Giacinto Menotti Serrati – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 01 Feb 2026 15:43:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sport e dintorni – Calcio e letteratura in Italia https://www.carmillaonline.com/2018/12/14/sport-e-dintorni-calcio-e-letteratura-in-italia/ Thu, 13 Dec 2018 23:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48612 di Alberto Molinari

Sergio Giuntini, Calcio e letteratura in Italia (1892-2015), Biblion edizioni, Milano, 2017, pp. 365, € 25,00

Con questo saggio lo storico dello sport Sergio Giuntini offre per la prima volta un quadro d’insieme sulla storia dei rapporti tra calcio e letteratura in Italia. L’autore si misura con una materia molto ricca ed eterogenea, assumendo la nozione di letteratura in un’accezione ampia. Attraverso un approccio metodologico che mira a superare la dicotomia tra cultura “alta” e “bassa”, nel volume vengono analizzati regolamenti e manuali tecnici, interventi giornalistici su quotidiani e periodici, [...]]]> di Alberto Molinari

Sergio Giuntini, Calcio e letteratura in Italia (1892-2015), Biblion edizioni, Milano, 2017, pp. 365, € 25,00

Con questo saggio lo storico dello sport Sergio Giuntini offre per la prima volta un quadro d’insieme sulla storia dei rapporti tra calcio e letteratura in Italia. L’autore si misura con una materia molto ricca ed eterogenea, assumendo la nozione di letteratura in un’accezione ampia. Attraverso un approccio metodologico che mira a superare la dicotomia tra cultura “alta” e “bassa”, nel volume vengono analizzati regolamenti e manuali tecnici, interventi giornalistici su quotidiani e periodici, romanzi, racconti e poesie, biografie e autobiografie, saggi di varia natura dedicati al calcio.
Grazie ad una minuziosa e rigorosa ricerca – a partire dalla raccolta di una vastissima gamma di documenti, padroneggiati con notevole competenza – Giuntini riesce pienamente nell’intento di fornire una mappatura ragionata delle relazioni tra dimensione letteraria e fenomeno calcistico che si inserisce nella storia socio-culturale del calcio italiano ovvero della disciplina sportiva che più di ogni altra cattura quotidianamente l’attenzione di milioni di persone.
Oltre a fornire molteplici spunti interpretativi, il saggio si segnala per la qualità della scrittura e per il solido impianto storico di un percorso che si snoda da fine Ottocento ai giorni nostri.

Il volume si apre con un capitolo sui primi manuali e regolamenti, mutuati principalmente dall’Inghilterra, che contribuiscono ad uniformare una pratica calcistica ancora disomogenea e con regole confuse. Nel contempo il football debutta sulle pagine della pubblicistica sportiva nella quale si distinguono testate come “La Gazzetta dello Sport” e il “Guerin Sportivo”. Inizialmente marginale rispetto ad altre discipline, il calcio conquista progressivamente uno spazio nei periodici, mentre nascono le prime riviste specializzate e fogli espressione di alcuni club calcistici.
Il panorama giornalistico si arricchisce anche grazie a due voci critiche: il “Corriere dello Sport Libero” – organo della Unione Libera Italiana del Calcio, sorta nel 1917 in alternativa alla FIGC con l’intento di diffondere il calcio tra le classi popolari – e “Sport e proletariato”, settimanale legato all’area socialista massimalista uscito nel 1923 e subito soppresso dal fascismo.
Giuntini segnala inoltre un episodio poco noto accaduto nel clima del “biennio rosso”. Nell’ottobre del 1920 le maestranze del “Guerin sportivo” occupano per alcuni giorni la sede torinese della rivista e danno alle stampe un’edizione autogestita nella quale denunciano l’autoritarismo del direttore e si propongono di dare al periodico un orientamento di classe. L’evento – unico nella storia della stampa sportiva italiana – si inscrive nel superamento dell’originario “antisportismo” socialista, in un contesto che vede la nascita di un associazionismo sportivo di classe promosso a Milano dai “terzinternazionalisti” vicini a Giacinto Menotti Serrati e a Torino dal gruppo de “L’Ordine Nuovo”. In questo quadro Giuntini dedica alcune pagine alle riflessioni di Antonio Gramsci sullo sport, letto in modo originale attraverso le categorie del marxismo.

Una parte rilevante della ricerca riguarda il periodo fascista, sul versante giornalistico e letterario.
Giuntini si sofferma inizialmente sul ruolo di Lando Ferretti e Leandro Arpinati – due personalità di primo piano del fascismo nonché dirigenti dello sport nazionale – nel dare impulso alla carta stampata sportiva e inquadrarla secondo le direttive del regime per la costruzione dell’”uomo nuovo” fascista.
Durante il fascismo il giornalismo sportivo cresce dal punto di vista quantitativo con una moltiplicazione delle testate, sempre più “calcistizzate”, e la copertura degli eventi sportivi da parte dei nuovi mezzi di comunicazione di massa (radio e cinema). Tra i giornalisti che contribuiscono alla trasformazione della scrittura sportiva Giuntini indica in particolare due direttori de “La Gazzetta dello Sport”: Emilio Colombo, a cui si deve la nascita dello “sport epico”, e Bruno Roghi che fa scuola con il suo stile retorico ed enfatico e con il ricorso a metafore di matrice bellica funzionali all’esaltazione dei successi agonistici della nazione “guerriera e sportiva”.

La ricostruzione di Giuntini spazia poi da Massimo Bontempelli, lo scrittore che esalta il «vitalismo tipicamente fascista insito nella modernità dello sport», alle prove di scrittura sportiva di Alessandro Pavolini, uno dei principali «gerarchi-letterati del “calcio e moschetto”», da La prima antologia degli scrittori sportivi (1934) che comprende tra l’altro le Cinque poesie sul gioco del calcio di Umberto Saba, alla narrativa sul calcio nella quale si distingue Novantesimo minuto (1932) di Francesco Ciampitti, «il primo autentico romanzo calcistico italiano», capace di uscire dai canoni dominanti del romanzo sportivo fascista. Nel corso del Ventennio questo genere conosce una notevole fortuna – esemplificata ad esempio da La squadra di stoppa (1941) di Emilio De Martino, un best-seller della letteratura italiana per l’infanzia – anche grazie alle vittorie internazionali conseguite dagli “azzurri” di Vittorio Pozzo e all’attenzione del fascismo per il calcio.

