Gaza – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 04 Feb 2026 21:00:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’inferno del genocidio a Gaza https://www.carmillaonline.com/2026/02/02/linferno-del-genocidio-a-gaza/ Mon, 02 Feb 2026 22:55:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92498 di Edoardo Todaro

Wasim Said: L’inferno del genocidio a Gaza, LAD Edizioni, 2025, pp. 94; € 14,00

La prefazione a cura di Mousa Al-Sadah, l’introduzione scritta da Louis Allday e la nota all’edizione italiana di Pasquale Liguori, sono elementi importanti nell’approcciarsi a leggere questo libro. Ci troviamo di fronte a pagine che sono una presa in diretta di un genocidio, un genocidio non raccontato. Un genocidio che non è solo, e sarebbe del tutto sufficiente, sterminio di massa, ma è sicuramente un processo di oppressione coloniale, sistematico, che vuole smantellare le strutture della società colonizzata. Pagine che descrivono la determinazione del popolo [...]]]> di Edoardo Todaro

Wasim Said: L’inferno del genocidio a Gaza, LAD Edizioni, 2025, pp. 94; € 14,00

La prefazione a cura di Mousa Al-Sadah, l’introduzione scritta da Louis Allday e la nota all’edizione italiana di Pasquale Liguori, sono elementi importanti nell’approcciarsi a leggere questo libro. Ci troviamo di fronte a pagine che sono una presa in diretta di un genocidio, un genocidio non raccontato. Un genocidio che non è solo, e sarebbe del tutto sufficiente, sterminio di massa, ma è sicuramente un processo di oppressione coloniale, sistematico, che vuole smantellare le strutture della società colonizzata. Pagine che descrivono la determinazione del popolo palestinese a tenersi in vita nonostante l’orrore di uno sterminio che non è destinato a concludersi: la struttura morale della società palestinese, in queste pagine di Gaza, rimane intatta, una società in crisi ma non collassata.

Orrore, miseria, paura da una parte e dall’altra solidarietà, senso di comunità, un popolo generoso e solidale ecc … In quanto riportato da Wasim, ritroviamo riaffermata l’identità palestinese con il proprio sistema morale e culturale, il legame, indissolubile con la propria terra e, conseguenza derivata di tutto questo, “il diritto al ritorno”. Un libro che è da considerare un vero e proprio atto di resistenza, da inserire, a ragione, in quella che Kanafani definì “letteratura della resistenza”, un romanzo di testimonianza. Un libro che non chiede pietà e nemmeno il “voltarsi dall’altra parte” ma induce alla partecipazione attiva ed all’assunzione di responsabilità e quindi non è da considerare un’opera letteraria, non induce in una retorica umanitaria, non c’è nessuna fantasia, c’è solo, ed esclusivamente solo, la cruda realtà, quanto scritto da Wasim richiama, l’ormai dimenticato giornalismo d’inchiesta con la descrizione dlla vita sotto assedio.

Un libro che è scritto perché il massacro, in atto, non sia dimenticato, un massacro subìto anche dai bambini che sono privati della, legittima, infanzia; un massacro che a Gaza, vuol dire l’impossibile identificazione dei corpi dei defunti, vuol dire la negazione di una degna sepoltura, ma soprattutto Gaza vuol dire mettere in conto la morte: ovunque, in ogni cosa; pagine che evidenziano la sofferenza divenuta elemento della quotidianità. In queste pagine, c’è un lascito a futura memoria, il desiderio portato nell’anima dei sopravvissuti rivolto agli occupanti: «verrà anche il loro giorno come è sempre accaduto nella storia»¸un genocidio che implica la distruzione delle istituzioni culturali e della società nel suo complesso.

Su quanto descritto, c’è qualcosa che pesa in una modalità difficile da gestire: i palestinesi non hanno valore positivo, se lo avessero, il genocidio avrebbe avuto termine, un genocidio che va oltre la distruzione della vita, che lascia dei segni indelebili all’interno dell’essere umano, e su questo tanto abbiamo imparato dalle analisi di Samah Jabr . Un libro che è una storia di tutti e per tutti, con una descrizione, spesso difficile da sopportare, di ciò che viene subìto, visto e vissuto. In queste pagine sbattiamo contro il lato invisibile dello sterminio, la più grande umiliazione di questo secolo: la fame, un’arma devastante; le file interminabili di esseri umani alla ricerca disperata di qualcosa che li faccia arrivare al giorno dopo, file che in realtà sono un campo di battaglia, un muro umano, che fa sì che la solidarietà, valore che ha caratterizzato la società palestinese, si trasformi ed abbandoni il modo di essere fino ad ora esistito per divenire umiliazioe e dolore.

Said affronta anche un aspetto che accentua le difficoltà nel sopravvivere: l’emergere di quegli individui, complici dei genocidi, che sono a tutti gli effetti dei veri e propri mercanti della morte, sciacalli della morte, ma è soprattutto l’aspettativa verso l’arrivo di una tregua, attesa come una nascita, del ritorno alla vita e quando questa arriva, finisce immediatamente e tutto torna daccapo. Wasim con una consapevolezza ed una coscienza, presente in pochi, dice che «se non si agirà a livello globale, verremo cancellati, diventeremo una storia, una leggenda, un ricordo ai margini della storia», come dagli torto!

Un libro che, volutamente, è diviso in due parti, se nella prima la parola spetta a Wasim, nella seconda sono i gazawi ad assumere il compito della descrizione di quanto subiscono, il ruolo delle donne, mai rassegnate, ben lontane dallo sterotipo che le dipinge prive di propria autonomia; il partorire senza alcun supporto. Leggere questo libro è, come dice Wasim, una vera e propria ineluttabile discesa agli inferi. Finisci di leggere queste pagine e difficilmente ti arrivano le lacrime agli occhi, a fine lettura di questo libro quello che si può definire un vero e proprio testamento: «se resterò vivo continuerò la storia».

 

]]>
Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni… https://www.carmillaonline.com/2025/10/21/di-piazze-piene-a-milioni-e-di-carogne-canaglie-e-cialtroni/ Mon, 20 Oct 2025 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90901 di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di [...]]]> di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).

In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.

Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.

Il fascismo, come e più ancora il nazionalsocialismo (privo degli ingombranti “sovrani” italiani: il re e il papa), si radica in una mitologia messianica monocratica. Mussolini e Hitler si impongono e sono presentati come salvatori, profeti in grado di restituire unità al corpo sociale. Ma poi, la loro parabola si conclude nella catastrofe: il Duce catturato mentre se la da a gambe travestito da soldato tedesco, fucilato ed esposto a testa in giù in piazzale Loreto; Hitler, divorziato dalla Germania e dal popolo che “non ha dimostrato di essere all’altezza del compito. Non è degno di me, del mio genio. Ha meritato la rovina!”, finalmente si sposa con Eva Braun e il giorno dopo si suicida nel bunker.

Deflagrata in una consustanziale guerra mondiale, la dimensione messianica implode nel sangue, nella sconfitta militare e nell’orrore di crimini indescrivibili. A Milano, il 25 ottobre 1932, Mussolini aveva detto “Oggi, con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che questo secolo decimoventesimo sarà il secolo del Fascismo”. Nel Mein Kampf (1925) Hitler prefigura che il nazismo “deve presentarsi come il preservatore di un millenario avvenire, di fronte al quale il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi.” La parusia fascista e nazionalsocialista, nel tentativo di rendere eterno l’istante politico, distruggerà ogni mediazione, ogni differenza, ogni temporalità autentica. La volontà di eternità precipita nel delirio di dominio, perché l’Assoluto, incarnato nel mondo, non può che annientare ciò che gli resiste. Il nazifascismo, proprio nel momento in cui si realizza, si condanna alla rovina: la parousía collassa; è la presenza assoluta che brucia il tempo stesso.

Dopo il 1945, tutto sembrava indicare la fine senza appello di esperienze tanto atroci. Tuttavia, il loro precipitato ideologico non si esaurisce. Il culto del capo, la svalutazione del pluralismo, l’idea di una politica come incarnazione spirituale continuano a riaffiorare quasi fossero un limaccioso fiume carsico, un virus culturale latente: un herpes nel ventre d’Europa.

Il punto cruciale è che, dopo la guerra, il “nuovo” capitalismo yankee non ha – apparentemente – più bisogno dei fascismi storici, così come se ne servì nel primo dopoguerra. La democrazia parlamentare entro certi limiti (anticomunismo ad ogni costo), diventa funzionale al nuovo ordine economico e geopolitico sorto con la Guerra fredda. Come noterà Bobbio, la “democrazia liberale è fragile ma si rivela adattabile: non un ostacolo, ma una forma di governo che il Capitale sa usare”. Tuttavia, le vicende complesse degli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss in poi, hanno trasformato profondamente lo scenario geopolitico, mentre si imponeva un’economia globale di stampo neoliberista: deindustrializzazione nei paesi maturi, delocalizzazione produttiva, privatizzazioni, vendita di imprese pubbliche e riduzione dello Stato sociale; concentrazione della ricchezza, erosione dei diritti, crisi ricorrenti, tagli alla spesa pubblica, collasso dei welfare europei; omologazione giuridica al modello anglosassone, erosione della sovranità nazionale. La mattanza alla Diaz, la violenza feroce della repressione a Genova (G8-2001), doveva mettere a tacere chi indicava il nuovo orrore della teologia economica: il Capitale, nella sua autoriproduzione, si pone come realtà ultima, come principio di ogni senso, come Assoluto immanente che non tollera esterno né differenza. Il valore non rimanda più a nulla: è puro esser-presente, pura parusia del denaro che si moltiplica.

Il 2008, che per molti è stato paragonabile al crack del 1929, ha segnato il passaggio successivo: mentre milioni di persone perdevano case e lavoro, gli Stati salvavano le banche. Wolfgang Streeck, direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, lo ha detto con chiarezza: la democrazia è stata sospinta “in un corridoio sempre più stretto tra esigenze dei mercati e aspettative dei cittadini”. È qui che il concetto stesso di sovranità popolare si svuota, mostrando come il parlamentarismo contemporaneo sia già parte integrante del governo capitalistico.

Secondo Streeck, il modello di “capitalismo democratico” del dopoguerra (keynesismo) si basava su un patto sociale in cui lo Stato limitava gli “spiriti animali” del Capitale per garantire stabilità, crescita e pace sociale. La rivoluzione neoliberista, a partire dagli anni ‘70, ha liberato il Capitale da questi vincoli politici e istituzionali, portando a uno svuotamento dello spazio decisionale delle politiche nazionali e rendendo la politica subalterna all’economia. La crisi attuale non è più una crisi di legittimazione, ma una crisi economica evidente che si esprime attraverso il debito e la disuguaglianza. L’individualismo consumista di massa, infatti, ha neutralizzato le resistenze al processo di mercificazione. Si profila non già un crollo improvviso seguito da un nuovo ordine (come una rivoluzione socialista), ma un “interregno prolungato” di decadimento e disordine caratterizzato da instabilità, incertezza e caos, dove “tutti saranno in guerra con tutti”.

Il volto nuovo del fascismo non ha la forza né la necessità di costruire un ordine alternativo come nel 1932. Non organizza corporazioni, non genera un nuovo modello di Stato. Si riduce a un doppio ruolo: a) l’intensificazione repressiva, attraverso leggi securitarie, restrizioni di libertà e sorveglianza hi tech; b) la mobilitazione simbolico-identitaria intorno a bandiere, retoriche nazionaliste, slogan sulla patria e sulla tradizione, richiami strumentali e infantili a disegni divini. Il nuovo fascismo è dunque un attrezzo residuale, non più totalità organica, e quando arriva al potere, si riallinea immediatamente con il Capitale e con lo Stato imperiale.

L’Italia offre un esempio perfetto di questa condizione. L’attuale presidentessa del consiglio ha costruito la propria legittimazione attraverso il richiamo all’eredità neofascista: “non rinnegare, non restaurare”, la formula almirantiana del 1948, riproposta in una fisionomia aggiornata: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”; è la forma con cui si propone come incarnazione del popolo che crede di “unificare” in sé stessa “quale coscienza e volontà di pochi (FdI), anzi di Una (lei)”, non è certo un caso che in questo slogan urlato nel 2019, echeggi il dettato del 1932. E ancora: “Il mio sogno è vivere in un’Italia nella quale, pur nelle differenze, tutti possano definirsi e agire da patrioti, ovvero da persone che antepongono l’interesse della Nazione all’interesse di parte o di partito”, un’affermazione che pare velata e tuttavia, rimanda apertamente all’idea di Stato del Mein Kampf, per cui “il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi”. Dunque “fascista” (neo, post, non importa), laddove si annulla il molteplice, si nega la complessità, si schiaccia la democrazia come collettore costituzionale del pluralismo, si violenta la polifonia politica, per imporre un monismo metafisico (la mistica della “Nazione”) che vorrebbe condurre a un “presidenzialismo” (mimetizzato nel “premierato”) vettore dell’accentramento del potere esecutivo, cui devono essere sottomessi, fino all’annientamento, i poteri legislativo (il parlamento già di “pianisti”) e giudiziario (l’anticamera dovrebbe essere la farsa della “separazione delle carriere”), così che il “potere sovrano” è legibus solutus.

Ma quando è al governo del “reale”, nello scenario mondiale, la Presidentessa del Consiglio abbandona la maschera e pratica la proskynesis davanti agli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Nessuna autonomia di politica estera (con un ministro che dichiara “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), pieno appoggio alla NATO, fedeltà al Patto Atlantico perinde ac cadaver. Il “sovranismo” si rivela quel che è: mera retorica, turpe spettacolo politico da lanciare in pasto a una plebe indifferente, distratta, impaurita, abbrutita, e prigioniera del proprio orizzonte.

Nel mondo vero, fuori della bolla di menzogne gonfiata grazie all’ampio controllo dell’informazione, l’Italietta di Giorgia è un solo una miserabile provincia dell’impero: un’economia deindustrializzata, incapace di competere nei settori strategici; un debito pubblico strutturale che blocca ogni margine di manovra; una crisi demografica che erode la base stessa della società; l’assenza totale di una visione di lungo o medio periodo (si veda l’uso ignobile dei 200 mld del PNRR).

L’Italia, che nell’illusione dopata del “miracolo economico” (1958-63) fu una media potenza, è oggi una realtà marginale, travolta da un inarrestabile declino e costretta nella camicia di forza della sudditanza agli Stati Uniti.

Su questo versante, Donald Trump – orrendo intruglio tra Kingpin e il Dottor Destino (per dirlo attraverso l’universo Marvel) – rappresenta l’altra faccia della medaglia. Il suo percorso verso la conquista del potere, sintetizzando, va letto alla luce di due momenti decisivi del XXI secolo: l’11 settembre 2001, che ha formalizzato la logica della guerra permanente e dello stato d’eccezione normalizzato; e la crisi del 2008, che ha distrutto la fiducia nella promessa americana (il mito dell’American way of life), mostrando che le élite – “comitato d’affari” orami assurto a un migliaio di persone su otto miliardi – salvano le banche e sacrificano i cittadini.

Il grottesco megalomane sbarcato alla Casa Bianca, una distopia peggiore dei più cupi romanzi e film fantapolitici, è l’espressione di questo collasso: un capo messianico che catalizza il risentimento popolare, ma arraffato il potere è totalmente – e ci mancherebbe altro – allineato al Capitale (tagli fiscali, deregulation e soprattutto affari suoi). Solo i gonzi e la marmaglia giornalistica in malafede non colgono la dimostrazione adamantina: il trumpismo non è un’alternativa, ma l’oscena, ultima variante compatibile dell’ordine neoliberale, nella sua estrema violenza e catastrofica ferocia.

