Friedrich Merz – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E’ uno sporco lavoro / 1: ma qualcuno deve pur farlo… https://www.carmillaonline.com/2025/07/09/e-uno-sporco-lavoro-1-ma-qualcuno-deve-pur-farlo/ Wed, 09 Jul 2025 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89232 di Sandro Moiso

Almeno per una volta l’alter ego dell’ispettore Stephan Derrick, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha lasciato da parte l’ipocrisia con cui da tempo l’Europa maschera le sue posizioni dichiarando che «Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi». Una frase che più che dai dialoghi della serie televisiva che vedeva protagonista l’ispettore interpretato da Horst Tappert, dall’oscuro passato nazista, essendosi arruolato nelle Waffen SS nel 1940, sembrerebbe presa direttamente dai perversi pensieri che, al pari di quelli libidinosi ma vietati dalla morale borghese e cristiana, devono aver alimentato le fantasie non tanto di chi la Shoa [...]]]> di Sandro Moiso

Almeno per una volta l’alter ego dell’ispettore Stephan Derrick, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha lasciato da parte l’ipocrisia con cui da tempo l’Europa maschera le sue posizioni dichiarando che «Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi». Una frase che più che dai dialoghi della serie televisiva che vedeva protagonista l’ispettore interpretato da Horst Tappert, dall’oscuro passato nazista, essendosi arruolato nelle Waffen SS nel 1940, sembrerebbe presa direttamente dai perversi pensieri che, al pari di quelli libidinosi ma vietati dalla morale borghese e cristiana, devono aver alimentato le fantasie non tanto di chi la Shoa portò avanti, ma di tutti coloro che, come governanti o uomini comuni non soltanto di origine germanica, negli anni del secondo conflitto mondiale e dello sterminio su larga scala di ebrei, omosessuali, zingari, diversi e disadattati di ogni genere, avevano da tempo trasferito il loro odio e le loro paure su coloro che sembravano rappresentare dei possibili intralci alla loro visione di un mondo ben ordinato e “positivamente” razzializzato.

Israele, si dice ormai spesso e fino ai limiti di una ripetizione talmudica o mantrica, è oggi sempre più isolato come Stato e come popolo, ma il vero dato curioso è dato dal fatto che ad appoggiare la pretesa “vendetta” sionista siano quasi sempre forze di destra un tempo colpevoli della persecuzione degli ebrei e i portavoce di una Chiesa integralista che del massacro degli stessi aveva fatto un proprio dovere, anche solo per la concorrenza con i banchieri “giudei” in tempi in cui l’usura, come allora giustamente si chiamava il traffico di denaro, era ancora proibita ai “buoni cristiani”.

«L’usuraio ebreo, sempre più costretto a questa funzione dalla società cristiana, sebbene non commettesse peccato in rapporto alla legge ebraica né a quella cristiana, subì, sulla base di una latente ostilità agli ebrei, il crescere dell’antisemitismo, le cui vampate erano attizzate dalla lotta antiusuraria della Chiesa e dei prìncipi cristiani» ci narra Jacques Le Goff nel suo La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere (Laterza Roma-Bari 2003, p. 63). Sempre secondo Le Goff:

L’indebitamento contadino è difficile da studiare nel dettaglio; è stato comunque osservato che nei Pirenei orientali del secolo XIII molti agricoltori avevano per creditori degli ebrei. L’aumento della domanda di contante contribuì alla fortuna degli ebrei, ma spesso in misura ben più modesta rispetto alle voci che correvano. In effetti, in un contesto di bisogni ridotti, fino al XIII secolo a prestare soldi erano state soprattutto le istituzioni monastiche. Fu, quando l’impiego del denaro si urbanizzò che gli ebrei cominciarono a svolgere una funzione importante come prestatori di denaro, dal momento che secondo l’Antico Testamento il prestito a interesse, almeno teoricamente, era vietato tra cristiani da un lato e tra giudei dall’altro, ma ammesso tra cristiani ed ebrei 1.

Fu per questa diffusione di una economia monetaria che imponeva bisogni sempre crescenti di denaro che a partire dal XV secolo, in Italia:

La Fratellanza dell’Uomo divenne la bandiera sotto la quale i frati antisemiti, appartenenti specialmente agli osservanti francescani, celarono i loro demagogici appelli per l’espulsione degli usurai ebrei, i quali erano sciamati da Roma e dalla Germania nelle città italiane in risposta agli inviti municipali di avviare dei negozi, con licenza di richiedere dal 20% al 50% di interesse sui prestiti di non grande entità. Guidati da Bernardino da Feltre (morto nel 1494), i predicatori della famiglia degli osservanti vomitarono le ormai screditate accuse contro gli ebrei incolpandoli di assassini rituali, incitarono la plebaglia ad attentati contro la loro vita e la loro proprietà, arringarono il popolo e i magistrati affinché li distruggessero completamente e creassero agenzie di prestito cristiane, i così detti monti di pietà. Intorno al 1509, ottantasette di queste banche erano state ormai create con il consenso papale, malgrado le lamentele dei teologi tradizionalisti, soprattutto di quelli agostiniani e domenicani, secondo i quali i prestiti a interesse erano contrari a qualunque tradizione a qualunque legge umana e divina e sovvertivano ogni fondamento di fratellanza cristiana2.

Così non è forse un caso che già dal XIII secolo uno dei primi che cercò di formulare le leggi di quella che sarebbe poi diventata la “scienza economica” sia stato proprio un rappresentante dell’Ordine francescano, in cui era entrato all’età di dodici anni: Pietro di Giovanni Olivi, nato nei pressi di Beziérs, in Francia, nel 1248. Che nella sua opera, il Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et de restitutionibus, estremamente moderna se si considera l’epoca e considerato che al centro si poneva il problema dei prezzi delle merci e della loro “giusta” determinazione, non mancava di sottolineare come, nell’Antico Testamento:

per evitare che gli Ebrei fossero ladri o usurai nei confronti dei loro fratelli, è stato loro concesso di poter esigere interessi usurari dagli stranieri. […] La Legge infatti concesse da prima ai Giudei diritti legittimi sui beni dei Gentili, la cui terra fu data da Dio agli Ebrei, oppure su quelli degli altri popoli, che essi potevano giustamente e secondo il volere di Dio vincere, ridurre in miseria e sterminare. Ad essi infatti era permesso opprimerli con i prestiti usurari, così come con ogni altro genere di imposizioni3.

L’”economista” francescano, che aggiungeva poco più avanti che «utilizzare il peccato dell’usura per realizzare un bene è una buona azione» (p. 113), riusciva così con grande maestria dialettica ad aprire, forse involontariamente, sia la strada a quella diversa visione delle pratiche bancarie che già nel secolo precedente aveva portato, sempre secondo Le Goff, all’”invenzione” del Purgatorio per rendere redimibile ciò che per la dottrina cristiana precedente era insalvabile, ovvero il peccato di usura4; sia a dare la stura alla giustificazione biblica delle rivendicazioni millenaristiche israelitiche sulla Terra Promessa contemporaneamente alla visione negativa dei Giudei che poteva essere tratta dalle stesse righe citate.