Negli anni della dittatura non mancano posizioni critiche nei confronti dello sport di regime. Antonino Pino Ballotta in Tifo sportivo e i suoi effetti sottolinea «l’esasperata sportivizzazione promossa dal fascismo»; Cesare Zavattini smitizza «la tronfia retorica staraciana dello sport in “camicia nera”» attraverso alcune pagine del suo I poveri sono matti; su “Giustizia e Libertà” Carlo Rosselli denuncia il fanatismo sportivo alimentato dalla dittatura e Carlo Levi interviene con una serie di articoli che rappresentano «un autentico J’accuse nei confronti della politica sportiva fascista».

Venendo al dopoguerra, il saggio analizza il ritrovato interesse per il calcio da parte di scrittori e poeti che se ne erano allontanati, disgustati dalla strumentalizzazione fascista dello sport.
Mentre Italo Calvino scrive di sport su “l’Unità” e Alfonso Gatto e Vasco Pratolini celebrano con i loro scritti «il rito domenicale della partita», «la unica vera “religione laica” degli italiani del secondo dopoguerra», negli anni Cinquanta Gianni Brera – il “Gadda spiegato al popolo” secondo Umberto Eco – si afferma come protagonista di una lunga stagione del giornalismo e della letteratura sportiva. Giuntini analizza puntualmente i passaggi che portano Brera verso la costruzione di un linguaggio straordinariamente originale. La sua scrittura «affabulatoria, gigionesca e straripante» è frutto di «un esercizio di inventività “parolibera” infinito, in un codice linguistico “onomaturgico” impregnato di metafore e neologismi entrati nel parlato comune»: da “centrocampista” a “goleador”, da “incornare” a “libero”, da “melina” a “palla-gol”, da “pretattica” a “rifinitura”, da “Bonimba” (Roberto Bonisegna) al “Barone” (Franco Causio).

In pieno “miracolo economico” esce un importante romanzo di Salvatore Bruno (L’allenatore, 1963), mentre lo juventino Mario Soldati e l’interista Vittorio Sereni fanno filtrare in alcune opere la loro passione per il calcio. Un amore che traspare anche nella narrativa di Luciano Bianciardi chiamato nei primi anni Settanta, alle soglie della morte, da Gianni Brera a collaborare al “Guerin Sportivo” e di Oreste Del Buono, incarnazione dello “scrittore-tifoso” che trova nel tifo una fonte di ispirazione per un capitolo del suo romanzo I peggiori anni della nostra vita (1971).
Tra i grandi intellettuali italiani è poi Pier Paolo Pasolini – tifoso del Bologna, appassionato praticante e attento osservatore del calcio – a scrivere pagine preziose sullo sport e in particolare sul pallone spingendosi fino a tentare una lettura semiologica del fenomeno calcistico con i suoi “elzeviristi”» (Gianni Rivera e Sandro Mazzola) e i suoi poeti e prosatori “realisti” (Giacomo Bulgarelli e Gigi Riva).

Di sport scrive anche Giovanni Arpino cimentandosi in un’attività giornalistica che lo porta tra l’altro a seguire per “La Stampa” diverse edizioni delle Olimpiadi e dei Mondiali di calcio. Sarà l’ingloriosa eliminazione della nazionale italiana ai Mondiali tedeschi del 1974 ad ispirare il suo Azzurro tenebra (1977) – secondo Giuntini «il più importante romanzo, tra il reportage e il pamphlet, di questo scorcio di anni» – nel quale si esprime «una forte requisitoria contro la decadenza materiale e umana del football italiano».
Una denuncia che è al centro di Calci e sputi e colpi di testa (1978) di Paolo Sollier, militante dell’organizzazione della sinistra extraparlamentare Avanguardia operaia, uno dei calciatori più “politicamente scorretti” nella ridotta schiera degli “irregolari” del calcio, tra i quali si possono annoverare il calciatore-poeta Enzo Vendrame e Carlo Petrini con i suoi libri, pubblicati vent’anni dopo, su un football sempre più ossessionato da una ricerca esasperata del risultato e condizionato dal doping, dalle scommesse clandestine e dalle partite truccate.

Tra gli anni Ottanta e Novanta un profluvio di titoli e un impoverimento linguistico segnano «la mediatizzazione selvaggia vissuta dal calcio sempre più malato di “biscardismo” e di quel gigantismo sfrenato inaugurato con gli sprechi di “Italia ‘90” e proseguito con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e l’invasione delle pay-tv di Rupert Murdoch». L’antidoto al “biscardismo” è affidato alla penna di autori che tentano l’impresa «quasi folle e utopica di frenarne, con una buona letteratura, la grave decadenza umana e morale».
Ecco allora Dov’è la vittoria? Cronaca e cronache dei Mondiali di Spagna (1982) del dantista Vittorio Sermonti che avverte precocemente gli effetti nefasti della deriva biscardiana e qualche anno dopo, ai tempi del mondiale italiano degli affari e delle speculazioni e della craxiana “Milano da bere”, Il calciatore di Marco Weiss, un romanzo di formazione a sfondo calcistico, e Finale di partita, raccolta di scritti alla quale partecipano autori del calibro di Dario Bellezza, Gianni Celati, Franco Fortini, Cesare Garboli, Valerio Magrelli, Dacia Maraini, Antonio Tabucchi e molti altri.

Tra i tanti autori e titoli citati e commentati da Giuntini nel capitolo sulla scrittura come risposta culturale al “biscardismo” e sulle tendenze più recenti della letteratura a tema calcistico, spiccano per valore letterario e impegno civile La solitudine dell’ala destra di Fernando Acitelli, una storia del calcio in versi; alcune poesie di Loi, Giudici, Sanguineti e Roversi; Manlio Cancogni sulle tracce dell’”eretico” Zeman con il suo Il Mister, che Giuntini valuta come uno dei tre romanzi da ricordare nella storia della letteratura italiana sul calcio insieme a Novantesimo Minuto di Ciampitti e Azzurro tenebra di Arpino; Il portiere e lo straniero di Daniele Santi, un’opera tra storia e romanzo intorno alla figura dell’intellettuale-portiere Albert Camus; La farfalla granata, il libro di Nando Dalla Chiesa su Gigi Meroni. E ancora Edmondo Berselli che in Il più mancino dei tiri propone attraverso il calcio una rivisitazione politica, sociale e di costume dell’Italia e delle sue contraddizioni irrisolte, i romanzi sul calcio e i sentimenti di Roberto Perrone, Rembò di Davide Enia, Addio al calcio di Magrelli, Il mio nome è Nedo Ludi di Pippo Russo, la produzione sportivo-letteraria di Darwin Pastorin e le esperienze di scrittura sul calcio al femminile.