Il fiume carsico che dal fascismo storico si dipana fino al presente mostra, perciò, discontinuità e continuità. Nel primo caso, c’è una deviazione principalmente nell’assenza della necessità d’una fondazione dello Stato totalitario. Mentre in continuità si manifesta, senza più veli, il nesso tra capitalismo e autoritarismo, tra economia turbo-liberista e violenza strutturale, la cui terribile espressione politica è la fatale trasformazione della democrazia stessa in mero strumento di dominio. Se da tempo si discute di post-democrazia (2003), ora è l’epoca della “democrazia illiberale” (taluni usa il termine meno felice democratura).

Non occorre più distruggere, come al tempo del fascismo storico, le istituzioni democratiche, sono state svuotate dall’interno, piegate alle logiche del mercato e della geopolitica imperiale. I fascismi mimetici con il volto di Meloni, Trump, Orban, non fanno che intensificare la repressione e agire simbolicamente alimentando la direttiva schmittiana amico-nemico, scatenando ovunque divisioni orizzontali (per es. ceto medio impoverito vs disgraziati) in modo da cancellare ogni possibilità di conflitto verticale (masse diseredate in rivolta contro ricchi e potenti), ma la sostanza resta immutata: il tragico simulacro della democrazia è solo un dispositivo del capitale globale, una catastrofe sistemica.

I milioni e milioni di cittadini che in tutta Europa, in decine di città, sono scesi in piazza in questi giorni, mossi dall’orrore di Gaza, sono al tempo stesso atto politico e domanda etica. Sono, perciò, un gigantesco grido collettivo davanti alla fine della democrazia cui attoniti stavano assistendo. Gaza e il genocidio palestinese sono percepiti all’interno di questo scenario più ampio, terribile, pericoloso: quello del collasso definitivo della Modernità, con tutto il suo portato di diritto e di diritti come strumenti di pacificazione, nel senso kantiano di una “pace perpetua” fondata sulla ragione e sul riconoscimento reciproco tra gli Stati e tra gli uomini.

Oggi quella promessa kantiana si è rovesciata nel suo contrario. L’idea di diritto universale è diventata una retorica dell’intervento (il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” dice un raccapricciante clown a capo del Ministero degli Esteri italiano); la pace, un dispositivo di guerra preventiva; l’umanitarismo, una copertura ideologica per la violenza sistemica. Gli Stati democratici che si proclamano custodi dei diritti dell’uomo si rivelano, nei fatti, complici di pratiche genocidarie.

Come ha scritto Étienne Balibar, “il confine tra democrazia e barbarie non passa più tra i popoli, ma all’interno della stessa civiltà occidentale”.

In questo senso Gaza non è una “questione regionale”, ma il luogo in cui il dispositivo moderno — quello fondato su diritto, Stato, mercato e progresso — mostra la propria crisi terminale. Lì si misura il fallimento dell’universalismo occidentale, che pretende di difendere la libertà mentre distrugge la possibilità stessa di un mondo comune.

La catastrofe della Modernità non è solo politica, ma ontologica. È la crisi del soggetto occidentale che, dopo aver ridotto la terra a merce e il vivente a risorsa, si scopre privo di futuro. La guerra infinita, l’emergenza climatica, l’esaurimento delle democrazie rappresentative e la sorveglianza digitale sono le forme contemporanee di questa fine dell’umano come misura.

E tuttavia, proprio per questo, le piazze europee e mondiali in solidarietà con Gaza sono più che protesta: sono un atto di riappropriazione del senso politico. In un tempo in cui gli Stati hanno rinunciato alla giustizia, e le istituzioni internazionali tacciono, la società civile diventa l’unico luogo residuo della verità. È lì, in quella moltitudine che rifiuta l’indifferenza, che riappare ciò che resta della politica come possibilità etica del mondo. Contro il trionfo del “disumano”.

Non si tratta più di invocare un ritorno alla democrazia del Novecento, ormai svuotata e funzionale al capitale, ma di immaginare un nuovo universalismo post-occidentale, fondato non sull’astrazione dei diritti, ma sulla concreta esperienza della vulnerabilità condivisa.

La domanda che sale dalle piazze, e che nessun potere può soffocare, è allora la seguente: può ancora esistere un mondo comune dopo la fine della Modernità, dopo Gaza, dopo l’impero?

È una domanda terribile, ma necessaria. Perché da essa dipende non solo il futuro della politica, ma la possibilità stessa della civiltà.

 

]]>
Lo schianto di un imperialismo straccione https://www.carmillaonline.com/2025/09/24/lo-schianto-di-un-imperialismo-straccione/ Wed, 24 Sep 2025 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90400 di Sandro Moiso

Fernando Rosas, Mário Artur Machaqueiro, Pedro Aires Oliveira (a cura di), L’Addio all’Impero 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, edizione italiana a cura di Francesco Ambrosini, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 436, 27 euro

Le edizioni Mimesis sono state tra le poche in Italia, forse le uniche, a “celebrare” un cinquantenario talmente scomodo per l’Occidente da essere quasi del tutto rimosso dall’immaginario e dalla storiografia al di fuori del Portogallo. Naturalmente quello di cui si sta qui parlando è quello della Rivoluzione dei garofani del 1974 e dalla sue successive evoluzioni politiche, sociali, militari e “coloniali” avvenute nel [...]]]> di Sandro Moiso

Fernando Rosas, Mário Artur Machaqueiro, Pedro Aires Oliveira (a cura di), L’Addio all’Impero 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, edizione italiana a cura di Francesco Ambrosini, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 436, 27 euro

Le edizioni Mimesis sono state tra le poche in Italia, forse le uniche, a “celebrare” un cinquantenario talmente scomodo per l’Occidente da essere quasi del tutto rimosso dall’immaginario e dalla storiografia al di fuori del Portogallo. Naturalmente quello di cui si sta qui parlando è quello della Rivoluzione dei garofani del 1974 e dalla sue successive evoluzioni politiche, sociali, militari e “coloniali” avvenute nel corso dell’estate calda del 1975.

Un evento che, come ha già avuto modo di dire in altre occasioni chi qui scrive, a distanza di decenni e in tempi di guerra e di crisi sistemica dell’ordine occidentale, già allora si distinse, anche se per un periodo intenso ma breve, per l’allarme suscitato nei media internazionali e, almeno in parte, negli schieramenti all’epoca ancora definiti dalla suddivisone del mondo in due blocchi.

Una rivoluzione che, se aveva fatto scrivere ad una importate testata giornalistica britannica che: «Il capitalismo è morto in Portogallo», aveva avuto però i suoi effetti più sconvolgenti e duraturi in Africa, nei territori un tempo facenti parte dell’”impero” portoghese: Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Capo Verde. Effetti che, tuttavia, hanno finito col riflettersi ancora sulla vita politica del Portogallo fino ai nostri giorni. Come ben spiegano alcuni dei saggi contenuti nell’opera collettanea appena pubblicata da Mimesis, ma la cui prima edizione uscì in lingua originale una decina di anni fa.

Una raccolta di saggi che oltre ad illustrare le vicende politiche e militari che si svolsero in quei paesi negli anni precedenti e successivi al verão quente (periodo formalmente compreso tra l’11 marzo e il 25 novembre 1975), affronta anche il problema dell’anticolonialismo tardivo della sinistra istituzionale portoghese e le ambiguità della stessa nei confronti dei problemi collegati alla resistenza dei popoli africani contro la dominazione lusitana su una parte del continente.

Una dominazione che, a differenza di altre, si era estesa ben prima del congresso di Berlino del 1884-1885 per la spartizione dell’Africa tra le varie potenze europee, essendo iniziata proprio a partire dalle prime esplorazioni atlantiche avviate dal regno portoghese, prima ancora della successiva espansione ispano-lusitana verso le Americhe, successive alla “scoperta” di Cristoforo Colombo.

Fatti, tutti, sospesi ancora oggi tra Storia e Mito che troppo spesso rimuovono dall’immaginario collettivo, formatosi attraverso i libi di storia euro-centrica in uso, il punto di vista e le sofferenze di quei popoli che in seguito furono definiti “sottosviluppati”, “primitivi” e “incivili”. Una visione della Storia e dell’Impero (portoghese) che fu però messa radicalmente e definitivamente in discussione dall’incontro tra i soldati portoghesi inviati a “governare” e sopprimere le rivolte dei colonizzati, prima, con le difficoltà e le sofferenze affrontate nella conduzione di quelle guerre e, successivamente, con i rappresentanti e i combattenti dei movimenti di liberazione con cui dovevano fare quotidianamente i conti.

Una situazione che fu alla base della rivoluzione del 25 aprile 1974, ribaltando i malumori e lo scontento non soltanto della truppa ma anche degli ufficiali sul destino politico del più longevo regime “fascista” d’Europa, finendo coll’affossarlo nel giro di pochissimo tempo, ma che successivamente tornò sui luoghi di origine contribuendo a liberare le colonie in tempi brevissimi e, in qualche modo, inaspettati sia per i Portoghesi nostalgici di un impero che da tempo non poteva più definirsi tale che per gli stessi movimenti di liberazione africani.

La forza dirompente che crea il cambiamento è il Movimento das Forças Armadas, costituitosi nella seconda metà del 1973 su iniziativa dei quadri intermedi delle Forze Armate. E’ in particolare nella Guinea Bissau che si è sviluppata la ribellione da parte dei militari coinvolti nella guerra coloniale, in opposizione all’ideologia “imperiale”, mettendo in discussione l’ordine su cui si basava lo stesso regime dittatoriale e aprendo la strada alle istanza democratiche. La pretesa del regime di Lisbona di difendere un anacronistico impero coloniale, obbligando i suoi soldati a combattere contro i movimenti indipendentisti, ha fatto scattare la scintilla dell’insurrezione che ha provocato l’abbattimento della dittatura.
A sua volta l’affermarsi del nuovo sistema democratico in Portogallo, seppure tra contrasti e posizioni differenti, determina e condiziona fortemente il percorso di concessione dell’indipendenza tramite negoziati ai territori coloniali. Viene impressa un’accelerazione a quel percorso, trovando un terreno di confronto con le realtà locali, grazie al ruolo che avevano assunto molti movimenti di liberazione, divenuti soggetti politici a livello internazionale, per mezzo delle reti transnazionali di sostegno alle istanze anticoloniali […] Rivoluzione e decolonizzazione sono dunque due fenomeni interconnessi e costituiscono i cardini della profonda trasformazione che investe il Portogallo e i suoi territori d’Oltremare alla metà degli anni Settanta. Ciò comporta grandi mutamenti per l’ex madre patria portoghese e ridefinisce anche la geopolitica mondiale, dato che tutte le ex colonie africane passano dall’orbita occidentale a quella sovietica. Si chiude definitivamente la pagina coloniale che il Portogallo aveva aperto cinque secoli prima1.

Il sollevamento militare in chiave rivoluzionaria era stato successivo sia alle conseguenze della guerra in Vietnam, che proprio nel 1975 si chiuse definitivamente, sul morale e sulla scarsa disponibilità all’ubbidienza agli ordini e agli ufficiali delle truppe americane coinvolte che a quelle che, secondo alcuni autori, avrebbero prolungato la propria influenza dopo l’indipendenza algerina dei primi anni Sessanta sui soldati e sulla società francese, fino alla crisi del maggio del ’68 che determinò il definitivo allontanamento del generale De Gaulle dal governo del paese.

Il riferimento alla Francia post-coloniale è reso possibile anche per le implicazioni che, in entrambi i casi, l’indipendenza delle colonie ebbe sull’immaginario e l’ideologia espressa dalle sinistre istituzionali di entrambi paesi fino al brusco risveglio causato dall’indipendenza dei popoli precedentemente “sottomessi”.

L’opposizione repubblicana alla Ditadura Militar e l’opposizione democratica liberale al salazarismo che le succedette […] criticavano la politica coloniale del regime dittatoriale in nome di un colonialismo riformista, umano, modernizzatore, che disprezzava il centralismo autocratico della gestione salazarista dell’Impero, gli abusi contro gli “indigeni”, l’abbandono dei coloni, i ritardi nell’educazione, nelle comunicazioni, nelle condizioni di vita ecc. Tuttavia non misero mai in discussione il colonialismo lusitano in sé, la legittimità della sua presenza, la coesione con la “madrepatria” e non si avvicinarono in nessun momento a niente di simile al riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione e all’indipendenza.
In altre parole, per l’opposizione repubblicana, in conformità con tale prospettiva,la questione coloniale fu sempre un problema secondario, settoriale, per così dire, riguardo alla priorità nazionale della lotta anti-salazarista.
Si dà il caso che tale repubblicanesimo […] godrà sempre di enorme influenza politica e ideologica nei confronti dell’opposizione di sinistra, in particolare del PCP (Partito Comunista Portoghese) […] Tale determinante influenza ideologica e tattica si rivelò in modo chiaro nelle formulazioni programmatiche e nei discorsi contro la politica coloniale di tutti i momenti di unità delle opposizioni all’Estado Novo, dagli anni Trenta fino all’inizio dei Sessanta.
[…] Naturalmente, quel riformismo coloniale, così come l’ambito politico che lo alimentava […] verranno letteralmente sommersi dall’ondata di radicalizzazione politica e ideologica che caratterizzò le opposizioni al regime (quelle tradizionali e quelle che in tale momento emersero come nuove forze) alla fine degli anni Sessanta o all’inizio dei Settanta. Ma quell’atteggiamento2 era stato invece largamente presente, tra gli anni Trenta e Quaranta, come caratteristica dell’antifascismo portoghese3.

Attraverso queste poche righe è però possibile anche cogliere tutto il colonialismo travestito da perbenismo e umanitarismo che caratterizza ancora tante politiche ritenute progressiste, liberali e di “sinistra” ai giorni nostri. Questione di Gaza compresa4.

A queste osservazioni sul tardivo anticolonialismo dell’antifascismo portoghese vanno ricollegati i dissapori, se così vogliamo chiamarli, sull’arrivo nella madrepatria, durante l’”estate calda”, «di circa 550.000 “portoghesi” delle ex- colonie, molti dei quali amareggiati per le circostanze della fine del periodo imperiale, l’irrompere delle guerre civili in territori come Angola e Timor Est, e la instaurazione generalizzata dei sistemi politici “a partito unico” negli altri pesi africani di lingua ufficiale portoghese», fatto che determinò un cambiamento di atmosfera rispetto al processo di decolonizzazione5.

In una certa misura i rimpatriati delle ex colonie (i retornados) avrebbero rappresentato il “lato oscuro” della Rivoluzione portoghese. Successivi sondaggi di opinione effettuati tra il 1978 e il 2004 hanno riferito una percezione ricorrente: la generalità degli intervistati manifestava soddisfazione riguardo alla fine delle guerre coloniali, accettava l’inevitabilità della decolonizzazione, ma riteneva che questa fosse stata mal gestita. L’idea di una élite responsabile di errori di vario tipo, compresa l’indifferenza riguardo agli “interessi” dei portoghesi che abitavano nei territori dell’Oltremare, ha avvelenato il clima della politica in Portogallo per diversi anni e si è dimostrata persistente. Le sue radici affondavano nel retroterra di forti disaccordi che caratterizzarono tutto il periodo rivoluzionario, fomentati in larga misuta da esponenti politici generalmente schierati a destra, ma vi erano accese critiche […] rivolte da intellettuali “non allineati” o da elementi dell’area socialista6.

Quanto fino ad ora enunciato, però, non costituisce che una piccola parte di ciò che sarebbe necessario riassumere a proposito di un testo che si muove con ricchezza di dati, fonti e ricostruzioni storico-politiche e militari in un contesto in cui i fatti ricollegabili alla rivoluzione portoghese e all’indipendenza delle colonie lusitane sono inseriti via via sia nel panorama internazionale, ancora segnato dagli ultimi bagliori della guerra fredda, sia tra i diversi, ancorché simili, percorsi dei vari movimenti di guerriglia, di cui uno soltanto, trattato come gli altri in uno specifico saggio, rimase fuori dall’indipendenza: il FRETILIN (Frente Revolucionária do Timor-Leste Independente), movimento di liberazione di Timor Est, sorto come tutti gli altri movimenti indipendentisti dell’isola asiatica, nel 1974.