Ecco allora come la battaglia contro l’antisemitismo per cui Merz si batte ipocritamente il petto e incita ad appoggiare i lavori sporchi di Israele in ogni angolo del Medio Oriente, come aveva già precedentemente sostenuto affermando che «Israele ha il diritto di difendersi», affonda le sue origini in un clima culturale e religioso che ebbe nei “fraticelli” un importante campionario di miserie e riflessioni dottrinarie e morali che avrebbero poi messo saldamente le radici nell’immaginario cristiano, popolare e non.

Un’immagine di ebrei ladri, profittatori e sfruttatori che, dopo essere stata giustificata con l’uso della legge mosaica contenuta nell’Antico Testamento si è rovesciata in un carico di odio e persecuzioni che avrebbero accompagnato le vicende degli Ebrei dal Medioevo in poi. Fino, per l’appunto, al “lavoro sporco” condotto dal regime nazista nei loro confronti tra la fine degli anni Trenta del ‘900 e il 1945.

Lavoro sporchissimo non soltanto per la barbarie e la determinazione con cui fu condotto, soprattutto nelle lande dell’Europa Orientale, Polonia e Ucraina in primis, nel corso del secondo macello imperialista, ma anche perché questo avvenne sotto gli occhi impassibili delle potenze “democratiche e liberali” che, anche se finirono coll’opporsi militarmente all’espansione economica e militare del Terzo Reich, inizialmente ne condivisero alcuni assunti, soprattutto quello dell’inimicizia nei confronti di chi praticava la religione ebraica.

Come spiega Theodore S. Hamerow nel suo Perché l’Olocausto non fu fermato:

E’ ormai noto che la notizia dello stermino sistematico degli ebrei ad opera dei nazisti circolava in Europa e negli Stati Uniti fin dal 1942. Eppure ci vollero tre lunghi anni prima che si ponesse fine alla barbarie del genocidio. Nel frattempo, nessuna azione militare specificatamente finalizzata a sabotare la macchina nazista dell’orrore. Nessuna iniziativa diplomatica esplicitamente rivolta a fermare la mano degli aguzzini. Anzi, l’accoglienza di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania fu resa ancora più difficile e le porte delle frontiere si chiusero per loro quasi ermeticamente […] L’Olocausto non fu fermato prima perché anche le democrazie occidentali furono percorse al loro interno da una fortissima ondata di anrisemitismo […] Perfino negli Stati Uniti si tentò di far passare le notizie sullo sterminio degli ebrei per semplice propaganda e la questione ebraica come un problema locale5.

Che continua poi annotando come:

In realtà, l’atteggiamento del popolo americano nei confronti degli ebrei non era mai stato completamente favorevole. In larga misura assomigliava all’atteggiamento popolare in Europa. Gli Ebrei sembravano diversi, strani, stranieri. Non erano come la maggior parte degli americani, come i veri americani. Erano spesso avidi, invadenti, furbi e chiusi. Tutte le accuse che erano state scagliate contro di loro nel Vecchio continente potevano essere udite anche nel Nuovo mondo.
[…] Le indagini sull’opinione pubblica mostrano, inoltre, che la diffidenza nei confronti degli ebrei aumentò, in realtà, durante gli anni della guerra. Quando veniva chiesto quale gruppo nazionale , etnico o sociale presente negli Stati Uniti rappresentasse una minaccia per il paese […] la maggioranza degli interpellati indicava sistematicamente gli ebrei […] Gli antichi timori popolari relativi al ruolo degli ebrei nella vita nazionale vennero esasperati dagli stenti della vita quotidiana in tempo di guerra. Tali timori erano in realtà più diffusi del sospetto che gli ebrei costituissero una minaccia per l’America. Le risposte a un sondaggio d’opinione che domandava “Lei pensa che gli ebrei abbiano troppo potere negli Stati Uniti?” mostrarono una crescita costante della convinzione popolare di un’eccessiva influenza ebraica nella vita pubblica. Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra la maggioranza relativa degli interpellati dichiarò – seppure talvolta con un margine molto ristretto – di non credere che ebrei avessero troppo potere. Nel marzo del 1938 le percentuali furono 41 “sì” e 46 “no”; nel maggio del 1938 36 e 47; nel novembre del 1938 35 e 49 e nel febbraio del 1939, 41 e 48.

Poi l’equilibrio cominciò a cambiare […] l’aspro dibattito in America sul coinvolgimento nella guerra condusse a un rafforzamento dell’opinione che gli ebrei esercitassero in realtà un’influenza eccessiva e che stessero usando quell’influenza per trascinare gli Stati Uniti in un pericoloso conflitto militare. Nell’aprile del 1940 i sì diventarono per la prima volta maggioranza, 43 per cento contro 40 per cento. Nell’agosto del 1940, le risposte furono ancora equamente divise tra i due pareri opposti, 42 e 42. Da allora in poi le risposte affermative diventarono sempre più numerose, arrivando prima alla maggioranza relativa e, poi, a quella assoluta.
[…] Da quel momento il popolo americano fu sempre più convinto che gli ebrei esercitassero effettivamente un’influenza eccessiva, benché la vittoria cominciasse ad apparire sempre più probabile. Nel maggio del 1944, dopo il trionfo americano in Nord Africa, dopo la caduta di Mussolini e dopo l’occupazione alleata dell’Italia meridionale, il sospetto popolare di un’influenza ebraica negli Stati Uniti conobbe addirittura in aumento, come indicato in un sondaggio in cui il 56 per cento degli interpellati si disse preoccupato, mentre il 30 per cento non vedeva alcuna minaccia. Nel marzo del 1945, dopo la liberazione della Francia e durante l’invasione del Terzo Reich, le percentuali rimasero quasi invariate, 56 e 29. Nel giugno del 1945, dopo la resa incondizionata della Germania e alla vigilia della vittoria contro i giapponesi a Okinawa, la forbice si allargò leggermente, 58 e 29. In realtà, non più tardi del febbraio 1946, sei mesi dopo la fine della guerra, il convincimento popolare sul potere ebraico non era praticamente cambiato. La percentuale di quanti lo giudicavano eccessivo era ancora 55, mentre quanti la pensavano diversamente erano saliti al 336.

Certo, non può sfuggire il fatto che le indagini di opinione possano spesso essere manipolate oppure, ancor più frequentemente, lasciare il tempo che trovano, ma i dati riportati da Hamerow servono a definire un ambiente ed un’atmosfera che all’epoca non dovevano essere propri soltanto degli Stati Uniti e del loro popolo e del loro governo. Come si dimostrerà poco più avanti, la stessa indifferenza nei confronti delle sorti di un popolo ritenuto estraneo alla tradizione cristiana, anzi che si era “sporcato le mani” con il sangue di Cristo, era ben presente sia in Francia, non solo per merito di personaggi come Louis-Ferdinand Céline sul quale nel dopoguerra fu lanciato un autentico (e liberatorio per altri indifferenti) anatema, che in Gran Bretagna oltre che nelle stesse Polonia e Ucraina occupate.

