle preoccupazioni governative: sì, ma la sanità frammentata, quella per i ricchi, o per i settori protetti, o per aree geografiche che garantiscono bacini elettorali.

L’ambiente, a un presidente eletto, sarebbe caro come i bilanci delle società estrattive e delle imprese di smaltimento rifiuti, perché chi controlla denaro e pacchetti elettorali, appunto, è ancora più decisivo, in una singolar tenzone, dove per una manciata di voti vinci tutto o perdi tutto.

Per la giustizia il capo scelto dal popolo sarebbe veleno. La mozione approvata dal congresso di Magistratura democratica del 2023 sottolinea sia il rischio di «riforme costituzionali che nel loro insieme consentirebbero a una maggioranza politica di erodere la separazione dei poteri», sia la «valenza contro-maggioritaria dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dalle Carte internazionali». In una società incarognita, percorsa dalla polverizzazione dei lavori, da suscettibilità nervose e dalla conta delle identità, la maggioranza muscolare col tribuno è pericolosa: non è la maggioranza in democrazia, è folla sotto un balcone. Folla irritabile, pronta alla rissa spaccatutto, al piagnisteo purgativo, all’ovazione salvifica finale.

Sull’informazione, già ora l’industria televisiva e il servizio pubblico occupato dal governo fanno il tutto mio; col presidenzialismo ci sarebbe una sana, igienica, nazional-ginnica cinghia di trasmissione fra governo e popolo; sarebbe garantito un intrattenimento vivace, soccorrevole: una persuasione camuffata da ascolto, un altoparlante travestito da orecchio.

I numeri nelle Camere li hanno, grazie all’attuale andazzo elettorale del malanno e della malapasqua, ma non grossi come li vorrebbero. Quindi è possibile che si vada al referendum. Varrà per questo, come per le altre chiamate alle urne: non andare a votare non è il rimedio. C’è ancora chi crede di sì, perché ha capito il gioco, perché la sa lunga, perché sono tutti uguali, perché tanto peggio tanto meglio, perché col discredito che la casta si tira dietro, presto viene giù. In altri paesi, chi ha seguito queste suggestioni le ha consegnate intatte agli eredi, che adesso non sanno cosa farsene.

Se la proposta di presidenzialismo sarà coltivata sino in fondo, man mano che la discussione si scalderà sentiremo uno scilinguagno di argomenti, vedremo un fuoco d’artificio di parole, faremo scorpacciate di propaganda. Per chi ricorda il referendum del 1993 sarà un ritorno al passato, a quel clima di illusione di massa, tutto all’insegna della lotta alla partitocrazia e della fine della corruzione (che da allora corre più di prima), col sistema proporzionale messo al bando e quello maggioritario esaltato come chiave della modernità, in un pettegolaio ipnotico dall’esito disgraziato, su cui Silvio Berlusconi, un anno dopo, andò a sedersi in trono.

Attenzione ai paragoni con altri modelli costituzionali, e non accontentarsi di sapere che un’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, come quella che si propone, non c’è da nessuna parte. Il diritto comparato, nelle mani sbagliate, è un Arlecchino servitore di molti padroni. I modelli sono tanti, e anche solo limitandosi all’Europa c’è l’imbarazzo della scelta. Gli argomenti che tirano in ballo un paese o un altro sono come il caleidoscopio, che a girarlo ci vedi quello che ti vogliono far vedere.

Il sistema costituzionale italiano è frutto del lavoro di un’assemblea, finalmente uscita da elezioni vere, dopo vent’anni di dittatura con cinque guerre dentro. Anche dopo tanto tempo e alcune modifiche scriteriate, il testo ha pochi eguali per chiarezza, bilanciamenti, altezza di principi, bassissima dose di retorica e nessuna traccia di fanatismo o metafisica. Se la Carta fa perno sulla mediazione politica, anche quella faticosa, estenuante, e se sta alla larga dai decisionismi, dai carismi e dalle ovazioni, è perché allora certi ricordi erano freschi. Bastavano le macerie delle città, i lutti delle vedove e i cenci degli orfani, a spiegare come va a finire quando si grida che un capo ha sempre ragione.

Ma ecco due gonfiabili colorati. La governabilità: un jolly nella manica. La stabilità: una porta girevole. Ci sono stati decenni con governi brevi e uguali: stabilità marmorea. Con la riforma proposta, invece: effetto assurdo. Inamovibilità ufficializzata; e anche se – è il caso del governo Meloni – le promesse del programma svaniscono. Insieme, spinta al rovesciamento, perché la norma antiribaltone – l’hanno notato i costituzionalisti più attenti – suggerisce al secondo partito della coalizione vincente di colpire alla schiena il primo.

E poi, governabilità e stabilità non sono nella Costituzione. La parola governabilità, ancora decenni dopo la Carta, non era nei migliori vocabolari; poi c’è entrata, ma perché i linguisti prendono atto dell’uso. Parlamentabilità o regionabilità non sarebbero parole assurde? Adesso si vuole la governabilità nel testo. Non per estetica ma per sostanza, al letterato Pietro Pancrazi nel 1947 fu affidata la revisione linguistica della Costituzione (bei tempi). Il concetto di stabilità non va d’accordo con l’articolo 3: la Repubblica deve «rimuovere gli ostacoli» allo sviluppo della persona umana e alla partecipazione dei lavoratori alla vita della comunità. Piero Calamandrei diceva che di solito le costituzioni sono in polemica col passato, mentre la nostra lo è anche col presente. È una coraggiosa instabilità verso il meglio, che non esclude più governi nella stessa legislatura.

Occhi aperti. La voglia di padrone ha giuristi e politologi dalla sua, anche quelli che fanno i perplessi, gli equanimi, i tecnici. E sono tutt’altro che sprovveduti: per esempio, lo scriba del 1925, quello che firmò col re e Mussolini la legge fascistissima, si chiamava Alfredo Rocco, professore e codificatore e molto altro. Gli scribi di oggi sono intervistati e rispettati. La furbizia paga, e di storie furbe è pieno il passato, anche recente. Hanno voluto Camere rimpicciolite, invitando a ridurre il numero dei parlamentari prima e promettendo la legge elettorale per dopo; poi hanno riso di gusto sulla promessa, e adesso un Parlamento nato da elezioni con rappresentanza inadeguata, votato da una percentuale del corpo elettorale mai stata così bassa, mette mano alla Costituzione.

I progetti dei famigli del potere vantano un’antica araldica, perché libertà, partecipazione e condivisione danno fastidio da almeno due secoli. Si vuole spostare il baricentro verso gli abbienti e i clan immutabili, per fare degli altri una plebe vociante, ignorante, spaurita. Ben diverso, l’inno all’albero della libertà: «Già reso uguale e libero, ma suddito alla legge, è il popolo che regge, sovrano ei sol sarà»; e si cantava negli ultimi anni del Settecento.

Altro che la madre di tutte le riforme. Questa non è una riforma, è una restaurazione ed è decrepita come Plozia, quella dell’iscrizione funeraria che Marziale, venti secoli fa, consegnò all’epigramma Pyrrhae filia, Nestoris noverca… Sa di polvere e di sepolcreto. Eccola, Plozia, nella traduzione pepata di Guido Ceronetti:

Figlia di Pirra, di Nestore matrigna,

da Niobe verginetta

veduta già canuta,

da Laerte decrepito

nonna definita,

da Priamo balia,

suocera da Tieste,

a innumerevoli sopravvissuta

di cornacchie generazioni,

col suo calvo Melanzione

qui finalmente tumulata,

Plozia supplica ancora

cazzo.

Però, diciamolo. La vecchissima Plozia è simpatica, con la sua voglia di vivere che non si spegne neanche in fondo a una tomba. Il presidenzialismo, invece, è orrendo perché sotterra gli interessi popolari, la Repubblica fondata sul lavoro, la democrazia e quel che resta della giustizia sociale.

 

 

 

 

 

 

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La normalizzazione del neofascismo passa per la CGIL https://www.carmillaonline.com/2023/04/11/la-normalizzazione-del-neofascismo-passa-per-la-cgil/ Tue, 11 Apr 2023 21:55:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76870 di Francisco Soriano

Per reggere la bandiera di un’idea bisogna avere mani poderose e piedi profondi come radici. Nel nostro Paese si assiste da tempo e costantemente alla destrutturazione e, per meglio dire, alla cancellazione di simboli e riferimenti valoriali della lotta per i diritti dei lavoratori e dei disoccupati.

Questa azione è perpetrata in questi mesi con scientifica consapevolezza da chi, al potere, è entrato dalla porta principale. Il tentativo riuscito ormai su più fronti, nella comunicazione, nella politica, nell’economia, nel lessico, sta definendo la conquista degli ultimissimi avamposti che rappresentano, al di [...]]]> di Francisco Soriano

Per reggere la bandiera di un’idea bisogna avere mani poderose e piedi profondi come radici. Nel nostro Paese si assiste da tempo e costantemente alla destrutturazione e, per meglio dire, alla cancellazione di simboli e riferimenti valoriali della lotta per i diritti dei lavoratori e dei disoccupati.

Questa azione è perpetrata in questi mesi con scientifica consapevolezza da chi, al potere, è entrato dalla porta principale. Il tentativo riuscito ormai su più fronti, nella comunicazione, nella politica, nell’economia, nel lessico, sta definendo la conquista degli ultimissimi avamposti che rappresentano, al di là di come la si pensi, gli ultimi baluardi di resistenza democratica a forme di neofascismo. Nessuna retorica, ci rimane solo un lucido racconto della strategia, dell’insulso attacco e depauperamento culturale di questo Paese, ormai prono a ogni oscena propensione a legittimare e adombrare un modello sociale ed etico, nella visione di un mondo diverso, conservatore, liberista, talvolta neofascista e oscurantista.

L’invito di partecipazione al Congresso della CGIL, al presidente del consiglio, lo ha fatto recapitare il segretario generale Maurizio Landini. Sorpresi, eravamo piuttosto ignari delle qualità contorsionistiche di Landini: queste ultime farebbero impallidire dall’emozione qualsiasi astante presente in uno spettacolo circense. Ma non si era in un circo bensì nella cattedrale intonsa, fino a questo momento, della CGIL, cioè quello spazio definito e identitario di coloro i quali con immane senso del sacrificio, anche a costo della propria vita, hanno combattuto contro ogni forma di autoritarismo o forma di potere fra i più odiosi e criminali: come il fascismo.

Questi i fatti. L’eroica presenza del presidente del consiglio al Congresso della CGIL è stata fortemente voluta dal segretario generale del più grande e rappresentativo sindacato italiano che, con tempismo straordinario, affermava la necessità impellente di questo dialogo anche con chi non la pensa allo stesso modo. Gli faceva da eco il premier del governo in un’armonia, anche dialettica, davvero sconcertante, ritenendo utile parlare con tutti: non avrà creduto ai propri occhi quanto straordinaria fosse stata questa occasione per presentarsi legittimato e invincibile in un contesto storicamente ostile. In definitiva, se gli (il presidente del consiglio) fosse stato impedito di parlare, il grado di inciviltà degli oppositori sarebbe stato finalmente e senza dubbio certificato. Se invece gli fosse stata “concessa” la possibilità, non avrebbe fatto altro che dimostrare quanto fosse legittimamente insignito del suo potere di interlocutore. E così è stato, dando uno scacco matto al sindacato in una partita con un solo giocatore. Il premier così affermava: Non mi sottraggo a un contesto sapendo che è un contesto difficile. Non ho voluto rinunciare a questo appuntamento in segno di rispetto del sindacato. All’entrata in sala del presidente del consiglio, una parte residuale di iscritti al sindacato, in particolare della FIOM, uscivano in segno di sdegno, intonando Bella Ciao. In perfetto stile sciovinista, il presidente rispondeva, piccato da questa parentesi contestataria: Mi sento fischiata da quando ho 16 anni. Potrei dire che sono Cavaliere al merito su questo. Non mi sottraggo a un contesto sapendo che è un contesto difficile. Non mi spaventa. La ragione per cui ho deciso di essere qui è più profonda. Oggi si celebra la nascita della nostra nazione. Con questa presenza, con questo confronto, questo dibattito, possiamo autenticamente celebrare l’unità nazionale. La contrapposizione è positiva, ha un ruolo educativo, l’unità è un’altra cosa, è un interesse superiore, è il comune destino che dà un senso alla contrapposizione.

Non si nutrono dubbi sulla funzione educativa della dialettica e della contrapposizione nella sua positività, soprattutto quando i confronti avvengono in contesti altamente democratici senza la necessità, però, di sentirselo dire da questo presidente del consiglio, che ha sfidato le più severe evidenze lapalissiane per confortarci con la sua pedagogia senza senso e senza storia. Anche perché, sulla storia e sulla cultura della più ignorante destra europea a cui fa ideologicamente riferimento il nostro presidente del consiglio, ci sarebbe da discutere con una certa dose di preoccupazione. Non è necessario ricordare anche i crimini contro l’umanità, le guerre, le leggi razziali, i campi di sterminio e quant’altro per capire che cosa sia stato, durante il fascismo, questo Paese?