In questo caso, però, il fallimento dei sogni indipendentisti, realizzatisi soltanto a partire dal 1999, non fu dovuto a uno sforzo portoghese di impedire l’emancipazione della parte dell’isola facente parte dei possedimenti dell’Oltremare, ma ad un intervento diretto delle forze armate indonesiane che, dopo i primi interventi oltre confine nell’estate-autunno del 1975, occuparono la parte orientale dell’isola nel dicembre dello stesso anno. Intervento che oltre ad accondiscendere le mire espansionistiche del grande paese asiatico, continuava l’azione di repressione dei movimenti indipendentisti e “comunisti” iniziata nel 1965, con l’appoggio degli Stati Uniti, con l’eliminazione di almeno un milione di civili indonesiani accusati di essere “comunisti”7. Fu così che il FRETILIN e gli altri movimenti di liberazione nazionale si trovarono a combatter contro l’occupazione indonesiana per un altro quarto di secolo.

Oggi, mentre il dominio occidentale sul mondo sembra essere giunto al suo prevedibile tramonto, e non soltanto in virtù della recente conferenza dei paesi asiatici tenutasi a Tianjin agli inizi di settembre oppure della sfarzosa parata militare cinese di piazza Tienanmen, il testo pubblicato da Mimesis si dimostra estremamente utile per comprendere il percorso del declino di un imperialismo, prima, portoghese e, poi, occidentale sempre più straccione nella sua ormai acclarata e sempre più insostenibile volontà di potenza. Destinata a concludersi, esattamente come quella dell’Estado Novo di Salazar e dei suoi successori, in nient’altro che in uno schianto di cui a far le spese saranno momentaneamente e prima di tutto i popoli e i giovani dei paesi e continenti coinvolti. Come i passeggeri di un tram a cremagliera rimasto privo di freni e strumenti di controllo.


  1. F. Ambrosini, Nota introduttiva a F. Rosas, M. A. Machaqueiro, P. Aires Oliveira (a cura di), L’Addio all’Impero 1975: l’indipendenza delle colonie portoghesi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2025, pp. 9-10.  

  2. Rispetto per le “personalità della Repubblica” e necessità di riformare l’amministrazione delle colonie “senza arrecare pregiudizio all’unità dell’Impero” e della “dignità della patria e della sua estensione territoriale nell’Oltremare”.  

  3. F. Rosas, L’anticolonialismo tardivo dell’antifascismo portoghese in F. Rosas, M. A. Machaqueiro, P. Aires Oliveira (a cura di), op. cit, pp. 32-34.  

  4. In proposito si veda qui  

  5. Si veda in proposito: S. Moiso – G. Strippoli, Riti di passaggio. Cronache di una rivoluzione rimossa. Portogallo e immaginario politico 1974-1975, Edizioni Mimesis, 2024, pp. 127—128.  

  6. F. Rosas, M. A. Machaqueiro, P. Aires Oliveira, Prefazione a L’Addio all’Impero, op. cit., pp. 23-24.  

  7. Si veda in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2021.  

]]>
Respirando Gaza https://www.carmillaonline.com/2025/09/18/respirando-gaza/ Thu, 18 Sep 2025 21:55:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90565 Racconto di Cesare Battisti

Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.

Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a [...]]]> Racconto di Cesare Battisti

Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.

Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a negare quelli che i pensieri non li respirano, li producono prima di vomitarli. E di palo in frasca, strana associazione di idee, spunta Gaza da sotto le rovine. Ed ecco che nell’aria del cortile non rimane più un pensiero da respirare. Abbiamo esaurito le parole, è il silenzio che sovrasta lo sfacelo.

Sotto il piombo israeliano è rimasto un gemito, che sale fino al cielo è spegne il sole. È il lamento di una madre che stringe al petto il corpo dilaniato del figliolo. “Respiro i miei pensieri”, ce ne erano altri, di versi, tutti molti belli, ma questo è quello che mi sono portato a letto ieri sera. In cella non si è mai del tutto al buio. Con i rumori, dal ferro e dal cemento penetrano bagliori d’ordine e progresso, e le ombre si mettono a ballare. Non sono proiezioni di pensieri, mai da respirare, sono sagome prescritte dalla sorveglianza che si arrampicano sui muri, prima di cadere.

Ombre soporifere, servono a dissuadere i cattivi pensieri, inducono al sonno. A un brulicare di sogni che non sono sogni ma sghiribizzi di un cervello esausto. Niente di straordinario, capita spesso di rimanere appeso a un pensiero, a una sensazione che tocca e fugge, a un ricordo troppo labile per essere messo a fuoco. Può anche essere qualcosa che ci è sembrato importante e che non vogliamo lasciar andare cosi.

Respirare i propri pensieri non è una cosa da niente, è precisamente quello che dovrei fare ogni volta che mi siedo qui a scrivere. Quando l’unico pensiero a far rumore è il respiro lieve del mio compagno di cella, che dorme rannicchiato come un bambino e suda. A pochi centimetri dal suo cuore, io cerco le parole che lui respira.

La curiosità di sapere se si tratta di pensieri vivi o sono il ricordo di una vecchia lista della spesa. Se invece di un respiro, non sia il boccheggiare di chi cerca invano le parole per dar voce al pianto di un bambino che si sta spegnendo a Gaza.

]]>
La sindrome di Gaza https://www.carmillaonline.com/2025/09/01/la-sindrome-di-gaza/ Mon, 01 Sep 2025 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90280 di Gabriella Bianco

Maria Grazia Gagliardi, La sindrome di Gaza, Astarte Edizioni, Pisa, 2025, pp.165, euro 14,00.

“Dal confine di Erez all’albergo sono poche miglia, il traffico rado, qualche carretto tirato da asini trotterella di lato incredibilmente veloce. Polvere e vento. Poi si sente l’odore del mare, i campi verdeggiano, le strade si popolano. Appaiono palazzi alti e non finiti, miriadi di costruzioni povere, tra le quali ne affiorano di più lussuose. Molte le case danneggiate: campeggia l’incuria, la miseria, la guerra. Il taxi imbocca una strada a quattro corsie. Un ospedale, un’università dagli eleganti archi islamici dipinti di un fresco azzurro-verde. Sul balcone [...]]]> di Gabriella Bianco

Maria Grazia Gagliardi, La sindrome di Gaza, Astarte Edizioni, Pisa, 2025, pp.165, euro 14,00.

“Dal confine di Erez all’albergo sono poche miglia, il traffico rado, qualche carretto tirato da asini trotterella di lato incredibilmente veloce. Polvere e vento. Poi si sente l’odore del mare, i campi verdeggiano, le strade si popolano. Appaiono palazzi alti e non finiti, miriadi di costruzioni povere, tra le quali ne affiorano di più lussuose. Molte le case danneggiate: campeggia l’incuria, la miseria, la guerra. Il taxi imbocca una strada a quattro corsie. Un ospedale, un’università dagli eleganti archi islamici dipinti di un fresco azzurro-verde. Sul balcone di una palazzina la bandiera ONU, più avanti al semaforo la targa UNRWA e una moschea. ‘Sono entrata nella più grande prigione del mondo’ aveva pensato Elena” (pag.91).

Nel leggere il romanzo di Maria Grazia Gagliardi “La sindrome di Gaza” – Astarte edizioni – appena pubblicato, ci si interroga sul senso delle storie che questo libro racconta: che cosa le collega? qual è l’affinità che crea un’unità, una coerenza sotto l’esplicitezza delle trame? Perché narrare non è semplicemente raccontare storie, e le storie non sono né buone né cattive per il loro pathos, ma per come sono raccontate, cioè per l’individuazione di una voce che le connette. È certo che la scrittura sa più del suo autore ed anche del lettore. Questi ultimi come i personaggi sono in cammino verso una verità che non conoscono e che forse si delineerà alla fine della storia. Il troppo vicino scompare, più pensiamo di avvicinarci, più la verità si allontana da noi.

Il protagonista del romanzo, Amelio, si presenta subito come un “uomo senza qualità”, un superficiale cui preme portarsi a letto più donne possibili, eppure capiamo che nasconde un tormento rimosso perché Amelio digrigna i denti (soffre di bruxismo) ed è denominato il “digrignatore”.

L’altro doloroso protagonista di questa storia è il popolo palestinese.
Il giorno della morte di sua madre, Amelio bambino vede alla televisione un filmato sulla strage nel campo profughi di Sabra e Shatila. “Una mamma morta. Tante mamme morte. Quante mamme morte? Quanti bambini soli? Uomini cattivi col fucile avevano sparato senza pietà. Bombe e granate erano state lanciate. L’incontro con il dolore si fa in tenera età”. (pag. 20)

Da quel momento la storia personale di Amelio si intreccia giorno dopo giorno con la storia del popolo palestinese, anche se da cinico adulto “ ha accettato che la miseria è scontata e l’ingiustizia solo una coperta trasparente che avvolge l’umanità intera. Come abbia appreso queste regole, se glielo chiedete, non ve lo saprà spiegare; tuttavia, il dolore del mondo arriva a levigare gli animi quanto l’acqua torbida di un fiume arrotola i suoi ciottoli”. (pag.33)

Questo è un passaggio che dobbiamo tenere presente se vogliamo mettere insieme la trama e, come un puzzle, tornare indietro e ricomporla, facendo attenzione all’immagine che Amelio proietta di se stesso, perché la sua storia, anche se è una versione personale dei fatti e può sembrare secondaria rispetto alla grande Storia, la Storia dei popoli oppressi e perseguitati, ha una sua ragion d’essere. Siamo ciò che raccontiamo degli altri, ma anche ciò che raccontiamo di noi stessi.

In missione in Medio Oriente per svolgere un’indagine statistica, il digrignatore, incontra la collega Elena, anche “Elena digrigna i denti e come lui può azzannare” (pag. 30) e ne nasce una relazione amorosa. La loro storia d’amore e di sesso si svolge in contemporanea all’operazione Piombo Fuso dal 28 dicembre 2008 al 19 gennaio 2009, quando Israele bombarda Gaza uccidendo 1385 palestinesi e ferendone 5300. L’autrice ci presenta con cadenza inesorabile i bollettini di guerra di quel primo attacco sulla Striscia: i morti, i feriti, i bombardamenti.
Gagliardi lascia aperto il finale per la coppia – forse ormai coppia – Elena e Amelio, figli di un occidente scettico e indifferente. Anche la fine di Gaza non è stata ancora scritta, ci sorreggono la speranza, la pietà e l’indignazione, mentre “La vergogna continua”. (pag. 165)

In conclusione, come in ogni storia, bisogna imparare ad ascoltare il silenzio dell’opera. In questo romanzo il personale si mescola con il dramma di un popolo; il conteggio delle aggressioni sistematiche sulla popolazione di Gaza scandisce il ritmo della narrazione evitando che le vicende individuali prendano il sopravvento.

Gagliardi parla dei gazawi attraverso la storia e le statistiche, ma grazie a quei dati ci obbliga a ricordare il dramma di un popolo. Assediati dentro la Striscia di Gaza, molti dei suoi abitanti scendono al mare solo per provare a se stessi che esiste il tramonto, e lontano, oltre la riva, si stendono altre terre e altri destini. Questa angoscia viene condivisa chiaramente da Elena, quando si accorge che il suo visto è per un solo ingresso, non si contemplano uscite e ritorni. Se sopravvivi alle bombe ed ai fucili, sai che passerai tutta la vita in questa striscia assediata. Eppure, lontano dalla loro terra gli abitanti sentirebbero subito la mancanza delle fragole, dei limoni e delle arance di Gaza, dei suoi profumi. Niente può uguagliare camminare lungo il mare di Gaza e godere dei suoi tramonti, contemplando quell’immensità che ci rende consapevoli della nostra piccolezza, e al tempo stesso della quotidianità grandezza di un popolo. Anche loro, Elena e Amelio, come i gazawi, consapevoli dello scorrere del tempo e della vacuità di guerre feroci, in quel transito vorrebbero andare oltre l’orizzonte e aprire i confini, affinché tutti possano finalmente sentirsi ed essere liberi.

]]>
Il loro grido è la mia voce, poesie da Gaza https://www.carmillaonline.com/2025/07/11/il-loro-grido-e-la-mia-voce-poesie-da-gaza/ Fri, 11 Jul 2025 21:55:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89537 di Nico Maccentelli

Autori vari, Il loro grido è la mia voce, poesie da Gaza, Fazi Editore 2025, pp.141, € 12,00

“La poesia come atto di resistenza” è la prima frase che leggiamo nel risguardo a sinistra, che rappresenta il primo approccio, ciò di cui si parla in ogni libro con copertina cartonata. Perché è evidente a tutti che a Gaza non si fa poesia per amor dell’arte, ma come espressione estrema, appunto un grido che viene lnciato dall’inferno verso il resto del mondo che sino ad oggi poco ha fatto per intervenire come si conviene verso i nuovi nazisti, suprematisti [...]]]> di Nico Maccentelli

Autori vari, Il loro grido è la mia voce, poesie da Gaza, Fazi Editore 2025, pp.141, € 12,00

“La poesia come atto di resistenza” è la prima frase che leggiamo nel risguardo a sinistra, che rappresenta il primo approccio, ciò di cui si parla in ogni libro con copertina cartonata. Perché è evidente a tutti che a Gaza non si fa poesia per amor dell’arte, ma come espressione estrema, appunto un grido che viene lnciato dall’inferno verso il resto del mondo che sino ad oggi poco ha fatto per intervenire come si conviene verso i nuovi nazisti, suprematisti da “popolo eletto”, come i nazionalsocialisti si consideravano come “razza ariana”. Ricordo che sono in atto un’inchiesta crimini di guerra e mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant da parte della Corte Penale Internazionale e un’ordinanza per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia nei confronti di Israele e sollevata dal Sudafica, che di questi temi direi che ahimè se ne intende…

Un Occidente complice che falsifica i fatti attraverso dei media che sono strumento di propaganda per la guerra e l’oppressione, e che è parte in causa nel genocidio perché collabora con Israele1 i suoi enti di ricerca, il suo apparato militare, che fornisce armi e sistemi militari. Un resto del mondo che non opera alcuna sanzione. Solo la società civile con il BDS e i movimenti solidali alla causa palestinese e contro il genocidio in atto leva la propria voce. Troppo poco. Troppo poco a settant’anni dall’altro grande genocidio. E questo la dice lunga sul fattoche siamo entrati a piè pari a partire dall’Occidente atlantista in un’era di barbarie e di guerra dalle quali diviene sempre più difficle uscirne man mano che si va avanti. Per questo il silenzio e l’indifferenza sono complici, sono ottimi alleati dei signori della guerra.