A provare questo diffuso disinteresse nei confronti di tanti ebrei tedeschi, ma soprattutto di quelli appartenenti alla tradizione askenazita dell’Europa orientale, più poveri e invisi degli altri proprio per questo motivo, fu anche un preciso episodio: quello della trattativa condotta da Joel Brand (1906 – 1964), uno dei membri fondatori del movimento ebraico clandestino Aid and Rescue Committee (Va’adat ha-Ezra ve-ha-Hatzala be-Budapest or Va’ada) di Budapest, con i rappresentanti dei governi alleati per giungere alla liberazione di un milione di ebrei sulla base di una proposta di Adolf Eichmann, l’uomo incaricato da Himmler di liquidare gli ebrei in Europa7. Come racconta lo stesso Brand, attraverso la penna del fisico Alex Weissberg, la proposta, fatta a Budapest già nell’aprile del 1940, consisteva, nelle parole dello stesso Eichmann in questo:

«Dunque sono pronto a venderle un milione di ebrei. Tutti non posso venderglieli, non riuscirebbe a procurarsi merci e denaro sufficienti. Ma un milione può andare, Merce contro sangue, sangue contro merce. Può prendere questo milione da qualunque paese dove ci siano ancora degli ebrei. Può prenderli dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Marca Orientale, da Theresienstadt, da Auschwitz, da dove vuole. Chi preferisce salvare? Uomini in grado di generare? Donne in grado di procreare? Vecchi? Bambini? Si sieda e parli.»

Joel Brand sedette a quel tavolo e successivamente a molti altri con i rappresentanti del suo movimento, che da anni agiva in Ungheria, con quelli della Jewish Agency a Costantinopoli e con quelli inglesi al Cairo, ma nessun ebreo fu salvato con uno scambio à la Shylock rovesciato di segno. Come ben spiega, riassumendo il testo di Weissberg e Brand, un articolo ritenuto eretico pubblicato in Francia nel 1960 da un organo di stampa della Sinistra Comunista, l’incarico di quella missione consisteva nel:

recarsi presso gli anglo-americani per negoziare la vendita di un milione di ebrei. Le SS domandavano in cambio 10.000 autocarri, ma erano pronte a tutti i mercanteggiamenti, tanto sul tipo che sulla quantità delle merci. Di più proponevano la consegna immediata di 100.000 ebrei al momento dell’accordo per dimostrare la loro buona fede. Era un affare serio.
Disgraziatamente l’offerta esisteva, ma non esisteva la domanda! Non solamente gli ebrei ma anche le SS si erano lasciate prendere dalla propaganda umanitaria degli Alleati. Gli Alleati non volevano questo milione di ebrei. Né per 10.000 autocarri, né per 5.000, né per altro.
Qui non possiamo entrare nei dettagli delle disavventure di Joël Brand. Egli partì per la Turchia e finì nelle prigioni inglesi del Medio Oriente. Gli Alleati rifiutarono di “prendere sul serio quest’affare”, facendo di tutto per screditarlo e soffocarlo. Finalmente Joël Brand incontrò al Cairo Lord Moyne, ministro di Stato britannico per il Medio Oriente. Egli lo supplicò di ottenere almeno un accordo scritto che, anche se non rispettato, avrebbe permesso almeno la salvezza delle prime 100.000 persone.

“E quale sarà il numero totale?” “Eichmann ha parlato di un milione”. “Come potete immaginare una cosa simile, signor Brand? Che farò di questo milione di ebrei? Dove li metterò? Chi li accoglierà?” “Se la Terra non ha più posto per noi, non ci resta che lasciarci sterminare”, disse Brand disperato8.

Le SS furono più lente a capire: esse credevano agli ideali dell’Occidente! Dopo lo scacco della missione di Joël Brand e durante lo sterminio, esse tentarono ancora di vendere degli ebrei al Joint (organizzazione degli ebrei americani), versando persino un “acconto” di 1.700 ebrei in Svizzera. Ma, a parte le SS, nessuno ci teneva a concludere questo affare.
[…] Lord Moyne fu assassinato da due terroristi ebrei, e Joël Brand apprese più tardi che costui aveva sovente compatito il tragico destino degli ebrei: “La sua politica era dettata dall’amministrazione inumana di Londra”. Ma Brand, che citiamo per l’ultima volta, non aveva compreso che questa amministrazione inumana non è che l’amministrazione inumana del capitale, e che è il capitale ad essere inumano. Il capitale non sapeva che fare di questa gente. E non ha neppure saputo che fare dei rari sopravvissuti, condotti alla condizione di “esuli” che non si sapeva dove ricollocare9.

Certo, in tempi oscuri e drammatici come quelli che stiamo vivendo soprattutto sul fronte genocidario di Gaza, qualcuno potrebbe osservare che tali narrazioni sono servite in seguito a giustifica il terrorismo ebraico in Palestina e a spingere le ali più estreme del sionismo ad un regolamento di conti non solo con la potenza inglese in Medio Oriente, prima del riconoscimento dello Stato di Israele, ma anche con gli abitanti di quella regione che non erano stati certamente coinvolti nella distruzione degli ebrei europei.

Ma quello che serve qui sottolineare è il fatto che le parole del cancelliere Merz da cui è iniziata questa riflessione servono per comprendere appieno lo sguardo cinico, opportunista e ipocrita che sta alla base di quella inumanità di cui parla l’articolo del 1960 precedentemente citato, quanto il tentativo di negare le responsabilità tedesche e occidentali di quello sterminio. Purtroppo per il cancelliere tedesco, però, il Corriere della Sera del 31 dicembre 1987 riportava un’interpretazione attribuita a un certo Rainer Reinhart, vicepresidente del settore amministrativo del VII distretto bavarese il quale, su un manuale di amministrazione militare, aveva definito lo sterminio organizzato come vittoria dei principii di economicità. Si legge infatti nel manuale:

Si pone la questione di carattere fondamentale se l’economia, intesa come principio formale, in caso di un potere dedicato al servizio del benessere pubblico, possa essere applicato universalmente. Se noi consideriamo tutto ciò partendo dal principio che il fine giustifica i mezzi, allora anche l’uso del gas venefico per lo sterminio di massa degli ebrei invece di una lunga serie di esecuzioni individuali è stata un’applicazione del principio di economicità.

Nonostante si tratti di un evidente paradosso che porta alle estreme conseguenze, nell’ambito di un certo sistema di riferimento, il cosiddetto principio di economicità, l’osservazione non è peregrina. Si tratta di vedere, appunto, quali sono i limiti, vale a dire il sistema di riferimento, entro i quali si applica il supposto principio. Il capo della comunità israelita di Berlino Ovest, Heinz Galinski, aveva reagito dichiarando che il brano incriminato «è carico di disprezzo per la memoria delle vittime dell’Olocausto e fornisce la prova di un modo di pensare antidemocratico». Mentre il «Corriere» aggiungeva: «L’imbarazzo delle autorità militari è temperato dal fatto che, anche se di largo uso, il manuale non è adottato ufficialmente».

L’economicità non è un “principio universale”, ma se il sistema di riferimento è il capitalismo, in quell’ambito lo è e basta. Se il nazismo è una delle forme in cui si manifesta il capitalismo, ecco che il “principio” trova la sua naturale e più conseguente applicazione. Galinski sbagliava di grosso attribuendo al “modo di pensare antidemocratico”, un’osservazione fin troppo banale: si cade infatti nell’ovvietà notando che la democrazia non è meno massacratrice del totalitarismo. Ciò che cambia è solo la giustificazione formale, ma l’ambito giuridico è stabilito ad hoc e non fa cambiare la natura profondamente economica e inumana dell’atteggiamento sociale del capitale e della mentalità borghese.

