Giacomo Matteotti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 16 Jun 2026 06:30:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Piero Gobetti, cioè la gioia di non essere schiavi https://www.carmillaonline.com/2026/04/12/piero-gobetti-cioe-la-gioia-di-non-essere-schiavi/ Sun, 12 Apr 2026 21:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94157 di Luca Baiada 

Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, postfazione di Davide Luppino, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, pp. 106, euro 15.

Siamo in una Torino vecchiotta e dimessa. Città di cortili misteriosi, di silenzi e strade solitarie, di tramestii e conversazioni prudenti. In questa Torino di nebbie, spesso notturna, sempre vera, un sarto non vorrebbe lasciare la sua illusoria tranquillità; il lavoro in bottega gli piace. Ma ha un vicino di casa speciale, Piero Gobetti, sente le grida dell’ennesimo pestaggio fascista e mette giù quello che sta facendo.

Comincia così una storia di solidarietà, di cospirazione minima [...]]]> di Luca Baiada 

Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, postfazione di Davide Luppino, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, pp. 106, euro 15.

Siamo in una Torino vecchiotta e dimessa. Città di cortili misteriosi, di silenzi e strade solitarie, di tramestii e conversazioni prudenti. In questa Torino di nebbie, spesso notturna, sempre vera, un sarto non vorrebbe lasciare la sua illusoria tranquillità; il lavoro in bottega gli piace. Ma ha un vicino di casa speciale, Piero Gobetti, sente le grida dell’ennesimo pestaggio fascista e mette giù quello che sta facendo.

Comincia così una storia di solidarietà, di cospirazione minima ma non per questo senza pericoli. Si susseguono fischi d’intesa; porte si schiudono con circospezione; professori immersi in una biblioteca domestica, all’apparenza tranquilli, di colpo si lanciano in progetti compromettenti e caparbi, davanti a una toma e a una bottiglia di vino; perché quando si tratta di cercare la libertà, non è mai tardi e non ci si confronta mai abbastanza. E poi c’è Gobetti: una cultura come la sua fa pensare a un tipo pedante, ma secondo chi lo conobbe era un giovane gioioso. È questo il clima in cui L’antifascista geniale – lavoro, è il caso di dirlo, cucito addosso al coraggioso intellettuale – ci accompagna in presa diretta.

Il volume fa parte della collana «le zanzare», diretta da Rosario Esposito La Rossa. A stamparlo è la Banda degli Onesti ed è certificato «made in Scampia»: garanzie di un percorso che fa cultura con le persone, per le persone, anche in realtà con storie difficili. Col motto «Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri» Marotta&Cafiero, casa editrice pizzo free che diffonde «letteratura stupefacente, narrativa civile, storie dei Sud del mondo, storie provocatorie», lancia una sfida: percorrere le strade della comunicazione culturale, fondere arte e linguaggi, curare bene la confezione dell’oggetto da lettura, per coinvolgere in un circuito comunitario chi fa libri e chi li attraversa: da Scampia con amore. Vale anche per contesti come quello, la chiosa del sarto torinese: «La forza d’animo che sosteneva tutti noi nei momenti di maggior sconforto si alimentava di questa ferma solidarietà senza fronzoli. La solidarietà di chi sente di appartenere a uno stesso destino».

Contro le imboscate fasciste, a Torino, un aiuto può venire da una bambina, perché il popolo sa tenere i contatti. Anche la forza di un condominio fa la differenza; è uno di quei casamenti dimessi, con la corte interna, il lavabo e una latrina comune. Ma l’intelligenza di Gobetti, la sua proprietà di linguaggio e la sua padronanza di fatti e ragioni, quelle sono cose con la caratura del genio, rigoroso sul presente e slanciato sull’avvenire:

Gobetti: «Il problema non è Mussolini, lui è un burocrate, un ministeriale scaltro. Quello che sta facendo lui, lo poteva fare un altro. Il problema è il fascismo, che è un movimento molto profondo, radicato, diffuso nel popolo italiano, il fascismo viene prima di Mussolini e, temo, arriverà molto più lontano di lui».

«Cosa intendi? Senza Duce non ci sarebbe il fascismo».

Gobetti: «Dico che il fascismo ha certamente bisogno di un Duce e che oggi questo Duce si chiama Mussolini, ma il nome del Duce è relativo, tra cent’anni potrà avere un nome tutto diverso, potrà persino essere il nome di una donna…»[1].

Quanto pesano, oggi, sulla coscienza di tutti noi, parole che da un secolo svelano i nostri limiti! Gobetti, appena picchiato dai fascisti: «Noi infatti assistiamo, protagonisti gli intellettuali e l’opinione pubblica media, al formarsi di una vera e propria voluttà del servire. Voluttà è più che volontà, è provare una intima gioia nel fare quel che si fa». È la voglia di padrone che oggi dilaga, ancora una volta; questo giovane – muore a ventiquattro anni dopo aver fondato riviste, fatto l’editore, pubblicato più di cento libri – lo capisce e lo spiega, dopo una bastonatura, meglio di noi che comodamente scriviamo e leggiamo in uno schermo.

Il segnale convenuto per mettere Gobetti al sicuro da un agguato imminente è inconfondibile:

Matteotti, sempre! Era la parola d’ordine che avevamo convenuto per casi come quello di questa notte. L’Italia oltre che un Paese di fascisti e di indifferenti – cioè di fascisti di comodo – era diventato un Paese di cospiratori. E i cospiratori hanno bisogno di clandestinità e linguaggi segreti[2].

Attenzione. La parola d’ordine è il nome del martire socialista, eppure Gobetti è un liberale – il senso che dà a questa categoria politica non è quello prevedibile oggi – e il sarto che lo nasconde è un comunista. Che bella lezione.

C’è da sperare che oggi non ci vogliano persecuzioni per insegnare la solidarietà antifascista; noi, adesso, non solo non abbiamo quelle persone, ma non abbiamo quel loro stile rigoroso e aperto. Consideriamo semplicemente Gobetti e Gramsci: non abbiamo quel che permise all’uno di scrivere sulla rivista dell’altro e viceversa, stimandosi su posizioni esplicite e articolate, senza cerimonie e senza acredine, in una capitale industriale ricca di giovani energie, lavoratori organizzati, intellettuali. E su «La rivoluzione liberale» di Gobetti scrissero, oltre a Gramsci, anche Giustino Fortunato e Luigi Sturzo, in una varietà di convinzioni e timbri espressivi che mosse le migliori intelligenze. Perché il faro politico ed etico che Gobetti riconosceva era il Risorgimento, soprattutto quello secondo Carlo Cattaneo.

Adesso che siamo rissosi, stizzosi, individualisti, adesso che ci distraggono cento sirene – telefoni palestre scommesse apericene campionato – , se ci fosse bisogno di quella fermezza, saremmo pronti a essere saldi e aperti a ogni antifascismo, anche quello che ci sembra troppo rigido, troppo morbido, troppo questo e troppo quello? Speriamo di non essere messi alla prova. Sarebbe triste scoprire che i nostri dispetti sono maschere piccine per tirarci indietro, magari proclamando vanterie, dettando consigli, compiacendoci di rese dei conti. Proprio Matteotti, nel 1922:

Mi vergogno che i nostri congressi dedichino tutto il loro tempo a queste diatribe; che non si pensi ad altro che a scissioni; e che la frazione dominante non abbia altro programma che cacciare fuori i compagni[3].

Non a caso, queste parole compaiono su «La lotta». Si trattava di «un giornale illeggibile per i pettegoli e per gli svagati che si dirigeva al senso pratico e alla pazienza del contadino»[4]; così lo descrive Gobetti nel suo Matteotti, un libro straordinario del 1924 in cui si sentono la vicinanza di un gemello e la lucidità di un morituro.

Certe frasi di Gobetti, in L’antifascista geniale, si ispirano alle sue, e così siamo quasi di fronte a una narrativa documentaria:

La piccola borghesia è la classe degli impieghi, una classe cortigiana, provinciale, pronta alle esaltazioni patriottiche e sportive, costretta dalla povertà a transigere sulla dignità, attaccata disperatamente a stipendi da fame. È una classe ministeriale per sistema, salvo non credere sul serio a nessun ministero. Insomma, salvo qualche rara eccezione, l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo, sono le caratteristiche costanti di grassi ceti che hanno conosciuto la vita moderna soltanto nelle forme più goffe dell’americanismo sportivo[5].

Fulmineo accostamento, in questo libro, tra il caso del segretario della Fiom Pietro Ferrero, assassinato e trascinato per Torino coi piedi legati a un camion, e quello del capitalista Alfredo Frassati che prima, al tempo del delitto Matteotti, schiera «La Stampa» contro Mussolini, poi cede alle pressioni fasciste e passa il quotidiano agli Agnelli[6]. C’è la violenza di sangue sui corpi degli sfruttati e c’è quella mediata dalla politica e dal denaro, che flette gli apparati borghesi verso la dittatura. Proprio perché ci sono diversi metodi per fascistizzare la società, l’iniziativa gobettiana vuole sia mobilitazione sul territorio sia lavoro culturale.

Il fascismo aveva dilagato, e ad ampio raggio fu l’impegno di Gobetti. Come scrisse in un articolo su «La Rivoluzione Liberale», a proposito della violenza politica sia giolittiana sia mussoliniana: «La pratica della non resistenza al male è una malattia non meno grave del politicantismo nel nostro paese»[7].

 

 

[1] Davide Mattiello, L’antifascista geniale. Il coraggio di Piero Gobetti, Marotta&Cafiero, Melito di Napoli 2026, p. 24.

[2] Ivi, p. 34.

[3] Carlo Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Olschki, Firenze 1984, p. 136, che cita Giacomo Matteotti, Lavoratori uniti!, «La lotta», 30 settembre 1922.

[4] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 22.

[5] Mattiello, L’antifascista geniale, cit., p. 36.

[6] Ivi, pp. 57-58.

[7] Piero Gobetti, L’autobiografia della nazione, Aras Edizioni, Fano 2016, p. 153.

 

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Il bullo è un caimano piccolo, il fascio è un ramarro grosso https://www.carmillaonline.com/2026/03/27/il-bullo-e-un-caimano-piccolo-il-fascio-e-un-ramarro-grosso/ Thu, 26 Mar 2026 23:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93856 di Luca Baiada

Paolo d’Altan, Francesco Zamboni, Giacomo & Giacomo. Matteotti e il coraggio della verità, Carthusia Edizioni, Milano 2024, pp. 36, euro 21,90.

Un fumetto raffinato dedicato «a tutti coloro che hanno il coraggio di far sentire la loro voce di fronte alle ingiustizie». Che parli proprio di bullismo è necessario: è un male che alleva fascisti e rassegnati al fascismo, quindi è un addestramento.

Realizzato col contributo della Fondazione Anna Kuliscioff, Giacomo & Giacomo offre nelle illustrazioni di Paolo d’Altan resa grafica limpida e immediata, buon uso di margini netti o sfumati, alternanze significative di colore e bianco e [...]]]> di Luca Baiada

Paolo d’Altan, Francesco Zamboni, Giacomo & Giacomo. Matteotti e il coraggio della verità, Carthusia Edizioni, Milano 2024, pp. 36, euro 21,90.

Un fumetto raffinato dedicato «a tutti coloro che hanno il coraggio di far sentire la loro voce di fronte alle ingiustizie». Che parli proprio di bullismo è necessario: è un male che alleva fascisti e rassegnati al fascismo, quindi è un addestramento.

Realizzato col contributo della Fondazione Anna Kuliscioff, Giacomo & Giacomo offre nelle illustrazioni di Paolo d’Altan resa grafica limpida e immediata, buon uso di margini netti o sfumati, alternanze significative di colore e bianco e nero, anche nella stessa immagine. Dialoghi e didascalie, col tracciato narrativo e i testi di Francesco Zamboni, non potrebbero essere più pertinenti. Il piacere è garantito a tutte le età, ma per l’effetto formativo è ideale quella dei giovanissimi.

Il piccolo protagonista – si chiama Giacomo come il socialista e vive nel 1970 – è un introverso e ama lo studio. In Matteotti qualche tratto di questo modo di essere, però senza esclusione limitante, lo rivelano le lettere di Velia Titta, specie quelle dei primi anni, in cui lei sente la forza vulcanica dell’uomo che ha incontrato e lo chiama ad aprirsi. Velia lo sprona, lo rassicura, lo invita all’amore e all’impegno secondo le sue convinzioni (eppure, lei per formazione non è socialista). Vuole che Giacomo non senta ostacoli ai suoi interessi e progetti: «Una vita di solo amore, non potrebbe mai bastare a un uomo come te»[1]. Questa donna innamorata si renderà conto dei rischi, lo dimostrano certe parole del 1921: «Più difficile mi è persuadermi che arrivato a questo punto non ti è ammessa nessuna viltà, anche se questo dovesse costare la vita; ma certo che bisogna dimenticare tutto il resto»[2].

C’è bisogno di dire di che colore sono, i bulli? Il piccolo Giacomo è accerchiato dai figuri nerovestiti. Inconfondibili nell’eterna prepotenza, nell’autostima gonfiabile, nel ghigno, nell’essere gruppo contro uno. I loro modi sono quelli dell’intrusione, dell’appropriazione oltraggiosa. Certo, a Velia, vedova Matteotti, dopo il 1924 andò peggio: l’Ovra le mise in casa un agente che fingeva di essere un amico, e che invece spiava e manipolava i figli per portarli al regime; il patrimonio del marito fu rosicchiato da vicini e fittavoli che approfittarono della situazione.

Eppure, quanto soffre un giovanissimo? Anche senza considerare casi di violenze estreme o di devastazioni psichiche che portano al suicidio, il bullismo è una piaga atroce. I bulli, con spavalderia, fermano Giacomo e frugano nel suo tascapane – si sente, a quell’età, l’importanza di un piccolo spazio proprio, di segreti fatti di tutto e di nulla. Ciò che rubano, in fondo, è poco, ma quel che pesa è la sfrontatezza, la ricerca di qualcosa di personale, il gesto che vuole arraffare nell’intimità, togliere un piacere, snudare qualcosa. È facile colpevolizzare chi è solo, e i prevaricatori sanno trovare i pretesti.

Il piccolo Giacomo non ne può più dei compagni di scuola persecutori: «Mi sono chiesto per molto tempo quale fosse il modo migliore per farli smettere». Così si interroga ogni vittima. L’ossessione difensiva – fitta di contraddizioni e congetture – è sbagliata, anche se incolpevole, perché incrina l’anima: così il persecutore colonizza la vita interiore di chi prende di mira. È la condizione di tutti gli accerchiati, di quelli che sanno di valere eppure, a volte proprio per questo, sono messi ai margini. Magari capiscono più degli altri, ma ricevono irrisione, negazione, squalifica profonda da chi li opprime.

Il fumetto coglie la povertà del Polesine nei primi anni del Novecento, le lotte sociali durissime, l’impegno incessante di Matteotti, la sua posizione contro la guerra e per i lavoratori, l’energia inesauribile che gli aveva fatto meritare quel soprannome: «Tempesta». C’è la sostanza: «L’avevano ucciso perché avevano paura di lui». E c’è l’attualizzazione, soprattutto con l’identificazione del piccolo Giacomo nella storia di chi si oppone: «Questo Matteotti, che si chiamava Giacomo come me, era davvero forte! Ma soprattutto, non aveva avuto paura di fare la cosa giusta. Anzi, forse di paura un po’ ne avrà pure avuta, in fondo chi non ce l’ha?».

La risposta viene dal passato e serve a progettare il futuro. È qui che la narrazione per immagini va ben oltre le parole: il viaggio nel tempo è segnato dall’ingresso in un diario del 1924. Sono le pagine scritte da un giovanissimo testimone del delitto, uno dei ragazzini che giocavano sul lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, e videro il rapimento. Il testimone è sentito dalle guardie e anche fra loro c’è un antifascista; il piccolo racconta, poi chiede: «È normale avere paura?»; la risposta della guardia onesta è quella buona: «Certo. È per questo che esiste il coraggio!».

La sostanza del discorso di Matteotti alla Camera, quello celebre del 30 maggio 1924 prima di morire, viene da un assaggio della chiusa, con parole risorgimentali. Qui le parole leggiamole tutte:

Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità[3].