Come già fatto intuire precedentemente, le parole del premier sono apparse abbastanza scontate dal punto di vista di chi le sente da tempo, peraltro sbandierate nei telegiornali mainstream e dai giornali genuflessi: la legge delega per la riforma fiscale è stata frettolosamente bocciata da alcuni. Si concentra sui più fragili, sul ceto medio. […] Lavoriamo per una riforma che riformi l’efficienza della struttura delle imposte, riduca il carico fiscale e contrasti l’evasione fiscale. Infatti, il leader dei fratelli nostrani conosce perfettamente il teorema gradito ai potenti e agli oppressori: non pagare le tasse e sfruttare in piena deregulation coloro i quali non ce la fanno più neppure ad arrivare alla seconda settimana del mese. Questi ultimi rappresentano la maggioranza di chi, al contrario, paga regolarmente le tasse. La rottamazione delle cartelle esattoriali e i condoni sono la “prova provata” di quanto sosteniamo, ma la cecità assale gli italiani come in un romanzo di Saramago. Nel pieno del discorso, inoltre, da chi dell’ideologia ne ha fatto una bandiera intorno alla quale combattere eroicamente, difendendone l’origine e rivendicandone l’identità, si è sentito dire dal pulpito: Credevamo che il tempo della contrapposizione ideologica feroce fosse alle nostre spalle e invece in questi mesi, purtroppo, mi pare che siano sempre più frequenti segnali di ritorno alla violenza politica, con l’inaccettabile attacco degli esponenti di estrema destra alla Cgil e le azioni dei movimenti anarchici che si rifanno alle Br. Accuse che ci fanno impallidire se si ricordano gli strali di odio ideologico lanciati dai fratelli nostrani nei confronti degli immigrati, ad esempio, buoni solo a essere carne da macello per i malfattori e sfruttatori del nostro Paese, copiosi dal nord al sud; le posizioni omofobe e apertamente in contraddizione con la laicità dello Stato, infine le promesse dell’abolizione delle accise, le accuse al potere finanziario che sono utili solo a quella parte di elettorato protofascista e populista, le rivendicazioni identitarie della cristianità, razziste, xenofobe e omofobe, e la revanche di una cultura dei posteri che risale all’antica Roma, a Dante Alighieri e altre sciocchezze che trovano un vuoto funzionale paradossalmente utile solo a gestire il potere e controllarlo da ogni punto di vista.

La retorica è proseguita fitta, man mano che il discorso del premier si è dipanato prevedibilmente in parole senza l’impellenza di essere tradotte se non a sostegno dei veri detentori dell’economia e del potere di questo Paese mentre, alla faccia del patriottismo sbandierato come un mantra in campagna elettorale, si passa a smantellarlo con la riforma in salsa leghista di un’Italia “differenziata” a doppia velocità economica: Partiamo da un dato e cioè che l’Italia fa registrate un tasso di disoccupazione del 58,2%, un gap che continua ad aumentare. La situazione peggiora se si considera quella femminile che registra 14 punti in meno – ha continuato Meloni – I salari sono bloccati da 30 anni, dato scioccante perché l’Italia ha salari più bassi di prima del ‘90 quando non c’erano ancora i telefonini. In Germania e Francia sono saliti anche del 30%. Significa che le soluzioni individuate sinora non sono andate bene e che bisogna immaginare una strada nuova che è quella di puntare tutto sulla crescita economica. Banalità dette in cattiva fede come pianificazione futura, semplicistica, farcita di ricette ben collaudate da sempre (sulla inutilità delle ricette economiche precedenti conveniamo addirittura con il premier), non da governi composti di pericolosi comunisti e anticapitalisti, ma da bravi tecnocrati e liberisti con le loro belle cravatte da persone perbene fingendo anche di essere di sinistra. Lo svelamento tuttavia si è definitivamente realizzato: questi ultimi non erano di sinistra e, infatti, sono arrivati gli originali.

Dunque, il premier ha ben riferito di essere contro il reddito di cittadinanza, perché la ricchezza si produce con il lavoro prodotto dalle imprese e lo Stato è delegato a creare le regole giuste per poi redistribuire gli introiti. A quali regole si riferisca non è dato sapere, ma le prevediamo. Come le tutele crescenti di Matteo Renzi, astro nascente della sinistra italiana (quella delle ZTL), presentate come una soluzione moderna e avveniristica, ma che sono servite solo alla cancellazione totale e tombale (era già in parte avvenuta), dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. La posizione più insopportabile, tuttavia, è stata la presa di posizione contro il salario minimo, nel silenzio assordante dei presenti al Congresso: Il Governo ha voluto dare in questo senso un messaggio destinando 300 milioni di euro per un più significativo stipendio per i lavoratori della scuola, senza contare l’intenzione di innalzare le pensioni più basse e di tagliare di 2 punti percentuali il cuneo fiscale che il governo precedente aveva immaginato finisse quest’anno. Vogliamo retribuzioni adeguate – ha detto – ma voglio ribadire che per raggiungere questo obiettivo il salario minimo legale non è la strada più efficace perché la fissazione per legge di questo non sarà una tutela aggiuntiva, rispetto a quella della contrattazione collettiva, ma potrebbe diventare sostitutiva, facendo un favore alle grandi concentrazioni economiche. La soluzione, a mio avviso, invece è stendere contratti collettivi a vari settori e intervenire per ridurre il carico fiscale sul lavoro.

Nel calderone delle proposte inderogabili, il presidente ha poi chiarito che uno dei grandi temi è la questione degli ammortizzatori sociali che dovrebbero tutelare tutti i lavoratori, siano autonomi o dipendenti, parlando del problema della “glaciazione demografica” come  parte integrante della crisi: sarebbe sanabile solo se gli investimenti verranno utilizzati per rilanciare la centralità della famiglia (immagino tassativamente cristiana). Molte le perplessità sollevate circa la proposta di far diventare l’Italia un hub di approvvigionamento energetico d’Europa e del Mediterraneo. Addirittura, il progetto è di aiutare i paesi africani a “vivere bene”: il piano Mattei sarebbe il modello di collaborazione non predatoria e la risposta più umana contro l’immigrazione. Dunque, il ragionamento del presidente del consiglio si sposta a questo punto su una proposta di riforma costituzionale, sempre funzionale a volgere le sorti del Paese in senso autoritario, cioè presidenzialista: Se in passato non c’è stata una chiara scelta su politiche industriale è perché la politica ha avuto un orizzonte breve. Una politica industriale di lungo periodo non può essere accompagnata da governi che durano qualche mese. Non ci rendiamo conto di quanto abbiamo pagato in questi anni la nostra instabilità politica, in termini di affidabilità internazionale, in termini di concentrazione delle energie e delle risorse su grandi obiettivi strategici. Questa è la ragione per cui continuo a essere certa che una riforma in senso presidenzialista, o comunque un’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, sia, per rispetto della volontà popolare ma anche per stabilità, una delle più potenti misure di sviluppo che possiamo immaginare per questa nazione.

Il disastro è compiuto. Gli oppositori del mainstream, da Gramellini alla Lucarelli fino a Jovanotti, che da genio incontrastato e datato del green wash ben cantava con una abilità profetica da far invidia a Nostradamus, di credere in una grande chiesa che da Che Guevara arrivi fino a Madre Teresa di Calcutta. Come dice qualche giornale di destra è quello che è accaduto con il presidente del consiglio in carica che, ci pare, di umanamente cristiano abbia poco di Madre Teresa se non qualche scolorita espressione verbale. Ricevendo i familiari delle vittime di Cutro, ha chiesto se i disperati erano coscienti del pericolo che correvano. Verrebbe da piangere, ma siamo soliti arrabbiarci e rimanere costernati di fronte a tale disumana consapevolezza. Quando accusava i fantomatici governi di sinistra, nello specifico quello di Matteo Renzi, periodo in cui avvenne uno dei più tragici naufragi della recente storia di migrazioni nel Mediterraneo, fece appello alle dimissioni del su citato premier accusandolo di strage colposa. Perché non debba valere anche per l’attuale presidente del consiglio è ricercabile nella memoria corta degli italiani e nella loro ormai incapacità di discernere il televisivo onirico dal reale drammatico.

Riassumendo, il nostro presidente del consiglio assicura, nella cattedrale (il sindacato) della lotta alla povertà, in difesa del lavoro e la tutela degli ultimi, che non garantirà più il reddito di cittadinanza, riformerà il fisco con la flat tax (una misura che andrebbe proprio contro la redistribuzione della ricchezza prodotta), l’inconsistenza della proposta del salario minimo, la riforma della Costituzione in senso presidenziale.

Per quello che ci riguarda, la presenza del presidente del consiglio al Congresso CGIL è un messaggio simbolico orribile che disorienta; è fortemente disarmonico, improprio, inutile, non richiesto. Un errore imperdonabile da attribuire a Maurizio Landini. Forse è la testimonianza più lampante dello stato del sindacato italiano, proprio in un momento in cui milioni di persone scendono nelle piazze transalpine, guidate dalle organizzazioni dei lavoratori per protestare contro la riforma delle pensioni di Macron. Un dialogo nato morto sul nascere, in questo Congresso, per le premesse e le visioni ben enucleate dal presidente del consiglio italiano. Questa enorme sciocchezza compiuta da Landini, che mostra segni di inconciliabilità con il ruolo assegnatogli nel sindacato, non ha avuto senso per motivi strategici, per questioni di comunicazione, per pudore e buon senso, perchè il presidente del consiglio ha una responsabilità umana e politica senza precedenti nei confronti di 80 esseri umani annegati nelle acque di Cutro. Non si intravede un solo motivo sensato nell’invito di Landini, se non quello di fornire al presidente del consiglio una vittoria schiacciante su un ultimo baluardo di opposizione, avvenuta peraltro con parole vuote, desuete e ricette economiche del secolo scorso.

Il presidente del consiglio, nel suo stile consueto, ha mentito con ipocrisia indicibile, mostrandosi addirittura comprensivo e quasi materno, quando ha condannato l’assalto di qualche mese fa alla CGIL, orchestrato dai vergognosi fascisti Roberto Fiore e Giuliano Castellino di Forza Nuova. Il presidente in quell’occasione, all’opposizione, aveva però dichiarato che non conosceva la matrice dell’attentato, che la responsabilità era addirittura del governo e, se dovevano chiedersi le dimissioni di qualcuno, quelle dovevano essere avanzate al ministro Lamorgese. Landini ne ha memoria?

Credo che Maurizio Landini non potrà essere ricordato, nella storia del sindacato, per una sola vera vittoria in rappresentanza dei lavoratori, dei disoccupati, degli ultimi derelitti, dei migranti.

Ha banalizzato il male e ha normalizzato con questo gesto enorme e stupido i neofascisti. La sua rielezione è un pessimo segnale di una sinistra senza spinta propulsiva e senza identità, laddove è necessario invece ritrovarla e riproporla in forme diverse di lotta con un antagonismo serio e tangibile.

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Niente di nuovo sotto il sole della retorica neoconservatrice https://www.carmillaonline.com/2022/12/08/niente-di-nuovo-sotto-il-sole-della-retorica-neoconservatrice/ Thu, 08 Dec 2022 22:55:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75119 di Francisco Soriano

La retorica neoconservatrice all’amatriciana del nuovo esecutivo insediatosi a colpi di annunci roboanti, si è presto dissolta in una legge di bilancio piuttosto scolorita al cospetto delle condizioni pietose delle finanze italiche. L’attenzione si è rivolta, ça va sans dire, alla conservazione e al consolidamento degli antichi privilegi, riservati a coloro i quali detengono da soli la metà del patrimonio finanziario e immobiliare del Paese, corrispondente a circa diecimila miliardi di euro.

Gigantesche dinamiche di diseguaglianza si rafforzano con il consenso di disperati, sottoproletari, proletari, operai e persone con gravi disagi [...]]]> di Francisco Soriano

La retorica neoconservatrice all’amatriciana del nuovo esecutivo insediatosi a colpi di annunci roboanti, si è presto dissolta in una legge di bilancio piuttosto scolorita al cospetto delle condizioni pietose delle finanze italiche. L’attenzione si è rivolta, ça va sans dire, alla conservazione e al consolidamento degli antichi privilegi, riservati a coloro i quali detengono da soli la metà del patrimonio finanziario e immobiliare del Paese, corrispondente a circa diecimila miliardi di euro.

Gigantesche dinamiche di diseguaglianza si rafforzano con il consenso di disperati, sottoproletari, proletari, operai e persone con gravi disagi economici ai limiti della più accettabile vivibilità. Sembrerebbe assolutamente inspiegabile questa dinamica se non si fosse già copiosamente manifestata in epoche storiche le cui derive sono state presto taciute e, con minor sforzo, dimenticate. Viene alla mente quel brocardo turco, molto pregnante di significato e sbandierato sui social subito dopo l’elezione di Giorgia Meloni alla carica di Presidente del Consiglio: “E gli alberi votarono ancora per l’ascia. Perchè l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro, perchè aveva il manico di legno”.

La realtà rivolge il suo volto autentico, incontrovertibile, adeguato ai tempi di cui è l’emblema: le politiche liberiste di formazioni politiche, all’apparenza distinte, hanno perpetrato un percorso di omologazione culturale ed economica consistente nell’individuare e condividere valori politici che si basano sulla diseguaglianza e lo sfruttamento del prossimo. La retorica è uno spazio invincibile di mistificazione, quel luogo dove, attraverso le parole, ben orientate e in armonia con le voluttà umane, si costruiscono le condizioni e le fondamenta dei cambiamenti sistemici. Questa volta, però, il cambiamento era semplicemente uno specchietto per le allodole perché, è da un tempo davvero profondo, che questo Paese ha abiurato al ragionamento, certo doloroso, della realtà che si evidenzia con tutte le sue oscenità.

Un vento di deliberato sovranismo, orgoglio e “provvidenziale messa a punto di quattro regole chiarificatrici” per questo Paese che si vuol far credere come invaso, deteriorato dai dissidenti sabotatori, dagli extracomunitari e abbrutito da poveri, brutti, sporchi e cattivi.  In un mondo meraviglioso dove manager di imprese, di pubbliche eccellenze, di fondi di investimento (con buste paga che farebbero vergognare anche il più convinto profeta del liberismo), ci vorrebbero spiegare che cosa e come avvengono le crisi finanziarie, i disagi di chi non supera la seconda settimana del mese, delle dinamiche dei conti che non tornano. Il tutto risulta essere una sorta di messinscena di un film dell’assurdo. Gli amministratori delegati delle grandi imprese e i finanzieri dei fondi di investimento, in particolare, hanno una certa familiarità con i numeri laddove le persone non esistono e le equazioni dei loro disonorevoli guadagni lievitano senza soluzione di continuità. Alle loro retoriche e dialettiche infarcite di sana simpatia per le forme autocratiche di governo, seguono le delocalizzazioni, i licenziamenti indiscriminati, le connivenze con un mondo che non riconosce negli altri esseri umani alcun diritto di residenza se non quando è necessario sfruttarli. Che cosa abbia fatto questa destra conservatrice dal punto di vista del progetto economico, con solide radici nel populismo vetero-fascista è visibile e solare, anche quando ipocritamente si criticavano banche e interessi finanziari delle multinazionali che tanto depauperavano il “popolo sovrano”. La frase perfetta, invece, in un’antiretorica, sarebbe stata: meno dividendi e più salario. La condivisione dei profitti seppur auspicabile, almeno per decenza nei confronti di sacche di povertà insopportabili, non è certo nell’agenda del nostro Primo ministro Giorgia Meloni. Un amministratore delegato percepisce trecento volte di più di un salario di un operaio. Ci verrebbe da chiedere se tale forbice discriminante e disumana non risieda in un’altra parola magica, che viene usata per sostenere l’architrave su cui si basa lo sfruttamento legalizzato: il merito.

