Genova – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E’ uno sporco lavoro / 2: assassinare i brigatisti non è reato https://www.carmillaonline.com/2025/07/23/e-uno-sporco-lavoro-2-assassinare-i-brigatisti-non-e-reato/ Wed, 23 Jul 2025 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89394 di Sandro Moiso

Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate Rosse (nuova edizione), DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 500, 28 euro

Più volte su Carmillaonline chi qui scrive ha avuto occasione di annotare come siano ormai numerosissime le storie e le testimonianze riguardanti l’esperienza della lotta armata condotta in Italia da formazioni di sinistra di vario genere. Annotazione che spesso sono state accompagnate dall’osservazione di come, purtroppo, il fenomeno sia stato più registrato dal punto di vista personale di chi vi aveva partecipato, con tutto il corredo di giustificazionismo pre-politico che ciò poteva comportare, oppure da quello di [...]]]> di Sandro Moiso

Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate Rosse (nuova edizione), DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 500, 28 euro

Più volte su Carmillaonline chi qui scrive ha avuto occasione di annotare come siano ormai numerosissime le storie e le testimonianze riguardanti l’esperienza della lotta armata condotta in Italia da formazioni di sinistra di vario genere. Annotazione che spesso sono state accompagnate dall’osservazione di come, purtroppo, il fenomeno sia stato più registrato dal punto di vista personale di chi vi aveva partecipato, con tutto il corredo di giustificazionismo pre-politico che ciò poteva comportare, oppure da quello di una lettura tutta istituzionale che, soprattutto nel caso delle Brigate Rosse, ha raggiunto talvolta livelli insopportabili di complottismo e ingiuria politica.

Certo, non mancano gli esempi di opere “serie” che si sono occupate del periodo intercorrente tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima degli anni Ottanta nell’ottica della ricostruzione storiografica, e non solo memorialistica o accusatoria, delle vicende delle “bande armate” che raccolsero un gran numero di adesioni e militanti nell’Italia di quegli anni. Come ricorda Pino Casamassima in un suo, non sempre condivisibile, testo pubblicato nel 2012:

Sono stati 20.000 gli inquisiti per i fatti di lotta armata; 4200 sono stati incarcerati a seguito dell’accusa di banda armata o associazione sovversiva; 300 hanno avuto pene con meno di dieci anni, oltre 3100 più di dieci anni, quasi 600 più di quindici anni, centinaia gli ergastoli. Oltre 50000 anni di galera sono stati nel complesso già scontati. Dei 4200, circa 200 (tra cui 40 donne) sono ancora detenuti, parzialmente o totalmente. Tra loro 77 sono ergastolani”1.

Dati da considerare non soltanto di carattere statistico ma, piuttosto, socio-politico; soprattutto se a questi si aggiunge il fatto che è l’identità proletaria, fin dall’infanzia, a caratterizzare molti di coloro che aderirono alla scelta della lotta armata nell’ambito delle BR, a differenza di altre esperienze simili (italiane, europee, americane e giapponesi) che, spesso videro una maggior adesione di studenti, intellettuali e sottoproletari. Mentre, a livello generale, occorre ancora sottolinea che tale scelta, come si vedrà ancora più avanti, coinvolse un gran numero di donne, giovani e giovanissime ma non solo, come dimostrò, ad esempio, il processo contro la colonna Walter Alasia di cui della “sessantina di imputati una quarantina erano donne, cioè oltre la metà”2.

DeriveApprodi, che già ha edito in passato proprio alcuni dei testi migliori sulle origini e la storia della lotta armata3, ripropone una nuova edizione con aggiunta cronologia di un valido testo, già comparso nel 2013, di Andrea Casazza sulla colonna genovese delle BR, definita come la «colonna simbolo» di quell’esperienza.

Simbolica non solo per l’alto numero di azioni portate e a termine, ma anche per il radicamento della stessa nel tessuto sociale del capoluogo ligure e per la storia “particolare” della sua formazione, avendo aggregato, a differenza di altre città come Torino e Milano, militanti provenienti da Lotta continua e, in esigua minoranza, dalla sinistra radicale che si era espressa negli anni precedenti in varie riviste di movimento certamente non di ispirazione marxista-leninista se non addirittura apertamente piccista o stalinista.

Un’esperienza che in qualche modo affondava le sue radici anche nel primo caso di azione armata dell’Italia repubblicana, quella della «banda 22 ottobre»4, un’organizzazione attiva a Genova tra il 1969 e il 1971, che animata da ex partigiani, operai, portuali (alcuni dei quali cresciuti nelle sezioni del Pci) fu tra le prime, se non la prima, insieme ai GAP di Giangiacomo Feltrinelli, a professare e ad attuare forme militari di lotta nel panorama politico italiano.

La ricerca di Casazza, pur essendo quasi del tutto condotta su fonti ufficiali e giornalistiche, si fa leggere come un romanzo di stampo dostoevskiano, per la complessità e la tragicità dei temi che propone, non soltanto politici, ma anche umani. Di cui il massacro dei militanti delle Brigate rosse avvenuto in via Fracchia il 28 marzo 1980 rimane uno dei temi centrali. Centrale sia per comprendere le modalità messe in atto dallo Stato per rimuovere quello che avrebbe potuto diventare, non solo a livello locale, un problema politico e militare piuttosto grave e, soprattutto, la spietatezza con cui tale piano di rimozione e defalcamento di tale impedimento al raggiungimento della pace sociale dopo gli anni delle lotte di fabbrica e di massa doveva essere, e in quel caso fu, portato a termine5.

Un’azione che, affondando le sue origini nella campagna di arresti successiva alla cattura di Patrizio Peci, primo pentito importante della lotta armata italiana, avvenuta a Torino il 20 febbraio 1980 insieme a quella di Rocco Micaletto. Poco più di un mese prima della strage di via Fracchia e a seguito delle rivelazioni rilasciate al generale dei carabinieri Carlo Alberto della Chiesa dallo stesso “Mauro”, nome di battaglia di Peci.

In quell’appartamento genovese, che probabilmente aveva costituito la base per le riunioni delle BR in città, furono giustiziati Riccardo Dura, Piero Panciarelli, Lorenzo Betassa e Annamaria Ludmann, quest’ultima proprietaria dello stesso alloggio. Sulle modalità operative e gli avvenimenti che accompagnarono l’operazione, fuori e dentro le mura dello stabile è facile comprendere che esistano ricostruzioni quanto meno controverse e contraddittorie soprattutto a causa del fatto che nessuno dei brigatisti presenti fu lasciato in vita per testimoniare la reale successione degli avvenimenti di quella notte.

Al di là delle armi utilizzate, tra le quali il comandante del gruppo operativo vantava la disponibilità di un fucile a pompa in grado di sventrare i muri, già in uso presso la polizia canadese, tutto sembra confondersi, nelle successive testimonianza delle forze dell’ordine e dei dati raccolti dagli inquirenti, nel fumo, nei bagliori e nel frastuono degli spari e nel buio del corridoio una volta sfondata o, aperta con le chiavi ritrovate nelle tasche di Micaletto, la porta dell’appartamento.
Come scrive Casazza nelle sue pagine:

Se il blitz fu messo in atto subito dopo le rivelazioni di Peci, così come si evincerebbe dalla prima nota informativa dei carabinieri alla Procura, o dopo un sia pur frettoloso lavoro di intelligence come sostiene Bozzo6, non è dato sapere. Di fatto, nella notte fra i27 e il 28 marzo, la zona attorno alla palazzina a quattro piani di via Fracchia viene circondata da un ingente spiegamento di carabinieri sistemato a distanza, mentre il blitz viene affidato a un gruppo ristretto del nucleo antiterrorismo. Sono da poco passate le quattro del mattino quando una donna, svegliata dal guaire del suo cane, si alza e si affaccia a una finestra del palazzo: fuori sta piovendo e lungo la stradina in discesa che conduce al portone d’ingresso intravede muoversi delle ombre. Sono carabinieri che, protetti da giubbotti antiproiettile e da caschi, entrano nello stabile e scendono tre rampe di scale per fermarsi davanti alla porta dell’interno 1. Sono in sei e a guidarli è il capitano Michele Riccio. Su quanto avviene da quel momento in poi restano ancora aperti molti interrogativi7.

In contrasto, almeno parziale con il suo braccio destro che avrebbe voluto condurre indagini più stringenti su quell’appartamento di 120 metri quadri e i suoi occupanti, il generale dalla Chiesa aveva fretta di concluder l’operazione. Sia per anticipare possibili altre azioni programmate dai brigatisti sul territorio ligure, sia per poter condurre a termine altre due operazioni simili presso altri “covi” indicati da Peci, a Biella e a Torino.

Secondo la versione ufficiale, peraltro fornita alla magistratura ben otto giorni dopo i fatti, i carabinieri suonano il campanello dell’interno 1, qualificandosi e intimando agli occupanti di aprire. Al che dall’interno, qualche tempo dopo, una voce maschile risponde «un attimo», senza però che la porta venga aperta. Atteso ancora qualche istante e ripetuto l’ordine perentorio di aprire, un militare colpisce la porta con una serie di calci sino a che l’uscio non cede e si spalanca. «I carabinieri potevano così intravedere, al di là di una tenda, un corridoio buio dal quale non proveniva alcun rumore. Intimavano allora agli occupanti la resa e una voce maschile rispondeva: “Va bene, siamo disarmati”. Subito dopo, però, dal fondo del corridoio veniva esploso un colpo di pistola che colpiva al capo il maresciallo Benà. I carabinieri aprivano il fuoco e udivano il tonfo di un corpo che cadeva a terra. Intimata nuovamente la resa, essi potevano notare due uomini e una donna avanzare carponi nel corridoio provenendo da una stanza laterale. A questo punto era possibile far luce con un faro in dotazione. Seguiva immediatamente da parte dei tre una brusca reazione e i carabinieri, notato che uno dei due uomini impugnava una pistola e la donna una bomba a mano, riaprivano il fuoco con tutte le armi. Cessato il fuoco si constatava che i tre erano stati colpiti a morte»8.

Casazza, però, può annotare subito dopo:

La versione fornita alla magistratura dai carabinieri è evidentemente edulcorata da alcuni particolari non irrilevanti. Il più importante si riferisce ai tempi in cui si sviluppa la sparatoria all’interno dell’appartamento. Secondo il comunicato della procura sembra svolgersi in due fasi ben distinte mentre, nella realtà, subito dopo il ferimento del maresciallo Benà, i militari non sospendono il fuoco: «In tutto, dall’esplosione del primo colpo, passarono tre minuti. Un inferno di fuoco, un inferno», ricorderà il capitano Riccio nel febbraio del 2004 nel corso di un intervista […]
Il capitano del nucleo antiterrorismo nega categoricamente di essere stato in possesso delle chiavi dell’appartamento, fatto che, invece, viene da più parti ipotizzato. Moretti, ad esempio, lo affermerà con certezza: «I carabinieri avevano le chiavi della base, le avevano trovate in tasca a Rocco Micaletto. Rocco non aveva detto parola, ma Peci aveva detto loro dov’era la base e hanno potuto entrare senza neanche sfondare la porta». Riccio dice invece di aver suonato il campanello, di essersi qualificato e di aver ordinato di aprire per consentire una perquisizione.
«Dall’interno sentimmo dei passi, pensammo che qualcuno ci avrebbe aperto. Invece chi si avvicinò diede altri due giri alla serratura. Allora impartii a Benà e all’altro maresciallo l’ordine di sfondare la porta. Non usammo alcun attrezzo, lo fecero a calci, portavano stivaloni. Una volta saltata la serratura ci trovammo di fronte a una spessa tenda nera, da cinema, che ci coprì subito la visuale dell’ingresso. La scostammo subito, all’interno iniziò a filtrare la luce delle scale. “Arrendetevi!”, gridai. Benà sollevò la visiera del casco, era appannata dal sudore. Fu un attimo. Sentii gli spari poi vidi il maresciallo Benà cadere all’indietro lentamente, come al rallentatore.
[…] Nel frattempo sparai col fucile a pompa, cinque colpi in rapida successione. Iniziò l’inferno». Il capitano racconta che a quel punto i suoi tre uomini rimasti nel pianerottolo entrano a loro volta nell’appartamento iniziando a sparare all’impazzata. «Sparavano tutti. Ad un certo punto gridai: “Venite avanti, arrendetevi!”. Sentii una voce: “Hanno una bomba!”, era un mio uomo. Riprendemmo a sparare. Ricaricai un’altra volta il fucile a pompa. Fu un inferno, un inferno»9.

Del resto che in via Fracchia sia andata in scena una vera e propria carneficina è l’impressione generale suscitata nei cronisti fatti entrare nell’appartamento (uno per volta e sotto la guida di un sottufficiale dell’Arma) ben undici giorni dopo i fatti.

I fori delle pallottole sui muri sono moltissimi e gli schizzi di sangue, in corridoio, arrivano sin quasi al soffitto: difficile pensare che i brigatisti siano stati colpiti mentre avanzavano carponi e sono in molti a notarlo. «Quando Gad Lerner ebbe la possibilità di entrare in quella casa – ricorderà Giuliano Zincone, giornalista del “Corriere della Sera” – ci raccontò di aver visto fori di proiettili ovunque. Una carneficina, insomma. Quattro morti, tutti brigatisti, ci sembrarono subito troppi. Non era possibile pensare a un conflitto a fuoco come invece sostenevano i carabinieri. Ritenevamo che potevano esservi altri modi, meno cruenti, per portare a termine il blitz».
Mario Moretti, molti anni dopo, sarà ancora più esplicito: «La notte del 28 marzo i carabinieri sorpresero i compagni nel sonno e li uccisero deliberatamente, tutti. È vero che a Genova non eravamo stati teneri, avevamo attaccato delle pattuglie di carabinieri e c’erano stati dei morti, ma quello fu un macello deliberato che potevano evitare; invece decisero di sbatterlo in faccia a tutti. Ci misero tanto zelo che un proiettile ferì accidentalmente anche uno di loro. Dalla Chiesa voleva dimostrare la decisione dello Stato, la potenza dei corpi speciali e darci una lezione che non lasciasse dubbi: nessuno doveva uscire vivo da quella base». Una lettura di parte? Senza dubbio. Ma che la versione ufficiale fornita da carabinieri e procura non sia del tutto attendibile lo rivelano anche altri particolari.
Sul muro del pianerottolo, a circa trenta centimetri da terra ci sono quattro fori provocati da una raffica di mitra; com’è possibile, se la sparatoria si è svolta solo all’interno dell’appartamento e se i carabinieri hanno sparato solo verso il fondo del corridoio? Ma, fatto ancor più strano, la porta d’ingresso dell’interno 1 non presenta segni di scasso alle serrature (una sola delle tre risulta chiusa), ma mostra solo la parte fissa di un catenaccio divelta. Per gli inquirenti questo basta a dire che «le serrature appaiono forzate» ma il fatto non si spiega se è vero che i carabinieri non avevano le chiavi della base. Il maggior numero di bossoli, poi, si trova infondo al corridoio, davanti alla camera da letto in cui dormivano tre dei quattro brigatisti, eppure, sia nella versione di Riccio, sia in quella della procura, si sostiene che i militari fecero fuoco dall’ingresso. Inoltre l’unico colpo che i brigatisti avrebbero esploso viene attribuito all’arma impugnata da Betassa, una calibro 9, e il bossolo espulso viene ritrovato in camera da letto, segno che il brigatista ha sparato dal fondo del corridoio. Come è possibile, visto che davanti a lui c’erano gli altri tre compagni? Come se non bastasse, a rendere ancora più sospetta l’intera ricostruzione dei fatti, c’è il ritardo con il quale i carabinieri presentano il loro rapporto e la cortina di ferro che gli uomini di dalla Chiesa stendono attorno all’appartamento impedendo a chiunque, compreso ai magistrati, di entravi per più di una settimana. Che cosa si doveva nascondere o cercare in quella irrituale solitudine investigativa?10

Sulla disposizione dei quattro corpi lungo il corridoio o a ridosso delle camere e sul fatto che presentassero tutti un foro di entrata dei proiettili che andava in linea quasi orizzontale dalla nuca verso la fronte non c’è poi molto da aggiungere rispetto a quanto riporta ancora Casazza attraverso le testimonianze giornalistiche o dei periti, ma almeno, prima di chiudere, occorre qui ricordare la figura di Annamaria Ludmann, oltraggiosamente segnalata in precedenza come donna dai facili costumi, a causa del “via vai di uomini” nel suo appartamento.

Nella piantina dell’appartamento allegata al rapporto dei carabinieri sul blitz di via Fracchia, il corpo di Annamaria Ludmann è indicato con il numero 3: giace in corridoio, preceduto dai cadaveri di Riccardo Dura e Piero Panciarelli e seguito da quello di Lorenzo Betassa. «Il cadavere numero 3 è quello di una donna che giace bocconi trasversalmente al corridoio con le gambe estese tra la porta del ripostiglio. Braccia indotte, avambracci flessi, lato sinistro del viso rivolto sul pavimento. Veste pullover avana, sottoveste beige, mutandine rosa e calza scarpe di corda. In corrispondenza della testa vasta chiazza di sangue di forma irregolare. Nell’angolo interno formato dal braccio ed avambraccio destro si nota la presenza di un paio di occhiali da vista e di una bomba a mano MK
tipo ananas»11.

Una sottoveste, le mutandine, uno sguardo quasi voyeuristico sul corpo di una donna di poco più di trent’anni di cui sembra rimanere poco nella storia, drammatica di quegli anni, se non il fatto che fosse sposata con un uomo che sarà intervistato poco dopo la sua morte violenta. Di più ci dice forse, e con meno spreco di parole, la lettera di addio a lei indirizzata da una collega, Liliana Boccarossa, impiegata presso il centro culturale francese Galliera, e inviata al «Manifesto» pochi giorni dopo l’assalto all’alloggio di via Fracchia.

«Parlavi poco di te, mai nessuno ti aveva insegnato questo lusso. […] Ricordavi la sofferenza della scuola per ricchi dove ti avevano mandato i tuoi. Accennavi a un matrimonio fatto per andare via di casa e presto degenerato in violenza. E poi c’erano le tue paure: paura di non valere niente, paura di non essere all’altezza (di che cosa, poi?), paura della gente: e un’enorme solitudine»12.

Però, in un mondo in cui, alla fine, ogni lavoro sporco non costituisce mai altro che l’altra faccia del perbenismo borghese e della sua illusoria legalità, il 3 settembre 1982 a Palermo, lo stesso generale dalla Chiesa sarebbe stato ripagato per il suo servizio con la medesima moneta, per mezzo di un altro braccio armato: quello della Mafia, maestra insuperata di ogni “lavoro bagnato”.


  1. P. Casamassima, Gli irriducibili. Storie di brigatisti mai pentiti, Editori Laterza , Bari — Roma 2012, p.16  

  2. P. Casamassima,op. Cit., p.79  

  3. P. Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, 2022; C. Galmozzi, Figli dell’officina. Da Lotta Continua a Prima linea: le origini e la nascita (1973-1976), 2019; A. Tanturli, Prima Linea. L’altra lotta armata (1974-1981), 2018; M. Clemeti, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla «campagna di primavera». Vol. I, 2017; G. Donato, «La lotta è armata». Sinistra rivoluzionaria e violenza politica in Italia (1969-1972), 2014.  

  4. Si veda in proposito: P. Piano, La «banda 22 ottobre». Agli albori della lotta armata in Italia, DeriveApprodi, Roma 2008.  

  5. L’autore delle presenti righe si scusa con Galileo Galilei per aver preso in prestito la sua idea di difalcamento degli impedimenti, intesa a livello di ricerca per togliere di mezzo gli ostacoli alla proposizione di una una nuova ipotesi scientifica.  