Quel discorso con ogni probabilità fu improvvisato, perché fu preceduto da una pretesa dei fascisti – per i trucchi elettorali hanno un tic nervoso ancora adesso – non preannunciata e contraria alle regole: volevano convalidare in blocco il risultato delle elezioni appena svolte, senza farlo analiticamente per circoscrizioni e deputati.

Nel 1924 le parole del socialista colgono la barbarie del fascismo e la sua falsa modernità politica: esprimono la previsione, rivelatasi esatta, che il regime avrebbe compromesso quanto realizzato con l’Unità. Neanche due anni dopo la Marcia su Roma, ben prima del Concordato, dell’Impero, delle leggi razziali e della disfatta bellica, causa dell’ingresso nel paese di forze militari che non sarebbero più andate via, Matteotti – politico, giurista, economista, poliglotta e attento alle relazioni internazionali – aveva capito l’arrivo di danni durevoli: il disastro dell’Italia. E pensare che adesso vogliono farsi chiamare patrioti.

Il piccolo Giacomo non tace la prepotenza subita, e fa bene: l’aggressore conta sulla vergogna della vittima. Matteotti, quando i fascisti fanno circolare la voce di averlo stuprato e alla Camera lo prendono in giro, è limpido:

Devo per conto mio apertamente dichiarare che accennano a cose perfettamente, assolutamente false. Se fossero vere, io stesso le avrei denunziate perché rappresenterebbero non la vergogna della vittima, ma la vergogna di una fazione arrivata a tali estremi[4].

Il Giacomo del 1970 troverà il cammino giusto per il suo coraggio, e questo conferma il pregio del libro: «Tutti noi possiamo essere importanti, e trovare la strada per essere davvero liberi. Basta seguire l’esempio di chi l’ha già tracciata». Squisita, l’immagine. Matteotti è un’ombra pallida, un Grillo parlante di Pinocchio fuori del tempo, sulla porta di casa a Fratta Polesine. È una dimora che tocca il cuore, nel verde, a pochi passi da dove gli austriaci nel 1818 arrestarono i carbonari, poi deportati allo Spielberg: fra loro c’erano i patrioti che Silvio Pellico avrebbe incontrato qualche anno dopo, dove scrisse Le mie prigioni. Da quella casa, nel 1913, il socialista scrive a Velia parole dall’eco cechoviana: «Anche il mandorlo tutto fiorito ch’è subito qui sotto la mia finestra, scosso dal vento e contro le nuvole grigie, non par più così vaporoso e lieto, come egli vuole, e può in altri giorni»[5]. Passano dieci anni, e quando Giacomo è trattenuto lontano dagli impegni parlamentari e dalla caccia all’uomo degli squadristi, è lei a scrivergli: «Rientrare in queste stanze dove ho passato con te le prime emozioni, mi da una grande melanconia che non posso ancora vincere. Mi sembra sempre di vederti in tinello o nell’orto e di poterti aspettare come allora»[6]. Chi ha assaporato l’atmosfera di quel giardino appartato e profondo sa che tutto vi parla di Matteotti, della sua formazione e delle sue traversie, ma anche della sua famiglia, di Velia e del loro grande amore.

Il senso più alto di questo libro godibile e convincente è che ogni bullismo è un microfascismo, cioè un fascismo. Vediamo la cosa dal lato buono. Se ogni vittima di bullismo ha chiaro questo e ne trae le conseguenze, le scuole diventano formidabili vivai di antifascisti. Per fortuna ci sono insegnanti di valore che lo sanno bene.

 

 

[1] Velia Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 2000, p. 62, Roma, 13 luglio 1913.

[2] Ivi, pp. 214-215, Roma, 25 gennaio 1921.

[3] Giacomo Matteotti, Contro il fascismo, Garzanti, Milano 2019, p. 50.

[4] Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 18-20.

[5] Giacomo Matteotti, Lettere a Velia, a cura di Stefano Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1986, p. 50, Fratta Polesine, 26 marzo 1913.

[6] Titta Matteotti, Lettere a Giacomo, cit., pp. 261-262, Fratta Polesine, 16 maggio 1923.

 

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ESCLUSIVO Velia Titta Matteotti indagata per vilipendio delle autorità: «Votate NO al referendum, fatelo per Giaki. Un bacio all’Italia proprio d’amore» https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/esclusivo-velia-titta-matteotti-indagata-per-vilipendio-delle-autorita-votate-no-al-referendum-fatelo-per-giaki-un-bacio-allitalia-proprio-damore/ Tue, 27 Jan 2026 23:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92637 Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece si votò al socialismo.

Mi confidava tante cose, anche le debolezze dei compagni. I pavidi lo spazientivano e gli estremisti lo sconcertavano. Sa cosa diceva, del partito? Che era un mortorio, che perdevano tempo, che ci voleva gente di volontà. Naturalmente i suoi nemici erano altri. Gli agrari, i possidenti e i loro fattori, sgherri, squadristi. La polizia compiacente coi ricchi e con gli speculatori. In Polesine c’era la fame, i lavoratori vivevano in capannoni di frasche, col bestiame. Giaki non li abbandonò mai, ed era nato benestante, in una grande villa.

Il nostro amore, meraviglioso. Cominciato un po’ alla volta, scrivendoci lettere profonde. Lo stuzzicavo, lo ammetto. Quel suo fare serio ed energico mi faceva venir voglia di scompigliargli i capelli. Cominciava già a perderli, e così lo prendevo in giro. Ma non è neanche di questo che voglio parlare.

Voglio ricordarlo come giurista, anche se io non sono stata all’università. Lui diceva che la facoltà di legge è una fabbrica di spostati, senza alta cultura, che c’è un’avvocateria italiana che vive sulla litigiosità, sulla teatralità dei processi e sugli affari. Diceva che se un giurista non ha voglia di imparare per conto suo, somiglia agli specialisti di Multatuli. Ah, già, Multatuli non va più di moda. Era uno scrittore, un olandese, si chiamava Eduard Douwes Dekker.

Giacomo coi giuristi era severissimo. Aveva capito che coltivare il diritto è utile: se si è all’opposizione, per invocare le garanzie; se si conquista il potere, per condurre la società. Ma diceva che la cultura giuridica è tutta posticcia, formalistica, proceduristica.

Nel mondo giuridico c’erano scuole diverse. Lo racconto come me lo spiegava Giaki. Ma l’amore è una traduzione straordinaria, sa? Va diritto al cuore e non si dimentica. E non mi guardi così. Se Le sembra strano che la figlia di un fabbro, sorella di un cantante, racconti queste cose, si chieda quanto tempo ho avuto per ripensarci. Quando sono rimasta vedova avevo trentaquattro anni, tre bambini e una casa isolata diventata fredda e triste. Allora, mi ascolti.

C’erano la scuola classica e quella positivista, oltre a una scuola socialista. Giacomo era di impostazione classica, ma non gli piaceva il dogmatismo. Ragionava per conto suo e vedeva lontano. Il positivismo era più moderno, sembrava progressista, e diventò presto fascista; dopo, la scuola classica si adeguò al fascismo anche quella. I socialisti furono travolti. Come in amore: se uno tradisce, tutto frana.

Le pugnalate, non le abbiamo mai potute contare. Quando andai da Mussolini, dopo il rapimento, lo sentivo che il colpevole era lui. Ma il corpo ce lo fecero avere dopo due mesi, disfatto. Noi non potemmo contare le ferite? Nessuno potrà mai misurare il bene che fece, l’amore per lui di tutte le persone con un’anima. Ovunque ci sarà un essere umano, sempre, batterà un cuore per Giacomo Matteotti.

Il delitto fu a Roma, ma il processo lo fecero a Chieti. Gli antifascisti sapevano che era pilotato e lo chiamarono «farsa di Chieti». Già, perché scelsero proprio Chieti? Ascolti, è interessante. Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Pensi, Giaki a Chieti c’era stato, nel 1920, e mi aveva scritto: «Gente un po’ primitiva e… tanto pecorino». Cittadina controllabile, insomma, niente sorprese. Il processo lo fecero solo ai sicari, difesi da Roberto Farinacci, segretario del partito fascista. Ha capito?

Il difensore era il segretario del partito al governo. Le pare un processo? Non volli esserci come parte civile, avrei avallato l’infamia. La sentenza fu scandalosa. Dopo, Farinacci pubblicò la sua arringa in un libriccino; la prefazione la scrisse un professore famoso, Vincenzo Manzini, uno citato ancora adesso nei manuali di diritto: «Come ritiene il Manzini… La teoria del Manzini…». Sa cosa scrisse Manzini, quel vile, su mio marito? Scrisse che faceva della politica una professione, che la sua fine era un rischio del mestiere di demagogo.

Vuole un altro giurista, una serpe? Proprio Farinacci: disse che siccome mio marito era una provocazione permanente, per gli assassini ci voleva l’attenuante di essere stati provocati; arrivò a negare l’aggravante di aver ucciso un deputato, perché mio marito, secondo lui, col suo impegno politico all’opposizione dimostrava di non essere un vero parlamentare!

Ma adesso un fatto mi ha colpita. Fra tante accuse contro la magistratura, non potevano trovarne una più assurda. I giudici nemici dei bambini! Senta che storia. Una famiglia serena, naturista, che vive nel bosco, in un mondo incontaminato. Una famiglia all’antica, pura. E dove? In un bosco vicino a Chieti. I magistrati, cattivi, portano via i bambini e rovinano tutto. Ecco: in un altro modo, è tornata la farsa di Chieti.

E si permettono di parlare di bambini. Io e Giacomo ne avemmo tre, e a dividerli dal padre non furono i magistrati ma i sicari fascisti. Un padre meraviglioso, un vero uomo. Era capace di scrivermi parole travolgenti, ascolti questa lettera: «Il ricordo di una notte lontana d’amore mi tiene nel dormiveglia come un sogno che non finisce. Ti sento come un vortice d’acqua che attira per posarsi sul fondo, ma con la volontà di non posarsi mai»; e ancora: «Vorrei baciarti così piano che tu non mi sentissi se non quando già ti avessi circondata tutta, fino all’ultima e più profonda sensibilità. Vorrei baciarti così forte da non lasciarti respiro né libertà, nella violenza di una conquista perfetta che nulla abbandona».

Io, l’ultima lettera che gli scrissi la chiusi così: «Bacia i piccoli e dammi notizie, un bacio a te proprio d’amore». L’uomo che mi dava tutto questo, lo trascinarono in un’automobile e lo uccisero. Quando fu ritrovato vicino a Roma, alla Quartarella, chiamarono «quartarellisti» quelli che chiedevano la destituzione di Mussolini. I magistrati che cercarono la verità furono ostacolati e perseguitati.

È una coincidenza, che la storia della famiglia nel bosco sia proprio a Chieti. Eppure certe coincidenze sono fili della storia, più difficili da vedere, ma non per una donna innamorata. Cosa Le dicevo? Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Niente sorprese. E adesso: valori familiari, attacco alla giustizia, propaganda. Non sto parlando di una macchinazione. C’è un clima di falsità, una melma fa affiorare la sua schiuma. L’eterna ipocrisia dei prepotenti, il peggio dell’Italia. La farsa di Chieti pesa ancora su Roma.

Se non ci fossero altri motivi per votare NO, al referendum sulla pugnalata alla Costituzione, basterebbero le bugie che inventano. Il potere colpisce chi deve applicare le regole. I giuristi sono un punto speciale della società, un punto forte e insieme debole. Parola di donna abituata a raccogliere le confidenze di un combattente fra aule, riunioni e biblioteche. Posti tranquilli, per imboscati? No, posti delicati e pericolosi, quando si usano con coraggio, e la storia di mio marito lo dimostra.

Lui usava la razionalità, la scrittura e la parola per un progetto unitario di giustizia sociale. Adesso, per scompaginare la magistratura, giudici e pubblici ministeri vengono divisi e nei consigli di autogoverno vengono sorteggiati invece che eletti. C’è l’odio per la ragione, nei pugnali dei sicari come nella resa alla sorte. Ha notato come dicono volentieri «fato», i fascisti?

Mio marito sapeva che la pratica della libertà esige persone lucide, scelte logiche e regole. Proprio perché era giurista, Giaki aveva capito. In un libro, Un anno di dominazione fascista, denunciò il pericolo di una riforma costituzionale sul tipo del cancellierato. Guardi adesso cosa succede. Approfittano di una legge elettorale ingiusta per stravolgere la Costituzione. Il governo non ha la maggioranza né fra chi ha diritto al voto né fra chi è andato a votare. Giaki era per il sistema elettorale proporzionale.

Dopo questa denuncia contro di me bisogna alzare la voce. Lo scriva: sono Velia Titta, la sorella di Titta Ruffo, il più grande baritono del mondo. La mia famiglia viene da un quartiere popolare di Pisa, da via Carraia, fra l’Arno e il mattatoio. Ho perso presto mia madre, mio padre ha trovato un’altra donna, sono andata a scuola con l’aiuto di mio fratello. Ho sposato Giacomo Matteotti, l’hanno assassinato e ho cresciuto da sola i nostri figli; ho sempre avuto alla porta la polizia e in casa una spia dell’Ovra che fingeva di aiutarmi.

Adesso lo dico più forte: votate NO al referendum, svergognate tutte le farse di Chieti e difendete la libertà! Il NO è un bacio all’Italia proprio d’amore!

 

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Pillola Matteotti per tutte le età. Tanta salute e via i bacilli neri https://www.carmillaonline.com/2025/12/09/pillola-matteotti-per-tutte-le-eta-tanta-salute-e-via-i-bacilli-neri/ Mon, 08 Dec 2025 23:01:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91774 di Luca Baiada

Valerio Renzi, illustrazioni di Toni Bruno, Essere Tempesta. Vita e morte di Giacomo Matteotti, Momo edizioni, Roma 2024, pp. 112, euro 15.

Viene voglia di leggerlo sotto le lenzuola, alla luce di una pila elettrica. E così, guardare le illustrazioni di Toni Bruno, cominciando dalla copertina che sa di battesimo celeste: la scintilla di un martire. Ma qui retorica non ce n’è. Tutti i dati sono frutto di approfondimento e dietro il linguaggio asciutto c’è lo studio. Poi si affacciano tante cose: canzoni, scritte sui muri, volantini. Anche santini, di quelli che sotto il fascismo potevano costare bastonature [...]]]> di Luca Baiada

Valerio Renzi, illustrazioni di Toni Bruno, Essere Tempesta. Vita e morte di Giacomo Matteotti, Momo edizioni, Roma 2024, pp. 112, euro 15.

Viene voglia di leggerlo sotto le lenzuola, alla luce di una pila elettrica. E così, guardare le illustrazioni di Toni Bruno, cominciando dalla copertina che sa di battesimo celeste: la scintilla di un martire. Ma qui retorica non ce n’è. Tutti i dati sono frutto di approfondimento e dietro il linguaggio asciutto c’è lo studio. Poi si affacciano tante cose: canzoni, scritte sui muri, volantini. Anche santini, di quelli che sotto il fascismo potevano costare bastonature o galera (viene in mente il cartoncino, vero, in Porte aperte di Leonardo Sciascia).

Una bella carrellata su vita, formazione e percorso del grande socialista. Matteotti «usa la legge e la capacità di argomentare, che ha imparato studiando giurisprudenza, per difendere i contadini, i braccianti, gli ultimi, contro i privilegi e le angherie». Niente paura, ci sono risparmiate le diatribe teoriche se fosse rivoluzionario o riformista. Lui è un fuoriclasse:

Non è molto d’accordo con quello che i leader del socialismo riformista sostengono e non ne fa certo un mistero! Anzi scrive articoli su diversi giornali e riviste, polemizza, sostiene le sue posizioni anche contro l’opinione dei grandi leader nazionali, interviene nei comizi. È uno che pensa con la propria testa, Matteotti.

Teste pensanti, cosa rara. A riprova, un’interpretazione eccezionalmente lucida su di lui risale a Piero Gobetti, cioè al 1924:

Era rigidissimo, sobrio, rettilineo, senza vizi – come dicono – : e così si rispettava la sua severità verso gli altri, il suo fanatismo protestante contro chiunque avesse avuto una debolezza colpevole. Questa sicurezza non era sostenuta da una credenza religiosa, ma solo da una fede di stampo austero e pessimistico[1].