In questi giorni abbiamo sentito dire che “nella crescita della personalità un fattore fondamentale risiederebbe nell’umiliazione”. Bravura a scuola e merito, dunque,  verrebbero acquisiti con un semplice ragionamento ai limiti della crudeltà: cioè dal senso di vergogna e umiliazione che uno studente dovrebbe aver nutrito nella sua vita scolastica per riuscire “a farcela”. Sono le deduzioni che provengono da una retorica banale e pericolosa, articolata dal Ministro della Pubblica istruzione preoccupato di conferire, ai giovani d’oggi, un indirizzo morale, pedagogico e didattico. Alcuni analisti politici, con statistiche abbastanza infallibili sui “numeri”, ci assicurano che le mense per i poveri sono in un costante incremento. Sono in aumento anche il fenomeno del dumpster diving, il rovistare nei cassonetti, il ricorrere a forme di usura, la richiesta di elemosina. Milioni di persone che, nonostante la vergogna e l’umiliazione provata, probabilmente nel loro passato scolastico, non ce l’hanno fatta.

Viene da immaginare che i nostri amministratori ben si ispirino a comportamenti e dialettiche d’oltreoceano, dove il capitalismo si forma, impera e indirizza, smentendo tuttavia proprio quei riferimenti che dovrebbero fornire ricette sanificatrici per l’economia e la felicità dei cittadini. Infatti, basterebbe mettere il naso in un supermercato per rendersi conto che cosa significhi “inflazione”, pur senza conoscere un solo grafico di economia. Senza parlare degli aumenti sulle rate dei mutui delle case e degli affitti e, senza considerare, per non finire suicidi, alle bollette di gas ed elettricità. È il Paese che per decenni ha manifestato un’altra parola d’ordine, quella di “favorire la classe media”, vero motore trainante di un’economia che riconosce soltanto un capitalismo fondato sulle relazioni, le conoscenze, le raccomandazioni e le famiglie dei soliti noti. Altro che capitalismo e liberismo sociale, che già non significherebbe molto: il nostro sembra essere piuttosto un becero coacervo di vampiri in giacca e cravatta.

Nella dialettica che imperversa sui nostri media (questi ultimi fra carta stampata e telegiornali nazionali, fra le ultime posizioni in relazione alla libertà di espressione e informazione), è fondamentale la citazione ossessiva e compulsiva di nuove frontiere da varcare e conquistare: pace fiscale, rientro dei capitali dall’estero, sanatorie. La sensazione che i cittadini avvertono, dopo la visione di un telegiornale, è che si subisca una sorta di aggressione da una forza invisibile, impossibile da stanare soprattutto sulla questione del pagamento delle tasse. Dunque, è necessaria una pace fiscale, si ripete, in linea con la propaganda di regime. Con chi? Basterebbe che in base ai propri guadagni percepiti (e sinceramente dichiarati) tutti pagassero le tasse. Nulla di arcano, misterico o inspiegabile. Forse semplicemente la necessaria ubbidienza al dettato costituzionale. Ancora una volta, inoltre, un’altra equazione si impone incontrovertibile: redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto, un fenomeno altrettanto inspiegabile come i misteri eleusini. Le sacche di ricchezza incommensurabili sono al sicuro e in crescita. Il lavoro dipendente è di trenta punti percentuale più alto negli altri Paesi europei in confronto all’Italia. Gli insegnanti e pubblici dipendenti sono ormai proletarizzati e stentano a mantenere una vita dignitosa senza avere la forza di invertire la rotta.

Guardando sempre alla pressione fiscale in altri Paesi europei si comprende, ad esempio, che in Stati come la Francia, la Germania, l’Olanda, lo stato sociale contribuisce nel quotidiano dei cittadini a creare maggiore armonia e solidarietà; inoltre è strutturato in relazione ai redditi in modo più conforme a quello che la realtà, in termini di “numeri”, esige. In un Paese come il nostro l’indebitamento cresce a dismisura grazie alle ricette neoliberiste, non per le elucubrazioni superate di quattro marxisti ortodossi con il colbacco sovietico. Il margine di indebitamento è al suo ultimo limite di invalicabilità, anche perché il partente Draghi con il suo fascino vampiresco, non garantirebbe il silenzio dei mostruosi protestanti e burocrati del nord che non vedono l’ora di sbeffeggiare i furbastri meridionali. Ebbene sì, esiste un sud anche per loro. In questa deriva frutto dei conservatori italici non si è ancora considerata un’altra originale variabile che consiste nella corruzione, nella densità mafiosa, nella sottrazione di vaste aree del Paese alla legalità. Fenomeni devianti e distruttivi che in Italia mostrano sedimentazione strutturale nelle società di riferimento, soprattutto, del meno sviluppato Meridione. Non vi è traccia nella visione del nostro Primo ministro di una volontà di lottare strategicamente con queste forme di deterioramento, sociale, umano e politico.

La politica monetaria della BCE intanto, è intenzionata a rialzare il tasso di interesse sui titoli di Stato ponendo, in modo elementare, uno sbarramento all’acquisto degli stessi. Dove sono finite le dichiarazioni sovraniste contro le lobby europee del nostro Primo ministro? La recessione incombe concretizzando ulteriori progressi delle classi più agiate ad accumulare ricchezza, come da copione e senza scomodare Marx o teorie affini. Sempre in relazione alla volontà di estromettere polverose e ormai asimmetriche ideologie socialiste al fine di fronteggiare lo scandalo dei patrimoni senza alcuna regolamentazione seria in termini di tassazione, attestiamo che non ci sono voci che riguardino la riforma del catasto, l’imposta patrimoniale (in Italia “inspiegabilmente”) osteggiata da ogni singolo cittadino anche della più “profonda e povera” periferia italiana, la tassazione della rendita immobiliare.

Dal progetto economico del governo di Giorgia Maloni le scelte appaiono in assoluta continuità con l’apparato draghiano di gestione delle risorse e di protezione delle ricchezze dei soliti noti. La retorica ha assolutamente assolto ai suoi doveri di convincimento e consolidamento delle posizioni già assestate sul piano dei privilegi. Ma non è tutto, anzi. Sul piano economico nulla si è mosso ma, su quello dei valori, incombe un pauroso presagio di maggiore preoccupazione e, soprattutto, di regressione.

Ci vorrebbero molte altre pagine e parole, per raccontare altre retoriche e, ancora, parole, vive, importanti, determinanti. Si è cominciato a parlare “retoricamente” di questioni che riguardano la sfera privata ed etica dei cittadini: fra devianze e prospettive lombrosiane di efficienza fisica, fino alla limitazione delle libertà dei cittadini al fine di fronteggiare il “pericoloso” fenomeno dei cosiddetti rave party, dove sarebbe bastato far valere alcune normative già esistenti a livello penale e civile. Dalle questioni sulla maternità alle pressioni antiabortive su strutture sanitarie e regioni, questo esecutivo ha evidentemente cominciato a sondare la reattività delle persone per consolidare una visione patriarcale sui diritti umani e delle donne. La lettera del Ministro dell’Istruzione alle scuole, nel senso di considerare il comunismo come un male ineludibile del secolo, con il suo carico di “morti e povertà”, senza neppure nominare quanto perpetrato da fascisti e nazisti, è sembrata una mistificazione della Storia senza precedenti. Sono solo alcune delle retoriche, delle mistificazioni, delle regressioni anche sul linguaggio e, soprattutto, del linguaggio.

La preferenza del nostro Primo Ministro alle declinazioni in forma maschile sembra addirittura incomprensibile visto che, anche per qualche nostro antico e conservatore cultore dell’idioma italico, il femminile esiste “nonostante tutto” per definire cariche istituzionali e di governo qualora venissero occupate da donne. È evidente che, per Giorgia Meloni, il potere è esclusivamente una prerogativa maschile, sconfiggendo ogni dilemma grammaticale. Così sia.

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Il nuovo disordine mondiale / 18: It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) https://www.carmillaonline.com/2022/10/05/il-nuovo-disordine-mondiale-18-its-the-end-of-the-world-as-we-know-it-and-i-feel-fine/ Wed, 05 Oct 2022 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74286 di Sandro Moiso

E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene. Quando esattamente 35 anni fa, era il 1° settembre 1987, i R.E.M. fecero uscire sul mercato discografico il loro singolo, certo non potevano nemmeno lontanamente immaginare che la loro canzone fosse destinata ad essere ancora così attuale all’inizio del secondo decennio del terzo millennio. Dimostrando come, quasi sempre, l’immaginario delle culture ritenute “basse”, in questo caso quello legato alla musica rock, ha saputo anticipare il futuro e lo ha letteralmente “cantato” più e meglio degli esperti economico-politici e [...]]]> di Sandro Moiso

E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene.
Quando esattamente 35 anni fa, era il 1° settembre 1987, i R.E.M. fecero uscire sul mercato discografico il loro singolo, certo non potevano nemmeno lontanamente immaginare che la loro canzone fosse destinata ad essere ancora così attuale all’inizio del secondo decennio del terzo millennio. Dimostrando come, quasi sempre, l’immaginario delle culture ritenute “basse”, in questo caso quello legato alla musica rock, ha saputo anticipare il futuro e lo ha letteralmente “cantato” più e meglio degli esperti economico-politici e degli esponenti ufficiali della cultura mainstream .

That’s great, It starts with an earthquake

E’ fantastico, inizia con un terremoto.
E’ il primo verso della canzone e serve benissimo per confermare ciò che abbiamo anticipato negli interventi precedenti sul tema della guerra e le sue conseguenze e che oggi si verifica in dimensioni ancor maggiori di quelle che si potevano immaginare fin dai primi giorni del conflitto in Ucraina.

Così, mentre l’ostinazione imperialista delle parti coinvolte sta avvicinando sempre più la possibilità di una guerra non solo allargata su scala europea ma anche di carattere nucleare, il sistema di alleanze su cui si son basate le politiche economiche e militari occidentali degli ultimi settanta anni sembra destinato a subire scossoni che, fin dall’esplosione (pilotata malamente) della pandemia da Covid-19, se non lo distruggeranno ancora del tutto, sembrano destinati a ridimensionarlo in maniera ritenuta impensabile fino ad oggi.

Infatti, mentre i media mainstream hanno potuto fino ad ora sottolineare soltanto le indiscutibili difficoltà militari e politiche in cui il regime del nuovo zar è venuto a trovarsi, la crisi economica legata alla carenza di gas, alle speculazioni della borsa di Amsterdam sulla stessa materia prima e al disaccordo tra i paesi europei su come reagire alle stesse sta distruggendo nel breve periodo ciò che aveva richiesto anni per affermarsi, ovvero la stabilità e l’utilità degli accordi inerenti al funzionamento dell’Unione Europea.

Ognuno per sé sembra essere diventato il motto dell’azione dei paesi europei nei confronti di questa crisi, con la Germania, über alles, in testa nel perseguire una propria e costosissima politica energetica che risulta speculare alla decisione, presa fin dall’inizio del conflitto, di riarmare pesantemente le proprie forze armate per poter diventare a breve la terza potenza al mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per spesa militare.

Posizione avvallata in generale dal fatto che, in forme diverse, tutti i presunti alleati europei ed occidentali stanno già operando scelte che molto spesso danneggiano gli altri componenti delle alleanze europee ed atlantiche. Una corsa al si salvi chi può che negli ultimi tempi ha raggiunto livelli parossistici.

World serves its own needs, don’t misserve your own needs.

Il mondo segue i propri bisogni, non sottovalutare i tuoi propri bisogni.
Continua così la canzone del 1987, involontaria conferma del fatto che, al di là dei discorsi ufficiali, dietro all’europeismo e all’atlantismo si nascondono le stesse spinte sovraniste che i più fessi pensano ancora essere espressione di possibili rivendicazioni popolari o, peggio ancora di classe.

Il nazionalismo non è mai morto, si era solo truccato per meglio colpire le classi meno abbienti all’interno di ogni singolo stato, scaricando le responsabilità delle scelte più dolorose per i lavoratori, il proletariato e le classi medie impoverite sulle imprescindibili regole europee di gestione finanziaria dell’esistente.

Classi imprenditoriali e dirigenti assolutamente vili e pavide, soprattutto qui in Italia ma anche nel resto d’Europa, hanno finto collaborazione e unità di intenti soltanto per non accollarsi scelte assolutamente impopolari, ma ora il travestimento è caduto e il Re è nudo. Come nella paradossale opera teatrale di Alfred Jarry, i diversi protagonisti della vicenda sono condannati a prendersi gioco l’un dell’altro in una spirale che non potrà far altro che peggiorare sempre più la situazione generale.

La Francia ha annunciato che non venderà più la propria energia elettrica all’Italia e, contemporaneamente, che si opporrà alla realizzazione di un metanodotto che porti dalla Spagna alla Germania, attraversando il suo territorio nazionale, il gas alla seconda. L’Austria, per alcuni giorni e per motivi inerenti al pagamento in rubli, ha fatto sì che l’Italia non ricevesse più il gas russo attraverso il valico di Tarvisio. Paesi dell’Est europeo si oppongono, come l’Ungheria, alle sanzioni alla Russia oppure chiedono un maggiore sforzo militare, come la Polonia, nei confronti della stessa, mentre i paesi fondatori dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica iniziano a tentennare davanti alla richiesta, ribadita da Zelensky, di un ingresso dell’Ucraina nella Nato per timore di un aggravarsi e di una conseguente svolta in senso nucleare del conflitto.