Oltre ad offrire una panoramica sulla ripresa degli studi storici sul calcio e sulle opere sociologiche e letterarie dedicate al tifo ultrà, in chiusura del volume Giuntini dedica due capitoli ad una sintetica rassegna sul calcio nel cinema e nel teatro, suggerendo altri spunti di riflessione e indicazioni per ulteriori approfondimenti.
Utile è anche la bibliografia posta in appendice al volume, mentre è discutibile la scelta editoriale di non avvalersi di un apparato di note, uno strumento che sarebbe stato prezioso per i lettori interessati a risalire puntualmente dalle numerose citazioni alle loro fonti. Un limite che comunque non inficia il notevole valore di una ricerca che rappresenta uno dei più importanti contributi recenti agli studi storici sullo sport.

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Sport e dintorni – L’oppio dei popoli. Sport e sinistre in Italia https://www.carmillaonline.com/2018/11/07/sport-e-dintorni-loppio-dei-popoli-sport-e-sinistre-in-italia/ Tue, 06 Nov 2018 23:01:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49442 di Alberto Molinari

Sergio Giuntini, “L’oppio dei popoli”. Sport e sinistre in Italia (1892-1992), Aracne editore, Canterano (RM), 2018, pp. 316,  € 20,00

Secondo un luogo comune consolidato, la storia della sinistra italiana sarebbe segnata da una sostanziale sottovalutazione del fenomeno sportivo: nei partiti come in altre organizzazioni del movimento operaio, tra i dirigenti, i militanti e gli intellettuali, l’approccio allo sport risulterebbe esclusivamente viziato da pregiudizi e chiusure, incomprensioni e giudizi sommari (lo sport come espressione di valori e interessi “borghesi”, mero fenomeno di evasione, “oppio dei popoli”). La ricerca di Sergio [...]]]> di Alberto Molinari

Sergio Giuntini, “L’oppio dei popoli”. Sport e sinistre in Italia (1892-1992), Aracne editore, Canterano (RM), 2018, pp. 316,  € 20,00

Secondo un luogo comune consolidato, la storia della sinistra italiana sarebbe segnata da una sostanziale sottovalutazione del fenomeno sportivo: nei partiti come in altre organizzazioni del movimento operaio, tra i dirigenti, i militanti e gli intellettuali, l’approccio allo sport risulterebbe esclusivamente viziato da pregiudizi e chiusure, incomprensioni e giudizi sommari (lo sport come espressione di valori e interessi “borghesi”, mero fenomeno di evasione, “oppio dei popoli”).
La ricerca di Sergio Giuntini, uno dei più importanti storici italiani dello sport, mostra invece come le diverse anime della sinistra abbiano espresso valutazioni articolate, in un arco di posizioni che oscillano con diverse sfumature tra la diffidenza o l’aperta ostilità nei confronti del fenomeno sportivo e la piena consapevolezza della sua rilevanza politica e sociale. Avvalendosi di una ricca documentazione e suggerendo molteplici spunti interpretativi, l’autore ricostruisce una vicenda complessa che rappresenta una pagina cruciale della storia dello sport nel suo intreccio con le dinamiche della società italiana tra fine Ottocento e l’ultimo scorcio del Novecento.

Dopo alcune considerazioni sull’interesse per lo sport dei “padri” del movimento comunista (Marx, Engels e Lenin), la prima parte del volume si concentra sul rapporto tra sinistra e sport in Italia fino al primo quarto del Novecento, in un quadro internazionale che vede la nascita dell’Internazionale Sportiva Socialista (1913) e dell’Internazionale Sportiva Rossa (1920).
Giuntini dà conto puntualmente tanto del dibattito teorico quanto delle pratiche politico-organizzative della sinistra in ambito sportivo, analizza il pensiero sullo sport di figure di primo piano del movimento operaio (da Alfredo Bertesi a Ivanoe Bonomi e Leonida Bissolati), si sofferma sulle capitali dello sport di classe (Milano e Torino) e su alcuni casi locali particolarmente significativi.

Il racconto si snoda dall’associazionismo di matrice risorgimentale allo sviluppo della ginnastica promosso dalle Società di mutuo soccorso a fine Ottocento e si concentra poi sul movimento dei “ciclisti rossi” che si diffonde in alcuni centri del Nord Italia. Nel primo Novecento, quando la bicicletta inizia ad affermarsi come strumento di libertà e di emancipazione sociale, i “ciclisti rossi” utilizzano questo mezzo a fini propagandistici e agiscono come reparti di “staffetta” e di autodifesa in occasione degli scioperi dando vita ad un fenomeno che verrà ripreso dalle “Guardie rosse volanti”, a fianco degli Arditi del popolo nel tentativo di contrastare la violenza fascista. Questa tradizione si rinnoverà dopo l’8 settembre del 1943 diventando parte integrante della Resistenza che utilizzerà la bicicletta come mezzo per trasportare documenti e stampa clandestina, mantenere i collegamenti tra i gruppi partigiani e coordinare scioperi e agitazioni.

Gli approcci allo sport della sinistra prima della Grande Guerra sono però segnati anche da una tendenza “antisportista”. In una parte del movimento socialista è diffusa la convinzione che lo sport rappresenti una pratica borghese, un diversivo rispetto alla lotta di classe, un’attività caratterizzata da aspetti alienanti e competitivi propri del capitalismo. Emblematica in questo senso è la posizione della Federazione Giovanile Socialista. Giuntini ricostruisce il dibattito tra i giovani del PSI che, influenzati dalle correnti massimaliste, manifestano un atteggiamento di rigido rifiuto dello sport, riconducibile alla «mancanza d’una accettabile elaborazione specifica»: «Il socialismo italiano del primo Novecento si fermava agli aspetti più eclatanti e degenerativi dello sport di matrice borghese senza enuclearne gli elementi che ne garantivano il successo. Allo stesso modo, non si curava di razionalizzare i motivi che spingevano le masse a riconoscersi in un tale sistema. Da qui l’apparente incompatibilità tra l’essere buoni socialisti e contemporaneamente praticanti o appassionati sportivi».
All’“antisportismo” fanno da contraltare le posizioni di autorevoli dirigenti socialisti della corrente riformista come Ivanoe Bonomi. Sulle pagine dell’“Avanti!” Bonomi richiama severamente i giovani della FGS invitandoli a riconoscere la passione sportiva che coinvolge anche ampie fasce del proletariato e a farsi carico quindi di un discorso politico sullo sport.