Essere tempesta impara il succo della lezione e sintetizza nel formato migliore:

Si dice spesso che la sinistra litiga e si divide su tutto. E forse questo è uno di quei famosi luoghi comuni che possiedono un fondo di verità. Ma Matteotti, anche in questo, appare diverso tanto dai suoi compagni riformisti quanto dai massimalisti: ogni volta che può, infatti, lavora (e spesso con successo) all’unità del proprio partito. […] Soprattutto bada al sodo, questo Matteotti[2].

Così tutti i lettori sono messi di fronte al Tempesta, come lo chiamavano i compagni: un intellettuale applicato che non è in vendita, un socialista energico che fa, senza innalzare castelli dottrinari. Un uomo che salda già nelle sue radici Risorgimento e lotta di classe. Il Polesine è terra di Carboneria, con la Congiura della Fratta, e a fine Ottocento di moti contadini, quelli di «la boje, la boje e de voto la va de fora»[3]. Terra di fame e pellagra, ma poi di conquiste sociali: riduzione dell’orario di lavoro, imponibile di mano d’opera, camere di consumo.

La Grande guerra è lo spartiacque tra cose serie e contraffazioni. Da un lato i fatti, dall’altro le vuote retoriche di Mussolini e di tutti gli agitatori e declamatori che poi tradiscono il popolo. Matteotti vede lontano:

Accusa gli uomini come Mussolini di essere «capaci di porre come dogma assoluto per ogni luogo e tempo quello che dieci minuti dopo rinnegheranno». Non si stupisce che «il predicatore delle maggiori intransigenze» voglia ora collaborare con gli industriali e il governo per portare l’Italia in guerra, perché questo socialista di provincia, abituato a lavorare sodo senza urlare troppo, non crede a chi la rivoluzione la vuole fare solo a parole[4].

Ottimo, che i giovanissimi leggano: sanno distinguere i bulli al volo. Ogni vittima di bullismo è un antifascista in erba che può diventare quercia.

Ma ad ogni età, in Essere Tempesta si incontra la storia di un libro formidabile: Un anno di dominazione fascista. Matteotti lo scrisse poco prima di morire; volle metterci all’inizio la denuncia dell’amministrazione fraudolenta e dopo, a seguire, l’elenco delle violenze fasciste. Valerio Renzi ne dà conto rispettando l’ordine originale, benone. Così è chiaro che i fascisti sono sciatti ladri con le mani insanguinate, non severi costruttori di nazioni a prezzo di crudeltà. Matteotti se ne rende conto subito, mette a nudo la situazione e smonta ginnastiche parolaie e falsificazioni contabili:

I fatti, alla fine, hanno la testa dura. Me lo immagino, Matteotti, convinto di questo mentre è preso nella stesura febbrile dell’opera, fatta mettendo insieme migliaia di documenti. Sappiamo dai suoi familiari e collaboratori che ci teneva tantissimo, tanto da portarlo a termine di notte, togliendo tempo al sonno.

Onirica, qui, l’illustrazione di Bruno, col socialista che corre sui tasti della macchina da scrivere. Ebbe davvero questo incubo? Chissà.

È valorizzata la seduta celebre: 30 maggio 1924, alla Camera; a giugno morirà di pugnale. In quel discorso di Matteotti verità e vita rifluiscono l’una nell’altra, segnando il destino che un uomo scrive con le scelte. Chi legge è accompagnato nel contesto per una scossa salutare:

Immaginate di essere in quell’aula, dove ormai la maggioranza dei deputati è fascista o è stata eletta grazie al fascismo […], e di dover prendere la parola non solo per denunciare le violenze ma per chiedere che le elezioni vengano annullate formalmente. Immaginate di parlare e di dire tutto questo in faccia ai capi di quelle squadracce che vi hanno fatto sequestrare e picchiare, che vi hanno messo al bando dalle vostre terre, che vi minacciano quotidianamente.

In quella seduta il fascismo è denunciato come regime, ma nell’insieme, non solo per i singoli episodi violenti: «C’è il riconoscimento della fine della legalità democratica: le elezioni vanno invalidate perché chi detiene il potere non avrebbe comunque accettato di perderle». Sullo sfondo della situazione di allora c’è qualcosa – con altre misure e altri mezzi, certo – da accostare alla fanfara suonata oggi in Italia dalla destra, e dieci anni fa dal governo Renzi. Le sue note irritanti sono fatte di investitura popolare autodichiarata, dagli accenti mistici e olimpici, oppure di toni perentori, di proclami a effetto, di vanterie su successi epocali; tutto questo mentre si proteggono gli interessi di pochi ambiziosi e dei loro referenti di classe.

Lasciamo a chi legge la ricostruzione incalzante del delitto, del clima febbrile delle ricerche della salma, del funerale; insomma di quei mesi sconvolgenti del 1924 quando il fascismo vacillò e poi si riprese. Vediamo solo come è presentata la Ceka del Viminale, una banda di sicari:

A Mussolini serviva uno strumento con cui essere sicuro di colpire i nemici. Un’organizzazione segreta ai suoi ordini diretti, composta da uomini con una certa esperienza e senza scrupoli, e che agisse in modo diverso dallo «spontaneismo» dello squadrismo.

Un buon modo, che parte da lontano, per ragionare anche sulle cellule fasciste che dagli anni Sessanta in poi, con ramificazioni e implicazioni sino ai «mondi di mezzo» della malavita, sono servite per compiere delitti atroci. Il sacrificio di un eroe fa chiare le cose. E a certi eroi, come al vino buono, il tempo dà più sapore.

Sul movente dell’assassinio si dà conto con cautela della pista del petrolio (l’affare Sinclair), una vicenda intricata da non sopravvalutare. Quella pista è un elemento collaterale; Stefano Caretti la esclude decisamente[5], Valdo Spini la considera un movente «per far buon peso» insieme a motivi ben più profondi per uccidere il socialista[6]. Ecco una considerazione interessante:

Matteotti l’aveva subito intuito e già l’aveva messo nero su bianco in Un anno di dominazione fascista: fin dalla sua nascita il fascismo, mentre annuncia di tagliare le spese inutili e gli sprechi e di lottare contro la corruzione, si caratterizza come una cleptocrazia, in cui a ogni livello gli uomini del fascismo utilizzano la loro posizione per riempirsi le tasche, e per favorire gli imprenditori privati o gli elementi più disposti a versare mazzette e a elargire favori[7].

Chi ha la vita davanti deve capirlo presto: la democrazia ha bisogno di critiche. Quelle sguaiate, però, non vogliono spazzare via la corruzione e lo spreco burocratico, ma la mediazione politica e i contrappesi fra poteri, compresa la garanzia costituita dall’indipendenza del potere giudiziario. Il bullo vuole creare disordine per comandare. Qui, per Bruno, l’ombra del fascio è il tentacolo di una piovra.

Ancora sulla pista del petrolio. Serve a depoliticizzare il delitto Matteotti facendolo slittare nella cronaca e nella criminalità comune. Oggi accade qualcosa di simile sui delitti Falcone e Borsellino: la destra vuole scartare la pista di alto livello, che coinvolge la politica e le convergenze della criminalità organizzata con apparati dello Stato, e invece privilegiare la pista «mafia-appalti». Se la memoria funzionasse, tenendo presente il caso Matteotti sarebbe più facile respingere le ricostruzioni strumentali di ciò che è accaduto nel 1992.

Al tempo del processo sul delitto Matteotti, quello pilotato e messo in scena lontano, a Chieti («la farsa di Chieti», dissero gli antifascisti), Mussolini manda un messaggio a Roberto Farinacci, segretario del Partito fascista e difensore dei sicari. Avete letto bene: un processo in cui il segretario del partito al governo – un partito con una milizia sua, legalizzata a spese dello Stato – difende i suoi camerati, imputati dell’assassinio del più temuto politico dell’opposizione. E poi dicono che la giustizia è sbilanciata adesso, perché giudici e pubblici ministeri sono colleghi. Là, alla farsa di Chieti, ci voleva la «separazione delle carriere», e più precisamente di quelle nell’apparato fascista da quelle nei diversi ruoli del processo penale.

A proposito. Al referendum costituzionale, la prossima primavera, ricordiamoci della farsa di Chieti, impariamo a distinguere i processi di regime, alla Farinacci, da quelli che non prendono ordini dal governo. Votare NO salva la Costituzione da una pugnalata: lo smembramento del Consiglio superiore della magistratura, i sorteggi al posto delle elezioni, la bulimia del governo, il pubblico ministero che diventa «avvocato della polizia». La strada verso i «pieni poteri». Votare NO è un ottimo regalo alla memoria di Matteotti e di tutti i martiri antifascisti.

Torniamo al messaggio durante il processo farsesco. Mussolini dice a Farinacci che l’Italia non deve «matteottizzarsi», ma cosa intende? Essere Tempesta risponde:

Leggendo questo biglietto di Mussolini mi sono convinto che, in particolare, fosse un certo modo di essere tenace, forse pedante (e quasi pignolo), tipico di Matteotti, che mandasse su tutte le furie il capo del governo. L’implacabilità con cui Matteotti diceva le cose come stavano: date, numeri, cifre, nomi, utilizzando ogni palcoscenico che avesse a disposizione, senza mai perdere un’occasione. L’Italia non deve «matteottizzarsi»: nessuno deve più interrogarsi sulla verità e nessuno deve più dire le cose come stanno[8].

Nessuno deve ragionare e dire come stanno le cose. Altrimenti?

Altrimenti, a seconda dei casi, c’è un trattamento Pier Paolo Pasolini, Peppino Impastato o Mauro Rostagno; se va meglio c’è violenza sulle cose per minacciare le persone, cioè un trattamento Sigfrido Ranucci. Oppure ci sono schedature, ricatti sul lavoro, querele bavaglio.

Ma attenzione. Matteotti ha una sua specificità. Il lottatore aveva qualcosa di davvero temibile: era un giurista, ferrato nell’amministrazione pubblica, esperto di contabilità, organizzatore tenace, oratore instancabile, prosatore tagliente, poliglotta, stimato anche all’estero, attento alle nuove tendenze nel diritto e nell’economia. Ci teneva a controllare anche i compagni di partito: la corruzione apre al giustizialismo becero e agli sbandamenti a destra.

Tutto da ricordare, da apprezzare. Magari godendosi un libro alla luce di una piccola lampadina. Essere Tempesta è chiaro: Mussolini voleva cancellarne la memoria, ma Matteotti non se n’è mai andato. E Bruno riassume col seme della lotta, messo in terra per dare frutti.

 

 

[1] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 25.

[2] Valerio Renzi, illustrazioni di Toni Bruno, Essere Tempesta. Vita e morte di Giacomo Matteotti, Momo edizioni, Roma 2024, p. 15.

[3] Diego Crivellari, Francesco Jori, Giacomo Matteotti, figlio del Polesine. Un grande italiano del Novecento, prefazione di Francesco Verducci, postfazione di Marco Almagisti, Apogeo Editore, Adria 2023, p. 15. Recensito qui: Carmilla on line | La pentola bolle, poi Amazon, prima i carbonari e in mezzo Matteotti.

[4] Renzi, Essere Tempesta, cit., p. 19.

[5] Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 31-32 e pp. 199-207. Recensito qui: Carmilla on line | Barricate Matteotti: sono di mattoni e resistono al petrolio.

[6] Convegno Giacomo Matteotti, martire e maestro, Cerreto Guidi, 14 settembre 2024, e Monsummano Terme, 22 ottobre 2024.

[7] Renzi, Essere Tempesta, cit., p. 95.

[8] Ivi, p. 105.

 

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Piazzale Loreto perché sì https://www.carmillaonline.com/2025/04/28/piazzale-loreto-perche-si/ Sun, 27 Apr 2025 22:01:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88041 di Luca Baiada

Dicono che non deve piacerci, dicono. Dicono che fu una cosa brutta, dicono. Qualcuno dice anche che le cifre tonde degli anniversari non significano niente, che sono come tutti gli anni. Ma in tempi neri, mentre i neri occupano tutto, in Italia e fuori, quella fine meritata non la vogliamo ricordare?

Dicono che contano altre cose, dicono. Dicono che a fare la storia è solo l’economia, oppure la geopolitica, o anche le classi, oppure la geografia, o magari l’energia, o invece le materie prime, anzi la demografia. Tutto fa la storia, e le persone no?

E invece furono [...]]]> di Luca Baiada

Dicono che non deve piacerci, dicono. Dicono che fu una cosa brutta, dicono. Qualcuno dice anche che le cifre tonde degli anniversari non significano niente, che sono come tutti gli anni. Ma in tempi neri, mentre i neri occupano tutto, in Italia e fuori, quella fine meritata non la vogliamo ricordare?

Dicono che contano altre cose, dicono. Dicono che a fare la storia è solo l’economia, oppure la geopolitica, o anche le classi, oppure la geografia, o magari l’energia, o invece le materie prime, anzi la demografia. Tutto fa la storia, e le persone no?

E invece furono persone, a impadronirsi del potere. Persone, non cose, forze, numeri, astrazioni, formule, teorie. Lo fecero in pochi anni, tra la fondazione dei Fasci di combattimento, Milano 23 marzo 1919, e le leggi fascistissime dopo il delitto Matteotti del 1924. Furono quelle persone, a massacrare le condizioni del lavoro, della vita, dei rapporti umani. Furono loro, a distruggere la libertà. Vent’anni di macelleria sociale, di prepotenze, di ruberia organizzata, di ottundimento della coscienza, di bugie, di propaganda senza pause e senza ritegno. Furono loro, a scaraventare il popolo italiano in cinque guerre.

Furono loro, a vanificare in poco tempo i successi delle generazioni risorgimentali: loro ricostituirono il potere temporale del papa, quasi subito, nel 1929; loro consegnarono il paese ai tedeschi, pochi anni dopo. Poi per cacciare i tedeschi ci vollero gli Alleati, e adesso le basi degli Usa e della Nato sono ancora qui, anche quelle con armi atomiche, legate a catene di comando imperscrutabili. Se come compimento dell’Unità si guarda alla presa di Roma nel 1870, l’indipendenza dell’Italia è durata – amara realtà – meno della metà di questo secolo e mezzo. E c’è ancora chi dice patria ma si scalda al fuoco fatuo del Msi, liquidato da Pier Paolo Pasolini: «Arista / o tetro vegetale guizza cerea / nel mezzo la fiammella fascista»[1].

Furono loro, a dare al mondo una cattiva lezione. Lo strano popolo ficcato in mezzo al Mediterraneo, aggrappato a una penisola rugosa e a isole in mari diversissimi, rimasto per secoli accomunato da una lingua romanza contesa, sparsa in dialetti lontani sino all’incomunicabilità, e da una cultura con mille varianti orgogliose e capricciose, un popolo stretto da troppo tempo fra la miseria di tanti e il quieto vivere di pochi, aveva dato l’esempio con l’unificazione e col ridimensionamento del potere del clero. Ma di colpo, ecco che insegnava al mondo un modello e una parola, il fascismo, che ancora adesso elettrizza tutti gli sfruttatori, i prevaricatori e gli schiavisti del pianeta.

Chissà perché, di un po’ di pulizia ci si dovrebbe vergognare. Perché chi fa la cosa giusta poi deve dare spiegazioni, farsi l’esame di coscienza, pulirsi le unghie, pettinarsi, darsi il deodorante, mettersi sull’attenti. E anche così, chiedere scusa.

E non va bene che si debba distinguere: perché bisognava fare il processo pubblico, perché fra quelle camicie nere qualcuno era meno carogna, perché la Petacci poverina, perché qualcosa di buono c’era stato, in quegli anni.

E quanto agli argomenti di chi giustifica, in fondo non vanno neanche quelli: cercano il contrappeso, l’appoggio, la motivazione. Non è decisivo neanche il fatto precedente: la fucilazione degli antifascisti, nel 1944, nello stesso posto. Come se fosse accettabile un contrappeso, un prezzo gettato all’ultimo momento su una bilancia. Forse non vanno bene certi argomenti proprio perché giustificano, mettono ordine, e così finiscono per sottintendere una colpa, almeno un’accusa, un sospetto, un’ombra, una macchiolina. Proclamando l’innocenza, finiscono per incolpare.