La narrazione ufficiale dei media, fino a pochi giorni or sono, continuava ad insistere sul progressivo allontanamento della Cina di Xi dalla Russia di Putin, travisando le parole del primo a proposito del “rispetto” dell’integrità territoriale degli stati e della loro autonomia politica che, più che all’Ucraina e ai referendum russi sui territori del Donbasss e del Lugansk, erano rivolte agli Stati Uniti affinché interrompano la loro azione di sostegno politico e militare a Taiwan, epicentro del conflitto futuro tra le due potenze rivali. Che più che libertà e diritti riguarderà lo scontro tra il dollaro e il renminbi yuan come monete di riferimento per gli scambi internazionali.

Nella sguaiata narrazione mediatica occidentale, i problemi sembravano essere sempre e soltanto quelli degli avversari, ignorando quelli altrettanto gravi e forse ancor più reali dello schieramento euro-occidentale, in cui il divide et impera statunitense ha giocato e continua a giocare un ruolo niente affatto secondario. Ma si sa, la speranza è l’ultima a morire e il tam tam della guerra avrebbe dovuto ancora una volta servire a distogliere l’attenzione di massa dai problemi immediati che dalla prima derivano e che potrebbero rimettere in discussione la stessa: caro bollette, crisi azionarie, chiusura di aziende, perdita di posti di lavoro e inflazione.

Alcuni di questi fattori, sovranismo rivelato dietro alle politiche nazionali degli stati più “convintamente europeisti” e divisione tra i membri europei della Nato, potrebbero far buon gioco al nuovo governo di centro destra. L’avvicinamento di Giorgia Meloni a Mario Draghi potrebbe essere più che il frutto di un inciucio europeista, quello della necessità del capitalismo italiano di riprendersi uno spazio di manovra nelle questioni energetiche e lo stesso iper-atlantismo della prima potrebbero ben accordarsi con una protezione accordata dagli Stati Uniti a un nascente governo non troppo allineato con la Germania. La cui riduzione della potenza economica e politica, ma domani anche militare, rimane uno dei principali obiettivi statunitensi in Europa, sia per i governi democratici che per quelli repubblicani. Del quale anche l’ambiguo e disastroso attentato alle condotte di North Strem 1 e 2 potrebbe essere una conseguenza e/o un’espressione.

Ad indebolire la futura azione di governo, però, più che le lotte che iniziano a svilupparsi contro le “bollette di guerra”, potrebbero essere le differenti promesse elettorali degli alleati contro cui la stessa Confindustria, nelle parole di Bonomi (niente flat tax e niente prepensionamenti!), ha levato una differente e contrarissima voce. Rischiando di far nascere un governo già morto allo stato fetale.

The ladder starts to clatter with fear fight.

La scala inizia a traballare con la paura della lotta, continuava ancora la canzone di Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe.
Lo dimostra il fallimento del governo di Liz Truss alla sua prima uscita con la proposta dell’abbassamento, se non l’abolizione, delle tasse per i più ricchi. Ancora una volta non tanto, per ora, per la mobilitazione del movimento “Don’t Pay” che in qualità di primo ministro aveva cercato di esorcizzare con l’istituzione di un fondo plurimiliardario per la riduzione delle bollette, ma proprio per un attacco implacabile da parte degli organismi finanziari internazionali e del loro principale organo di informazione sul territorio britannico, il «Financial Times».

Dopo l’opposizione dei mercati, di buona parte del partito conservatore e dei maggiori quotidiani britannici, che hanno definito il piano, per l’abolizione delle tasse più alte per i più ricchi e del tetto alla remunerazione dei dirigenti bancari, della Truss e del suo ministro delle finanze Kwarteng, in alcuni casi, come folle e cattivo (mad and bad), il quotidiano della finanza inglese non ha potuto far altro che sottolineare come:

Resta da vedere se la disputa sulla rottamazione del tasso di 45p tempererà le ambiziose riforme dal lato dell’offerta di Truss volte a stimolare la crescita. Quando è diventata primo ministro il mese scorso, si è impegnata ad affrontare questioni di lunga durata relative alla pianificazione per aumentare la costruzione di case e l’accessibilità economica dell’assistenza all’infanzia, ma il suo fallimento con la riforma fiscale potrebbe farla riflettere. Un deputato conservatore che sostiene Truss ha dichiarato: “Se non riesce a ottenere un taglio delle tasse di 2 miliardi di sterline, non riesco a vedere come abbia una speranza nell’inferno di pianificare la riforma o qualsiasi altra cosa. Liz voleva essere radicale, ma ha fallito al primo ostacolo”1.

Nessuna altra Tatcher sembra dunque delinearsi all’orizzonte, sia sul piano internazionale che italiano, e questa potrebbe già essere una buona notizia per chi si oppone al modo di produzione dominante. Le cui difficoltà stanno esplodendo ben più rapidamente di quanto si potesse immaginare e senza nemmeno una sconfitta militare intercorsa davvero sul campo.

Semmai se c’è una cosa che, sul campo di battaglia, può essere anch’essa sintomo della fine di un certo mondo che conosciamo può essere individuata nel fatto che uno dei fattori delle difficoltà militari russe deriva proprio dal rifiuto di combattere e arruolarsi di molti giovani, e meno giovani, russi richiamati o chiamati alle armi in questo periodo.
Confermando quanto sostenuto da tempo, oltre che da chi scrive queste note, da Domenico Quirico in un coraggioso articolo su «La Stampa» del 30 luglio di quest’anno.

L’unica speranza che questo macello finisca dunque non è nelle abilità e nelle qualità dei leader dell’Est e dell’Ovest, regrediti a termini rozzi e primitivi, stupefacenti in un tempo e in un mondo reputati civili. Risiede semmai nella volontà rivoluzionaria di porvi fine di coloro che combattono, che vengono ogni ora, ogni giorno uccisi, da una parte e dall’altra, ucraini e russi. Abbiamo bisogno tutti, e soprattutto noi europei che questa guerra subiamo a un passo, di uno sciopero, eversivo, rivoluzionario, dei combattenti che riproponga con successo quanto accaduto nel 1917, durante la Prima guerra mondiale.
Dalle trincee in cui milioni di uomini ogni giorno sopportavano il contatto con la morte e ogni istinto di vita sotto i bombardamenti, la sporcizia, il furore omicida sembrava dover inaridire fino alla radice, esplose, dilagò improvviso irresistibile universale il grande sciopero della pace. In Russia fu, subito, Rivoluzione. Negli altri Paesi belligeranti (in Italia fu Caporetto) ci vollero i plotoni di esecuzione per domare la rivolta. Ma non fu che una breve tregua prima che il moto dilagasse un anno dopo come un fuoco in una pianura riarsa.
Ucraini e russi sono entrati in guerra ammalati dei loro particolarismi, di nazionalismo orgoglioso gli uni, di imperialismo brutale gli altri. Per due, tre mesi questi particolarismi e l’odio che la sofferenza fa crescere nei confronti del nemico, di chi ha aggredito e specularmente di chi, ostinato, non si arrende, resiste, uccide, sono stati sufficienti per motivare i combattenti, per sorreggere la propaganda.
Ma a contatto delle verità eterne e immutabili che la sofferenza sociale della guerra rimette ferocemente in luce giorno dopo giorno, gli uomini nelle trincee del Donbass e di Cherson sentiranno che il cerchio del loro orizzonte impedisce loro di pensare e di agire, li soffoca in una atmosfera assassina di morte e di inutili volontà.
[…] La fine rivoluzionaria di questa guerra criminale avverrà quando i combattenti si ribelleranno, insieme, alla sofferenza. Sono loro che gettando contemporaneamente i fucili possono rompere il cerchio dei pregiudizi, degli interessi, dei simboli vani, delle bugie. Sono loro che rifiutando di combattere spazzeranno, con il soffio del loro possente respiro di vittime, di sacrificati, il cerchio degli interessi che a Mosca e a Kiev non sono i loro.
[…] Non sono Putin e Zelensky, o Biden, che possono spezzare il cappio della guerra. Gli uomini di buona volontà a cui deve rivolgersi, scavalcando, ignorando i capi, sono gli uomini disperati, sporchi, esausti, straziati delle trincee. Il popolo della guerra.
Dopo mesi di sofferenza, di avversione alimentata tra loro, ora ucraini e russi hanno una cosa in comune: la sofferenza. Ora non credono più a quello che è accaduto, sanno che ancora una volta tutto è avvenuto per un errore di calcolo criminale2.

Ipotesi rafforzata ancora dagli scontri avvenuti in una base di arruolamento in prossimità di Mosca.

Nel 223esimo giorno di guerra in Ucraina, una maxi rissa tra nuove reclute e soldati è scoppiata in una base dell’esercito russo vicino Mosca. Secondo quanto riferito da Baza, «i nuovi arrivati» non hanno ricevuto un caldo benvenuto, ma al contrario «i soldati che prestavano servizio» nella base gli «hanno ordinato di consegnargli i vestiti ed i telefoni cellulari». Le nuove reclute – chiamate alle armi nel quadro della mobilitazione parziale annunciata da Puti – hanno respinto le richieste e ne sarebbe scaturita una rissa nella quale avrebbero avuto la meglio, tanto che circa 20 soldati si sarebbero rinchiusi in un edificio e avrebbero chiamato la polizia per chiedere aiuto3.

And a government for hire and a combat site
But it’ll do, save yourself, serve yourself.
World serves its own needs, listen to your heart bleed
It’s the end of the world as we know and I feel fine

E un governo a noleggio e un sito di combattimento/ma lo faranno e allora salvati, servi te stesso/Il mondo serve i propri bisogni, ascolta il tuo battito cardiaco/È la fine del mondo come lo conosciamo e mi sento bene.

Sì, a vederla in positivo e nonostante tutto, il vecchio mondo sta finendo. Con i suoi conflitti imperialistici e il suo scellerato dominio di classe. Con le sue tragiche diseguaglianze e le sue menzogne. E’ un mondo solo, come Draghi mentre parlava davanti ad un’aula delle Nazioni Unite deserta. Un mondo vecchio e moribondo che vorrebbe pace sociale e stabilità soltanto per continuare con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, dell’ambiente e di ogni risorsa vitale fino al loro esaurimento. Un treno che sta lentamente rotolando sui binari della propria distruzione.

Per tutto questo, dunque, è giunto il momento per chi si batte nei movimenti di carattere sindacale, territoriale e ambientale di unire le forze in direzione di un unico obiettivo comune: accelerare la tendenza all’inevitabile superamento dell’attuale modo di produzione. Whatever it takes!

(18 – continua)


  1. Sebastian Payne, George Parker e Jim Pickard, Truss finally admits defeat on tax benefit for the wealthy, «Financial Times», 3 ottobre 2022  

  2. Domenico Quirico, Uno sciopero dei soldati come nel 1917, l’unica speranza per arrivare alla pace, «La Stampa», 30 luglio 2022  

  3. Guerra Russia-Ucraina, maxi rissa tra reclute e soldati in una base vicino a Mosca, «La Stampa», 4 ottobre 2022  

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Una donna sòla al comando https://www.carmillaonline.com/2022/09/26/una-donna-sola-al-comando/ Mon, 26 Sep 2022 07:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74134 di Alessandra Daniele

Atlantista verace, novità fasulla, Giorgia Meloni ha vinto, come previsto. Il PD ha perso, come al solito. L’affluenza è crollata. I fascisti non sono tornati. Non se ne sono mai davvero andati. Persecuzione dei lavoratori, repressione del dissenso, campi di concentramento in Libia, attentati alla Costituzione, guerra, cosa farà la Meloni che non abbia già fatto il PD? È una sfida alla sua altezza. Chi l’ha votata? E perché? I suoi elettori, oggi in festa, si dividono in 4 macro-categorie:

I Fascistoni Lo zoccolo duro, quelli che la votano fin dall’inizio, [...]]]> di Alessandra Daniele

Atlantista verace, novità fasulla, Giorgia Meloni ha vinto, come previsto. Il PD ha perso, come al solito. L’affluenza è crollata.
I fascisti non sono tornati. Non se ne sono mai davvero andati.
Persecuzione dei lavoratori, repressione del dissenso, campi di concentramento in Libia, attentati alla Costituzione, guerra, cosa farà la Meloni che non abbia già fatto il PD? È una sfida alla sua altezza.
Chi l’ha votata? E perché? I suoi elettori, oggi in festa, si dividono in 4 macro-categorie:

I Fascistoni
Lo zoccolo duro, quelli che la votano fin dall’inizio, e la voteranno fino alla fine. Razzisti, sessisti, xenofobi, omofobi, appartengono a tutte le classi sociali, e sono accomunati dalla passione per la fiamma che sorge dalla tomba di Mussolini, fuoco sacro da cui ai loro occhi Giorgia è circonfusa.

I Reazionari
Prevalentemente di classe media, devoti della trinità Dio, Patria, o Padania, e Famiglia, con l’aggiunta del Portafoglio, un tempo avrebbero votato Democrazia Cristiana, più di recente hanno scelto Forza Italia, o Lega, adesso insieme alla Madonnina piangente adorano Giorgia, la Madonnina urlante. Si definiscono moderati, ma sono a tutti gli effetti reazionari.

I Delusi
Provengono dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega, dal PD, dall’astensione, e persino dalla sinistra. Di classe medio-bassa, mal ripongono nella Meloni le loro speranze di riscatto sociale. Il loro è anche un voto di protesta. Questo è lo stesso fenomeno che porta il proletariato bianco in tutto l’occidente a votare a destra, e che ha fatto la fortuna di Trump e Le Pen. In realtà, la fede capitalista di Giorgia è salda quanto quella di Draghi. E di Berlusconi.

I Modaioli
Di classe prevalentemente medio-alta, li hanno provati tutti, a seconda della moda del momento. Di questa categoria fanno parte anche le femministe alla Valeria Marini. Questi elettori sono i più volubili, e molleranno Giorgia appena comparirà all’orizzonte il prossimo cazzaro.

Il Ciclo del Cazzaro infatti è ricominciato: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, adesso tocca a lei, Giorgia Meloni, prima regina della dinastia dei Re Sòla.
E così com’è stato per gli altri, anche il suo momento passerà, e ne resteranno le macerie.
Sta a noi far sì che stavolta, insieme alla cazzara di turno, crolli anche il marcio sistema fascio-capitalista che l’ha prodotta.