  6. Niccolò Bozzo, all’epoca braccio destro del generale dalla Chiesa.  

  7. A. Casazza, Gli imprendibili, DeriveApprodi, Bologna 2025, p. 368.  

  8. A. Casazza, op. cit., pp. 368-369.  

  9. Ibidem, pp. 369–370.  

  10. Ivi, pp. 371-372.  

  11. Ivi, p. 364.  

  12. Cit. in Casazza, p. 362.  

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Avanti barbari!/5 – Gang, merce, autodifesa. Note sul “fronte interno” e la guerra in permanenza (prima parte) https://www.carmillaonline.com/2024/09/12/avanti-barbari-gang-merce-autodifesa-note-sul-fronte-interno-e-la-guerra-in-permanenza-prima-parte/ Thu, 12 Sep 2024 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84109 di Emilio Quadrelli

[A un mese di distanza dalla prematura scomparsa di Emilio, si è scelto di pubblicare in due parti un contributo dello stesso per il testo Guerra civile globale. Fratture sociali del Terzo millennio, a cura di Sandro Moiso, Il Galeone Editore, Roma 2021.]

Guerra esterna e guerra interna sono oggi l’elemento costitutivo e costituente della fase imperialista contemporanea tanto che, la guerra in permanenza, può essere considerata e presa come la cifra del presente. Questi due aspetti si intersecano formando un intreccio pressoché indissolubile. Le pratiche di neocolonialismo proprie del comando capitalistico contemporaneo fanno sì che i [...]]]> di Emilio Quadrelli

[A un mese di distanza dalla prematura scomparsa di Emilio, si è scelto di pubblicare in due parti un contributo dello stesso per il testo Guerra civile globale. Fratture sociali del Terzo millennio, a cura di Sandro Moiso, Il Galeone Editore, Roma 2021.]

Guerra esterna e guerra interna sono oggi l’elemento costitutivo e costituente della fase imperialista contemporanea tanto che, la guerra in permanenza, può essere considerata e presa come la cifra del presente. Questi due aspetti si intersecano formando un intreccio pressoché indissolubile. Le pratiche di neocolonialismo proprie del comando capitalistico contemporaneo fanno sì che i “fronti di guerra” attuali si siano emancipati dall’esistenza di confini rigidi e certi, le zone di guerra e le zone di pace, ma che guerra e pace convivano dentro un continuum. Ciò fa sì che le retoriche intorno alla sicurezza siano diventate un aspetto costante della guerra in permanenza1.

Se nelle situazioni di guerra del passato il problema della sicurezza interna riguardava la possibile presenza di una “quinta colonna” entro i perimetri statuali e l’azione di agenti nemici, oggi le cose si pongono in maniera assai diversa. La guerra al nemico interno non è più appannaggio di quegli “uomini nell’ombra” che non poco hanno contribuito a una narrazione storica, romanzesca e cinematografica particolarmente suggestiva e accattivante, ma è una guerra che si combatte pubblicamente e a viso aperto nelle strade contro “etnie”, “asociali”, “operai conflittuali”, “subalterni riottosi”, “devianti”, “marginali”, “banditi”, “criminali” o, più prosaicamente, “poveri”. Una guerra senza eroi. Se nelle epoche precedenti tutti i premi Oscar avrebbero fatto a gara per interpretare i personaggi di una bella spy story di guerra oggi, assai difficilmente, è pensabile che qualcuno scalpiti per interpretare un qualche anonimo funzionario di polizia alle prese con il suo ratissage quotidiano2.
Questa dimensione antieroica della guerra, questo presentarsi come routine burocratica e amministrativa, però, è esattamente la dimensione che la guerra interna incarna. Insomma, dobbiamo fare i conti con una forma–guerra che ben difficilmente potrà ascriversi alla dimensione dell’èpos. Detto questo, tuttavia, una qualche forma “eroica” in tutto ciò è possibile rintracciarla. Questo eroismo, per quanto sui generis ed estraneo ai canoni estetici e morali convenzionali, è riscontrabile nelle pratiche di resistenza che, magari inconsciamente, gli attori sociali mettono in atto. Se, in questo, vogliamo trovare una qualche genealogia nobile forse dobbiamo pensare a un classico del noir francese, I senza nome3.

Senza nome e senza volto, infatti, è la condizione nella quale è ascritto il nemico interno contemporaneo. Non individui ma una massa anonima la quale, con il suo fare apparentemente illogico e scomposto, incrina le sicurezze dell’individuo – cittadino che fa da sfondo al potere legittimo delle nostre società4. Ciò che nella forma guerra attuale si profila, ancora prima che uno scontro di potere, è uno scontro di legittimità. Il richiamo a I senza nome, allora, è qualcosa di più di una semplice suggestione artistico-narrativa ma incarna esattamente la relazione asimmetrica che informa per intero, dentro le metropoli dell’Occidente, la conflittualità contemporanea.
Di un aspetto particolare di questa realtà, la presenza delle gang di giovani albanesi nella città di Genova, prova a rendere conto il breve saggio che segue. Non si tratta di un fenomeno certo nuovo e poco coltivato dalle scienze sociali. Quanto la forma gang abbia rappresentato qualcosa di più di una curiosità al limite dell’esotico è testimoniato sia dalla ricca bibliografia scientifica prodotta soprattutto in ambito anglosassone, sia dall’interesse che il mondo del cinema ha riversato verso questo fenomeno. Gangs of New York, ma anche C’era una volta in America tanto per citare titoli noti ai più, mostrano come le gang abbiano rappresentato momenti centrali nella definizione degli assetti urbani, e quindi anche politici e culturali, delle metropoli Occidentali.
Almeno a partire dalla “Scuola di Chicago” in poi, sociologi della cultura, sociologi della devianza, antropologi culturali sino alla più recente etnografia sociale hanno avuto un occhio di particolare riguardo verso questo fenomeno urbano. La stessa sociologia maggiormente prona al convenzionalismo accademico, il funzionalismo parsoniano, non ha disdegnato di assumere le gang nei perimetri della sua ricerca. In Italia di ciò vi è sicuramente poca traccia. Il provincialismo del mondo accademico italiano è talmente noto da non fare neppure notizia così come è altrettanto noto, corollario di quanto appena asserito, la sua ostilità nei confronti di ciò che proviene al di là dei propri confini nazionali. Se, a conti fatti, si trattasse solo di ciò potremmo risolvere semplicemente il tutto facendoci ragione di un mondo accademico particolarmente conservatore e ampiamente bigotto, tuttavia la questione assume contorni che vanno ben oltre gli angusti perimetri nazionali. Il disinteresse per queste forme di “socialità subalterna” sembra essere diventato moneta corrente a trecentosessanta gradi nell’intero panorama delle scienze sociali occidentali, il che non è casuale. Il fatto che le masse siano uscite dai radar di ciò che, in senso ampio, possiamo definire ricerca sociale racconta qualcosa di non secondario. Ciò che ormai da tempo è accaduto è una delegittimazione dei mondi subalterni i quali, se esistono, lo sono solo in quanto ricettacoli di devianza, degrado, emarginazione e via dicendo. Non è un caso, quindi, che solo lo stigma diventi il contenitore nel quale inserire tutto ciò che non è consono alle retoriche dell’individuo-cittadino. Provare a incrinare questa gabbia di luoghi comuni non è certo tutto, ma è sicuramente qualcosa.

Millennial e “piccoli uomini”
Da qualche tempo a Genova sembra essersi materializzata una nuova ed ennesima “emergenza”: lo spettro delle gang giovanili albanesi. Risse, furti, scippi, spaccio, ancorché di modeste proporzioni, sono ciò che, nelle retoriche di senso comune, fa da sfondo allo “stile di vita” dei giovani albanesi. Non si tratta certo di una invenzione mediatica anche se, per onestà intellettuale, in contemporanea andrebbe ricordato il massiccio utilizzo e sfruttamento di questa giovane forza lavoro in attività particolarmente dure come quelle edili, dei ponteggi o del facchinaggio. Lavori sottopagati e in nero di cui l’attuale ciclo di valorizzazione del capitale appare particolarmente ghiotto. A questi si aggiungono i diversi impieghi, anche se in misura minore rispetto all’immigrazione africana e orientale, nei retrobottega della ristorazione e dei locali della “movida”. Significativamente gli appartenenti alle gang alternano attività legali ed extralegali in un continuum senza alcuna sorta di continuità. Ciò, per molti versi, li porta a essere un elemento paradigmatico di una condizione proletaria, ampiamente diffusa e continuamente in estensione, dell’era cosiddetta globale. Una realtà esistenziale, propria di ampie quote di proletariato soprattutto “extracomunitario”, dove la linea di confine tra attività lecite e illecite è particolarmente sottile. Ma non anticipiamo troppo.

Partiamo, intanto, con il definire la condizione politica ed esistenziale dei giovani albanesi. Anche loro, anagraficamente, fanno parte della generazione Millennial ma le assonanze con gran parte dei loro coetanei europei finiscono esattamente qua, soprattutto perché la così detta fase adolescenziale, che sociologi e psicologi ammalati di un inguaribile etnocentrismo considerano condizione universale, rimane una dimensione e una condizione a questi obiettivamente sconosciuta5. Più realisticamente il loro dato anagrafico corrisponde a quella dimensione di “piccolo uomo” la quale, a conti fatti, è la condizione comune dei minori in gran parte del mondo. Non a caso, e chiunque abbia minimamente a che fare con loro (ma la cosa è assolutamente identica per i giovani provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente o dai diversi paesi orientali) può facilmente riscontrarlo, mostrano non poche difficoltà a comprendere il senso dello “essere minori”. Tutto ciò ha ben poco a che vedere con quella dimensione, tanto cara ai “multiculturalisti” di ogni sorta, con l’astrattezza della dimensione culturale, ma detta incomprensione affonda le sue radici in una condizione materiale sostanzialmente tanto estranea quanto distante a quella dei nostri Millennial.
Più che focalizzare lo sguardo sulle culture diverse occorre, allora, tenere a mente la diversa materialità che fa da sfondo alla vita dei “piccoli uomini” albanesi rispetto a una parte degli adolescenti nostrani. Una parte perché anche all’interno dei nostri mondi, tra chi può vantare la condizione propria del Millennial e ampie quote di minori subalterni, si assiste a una cesura non proprio secondaria. Al proposito è sufficiente ricordare la “differenza antropologica” riscontrabile tra gli studenti di un liceo e quelli di un istituto professionale, per non parlare delle quote non propriamente irrisorie di coloro che vanno a riempire le schiere degli “abbandoni scolastici” e coevo inserimento nell’indistinto mondo del lavoro occasionale o delle micro-attività illegali.

Mentre i Millennial approdano in maniera pressoché inerziale nella dimensione del giovane per sempre i “piccoli uomini”, in maniera altrettanto inerziale e sovra determinata, sono obbligati a crescere in fretta6. Le derive alle quali sono obbligati non consentono loro incertezze di sorta. Immersi nella dimensione del più duro e bieco darwinismo sociale non possono far altro che marciare o morire. Per quanto sinteticamente tutto ciò evidenzia come, nelle nostre società, le tradizionali differenze di classe abbiano finito con il cambiare pelle. Tra i Millennial e i loro coetanei non vi sono semplici differenze di status e di reddito ma uno scarto che può essere definito “antropologico”. All’inclusione e legittimità dei primi si contrappone l’esclusione e l’illegittimità dei secondi. A partire da qua, allora, diventa possibile, in maniera “avalutativa”, comprendere tutto ciò che il fenomeno gang si porta appresso.

Genealogia delle gang
Nel descrivere i comportamenti dei giovani albanesi attualmente presenti sul territorio genovese sono almeno tre gli aspetti che vanno tenuti a mente. Il primo ha a che vedere con il fenomeno dell’immigrazione interna consumatosi in patria. Gran parte di loro, infatti, proviene dalle zone rurali dell’Albania dove, prima del salto in Europa, hanno stazionato per periodi più o meno lunghi nei centri urbani del loro paese. Il punto di partenza è una condizione di estrema povertà e privazione dove, in non pochi casi, mettere insieme il pranzo con la cena ha ben poco di scontato il che non è per nulla un modo di dire. Una minima conoscenza delle loro biografie racconta come pane, olio e sale siano stati sovente la loro alimentazione base. Una differenza non proprio inessenziale con i nostri mondi dove una quota non proprio irrisoria di popolazione spende molto di più per dimagrire che per nutrirsi. Questa condizione di carenza alimentare, al limite del famelico, può essere facilmente testimoniata da chiunque abbia avuto a che fare con i minori albanesi inseriti in una qualche struttura deputata all’accoglienza dei “minori stranieri non accompagnati”. Il cibo somministrato a pranzo e cena, tra l’altro non proprio di ottima qualità, si trasforma, almeno inizialmente, in un vero e proprio “assalto alla diligenza”. Con buona pace dei multiculturalisti lo stomaco e non una qualche forma di hybris culturalmente determinata detta i loro ritmi e tempi. Detto ciò torniamo al nostro ragionamento.
Qua, ovvero negli ambiti urbani nei quali sono approdati, sono andati a infoltire quelle schiere di forza lavoro a buon mercato della quale il comando del capitale è famelico. Ma comando del capitale in astratto vuol dire poco se, al contempo, non se ne concretizzano le sembianze. Ed è esattamente qui che i giochi si complicano ma si fanno anche interessanti. Comando capitalistico, in Albania, significa in gran parte “comando italiano”. Ciò che non era riuscito all’impresa imperiale fascista, che proprio in Albania aveva conosciuto l’ennesima sua disfatta, ha trovato una corposa rivincita attraverso il recente colonialismo democratico proprio della cosiddetta era globale. In Albania si sono precipitate frotte di aziende e industrie italiane le quali hanno impiantato siti produttivi dove, in maniera semi-schiavistica, hanno potuto mettere al lavoro, in pieno accordo con i diversi governi che si sono succeduti nel paese, parti non irrilevanti delle masse proletarie e subalterne locali. L’Albania, come ampiamente noto, è il paese con i salari più bassi del Continente europeo e dove le protezioni sociali si materializzano solo dopo la masticazione di qualche fungo allucinogeno.
Per le imprese italiane si è trattato di una opportunità senza precedenti e non si sono certo fatte sfuggire l’occasione. A conti fatti l’Albania è un paese colonizzato con governi del tutto proni alle esigenze del comando capitalistico internazionale e, sotto il profilo militare, sotto tutela NATO. In tutto ciò l’Italia gioca un ruolo di attore protagonista. Le pessime condizioni di vita ed esistenza della popolazione albanese sono, in buona parte, frutto della dominazione economica italiana. Ciò non sfugge, senza dover essere esperti di geopolitica e geo-economia, ai giovani subalterni albanesi i quali, nei confronti del nostro paese, non nutrono sentimenti particolarmente sereni e amichevoli. Succede, con i giovani albanesi, ciò che accade abitualmente con gli immigrati africani dell’area francofona. Chi, in qualche modo ha avuto a che fare con quella immigrazione, sa benissimo quanto astio e odio i giovani africani francofoni nutrano nei confronti della Francia la quale, a tutti gli effetti, continua a esercitare una dominazione di stampo coloniale nei confronti delle ex colonie. Per i giovani albanesi l’Italia rappresenta esattamente ciò che la Francia incarna per i loro coetanei africani.
Non senza ragione, quindi, nei comportamenti “barbari” dei giovani albanesi si potrebbe leggere una sorta di anticolonialismo istintuale il quale, come ben ha rilevato Fanon, finisce con il far sorgere nel colonizzato il desiderio di sostituirsi al colono. Infatti, contrariamente a quanto amano pensare o, più realisticamente, desiderare le anime belle della sinistra perbenista sempre alla ricerca di un mitico selvaggio, la condizione del quale può essere facilmente ascritta al “grado zero, da educare e plasmare al fine di edificare l’uomo nuovo, i giovani albanesi, ma la cosa vale per l’insieme dei soggetti migranti, hanno ben poco di selvaggio, piuttosto è la figura del barbaro quella che meglio gli si addice. In ciò, con grande disappunto degli educazionisti di ogni genere e risma, mostrano una corposa sintonia con i nostri modelli culturali e morali. In un mondo fondato sul dominio i “nuovi barbari” provano a dominare a loro volta. Dentro questa contraddizione e non andando alla ricerca del buon selvaggio, semmai, è necessario lavorare per far sì che questo anticolonialismo istintuale si trasformi in qualcosa di diverso. Dentro questa strettoia occorre saper agire. In ciò non vi è alcuna certezza ma, come la storia del nostro paese racconta a proposito delle gang e delle “batterie” degli anni Settanta, sicuramente una possibilità che occorre saper cogliere e coltivare. Riassumendo, quindi, l’astio nei confronti della nostra dominazione neocoloniale è il primo aspetto che occorre tenere presente quando si affronta la questione delle gang giovanili albanesi. Questa la cornice oggettiva da tenere costantemente a mente.

(Fine prima parte)


  1. Per una buona disamina di queste retoriche si può vedere, Alessandro Dal Lago, Polizia globale: guerra e conflitti dopo l’11 settembre, Ombre Corte, Verona 2003.  

  2. Ho provato a descrivere empiricamente queste procedure poliziesche in relazione alla “rivolta della banlieue”, Emilio Quadrelli, Militanti politici di base. Banlieuesards e politica, in Matilde Callari Galli (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Guaraldi, Rimini 2007.  

  3. I senza nome, scritto e diretto da Jean-Pierre Melville, è un film noir italo–francese del 1970.  

  4. Cfr. Alessandro Dal Lago, Emilio Quadrelli, La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, Feltrinelli, Milano 2003.  

  5. La figura del “minore” ha ben poco di universale e ancor meno di naturalistico, ma è il frutto di determinati “ordini discorsivi” e di “potere”. Al proposito si veda, Egle Becchi, Dominique Julia (a cura di), Storia dell’infanzia dal ‘700 a oggi, Laterza, Roma 1996.  

  6. Si veda al proposito, Cristiana Ceci, Francesco Iarrera (a cura di), Ho viaggiato fin qui. Storie di giovani migranti, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento 2017.  

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A proposito del fascismo di ieri, di oggi e di altro ancora https://www.carmillaonline.com/2024/03/13/a-proposito-di-fascismo-di-ieri-e-di-oggi-e-di-altro-ancora/ Wed, 13 Mar 2024 21:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81425 di Sandro Moiso

Enrica Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 1190, 45 euro

Scrive l’autrice del testo pubblicato da UTET/DeAgostini nell’Introduzione: «Prima di scrivere un libro che riguarda un periodo così controverso, il cui ricordo è ancora vivo nella mente di alcuni, è necessario fare qualche premessa». E, in effetti, varie premesse andrebbero fatte anche prima di recensirlo, a partire dal fatto che il periodo del ventennio fascista non è soltanto un «ricordo ancora vivo nella mente di alcuni», ma un ben preciso periodo di tempo e pratica politica, statale e non, sul quale abbondano sia la [...]]]> di Sandro Moiso

Enrica Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 1190, 45 euro

Scrive l’autrice del testo pubblicato da UTET/DeAgostini nell’Introduzione: «Prima di scrivere un libro che riguarda un periodo così controverso, il cui ricordo è ancora vivo nella mente di alcuni, è necessario fare qualche premessa». E, in effetti, varie premesse andrebbero fatte anche prima di recensirlo, a partire dal fatto che il periodo del ventennio fascista non è soltanto un «ricordo ancora vivo nella mente di alcuni», ma un ben preciso periodo di tempo e pratica politica, statale e non, sul quale abbondano sia la ricerca storica che la memorialistica. Quest’ultima, più della prima, spesso di parte e attenta, come sostiene sempre nell’Introduzione Enrica Garzilli, a salvaguardare l’integrità morale e politica dei testimoni più che la realtà dei fatti narrati. Sottolineando che si preferisce qui usare il termine “realtà” piuttosto che “verità”, nel tentativo di limitare almeno in parte l’alto tasso di discutibile interpretazione soggettiva cui spesso si accompagna la seconda.

Per comprendere appieno le ragioni di questo pistolotto iniziale e di questa recensione, occorrerebbe sfogliare con attenzione i Paralipomeni della batracomiomachia di Giacomo Leopardi e, in tale testo ottocentesco, trovare la giusta epigrafe per commentare qualsiasi discorso che si occupi delle imprese degli attuali “fascisti” e “antifascisti” istituzionali che ammorbano con le loro velleità politiche e culturali l’aere mediatico, rendendolo, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, sempre più simile a un pantano. Allo stesso tempo immobile e mobile come le sabbie destinate a trascinare nella melma, fino a seppellirlo, qualsiasi ragionamento o tentativo di inquadramento dei problemi connessi ai primi due senza per forza cadere nella banalità e nell’irrazionalità delle ideologie immutabili e pregresse.