Ma poche cose sono chiare, necessarie, come quella punizione magra, però punizione, e quel piazzale di Milano, disadorno allora e oggi. Uno slargo con una bruttezza confusa che scorre invariabile, coerente e parlante, dai casamenti dell’Ottocento e del primo Novecento sino a quelli dello sviluppo, poi della Milano da bere e poi della Milano da esposizioni, Milano che corre, Milano che non la ferma neanche il covid, Milano con la cocaina nelle acque di scarico. Quello snodo è un posto da illustrazioni in bianco e nero, di quelle di una volta, con la didascalia; eppure, «saluti da piazzale Loreto» sarà sempre tutt’altro che «saluti da Milano».

I signori del cannone e della cartapesta ebbero il loro degno palcoscenico finale, non c’è che dire. Un piazzale periferico, allora, e ancora adesso informe, convulso, da spartitraffico. Un posto anonimo e distratto. Un piazzale da distributore di benzina.

 

 

[1] Pier Paolo Pasolini, Comizio, in Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 2021, p. 27.

 

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Vita passionale di un’anarchica https://www.carmillaonline.com/2024/12/27/vita-passionale-di-unanarchica/ Fri, 27 Dec 2024 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86235 di Paolo Lago

Francisco Soriano, Claudia Valsania, Virgilia D’Andrea. Una poetica sovversiva, introduzione di Giorgio Sacchetti, Nova Delphi, Roma, 2024, pp. 272, euro 15,00.

È scritta con passione questa monografia su Virgilia D’Andrea di Francisco Soriano e Claudia Valsania, e riesce meravigliosamente a trasferire sulla pagina la passione poetica e politica di una grande scrittrice e poetessa che meriterebbe un ben più ampio spazio nella storia letteraria italiana del Novecento. Non si tratta di una semplice biografia ma di un’attenta disamina critica dell’opera e della militanza di Virgilia D’Andrea, la quale è stata non solo una letterata ma anche un’importante attivista [...]]]> di Paolo Lago

Francisco Soriano, Claudia Valsania, Virgilia D’Andrea. Una poetica sovversiva, introduzione di Giorgio Sacchetti, Nova Delphi, Roma, 2024, pp. 272, euro 15,00.

È scritta con passione questa monografia su Virgilia D’Andrea di Francisco Soriano e Claudia Valsania, e riesce meravigliosamente a trasferire sulla pagina la passione poetica e politica di una grande scrittrice e poetessa che meriterebbe un ben più ampio spazio nella storia letteraria italiana del Novecento. Non si tratta di una semplice biografia ma di un’attenta disamina critica dell’opera e della militanza di Virgilia D’Andrea, la quale è stata non solo una letterata ma anche un’importante attivista anarchica che ha segnato la storia dell’anarchismo di inizio Novecento. In ogni parola di Soriano e Valsania vibra una forte tensione militante e la stessa scrittura del saggio sembra attingere alla forza poetica di D’Andrea: la sua è infatti una poesia che prende spunto direttamente dalle ingiustizie dei potenti nei confronti dei più deboli. Nata a Sulmona, in provincia dell’Aquila, nel 1888, orfana dei genitori, si trovava in un convento quando nel 1900 Gaetano Bresci uccise il re Umberto I, colpevole di aver decorato il generale Bava Beccaris che aveva ordinato di sparare sul popolo inerme e affamato che chiedeva il pane compiendo una strage. Bresci è stato solo un folle e un criminale oppure è stato spinto da una qualche superiore motivazione? – si chiese Virgilia. E da qui iniziò probabilmente la sua personale presa di coscienza delle numerose violenze inflitte ai poveri e ai diseredati da parte del potere. Nel suo romanzo Torce nella notte, D’Andrea, infatti, non manca di sottolineare l’assoluta insensibilità dei governanti nei confronti delle vittime del terremoto che nel 1915 colpì l’Abruzzo e rase al suolo Avezzano: poverissime frange di popolazione abbandonate a sé stesse nel momento del bisogno ma non certo dimenticate quando si trattava di richiamarle per la leva obbligatoria allo scoppio della prima guerra mondiale per difendere la “patria” (parola che per la scrittrice è la conseguenza di un egoismo collettivo e nasconde “ambizioni di dominio e di sfruttamento”). Virgilia D’Andrea, successivamente, entrò a far parte dell’Unione sindacale e si dedicò all’attività di sindacalista, insieme al suo compagno, Armando Borghi, uno dei leader del movimento anarchico, collaborando a “Umanità Nova”. Venne perseguitata e arrestata e, dopo l’avvento del fascismo, dovette riparare in Germania, in Olanda, a Parigi e, infine, negli Stati Uniti dove morì nel 1933.

Il saggio si compone di diversi capitoli che costituiscono varie finestre sulle opere e sull’attività letteraria e militante di Virgilia: molti di essi sono dedicati a personaggi che hanno rivestito un’importanza fondamentale nel suo percorso politico, come Pietro Gori, Ottorino Manni, Sante Pollastro, Michele Schirru. Un capitolo del libro è dedicato a una interessante disamina della rivista “Veglia”, fondata da Virgilia D’Andrea nel 1926 e da lei diretta: si può notare che un periodico fondato e diretto da una donna è sicuramente qualcosa di non comune per l’epoca. Soriano e Valsania analizzano in modo filologico e preciso gli interessanti articoli presenti negli otto numeri di “Veglia”, firmati anche da importanti attivisti e letterati. Il primo numero della rivista è caratterizzato da un editoriale firmato dalla stessa Virgilia, dal titolo Braciere ardente, che poi andrà a costituire un capitolo del romanzo Torce nella notte: “Il testo racconta del momento in cui l’anarchica vede nascere intorno a lei, nei suoi compagni di esilio, l’idea di una rivista mensile che fosse «la eco di tutte le nostre voci» e insieme lo spazio strappato al buio per essere restituito all’«Ideale», segnando così il primo passo per la nascita di «Veglia»”. Sempre nel primo numero è presente anche un articolo del pittore e architetto futurista Vinicio Paladini, dal titolo L’influenza dell’anarchia nell’arte, firmato con lo pseudonimo Vasco dei Vasari. La grande arte, per l’autore dell’articolo, è data dall’indipendenza degli artisti da qualsiasi forma di potere, in aperta opposizione agli accademismi di ogni tipo sottoposti alle logiche di controllo che lo stesso potere esercita: ecco allora – tra gli altri – grandi artisti come Corot, Millet, Cézanne, Degas, Courbet, Manet, Van Gogh che non hanno piegato la testa di fronte alle imposizioni del potere. Il secondo numero di “Veglia” è invece dedicato “ai tragici eventi che riguardarono Sacco e Vanzetti” mentre risulta interessante, fra i molti analizzati da Soriano e Valsania, un altro testo scritto da Virgilia D’Andrea presente nel n. 6 di “Veglia”, intitolato Adolescenza luminosa e dedicato a Anteo Zamboni, il quindicenne che nel 1926, a Bologna, attentò alla vita di Mussolini e venne catturato da Carlo Alberto Pasolini, ufficiale dell’esercito padre di Pier Paolo Pasolini. Sempre nel n. 6 risulta interessante la presenza di una poesia firmata da “uno sconosciuto consigliere comunale di Ravenna” dal titolo Imprecazione poetica contro i ricchi nei giorni di loro maggiore esultanza: si tratta della prima stesura di un componimento di Lorenzo Stecchetti (alias Olindo Guerrini), poeta scapigliato e realista, che molto ricorda le taglienti rime del più famoso Canto dell’odio. A Sacco e Vanzetti è poi dedicato anche l’ultimo numero, il n. 8, che reca in copertina un’inquietante illustrazione (riprodotta insieme ad altre in appendice al volume) in cui vediamo la Statua della Libertà che, invece della fiaccola, tiene una sedia elettrica nel suo braccio levato al cielo (ancora più inquietante dell’immaginario kafkiano che, in Amerika, rappresentava il braccio alzato recante una spada).

Nel capitolo intitolato “Richiamo all’anarchia”, Soriano e Valsania si concentrano sull’importante attività di conferenziera di Virgilia D’Andrea: in Chi siamo e che cosa vogliamo, conferenza tenuta a New York il 20 marzo del 1932, “Virgilia ben argomenta la sua idea di anarchia laddove sfida chi afferma che senza un governo, una legislazione, una repressione non può esistere l’ordine”. Interessante è ricordare come la poetessa e attivista ritrovi nella storia della letteratura un pensiero anarchico ante litteram, addirittura a partire dall’Iliade, laddove il personaggio di Tersite, emarginato e deforme, si scaglia contro gli dei e contro qualsiasi forma di potere. Fino a Shakespeare, Cervantes, Victor Hugo, Zola, per giungere poi agli autori prediletti Carducci, Pascoli, Rapisardi, Ada Negri e Pietro Gori, incontriamo personaggi spinti da una sorta di spirito anarchico, ribelli e indomabili, personaggi che D’Andrea sente vicini e affini alla sua ispirazione. Un’altra conferenza, tenuta a New York il 6 gennaio 1929, è invece dedicata a Pietro Gori: “Con questo intervento-parafrasi sulla poesia di Pietro Gori, l’anarchica mostra tutta la sua magnificenza umana, etica, artistica e letteraria. Scorge nei versi di questo mirabile poeta risvolti di dolcezza ed eleganza difficili da riscontrare in altri scrittori”.

I due studiosi si concentrano poi sull’attività poetica di D’Andrea analizzando alcune significative poesie appartenenti alla raccolta Tormento la cui prima edizione uscì nel 1922 con una prefazione di Errico Malatesta: “I testi poetici di Tormento rappresentano un chiaro esempio di poesia civile, non riconducibile tuttavia a uno specifico canone, partorito in una cornice storica dominata da autoritarismi e sistemi di governo che non esitavano a utilizzare metodi violenti per reprimere le libertà di pensiero e di parola”. Successivamente, incontriamo l’analisi di alcuni saggi politici e letterari dell’autrice: in I “bravi” sulla fossa di Manzoni, D’Andrea afferma che Manzoni, con il personaggio di Renzo, ha dato vita alla voce del popolo perennemente oppresso; in Perché cercate il vivente tra i morti?, dedicato a Giacomo Matteotti, “Virgilia apre la sua narrazione immaginando di ripercorrere quanto accaduto a Matteotti nel momento dell’omicidio e il dialogo con i suoi assassini”.

Il capitolo finale è dedicato al sodalizio culturale, affettivo e umano fra Virgilia D’Andrea e Armando Borghi fino alla scomparsa di lei, avvenuta a New York nel 1933 a causa di una grave malattia: unendosi a lui, Virgilia si immedesimò nelle battaglie che egli portava avanti in seno al movimento sindacale e trovò un sincero compagno di ideali e di lotta. Nelle parole dello stesso Borghi, la scomparsa di Virgilia D’Andrea lasciò un vuoto incolmabile nel movimento anarchico e nella cultura letteraria e poetica. Virgilia D’Andrea non va dimenticata, anche e soprattutto oggi, in questi tempi di buio e d’incertezza. Il bel volume di Soriano e Valsania, con passione e vera militanza culturale, ci aiuta a tenerla viva: lei, la sua lotta e la sua opera.

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Tempest Rap Matteotti https://www.carmillaonline.com/2024/10/25/tempest-rap-matteotti/ Thu, 24 Oct 2024 22:05:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84905 di Luca Baiada

Si è sentito rappare, qualche giorno fa in Toscana, nel Museo nazionale Casa Giusti. Proprio nella casa del poeta risorgimentale Giuseppe Giusti, quello della Terra dei morti, dello Stivale e dei versi famosi già prima del 1848. Quello di Sant’Ambrogio, con «Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina…».

È successo al convegno Giacomo Matteotti, martire e maestro. C’erano persone serie, strutture ammodo, rappresentanti di amministrazioni, scuole.

E allora. Rap? in un museo? davanti a studenti e studentesse? Ecco qui.

 

Un mondo di violenza è un mondo che è già morto.

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di Luca Baiada

Si è sentito rappare, qualche giorno fa in Toscana, nel Museo nazionale Casa Giusti. Proprio nella casa del poeta risorgimentale Giuseppe Giusti, quello della Terra dei morti, dello Stivale e dei versi famosi già prima del 1848. Quello di Sant’Ambrogio, con «Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco / per que’ pochi scherzucci di dozzina…».

È successo al convegno Giacomo Matteotti, martire e maestro. C’erano persone serie, strutture ammodo, rappresentanti di amministrazioni, scuole.

E allora. Rap? in un museo? davanti a studenti e studentesse? Ecco qui.

 

Un mondo di violenza è un mondo che è già morto.

A quelli che sonnecchiano, a quelli che ridacchiano,

a quelli che vivacchiano nel comodo sconforto,

non piace chi ha progetti e intanto cambia i fatti.

È meglio le riforme o la rivoluzione?

Se aspetti il tuo futuro facendoti domande,

il mondo a muso duro ti insegna la lezione,

e coi concetti astratti ti gratti le mutande.

Se guardi il tuo ombelico non cambi il tuo destino;

la storia non si annuncia, la vita non aspetta,

non puoi svuotare il mare usando il cucchiaino.

Ma a volte c’è qualcuno che guarda avanti e lotta.

 

È nato nel Polesine, Giacomo Matteotti,

è terra di lavoro, braccianti nei casotti,

casotti con la paglia, col fango e con le frasche,

si muore di pellagra, si vive fra le mosche.

Bruciava per lo sdegno, fremeva nell’impegno,

non si fermava mai, andava dritto ai guai,

per questo non dicevano «il nostro deputato»,

dicevano «il Tempesta»: Tempesta, l’incazzato.

Lui non faceva sconti, lui non voleva tonti;

lui controllava i conti, le regole e i contanti;

se uno poi sgarrava, Giacomo, stai sicuro,

appena lo scopriva tirava calci in culo.

 

Ragazzo timidone, sportivo con la gente,

amava le persone, però ragazze niente.

Ma un giorno è all’Abetone, vacanza di montagna,

ed ecco che conosce la Velia, la compagna.

Compagna della vita, la Velia fa poesia,

si scrivono per anni, prima che amore sia.

Ma poi è amore grosso, ma poi è amore vero,

e se lo porti addosso, lo senti, che è sincero.

L’amore di una vita non muore con la morte,

anche la malasorte, non è una vita vuota.

Soltanto se non ami, non sai che cosa sei;

lui scrive: «Cosa guardano, adesso, gli occhi tuoi?»

 

Tempesta studia legge all’università,

ma per il bene pubblico, contro la povertà.

Lo vogliono i colleghi, può fare il professore,

lui sceglie chi lavora con fame e con sudore.

Tempesta scrive e studia, di lingue ne sa quattro,

si attira tanta invidia, lavora come un matto.

Il mondo delle leggi è fatto a ragnatele,

il torto si fa dritto col trucco di parole.

Giacomo la sa lunga, lui sa le cose, è in gamba,

e dentro la sua scienza ha sveglia la coscienza;

per questo fa paura, per questo ha vita dura,

lo notano i padroni, preparano i bastoni.

 

Tempesta è socialista, si sa che cosa costa:

se non si resta uniti, un gesto e si è finiti.

Si sa che il tradimento è un pozzo senza fondo,

è aperto ogni momento, il buco dentro il mondo.

Lui nota un estremista che non muoveva un dito,

un falso, un egoista: lo chiamano Benito.

La Grande guerra arriva, il tritacarne grida,

è il ’15-’18 e il sangue copre tutto.

Tempesta è coerente, vuole salvare gente,

lo fanno soldatino, lo mandano al confino.

Invece Mussolini si vende agli assassini,

faceva il pacifista, adesso è interventista.

 

La guerra tutto sbrana, la terra tutta frana,

perché, sia dopo o prima, se muoiono persone,

la rima messa in croce è sempre guerra e terra,

e dice che la voce è quella del cannone.

Ma se tu vuoi la pace, se senti che ti piace,

attento, nell’oscuro c’è sempre un buco nero,

c’è sempre qualche verme per carognate eterne,

qualcuno fa le chiavi per fare tutti schiavi.

Tempesta è tutto tosto, è sempre in ogni posto,

sui campi, nei mercati, in mezzo ai sindacati,

a volte si traveste da donna, anche da prete,

lui sa che gli squadristi gli tendono la rete.

 

Tempesta è sui giornali, in piazza, in Parlamento,

denuncia tutti i mali e smaschera l’imbroglio.

Capisce che il fascismo è morte dell’Italia,

e vede l’affarismo di cricche e di petrolio.

Lui vuole pace e vita, lui vuole Europa unita,

non tace, alza la voce, sa che per lui è finita,

fa i conti anche allo Stato, si batte con lo slancio,

e sputa sui fascisti: è falso, quel bilancio!