Rifiutandosi di vedere nel capitalismo stesso la causa delle crisi e dei cataclismi che sconvolgono periodicamente il mondo, gli ideologi borghesi e riformisti hanno sempre preteso di spiegarli con la malvagità degli uni o degli altri. Si vede qui l’identità fondamentale tra le ideologie (se così si può dire) fasciste e antifasciste: entrambe proclamano che sono i pensieri, le idee, le volontà dei gruppi umani che determinano i fenomeni sociali.
Contro queste ideologie, che noi chiamiamo borghesi perché sono le ideologie di difesa del capitalismo, contro tutti questi “idealisti” passati, presenti e futuri, il marxismo ha dimostrato che sono, al contrario, i rapporti sociali che determinano i movimenti ideologici. È qui la base stessa del marxismo, e per rendersi conto di fino a che punto i nostri pretesi marxisti l’hanno rinnegato, è sufficiente vedere che per loro tutto passa attraverso le idee: il colonialismo, l’imperialismo, il capitalismo stesso, non sono che degli stati mentali. Cosicché tutti i mali di cui soffre l’umanità sono dovuti a malvagi fomentatori: di miseria, d’oppressione, di guerra, etc.
[Ma] Il marxismo ha dimostrato che, al contrario, la miseria, l’oppressione, le guerre e le distruzioni, ben lungi dall’essere dovute a volontà deliberate e malefiche, fanno parte del funzionamento “normale” del capitalismo. Ciò si applica in particolare alle guerre dell’epoca imperialista. […] Anche quando i nostri borghesi e riformisti riconoscono che le guerre imperialiste sono dovute a conflitti di interessi, essi restano largamente al di sotto della comprensione del capitalismo. Si veda la loro incomprensione del significato della distruzione. Per loro il fine della guerra è la Vittoria, e le distruzioni di uomini e di impianti dell’avversario non sono che mezzi per giungere a questo fine. Noi abbiamo dimostrato che la distruzione è, invece, il fine principale della guerra. Le rivalità imperialiste che sono la causa diretta delle guerre, non sono esse stesse che la conseguenza della sovrapproduzione sempre crescente10.

Distruzione di uomini, donne,, ambiente, città, paesi e nazioni che, come tutto ciò che sta avvenendo dall’Ucraina a Gaza, passando per la guerra in tono minore dei dodici giorni, non fa altro che confermare nel modo più crudele. Sotto gli occhi di funzionari del capitale per i quali ebrei, immigrati, palestinesi e minoranze etniche, religiose e di genere non sono altro che fattori intercambiabili di una medesima, inafferrabile dal punto di vista della specie, scrittura contabile, consistente nel registrare in partita doppia simultaneamente su due conti (“dare-avere”, secondo il principio della duplice rilevazione simultanea) i costi, guadagni e ricavi dei movimenti monetari-finanziari della gestione delle economie di un impero ormai quasi totalmente sfuggito di mano ai suoi stessi demiurghi.

Che, naturalmente, possono soltanto spargere lacrime di coccodrillo sulle vite perdute dei gazawi così come su quelle degli ostaggi ancora detenuti nei sotterranei di Hamas, bombardati quotidianamente. Uno sporco lavoro di rimozione e deportazione di vite ribelli o ormai considerate inutili, apprezzato sia dalle monarchie del Golfo che dai sempre pii europei, che nel macellaio Bibi e nella sua banda di fanatici vendicatori con la kippah in testa ha trovato il suo attuale esecutore. A distanza di ottanta anni da quello morto suicida in un inutile bunker a Berlino.


  1. J. Le Goff, Lo sterco del Diavolo. Il denaro nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 76.  

  2. B. Nelson, Usura e cristianesimo. Per una storia della genesi dell’etica moderna, Sansoni editore, Firenze 1967, pp. 45-46.  

  3. Pietro di Giovanni Olivi, Usure, Compere e Vendite. La scienza economica del XIII secolo, (a cura di A. Spicciani, P. Vian e G. Andenna), Europía, Novara 1990, p. 112.  

  4. Si veda J. Le Goff, La nascita del Purgatorio, Einaudi, Torino 1996.  

  5. T. S. Hamerow, Perché l’Olocausto non fu fermato. Europa e America di fronte all’orrore nazista, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2010.  

  6. T. S. Hamerow, op. cit., pp. 12–14.  

  7. Si veda: A. Weissberg, La storia di Joel Brand, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1958.  

  8. La missione di Brand non fu l’unica. Un altro vano tentativo fu compiuto a Londra da Jan Karsky, che cercò di ottenere aiuti dagli anglo-americani per il Ghetto di Varsavia. L’episodio è raccontato da Annette Wiewiorka, una storica francese specialista di ebraismo, Shoah e di storia degli ebrei nel XIX secolo:

    «Lo scontro [fra resistenti e truppe tedesche] era stato condotto nell’isolamento più completo, malgrado la situazione del Ghetto fosse nota a tutti. Il polacco Jan Karsky, per esempio, lo aveva visitato nell’ottobre del 1942 prima di recarsi in missione a Londra dove aveva cercato invano di ottenere l’aiuto degli alleati. Si incontrò con Arthur Zygielbojm, emissario del Bund, che aveva lasciato la Polonia clandestinamente nel gennaio 1940. Anche gli sforzi di Zygielbojim per sensibilizzare gli inglesi e gli americani sulla sorte degli ebrei di Varsavia furono vani. Il 12 maggio 1943 si uccise con un colpo di pistola. Nella sua ultima lettera scrisse: ‘Assistiamo passivamente allo sterminio di milioni di uomini, di donne e di bambini senza difesa e torturati a morte; questi paesi sono diventati i complici degli assassini […] Non posso restare in silenzio, non posso continuare a vivere mentre viene eliminato quanto resta della popolazione ebraica in Polonia, cui appartengo […] Con la mia morte intendo protestare energicamente contro lo sterminio del popolo ebraico» («Storia e dossier», Luglio-Settembre 1993, Giunti, Firenze). 

  9. Auschwitz, ovvero il grande alibi, «Programme Communiste» n° 11 (aprile -giugno 1960), pp. 49-53.  

  10. Auschwitz ovvero il grande alibi, cit.  

]]>
Il nuovo disordine mondiale / 28: l’antifascismo europeista e la diplomazia delle armi https://www.carmillaonline.com/2025/03/26/il-nuovo-disordine-mondiale-28-lantifascismo-europeista-e-la-politica-delle-armi/ Wed, 26 Mar 2025 21:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87454 di Sandro Moiso

“Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo. (Hitler) ha applicato all’Europa dei processi colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa” (Aimé Césaire)

“L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” (Amadeo Bordiga)

La vera novità del nuovo giro di valzer di “The Donald 2.0” e dai suoi cavalieri dell’Apocalisse hi-tech è rappresentata dall’aggressività di carattere economico, ma [...]]]> di Sandro Moiso

“Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione […] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo. (Hitler) ha applicato all’Europa dei processi colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa” (Aimé Césaire)

“L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” (Amadeo Bordiga)

La vera novità del nuovo giro di valzer di “The Donald 2.0” e dai suoi cavalieri dell’Apocalisse hi-tech è rappresentata dall’aggressività di carattere economico, ma anche politico, nei confronti degli “alleati” europei e non solo. Da lì deriva lo smarrimento manifestato da editorialisti, opinionisti, rappresentati politici e pennivendoli di vario livello di fronte ad un’America che rischierebbe di perdere le sue prerogative di custode dell’ordine liberal-democratico occidentale e, quindi, planetario.