Pretesa veramente assurda, quest’ultima, all’interno di una società (“dello spettacolo”, sia sempre benedetta l’intuizione di Guy Debord) in cui il palco di Sanremo vale quanto il parlamento e un’affermazione fatta da uno dei presentatori o dei cantanti in gara quanto un decreto legge o una ponderata riflessione filosofico-politica. Avvicinando molto la situazione italiana attuale a quella già derisa dal poeta di Recanati, nei versi composti tra il 1831 e il 1837, anno della sua morte.

Anni in cui il poeta e filosofo italiano avrebbe portato alle estreme e più mature conclusioni la sua lunga e materialistica riflessione sulla condizione umana e le illusioni, spesso men che infantili, religiose e “ideali” che ne giustificavano ogni suo aspetto più meschino, prolungandone non solo le sofferenze, ma anche la condizione di sottomissione della società italiana dell’epoca sia alle risibili monarchie nazionali, senza mai discuterne l’intrinseca religiosità e inettitudine, che a quelle, ben più potenti, austro- borboniche che si erano spartite l’Italia da secoli.

La battaglia dei topi e delle rane, appoggiate queste ultime dai ben più temibili e “corazzati” granchi, si ispirava a un poema greco in 303 versi attribuito, senza prove concrete, a Omero e la cui altrettanto controversa datazione copre un periodo compreso tra il V e il I secolo a. C. Il poemetto classico serviva però a Leopardi per mettere alla berlina sia i presunti progressisti della causa nazionale, in Italia come in Francia, che i loro fieri e ultra-conservatori avversari insieme alle potenze straniere di cui difendevano gli interessi.

Topi, rane e granchi presi tutti insieme non fanno certo una gran figura, ma ad uscire con le ossa rotte sono proprio i primi, ovvero i progressisti, che sventolando propositi liberali e organizzando inconcludenti cospirazioni non fanno altro che rendere i loro avversari ancora più forti e “cattivi” e pagando per questo prezzi esagerati, in termini di vite e carcerazioni, considerati i risultati (non) raggiunti.

Urlano sempre al lupo oppure alla vittoria certa i topi, per poi, però, fuggire a gambe levate di fronte all’avversario o tremare di paura al solo pensiero di ciò che questo potrebbe fare una volta assiso al trono. Sono gli anni compresi tra il 1820 e il 1830, grosso modo, quelli di cui parla il grande e sarcastico materialista ottocentesco, eppure non si può fare a meno di pensare all’autentica “beata ignoranza” che anima e dà fiato ai dibattiti attuali sul pericolo fascista rappresentato dalle attuali forze di governo e alle richieste dell’antifascismo istituzionale per fargli fronte.

In realtà, però, dietro alle richieste fatte a nostalgici del fascismo di antica data di fare professione di antifascismo oppure, da parte avversa, quella di fare pubblica ammenda sulle foibe o di schierarsi, senza se e senza ma, con il sionismo di Netanyahu in nome del rigetto dell’antisemitismo o, ancora, con Zelensky e l’Ucraina contro il putinismo che i due avversari si rimpallano senza alcuna vergogna o senso del limite e del ridicolo, sta il fatto che i due contendenti costituiscono le due facce di una stessa medaglia di governo e/o politica in cui forze prive di identità alcuna, dopo un adeguamento pluridecennale al comando del capitale finanziario e alle necessità del capitale sovranazionale di salvaguardare i propri profitti e interessi, cercano di spartirsi poltrone e potere fingendo e rivendicando meriti e radici politiche e ideologiche di cui non costituiscono più nemmeno un lontano fantasma. Come dire che, da queste parti e lungo le sponde della sempiterna italietta non si aggirano più né il fantasma del comunismo né, tanto meno, quello del fascismo. Perlomeno, attualmente, nelle forme in cui si erano storicamente prospettati.

Aleggia invece, ovunque e su tutte le forze in campo, l’olezzo di un liberalismo, fasullo anch’esso in un paese in cui il peso della Chiesa non è mai diminuito in maniera significativa, che, identificatosi totalmente con i valori dell’Occidente e della Nato, non fa altro che spingere l’intera nazione nel baratro di un conflitto armato di cui gli stessi governanti e i loro avversari non intendono i fini e le ragioni, ma a cui si adeguano per mancanza di idee e prospettive. Una guerra ideologica dei topi e delle rane, per tacer dei granchi, dunque. E tutto questo costituisce il motivo per cui varrebbe la pena di leggere, o almeno sfogliare, l’opera di Enrica Garzilli pubblicata sul finire del 2023 .

Enrica Garzilli è specialista di indologia e studi asiatici, collaboratrice di ricerca e docente di sanscrito, buddhismo, induismo e diritto indiano all’Università di Delhi e a Harvard (1992-2016) oltre che di Religioni e culture dell’Asia e Storia del Pakistan e dell’Afghanistan alle Università di Perugia e Torino. Ha fondato ed è stata direttore della Harvard Oriental Series – OM. Collabora con numerose riviste e quotidiani nazionali e con la Rai in ambito politico, storico e geopolitico. Nel 1997 ha fondato l’Asiatica Association, un’organizzazione no profit che diffonde la conoscenza e lo studio delle culture asiatiche. Ha fondato e diretto le riviste accademiche online IJTS (Tantrism) e JSAWS (Gender Studies) (1995-2019).

Mussolini e Oriente segue con attenzione un tema che, come afferma l’autrice, è stato tutto sommato poco sviluppato nell’ambito della ricerca storiografica italiana, una volta escluso uno studio di Renzo De Felice pubblicato nel 19881 cui l’autrice paga tributo non soltanto nel titolo. Tema costituito dal tentativo mussoliniano di ampliare la presenza e l’influenza italiana in quelle che, allora, erano ritenute aree di pertinenza o appartenenza dell’impero britannico.

Se tale tentativo, senza mai nascondere le pose teatrali e gigionesche del Duce e confermandone le velleità imperiali richiamantisi a un sempre (ancor oggi) troppo poco sbiadito mito di Roma, finì da un lato nel ridicolo e dall’altro nella tragedia del secondo conflitto mondiale a fianco dell’alleato hitleriano, allo stesso tempo segnava una grande distanza di intenti, rispetto al presunto “fascismo” odierno. Soprattutto nel volersi confrontare con le potenze coloniali e imperiali che all’epoca ancora potevano spartirsi il mondo (Francia e soprattutto Regno Unito), senza accettarne supinamente (come invece accade oggi per la politica estera italiana, qualsiasi sia il colore del governo in carica dalle guerre balcaniche in poi, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti) le mire espansive e gli obiettivi politico-militari. Considerato che l’ultimo atto di autonomia, in contrasto con la politica americana nel Mediterraneo, in decenni recenti, è stato forse quello dell’incidente di Sigonella, nell’ottobre del 1985, che costituì un caso diplomatica tra Italia e Stati Uniti, ai tempi del primo governo Craxi con Giulio Andreotti agli Affari Esteri.

Su questo aspetto della politica estera italiana torneremo ancora più avanti, mentre ora, per ragioni di brevità si riassumeranno, molto sinteticamente, le vicende storiche, politiche e, talvolta, degne di una commedia che l’autrice descrive e inquadra grazie ad un’enorme mole di materiali storiografici e d’archivio, dando vita a una ricostruzione basata su documenti originali come, ad esempio, gli appunti inediti di Tagore, Mussolini e Andreotti.

Nel 1924 Mussolini accettò la proposta del «camerata samurai» Harukichi Shimoi di fare da testimonial per una bevanda analcolica giapponese. Due anni dopo la fotografia del Duce planava dai cieli nipponici su una folla entusiasta, che riconosceva nel Fascismo gli stessi valori fondanti del Bushido: “coraggio, lealtà, senso del dovere e dell’onore e la visione eroica dell’agire in nome di un ideale fino al sacrificio estremo”.

Se il legame tra l’Italia e l’Impero di Hirohito dopo il 1936 è noto, poco si sa in merito ad altre potenze dell’Asia che nutrivano verso il Duce una fascinazione altrettanto forte come l’India di Gandhi che, sebbene non approvasse «il pugno di ferro» con cui Mussolini governava, ne elogiava l’impegno in campo sociale, specialmente quello a favore delle classi rurali e delle categorie deboli come orfani, vedove, ragazze madri, riconoscendogli servizio e amore verso il popolo. Mussolini – che segretamente definiva l’India «il forziere del mondo» e mirava a controllarla – rappresentava per Gandhi, anche un importante alleato in funzione antibritannica.

Ancora meno noto è il legame con l’Afghanistan, punto nevralgico dell’Asia centrale, scacchiere su cui si erano scontrate nel “Grande Gioco” le maggiori potenze del tempo, Gran Bretagna e Russia, e di cui, nel 1921, l’Italia fu il primo Paese al mondo a riconoscere l’indipendenza, stipulando accordi di collaborazione. Le mire internazionali di Mussolini erano affiancate da una vivace propaganda culturale. Fondamentale, in tale senso, è da considerare l’operato di personaggi come l’esploratore Giuseppe Tucci, portavoce del Fascismo in India e in Nepal, Gian Galeazzo Ciano, console d’Italia in Cina, Pietro Quaroni, ambasciatore a Kabul e abile tessitore di alleanze con i ribelli waziri.

Con alle spalle anni di ricerca, Enrica Garzilli ricostruisce così un grande affresco sulle operazioni di Mussolini nelle terre di quell’Oriente «fratello non di sangue», consegnandoci un’opera che inquadra gli anni del Ventennio secondo parametri scarsamente considerati prima. Una ricerca storiografica in cui il razzismo fascista si accompagna all’attenzione per le culture locali, soprattutto quando queste potevano essere fatte derivare dall’arianesimo e altre manfrine ottocentesche2 oppure ad un superiore spiritualismo che sempre aveva costituito un forte richiamo, come lo rimane ancora tutt’ora, per la Destra ispirantesi sia a Julius Evola che al tradizionalismo più arcaico. E di cui, tanto per attualizzare e chiarire il senso di quanto appena affermato, le controverse interpretazioni dell’opera di Tolkien e di Lovecraft costituiscono ancora la manifestazione epifenomenica nella critica letteraria.

In tale contesto di attenzione parziale alle culture e religioni ”altre” e, in particolare, ad una certa mistica visionaria di origine tibetana si manifesta una certa continuità ideologico-spirituale tra certi protagonisti delle battaglie delle “armate bianche” contro la vittoria dei soviet e delle armate rosse nella “Madre Russia”3 e lo “spiritualismo” di certa destra italiana fino a Gianfranco de Turris.

Personaggio centrale, per le vicende narrata dalla Garzilli e per la diffusione di una certa immagine dell’Italia fascista in Asia, è sicuramente quella di Giuseppe Vincenzo Tucci (1894 –1984) al quale l’autrice ha dedicato in passato una voluminosa e dettagliata opera di carattere biografico tutt’altro che priva di interesse4, soprattutto per chi voglia approfondire la storia dell’archeologia italiana in Asia e delle mire politiche che spesso hanno accompagnato le missioni archeologiche occidentale, ma anche russe, nei continenti extra-europei.

Lo studioso italiano più attivo nella propaganda e più coinvolto nelle attività del regime, quello che portò i nazionalisti bengalesi in Italia – con l’eccezione di Tagore5 invitato da Formichi – , fu Tucci, che della politica culturale fascista non fu solo un esecutore ma anche un instancabile ideatore. Da anni era determinato a dare corpo a un progetto: creare un’istituzione per diffondere lo studio della cultura asiatica in Italia, ovviamente diretta da lui, e promuovere gli scambi con l’Asia. […]
Tucci riconosceva a se stesso […], quando propose la creazione dell’IsMEO6, un duplice compito: «come orientalista e come diffonditore della cultura italiana». Con il sostegno di Gentile e in linea con la visione della poltica estera di Mussolini e la sua malcelata rivalità cion la Germania e la Francia scriveva che il suo scopo era quello «di creare in Italia una scuola orientalistica che potrebbe battere quelle straniere». Il 9 marzo 1931, infatti, inviò da Roma una relazione a Sua Eccellenza il Capo del Governo in cui si proponeva la creazione di un istituto con questi scopi, simile «all’Istituto Buddhista di Leningrado, alla Società degli amici dell’Oriente di Parigi o alla Società indiana di Berlino»7.

Orientalista, esploratore, storico delle religioni e buddhologo italiano, Giuseppe Tucci è stato autore di numerose pubblicazioni, articoli scientifici, libri ed opere divulgative. Ha condotto diverse spedizioni archeologiche in Tibet (sette tra la fine degli anni Venti e il 1939), India, Afghanistan ed Iran. Durante la vita, è stato unanimemente considerato il più grande tibetologo del mondo.

Aveva aderito al fascismo senza grande interesse politico ma, un po’ pirandellianamente, nella speranza che il regime finanziasse i suoi studi, le sue ricerche e spedizioni, in una visione della vita di carattere dannunziano in cui, come lui stesso affermava, «l’uomo è nato con un duro destino dal quale può trovar scampo soltanto l’asceta o il poeta». A differenza di Pirandello, le cui opere furono ritenute sempre troppo provocatorie per il regime, Mussolini decise di finanziarlo a fini politici, per diffondere l’immagine dell’Italia in Asia e prendere contatti con l’India in vista di un possibile disgregamento dell’Impero Britannico.

Tralasciando ora le esperienze di ricerca, la carriera, le convinzioni e le conoscenze, tra le quali occorre segnalare ancora quella di Mircea Eliade8, dell’alfiere dell’archeologia italiana in Asia centrale, occorre qui, con un salto temporale di due decenni, ricordare, che, nel dopoguerra il “santo patrono” della riapertura dell’IsMeo nel 1947, sotto la guida di Tucci, fu un ancor ventottenne Giulio Andreotti, allora già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Così, come afferma ancora l’autrice:

Vennero allestite mostre d’arte orientale a dir poco fastose che non avevano precedenti per la rilevanza dei pezzi esposti e per l’afflusso di pubblico: da campo di studi ristretto e sofisticato, riservato ai pochissimi che se lo potevano permettere, l’Oriente stava diventando un fenomeno di massa. E se l’attività dell’istituto dopo Mussolini si svincolò dall’azione politica e divenne più chiaramente culturale, ciononostante non smise mai di svolgere un lavoro di intelligence e di essere strumento di soft power9.

Il recensore deve qui scusarsi per aver saltato la narrazione delle imprese dell’imperialismo “straccione” italiano in Asia ed essere volato alle conclusioni che seguono, che si riallacciano, però, con quanto affermato all’inizio.
L’interesse di tutto il testo, che a volte simpatizza un po’ troppo per le imprese e gli ardori mussoliniani e in altre soffre di una certa pedanteria accademica, è proprio racchiuso nel tracciare la via che dalle politiche del Fascismo originario ha portato fino alle scelte dei governi italiani successive alla fine del Ventennio. Una continuità che se è spesso stata segnalata a livello di leggi, pratiche poliziesche e cariche amministrative, politiche e istituzionali, non è mai stata colta nella continuità di una certa politica estera nei confronti del Medio Oriente e dell’area mediterranea.

Non a caso la figura di Giulio Andreotti, dopo esser stata segnalata a proposito di Sigonella, è tornata nelle righe finali di questa fn troppo stringata recensione di un testo che meriterebbe ancora altre attenzioni e considerazioni. Questo per dire che se c’è stata continuità tra fascismo e governo italiano questa è stata anche in ambiti e pratiche di politica estera che tutti i governi italiani della cosiddetta Seconda Repubblica non hanno più perseguito, sia a Destra che a Sinistra. Dalla partecipazione alle guerre balcaniche, con i bombardamenti sulla Serbia, fino alla Prima guerra del Golfo e alle scelte odierne sia a riguardo dell’Europa Orientale che del Medio Oriente.

Da allora, non a caso l’IsMEO viene unito ad altro istituto nel 1995 e poi chiuso insieme a quello nel 2012 (come già è stato segnalato nella nota 6), tutti i governi hanno abbandonato le politiche, sicuramente neo-coloniali e subdolamente imperialistiche, che il regime aveva contribuito a definire, sulla base, però, di un più generale rinnovamento del capitalismo italiano, come sempre a spese della classe operaia, di cui, tanto per chiarire, l’azione di Enrico Mattei in Africa settentrionale fu ancora una conseguenza, ben lontana da quella prospettata sulla carta dall’attuale governo Meloni. Ampiamente in ritardo sull’azione russa e cinese nell’Africa Subsahariana, fino al farlocco voto parlamentare su Gaza o all’inutile e probabilmente controproducente missione Aspides nel Mar Rosso oppure alla comparsata della premier a Kiev in occasione della presidenza italiana del G7.

Razzismo e manganellate sono tranquillamente convissuti in Italia ben prima dell’avvento del governo di “destra”, e non soltanto per merito della Lega che, al massimo, per anni ha raccolto gli umori di una classe media e di una classe operaia indebolite e impoverite e, allo stesso tempo, ancora incapaci di rivoltarsi verso la mano che le tiene tuttora al guinzaglio. Mentre anche le manganellate a studenti ed operai sono state equamente distribuite, e talvolta in maniera molto più violenta delle attuali, dai governi di centro-sinistra. Dall’azione del governo Leone II nel 1968 contro i moti studenteschi a quello Rumor I successivo con gli scontri di Corso Traiano a Torino e, non potendo ricordare qui tutti gli eventi repressivi di cui furono protagonisti i governi di centro-sinistra, fino alle “quattro giornate di Napoli” del 2001 quando i maganellatori del governo di “sinistra” Amato II, il 17 marzo, servirono ai manifestanti del Global Forum l’antipasto di quello che sarebbe stato il G8 di Genova.

Non occorre procedere oltre, poiché sarebbe soltanto ridondante. Ma, per tirare le conclusioni, è necessario sottolineare come un paese privo di una classe dirigente degna di questo nome, in cui la presunta borghesia nazionale ha finanziarizzato l’economia senza dar vita ad un’autonoma strategia d’impresa economica o politica e che ha colto nella globalizzazione soltanto il momento in cui poter abbassare i salari e svendere le imprese al miglior offerente, oggi finge una battaglia politica inesistente al suo interno soltanto per poter continuare a svolgere il ruolo di lacchè nei confronti di altre economie più potenti.

Tutto questo non vuole costituire, però, il solito piagnisteo sulla patria tradito oggi diffuso dai nazionalisti di sinistra o da un’estrema destra ridotta al lumicino che contesta le privatizzazioni. Piuttosto un invito a guardare negli occhi il nemico di sempre, il capitale nazionale e internazionale, spogliandolo di ogni orpello ideologico per sfidarlo là dove è più debole e risibile.

Il libro di Enrica Garzilli, pur nelle sue imperfezioni, oltre che a una rilettura non convenzionale di quelli che furono gli interessi geo-politici italiani in Asia, può fornire, indirettamente, strumenti per contestare e abbattere un gigante dai piedi di argilla, sia quando questo si appoggia sul piede destro oppure su quello di sinistra. Rivelando, allo stesso tempo e ancora una volta indirettamente, come la fascinazione per le dottrine filosofico-religiose asiatiche, basate sostanzialmente sulla liberazione, spiritualità e affermazione del soggetto e dell’individuo, appartengano pienamente all’immaginario di destra. Così come Tucci, Eliade ed altri, con la loro opera, hanno sempre finito col dimostrare.


  1. R. De Felice, Il Fascismo e l’Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988.  

  2. In proposito si veda: M. Bernal, Atena nera. Le radici afro-asiatiche della civiltà classica, Il Saggiatore, Milano 2011 e G. Semerano, La favola dell’indoeuropeo, Bruno Mondadori Editore, Milano 2005.  

  3. Si vedano in proposito: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012 e F. Ossendowski, Bestie, uomini e dei (prima edizione italiana 1925), Fratelli Melita Editori, Genova 1987. Si noti bene che nel titolo del secondo testo qui citato le “bestie” sono i comunisti, gli “uomini” i combattenti delle armate bianche e gli “dei” sostanzialmente coloro che stanno ai vertici del monachesimo tibetano, in particolare il Dalai Lama con i suoi insegnamenti “segreti”.  

  4. E. Garzilli, L’esploratore del Duce. Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti, vol. I pp. LII + 685 – vol. II pp. XIV + 725, Asiatica Association, Milano 2012.  