Ci sono pochi anni, ci sono troppi inganni,

tra guerra e finta pace, tra fabbrica e arsenale.

I fasci hanno paura, detestano il Tempesta

e il grande socialista ci muore di pugnale.

 

È tanto, quel che resta di Giacomo, il Tempesta:

un cielo di giustizia, un velo di mestizia,

un volo di ottimismo, il vero pacifismo,

lo scritto che ti scotta, la forza della lotta.

Adesso che il pianeta diventa spazzatura,

chi specula avvelena, chi accumula devasta,

ma il libro della vita, la pagina futura,

ripete che ora basta, ci vuole più Tempesta.

Tempeste, se lo vuoi, burrasche siamo noi.

La storia di domani l’abbiamo nelle mani,

la linfa nelle vene è fare il bene insieme,

il faro nella notte è fare ancora lotte.

 

Il testo è mio, le voci sono digitali e il beat è frutto di intelligenza artificiale generativa, aggeggiata e strapazzata.

Ho debiti. Per esempio, col Giorgio Caproni di Fatalità della rima (guerra / terra, morte / sorte), e con Paolo Pietrangeli per la canzone in cui dice: «Non ci s’impegola con, con chi si scaccola al bar, con chi si grogiola al sol, con chi si sbrufola il cul…» (più o meno, sono quelli che sonnecchiano e ridacchiano).

Alcune cose. Velia Titta, la moglie di Matteotti, era compagna di vita, non seguiva il marito in politica ma condivideva i rischi con lui.

Sulle motivazioni del delitto è ancora controverso il peso, oltre che di tutto l’impegno politico del socialista, della sua attenzione a specifiche ruberie fasciste sul commercio di petrolio.

La falsità del bilancio dello Stato fu denunciata da Matteotti il 5 giugno 1924, alla Camera. È più famosa la seduta del 30 maggio, considerata determinante nella decisione di ucciderlo e messa in apertura del film Il delitto Matteotti di Florestano Vancini. Le parole con cui Matteotti concluse, il 30 maggio, suonano proprio risorgimentali: «Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi [fascisti] volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità».

 

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Marguerite Yourcenar nelle pagine e Giacomo Matteotti fra le righe https://www.carmillaonline.com/2024/09/06/marguerite-yourcenar-nelle-pagine-e-giacomo-matteotti-fra-le-righe/ Thu, 05 Sep 2024 22:05:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84121 di Luca Baiada

Comincia con la prostituzione e finisce con l’ubriachezza, la fantasia di sangue, l’incoscienza. In mezzo ci sono un negoziante bigotto, una suicida che non ha mai fatto altro che suicidarsi e una tirannicida che ha buone ragioni. Ma anche un opportunista e una fioraia sfinita, un pittore e un operaio. Le donne muoiono o sono morenti o sfatte; gli uomini sono inetti o repellenti. Tutti, tranne l’artista Roux, un malato col coraggio del desiderio.

Un personaggio è assente, presupposto; fa parlare di sé senza comparire: Carlo Stevo, scrittore antifascista. Che tipo di intellettuale immaginava, Marguerite Yourcenar? Sentiva già sotto [...]]]> di Luca Baiada

Comincia con la prostituzione e finisce con l’ubriachezza, la fantasia di sangue, l’incoscienza. In mezzo ci sono un negoziante bigotto, una suicida che non ha mai fatto altro che suicidarsi e una tirannicida che ha buone ragioni. Ma anche un opportunista e una fioraia sfinita, un pittore e un operaio. Le donne muoiono o sono morenti o sfatte; gli uomini sono inetti o repellenti. Tutti, tranne l’artista Roux, un malato col coraggio del desiderio.

Un personaggio è assente, presupposto; fa parlare di sé senza comparire: Carlo Stevo, scrittore antifascista. Che tipo di intellettuale immaginava, Marguerite Yourcenar? Sentiva già sotto le dita l’Opera al nero? L’assenza di Stevo mi spinge a spiegarmi, a mostrare il mio biglietto d’ingresso.

Il romanzo è Moneta del sogno (Denier du Rêve), pubblicato nel 1934 e riscritto nel 1958-1959[1]. La riscrittura è un enigma. C’è una prefazione dell’autrice, nel 1959, e non si sa se voglia spiegare o depistare. Per giustificarsi, per costruire l’unico alibi possibile: quello concesso a chi scrive.

Arrivo al libro sapendo che parla di Matteotti, poi scopro che anche questa è un’assenza: Matteotti, come Mussolini, non è mai nominato. Un cenno all’assassinio del socialista è sulla bocca più disgustosa, quella di una spia. I nomi del tiranno e del suo irriducibile avversario non ci sono, ma su tutta la storia incombe il clima fetido della capitale negli anni stabili della dittatura. Nel 1959 qualcosa di quel clima è ancora lì, in Italia, e si vedrà nel gabinetto Tambroni. Ma è nel 1933, l’anno di Hitler, che il fascismo galleggia denso, prima delle avventure. Le colonne della società sono lì da anni: leggi fascistissime e Concordato.

Faccio fatica, a leggere Moneta del sogno. Non capisco, mi turba. L’intreccio mi sgomenta, i salti temporali mi indispettiscono, mi sento di colpo afflitto da analfabetismo mentale. Anche quell’Italia pittoresca e arcaica, vista nel suo lato meschino, rancoroso, putrefatto, mi disturba. Mi fa l’effetto di un disvelamento previsto. Come quando sentiamo raccontare un segreto che conoscevamo già; solo, non volevamo fosse detto a voce alta.

In parte l’autrice ammette l’ambiguità, quando nella prefazione dichiara l’intenzione di «scegliere personaggi che a prima vista potrebbero parere evasi da una Commedia o piuttosto da una Tragedia dell’arte moderna»; la commedia dell’arte dev’essere stata presente, a chi ha visto arrivare sulla scena europea Benito Mussolini: le smorfie, l’andatura da burattino gonfiato, il roteare d’occhi. Ma la Yourcenar fa un discorso più profondo: «Lo scivolare verso il mito o l’allegoria [tendeva] a confondere in un tutto unico la Roma dell’anno XI del fascismo e la città dove si annoda e snoda eternamente l’avventura umana».

Cioè, il carattere universale della cultura italiana, unito alla modernità del fascismo, rende universale proprio la dittatura. Una primogenitura negativa – ritrattazione e prostituzione del Risorgimento: il primato morale degli italiani diventato passo dell’oca, Gioberti col grugno di Starace – per una nuova Santa Alleanza del gagliardetto, del manganello e dell’aspersorio. Il fascismo è un Congresso di Vienna tardivo, coi congressisti lerci, incarogniti e inseparabili, come in L’angelo sterminatore di Buñuel. Ci tiene, la Yourcenar, alla scelta di quel periodo: l’Italia fascista senza ancora l’alleanza con Berlino, senza l’impero, senza le leggi razziali.

Marcella, che prepara l’attentato contro il dittatore, ha qualcosa di assurdo, di arcaico; per l’autrice, che umanamente si immedesima poco in lei, conviene lasciare al gesto «il suo aspetto di protesta quasi individuale, tragicamente isolata, e alla sua ideologia quella traccia di dottrine anarchiche che hanno così profondamente segnato un tempo la dissidenza italiana». Eppure la scrittrice si è resa conto della posta in gioco, per l’Europa; almeno nel 1959 ha capito, se nota il clima letterario della prima pubblicazione:

Tanti scrittori in visita nella penisola si appagavano ancora d’incantarsi una volta di più al tradizionale pittoresco italiano o si felicitavano di vedere i treni partire in orario (almeno in teoria), senza pensare di domandarsi verso quale stazione finale procedevano.

Anche così non riesco a superare l’idea che la Yourcenar menta, per qualche strategia narrativa, quando sempre nella prefazione del 1959 scrive: «Ho tentato di accrescere in più d’un punto la parte del realismo, altrove, quella della poesia, il che, alla fine, è o dovrebbe essere la stessa cosa». In Moneta del sogno non c’è un realismo prevedibile, semmai un iperrealismo, e non c’è neppure poesia. E poi, via: realismo e poesia non sono la stessa cosa e lo sa benissimo.

Un vero protagonista non c’è. Non l’attentatrice, non il dittatore. Con le pallottole – si è visto a luglio in Pennsylvania – l’attenzione si fissa su chi prende la mira e su chi è benedetto da un graffio, ma niente cura il male della folla. Non è centrale nessuno dei personaggi che si inseguono e si sovrappongono, vicini anche quando le loro storie hanno poco in comune. Insomma il protagonista c’è ma non va nominato. Ci fa troppa paura. È il contesto, l’ambiente italiano. E la moneta non conta, e non conta neppure il sogno, che nel titolo si affaccia: non è un libro da sogni, tutti hanno un incubo da svegli. Le storie devono intrecciarsi perché il falso comunitarismo del regime risalta meglio se ci sono parentele, coincidenze, pretesti.

Attraverso Carlo Stevo, l’antifascista, due unioni si intrecciano. Carlo è sposato con Vanna, figlia di un fascista per ordine, ma ha una relazione austera e cospirativa con Marcella, sposata con Alessandro, che per convenienza si è messo una maschera da fascista e ora non se la toglie più. Marcella è figlia di un anarchico, amico d’infanzia di Mussolini, che ha perso il posto per volere del dittatore.

La relazione fra Marcella e Carlo è un pozzo di echi. L’ombra di Matteotti doveva aver toccato la sensibilità della Yourcenar. Stevo è arrestato al ritorno da Vienna; e in realtà, al ritorno da un viaggio a Vienna Matteotti fu ucciso. E poi, Marcella e Stevo sono descritti così:

Lei aveva significato il Popolo per il solitario uscito da una di quelle buone famiglie della borghesia liberale che magari hanno inventato l’idea stessa di popolo, ma a cui un residuo d’usi, pregiudizi e timori impedisce quasi sempre la frequentazione della massa.

Parole che con qualche forzatura potrebbero valere per il socialista, figlio di possidenti, e per la moglie Velia Titta, figlia di un artigiano.

Il rapporto fra Stevo e Marcella: «Nel magazzino di grano, tra i sacchi pieni del segreto delle semenze, s’erano tenuti conciliaboli in cui covava, sotto quella Roma ridiventata imperiale, tutto il puro fanatismo delle giovani sette perseguitate». L’intuito della Yourcenar: gli antifascisti sotto la dittatura sono un cristianesimo primitivo e risoluto; appunto, semi impregnati di segreto. Ci si rende conto di questo considerando la fase in cui il semenzaio è più fertile: la Resistenza romana, quando molti semi muoiono perché altri diano frutto. Il gappismo romano, falcidiato dalla repressione, dalle delazioni, dalle retate, ha per sfondo la città insidiosa e magnifica; il Foro di Traiano, per esempio. Il lungo itinerario di Bentivegna col carretto della spazzatura, il 23 marzo 1944, per raggiungere via Rasella, è una passeggiata romana: Stendhal a mano armata.

Ancora qualcosa di Matteotti nella relazione fra i due:

Mentre il senso della giustizia, del diritto, una specie di bontà indignata, aveva condotto Carlo all’odio per il nuovo padrone in cui s’incarnava la ragion di Stato, era stato, al contrario, l’odio che a poco a poco aveva guidato quella donna [Marcella], sorella di tutti i vinti, a coltivare in sé le emozioni della bontà.

In Stevo c’è l’eco del diritto, e il grande polesano era un giurista. Matteotti fra le righe.

L’angoscia di questo decentramento narrativo, col suo dono spaesato e col suo furto di certezze, non lascia scampo: confrontarsi con una storia che non è storia, che rifluisce in se stessa. La bontà indignata di Stevo è un riassunto del caduto socialista, del «santo di Fratta», invidiabile dai migliori studiosi. Eppure preferisco pensare che la scrittrice non abbia lasciato di proposito questi segni, e invece che siano stati i frammenti della storia italiana, come per magnetismo, a prendere il loro posto mentre si parlava d’altro. Sarebbe forse la prima volta, che le cose abitano il tempo al punto da riconoscervi i loro indirizzi anche quando il vento, l’incuria, la polvere credono di averli cancellati?

Alla profondità umana non si arriva per caso. A casa di Marcella, cioè di suo padre l’anarchico, c’erano i libri dei poeti dell’Ottocento. E a rimproverarglielo è suo marito Alessandro. Tra i fascisti, Alessandro è di quelli non per convinzione ma per convenienza: «Il regime per lui non era altro che un fatto con cui ci si arrangia, ma che non si onora». Però, lui nel regime ci si trova così bene! e lo rivendica con un cinismo inconfondibile; è quello che sentiamo di nuovo, adesso, in voci senza vergogna:

«Ci son dottrine che si tradiscono come donne che si abbandonano: hanno sempre torto. Dovevo compromettere una posizione faticosamente conquistata per correre in aiuto a una banda di fanatici come tuo padre o di sognatori come Carlo Stevo? Una delle lezioni dell’esperienza è che chi perde si merita la sconfitta».

Il carrierista paragona l’appartenenza politica e la donna: luoghi, particelle catastali, piazzeforti vendibili o espugnabili o consegnabili. Di tutt’altra natura, Marcella. Quando viene a sapere che Carlo ha tradito, riflette:

«Non ti biasimo. Poco m’importa a causa di quali brutalità o di quali promesse. Il loro peggiore delitto: prenderci, trovare il modo di forzarci a piegarci o a parer averlo fatto, industriarsi perché nessuno risulti più puro. Ragione di più perché io agisca senza indugi. Per rivalsa, per espiazione… Per il Partito, per te, per me stessa… Siamo tutti arnesi più o meno solidi. Non si può rimproverare a un arnese d’essersi spezzato».

Per un fascista chi perde è colpevole. Per la cospiratrice – morale calda e formidabile – neanche chi tradisce è del tutto un perdente.

A tastare la convinzione dell’attentatrice è Massimo Iacovleff, una spia del regime, che le ricorda i suoi veri motivi per uccidere Mussolini. E qui si affaccia ancora Matteotti:

«Il tuo odio… Oh, lo so, non è che te ne manchino le ragioni: tuo padre […] e Carlo, e l’altro che un giorno si fece ammazzare sulle rive del Tevere (lo sai, chi voglio dire) e che neppure lui è stato vendicato. E anche quando fosse solo per farla finita con quelle scritte imbrattate sui muri, alte come la menzogna, per ridurre al silenzio quella voce che distribuisce alla folla una zuppa grossolana… Ma è falso… Tu vuoi ammazzare Cesare, ma soprattutto Alessandro, e me, e te stessa… Fare piazza pulita… Uscire dall’incubo… Sparare come a teatro perché nel fumo dello sparo la scena si dissolva… E finirla con tutta questa gente che non esiste. […] Siamo tutti dei pezzi di stoffa lacerati, degli stracci stinti, dei miscugli di compromessi. Il discepolo più amato non è quello che dorme nei quadri sulla spalla del Maestro, ma quello che si è impiccato con in tasca trenta denari. O, forse, no: quei due ne fanno solo uno: era lo stesso uomo».

Iacovleff indica i veri motivi, dicevo, o li costruisce? E poi, vuole davvero impedirle di sparare? Forse in alto si vuole un attentato pilotato, all’insaputa di chi lo compie.

La spia suggerisce depistaggi morali plausibili anche per chi legge: i bersagli sarebbero Giulio Cesare o il marito di Marcella o altri. L’autrice mima l’inganno per smascherarlo: è tipico della falsa introspezione fascista, carica di convulsioni mentali e morale contorta, frammentare la persona e disorientarla facendo le viste di volerla emancipare (in fondo è così Sei personaggi in cerca d’autore, del fascista Pirandello). Per la spia la gente non esiste, tutti sono stracci. È probabile che questo fosse l’orizzonte anche di chi pose la bomba alla stazione di Bologna nel 1980, considerando che ancor oggi le vittime sono offese da menzogne.

Quel Giulio Cesare, però, ha un altro senso: per sparare a Mussolini, Marcella ha rubato una pistola ad Alessandro e vuole pagargliela per non sentirsi in debito; gli porge il denaro dicendo: «Dare a Cesare…» (il romanzo avrà una trasposizione teatrale, Rendre à César, appunto). Le parole di Gesù servono a staccare l’arma dallo spazio di Alessandro, profano, per portarla nel perimetro sacro della violenza politica. Ben diverso, questo, dalle chiacchiere con cui la spia mischia Giuda e Giovanni. Eppure quelle chiacchiere hanno una fascinazione che invita chi legge al dubbio. Il cenno ai trenta denari, naturalmente, si discosta dal Vangelo: Giuda si impicca dopo essersi liberato da quel prezzo – non dal senso di colpa.