 

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Il babau fascista e la (solita) tiritera antifascista https://www.carmillaonline.com/2022/09/21/il-babau-fascista-e-la-tiritera-antifascista/ Wed, 21 Sep 2022 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73779 di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, [...]]]> di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, intervista a cura di Edek Osser – estate 1970)

A pochi giorni di distanza dalla “fatidica” data del 25 settembre, è difficile dire quanti saranno gli elettori che si presenteranno, convinti e con la tessera elettorale in pugno, ai nastri di partenza dell’ennesima e gaglioffa tornata elettorale.
A giudicare dai risultati degli ultimi anni, pochi. Molto pochi. Considerato soprattutto il fatto che, nell’attuale competizione, a farla da padrone sono stati più i nomi e le poltrone “garantite” dei candidati che non i programmi. Ma se anche così non fosse, vale comunque la pena di sottolineare come l’uso dei termini “fascismo” e “antifascismo” abbia ancora una volta caratterizzato la propaganda di una sinistra sempre più esangue e asservita alle esigenze del capitale nazionale e internazionale.

L’attuale farsa elettorale, infatti, vede le sinistre, più o meno parlamentari di ogni grado e risma, ricorrere ancora una volta all’espediente narrativo, già troppe volte visto in scena sia sui palcoscenici istituzionali più importanti che nei teatrini politici più scadenti, secondo il quale l’elettore “di sinistra” dovrebbe accorrere alla chiamata alle armi per difendere nell’urna la “democrazia” e la costituzione dall’ennesimo e vile assalto “fascista”. Trama semplice, priva di alcuna complessità interpretativa, in cui i buoni stanno, o devono stare, tutti dalla parte del “centro-sinistra” o al massimo di tutti quei partiti ancora non apertamente schierati con il terribile “centro-destra”.

A parte la qualità della compagnia che certo non fa rimpiangere quella del centro-destra, rimanendo nello schema interpretativo proposto dai media e dai rappresentanti dello schieramento “autenticamente” democratico, il primo pericolo sarebbe infatti presentato dal rischio di una revisione o riscrittura della carta costituzionale.

Su questo argometo, tralasciando il tema delle visite “agostane” di Giorgia Meloni al capo dello Stato rivelate dal “Fatto Quotidiano” del 10 settembre scorso, non occorre neppure ricorrere alle armi della critica proposte dalla Sinistra Comunista per smontare il grido di dolore che si leva dal perbenismo centrosinistrese. Basta, si pensi un po’, quanto è già stato scritto su un quotidiano tutt’altro che estremista come «il manifesto».

Le vicende delle «riforme costituzionali» ci dicono che l’attacco alla Costituzione non è venuto solo dalle destre ma anche dai partiti di centrosinistra, non è più vero dunque che il centrosinistra difende la Costituzione e le destre ne vogliono la distruzione. Centrosinistra e centrodestra sono stati protagonisti per vent’anni di tentativi, falliti, di modificare in pejus la Carta costituzionale del 1948 […] ai tentativi falliti si sono affiancati quelli riusciti a modificare la Costituzione. Eccone l’elenco: revisione del Titolo V (attuata dal governo Amato), dell’articolo 8 (votata dal Pd guidato da Bersani), degli articoli 56 e 57 per la riduzione del numero dei parlamentari (voluta dai 5S con il sostegno del Pd). Può essere punto di riferimento per la difesa della costituzione il pd, l’artefice principale delle sue manomissioni?1.

Non solo ma, entrando più nel merito delle questioni attuali, nello stesso articolo si aggiunge che se

la barbara Meloni si fa garante della scelta atlantica soprattutto per quanto riguarda il sostegno armato all’Ucraina, anche Letta è schierato con la Nato sostenendone le politiche militari, e il voto sul Trattato di adesione della Svezia e della Finlandia ha visto il Pd e il centrodestra votare insieme a favore […] Dunque la lesione dell’art.11, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, è compiuta sia dalla barbara Meloni sia dal progressista e democratico Letta. E il Pd ha in mano la società di produzione di armamenti Leonardo, guidata da Alessandro Profumo e da altri suoi iscritti, ch e propongono politiche aggressive di difesa e potenziamento dello strumento militare2.

E concludendo poi ancora che se

la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese […] si prenda la proposta di legge costituzionale AC224 e si troverà scritto che «la presente proposta di legge costituzionale si prefigge di superare il previsto stallo del sistema dei partiti chiudendo la transizione italiana e prendendo come riferimento il modello francese nella sua integralità (sistema elettorale e forma di governo». Dunque la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese che anche il democratico e progressista Ceccanti3, con altri del Pd vuole… 4.

Ora, tralasciando le quisquilie di ordine formale e costituzionale, considerato che qualsiasi carta costituzionale non è certo destinata all’eternità poiché al cambiamento dell’ordine sociale e politico deve per forza corrispondere un cambiamento delle leggi “fondamentali” che lo ispirano5, proviamo a considerare la questione fascismo/antifascismo da un più ampio punto di vista.

Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capace di reprimerlo. E’ una turlupinatura far credere che la formazione di un governo di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l’azione dello Stato e quello del fascismo, possano dipendere dall’andamento delle cose parlamentari.
[…] Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum della fregatura.
Poche delucidazioni a queste nostre asserzioni, contrapposte al gioco nauseante della «sinistra» politica che si elabora nei contatti osceni di Montecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazional-fascismi d’altra volta e di adesso.
Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affatto mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.
Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell’attuale. Basterebbe che l’apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza […]
Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un “governo forte”. Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse l’assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione dal duello tra bianchi e rossi6.

Il contesto della citazione è quello drammatico della guerra civile italiana, precedente alla marcia su Roma e alla presa del potere fascista, ma non per questo quelle parole non possono rinviare al dibattito fasullo di oggi. Dibattito in cui la solita sinistra liberal-democratica non ha neppure il coraggio di chiedere, seppur retoricamente, un’azione forte del governo contro il fascismo, ma soltanto ai rappresentanti dello stesso di cambiare il simbolo elettorale oppure di dichiararsi diversi da quel che sono.

Certo per la “sinistra” attuale, in particolare per il Pd, è facile chiedere agli avversari ciò che ha già fatto in casa propria, ripudiando qualsiasi riferimento alla lotta di classe, ma per la borghesia capitalistica, nazionale e internazionale, reazionaria o conservatrice, non lo è altrettanto. In fin dei conti la borghesia e il capitale non possono ripudiare se stessi e la propria forma Stato. Garante della proprietà privata e dello sfruttamento del lavoro salariato e sottopagato.

Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l’ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l’epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l’ordine con più “energia” della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta inghiottire ai lavoratori col pretesto che l’ordine è perturbato dai “reazionari” e che l’energia del governo l’assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggior nemico è chi si propone di mantenerlo con maggior energia7.

Oggi, forse, la richiesta dello Stato forte, che pur non manca nel panorama attuale grazie alle politiche di progressiva concentrazione del potere nelle mani di tecnici mai eletti dai cittadini, è più sottilmente esposta, adombrandosi di manovre economiche, piani di ripresa e resilienza, di accordi sovranazionali che, apparentemente, sembrano spingere sullo sfondo il discorso dell’azione “forte” dello Stato “nazionale”. Nascondendo dietro alla questione dei “diritti” «un passo analogo a quello del neoliberismo che assorbe le spinte libertarie degli anni Sessanta e Settanta per ribadire l’ordine capitalistico. Il pensiero dominante diventa pensiero unico assimilando ciò che gli si oppone. Colonizzando completamente l’immaginario.»8

Un immaginario in cui il diritto individuale sopravanza qualsiasi esigenza di liberazione generale della classe e, conseguentemente, della specie. In cui l’“Io” idealizzato sottomette le esigenze collettive e in cui l’idea del “privato” distrugge qualsiasi esigenza comunitaria. Aprendo ulteriormente le porte, per converso, anche in certe sgangherate versioni dell’estrema sinistra, a tutte quelle rivendicazioni, tipiche del fascismo e delle destre tendenti a inserire/soddisfare l’individuo, emarginato e impoverito, negli schemi della Nazione “sovrana”, della Patria, della Razza, della Proprietà “privata” e della Famiglia, patriarcale e indissolubile.

Non è certo pertanto nella pania dei “diritti” oppure in quella delle rivendicazioni a carattere nazionalistico che si può individuare lo strumento più efficace per combattere un fascismo di facciata che nasconde la profonda aderenza al Fascismo vero di gran parte dei partiti politici italiani e della loro forma Stato. Ereditata quasi integralmente dalla mancata reale “sconfitta” del Fascismo storico. Grazie, soprattutto, alle politiche messe in atto del CLN, tese più a impedire la svolta rivoluzionaria e anticapitalista che una parte della Resistenza portava con sé, più che a rifondare lo Stato repubblicano su nuove basi (e d’altra parte come si sarebbe potuto farlo senza negarne radicalmente il modo di produzione sul quale si fondava?). Anche se occorre, a questo punto, fare un salto indietro, fino al 1924.

Prima di tutto: l’origine del fascismo.
Ho ricordato che il movimento fascista è per la sua origine storica collegato ad una parte di quei gruppi che invocarono l’intervento italiano nella guerra mondiale.[…] Questo gruppo si era completamente identificato con la politica della concordia nazionale e dell’intervento militare […]
La crisi governativa in Italia è stata caratterizzata da qualcuno nel modo seguente: il fascismo rappresenta la negazione politica del periodo durante il quale predominava da noi una politica borghese liberale e democratica di sinistra. Esso è la forma più aspra di reazione contro la politica di conces­sione attuata da Giolitti ecc. nel dopoguerra. Noi siamo invece dell’avviso che fra questi due periodi esista un legame dialettico: che l’atteggiamento originario della borghesia italiana durante la crisi in cui il dopoguerra precipitò lo Stato, non fu se non la naturale preparazione del fascismo.
[…] Siamo così giunti ad un punto in cui fascismo e democrazia si incontrano. Il fascismo ripete in sostanza il vecchio giuoco dei partiti borghesi di sinistra e della socialdemocrazia, cioè chiama il proletariato alla tregua civile.[…]
A base di tutto ciò sta ovviamente lo sfruttamento dell’ideologia nazionalistica e patriottica. Non si tratta di qualche cosa di completamente nuovo. Durante la guerra, nell’interesse nazionale, la formula della sottomissione di tutti gli interessi particolari all’interesse generale dell’intero paese era già stata ampiamente utilizzata.
Il fascismo riprende dunque un antico programma della politica borghese, ma questo programma appare in una forma che in un certo senso riecheggia il programma della socialdemocrazia e che d’altra parte contiene qualcosa di veramente nuovo […]
Il fascismo vorrebbe conciliare e fare tacere tutti i conflitti economici e sociali all’interno della società. Ma questa non è che l’apparenza esterna. In realtà, esso cerca di realizzare l’unità all’interno della borghesia, una coalizione fra gli strati superiori delle classi possidenti in cui esso appiani i contrasti singoli fra gli interessi dei diversi gruppi della borghesia e delle diverse aziende capitalistiche.
[…] Ma, in tal modo, si irretisce in una contraddizione insolubile, perché è estremamente difficile attuare una politica unitaria della classe borghese finché le organizzazioni economiche dispongono di una completa libertà di sviluppo e finché vige una completa libertà di concorrenza fra i singoli gruppi di imprenditori.
[…] Ma, nell’insieme, il suo programma sociale non è null’altro che il vecchio programma di menzogne democratiche, che rappresenta solo un’arma ideologica per il mantenimento del dominio della borghesia.
Il fascismo è molto rapidamente – prima ancora della presa del potere – divenuto “parlamentare”; ha governato per un anno e mezzo senza sciogliere la vecchia Camera che in grande maggioranza era composta di non fascisti e, in parte addirittura di antifascisti. Con la flessibilità che è una caratteristica dei politici borghesi questa Camera si è affrettata a mettersi a disposizione di Mussolini per legalizzare la sua posizione e concedergli tutti i voti di fiducia che a lui piacque di chiedere. Lo stesso primo gabinetto Mussolini – ed egli, nei suoi “discorsi di sinistra”, vi ritorna sempre – non fu costituito su basi puramente fasciste, ma abbracciò rappresentanti dei più importanti fra gli altri partiti borghesi: dal partito di Giolitti, dei Popolari, della sinistra democratica. Si trattava, dunque, di un governo di coalizione. Ecco cosa ha partorito il cosiddetto colpo di Stato! Un partito che nella Camera contava 35 deputati ha preso il potere e ha occupato la grande maggioranza dei posti di ministro e sottosegretario9.

A partire da queste prime considerazioni, è chiaro che anche l’antifascismo di cui troppo spesso si parla, soprattutto in tempi di elezioni, può assumere forme e contenuti diversi, quasi sempre solo di facciata, niente affatto conciliabili tra di loro.