  5. Rabindranath Tagore, nome anglicizzato di Rabíndranáth Thákhur (1861 – 1941) è stato un poeta, drammaturgo, scrittore e filosofo bengalese, premio Nobel per la letteratura nel 1913. Sostenitore dell’indipendenza dell’India almeno fin dal 1919, ha visto i testi di alcune sue poesie inseriti, prima, nell’inno nazionale dell’India nel 1950 e, successivamente, in quello del Bangladesh a partire dalla sua secessione dal Pakistan nel 1972. Dopo le aspre critiche rivolte al regime fascista, Tagore aveva perso il sostegno dato dal governo italiano all’Università Visva Bharati in cui insegnava. – NdR.  

  6. Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, nato nel 1933 e fusosi nel 1995 con l’Istituto italo-africano di Roma, dando vita all’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO) posto in liquidazione coata amministrativa ne 2012. A dirigere l’IsMeo erano stati chiamati Giovanni Gentile (1933-1944), Giuseppe Tucci (1947-1978), Sabatino Moscati (1978-1979) e Gherardo Gnoli (1979-1995) – NdR.  

  7. E. Garzilli, Mussolini e Oriente, UTET/DeAgostini Libri, Milano 2023, pp. 542-543.  

  8. Mircea Eliade (Bucarest 1907 – Chicago 1986) è stato uno storico delle religioni, antropologo, scrittore, filosofo, mitografo e saggista romeno.
    Nel 1927 si impegnò attivamente nella “Nuova Generazione Romena” e i suoi articoli di questo periodo contribuirono a formare l’assetto teorico della Guardia di ferro di Corneliu Zelea Codreanu, movimento ultranazionalista di ispirazione fascista e antisemita. Dopo la laurea in filosofia (1928) vinse una borsa di studio per studiare a Calcutta, tra il 1928 e il 1931, la filosofia indiana con Surendranath Dasgupta, in casa del quale incontrò Giuseppe Tucci.
    L’esperienza e gli studi di questo periodo e lo stretto contatto con le religioni dell’India influenzarono profondamente il suo pensiero. La sua tesi di dottorato, discussa a Bucarest nel 1933, fu pubblicata a Parigi nel 1936 con il titolo Yoga, essai sur les origines de la mystique indienne (che sarebbe poi diventato, dopo successive rielaborazioni, il saggio Lo yoga, immortalità e libertà). NdR.  

  9. E. Garzilli, Mussolini e Oriente, op. cit., pp. 873-874.  

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La legge a faccia nuda https://www.carmillaonline.com/2023/09/24/79085/ Sat, 23 Sep 2023 22:05:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79085 di Luca Baiada

Alessandra Ballerini, La vita ti sia lieve. Storie di migranti e altri esclusi, prefazione di Erri De Luca, postfazione di Fabio Geda, Zolfo Editore (2013) 2023, pp. 248, euro 17.

«Cosa pensi di fare, avvocato del cazzo, puttana, difendi quelle merde del Social forum? Allora ti ammazziamo insieme agli altri». Alessandra Ballerini è trattata così il 21 luglio 2001, a Genova, davanti alla scuola Diaz. Ne è uscita poco prima, alla fine di una giornata d’impegno politico e giuridico. Aveva bisogno di una pausa, di una doccia. Quelli rimasti dentro [...]]]> di Luca Baiada

Alessandra Ballerini, La vita ti sia lieve. Storie di migranti e altri esclusi, prefazione di Erri De Luca, postfazione di Fabio Geda, Zolfo Editore (2013) 2023, pp. 248, euro 17.

«Cosa pensi di fare, avvocato del cazzo, puttana, difendi quelle merde del Social forum? Allora ti ammazziamo insieme agli altri». Alessandra Ballerini è trattata così il 21 luglio 2001, a Genova, davanti alla scuola Diaz. Ne è uscita poco prima, alla fine di una giornata d’impegno politico e giuridico. Aveva bisogno di una pausa, di una doccia. Quelli rimasti dentro l’hanno avvertita subito, per telefono, della violenza che si è scatenata su di loro, inermi. È tornata ma non la fanno entrare. C’è un pestaggio atroce che per gli atti ufficiali vorrebbe essere una perquisizione, lei sente le grida, è avvocata, ha diritto e dovere di assistere gli indagati, le hanno dato un mandato fiduciario. Già: avvocato, diritto, dovere. Parole che di colpo hanno perduto ogni senso. La giovane legale sbatte subito il muso contro la realtà: i rapporti di forza la spingono giù nel vuoto, con un calcio e senza rete.

Anni dopo, presentando il suo libro, rifletterà su un cortocircuito della memoria: la Diaz era una scuola, divenne luogo di tortura, adesso c’è chi la chiama come una sede militare: caserma Diaz. La violenza ha conseguenze anche sulle cose, sui luoghi, è una macchia difficile da cancellare. È possibile anche il percorso inverso. Il Piccolo Teatro di Milano fu realizzato, dopo la guerra, dove i nazifascisti torturavano i partigiani. Certo, per recuperi così, per celebrare i misteri vittoriosi, ci vogliono le persone giuste: Giorgio Strehler, Paolo Grassi, il sindaco Antonio Greppi. Questo conferma che il tradimento degli intellettuali – giuristi compresi – è un danno amaro, un veleno a lungo termine. Al tossico si aggiunge il furto delle medicine. Anzi, il furto con contrabbando al nemico.

Bene, allora, che La vita ti sia lieve apra su Genova, per affacciarsi su violenze e indagini, soprusi e tentativi di rimedio, disperazioni e nuovi cammini. Storie accomunate dall’impegno in uno studio legale che all’occorrenza diventa rifugio, tetto provvisorio per les épaves che le onde vogliono trascinare via, far scomparire.

Disarmante, la domanda di un bambino, in una scuola, perché non l’ha mai vista in televisione: sei sicura di essere un avvocato? Lei si aggrappa alle carte – è un costume tipico dei giuristi, in quelli di tradizione continentale scatta con speciale pignoleria – e si fruga le tasche come se fosse davanti alle guardie, per mostrare il tesserino. L’interrogativo del piccolo sfuma ma il tema no, evidentemente: eccola, rimasta sola nella pagina, che si ritrova a guardarselo, il suo tesserino. Non si sa mai.

Quella perplessità sul ruolo è un pungolo di coscienza. Chi attraversa davvero questi dubbi non corre il rischio di difendere gli alti papaveri, insomma di far la cresta sui crimini dei colletti bianchi. Qualcuno nell’avvocatura l’ha scelto per mestiere, sapendo bene che i colletti bianchi programmano una parte del bottino per le spese di difesa, in un circuito maligno. Un po’ come i compensi stellari degli alti dirigenti d’azienda hanno il sottinteso, all’occorrenza, del carochimica per gli stimoli sintetici, legali e no. Che l’autrice abbia scelto i colletti sporchi? Forse ha scelto anche le persone senza colletto, quelle come il mediano Abdul nella canzone di Paolo Rossi, che quando giocava nel Gabul portava la maglia nera con le righe nere («niente, giocavo a torso nudo, e allora?»).

Nella scuola, il bambino dubita che lei sia un avvocato; a Genova, chi bastona in divisa ne è certo ma insulta e minaccia. Due negazioni diverse, ovvio, solo una colpevole. Entrambe, però, ci dicono quanti ostacoli ci sono fra da un lato uomini e donne della giustizia, dall’altro la prepotenza, lo spettacolo e i loro servi. Un sunto di questo è nella storia di Kamel, ex poliziotto algerino. In Italia, dopo mille mestieri e disavventure, si ritrova a fare l’informatore per la polizia, con un ma: gli chiedono di infiltrarsi nei centri sociali e si rifiuta. Il motto è che quando non si riesce ad avere giustizia, intanto è bene cercarla in proprio.

I soccorsi non sono solo materiali. Ai giovanissimi che assiste, Alessandra Ballerini regala libri. Primeggia un testo di formazione col sottinteso del combattimento: Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Scrittore e artista, esteta raffinato, caduto pilotando un caccia nella guerra contro la Germania nazista. Sono parentele misteriose, quelle fra l’arte e un eroe, e La vita ti sia lieve non è sordo a legami nascosti, come quelli creati dalla tecnica degli orti sinergici, insegnata ai detenuti. Sembra che la rosa e il carciofo crescano bene insieme; eppure hanno modi così diversi, di farsi perdonare le spine. La storia del fiore e dell’ortaggio corazzato ha il buon sapore – possiamo dire antico, classico come il più caloroso Novecento – di ciò che è stato chiamato «il pane e le rose».

Col pane e con le rose si affaccia qualcosa, un timbro personale che smaglia la toga. La mossa furtiva di una donna, fra un controllo e l’altro, in un luogo di sbarre, di grigiore metallico, di suoni ostili. Labbra avide e grate ricevono un tocco di rossetto, e in un attimo l’attrazione e il piacere si prendono la loro parte di vita, il loro spazio.

È l’eroismo del bello, una seduzione inconsapevole che fa pensare a certe scene di Kapo di Gillo Pontecorvo, ma in trasparenza – scendendo ancor più la scala del dolore e dell’impossibile – anche alle parole estreme del Settimo pozzo con cui Fred Wander, per una suprema rivincita sugli aguzzini, tratteggia la bellezza insopprimibile dei corpi sfigurati dal Lager. La donna senza nome, la furtiva che si trucca in La vita ti sia lieve, sembra essere una compagna di militanza e di lavoro, ma il chiaroscuro della pagina ne fa una sagoma, un altro volto delle migranti, delle prigioniere e sotto sotto – lo diciamo a bassa voce – dell’autrice.

Serba forse lei stessa, qualcosa da parte? Chissà. A ogni cancello, a ogni confine, la realtà l’ha costretta a imparare come non volgere più indietro la testa. Deve superare i «gironi», e l’eco è dantesca. Ci sono dentro i divieti di guardare, di voltarsi, lo sguardo di Medusa: «Nulla sarebbe di tornar mai suso».

Di più non si deve pretendere, almeno per ora. L’autrice resta sempre una giurista, malgrado la toga diradata. I giuristi, a parte quelli irrimediabilmente pietrificati, sono persone che hanno qualcosa da dire, che sanno la lingua, sì, ma hanno come ancora davanti a sé la conquista di un linguaggio:

Trovarsi o sentirsi «diversi»: i peggio vestiti, i più spettinati, i più timidi, i più soli, in luoghi dove tutti sembrano disinvolti, interessanti e sicuri, in feste o riunioni alle quali non abbiamo saputo sottrarci e da dove, poi, si vorrebbe fuggire, o almeno scomparire. […] Patire in quasi ogni luogo, insofferenti, insoddisfatti delle nostre scelte, della spendita del tempo, delle occasioni perse per raggiungerne altre che mai riescono a ridurre l’ansia di andare. […] Sentirsi scomodi, seppure, a volte, inconfessabilmente fieri del posto conquistato in questa nicchia per pochi ultimi, sul banco degli imputati o tra vite di scarto, in luoghi, anche mentali, di gratuito disprezzo e immeritate accuse.

Durante un incontro professionale mostra ai profughi una sua cicatrice, per farsi raccontare le loro e tradurle in argomenti di difesa. Dopo che ci ha confessato questa mossa compromettente, consegnandola alla pagina stampata, commetteremo l’indelicatezza di esigere i dettagli che la riguardano, di sbirciare le piaghe? I cercatori di piaghe a tutti i costi hanno pronta la monetina dell’elemosina. «L’empatia a volte è una condanna», scrive, e non è il caso di essere né i suoi complici né i suoi giudici. Magari l’aspettiamo al prossimo libro.

Un seguito, allora? «Mi è negato il senno di poi, perché non so il seguito di queste vite». Il prima, appunto, spinge altre vite più avanti, come le strette di un parto, ma questo non toglie valore al dono. Giorgio Gaber, nell’album Anche per oggi non si vola: «E non ho visto mai nessuno buttare lì qualcosa e andare via».

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É la lotta che crea l’organizzazione. Il giornale “La classe”, alle origini dell’altro movimento operaio / 5 https://www.carmillaonline.com/2023/08/27/e-la-lotta-che-crea-lorganizzazione-il-giornale-la-classe-alle-origini-dellaltro-movimento-operaio-5/ Sun, 27 Aug 2023 20:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77123 di Emilio Quadrelli

It’s Only Rock ‘n’ Roll

Se osserviamo ciò che accade tra la fine degli anni cinquanta e primi sessanta diventa abbastanza facile notare come la società italiana sia di fronte a una trasformazione socio–economica quanto mai radicale che inizia a lasciarsi alle spalle tutto ciò che, in qualche modo, può considerarsi come eredità della guerra e di ciò che l’ha preceduta. Una rottura non tanto politica, nel senso che le retoriche che avevano fatto da sfondo all’insieme di quella vicenda continuano a essere saldamente in sella, ma nella [...]]]> di Emilio Quadrelli

It’s Only Rock ‘n’ Roll

Se osserviamo ciò che accade tra la fine degli anni cinquanta e primi sessanta diventa abbastanza facile notare come la società italiana sia di fronte a una trasformazione socio–economica quanto mai radicale che inizia a lasciarsi alle spalle tutto ciò che, in qualche modo, può considerarsi come eredità della guerra e di ciò che l’ha preceduta. Una rottura non tanto politica, nel senso che le retoriche che avevano fatto da sfondo all’insieme di quella vicenda continuano a essere saldamente in sella, ma nella materialità della formazione economica e sociale. Sono gli anni in cui il modello fordista inizia a farsi egemone anche in Italia, con tutto ciò che questo comporta, in primis il radicale mutamento della composizione di classe. Sono anni in cui la vecchia classe operaia professionale e autoctona viene scalzata da una nuova figura: l’operaio dequalificato della catena, un operaio che non ha alle spalle alcuna tradizione industriale e sovente neppure cittadina poiché viene reclutato o dalle campagne e in maggioranza dal sud Italia. In seconda battuta un’altra figura operaia nuova entra massicciamente nella produzione: la donna proletaria. In maniera abbastanza repentina l’intera, o gran parte, della composizione di classe conosce una configurazione ex novo.

Si tratta di una classe operaia senza o quasi memoria che in non pochi casi si troverà in conflitto, ancora prima che con i padroni, con la vecchia composizione di classe e che, per altro verso, è del tutto estranea a quella “ideologia della sconfitta” propria della vecchia classe operaia che la restaurazione capitalista ha annichilito. Il nord industriale inizia a popolarsi di terroni e/o campagnoli del tutto estranei ai tempi, ai ritmi e agli stili di vita della città–fabbrica che la maggior parte di loro tende a percepire né più e né meno come una prigione1. Una classe operaia depoliticizzata e non sindacalizzata nei confronti della quale il padrone sembra in grado di esercitare un dominio non dissimile da quello che il fattore è in grado di nutrire nei confronti del proprio bestiame. E come bestie i nuovi operai sono trattati e considerati. Sono anni in cui il padrone libera facilmente la fabbrica della vecchia guardia comunista e riesce a confinare l’organizzazione sindacale entro numeri testimoniali2. Perché il boom economico possa continuare a crescere occorre una classe operaia totalmente succube e pronta a reggere, senza fiatare, i necessari ritmi produttivi.

Il mutamento della base produttiva si porta appresso, per altro verso, anche una trasformazione complessiva della società. Sono gli anni in cui si impone il mito americano che avrà però due volti: da una parte sicuramente il tratto reazionario e perbenista del sogno americano, del quale le immagini della famiglia americana, bianca, razzista, patriottica, patriarcale e sessista, rappresenta la sintesi per antonomasia, dall’altra, però, si porta appresso anche tutta l’inquietudine, l’insofferenza, la rabbia e il nichilismo di cui l’altra America è gravida3.

Questo mito si impossessa velocemente della gioventù operaia e impone una drastica trasformazione degli stili di vita, delle culture subalterne e della socialità operaia; si traduce in una ricerca di libertà e di rottura verso tutti i modelli normativi: Bluson noir e Teddy boys diventano immaginari che catturano velocemente la gioventù operaia, gioventù che inizia a essere sempre più fuori controllo in quanto equamente distante e avversa sia alle retoriche della società ufficiale perbenista e clericale, sia al mito soviettista tutto incentrato su un sol dell’avvenire del quale non si intravedono mai i contorni. Ciò che esploderà nel ’68, lasciando attoniti pressoché tutti i mondi politici, ha i suoi prodromi proprio nel mutamento materiale che attraversa l’intera formazione economica e sociale. La borghesia non lo capirà, ma non lo comprenderà neppure il movimento operaio ufficiale il quale, già da tempo, aveva perso contatto con quanto andava ribollendo nella classe. Il cosiddetto boom economico e il consumismo di massa accelerano, se possibile, le contraddizioni della società capitalista. L’alienazione della merce è anche il gemito degli oppressi. Di fronte alla ricchezza e all’opulenza che la società mostra, la giovane classe operaia non vuole rimanerne esclusa. Più soldi, meno lavoro significa aumento del tempo libero, significa impossessarsi, qui e ora, di una quota di ricchezza.

La battaglia salariale, allora, diventa battaglia di potere, diventa battaglia contro la fabbrica–prigione, diventa una battaglia di libertà, diventa forma non più eludibile degli embrioni del potere operaio. Mentre il movimento operaio ufficiale e le varie anime della ortodossia comunista vedono in queste lotte solamente un economicismo privo di coscienza politica, l’autonomia operaia coglie il tratto immediatamente politico che, invece, si staglia in queste lotte. Più soldi e meno lavoro, rifiuto del lavoro, sabotaggio della produzione hanno ben poco di economicista, ma si mostrano immediatamente come scontro di potere, come terreno tutto politico, ciò che per il movimento operaio ufficiale e i suoi critici ortodossi è sintomo di arretratezza e mancanza di coscienza politica per l’autonomia operaia il giudizio è esattamente l’opposto: quei comportamenti, quella disaffezione al lavoro e alla disciplina di fabbrica, quel percepire la gabbia produttiva al pari della prigione, quel ribellarsi in modo non convenzionale ai tempi della fabbrica e ai ritmi della città–fabbrica, insomma quella soggettività, non incarnano l’arretratezza di una classe operaia priva di storia politica ma, al contrario, sintetizzano al meglio il più alto punto di vista politico operaio. Se la base strutturale di una società si è radicalmente trasformata, anche la cornice politica non può che esserne sovvertita, non si possono cercare nel presente le retoriche politiche del passato ma occorre cogliere, attraverso una puntigliosa inchiesta, la dimensione politica messa in campo da una nuova soggettività.

Ciò che spontaneamente interi comparti di classe pongono, attraverso la prassi, all’ordine del giorno è il negarsi come forza lavoro salariata ovvero l’abolizione della condizione proletaria la quale sintetizza al meglio lo stato di alienazione proprio del rapporto sociale capitalista. Ma in ciò non vi è forse per intero tutto Marx? Questa pratica non è forse molto più avanti e radicale di quanto andato in scena nel mitico biennio rosso con l’occupazione delle fabbriche e l’infelice obiettivo del controllo operaio? La nuova composizione di classe non sta forse facendo interamente sua la marxiana Critica al programma di Gotha4, che aveva velocemente posto tra parentesi tutta la retorica produttivista del movimento operaio ufficiale? La lotta operaia è immediatamente lotta per il potere, lotta contro il rapporto sociale capitalistico e quindi il padrone dovrà velocemente rendersi conto che con questa classe operaia non si può trattare ma sconfiggerla o esserne annientati.

Non c’è più tempo per l’attesa dell’avvenire e il sole deve iniziare a splendere sin da subito. Esattamente qui inizia a prendere forma quel “Vogliamo tutto”5, non poi così distante da quel Vogliamo il mondo e lo vogliamo ora urlato dai Doors6, che scandalizzerà padroni, partiti e sindacati. Tutto ciò, però, andava compreso e concettualizzato. Doveva esistere un ordine discorsivo che imponesse politicamente le lotte operaie e la loro centralità al centro del dibattito. Doveva esistere una teoria politica in grado di non imprigionare le lotte dentro la rivolta ma indirizzarle verso la rivoluzione.