Il punto suggestivo riguarda, invece, la moneta che attraversa tutto il libro. Proviamo ad assecondarlo. La moneta del sogno è sorella delle altre ventinove, cioè viene dai trenta denari: è quella che ha attraversato il deserto del silenzio, oppure che è rimasta indietro e che per questo ha qualcosa da aggiungere. Il trentesimo, di quei denari, non finì nel tesoro del tempio, nell’acquisto del campo, e rimase addosso a Giuda, ad appesantire il corpo, a stringere il cappio. Allora, ciò che unisce l’intreccio di storie è il di più della colpa, cioè la tessitura di un quadro di squalifica delle persone che le spinge ad accettare l’autorità, ad aver voglia di un padrone, di uno che distribuisce una zuppa grossolana. Proprio così. Neanche la Yourcenar dalla prosa veggente poteva alludere, con quel distribuire la zuppa, al fatto che se nel 1922 era andato al governo un giornalista, cento anni dopo vi si sarebbe seduta una diplomata di un istituto professionale alberghiero e gastronomico, dove si insegna a lavorare col mestolo. Un libro che conta sul caso non può diffidare delle coincidenze; almeno, non più di chi lo legge molti anni dopo.

Fallito l’attentato, la notte copre due persone agli estremi della società. Ecco il dittatore, illeso:

Cesare dormiva, dimenticando di essere Cesare. Si svegliò, rientrò nel suo personaggio e nella sua gloria, guardò l’ora, esultò per aver mostrato nel corso dell’incidente della vigilia il sangue freddo che si addice a un uomo di Stato. «Ardeati, nata Ardeati» [il cognome di Marcella], pensò, ruminando quel nome che si era fatto dire qualche ora prima, «la figlia del vecchio Giacomo…» E rivide a una distanza smisurata la cucina dell’appartamento di Cesena, una discussione sui reciproci meriti di Marx e di Engels, il caffè che la madre Ardeati serviva all’epoca in cui il caffè era per lui una spezia rara. «Quel che c’era di meglio in loro, l’ho amalgamato nel mio programma», si disse. «Quei chiacchieroni non avrebbero mai saputo governare un popolo». E si girò sul cuscino, l’anima in pace, sicuro di avere in tutto e per tutto l’approvazione della gente d’ordine.

Ed ecco Oreste, operaio, stritolato dalla vita. In una fiaschetteria – ce n’è qualcuna vera, a Roma, ancora nel 2024 – si ubriaca e fantastica su sua suocera:

Voluttuosamente, s’immaginò mentre strangolava la vecchia, inventò particolari precisi, degustò tutta la delizia che avrebbe provato a impadronirsi sotto i suoi occhi del sacchetto di pelle in cui lei nascondeva il tesoro che, invece, sarebbe spettato a Attilia [sua moglie] e ai loro figli. Ma simili atti di giustizia conducono sempre solo in galera, i giudici non capiscono mai quanto si sia stati maltrattati dapprima da coloro che si ammazza.

Una sbornia in cui c’è qualcosa di Baudelaire, del Vino dell’assassino.

Ma se davvero si può parlare di caso, in tutto questo, è casuale la compresenza di alcuni personaggi in una chiesa romana? Le litanie della Madonna si susseguono. Dicono «casa d’oro» e Rosalia, che vende candele, pensa alla casa perduta, in Sicilia. Marcella entra, ha la pistola e riflette:

«Non vacillare. Presto sarò morta, è la sola cosa sicura. Che cosa dicono? Regina dei cieli… Regina Coeli: questo nome di prigione… Sarà là che domani… Mio Dio, fa’ che muoia subito. Fa’ che la mia morte non sia inutile. Fa’ che la mia mano non tremi, fa’ che lui muoia. Ma guarda, è buffo. Mi sono messa a pregare senza saperlo».

In chiesa dicono anche «torre d’avorio» e c’è il grande pittore Clément Roux:

Abbassò la testa per seguire la spirale di quelle parole che lentamente sprofondavano in lui, urtando infine la resistenza di un ricordo. Dorato, liscio e nudo. Quella ragazzetta sulla spiaggia, una sera, possibile che lui avesse già circa vent’anni? Torre d’avorio… C’è al mondo un’espressione più evocatrice dell’architettura di un giovane corpo?

Un anno dopo la riedizione di Moneta del sogno, una ragazzetta sulla spiaggia renderà indimenticabile l’ultima scena della Dolce vita di Fellini.

Proprio lui, Roux, così malmesso che lo scambiano per un mendicante, riscatta la vita. Vaga per Roma e commenta fra sé gli sventramenti degli antichi rioni:

«Le rovine troppo pulite, tirate a filo. Troppo demolite, troppo ricostruite. Ai miei tempi queste viuzze zigzaganti in pieno passato che ti portavano al monumento di sorpresa… Hanno sostituito tutto con queste belle arterie per autobus, e, nel caso peggiore, per carri armati. La Parigi di Haussmann. Il luna-park delle Rovine, l’Esposizione Permanente della Romanità».

E Roux parla a Iacovleff, la spia, che ascolta distratto. Siamo nel luogo che diventerà un simbolo del buon vivere: alla Fontana di Trevi. Three Coins in the Fountain, il film di Negulesco, arriva nel 1953. Esiste già l’uso di gettare monete per un voto del ritorno, e il pittore si adegua. Voto falso o sincero? Il proposito del ritorno serve a chiudere con un passato, non a fare in modo che si ripresenti: sprechiamo qualcosa per fare un dono senza volto, per non dire a noi stessi che non vogliamo voltarci indietro. E c’è una perla gettata via, in un pensiero di Roux offerto a chi non ne è degno; la raccogliamo noi:

«Ci son pure delle cose buone… delle cose che si vorrebbe. […] Delle cose talmente belle da stupirsi che ci siano. Pezzi, frammenti. Parigi tutta grigia, Roma dorata. […] Corpi di donna… Non le modelle, con il loro nudo a un tanto all’ora. Né il nudo insipido delle puttane né il nudo a teatro così tinto che non si vede neppure più la pelle. […] Ma di tanto in tanto… La carne intravista sotto la veste come un dolce segreto in questo duro mondo. Il corpo sotto la stoffa. L’anima sotto il corpo. L’anima del corpo. Così, molto tempo fa, su una spiaggia, in un posto deserto, in Sicilia, una ragazzina tutta nuda… Dodici o tredici anni… Nella luce frizzante del primo mattino. Con una camicia che si è tolta, quando mi ha visto, per suo piacere, suppongo. Innocente e non innocente. Eccola, la piccola Venere uscente dalle acque. […] Non l’ho neppure dipinta, perché i nudi fatti del ricordo… Ma l’ho messa qua e là, un poco dappertutto, una certa maniera di mostrare la luce che gioca su un corpo. Queste son le cose che aiutano nell’ora della morte».

In questo nascondiglio giace un segreto di tutto il libro.

 

 

[1] Marguerite Yourcenar, Denier du rêve, Grasset 1934; poi, in nuova versione, Plon 1959. La prima edizione italiana è Moneta del sogno, Bompiani 1984, traduzione di Oreste Del Buono. Qui ho tratto le citazioni dalla ristampa Bompiani 1986. Nei discorsi dei personaggi ho tolto i puntini di sospensione che mi sembravano in eccesso.

 

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Una vita molteplice, quindi compiuta. Parola di Matteotti https://www.carmillaonline.com/2024/07/13/una-vita-molteplice-quindi-compiuta-parola-di-matteotti/ Fri, 12 Jul 2024 22:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83304 di Luca Baiada

Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani, Firenze-Milano 2024, pp. 336, euro 17,10

 

Tra i punti di forza, l’apparato di fonti. Sul contesto, buona conoscenza del Polesine e ampi riferimenti ad autori e personaggi. Attenzione allo sviluppo delle leghe e delle casse rurali, agli effetti della malaria, della pellagra, delle alluvioni e delle bonifiche. Sul protagonista, padronanza dei fatti. Eppure, tutto lo studio risente di qualcosa; probabilmente di un orientamento cattolico troppo rigido che condiziona la lettura dei dati.

La difficoltà di capire il passato è ricondotta bene al presente: «Matteotti divenne un’icona da rispolverare nelle [...]]]> di Luca Baiada

Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti. Un italiano diverso, Bompiani, Firenze-Milano 2024, pp. 336, euro 17,10

 

Tra i punti di forza, l’apparato di fonti. Sul contesto, buona conoscenza del Polesine e ampi riferimenti ad autori e personaggi. Attenzione allo sviluppo delle leghe e delle casse rurali, agli effetti della malaria, della pellagra, delle alluvioni e delle bonifiche. Sul protagonista, padronanza dei fatti. Eppure, tutto lo studio risente di qualcosa; probabilmente di un orientamento cattolico troppo rigido che condiziona la lettura dei dati.

La difficoltà di capire il passato è ricondotta bene al presente: «Matteotti divenne un’icona da rispolverare nelle occasioni ufficiali». Ma per altri aspetti non ci siamo:

Con la dissoluzione della prima repubblica e dei partiti che l’avevano costruita, Giacomo Matteotti è uscito definitivamente dagli appiattimenti di parte, dalle contrapposizioni ideologiche, da gelosie e rivalità che erano sopravvissute alle divisioni del passato, ed è entrato definitivamente nella dimensione che gli è propria, quella della storia.

Le gelosie hanno solo perso il tratto da segreteria e da grisaglia, per diventare tic nervosi nei discorsi d’occasione. Le ideologie si sono spente ma Matteotti non ha ancora il posto che merita. Cosa significa?

Qualcosa di imbarazzante: non c’erano i fronteggiamenti ideologici, all’origine della messa tra parentesi. Il male è più profondo e si può capirlo solo sorbendo – ma fino all’ultima goccia amara – in politica Salvemini e Gobetti, in letteratura Sciascia. Il paese del papato e dell’inquisizione romana, delle corti e delle accademie respinse come un insetto molesto l’uomo dell’antiretorica, della prassi determinata, della certezza senza fanatismo. Gobetti, appunto, poco dopo il delitto, con la sincerità del morituro lo chiamò protestante. Romanato è realistico qui:

È uomo del postrisorgimento, estraneo alle mitologie dell’unificazione, ma estraneo anche alle rigidezze delle ideologie allora prevalenti: il positivismo, il marxismo, l’idealismo. Scontento, ribelle, inquieto, guardava al futuro, senza lasciarsi condizionare dal passato.

Sui rapporti fra Matteotti e marxismo, però, ci vorrebbero spiegazioni, anche tenendo conto del periodo: nasce poco dopo la morte di Garibaldi e poco prima della fondazione del Partito socialista. Di certo, fatta l’unità emergono problemi, insieme alla questione romana irrisolta – i fascisti la peggioreranno restituendo al papa uno Stato – e a molto altro.

Il commenti di un secolo fa riaprono ferite. Il giudizio dei comunisti fu e rimase duro, sino alla mancanza di umanità, vedendo nell’assassinio il suggello dell’errore. Riflesso automatico di fiducia nell’ineluttabilità della storia: chi cade, non può che aver torto. Gli alfieri della memoria del grande socialista si risparmiarono l’acredine, ma neanche loro furono mai all’altezza del caduto. Atroce, nel 1924, la partecipazione di una minoranza dei deputati del Psu al funerale del loro segretario; e assurde, nel dopoguerra, le commemorazioni alternate fra Psi e Psdi, per non mischiarsi mai.

Anche la confusione al monumento romano, oggi, con lapidi diverse che si contendono lo spazio, dice più disordine che insegnamento. Quell’aiuola assediata dal flusso di auto, sul lungotevere – un tempo ariosa passeggiata, adesso convulsa arteria di scorrimento – , parla da sé. Forse è un caso, ma è in un sottopassaggio, simile a uno di quelli scavati nei lungotevere per le Olimpiadi del 1960, che Fellini gira l’inizio di Otto e ½, col sogno del protagonista: nell’ingorgo, chiuso in una macchina, batte sui vetri e si divincola come Matteotti nella Lancia dei sicari, sino a che riesce a volare via.

La percezione dell’importanza del diritto nella sua posizione politica – «singolare impasto di legalitarismo e di spirito rivoluzionario» – è lucida:

[Per Matteotti] era il diritto, non il determinismo sociale, a creare la strada che conduce alla giustizia e all’uguaglianza. È qui che si deve vedere la modernità di Matteotti nella galassia dei socialisti italiani, modernità che giustificherà tanto la sua proposta di insurrezione per fermare l’entrata in guerra (lo Stato aveva violato le regole e quindi andava fermato con la forza) quanto, in seguito, la sua lotta solitaria contro il fascismo, fondata sulla difesa della legalità e della rappresentanza parlamentare. Chi infrangeva le regole del gioco legittimava chi le violava, a sua volta, per legittima difesa.

I giuristi, però, non valorizzarono le sue ricerche e proposte. Più in generale, anche molti intellettuali furono inadeguati; il testo li ricorda ma vanno ridimensionati meglio. Per esempio:

Ivo Andrić, futuro premio Nobel per la letteratura, che allora era in servizio a Roma presso la legazione diplomatica del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, la futura Jugoslavia: «La crisi del fascismo è iniziata. A causa del delitto Matteotti. Un caso che è allo stesso tempo incredibile e terribile, semplice e banale. Incredibile e terribile è che in Europa, nel Paese che rivendica la paternità del diritto, nel centro di Roma a mezzogiorno sei mercenari possano rapire un deputato popolare inerme, segretario di un partito, portarlo fuori città e ucciderlo».

Andrić non ha capito. Proprio perché siamo nella culla del diritto, lo stragismo portato dalla guerra, con una massa di reduci storditi e incarogniti, e col padronato che non vuole mantenere le promesse – pace perpetua, giustizia, lavoro – , apre al fascismo. Esso è anche il passaggio dal massacro indiscriminato, in guerra, al massacro selettivo, in pace. L’assassinio di Matteotti, giurista e per questo più scomodo, è il segno di un’epoca. La civile Europa, nel paese della paternità del diritto, ha covato un patrigno in camicia nera: presto avrà molti figliastri. La Roma mussoliniana – in questo terribilmente moderna – con le borgate di deportati dal centro per gli sventramenti, con le scenografie di cartapesta per le parate, con le burocrazie labirintiche, diventa insieme culla e bara. Già nel 1934 il groviglio umano dell’Urbe è colto in un romanzo di Marguerite Yourcenar, con un cenno al delitto di dieci anni prima[1].

Un italiano diverso presenta il socialista senza encomi prevedibili:

Un personaggio duro, intransigente, mai disponibile al compromesso, talora anche sgradevole. […] Un uomo di parte, spesso settario, che non dava confidenza e non faceva sconti a nessuno. […] Ante mortem Matteotti fu un uomo profondamente divisivo. Il ritratto che ne scrisse Piero Gobetti a ridosso dell’assassinio, centrato sul tema della solitudine, a mio parere, rimane pur con qualche forzatura, l’interpretazione più penetrante che ne sia stata proposta.

Il punto di vista gobettiano è stato criticato da chi vuole interpretazioni concilianti; ma se forzatura c’è, in Gobetti, è perché quel testo era costretto a una densità alchemica[2].

Un elemento critico. Si insiste sul fatto che il padre di Matteotti avesse prestato denaro a usura:

Le fonti che ne parlano sono numerose e circostanziate. […] Non è fuori luogo ipotizzare che i rancori accumulati per questo motivo contro di lui possano essere arrivati a lambire anche le motivazioni del delitto, considerando il ruolo che in esso ebbero […] due fascisti polesani che conoscevano Matteotti fin dagli anni di scuola: Giovanni Marinelli e (ma in questo caso il coinvolgimento è molto meno sicuro) Aldo Finzi.