Il loro grido è la mia voce significa proprio questo, non è un semplice atto solidaristico, ma la consapevolezza di un legame che unisce tutti i popoli e le classi sociali subalterne in un destino che progressivamente può colpire tutti, perché iniziata una logica, il resto va da sé. E il Tg di prima serata copre.
La prefazione è di Ilan Pappé, intellettuale socialista e storico ebreo israeliano di formazione comunista, che oltre a denunciare il grave silenzio dell’Occidente dalla Nakba fino al genocidio odierno a Gaza e alla pulizia etnica sanguinaria in Cisgiordania2, e ad auspicare che quest’opera contribuisca a squarciare il velo dell’ignavia degli occidentali, sottolinea che:

«Le poesie raccolte nel presente volume aprono uno scorcio su questa parte di sofferenza e resilienza umane di fronte al genocisio. Sono a volte dirette, altre volte metaforiche, estremamente concise o leggermente tortuose, ma è impossibile non cogliere il grido di protesta per la vita e la rassegnazione alla morte, inscritte in una cartografia disastrosa che Israele ha tracciato sul terreno.»3

La poesia, sostiene Pappè, per il popolo palestinese, sin dalla dominazione britannica e ancora poi dai tempi della Nakba è fiorita “… sostituendosi talvolta alle voci censurate e silenziate di attivisti e politici”…4

«In Palestina si è continuato a produrre poesia nei peggiori momenti storici, anche per celebrare le piccole vittorie di un movimento di liberazione o la resileinza del popolo.
Scrivere poesia durante un genocidio dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resileinza palestinesi.5

Il tema della resistenza è la dominante che aleggia implicita o enunciata apertamente nella sua forza esistenziale nella poetica palestinese. Nel trattare questo tema, la vulgata atlantista rimarca il proprio suprematismo di “civiltà” esattamente come l’etnofascismo sionista del “popolo eletto”, riducendo la popolazione palestinese ad agnelli sacrificali, quando non vengono messi come spazzatura sotto il tappeto. La resistenza non esiste: esiste il “terrorismo” di Hamas, che giustifica tutto e chiude ogni argomento. Pertanto, come per i nazifascisti, i partigiani erano “banditen”, la resistenza palestinese è ridotta a insensato terrorismo politico. E dopo aver digerito e riconosciuto resistenze come quella algerina, o stigmatizzate come comuniste quella del popolo cubano, vietnamita, cinese e così via, figlie dell’era dei due blocchi, quella palestinese semplicemente non esiste.

Ma come ho scritto poc’anzi, la resistenza c’è eccome e ha l’insopprimibile carattere esistenziale, dove vita e morte sono agli apici di una non esistenza, ossia di una condizione totalmente priva di diritti, del diritto principale: quello di vivere. È la sopravvivenza precaria e sempre sull’orlo della distruzione della soppressione dei “subumani”, come vengono descritti gli arabi dai colonizzatori sionisti.

Rimarrò
Perché i sentieri qui nella mia patria
Scorrono con una sofferenza simile alla mia
E malgado il sangue versato
Mi restituiscono la sensazione della vita
Rimarrò
Perché i bambini
Qui comprendono la risposta come me
Se chiedi al bambino
Racconta, cosa sognerai stanotte?
Lui guarda a lungo il cielo
E ascolta per un’eternitàil fragore dei proiettili
Risponde con tristezza
Perché pensare questa cosa
E potrei non vivere fino a stasera?

Perché qui non vivo a lungo
E in qualsiasi momento
Il fischio dei proiettili
Si porta via ciò che desidero e ciò che voglio
Qui potrei vivere, qui potrei morire
E con tutto questo…
Rimarrò qui
Amando la vita
Rimarrò io
Per scrivere di me e di chi soffre
Lettere di verità
Perchè scrivere in guerra è una morte rapida
In essa c’è vittoria e c’è suicidio
E c’è salvezza

Scriverò
Dalle tenebre delle caverne
Forse potrò risuscitare il fiore del mattino
Perché la poesia
È come il filo delle spade
Come il tuono del cielo
Perché tutti i proiettili
Che hanno sparato
Per soffocare le parole
Per uccidere la nostaglia, per uccidere l’antico e il nuovo
Per il nostro annientamento
aumentano la resistenza
rafforzano la volontà

(Estratto da Un attimo prima della morte di Dareen Tatour, 1982)

Come si vede, questi versi tratti da una poesia di una poetessa e fotografa nata a Raineh, città araba in Israele, potrebbe essere stata scritta anche oggi, a Gaza. E per le sue poesie Dareen Tatour è stata condannata e i libri confiscati dopo una disquisizione processuale su cosa sia poesia oppure no. Questo tanto per commentare le panzane che i vari propagandisti dell’hasbara6 nei nostri media sostengono senza pudore nel definire Israele uno stato democratico e laico. E questo per dare un senso compiuto, e non da oggi, al termine “genocidio”, che riguarda anche la cultura, l’arte e la letteratura di un polo genocidato, messe alla berlina e criminalizzate.

Un’ultima considerazione: ritengo opportunistico che dopo quasi due anni di sterminio, per pure ragioni di un conveniente marketing elettorale, i dem e le entità in loro quota, associazionismo e sindacalismo cgillino, abbiano “sussurrato ai cavalli”, e non ai diretti interessati, levando un labile ditino di sorry7. Dopo che in tutti questi mesi le manifestazionini pro-pal sono state attaccate e criminalizzate dalla stampa di regime e dalle forze di polizia. Che forse diffondere le ragioni della Resistenza palestinese, oltre la coltre di umanitarismo peloso e interessato, e oltre la cappa di indifferenza consumistica, stia diventando un crimine anche qua?

 

 

 


  1. a tal proposito c’è l’eloquente rapporto [https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session59/advance-version/a-hrc-59-23-aev.pdf} all’ONU di Francesca Albanese, relatrice speciale per i diritti umani nei territori palestinesi, e per chi ha fretta o non ha tempo per la traduzione dall’inglese, si legga questo [https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/07/03/rapporto-di-francesca-albanese-allonu-ecco-le-aziende-che-fanno-profitti-contribuendo-alleconomia-del-genocidio/8048574/} articolo su Il Fatto Quotidiano. Ovviamente i media nostrani non ne parlano.  

  2. “L’aspetto più inquietante di ciò che accade dal 7 ottobre 2023 è il silenzio e l’indifferenza dell’Europa” pag X de Il loro grido è la mia voce  

  3. Ibidem, pag X  

  4. Ibidem, pag IX  

  5. Ibidem, pag. X  

  6.  “Hasbara” (הַסְבָּרָה) è una parola ebraica che si riferisce agli sforzi di pubbliche relazioni e diplomazia pubblica volti a diffondere una visione positiva di Israele e delle sue azioni a livello internazionale. Il termine può essere tradotto come “spiegare” o “chiarire”. In realtà è un’opera immane di falsificazione ottenuta con una sistematica formazione di hasbaristi e di infiltrazione nei media e nei partiti politici, associazioni varie. Il cavallo di battaglia è la manfrina dell’antisemitismo, quando nessun sodale con il popolo palestinese, popolo semita (!!!), lo è, anzi si sa bene ormai come gran parte dell’intellettualità ebraica è anti-sionista, vedi lo stesso Pappé, Norman Finkelstein, il nostro Moni Ovadia e tanti altri come le centinania di manifestanti ebrei a Capitol Hill, nel 2023, tra i primi a comprendere i crimini sionisti.  

  7. Ancora oggi proseguono i distinguo che spezzano una lancia a favore delle “ragioni” di Israele vaneggiando su Hamas, senza proporre il minimo sindacale: sanzioni, boicottaggio, embargo, così facili e automatici invece per la Russia…  

]]>
E’ uno sporco lavoro / 1: ma qualcuno deve pur farlo… https://www.carmillaonline.com/2025/07/09/e-uno-sporco-lavoro-1-ma-qualcuno-deve-pur-farlo/ Wed, 09 Jul 2025 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89232 di Sandro Moiso

Almeno per una volta l’alter ego dell’ispettore Stephan Derrick, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha lasciato da parte l’ipocrisia con cui da tempo l’Europa maschera le sue posizioni dichiarando che «Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi». Una frase che più che dai dialoghi della serie televisiva che vedeva protagonista l’ispettore interpretato da Horst Tappert, dall’oscuro passato nazista, essendosi arruolato nelle Waffen SS nel 1940, sembrerebbe presa direttamente dai perversi pensieri che, al pari di quelli libidinosi ma vietati dalla morale borghese e cristiana, devono aver alimentato le fantasie non tanto di chi la Shoa [...]]]> di Sandro Moiso

Almeno per una volta l’alter ego dell’ispettore Stephan Derrick, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha lasciato da parte l’ipocrisia con cui da tempo l’Europa maschera le sue posizioni dichiarando che «Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi». Una frase che più che dai dialoghi della serie televisiva che vedeva protagonista l’ispettore interpretato da Horst Tappert, dall’oscuro passato nazista, essendosi arruolato nelle Waffen SS nel 1940, sembrerebbe presa direttamente dai perversi pensieri che, al pari di quelli libidinosi ma vietati dalla morale borghese e cristiana, devono aver alimentato le fantasie non tanto di chi la Shoa portò avanti, ma di tutti coloro che, come governanti o uomini comuni non soltanto di origine germanica, negli anni del secondo conflitto mondiale e dello sterminio su larga scala di ebrei, omosessuali, zingari, diversi e disadattati di ogni genere, avevano da tempo trasferito il loro odio e le loro paure su coloro che sembravano rappresentare dei possibili intralci alla loro visione di un mondo ben ordinato e “positivamente” razzializzato.

Israele, si dice ormai spesso e fino ai limiti di una ripetizione talmudica o mantrica, è oggi sempre più isolato come Stato e come popolo, ma il vero dato curioso è dato dal fatto che ad appoggiare la pretesa “vendetta” sionista siano quasi sempre forze di destra un tempo colpevoli della persecuzione degli ebrei e i portavoce di una Chiesa integralista che del massacro degli stessi aveva fatto un proprio dovere, anche solo per la concorrenza con i banchieri “giudei” in tempi in cui l’usura, come allora giustamente si chiamava il traffico di denaro, era ancora proibita ai “buoni cristiani”.

«L’usuraio ebreo, sempre più costretto a questa funzione dalla società cristiana, sebbene non commettesse peccato in rapporto alla legge ebraica né a quella cristiana, subì, sulla base di una latente ostilità agli ebrei, il crescere dell’antisemitismo, le cui vampate erano attizzate dalla lotta antiusuraria della Chiesa e dei prìncipi cristiani» ci narra Jacques Le Goff nel suo La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere (Laterza Roma-Bari 2003, p. 63). Sempre secondo Le Goff:

L’indebitamento contadino è difficile da studiare nel dettaglio; è stato comunque osservato che nei Pirenei orientali del secolo XIII molti agricoltori avevano per creditori degli ebrei. L’aumento della domanda di contante contribuì alla fortuna degli ebrei, ma spesso in misura ben più modesta rispetto alle voci che correvano. In effetti, in un contesto di bisogni ridotti, fino al XIII secolo a prestare soldi erano state soprattutto le istituzioni monastiche. Fu, quando l’impiego del denaro si urbanizzò che gli ebrei cominciarono a svolgere una funzione importante come prestatori di denaro, dal momento che secondo l’Antico Testamento il prestito a interesse, almeno teoricamente, era vietato tra cristiani da un lato e tra giudei dall’altro, ma ammesso tra cristiani ed ebrei 1.

Fu per questa diffusione di una economia monetaria che imponeva bisogni sempre crescenti di denaro che a partire dal XV secolo, in Italia:

La Fratellanza dell’Uomo divenne la bandiera sotto la quale i frati antisemiti, appartenenti specialmente agli osservanti francescani, celarono i loro demagogici appelli per l’espulsione degli usurai ebrei, i quali erano sciamati da Roma e dalla Germania nelle città italiane in risposta agli inviti municipali di avviare dei negozi, con licenza di richiedere dal 20% al 50% di interesse sui prestiti di non grande entità. Guidati da Bernardino da Feltre (morto nel 1494), i predicatori della famiglia degli osservanti vomitarono le ormai screditate accuse contro gli ebrei incolpandoli di assassini rituali, incitarono la plebaglia ad attentati contro la loro vita e la loro proprietà, arringarono il popolo e i magistrati affinché li distruggessero completamente e creassero agenzie di prestito cristiane, i così detti monti di pietà. Intorno al 1509, ottantasette di queste banche erano state ormai create con il consenso papale, malgrado le lamentele dei teologi tradizionalisti, soprattutto di quelli agostiniani e domenicani, secondo i quali i prestiti a interesse erano contrari a qualunque tradizione a qualunque legge umana e divina e sovvertivano ogni fondamento di fratellanza cristiana2.

Così non è forse un caso che già dal XIII secolo uno dei primi che cercò di formulare le leggi di quella che sarebbe poi diventata la “scienza economica” sia stato proprio un rappresentante dell’Ordine francescano, in cui era entrato all’età di dodici anni: Pietro di Giovanni Olivi, nato nei pressi di Beziérs, in Francia, nel 1248. Che nella sua opera, il Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et de restitutionibus, estremamente moderna se si considera l’epoca e considerato che al centro si poneva il problema dei prezzi delle merci e della loro “giusta” determinazione, non mancava di sottolineare come, nell’Antico Testamento:

per evitare che gli Ebrei fossero ladri o usurai nei confronti dei loro fratelli, è stato loro concesso di poter esigere interessi usurari dagli stranieri. […] La Legge infatti concesse da prima ai Giudei diritti legittimi sui beni dei Gentili, la cui terra fu data da Dio agli Ebrei, oppure su quelli degli altri popoli, che essi potevano giustamente e secondo il volere di Dio vincere, ridurre in miseria e sterminare. Ad essi infatti era permesso opprimerli con i prestiti usurari, così come con ogni altro genere di imposizioni3.

L’”economista” francescano, che aggiungeva poco più avanti che «utilizzare il peccato dell’usura per realizzare un bene è una buona azione» (p. 113), riusciva così con grande maestria dialettica ad aprire, forse involontariamente, sia la strada a quella diversa visione delle pratiche bancarie che già nel secolo precedente aveva portato, sempre secondo Le Goff, all’”invenzione” del Purgatorio per rendere redimibile ciò che per la dottrina cristiana precedente era insalvabile, ovvero il peccato di usura4; sia a dare la stura alla giustificazione biblica delle rivendicazioni millenaristiche israelitiche sulla Terra Promessa contemporaneamente alla visione negativa dei Giudei che poteva essere tratta dalle stesse righe citate.

Ecco allora come la battaglia contro l’antisemitismo per cui Merz si batte ipocritamente il petto e incita ad appoggiare i lavori sporchi di Israele in ogni angolo del Medio Oriente, come aveva già precedentemente sostenuto affermando che «Israele ha il diritto di difendersi», affonda le sue origini in un clima culturale e religioso che ebbe nei “fraticelli” un importante campionario di miserie e riflessioni dottrinarie e morali che avrebbero poi messo saldamente le radici nell’immaginario cristiano, popolare e non.

Un’immagine di ebrei ladri, profittatori e sfruttatori che, dopo essere stata giustificata con l’uso della legge mosaica contenuta nell’Antico Testamento si è rovesciata in un carico di odio e persecuzioni che avrebbero accompagnato le vicende degli Ebrei dal Medioevo in poi. Fino, per l’appunto, al “lavoro sporco” condotto dal regime nazista nei loro confronti tra la fine degli anni Trenta del ‘900 e il 1945.

Lavoro sporchissimo non soltanto per la barbarie e la determinazione con cui fu condotto, soprattutto nelle lande dell’Europa Orientale, Polonia e Ucraina in primis, nel corso del secondo macello imperialista, ma anche perché questo avvenne sotto gli occhi impassibili delle potenze “democratiche e liberali” che, anche se finirono coll’opporsi militarmente all’espansione economica e militare del Terzo Reich, inizialmente ne condivisero alcuni assunti, soprattutto quello dell’inimicizia nei confronti di chi praticava la religione ebraica.

Come spiega Theodore S. Hamerow nel suo Perché l’Olocausto non fu fermato:

E’ ormai noto che la notizia dello stermino sistematico degli ebrei ad opera dei nazisti circolava in Europa e negli Stati Uniti fin dal 1942. Eppure ci vollero tre lunghi anni prima che si ponesse fine alla barbarie del genocidio. Nel frattempo, nessuna azione militare specificatamente finalizzata a sabotare la macchina nazista dell’orrore. Nessuna iniziativa diplomatica esplicitamente rivolta a fermare la mano degli aguzzini. Anzi, l’accoglienza di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania fu resa ancora più difficile e le porte delle frontiere si chiusero per loro quasi ermeticamente […] L’Olocausto non fu fermato prima perché anche le democrazie occidentali furono percorse al loro interno da una fortissima ondata di anrisemitismo […] Perfino negli Stati Uniti si tentò di far passare le notizie sullo sterminio degli ebrei per semplice propaganda e la questione ebraica come un problema locale5.