È una rivolta o una rivoluzione? Questa la domanda che le classi dominanti si pongono ogni qual volta un’insorgenza di massa bussa alle loro porte. Ci dobbiamo attendere una serie di jacquerie o qualcosa di più? La storia delle classi subalterne è una serie infinita di jacquerie che per farsi spettro rivoluzionario, insieme ai fucili, devono avere, come ben aveva compreso Schmitt a proposito di Lenin, una solida arma teorica7.

La teoria rivoluzionaria non è un insieme di salmi, come pensano gli ortodossi, ma la permanente rielaborazione eretica di un’ipotesi politica in grado di leggere i comportamenti e le tendenze delle masse. La teoria non si inventa nulla ma raccoglie e sintetizza quanto posto all’ordine del giorno, anche solo come tendenza, dalla lotta di massa. Senza di ciò la teoria rivoluzionaria è solo il balocco di intellettuali più o meno spensierati.

Agli inizi degli anni sessanta la tendenza di quote sempre più ampie di classe operaia si fa quanto mai evidente ed è lì che, nel bene e nel male, prende forma una teoria politica che si farà egemone per circa un ventennio. Tutto parte sicuramente dalle masse e dalle loro lotte, sono le masse che producono la frattura di piazza Statuto, solo per ricordare il fatto di maggior spessore dell’epoca, ma se queste pratiche non avessero trovato un cuore politico–intellettuale ben difficilmente sarebbero state in grado di far sì che l’idra della rivoluzione diventasse la costante degli anni sessanta e settanta di questo paese. In tale ottica, allora, non bisogna compiere, seppur di segno opposto, l’errore che in molti fanno oggi quando circoscrivono a questa o quella rivista, a questo o quel testo, a tal intellettuale piuttosto che a un altro, le vicende dell’autonomia operaia. Se è vero che non sono state le riviste a fare l’autonomia operaia, dobbiamo anche chiederci cosa sarebbe stata questa senza il loro contributo teorico e analitico e come si sarebbe sviluppata senza il contributo di tutta una quota di militanti che assunsero le lotte operaie come centro della propria esistenza.

Tutti concordano sul fatto che la centralità operaia sia stata l’elemento politico egemone nel corso degli anni sessanta e settanta. Questa egemonia non è nata dal cielo e non è neppure il frutto spontaneo delle lotte. Perché un ordine discorsivo diventi egemone e dominante occorre che una produzione teorica lo ponga al centro dell’attenzione, che un ceto politico lavori costantemente alla sua messa in forma e che imponga la centralità operaia come il discorso intorno al quale si focalizza tutto il dibattito politico. Occorre, cioè, che quanto la prassi della classe sta ponendo all’ordine del giorno trovi una sistematizzazione teorica, politica e non solo, bisogna che la forza di questo discorso sia tale da divenire il discorso intorno al quale tutto il resto finisce in secondo piano.

Questo, a conti fatti, il grande merito che va riconosciuto a quella pattuglia di intellettuali che hanno fatto sì che le lotte operaie e la soggettività della classe divenisse l’elemento centrale dell’agenda politica del paese. In questo senso, allora, senza estremizzare il discorso dobbiamo ricondurre la relazione ceto politico–intellettuale/classe operaia all’interno della obbligata e necessaria dialettica prassi–teoria. Se, obiettivamente, oggi ci troviamo di fronte a una narrazione tossica della storia dell’autonomia operaia, più che abiurare il ruolo svolto da un ceto politico–intellettuale dobbiamo prendere le distanze da quelle pletore di epigoni che sono i veri e propri artefici di una mistificazione storica. Con tale asserzione si spera di aver chiarito ulteriormente il senso di questo lavoro il quale, sin da subito, ha cercato di non farsi imbrigliare in logiche da stadio. Ciò che segue prova a rafforzare quanto appena asserito mostrando come solo dentro la dialettica prassi–teoria la potenza spontanea del potere operaio possa farsi programma comunista. Torniamo quindi alla classe, alla sua soggettività e a ciò che intorno a questo si struttura come discorso teorico–politico.

Di quanto irto di ostacoli fosse il piano del capitale e quanto non così malleabile si presentasse il nuovo soggetto operaio, la piazza Statuto del ’62 ne forniva una più che eloquente esemplificazione anche se avvisaglie non secondarie di che cosa ribollisse entro la classe si erano viste, e in maniera non proprio irrilevante, nel giugno genovese del ’60 e nei moti nazionali che da qui avevano preso il la. Genova ’60 e Torino ’62 rappresentano sicuramente due pietre miliari della storia di ciò che è stato l’altro movimento operaio, due momenti che, però, non vanno confusi e che, non per caso, daranno vita a narrazioni e recezioni diverse. Il giugno/luglio genovese sono entrati di diritto nella storia italiana anche se, con un qualche grano di verità, erano ancora dentro a quell’insieme di retoriche che avevano fatto da sfondo alla Resistenza. Quegli eventi, pur con ovvie sfumature diverse, sono diventati un patrimonio di tutto il fronte antifascista. Genova rappresenta, al contempo, il tramonto della vecchia composizione di classe e l’alba di quella nuova dove, però, sarà il vecchio ad assumerne la narrazione centrale. Genova è l’antifascismo militante e radicale sullo sfondo del quale si staglia il mitologema della Resistenza tradita, per farla breve Secchia contro Togliatti8. Una narrazione che si protrarrà fino ai primi anni settanta, che risulterà ben poco interessata alle trasformazioni della composizione di classe e che, nei confronti di questa, avrà un rapporto del tutto ideologico. La nuova composizione di classe, all’interno degli eventi genovesi, non solo fu presente ed ebbe un ruolo centrale, ma non riuscì, purtroppo a trovare un linguaggio politico proprio. A Genova ci fu sicuramente una voce autonoma ma non un linguaggio.

L’eredità di Genova rimase confinata dentro la retorica dell’antifascismo militante e radicale senza alcun accento, se non in maniera molto annacquata, all’anticapitalismo. Ancora oggi gli eredi del movimento operaio ufficiale si sentono in dovere di santificare quelle giornate cosa che, per altro verso, li accomuna alle aree più radicali le quali rimproverano ai primi non tanto di non essere anticapitalisti, ma degli antifascisti troppo morbidi. Dichiaratamente diverso lo scenario relativo a piazza Statuto, qui la posta in gioco è diametralmente opposta: a entrare in ballo è direttamente la lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, il ruolo dei sindacati e il comando di fabbrica, una critica che inevitabilmente non può che portare a uno scontro immediato con lo stato e il riformismo. Da lì prende forma qualcosa di più di una semplice suggestione. Difficile, infatti, non riscontrare che è proprio dentro la materialità dei fatti che piazza Statuto porta in grembo, prende le mosse quello: “Stato e padrone fate attenzione, nasce il partito dell’insurrezione!” che sino alla fine degli anni settanta ha dato vita, forma e sostanza alla anomalia italiana.

L’irrompere di queste lotte è un fatto non discutibile e l’autonomia degli operai qualcosa che non può essere posta minimamente in discussione. Ciò che viene da chiedersi è: queste lotte avrebbero avuto la medesima incidenza se non avessero trovato qualcosa di più di una semplice sponda all’interno di quel ceto politico fatto prevalentemente di intellettuali militanti che iniziò a rapportarsi e a assumere quelle lotte come cuore del politico? Senza un ordine discorsivo pregresso, incentrato sulla centralità operaia, la potenza di quelle lotte avrebbe potuto darsi con la stessa forza? Qui non si tratta di prostrarsi alla gerarchia intellettuali/operai ma di rilevare come in quel contesto un ceto politico e intellettuale sia stato in grado di rileggere il Che fare?, dentro ciò che la materialità dello scontro imponeva, di più. Per molti versi si può anche sostenere che agli inizi degli anni sessanta assistiamo a un insieme di operazioni le quali, con tutte le tare del caso, hanno non poco in comune con Lo sviluppo del capitalismo in Russia9, lavoro attraverso il quale Lenin saluta il mondo di ieri e traghetta l’avanguardia operaia e comunista dentro la contemporaneità. Una esagerazione? Non proprio.

Oggi tutti concordano nell’indicare gli anni sessanta come un momento di cambiamento radicale della struttura economica, sociale e culturale del sistema–Italia. In poche parole ciò che si profila è una vera e propria frattura storica tanto che, senza alcuna forzatura, è sensato asserire che nulla sarà più come prima. Questa rottura, per il movimento operaio, le classi subalterne e il movimento comunista implica una cesura con l’insieme dei modelli teorici, politici e organizzativi che l’hanno preceduto. Esattamente lì, anche in Italia, muore di morte naturale tutto ciò che in qualche modo è riconducibile al terzo internazionalismo. Non vi sarà, nonostante i numerosi tentativi, alcuna restaurazione del marxismo ortodosso, alcun ritorno alle origini della Terza internazionale, ma una continua innovazione teorica, politica e organizzativa figlia di quanto le trasformazioni materiali stavano imponendo. Nulla, però, si dà come prodotto spontaneo, dove spontaneo significa semplice trasformazione evoluzionista. Certo le rotture sono frutto di processi materiali, sono sicuramente oggettive ma devono essere comprese, concettualizzate e appropriarsi di un linguaggio. In questo senso, allora, il raffronto con Lo sviluppo del capitalismo in Russia diventa meno illogico e forzato di quanto in prima battuta potesse apparire.

Lenin, di fronte alle trasformazioni che hanno investito alla radice la Russia concentra l’attenzione su come queste abbiano modificato le classi, come tutto un mondo se ne stia andando e coglie la tendenza che non potrà che farsi egemone. La Russia ha intrapreso la via dello sviluppo capitalistico questo sta sovvertendo tutti gli ambiti sociali, la formazione della classe operaia industriale insieme alla proletarizzazione delle masse contadine sono il qui e ora della Russia. Dalle lotte, dalle tensioni, dalla soggettività di queste nuove figure dipende il destino della rivoluzione in Russia.

Vi è molto di sociologico nell’operazione compiuta da Lenin, un sociologico che può vantare, all’interno della teoria marxiana, alcuni non secondari pregressi: sicuramente il noto La situazione della classe operaia in Inghilterra10, ma anche le parti relative alla formazione della classe operaia presenti soprattutto nel libro primo de Il capitale. Di fronte alle trasformazioni che stanno segnando un’epoca, Lenin non si limita a cogliere il punto di vista oggettivo del capitale ma, una volta stabilite le coordinate materiali, focalizza lo sguardo e l’interesse sulla soggettività di classe. Sarà proprio questo a distinguerlo e a renderlo incompatibile con il marxismo legale. Mentre questo si limita a osservare e a scrivere la storia come movimento del capitale ignorando del tutto la soggettività delle masse, Lenin rovescia esattamente l’ordine del discorso. Ciò che va colto dentro la trasformazione, e oltre la trasformazione, sono i comportamenti delle masse, ciò che va compreso e posto all’ordine del giorno non è il solo tumultuoso sviluppo delle forze produttive, ma l’insieme delle contraddizioni che detto sviluppo comporta. Mentre il marxismo legale considera lo sviluppo delle forze produttive la sola cosa essenziale, Lenin sposta l’attenzione sulle forme che le lotte assumeranno dentro lo sviluppo delle forze produttive e su come queste non potranno che mandare in archivio la pur gloriosa storia del vecchio movimento rivoluzionario incarnato dalle varie anime del populismo. Le lotte, quindi, non lo sviluppo delle forze produttive, la storia della soggettività operaie e subalterna e non la storia oggettiva dello sviluppo capitalistico questo il cuore della teoria politica leniniana. Di tutto ciò, nella ricezione che si avrà di Lenin in occidente con la sola eccezione di qualche eretico, resterà ben poca traccia tanto che, tutto l’oggettivismo proprio della Seconda internazionale, cacciato dalla porta rientrerà dalle accoglienti finestre che il movimento operaio ufficiale non si farà remore a spalancargli. Con ciò il movimento operaio ufficiale prenderà sempre più sembianze simili al marxismo legale che al bolscevismo.

Paradigmatico, a tal proposito, sarà il modo in cui questo marxismo, sotto tutte le sue vesti, liquiderà in maniera tranchant, come osservato in precedenza, il populismo e il rapporto di Lenin e dei bolscevichi con questo mentre enfatizzerà sino all’inverosimile le vicende relative alla fase del marxismo legale. Ma ritorniamo a quanto stavamo dicendo. Abbiamo tirato a mezzo Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia e il Che fare?, perché agli inizi degli anni sessanta non pochi indicatori ci conducono lì. In prima battuta si tratta di rileggere o ancor meglio ritradurre il Che fare? all’interno del nuovo scenario. Si tratta di comprendere cosa sia il partito dell’insurrezione o, per altro verso e con più precisione, quale deve essere la forma e la relazione tra partito storico e partito formale. Il partito storico è la soggettività di classe, il partito formale è la forma politica all’interno della quale la soggettività si incarna. Questa relazione non può essere che il frutto di uno scenario storicamente determinato e non il frutto di singole volontà. Questo, e solo questo, è il determinismo leniniano e questo determinismo obbliga il partito formale a una costante mutazione. Non è certo un caso, quindi, che la questione dell’organizzazione animi costantemente le pagine del giornale “La classe” e lo fa non certo per un’ansia organizzativista, ma perché ciò che va sciolto, di fronte all’incalzare delle lotte, è la strutturazione del partito formale. Qui si tratta di ritradurre Lenin per intero, di comprendere complessivamente il punto di vista operaio e di fornirgli solide gambe sulle quali marciare. Detto ciò entriamo nel vivo della questione.

(5continua)


  1. Una delle migliori descrizioni di ciò rimane il lavoro di F. Alasia, D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati negli anni del miracolo, Donzelli, Roma 2010.  

  2. Su questo il bel lavoro di A. Accornero, Fiat confino, Edizioni Avanti, Milano 1959.  

  3. Cfr. A. Portelli, Il testo e la voce. Oralità, letteratura e democrazia in America, Manifesto libri, Roma 1992.  

  4. K. Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma 2021.  

  5. N. Balestrini, Vogliamo tutto!, Feltrinelli, Milano 1971.  

  6. Doors, When the music’s over (ottobre 1967- involontaria celebrazione di una rivoluzione di cinquant’anni prima).  

  7. C. Schmitt, Teoria del partigiano, cit.  

  8. Cfr. P. Secchia, La resistenza accusa 1945–1973, Mazzotta, Milano 1973.  

  9. V. I. Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, Editori Riuniti, Roma 1972.  

  10. F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Feltrinelli, Milano 2021.  

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E intanto corre, corre, corre la locomotiva…della guerra di classe https://www.carmillaonline.com/2023/03/15/e-intanto-corre-corre-la-locomotiva-della-lotta-di-classe/ Wed, 15 Mar 2023 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76306 di Sandro Moiso

In assenza di più vaste mobilitazioni contro la guerra, che non siano soltanto per implorare la “pace”, fa bene notare e ricordare che uno dei settori del mondo del lavoro più impegnati contro la guerra e i suoi catastrofici effetti sociali ed economici è quello del trasporto ferroviario e marittimo. Non soltanto qui in Italia dove una significativa manifestazione in tal senso si è svolta a Genova, indetta dai portuali, ma anche in Giappone e in Corea, dove sono stati i ferrovieri a promuovere una risoluzione contro il riarmo giapponese [...]]]> di Sandro Moiso

In assenza di più vaste mobilitazioni contro la guerra, che non siano soltanto per implorare la “pace”, fa bene notare e ricordare che uno dei settori del mondo del lavoro più impegnati contro la guerra e i suoi catastrofici effetti sociali ed economici è quello del trasporto ferroviario e marittimo.
Non soltanto qui in Italia dove una significativa manifestazione in tal senso si è svolta a Genova, indetta dai portuali, ma anche in Giappone e in Corea, dove sono stati i ferrovieri a promuovere una risoluzione contro il riarmo giapponese su larga scala. Risoluzione che sottolinea come la guerra iniziata in Ucraina stia trascinando il mondo intero nel vortice della guerra. In cui l’amministrazione statunitense di Biden, mano nella mano con l’amministrazione giapponese di Kishida, intende scatenare una guerra contro la Cina e la Corea del Nord.

Lo scorso dicembre l’amministrazione Kishida ha deciso di stanziare oltre 43 mila miliardi di yen (300 miliardi di euro) in cinque anni in un gigantesco programma di riarmo destinato da un lato a calpestare la vita e le condizioni di lavoro dei salariati e dall’altro una guerra contro la Cina anche a costo di centinaia di migliaia di morti e feriti. Mentre nel bel mezzo di questa situazione, il presidente coreano Yoon Suk-yeol ha attuato una straordinaria repressione nei confronti della KCTU (Confederazione coreana dei sindacati) attraverso la legge sulla sicurezza dello Stato.

Il governo giapponese sembra in questo modo voler cancellare senza vergogna il fatto che l’imperialismo giapponese ha una storia di annessione della Corea e ha posto la Corea sotto una dura dominazione coloniale e anche che l’invasione imperialista giapponese si estese alla Cina e ad altri Paesi asiatici, privando della vita 20 milioni di persone. Oltre che l’oltraggiosa storia dell’arruolamento dei coreani per lavori forzati di guerra. E proprio per questi motivi i ferrovieri giapponesi del sindacato nazionale ferrovieri di Chiba (Doro Chiba) e coreani del Sindacato dei ferrovieri coreani (sede regionale di Seul) si sono impegnati ad unirsi a lottare contro il riarmo.

Mentre in Grecia, ad Atene e Salonicco soprattutto ma anche a Patrasso e in altre città, le violente proteste di piazza scaturite dal grave incidente ferroviario del 28 febbraio in cui hanno perso la vita 57 persone, in prossimità della città di Larissa sulla tratta Atene-Salonicco, hanno visto la partecipazione di almeno 50.000 manifestanti e lo sciopero di 24 ore indetto dalla Federazione ferroviaria panellenica (Pos).

“La mancanza di rispetto mostrata nel tempo dai governi nei confronti delle Ferrovie greche ha portato al tragico risultato di Tempi. Purtroppo le nostre continue richieste di assunzione di personale a tempo indeterminato, migliore formazione, ma soprattutto l’applicazione delle moderne tecnologie di sicurezza, vengono gettate nel cestino” Ha affermato il Pos nel suo comunicato. Concludendo poi, ancora: “Oggi la famiglia Railway è più povera. Oggi la Grecia è più povera. Il giorno dopo il disastro è un giorno di riflessione e di lutto per i nostri colleghi perduti”.

Tutto ciò per sottolineare come il settore dei trasporti e della movimentazione delle merci e delle persone, proprio per la sua funzione strategica sia in tempo di pace che di guerra, abbia da sempre rappresentato e ancora rappresenti un settore vitale e di punta delle lotte dei lavoratori. Per questo motivo hanno fatto bene i compagni della CUB Rail a diffondere nel corso degli ultimi anni una serie di opuscoli, usciti come Quaderni di «CUB Rail Wobbly» (giornale di collegamento tra i ferrovieri), destinati a ricostruire alcuni momenti salienti di queste lotte, a cavallo tra XIX e XX secolo, sia in Italia che all’estero e, nello specifico, negli Stati Uniti.

Opuscoli la cui stesura non è stata affidata a ricercatori o studiosi di ambito accademico, ma quasi sempre al lavoro militante di chi lavora e studia la storia della classe di cui fa parte. Motivo che rende tali pubblicazioni da un lato più accessibili al comune lettore e, dall’altro, più libere di esprimere giudizi, anche storici, più apertamente classisti cosa che, non dimentichiamolo mai, non vuole dire per forza “più ideologizzati”.

Il secondo di tali Quaderni, purtroppo al momento non disponibile poiché esaurito, era infatti dedicato al 1877 La grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi (CubRail quaderno 2, Milano, 15 dicembre 2015). Come si afferma nella prima pagina del testo:

Nel centro di molte città americane sono posizionati grandi arsenali, tetri edifici di mattoni e pietra risalenti al XIX secolo. Sono fortezze con tanto di massicce mura e feritoie per le armi. Qualcuno potrebbe chiedersi cosa ci facciano in quei luoghi, ma probabilmente non gli sarà mai venuto in mente che vennero costruiti per proteggere l’America non già da un’invasione esterna, bensì contro le rivolte popolari interne. Essi rappresentano un monumento alla grande insurrezione del 1877.