Ecco allora alzarsi, dal World Economic Forum di Davos o dall’aula parlamentare di Bruxelles per voce di Ursula von der Leyen così come dalle pagine di «Repubblica», del «Corriere della sera » o dalla penna di uno stagionato rappresentante dei nouveaux philosophes come Bernard-Henri Lévy, un autentico peana per l’età dell’oro perduta e di rimpianto per quando l’America, gli States, la Land of Freedom svolgevano davvero il lavoro affidatogli dal Manifest Destiny1 ovvero proteggere e sviluppare gli interessi occidentali, quindi anche europei, in tutto il mondo.

Purtroppo, però, per gli autori di questi plaidoyer per i principi e i diritti perduti, l’attuale politica americana porta alla luce ciò che ha sempre sotteso la democrazia bianca e liberale trionfante nel corso del secolo americano. Una politica di feroci disuguaglianze all’interno e all’estero, di repressione indiscriminata nei confronti di qualsiasi opposizione o resistenza, una politica imperiale sapientemente divisa tra il big stick delle armi, delle flotte e dei bombardamenti indiscriminati e la carota degli aiuti “umanitari” e dei dollari distribuiti a pioggia tra gli alleati più fedeli a garanzia dell’ordine imperiale mondiale.

Tanto da spingere la giornalista italo-marocchina Karima Moual a chiedere provocatoriamente ai politici italiani ed europei: «Come ci si sente se Trump tratta l’Europa da debole? Come ci si sente se i diritti e la giustizia sono sottomessi al business? Tutto questo lo conoscono bene e da tante tempo i popoli arabi e quelli dell’Africa»2.

Certo, c’è da dire, le posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana, dal possibile ritiro dall’impegno militare in Europa e nella Nato fino ai dazi sui prodotti europei e canadesi (oltre che cinesi) e al disconoscimento di organizzazioni internazionali ormai fallimentari come l’ONU o il tribunale penale internazionale dell’Aja o l’estromissione dei maggiori paesi europei da qualsiasi trattativa diplomatica riguardante le sorti dell’Ucraina, non sono, come molta stampa liberaldemocratica vorrebbe far credere, frutto di decisioni improvvise e inaspettate. Piuttosto, invece, sono il frutto obbligato di una crisi dell’Occidente che ha finito, inevitabilmente, col riflettersi nel voto americano, prima, e nel sistema delle alleanze interne allo stesso ordine occidentale, dopo.

In fin dei conti la brutalità e la “mancanza di tatto” del presidente statunitense, la nuova ricerca di una nuova condivisione del governo del mondo, successivo al tanto agognato nuovo ordine mondiale ventilato fin dalla caduta del muro, e il rifiuto di coinvolgere ancora l’Europa e i suoi rappresentanti nelle politiche globali, ha almeno un pregio: quello di togliere il velo che nascondeva la finzione insita nelle roboanti dichiarazioni atlantiste e liberali sul ruolo dell’Occidente e di un’Europa sempre più evanescente sulla scena politica mondiale, dell’ONU e degli altri organismi internazionali nel governo democratico del mondo e sulla diffusione di valori e diritti liberali dati per scontati, ma scarsamente condivisi in diverse aree del globo.

Per ll destino del nostro continente il segnale era stato dato immediatamente dal fatto che Trump avesse nominato come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea Andrew Puzder, ex-dirigente di alcune delle più note catene di fast food in America, come dire che il buongiorno si vede fin dalla colazione. Il tutto poi aggravato dalle dichiarazioni rilasciate, al canale televisivo Fox News, dal mediatore per la guerra in Ucraina Steve Witkoff, che ha definito i leader europei come dei sempliciotti, “tutti convinti di essere dei nuovi Churchill”3. O, ancor peggio, i giudizi espressi in una comunicazione che avrebbe dovuto rimanere riservata tra J.D. Vance e Pete Hegseth, capo del Pentagono, a proposito di un possibile intervento militare contro gli Houthi dello Yemen, portato a termine nei giorni successivi4.

Anche per questi motivi gli europei e gli europeisti si son trovati di fronte al dilemma di come sopperire al venir meno della protezione prima offerta dal fratello maggiore, optando naturalmente per un piano di riarmo che dovrebbe contribuire sia a proteggere l’Europa dalla novella barbarie asiatica di Putin che a rilanciare la stagnante economia europea. Basata principalmente su un antiquato modello guidato dal settore dell’automotive come si è già sottolineato in un precedente articolo (qui).

Forse mai come in questo periodo lo stretto legame tra crisi dell’imperialismo (economica e politica), corsa agli armamenti e guerra è stato dichiarato, da Draghi a Ursula “bomber” Layen, così apertamente e chiaramente. Passando, altrettanto, dall’inossidabile rampollo della famiglia Agnelli, John Elkann, che nei giorni scorsi ha chiarito, con uno straordinario giro di parole e di non detti, che la riconversione bellica non sarà la soluzione dei problemi dell’industria automobilistica, ma che quest’ultima, nella sua incarnazione in Stellantis, si adeguerà ai flussi di investimenti destinati a risollevarne le sorti. Ovvero che il piano ReArm Europe sarà alla fine il solo disponibile, sia nella sua forma “europea” che in quella degli interessi nazionali.

Sì perché, intanto, ancora una volta si è palesato il fatto che il vero ostacolo alla tanto strombazzata necessità di costruzione di una difesa europea non è rappresentato per ora dall’opposizione politica, o autodefinentesi tale senza alcun merito, né dalla protervia del nuovo babau americano o dall’aggressività russa, ma semplicemente dal fatto che gli interessi del capitale europeo restano comunque nazionali ed ognuno cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino in termini di investimenti, raccolta di flussi finanziari e produzione di armi e mezzi corazzati, aerei, droni, sistemi elettronici e navi. Così come rivelano anche le divisioni, manifestatesi nel più recente vertice europeo del 20 marzo, a proposito di debito comune, eurobond, invio delle truppe in Ucraina e politiche nei confronti dei dazi, della Nato e degli Stai Uniti.

Una scelta, quella del riarmo, che comunque, nell’intento generale espresso da von der Leyen e Kaja Kallas, ha escluso i produttori di armi degli Stati Uniti dal nuovo massiccio piano di spesa per la difesa dell’Unione Europea, in cui precedentemente gli stessi avevano ormai raggiunto una quota del 64% della stessa, e dal quale anche il Regno Unito è stato, per ora, escluso.