Che continua poi annotando come:

In realtà, l’atteggiamento del popolo americano nei confronti degli ebrei non era mai stato completamente favorevole. In larga misura assomigliava all’atteggiamento popolare in Europa. Gli Ebrei sembravano diversi, strani, stranieri. Non erano come la maggior parte degli americani, come i veri americani. Erano spesso avidi, invadenti, furbi e chiusi. Tutte le accuse che erano state scagliate contro di loro nel Vecchio continente potevano essere udite anche nel Nuovo mondo.
[…] Le indagini sull’opinione pubblica mostrano, inoltre, che la diffidenza nei confronti degli ebrei aumentò, in realtà, durante gli anni della guerra. Quando veniva chiesto quale gruppo nazionale , etnico o sociale presente negli Stati Uniti rappresentasse una minaccia per il paese […] la maggioranza degli interpellati indicava sistematicamente gli ebrei […] Gli antichi timori popolari relativi al ruolo degli ebrei nella vita nazionale vennero esasperati dagli stenti della vita quotidiana in tempo di guerra. Tali timori erano in realtà più diffusi del sospetto che gli ebrei costituissero una minaccia per l’America. Le risposte a un sondaggio d’opinione che domandava “Lei pensa che gli ebrei abbiano troppo potere negli Stati Uniti?” mostrarono una crescita costante della convinzione popolare di un’eccessiva influenza ebraica nella vita pubblica. Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra la maggioranza relativa degli interpellati dichiarò – seppure talvolta con un margine molto ristretto – di non credere che ebrei avessero troppo potere. Nel marzo del 1938 le percentuali furono 41 “sì” e 46 “no”; nel maggio del 1938 36 e 47; nel novembre del 1938 35 e 49 e nel febbraio del 1939, 41 e 48.

Poi l’equilibrio cominciò a cambiare […] l’aspro dibattito in America sul coinvolgimento nella guerra condusse a un rafforzamento dell’opinione che gli ebrei esercitassero in realtà un’influenza eccessiva e che stessero usando quell’influenza per trascinare gli Stati Uniti in un pericoloso conflitto militare. Nell’aprile del 1940 i sì diventarono per la prima volta maggioranza, 43 per cento contro 40 per cento. Nell’agosto del 1940, le risposte furono ancora equamente divise tra i due pareri opposti, 42 e 42. Da allora in poi le risposte affermative diventarono sempre più numerose, arrivando prima alla maggioranza relativa e, poi, a quella assoluta.
[…] Da quel momento il popolo americano fu sempre più convinto che gli ebrei esercitassero effettivamente un’influenza eccessiva, benché la vittoria cominciasse ad apparire sempre più probabile. Nel maggio del 1944, dopo il trionfo americano in Nord Africa, dopo la caduta di Mussolini e dopo l’occupazione alleata dell’Italia meridionale, il sospetto popolare di un’influenza ebraica negli Stati Uniti conobbe addirittura in aumento, come indicato in un sondaggio in cui il 56 per cento degli interpellati si disse preoccupato, mentre il 30 per cento non vedeva alcuna minaccia. Nel marzo del 1945, dopo la liberazione della Francia e durante l’invasione del Terzo Reich, le percentuali rimasero quasi invariate, 56 e 29. Nel giugno del 1945, dopo la resa incondizionata della Germania e alla vigilia della vittoria contro i giapponesi a Okinawa, la forbice si allargò leggermente, 58 e 29. In realtà, non più tardi del febbraio 1946, sei mesi dopo la fine della guerra, il convincimento popolare sul potere ebraico non era praticamente cambiato. La percentuale di quanti lo giudicavano eccessivo era ancora 55, mentre quanti la pensavano diversamente erano saliti al 336.

Certo, non può sfuggire il fatto che le indagini di opinione possano spesso essere manipolate oppure, ancor più frequentemente, lasciare il tempo che trovano, ma i dati riportati da Hamerow servono a definire un ambiente ed un’atmosfera che all’epoca non dovevano essere propri soltanto degli Stati Uniti e del loro popolo e del loro governo. Come si dimostrerà poco più avanti, la stessa indifferenza nei confronti delle sorti di un popolo ritenuto estraneo alla tradizione cristiana, anzi che si era “sporcato le mani” con il sangue di Cristo, era ben presente sia in Francia, non solo per merito di personaggi come Louis-Ferdinand Céline sul quale nel dopoguerra fu lanciato un autentico (e liberatorio per altri indifferenti) anatema, che in Gran Bretagna oltre che nelle stesse Polonia e Ucraina occupate.

A provare questo diffuso disinteresse nei confronti di tanti ebrei tedeschi, ma soprattutto di quelli appartenenti alla tradizione askenazita dell’Europa orientale, più poveri e invisi degli altri proprio per questo motivo, fu anche un preciso episodio: quello della trattativa condotta da Joel Brand (1906 – 1964), uno dei membri fondatori del movimento ebraico clandestino Aid and Rescue Committee (Va’adat ha-Ezra ve-ha-Hatzala be-Budapest or Va’ada) di Budapest, con i rappresentanti dei governi alleati per giungere alla liberazione di un milione di ebrei sulla base di una proposta di Adolf Eichmann, l’uomo incaricato da Himmler di liquidare gli ebrei in Europa7. Come racconta lo stesso Brand, attraverso la penna del fisico Alex Weissberg, la proposta, fatta a Budapest già nell’aprile del 1940, consisteva, nelle parole dello stesso Eichmann in questo:

«Dunque sono pronto a venderle un milione di ebrei. Tutti non posso venderglieli, non riuscirebbe a procurarsi merci e denaro sufficienti. Ma un milione può andare, Merce contro sangue, sangue contro merce. Può prendere questo milione da qualunque paese dove ci siano ancora degli ebrei. Può prenderli dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Marca Orientale, da Theresienstadt, da Auschwitz, da dove vuole. Chi preferisce salvare? Uomini in grado di generare? Donne in grado di procreare? Vecchi? Bambini? Si sieda e parli.»

Joel Brand sedette a quel tavolo e successivamente a molti altri con i rappresentanti del suo movimento, che da anni agiva in Ungheria, con quelli della Jewish Agency a Costantinopoli e con quelli inglesi al Cairo, ma nessun ebreo fu salvato con uno scambio à la Shylock rovesciato di segno. Come ben spiega, riassumendo il testo di Weissberg e Brand, un articolo ritenuto eretico pubblicato in Francia nel 1960 da un organo di stampa della Sinistra Comunista, l’incarico di quella missione consisteva nel:

recarsi presso gli anglo-americani per negoziare la vendita di un milione di ebrei. Le SS domandavano in cambio 10.000 autocarri, ma erano pronte a tutti i mercanteggiamenti, tanto sul tipo che sulla quantità delle merci. Di più proponevano la consegna immediata di 100.000 ebrei al momento dell’accordo per dimostrare la loro buona fede. Era un affare serio.
Disgraziatamente l’offerta esisteva, ma non esisteva la domanda! Non solamente gli ebrei ma anche le SS si erano lasciate prendere dalla propaganda umanitaria degli Alleati. Gli Alleati non volevano questo milione di ebrei. Né per 10.000 autocarri, né per 5.000, né per altro.
Qui non possiamo entrare nei dettagli delle disavventure di Joël Brand. Egli partì per la Turchia e finì nelle prigioni inglesi del Medio Oriente. Gli Alleati rifiutarono di “prendere sul serio quest’affare”, facendo di tutto per screditarlo e soffocarlo. Finalmente Joël Brand incontrò al Cairo Lord Moyne, ministro di Stato britannico per il Medio Oriente. Egli lo supplicò di ottenere almeno un accordo scritto che, anche se non rispettato, avrebbe permesso almeno la salvezza delle prime 100.000 persone.

“E quale sarà il numero totale?” “Eichmann ha parlato di un milione”. “Come potete immaginare una cosa simile, signor Brand? Che farò di questo milione di ebrei? Dove li metterò? Chi li accoglierà?” “Se la Terra non ha più posto per noi, non ci resta che lasciarci sterminare”, disse Brand disperato8.

Le SS furono più lente a capire: esse credevano agli ideali dell’Occidente! Dopo lo scacco della missione di Joël Brand e durante lo sterminio, esse tentarono ancora di vendere degli ebrei al Joint (organizzazione degli ebrei americani), versando persino un “acconto” di 1.700 ebrei in Svizzera. Ma, a parte le SS, nessuno ci teneva a concludere questo affare.
[…] Lord Moyne fu assassinato da due terroristi ebrei, e Joël Brand apprese più tardi che costui aveva sovente compatito il tragico destino degli ebrei: “La sua politica era dettata dall’amministrazione inumana di Londra”. Ma Brand, che citiamo per l’ultima volta, non aveva compreso che questa amministrazione inumana non è che l’amministrazione inumana del capitale, e che è il capitale ad essere inumano. Il capitale non sapeva che fare di questa gente. E non ha neppure saputo che fare dei rari sopravvissuti, condotti alla condizione di “esuli” che non si sapeva dove ricollocare9.

Certo, in tempi oscuri e drammatici come quelli che stiamo vivendo soprattutto sul fronte genocidario di Gaza, qualcuno potrebbe osservare che tali narrazioni sono servite in seguito a giustifica il terrorismo ebraico in Palestina e a spingere le ali più estreme del sionismo ad un regolamento di conti non solo con la potenza inglese in Medio Oriente, prima del riconoscimento dello Stato di Israele, ma anche con gli abitanti di quella regione che non erano stati certamente coinvolti nella distruzione degli ebrei europei.

Ma quello che serve qui sottolineare è il fatto che le parole del cancelliere Merz da cui è iniziata questa riflessione servono per comprendere appieno lo sguardo cinico, opportunista e ipocrita che sta alla base di quella inumanità di cui parla l’articolo del 1960 precedentemente citato, quanto il tentativo di negare le responsabilità tedesche e occidentali di quello sterminio. Purtroppo per il cancelliere tedesco, però, il Corriere della Sera del 31 dicembre 1987 riportava un’interpretazione attribuita a un certo Rainer Reinhart, vicepresidente del settore amministrativo del VII distretto bavarese il quale, su un manuale di amministrazione militare, aveva definito lo sterminio organizzato come vittoria dei principii di economicità. Si legge infatti nel manuale:

Si pone la questione di carattere fondamentale se l’economia, intesa come principio formale, in caso di un potere dedicato al servizio del benessere pubblico, possa essere applicato universalmente. Se noi consideriamo tutto ciò partendo dal principio che il fine giustifica i mezzi, allora anche l’uso del gas venefico per lo sterminio di massa degli ebrei invece di una lunga serie di esecuzioni individuali è stata un’applicazione del principio di economicità.

Nonostante si tratti di un evidente paradosso che porta alle estreme conseguenze, nell’ambito di un certo sistema di riferimento, il cosiddetto principio di economicità, l’osservazione non è peregrina. Si tratta di vedere, appunto, quali sono i limiti, vale a dire il sistema di riferimento, entro i quali si applica il supposto principio. Il capo della comunità israelita di Berlino Ovest, Heinz Galinski, aveva reagito dichiarando che il brano incriminato «è carico di disprezzo per la memoria delle vittime dell’Olocausto e fornisce la prova di un modo di pensare antidemocratico». Mentre il «Corriere» aggiungeva: «L’imbarazzo delle autorità militari è temperato dal fatto che, anche se di largo uso, il manuale non è adottato ufficialmente».

L’economicità non è un “principio universale”, ma se il sistema di riferimento è il capitalismo, in quell’ambito lo è e basta. Se il nazismo è una delle forme in cui si manifesta il capitalismo, ecco che il “principio” trova la sua naturale e più conseguente applicazione. Galinski sbagliava di grosso attribuendo al “modo di pensare antidemocratico”, un’osservazione fin troppo banale: si cade infatti nell’ovvietà notando che la democrazia non è meno massacratrice del totalitarismo. Ciò che cambia è solo la giustificazione formale, ma l’ambito giuridico è stabilito ad hoc e non fa cambiare la natura profondamente economica e inumana dell’atteggiamento sociale del capitale e della mentalità borghese.

Rifiutandosi di vedere nel capitalismo stesso la causa delle crisi e dei cataclismi che sconvolgono periodicamente il mondo, gli ideologi borghesi e riformisti hanno sempre preteso di spiegarli con la malvagità degli uni o degli altri. Si vede qui l’identità fondamentale tra le ideologie (se così si può dire) fasciste e antifasciste: entrambe proclamano che sono i pensieri, le idee, le volontà dei gruppi umani che determinano i fenomeni sociali.
Contro queste ideologie, che noi chiamiamo borghesi perché sono le ideologie di difesa del capitalismo, contro tutti questi “idealisti” passati, presenti e futuri, il marxismo ha dimostrato che sono, al contrario, i rapporti sociali che determinano i movimenti ideologici. È qui la base stessa del marxismo, e per rendersi conto di fino a che punto i nostri pretesi marxisti l’hanno rinnegato, è sufficiente vedere che per loro tutto passa attraverso le idee: il colonialismo, l’imperialismo, il capitalismo stesso, non sono che degli stati mentali. Cosicché tutti i mali di cui soffre l’umanità sono dovuti a malvagi fomentatori: di miseria, d’oppressione, di guerra, etc.
[Ma] Il marxismo ha dimostrato che, al contrario, la miseria, l’oppressione, le guerre e le distruzioni, ben lungi dall’essere dovute a volontà deliberate e malefiche, fanno parte del funzionamento “normale” del capitalismo. Ciò si applica in particolare alle guerre dell’epoca imperialista. […] Anche quando i nostri borghesi e riformisti riconoscono che le guerre imperialiste sono dovute a conflitti di interessi, essi restano largamente al di sotto della comprensione del capitalismo. Si veda la loro incomprensione del significato della distruzione. Per loro il fine della guerra è la Vittoria, e le distruzioni di uomini e di impianti dell’avversario non sono che mezzi per giungere a questo fine. Noi abbiamo dimostrato che la distruzione è, invece, il fine principale della guerra. Le rivalità imperialiste che sono la causa diretta delle guerre, non sono esse stesse che la conseguenza della sovrapproduzione sempre crescente10.

Distruzione di uomini, donne,, ambiente, città, paesi e nazioni che, come tutto ciò che sta avvenendo dall’Ucraina a Gaza, passando per la guerra in tono minore dei dodici giorni, non fa altro che confermare nel modo più crudele. Sotto gli occhi di funzionari del capitale per i quali ebrei, immigrati, palestinesi e minoranze etniche, religiose e di genere non sono altro che fattori intercambiabili di una medesima, inafferrabile dal punto di vista della specie, scrittura contabile, consistente nel registrare in partita doppia simultaneamente su due conti (“dare-avere”, secondo il principio della duplice rilevazione simultanea) i costi, guadagni e ricavi dei movimenti monetari-finanziari della gestione delle economie di un impero ormai quasi totalmente sfuggito di mano ai suoi stessi demiurghi.

Che, naturalmente, possono soltanto spargere lacrime di coccodrillo sulle vite perdute dei gazawi così come su quelle degli ostaggi ancora detenuti nei sotterranei di Hamas, bombardati quotidianamente. Uno sporco lavoro di rimozione e deportazione di vite ribelli o ormai considerate inutili, apprezzato sia dalle monarchie del Golfo che dai sempre pii europei, che nel macellaio Bibi e nella sua banda di fanatici vendicatori con la kippah in testa ha trovato il suo attuale esecutore. A distanza di ottanta anni da quello morto suicida in un inutile bunker a Berlino.