Il proletariato è antifascista in base alla sua coscienza di classe; esso vede nella lotta contro il fascismo una poderosa battaglia destinata a capovolgere radicalmente la situazione e a sostituire la dittatura della rivoluzione alla dittatura del fascismo. Il proletariato vuole la sua vendetta, non nel senso banale e sentimentale della parola; vuole la sua vendetta in senso storico.
Il proletariato rivoluzionario capisce per istinto che al fatto dell’aumento e del predominio delle forze della reazione si deve rispondere col fatto della controffensiva delle forze di opposizione; il proletariato sente che solo attraverso un nuovo periodo di dure lotte e – in caso di vittoria – attraverso la dittatura proletaria lo stato di fatto potrà essere radicalmente cambiato. Il proletariato aspetta questo momento per restituire all’avversario di classe, con un’energia decuplicata dalle esperienze, i colpi che oggi è costretto a subire.
L’antifascismo dei ceti medi ha un carattere meno attivo. Si tratta, è vero, di una forte e sincera opposizione, ma alla base di questa opposizione è un orientamento pacifista: si vorrebbe con tutto il cuore ristabilire in Italia una vita politica normale, con piena libertà di opinione e discussione… ma senza colpi di manganello, senza impiego della violenza. Tutto deve tornare alla normalità, sia i fascisti che i comunisti devono avere il diritto di professare le loro convinzioni. È questa l’illusione dei ceti medi, che aspirano ad un certo equilibrio delle forze e della libertà democratica.
Anche nella borghesia in senso stretto regnano oggi dei dubbi sull’opportunità del movimento fascista. Si nutrono delle preoccupazioni, di cui i due citati organi di stampa (“Corriere della Sera” e “La Stampa” – NdR) sono, fino a un certo punto, i portavoce. Essi si chiedono: è questo il metodo giusto? Non è esagerato? Nell’interesse dei nostri scopi di classe noi abbiamo creato un certo apparato che doveva rispondere ad alcune esigenze. Ma non andrà esso oltre le funzioni che gli attribuivamo e gli scopi che ci prefiggiamo? Non sarà costretto a far più di quanto è bene? Gli strati più intelligenti della borghesia italiana sono per una revisione del fascismo e dei suoi scantonamenti reazionari, per timore che questi portino necessariamente ad una esplosione rivoluzionaria. Naturalmente, è nell’interesse espresso dalla borghesia che questi strati della classe dominante conducano nella stampa una campagna contro il fascismo per ricondurlo sul terreno della legalità, per farne un’arma più sicura e flessibile dello sfruttamento della classe operaia10.

Continuando poi con le seguenti considerazioni, svolte a seguito dell’assassinio di Giacomo Matteotti:

l’opposizione borghese considera l’intera questione come un fatto giudiziario, come una questione di morale politica […] Per noi, al contrario, si tratta di una questione politica e storica, di una questione di lotta di classe […] Bisogna dichiarare apertamente che solo l’azione rivoluzionaria del proletariato può liquidare una situazione simile; una situazione che […] non può più essere sanata con puri provvedimenti giudiziari, col ristabilimento filisteo della legge e dell’ordine. A tale scopo è invece urgente la distruzione dell’ordine esistente, un capovolgimento completo che solo il proletariato può condurre a termine.
[…] All’ordine del giorno è anche la questione del giudizio del fascismo italiano da parte della opinione pubblica internazionale, della campagna di propaganda condotta contro di esso dai paesi civili. Si crede addirittura di vedere nell’indignazione morale della borghesia degli altri paesi un mezzo per liquidare il movimento fascista.
I comunisti e i rivoluzionari non possono abbandonarsi a questa illusione sulla sensibilità democratica e morale della borghesia degli altri paesi. Anche là dove oggi si presentano ancora tendenze pacifistiche e di sinistra, domani il fascismo sarà usato senza scrupoli come metodo di lotta di classe. Noi sappiamo che il capitale internazionale può solo rallegrarsi delle imprese del fascismo in Italia, del terrore che esso esercita laggiù contro operai e contadini.
Per la lotta contro il fascismo […] si tratta di una questione di lotta di classe. Noi non ci rivolgiamo ai partiti democratici degli altri paesi, alle associazioni di idioti e di ipocriti come la Lega per i diritti dell’uomo, perché non vogliamo fare sorgere l’illusione che si tratti per essi di qualche cosa di sostanzialmente diverso dal fascismo, o che la borghesia degli altri paesi non sia in grado di preparare alla sua classe operaia le stesse persecuzioni e di compiere le stesse atrocità che il fascismo in Italia11.

E’ un chiaro richiamo alla necessità della lotta quello che il rappresentante del PCd’I espone nella sua relazione sul Fascismo e sui modi per combatterlo, che anticipa di vent’anni le modalità espresse poi dalla spontanea Resistenza degli oppressi e dei militari tornati dai fronti bellici. Come ad esempio esprimeva benissimo Nuto Revelli, nel suo diario della campagna di Russia12: «Cialtroni! Più nessuno crede alla vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo insulto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata (di Russia – NdR) non crede più ai gradi e vi dice: Mai tardi…a farvi fuori!»13

Certo, la lotta è possibile solo con la partecipazione delle masse. La gran massa del proletariato sa molto bene che la questione non può essere risolta con l’offensiva di una avanguardia eroica. Questa è una concezione ingenua […] Non è così facile fare la rivoluzione!
Noi siamo assolutamente convinti dell’impossibilità di intraprendere la lotta con qualche centinaio o qualche migliaio di comunisti armati. Il P.C. d’Italia è l’ultimo ad abbandonarsi a simili illusioni. Siamo fermamente convinti della necessità inderogabile di attirare nella lotta le grandi masse. Ma l’armamento è un problema che può essere risolto solo con mezzi rivoluzionari […] Ma dobbiamo liquidare l’illusione che una manovra qualsiasi ci metta un giorno in condizione d’impadronirci dell’apparato tecnico e delle armi della borghesia, cioè di legare le mani ai nostri avversari prima che passiamo all’attacco contro di essi.
Combattere questa illusione che spinge il proletariato alla pigrizia in senso rivoluzionario non è terrorismo […] Noi non diciamo affatto che siamo dei comunisti “eletti” e che vogliamo sconvolgere l’equilibrio sociale con l’azione di una piccola minoranza. Al contrario, vogliamo conquistare la direzione delle masse proletarie, vogliamo l’unità di azione del proletariato; ma vogliamo anche utilizzare le esperienze del proletariato italiano che insegnano che delle lotte sotto la direzione di un partito non consolidato – anche se di massa – o di una coalizione improvvisata di partiti portano necessariamente alla sconfitta. Vogliamo la lotta comune delle masse lavoratrici nelle città e nella campagna, ma vogliamo la direzione di questa lotta da parte di uno stato maggiore con una linea politica chiara, cioè del partito comunista.
Questo il problema che ci sta di fronte14.

Ieri come oggi il soggetto antagonista non può affidarsi alle promesse elettoralistiche e alle chimere parlamentariste per sconfiggere il suo avversario, sia che si nasconda sotto le spoglie di Giorgia Meloni che di Letta, Salvini, Renzi, Calenda, Berlusconi, Di Maio o altri ancora. Compresi i «sinistri» che accampano ancora motivi tipici del Fascismo e del Nazionalismo, quali Sovranità e Nazione, in un paese in cui più che la difesa dei confini sarebbe necessario farla finita una volte per tutte con il capitale e i suoi scherani. In divisa militare o in abito grigio da parlamentare che siano.

Strategia perdente, quella dell’attuale “antifascismo” da elezioni, che spinge i giovani a doversi accontentare del piagnisteo ipocrita di “Repubblica” del 21 settembre sulle manganellate distribuite a Palermo dalle forze del dis/ordine sui contestatori del comizio di Giorgia Meloni, dimenticando però che proprio quel giornale rappresenta una delle voci più autoritarie nei confronti dei movimenti reali. Com il suo direttore, Maurizio Molinari ha ben dimostrato sempre nei confronti del Movimento NoTav, definito terrorista dallo stesso.

Mentre, solo per fare un esempio, il fatto che al sorgere di un movimento dal basso e concreto nelle istanze, come quello rappresentato nel Regno Unito da «Don’t Pay» che ha raccolto in poco tempo più di centomila aderenti, che potrebbero diventare un milione, intorno a una richiesta fondamentale, ovvero «la riduzione delle bollette energetiche a un livello accessibile», il governo “conservatore” di Liz Truss ha dovuto rispondere con un provvedimento del valore compreso tra i 150 e i 200 miliardi di sterline indirizzato al contenimento del caro-bollette per i prossimi 24 mesi.

Anche se tale provvedimento si è reso necessario prima di tutto per fornire un aiuto alle aziende, è chiaro che il potenziale pericolo rappresentata dal movimento, sul piano della lotta di classe, ha costituito uno dei fattori chiave per una svolta in tal senso. Considerato anche, come ha affermato Salvatore Toscano su «L’indipendente», che: «L’iniziativa, come si legge sul sito, ricalca un’idea realizzata nel Regno Unito alla fine dello scorso millennio, quando 17 milioni di persone si rifiutarono di pagare la Poll Tax, contribuendo alla caduta del governo e all’inversione delle sue misure più dure».

Insomma, la lotta concreta dal basso è l’unica che paga e, talvolta, può essere addirittura sufficiente che il suo spettro si aggiri per l’Europa15.


  1. Franco Rosso, La Costituzione non è difesa dal partito di Letta, «il manifesto», martedì 9 agosto 2022, p.15  

  2. F. Rosso, art. cit.  

  3. Cui Fratoianni ha lasciato il seggio di Pisa – NdA  

  4. ivi  

  5. Per fare solo un esempio, quale dovrebbe essere la concezione della proprietà privata, del lavoro, dell’organizzazione socio-politica in una situazione in cui una rivoluzione radicale e proletaria prendesse il sopravvento? Potrebbe ancora basarsi sui principi liberali oppure dovrebbe affermarne, come pensa l’estensore di queste note, altri? Magari assolutamente diversi e contrari a quelli attualmente in vigore?  

  6. A. Bordiga, Del governo, «Il Comunista», 2 dicembre 1921  

  7. A. Bordiga, art. cit.  

  8. Fabio Ciabatti, Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /2, «Carmilla on line», 23 agosto 2022  

  9. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista (Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924)  

  10. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  11. Ivi  

  12. N. Revelli, Mai tardi, Einaudi, Torino 1967 – prima edizione Panfilo editore, Cuneo 1946  

  13. N. Revelli, op. cit., p. 210  

  14. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  15. “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2022 rivela che dal Rapporto Coop 2022 emerge che un italiano su tre entro Natale potrebbe non riuscire più a coprire le spese per le utenze di luce e gas, mentre il 57% degli italiani si sarebbe già dichiarato in difficoltà nel pagare l’affitto.  

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Il nuovo disordine mondiale /17: storia breve di una débâcle inevitabile https://www.carmillaonline.com/2022/09/07/il-nuovo-disordine-mondiale-17-cronaca-di-una-debacle-annunciata/ Wed, 07 Sep 2022 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73890 di Sandro Moiso

La peggior campagna elettorale di sempre, forse l’unica che nel giro di qualche settimana è riuscita a far passare il numero degli astenuti e degli indecisi dal 40 al 42%, oltre a nutrirsi del solito e farraginoso strumentario ideologico di bassa lega, sia a destra che a sinistra, ha rimpinguato il proprio verboso arsenale propagandistico di tutto quanto proviene dalle fake news che, come in ogni conflitto che “si rispetti”, riguardano la guerra in corso e le sue conseguenze militari, geopolitiche e, soprattutto, economiche.

Così, mentre Giorgia Meloni fa [...]]]> di Sandro Moiso

La peggior campagna elettorale di sempre, forse l’unica che nel giro di qualche settimana è riuscita a far passare il numero degli astenuti e degli indecisi dal 40 al 42%, oltre a nutrirsi del solito e farraginoso strumentario ideologico di bassa lega, sia a destra che a sinistra, ha rimpinguato il proprio verboso arsenale propagandistico di tutto quanto proviene dalle fake news che, come in ogni conflitto che “si rispetti”, riguardano la guerra in corso e le sue conseguenze militari, geopolitiche e, soprattutto, economiche.

Così, mentre Giorgia Meloni fa a gara con Enrico Letta nel tentativo di dimostrare di essere più servilmente atlantista dello stesso PD, il povero “ex-capitano” de noantri, si è visto messo alla berlina, sia dagli avversari che dagli alleati, per aver ribadito ciò che da mesi è possibile riscontrare sulla stampa economica internazionale e nazionale: ovvero che fino ad ora le sanzioni hanno danneggiato l’economia europea ancor più di quella russa e che la “serrata del gas” da parte di Gazprom e di Putin può costituire un pericoloso innesco per un incendio che potrebbe rivelarsi disastroso sia sul piano industriale che sociale.

Ma, prima che il genio giornalistico di Natalie Tocci accomuni chi scrive agli “utili idioti di Putin”1, proviamo a fare qualche passo indietro e, soprattutto, nella realtà. Partendo proprio dalla questione “gas”, inseparabile dalla condizione di esistenza fondamentale di un sistema che, non ci vuole un genio per capirlo, è sostanzialmente energivoro.

Tale passo, prima di ricondurci alla situazione creatasi a livello globale, come conseguenza della guerra in Ucraina, nel settore dei prezzi e dei rifornimenti di gas e idrocarburi, vede costretto l’autore di questo intervento a ricordare come l’avvento della Rivoluzione Industriale, alla metà del XVIII secolo, abbia visto un passaggio epocale dal consumo di energie che oggi si direbbero “rinnovabili “ (vento, acqua, animali e umane) a quello di un’energia che rinnovabile non era, ma che per il tramite della macchina a vapore prima e del motore elettrico o a scoppio poi, forniva alla nascente produzione industriale, e al suo modello di organizzazione sociale, una continuità e regolarità di utilizzazione che le altre non potevano fornire.

Vento, acqua, fatica dell’animale e dell’uomo dovevano infatti sottostare a limiti “naturali” (di carattere stagionale e di tempi di rinnovo) che la macchina a vapore e tutti i suoi derivati (fino all’uso dell’energia nucleare) non dovevano rispettare. Il vento poteva infatti essere troppo (nel caso della stagione invernale o degli urgani estivi) o troppo poco (come nel caso delle bonacce atlantiche, durante le quali una nave a vela poteva dover attendere per settimane il ritorno di condizioni di vento favorevoli) così come l’acqua che faceva funzionare mulini, macine oppure i primi telai meccanici. L’uomo e gli animali, per quanto messi alla catena per remare oppure far girare una macina oppure ancora per trainare strumenti agicoli di un certo peso (ad esempio aratri ed erpici), oltre a dover interrompere il lavoro per i suddetti limiti fisici naturali (si legga “fatica”), finivano comunque col consumare, per quanto in quantità minime nel caso di schiavitù e maltrattamenti connessi all’uso della forza animale, una parte del prodotto che contribuivano a creare.

Per capirci: gas, petrolio, energia elettrica non consumano il prodotto (ad esempio la farina) che concorrono a realizzare. Inoltre sono fonti di energia o energie sempre disponibili nella giusta quantità necessaria, sia di notte che di giorno, in inverno che in estate, senza forzose interruzioni. Inevitabile quindi che, per il “buon funzionamento” della macchina industriale capitalistica e i suoi ritmi produttivi, la scelta si indirizzasse sempre più verso il loro diffuso e devastante utilizzo.