Nel saggio vengono poi tratteggiate alcune significative esperienze che maturano dopo la guerra, come l’attività dell’Associazione Proletaria di Educazione Fisica, la più importante società sportiva espressa dalla sinistra italiana nella prima parte del Novecento. Giuntini si sofferma sul “biennio rosso” dello sport, che coinvolge anche l’area “terzinternazionalista” del movimento socialista e il Partito comunista d’Italia, affrontando diverse questioni: dalle considerazioni di Giacinto Menotti Serrati sul valore della dimensione sportiva come strumento di educazione collettiva e di emancipazione umana alle indicazioni della stampa comunista sul lavoro politico da svolgere tra gli sportivi, dai tentativi di creare una Federazione sportiva autonoma del movimento operaio alla nascita della rivista “Sport e proletariato”, subito soffocata dal fascismo.

In questo scenario alcune pagine sono dedicate alle riflessioni di Antonio Gramsci sullo sport, letto in modo originale attraverso le categorie del marxismo; ormai divenuto un fenomeno di massa, per l’intellettuale sardo lo sport «andava pertanto studiato come una parte peculiare del processo di “riforma morale intellettuale” necessario alla rinascita italiana». Gli scritti di Gramsci sullo sport iniziano su “l’Avanti!” e proseguono attraverso le note elaborate in carcere negli anni Trenta quando a sinistra si levano altre voci critiche come quelle di Aldo Garosci, Carlo Roselli e Carlo Levi che su “Giustizia e Libertà” denunciano la strumentalizzazione fascista dello sport.

Dopo la Liberazione la sinistra dà vita a varie forme di promozione sportiva grazie all’iniziativa dell’ANPI, della CGIL e soprattutto del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile che aveva dato un significativo contributo alla Resistenza. Nei primi anni del dopoguerra il Fronte aggrega giovani di diversa estrazione politica, prevalentemente di sinistra, promuove un’intensa attività in ambito culturale e sociale e si impegna anche sul terreno dello sport, costituendo società sportive e partecipando a numerose competizioni. Con lo scioglimento del Fronte, a partire dal 1948 è l’Unione Italiana Sport Popolare a rappresentare i valori della sinistra nello spazio dello sport italiano. Tra questi, anzitutto il diritto allo sport e una concezione del fenomeno sportivo come pratica popolare di massa volta a realizzare momenti di partecipazione democratica e a fornire strumenti di emancipazione e di crescita sul piano individuale e sociale.

Nel frattempo la sinistra si muove con scarsa lungimiranza in due importanti occasioni sottolineate da Giuntini. Nel 1946 il Fronte della Gioventù rifiuta la proposta avanzata dal CLN di acquistare ad un prezzo conveniente “La Gazzetta dello sport”, rinunciando alla possibilità di controllare il più importante organo di informazione sportiva italiano. Nello stesso anno Pietro Nenni sostiene la candidatura di Giulio Onesti alla presidenza del CONI. Accreditato di vaghe simpatie socialiste, con una rapida giravolta Onesti si libera dai vincoli di partito legandosi a Giulio Andreotti, riporta la più importante istituzione sportiva nell’alveo governativo e mette in pratica un programma riassunto così da Giuntini: «Da un lato Onesti sanciva il principio e il diritto alla continuità tra sport fascista e sport post-fascista e, con un frettoloso colpo di spugna, assolveva i gerarchi sportivi fascisti e gli riapriva le porte del CONI e delle federazioni. […] Dall’altro lanciava il suo slogan più classico e sempre ribadito: “lo sport agli sportivi”. Rivendicava l’autonomia che aveva strappato ai partiti, fondando così il suo modello di sport che si proponeva di riprendere e rivitalizzare l’antico “neutralismo” decoubertiniano. Cioè lo sport come un mondo a parte, puro e incontaminato, lontano dalle brutture e dalle strumentalizzazioni della politica».

Giuntini ricostruisce inoltre le tensioni politico-ideologiche che attraversano i primi Giri d’Italia del dopoguerra e le simpatie del popolo di sinistra per il “laico” Coppi contrapposto al “democristiano” Bartali; la vittoria del campione toscano nel Tour de France del 1948, rimasta impressa nell’immaginario collettivo come un’impresa capace di pacificare l’Italia dopo l’attentato a Togliatti; la funzione della programmazione sportiva nelle Feste dell’Unità e il rinnovato interesse per lo sport della stampa comunista, nella quale spiccano i contributi di intellettuali come Italo Calvino e Alfonso Gatto e l’esaltazione dello sport dei paesi socialisti inteso come «modello sportivo sovietico collettivista e di massa contrapposto a quello individualistico e professionistico tipico degli stati capitalisti».
L’atteggiamento del Pci nei confronti dello sport si richiama alla lezione di Togliatti che negli anni Trenta aveva invitato il Partito a superare il ritardo del movimento socialista sul piano delle attività culturali, educative e ricreative di massa, compreso lo sport. Nel dopoguerra lo sport si incardina quindi nel modello del “Partito nuovo” togliattiano e nella sua filosofia volta ad aderire a tutti gli aspetti della società civile e a considerare anche la dimensione sportiva come parte integrante della nuova cultura di massa, terreno di contesa rispetto alle ipoteche reazionarie e alle strutture dell’associazionismo cattolico.