  1. J. Le Goff, Lo sterco del Diavolo. Il denaro nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 76.  

  2. B. Nelson, Usura e cristianesimo. Per una storia della genesi dell’etica moderna, Sansoni editore, Firenze 1967, pp. 45-46.  

  3. Pietro di Giovanni Olivi, Usure, Compere e Vendite. La scienza economica del XIII secolo, (a cura di A. Spicciani, P. Vian e G. Andenna), Europía, Novara 1990, p. 112.  

  4. Si veda J. Le Goff, La nascita del Purgatorio, Einaudi, Torino 1996.  

  5. T. S. Hamerow, Perché l’Olocausto non fu fermato. Europa e America di fronte all’orrore nazista, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2010.  

  6. T. S. Hamerow, op. cit., pp. 12–14.  

  7. Si veda: A. Weissberg, La storia di Joel Brand, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1958.  

  8. La missione di Brand non fu l’unica. Un altro vano tentativo fu compiuto a Londra da Jan Karsky, che cercò di ottenere aiuti dagli anglo-americani per il Ghetto di Varsavia. L’episodio è raccontato da Annette Wiewiorka, una storica francese specialista di ebraismo, Shoah e di storia degli ebrei nel XIX secolo:

    «Lo scontro [fra resistenti e truppe tedesche] era stato condotto nell’isolamento più completo, malgrado la situazione del Ghetto fosse nota a tutti. Il polacco Jan Karsky, per esempio, lo aveva visitato nell’ottobre del 1942 prima di recarsi in missione a Londra dove aveva cercato invano di ottenere l’aiuto degli alleati. Si incontrò con Arthur Zygielbojm, emissario del Bund, che aveva lasciato la Polonia clandestinamente nel gennaio 1940. Anche gli sforzi di Zygielbojim per sensibilizzare gli inglesi e gli americani sulla sorte degli ebrei di Varsavia furono vani. Il 12 maggio 1943 si uccise con un colpo di pistola. Nella sua ultima lettera scrisse: ‘Assistiamo passivamente allo sterminio di milioni di uomini, di donne e di bambini senza difesa e torturati a morte; questi paesi sono diventati i complici degli assassini […] Non posso restare in silenzio, non posso continuare a vivere mentre viene eliminato quanto resta della popolazione ebraica in Polonia, cui appartengo […] Con la mia morte intendo protestare energicamente contro lo sterminio del popolo ebraico» («Storia e dossier», Luglio-Settembre 1993, Giunti, Firenze). 

  9. Auschwitz, ovvero il grande alibi, «Programme Communiste» n° 11 (aprile -giugno 1960), pp. 49-53.  

  10. Auschwitz ovvero il grande alibi, cit.  

]]>
I palestinesi, l’avanguardia dell’ultima generazione globale senza futuro https://www.carmillaonline.com/2025/07/09/i-palestinesi-lavanguardia-dellultima-generazione-globale-senza-futuro/ Tue, 08 Jul 2025 22:30:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88845 di Fabio Ciabatti

Franco  Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, pp. 250, € 18,00.

Pensare dopo Gaza significa guardare in faccia la catastrofe dell’umano riconoscendo il definitivo fallimento dell’universalismo della ragione, della democrazia e della civiltà. Capire è l’unica cosa che ci rimane, anche se “Il pensiero non può pensare altro che la propria impotenza”. La disperazione è rimasta l’unico sentimento umano. L’unica opzione a nostra disposizione è quella di disertare la storia, pur non avendo alcuna idea di come farlo. Franco Berardi, al secolo Bifo, non conosce mezze misure nel suo ultimo libro [...]]]> di Fabio Ciabatti

Franco  Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, pp. 250, € 18,00.

Pensare dopo Gaza significa guardare in faccia la catastrofe dell’umano riconoscendo il definitivo fallimento dell’universalismo della ragione, della democrazia e della civiltà. Capire è l’unica cosa che ci rimane, anche se “Il pensiero non può pensare altro che la propria impotenza”. La disperazione è rimasta l’unico sentimento umano. L’unica opzione a nostra disposizione è quella di disertare la storia, pur non avendo alcuna idea di come farlo. Franco Berardi, al secolo Bifo, non conosce mezze misure nel suo ultimo libro intitolato, appunto, Pensare dopo Gaza. L’argomentazione è sempre portata all’estremo e talvolta sconfina nell’invettiva senza curarsi dei suoi possibili effetti disturbanti per i benpensanti, compresi quelli di sinistra. Per lui Israele è il paese che, dal punto di vista della ferocia sterminatrice, è quello più sviluppato e per questo mostra a quelli meno progrediti l’immagine del loro avvenire. Per esempio attraverso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale le cui ricerche sono essenzialmente finalizzate, in tutto il mondo, a ottimizzare lo sterminio, dal momento che il sistema militare è il loro principale committente. Applicazioni come il programma Lavender, utilizzato dagli israeliani a Gaza secondo le rivelazioni della rivista  israelo-palestinese +972, consentono di perpetrare massacri in modo asettico, superando definitivamente gli ostacoli rappresentati dalle emozioni umane e dalla fatica di uccidere.

L’idea che gli israeliani si stiano comportando come i nazisti dà le vertigini. Eppure, sostiene Bifo, non si può arretrare di fronte a questo tabù perché la storia dello stato sionista ci insegna che ci sono traumi che non possono essere elaborati, ma solo riprodotti. Israele si costituisce per prevenire una nuova aggressione antisemita, ma lo fa rispondendo allo shock storico della Shoah in modo vendicativo e asimmetrico, punendo chi non ha alcuna colpa e non può difendersi. Per i sionisti la ragione universale, che ha preso forma con il contributo essenziale dell’intellettualità ebraica, non è stata una protezione sufficiente dallo sterminio antisemita. Un pensiero legittimo, sottolinea Bifo, che rende tragicamente comprensibile il passaggio successivo: per non essere più prede bisogna diventare predatori.
Di qui l’amarissima conclusione: “Se il solo modo per evitare di ripetersi del genocidio è costituire uno stato destinato a perpetrare a sua volta il genocidio, significa che la ferocia, nella storia, ha preso il posto della legge”.1 Ma c’è anche di peggio, perché al di là della ferocia, che è la logica della sopravvivenza animale, c’è la crudeltà, cioè il desiderio tutto umano di infliggere dolore, come emerge da innumerevoli testimonianze sulla violenza dei soldati israeliani nei confronti dei palestinesi che rivelano un intento meramente vessatorio privo di effettivi obiettivi militari. Ci troviamo, insomma, di fronte a forme così estreme di crudeltà da essere mediatizzate e spettacolarizzate senza vergogna alcuna, tanto da suscitare l’allegria psicopatica degli assassini dell’esercito israeliano e l’ilare protervia dei coloni.
Questi e altri comportamenti degli israeliani provano che nel loro paese è in corso un collasso psicotico che deriva dall’aver preso atto, dopo la strage del 7 ottobre, che il sogno di vivere in pace accanto all’inferno di milioni di persone era un’illusione malvagia e impossibile. Lo stato sionista, con un popolo già irrimediabilmente diviso, non uscirà integro da questa prova, sentenzia Bifo. In questo paese vorranno rimanere soltanto i fanatici religiosi e i coloni che il ministro Smotrich ha armato con centomila mitragliatrici. “Israele è un mostro destinato a diventare sempre più mostruoso”.2 

Inutile girarci attorno. “Israele non avrebbe dovuto mai nascere”3 e ha potuto farlo solo grazie al regalo avvelenato che gli europei hanno fatto agli ebrei dopo averli sterminati e, come ha scritto il romanziere israeliano Amos Oz, dopo averli “vomitati” fuori dal vecchio continente. Solo un’opzione post-statalista avrebbe potuto evitare la tragedia, ma il sionismo partiva proprio dal rifiuto di una cultura internazionalista che era stata maggioritaria nella politica ebraica fino agli anni Trenta. D’altra parte il fallimento dell’internazionalismo è un fenomeno storico di più ampia portata, a cominciare dalla sua sconfitta nell’Unione Sovietica di Stalin. Sin dal principio la formula “due popoli due stati” sanciva il carattere identitario e tribale dello stato nazionale e negava ogni possibilità di convivenza pacifica all’interno della stessa entità politica, spingendo ciascuna comunità nazionale tra le braccia delle rispettive componenti più integraliste, religiose o apertamente fasciste. Ancor prima, la formula “una terra senza popolo per un popolo senza terra” non era solo una menzogna, perché in Palestina un popolo esisteva, ma anche “la dichiarata intenzione di un genocidio”.4 Poteva uno stato occupante, odiato da un miliardo di islamici costretti a subirne la presenza, non evolvere in direzione del fondamentalismo religioso, del razzismo, e del suprematismo nazistoide? Ogni guerra contro i palestinesi produce nuovi aspiranti martiri, a partire dai bambini che vivono i suoi orrori. “Perciò Israele ha un solo modo per sradicare Hamas: uccidere tutti i palestinesi che vivono a Gaza, nei territori occupati e anche altrove: tutti, tutti, tutti, soprattutto i bambini”.5
Questo terrificante progetto può nascere perché il trauma passato ha reso i cittadini israeliani ciechi alla sofferenza altrui. La memoria non garantisce affatto che le tragedie della storia non si ripetano, ma da sempre promuove il prolungarsi eterno dell’odio. Il nazionalismo, la sopraffazione, la guerra traggono origine dal ricordo di un passato che si trasforma in rancore e poi evolve in vendetta. Le vittime di solito preferiscono dimenticare (è questo è stato vero per lungo tempo anche per i sopravvissuti della Shoah), mentre i loro pronipoti ricordano continuamente che sono vittime e quindi assolti per principio da qualsiasi crimine.
E allora, se l’oblio non ci è concesso, almeno che la memoria sia rispettosa di alcune verità fondamentali. La prima, elencata da Bifo, è che gli ebrei sono stati vittime di una violenza immensa non solo da parte del regime nazista, ma anche di tutti i popoli europei (francesi, italiani, polacchi, romeni e ucraini sostennero le persecuzioni antisemite); la seconda è che che quello sterminio è uno dei tanti che hanno consentito al suprematismo bianco di sottomettere, colonizzare e sfruttare i popoli del mondo; la terza è che lo stato di Israele sta proseguendo questa catena di crimini e di vendette uccidendo, umiliando, distruggendo e opprimendo i palestinesi da settantacinque anni.

Perché, si chiede Bifo, in Occidente è quasi impossibile affermare queste semplici verità? Come è possibile un’aperta complicità con il genocidio sionista? E qui veniamo al secondo ordine di problemi trattati dal suo libro che non è solo un’invettiva contro Israele, ma anche un impietoso j‘accuse nei confronti dell’intero Occidente che nello stato ebraico si rispecchia. 

Una popolazione invecchiata sia dal punto di vista demografico sia dal punto di vista intellettuale si ritira spaventata di fronte all’enormità delle minacce: la guerra è tornata, la minaccia nucleare è sempre più spesso e sempre più realisticamente impugnata nello scontro tra l’Occidente e i suoi innumerevoli nemici, lo sterminio appare come la regola dei rapporti tra nord colonialista e masse migranti del sud del mondo, di cui i palestinesi sono diventati il simbolo sanguinante6

A Gaza si sta svolgendo un primo atto di una guerra mondiale che il suprematismo bianco declinante e senile ha scatenato contro l’umanità. Poiché il semiocapitalismo ha creato le condizioni per la circolazione planetaria delle informazioni, in territori lontani dalle metropoli del Nord è possibile sentirsi, illusoriamente, parte del suo ciclo di consumo e produzione. Ecco allora che, per necessità o per desiderio, una massa crescente di persone, soprattutto giovani, si muovono verso l’Occidente che reagisce a questo assedio con spavento, aggressività e razzismo.
A differenza del nazifascismo storico, la nuova onda suprematista fonde razzismo e conservatorismo culturale con un’accentuazione isterica del liberismo economico che, ridicolizzando l’empatia per la sofferenza altrui, ha eroso i fondamenti della solidarietà. Mentre la giustizia sociale è condannata come un’abberrante intrusione del socialismo statale nella libertà degli individui, la ferocia competitiva viene naturalizzata. Al tempo stesso si consumano le nostre capacità cognitive: viene meno la possibilità di discriminare il vero dal falso e di costituire un percorso individuale di elaborazione critica, facoltà annichilite dall’azzeramento del tempo di elaborazione delle informazioni, soprattutto per i più giovani che vivono tredici ore al giorno nell’infosfera elettronica e sono immersi in un ambiente di gaming indifferente alla distinzione tra vero e falso. In questo contesto, “Donald Trump è il talismano attraverso cui la cultura bianca tenta di scongiurare la sua agonia”.7 Il trumpismo è l’estroversione aggressiva dell’intollerabile disprezzo di sé della cultura bianca americana. 

Come siamo arrivati a questo punto? Con questa domanda entriamo in un terzo filone di ragionamento presente nel libro di Bifo che ha a che fare con il declino della classe operaia non in termini numerici, ma politici. E qui conviene ripartire dalle considerazioni dell’autore su Marx. A cominciare dall’idea che, a differenza di quello illuminista, l’universalismo marxiano non si fonda sulla ragione ma, darwinianamente, sulla forza. Quella del soggetto collettivo operaio che, attraverso la lotta di classe, ha  reso possibile la democrazia come affermazione degli interessi dell’intera società. Il comunismo internazionalista era la mitologia che permetteva ai proletari di superare la propria condizione di individui separati e di diventare parte di un corpo sociale unitario e potente. In queste condizioni la selezione naturale era stata in grado di virare verso l’egualitarismo e la solidarietà riuscendo, almeno parzialmente, a umanizzare la storia. Quella illusione condivisa, prosegue Bifo, si è dissolta  nell’epoca neoliberale a causa di ragioni materiali, strutturali e psicologiche.
La classe operaia, sostiene l’autore, ha perso la capacità di esprimere solidarietà e organizzazione a causa della concorrenza permanente tra i lavoratori, effetto della rivoluzione tecnologica e della delocalizzazione della produzione. Distanti migliaia di chilometri i lavoratori sono incapaci di creare legami tra di loro. Il lavoro in rete appare non organizzabile perché precario, decentrato e spesso schiavistico. La socialità operaia è perduta anche perché il lavoratore cognitivo incontra i suoi colleghi solo in forma di numeri su uno schermo. La soggettivazione del lavoro cognitivo era il progetto politico che si era affacciato nel movimento di Seattle, sostiene Bifo. Ma la mattanza poliziesca di Genova nel 2001 ha preso di mira questa nuova soggettività in formazione e l’ha annichilita.
In assenza dell’egemonia della classe operaia, prosegue l’autore, anche il fronte anticolonialista è impossibilitato ad assumere una direzione internazionalista e a creare un fronte solidale, come accaduto nella seconda metà del Novecento. Assistiamo  così alla moltiplicazione dei paesi del Sud che, per rovesciare l’egemonia globale americana, fondono l’economia ultraliberista con aggressività nazionalista, integralismo religioso e repressione autoritaria.
Di conseguenza cambiano le prospettive di chi, almeno in Occidente, solidarizza con i paesi del Sud. Chi manifestava contro la guerra in Vietnam si identificava con i vietcong, con il socialismo e con un’emancipazione possibile. Gli studenti nel Nord che manifestano oggi contro Israele non si identificano con Hamas o con l’islamismo. Dalla resistenza palestinese non si attendono alcun tipo di emancipazione sociale. Si identificano con la loro disperazione perché, più o meno consapevolmente, si attendendo un continuo deterioramento delle proprie condizioni di vita. C’è la comune percezione di un’assenza di futuro “che fa dei palestinesi l’avanguardia dell’ultima generazione globale”.8

Non è facile commentare un testo come quello di Bifo che è pervaso da una disperazione tutt’altro che priva di ragioni. Il pessimismo oggi appare d’obbligo perché altrimenti si cade in una forma di stolida fiducia nel futuro, di fatto complice dello stato di cose presenti perché non riconosce l’estrema difficoltà delle trasformazioni radicali di cui abbiamo bisogno per evitare la catastrofe. O si finisce nel feroce tecno ottimismo, di cui ci parla lo stesso Bifo, null’altro che una nuova versione di spietato darwinismo sociale. Ciò detto, il pessimismo, anche estremo, è una cosa diversa dalla disperazione che dà per definitivamente consumata la “terminazione dell’umano”.
Credo che questo esito sia influenzato, tra l’altro, dall’eccessiva enfasi posta sul lavoro cognitivo che Bifo presenta come l’espressione per eccellenza della nuova classe operaia in una sorta di pars pro proto. In questo si ravvisa una continuità con il filone post-operaista, sebbene Bifo dia a questo paradigma una torsione tragica che consiste nella presa d’atto dell’incapacità di questo segmento di classe di sottrarsi alla suo sottomissione nei confronti del semiocapitalismo. Scomparso dai radar l’esodo multitudinario del lavoro cognitivo senza nessun sostituto a portata di mano, Bifo è portato a concludere che la soggettività rivoluzionaria sia definitivamente tramontata. E con ciò si conferma la difficoltà del filone post-operaista, anche nella versione rivista e corretta di Bifo, di dare conto dei lunghi periodi di latenza della soggettività operaia e proletaria, come quello che stiamo vivendo, essendo nato da quel ramo dell’operaismo che assume la priorità ontologica della classe operaia e delle sue lotte rispetto al capitale e al suo sviluppo. Un approccio che forse contribuisce a sopravvalutare il peso dell’egemonia operaia sul processo di decolonizzazione nel secondo dopoguerra e, di conseguenza, a valutare con estremo pessimismo le dinamiche attuali nel Sud globale, in considerazione dell’attuale debolezza, materiale e ideale, della stessa classe operaia a livello globale.