Il testo, che è la traduzione ampliata dai curatori di un testo di Jeremy Brecher1 già comparso alla pagina internet Libcom.org/history/great-upheaval-1877.jeremy-brecher, oltre a ricordarci che fin dagli albori dell’impero americano gli Stati Uniti furono percorsi da vaste ondate di lotte e sollevazioni proletarie, quasi sempre armate, che ben poco hanno da invidiare alla tradizione del movimento operaio europeo, ci rammenta anche che una lotta condotta con decisione e in autonomia di classe può arrivare a stravolgere l’ordine del capitale e dei suoi funzionari in armi e in marsina.

Il luglio 1877 in molti libri di storia non rientra affatto tra le date memorabili; eppure segna il primo grande sciopero di massa degli Stati Uniti, un movimento considerato come una vera e propria ribellione violenta. Gli scioperanti bloccarono e s’impadronirono della più importante industria d’allora della nazione, le ferrovie, le masse sconfissero – o, in ogni caso riuscirono ad avere la meglio – prima sulla polizia, poi sulle milizie statali ed in alcuni casi anche sulle truppe federali.
Lo sciopero generale paralizzò tutte le attività in una dozzina di grandi centri, e gli scioperanti presero la gestione diretta di varie comunità sparse per tutto il paese.
Tutto ebbe inizio lunedì 16 luglio nella cittadina di Martinsburg, West Virginia. Quel giorno la compagnia Baltimore and Ohio Railroad aveva effettuato l’ennesimo taglio dei salari:; si trattava del secondo taglio in otto mesi2.

Lo sciopero derivatone e che andò avanti per alcuni mesi allargandosi, come si diceva prima, a numerose altre città americane, tra le quali, prima di tutte, Philadelphia in cui il governo fu costretto ad inviare un numero rilevante di soldati muniti di 30 pezzi di artiglieria per sedarlo, costituì alla fine un fallimento ma, allo stesso tempo, rivelò il potere che possedevano i lavoratori delle ferrovie di bloccare il traffico su molte linee, anche per molti giorni consecutivi.
Per la prima volta si scopriva la mobilità come arma vincente degli scioperanti, cosa che rendeva chiaro che uno sciopero dei trasporti non può mai essere considerato soltanto locale, come invece può succedere con quello di una fabbrica.

Il terzo quaderno si occupa ancora degli Stati Uniti, Lo sciopero di Pullman3, e precisamente dello sciopero iniziatosi negli stabilimenti della Pullman Palace Car Company, fabbrica di Chicago costruttrice di tram, vetture letto e carrozze ristorante che occupa 50 mila dipendenti e che vede crollare gli ordinativi a seguito del “panico del 1893”, che era ancora parte di quella “Grande depressione” che durava ormai da vent’anni essendo iniziata con il “panico del 1873”.

Il proprietario, George Pullman, taglia i posti di lavoro e salari, aumenta gli orari di lavoro fino a 16 ore giornaliere, e gli affitti e i prezzi dei generi di prima necessità nella città dello stesso nome, alle porte di Chicago, in cui vivono come in un classico villaggio operaio i dipendenti della ditta stessa.
Per sviluppare la lotta contro tale decisione i rappresentanti degli operai si rivolgeranno all’American Railway Union (ARU) un sindacato di ferrovieri che, fondato a Chicago con l’intento di unificare i ferrovieri dispersi in dodici confraternite di mestiere, aveva avuto il suo battesimo del fuoco con la lotta, coronata dal successo, contro la Great Northern Railway, e che nel giro di quindici mesi era riuscito ad avere 45 sezioni locali cui aderivano 150mila ferrovieri.

Non si trattava dunque di un sindacato di fabbrica, ma sfruttando il fatto che Pullman era anche proprietario di alcuni chilometri di ferrovia, e poiché il nuovo sindacato offriva più garanzie e speranze delle confraternite di mestiere dei costruttori treni, il trenta per ceno degli operai di Pullman chiesero l’iscrizione allo stesso. Bell’esempio di collegamento di classe , anche tra settori apparentemente diversi.

Per il 26 giugno 1894 viene fissato l’ultimatum da parte di lavoratori per iniziare la tratattiva con il proprietario, ma ancor prima dello scadere dell’ultimatum si registrano blocchi della circolazione a La Salle; i ferrovieri di Des Moines, Rock Island, della Grand Trunk Railway, della B&O sono pronti alla lotta.

Quando il primo manovratore che a Chicago si rifiuta di agganciare una carrozza Pullman a un treno viene licenziato, scatta l’azione preventiva: in appoggio al primo licenziato e agli operai di Pullman i ferrovieri delle varie compagnie si rifiutano di manovrare treni che abbiano in composizione le vetture Pullman.
In breve lo sciopero dilaga dappertutto. Il 27 giugno scioperano 5mila ferrovieri. Il 28 giugno 40mila, ad ovest di Chicago il traffico è paralizzato. Martin Elliott, dirigente dell’ARU, dichiara sciopero a St. Louis; 80mila lavoratori incrociano le braccia. Il 29 giugno sono 100mila. Il 30 giugno il numero degli scioperanti sale a 125mila, sono 29 le compagnie ferroviarie coinvolte. Presto il numero degli scioperanti salirà a 250mila, con 27 stati dell’Unione coinvolti; considerando tutti i settori che entreranno in lotta la cifra degli scioperanti si fisserà a 660mila. Sei su dieci ferrovieri e degli operai ferroviari in sciopero si sono iscritti all’ARU.
Traffico paralizzato da Chicago a San Francisco; azzerati i trasporti di cereali, ortaggi, frutta, carne; fermo il servizio postale della US Mail, fermi tutti i treni che hanno in composizione vetture Pullman […] Nella settimana fino al 30 giugno su dieci linee ferroviarie di Chicago erano state trasportate 42.892 tonnellate di merci verso est; la settimana successiva erano scese a 11.600; Baltimora & Ohio 52 tonnellate; Big Four Railroad: zero. E così via. I principali quotidiani parlano della più grande battaglia tra capitale e lavoro mai svoltasi negli Stati Uniti e gridano all’insurrezione4.

Ance questo sciopero finirà con una sconfitta e per giungere a ciò, ancora una volta il capitale farà ricorso all’intervento delle forze armate, all’arresto dei dirigenti dell’ARU, che sarà sciolto nel 1897 da Eugene Debs che era tra questi e al licenziamento degli scioperanti delle singole imprese sostituendoli con personale non sindacalizzato. Mentre la Pullman compilava “liste nere” coi nomi degli scioperanti che vennero inviate alle compagnie ferroviarie affinché non fossero più assunti i rivoltosi. Per festeggiare la repressione dello sciopero e diffondere la “pace sociale” il presidente Cleveland e il Congresso approvarono il Labor Day come festa nazionale da celebrarsi il 1° settembre di ogni anno. Ma rimane ancora un gigantesco esempio del perché alla classe e alla sua unità serva, per identificarsi e riconoscersi in antitesi al capitale, la lotta, quella che ancora oggi spaventa e terrorizza padroni, Stato e sindacati istituzionali.

Parlando di lotte, e arrivando finalmente in Italia, il quarto quaderno di Club Rail Wobbly è dedicato allo sciopero dei ferrovieri italiano del 19205. In questo caso è la storia di una vittoria a tutto campo dopo una lotta durata dieci giorni e che farà scrivere al quotidiano del Partito Socialista Italiano: Lo Stato ha ceduto.

Ma come un’onda che sale e scende di lì a poco, quello stesso Stato si farà fascista, armato contro qualsiasi insorgenza o protesta proletaria e proprio a quest’ultimo tema è dedicato il sesto dei quaderni6.

I nemici dello Stato, i fannulloni e gli incapaci non devono rimanere più a lungo nell’amministrazione. Il giudizio sull’incapacità e sullo scarso rendimento è giudizio meramente di fatto […] chi risulterà aver partecipato in qualsiasi modo a quell’opera deleteria di sobillazione delle masse, di istigazione continua agli scioperi, che per poco non valse a condurre il nostro Paese a irreparabile rovina, dovrà senz’altro essere allontanato. La presenza di questi elementi infidi negli uffici e nei servizi costituisce un pericolo permanente che deve essere inesorabilmente eliminato al più presto. Tali agenti sono a ritenersi di scarso rendimento7.

44mila furono i ferrovieri licenziati dal regime e questo, più che dimostrare la forza del regime, ne dimostra l’intrinseca debolezza di fronte ad una frazione di classe indomabile e irriducibile, come illustrano le lettere riprodotte dell’opuscolo. Una storia di classe orgogliosa, indipendente e assolutamente da ricordare in funzione di una memoria che va ben oltre quella istituzionale e mummificata che ci viene propinata ogni giorno in funzione di un antifascismo di sola facciata.
Che, tra le altre cose, ha come scopo soltanto quello di spaventare e indebolire l’antagonismo di classe per impedirne qualsiasi sua più energica e determinata reazione contro il capitale e i suoi servi di sempre.

In conseguenza del mio “dimissionamento” sono costretto abbandonare la residenza di Benevento, e con dolore la Rappresentanza del nostro battagliero periodico, che ha reso fiera la categoria di macchinisti e fuochisti e che ancora oggi non ha indietreggiato di un millimetro a sostenere i veri interessi della nostra categoria; e quando la raffica sarà passata, il tempo, che è il più perfetto galantuomo, dirà che la categoria dei Macchinisti e Fuochisti è sempre «In Marcia!».
(15 settembre 1923 – Gennaro Piccardi, Macchinista)

In un’epoca in cui la circolazione delle merci si è fatta sempre più frenetica ad opera della cosiddetta “globalizzazione”, le lotte nel settore dei trasporti e della logistica sono diventate ancora una volta non solo centrali ma, a tratti, addirittura esiziali nella definizione sia dei profitti del capitale che della funzione offensiva dell’iniziativa dal basso, come ha sottolineato in un recente testo, Riot. Sciopero. Riot, l’americano Joshua Clover8.
Per questo motivo l’iniziativa portata avanti dai Quaderni di Cub Rail si rivela certamente di grande importanza nel risollecitare le memorie delle lotte del passato e l’arco di esperienze che ancora possono ricollegarsi a quelle del presente e del futuro.


  1. Già autore di un testo fondamentale sulla storia del movimento operaio americano: J. Brecher, Sciopero!, 2 voll., La Salamandra, Milano 1976 (ed. originale americana 1972)  

  2. 1877 La grande insurrezione dei ferrovieri statunitensi, op. cit., p. 2.  

  3. Quaderno Club Rail Wobblyb 3, Milano, 4 ottobre 2017  

  4. 1894 Lo sciopero di Pullman, op. cit., pp. 5-6.  

  5. 1920 Quei nostri giorni meravigliosi. 20-29 gennaio. Il grande sciopero dei ferrovieri italiani (contenente la ristampa anastatica di «In Marcia!» del febbraio-marzo 1920), Milano, il cui testo è estratto da Giorgio Sacchetti, Il Sindacato Ferrovieri Italiani durante il “Biennio rosso”, in Il Sindacato Ferrovieri Italiani dalle origini al fascismo 1907-1925, a cura di M. Antonioli e G. Checcozzo, Unicopli, Milano 1994, pp. 241 e ss.  

  6. 1922-1924 Né domi né vinti. Lettere dei ferrovieri licenziati politici, Introduzione di Giorgio Sacchetti, Quaderno 6 Club Rail Wobbly, Milano (contenente la ristampa anastatica del N.2 – Febbraio 1923 di «In Marcia!» Organo dei macchinisti fuochisti e affini).  

  7. Circolare dall’Alto Commissario per le Ferrovie indirizzata ai presidenti delle commissioni centrali e compartimentali di esonero in applicazione del Regio Decreto 28 gennaio n. 143 art. 3 comma a, ora in 1922-1924 Nè domi né vinti. Lettere dei ferrovieri licenziati politici, op. cit., p. 19.  

  8. A cui si rimanda qui  

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We shall live again: i fantasmi, la violenza, l’utopia. A proposito dei fantasmi di Avery Gordon https://www.carmillaonline.com/2022/12/12/we-shall-live-again-i-fantasmi-la-violenza-lutopia-a-proposito-dei-fantasmi-di-avery-gordon/ Mon, 12 Dec 2022 21:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75079 di Stefania Consigliere

Avery Gordon, Cose di fantasmi. Haunting e immaginazione sociologica, DeriveApprodi, Roma 2022,291 pp., 20,00€

La proposta teorica è magnifica e sconvolgente: il fantasma è la traccia di una violenza. Una traccia ben presente e attiva, anche se invisibile. Qualcosa in cui si può andare a sbattere, senza preavviso, perché esiste nel mondo, al di fuori di noi, come segno di un passato che non può passare perché nessuno ancora gli ha dato ciò che gli spetta. Qualcosa è successo – proprio qui, nel punto dove si affollano i [...]]]> di Stefania Consigliere

Avery Gordon, Cose di fantasmi. Haunting e immaginazione sociologica, DeriveApprodi, Roma 2022,291 pp., 20,00€


La proposta teorica è magnifica e sconvolgente: il fantasma è la traccia di una violenza. Una traccia ben presente e attiva, anche se invisibile. Qualcosa in cui si può andare a sbattere, senza preavviso, perché esiste nel mondo, al di fuori di noi, come segno di un passato che non può passare perché nessuno ancora gli ha dato ciò che gli spetta.
Qualcosa è successo – proprio qui, nel punto dove si affollano i turisti, nella terra di nessuno fra gli ultimi palazzoni e la spiaggia, dietro una malandata fermata di autobus – che ha segnato il luogo con il dolore, il dominio e l’orrore. La ferita non è mai stata curata: forse perché, quando la violenza ha colpito, non si è potuto far altro che fuggire; o forse perché, nel tentativo di sopravvivere a molta altra violenza subentrante, è stata dimenticata. Il tempo è passato e nessuno ha rimediato a quel gesto brutale. Ma potrebbe anche trattarsi di una violenza del presente, quella che incessantemente deve ripetersi, giorno dopo giorno, perché la macchina letale del capitalismo possa continuare a macinare plusvalore. La violenza strutturale, incarnata nel modo stesso in cui “le cose funzionano” è proprio questo: la continua produzione di disumanizzazione, dolore, oppressione, gerarchie; un continuo sparger sale su ferite già aperte; un’infinita produzione di spettri muti e dolenti.
Chi vede i fantasmi della violenza, chi si ostina a pensare che la modernità abbia troppi punti ciechi, chi non riesce mai a ritrovarsi nei resoconti ufficiali troverà in Cose di fantasmi. Haunting e immaginazione sociologica di Avery Gordon, appena uscito per DeriveApprodi, un vero e proprio manuale di sopravvivenza etica ed epistemologica.

Diario di traduzione
Ho incrociato Ghostly matters per la prima volta nel 2015, nella bibliografia di un articolo di Roberto Beneduce. A diciassette anni dalla sua prima uscita, dunque, ma ero già scesa a patti con la mia distrazione culturale e quindi non ci sono rimasta troppo male. L’ho scaricato e letto immediatamente, in preda all’entusiasmo che mi piglia nell’incontro con i libri-chiave, quelli che modificano per sempre il tuo modo di vedere. Come succede in questi casi, ne ho parlato con tutti e, per un certo periodo, non ho parlato d’altro. Ne ho ordinato una copia “vera”, su cui ho diligentemente riportato le sottolineature e le note della versione elettronica. Da allora ci sono tornata ogni volta che ne ho avuto bisogno. Nella primavera del 2021, durante l’occupazione del nostro dipartimento, Federico Rahola mi ha proposto di tradurlo insieme in italiano: era già in amicizia con l’autrice, l’editore era ovvio e le cose sono andate avanti senza problemi, ma con tutta la lentezza e le risacche a cui questi anni di diluvio ci hanno abituati.
Da quel momento, non so più quante volte ho letto e riletto le pagine, i paragrafi, le singole frasi: in inglese, in italiano e a cavallo fra le due lingue, cercando di restituire la prosa flessibile e felice dell’autrice, il suo modo amorevole di parlare a ciò che non dovrebbe esserci, ma c’è. Ci sono stata appiccicata lungo tutta l’estate e l’autunno del 2021, poi nella primavera di quest’anno e di nuovo nell’autunno, in full immersion, per la correzione delle bozze. Dovrei conoscerlo a memoria, o almeno muovermi senza sorpresa fra immagini e capoversi, al riparo da batticuori, spaventi, illuminazioni profane e reazioni emotive.
E invece no. Piango tutte le sante volte.
Il capitolo sui desaparecidos argentini – su cosa significhi vivere all’insegna di «Dio, patria e famiglia» in un regime di colonnelli fascisti – mi porta, ogni volta, lo stesso dolore provato da bambina quando la rai mandò in onda uno sceneggiato (oggi: serie tv) intitolato Olocausto. Era la fine degli anni Settanta e la prima generazione di storici nati dopo gli eventi, e quindi relativamente immuni dalle ferite biografiche, stava cominciando a riaprire i dossier. A lungo in Germania dei campi non si è parlato; la generazione nata dopo la guerra ha dovuto scoprirli da sé, sull’onda del clima rivoluzionario del “decennio Sessantotto”, inseguendo il non detto e gli invisibili della vita sociale. Inseguendo i fantasmi, dunque.
Non vorrei suonare melodrammatica, ma sospetto che i mesi in cui ho tradotto Cose di fantasmi abbiano una parte sostanziale nella mia risposta emotiva al testo. La violenza produce fantasmi, amnesie, scissioni e terrore: in formato mignon, lo vedevo avvenire intorno a me. Il lockdown come dispositivo di rieducazione, la militarizzazione dei territori, l’induzione del terrore come strumento di controllo, il blocco epistemologico, il silenziamento dei saperi critici, la criminalizzazione di ogni forma di dissenso, la caccia alle streghe, la propaganda di guerra, uomini armate alle fermate dei bus per controllare il green pass dei ragazzini, Dostoevskij proibito, la follia sociale che per tre anni abbiamo respirato a pieni polmoni. Tutto quello che oggi cerchiamo disperatamente di rimuovere, a costo di non ricordare più niente della nostra vita recente, e che ci lascia feriti, risentiti, scissi, disperati. Le magnifiche pagine che Avery Gordon aveva scritto un quarto di secolo prima entravano in costellazione con il presente fino a produrre un shock, un arresto.
Will the circle be unbroken?

Le domande giuste
A (ri)leggere oggi i testi prodotti negli ultimi trent’anni del secolo scorso, si avvertono una ricchezza teorica e una generosità che nei decenni seguenti – dopo “Genova”, dopo le torri gemelle, nella prima ondata di guerra al terrore – avrebbero preso un andamento più carsico, vie più lunghe. Apparso per la prima volta nel 1997, Cose di fantasmi naviga in quelle acque, ben sondate dalla bibliografia, dove, oltre ai nomi classici, s’incrociano i nomi di Raymond Williams, Michael Taussig, Cedric Robinson e quelli delle autrici intorno a cui il testo s’intesse: Sabina Spielrein, Luisa Valenzuela, Toni Morrison.
Più ancora delle risposte – che tanto ciascuno deve trovare da sé nel luogo e nel tempo che gli sono toccati in sorte – contano le domande. Una cattiva domanda porta fuori strada rinforzando la disvisione del mondo, la continua rimozione che dobbiamo operare perché l’assurdo di una società in cui perfino l’annientamento degli umani produce plusvalore non disturbi la nostra sopravvivenza quotidiana. La buona domanda rivela ciò che siamo tenuti a non sapere, dà voce all’imparlabile: la si riconosce dallo spavento elettrizzato che si prova quando una domanda coglie nel segno.
Sabina Spielrein non era presente al congresso psicoanalitico di Weimar nel 1911 perché era una giovane donna, perché prima di diventare psicoanalista era stata paziente, o per via della doppia clandestinità della relazione con Jung? Quali connessioni pulsionali hanno legato la classe media argentina e il regime dei colonnelli che la proteggeva dai suoi stessi figli? Quanta fame – di dolci, di umanità, di amore – hanno i fantasmi della tratta atlantica e dello schiavismo su cui la modernità si è edificata? Più vicino a noi: quale rapporto lega le spiagge dei bagnanti estivi alla rotta libica e ai lutti senza cadavere che funestano i villaggi del Magreb? Quanti lavoratori morti giacciono sotto le mura delle città, gli stadi, le vie ad alto scorrimento? Quali parti di noi – ridotte al silenzio da un mix di shot tossici, cinismo e pornografia – ci aspettano all’angolo della solita strada?
Il fantasma sta dalla parte di chi sente il mondo in modo diverso da come esso viene descritto. Qualcosa è successo che dà ragione della dissonanza: non eravamo matti o ipersensibili o paranoici a pensare che quell’angolo di strada fosse inquieto; a sentire odore di cimitero in certi appartamenti di lusso; a vedere zombie nei grattacieli della city. Il fantasma libera dall’oppressione di dover aderire a una verità pubblica che fa a pugni con quel che sentiamo.
Non solo. Proprio perché segnala che qualcosa è andato storto, il fantasma porta con sé la certezza che le cose potevano anche andare altrimenti. Ci dice che è stata la violenza (e non il caso, o la natura) a sbarrare l’accesso a un futuro desiderabile. E ci dice anche che queste possibilità mancate non sono perdute per sempre: come il fantasma, i nostri futuri perduti e felici attendono di essere visti e rivendicati, che qualcuno li accolga e li porti con sé nei futuri che i morti avrebbero voluto – e noi con loro.
Alcuni storceranno il naso: i fantasmi non esistono. Le foreste non parlano. Lari, penati e ninfe dei boschi erano vecchie superstizioni. Il terrore non uccide. I mattatoi non sono luoghi d’orrore. Le danze, le rose e l’incanto sono solo per donne e bambini. E via dicendo. Qui il movimento rivoluzionario ha commesso il suo errore più catastrofico e ancora fa fatica ad avvedersene: l’adesione al disincanto rende solidali a quello stesso sistema di dominio che, sul fronte economico e politico, vorremmo superare. Se c’è qualcosa che dobbiamo togliere rapidamente dalle mani dei nostri avversari (e sono tanti) è il monopolio dell’immaginario: la zona del possibile, del non-ancora, del rimosso, dell’utopico, dell’inaffrontabile; le parole dei fantasmi; il nostro desiderio di una vita decente.