Nei decenni successivi la sinistra sportiva si identifica principalmente con l’UISP. Al percorso dell’associazione collaterale alla sinistra, e in particolare al Partito comunista, il saggio dedica ampio spazio seguendone la traiettoria a partire dagli anni Cinquanta, quando l’UISP è costretta sulla difensiva in un quadro segnato del clima della “guerra fredda” e dall’egemonia democristiana sullo sport. L’“opposizione sportiva” dell’organizzazione si attenua in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960. Rinunciando ad un atteggiamento critico, l’UISP si spende per la buona riuscita dei Giochi e per garantire un clima di pace sociale, in nome dell’interesse dello sport nazionale e in funzione di una propria legittimazione come forza “responsabile”. Gli anni Sessanta vedono poi un riposizionamento dell’organizzazione, l’elaborazione di nuove proposte politico-sportive e la maturazione di un profilo relativamente autonomo rispetto ai partiti di riferimento.
All’interno dell’associazione si rafforza e radicalizza una visione dello sport come servizio sociale, sottratto alle degenerazioni del professionismo, alla ricerca esasperata della prestazione e alla riduzione del fenomeno sportivo a spettacolo. Su questa lunghezza d’onda avviene l’intreccio tra l’UISP e i movimenti e le teorie critiche che nel ’68 e lungo gli anni Settanta animano anche il mondo dello sport.

Negli anni ’80 del craxismo e della DC di De Mita il Partito socialista e la Democrazia cristiana si lanciano «in una forsennata corsa a tutte le poltrone di governo e sottogoverno disponibili», comprese quelle sportive: «Di fatto la logica dello “scambio politico” applicata a quest’ultimo ambito viaggiava su un doppio binario: la notorietà maturata attraverso gli stadi da campioni, dirigenti, presidenti di club, veniva utilizzata per improbabili candidature regionali, senatoriali, ministeriali ecc. e, per converso, il potere derivante da un’alta responsabilità politica, favoriva l’ascesa di uomini di “Palazzo” verso le strutture direttive del sistema sportivo nazionale».
I mondiali di calcio di Italia ’90, segnati dall’affarismo e dallo sperpero di denaro pubblico, rappresentano poi un punto di svolta che accelera il declino e la fine della prima Repubblica. Come nota Giuntini, «da lì in poi la politica delle “grandi opere” e dei “grandi eventi” passò di scandalo in scandalo, di tangente in tangente, da un appalto truccato all’altro. S’ingigantì un affarismo senza fondo e scrupoli».
A sinistra questa deriva di Italia ’90 vede l’opposizione dell’UISP ed è al centro di un dossier su “Rinascita” dedicato ad una discussione critica sui mondiali. Nel contempo con la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra la principale formazione della sinistra italiana vive una fase drammatica della sua storia che si riverbera sulla dimensione sportiva. Dopo la “svolta” della Bolognina anche l’UISP decide di mutare la propria denominazione abbandonando la storica formula dello “sport popolare” a favore di un più generico e politicamente asettico “sport per tutti”.

Tra disincanto e speranza, “pessimismo della ragione” e “ottimismo della volontà”, nelle conclusioni del suo saggio Giuntini accenna alle più recenti vicende della sinistra – segnate da abiure e perdita di identità, frammentazioni e assunzioni di paradigmi politici estranei ai valori storici del movimento operaio – e ai suoi riflessi in ambito sportivo. Mantenere viva la memoria storica della sinistra anche nel campo dello sport, conclude giustamente l’autore, «non rilancerà la malandata sinistra italiana ma almeno impedirà che si disperda un ulteriore pezzo del suo patrimonio ideale e politico».


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Una trincea, molte prospettive: per una storia transnazionale della Grande guerra https://www.carmillaonline.com/2015/07/30/una-trincea-molte-prospettive-per-una-storia-transnazionale-della-grande-guerra/ Thu, 30 Jul 2015 21:00:59 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24134 di Armando Lancellotti

Labanca Uberegger grande guerraNicola Labanca, Oswald Überegger, a cura di, La guerra italo-austriaca (1915-18), il Mulino, Bologna, 2014, 379 pagine, € 25,00

La novità – per certi versi, l’originalità – del volume curato da Nicola Labanca e Oswald Überegger non consiste tanto nell’argomento – la guerra italo-austriaca del 1915-‘18, affrontata negli anni del suo centenario – e nemmeno nel titolo, che lo stesso Labanca nell’Introduzione definisce volutamente “desueto” e neppure nella periodizzazione «apparentemente superata (1915-‘18) per parlare di un conflitto che ormai la storiografia vede come una guerra totale [...]]]> di Armando Lancellotti

Labanca Uberegger grande guerraNicola Labanca, Oswald Überegger, a cura di, La guerra italo-austriaca (1915-18), il Mulino, Bologna, 2014, 379 pagine, € 25,00

La novità – per certi versi, l’originalità – del volume curato da Nicola Labanca e Oswald Überegger non consiste tanto nell’argomento – la guerra italo-austriaca del 1915-‘18, affrontata negli anni del suo centenario – e nemmeno nel titolo, che lo stesso Labanca nell’Introduzione definisce volutamente “desueto” e neppure nella periodizzazione «apparentemente superata (1915-‘18) per parlare di un conflitto che ormai la storiografia vede come una guerra totale e mondiale, se non addirittura globale, e dalla periodizzazione più ampia (la guerra combattuta 1914-1918 all’interno della più lunga crisi 1907/1911 – 1923)» (pp.14-15). Consiste piuttosto nell’approccio con cui il gruppo di storici italiani e austriaci, coordinato dai due curatori, ha affrontato il tema della Grande guerra sul fronte sud-occidentale e nelle finalità che si è proposto di conseguire.