La questione è contraddittoria: gli immobili della famiglia erano sparpagliati perché erano frutto di acquisti occasionati dalla fretta dei venditori, all’epoca dell’emigrazione postunitaria; ma questo – felix culpa – permise a due figli, Matteo e Giacomo, di candidarsi in più comuni (all’epoca ogni proprietà dava diritto al voto nel suo comune). Che i rancori locali abbiano contribuito al delitto non è dimostrato, ma di certo l’assassinio fu anche una vendetta castale: come altri – i fratelli Rosselli, per esempio, poi Giangiacomo Feltrinelli e Pier Paolo Pasolini – Matteotti è un traditore della sua classe. Mentre Romanato offre pagine e pagine sullo strozzinaggio del padre, proviamo a chiederci: e se proprio quella provenienza della ricchezza fosse stata determinante nella scelta di far del bene, di schierarsi con gli sfruttati e contro gli sfruttatori?

Dell’epistolario fra Giacomo e Velia si dimostra frequentazione ma non altrettanta comprensione:

C’è più ragionamento che attrazione, sia prima sia dopo il matrimonio, anche quando la lontananza fisica […] rende forte ed esplicito il desiderio reciproco, il bisogno di rivedersi, di toccarsi, di baciarsi. […] Chi leggesse queste lettere pensando di trovarvi riferimenti erotici rimarrebbe deluso. E non soltanto perché il linguaggio del tempo era molto più riservato del nostro, ma perché nel rapporto fra questi due giovani la fisicità è sopraffatta dal ragionamento.

Nella commemorazione alla Camera, il 30 maggio – brutta nel suo lato spettacolare e ingannevole in quello politico – , anche Bruno Vespa ha escluso l’erotismo di quello che invece è un palpitante documento amoroso; questo libro ha un’altra statura, eppure si sente una mentalità che non si accorge dell’eros se non sobbalzano carni. Così sono fraintese in senso negativo le schermaglie, le sofferenze e le ammissioni reciproche di scoramento, che fanno parte di quell’unione. Il fatto che i due si scrivessero anche mentre erano nella stessa città è una «bizzarria»; e pensare che Victor Hugo e Juliette Drouet si scrivevano anche mentre vivevano insieme.

Altri malintesi. Si legge che in Matteotti c’era «l’ansia di fare, e anche di strafare», perché scrisse: «Il desiderio di una vita molteplice, e quindi allora soltanto compiuta, sta diventando una mia ossessione». Questa è l’eco di una profonda inquietudine, di stampo ottocentesco, come quella che fremeva in Arthur Rimbaud. In Une saison en enfer il poeta aveva scritto: «A chaque être, plusieurs autres vies me semblaient dues»; e infatti Matteotti: «Vorrei avere dieci vite». La competenza giuridica, amministrativa e contabile del polesano ha oscurato la creatività; ma a modo suo, anch’egli fu ladro di fuoco e veggente.

Quando si ricorda che per Matteotti l’amore per la propria patria non deve portare a sopraffare le altre – lo scrive a proposito di suo figlio e di un bambino abbandonato di cui si prende cura – non si deve tacere che quel principio e quel senso di umanità vengono da Giuseppe Mazzini. Il Polesine è terra di lotta di classe, sì, ma prima di Risorgimento. E poi. Romanato vede nell’attenzione di Matteotti per l’educazione un’anticipazione di Lorenzo Milani, ma è più immediato pensare a un seguito di Alberto Mario, polesano di Lendinara, piccolo centro che gli ha dedicato un monumento gagliardo. L’autore, che conosce il patriota perché accenna agli studi sull’Italia postunitaria della moglie, Jessie White, non ricorda l’impegno di Mario per i ragazzi da garibaldino.

Nel libro si sentono le insistenze sugli errori dei socialisti e la benevolenza verso il Partito popolare. Quanto agli effetti tremendi della violenza squadrista, vanno posti nel giusto rilievo; per esempio, bisogna sempre precisare che, negli enti locali, le dimissioni dei socialisti erano imposte dai fascisti e le autorità non proteggevano i rappresentanti eletti. L’autore cita come attendibile questa analisi, presa dal giornale dei popolari:

Tacerà il vento di follia quando gli onesti di ogni partito si adopereranno seriamente e fermamente a richiamare i propri aderenti alla legge. È giunto il momento di proclamare che tutti ebbero torto, che esiste per tutti, socialisti e fascisti, il dovere di rientrare per sempre nella legalità. La provincia domanda a tutti i partiti e a tutte le fedi di liberarsi dalle forme degenerative della loro attività.

Sembra l’«Osservatore romano» del marzo 1944, dopo le Fosse Ardeatine, quando chiede a tutti, nella Roma occupata dai nazisti, «serenità» e «calma», «al di fuori, al di sopra delle contese»[3].

Da queste premesse viene l’accusa che il socialismo abbia determinato l’avvento del fascismo; così Matteotti diventa un colpevole. Nel discorso ha un ruolo anche l’avversione alla guerra, ed ecco che il pacifismo diventa colpevole di guerra civile. Sono tesi superate, eppure l’autore, malgrado un bagaglio culturale raffinato, ne sente la fascinazione:

Anni decisivi, quelli del trionfo massimalista, dopo il congresso di Reggio Emilia del 1912 e l’affermazione di Mussolini. Questi poi prenderà tutt’altre strade, tuttavia dal virus dell’estremismo il socialismo italiano non guarirà più. La sconfitta storica di Turati, e della linea riformista, maturarono allora. Quando Mussolini, nel suo primo discorso parlamentare, disse cinicamente che la sinistra la conosceva bene – «io per primo ho infettato codesta gente» – diceva una incontestabile verità.

Invece no. Altro che incontestabile. L’estremismo non fu una prerogativa del socialismo, e comunque il fanatismo determinante fu quello della borghesia nel difendere privilegi di classe.

Affiorano cedimenti al complottismo. Quasi si avalla l’ipotesi che il socialista fosse austriacante, e quindi neutralista, per legami familiari. Si sottolinea che il vero motivo dell’assassinio non è ancora sicuro e si cita la pista petrolifera senza una riflessione di accompagnamento. Si fanno congetture sul movente con punti interrogativi, supposizioni, cenni: il petrolio, le case da gioco dei fascisti, la massoneria, i documenti nella borsa, un cenno nel diario di Ciano. Su Aldo Finzi, squadrista e fascista che morirà alle Ardeatine, scivola un dubbio:

Si volle chiudere in questo modo la bocca del maggior testimone del delitto Matteotti? È un’ipotesi che non ha mai avuto conferme, anche se è quasi certo che Mussolini, pure sollecitato, non intervenne per salvargli la vita.

Per Romanato, di Finzi non è ben sicuro il coinvolgimento ma Finzi è il maggior testimone? Di certo, Finzi l’occasione per aprire bocca la ebbe e non la usò. Quanto a Mussolini, c’è da stupirsi? Non intervenne neanche per salvare il genero dalla fucilazione.

Altre accuse. Si dà spazio a critiche di doppiezza: Matteotti estremista nel Polesine e moderato a Roma. Anche il banditismo veneto, con la repressione austriaca, e poi la rivolta nota come «La boje» contribuiscono alla colpevolizzazione del socialismo. Citando di tutto, anche Sturzo e Galli della Loggia, si addebita ai socialisti di non aver risolto le incertezze interne, con gravi conseguenze.

Come può salvarsi, Matteotti, da tante colpe? E infatti, per l’autore sono involontariamente profetiche le parole rivoltegli da un periodico cattolico:

Buffone e istrione! Tu continui a solleticare nelle folle lo spirito della rivolta. Parola di galantuomo: sarai il primo a pagare il fio di questa improntitudine da istrione. I Danton e i Robespierre furono le prime vittime della loro nefasta propaganda.

Profezia falsa: Matteotti fu assassinato per le doti di denuncia, critica e organizzazione, concretizzate su basi amministrative, legali e contabili. Cadde proprio perché non era un tagliatore di teste ma un tessitore di contatti e sindacalismo, cooperative e relazioni internazionali, persino nessi profondi fra teorie giuridiche e interessi sociali.

Si affaccia una tematica che sa di tempi meno lontani. Riguarda il progetto di un fronte antifascista e qui si può solo segnalarla:

[Matteotti] pensava nel suo intimo anche ai cattolici di Sturzo, che non appartenevano alla sinistra ma rappresentavano […] una forza popolare, benché estranea ai partiti di classe, che non poteva essere confusa con la borghesia italiana ormai fascistizzata. La speranza nella possibilità di quest’incontro divenne concreta soltanto dopo la sua morte, […] ma venne fermata da un intervento esterno alla politica italiana: il veto pontificio.

In queste vicinanze intime c’è da capire. Per un verso, può confermare quest’attenzione all’incontro la citazione di un articolo di Ernesto Buonaiuti, sacerdote perseguitato dalle autorità ecclesiastiche: uscito su un quotidiano di orientamento laico, commenta il discorso di Turati per Matteotti e paragona la morte del socialista al sacrificio di Cristo. Per un altro, viene naturale il paragone con un altro incontro, molti anni dopo; quello fra comunisti e democristiani, con un perno: Aldo Moro. Allora, subito un altro raffronto viene spontaneo: quello con la posizione del Vaticano mentre Moro era nelle mani delle Brigate rosse. Questo paragone costringerebbe a rileggere la lettera di Paolo VI che non provò per davvero a salvare il democristiano, anzi. Un altro veto pontificio.

Romanato scrive: «Ogni ricostruzione del passato non è mai tutto il passato. C’è sempre una zona che sfugge, o per mancanza di fonti, o per insufficienza dello storico, o per il velo di silenzio con il quale, spesso, l’animo umano cela i propri riposti intendimenti, che determinano i fatti più di quanto immaginiamo». Qui il libro si fa perdonare i difetti con l’onestà dell’autore. E a questo punto, se lui non dice i suoi intendimenti, sia il recensore a diradare il suo velo.

Sono un giurista, lavoro con le regole anche quando non le condivido. Con Matteotti ho incontrato un modo coraggioso e concreto di vivere la condizione del giureconsulto: una tensione verso il bene che non cede né al formalismo né al fanatismo né al compromesso. Una cosa che il lavoro legale e giudiziario non insegna, anzi, fa di tutto per mortificare. Neanche di me, quindi, si fidi del tutto chi legge. La zona che sfugge riguarda anche il mio modo di vedere le cose. Matteotti, per tutti noi, in fondo è un monito severo.

 

[1] Marguerite Yourcenar, Denier du rêve, Grasset 1934; poi, in nuova versione, Plon 1959. La prima edizione italiana è Moneta del sogno, Bompiani 1984, traduzione di Oreste Del Buono.

[2] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924.

[3] «L’Osservatore romano», 26 marzo 1944, p. 1.

 

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Barricate Matteotti: sono di mattoni e resistono al petrolio https://www.carmillaonline.com/2024/06/01/barricate-matteotti-sono-di-mattoni-e-resistono-al-petrolio/ Fri, 31 May 2024 22:05:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82830 di Luca Baiada

Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 288, euro 18.

 

«Queste pagine non sono nate per comporre un ritratto idealizzato di Matteotti, magari da archiviare nella polvere di una biblioteca come si accantona una pratica fastidiosa per certi rimorsi che suscita». Ottimo proposito. Il volume, malgrado temi scabrosi, dettagli per fissare l’attenzione e insistenze su questioni superabili, prende la direzione giusta. Se c’è qualche inciampo si fa perdonare con la messe di dati, col quadro vivace degli spunti e soprattutto con l’attenzione partecipe e col [...]]]> di Luca Baiada

Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 288, euro 18.

 

«Queste pagine non sono nate per comporre un ritratto idealizzato di Matteotti, magari da archiviare nella polvere di una biblioteca come si accantona una pratica fastidiosa per certi rimorsi che suscita». Ottimo proposito. Il volume, malgrado temi scabrosi, dettagli per fissare l’attenzione e insistenze su questioni superabili, prende la direzione giusta. Se c’è qualche inciampo si fa perdonare con la messe di dati, col quadro vivace degli spunti e soprattutto con l’attenzione partecipe e col tratto incalzante.

C’è una cosa di cui si è costretti a dar conto, anche se si vorrebbe farne a meno. Secondo una narrazione diffusa – l’ho sentita di persona più volte e anche a Rovigo – Matteotti durante una delle tante aggressioni fasciste, quella a Castelguglielmo nel 1921, fu sodomizzato. Il libro dà conto di questa versione senza prendere un orientamento netto sulla veridicità. Qui non cerchiamo l’esattezza; farlo sarebbe un’ispezione corporale e offenderebbe chi non può replicare. Sul punto, la dichiarazione di Matteotti alla Camera – anche lì, in aula, i fascisti lo canzonavano con quel pretesto – è più importante:

Devo per conto mio apertamente dichiarare che accennano a cose perfettamente, assolutamente false. Se fossero vere, io stesso le avrei denunziate perché rappresenterebbero non la vergogna della vittima, ma la vergogna di una fazione arrivata a tali estremi.

Che si ripetano queste cose – aggiunge – esprime le «più basse e vergognose attitudini, abitudini, capacità morali». In questo, sì, sta la risposta migliore alla questione dello stupro, una cosa su cui i fascisti vollero sempre insistere; una cosa che Piero Gobetti ritenne falsa già nel 1924[1]. Con quelle parole Matteotti smaschera – è un punto di grande modernità – la colpevolizzazione della vittima e il carattere perverso del fascismo. Ribadisce quel carattere la circostanza che, dopo l’assassinio, sia stata fatta circolare la voce di un’evirazione.

La colpevolizzazione può riguardare indifferentemente una vittima vera o falsa, perché la realtà è una cosa di cui i persecutori non hanno bisogno. E ancora: la prova più evidente della perversione fascista è proprio nell’equivalenza, per il persecutore, della sessualità scelta e di quella subita: il socialista era accusato sia di essere stato stuprato sia di essere omosessuale; e ciò con motteggi, allusioni, doppi sensi. Lazzi e giochi di parole sono da sempre cari al linguaggio fascista, anche se ebbero il loro periodo più florido sotto occupazione tedesca, nella Rsi, fucina di scioglilingua odiosi, torve malizie e battutame. In Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini, uno dei torturatori racconta una barzelletta davanti a un cadavere: Perotto e un amico si perdono nel buio, l’amico intravede qualcosa e chiede: «Sei Perotto?» – risposta: «Quarantotto!».  I fascisti ridono.

L’omosessualità attribuita a Matteotti – detto incidentalmente – contrasta col fatto che Mussolini in un incontro con funzionari esteri, dopo la sparizione del deputato e prima del ritrovamento della salma, abbia gettato lì l’ipotesi che fosse «andato a puttane». Ma è inutile chiedere coerenza ai fascisti. Nel loro quadro mentale, ancor oggi, l’adesione forzata di milioni di persone (il giuramento, la tessera, le adunate, le divise eccetera), benché fatta per evitare violenza e licenziamento, è la prova che gli italiani volessero la dittatura. In questo sì, c’è un’oscura coerenza: se milioni di italiani costretti al fascismo sono di conseguenza fascisti, l’uomo vittima di sesso anale forzato è di conseguenza un omosessuale. Sullo sfondo c’è il modo contorto in cui il fascismo vive la sessualità e la fisicità, in un groviglio di attenzioni stercorarie per i riottosi (l’olio di ricino) e di eccitazione avida per il corpo del capo. Gli estranei vengono svuotati, il capo sazia gli eletti. Ecco un articolo del 1936:

Quando Mussolini ti guarda, non puoi che essere nudo dinanzi a Lui. Ma anche Lui sta, nudo, dinanzi a noi. […] Il Suo volto e il Suo torso di bronzo sono ribelli ai panneggi e alla bardature. Ansiosi e insofferenti, noi stessi gliele strappiamo di dosso. […] Ma dobbiamo amarlo pur senza desiderare di essere le favorite di un harem.

L’autore di questo corteggiamento era un giornalista con un futuro: Indro Montanelli[2]. Allora: la sostanza della storia di Castelguglielmo ci ribadisce quanto il fascismo sia male. Perché quella storia chiarisce le cose senza insozzare il bersaglio, partendo da dettagli imbarazzanti? Forse perché ci sono persone così belle, che anche l’odio delle carogne le fa più belle.