“Dobbiamo comprare di più europeo. Perché ciò significa rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa europea”, ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Peccato, però, che nel tentativo di rafforzare i legami con gli alleati, Bruxelles abbia coinvolto paesi come la Corea del Sud e il Giappone e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA) nel suo programma che potrebbe arrivare a una spesa di 800 miliardi di euro per la difesa.

Fino ad ora, circa due terzi degli ordini di approvvigionamento dell’UE sono andati a industrie belliche statunitensi, ma il cambiamento radicale dell’ordine internazionale indotto dalle scelte di Trump e dal suo nuovo rapporto “privilegiato” con la Russia di Putin ha fatto dire a Kaja Kallas, il massimo rappresentante diplomatico dell’UE, che «Non lo stiamo facendo per andare in guerra, ma per prepararci al peggio e difendere la pace in Europa»

La proposta più concreta è l’impegno della Commissione a prestare fino a 150 miliardi di euro ai paesi membri da spendere per la difesa nell’ambito del cosiddetto strumento SAFE.
Mentre i prestiti saranno disponibili solo per i paesi dell’UE, anche gli stati amici al di fuori del blocco potrebbero prendere parte all’acquisto congiunto di armi.
L’aggiudicazione congiunta nell’ambito della proposta SAFE è aperta all’Ucraina; Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein dell’EFTA; nonché “i paesi in via di adesione, i paesi candidati e potenziali candidati, nonché i paesi terzi con i quali l’Unione [europea] ha concluso un partenariato per la sicurezza e la difesa”.
Alla fine di gennaio, l’UE aveva sei partenariati di difesa e sicurezza con Norvegia, Moldavia, Corea del Sud, Giappone, Albania e Macedonia del Nord. Anche la Turchia e la Serbia, in qualità di paesi candidati all’adesione all’UE, potrebbero potenzialmente aderire.
Ciò lascia fuori gli Stati Uniti e il Regno Unito, anche se lo status della Gran Bretagna potrebbe cambiare […] Il Canada ha anche chiarito di volere relazioni di sicurezza più strette con l’UE. Mercoledì la Commissione ha anche proposto una maggiore cooperazione in materia di difesa con Australia, Nuova Zelanda e India. «Ci sono molte richieste in tutto il mondo di cooperare con noi», ha detto un alto funzionario dell’UE5.

Un invito ad un banchetto finanziario che nasconde come a tale punto di crisi e necessità di riconversione bellica si sia giunti dopo tre anni di conflitto in Ucraina che hanno visto i paladini della democrazia, del liberalismo e dell’antiautoritarismo europeo sposare la causa della guerra e, soprattutto, delle sanzioni alla Russia di Putin senza mai chiedersi quanto tutto questo potesse gravare, così come è stato, sull’economia e le società del continente. Il dato di fatto è talmente visibile da non meritare certo altre contorte considerazioni, se non la sottolineatura del fatto che quegli stessi stati democratici hanno saputo, e tutt’ora sanno, soltanto dichiarare che per ottenere la pace non serve la diplomazia, ma soltanto preparare la guerra.

In un’autentica orgia di dichiarazioni belliciste una gran parte degli imprenditori europei, e non solo, ha fiutato l’odore dei soldi e del sangue, mentre, senza alcuna vergogna, i governanti si son precipitati a dichiarare l’inevitabilità della guerra, compresa quella nucleare. “La Polonia deve perseguire le capacità più avanzate, comprese le armi nucleari e le moderne armi non convenzionali. Questa è una gara seria – una gara per la sicurezza, non per la guerra” ha dichiarato il primo ministro polacco Donald Tusk al parlamento di Varsavia all’inizio di questo mese6.

Anche se il dibattito sull’ombrello nucleare europeo ha contribuito a mettere in risalto la differenza di interessi tra Macron, Starmer e dell’avatar di Olaf Scholz che già governa la Germania pur non avendo ancora messo in piedi un vero governo, Friedrich Merz. Oltre che le stesse difficoltà insite nel programma di allargamento del programma nucleare militare ad altri paesi europei, mentre «l’obiettivo di Parigi potrebbe essere quello di scaricare le spese per l’ombrello nucleare sui Partner comunitari, liberando risorse per le spese nazionali […] Parlare poi di buy European in assenza di una politica sulle materie prime fa semplicemente sorridere. Secondo le stime di JP Morgan, il consumo europeo di acciaio derivante dal solo piano di riarmo tedesco registrerà un balzo annuo dell’8-12%, oltre le 10mila tonnellate; ma forse non tutti sanno che oggi in Europa esiste un solo produttore certificato di acciai balistici, il che pone un problema serio di dipendenza. La guerra del rame in corso tra Washington e Pechino potrebbe inoltre creare forti carenze nel mercato dell’ottone, ostacolando i piani di produzione (e di ripristino delle scorte) di munizionamento»7.

Secondo Fabian Rene Hoffmann, ricercatore presso l’Oslo Nuclear Project, anche se una delle potenze europee della Nato fosse intenzionata a sviluppare armi nucleari proprie, anziché semplicemente ospitarle, si troverebbe a partire da zero.
“Il problema principale che i Paesi europei si trovano ad affrontare è che non dispongono di infrastrutture nucleari civili per avviare un programma di armi nucleari o, se dispongono di infrastrutture nucleari civili, che sono altamente ‘resistenti alla proliferazione'”, ha dichiarato a Euronews.
“Per esempio, Finlandia e Svezia hanno solo reattori ad acqua leggera, che non sono adatti alla produzione di plutonio per armi. Inoltre, nessuno di questi Paesi ha impianti di ritrattamento chimico, necessari per separare gli isotopi ricercati da quelli indesiderati nella produzione di materiale fissile”, ha poi spiegato l’esperto.
“Quindi, anche se volessero lanciare un programma nucleare, non potrebbero farlo con le infrastrutture esistenti, almeno nel breve periodo. Questo è il caso di tutti gli Stati europei non dotati di armi nucleari con un programma nucleare civile in questo momento”. Hoffman ha riconosciuto una discutibile eccezione: la Germania.
“Sebbene non disponga più di un’infrastruttura nucleare civile significativa, ha una grande scorta di uranio altamente arricchito per scopi di ricerca”, ha spiegato. “In teoria, queste scorte potrebbero essere riutilizzate per creare materiale fissile per le armi”.
“Ma anche in questo caso sarebbe sufficiente solo per circa 5-15 testate nucleari, quindi non sarebbe sufficiente per dispiegare quello che chiamiamo un deterrente nucleare “robusto””, ha poi detto Hoffman8.

In un contesto in cui anche il concetto di “volenterosi” inventato dal premier inglese si fa di giorno in giorno più ambiguo. Considerata anche la diffusione da parte della testata tedesca «Welt am Sonntag» di una fake news sull’offerta cinese di invio di truppe in Ucraina per garantire la pace, smentita dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun9.

Naturalmente mentre l’italietta meloniana, ancor più inconsistente della falange comune europea, si adegua al motto secolare: «Franza, America o Alemagna pur che se magna». Travestendo il tutto da raffinata tattica politica e diplomatica, con l’Italia ponte tra Europa, America e Nato, oppure cercando di nascondere l’autentico gioco delle tre carte portato avanti dal ministro dell’economia Giorgetti rispetto al debito italiano e possibilità di investimenti privati nel settore della difesa. Sì, se non ci fosse di mezzo il pericolo, ormai quasi certo, del deflagrare di un nuovo macello imperialista mondiale, ci sarebbe soltanto da ridere.