Infatti il libro si prefigge di studiare il primo conflitto mondiale «da una prospettiva, se non inedita, certamente innovativa, e per la prima volta perseguita in maniera consapevolmente sistematica, quanto meno nelle intenzioni e nelle modalità» (p.15). La prospettiva è quella di “una storia transnazionale”, che sia in grado di abbandonare e oltrepassare gli approcci nazionali e soprattutto i nazionalismi che quegli approcci motivano e di cui si alimentano. Un punto di vista diverso non solo e non tanto perché mette a confronto voci di studiosi provenienti dalle due parti di un confine che fu un fronte della Grande guerra, ma soprattutto perché non intende tener conto dei confini nazionali, o degli steccati storiografici tradizionali, considerandoli irrilevanti e procedendo ad una ridefinizione dell’approccio e del campo di indagine affinché questi siano, insieme, italiani e austriaci, transnazionali appunto.
Ma, procedendo con ordine, per prima cosa la Grande guerra, sostiene Labanca sulla scorta della storiografia più recente, va intesa come un conflitto europeo, mondiale, globale e totale.
Europeo perché, nato da una crisi regionale (balcanica) sfociata – come è noto – nella dichiarazione di guerra di Vienna a Belgrado, si trasformò in poche settimane in una guerra europea e subito mondiale, disponendo le grandi potenze continentali immediatamente coinvolte – ad eccezione proprio dell’Austria-Ungheria – di estesissimi imperi coloniali. Ebbe così inizio «una guerra in cui i processi di globalizzazione e totalizzazione si fecero immediatamente evidenti» (p.9) e per cui è opportuno aggiungere al concetto di guerra mondiale quello di “guerra globale”, che non si limita a qualificare l’estensione quantitativa del conflitto a più continenti, ma definisce il tipo e la modalità del coinvolgimento dei paesi belligeranti, che fu appunto “totale”, riguardando ed attraversando in tutte le direzioni l’intera società, le istituzioni politiche e gli apparati economico produttivi come mai prima d’allora.
Per quel che riguarda la periodizzazione, il libro lascia intendere che la più corretta sia quella che vede il conflitto del 1914-1918 come il momento più tragico e cruento di una ben più lunga crisi che parte con la rivalità franco-tedesca per il Marocco (1905/1911) e prosegue con la crisi economica del 1907, con l’annessione austriaca della Bosnia Erzegovina del 1908, con la guerra italo-turca per la Libia del 1911 e le due guerre balcaniche del 1912 e 1913, con la corsa anglo-tedesca agli armamenti navali nel Mare del Nord e che non si conclude definitivamente con il novembre del 1918, ma solo con il trattato di Losanna del 1923 tra la Turchia e le potenze dell’Intesa.
Passando dalla periodizzazione generale a quella particolare, cioè italiana, per un verso risulta più corretto considerare anche per l’Italia la datazione 1914/’18; nonostante, infatti, il conflitto sul fronte carsico-alpino-trentino inizi solo il 23 maggio del ’15, l’Italia, pur non combattendo, era stata già in precedenza profondamente coinvolta nella guerra e l’aspro scontro interno al paese tra neutralisti ed interventisti che precedette la dichiarazione di guerra lo dimostra chiaramente. Per un altro verso, però, la datazione 1915/’18, che compare nel titolo del libro, risulta più efficace nel focalizzare l’attenzione sulla guerra degli italiani e degli austriaci sul fronte sud-occidentale, che ancora oggi è il più trascurato dalle grandi ricostruzioni storiche internazionali della prima guerra mondiale, prevalentemente concentrate sul fronte franco-tedesco. Inoltre, quella tra il 1915 e il 1918 fu per l’Italia “la guerra”, non essendo le truppe italiane impegnate, se non in misura limitatissima e trascurabile, su altri fronti, a differenza dei soldati degli altri più importanti paesi belligeranti, Austria-Ungheria compresa.
Così definito e delimitato il campo d’indagine, gli autori lo affrontano – lo si diceva sopra – con un approccio transnazionale, che vuole superare gli stereotipi, i pregiudizi e le deformazioni nazionali e più spesso nazionalistiche, ma anche le contrapposizioni, create proprio nel periodo bellico e poi conservate e rafforzate per molto tempo dopo la guerra. Inoltre, l’assunzione di un’ottica transnazionale passa attraverso la consapevolezza che nelle relazioni tra stati, istituzioni, popoli diversi, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra, esiste sempre una zona di scambio e di intreccio, come l’area comune tra due insiemi in parte sovrapposti e cioè un territorio che non è quello definito, diviso, circoscritto da frontiere, dogane e confini, poiché li trascende, in quanto essi risultano sostanzialmente irrilevanti per la mappatura di questa regione intermedia, su cui si esercita lo sforzo di indagine di questo volume di storia transnazionale.
Lavoro oltremodo necessario se è vero, come sostiene nelle Conclusioni l’altro curatore del volume, Oswald Überegger, che, sul piano degli studi storici, Italia e Austria vivono “schiena contro schiena” come due vicini che vicendevolmente si ignorano ed in particolare ciò accade per la storia contemporanea, preferendo gli italianisti austriaci occuparsi quasi esclusivamente dei territori italiani ex asburgici, trascurando lo studio della storia del resto del paese e privilegiando, invece, i contemporaneisti italiani lo studio della storia della Germania. La ricerca storica bilaterale o comparata, pertanto, non ha compiuto molti passi avanti negli ultimi decenni, rimanendo un interesse limitato quasi esclusivamente alle regioni di confine tra i due paesi e non andando al di là del format culturale tradizionale del convegno di esperti, poco capace di produrre effetti duraturi o interessi allargati ai non specialisti. Una reciproca ignoranza, quindi, che conserva e tramanda gli stessi stereotipi formatisi durante la guerra e che, per la parte austriaca, consistono nella lettura dell’intervento italiano a fianco dell’Intesa come un “tradimento”, nel mancato riconoscimento della vittoria italiana, che va a confluire nella leggenda dell’esercito imperial-regio “invitto sul campo” e della “pugnalata alle spalle”, distorsioni della realtà negli stessi termini prodotte e diffuse, durante e dopo la guerra, anche in Germania. Ovviamente alle storture e ai pregiudizi austriaci fanno da contraltare quelli italiani, che amplificano ed estremizzano l’astio di origine risorgimentale verso l’Austria eterno “nemico oppressore” e “carcere dei popoli” o che producono la leggenda per la quale i soldati italiani avrebbero sempre combattuto in condizioni di inferiorità numerica e di minore disponibilità di mezzi; luogo comune utile certamente per esaltare l’eroismo bellico, ma che capovolge la realtà dei fatti.