Fra le canzonacce e sfide dei fascisti riportate dagli autori, risalta questa: «Matteotti, Matteotti! / Quanta malinconia nel tuo sorriso / avevi un posticino in Parlamento / te l’ha levato il fascio in un momento». Effettivamente nelle fotografie che circolarono dopo il delitto c’è un’espressione enigmatica, anche triste e tragica; ma l’angustia mentale ci vede motivazioni personali – il posticino, cioè l’attaccamento, si direbbe oggi, alla casta, alla poltrona – e non lo sconcerto per il disastro in cui il fascismo ha cacciato l’Italia. L’egoismo per mestiere e la cecità morale non immaginano che qualcuno si doni agli altri. Tutti sono sporchi, la democrazia è sporca, ovunque c’è un complotto, tutti rubano alla stessa maniera, la guerra è l’igiene del mondo. Quanto ai posticini, adesso, dopo anni di demagogia, leggi elettorali orrende e un bruttissimo referendum, in maniera incruenta sono stati soppressi molti seggi parlamentari, al punto che, se si considerano le Camere in rapporto al popolo, rispetto all’epoca della Costituente il Parlamento è dimezzato.

Su un aspetto, invece, il volume ha un orientamento preciso: la versione che, con varie sfumature, riconduce il delitto Matteotti a uno scandalo su concessioni petrolifere. Gli autori la escludono, in più punti, con considerazioni non del tutto sovrapponibili[3]. I loro rilievi, quando accomunano questa tesi alle bugie che attribuiscono il delitto alla sinistra o che negano il coinvolgimento di Mussolini, sono eccessivi. È da condividere, però, il brano in cui si riconduce il crimine all’insieme delle posizioni del socialista e si riconosce un ruolo anche a Un anno di dominazione fascista, il testo uscito fra grandi difficoltà poco prima della morte, dove si illustrano in modo documentatissimo le mascalzonate del regime.

Il punto è se a queste cause se ne siano accompagnate altre. Gli autori hanno la correttezza di ammettere che per alcuni osservatori la pista del petrolio non esclude quella politica. Qui non approfondisco tutta la questione, che richiederebbe l’analisi di molti elementi; fra i più importanti, la data effettiva della decisione di passare alla violenza estrema contro il deputato[4]. In genere, poi, le spiegazioni monocausali non si adattano a fatti così gravi. Invece di cercare un movente inconfutabile del delitto, o un dosaggio preciso di moventi diversi, è meglio segnalare un tema di metodo.

Le spiegazioni accentrate appiattiscono i fatti sulla cronaca, quelle diffuse sono per la storia; i laboratori della polizia scientifica e le aule giudiziarie si prestano meglio alla prima; le accademie di solito preferiscono la seconda. C’è di mezzo l’idea che le due cose fatichino a trovare una sintesi, insomma l’idea che si rischi di farsi rimpicciolire, o al contrario disperdere, valorizzando l’una o l’altra tendenza. C’è chi teme di diventare una talpa e chi una nuvola. Eppure, come sarebbe bello se le talpe imparassero a volare e le nuvole a scavare! Se poi si guarda agli intellettuali militanti del Ventesimo Secolo, Matteotti è fra i più vicini a questo ircocervo: mentre lavorava in grande per un mondo nuovo, passava giorni a studiare le carte contabili di quello vecchio, per denunciarne le falsificazioni, le poste truccate, i debiti nascosti. Non gli fu perdonato.

Sempre per escludere la pista del petrolio, gli autori fanno una considerazione d’ordine generale:

La pista che il sangue di Matteotti indica, invece, è la più nobile e la meno materiale che si possa immaginare, perché da quel sangue – e da quello di tutte le altre vittime della Ceka [la banda di sicari fascisti con sede al Viminale] – è derivata la semente della nostra Repubblica.

L’argomento non convince. Il proposito di rafforzare il fascismo eliminando un dirigente politico preparato e coraggioso non è meno materiale di quello di nascondere uno specifico crimine economico; solo che il primo intento è più vasto, il secondo più perimetrato. La presenza di più moventi non toglie nulla alla nobiltà di Matteotti. Il grande socialista anzi si dimostra – tutta la sua storia è così – un uomo che si informa e si batte sia sulle ampie questioni del paese sia su vicende specifiche.

Se poi si guarda al seme del futuro, i nemici della Repubblica sono da sempre fascisti o criminali o corrotti (i peggiori, le tre cose insieme), e questo fa pensare che la coincidenza di politica e corruzione nel delitto Matteotti sia in linea con la storia italiana. Per esempio: sarebbe difficile distinguere cosa è politica, cosa è crimine e cosa è accaparramento economico nella morte di Enrico Mattei. Questo non prova nulla, eppure: nel caso Mattei, che si presta abbastanza bene al paragone, c’è il petrolio.

Sul posizionamento dei segmenti della classe dirigente e intellettuale, vecchi e nuovi, considerati tenendo presente il delitto Matteotti, questo studio si ripiega, più che altro per tendenza metodologica, quasi in una lettura assolutoria indiretta, che per bizzarro esito finisce per giovare alla destra che precedette la Prima guerra mondiale come alla sinistra successiva alla Seconda.

In particolare, il testo è benevolo coi giuristi, mentre avrebbe fatto meglio a essere severo; di alcuni baroni accademici è additata la complicità col regime, ma su altri c’è timidezza. Gli elogi illustri a Matteotti, in vita e in morte, sono una documentazione preziosa ma per lo più dimostrano l’abitudine all’ipocrisia. Del resto si capisce quanto il socialista potesse essere malvisto, e non solo a destra, seguendo ancora Gobetti:

Eretico e oppositore nel partito socialista, poi tra gli unitari una specie di guardiano della rettitudine politica e della resistenza dei caratteri: sempre alle funzioni più ingrate e alle battaglie più compromesse. Combatté tutta la vita il confusionismo dei blocchi, la massoneria, l’affarismo dei partiti popolari. Era implacabile critico dei dirigenti e si ricorda che giovanissimo, in una riunione socialista, un nume del socialismo locale aveva dovuto interromperlo: «Tasi ti che te ga le braghe curte!»[5].

Di un giurista furbo, Alfredo Rocco, si ricorda che andò alla stazione di Monterotondo ad accogliere la bara e che mandò alla vedova un «nobile telegramma». Altro che nobiltà: il suo comportamento da presidente dell’ultima seduta con Matteotti, alla Camera, fu miserabile, e in seguito la sua sudditanza al regime fu assidua e profonda. Di un altro, Luigi Lucchini, si ricordano i solleciti bonari a tornare agli studi, e la risposta in cui Matteotti ringrazia e spiega che deve restare al suo posto; ma Lucchini, prima favorevole ai lavoratori, era diventato così conservatore da definire il socialismo «delitto comune»[6].

Esaminando la posizione dei giovani, specialmente la loro aggressività acuita dal vaniloquio rivoluzionario fascista, e scegliendo un esempio significativo, gli autori chiosano:

Questi giovani, così come il giovanissimo Vittorini, avevano anche sentito parlare di socialismo ed erano quindi indotti a mescolare fascismo e socialismo con un’equivoca ma resistente ambivalenza, che si troverà più tardi al fondo del cosiddetto «fascismo di sinistra» e che porterà, dopo un «lungo viaggio» e il trauma della guerra perduta, molti di quei giovani, tra cui lo stesso scrittore, fuori dell’ideologia fascista verso il comunismo. A dimostrazione che la figura e il sacrificio di Matteotti agirono in qualche modo, se pur per iniziale contrasto, come efficace reagente anche nello spirito e nella mente degli avversari primieramente più riottosi.

La premessa è giusta: c’era l’ambivalenza, frutto del camuffamento fascista; c’era la voglia di menar le mani, stuzzicata da un’educazione alla sopraffazione, al bullismo di massa, al razzismo; e c’è stato il trauma. Ma troppo rassicurante è il giudizio che si dà dell’esito.

Il punto – senza sopravvalutare il caso di Vittorini – è che l’efficace reagente è in realtà un tossico edulcorato, ben lontano dall’intransigenza di Matteotti. Per capire la vera portata di quel fuori e verso, bisognerebbe misurare quanta faziosità, quanta ginnastica parolaia e quanta voglia di padrone quei giovani si portarono dietro, allora, iniettando nella sinistra del dopoguerra virus che pesarono a lungo. Per esempio sui rapporti fra Psi e Pci, sulle smanie rivoluzionarie che nascondevano compromessi perdenti, sulla distanza che correva tra la lingua dei comizi e quella delle segreterie, dei corridoi parlamentari, degli uffici negli enti locali. Tutte cose che contribuirono alla difficoltà di realizzare una sinistra di massa capace, un giorno, di sopravvivere al crollo del blocco sovietico. Forse stiamo ancora pagando – penso in parte ai Cinque stelle, senz’altro al Pd e a quel che c’è alla sua sinistra – certe mescole appiccicose, certi «lunghi viaggi» senza biglietto. Così due guerre diventano comodi lavacri: la prima offre l’alibi del salto nel buio e i conservatori si adattano al fascismo; la seconda offre quello del buio alle spalle e i fascisti frondisti, inquieti, ravveduti passano all’antifascismo.

Quanto a Matteotti, il suo impegno contro la partecipazione al conflitto mondiale veniva naturale. Il libro ne coglie il senso profondo:

Assolutamente alieno da ogni infatuazione nazionalistica e suggestione letteraria, antidannunziano per costituzione organica, è soprattutto refrattario a quelle motivazioni agitate dall’interventismo della sinistra, che in qualche misura determinano incertezze e defezioni nelle correnti più estreme e radicaleggianti del suo partito. […] L’avversione alla guerra dei riformisti come Matteotti, Altobelli, Badaloni, Prampolini si spiega anche con la vicinanza a quel mondo contadino della Valle Padana che aveva aderito al socialismo in virtù di una propaganda di natura quasi religiosa che parlava di fratellanza tra i popoli e di pace (di Prampolini, per esempio, è l’opuscolo diffusissimo La predica di Natale).

Eccoci dunque ai riformisti. La questione del riformismo è il punto su cui il timbro espressivo, dovuto ai differenti percorsi professionali degli autori, si rivela un’ottima risorsa e offre le pagine più interessanti, perché valorizza le competenze dello storico e cavalca spigliato la prosa giornalistica. Matteotti è visto di fronte:

Lo predispone […] a questa militanza, per molti aspetti precipuamente tecnica, la sua solida preparazione giuridica ed economica applicata lucidamente ai problemi amministrativi e a quelli dell’organizzazione del lavoro. […] Insomma un riformismo che non era un generico ideale umanitario né tanto meno un impaziente rivoluzionarismo velleitario, ma un metodo volto ad alimentare e indirizzare a buon esito l’incessante processo di trasformazione delle condizioni del proletariato e di profonda riforma delle leggi.

Matteotti riformista, rivoluzionario o, come si dirà, portatore di un riformismo rivoluzionario? Ci aiuta sempre Gobetti: «Accettava da Marx l’imperativo di scuotere il proletariato per aprirgli il sogno di una vita libera e cosciente; e pur con riserve poco ortodosse non repudiava neppure il collettivismo»[7]. Questo volume indica il gradualismo ma lo ridimensiona citando da uno scritto di Matteotti del 1919:

Le lotte economiche sono prima per l’aumento del salario, come condizione di vita; quindi sono per il controllo dell’azienda; più tardi ancora per l’assunzione diretta delle aziende, sostituendosi al capitalismo. [Si tratta di] imporre alla stessa borghesia istituzioni sempre più conformi all’interesse del proletariato, costituendo coi comuni socialisti, colle scuole, con le cooperative, ecc. tanti nuclei pronti per il regime socialista di domani.

Non certo il programma di un moderato, semmai quello di un rivoluzionario sui tempi lunghi; uno che alza barricate, invece che accumulando alla svelta rottami, cementando un po’ alla volta mattoni di qualità. C’è in lui una consapevolezza da giurista e da socialista: corruzione e falsificazione contabile sono armi della lotta di classe borghese contro i lavoratori. Di fronte a questo, distribuire esattamente le parti di responsabilità, nel delitto Matteotti, fra criminalità economica e oppressione di classe, sbiadisce di senso: con la scoperta di uno scandalo sul petrolio quelle barricate sono ancora più robuste.

Il modo di essere del nemico impone il modo di impegnarsi. Bisogna cercare alleanze e difendere tutti gli spazi politici:

Anche nel 1922 Matteotti si adopera per convincere i dirigenti del partito a promuovere un’intesa con altre formazioni antifasciste, in difesa delle libertà democratiche, allo scopo di evitare il rischio dell’isolamento e per non finire con il rinchiudersi in uno sterile atteggiamento puramente negativo.

La lungimiranza non riguarda solo la difesa delle garanzie liberali nelle aule elettive e giudiziarie; in una bozza di articolo per «Critica sociale», non pubblicato, Matteotti scrisse:

È necessario prendere, rispetto alla dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fin qui; la nostra resistenza al regime dell’arbitrio deve essere più attiva; non cedere su nessun punto; non abbandonare nessuna posizione senza le più recise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all’Italia un regime di legalità e di libertà[8].

La questione della forza, dunque, gli era ben presente. Infatti nel discorso pronunciato in Belgio, poche settimane prima di morire, esortò: «Continuate a difendervi, non dicendo cose che non si fanno, ma facendo cose che non si dicono. Difendete la vostra libertà con tutta la vostra energia»[9]. È sempre lui a scrivere:

Non ho pregiudiziali per nessun metodo, né transigente né intransigente. Escludo soltanto la violenza come metodo; escludo soltanto il rinnegamento della lotta di classe in un collaborazionismo che volesse essere metodico e costante. E ritengo che ognuno abbia il dovere di esprimere il suo pensiero al fine di cercare d’accordo la tattica migliore. Ma […] mi vergogno che i nostri congressi dedichino tutto il loro tempo a queste diatribe; che non si pensi ad altro che a scissioni.

Una bella strigliata. La merita, adesso, chi fa i distinguo su campo largo e campo giusto mentre le condizioni del lavoro precipitano, le morti sui cantieri, nelle fabbriche e nei campi sono diventate stragi e il governo vuole manomettere la Costituzione.

Matteotti sarà sempre, come si dice, divisivo: una parola furba, una strizzatina d’occhio per insinuare che, se proprio si deve parlare di lui, sia in modo conciliante. Se divisivo è, tale Matteotti deve restare, e Il nemico di Mussolini, in questo, sul grande socialista suggerisce molti approfondimenti.

 

 

[1] Piero Gobetti, Matteotti, Piero Gobetti Editore, Torino 1924, p. 31.

[2] Indro Montanelli, in «Meridiani», 1936, 11, riprodotto in Nazario Sauro Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna, Bologna 1972, pp. 171-172, citato in Piero Meldini, Mussolini contro Freud. La psicoanalisi nella pubblicistica del fascismo, Guaraldi Editore, Firenze-Rimini 1976, pp. 108-109.

[3] Marzio Breda, Stefano Caretti, Il nemico di Mussolini. Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato, Solferino, Milano 2024, pp. 181-183; una confutazione minuziosa è alle pp. 199-207, che riassumono Giampiero Buonomo, Quel che non torna nel movente affaristico del delitto Matteotti, in «Tempo Presente», ottobre 2022.

[4] Per Breda, Caretti, Il nemico di Mussolini, cit., p. 199, il delitto è deciso fra il 31 maggio e il 2 giugno 1924. Per Mauro Canali, Il delitto Matteotti, il Mulino, Bologna 2004, capitolo I dubbi sul movente, pp. 207-240, è deciso a maggio 1924, prima del famoso discorso alla Camera: p. 221, «le prime prove certe dell’esistenza d’un disegno criminoso risalgono al 20 maggio»; p. 224, «Il gruppo della Ceka era riunito al completo a Roma agli ordini di Dumini già dal 22 maggio. Il particolare conferma che non fu il discorso alla Camera di Matteotti del 30 maggio a dare l’avvio all’organizzazione del crimine, […] ma essa era già attiva da prima».

[5] Gobetti, Matteotti, cit., p. 17.

[6] Carlo Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Olschki, Firenze 1984, pp. 82-83, che cita Luigi Lucchini, Il nuovo assetto dei popoli, in «Rivista penale», XLV, 1919, pp. 73-75, e Luigi Lucchini, Il socialismo militante in Italia è un delitto comune, in «Rivista penale», XLVIII, 1922, pp. 26-30.

[7] Gobetti, Matteotti, cit., p. 26.

[8] Carini, Giacomo Matteotti, cit., p. 187; sulla controversa datazione del documento, ivi, p. 186, nota 48.

[9] Ivi, p. 224, che cita Alessandro Schiavi, La vita e l’opera di Giacomo Matteotti, Opere nuove, Roma 1957, pp. 123-125.

 

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