Spettri di Genova
Una donna olandese inseguita dalla polizia. Un salto dal molo sulle pietre che proteggono la caletta. Il rumore di un bacino che si spezza nell’impatto. Quel rumore. Bisogna soccorrerla, non si può lasciar per strada qualcuno col bacino spezzato. Una mano ti afferra e ti porta via perché, se resti, la prossima cosa che si spezzerà sarà il tuo cranio. Un bacino si spezza, bisogna soccorrere, devi andartene. Quel rumore non smetterà più di farsi sentire. Il tuo andartene non ti porterà mai più via da quella spiaggia.
Un pomeriggio di metà agosto, con lo stesso caldo di allora e la città abbastanza vuota, ho accompagnato una reduce del G8 sui luoghi dei nostri fantasmi generazionali: lo stadio Carlini, Boccadasse, corso Italia, piazzale Kennedy. Lei non tornava a Genova da ventun anni, io non l’ho mai davvero lasciata. Insieme ad altri compagni, erano arrivati a Genova nella notte, dagli Appennini, per evitare i posti di blocco autostradali; poi erano ripartiti in ordine sparso e forse, prima di separarsi, erano passati per la Diaz imbrattata di sangue – nessuno di loro, oggi, ne è più sicuro. Nell’autunno di quell’anno, quando mi capitava di passarci, sovrimpresse su piazzale Kennedy vedevo scorrere le immagini dei tre giorni di luglio: la polizia in assetto antisommossa; i banchetti di accoglienza; le montagne di bottiglie d’acqua; gli attivisti di Attac! immobili davanti ai manganelli; l’onda dei manifestanti che bruscamente piega e s’incunea su per la scalinata; il fragore incessante dell’elicottero; il sangue. Mentre camminavo con un compagno dei Paesi Baschi, a un certo punto lui mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha dolcemente spostata mezzo metro in là per evitarmi di calpestare una chiazza di sangue. Camminare sul sangue, le ossa spezzate dei morti. Di chi era quel sangue?
Abbiamo cercato il posto dove la donna olandese è caduta sugli scogli, dove la polizia ha inseguito un bacino fino a spezzarlo, dove non si è potuto prestare soccorso. Alla fine, dopo molti sopralluoghi, non siamo certe di averlo trovato: forse in due decenni la città è troppo cambiata o forse la ricostruzione oggettiva è impossibile. Michael Taussig ha indagato gli spazi del terrore, e cioè i luoghi dove l’uso sistematico e intenzionale della violenza arriva a creare un contesto allucinatorio. Come in quell’iniziazione multigenerazionale alla violenza di stato: lo sgomento nel riconoscere il suono di un osso che si spezza senza averlo mai sentito prima; la consapevolezza stordita di esser finiti in un teatro dell’orrore; la confusione. Il suono delle ossa sulla pietra non ha segnato le mie orecchie, è il fantasma di altri: della compagna che me lo racconta, di quelli che erano con lei. Ma è anche un fantasma mio, uno dei tanti che da allora si affollano, nell’indistinzione perdurante fra ciò che si è vissuto e ciò che è stato raccontato, fra ciò che si è visto e ciò che si è temuto, nella nebbia cognitiva che gli spazi del terrore invariabilmente inducono e che si alza, appena un po’, solo accettando di parlare alle ombre che vi si muovono.
Da sola non avrei mai fatto questa ghost dance. Pigrizia, timore; o forse non mi sarebbe venuto in mente. Cercare quei fantasmi non mi ha dato nessuna risposta, nessuna certezza. Mi ha permesso di sputar fuori un po’ del fango accumulato. E soprattutto, mi ha riconnessa con il senso di quelle lotte, con la parte perduta della storia mia e di tutti, con i futuri abitabili distrutti sotto i miei occhi dalla violenza del capitale. E mi ha mostrato, una volta di più, l’intelligenza dei collettivi che danzano la ghost dance, dove i fantasmi cantano, insieme ai vivi, we shall live again.

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Le gang dei “minori stranieri”: teppisti o nuovo soggetto operaio? https://www.carmillaonline.com/2022/09/28/le-gang-dei-minori-stranieri-teppisti-o-nuovo-soggetto-operaio/ Wed, 28 Sep 2022 20:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73735 di Emilio Quadrelli

“La violenza è intesa così come la mediazione principale. L’uomo colonizzato si libera nella e per la violenza”. (F. Fanon, I dannati della terra)

La “grana” era nell’aria da tempo, che la “questione dei minori stranieri non accompagnati” dovesse prima o poi esplodere era solo questione di giorni. Di ciò ne erano perfettamente consci almeno chi, come chi scrive, ha quotidianamente a che fare con questi mondi. Quanto accaduto a Genova di recente nel quartiere del Molo ha, pertanto, ben poco di sorprendente. I fatti sono abbastanza semplici [...]]]> di Emilio Quadrelli

“La violenza è intesa così come la mediazione principale. L’uomo colonizzato si libera nella e per la violenza”. (F. Fanon, I dannati della terra)

La “grana” era nell’aria da tempo, che la “questione dei minori stranieri non accompagnati” dovesse prima o poi esplodere era solo questione di giorni. Di ciò ne erano perfettamente consci almeno chi, come chi scrive, ha quotidianamente a che fare con questi mondi. Quanto accaduto a Genova di recente nel quartiere del Molo ha, pertanto, ben poco di sorprendente. I fatti sono abbastanza semplici e li riportiamo per sommi capi.

In questo quartiere è stata aperta una struttura, con ventidue posti letto, per “minori stranieri non accompagnati”, questi ragazzi hanno dato forma a micro gang e a coeve attività di piccola criminalità; attività che, in alcuni casi, hanno preso di mira gli abitanti del quartieri i quali, in maniera abbastanza rumorosa, ne hanno chiesto l’immediato allontanamento. Essendo in piena campagna elettorale questi episodi hanno fornito un ghiotto assist per quelle forze politiche, come la Lega, che della lotta all’immigrazione ne hanno fatto un autentico brand.

In realtà, a uno sguardo un poco più attento, il dilagare di questo fenomeno non è circoscrivibile ai soli immigrati in quanto il proliferare di gang, non necessariamente etnicamente declinate, è un fenomeno che conosce una certa diffusione tanto che non è infrequente il formarsi di gang che associano nazionalità diverse, autoctoni compresi. Le denunce di alcuni autisti dell’AMT sulla difficoltà di lavorare, in seguito alla presenza molesta di queste gang, in orario seriale su alcune linee periferiche non focalizza l’attenzione su questa o quella nazionalità ma sulla presenza di bande minorili le quali, una volta salite sul bus, ne combinano un pò di ogni colore.

Di fronte a questo fenomeno, evitando tanto le retoriche xenofobe e razziste, tutte incentrate sul “sicuritarismo”, quanto quelle “buoniste”, tutte comprese all’interno dello “educazionismo in permanenza”, appare non solo utile ma opportuno provare a leggere questo fenomeno come un vero e proprio specchio di una realtà sociale la cui scomodità è tale da essere costantemente ignorata. Partiamo, pertanto, dalle condizioni di vita materiale dei “minori stranieri non accompagnati”.

Le cosiddette politiche dell’accoglienza non è che in questo paese abbiano mai brillato ma dall’aprile 2017, in seguito al Decreto Minniti – Orlando, hanno conosciuto più che un peggioramento un sostanziale azzeramento. Le risorse per i “minori stranieri” sono state pressoché dimezzate e le strutture deputate a ospitarli trasformate in un parcheggio, all’interno del quale è assente ogni progettualità, in attesa del compimento del diciottesimo anno di età.

Assai di frequente, per di più, l’inserimento dentro una di queste strutture avviene al termine di un periodo “avventuroso” nel quale il minore è alloggiato in un albergo convenzionato dove usufruisce unicamente di un bonus pasto per il mezzogiorno, da utilizzare in una qualche “mensa per poveri”, mentre per tutto il resto deve sbrigarsela da solo. Questa condizione, in non pochi casi, si protrae per mesi, mesi nei quali il minore non ha molte scelte, se non l’approdo a un qualche ambito della microcriminalità, per sopravvivere.

Da non ignorare, inoltre, il frequente attraversamento dei mondi della prostituzione. Questo non deve stupire poiché, come raccontano le statistiche, il nostro paese primeggia nell’apposita classifica del turismo sessuale. Trovarsi proprio sotto casa una non secondaria scelta di “frutti esotici” a non pochi bravi cittadini deve apparire come una vera e propria manna. Paradigmatico al proposito il “caso Don Seppia”, un parroco genovese particolarmente sensibile alle problematiche dei “minori difficili”, risultato a capo di un giro di prostituzione minorile dove, neanche a dirlo, la presenza di minori stranieri rasentava maggioranze bulgare. Il redditizio mondo della pedofilia trova nella figura del minore straniero un ambito di reclutamento quanto mai prospero e, ricordando la famosa asserzione di Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”. Chiuso questo drammatico inciso proseguiamo.

La situazione di abbandono e indigenza non cambia di molto una volta che, i minori, approdano in una qualche struttura. Dal Decreto Minniti – Orlando in poi abbiamo assistito a un radicale mutamento degli istituti deputati a accogliere i “minori stranieri non accompagnati”. A fronte delle corpose riduzione delle rette le varie Associazioni e Consorzi del Terzo settore hanno risposto raddoppiando la capienza. Strutture pensate e progettate per dodici persone hanno repentinamente scoperto di poterne accogliere venti – ventiquattro, ma non solo.

Ciò che ha caratterizzato il Terzo settore in questi anni è stata la drastica ristrutturazione della forza lavoro. Da un lato, mentre il numero dei minori raddoppiava, il personale veniva quasi dimezzato ma non solo. Il Terzo settore cessava di assumere dipendenti e quindi personale qualificato poiché, a norma , chi lavora con i minori deve essere un “Educatore professionale” con tanto di laurea, per lavorare sopratutto con le partite IVA. In pratica, per lavorare nel Terzo settore, occorre aprirsi una partita IVA e, una volta diventati “lavoratori autonomi” è possibile “collaborare” con una Associazione, Consorzio ecc., senza dover mostrare alcun titolo. Ciò per l’industria del Terzo settore comporta vantaggi enormi. Le partite IVA sono pagate dieci Euro l’ora, dal quale ovviamente loro devono detrarre tasse e contributi, non hanno diritto a mutua, ferie e tredicesima, percepiscono la stessa retribuzione sia nei giorni feriali che festivi, per loro non vi è alcuna distinzione retributiva tra il diurno e il notturno e, in più, non hanno limiti di orario. Capita non di rado che, le partite IVA, accettino di fare turni da ventiquattro e persino da trentasei ore consecutive correndo da una struttura all’altra. Nei casi in cui non vi fossero partite IVA disponibili, il Terzo settore utilizza il “lavoro a chiamata”.

Il personale che ha a che fare con i minori vive una condizione di ipersfruttamento, precarietà e marginalizzazione sociale che, a ben vedere, lo rende non troppo dissimile dai minori stessi. Alla luce di ciò non ci vuole molto per comprendere il tratto infernale che fa da sfondo al mondo dei “minori stranieri non accompagnati”. Questa la breve disamina delle strutture deputate a prendere in carico i minori, una disamina che ha ben poco di particolare, di nicchia o che altro ma che, in tutto e per tutto, ha i tratti propri della eccezione in senso schmittiano. La veste del lavoro dipendente sotto forma di partita IVA sta diventando la moneta corrente in non pochi ambiti produttivi. Nella logistica e nell’edilizia, tanto per fare i primi esempi che vengono a mente, sono ormai una pratica abituale e ampiamente diffusa.

Ma torniamo ai nostri minori. Ciò che va compresa è la realtà degli attuali flussi migratori.
Quanto crisi, pandemia e guerra hanno comportato in contesti dove povertà e miseria erano già ampiamente presenti. non è difficile da immaginare. Siamo veramente, e fuor di metafora, di fronte ai dannati della terra; da qui occorre partire se vogliamo provare a leggere quanto, con sempre più frequenza, farà parte dell’ordinario scenario metropolitano. Solo a partire da una lettura del colonialismo e della sua attualizzazione possiamo sperare di trovare una via di uscita da ciò che, sempre più, si prospetta come una “guerra civile” dai connotati indecifrabili.

Esattamente qua nascono non pochi problemi. Per molti versi le gang giovanili hanno ben poco di nuovo tanto che, su queste, esiste una fiorente bibliografia sociologica soprattutto di stampo anglosassone ma, senza spingerci a tanto, basti pensare al proliferare, soprattutto negli anni sessanta e primi settanta, di gang giovanili nel nostro paese. Anche in quel caso, seppur in toni minori, la componente coloniale non era secondaria visto che non poche di queste gang erano formate da giovani provenienti dalla nostra colonia interna.

Le tante “coree” presenti nelle aree metropolitane che altro erano se non quartieri coloniali? Le assonanze, però, finiscono qua poiché quei territori coloniali erano anche e soprattutto quartieri operai dove veniva confinata la nuova classe operaia della grande fabbrica fordista di cui il ciclo di accumulazione capitalista aveva un vorace bisogno. In linea di massima tra l’identità del colonizzato e quella operaia finì con il prevalere la cornice operaia dove l’odio e la rabbia del colonizzato trovarono una non secondaria sistematizzazione.

Esattamente dalla sintesi operaio – colonizzato prese forma la “linea di condotta” di quella “sinistra operaia” che non pochi problemi diede al comando e alle sue articolazioni. Non solo la fabbrica, ma il carcere, la scuola, i quartieri per arrivare all’università furono scompaginate dal fare barbaro della nuova classe operaia. Il colonialismo cede solo con il coltello alla gola, ed esattamente su ciò si conformò l’agire della “sinistra operaia”. Centrale, in tutto ciò, fu il felice connubio, per quanto non protrattosi per molto, tra la nuova composizione di classe e un non secondario ceto politico – intellettuale. In altre parole è stato grazie alla saldatura tra movimento e nuova composizione di classe che, in non pochi casi, gli stessi comportamenti delle gang giovanili trovarono sia uno spazio che una sponda dentro l’orizzonte della rivoluzione.

A Genova, per rimanere nell’ambito urbano dal quale il testo ha preso le mosse, è stato grazie a Lotta Continua se in quartieri come Oregina – Lagaccio, Ravecca – Sarzano e Val Bisagno queste bande giovanili hanno trovato uno sbocco politico perché, cosa che i più sembrano dimenticare, le masse hanno soprattutto fame di politica. Questo, non per caso, è ciò che ricorda Lenin ai menscevichi mentre questi sono del tutto presi nelle battaglie per il copeco. Ma la fame di politica delle masse non la si soddisfa attraverso dotte risoluzioni, seminari affini all’erudizione o stantie liturgie prone alla gloria che fu, la fame politica delle masse trova la sua soddisfazione nella prassi.

Ben difficilmente, se Lotta Continua non fosse stata la formazione maggiormente avvezza allo scontro di piazza, alla contrapposizione violenta a padroni e polizia avrebbe avuto modo di entrare in relazione con le gang giovanile. Lotta Continua offriva una pratica e una prospettiva di lotta sul terreno del potere politico, questo il terreno che le gang giovanili fecero, almeno in parte, proprio. Quel mondo è tramontato e, sotto quelle vesti, nulla è in grado di riportarlo in vita. Le trasformazioni capitaliste hanno rimodellato per intero i mondi sociali e la classe ha connotati che ben poco ha a che vedere con ciò che ci siamo, ormai da tempo, lasciati alle spalle. Tuttavia, per quanto profondamente modificata, la classe non si è estinta ha solo cambiato pelle. Ed è esattamente su questa pelle che occorre ragionare e, con ciò, torniamo ai nostri minori stranieri.

Il loro destino ha ben poco di esotico ma sintetizza al meglio la prosaica condizione di quote di proletariato e classe operaia tendenzialmente maggioritarie anche all’interno dei nostri mondi. Sotto questa luce, allora, i minori stranieri non sono altro che una vicenda a mezzo tra una storia del presente e una storia del nostro immediato futuro. Per condizione incarnano al meglio quella tipologia operaia dequalificata e estremamente flessibile della quale l’attuale ciclo di accumulazione ha estremamente bisogno.

In una città come Genova, dove turismo, movida, edilizia e logistica sono tra le principali attività produttive, i minori stranieri sono l’esatta incarnazione di questo nuovo soggetto operaio. Sono loro che, limitando lo sguardo al turismo e alla movida, forniscono la principale mano d’opera per bar, ristoranti, alberghi, locali di intrattenimento o si occupano della pulizia di questi locali passati al vaglio della inesauribile “gioia di vivere” del cittadino. Per altro verso sono loro a occuparsi di tutti quei “bisogni illeciti”, come sesso a pagamento e droga, di cui i cittadini sono particolarmente ingordi. In altre parole turismo e mondo del divertimento poggiano per intero sul lavoro di questa classe operaia. Per cogliere questa realtà non occorre vantare particolari sensibilità sociologiche, è sufficiente non essere, volutamente, ipovedenti. Esattamente qua si coglie la distanza tra movimento e classe.

Certo questa è una classe che non ha nulla di “comunista” ed è del tutto estranea alle retoriche del movimento ma, del resto, anche la classe operaia degli anni sessanta e dell’autunno caldo aveva ben poco di “comunista” tanto che i comunisti, con tanto di partito e sindacato, bollarono a più riprese questo nuovo soggetto operaio come teppista se non addirittura fascista. Retoriche non troppo dissimili vengono utilizzate oggi verso i minori stranieri mentre, al contempo, si rincorre il mitologema della classe operaia che fu. Come si vede, per certi versi, nulla di nuovo sotto il sole!

In effetti i minori stranieri hanno ben poco di “comunista” in quanto il loro orizzonte più che essere animato dalla critica della merce è ossessivamente posseduto dalle merci e dai suoi immaginari tanto che, parafrasando Marx, si potrebbe tranquillamente asserire che: “La merce è l’oppio dei popoli” senza dimenticare che, in contemporanea, “La merce è (anche) il gemito degli oppressi”. Con ciò, però, una qualche assonanza con la vecchia “sinistra operaia” riemerge. “Più soldi e meno lavoro”, “Cosa vogliamo? Vogliamo tutto”, non erano, almeno secondo i rituali e le liturgie ortodosse, programmi molto “comunisti”.