E ancora, risulterà forse quasi incomprensibile per un lettore italiano che questioni ampiamente trattate, anche nella semplice manualistica del nostro paese, come quella delle differenze interne e della complessità degli schieramenti interventista e neutralista, in termini di motivazioni e scopi dell’una o dell’altra scelta e come quella della netta prevalenza dei neutralisti, sia nella società sia tra le forze politiche, a fronte però di una scelta interventista del governo e della corona, continuino invece ad essere argomenti sostanzialmente ignorati dal lettore austriaco (il libro, infatti, è pubblicato in entrambe le lingue) e – secondo Überegger – anche da qualche storico.
Proprio nella rimozione di tali incrostazioni si esercita un approccio storico comparativo, multilaterale e transnazionale, che a seguito della convergenza, dell’intreccio e della integrazione di prospettive e sguardi diversi intende dare il via ad un lavoro che produca nuove e più complete letture di una materia che viene al contempo risagomata e ridefinita, grazie all’abbandono di confini e steccati nazionalistici, per troppo tempo rispettati e replicati.
Con questa metodologia e con questi obiettivi, si articolano e si susseguono le sei sezioni del libro, ognuna focalizzata su un aspetto particolare della Grande guerra e composta di due capitoli, uno “austriaco” ed uno “italiano”, per complessivi dodici contributi di altrettanti storici, specialisti del primo conflitto mondiale, i cui nomi vengono indicati solo nell’Indice, ma non in corrispondenza dei singoli capitoli, quasi che si intenda presentare il libro come il frutto del lavoro di un autore collettivo, di un vera e propria attività di équipe.
E così, di capitolo in capitolo, metaforicamente attraversando più volte il fronte ora in una direzione ora nell’altra, si conoscono analogie, parallelismi, divergenze o convergenze tra Italia e Austria-Ungheria riguardo alle scelte politiche e di governo, alle modalità di organizzazione e di mobilitazione bellica dell’economia, alle condizioni dei soldati, ai cambiamenti culturali e all’organizzazione della propaganda di guerra, ecc.
Per esempio, nella prima sezione (I governi e la politica) Martin Moll e Daniele Ceschin, rispettivamente per la parte austriaca e per quella italiana, affrontano il tema della deriva autoritaria e della militarizzazione della politica e dei governi verificatesi in entrambi i paesi, seppur con modalità e tempi diversi. Moll sostiene che fin dal 1914 sia stata imposta una vera e propria dittatura militare e governativa attraverso l’emanazione da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe di numerose ordinanze speciali, che attribuivano immediatamente forza di legge agli atti dell’imperatore stesso, sospendendo l’attività legislativa del Reichsrat (il Parlamento), che limitavano le libertà fondamentali dei cittadini, che sottoponevano a stretto controllo le associazioni e i partiti politici, che comprimevano i diritti sindacali, che censuravano la stampa e la pubblicistica in genere. Ma tutto questo avvenne in Cisleitania, cioè la “parte austriaca” e sotto governo viennese dell’Impero austro-ungarico dopo l’Ausgleich dualistico del 1867, non in Transleitania, cioè la “parte ungherese” dell’impero, dove il governo continuò ad operare prevalentemente su base parlamentare. Un giro di vite repressivo che colpì anche gruppi etnici considerati inaffidabili, soprattutto in zone vicine al fronte: è il caso dei ruteni della Galizia, che sospettati di essere filorussi, vennero massacrati e degli sloveni della Bassa Stiria, che, nonostante la distanza della regione dal fronte, furono sottoposti ad arresti di massa, perché accusati di essere filoserbi. Da ciò si evince che i vertici militari e governativi austriaci nutrivano una sorta di aprioristica sfiducia nei confronti di certi segmenti della popolazione, nonostante la mobilitazione nell’estate del 1914 si fosse svolta senza difficoltà anche nelle regioni con minore presenza tedesca o ungherese.
Una pregiudiziale ed ottusa sfiducia che invece in Italia era provata dallo Stato maggiore del Regio Esercito e dagli alti ufficiali di carriera soprattutto nei confronti dei soldati, dei milioni di contadini coscritti e che portò all’adozione di misure repressive terroristiche da parte di Cadorna, come nella terza sezione del libro (I soldati e i combattimenti) spiega Federico Mazzini.
Quando il 21 novembre del 1916 l’ottantasettenne Francesco Giuseppe morì, lasciando il trono al pronipote Carlo I, la stretta autoritaria venne allentata. Il nuovo imperatore inaugurò un nuovo corso in politica interna che ridusse la censura sulla stampa, che fece riprendere le attività del Parlamento il 30 maggio 1917, che rivalutò il movimento dei lavoratori, nel tentativo di trovare nella socialdemocrazia austriaca una forza politica capace di contenere le crescenti proteste operaie o gli eventuali sussulti rivoluzionari. A questo si aggiungano i tentativi di Carlo I di addivenire ad un compromesso con i nemici e di negoziare la pace. Progetti questi, secondo la lettura di Moll, che fallirono sia per la scarsa disponibilità dei nemici, sia per le forti pressioni in direzione opposta dell’alleato tedesco, dagli aiuti militari ed economici del quale dipendeva la sopravvivenza dell’Austria-Ungheria. Il nuovo corso “liberale” di Carlo I, quindi, non riuscì a risolvere i gravissimi problemi da cui il paese era ormai schiacciato, né ad evitare la sconfitta e lo smembramento dell’impero.
Anche in Italia, spiega Ceschin, a seguito dell’entrata in guerra, come in generale in tutti i paesi coinvolti nel conflitto, si verificarono fenomeni analoghi a quelli austriaci di rafforzamento autoritario dell’esecutivo e parallelo indebolimento delle prerogative parlamentari, di militarizzazione sia della società sia della politica, di aumento esponenziale della repressione e del controllo sociali, il tutto preceduto dallo scontro tra interventisti e neutralisti, di cui si nutrirono le forze antisistema (liberale), che divennero capaci di condizionare le scelte politiche nazionali e che alla lunga, dopo la guerra, confluirono nel fascismo. Tuttavia, dall’integrazione delle due letture, austriaca ed italiana, degli stessi fenomeni, si deduce che in Italia fu meno forte, o forse ebbe meno successo, il tentativo di instaurare un “assolutismo bellico”, che invece si realizzò più efficacemente in Austria. Secondo Ceschin in Italia, una volta esautorato nella sostanza dei fatti il Parlamento, si formò una sorta di “diarchia imperfetta”, costituita