Più interessante, dal nostro punto di vista, l’idea di disertare la storia sebbene sia dichiaratamente priva, nell’immediato, della capacità di tradursi in una concreta prassi politica. Quantomeno ci offre alcune interessanti suggestioni. La prima rimanda alla necessità di abbandonare la concezione di un percorso tutto sommato lineare che porta dallo sviluppo capitalistico al comunismo, con la classe operaia a fare da traghettatore da una fase all’altra. Insomma, non si tratta oggi di umanizzare una storia che prosegue lungo traiettorie già consolidate, cioè di democratizzare il capitalismo, ma di spingere la storia stessa verso nuove inedite direzioni.
La seconda suggestione ci riporta alla Prima guerra mondiale che ha visto la diserzione di una moltitudine di individui dagli eserciti in guerra quale premessa di nuovi eventi rivoluzionari. Non si trattò allora della radicalizzazione lineare di tendenze già in atto determinate da una soggettività rivoluzionaria già formata, ma di una ridefinizione complessiva dei termini dello scontro che ha dato il via alla costituzione di un nuovo soggetto collettivo. Una simile ridefinizione sarà necessaria, anche oggi, per consentire l’emergere delle istanze di classe che oggi affiorano solo confusamente, per esempio nei movimenti neopopulisti in Occidente o nelle aspirazioni nazionaliste del Sud Globale. A tal fine potrebbe anche essere necessaria una nuova diserzione di massa, intesa in senso letterale, dati gli attuali scenari bellici.

In conclusione, Bifo ci aiuta a capire che  la portata tragica della genocidio di Gaza va al di là dei numeri del massacro, già di loro scioccanti. Il suo libro, infatti, ci mostra come lo sterminio perpetrato dai sionisti, per quanto mostruoso, non possa essere ridotto a un singolo caso aberrante perché non può essere disgiunto dalla traiettoria storica del capitalismo globale nella sua fase attuale. A rischio di risultare eccessivamente enfatici, si può affermare che il genocidio non è altro che la prosecuzione del neoliberismo con altri mezzi, cioè la forma più estrema di distruzione di ogni convivenza umana già iniziata da quando è stato dichiarato, per bocca di Margareth Thatcher, che la società non esiste perché esistono solo gli individui e le loro famiglie, in feroce competizione tra loro. Però, a differenza di quello che emerge dal libro di Bifo, la diffusa identificazione con i palestinesi potrebbe non essere la pietra tombale sulla speranza. Potrebbe invece rappresentare la forma estrema di ribellione contro la disperazione, proprio perché nutrita dalla comune percezione di un’assenza di futuro. Quella stessa percezione che, portata all’estremo nelle trincee della prima guerra mondiale, ha indotto moltissimi soldati a voltare le spalle ai propri ufficiali. Sicuramente l’accostamento è azzardato, ma in tempi tragici come i nostri non è forse d’obbligo l’azzardo se non vogliamo cedere alla disperazione? 


  1. Franco Berardi “Bifo”, Pensare dopo Gaza. Saggio sulla ferocia e la terminazione dell’umano, Timeo, Palermo 2025, p. 15. 

  2. Ivi. p. 37. 

  3. Ivi, p. 96. 

  4. Ivi, p. 62. 

  5. Ivi, p. 33. 

  6. Ivi, p. 17. 

  7. Ivi, p. 41 

  8. Ivi, p. 58. 

]]>
Il genocidio di Gaza tra decolonizzazione e competizione vittimaria https://www.carmillaonline.com/2025/06/13/il-genocidio-di-gaza-tra-decolonizzazione-e-competizione-vittimaria/ Thu, 12 Jun 2025 22:15:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88346 di Fabio Ciabatti

Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, pp. 320, € 20,00.

Sentimento di impotenza di fronte alla tragedia, senso di “colpa metafisica” per non aver fatto tutto il possibile per evitare l’abisso, sensazioni di vertigine, di caos e di vuoto. Il libro Il mondo dopo Gaza ci descrive queste angoscianti emozioni del suo autore, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra, di fronte al terrificante destino riservato ai palestinesi. Reazioni più che giustificate se è vero che la posta in gioco, politica ed etica, non è mai stata così alta come quella che ci propongono le vicende [...]]]> di Fabio Ciabatti

Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, pp. 320, € 20,00.

Sentimento di impotenza di fronte alla tragedia, senso di “colpa metafisica” per non aver fatto tutto il possibile per evitare l’abisso, sensazioni di vertigine, di caos e di vuoto. Il libro Il mondo dopo Gaza ci descrive queste angoscianti emozioni del suo autore, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra, di fronte al terrificante destino riservato ai palestinesi. Reazioni più che giustificate se è vero che la posta in gioco, politica ed etica, non è mai stata così alta come quella che ci propongono le vicende della martoriata Striscia di terra tra Israele e Egitto: le atrocità commesse a Gaza, approvate senza vergogna dall’élite politica e mediatica del cosiddetto mondo libero e sfacciatamente rivendicate dagli israeliani, non si limitano a minare la nostra fiducia nel progresso, ma mettono in discussione la nostra stessa concezione della natura umana, soprattutto l’idea che essa sia capace di empatia.

L’antisemitismo, oramai lo sappiamo, è stato cinicamente trasformato nella foglia di fico dietro cui si nasconde la ferocia di un genocidio trasmesso in diretta. Ma “La narrazione secondo cui la Shoah conferisce legittimità morale illimitata a Israele non è mai apparsa più debole”.1 Infatti “molta più gente, dentro l’Occidente e fuori, ha iniziato ad abbracciare una contronarrazione secondo cui la memoria della Shoah è stata pervertita per consentire degli omicidi di massa, mentre al tempo stesso si oscurava una storia più ampia di moderna violenza occidentale al di fuori dell’Occidente”.2
Come è possibile che tanta atrocità abbia un appoggio internazionale così ampio, nonostante il comportamento israeliano neghi alla radice qualsiasi forma di autorappresentazione della civiltà occidentale? Certamente ci sono fondamentali ragioni di natura geopolitica. Ma c’è anche qualcosa di più che ha a che fare con il fatto che il cosiddetto mondo sviluppato si rispecchia in qualche modo nello stato sionista.

Tra i movimenti maggioritari c’è un forte senso di identificazione con uno stato etnonazionale che scatena la sua forza letale senza alcun vincolo. Questo spiega, molto meglio di qualsiasi calcolo di interesse geopolitico ed economico, la sorprendente complicità di molti occidentali in quella che è una trasgressione morale assoluta, vale a dire un genocidio3

Tutto ciò ha a che fare con il ritorno del suprematismo bianco nel cuore dell’Occidente che, a differenza del passato, non è la baldanzosa ideologia di una civiltà che si impadronisce del resto del mondo, ma l’espressione delle paure di quella stessa civiltà che oggi si percepisce sotto assedio.

Il 7 ottobre 2023 il suo feroce atteggiamento difensivo si è infiammato, quando Hamas ha distrutto, in modo definitivo, l’aura di invulnerabilità di Israele. Quest’assalto a sorpresa da parte di persone che si presumeva fossero state schiacciate rappresenta, per molte maggioranze bianche turbate e inorridite, la seconda Pearl Harbor del Ventunesimo secolo, dopo l’11 settembre. E, come è già successo, la percezione diffusa che il potere bianco sia stato pubblicamente violato, ha ‘scatenato’, secondo le parole di John Dower, ‘una rabbia che rasenta la furia genocida’4.

Insomma Israele è assurta al ruolo di avamposto ideologico di un mondo sviluppato che si sente asserragliato nelle cittadelle del suo benessere ed è pronto a respingere con la più feroce violenza i barbari invasori. Non è un caso che “La vecchia linea del colore separa oggi chi tra gli ex colonizzati è istintivamente solidale con i palestinesi dalle classi dominanti dei vecchi domini […], che difendono Israele”.5 Già nel 1972 lo storico israeliano Jacob Talmon, citato da  Mishra, aveva scritto che era difficile aspettarsi “che lo straordinario successo del piccolo Stato di Israele nella sua lotta per l’esistenza contro milioni di persone che lo assediano non ricordi loro il successo dei conquistatori bianchi nel loro tentativo di dominare le razze di colore”.6 Non è un caso l’opera inaugurale degli studi post-coloniali, Orientalismo, sia stata scritta da un palestinese, Edward Said. 

Oggi, la risonanza mondiale dell’accusa a Israele di genocidio davanti alla Corte dell’Aia da parte del Sud Africa, attesta la diffusione di un’indignata consapevolezza di massa sull’interconnessione tra i destini dei miserabili della terra. Come risponde l’Occidente a questa nuova consapevolezza? Solo per citare alcuni esempi riportati da Mishra, sull’Atlantic, una delle più antiche e prestigiose riviste degli Stati Uniti, mentre esplodono le proteste pro-palestinesi nei campus universitari, si afferma che la decolonizzazione è una “teoria tossica e disumana” che sta corrompendo le giovani menti al pari della teoria critica della razza, null’altro che un mix di marxismo, propaganda sovietica e antisemitismo. Dal canto suo Elon Musk vuole vietare la parola decolonizzazione che, secondo il suo illuminato parere, è generata dal “virus della mentalità woke” e comporta “necessariamente” un genocidio.
In questo scontro ideologico assistiamo a “Un’identità ebraica fondata sulla memoria di essere state vittime [che …] è aggressivamente sfidata da altre identità costruite in modo simile”.7 Dalla memoria dei popoli colonizzati. Se in un recente passato sembrava possibile costruire una società civile globale attorno alla ridefinizione della Shoah come l’atrocità suprema e dell’antisemitismo come la forma più odiosa di intolleranza, oggi altri gruppi avanzano rivendicazioni analoghe e, denunciando genocidi, schiavitù e imperialismo razzista, chiedono riconoscimenti e risarcimenti. E tutto questo si inscrive in un processo storico di respiro ancora più ampio.

Se gli occidentali bianchi hanno affermato di aver creato il mondo moderno, oggi molte più persone si riconoscono in una narrazione della decolonizzazione altrettanto avvincente, in cui i bianchi hanno soggiogato e denigrato gran parte della popolazione mondiale e ora devono rinunciare alle loro crudeli prerogative8.

Detto altrimenti l’evento più importante del secolo scorso per una parte consistente dell’umanità non è stata la prima o la seconda guerra mondiale e neanche la Shoah, ma la decolonizzazione: non si è trattato soltanto di “un processo di liberazione per la maggioranza non bianca del mondo” ma anche di “una promessa seducente e perpetuamente rinnovabile di uguaglianza”.9 Tutto bene dunque? Abbiamo trovato il villain della storia, il suprematismo bianco e il suo campione israeliano, nonché l’eroe che sconfiggerà il male, i popoli del Sud globale in viaggio verso la definitiva decolonizzazione?
Non proprio, sottolinea l’autore, perché autocrati come il premier indiano Modi e il presidente turco Erdoğan incarnano il tradimento delle promesse della decolonizzazione e il decadimento morale e politico di molti stati postcoloniali. 

I nazionalisti indù e gli islamisti turchi usano spudoratamente narrazioni di vittimizzazione ereditaria per fa passare come emancipatrici politiche autoritarie ed escludenti e per forgiare una nuova identità nazionale ipermaschile dai loro racconti di umiliazione, impotenza e insicurezza10

Modi ha addirittura lanciato una politica commemorativa che imita da vicino quella di Israele: il giorno della memoria indiano celebra le sofferenze degli indù durante la partizione dell’ex colonia britannica che nel 1947 ha stabilito la creazione del Pakistan a maggioranza musulmana. Le nuove identità derivanti dalla vittimizzazione ereditaria rivendicano un’innocenza storica simile a quella degli ebrei, escludendo vaste aree dell’esperienza individuale e collettiva e creando uno stallo politico apparentemente insolubile.  

È ormai evidente che il pregiudizio etnico-razziale costituisce una forza politica permanente della modernità, potente e mutevole. Inseparabile sia dal nazionalismo sia dal capitalismo, fiorisce su entrambi i lati della vecchia linea del colore e divora continuamente nuove vittime: ieri ebrei europei, asiatici e africani, oggi musulmani e immigrati11.

Non basta essere stati delle vittime per stare dalla parte giusta della storia. E questo vale sia per gli israeliani sia per i popoli del Sud globale. Oggi sappiamo che “la sofferenza, lontana nel tempo e nello spazio, si trasforma in uno spettacolo competitivo”.12 Se questo è vero,  dobbiamo forse cambiare prospettiva, sostiene l’autore. Solo se partiamo dall’intuizione “di una sofferenza indivisibile, possiamo iniziare a cercare modi per conciliare le narrazioni contrastanti della Shoah, della schiavitù e del colonialismo”.13 Non è stato forse il palestinese Edward Said a definirsi “l’ultimo intellettuale ebreo”, in quanto portavoce di un popolo perseguitato che sostiene le virtù della solidarietà e della fratellanza?  Per resistere alla barbarie che avanza, Pankaj Mishra fa appello a un’etica della solidarietà tra gli esseri umani che non “finisce con la linea di colore”. Solo una “memoria multidirezionale”, secondo l’espressione coniata da Michael Rothberg, può avere la capacità di unire storie separate e di scoprire una versione più ampia di solidarietà umana che vada al di là delle comunità etnico-raziali.
Lo scrittore indiano non è certo ottimista. Ritiene molto probabile che Israele riesca a portare a termine la pulizia etnica a Gaza e anche in Cisgiordania. Pensa però che i crimini israeliani e i numerosi atti di complicità che li hanno resi possibili abbiano avuto un impatto più profondo tra i giovani nella tarda adolescenza e nei ventenni, molti dei quali, ebrei compresi, si sono mobilitati a loro rischio e pericolo. Anche se la loro sconfitta appare probabile, le loro manifestazioni e i loro atti di resistenza “potrebbero avere in qualche modo alleviato la grande solitudine del popolo palestinese. E possono offrire una speranza per il mondo dopo Gaza”.