Sullo sfondo di questi programmi più che il “sol dell’avvenire” (continuamente posticipato in un futuro imprecisato), vi era il qui e ora del bisogno operaio, vi era l’accesso alla ricchezza e la liberazione dal giogo del lavoro. Nella loro pratica i minori stranieri non sembrano differenziarsi di molto da ciò e, sulla base della semplice esperienza, hanno compreso che tutto ciò non può che darsi dentro uno scontro di potere. Tutto questo trova una qualche sponda nel movimento? Se escludiamo il Si.Cobas e pochissimo altro, non troviamo realtà che possano vantare un qualche rapporto reale con la classe.

La cesura tra movimento e classe assume tratti persino imbarazzanti ed è una cesura la quale ha ben poco di ideologico e/o politico ma affonda le sue radici interamente dentro a una condizione materiale. Per comprenderlo basta osservare una qualunque sera della movida. Sarà facile, infatti, vedere il movimento agitarsi con “fare desiderante” tra i vari locali dell’intrattenimento e del divertimento mentre i giovani stranieri sono confinati nei retrobottega a preparar loro cibi e bevande così come sarà altrettanto facile osservare gli antagonisti richiamare l’attenzione di un qualche giovane straniero al fine di rifornirsi dell’immancabile kit di sostanze che, nel rituale del fine settimana, non può mai mancare. All’alba, infine, tutti tornano a casa solo che il movimento vi torna in auto, moto o scooter i giovani stranieri in autobus o bicicletta.

In tutto ciò, come appare chiaro, non vi è nulla di ideologico ma l’emergere di una situazione materiale obiettivamente incommensurabile. Questa distanza non è altro che il frutto maturo del colonialismo il quale, nel mondo globalizzato, è stato bellamente importato dentro i confini del vecchio Primo mondo e ha ridefinito per intero i rapporti tra le classi. Dentro questo scenario è obbligatorio imparare a stare, assumendo per intero la questione della “bianchità” e tutto ciò che si porta appresso. Non farlo significa rinunciare a cogliere l’elemento di rottura che la nuova classe operaia incarna ma non solo. Non farlo significa consegnare alle sirene “fondamentaliste” la richiesta e il bisogno di politica che queste masse portano in seno della quale il “teppismo” ne è semplice incarnazione fenomenica. Un aspetto che, chi scrive, ha potuto osservare in presa diretta.

Ragazzi del tutto estranei a qualunque retorica religiosa e per molti versi iper-occidentalizzati (la completa adesione alle mode giovanili occidentali non è un aspetto trascurabile poiché indica l’adesione e il desiderio di appartenere a un determinato “stile di vita” e ai consumi che questo si porta appresso), nel momento in cui si sono resi conto che la servitù è l’unico destino che l’occidente ha in serbo per loro, hanno ri/scoperto la religione non tanto come ambito di preghiera, bensì di lotta. Per questo motivo, la questione dei “minori stranieri”, ha ben poco a che vedere con la devianza, la criminologia, l’antropologia cultura e amenità simili ma è interamente una questione politica anzi, con ogni probabilità, racchiude il cuore del “politico” contemporaneo.

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Preludio ad una più ampia riflessione sulla disfatta afgana e le sue conseguenze https://www.carmillaonline.com/2021/09/15/prolegomeni-ad-una-piu-approfondita-e-meditata-riflessione-sugli-attuali-fatti-afghani/ Wed, 15 Sep 2021 20:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68172 di Sandro Moiso

[Quelli che vengono qui riproposti, come contributo ad una necessaria riflessione sul “caos” afgano, sono due scritti, riunificati ad hoc ma destinati originariamente ad uso interno di un ristretto numero di compagni provenienti dalla comune esperienza nell’ambito della Sinistra Comunista, prodotti a caldo, immediatamente dopo gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004. Quegli attentati consistettero in una serie di attacchi terroristici di matrice islamica sferrati nella capitale spagnola a diversi treni locali, che provocarono 192 morti e 2057 feriti. A seguito di questi il governo di Luis Rodriguez Zapatero, poi [...]]]> di Sandro Moiso

[Quelli che vengono qui riproposti, come contributo ad una necessaria riflessione sul “caos” afgano, sono due scritti, riunificati ad hoc ma destinati originariamente ad uso interno di un ristretto numero di compagni provenienti dalla comune esperienza nell’ambito della Sinistra Comunista, prodotti a caldo, immediatamente dopo gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004. Quegli attentati consistettero in una serie di attacchi terroristici di matrice islamica sferrati nella capitale spagnola a diversi treni locali, che provocarono 192 morti e 2057 feriti. A seguito di questi il governo di Luis Rodriguez Zapatero, poi insediatosi nella primavera di quello stesso anno, avrebbe decretato il ritiro delle truppe spagnole dal quadrante iracheno.
L’articolo che segue risulta dunque dall’unione dei due testi appena citati, intitolati rispettivamente “Ciò che non si può dire” e “Ancora su ciò che non può essere detto”, con alcuni necessari tagli e minime variazioni oltre all’aggiunta di due note di aggiornamento. Pur riferendosi a fatti correlati alla guerra irachena è parso utile sottoporli all’attenzione dei lettori di Carmilla, anche ad anni di distanza, per riportare l’attenzione sull’autentica trasformazione antropologica e politico-culturale intervenuta in Occidente nella percezione degli avvenimenti bellici e dei conflitti sociali successivamente all’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. S.M.]

Di fronte ai fatti più recenti occorre dire l’indicibile, uscire dagli schemi, guardare alla storia futura.
Le immagini tragiche delle vittime, lavoratori e studenti, devono farci riflettere, così come quelle delle manifestazioni contro la violenza e il terrorismo, il cui significato reale potrà essere soltanto quello della difesa e del mantenimento dello status quo mondiale basato sulla supremazia dell’Occidente sul resto del mondo.

Il disordine regna oggi a Madrid e, forse, domani regnerà in Europa1.
Tutti chiedono ordine e democrazia. Indistintamente. Il solco è stato scavato. La strada senza ritorno imboccata.
Non solo, come sarebbe facile pensare, da coloro che hanno colpito le stazioni di Madrid, bensì dallo stesso proletariato europeo ed occidentale più in generale.

Il proletariato o lotta o non è diceva Marx. Oggi non solo non è, non solo spera di ricavare dalla repressione degli altri popoli un proprio miserabile vantaggio, ma è soprattutto vittima del proprio essere imbelle, della assoluta mancanza della propria coscienza di sé, dell’esser venuto meno qui, in Europa, a quelli che, forse un po’ troppo retoricamente, un tempo si ritenevano i suoi compiti storici. Per questo, come le immagini tragiche dei treni carichi di pendolari dimostrano, sarà come al solito il soggetto sociale destinato a pagare il prezzo più pesante della guerra che s’è iniziata e che non ha saputo contrastare. Pagherà di più in termini di vite umane, di crisi economica, di tagli a qualsiasi tipo di libertà d’espressione, opinione, di azione sindacale.

In compenso parteciperà incosciente e gioioso alla nuova Union Sacrée, senza contare che nel disastro infinito che ci attende sarà sempre più facile colpire un treno, un supermercato, un cinema che non la sede di una multinazionale o una base militare.
Ad ogni colpo in compenso si sentirà più offeso dai desperados della terra e più vicino ai suoi reali aguzzini. Ma tant’è, anche la plebe di Roma cadde sotto le spade dei barbari invasori ancora rimpiangendo il pane e il circo che gli venivano offerti dagli imperatori.

E da quando la nobiltà
Iniziò il servilismo ad amare
Iniziò la nobiltà
Con i servi a degenerare

Parafrasando i “Carmina Burana” si potrebbe dire che “da quando il proletariato / iniziò il capitalismo ad amare / iniziò il proletariato / con il capitale a degenerare”.
Quando si afferma, però, che il proletariato occidentale è degenerato non si intende parlare di un processo irreversibile, from here to eternity, ma solamente ed opportunamente segnalare l’enorme distanza che separa ormai una buona parte dei lavoratori salariati non solo dalle teoria rivoluzionaria, ma anche da un modello di riferimento antimperialistico ed anti-capitalistico.

Tale distanza, prevalentemente di carattere culturale più ancor che politico, è dovuta ad una miriade di fattori che sono da individuare in una serie di apparenti garanzie che il capitale sembra aver concesso ai più; alle speranze di gioia e ricchezza che questo ha saputo alimentare anche al di fuori delle promesse riformistiche; alle illusioni basate sulla proprietà privata e sulle sue magnifiche sorti e progressive, che sono state instillate in quella che dovrebbe essere la classe nemica, un tempo per antonomasia, attraverso ogni strumento e mezzo di propaganda politica e mediatica.

Certo ciò che ha funzionato di più è stato l’aver garantito ai più la panza piena e la capa coperta, apparentemente anche alle generazioni future. Che poi si sappia che le cose non stanno esattamente così, non vuol dire che sia facilmente comprensibile dalla maggioranza dei lavoratori e dei giovani occidentali. Gli ultimi trent’anni non sono passati in maniera indolore. Le idee socialdemocratiche e la propaganda del sempre pimpante (quando si tratta di cantare le proprie lodi) capitale hanno lasciato il segno.

E’ questo un fenomeno né raro né sconosciuto: basti pensare allo sciovinismo e al conservatorismo della classe operaia americana bianca nei contesto della guerra del Vietnam. Solo che ora tale fenomeno, grazie ad un trend economico che tra scosse e riprese ha tenuto fino ad oggi lo spettro della fame lontano dalle porte della maggioranza delle famiglie, coinvolge i lavoratori di tutti i paesi più ricchi (USA, Europa Occidentale, Giappone).
Tra ferie, TV, casetta di proprietà e welfare la classe s’è ulteriormente abbruttita, ma senza percepire più quella spinta che dal dramma o dalla festa può derivare: il dramma è lontano ed è festa tutti i giorni (soprattutto in TV).

Ora alcune cose stanno sicuramente cambiando, un’era di guerra e di crisi si è aperta, ma tutto ciò è percepito ancora come un pericolo che deriva dall’esterno della compagine nazionale ed istituzionale.
Non vi è comprensione per i moti degli altri popoli, se non come timore del pericolo rappresentato dalle loro migrazioni o dal loro terrorismo.
Non vi è più contestazione dei governi esistenti che non passi attraverso la prassi democratico-parlamentare o la denuncia del mal funzionamento delle istituzioni e dei governi.

La protesta è troppo spesso forcaiola, dettata da esigenze egoistiche, per di più accecata dal timore di perdere qualche privilegio o diritto, fosse pure quello di schiacciare la maggioranza dell’umanità altra pur di mantenere macchinetta, casetta, partitella, biciclettata salutista e lavoretto.
La scomparsa di un comune linguaggio di riferimento (magari anche solo vagamente classista), di prospettive anche parzialmente collettive, di idee di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, che non si basino soltanto sulla beneficenza e sulla solidarietà di stampo cattolico, e di qualsiasi riferimento alla possibilità, anche remota, di sostituire questo modo di produzione con un altro ha fatto sì che la situazione abbia subito un processo di reale imbarbarimento.

La violenza permea la vita della maggioranza delle famiglie, trasuda nei comportamenti sociali, nei rapporti tra individui e trionfa in quelli tra istituzioni e cittadini2, ma è vietato parlarne in termini politici: tutti sono diventati pacifisti e non violenti.
La sinistra democratica e quella sedicente antagonistica fanno poi a gara nel rimuovere il discorso sulla violenza, nel denunciarlo come il peggiore degli obbrobri, relegandolo tutt’al più ad un passato mitizzato, mistificato e neutralizzato (più o meno lontano: la resistenza, gli anni settanta) come un’icona da esporre durante la settimana santa.
In compenso i valori borghesi della tranquillità, della sicurezza, dell’ordine diventano autentici imperativi categorici.

Le stesse manifestazioni contro la guerra, lo stesso voto (di protesta?) spagnolo degli ultimi giorni avvengono non in difesa del diritto degli altri popoli di giungere ad una propria autodeterminazione nazionale né, tanto meno, per affermare che l’unico nemico che si ha è quello che ogni proletariato ha in casa propria, bensì piuttosto che la guerra e il disordine tocchino anche noi, ledano il nostro diritto alla vita e al benessere. Si protesta non per le sofferenze degli altri, ma soltanto per salvare i nostri ragazzi, a scuola o in divisa.

Tutto ciò pesa come un macigno non sui rivoluzionari, che di fatto non possono nemmeno accampare il diritto ad esistere, ma sulla possibilità di una ripresa classista delle lotte a carattere sindacale e/o internazionale. Non del tutto e per sempre, ma certo per un lungo periodo che solo un tracollo violento della potenza dominante potrebbe abbreviare.

Anche questo però senza reali certezze di sviluppo delle tematiche classiste nel seno del proletariato internazionale, poiché se da un lato quello occidentale si è allontanato da temi che dovrebbero essergli più cari ancora del proprio essere (Marx e Engels dicevano a proposito del proletariato inglese e della questione irlandese che un proletariato che non sa difendere i diritti degli altri popoli non sa e non può difendere neanche sé stesso) e quindi non sa più in qualunque modo appoggiare e consigliare i fratelli d’altro colore, dall’altro i proletari dei paesi oppressi, i dannati della terra, i contadini dei paesi in via di sviluppo o ancora soggiogati dall’imperialismo, non trovando sostegno e risposte nel seno delle metropoli, hanno rivolto la loro fede e le loro speranze verso altre bandiere e altre modalità organizzative.

Per questo si può dire che un proletariato (quello occidentale) che non riesce più a percepire la propria alterità rispetto al capitale è condannato a divenire vittime di sé stesso.
Di fronte ai dannati della terra i proletari occidentali non sono più altro che cittadini occidentali cui viene riconosciuto il diritto di morire come nemici tout-court.
E’ evidente l’imbarbarimento che tutto ciò provoca, la regressione politica a livello nazionale ed internazionale che ne è contemporaneamente causa e conseguenza, e non basteranno poche frasi fatte o slogan a superare questo stallo storico.

Quando tempo addietro si insisteva sulla necessità di intervenire nei movimenti post-Seattle, lo si faceva nella speranza che uno spiraglio si fosse aperto e che permettesse un minimo di propaganda antimperialista, ma Genova ha schiantato tutto: ha separato il grano dalla pula, i buoni dai cattivi. Da un lato oggi abbiamo i teorici del commercio equo e solidale o i vari forum passerella per leaderini e dall’altro una nebulosa variegata di giovani enragés che pencolano tra la galassia dei centri sociali antagonisti, spesso ancora troppo lontani tra di loro a causa di divisioni causate da frattaglie ideologiche che sarebbe bene superare, e l’iniziativa individuale votata alla disfatta. Motivo per cui non esiste più un mare comune in cui sperare di nuotare, ma soltanto una palude piuttosto inquinata e asfittica.

Un pericolo che, infine, si rischia di correre è quello di scambiare la difesa delle posizioni di rendita acquisite da alcuni settori delle classi medie come obiettivo (libertà e diritti individuali) di lotte passibili di conseguenze interessanti. Ma non è ancora giunto il momento della rovina delle mezze classi di cui si parlava in altri testi3 e così si rischierebbe soltanto di contaminare il ben poco che rimane (in termine di significato delle lotte) con richieste giustizialiste e piccolo borghesi spacciate come rivendicazioni per un ancora inesistente conflitto sociale allargato.

(Lettere ai compagni, primavera 2004)


  1. Come avrebbero confermato successivamente i due attentati di Parigi, alla redazione di Charlie Hebdo il 7 gennaio e al Bataclan il 13 novembre, del 2015 e quelli di Barcellona del 17 agosto 2017 – NdA successiva alla prima stesura dell’articolo 

  2. Si legga a tal proposito il bel libro di Michel Warschawski, A precipizio (Bollati Boringhieri, Torino 2004), nel quale l’autore, vecchio comunista internazionalista ebreo, descrive la deriva violenta della società israeliana degli ultimi decenni  

  3. Come la crisi del 2008 e quella successiva e attuale legata alle ristrutturazioni socio-economiche riconducibili alle conseguenze dell’epidemia emergenziale da Covid-19 hanno invece successivamente avviato – NdA successiva alla prima stesura del testo.  

]]> Innamorarsi di Capitan Comunismo https://www.carmillaonline.com/2021/08/13/innamorarsi-di-capitan-comunismo/ Thu, 12 Aug 2021 22:01:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67582 di Luca Cangianti

Filippo Casaccia, Canzoni per fare l’amore. Storia pop erotico politica di Eugenio (figlio unico di piacente madre vedova) in fuga dalla Genova borghese, De Ferrari, 2021, pp. 248, € 14,90.

C’è un supereroe che compie azioni più incredibili di arrampicarsi sui grattacieli o volare a velocità superiori a quella della luce. È l’etereo angelo custode dei meritevoli, l’implacabile nemico dei prepotenti: espropria tabaccai razzisti per finanziare operai indebitati, punisce i fascisti, protegge le utilitarie delle pensionate e sanziona le Mercedes, aiuta a segnare il centroavanti del [...]]]> di Luca Cangianti

Filippo Casaccia, Canzoni per fare l’amore. Storia pop erotico politica di Eugenio (figlio unico di piacente madre vedova) in fuga dalla Genova borghese, De Ferrari, 2021, pp. 248, € 14,90.

C’è un supereroe che compie azioni più incredibili di arrampicarsi sui grattacieli o volare a velocità superiori a quella della luce. È l’etereo angelo custode dei meritevoli, l’implacabile nemico dei prepotenti: espropria tabaccai razzisti per finanziare operai indebitati, punisce i fascisti, protegge le utilitarie delle pensionate e sanziona le Mercedes, aiuta a segnare il centroavanti del Genoa e concentrando tutti i suoi superpoteri riesce perfino a trovare l’amore a una militante di Lotta Comunista. Il suo nome è Capitan Comunismo e le sue imprese fanno da intermezzo alle vicende narrate in Canzoni per fare l’amore di Filippo Casaccia.

Il romanzo potrebbe esser definito un Porci con le ali in salsa anni ’80, ma l’atmosfera poetica, ironica e trasognata ne fanno un prodotto unico, godibilissimo. Eugenio e Annalisa sono due liceali genovesi, s’incontrano durante un kiss in indetto contro la circolare bacchettona di un preside, si perdono, si ritrovano, s’innamorano perdutamente. È il 1986, l’anno dei Mondiali del Messico e delle proteste contro la riforma della scuola della ministra Falcucci. Si è ancora in pieno riflusso: i giovani politicizzati come Eugenio e Annalisa vedono negli anni ’70 un’età dell’oro della quale si sentono orfani. Eugenio, inoltre, da bambino ha perso il padre del quale continua simbolicamente a indossare il loden blu, mentre la madre trentenne preferisce farsi chiamare Federica piuttosto che “mamma”. La narrazione ci fa bighellonare tra feste, ubriacature epocali, pomeriggi cinefili accompagnati da junk food, confessioni amicali, copule nei bagni o sotto lo sguardo televisivo di Pippo Baudo, occupazioni di scuole trasformate in “soviet sentimentali”, esami di maturità e questioni cosmiche tipo “Il comunismo, come si fa?” Sembra non ci sia una direzione precisa, ma è solo una trappola narrativa, perché il dramma è in agguato e anche Capitan Comunismo – questa reificazione lirica del nostro immaginario desiderante – non potrà sottrarsi a un’ennesima missione.

Canzoni per fare l’amore è il romanzo di formazione di una generazione che, tra mille contraddizioni, ha continuato a sognare di cambiare il mondo quando quella precedente si leccava le ferite in galera, nel privato, con un laccio emostatico stretto al braccio. È uno sguardo senza retorica e reducismo, ma pieno d’amore, di precisione storica e, perfino, merceologica nei confronti di una città (Genova), di un’epoca e di un’età della vita. Quella in cui usciamo definitivamente dall’infanzia, avvertiamo l’orrore del male nel mondo, veniamo sommersi dalle domande, scopriamo la potenza dell’amore e dubitiamo delle nostre forze. È una fase d’instabilità emotiva, ma anche di grande produttività: è lì che nasciamo ai compiti che ci guideranno nel corso degli anni a venire; è lì che diventiamo veramente “capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”; è in quegli anni che alcuni di noi imparano ad alzare lo sguardo al cielo e a distinguere sopra i tetti, in alto tra le nuvole, la sagoma inconfondibile di Capitan Comunismo.

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