Sistema che nel divenire “energivoro” ha finito col dar vita a una serie di conflitti sempre più intensi, ravvicinati e distruttivi, per l’appropriazione di materie prime di origine fossile che, se ai tempi di Marco Polo potevano costituire una semplice curiosità o una mercanzia tra le altre2, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e, in particolare, dal Primo macello imperialista diventano il premio di ogni guerra, allargata, coloniale e non3. Prova ne sia il fatto, qui citato a solo titolo di esempio, che la marcia delle truppe dell’Asse verso i territori sud-orientali dell’URSS, interrottasi forzatamente a Stalingrado, poco aveva di “ideologico”, ma molto di pratico vista la cronica fame di risorse energetiche e di petrolio della Germania. Cosa che aveva spinto Hitler a spostare un congruo numero dei tre milioni di soldati inviati sul fronte orientale con l’Operazione Barbarossa sul fronte del Caucaso; nel tentativo di appropriarsi sia delle regioni petrolifere là presenti che delle aree petrolifere incluse dai dominion inglesi in Iraq ed Iran. Come sia andata a finire ce lo dicono i libri di storia. Stesso discorso vale per la campagna d’Africa condotta con l’alleato Mussolini, alla ricerca della conquista o del mantenimento del controllo del petrolio libico e dell’interruzione dei traffici marittimi e commerciali inglesi dall’India e verso la stessa.

Ma è necessario interrompere qui il Bignami della storia del ‘900 e dei suoi devastanti conflitti, per tornare ai problemi attuali, che dimostrano, comunque, come tale secolo sia stato tutt’altro che breve e si prolunghi ancora nel nostro disastrato presente. Compresa la scarsa passione del capitalismo industriale per l’uso delle fonti energetiche alternative, nonostante la predicazione greenwashing dei media falsamente progressisti.

E visto che si parlava di Germania del Reich, proprio dalla (ex-?) locomotiva d’Europa occorre ripartire per la riflessione sulle sanzioni, e poiché il danno causato all’economia europea dalle sanzioni alla Russia e dal taglio delle forniture di gas sembra appartenere, all’interno della propaganda bellico-politica in cui siamo immersi, soltanto alle fake messe in campo dal Cremlino e dalla sua portavoce Maria Zakharova, torneremo al 30 marzo di quest’anno, quando il quotidiano tedesco «Handelsblatt», l’equivalente dell’italiano «Il Sole 24 Ore», scriveva:

L’industria tedesca ad alta intensità energetica avverte con urgenza il rischio di una possibile interruzione della fornitura di gas naturale russo. Anche il razionamento potrebbe portare a perdite di produzione, che avrebbero conseguenze per l’intera industria di trasformazione in Germania, spiegano ad esempio i manager dell’industria chimica. Laddove è necessario molto gas come fonte di energia e materia prima, le aziende sono minacciate di estinzione in caso di restrizioni.
Mercoledì, il ministro federale dell’Economia Robert Habeck (Verdi) ha annunciato il “livello di allerta precoce” del cosiddetto piano di emergenza gas, avvertendo così l’economia di un significativo deterioramento dell’approvvigionamento di gas. L’ industria che sarebbero più colpita da un’interruzione dell’offerta o dal razionamento è quella chimica che per Christian Kullmann è il “cuore dell’economia tedesca”. In questa frase Boss è contenuto un avvertimento: se non batte più, ha gravi conseguenze per tutte le industrie. E questo è uno scenario realistico in caso di fallimento delle forniture di gas all’industria4.

Per poi continuare il giorno successivo con un’intervista al Direttore delle poste tedesche, in cui si affermava:

Un embargo sarebbe devastante per la Germania e l’Europa, ha detto il manager in un’intervista a Handelsblatt. “Ci sarebbe la minaccia di un collasso di parti del nostro settore”.
Un tale passo non garantirebbe in alcun modo la fine della guerra in Ucraina. “Se ti indebolisci in modo massiccio, non vincerai”, ha detto Appel. Ha anche accolto con favore il fatto che il governo tedesco non stava saltando immediatamente su ogni questione nel conflitto ucraino, ma stava prendendo decisioni “con calma e chiarezza” […] Frank Appel teme un collasso di parti del settore in caso di boicottaggio e si oppone anche a un disaccoppiamento dalla Cina.5.

Mentre, sempre negli stessi giorni, «Die Welt», un altro importante quotidiano tedesco equivalente del «Correiere della sera» italico, occupandosi dell’inflazione, scriveva:

Un mese dopo lo scoppio della guerra, i tedeschi stanno vivendo uno shock storico dei prezzi: al 7,3%, l’inflazione a marzo è stata più alta che mai nella Germania riunificata. Secondo l’Ufficio federale di statistica, la vita nei vecchi Stati federali era aumentata così tanto solo nel novembre 1981.
[…] La Repubblica Federale ha registrato l’inflazione più forte nel dicembre 1973 con il 7,8 per cento. E questo segno potrebbe presto essere rotto se la guerra in Ucraina dura ancora più a lungo o la disputa energetica con la Russia si intensifica.
Perché è l’improvviso aumento del prezzo dell’energia che farà salire il tasso di inflazione nel 2022. “È principalmente energia, ma anche cibo, che ancora una volta si è rivelato un driver di prezzo. L’aumento di quasi il 40% dei prezzi dell’energia spiega più della metà dell’inflazione attuale”, afferma Sebastian Dullien, direttore dell’Istituto per la macroeconomia e la ricerca economica (IMK). […] “Non si prevede che i mercati dell’energia allenteranno le tensioni nei prossimi mesi: i prezzi all’ingrosso del gas e dell’elettricità indicano che l’energia domestica in particolare rischia di diventare ancora più costosa per i clienti finali”. Nel caso del carburante, c’è un certo sgravio, anche perché temporaneamente le tasse su di esso devono essere ridotte.
Tuttavia, queste riduzioni sono matematicamente troppo piccole per compensare l’aumento dei prezzi dell’energia delle famiglie nel tasso di inflazione. “Tutto sommato, l’inflazione rimarrà alta per il resto dell’anno”, è certo Dullien.
L’IMK ha aumentato le sue stime in risposta agli eventi. […] “Se l’energia dovesse diventare ancora più costosa, ad esempio in caso di interruzione della fornitura di energia russa, l’inflazione potrebbe essere di nuovo significativamente più alta”, afferma Dullien.
[…] E oggi non sono solo i prezzi dell’energia a guidare l’inflazione in questo paese. Ad eccezione degli affitti, l’intero carrello della spesa dei tedeschi sta diventando più costoso della media.
“Il rollover a tutti i settori possibili è in pieno svolgimento. Aggiungete a ciò i ricarichi aggiuntivi nei settori dell’ospitalità, della cultura e del tempo libero, una volta terminato l’attuale ciclo di restrizioni, ed è difficile immaginare che l’inflazione diminuirà in modo significativo nel prossimo futuro “, afferma Carsten Brzeski, capo economista di ING.
[…] Gli alti tassi di inflazione stanno mettendo sotto pressione la Banca centrale europea (BCE). Perché mentre gli economisti aumentano le loro previsioni di inflazione, tagliano le loro previsioni di crescita. Il Consiglio tedesco degli esperti economici ha più che dimezzato le sue previsioni di crescita economica quest’anno all’1,8%.
Nelle loro precedenti previsioni di novembre, gli esperti economici avevano promesso una crescita del 4,6% per il 2022. Una tale combinazione di stagnazione economica e alta inflazione (chiamata anche stagflazione) è temuta perché getta le autorità monetarie in un dilemma.
“Per la BCE, questo alto rischio di stagflazione nell’eurozona metterà sotto pressione la prevista normalizzazione della politica”, afferma Brzeski. Mentre la crescita è recessiva, almeno nella prima metà dell’anno, l’inflazione complessiva sarà significativamente più alta nel lungo termine.
In un tale contesto macroeconomico, l’attenzione della BCE sembra spostarsi dalla crescita all’inflazione. “Ma per quanto la BCE possa contribuire a far arrivare i container dall’Asia più velocemente e più a buon mercato in Europa o ad aumentare la produzione di microchip a Taiwan, non può porre fine alla guerra o abbassare i prezzi dell’energia”, afferma Brzeski.
Quanto sia profondo il dilemma è reso chiaro da un’altra cifra: quando l’inflazione in Germania era del 7,3 per cento, il tasso di interesse di riferimento fissato dalla Bundesbank era dell’11,4 per cento. In questo modo, le autorità monetarie volevano contrastare massicciamente ulteriori aumenti dei prezzi. Oggi, d’altra parte, il tasso di interesse di riferimento in tutta Europa è pari a zero.
Gunther Schnabl, professore di politica economica all’Università di Lipsia, critica la BCE. A differenza della Federal Reserve statunitense, l’istituzione di Francoforte ignora il fatto che la stabilità valutaria è minacciata a lungo termine.
[…] Secondo la sua stima, le radici sono più profonde che nella crisi attuale. “Indipendentemente dalla ragione dell’inflazione, la BCE deve agire per contenere i cosiddetti effetti di secondo impatto”, afferma l’economista.
Gli effetti di secondo impatto si verificherebbero se i sindacati chiedessero una compensazione salariale a causa delle pressioni inflazionistiche, che a loro volta costringevano le aziende ad aumentare i prezzi. “Tali spirali salario-prezzo osservate nel 1970 manterrebbero alta l’inflazione per lungo tempo. Ciò sarebbe rischioso a causa della crescita negativa e degli effetti distributivi dell’inflazione dei prezzi al consumo e degli asset” 6.


La citazione può apparire troppo lunga, ma è importante perché rivela come tutto quanto sta accadendo a livello europeo e italiano fosse ampiamente prevedibile fin dall’inizio del conflitto in Ucraina. Non solo, ma anche che i paletti per la risposta all’inflazione erano già stati messi dalla BCE, insieme alla necessità, per il capitale, di contrastare qualsiasi richiesta proveniente dai sindacati o da movimenti sociali auto-organizzati per aumenti salariali o aiuti di altro genere, non alle imprese, ma alle famiglie e ai lavoratori in difficoltà.

Ma anche su altri quotidiani europei, in quei giorni si sottolineavano le conseguenze, presenti e future, dei processi inflattivi messi in atto a partire dal conflitto e dalle politiche adottate dall’Unione Europea e dell’Occidente per “contrastarlo”. Ad esempio il quotidiano spagnolo «Cinco Días», sempre in data 31 marzo, scriveva:

L’inflazione si rivela sempre più come una tassa per i poveri e i lavoratori. I prezzi hanno iniziato a salire in Spagna a cavallo dell’estate del 2021, trainati principalmente dal prezzo dell’energia, con il quale l’IPC medio annuo ha chiuso lo scorso anno al 3,1% […]. Ma quello che sembrava un aumento molto congiunturale i cui effetti sarebbero scomparsi in primavera, secondo i primi calcoli degli analisti, è diventato un vero incubo per il paniere della spesa, a causa degli effetti della guerra in Ucraina, che ha già completato un mese.
I dati sull’inflazione anticipata pubblicati dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE) per il mese di marzo, sono arroccati ad un tasso su base annua del 9,8%, molto vicino al livello psicologico delle due cifre, dopo un aumento mensile del 3%, che colloca questa cifra tra le più alte da quella registrata nel maggio 1985. Ci sono voluti 36 anni per vedere questa mancanza di controllo dei prezzi in Spagna, anche se tutto indica che questa escalation non si fermerà qui, in quanto potrebbe persino raggiungere due cifre a breve e persino superarle.
[…] Dietro questa evoluzione continuano a pesare fattori geopolitici esterni come la durata della guerra in Ucraina e la tensione nei prezzi di prodotti strategici come il petrolio o il gas, che distorcono completamente i prezzi della componente energetica, che si manifesta in aumenti dei prezzi di elettricità, combustibili e per effetto indotto cibo e bevande analcoliche. […] Da qui la continuità dei messaggi del governatore della Banca di Spagna per raggiungere un patto di reddito che mitighi questa escalation.
Il tasso sottostante, che misura l’evoluzione dei prezzi, eliminando i prodotti alimentari freschi ed energetici, ha raggiunto un tasso su base annua del 3,4% a marzo, aumentando di quattro decimi in più rispetto a febbraio. Un fatto che lungi dall’essere rassicurante sull’evoluzione futura, anticipa le tensioni rialziste nell’indicatore generale per tutti i prossimi mesi.
Lo tsunami a cui sono sottoposti i prezzi di tutti i prodotti del carrello ha come effetto più diretto sui cittadini una netta e sempre più profonda perdita di potere d’acquisto. […] Questo calo del potere d’acquisto è particolarmente sentito nei redditi salariali e nei risparmi delle famiglie e delle imprese.
Quindi è relativamente facile fare un’approssimazione quantificabile del denaro che potrebbe supporre questo impatto dell’escalation inflazionistica in questi redditi e che potrebbe essere di circa 70.000 milioni di euro di riduzione del potere d’acquisto di salari e depositi. Come ci si arriva?
La prima cosa che bisogna specificare per fare questo calcolo è quanto i prezzi siano diventati più costosi e per questo, la cosa più giusta è prendere non solo i dati del mese – in questo caso marzo, 9,8% – ma determinare quanto i prezzi sono aumentati in media negli ultimi dodici mesi. Ciò produrrebbe un aumento misurato dell’IPC che tocca il 4,9% tra aprile 2021 e marzo 2022.
Una volta calcolata questa domanda, vengono presi i dati sul reddito salariale inclusi nei dati dei conti nazionali trimestrali, anch’essi preparati dall’INE, e mostrano che la massa salariale annuale del paese ammonta a circa 600.000 milioni di euro. Tenendo conto che l’aumento salariale medio concordato nei contratti collettivi alla fine dello scorso anno per 8,3 milioni di dipendenti – che salirà a circa 10 milioni nel corso di quest’anno a causa dei ritardi nella registrazione dei contratti – è stato dell’1,47% e che finora quest’anno questo aumento supera leggermente il 2%, si potrebbe dire che questi lavoratori secondo l’inflazione media degli ultimi dodici mesi (che sfiora il 5%) stanno perdendo tra i 3 e i 3,5 punti di potere d’acquisto. Ciò si traduce in una perdita di potere d’acquisto compresa tra 18.000 e 21.000 milioni di euro.
Inoltre, le prospettive salariali non sono molto migliori e, nel migliore dei casi, se i datori di lavoro e i sindacati raggiungessero l’accordo pluriennale di accordi di cui stanno parlando, la raccomandazione di un aumento salariale per quest’anno sarebbe di circa il 3 per cento, in modo che di fronte all’incertezza di come si evolveranno i prezzi, se la spirale inflazionistica continua, quel piccolo miglioramento dei salari potrebbe essere azzerato già nel corso di quest’anno. Pertanto, la suddetta perdita vicina a 20.000 milioni di reddito salariale a causa dell’impatto dell’inflazione sarebbe possibile anche nella fascia bassa di perdite.
Il conto successivo è ancora più semplice, la Spagna ha poco più di un trilione di euro di risparmi depositati in conti correnti. Questo denaro non è praticamente remunerato, quindi l’impatto vicino al 5% sarebbe completo, riducendo un importo approssimativo a 50.000 milioni di euro della capacità di acquisto dei risparmi degli spagnoli. Con la somma di entrambi gli importi, si ottiene il suddetto costo di 70.000 milioni di reddito e risparmio salariale.
[…] Jakob Suwalski e Giulia Branz, analisti di Scope Ratings, prevedono entro il 2022 che il tasso di inflazione supererà il 5% “anche in uno scenario di graduale convergenza verso l’obiettivo della BCE del 2% entro la fine dell’anno”. Se lo scenario è quello di una continuazione delle pressioni sui prezzi, il tasso annuo sarebbe in media dell’8%. Ritengono che un rialzo dei tassi da parte della BCE non affronterebbe direttamente gli effetti inflazionistici7.