Personalmente, sono ben lontano dal minimizzare questo livello etico-morale della resistenza. Ma temo che difficilmente potrà bastare. A cos’altro appellarsi? Qualche indizio lo troviamo nello stesso testo di Mishra. Per esempio quando afferma che “In un mondo in cui flussi economici indisciplinati compromettono la sovranità nazionale, le vecchie fantasie di purificazione culturale e di unità etnico-razziale sono diventate più forti”.14 Oppure quando rileva che India e Israele hanno avuto traiettoria storica molto simile essendo passati da un regime secolare e di ispirazione socialista a uno di natura religiosa e millenarista praticamente in contemporanea. Per quello che qui ci interessa, questo passaggio è stato favorito dal rifiuto degli ideali di una crescita inclusiva ed egualitaria in favore delle idee reaganiane-thatcheriane di privatizzazione, liberalizzazione e decimazione dello stato sociale. L’enorme crescita della diseguaglianza economica ha contribuito a creare nuovi panorami elettorali in cui si sono facilmente inseriti demagoghi ultranazionalisti che hanno riversato la frustrazione sociale su nemici esterni ed interni. Senza considerare queste dinamiche socio-economiche diventa difficile comprendere i processi politico-ideologici che Mishra descrive, compresi quelli che accomunano India e Israele.

I dalit indiani, probabilmente il più numeroso tra i gruppi storicamente vittime di persecuzioni, si erano uniti ai loro aguzzini di casta superiore nell’uccidere e stuprare i musulmani durante il pogrom coordinato nel 2002 da Narendra Modi nello stato del Gujarat. Gli ebrei di origine mediorientale, un tempo soggetti ad abusi razziali e discriminazioni da parte della classe dirigente israeliana di origine europea, ora dettavano i termini dell’umiliazione ai palestinesi15.

Insomma, in passato si è pensato, in modo troppo schematico, che bastasse la guida della classe operaia per cementare l’unione tra i popoli e le classi oppresse di tutto il mondo. Anche se oggi possiamo considerare simili idee troppo semplicistiche, rimane il fatto che la solidarietà di classe, la concreta complicità tra gli esseri umani in quanto proletari e sfruttati e non solo in qualità di vittime, è ancora necessaria per dare gambe materiali a una nuova fratellanza umana. Più facile a dirsi che a farsi, certo. Comunque da farsi, ora più che mai. 


  1. P. Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, p. 187, edizione kindle. 

  2. Ivi, p. 188. 

  3. Ivi, p. 155. 

  4. Ivi, p. 211. 

  5. Ivi, p. 174. 

  6. Ivi, p. 177. 

  7. Ivi, p. 189. 

  8. Ivi, p. 178. 

  9. Ivi, p. 176. 

  10. Ivi, p. 197. 

  11. Ivi, p. 211. 

  12. Ivi, p. 197. 

  13. Ivi, p. 220. 

  14. Ivi, p. 210. 

  15. Ivi, p. 70. 

]]>
Il nuovo disordine mondiale / 29: morto un papa, se ne fa un altro? https://www.carmillaonline.com/2025/05/22/il-nuovo-disordine-mondiale-29-morto-un-papa-se-ne-fa-un-altro/ Thu, 22 May 2025 20:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88591 di Sandro Moiso

Forse no, verrebbe da dire. Proprio per evitare quell’indifferentismo politico che, spacciandosi per radicalismo, non fa altro che impoverire il pensiero critico e le sue riflessioni. Oltre che la potenziale azione di classe. Proprio come Karl Marx si era già preoccupato di denunciare nel 1873, con il suo articolo Contro l’indifferenza in materia politica, scagliandosi contro Proudhon e i suoi seguaci che ritenevano possibile stabilire quali fossero, una volta per tutte, le forme organizzative e le modalità della lotta di classe. Legali e illegali.

Classe considerata in sé, ma che per sé deve poter trarre insegnamenti e [...]]]> di Sandro Moiso

Forse no, verrebbe da dire. Proprio per evitare quell’indifferentismo politico che, spacciandosi per radicalismo, non fa altro che impoverire il pensiero critico e le sue riflessioni. Oltre che la potenziale azione di classe. Proprio come Karl Marx si era già preoccupato di denunciare nel 1873, con il suo articolo Contro l’indifferenza in materia politica, scagliandosi contro Proudhon e i suoi seguaci che ritenevano possibile stabilire quali fossero, una volta per tutte, le forme organizzative e le modalità della lotta di classe. Legali e illegali.

Classe considerata in sé, ma che per sé deve poter trarre insegnamenti e lezioni, sia dalle proprie sconfitte che da quelle dell’avversario e delineare linee di tendenza e successivamente di condotta, sia dallo sviluppo delle contraddizioni nel campo avverso come all’interno del proprio. Perché è una partita solo e sempre a 360 gradi quella che si gioca con il conflitto di classe, in cui non si possono lasciare spazi esclusivi all’avversario.

In questo senso l’occuparsi da antagonisti di scienza, geopolitica, arte militare, cultura e tecnologia e della loro evoluzione non riduce l’opposizione di classe a culturalismo o a dibattito salottiero, ma piuttosto, se non si perde di vista il fine della lotta, ne rafforza e solidifica immagine e compiti. Così vale anche per campi apparentemente avulsi, come quello religioso o dell’elezione di un nuovo pontefice, ma di cui occorre tener conto per comprendere la fase con cui occorre fare politicamente i conti.

Questo, naturalmente, non per rincorrere gli individui e l’Io fetentissimo con cui l’ideologia borghese vorrebbe continuare a determinare l’immaginario e l’azione sociale proponendoli come idoli oppure al pubblico ludibrio. No, non è l’individuo in sé che deve interessare, o peggio ancora affascinare, i futuri affossatori del modo di produzione dominante, ma ciò che l’ha prodotto e le cause materiali delle sue, quasi sempre, prevedibili e inevitabili azioni. Papa o re, primo ministro o rivoluzionario, generale o dittatore oppure presidente degli Stati Uniti che questo sia. Poiché, in fin dei conti, non potrà mai essere una morale dettata dalla classe avversa a determinare il giudizio e la valutazione politica di chi dovrà, comunque, sbarazzarsene.

Ecco allora perché vale la pena di spendere qualche parola sul cambio ai vertici della chiesa cattolica con il passaggio dal pontificato di Francesco I a quello di Leone XIV. Tenendo sempre a mente sia l’insegnamento di Lenin sull’attenzione per la religione (qui) che, a sua volta, traeva spunto dalle riflessioni di Marx sul medesimo argomento.

La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, così com’è lo spirito di una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l’oppio per il popolo. La soppressione della religione quale felicità illusoria del popolo è il presupposto della vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni circa la propria condizione è la necessità di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è, quindi, in germe la critica della valle di lacrime di cui la religione è l’aureola sacra (K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione).

Quello, però, che l’individuo borghese non potrà mai comprendere è la dialettica inerente alle due definizioni che Marx dà della religione nel testo appena citato, l’essere “oppio dei popoli” e, allo steso tempo, il “sospiro”, oppure come si dice in altre parti il “gemito”, della creatura oppressa. Dialettica in cui resta sotteso che la scomparsa della religione dall’orizzonte degli oppressi non può appartenere soltanto ad un atto volontaristico o ad un editto di un governo borghese, ma al rovesciamento dell’oppressione materiale che diventerà anche stravolgimento dell’oppressione intellettuale. Senza il primo non può avvenire il secondo, pena la rivolta degli ultimi contro chi pretenderebbe di liberarne la coscienza senza liberarli dalle condizioni materiali di sfruttamento e miseria, sia economica che culturale.

Anche se ad un lettore poco attento questo potrebbe sembrare lontano dal “sentire” attuale di ciò che si vuole definire antagonismo, in realtà ha molto a che fare con il cambio della guardia che è avvenuto ai vertici della chiesa con la morte di Bergoglio. Papa di cui già in passato ci si era occupati su Carmilla (qui), proprio per le perplessità suscitate sia in ambito ecclesiastico che politico dalla sua ferma opposizione alla guerra, o alle guerre, del capitale, senza aggettivi e senza distinzioni di lana caprina tra pace o guerra giusta oppure tra guerre di difesa o di aggressione.

Un tema di cui si è occupato anche, in tempi più recenti, uno scritto apparso dopo la sua morte (qui), largamente condivisibile soprattutto per quanto riguarda la valutazione “politica” dell’opposizione espressa da una parte importate della base cattolica nei confronti della guerra. Ma tutto questo, naturalmente, non prelude ad una celebrazione del papa appena scomparso o ad una sua agiografica rivalutazione ideale. Tutt’altro, poiché l’analisi, come si diceva in apertura, dell’azione di un singolo individuo, per quanto significativo sul piano politico e/o culturale, non può mai prescindere dalle forze che l’hanno prodotto e di cui è manifestazione.

A differenza di tanta sinistra “smarrita” che, ad ogni piè sospinto, cerca di individuare un nuovo punto di riferimento, un nuovo modello se non un nuovo ipotetico leader che sappia dire o fare ciò che altrimenti non sarebbe più in grado di fare essa stessa, l’interesse per la figura di Francesco I si limita, almeno per chi qui scrive e anche se non è certamente cosa da poco, alla sua valutazione come strumento per l’opposizione alla guerra imperialista in tempi in cui si rende necessario marcare un’obbligatoria separazione tra coloro che credono che quest’ultima costituisca una questione dirimente per la lotta di classe e coloro che, con distinguo e peana per la libertà basata sugli ideali dell’Occidente liberale, altro non fanno che travestire da pacifismo ciò che altro non è che schieramento con uno dei fronti imperialisti in guerra.

Di tutt’altro avviso sembra essere invece, anche se mascherato dai media e dallo stesso nuovo pontefice come continuatore del pontificato precedente, l’inizio di Leone XIV la cui intronizzazione è stata immediatamente accompagnata da un entusiasmo mediatico ed europeista che non può far altro che far arricciare il naso ad un osservatore attento. A partire da quell’esaltazione di una sua presunta presa di posizione anti-trumpiana, utile sicuramente ai volenterosi di questi giorni e della sua preparazione di carattere teologico dovuta alla sua provenienza dalle fila degli agostiniani.

Certamente non tocca all’autore di queste righe disquisire sulla preparazione o meno del suddetto papa dal punto di vista della dottrina, ma ciò che occorre sottolineare è che le stesse caratteristiche sono state in precedenza attribuite a Benedetto XVI, papa sicuramente di tendenze e posizioni molto distanti da quelle del suo successore Francesco I, che provenendo dalle fila dei gesuiti non poteva comunque essere certamente meno edotto in materia di dottrina e cultura cattolica.

Basti qui osservare che il contenuto dell’omelia dell’intronizzazione non ha riguardato la fine della guerra tout court, ma il raggiungimento di una pace giusta in Ucraina. Formula che, come ha già in precedenza spiegato bene Domenico Quirico sulle pagine della «Stampa», non può preludere ad altro che a una continuazione della guerra considerato che la pace raggiunta per porre fine ad un conflitto non può essere giusta o sbagliata, ma soltanto avere inizio da un cessate il fuoco sulle linee raggiunte dai contendenti nel corso di un conflitto.

Conflitti in cui, di solito, c’è un vincitore e un vinto, indipendentemente dalle simpatie che possano ispirare i due a chi ne studia le mosse. Se non si tiene conto di questa “regola aurea” della diplomazia bellica non vi può essere alcuna trattativa possibile, perché se da un lato testimonia la volontà, in questo caso cieca, di continuare il conflitto da parte del vinto, dall’altra non può che acutizzare la tendenza dall’avversario a continuare la guerra “di conquista”.

Mai abbiamo sentito, tra le parole del papa precedente, la definizione di pace giusta, ma soltanto inviti alla pace ad ogni costo. Lezione già appresa e sviluppata da un uomo ben distante dalla fede religiosa come Lenin che, nel 1918, a Brest-Litovsk, accettò condizioni di pace che lasciavano alle truppe degli imperi centrali un’ampia porzione di territorio russo, pur di raggiungere l’obiettivo che, sostanzialmente, aveva costituito l’elemento cardine della rivoluzione di ottobre: quello della cessazione immediata della guerra, dei suoi massacri e delle sue distruzioni.

Eppure, eppure…una figura tutt’altro che equidistante, a differenza di Francesco I, dalle parti coinvolte nella guerra1 viene oggi entusiasticamente indicata dai media italiani come possibile “mediatore” per il conflitto in corso ai confini orientali d’Europa

Dovrebbero bastare questi pochi riferimenti per comprendere come l’attuale coro di lodi per la figura del nuovo papa sia per lo meno sospetta e, anzi, come sia in corso, a pochi giorni dalla sua scomparsa, una sorta di rimozione dell’opera del predecessore, travestita da elogio al suo pontificato, confuso però con le premesse di quello attuale. Mentre è stata proprio quella posizione, sostanzialmente la più radicale, di Francesco a decretarne fondamentalmente la solitudine degli ultimi anni, destinata a metterlo a tacere e costringerlo a fare “il gran rifiuto”, cui si è testardamente sottratto fino alla fine, ancor prima della morte.

Certo, né l’uno né l’altro dovrebbero influenzare la pratica militante dell’anti-militarismo di classe, ma è certo che l’attuale differenza di governance della Chiesa potrebbe influire in maniera sostanziale su quell’immaginario diffuso, spesso cattolico, che fa sì che un parte significativa e maggioritaria di cittadini italiani ed europei si opponga ancora sia al conflitto che a un coinvolgimento diretto nello stesso.

Diventa, in questo caso, l’azione papale uno strumento di pressione che, pur ammantandosi di equità chiedendo anche una pace giusta per Gaza e i palestinesi, ma senza avere effetto alcuno sulla strage di gazawi portata avanti da Netanyahu e dal suo governo criminale, è sostanzialmente orientato a convincere una parte del fedeli, oggi in gran parte ancora contrari alla partecipazione al conflitto in Ucraina, della necessità di volgersi in direzione di una pace diversa da quella possibile e, quindi nella sostanza, ad una continuazione della stessa attraverso una partnership più marcata, di quanto già non sia, e attiva sul piano militare come quella su cui puntano i guerrafondai Macron, Starmer e Merz. Che, dopo aver assistito al diniego di Trump nei loro confronti e delle proposte di maggior impegno della NATO, oggi cercano una giustificazione al loro bellicismo nascondendosi sotto le bianche sottane pontificali.

Questo e nient’altro deve spingere gli antagonisti a guardare con sospetto sia al nuovo pontefice che al tentativo di presentarlo come un continuatore delle politiche di quello precedente che pur ebbe almeno sempre il coraggio di parlare di Terza guerra mondiale a pezzi, quasi fin dall’inizio del suo pontificato. In un momento in cui, come qui chi scrive ha ripetutamente affermato, la questione della guerra imperialista, della sua estensione e del rifiuto della stessa diventa dirimente, indipendentemente dalle simpatie per le differenti parti, governi e nazioni coinvolte.


  1. In una una intervista del 2022, rilasciata a un canale tv locale peruviano, il nuovo Papa Leone XIV parlava tra le varie cose della guerra tra Ucraina e Russia. Affermando: “Vengono fatte tante analisi, ma dal mio punto di vista – diceva Prevost – si tratta di un’autentica invasione imperialista in cui la Russia vuole conquistare un territorio per motivi di potere e per ottenere vantaggi per sé”. E proseguiva sostenendo che “si stanno commettendo crimini contro l’umanità”. Prevost predicava anche la necessità di essere “molto chiari”, perché “alcuni politici, anche del nostro paese, non vogliono riconoscere gli orrori di questa guerra e il male che la Russia sta commettendo in Ucraina”. Fonte: https://www.virgilio.it/notizie/cosa-diceva-papa-leone-xiv-della-guerra-tra-ucraina-e-russia-quando-era-vescovo-le-parole-di-prevost-1677934  

]]>