dall’esecutivo e dallo Stato maggiore, cioè dal potere politico e dal potere militare, da Roma e Udine, sede del Comando Supremo Generale dal 1915. Una competizione tra due poteri, quindi, in cui quello militare progressivamente si impose su quello politico, come dimostra, per esempio, il fatto che dopo il successo austriaco della Strafexpedition nel 1916 il governo Salandra cadde, mentre Cadorna rimase al suo posto. L’esecutivo poi era internamente indebolito dalla volontà del ministro Sonnino di assicurare alla politica estera da lui guidata ampi spazi di autonomia o indipendenza dal resto del governo. E proprio Sonnino fu a tal punto l’uomo forte del governo durante l’intero conflitto – tanto da rimanere al suo posto di ministro degli Esteri nonostante l’avvicendarsi dei governi Salandra, Boselli, Orlando – che Ceschin parla di una sorta di “lungo governo Sonnino”. All’interno di questa “diarchia imperfetta” entrambi i poteri mostrarono velleità o “vocazioni totalitarie”, che sempre Ceschin legge come manifestazione di un fenomeno di ben più lungo corso: la repressione sociale e la militarizzazione della politica iniziate con quella “crisi di fine secolo” che proprio nel Sonnino di Torniamo allo Statuto aveva trovato uno dei principali teorici e che si sarebbero realizzate più tardi con il fascismo. Una svolta si verificò con Caporetto, sia a livello politico con la fine del governo Boselli, sia sul piano militare con l’allontanamento di Cadorna, sostituito da Diaz, ma soprattutto fu il Parlamento che provò a rientrare in possesso delle proprie prerogative e ad equilibrare il potere fino ad allora esercitato dalla diarchia formata dall’esecutivo e dallo Stato maggiore. Ma questo non comportò come conseguenza un allentamento della stretta repressiva: per quanto, come è noto, l’accorciamento della linea del fronte, dall’Isonzo ritornato sul Piave, permettesse un miglioramento delle condizioni dei soldati, per esempio con turni di licenza più frequenti, il controllo e la repressione politica e sociale contro i cosiddetti “caporettisti” e i “disfattisti” addirittura aumentarono, come testimoniano gli arresti dei socialisti massimalisti Costantino Lazzari e Giacinto Menotti Serrati, allora rispettivamente segretario del PSI e direttore dell’Avanti.
Come per l’argomento oggetto della prima parte, sommariamente ricostruito, così per gli altri cinque temi che compongono il libro il confronto e l’integrazione delle analisi e delle prospettive austriaca e italiana consentono la costruzione di un quadro ampio e molto ricco, come, per fare un ultimo esempio, nel caso della interessantissima terza parte (I soldati e i combattimenti), dove Christa Hämmerle e Federico Mazzini considerano e mettono a confronto le esperienze dei soldati dell’una e dell’altra parte del fronte. Numerosi sono gli elementi comuni ai due eserciti: la mobilitazione fino all’ultimo uomo disponibile, che portò l’Austria-Ungheria a coscrivere 9 milioni di soldati da schierare sui diversi fronti e l’Italia a mobilitarne 5 milioni, da impiegare sull’unico fronte su cui combatteva; la netta prevalenza dell’elemento contadino tra i soldati semplici, così come l’importanza degli ufficiali di complemento; lo spaesamento dei contadini-soldati che provavano un forte senso di «perdita del proprio ruolo sociale e la sensazione di venir meno ai propri doveri, in particolare verso gli anziani e le donne che dovevano sostituirsi al coscritto» e, per finire, altrettanto uguali erano le orribili condizioni in cui austriaci e italiani combattevano e vivevano (o sopravvivevano) sia sul Carso e basso Isonzo sia sull’alto Isonzo e sulle Alpi. Ma da un lato – per passare alle differenze – vi era un esercito composto da undici nazionalità (tedesca, ungherese, ceca, slovacca, slovena, croata, serba, rutena, polacca, rumena e italiana), che parlavano undici lingue diverse, per quanto il tedesco rimanesse la lingua ufficiale dei comandi militari, e che professavano religioni differenti, con i cattolici in maggioranza, a cui si aggiungevano evangelici, ortodossi, mussulmani ed ebrei. Differenze queste – nazionali, linguistiche e religiose – non presenti nell’esercito italiano. Di particolare interesse il confronto tra i sistemi di disciplina e repressione interni ai due eserciti, dal quale emerge come il rigore inflessibile, la severità estrema e la violenza o la brutalità delle punizione fossero elementi comuni ai due schieramenti – a questo proposito gli austriaci reintrodussero pene corporali come i “ceppi”, per un massimo di sei ore o i “lacci”, per tenere legato – per esempio ad un albero – un soldato per un massimo di due ore – ma fu proprio all’interno del Regio Esercito italiano che la ferocia punitiva fu esercitata nelle forme peggiori. In entrambi i casi la giustizia militare fu applicata in modo classista e si accanì principalmente sui soldati di estrazione sociale inferiore, contadini, operai e strati più bassi del ceto medio, ma se nel caso austriaco, scrive la Hämmerle, «tenuto conto delle possibilità offerte dal codice di procedura penale militare in tempo di guerra, i tribunali agirono con mano relativamente “leggera”, in molti casi anche differendo o sospendendo la pena» (p.161), altrettanto non può dirsi della giustizia militare italiana. Le cifre riportate da Mazzini parlano da sole: 4 mila condanne a morte, 15 mila all’ergastolo, 40 mila le pene superiori a sette anni. «Il numero di fucilati dopo regolare processo durante l’intero conflitto ammonta a circa 750, in proporzione più del doppio di quelli francesi […]. Ma ancora di più colpisce il fenomeno delle decimazioni […] almeno 290 furono le vittime documentate di questa giustizia sommaria italiana, applicata con maggiore frequenza, e con piglio quasi vendicativo, negli anni 1916 (dopo la Strafexpedition) e 1917 (dopo Caporetto)» (p.175). Ed infine, ad ulteriore conferma del disprezzo e del pregiudizio con cui il governo italiano e il Comando supremo consideravano i propri soldati, non va dimenticato che ai 600 mila prigionieri italiani, la metà dei quali catturati a seguito di Caporetto, venne negato dall’Italia qualsiasi tipo di aiuto, al fine di fare passare l’idea che il prigioniero fosse da equiparare ad un disertore o ad un disfattista o ad uno “scioperante di guerra” e per addossare alla sola Austria le colpe di un trattamento disumano o vendicativo. La conseguenza di questa scelta scellerata, insieme ad altri fattori come l’alto numero di internati e le difficoltà austriache a provvedere ad essi, fu la morte di circa 100 mila soldati italiani in prigionia.

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