La risvegliata, ma tutt’ora esanime armata Brancaleobe europea deve, però, fare i conti con un altro problema, rappresentato proprio dalle società che si intendono governare e trascinare nei conflitti a venire e si parla qui di conflitti e non di conflitto poiché, come già sottolineava Trockji nei suoi scritti sulla guerra oppure in altri scritti comparsi anche qui su Carmilla, una volta che la guerra è nell’aria l’unica cosa sicura è che ci sarà, ma su quali saranno alla fine i veri contendenti o i fattori scatenanti sarà solo il disordinato e caotico divenire degli eventi a dirlo.

Infatti, per tornare a quanto si diceva della società europee, è proprio la ritrosia che si manifesta in gran parte dei cittadini delle stesse ad impugnare le armi per cause non meglio definite, ma sicuramente contrarie agli interessi vitali ed economici degli stessi, a sabotare quello che i maggiorenti delle istituzioni europee vorrebbero vendere come unico percorso possibile per uscire dalla crisi dell’Occidente e dei suoi “valori”, oltre che da quella economica e di rappresentanza politica e diplomatica.

Un recente sondaggio dell’istituto Gallup ha infatti rivelato che, a partire dalla Polonia, dove la percentuale di coloro favorevoli alla difesa in divisa della propria nazione, nonostante i propositi sempre bellicosi di Tusk, è del 45 per cento, la medesima percentuale scende rapidamente negli stati i cui governanti con tanta facilità sembrano volersi impegnare in un conflitto. In Germania con il 23 per cento, mentre in Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. Risale in Francia e Spagna con un 29 per cento e in Austria il 20 per cento e ancora in Gran Bretagna con il 33 per cento. Ultima viene l’Italia con il 14 per cento. Considerati anche gli stati “più combattivi” (Finlandia 74%, Grecia 54 % e Ucraina 62%) si giunge ad una media europea del 34% ben distante da una entusiastica risposta ad una mobilitazione generale10.

Occorre poi ancora sottolineare come il dato ucraino sia poco affidabile, considerata la diffusa resistenza alla leva manifestatasi negli ultimi anni e nell’ultimo periodo che ha visto almeno un milione di uomini di età arruolabile lasciare clandestinamente il paese, mentre numerosi soldati, circa 1.700, dei 5.800 inviati in Francia per essere addestrati hanno preferito disertare una volta giunti lì. Esattamente come hanno fatto, fino ad ora, almeno 100.000 soldati ucraini incriminati per diserzione11. Cui bisogna ancora aggiungere il provvedimento di Zelensky per impedire a giornalisti e artisti di abbandonare l’Ucraina con permessi speciali di cui facevano buon uso non ritornando in patria e la sempre più forte resistenza all’arruolamento forzato dei giovani che ha visto assalti agli uffici di arruolamento e, in alcuni casi, l’omicidio degli ufficiali incaricati dell’arruolamento da parte di parenti dei giovani cercati per essere inviati al fronte12.

In Germania, dove il progetto di riarmo sembra voler riportare la nazione mitteleuropea ai suoi nefasti splendori militareschi del Primo e Secondo macello imperialista, la resistenza della cosiddetta “Gen Z”, i nati dopo il 1997 che oggi sarebbero i primi reclutati dalla leva, è evidentissima. Lo dimostrano i dati degli obiettori di coscienza (coloro che dopo essersi arruolati hanno poi lasciato le forze armate) che sono aumentati del 500% nel 2023 dopo lo scoppio del conflitto ucraino. Nel dettaglio 1 su 4 dei 18.810 uomini e donne che si erano arruolati nel 2023 hanno lasciato le forze armate entro 6 mesi. Dati guardati con preoccupazione da parte del ministero della Difesa in un momento in cui la Germania punta sempre di più sul rafforzamento della difesa nazionale e che potrebbe prevedere una leva obbligatoria sia per gli uomini che per le donne.

Da quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Germania ha avviato uno sforzo di riarmo su vasta scala. L’esercito tedesco può contare su 181mila soldati, con un’età media di 34 anni (Più dell’Italia che conta 161mila effettivi, mentre la Francia ne ha circa 260mila). Tuttavia un ultimo rapporto ufficiale evidenzia alcune criticità, il 28% delle posizioni nei ranghi più bassi non sono coperte e mancano il 20% degli ufficiali che sarebbero necessari. A questo si aggiungono gli alti numeri delle defezioni del 2023 (il 25% dei neo-assunti). Anche per far fronte a questi problemi in parlamento si è tornato a discutere di leva obbligatoria. La proposta è arrivata dal parlamentare Florian Hahn che ha dichiarato alla Bild che “Già da quest’anno i primi soldati di leva devono entrare nelle caserme”. Ricordando che il mondo è diventato più insicuro e la Germania «ha bisogno di un deterrente credibile dato proprio dalla capacità di aumentare gli effettivi. Obiettivo che può essere raggiunto anche attraverso cittadini in uniforme siano essi volontari o di leva». In Germania il servizio militare obbligatorio è stato abolito nel 2011. Era stato istituito nel 1956. Tuttavia né la minaccia russa né il crescente clima di tensione internazionale sembrano motivare i giovani tedeschi ad arruolarsi, tanto che, come riporta il Financial Times in un reportage l’esercito ha “Sempre più difficoltà a trovare giovani della Gen Z pronti per la guerra”. «Meglio sotto occupazione che morto», la frase pronunciata da Ole Nymoen, giornalista freelance ventisettenne tedesco, sta facendo discutere la Germania insieme al suo libro dall’eloquente titolo “Perché non combatterei mai per il mio paese”. Il saggio è uscito questa settimana e analizza il punto di vista di molti ragazzi: «La nazione si trasfigura in una grande comunità solidale, che tutti devono servire con gioia. E questo dopo decenni di desolidarizzazione, durante i quali i politici neoliberisti hanno dichiarato che l’impoverimento di ampie fasce della popolazione era l’unica opzione»13.