Si è continuato citando giornali stranieri e titoli di diversi mesi or sono proprio per dimostrare come quanto recentemente affermato sul peggioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione dell’Europa e dell’Italietta, sempre falsa e buonista, non appartenga ad un immaginario distorto dovuto soltanto alla abilità russa nel produrre disinformatja, ma alla realtà di ciò che era ampiamente prevedibile fin dall’inizio del confronto militare, economico e politico con la Russia di Putin. Non un imprevedibile svolto di una situazione altrimenti normale, ma una conseguenza “certificata” per tempo delle scelte operate a livello politico ed economico dalla UE e dagli USA.
I quali ultimi, con il loro ruolo nel settore del controllo, produzione e vendita del petrolio e del gas, non potevano mancare in questo excursus a ritroso. Come affermava infatti il «Financial Times», giornale notoriamente filoputiniano, nei primi giorni di aprile di quest’anno:

Prima la crisi finanziaria, poi la pandemia globale e adesso la guerra in Europa spingono i governi a cambiamenti inediti, che prima sembravano impensabili. L’ultimo in ordine di tempo è costituito dalla decisione degli Stati Uniti di attingere a 180 milioni di barili di greggio dalle loro riserve petrolifere strategiche: il più grande ricorso alle scorte nazionali mai avvenuto nella storia. Tuttavia, la reazione del mercato suggerisce che anche una mossa di così ampia portata potrebbe non essere sufficiente a ridurre la spirale dei prezzi del carburante come era nelle intenzioni di Biden.
[…] Un problema della decisione di Washington è che rischia di apparire come disperata, e quindi ottenere il risultato opposto di quello desiderato. Questi sei mesi di utilizzo delle riserve nazionali lasceranno le scorte petrolifere di emergenza più grandi del mondo ai livelli più bassi dal 1984, per di più in una fase in cui l’offerta di greggio è in una situazione di grave instabilità.
Questo milione di barili in più al giorno non basterà a risolvere la crisi, comunque. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha segnalato che la produzione russa potrebbe diminuire di tre milioni di barili al giorno, a causa non solo dell’embargo statunitense sul greggio e delle altre sanzioni stabilite dai Paesi occidentali, ma anche di quella sorta di “auto-sanzione” applicata indirettamente dagli acquirenti cominciano a rifiutarsi di comprare i prodotti russi. C’è anche il rischio che il prolungamento della guerra spinga definitivamente l’Ue a limitare i suoi acquisti di petrolio russo.
Biden ha anche rivelato un piano per fare pressione sui produttori statunitensi e spingerli a pompare di più, imponendo tasse su quelli che non trivellano dove hanno licenze sulle terre federali. Affermare che le scorte torneranno a essere riempite quando i prezzi scenderanno a 80 dollari al barile è un tentativo di fissare un prezzo minimo a lungo termine per il greggio più alto di quello degli scambi futures attuali. Ma gli addetti ai lavori ritengono che gli azionisti potrebbero cercare prezzi ancora più alti prima di portare i nuovi flussi a regime. Ci sono poi dei vincoli oggettivi all’aumento della perforazione americana da considerare, non da ultimo la carenza di materiali, mezzi e uomini per comporre le squadre addette al fracking (la perforazione idraulica delle rocce).
Se gli Stati Uniti intendevano scalare posizioni per diventare il produttore di greggio più importante del mondo, in realtà il loro annuncio potrebbe avere l’effetto di rinforzare ancora di più il peso dell’Opec. Secondo le stime, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti insieme avrebbero una capacità inutilizzata di oltre 2 milioni di barili al giorno. Ma il cartello mediorientale si è mantenuto prudente rispetto alla guerra e non ha dato seguito alla richiesta di Biden di aumentare l’offerta.
[…] La Casa Bianca affronta anche un altro dilemma. Biden ha cominciato il suo mandato assumendosi l’impegno di portare avanti una politica vigorosa sul clima, ma rischia di perdere entrambe le camere del Congresso alle elezioni di mid-term di novembre. Il balzo del 50% dei prezzi della benzina in un anno fa arrabbiare soprattutto gli elettori repubblicani8.

Escluso il fallimento dei rapporti tra USA e Opec, messo in risalto anche dal rifiuto degli ultimi giorni da parte dei principali produttori di gas e petrolio di incrementare l’offerta per abbassarne i prezzi9, e sconfitta la speranza di coinvolgere Cina e India nelle sanzioni alla Russia10 non è difficile vedere che quanto previsto dal Ministro Cingolani per affrontare la prossima crisi nell’autunno-inverno 2022/2023, non è affatto lontano da quanto prospettato dalla BCE o desiderato dagli USA. Indipendentemente dall’uso che farà di tutto questo la propaganda russa.

D’altra parte, va ancora qui ricordato che una parte degli aumenti del costo del gas è da attribuire alle manovre speculative in atto sul mercato di Amsterdam, tanto da far pensare, alla Commissione europea di mettere il Ttf olandese sotto il controllo dell’Esma (Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati)11, confermando così l’analisi marxiana del fatto che «l’unico limite del capitale è il capitale stesso». In questo caso inteso non come controllo sulla libera definizione dei prezzi in Borsa, ma per l’intralcio che gli interessi del capitale finanziario e della rendita finiscono col creare alla produzione industriale, peggiorandone le condizioni incrementandone i costi.

Infine, per non fare troppo torto alla stampa nazionale, val la pena di ricordare che già in data 18 marzo 2022, poco più di venti giorni dopo l’inizio delle operazioni militari in Ucraina e delle prime decisioni prese in ambito europeo e atlantico, il «Sole 24 ore» titolava in prima pagina: Ocse: la guerra costa all’Ue l’1,4% del Pil. Dal neon al grano, l’Italia più esposta.

Mentre ancora pochi giorni or sono, poteva denunciare i paesi della Nato che guadagnano con la crisi del gas, dalla Norvegia agli Usa12. Sottolineando come gli Stati Uniti esportino in Europa il triplo di Gazprom e come la Norvegia abbia scalzato la Russia come primo fornitore. Ma non solo, poiché anche la Cina starebbe facendo affari d’oro rivendendo all’Europa Gnl, mentre la Russia ha visto aumentare i profitti sul gas nonostante, e forse grazie, le sanzioni13.

La ciliegina sulla torta del disastro l’ha messa però Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, che nel corso di un’intervista concessa a Rai News24 il 7 settembre ha esordito affermando seccamente: «Noi ormai siamo sconfitti».
Giustificando tale affermazione col fatto che se non ci sarà una “rcessione” i prezzi del gas e del petrolio, e perciò dell’energia, continueranno a crescere. Anche l’incremento dell’utilizzo delle centrali a carbone, ha continuato lo stesso Tabarelli, non porterà a decisivi miglioramenti, poiché non solo la maggior parte del carbone utilizzato in Italia proviene comunque dalla Russia, ma anche perché pur utilizzando le stesse al massimo si passerebbe da un 6 al 13% dell’energia elettrica prodotta. Concludendo poi col dire che, questo inverno, se la Russia continuerà a tagliare o azzerare le forniture di gas, si dovranno fare sacrifici da tempi di guerra e che, se non ci saranno significative riduzioni dei consumi e i prezzi continueranno a salire, ci saranno inevitabilmente chiusure di stabilimenti industriali e licenziamenti.

Ma allora perché sforzarsi di spiegare ad ogni costo che le cose «andranno bene», come nei primi giorni della pandemia per gli Italiani e gli Europei e male per i Russi14? Forse in grazia di un accordo stilato da Draghi con uno stato, l’Algeria, che è in attesa di entrare a far parte dei Brics e che nei giorni scorsi ha affiancato Russia, Cina, India, Corea del Nord e altri partner ancora nelle manovre militari Vostock 2022 tenutesi nelle vicinanze del Mar del Giappone?

Non è che tutta questa propaganda militar- parlamentare sia destinata soltanto a tenere buona quella parte di opinione pubblica che prima o poi sarà portata ad esplodere imprevedibilmente per le conseguenze coincidenti di pandemia, guerra, crisi ambientale ed energetica? E’ così che i governi dei migliori o dei peggiori, fa lo stesso, pensano di poter affrontare la crisi sociale, politica ed economica che inevitabilmente verrà? Con bonus ridicoli, ristori indirizzati solo alle aziende, la promessa della riduzione di un solo grado delle temperatura domestiche e il ritardo nell’accensione dei riscaldamenti privati e pubblici? Senza mai parlare seriamente dell’inevitabile disoccupazione e miseria che conseguirà a tutto ciò? Oppure, come è successo in questi ultimi giorni a Torino con la società Iren, accontentandosi di staccare il teleriscaldamento a coloro e ai condomini che sono già in difficoltà con il pagamento delle bollette arretrate15?

Speriamo di sì, a patto che chi rifiuta il nefasto modo di produzione attuale rinunci a qualsiasi illusione parlamentaristica e voglia tornare all’organizzazione dal basso e alla lotta di strada. In modo da poter rivendicare, ancora una volta con forza, come negli anni ’70: le bollette e la crisi le paghino i padroni!


  1. Si veda: Natalie Tocci, Lo Zar, le sanzioni e gli “utili idioti”, «La Stampa» 6 settembre 2022  

  2. Nel XIII secolo Marco Polo narrava di cammellieri che esportavano un liquido nero e puzzolente, da Baku, nella zona del Mar Caspio, una regione al centro di contese belliche fin dai tempi di Alessandro Magno. Una sostanza densa, non raffinata, esportata in tutto il Mediterraneo e fino a Baghdad, per essere usata come mezzo di illuminazione e come balsamo o unguento. Sostanza che in quella localita’ era particolarmente abbondante, fino al punto di sgorgare naturalmente dal terreno, formando autentici laghi.  

  3. Si veda in proposito: Daniel Yergin, Il premio. L’epica storia della corsa al petrolio, Biblioteca Agip, Sperling & Kupfer Editori, 1996  

  4. Livello di allerta precoce dichiarato: queste industrie sarebbero le più colpite da un congelamento della fornitura di gas. Le imminenti strozzature di approvvigionamento di gas stanno allarmando l’economia. Per molte aziende, un arresto delle forniture dalla Russia minaccerebbe la loro esistenza, «Handelsblatt», 30 marzo 2022  

  5. INTERVISTA A FRANK APPEL: Il capo delle poste avverte dell’embargo sul gas: “Se ti indebolisci in modo massiccio, non vincerai”, «Handelsblatt», 31 marzo 2022  

  6. Daniel Eckert e Holger Zschäpitz, Inflazione senza fine? Siamo intrappolati nella trappola dei tassi di interesse chiave, «Die Welt» 30.03.2022  

  7. JESÚS GARCÍA – RAQUEL PASCUAL CORTÉS, L’inflazione inghiotte 70 miliardi di euro di salari e risparmi in 12 mesi, «Cinco Días», 31 marzo 2022  

  8. Citato in Financial Times: effetto Ucraina, gli Usa vogliono diventare il primo produttore di petrolio, «il Fatto Quotidiano» 4 aprile 2022  

  9. Matteo Meneghello, L’Opec+ taglia la produzione, «Il Sole 24 ore» 6 settembre 2022  

  10. Sissi Bellomo, Sfida dell’India sul gas: noi con Mosca, «Il Sole 24 ore» 6 settembre 2022  

  11. Gas, la Ue vuole mettere la piattaforma Ttf sotto l’ombrello dell’Esma, «Il Sole 24 ore» 7 settembre 2022  

  12. Sissi Bellomo, Gas, emergenza ma non per tutti. Eldorado per alcuni paesi della Nato, «Il Sole 24 ore» 2 settembre 2022  

  13. Riccardo Sorrentino, In sei mesi l’Ue ha versato 85 miliardi alla Russia, «Il Sole 24 ore» 7 settembre 2022  

  14. Si veda ancora Natalie Tocci, cit., «La Stampa» 6 settembre 2022  

  15. cfr. PIER FRANCESCO CARACCIOLO, L’incubo di un inverno al freddo: a Torino boom di morosità nelle bollette e LODOVICO POLETTO, Termosifoni chiusi per morosità, la rabbia di Mirafiori contro l’Iren: “Questi rincari sono un salasso”, entrambi su «La Stampa», 8 settembre 2022  

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