E adesso, proprio mentre l’America di Trump dimostra, con la sua politica che cerca di ristabilire una equilibrata ripartizione del mondo oggi con la Russia di Putin, ma in un ancora incerto futuro, forse, anche con la stessa Cina, di essere giunta a un punto di non ritorno della sua pretesa egemonia mondiale e i governi europei sbandano dandosi come unico “obiettivo” comune quello di entrare in un’economia di guerra, si riattivano anche i corifei dei diritti umani, delle liberà, delle democrazie solo e sempre parlamentari e dell’antifascismo europeista tornano a dimostrare l’esattezza dell’assunto di Amadeo Bordiga secondo il quale: Il peggior prodotto del fascismo è l’antifascismo. Un’affermazione che va però inserita in una più ampia riflessione sulle caratteristiche del fascismo che vale la pena qui di riportare:

Il fascismo venne da noi considerato come soltanto una delle forme nelle quali lo Stato capitalistico borghese attua il suo dominio, alternandolo, secondo le convenienze delle classi dominanti, con la forma della democrazia liberale, ossia con le forme parlamentari, anche più idonee in date situazioni storiche ad investirsi degli interessi dei ceti privilegiati. L’adozione della maniera forte e degli eccessi polizieschi e repressivi, ha offerto proprio in Italia eloquenti esempi: gli episodi legati ai nomi di Crispi, di Pelloux, e tanti altri in cui convenne allo Stato borghese calpestare i vantati diritti statutari alla libertà di propaganda e di organizzazione. I precedenti storici, anche sanguinari, di questo metodo sopraffattore delle classi inferiori, provano dunque che la ricetta non fu inventata e lanciata dai fascisti o dal loro capo, Mussolini, ma era ben più antica.[…] Divergendo dalle teorie elaborate da Gramsci e dai centristi del Partito italiano, noi contestammo che il fascismo potesse spiegarsi come una contesa tra la borghesia agraria, terriera e redditiera dei possessi immobiliari, contro la più moderna borghesia industriale e commerciale. Indubbiamente, la borghesia agraria si può considerare legata a movimenti italiani di destra, come lo erano i cattolici o clerico-moderati, mentre la borghesia industriale si può considerare più prossima ai partiti della sinistra politica che si era usi chiamare laica. Il movimento fascista non era certo orientato contro uno di quei due poli, ma si prefiggeva d’impedire la riscossa del proletariato rivoluzionario lottando per la conservazione di tutte le forme sociali dell’economia privata. Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che dal fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici14.

Ecco allora arrivare oggi alle nostre orecchie lo schiamazzo osceno di chi, non sapendo in quale altro modo chiamare i giovani e le società intere al massacro bellico, non può far altro che riscoprire un antiamericanismo di maniera, patriottico e nazionalista, oppure il richiamo all’antiautoritarismo liberale in difesa della democrazia offesa dall’autocrate Putin, con manifestazioni di piazza e chiamate alle armi velenose e subdole. Degne sì di essere chiamate fasciste e contrarie a qualsiasi altro interesse di classe e della specie, visto che le posizioni espresse dalla Schlein su difesa europea e debito comune sono molto simili a quelle espresse dalla Meloni e dal suo governo. Oppure, come hanno fatto i verdi tedeschi, si ammanta l’approvazione dello sforzo bellico con la necessità di una “transizione ecologica” o ancora, com’è successo l’estate scorsa in Francia, con il voto della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ai candidati di Macron, il principe dei guerrafondai europei tenuto a freno solo dalle considerazioni di carattere economico della Banca di Francia, per opporsi a Marine Le Pen.

Mobilitazioni di carattere principalmente ideologico cui, però, fa da corollario il piano della commissione europea che, mescolando tra di loro i pericoli rappresentati da guerre, pandemie e disastri ambientali affiancati alle politiche securitarie portate avanti da tutti i governi nel corso degli ultimi decenni, è stato presentato in bozza a Bruxelles per una “Strategia di preparazione dell’Unione” o di “Vigilanza” che formula la necessità per le famiglie di accumulare scorte di medicine, batterie e cibo per resistere 72 ore in caso di guerra e per le scuole e gli insegnanti di preparare gli allievi ai “pericoli” della guerra, non certo in chiave antimilitarista (qui e qui).


  1. Il Destino manifesto è un’espressione che indica la convinzione che gli Stati Uniti d’America abbiano la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia. La frase “destino manifesto” venne all’inizio usata principalmente dai sostenitori della democrazia jacksoniana negli anni 1840, per promuovere l’annessione di buona parte di quelli che oggi sono gli Stati Uniti d’America occidentali (il Territorio dell’Oregon, l’Annessione texana e la Cessione messicana) a partire dalla presidenza di James Knox Polk. Il termine venne riesumato negli anni 1890, questa volta dai sostenitori repubblicani, come giustificazione teorica per l’espansione statunitense al di fuori del Nord America e alcuni commentatori ritengono che questi aspetti del destino manifesto, in particolare il credo in una “missione” statunitense per promuovere e difendere la democrazia in tutto il mondo, abbia continuato a lungo a influenzare la politica statunitense e la sua narrazione, in patria e fuori.  

  2. K. Moual, Hey, amici, come ci si sente con la Ue trattata come uno staterello africano?, Huffington Post, 20 Febbraio 2025.  

  3. E. Franceschini, “Putin super intelligente, Ucraina falso Paese”. L’assurda intervista di Witkoff, inviato di Trump, «la Repubblica», 24 marzo 2025.  

  4. JD. Vance: «Penso che stiamo commettendo un errore: solo il 3% del commercio Usa passa dal Canale di Suez, contro il 40% di quello europeo. C’è il rischio reale che il (nostro) pubblico non capisca perché questa azione sia necessaria […] Se ritenete che dovremmo comunque farlo, allora andiamo. Però detesto l’idea di salvare gli europei ancora una volta».
    P. Hegseth: «Condivido in pieno la tua critica degli approfittatori europei. E’ patetico.» in R. Fabbri, Vance-Hegseth e l’odio per l’Ue. La chat segreta, «Il Giornale», 25 marzo 2025.

     

  5. Si veda: G. Sorgi, J. Barigazzi e G. Faggionato, EU slams the door on US in colossal defense plan, «Politico» 19 marzo 2025.  

  6. A. Naughtie, Un altro Paese europeo potrebbe sviluppare le proprie armi nucleari?, «Euronews», 23 marzo 2025.  

  7. G. Torlizzi, Armi, il piano di Parigi per escludere l’Italia, «Il Giornale», 26 marzo 2025.  

  8. A. Naughtie, art. cit.  

  9. Cfr: Cina: “Le nostre truppe di peacekeeping in Ucraina? Fake news”, «la Repubblica», 24 marzo 2025. 

  10. Per tutto quanto riguarda i risultati del sondaggio dell’istituto Gallup, si vedano: Se scoppiasse una guerra, combatteresti? Cosa farebbero gli italiani, Adnkronos, 18 marzo 2025 e E. Pitzianti, Combatteresti per il tuo Paese? Ecco la risposta degli italiani, Esquire Italia, 7 marzo 2025.  

  11. Si vedano: F. Kunkle, S. Korolchuk, Ukraine cracks down on draft-dodging as it struggles to find troops, «The Washington Post», 8 dicembre 2024; A. D’Amato, I soldati ucraini che hanno disertato in Francia: «Erano nelle caserme, avevano diritto di uscire», «Open.online», 7 gennaio 2025; Ucraina diserzioni, 19mila soldati hanno già abbandonato. Kiev depenalizza il reato per chi lascia la prima volta: l’altro fronte odioso della guerra, «Il Messaggero», 8 settembre 2024; D. Bellamy, Decine di migliaia di soldati hanno disertato dall’esercito ucraino, «Euronews», 30 novembre 2024.  

  12. N. Scavo, Agguati contro i reclutatori. Kiev teme la rivolta interna, «Avvenire», 4 marzo 2025.  

  13. Leva obbligatoria, la Germania vuole reintrodurla ma la Gen Z si rifiuta: «Meglio sotto occupazione che morto», «Il Messaggero», 18 marzo 2025.  

  14. Edek Osser, Un’intervista a Amadeo Bordiga, giugno 1970 (qui)  

]]>